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Full text of "Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni. Compilazione di Gaetano Moroni romano"

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DIZIONARIO 

DI  ERUDIZIONE 

STORICO-ECCLESIASTICA 

DA  S.  PIETRO  SINO  AI  NOSTRI  GIORNI 

SPECIALMENTE     INTORNO 

AI  FBIXCIPALI  SANTI,  BEATI,  MARTIRI,  PADRI,  AI  SOMMI  PONTEFICI,  CARDINALI 
E  PIÙ  CELEBRI  SCRITTORI  -ECCLESIASTICI,  AI  VARII  GRADI  DELIA  GERARCHIA 
DELLA  CHIESA  CATTOLICA,  ALLE  CITTA*  PATRIARCALI,  ARCIVESCOVILI  E 
VESCOVILI,  AGLI  SCISMI,  ALLE  ERESIE,  Al  CONCILH,  ALLE  FESTE  PIÙ  SOLENNI, 
AI  RITI,  ALLE  CERIMONIE  SACRE,  ALLE  CAPPELLE  PAPALI,  CARDINALIZIE  E 
PRELATIZIE,  AGLI  ORDINI  RELIGIOSI,  MILITARI,  EQUESTRI  ED  OSPITALIERI,  NOI^ 
CHE    ALLA    CORTE    E    CURIA    ROMANA    ED    ALLA    FAMIGLIA   PONTIFICIA,  EC.  £C.  EC. 

COMPILAZIONE 

DEL  GAYALIERE  GAETANO  MORONI  ROMANO 

SECONDO  AIUTANTE  DI  CAMERA 

DI   SUA  SANTITÀ   PIO   IX. 


YOL.  XCI. 


IN     VENEZIA 

DALLA     TIPOGRAFIA     EMILIANA 
MDCCCL  VI  11. 


^^\^.  Tj 


La  prrscnic  edizione  (•  jiosla  sollo  la  salvaguardia  delle  leggi 
vlgcnli.  per  quanto  riguarda  la  proprietà  letteraria,  di  cui 
l'Autore  intende  godere  il  diritto,  giusta  le  Convenzioni 
relative.  | 


i 


DIZIONARIO 


DI  ERUDIZIONE 


STORICO-ECCLESIASTICA 


VEN 


VEN 


Continuazione  dell'  articolo  Venezia. 

§  Vili.  Decanìe  e  loro  chiese  parroc- 
chiali urbane  divise  per  sestieri.  No- 
tizie  storiche-sagre-artisliche  di  i^ 
chiese  parrocchiali  esistenti,  cowpre- 
,  se  la  cattedrale  e  la  concaltedrale, 
e  quella  in  cui  risiedeva  il  patriar- 
ca di  Grado,  e  della  sua  giurisdi- 
zione e  prerogative  in  Venezia;  di 
29  chiese  esistenti,  già  parrocchiali^ 
e  convertile  in  succursali,  in  oratorii 
sagramentali  e  non  sagramentali, 
con  pie  unioni  e  benefiche  istituzionij 
di  19  chiese  già  parrocchiali  demo- 
lite. Altre  notizie  da  richiamarsi  a! 
loro  luoghi.  Indicazione  del  clero  fo- 
raneo. 


K 


lei  tener  proposito  in  breve,  sul 
mollissimo  che  vi  sarebbe  a  dire,  delle 
parrocchie  e  delle  loro  chiese,  priucipal- 
nieiite  procederò  col  senatore  Corner, 
luassime  per  le  notizie  sloriche,  ma  de- 
scrivendo con  lui  le  ss.  Reliquie,  se  al- 


cuna piti  non  esistesse,  non  intendo  d'es- 
serne responsabile  :  presso  di  esso  sond 
registrati  gl'innumerevoli  pievani  eleva'i 
alla  dignità  vescovilee  anche  patriarca- 
le. Terrò  presente  pure  l'attuale  Stato 
personale  del  Clero,  ed  il  prete  Cappel- 
letti, singolarmente  per  le  successive  vi- 
cende di  soiìpressione  e  altro,  e  per  l'o- 
dierne, sì  della  città  eVi  della  diocesi,  con 
l'ordine  da  lui  tenutode'sestieri  civici, ove 
si  trovano  o  esisterono.  I  pregi  artistici 
più  rimarchevoli  li  dirò  col  Moschini,  no- 
me equivalente  a  singolare  elogio  ;e  qual- 
che interessante  cenno  colle  Fabbriche 
di  Venezia,  e  altre  opere  e  nozioni.  Si- 
no all'annoi  81  o,  Venezia  contava  nella 
città  72  parrocchie,  alcune  delle  quali 
anticamente  appartenevano  alla  giurisdi' 
zione  del  patriarca  di  Grado,  altre  erano 
soggette  al  primicerio  di  s.  Marco,  ed  il  re- 
sto formava  la  diocesi  del  vescovo  di  Ca- 
stello. Tutte  poi,  soppresso  quel  patriar- 
cato, entrarono  a  formare  la  nuova  ar- 
cidiocesi  di  Venezia:  tranne  le  ducali,  che 
rimasero  sempre  soggette  al  primice- 
rio finché  questi  duiò.  Alla  sola  città  li- 


4  VE  N 

mitavasi  tutta  l'arcidiocesi  patriarcale, 
sino  al  1818.  Si  distiriguevaiio  le  par- 
rocchie in  matrici  e  filiali,  e  per  lu  mag- 
gior parie  erano  collegiate.  Per  m<itrici 
s'intendono  le  Decanie,  le  cpjali  ecco  co- 
me sono  registrate  nello  Stalo  persO' 
naie  del  Clero.  1.*  Decania  di  s.  Mar- 
co con  5  parrocchie,  compresa  la  Mar- 
ciana. 2."  Decania  di  s.  Pietro  di  Castello, 
culla  quale  si  contano  8  parrocchie,  com- 
presa quella  del  Lido  sul  Litorale.  3.' 
Decania  de'ss.  Apostoli  (secondo  il  Pro- 
spetto riassuntivo  dello  Slato  personale, 
mentre  nella  descrizione  figura  4-"  De- 
cania e  3.'  la  seguente),  colla  quale  so- 
no 6  parrocchie.  4-"  Decania  di  s.  Silve- 
stro, unita  alla  quale  comprende  6  par- 
rocchie. 5."s.  Maria  del  Rosario,  colla 
quale,  e  compresa  la  parrocchia  di  Gam- 
barare  nella  prossima  terraferma,  sono 
7  parrocchie.  Del  clero  foraneo  e  delle 
3  Foranie  di  Torcello,  Caorle  e  Mura- 
no farò  parola  nel  fine  di  questo  §.  Le 
parrocchie  hanno  chiese  succursali,  ora- 
toriali sagramentali ,  ed  oratoriali  non 
sagramentali ,  come  dirò  parlandone.  Le 
parrocchie,  oltre  il  parroco  ,  hanno  coo- 
peratori, confessori,  predicatori, sagrista, 
altri  preti  addetti,  diaconi ,  mansionari 
chierici,  accoliti  e  oslìari.  Le  chiese  suc- 
cursali hanno  vicari,  gii  oratorii  sagra- 
mentali  hanno  rettori.  Della  parrocchia 
di  s.  Marco  trattai  nel  §  VI  :  in  questo 
descriverò  l'esistenti  e  le  soppresse,  e  nel 
§  X  le  altre.  Finalmente,  delle  antiche 
70  fraterne  parrocchiali,  soccorritrici 
de'  poveri,  sostituite  di  recente  dalle  de- 
putazioni col  rispettivo  parroco  per  pre- 
sidente, ne  parlo  ne'  numeri  17  e  19  del 
§XII, dicendo  dellaCommissiuuedi  pub- 
blica beneficenza  e  degli  asili  infantili.  E 
nel  fine  di  detto  n.  19  descrivo  la  pia 
società  della  s.  Infanzia^  introdotta  in 
ogni  parrocchia. 

Sestiere  dì  Castello. 
I.  S.  Pietro  apostolo,  già  chiesa  cat- 
tedrale vescovile,  e  poscia  patriarcale  e 
tuetropolilaua  primaziale.  Ora  2/  de- 


VEN 
cania,  basilica  minore  concalledrale,  par- 
rocchia arcipretale,  e  decanato  patriar- 
cale. Dalla  via  de*  Giardini  per  tortuo- 
se vie  alla  sinistra,  si  giunge  a  questo 
venerando  luogo.  Sorge  la  chiesa  sopra 
un'isoletta  che  forma  l'estremila  sud-est 
della  città,  congiunta  all'  adiacente  me- 
diante uu  ponte  di  legno  che  valica  lar- 
go canale.  Benché  tra  loro  siano  discor- 
di i  cronisti  veneti  nello  stabilire  il  vero 
sito  dell'antico  Olivolo,  dice  il  Corner,  al  • 
cani  ponendolo  ov'è  l'isola  di  s.  Elena, 
altri  nell'isola  incontro,  detta  della  Cer- 
tosa ;  tuttavolta  si  tiene  più  probubile 
opinione,  che  il  Castello  d'Olivolo  auli- 
camente sorgesse  nel  luogo,  ove  sorge 
di  presente  questa  chiesa  col  già  pa- 
lazzo de'paliiarchi,  cioè  nell'isola  chia- 
mata ora  Quintavalle,  denominazione 
avuta  dalla  casa  Quintavalle  padrona 
di  gran  parte  dell'isola.  A  questo  luogo 
creduto  d'intera  sicurezza,  e  nell'altre 
isoielle  delle  lagune,  rifugiaronsi  gli  a- 
IMaììl'ì  d' Aq ai leia,  di  Concordia,  di 
Padova,  di  Aitino,  di  Oderzo  o  Opì-. 
tergio,  e  gli  altri  popoli  dell'antica  ter- 
restre Venezia,  i  quali  fuggi  vano  dal  fu-  J 
rore  d'Attila  re  degli  Un/ii  (f^.J.  Adun-  ' 
que  i  padovani  e  gli  altri  della  Venezia 
terrestre,  narra  lo  stesso  Corner,  dopo 
aver  occupato  multe  isolette  nelle  paludi 
Adriatiche,  si  riilussero  anche  a  questa  | 
situata  in  vicinanza  del  porto,  in  essa 
ritrovarono  i  vestigi  d'anlichissiuie  mu- 
ra, e  compresero  questo  essere  il  luogo 
abitato  già  da'troiani  condotti  da  Ante- 
nore dopo  l'eccidio  di  Troia,  i  quali 
al  loro  approdare  in  Italia  quivi  fabbri- 
carono un  castello,  chia(nato,  prima 
Troia  per  memoria  della  distrutta  famo- 
sa lor  patria,  poscia  Olivolo,  vocabolo 
interpretato  luogo  pieno j  ma  di  esso  me- 
glio è  parlarne  nel  riferire  la  fondazio- 
nedel  vescovato  nel  §  XXI  coll'ab.  Gap-  À 
pelletli,  e  sono  cose  tutte  appoggiate  al-  ■ 
la  tradizione  del  popolo.  In  questa  iso- 
letta dunque  fermò  il  suo  domicilio  una 
uou  pìccola  parte  de'  popoli  fuggiaschi; 


VEN 
e  quando  già  esisteva  la  chiesa  dì  s.  Ja- 
copo nell'isola  di  Rialto  (la  quale  sebbe- 
ne oratorio  sagranienlale,  si  ritiene  co- 
iniineniente  che  sia  stata  la  prima  chie- 
sia  parrocchiale  innalzata  in  questa  cit* 
tà  ;  nondimeno  e  come  dirò  nel  §  XIX, 
n.  2,  qualcuno  pretende,  che  prima  an- 
cora della  chiesa  di  s.  Jacopo  di  Rial- 
to altre  ne  sieiio  esistite  sulle  primi- 
tive maremme  venete),  o  contempora- 
neamente o  di  poco  assai  posteriore,  al- 
cuni nobili  tribuni,  allora  Simaohali,  po- 
scia Cavotorta  chiamati,  nell'estremità 
dell'isola  d'Olivolo  vi  eressero  una  chie- 
sa sotto  il  titolo  de'  ss,  Sergio  e  Bacco 
martiri,  la  quale  divenuti^  la  i.^catte- 
«Irale  fu  posta  sotto  rimmediata  giuris- 
dizione de'  patriarchi  di  Grado,  insieme 
con  tutte  le  altre  chiese  della  Venezia 
marillima,  finché  altra  incursione  de* 
barbari  die'  occasione  al  vescovato  d'O- 
livolo, che  nel  principio  del  secolo  XII 
prese  il  nome  diCrf.v^e//o,daquello  ricor- 
dalo e  quindi  dato  a  quel  sestiere.  Noterò 
che  nella  chiesa  ile'  ss,  Sergio  e  Racco,  il 
vescovo  d'Oderzo,  l'alliiiale  s.  Magno,  da 
Eraclea  vi  [)orlò  le  spoglie  di  que'ss.  Mar- 
tiri, La  detta  nuova  iiicuoione  avvenne 
allorché  Rotari  re  de'Iougobardi  dal  636 
al  652,quale  eretico  ariano  e  giurato  ne- 
mico non  meno  del  nome  romano,  che 
della  religione  cattolica,  scorrendo  furio- 
so per  lutto  il  trailo  della  Venezia  terre- 
slie,  colmò  di  stragi  e  rovine  le  città,  e 
piantò  in  esse  vescovati  ariani,  dopo  aver- 
ne fugali  i  legittimi  pastori.  Prevenendo 
però  molli  di  questi  ultimi  le  iurie  del 
barbaro  re,  ricovraronsi  nelle  lagune 
Adriatiche,  rifugio  sperimentato  sicuro 
in  simili  incontri,  e  quivi  trasportando 
colla  miglior  parte  del  loro  gregge  anche 
les'cili  vescovili,  vi  stabilirono  i  vescovati 
della  Venezia  marittima  soggetti  al  pa- 
triarcato Gradense.  Fra  quesli  s.  Magno 
circa  il  640,  vescovo  dell'antico  Opiter- 
giojora  Of/t'rz.0,  sapendo  venir  minaccio- 
so alla  sovversione  di  quella  città  l'adira- 
lo Rotari,  prevenne  il  di  lui  furore,  e  cou 


YEN  5 

gran  porzione  del  suo  popolo  costruì  o  co- 
me pare  più  certo  ristaurò  sui  lidi  dell'A- 
driatico la  c\Hlì<y  Eraclea,  e  con  l'autori- 
tà apostolica  vi  piantò  la  sede  vescovile. 
Fondala  tradizione  e  comunemente  rice- 
vuta, però  c'istruisce,  che  prima  di  pas- 
sare alla  fondazione  o  riedificazione  d'E- 
raclea  si   fermasse  egli   per  non  breve 
tempo  nell'isola  di  Rialto,  dove  a  spiri- 
tual conforto  e  assistenza  religiosa  de'po- 
poli  ivi  concorsi,  fondasse  per  divina  ri- 
velazione 8  chiese,  la  i.*  delle  quali  de- 
dicata a  Dio  sotto  l'invocazione  di  s.  Pie- 
tro principe  degli  Apostoli,  il  quale  ap- 
parso al  s.  Vescovo,  mentre  era  rapito  in 
ispirilo,  gl'ingiunse  di  fabbricare  a  di  lui 
onore  una  chiesa  in  quell'angolo  della 
città  nascente,  ove  avesse  veduta  una 
mandra  di  bovi  e  di  pecore  pascolare  in- 
sieme. Questa  fu,  secondo  il  Corner,  la 
prodigiosa  origine  della  chiesa  di  s.  Pie- 
tro,che  poscia  o  rinnovata  o  restaurata,  o 
meglio  propriamente  fondala,  come  al- 
tri vogliono  ed  a  suo  luogo  dirò,  da  Or- 
so Partecipazio  vescovo  Olivolense  4-''> 
divenne  la  cattedrale  delta  nuova  città  di 
Venezia,  e  sede  de' vescovi  Olivolensi,  poi 
detti  di  Castello,  e  in  fine  de'patriarchi 
di  Venezia.  Qui  però  non  devo  tacere 
quanto  leggesi  nella   Slato  personale. 
t  Questa  chiesa  vuoisi    prima  edificata 
nel  V  secolo  o  nel  VII.   Divenuta   nel 
775  cattedrale,  fu  più  volte  incendiata 
e  restaurala,  e  finalmente  ridotta  all'at- 
tuale forma   nel  1624".  Delle  8  chiese 
dell'  isole  Realline,  di  cui  s.  Magno  pro- 
mosse l'erezione  ,  secondo  la  tradizione, 
tranne  tjuella  di  s.  Giustina  che  non  più 
esiste,  come  diiò  nel  n.    io  di  questo  §, 
l'altre  sussistono  e  sono:  s.  Pietro  in  O- 
livolo  o  Castello,  s.  Ralfaele   Arcangelo, 
s.  Salvatore,  s.  Maria  Formosa  ,  s.  Gio, 
Rallista  in  Bragora,  s.  Zaccaria  ,  e  ss.  A- 
postoli.  Tulle  furono  edificate  cou  debo- 
le costruzione,  per  cui  ciascuna  nel  IX  se- 
colo ebbe  bisogno  d'  essere  rifabbricata, 
come  dirò  nel  descriverle.  11  vescovo  Or- 
so ueir 841, dalia  chiesa  de' ss.  Sergio  e 


6  YEN 

Bacco,  allora  calletlinle,  alla  nuova  di 
8.  Piclto,  vi  Iraspoilò  le  loro  ss.  Ossa,  le 
collocò  nell'altare  al  loro  nome  consagra- 

10  in  decente  orna  di  marmo:  per  lut- 
to ciò  questa  cUiesa  portò  anclie  il  nome 
ile'ss.  Sergio  e  Bacco.  Il  vescovo  Landò 
del  i4'7  l'isarcì  a  proprie  spese  il  tet- 
to cadente,  e  vi  eresse  la  di  vota  cappella 
d'Ognissanti,  che  poi  Martino  V  nel 
1424  arricchì  di  copiose  indulgenze.  Il 
patriarca  Friuli  del  i5qi  promosse  con 
fervore  la  rifabbrica  della  cattedrale  di 
s.  Pietro,  ed  a  proprie  spese  fece  co- 
struire di  marmo  il  piospetto  esteriore. 

11  Corner  pubblicò  la  medaglia  per  tale 
rinnovazione,  con  l'anno  i  5q4  nell'iscri- 
zione e  l'immagini  de' ss.  Pietro  e  Paolo. 
R^idusse  a  perfezione  l'edifizio  il  patriar- 
ca Tiepolo  del  1619,  secondo  il  Corner, 
indi  consagrata    a'  2    settembre    i64a 
dal  patriarca  cardinal   Cornaro.  Tra  le 
ss.  Reliquie  che  vi   si  venerano,  oltre  i 
corpi  de'ss.  Sergio  e  Bacco,  vi  sono  quel- 
li  del   proto-patriarca  s.   Lorenzo  Giù» 
fctiniani;  di  s.  Lucilla  vergine  e  martire; 
de''ss.  Marcellino  e  Giulio  martiri ,  traili 
dalle  catacombe  di  Roma  ;  la  mano  di 
s.  Cipriano  martire  e  vescovo  di  Carta- 
gine, obesi  crede  già  venerata   nella  sua 
chiesa  abbaziale di  Muiano.Giaceinquti- 
sta  chiesa  il  corpo  d'Antonio  Pizzamano 
\escovodi  Feltre  di  santissima  vita,  che 
rUghelli  e  altri  celebri  scrittori  decora- 
no del  titolo  di  Beato,  morto  in  Venezia 
nel  i5i2,e  qui  deposto,  ove  8  anni  do- 
po fu  trovato  incorrotto  e  illustrato  da 
Dio  Con  manifesti  miracoli.  Di  più  vi  so- 
no sepolti  que' vescovi  e  patriarchi,  che 
dirò  ragionando  di  loro.  Aggiunge  il  Cor- 
ner nelle  sue  Notizie  storiche:  «  Conser- 
■vasi  pure  decorosan)eiile  siiuata  un'an- 
tica cattedra  di  marmo  (riportando  due 
incisioni  della  parte  anteriore  e  posterio- 
re della  medesiuja,  co'  caratteri  scol[)ili), 
che  per  tradizione  dicesi  es'»ei  quella  iu 
cui  setlelte  l'apostolo  s.  Pietro,  allorché 
\Mi\\ASiria(V.)  piantò  in  Antiochia  il  suo 
pontificalo.  Fu  douatu  questa  nobile  le- 


YEN 

liquia  ili  cristiana  antichità  da  Michele 
imperatore  d'Oriente,   figlio  di  Teofllo 
(perciò  forse  Michele  III  dell' 84^-67  : 
ina  nel  relativo  articolo  che  citerò,  coll'o- 
pera  originale  del  Cornaro,  la  dissi  dona- 
ta dall'imperatore  Michele  al  doge  Gra- 
denigoneli  3  io;  perciò  qui  debbo  avver^ 
lire,  che  in  quell'anno  regnava  Andi  oni- 
co  II  Paleologo,  figlio  e  successore  di  Mi  • 
chele  Vili  Faleologo  morto  nel  1282), 
al  doge  l^ietro  Tradonico  circa  la  metà 
del  secolo  IX,  e  l'essere  slata  tratta  dalla 
città  d'Antiochia  diede  motivo  all'equi- 
vocojche  fosse  ella  la  cattedra  di  s.  Pietro. 
Dalle  paroleche  nel  mezzo  dello  schiena- 
le sono  incise,  ed  esprimono   Antiochia 
città  di  Dio  con  lettere  arabiche,  chiara- 
mente si  desume  non  essere  stato  esso 
marmo  lavorato  avanti  il  secalo  VII,  sì 
perchè  la  città  d'Antiochia  non  fu  chia- 
mata Città  di  Dio,  se  non  nell'anno  528, 
come  attestano  Teofiine  e  Cedreno  sto- 
rici greci;  come  pei-thè  la  lingua  arabica 
non  si  usò  mai  in  Antiochia,  se  non  dopo 
l'anno  GSy,  io  cui  gli  arabi  la  occuparo- 
no  nell'  anno  28  d'  Eraclio  imperatore 
d'Oriente".  Trovo  nel  Moschini.  »  Dopo 
il  2.°  altare,  cattedra  di  marmo  con  iscri- 
zione arabo-cufica  :  il  volgo  la  crede  cat- 
tedra di  s.  Pietro  in  Antiochia  ;  Ira'dolli 
chi  la  tiene  come  cattedra  d'altro  vescovo, 
chi  come  cippo  d'un  principe  de'  mori  ". 
Sulla  medesima,  parlando  dellaC(7^/cd//-dJ 
e  festa  di  s.  Pietro  in  Antiochia,  riunii 
alcune  erudizioni  e  opinioni,  dovendosi 
tener  presente  anche  quanto  ho  riferito 
nell'altro  articolo  Cattedra  e  festa  di 
s.  Pietro  in  Roma,  la  quale  veneriamo 
nel  tempio  Faticano  ( F.)  per  reliquia 
insigne  e  qual  simbolo  della  Sede  Apo- 
stolica. Questa  Sedia  (F.)  d'avorio  ser- 
vì per  molti  secoli  per  l' Intronizzazione 
de' Papi.  Quanto  alla  cattedra  marmo- 
rea di  s.  Pietro  di  Castello,  i  critici  mo- 
derni la  credono  portata  da'  veneti  cro- 
ciati, da  Costantinopoli  a  Venezia,  e  l'i- 
scrizioni essere  in  lingua  turca.  In  tanta 
disciepanza  d'opiuioni  volli  consultare 


i 


V  EN 

lii  (loKa  opera  e  secomla  tra  le  cufìclie 
tleirillustresulloclalo,  e  intitolala:  Trat- 
tato iltdle  simboliche  rappresentanze 
Arabiche,  e  della  varia  generazione 
de'  Musuhnani  caratteri  sopra  diffe- 
renti materie  operati ^  di  Michelangelo 
Lanci.  Parigi  dalla  stamperia  orientale 
di  Domley-Dcipré  1846.  In  essa  e  nel  t. 
2,  p.  26,  trovasi  la  tlichiara/ione  delle 
tavole  xvii  e  xvni,  contenuta  in  5  pagi- 
ne in  foglio,  che  qui  tenterò  restringere, 
notando  alcun  che  fra  parentesi  a  mag- 
gior onore  dell'opera  sle*sa.  ^Jell'antica 
basilica  di  s. Pietro  di  Castello  in  Venezia, 
è  una  marmorea  cattedra  ohe  si  credette 
ne'secoli  indietro  servita  di  scnniio  alla 
santità  eantorità  di  s.Pietro  inAnliochia, 
per  cui  i  divoli  non  lasciavanodi  piamen- 
te visitarla  edi  orarvi  innanzi. Intraveden- 
do alcuni  essere  nel  suo  dossale,  intagliato 
a  rilievo,  ornamenti  a  modo  di  lelternli 
seiubianze  di  sconosciuta  favella;  e  fon- 
dati sulla  tradizione  vocale,  che  Michele 
imperatore  d'Oriente  avesse  donala  que- 
sta cattedra  a'  veneziani  nel  i3io,  col- 
la credenzi  che  fosse  stata  di  s.  Pietro, 
se  ne  mandò  copia  in  Iloma  a  Giusep- 
pi Assemani,  uno  de'  più  rinomati  o- 
rientalisli  del  suo  tempo,  per  saperne  il 
coulenulo.  Dopo  lungo  studio,  erronea- 
mente  dichiarò  comprendersi  in  mezzo 
alla  cattedra  e  all'intorno, la  leggenda  che 
snona  in  italiano:  Città  di  Dio  e  Antio- 
chia :  chiedi  a  me  e  li  darò  gente  in  tua 

'  eredità,  e  il  tuo  potere  sino  a'conjini 
della  terra. Regger  ai  qmlli  con  verga  di 

ferro  e  li  stritolerai  siccome  stoviglia  dì 
vasellaio.  Opera  di  Abdulla  servo  di 
Dio.  La  tua  sede,  o  Dio,  e  a  durazione 
di  secoli,  verga  di  giustizia  si  e  la  verga 
delregno  tuo.  Sulla  fede  di  sì  autorevole 
testimonio,tutti  si  confermarono  nella  fai- 
lace  vecchia  idea:  perciò  con  più  di  fre- 
<{(ienza  e  divozione  i  fedeli  buonamente 

'  continuarono  a  baciare  le  lettere,  e  con 
j.Meci  vi  strofinavano  rosari  e  coroncine. 
Ma  viaggiando  pe'veneli  paesi  ilTychsen 
(protestante)  perito  ueli'orieutuiiiuvelie, 


V  n:  X  7 

gli  piacque  di  prenderead  esame  la  catte- 
dra, ne  pubblicò  miseramente  ii  disegno 
e  l'iscrizione,  con  esposizione  e  opinione 
ca[)i  icciosa  e  fantastica.  Tosto  però  sor- 
se Simone  Assemani,  insegnatore  dell'a- 
rabo in  Padova  (e  grave  autore  d'opere, 
fra  le  quali:  Saggio  sull'origine,  culto, 
letteratura  e  costumi  degli  arabi  avan- 
ti maometto.  Globus  coelestis  cufico-a- 
rahus  F^cliterni.   Sull'injltietna  degli 
arabi  sulla  rima  italiana.  Monete  effì' 
già  te  maomettane.  Monete  cufiche  del 
museo  Mainoni.  Rerum  Arabicarum  col- 
lectio),n  temperare  col  suo  senno  la  mala 
memoria    del    r."  illustratore   Giuseppe; 
suo  zio;  e  forzandosi  d'impugnare  ilTych- 
sen (la  cui  sedicente  scoperta  era  assii 
dispiaciuta  a' veneziani,  specialmente  al 
patriarca  Giovanelli), pretese  aver  serviti> 
la  sedia  a  sepolcrale  monumento  d'illu- 
stre eroe  musulmano  morto  sul  campo tli 
guerra. Anche  <{uesti  due  errarono  pel  ri- 
levato su  questo  tesolo  cufico  dallo  sguar- 
do linceo  e  sapiente  del  eh.  Lanci,  tlopo 
aver  egli  ottenuto  fedelissintta  copia  del- 
l'epigrafiche note  a  mezzo  del  più  volte 
e  mai  abbastanza  lodato  Moschini  ,  cioè 
prima  mediante  impronta  di  nera  tinta; 
e  poscia  per  aver  ancora  il  Moschini  a'  7 
dicembre!  838,co  l'opera  del  virtuoso  ed 
erudito  ingegnereGiovanni  Casoni  (la  cui 
perdita  piansi  e  piango,  per  l'amorevolez- 
za di  cui  mi  fu  largo,  e  ricordo  con  grati- 
tudine e  ammirazione,  a  cagion  d'onore), 
fatto  staccare  dal  muro  il  marmo  scolpito, 
il  che  produsse  la  scoperta  del  rovescio 
della  pietra  (convien  dire  che  prima  fosse 
isolila  pel  disegno  memorato  dcd  Cornei* 
prodotto,  e  per  quanto  poc'anzi  ho  riferi- 
to,né  si  può  dire  che  sia  una  riproduziona 
perchè  l'opera  d'Olao  o  Olouf  Tychsen  fu 
impressa  posteriormente  a   Rostock  nel 
1787C0I  idolo:  fnterpretatio  inscriptionis 
ciificae  in  marmorea  templi patriarcha- 
lis  s.  Petri  cathedra,  qua  s.  Apostolus 
Petrus  sedisse  ereditar.  Indi  nel  1790 
pure  in  Rostoik.  stampò  il  supplemento  : 
Appendix  adJnscriptiotiis  eufìcaef'ena- 


8  VEN 

tiìs  in  marmorea  templi patriarchaliì 
cathedra  conspìcitne  ìnterprrtafione/n), 
as'^iii  più  del  davanti  adorno  di  lettere 
scidle,  e  ne  inviò  copia  in  Roma  allMlu- 
slratoie  che  celebro.  Ed  iooltre  per  ave- 
re poi  eziandio  a  lui  generosamente  man- 
dato quel  fior  d'ingegno  ch'è  il  conte  Tul- 
lio Dandolo,  l'esemplare  in  gesso  del  dos- 
sale della  cattedra  a  doppie  scritture,  ri- 
cavato per  cura  dell'  ora  defunto  inge- 
gnere Salvatori,  fu  ficile  alla  dottrina 
del  Lanci  trarne  accurato  disegno  si  del- 
l'uno e  sì  dell'  altro  lato,  ed  inciso  pub- 
blicare nellesuddelte  2  tavole,rappiccoli- 
to  il  disegno  con  pantografo  alla  3/  par- 
te del  monumento.  Pertanto,  ripiodot- 
te  le  originali  iscrizioni,  corrisponden- 
ti alle  sure  lao  e  ig^  e  seg.  del  Co- 
rano, esse  dicono  nel  nostro  dolce  e  so- 
noro idioma.  »  O  Signor  nostro,  certa- 
mente noi  ascoltauìmo  il  banditor  che 
ne  invita  alla  fede  dicendo:  credete  nel 
Signor  vostro;  perciò  credemmo, oSignor 
nostro.  Rimettici  adunque  i  peccati  no- 
stri, e  rimondaci  da'mnli  nostri,  e  facci  di 
qua  partire  co'giusli.  Ancora,  o  Signor 
nostro, fa  che  ne  venga  quanto  ci  promet- 
testi pe'tuoi  legati,  né  ci  far  coprire  di  ver- 
gogna nel  giorno  della  resurrezione. — I(U- 
pertanto  rispose  ad  elli  il  Signore  dicen- 
do: io  non  peruielterò  che  perisca  l'opera 
dell'operatore  tra  voi,  od  egli  sia  maschio 
o  sia  femmina;chè  l'uno  di  voi  è  dall'altro. 
Coloro  adunque  che  trasmigrarono  di 
lor  patria  e  cacciali  furono  delle  lor  case 
e  malmenati  nella  mia  via,  e  combatte- 
rono e  furono  uccisi,  veramente  saran- 
no per  me  rimondi  de'Ioro  mali,  esìgl'in- 
Irodurròin  quegli  orti,sotto  cui  scorrono 
i  fiumi;  il  premio  è  da  Dio;  e  affé  di  Dio 
che  appo  lui  sta  la  bellezza  del  premio. 
- — 'Di'  ;  o  Signor  mio,  perdona  e  usa  mi- 
fiericodia  ;  dacché  tu  se'  l'ottimo  de'mi- 
sericordiosi".  Di  naturale  conseguenza  , 
appariscono  le  curiose  e  balorde  (sic)  spie- 
gazioni d'Assemani  e  delTychsen,  quindi 
francamente  il  perspicace  Lanci  alkMinò 
«bsere  un  mosieraico  lroao,eretlo  in  niez- 


VEN 
7.0  d'una  camera  onde  potersi  I  ibera «nen- 
ie leggere,  per  servire  al  suo  Signore,  o 
forse  un  supremo  giudice,  un  Emiro,  un 
Soldano; poiché  dietro  alla  parte  ove  po- 
sava il  suo  capo,  si  legge  l'invito  coranico 
a  clemenza  e  misericordia.  Quanto  all'e- 
tà del  monumento,  per  studiosi  riflessi, 
e  per  la  furma  delle  lettere  qualificale 
tainurec,  congettura  appartenere  al  finir 
del  secolo  Kl  di  nostra  era,  allorquando 
vieppiù  le  forme  alfabetiche  si  snatura- 
vano, e  invece  dell'  originale  semplicità 
si  coprivano  disfoggiatis>imi  addobbi.  In 
fine  dichiarò,circa alla  provenienza,  esse- 
re probabile, cheal  ritorno  de' veneti  pa- 
ladini dalle  crociate,  essi  recassero  ([uesto 
giuridico  o  soldanico  trono  in  Italia,  anzi 
assolutamentea  Venezia.  Pocodopo, pres- 
so idi  voti  veneti, già  possessori  in  s.  Marco 
della  vecchia  cattedra  marmorea,  che  di 
sopra  descrissi  colle  magistrali  dilucida- 
zioni del  medesimo  profondo  orientali - 
sta  Lanci,  per  le  sconosciute  lettere,  inval- 
se la  volgare  e  pia  opinione  d'essere  ser- 
vita a  s.  Pietro  in  Antiochia,  dalle  cui 
parti  i  loro  prodi  crocesignati  avevano 
in  patria  portato  il  monumento.  Prima 
d'abbandonare  la  meditata  scultura  tlel 
marmo,  volle  il  Lanci  lodare  il  bello  as- 
setto letterale  cogli  adorni  che  lo  rive- 
stono largamente  per  tutte  le  vie  cui  gli 
elementi  su  la  pietra  discorrono;  e  |)iti  À 
che  altrove  certamente  nel  mezzo  de'la- 
ti,  dove  il  sapiente  calligrafo  diede  stra- 
grande prova  di  sua  virtù.  In  vero,  niua 
altro  marmo  si  vide,  egli  dice,  grande- 
mente fornito  di  nobili  acconcezze  negli 
svariatissimi  fregi,  come  qui  per  copia  e 
lusso  Irabbondano.  Il  perchè,  ben  a  ra-  ^ 
gione,  gli  gotle  assaissidio  l'animo  d'es- 
sere slato  il  i.° a  farlo  spiccare  dal  muro, 
che  per  mala  sorte  ce  lo  appiattava,  e 
quindi  darne  per  nuovo  intaglio  un  for- 
bito disegno, ad  allegrar  la  veduta  di  co- 
loro che  in  cosilìatti  esolici  studi  tanto  si 
deliziano.Sono  però  a  leggere  due  erudite 
Memorieùtì  sullodalo  ingegnere  archeo- 
logo Giovanni  Casoni,  l'una  del  i843. 


i 


YEN  YEN                       9 

l'altra  dell  84^»piesentate  al  veneto  Islì-  secoli  della   repubblica  sino  all' olto!)re 
Inlo,  ed  ima  leltera  d<i  lui  sciilla   al  fu  1807,   in  cui  loglieiiclule   la  cnttedrali- 
Cdtite  Leoiiaiilo  Manin  del   i85i,  nelle  là,  la  sede  palimi  cale  col  capitolo  venne 
quali  nanaiiclo  la  storia    di  questa  cai-  trasferita  nella  basilica  priniiceiiale  di  s. 
tedia,  esamina  quanto  disse  il  cbiaiissi-  Maico,  di   propria  aiilorilà  dal  patriar- 
1110  Lanci,  e  ritiene  die  tanto  questo  in  ca  Gamboui,  al  modo  già  riferito.  Ora 
s.  Pietro,  quanto  un  frammento  siinilis-  gode,  insieme  al  grado  di  concatlediale, 
«imo  da  esso  Casoni  trovalo  nel  Fonda-  quello  di  basilica  minore  a  guisa  di  quel- 
co  de'Turcbi,  siano  ambedue  spettanti  a  le  ili  Roma,   nel  1821    ambedue   beni- 
n)onun>enti  lurobi  sepolcrali.  L'attuale  guarnente  conferiti  da  Pio  VII,  dopo  la 
chiesa  di  s.  Pietro  di  Castello, è  arcbitet-  canonica  soppressione   della  precedente 
lata  nel  prospetto  da    P'rancesco   Sine-  calledralilà.  Fu  sempre  parrocchia  e  ina- 
raldi, sopra  un  disegno  già  stalo  fumilo  li  ice,  e  da  nllimo  aveva  soggette  22  par- 
dal  Palladio  al  patriarca  Diedo  ;  e  nel-  rocchie  filiali  al  suo  decanato.   Di  pre- 
l'interno  da  Giovanni  Grapiglia,  ambe-  sente  la  parrocchia  di  s.  Pietro  è  vasta, 
tlue  buoni  seguaci  del  ricordalo  Palladio,  contando  q^iT.  anime.  Queste  cifre,  co- 
IMolle  pitture  e  sculture  notabili  conile-  me   tutte  le  altre,  le  ricavo  dallo  Slato 
ne  questo  memorabile  tempio.  Wagnifi-  personale  del  i858,  ed  a  suo  luogo  ri- 
co  èli  suo  marmoreo  campanile.  Dopo  porterò  il  computo  comj)lessivo.  La  chie- 
il  ricodalo  2.°  altare,    trovasi  una  gentil  sa  di  s,  Pietro  è  padronato  del  capito- 
tavola  del  liasaiti,  con  s.   Pietro  e  4  ^'tri  lo  metropolilano,  che  ne   ha   la   parroc» 
pianti;  quindi  gran  tavola,  di  largo  sii-  chialità  abituale.  Si  compone  il  suo  cle- 
le,  del  romano  Ruschi,  con  Maiia  Ver-  ro:  dell'economo  spirituale;   di   3  coo- 
giue  e  Santi,  sulla  parete  vicina  una  la-  peratori   pel    circondario    della  parroc- 
vola  di  Paolo  Veronese,  con  s.  Giovan-  chialc,  uno  de'quali  è  sagrista;  di  3  coo- 
ni  Evangelista  e  due  altri  Santi. Nel  coro  peratori    pel   circondario  della   succur- 
gran  quadro,  ben  aggruppato  e  di  buon  sale.   Questa  è  la  chiesa  di  s.  Francesco 
tono,  del  Bellucci,  con  volo  della  lepub-  di   Paola,  di  cui  nel  §  X,  n.  64,  che  ha  il 
blica  a  s.  Lorenzo  Guistiniani.  Ha  un  pò-  suo  vicario.  Ha  3  luatorii  non  sagrameu- 
tente  emulo  nel  quadro   in  faccia  ,  collo  tali.  Il  i."  è  (piello  de'  ss.  Pietro  e  Pao- 
stesso  santo,  limosiniero;  coinponimen-  lo.in  cui  si  raccolgono  ne'<ii  festivi  i  di  vo- 
to del  veneto  Lazzarini,  giudizioso,  ricco  li  sotto  la  prolezione  di  S.Filippo  Neri, 
di  fantasia,  di  esalto  disegno  e  buon  co-  Il   2."    dell'  linmac(jlata    Concezione  di 
lorilo,  reputalo  dal  Moschiui   la  miglior  Maria  Vergine,  eretto  neli856,e  bene- 
opera  della  scuola  veneta  nel  decorso  se-  detto  da  mg.'  patriarca   Multi  lai.^do- 
colo.  Nella  cappella  all'altra  parte,  lavo-  menica  di  novembre  di  quell'anno;  ed 
la  del  Giordano,  con  Maria    Vergine  e  ha  il  rettore  litolare.  Il  3.°  di  s.  Maria 
l'anime  purganti.  Sulla  porta  della  vici-  Assnntadelle  Vignole,  Biiiiola  o  Scptern 
Ila  cappella,  altro  lavoro,  senile,  del  Da-  J^ineae,\n  isola,  ulliziatoda'  minori  os- 
saiti,  mal  collocato,  con  s.  Giorgio  a  ca-  servanti  riformati,  esoggetto  alla  parroc- 
vallo:   nella   cappella  pregialo    musaico  cliia.  Come  2."  decania  urbana  ha  sog- 
d'Ar«niuio  Zuccato,  con  disegno  di   Ja-  gette  leparrrjcchie  di  s.  Maria  Formosa, 
copo  Tiutorelto.  Questo  parlare,  conci-  di  s.  Zaccaria,  di  s.  Giambattista  in  I3ra- 
.so,  sentenzioso,   magistrale,  è  del   Mo-  gora,  di  s.  Maria  Elisabetta  del  Lido,  di 
schini  ;  l'avverto,  anche  pel  tratto  sue-  s.  Martino,  di  s.  Francesco  della  Vigna, 
cessivo,  onde  non  si  creda  che  io  voglia  de'ss.  Gio.  e  Paolo.  Voglia  il  cielo,  per 
ostentare  il    tuono  di  giudice   nelle  arti,  la  dignità  e  decoro  della  s.   Chiesa   ve- 
Queìita  chicsu   fu  cultedrulo   du' primi  ueziauu,  che  aia  stalo  riaiussu  lo  slulu  di 


IO  V  E  iN[ 

squallore,  ìii  cui  negli  ultimi  anni  ev,\ 
caduta  quest'antica  basilica  arcipietale, e 
già  illustce  sede  patriarcale,  come  mi  scri- 
veva l'ab.  Diclicl»  suo  cooperatore  in  cu- 
rei  animamiìi  e  ceremouiere,  a'i  2  apri- 
le i84^ 

2.  S.  Biagio,  presso  al  temiiue  del- 
la riva  degli  Schiavoni,  parrocchia  del- 
l'imperiale regia  marina  di  guerra.  Nel 
lo^a  per  irapuUo  di  divo/Jone  un  Bou- 
cigli  fece  erigere  questa  cliiesa,  e  con 
parrocchia  in  onore  di  s.  Biagio  vescovo 
e  miirlire,  in  quella  [)artedel  sestiere  di 
Castello  che  riguarda  la  laguna,  sito  per- 
ciòassai  comodo  per  quelli  ch'i  dalla  par- 
ie del  mare  pel  porlo  di  Lido  arrivcino 
a  sbarcare  a  Venezia.  L'opportunità  del 
luogo  attrasse  a  frequentarla  molti  di 
que'greci,  che  pe!  coiumercio  in  numero 
considerabile  approdavano  a  qnesta  città, 
e  cominciarono  poscia  ad  ullj?.iarne  nni 
parte  col  proprio  rito;  atteso  il  quale 
liso  già  inveterato,  comandò  il  consiglio 
de  Dieci  nel  1470,  che  in  ninna  chiesa 
della  «lominante  potesse  celebrarsi  col 
rito  greco,  fuorché  in  s.  Biigio,  com'e- 
rasi  anteriormente  ordinato.  Perchè  pe- 
lò il  rito  "reco  cattolico  d'  una  nazione 

o 
altrettanto  celebre  che  estesa,  si  conser- 
vasse con  mezzi  sicuri,  si  determinarono 
i  greci  d'istituire  sotto  l'invocazione  del 
prodigioso  s.  I?ficoIò  vescovo  di  Mira  una 
divota  confraternita,  ed  ottennero  da 
detto  magistrato  decreto  permissivo  nel 
1498.  Cosi  questa  chiesa  si  iilllziò  con 
doppio  rito  sino  al  1 5 1 3,  quando  la  na- 
zione greca  trasferissi  alla  nuova  chiesa 
da  loro  fibbricata  sotto  il  (itolo  di  s. 
Giorgio  martire,  di  cui  nel  §  XIII,  n.  g. 
Sin  oltre  la  metà  del  XVI 1  secolo  fu 
questa  chiesa  puramente  parrocchiale, 
e  divenne  collegiata  per  merito  di  Do- 
menico Zanolli  dal  1664  suo  pievano, 
il  (juale  istituito  un  titolo  presbiteria- 
le lo  destinò  al  nipote  Gianfrancesco  Mo- 
retti, che  poi  gli  successe.  Gli  altri  due 
titoli  furono  istituiti  pel  diacono  e  il  sud- 
diucouo,  dal  beuemeiilo  pievano   Leo* 


YEN 

mrdo  Ferruzzi,  che  r.*  di  tulli   fu  Ini- 
ziato nel  sacerdozio  a  titolo  di  servitù    di 
questa  chiesa,  e  fu    anche  il  i."  che  trat- 
to fosse  d»l  seno  della  chiesa  stessa  a  go- 
vernarla «piai  pievano.    Imperocché  qui 
dirò  col  Corner,  che  Sisto    V  con  breve 
de'3o  dicembre    1  ^90  (ma  il  Papa  era 
morto  a'27  agosto),  concesse  a'  chierici 
veneziani  di   poter  essere  promossi  agli 
ordini  sagri,  anche  senza  patrimonio,  pur- 
ché col  consenso  de' rispetti  vi  pievani  fos- 
sero ascritti  ail  alcuna  delle  parrocchie  e 
collegiate  chiese  della   dominante.  Lad^i 
ine  rimarcata  errata    data  del  breve  de- 
rivò fjrse    dairUghelli,  che  a  p.  iZii  ri- 
porta con  essa  il  breve  Roinatmni  Pori' 
tificem,  e  la  riferì  pure  l'accurato  abbata 
Cippe  lletti.    Però    con  questo   aggiun- 
go. '♦  Benem  erilofu  pure  il  patriarca  Tre- 
visan,  per    aver  ottenuto  da  Sisto  V  in 
favore    della  Chiesa  veneta  che  i  suoi  chie- 
rici continuassero  ad  essere  ammessi  agli 
ordini  sagri  a  titolo  di  ser\>itìidi  Chiesa; 
ossia,  senza  avere  titolo  di  beneficio  o  di 
patrimonio,    col  solo  appoggio  del  servi- 
gio prestato   e  da  prestarsi  ad  una  chiesa, 
nel  cui  clero   avrebbero  poscia  ottenuto 
alla  loro  volta  il  titolo  ossia  il  beneficio, 
entrando  a    formar  parte  del  capitolo  ri- 
spettivo. Sapientissi<na    determinazione, 
perchè  cos\  veniva  assicurato  ale  chiese 
un  servizio  stabile  e  decoroso,  si  nelle  sa- 
gre uffizi  ature  che  nella  cura  dell'anime: 
lo  che  non  avrebbesi  p  oluto  sperare,  sa 
a  tenore  dell'introdotta  disciplina  dell'al- 
tre diocesi,  avessero  dovuto  appoggiare 
il  titolo  della  loro  ordinazione  0  ad  un 
beneficio   ovvero  al  patrimonio.  Ne  sia- 
mo testimoni  pur   troppo,  dicohè  a'pa- 
triarchi  fu  posto    impedimento  a  valersi 
d'un  tale  privilegio:  sebbene  il  privilegio 
non  sia  cessato  per  anco,  perchè  nessu- 
na bolla  pontificia  lo  abolì,  né  la  potestà 
secolare  ohe  vi  pose  l'  imp*dimento  ha       a 
tanto  d'autorità  d'abolirlo  ".  Fu  prima      I 
cura  del   pievano  Moretti    di   rifabbri- 
care l'antica  chiesa,  che  d'ogni  parte  di- 
aioìitrava  pericolosi  contrassegni  di  sua 


VE  N 
Tccchiezza,  e  ne  dispose  con  magnificen- 
za i  t'ouclamenli,  peicliè  riuscisse  di  più 
ninpia  e  nobile  sliulluia  della  vecclùa 
alteirala.  Fu  rinnovala  alla  metà  del  se- 
colo trascorso,  e  consagrata  agli  8  mag- 
gio. Si  venerano  in  questa  chiesa  nnass, 
Spina  donata  nel  i  SyB,  del  legno  della  s«. 
Croce,  un  osso  del  braccio  di  s.  Biagio 
titolare,  ed  altre  ss.  Reliquie.  Già  fdiale 
di  s,  Pietro,  nel  1810  la  chiesa  fu  chiu- 
sa, e  la  parrocchia  venne  unita  a  quella 
contigua  di  s.  Martino;  indi  nel  1817  fu 
riaperta  ad  uso  della  detta  marina  mi- 
Jitare,  e  dichiarata  sua  parrocchia  a'  3 
ottobre  1818,  col  proprio-i.  r.  cappella- 
no, indipendente  dalla  giurisdizione  del 
patriarca.  In  questa  chiesa,  da  quella 
demolita  de'Servi  di  Maria,  vi  fu  trasfe- 
rito il  deposito  del  grande  ammiraglio 
Angelo  Emo,  ultimo  de'  Feneziani^  co- 
me alcuno  gravemente  il  chiamò,  scol- 
pito da   Giuseppe   Fei  rari-Torrelti. 

3.  S.  Martino j  contigua  all'arsenale  fu 
fondata  da'  padovani,  opitergiensi  e  al- 
tri popoli  ricovrati  in  Venezia,  e  stabi- 
litisi nell'isole  Zimolle  o  Gemine,  in 
onore  di  s.  Martino  celebre  vescovo  di 
Tours,  e  vi  contribuirono  lefimiglie  Val- 
laressa  e  Saloniga  (tanto  dice  il  Corner; 
ma  lo  Stato  personale  la  vuole  eretta 
nel  I  161).  Quando  i  patriarchi  di  Gra- 
<Io  si  [issarono  in  Venezia  presso  la  chie- 
sa di  s.  Silvestro,  fu  con  alcune  altre 
soggettata  alla  loro  giurisdizione,  in  nu 
alla  parrocchia.  In  attestato  d*  osseepiio 
erano  obbligati  i  pievani  di  presentar  a' 
patriarchi  gradesi,  innanzi  le  feste  di  s, 
Vito  martire  e  di  s.  Martino,  due  am- 
polle di  vino,  e  nella  solennità  di  (pie- 
sto  santo  imbandire  una  refezione.  In  se- 
guilo ,  a  tali  dimostrazioni  si  aggiun- 
sero 12  grossi  di  moneta  veneta..  Ca- 
dente la  chiesa,  nel  i54o  fu  in  più  nobil 
forma  ridotta  sul  modello  elegante  del 
Sansovino,  per  opera  del  suo  pievanoAn- 
lonio  Conlarini,  contribuendovi  con  ra- 
ro e  lodevole  esempio  il  capitolo  de'tilo- 
lali  notabile  parie  di  sue  rendile.  Coiu- 


V  E  N  I  e 

pilo  redificlo,  nel  i653a'5  febbraio  la 
consagrò  con  pompa  solenne  il  patriarca 
Morosiiii.  Formavasi  il  capitolo  del  pie- 
vano, di  tre  preti,  diacono  e  sndiliacono 
titolati.  A'el  contiguo  oratorio  ntl  i33'> 
fu  istituita  la  scuola  o  confraternita  di 
s,  Martino,  di  cui  si  procurò  due  ossa  per 
venerarle. Cessato  il  patriarcato  diGrado, 
divenne  soggetta  al  vescovo  di  Castello, 
e  filiale  di  «.  Pietro. Tuttora  è  parrocchia, 
e  forma  parie  della  decania  di  s.  Pietro 
di  Castello,  con  2918  anime.  Il  gran- 
dioso e  ricco  deposito  del  doge  Erizzo  , 
è  opera  del  Carmero,  Girolamo  da  San- 
ta Croce  vi  ha  qui  2  sue  egregie  pitture, 
e  la  tavola  del  Cristo  risorto,  al  fìancu 
<lel  maggiore  altare,  ne  poi  la  il  nonte. 
Nel  parapetto  dell'  organo  la  Cena  del 
Signore  lo  dimostra  un  emulo  del  Gior- 
gione,  onzichè  un  allievo  della  vecchia 
scuola.  Il  battisterio,  già  altare  nella  or 
atterrata  chiesa  del  Sepolcro,  è  Unissi- 
mo lavoro  di  T.  Lombardo, 

4.  S.  Gio.  Battista  in  Bragora,  in 
Branda ,  sorge  dopo  breve  cammino 
adiacente  alla  riviera,  Poco  distanti  dal- 
l' isola  d'  Olivolo  si  alzavano  di  quasi 
eguale  figura  e  grandezza  due  isolette , 
divise  da  un  canale,  perciò  si  dissero  Zi- 
molle  ossia  Gemelle  o  Gemine,  sagre  in 
antico  a'  Dioscuri.  I  primi  abitatori,  fug- 
giti dal  fuiorede'longobardi,  vi  costruiro- 
no le  loro  case  e  due  chiese  parrocchia- 
li, delle  quali  questa  fu  la  più  cospicua, 
ancora  per  essere  stata  edificata  per  la 
visione  avola  da  s.  Magno.  La  costruiro- 
no gli  antenati  di  Giovanni  Talonico,  pu." 
ulto  colla  morte  neir824  P^'"  l'eccitata  ri- 
bellione; ovvero  fu  eretta  nell'Siy  (lo 
Stato  personale  dice  neir824).  Il  suo  fi- 
glio Domenico,  a  vendo  da  un  luogo  d'o- 
riente detto  Diagula  portato  in  Vene- 
zia le  ss.  Reliquie  del  Precursore,  con 
sommo  piacere  de'conciltadini;  fatto  poi 
vescovo  d'Olivolo,  le  donò  a  quesl;»  chie- 
sa, ed  allora  acquistò  il  soprannome  di 
Bragida  o  Bragola  o  Bragora.  Fu  rie- 
dificata due  volte,  nel  11 78  e  nel  i^']5, 


12  VEN  VEN 
e  soleiinemenle  consagrata  dal  patriarca  ornata  di  belle  pìtturedel  Cioia,de'Vl»a- 
^urìano  a'5  novembre  i5o5.  Possiede  rini,  del  Carpaci:io,  delBordone,  del  Pal- 
(liie  ss.  Spine,  una  costa  di  s.  Giacomo  INI i-  ma  ed  altri  ;  ora  decetileraetite  rislaura- 
Dore  apostolo,  e  allre  ss.  Reliqiiie,la  più  la  diiii'attiial  parroco  d.  Giovanni  Me- 
raggiiaidevole  essendo  l'intero  corpo  del  negliini.  Era  collegiata,  ed  una  delle  22 
glorioso  patriarca  d' Alessandria  s.  Gio-  parrocchie  filiali  di  s.  Pietro,  al  cui  de- 
\annì  Elemosinarìo,  la  cui  traslazione  a  canato  luKora  appartiene,  e  continua. 
Venezia  segiiuiel  I  749.  Ne  stampò  la  sto-  ad  essere  parroccUia,  con  4o53  anime, 
ria  Rocco  IJruni,  ed  il  Corner  ne  riferisce  Ila  per  succursale  la  cliiesa  di  s.  Anto- 
mi  cbiaroeslralto,  col  prodigio  di  fermar-  nino,  di  culai  n.°  seguente,  notando  Io 
si  la  galera  che  portava  il  sagro  tesoro  a  Sialo  personale,  come  in  allre,  anche  i 
fronle  ilella  riva  che  conduce  a  questa  siuerdoti  forestieri  celebranti  nella  me- 
chiesa,  né  valse  forza  umana  a  rimuover-  dcsiuia. 

la;  anzi  non  potè  dal  naviglio  rimuovere  5.  S.  Antonino  prete  e  martire,  fon- 
il  s.  Corpoche  il  pievanodella  vicina  chic-  d, ila  nei  secolo  VII  :  è  una  delle  chie- 
sa; ma  mentre  si  conduceva  a  quella  di  se  t:relte  dalla  pia  e  munifica  famiglia 
s.  Giovanni  di  Rialto,,dirolta  pioggia  co-  liadoaro,  a  decoro  della  cpiale  ti  fu  tra- 
strinse a  portarlo  nella  prossiina  chiesa  sportalo  da  Costanlitinpoli  l'incorrotto 
di  s.  Gio. battista, e  poi  non  putendosi  più  corpo  dell'illustre  s.  Sabba  abbate,  da 
rimuovere,  conosciuta  la  divina  dispo-  Pietro  Darbolano  detto  Cenlranico  poi 
sizione,vi  si  lasciò.  Soltanto  i  piedi,  slacca-  nel  1026  doge,  essendovi  discrepanza 
li  dairincorrotlo  cadavere,  si  trasporta-  d'epoca  tra' racconti  del  Dandolo  e  del 
rono  nel  Tesoro  ecclesiastico  di  s.  Marco.  Sanulo,  il  quale  narra  pure,  come  le 
Tralascio  per  brevità  altre  meraviglie;  so-  campane  di  questa  chiesa  miracolosa- 
lo  col  Corner  avverto,  che  non  pare  sia  mente  suonarono  mentre  con  pompa 
il  corpo  di  questo  santo  il  donato  da  Mao-  ecclesiastica  il  Centranico  intendeva  tra- 
meno 11  a  Mattia  I  re  d'Ungheria,  e  che  sportale  nella  sua  casa,  posta  in  questa 
►i  venera  nella  regia  cappella  di  Buda  ;  il  contrada,  dalla  nave  il  s.Corpo,cbe  dive- 
<|uale  piuttosto  sembra  essere  il  corpo  di  nulo  immobile,  si  conobbe  esser|  divino 
s.  Giovanni  il  Digiunatore  patriarca  di  volere  doversi  depositare  in  questa  chie- 
Costantinopoli, detto  pure  Elemosinarlo,  sa,  confermalo  dalla  cessazione  del  suo- 
ed  a  cagione  sua  s.  Gregorio  1  assunse  il  no  appena  collocalo  sul  maggior  altare, 
titolo  di  Servus  Servorum  Dei  (f'".),  e  dall'  apparizione  d'  una  colomba  che 
che  I  Papi  successori  conliiiuaiono  a  [)or  si  posò  sul  sagro  deposito;  dipoi  con  al- 
tare. L'identità  di  cpiello  che  possiede  tri  miracoli  Dio  glorificando  il  suo  servo, 
questa  chiesa,  il  riferito  dal  Corner  la  anche  a  mezzo  della  croce  di  legno  del 
prova,  anche  col  riconoscimento  che  ne  santo  e  da  lui  lavorala  nel  deserto.  Ad 
fece  Calisto  III,  nel  concedere  indidgen-  onta  del  riferito,  la  famiglia  Tiepolo  glo- 
za  nel  i455  a  questa  cbiesa  a'divoti  visi-  riandosi  d'aver  essa  arricchito  questa 
tanti.  Siccome  in  questa  parrocchia  nac  chiesa  del  ven.  Corpo,  vi  eresse  magnifica 
que  e  al  suo  s.  fonte  fu  rigenerato  Pie-  cappella.  Per  la  copia  de'miracoliè  vene- 
tro  barbo,  divenuto  Paolo  11,  con  diplo-  rnlo  uno  de'proleltori  contro  la  peste. Nel 
ma  de' 1.5  dicembre  i^'jo,  costituì  i  pie-  1  38g  fu  in  questa  chiesa  eretta  la  confra- 
vani  di  essa  rettori  dell'università  e  col-  ternitadi  s.  Sabba, con  permesso  del  con  • 
legiodell'arti  libeiali,  da  lui  con  esso  isti-  sigilo  de'Dieci;  vi  fiorironoancora  quelle 
luilo  in  Venezia.  Tuttora  il  suo  parroco  de'lMorti,tlu'Filatoi,  de'Coronari  e  altre, 
è  cancelliere  per  apostolica  aulorilà  dello  Dell'  antica  e  benefica  fraterna  grande 
studio  generale  di  Venezia.  La  chiesa  è  de'  poveri  vergognosi   faccio  cenno  nel 


V  Ere 

§  XII,  n.  19,  e  nel  precedente  nuoieio 
elico  che  in  s.  Antonino  si  collocò  leii5- 
poiaiieamente  il  ricovero  ile' fanciulli 
cleir  istilnlo  Manin.  Verso  la  inetti  del 
secolo  XVll  facendo  temere  rovina  l'itii- 
lico  edifìzio,  il  suo  pievano  Nicolò  lìi  li- 
neili rinnovò  la  cappella  maggioi  e  e  le  due 
lotei'ali,ed  il  successore  Domenico  David 
compì  la  fabbrica  dell'  intero  tempio  e 
del  campanile,  e  ciò  fu  nel  1680.  Lo 
Stalo  personale  la  dice  rinnovata  nel 
I  o3  Oj  rifabbricala  interamente  nel  1 680, 
e  consagrata  a' 24  giugno j 681.  Indie- 
ietta  in  collegiata  nel  1  7  I  r.  Inoltre  qui- 
vi si  venerano  le  reliquie  dì  8,  Spiridio- 
ne  vescovo  di  Trenìitunte,  e  di  s.  Ilaiio- 
ne  abbate.  Fu  pure  filiale  di  s.  Fielro,ces- 
sò  d'esser  parrocchiale,  ed  oggidì  è  si-i- 
taulo  succursale  di  s.  Gio.  Bollirla  in  Bra- 
gora.  La  cappella  di  s.  Sabba  ha  dipinti 
di  Palma  giovine,  e  sculture  del  Vit- 
toria, e  conta  un  insigne  dipìnto  di  L. 
Sebastiani,  l'unico  che  esìsta  Delie  vene- 
te chiese. 

6.  SS.  Trinità  e  volgarmente  Ter- 
nila,  già  eretta  da'Sagri-do  e  Celsi  tra  il 
1026  al  io32,  e  rifabbricata  ne'primi 
anni  de'secoli  XIII  e  XVI,  olire  posterio- 
ri ristauri.  In  essa  vencravasi  una  s<>.  Spi- 
na ,  una  mano  di  s.  Menna  solitario  e 
martire  dell'Egilto,  uno  de'fcmori  di  s. 
Gerardo  vescovo  di  Chonad  in  Unghe- 
ria, di  cui  è  celtbialo  proloniartire,  co- 
me pure  vuoisi  il  primo  (he  illustrò  col 
martirio  la  patria  Vene2Ìa,donatoa  que- 
sta chiesa  dal  vescovo  di  Torcello  Gri- 
mani,  perchè  ne'suoi  parrocchiali  confini 
il  glorioso  santo  vi  ebbe  i  nalidi.  Di  più 
in  inagnih'ca  cappella  si  venerava  il  cor- 
po del  persiano  s.  Anastasio  monaco  e 
martire  di  Cesarea,  da  dove  Irasferito  in 
Gerusalemme,  1'  inìperatore  Eraclio  lo 
porlo  a  Costantinopoli,  donde  nella  sua 
conquista  uno  della  famiglia  Valaresso 
Io  condusse  a  Venezia.  Impugna  il  Cor- 
ner che  Borna  si  vanti  possederlo,  con- 
tro il  Martirologio  ed  il  Breviario  Ro- 
mano che  r  asseriscono  ;  e  il  Piazza  aa- 


\'  i:  H  j  .^. 

Cora  neir  Emeiologio  tìi  Roma  a'  22 
gennaio  allerma  autorevolmente  vene- 
rarsi il  capo  nella  chiesa  di  s.  Anastasio 
dell' abbaxia  delle  Tre  Fontane  f^'.), 
ed  il  corpo  nella  cappella  tWSancta  San- 
ctoritm  (F.J.  In  più  luoghi  registrando 
simili  conlrasti,  notai  doversi  concordare 
le  rispettive  prelensioni,  nel  persuadersi 
le  parli  conlendenli,  che  spesso  fu  preso 
per  lutto  il  corpo  porzione  ragguardevo- 
le di  ss.  Reliquie  (P^.),  possedute  dalle 
diverse  chiese.  In  questa  parrocchia  fu- 
rono istituiti  due  spedali,  che  dalle  fami- 
glie de'i'ondaUiii  presero  il  nome,  l'uno 
inlilolalo  delle  Boccole,  e  l'altro  di  Scv 
Nntichicrda  dia  Chris  tian.T)'\  più  verso 
il  i5oi  il  patrizio  Nicolò  Morosiiii,  poco 
lungi  da  questa  chiesa  eresse  3o  case  per 
abitazioni  e  ospizio  di  nobili  poveri.  La 
chiesa  era  parrocchiale,  collegiala,ed  una 
delle  22  filiali  di  s.  Pietro,  finché  chiusa 
nel  1810,  indi  convertita  in  magazzinodi 
tavole,  nel  1882  fu  demolita.  Leggo  nel 
cav.  Cicogna,  che  impiegò  295  pagine 
per  illnstiarne  l'isciizioni,  che  7  altari 
decoravano  questa  chiesa;  che  il  ss.  Cro- 
cefisso ivi  venerato  si  trasportò  in  ss.  Gio. 
e  Paolo,  e  le  reliquie  de'ss.  .Anastasio  e 
Gerardo  Sagredo  si  venerano  nella  chie- 
sa di  s.  Francesco  della  Vigna  ;  e  ch'era 
adorna  di  pregiale  opere  di  pittura,  al- 
cune delle  quali  furono  testé  vendute 
all'incanto. 

7.  S.  Maria  Formosa  sorge  sul  campo 
del  suo  nome,  una  dell'edificale,  giusta  la 
tradizione,  per  ingiunzione  di  s.  Maf;no 
vescovo  d'Opilergio,  in  onore  della  Ma- 
dre di  Dio,  a  seconda  della  prescrizio- 
ne licevutane  da  essa  in  visione,  pre- 
cisandogli il  sito  mediante  candidissima 
nuvoletta.  Quindi  il  Santo  coli' aiulo 
degli  abitanti  dì  Biallo,  e  niassime  del- 
la famiglia  Tribuno,  innalzò  l'edifizio 
sotto  il  titolo  della  Purificazione  di  Ma- 
ria Vergine,  e  fu  la  chiesa  della  Formo- 
sa dalla  vaga  forma  con  cui  la  Madon- 
na si  mostrò  al  s.  Prelato.  E' certo  che 
questa  gode  il  vanto  d'essere  lai. 'chiesa 


1 4  V  i:  N 

creila  in  questa  cillà  in  onore  tli  Maria. 
Convien  ciederechefossedi  debole  slrut- 
ttira,  poiché  dopo  due  secoli  divenuta  ca- 
dente, i  figli  di  Maiin  Patrizio  la  riedi- 
ficaiono  neir864,come  vuole  ilCorner,  o 
Dell' 842  secondo  lo   Sialo  personale^  e 
dal  vescovo  d'Olivolo  Santido.  Divenu- 
to nel  c)^9  vescovo  d'Olivolo  Tribuno, 
memore  delle  benemerenze  di  sua  fiimi- 
glia  per  la  1 ."  sua  erezione,  l'arricclù  co* 
corpi  de'ss.  Saturnino  niartire  e  Nicode- 
mo  sacerdote,  insieuje  al  capo  di  s.  Ro- 
mano martire,  i  quali  poi  è  verosimile  che 
perissero  nell'incendio  orribile  del  i  1  o5, 
the  consumò  questa  e  molte  altre  chiese. 
Nondimeno  neh  iy5  fu  ricostrutta,  e  fece 
bèlla  mostra  di  se  per  4  e  più  secoli,  fin- 
ché nel  1492  lu  rialzala  dall'architetto 
Moro  Lombardo;  o  come  il  Sanso  vino  as- 
serisce daPaoloBai  bella,.??//  modello  del 
corpo  di  mezzo  della  chiesa  di  s.  Marco. 
Ma  una  parte  di  essa  per  violento  terre- 
moto in  gran  parie  allerrata,  nel  1 689, fu 
dalla  pietà  di  Turriu  Tononi,  ricco  nier- 
canle,  riparata.  E  (tironvi  aggiunte  ÙWQ 
lacciaie  marmoree,  la  prin)a   nel  secolo 
XVI,  la  seconda  nel  XVI 1.  Già  1' avea 
tonsagrata  il  vescovo  di   Caorle  Super- 
chi,  nella  S.""  douienica  di  n^aggio  i^iS. 
Il    patriarca  d' Aquileia    Antonio  Gri- 
mani  a  desU:a  dell'aliar  maggiore  eresse 
h)  cappella  di  s.  Giuse[)pe,  ove  si  venera 
h)  miracolosa  immagine  della  13.  Vergi- 
ne, collocatavi  a'ag  giugno  161 2  solen- 
nemente dal  patriarca  di  Venezia  Veu- 
dramiu.Nell'allra  cappella  a  sinislra,con 
egual  magnificenza  costruita  dalla  fami- 
glia Quirini,  si  conserva   il  corpo  di   s. 
Venusto  martire,  trailo  dal  cimiteriodi 
s.  Priscilla  di  Roma.  Per  l'anlichilà  di 
sua  origine  e  [)er  l'altre  sue  prerogative, 
fu  destinala  questa  chiesa  per  una  delle 
5 matrici  della  città, riconosciuta  per  tale 
dalle  filiali  di  s.  Procolo,  di  s.  Gio.  in 
Olio  dello  Nuovo,  di  s.  Leone,  di  s.  Ma- 
lina,  di  s.  Maria  JNuova,  di  s.  Gio.  Cri- 
sostomo, de'  ss.  Apostoli,  di  s.  Sofia,  e  di 
s.   Felice.  Fu  collegiata  con  decoroso 


VE  N 
collegio  capitolare  formalo  dal  pievano, 
(In  4  pieli,  due  diaconi  e  due  suddiaconi 
litolati,  e  4  chierici  o  accoliti  pur  tito- 
lati. Si  accrebbe  il  decoro  di  questa  chie- 
sa quando  nel  1 14^  vi  fu  istituita  la  con- 
gregazione di   s.  Maria   Formosa,  una 
delle  IX  del  clero  veneto.  Anteriormen- 
te e  nel  f)33  vi  fu  fondala  la  confraternita 
laica  della  Presentazione  di  Maria  Vergi- 
ne, nell'oratorio  contiguo.  Piìx  tardi  e  nel 
1604  vi  ebbe  origine  la  piissima  confra- 
ternita o  scuola  della  ss.  Triuità,  col  ca- 
ritatevole fine  di  raccogliere  limosine  per 
la  liberazione  degli  schiavi  crisliani  tenuti 
da'turchi.  Per  antico  istituto,  cominciato 
nel  943,  i  dogi  nella  vigilia  della  Purifi- 
cazione dovevano  formalmente  visitar 
questa  chiesa  accompagnati  dal  senato; 
ed  in  morte  erano  obbligati  lasciarle  un 
paliotlo  di  ricco  drappo  per  ornaaìenlo 
dell'altare  maggiore.La  visita  de'dogi  era 
in  memoria  d'avere  i  veneziani  nel  sud- 
detto anno,  e  specialmente  i  parrocchia- 
ni di  «piesla  chiesa  ,  ricuperato  le  loro 
spose  rapile  da'  triestini,  o  narenlani  o 
istriani,  in  uno  a'ioro  ornamenti,  come 
tornerò  a  dire  parlando  del  doge  Pietro 
Candiano  II,  e  narrai  nel  voi.  LXXX,  p. 
245,  col  cav.  Mulinelli, traendolo  da'suoi 
Annali  urbani  di   Venezia.   Come  poi 
anticamente  nell'  ultimo  di  gennaio  si 
adunavano  le  zitelle  da  marito,  per  rin- 
venirlo, in  s.  Pietro  di  Castello,  lo  nar- 
ro  nel  §  XVI,  n.  4-  Al   deserto  porlo 
dell'acque  Caprulane,  dove  furono  sor- 
presi  i   ladroni,   per  memoria  si  die'  il 
nome  di  Porto  delle  Donzelle.  E  sic- 
come per  tale  ricupera  e  vittoria  n'ebbero 
più  merito i  fabbricatori  di  casse(o  meglio 
case,  come  osserva  il  eh.  Gallicciolli  nel- 
le Memorie  venete  antiche  e  profane, 
presso  il  Mulinelli,  poiché  a  quell'epoca 
le  case  della  città  essendo  ancora  (juasi 
tutte  di  legno,  e  dicendosi  cassa  [ìevcasa,    . 
i  fabbricatori    erano  denominali  casse-  \ 
Ieri)  parrocchiani  di  s.  Maria  Formosa, 
oUeunero  dal  doge  l'annua  visita  della 
lucdesìma.  Inoltre  il  Cuiuer  riferisce,  che 


YEN 

{la  lale  vllloiia  el)be  altresì  origine  la  fe- 
sta già  tonto  celebre  delle  Marie,  la  cui 
pompa  nlliiava  aVenezia  gran  numero  di 
forestieri.  In  principio  (si  fermarono  la 
statuedi  legno,come  toccai  nel  voi. XXXI, 
p.  ^']5,  per  figurare  le  spose  ricuperate, 
alle  cpioli  datosi  il  noine  di  Marie ,  iS 
portavano  solennemente  in  giro  per  la 
città,  dal  qnale  uso  deri\ò  presso  i  vene- 
li  la  frase  Maria  de  legno,  tjuando  si 
voglia  insultare  o  motteggiare  una  ma- 
gherà, fredda  e  inf^ulsa  femmina:  suc- 
cessivamente a*  fantocci  furono  sostitui- 
te le  donzelle  vere,  come  leggo  nel  cav. 
Fabio  IVIutinelli)  si  cavarono  a  sorte  la 
giovani  dalle  parrocchie  della  città,  due 
per  sestiere,  e  si  denominarono  volgar- 
mente Marie,  ìmVì  nel  j  272  fu  ristretto 
il  numero  a  4-  Venivano  scelle  fi  a  le 
più  belle  della  città,  e  si  ornavano  con 
tanti  ori  e  gioie,  che  in  mancanza  di  pri- 
vali fornimenti,  si  estraevano  dal  pub- 
blico tesoro  i  pettorali  e  le  corone  gio- 
iellale per  addobbarle,  ma  col  debito  pe- 
gno :  il  tutto  a  ciu  a  di  óve  o  quattro  uo- 
mini de'  [)iù  ricchi  d'ogni  sestiere.  L'or- 
dine del  solenne  apparalo  fu  prescrit- 
to noli'  anno  i  i43  C(  n  pubblico  decre- 
to, nel  doga  do  tli  l'olnni.  Andavano  le 
giovani  dette  Marie  nel  giorno  della  fe- 
sta delia  Turificazione  ad  ora  stabilita 
al  palazzo  ducale,  ove  accolte  dal  doge 
e  da  lui  regniate,  e  on  esso  si  portava- 
no alla  cattedrale  di  Ca  stello,  ove  cele- 
bra vasi  la  solenne  messa,  e  lendcvansi 
grazie  a  Dio  per  l'ottenuta  vittoria  sui 
triestini  o  altri  rapitori.  Ritornate  poscia 
a  s.  Marco,  ricevevano  nella  ducale  ba- 
silica le  candele  benedette  e  poscia  resti- 
tuitesi alle  loro  barche  oinalissime,  col 
doge  stesso  e  con  lungo  giro  pe'principali 
canali,  andavano  a  visilar  questa  chiesa 
di  s.  Maria  Foj mesa,  anche  come  l'unica 
anticamente  dedicata  alla  B.Verginej  .so- 
lennilà  che  per  la  sua  lunga  durata  fu 
poscia  divisa  in  3  gif^rni,  anzi  proknga- 
*asi  per  7  e  precedenti  la  Candelora  o 
le»la  delia  l'uiificazione  medesima.  Da 


YEN  i5 

per  tutto  erano  accompagnale  dal  popo- 
lo, il  quale  con  danze,  con  nmsicbe  e 
con  giira  di  barche  lieUunente  le  folleg- 
giava. Molle  altre  leggi  pel  buon  ordi- 
ne di  questo  spettacolo  prescrisse  la  pub- 
bl  ira  autorità,  che  ponno  vedersi  traccia- 
te nell'opuscolo  del  ca*.  Cicogna  intitola- 
to: La  festa  (Ielle  Marie  ec,  Venezia 
1843  ;  finché  poi  nel  1879  applicala  la 
repubblica  a  più  scrii  pensieri,  per  la  pe- 
ricolosa guerra  dei  genovesi,  trascurò 
l'applicazione  ai  divertimenti,  onde  restò 
prima  sospesa  e  poi  abolita  la  festa  po- 
polare suddescritla.  lu  essa  era  tenuto  il 
pievano  di  questa  chiesa,  mandare  a  spe- 
se del  suo  capitolo  due  barche  con  8  uo- 
mini al  servigio  del  vescovo,  e  d'invitar- 
lo seco  a  pranzo;  ovvero  corrispondergli 
certo  censo  stabilito  nellecoslituzioni  del 
vescovato,  al  riferire  del  Corner.  Però 
il  cav.  Mulinelli  narra,  che  il  pievano  re- 
galava al  doge  due  fiaschi  di  vino  di  Mal- 
vasia, e  due  cappelli  di  carta  dorata,  col 
proprio  stemma  e  quelli  del  l'apa  e  del 
doge.  Finite  I'  ecclesiastiche  ceremonie, 
più  assai  grande  diveniva  il  pubbtìco  tri- 
pudio nel  giorno  della  festa,  che  già  j^er 
convili,  per  danze  e  per  altro  eia  tuthi 
quanta  sossopra  la  città,  non  senza  amo- 
rose licenze  e  non  senza  qualche  libertà, 
anche  nel  gentil  sesso  :  festa  dispendio- 
sa mollo,  costando  a  ciascuna  dell'anti- 
che 72  contrade,  non  meno  di  1  eoo  du- 
cati ossiano  zecchini  d'oro,  per  quanto 
ancora  lasciarono  scritto  il  Filiasi,  nelle 
Meviorie  storiche  de^ Veneti  primi  e  se- 
condi, ed  il  Sansovìno,  nella  Penezia 
città  nobilissima  e  singolare.  Per  la  de- 
ploi  abile  rifornì»  delle  parrocchie,  segui- 
ta nel  1810  sotto  il  regno  Italico,  cessò 
c|uesta  chiesa  d'essere  collegiata  e  matri- 
ce, con  q  chiese  filiali  dipendenti,  restan- 
do però  come  sempre  parrocchiale,  una 
delle  quali  essendo  stala  quella  di  s.  Ma- 
rina, già  de' ss.  Liberale  ed  Alessio,  nel- 
la sua  chiusura  e  lagrimevole  demolizio- 
ne, acquistò  il  sagro  tesoro  del  corpo  di 
s.  Maiìua  che  in  essa  era  in  gran  veue- 


1 6                     V  E  N  V  E  N 

n>7.ione,  per  quanto  dirò  di  lei  d'inleres-  jAfTorle  coslonlemeiite  crudeli  e  ingiu- 
sanle  e  singolare,  parlando  delhi  seguen-  sle  calunnie  di  commercio  peccaminoso 
te  non  più  esistente  chiesa,  culto  che  ora  con  una  femmina,  che  la  resero  eguale 
riceve  in  questa,  come  già  feci  cenno  a*  martiri,  restituì  a  Dio  l'immacolato 
nella  sua  biografia.  Il  deposito  del  gene-  8uo  s[)iriloa*i7  luglio.ed  allora  con  sor- 
ral  Cappello  nella  facciata,  lo  scolpì  Do  presa  de'  monaci  si  conobbe  ch'era  una 
inenico  da  Salò,  ed  è  opera  di  buon  ef-  donna.  11  Boiler  riporta  la  sua  festa  a' 
fello.  Nel  I."  altare  la  tavola  in  6  com-  i8  giugno  col  Martirologio  romano  e 
parli  con  s.  Barbara  in  mez.zo,  qual  ca-  col  Breviario  di  Parigi  come  protettri- 
polavoro  di  Palma  il  Vecchio,  è  da  stan-  ce  d'una  sua  parrocchia,  le  cui  reliquie 
care  qualunque  lodatore.  Nel  vicino  aU  vi  furono  trasferite  da  Venezia;  e  la  fé- 
tare  la  tavola  in  3  comparli,  diligente  e  sta  della  traslazione  del  suo  corpo  a  det- 
di  buon  gusto,  di  Bartolomeo  Vivari-  ta  uitinia  città  a'  17  luglio.  Laonde  è 
Ili.  Nella  crocerà  è  di  L.  Bassano  l'ulti-  probabile,  che  il  18  giugno  sia  il  gior- 
nia  Cena  del  Signore,  ed  il  coro  si  de-  no  del  di  lei  beato  trapasso.  Il  suo  corpo 
coro  con  affreschi  bellissimi  del  fu  ca».  fu  sepolto  onorevolmente  nel  monastero 
l^ielro  Paolelli.  Ora  è  soggetta  alla  de-  slesso,  dove  poscia  i  patriarchi  de'maro- 
cania  di  s.  Pietro,  nella  siui  parrocchia  nili  fissarono  la  sede  loro;  e  vi  riposò 
sonoanime  4372. Ha  per  chiesa  succur-  finché  o  per  incursione  de' barbari,  o  per 
sale  quella  di  s.  Leone  IX,  di  cui  tratto  altra  cagione  fu  trasportato  in  Romania, 
nel  n,  Cf  di  questo  §,  e  per  oratorio  non  provincia  del  greco  iujpero.  Quanluntpie 
sagramenlale  l'annesso  rislauralo  edili-  sia  ignoto  il  tempo  di  tal  traslazione, 
zio  dedicato  alla  B.  Vergine  della  Salute,  pure  argomentano  alcuni,  esser  accadu- 
8.  S.  lìlan'na,  era  parrocchiale,  col-  ta  circa  l'VlII  secolo,  d'ordine  d'un'im- 
legiata  e  filiale  di  s.  Maria  Formosa,  peratrice  nomala  Marina  o  Maria,  che 
come  indicai  nel  ntimero  precedente;  e  perassicurare  il  sagro  corpo  dall'incursio- 
credesi  eretta  nell'anno  io3o  dalla  fa-  nede'saraoeui, Io  volledeposloin  luogo  vj- 
miglia  Balbi:  la  parrocchia  fu  soppres-  cinoalla  cillà  imperiale,  e  per  divozione 
sa  nel  i  bo8,  epoca  tiella  prima  concen-  traltenne  seco  legala  in  argento  una  ma- 
trazione,  ed  allora  divenne  succursale,  no  staccata  dal  rimanente  del  corpo.  Co- 
indi nella  7,."  concentrazione  del  1810  nunupie  sia  il  fallo  di  tale  traslazione, 
la  chiesa  fu  chiusa,  in  seguito  demolita  certo  é  che  dalla  chiesa  d'un  monastero 
e  trasmutata  in  abitazioni  profane.  L'ac-  ^  situato  poco  lunge  da  Costantinopoli  nel 
quisto  prezioso  del  sagro  corpo  di  s.  Ma-  1 2  1  3,  come  si  legge  nel  Dandolo,  Gio- 
rina  vergine,  fece  che  l'antica  chiesa  par-  vanni  de  Bora  veneziano,  corrotti  con 
rocchiale  dedicata  a  s.  Liberale  vescovo  preghiere  e  con  soldo  i  custodi,  rapì  il 
di  Canne  e  martire,  ed  ancora  a  s.  Ales-  corpo  di  s.  Marina,  e  lo  collocò  in  Vene- 
sio,  fosse  poscia  col  di  lei  nome  coma-  zia,  nella  chiesa  allora  delta  di  s.  Libe- 
iiemente  chìauìata.  Questa  rinomalìssi-  rale.  Il  Sanudo  riferisce  la  traslazione 
ma  santa,  la  di  cui  invitta  pazienza  vie-  da  Costantinopoli  a  Venezia  al  I23i. 
ne  egualuienle  celebrata  dalla  Chiesa  Alla  felicità,  colla  quale  fu  acquistalo  ii 
greca  e  dalla  latina,  nacque  in  Bitinia,  sagro  corpo,  non  corrispose  però  quella 
secondo  il  Boiler,  o  in  Fenicia  al  dire  della  navigazione,  iu  cui  corse  grave  ri- 
dei  Corner,  ed  in  abito  virile  di  mona-  Schio  di  naufragare  per  violenta  borra- 
co  da  giovinetta  fino  alla  morte,  col  no-  sca  ;  se  non  che  implorata  con  fiducia 
me  di  Marino,  passò  tutta  l'innocen-  de'naviganti  l'uilercessione  della  santa,  si 
te  sua  vita  nel  monastero  di  Chanu-  videro  a  un  trailo  fuori  di  pericolo,  per 
bin  nel  Monte  Libano;  ove  dopo  aver  cui  i  veneziani  avendo  preso  poi  la  santa 


l                       YEN  YEN                    17 
per  prolclfi'ice  de' viaggi  marinimi,  fece  bile  nell'urna  ove  giace.  La  pielà  tle'fc- 
godere  a   molti  che   l' invocarono  nelle  deli  abitanti  ne'  dintorni  della  demolit.i 
tempeste,  il  valore  della  celeste  sua  prò-  chiesa  di  s.  Marina,  per  divota  memoria 
lezione.  Collocato  dunque   dal   Dora  ii  pose  nel  prospetto  della  succeduta  abi- 
corpo  della  s.  Yergine  nella   chiesa  di  s.  tazione  la  sua  efiigie  con  altarino,  ed  n* 
Liberale  sua   parrocchia,    che  d'indi  in  17  luglio  ne  celebra  la  festa  coll'addob' 
[)oi  ciiinniossi  di  Si  Marina,  come  dissi,  ho  delie  circostanti   botteghe  e  finestre, 
nel  magnifico  altare  maggiore,   col  co-  e  delle  strade  ancora,  secondo  il  religio- 
stante  prodigio  di  mantenersi  incoi  rotto  so  veneziano  costume, 
e  intero,  senza  umano  artificio;  però  la  g.  S.  Leone  IX  e  \o]gtìrmen{e  s^  Lio > 
mano  sinistra  separata  dal   braccio,  co-  Questo  gran  Papa  si  rese  benemerito  per 
perla  pur  essa  di  carne  e  di  pelle,  non  che  aver  nel  concilio  romano  protetto  il  pa- 
un  dito  pollice  della  stessa  mano,  si  cu-  triarcato  di  Grado,  contro  le  pretese  di 
stodivano  in  teche  d'argento  con  iserizio-  Gotebaldo  patriarca  d'Aquileia,  nel  qual 
ni  greche  esprimenti  apparleneie  al  cor-  sinodo  conferì  al  patriarca  Domenico  il 
pò  della  pazientissima  s.  Marina  vergine,  pallio,  e  gli   assoggettò  i    vescovi  della 
Fu  venei abile  al  popolo  di  Venezia  il  17  Yenezia  e  dell'Istria,  oltre  la  facoltà  di 
luglio,  solennilà  della  santa,  dopoché  ivi  farsi  precedere  dalla   Croce  inalberata, 
ne  fu  trasferito  il  corpo  (la  chiesa  greca  prerogativa  che  passò  a'  successori,  Io- 
onorandola  a' 1  6  agosto);  ma  piìi  celebre  ro  confermata  dal  Pontefice  Innocenzo 
ancor  divenne  nel   i5i2,  per  aver  in  tal  II,  in  uno  all'altre  prerogative  3  e  quan- 
gioino   l'armi  venete,  nelle  gravi  angu-  to  alla   Croce  di   potersi  far  precedere 
stie  della  guerra  di  Cambray,  ricupera-  ovunque,  lianne    in  Roma  e  alla   pre- 
la  l'importante  città  di  Padova,  le  di  cui  senza  del  Sommo  Pontefice.  Recatosi  s. 
chiavi  giù  in  memoria  del  i." acquisto  ve-  Leone  IX  a  Venezia,  accolto  con  rive- 
devansi  appese  in  questa  chiesa,  vicino  al  renza  e  amore  dal  doge  e  da' cittadini, 
deposito  del  doge  Steno  ivi  sepolto  (come  venerò  nel  sepolcro  il  corpo  di  s.  Marco, 
era  sepolto  il  doge  Marcello,  i  monumenti  e  concesse  alla  sua  basilica  e  ad  altri   pii 
de'quali  si  trasportarono   in   ss.   Gio.  e  luoghi  indulgenze  e  privilegi  ecclesiasli- 
Paolo,  nella  distruzione  di  questa  chiesa),  ci.  Dopo  la  beata  sua   Diorte,  avvenuta 
Le  quali  chiavi  si  collocarono  dopo  la  di-  nel  i  o54,  illustrato  da   Dio  con   mira- 
struzione  della  chiesa  in  [)arola,neI  chio-  coli,  i   veneziani  memori  de'benefìcii  ri- 
slrodei  scinuiano  di  s.   M."  della  Salute,  cevuti,  eressero  a  suo  onore  o  riedifica- 
li iconoscendo  il  senato  il  rilevante  ricupe-  rono  una  chiesa   che  vuoisi  slata  sagra 
10  per  l'intercessione  della  santa  decretò  as.  Caterina  vergine  e  martire,  la  cui  ef- 
che  il  suo  giorno  natalizio  dovesse  essere  figie  è  nella  tavola  dell'aliar  maggiore, 
per  la  città  tulio  festivo,  e  che  il  doge  ac-  oltre  altre  autorevoli  memorie,  che  ne 
compagnatodalsenalo,esusseguitopoida  convalidano  la  tradizione. Prima  era  pure 
amboi  cleri, dovesse  portarsi  aimualmen-  intitolata  a  s.  Leone  Magno,  Apprendo 
le  alla  sua  chiesa  in  rendimento  di  grazie,  dallo  Stalo personciìe  che  furifubbricata 
Benché  fin  dal  121  3  s.  Marina  fosse  dive-  neh  100.  Minacciando  rovina,  neh 52o 
unta  principal  protettrice  di  questa  chie-  si  rinnovò  da'fondamenti  e  ridusse  all'al- 
sa,  non  mancò  la  venei  azione  dovuta  al-  tuale  suo  stato,  con  pie  limosine,  ed  a'aa 
I  antico  titolare  «.Liberale,  nel  cui  nobi-  settembre   i6ig   la  consagrò    I' areive- 
le   altare  marmoreo  si  custodivano  due  scovo  di   Zara  Luca   Stella.  Yi  si   ve- 
s.ie  coste,  oltre  le  reliquie  de'  ss.  Inno-  nera   il  coipo   di  s.  Faustina   martire, 
centi  e  altri  santi.  Nella  chiesa  di  s.  Ma-  con  altre  insigni  reliquie  di   ss.  Martiri 
ria  Forn)osa,  il  corpo  di  s.  Marina  è  visi-  traili  da'  eimjlerJL  di  Pioma.  Era  parroci 


i8  VEN 

chiale,  collegiata  e  filiale  di  s.  Maria  For- 
mosa, di  cui  ora  ti' è  succursale,  sop- 
pressa la  sua  parrocchia  nella  generale 
concentrazione  del  iSio.lNel  i.°  altare 
a  sinistra,  il  s.  Jacopo  Apostolo  è  bellis- 
sima figura  di  Tiziano,  eseguita  in  vec- 
chia età  con  intelletto  e  mano  giova- 
nili. 

IO.  S.  Giustina  appartenevo  al  mo- 
nastero dell'agostiniane,  che  eleggevano 
un  cappellano  curalo  per  la  parrocchia, 
la  quale  fu  soppressa,  e  la  chiesa  cambia- 
ta in  caserma  militare,  né  sussiste  ora  che 
la  sola  facciata.  Questa  santa   vergine  e 
martire  padovana  apparsa  a  s.  Magno  ve- 
scovo d'OpitergiOj  secondo  la  tradizione, 
gli  notificò  il  divino  volere  che  dovesse 
innalzarle  una  chiesa,  ove  vedesse   ger- 
mogliare unr.  vite,  ed  il  santo   trovata- 
la nell'angolo  estremo  della  città,  ivi  co' 
sussidi!  de'fedeli  la  fabbricò;  toslodive- 
nendo  parrocchiale,  e  poi  collegiata,  se- 
condo il  Corner,  nel  principio  del  secolo 
XIII,   il  die  nega   l'ab.  Cappelletti,  co- 
me si  ha  da  un'epistola  d'Innocenzo  HI. 
Il  suo  nipote  cardinal  Ugolino  Conti,  e 
poi  Gregorio  IX,  la  consagrò  nel  12 19. 
Nello  slesso  secolo  divenne  priorato,  in- 
di fu  consegnata  a'canonici  regolari  del- 
l'ordine del  ss.  Salvatore  di  s.  Brigida, 
e  vi  dimoravano  ancora  nel  1429.  Forse 
per  mancanza  di  rendile    l'afiidarono  a 
un  converso  e  si  ritirarono.  Di  essi  riparlo 
nel  n.  46,  §  X.  Ad   istanza   de'  parroc- 
chiani e  del  senatore  Francesco  Barbaro, 
Nicolò  V  nel  1 44^  to'se  a'canonici  il  pi  io- 
rato  e  lo  die'  alle  monache  di  s.  Maria 
degli  Angeli  osservanti  la  regola  di  s.  A- 
gostioo,  parte  delle  quali  vi  passarono  nel 
i4^3.  Rovinatasi  la  chiesa  neli5oo,]a 
rinnovarono  i  pii  senatori  Barbaro,  Mo- 
rosini,  Contarini  e  Dandolo,  contribuen- 
dovi Girolamo  di   Giovanni.   Ridotta  a 
compimento,  neh 5i 4  la  consagrò  il  ve- 
scovo di  Cìssamìa  o  Chissamo  Domenico 
Zon.  A  destra  dell'aitar  maggioie,erelto 
di  preziosi  marmi  dalla  famiglia  Dolce, e- 
lavi  quello  dedicalo  a  Nostra  Signora  eoa 


VEN 
simulacro  di  marmo  rozzamente  espres- 
so, trasportalo  da  Candia  o  Creta  ilopo 
la  filiale  invasione  turca,  e  che  venerava- 
si  nella  cattedrale  di  s.  Tito, siccome  d'o- 
rigine prodigiosa  derivata  dalla  Spagna. 
Nelle  pareti  della  chiesa,  ricca  di  scelte 
pietre,  eravì  un  marmo,  colla  pia  ci  eden- 
za  che  s.  Giustina  vi  lasciasse  ioipi  esse  le 
sue  ginocchia,  allorché  ricevè  la  palina 
del  martirio  sul  ponte  Corvo  in  Padova. 
La  facciala  marmorea  superstite  è  di  mar- 
mo, e  fu  eretta  coll'oro  di  Girolamo  So- 
ranzo,  e  col  disegno  di  Caldassare  Lon- 
ghena. Per  decreto  pubblico,  ogni  anno 
il  doge  visitava  la  chiesa,  in  memoria 
delia  strepitosa  vittoria  riportala  nel 
1  571  contro  i  turchi. 

I  I.  iS".  Giovanni  in  Oleo,  volgarmen- 
te  S.  Zuanenovo  o  Zaninovo.  L*  avea 
eretta  nel  968  la  famiglia  Trevisan   ia 
onore  del  martirio  della  caldaia  d'olio 
bollente,  mirabilmente  superato  da   s. 
Giovanni  Apostolo  ed  Evangelista,  e  per 
corruzione  della  parola  0//0  in  novo,  o  per 
esser  la  2.'  delle  chiese  a  lui  dedicale  in 
Venezia,  fu  delta  s.  Giovanni  Novo.  Mi- 
nacciando perire,  nel  principio  del  se- 
colo XV,  fu  rinnovata    colle    limosiue 
de'  fedeli  sul  disegno  di  Antonio  Scarpa- 
gnino  (architetto  dell'  altra  chiesa  di  s. 
Gio.  Elemosinarlo),  e  consagrata  il  i." 
maggio  1 463  dal  vescovo  di  Jesolo  An- 
drea Bon.  Però  l'altare  maggiore  eretto 
poi  con  iscelli  marmi  al  santo  Titolare, 
fu  consagrato  a'9  marzo  i65o  dal  vesco- 
vo d'Adria  de'  Savj.  Circa  la   metà  del 
passalo  secolo   essendo  nuovamente  ia 
pericolo  di  cadere,  Ìu  riedificata  più  no- 
bile e  ampia  con  architettura  giudiziosa 
ed  elegante  di  Matteo  Lucchesi, secondo  il 
modello  del  Redentore,  ma  non  fu  anco- 
ra consagrata.  Fra  le  ss.  Reliquie  di  que- 
sta chiesa,  evvi  una  prodigiosa  immagi- 
ne del  ss.  Crocefisso,  custodita  dalla  con- 
fraternita dell'anime  purganti.  Le  altre 
sono  quelle  de'  ss.  Cosma  e  Damiano,  la 
tavola  del  cui  altare  èdiGirolamoDaule, 
discepolo  di  Tiziano;  di  8.  Barbara  ver: 


V  EN 
pince  mai  tire,  diversa  An  quella  di  Tor- 
cello,  e  ne  riparlo  nel  §  XVI II,  n.  28; 
ili  s.  Margheiila  vergine  e  martire;  de' 
s<.  Tommaso  e  Bartolomeo  Apostoli;  di 
s.  Maria  Maddalena;  de'  ss.  Itmocenli; 
di  s.  Gio.  Bat lista.  Era  parrocchiale  e 
collegiata;  filiale  di  s.  Maria  Formosa; 
cessò  d'  esser  parrocchia  nel  1H08,  e  di- 
venne nel  18 IO  succursale  di  s.  Zac- 
caria. 

12.  S.  Procolo  o  Proculo,  volgar- 
mente s.  Provolo.  Era  parrocchia  delle 
monache  di  s.  Zaccaria,  le  quali  si  face- 
vano rappresentare  nell'  amministrazio- 
ne parrocchiale  da  due  ca|)pellani  cu- 
rali, da  loro  eletti.  Colla  soppressione  de' 
monasteri  e  colla  concentrazione  delle 
pairocchiela  chiesa  nel  iSoS  fu  chiusa, 
indi  demolila  e  nella  sua  area  fahhricate 
abitazioni.  Se  ne  vogliono  stati  fondato- 
vi i  Parlecipazii,  che  nella  loro  venula  da 
Malamocco  a  Venezia  illustrarono  que- 
.sia  città  con  tanti  sagri  edifizi.  E'  incer- 
to, ma  piohahile,  che  insieme  col  mona- 
stero eh'  erale  contiguo  di  s.  Zaccaria, 
cui  fu  del  tulio  soggetta,  fosse  eretta  d'or- 
«line  d'Angelo  Partecipazio,  il  i.^de'do- 
gi  che  risiedè  in  Rialto,  forse  nelI'Sio  o 
neirS  14,  mentre  il  monastero  fu  fabbri- 
calo appunto  circa  rS  14.  Verso  l'BSo  pa- 
re che  vi  sia  stala  trasferita  la  parrocchia 
ch'era  onnesa  alla  chiesa  di  s.  Zaccaria, 
onde  rimuovere  il  dislurhochene  risenti- 
va la  quiete  delle  monache  nella  loro  uf 
fiziatura  ;  gius  parrocchiale  che  tultavol- 
ta  si  ritarda  per  congettiu-a  al  i  i  07,  nel 
cui  precedente  anno  1  i  o5  tanto  la  chiesa 
di  s.  Procolo,  che  quella  di  s.  Zaccaria 
erano  staledistrulle  da  va>tissimo  incen- 
dio. Ristorata  da  que'danni  con  assai  an- 
gusta struttura,  nel  declinar  del  secolo 
XIV  trovandosi  rovinosa  e  cadente,  la 
rinnovò  nel  i  389  Amedeo  de'  Bùongua- 
dagni  cancellieie  ducale.  Ma  per  la  sua 
poco  solida  costruzione,  le  monache  nel 
1642  la  riedificarono  da'  fondamenti  a 
spese  loro,  in  modesta  e  decente  forma, 
e  ne  seguì  la  consflgrazione  nel  1 697  ; 


YEN  19 

ne  fu  poscia  accresciuto  il  decoro  verso 
la  metà  del  secolo  passato,  rinnovandosi 
gli  altari  con  i.scelli  marmi. 

Sestiere  di  s.  Marco. 

1 3.  iS".  Marco,  già  basilica  primicerìale  e 
parrocchia  ducale,  esclusa  affatto  dalla 
giurisdizione  dell' ordinaiio  diocesano, 
soggetta  immediatamente  al  doge,  matri- 
ce di  3  filiali, sede  del  primicerio  e  di  sua 
curia,  ufìiziata  da  12  cappellani  ducali, 
col  titolo  di  canonici,  da  6  sotto-canonici, 
e  da  molti  sacerdoti  e  chierici.  Da  pri- 
ma esisteva  colà  la  chiesa  di  s.  Teodo- 
ro. Al  presente  è  la  descritta  basilica  me- 
tropolitana con  parrocchia  e  decania,  la 
cui  cura  è  nel  capitolo,  esercitala  in  at- 
to dall'  arciprete  2.'  dignità  del  mede- 
simo. 

1 4.  S.  Geminiano,  già  intitolata  anche 
a  s.  Menna,  collegiata  e  filiale  di  s.  IVlar- 
co,  a  cui  era  dirimpetto  :  fu  soppressa  e 
poi  demolila  per  cedere  il  luogo  al  palaz- 
zo reale.  Ne  parlai  nel  §  IV,  n.  3. 

r5.  S.  Moisì'  Profeta,  prima  intitolata 
0  s.  Vittore  martire,  dalle  famiglie  Arli- 
geria  e  Scoparia,nel  dogado  di  Gio.  Gal- 
bajo  del  787  perfezionata,  dotala  e  fat- 
ta parrocchiale.  Piiedificala  daMoi^sè  Ve- 
tiier ,  fu  da  lui  fregiala  col  titolo  del  s. 
Profeta,  di  cui  aveva  il  nome,  che  secon- 
do il  Dandolo  si  deve  credere  unico  ti- 
tolare, contro  la  tradizione  in  favore  di 
s.  Vittore.  Distrutta  colla  parrocchia  nel 
terribile  incendio  deli  io5,  si  rialzò  poi 
dalle  sue  rovine  colle  limosine  de'  fedeli. 
Dolala  da'suoi  fondatori  di  ragguardevoli 
tendile,  secondo  il  praticalo  nell'  antica 
disciplina,  nel  1192  furono  divise  in  3 
porzioni  eguali,  assegnandosi  lai .  per  la 
conservazione  dell'edifizio,  la  2.'  pel  so- 
stentamento del  pievano,  la  Z.^  pei  preti 
e  chierici  inservienti  al  suo  culto;  tutto 
confermandosi  nel  I23i.  Aumentandosi 
oltre  il  bisogno  il  suo  clero,  senza  corri- 
spondenza di  rendile ,  nel  vescovato  di 
Bartolomeo  Quirini  dei  12 74  fu  ridotto, 
oltre  il  pievano,  a  3  preti,  diacono  e  sud- 
diacono, e  due  accoliti  ;  nondimeno  ne' 


9.0  YEN 

tempi  posleiiori  potè  Bcciesopisi  il  colle- 
gio. Per  la  vecchiezza,  nel  1 632  fu  oller- 
lala  e  insieme  gettata  la  i.*  pietra  della 
nuova  dal  patriarca  cardinaleCornaro,in 
uno  alla  medaglia  riprodotta  dal  Corner, 
con  due  analoghe  isci  izìoni.  In  non  niol* 
ti  anni  il  leiupio  ridu$:>>esi  nell'attuale  sua 
forma,  sonluo«>o  per  magnifirenzadi  mar- 
mi e  nobiltà  d'ornamenti, onde  si  distinse 
fra  lutti  i  parrocchiali  della  città;  indi  nel 
1668  ne  aumentò  il  decoro  il  procuratore 
"Vincenzo  Fmi,col  marmoreo  prospetto e- 
steriore  e  gravissimo  dispendio;  la  sua  ar» 
chitetlura  imponente  e  traricca  d'ornali, 
è  del  Tremignan.La  consagrò  il  i  ."dicem- 
breirog  il  patriarca  Cornaro.  Ivi  si  ve- 
nera il  corpo  di  s.  Antonino  martire  trat- 
to dalle  catacombe  di  Roma,  delle  ossa 
de'ss.  Innocenti  e  altre  ss.  Relifpiie;  oltre 
il  prezioso  tesoro  di  porzione  della  ss.  Tu- 
nica inconsutìle  di  Gesìi,  rimastale  nei 
iBgi  dalla  metà  di  quella  lasciata  da 
Donato  Garoso  pievano  di  s.  Lucia  alla 
scuola  grande  di  s.  Marco.  Dal  1810  non 
è  più  collegiata,  ne  parrocchiale,  né  fi- 
baie  di  s.  Maria  Zobenigo;  e  nella  ridu- 
zione delle  parrocchie  fu  aggregala  in 
qualità  di  succursale  alla  parrocchia  pa- 
triarcale di  s.  Marco.  Nel  1°  altare  la  Vi- 
sita de'ss.  Magi  è  del  Diamantini;  nel  2.° 
l'Invenzione dellaCroce  con  parecchiSan- 
ti  è  del  Liberi:  ambi  buoni  lavori.  INel  co- 
ro il  gran  quadro  col  Castigo  de'  serpenti 
è  la  miglior  opera  del  veneto  Pellegrini. 
Altri  dipinti  sono  di  Palma  giovine  e  di 
J.  Tintorelto.  Nel  parapetto  dell'altare  di 
sagrestia,  è  il  bel  getto  in  bronzo  de'fran- 
cesi  Chenel  e  Feron ,  disegno  di  Rocca- 
tagliata.  Il  Coleti  nell'aggiunte  all'Ughei- 
li,  Ilalìa  sacra,  t.  5,  p.i  188,  parlando 
dell'erezione  di  questa  chiesa  e  della  sua 
collegiata,  riporta  la  serie  de'suoi  pieva- 
ni, da  Cristoforo  che  fu  poi  vescovo  d'O- 
livolo,sinoe  inclusive  al  42. "Andrea  Tre- 
mignan  del  1690.  Conosco  il  libro  di  Ni- 
cola Coleti  dedicato  a  J.  R.  Moscheni, 
Monumenta  Ecclesiae  f^eneiae  s.  Moy- 
sis,  Veneliis  f758, 


YEN 
I C).  S.  Maria  Zohcnigo  o  Jtibanìco  o 
Giuhenico,  Jiihcniconitn,  inoltre  detta 
s.  Maria  del  Giglio.  Dalla  famiglia  (rin- 
benica,  che  ne  fu  la  principale  fondatri- 
ce, ricevette  il  soprannome  questa  chiesa 
dedicnlaall'AniiutiziiizionediMaria  Ver- 
gine :  la  tradizione  aggiunge  avervi  con- 
tribuito anchegli  Erizzi, BarbarigliijGra- 
ziaboni  e  Semitecoli.  Si  crede  antichissi- 
ma, fondala  nel  principiar  di  Venezia, 
per  essere  stala  una  delle  5  matrici,  alla 
quale  erano  filiali  le  chiese  di  s.  Moisè, 
s.  Flautino,  $.  Maurizio,  s.  Benedetto,  s. 
Michele  Arcangelo  o  s.  Angelo,  s.  Vita- 
le, s.  Samuele,  s.  Gregorio,  ss.  Vito  e 
Modesto,  s.  Agnese,  ss.  Gervasio  e  l'ro- 
tasio,  s.  Barnaba,  e  s.  Raffaele  Arcange- 
lo. Arse  la  chiesa  nel  976  ,  quando  il 
popolo  irritato  contro  il  doge  Pietro  IV 
Candiano  incendiò  il  palazzo,  e  si  disle- 
sero le  fiamme  a  consumar  le  chiese  e 
case  contigue,  sino  a  s.  Maria  Zobenigo, 
che  restò  con  gran  parie  della  parrocchia 
miseramente  incenerita.  Risorta  da  tal  dì- 
sastrOjincontrònon  molti  anni  dopo  egua- 
le vicenda,  cioè  nel  i  io5,  allorché  ca- 
suale incendio  distrusse  gran  parie  della 
città,  restando  del  tutto  consunta.  Rile- 
vata anche  da  questi  danni  colle  carità 
de'  fedeli,  si  conservò  sino  verso  la  fine 
del  secolo  XVII  ,  in  cui  per  vecchiezza 
nel  1680  cominciossi  a  rifabbricarla  dai 
fondamenti,  riducendosi  a  perfezione  nel- 
la forma  attuale,  in  un  triennio  per  la 
generosità  del  suo  pievano  Lodovico  Ba- 
ratti ,  al  cui  esempio  vi  contribuirono  ì 
parrocchiani.  È  nobilitala  da  7  altari  di 
scello  marmo  ,  e  dall'  esteriore  facciata 
marmorea,  per  la  cui  erezione  assegnò 
in  legato  3o,ooo  ducati  Antonio  Barba- 
ro, benemerito  anco  dello  spirituale  deco- 
ro della  chiesa,  a  cui  donò  i  corpi  de'ss. 
Eugenio  eAntonio  martiri,a  lui  mentre e- 
ra  ambasciatore  in  Roma  concessi  da  In- 
nocenzo Xi.  Si  venera  puredel  legno  del-  ^ 
la  ss.  Croce,  le  lesle  de'ss.  Anastasio  e 
Pellegrino  martiri, e  di  s.  Chiara  vergine 
e  martire,  oltre  altre  reliquie  di  ss.  Mar- 


YEN 

tiri  tratte  da'sngi'i  sollenanei  dì  Roma. 
Era  aulica  consiietudiue  di  questa  chie- 
sa, corne  d'altre  città,  di  cantar  solenne 
messa  all'aurora  della  festa  della  ss.  An- 
nunziata con  indulgenze  di  Leone  X.  Fu 
consagrata  la  3."  domenica  di  luglio  1700 
dal  patriarca  Giovanni  Baduaro.  Non  è 
più  collegiata,  ma  non  cessò  mai  d'esser 
parrocchia  e  conta  2734  anime.  L' ar- 
cliileltora  dell'  esterno  è  di  Giuseppe 
Sardi,  die  quivi  parve  volesse  gareg- 
giare col  Tremignan,  che  contempora- 
neamente innalzava  la  facciata  di  s.  Moi- 
sè,  vedendosi  egualmente  Iraricca  d'or- 
nati e  dello  stile  barocco.'  Nella  sagre- 
stia v'  è  un  quadretto  che  sembra  ope- 
ra del  Rubens,  colla  Vergine  e  s.  Gio- 
vanni di  nubile  immaginazione  e  fran- 
ca esecuzione.  Nel  coro  è  bella  l'Annun- 
ziala di  G.  del  Salviati.  Sulla  porta  è 
copiosa  e  bell'opera  di  Giulio  dal  Moro 
la  Cena  del  Signore.  La  tavola  col  mar- 
tirio di  S.Eugenio  del  Loth,e  quella  col 
martirio  di  s.  Antonio  prete  dello  Zan- 
chi,  che  dipinse  anco  i  comparti  del  sof- 
fino, sono  effetti  d'  una  nobile  gara  fra 
que'  due  pittori.  Inoltre  qua  e  là  sonovi 
|)itture  del  Palma  groviue  e  sculture  del 
Vittoria  e  altri. 

ì'j.  SS.  Maurizio  e  Compagni,  già 
intitolata  a  s.  Adriano.  La  famiglia  Can- 
diano  detta  Sanudo  eresse  questa  chie- 
sa nel  6c)g,  perita  poi  nell'  incendio  del 
1  I  o5.  Risorta  dalle  sue  ceneri,  da'  fuii- 
damenti  si  riedificò  verso  il  fine  del  se- 
colo XVI  e  consagrò  nel  1 5903*17  giu- 
gno. Tra  le  ss.  Reliquie  vi  è  un  osso  dei 
i.°  Santo  titolare,  e  altro  di  s.  Matteo  a- 
postolo.  Contiguo  a'muri  della  chiesa  vi 
fu  trasferito  l'ospizio  della  confraternita 
degli  Albanesi  istituita  da  alcuni  dì  essi 
per  la  propria  nazione  nel  i44^  nella 
chiesa  di  s.  Severo ,  sotto  il  titolo  de'  ss. 
Gallo  e  Severo.  La  chiesa  di  s.  Maiuizio, 
^  già  filiale  di  s.  Maria  Zobenigo,  nella  con- 
centrazione delle  parrocchie  fu  assogget- 
ta, in  qualità  d'oratorio  sagramentale,  al- 
la parrocchia  di  s.  Stefano.  Oltre  l'acceu- 


V  E  N  21 

nate  riedificazioni,  altra  moderna  ebtie 
questa  chiesa.  Architettata  da  prima  dal 
patrizio  Pietro  Zaguri  sul  modello  del- 
l'atterrato tempio  di  s.  Geminiano,  po- 
scia condotta  dal  Diedo  e  dal  Selva,  o- 
nora  il  valore  de'  moderni  artefici,  e  la 
religiosa  generosità  di  Bartolomeo  Pas- 
sagnoli.  Fu  consagrata  a'4 '"aggio  1828 
dal  patriarca  Monico.  Il  prospetto  archi- 
tettato con  grazia  e  condotto  con  dili- 
genza ha  3  bassirilievi,  de'quati  i  due  mi- 
nori sono  di  Luigi  Zandomeneghi,  il  mag- 
giore di  Bartolomeo  Ferrari.  E  graziosa 
cosa  eziandio  il  cenotafio  che  al  suo  mae- 
stro il  Selva  vi  fece  porre  il  grato  disce- 
polo prof.  F.  Lazzari.  Lo  scarpellino  D. 
Fadiga  con  valore  vi  condusse  lodevol- 
mente ogni  lavoro  iu  pietra. 

1 8.  S.  Filale  detto  s.  Fidai.  Ad  onore 
di  tal  martire,  di  cui  portava  il  nome,  e- 
resse  una  chiesa  Vitale  Falier  doge  nel 
1 084)  tua  insieme  colle  circonvicine  case 
fu  anche  questa  distrutta  dal  voracissimo 
incendio  deli  io5,  e  rialzata  durò  fino  al 
termine  del  XVII  secolo,  onde  conven- 
ne atterrarla  e  gettarne  le  nuove  fon- 
damenta nel  1700,  co'  disegni  di  A. 
Tirali,  e  ridotta  all'odierna  forma,  il 
vescovo  di  Vicenza  Priuli  la  consagrò  a* 
27  aprile  1755.  La  fabbrica  per  indu- 
striosa diligenza  del  pievano  Teodoro 
Tessari  fu  magnificamente  compita ,  e 
di  più  abbellita  con  facciata  di  marmo 
pel  pio  legato  del  doge  Carlo  Contarini. 
Vi  si  venera  una  ss.  Spina,  ed  alcune  goc- 
eie  del  prodigioso  sangue  scaturito  dal 
celebre  ss.  Crocefisso  di  Berito.  Già  colle- 
giata, parrocchiale  e  filiale  di  s.Maria  Zo- 
benigo sino  ali8io,  al  presente  è  succur- 
sale di  s.Stefano.Nel  maggior  al  tare  è  trop- 
po povera  di  luce  la  bella  tavola  esegui- 
ta nel  1 5i  4  dal  Carpaccio,  che  oifre  la  B. 
Vergine  nell'alto.  Santi  al  piano,  e  un 
An"elelto  che  suona.  Nella  base  del  cam- 
panile  sta  incastrata  notissima  romana 
iscrizione. 

I  g.  S.  Samuele  Profeta  e  già  s.  Mat- 
teo, poiché  nel    catastioo    del   vescovo 


as»  V  EN 

Ratubeiio  Polo  del  i3o3,  Irovasi  nomi» 
vaio plcbnnuss.  Mallhaci  Evangclistaf, 
qui  diciliir  esse  contrada  s.  Sannielis. 
E'  iiicerlo  se  nel  looo  quando  fu  fabbri- 
cata da'Boldù,  furono  delti  ambedue  i 
nominati  santi  per  titolari ,  oppure  un 
solo  di  essi.  Perì  nell'incendio  deli  io5, 
dal  quale  risorta,  e  poi  minacciando  ro- 
vina, neh  683  fu  rinnovata  quasi  per  in- 
tero, e  compita  neli685  al  modo  diesi 
vede.  S'ignora  1'  epoca  di  sua  consagra- 
zione,  ma  se  ne  celebra  la  memoria  a'iG 
luglio.  A' pochi  suoi  pregi  suppliscono  i 
tesori  di  ss.  Reliquie  ond' è  ricca,  cioè 
d'una  ss.  Spina,  di  s.  Tommaso  Aposto- 
lo, s.  Spiridione,  s.  Apollonia,  s.  Antonio 
abbate  e  altre,  oltre  il  corpo  di  s.  Va- 
lentino martire  tratto  dalle  catacombe 
di  Roma.  Anche  presso  fjuesla  chiesa,  co- 
me era  in  uso  di  molte  altre  parrocchie, 
t-ravi  un  romitaggio  per  donne  ritirate 
dette  Recluse  [iìeW'aììlicUe  Recluse,  e  di 
quelle  introdotte  in  Venezia  meglio  ne 
parlo  neln.  2odel§XlJ),ed  in  questodis. 
Samuele  nel  i  348  vi  si  chiuse  la  pia  suor 
13enedetta,nel  romitaggio  dietro  la  chiesa, 
per  benefico  legato  di  Beriola  Gradenigo, 
Era  la  chiesa  sino  al  1 8 1  o  collegiata,  par- 
rocchiale e  filiale  di  s.  Maria  Zobenigo  ! 
oggidì  è  oratorio  sagrainenlale  della  par- 
rocchia di  s.  Stefano. 

2  o.  S.  Angelo  o  s.  Michele  Arcangelo; 
ovvero  secondo  alcuni  antichi  cronisti  s. 
Gabriele  Arcangdoj  prinia  intitolata  a 
s.  Mauro.  Già  parrocchiale,  collegiata  e 
filiale  di  s.  Maria  Zobenigo,  neliSio  fu 
soppressa  e  chiusa,  e  ne  fu  trasportata  la 
parrocchia  a  s,  Stefano,  ove  sussiste  ,  ed 
ivi  fu  trasferito  il  batlislerio  di  pietra  di 
paragone;  poscia  la  chiesa  venne  demo- 
lita ,  senza  che  ne  resti  vestigio.  Se  ne 
attribuiva  l'edificazione  ud  920  alle  fa- 
miglie Morosina,  Gumba  e  Lupanica,  ed 
altri  circonvicini,  in  onore  di  s.  Mauro 
martire;  così  l'altra  piccola  contigua  di 
s.  Gabriele  Arcangelo,  nello  stesso  920, 
Ambedue  cambiarono  poi  titolo,  e  do- 
[ìo  aver  palilo  l'iuceudio  deli'auuo  1 1  o5, 


V  EN 
tino  dalla  metà  del  secolo  XI  lu  chie- 
sa di  s.  Mauro  ave»  preso  il  nome  di 
s.  Michele  Arcangelo,  e  tultavolta  chia- 
mata pure  coli' altro  titolo.  Nel  1290 
apparso  1'  Arcangelo  s.  Michele  a  Tom» 
masino  Morosini,  gli  ordinò  perfezionai* 
la  chiesa  di  s.  Mauro,  e  d'iuiporle  il  pro- 
prio nome,  siccome  fece.  Ciò  alfennano 
alcune  non  sicure  cronachelle,  poiché  già 
nel  10G9  portava  tale  titolo  deli' Arcan- 
gelo. Cessata  l'orribile  peste  dd  iG3  i  nel 
dì  della  festa  di  s.  Michele,  il  beiieuieri- 
to  pievano  Francesco  Lazzaroni  v'  intro- 
dusse l'immagine  di  s.  Maria  di  Loreto, 
poi  trasferita  nell'isola  di  s.  Clemente.  Nel 
maggior  aliare  si  veneravano,  oltre  le  re- 
liquie di  s.  Mauro  e  altri  Santi,  il  corpo  di 
s.  Clemente  martire  tratto  da'cimileri  di 
Roma,  e  donato  dal  pievano  Lazzaroni.  A- 
vea  buone  pitture,  e  3  de'g  altari  ornali 
di  beili  marmi.  11  contiguo  oratorio  o 
chiesetta  di  s.  Gabriele,  e  poi  della  ss.  An- 
nunziata, i  Morosini  fondatori  nel  iSg:! 
lo  concessero  alla  confraternita  de' pove- 
ri zoppi,  perciò  venne  chiamata  la  ScuO' 
la  dell'  Annunziata  de'  Zolli.  E  vuoisi  che 
questa  confraternita  fosse  quella  pur  in- 
dicata dal  Corner,  instituita  per  racco- 
gliere i  vecchi  soldati,  incapaci  di  servire 
per  ferite,  mutilazioni  od  altro. 

2  I  .SS. Benedetto  e  Scolastica,  volgar- 
mente s.^c;/ze^Zo. Fondata  da  Falier,  i  di- 
scendenti Giovanni  e  Domenico  per  rime- 
dio dell'anime  loro  nel  io  i  3  l'olfrironoal 
monastero  de'  benedettini  di  s.  Michele 
di  Rrondolo,  colla  parrocchia,  che  i  mo- 
naci fecero  governare  da'preti,come  pra- 
ticarono i  si'cceduti  cistcrciensi  nel  1229, 
l'abbate  eleggendo  il  parroco.  Altrettan- 
to praticarono  i  canonici  regolari  di  s. 
Spirito,  quando  in  principio  del  secolo 
XV  furono  sostituiti  a' cistcrciensi  nella 
proprietà  del  monastero  di  Brondolo;  fin- 
ché Eugenio  IV  nel  i435  coli'  assenso 
de'canonici,  dichiarò  indipendente  la  par-  ^ 
rocchia, assegnandole  il  collegio  capitola- 
re. Leggoalcune  varianti  nello  Stato  per^ 
sonale.  Non  si  conosce  l'epocii  di  sua  ru- 


VEN 
raolìssima  erezione.  I  monaci  beneJeUinl 
la  possederono  sino  al  i  ^:^'j(^fne^\ioi^3'j), 
in  cui  venne  stabilita  a  parrocchia, tale  ri- 
rannenilo  sino  al  1810.  Vi  sono  le  reliquie 
tie'ss.  Benedetto  abbate,  Savino  vescovo, 
Gerardo  martire,  Gregorio  Nazianzeno, 
Tiburzio  e  Valeriano  martiri.  Il  patriar- 
ca Tiepolo  nel  16 19  rinnovò  l'edifizio,  e 
(li  poi  consagrato  a' 19  marzo  1695,  dal 
patriarca  Badoaro,  ed  a'9  maggio  i694> 
dice  lo  Stato  personale.  Già  filiale  di  s. 
Maria  Zobenigo,  al  presente  è  solo  sue* 
corsale  di  s.  Luca.  Nel  2.°  altare  vi  è 
una  delle  opere  più  belle  del  Prete  Ge- 
novese, con  s.  Sebastiano  medicato  dalle 
pietose  donne.  Nel  maggior  altare  è  della 
fictiola  del  Maratta  la  tavola  con  Maria 
Vergine  e  Santi. 

9. -2.  S.  Patcrniano,  già  parrocchia, col- 
legiata e  filiale  di  s.  Sdvestro  fu  soppressa 
e  chiusa, quindi  ridotta  ora  a  usi  profani. 
NeirSoQ  o  890 dalla  Marca  d'Ancona  al- 
cuni n)ercauti  veneziani  portarono  nell.i 
patria  1'  immagine  di  s.  Paterniano  ve- 
scovo e  protettore  di  Fano,  collocando- 
la in  tabernacolo  a'muri  di  loro  abita- 
zioni. Molli  anni  dopodiversebuone  don- 
ne vi  aggiunsero  1'  eflìgie  delia  B.  Ver- 
gine e  di  s.  Anna.  Da  ciò  ebbe  principio 
in  Venezia  l'antico  culto  di  quella  santa, 
in  onore  della  quale  adunatesi  alcune  di- 
vote  femmine  in  una  vicina  casa  circa  il 
fine  del  IX  secolo,  disposero  i  principii 
d'un  monastero  sotto  la  regola  di  s.  Be- 
nedetto ,  finché  concesso  loro  un  mona- 
stero, l'intitolarono  a  s.  Anna  e  vi  forma- 
rono la  comunità  religiosa  di  benedetti- 
ne. Aumentatosi  il  culto  di  s.  Paternia- 
no, la  famiglia  Andrearda,  e  altre,  gli  e- 
resse  una  chiesa  di  legno,  che  fatta  par- 
rocchia ebbe  possessioni  dal  doge  Pietro 
IV  Candiano,ma  restò  incenerita  nel 
976  nell'eccidio  di  quel  principe.  Risorse 
di  pietre  in  più  stabile  forma  nel  977,6 
^  nel  999  ebbe  il  campanile  edificalo  roz- 
zamente d'alcuni  operai  fuggili  dalla 
schiavitù  saracena,  per  rendimento  di  gra- 
zie a  Dio.  Distrutta  dal  fuoco  del  i  io5 


VEN  23 

e  ristabilita,  nel  1 168  soggiacque  a  egual 
infortunio;  ma  la  pietà  de' fedeli  vi  ripa- 
rò in  piìi  ornato  modo  e  con  8  nobili  co- 
lonne  di  maruio  greco  trasportate  da  Co- 
stantinopoli,perite  anch'esse  nel4>°iucea* 
dio  del  1437,  indi  ancora  una  volta  si  ri- 
fabbricò.Dall'accennata  città  ebbe  pure  3 
ss.Spine,rosseggianti  di  quando  in  quando 
di  vivo  sangue,  massime  nel  venerdì  sau" 
lo,  oltre  le  reliquie  di  s.  Gio.  Battista  e 
de'ss.  innocenti,  ed  un  dito  di  s.  Pater- 
niano, dono  d'Alessandro  111  al  doge  Zia- 
ni. Nell'altare  di  s.  Liberale  vi  erano  delle 
sue  ossa,  e  le  leste  de'ss.  Gordiano  ed  fi- 
pi  maco  martiri.  Nel  maggiore  le  reliquie 
insigni  di  7  Santi,  provenienti  dall'orien- 
te e  con  tavola  esprimente  le  loro  effigie, 
cioè  i  ss.  Prospero,  Vitaliano,  Vincenzo 
e  Ponziano,  e  le  ss.  Maura,  Petronia  e 
Teodora.  Per  la  vittoria  navale  riportata 
o'io  luglio  r  65 1  da' veneti  sui  turchi,  or- 
dinò il  senato  che  in  tal  giorno  festivo  a 
s.  Paterniano  dovessero  i  musici  delia  ba- 
silica ducale  recarsi  in  questa  chiesa  a 
cantar  la  messa  solenne,  a  memoria  del 
benefizio. 

28.  S.  Fantino.  Alla  primitiva  chie- 
sa concorsero  per  la  sua  erezione  nel 
996  le  famiglie  Barozzi,  Aldicina  edE- 
quilia,  indi  la  rifabbricò  quella  de*  Pi- 
sani  con  aumento  di  decoro  per  la  do- 
nata prodigiosa  immagine  della  B.  Ver- 
gine portata  d'oriente,  e  per  la  copia  de* 
cui  miracoli  si  poterono  colle  limosine 
perfezionare  gli  abbellimenti;  anzi  per  es- 
iti la  chiesa  acquistò  il  nuovo  titolo  di  s. 
Maria  delle  Grazie  di  s.  Fantino,  e  già 
n'era  in  possesso  nel  i499-  ''  munifico 
cardinal  Gio.  Battista  Zeno  nel  i5oi  as- 
segnò 10,000  ducati  per  l'intera  sua  rie- 
dificazione, più  ampia  e  più  ornata,  eoa 
sue  cupole  appoggiate  a  forti  colonne  ;  al 
compimento  della  magnifica  opera,  che 
incominciata  nel  i5o6,  ebbe  termine  nel 
i533,  contribuì  lo  zelo  del  suo  pievano 
Marco  Rodino,  consagrandone  l'altare 
maggiore  Angelo  de'  Gradi  minorità  e 
vescovo  di  Nona  a' 16  febbraio  1498  (te- 


a4  V  E  N 

mo  errato  tale  anno).  L'  altro  pievano 
Giovanni  Pomelli  neh  632  eresse  l'alia- 
re in  cui  si  venera  la  celebrala  intuiagine 
della  Madonna.  La  chiesa  fu  coasagrata 
ti'  1 5  giugno,  ma  non  si  sa  l'anno  e  da  chi. 
Sono  suoi  spirituali  tesori,  il  corpo  di  s. 
Marcellina  martire  tratto  dal  ci  niiterio  ro- 
mano di  s.  Priscilla;  e  le  relìquie  di  s.  Tri- 
fone martire,  il  cui  corpo  portandosi  dal- 
l'oriente  in  Venezia  dentro  nave,  che 
viaggiava  con  quello  di  s.  Marco,  per  di- 
vina disposizione  fu  spinta  alle  spiagge  di 
Catlaro,  onde  i  cittailini  con  gioia  si  pre- 
sero il  s.  Corpo,  lo  collocarono  in  magni- 
fico sepolcro,  ed  elessero  a  protettore;  V^e- 
iiezia  potè  avere  un  osso  del  braccio,  e 
Vetlor  Pisani  tolse  in  Caltaro  altro  del- 
ia gamba,  trasferito  pure  in  questa  chier 
sa,  riuscendo  inutili  per  riaverlo  l'amba- 
scerie di  Cattare.  Inoltre  la  chiesa  nel 
1 746  ebbe  in  dono  due  anelli  della  cate- 
na a  cui  fu  legato  in  prigione  il  santo  tito- 
lare Fantino.  In  questa  parrocchia  nac- 
que e  nel  suo  fonte  rinacque  a  Cristo  ,  il 
glorioso  s.  Lorenzo  Giustiniani.  A  destra 
della  chiesa  si  edificarono  con  magnifi- 
cenza l'oratorio  e  1'  ospizio  della  B.  Ver- 
gine Assunta  e  di  s.  Girolamo,  per  la  pia 
e  antichissima  confraternita,  istituita  per 
l'assistenza  de'miseri  condannati  all'estre- 
mo supplizio,  e  nel  1 4 1 1  avea  il  titolo  di 
j.  Maria  di  Giustizia.  Tanto  rilevasi  dal 
decreto  del  consiglio  de'Dieci  ,  col  quale 
|)ermise  a'confratelli  d'accompagnar  ve- 
stiti di  bruno  i  delinquenti  alla  morte, 
consolandoli  ed  esortandoli  alla  rassegna- 
2Ìone,e  poscia  di  tumularne  i  cadaveri  con 
sullragi  (i  confrati  mentre  si  eseguiva  la 
capitale  sentenza,  tra  le  due  colonne  del- 
la Piazzetta,  delle  quali  riparlo  nel  § 
XIX,  n.  8,  accendevano  due  candele  ne- 
re innanzi  l' immagine  della  B.  Vergi- 
ne esistente  sul  fianco  destro  esterno  del- 
la basilica  Marciana,  verso  la  stessa  Piaz- 
zetta; ed  ora  avanti  la  ss.  Immagine  per 
pia  lascita  si  accendono  due  torcie  du- 
Vanle  il  suono  dell'Ave  Maria).  E  sicco- 
tpe  itj  s.  Faulino  eiavi  pure  la  con  fra - 


VEN 
tcrnita  di  s.  Girolamo,  nel  i^5S  si  un"! 
all'altra  e  assunsero  doppio  titolo.  Co- 
sì aumentato  il  sodalizio,  nel  n^ji  fon- 
dò sontuosa  cap[)ella  alla  Vergine  As- 
sunta, indi  arricchita  d'  indulgenze  e 
di  ss,  Ueliquie  nell'altare  del  Crocefis- 
so, in  cui  Alessandro  Vittoria  espres- 
se in  bronzo  le  due  statue  della  Madon- 
na e  s.  Giovanni,  essendo  il  Cristo  in 
Croce  di  altro  scultore,  le  quali  statue  in* 
sieine  coir  altare  di  paragone  e  colla  sta- 
tua di  s.  Girolamo,  ch'era  pure  del  Vitto- 
ria si  trasportarono  nella  chiesa  de' ss. 
Gio.  e  Paolo.  La  chiesa  di  s.  Fantino  già 
collegiata  e  filiale  di  s.  Maria  Zubenigo, 
di  questa  è  succursale  fiuo  dal  18  lO.E que- 
sto edifizio,con  semplice  e  molto  bello  pro- 
spetto, bella  e  ornata  porta;  nell'interno 
distribuito  assai  bene  in  3  navi,  opera  de* 
Lombardi  o  della  loro  scuola;  tranne  la 
ricca  e  maestosa  cappella  nmggiore,  con- 
dotta dal  Sansovino.  Nella  sagrestia  è  uu 
bel  <piadretto  di  Gio.  Bellino,  con  Maria 
Vergine  che  tiene  il  Bambino,  e  s.  Giu- 
seppe. Il  quadro  nel  coro,  colla  Croce - 
fissione,  è  del  Corona,  che  bellameur 
te  imitò  il  Tintoretlo,  col  suo  genio  por 
tente.  Nella  già  scuola  di  s.  Girolamo, 
ora  Ateneo,  e  di  cui  in  fine  di  questo  nu- 
mero ,  si  vede  1'  architettura  con  istile 
scorretto  del  medesimo  Alessandro  Vit- 
toria ,  ed  ivi  si  raccolsero  memorie  e 
busti  di  medici  illustri,  alcuni  de' quali 
dello  stesso  Vittoria.  Fra  molte  pitture 
di  buone  mani,  i  quadri  della  stanza  ter- 
rena sono  del  Corona  e  di  sua  scuola:  il 
soffitto  è  del  giovine  Pahna,  il  quale  al- 
tro ne  dipinse  io  una  stanza  superiore,  e 
pressoché  tutti  i  quadri  co'  fatti  della 
vita  di  s.  Girolamo.  Altra  stanza  ha  pic- 
coli quadri  co'f.ilti  di  Maria  Vergine,  co- 
lorili da  Alvise  del  Friso  col  tocco  di  Pao- 
lo,suo  maestro  e  zio. La  chiesa  di  s.Fantino 
meritò  l'artistica  illustrazione  nell'opera 
Le  Fabbriche  di  f^cnezia  colle  t£|vole  di  à 
sua  facciata,  spaccato  e  parti  ornantentali 
inlerne,ollre  la  pianta.  Non  mi  è[)ermes- 
SO  che  rimarcare,  essere  iuleuta  la  peri- 


V  E  N 

ta  desciizione  in  far  trionfare  con  sobria 
nilica  i  singolari  pregi  che  la  rendono 
niirabìle  agl'intelligenti,  descrivendo  con 
l'aggiunta  il  Zanotto  alcuni  altri  belli 
dipinti, che  non  ricordai  per  brevità. —  A. 
volere  poi  dire  alquante  parole  dell' ilio* 
sire  Ateneo  di  Venezia  col  cav.  Mutinetli, 
Jiinali  (Ielle  Provincie  f^euete^conv'xenQ 
farne  precedere  altre  di  quello  non  men 
celebre  di  Transo  (f^,),  come  quello  che 
fu  il  primo  istituito,  a  cui  nuovamente 
m'onoro,  vanto  e  pregio  d'esservi  aggre- 
gato legalmente.  Sollecita  sempre  la  co- 
spicua e  nobile  città  vescovde  e  regia  di 
Treviso,  a  coltivar  le  scienze  e  le  lelleie, 
istituita  sul  declinar  del  secolo  XV  dal- 
l'AUiano,  nome  chiarissimo  per  gloria 
d'armi  e  di  lettere,  l'accademia  Liviana, 
tpiesla  sul  finir  del  secolo  seguente  si  ri^ 
covro  a  Treviso  col  nome  de*  Ptrseve- 
lanli.  Da  quell'epoca  sino  al  termine  del 
secolo  passato,  non  poche  altre  accade- 
mie successero  a'  Perseveranti ,  avendo 
precipuamente  primeggiato  quella  de' 
Solleciti,  della  cui  riforma  occupossi  il 
gran  Muratori,  ultima  di  tulle  essendo 
slata  l'accademia  d'agricoltura,  la  qua- 
le ilopo  essersi  resa  benemerita,  peri  col- 
la sua  rinomanza  nel  rovescio  del  più  ant 
tico  de' governi,  la  repubblica  di  Vene- 
zia. Nondimeno  ì  superstiti  accademici  rir 
masero  privatamenteiinitiin  società,  det- 
ta il  Gabinetlo  Letterario,  i  quali  oltre- 
ché raccoglievano  opere  periodiche,  gior- 
nali letterari  e  politici,  settimanalmente 
leggevano  ne'sabali  due  memorie  a  vi- 
cenda in  quel  ramo  di  scienza  cui  erano 
ascritti.  In  tale  modesta  forma  e  senza  al- 
cun accademico  fasto  i  letterali  trivigiani 
proseguendo  la  cultura  de'buoni  studi  e 
Taoiore  per  le  lettere,  tanto  crebbe  il  lo- 
ro nobile  ardore,  che  pe'primi  domanda- 
rono al  governo  e  ottennero  a'aS  aprile 
1811  ,che  il  Gabinetto,  non  più  con  qua- 
^  sto  nome,  ma  con  quello  di  Ateneo  (vo- 
cabolo di  cui  a  Liceo  e  altrove)  Trivigia- 
110  (osse  chiamato.  Si  elesse  a  presidente 
j^'rapc^scQ  Cardinali,  di  rari  l^leuli  male- 


V  E  TV  a5 

malici,  precipuamente  nella  parie  anali- 
tica, quindi  senza  compilarsi  un  partico- 
lare regolamento,  si  adottò  pressoché  lo 
statuto  medesimo  immaginato  dal  Mura- 
tori per  r  accademia  de  Solleciti,  presso 
le  Mf^niorìe  scientifiche  e  letterarie  del' 
l'Ateneo  di  Treviso.  L'Ateneo  di  Vene- 
zia fondato  venne  col  decreto  italico  25 
dicembre  1  8  io, e  formato  dalle  tre  socie- 
tà intitolate  di  Medicina,  de'Filareli,  e  di 
Belle  Lettere,  già  lietamente  da  lunga  sta- 
gione fiorenti,  scegliendo  a  presidente  il 
conte  Leopoldo  Cicognara,  ed  all'  ullizio 
di  segretari  generali  di  classe,  per  le  Let- 
tere l'ab.  Mauro  Boni,  per  l'Arti  il  prof, 
FrancescoDu  l'ré  direlloredell'arli  mec- 
caniche, e  per  le  Scienze  il  prof.  Francesco 
Aglietti  protomedico  del  magistrato  di  sa-- 
nità  marittima. Nella  i. 'sessione de'a  i  no- 
vembrei8i  2  all' Ateneo  Veneto  trova  van- 
si  ascritti  gl'indiviiluì  registrati  dal  ca». 
Mulinelli  a  p.  i85.  Essi  sono  classificati 
come  segue.  Presidente.  Segretari.  Diret- 
tori delle  sezioni  tielle  Scienze  fisico-ma' 
tematiche,  delle  Scienze  naturali,  della 
Scienze  morali,  deirErudizione,deirElo- 
qiien2a,delleArli liberali, delleArli  mecca- 
niche. Meu>bii  onorari.  Membri  onorari 
esteri.  Membri  ordinari  e  di  visi  ina  classi. 
La  I .'  classe  divisa  in  3  sezioni,  cioè  delle 
Scienze,  delle  Scienze  naturali,  delleScieO' 
ze  morali.  La  2,' classe  divisa  in  3  sezioni, 
cioè  delle  Lettere,  della  Eloquenza,  delle 
Arti.  Membri  esterni.  Membri  soprannu« 
tuerari  liberi.  Membri  soprannumerari 
atlivi.Membri  corrispondenti. Tenuta  per- 
tanto dal  Veneziano  Ateneo  la  sua  j."*  se- 
zione in  detto  giorno,  egregiauieute  die' 
relazione  delle  molte  letterarie  fatiche  di 
quel  1,"  anno  accademico  il  prof.  Aglielli 
»  che  sommo  nella  medicina  ,  valoroso 
nelle  lettere,  amatore  e  protettore  delle 
belleartì,  d'animo  assai  candido,  liberale, 
modesto,  orda'grandi  accarezzato,  or  trar 
sandato,  malamente  rimeritato  da  quaL 
che  amico,  peggio  da  alcuni  ingrati,  per 
lui  »  morte  rapiti,  sempre  però  sliinatq 
ed  amalo  dall'  universale  (suprema  «  ba-s 


a6  V  E  N 

$tevolegIona:clagliZ7omminon  ti  può  pre- 
tendere e  sperare  di  più):  visse  lunga  vi- 
ta sino  ali 836,  stranamente  avvicendata 
da  onori  e  da  umiliazioni,  da  comodi  e  da 
povertà".  Oh  il  fecondo  ritratto  morale; 
a  quanti  mai  può  egli  applicarsi ,  in  que- 
sta miserabile  e  temporanea  nostra  sta- 
zione?! Cosi  in  Venezia  e  neiristiluto  e 
nel  suo  Ateneo  ed  Accademia  fu  dato  sta- 
bile e  dignitoso  ricovero  alle  arli,alle  scien- 
ze e  alle  lettere.  Tutti  poi  questi  istituti 
sono  forniti  di  pregevole  biljlioleca;e  nel- 
l'Ateneo ne'gioveilì,appresso  il  mezzogior- 
no, si  fanno  letture  da'soci,  che  sono  ono- 
rati di  ascolto  da'  dotti  e  studiosi.  Nella 
Cronaca  di  Milano  del  i  SSy,  disp.  aio.* 
trovo  registrato:  Asson,  Degli stitcliscien' 
tifici  dell'  Ateneo  di  Fenezia  negli  an- 
ni (852-55  (estratto  dali'y^.yeraVrfs/one 
scientifica  e  letteraria  dclt  Ateneo  Ve- 
neto, voi.  7,  fase.  I  i),  Venezia  1857  ti- 
pografia Naratovich. 

24.  li-  Luca.  Lo  Stato  personale  la 
dice  innalzata  nel  ii47i  fi*^  ''  Corner 
narra,  che  prima  del  1072  fu  fabbri- 
cata dalle  famiglie  Dandolo  e  Fizzama- 
110,  altri  essendone  stati  benefattori  ili 
fondi  ,  massime  il  vescovo  di  Padova 
Fantino  Dandolo  nel  \^\i.  Fu  riedi- 
ficala più  ornata  da'*  fondamenti,  nel- 
la forma  attuale  nel  XVI  secolo,  e  la  di- 
vola confraternita  di  Gesù  Sagramentato 
nel  I  S'è  I  eresse  nobdaienlea  suo  onore  la 
cappella  maggiore,  con  altare  dedicato  al 
8.  Evangelista  litohue.  Fu  consagrala  a' 
24  maggio  I  767  dal  patriarca  Bragadino. 
Le  sue  ss.  Reliquie,  provenienti  dal  con- 
quisto di  Costantinopoli, consistono  in  due 
ss.  Spine,  in  porzione  del  corpo  di  s.  Lu- 
ca; de'ss.  Gregorio  Nazianzeno;  Adriano, 
Anastasio  e  Trifonia  martiri;  e  da  Pioma 
ottenne  un  dito  di  s.  Agnese  vergine  e 
martire.  A  onore  del  s.  Titolare  neh  192 
vi  fu  eretta  una  delle  IX  congregazioni 
del  clero.  Neh  197  già  a  vea  il  collegio  ca- 
pitolare, composto  del  pievano,  due  pre- 
ti, diacono  e  suddiacono  titolati.  Era  fi- 
liale di  s.  Silvestro ,  e  tuttora  è  colle- 


V  EN 

giala  e  parrocchia  della  decania  di  s. 
Marco;  ha  per  succursale  la  chiesa  di  s. 
Benedetto,  della  quale  nell'  anzidetto  n. 
1 1 ,  essendo  3o24  i  parrocchiani.  Nel  1 ." 
altare  la  tavola  del  Uenieri  con  s.  Luigi 
IX  nell'alto,  e  le  ss.  Cecilia  e  Margherita 
al  piano,  è  d'una  vaghezza  che  riesce  ve- 
ramente fascino  agli  occhi.  Bellissimo  di- 
pinto di  Paolo,  è  il  s.  Titolare  nel  mag- 
gior altare.  In  uno  de'  quadri  laterali, 
d'Alvise  del  Friso,  si  vedeva  la  testa  barba- 
la dell'Aretino,  per  essere  quivi  sepolto 
((|ueslo  quadro  e  il  suo  corrispondente  fu 
levato  negli  ultimi  ristauri,  né  più  si  ve- 
de). Presso  la  sagrestia  è  il  deposito  di 
Giancarlo  Loth,  pittore  bavaro,  pure  qui 
tumulato,  di  cui  è  la  vigorosa  tavola  cou 
s  Lorenzo  Giustiniani  al  r."  altare.  E'  pu- 
re a  lotiarsi  la  bella  tavola  del  Politi  coi 
santi  Palerniano,  Luigi  Gonzaga  ed  al- 
tri divi  ;  ed  è  eziandio  da  far  noto  il  bel  • 
lissimo  sodltto  col  Titolare  in  gloria,  di 
questi  tempi  condotto  dal  prof  S.  San- 
ti, del  quale  sono  pure  gli  altri  adreschi 
testé  coloriti. 

2  5.  S.  Bartolomeo  e  anticamente  ^.De- 
metrio, poiché  narra  la  tradizione  che 
neir840  e  nel  bel  mezzo  della  città  presso 
l'isola  (.li  Rialto  fosse  fabbricata  la  chiesa 
di  s.  Demetrio  di  Tessalonica  martire,  la 
quale  poi  rinnovata  dal  doge  Selvo  del 
107  I,  venne  allora  decorata  eziandio  del 
titolo  di  s.  Bartolomeo,  che  in  seguito  pre  - 
valse.  Lo  Stato  personale  la  dice  eret- 
ta nel  secolo  X,  riedificata  nel  1170,6 
ridotta  nella  forma  attuale  neh  725,  in- 
di consagrata  dal  patriarca  Bragadino  il 
I. "maggio  177  I.  Sino  dall'orìgine  fu  par- 
rocchia e  ragguardevole;  ma  se  Celestino 
ili  la  sottopose  al  vicino  monastero  di  s. 
Salvatore,  tosto  il  successore  Innocenzo 
111  la  restituì  nella  sua  libertà,  ed  ebbe 
diversi  cospicui  personaggi  a  pievani.  Es  - 
seiido  note  al  Papa  Giovanni  XXII  (me- 
glio Benedetto  XII)  le  ristrettezze  de'pa-  ( 
triarchi  di  Grado,  e  quanto  le  tenui  ren- 
dite fossero  insudicienti  allo  splendore 
dì  loro  dignità,  eoo  diploma  del  i ."  apri- 


V  E  iX 

le  i34'^>  ""'*  '''•  *:hiesa  paiTocchiale  c!i  s. 
lùntoloineo,  con  tutte  le  sue  prerogative 
e  pertinenze,  alln  mensa  patriarcale  di 
Grado,  e  togliendola  da  qualunque  sog- 
gezione del  vescovo  di  Castello,  l'assegnò 
in  perpetuo  possesso  di  Domenico  (ma  se 
è  giusta  la  data,  dovrà  dirsi  Andrea  Dot- 
to) patriarca  di  Grado,  e  de'  successori 
suoi,  a*  quali  concesse  pure  la  facoltà  di 
poter  dopo  la  motte  o  alla  partenza  di 
Wicolò  Canale  pievano  vivente  (così  il 
Corner;  ma  1'  al).  Cappelletti  dice  che  la 
parrocchia  nel  i  34.2  era  restata  vacaulejio 
temo  che  il  Cornerabbiaerratonellailata, 
per  cui  aggiunsi  Benedetto  XII  allora  vi- 
vo), eleggere  in  ogni  caso  di  vacanza  un 
vicario  perpetuo,  [-"roraosso  il  Canal  a' 
u5  luglio  alla  sede  di  Bergamo,  ad  istan- 
za di  Andrea  Dotto  patriarca  gradese,  gli 
esecutori  apostolici  del  diploma  elfettua- 
rono  la  stabilita  unione,  e  posero  il  pa- 
triarca in  perfetto  e  perpetuo  possesso  del- 
1-1  chiesa,  colla  competenza  dell'elezione 
del  vicario  perpetuo.  Nel  pontificato  di 
Uonifaoio  IX,  alcuni  parrocchiani  istigati 
dal  vicario  Basegiu  ,  assunto  falsamente 
il  nome  dell'intera  parrocchia,  ottennero 
un  suo  diploma  che  tolse  la  chiesa  da 
qualunque  giurisdizione  del  patriarca  gra- 
dese, l'assoggettò  alla  s.  Sede,  e  concesse 
a'parrocchiani  l'autorità  d'eleggersi  il  vi- 
cario perpetuo.  Ricorseli  patriarca  Pie- 
tro IV  Cocco  al  t'apa,  il  «[naie  con  nuo- 
va bolla  de'c)  settembre  i4o2  abrogò  la 
precedente  e  restituì  al  patriarcato  la 
chiesa.  Il  patriarca  invitò  il  Basegio  a 
riassumere  il  vicariato,  e  qual  disubbi- 
diente lo  depose  dall'ullìzio,  sentenza  che 
approvò  lo  stesso  Bonifacio  IX  a'a8  no- 
vembre t4o4  (era  morto  il  1 .°  ottobre  ed 
a' 17  eragli  succeduto  Innocenzo  VII).  1 
patriarchi  di  Grado  quindi  goderono  pa- 
cificamente la  restituita  autorità,  e  dopo 
di  essi  la  conseguirono  quelli  di  Venezia, 
t  i  quali  egualmente  si  fecero  rappresenta- 
re da  un  vicario  perpetuo.  Numeroso  era 
il  capitolo  collegiale.  Esercitava  in  que- 
sta chiesa  i  suoi  esercizi  di  carità  e  reli- 


YEN  27 

gione  la  congregazione  di  Gesù  Crocefis- 
so destinala  alla  liberazione  e  sollievo  de' 
carcerati,  istituita  nel  i5if)5  per  le  fervo- 
rose insinuazioni  del  p.  Giambattista  da 
Pesarominore  riformalo, in s.  Maria  For- 
mosa ,  e  qui  trasferita  pochi  anni  dopo. 
Nel  18 IO  cessò  il  patriarca  d'essere  il 
parroco  prò  tempore ,  e  co»ì  il  suo  vica- 
rio amministratore.  D'allora  in  poi  non 
è  più  uè  parrocchia,  né  collegiata,  uè  fi- 
liale di  s,  Silvestro,  soltanto  succursale 
della  parrocchia  del  ss.  Salvatore.  Neh." 
altare  il  Crocefisso,  è  del  Barthel;  nel  2." 
è  del  moderno  Querena  la  tavola  colla 
morte  del  Saverio;  nel  3.°  la  tavola  con  s. 
Michele  è  del  Novelli.  Sulla  porta  della 
sagrestia  è  del  Veranda  il  quadro  colla 
Manna  nel  deserto,  opera  di  gran  carat- 
tere e  di  robusto  colore.  Nel  lavoro  riva- 
leggiava col  Palma  ,  il  quale  dipingeva 
all'altra  parte  i  1  Castigo  de'serpenti,  ope- 
ra che  manifesta  l'onorato  studio  fìitto 
std  nudo:  egli  è  l'autore  eziandio  de'di- 
pinti  della  maggior  cappella.  In  ({uella 
di  fianco  di  essa  ,  il  bravo  Rotlhnatner 
dipinse  la  tavola  coIl'Annunziata,  e  i  due 
«piadri  laterali  colli  Nascila  di  Maria 
Vergine,  e  il  suo  Patrocinio.  Neil'  altra 
cappella  laterale  è  d'  altro  valoroso  le- 
tiesco,  Gio.  d'Aquisgraua,  la  tavola  del- 
la B.  Vergine  in  gloria.  Nel  seguente 
magnifico  altare  è  pregiata  opera  del  C<)- 
rcna  il  s.  Mattia  apostolo.  Le  4  gi"andi  fi- 
gure, in  altrettanti  quadri  distribuite  per 
la  chiesa,  sono  giovanili  lavori  di  Seba- 
stiano del    Piombo. 

26.  S.  Giuliano  martire  celebre  di 
Antiochia,  deve  la  sua  originaria  edifi- 
cazione al  saggio  e  pio  Giovanni  Mar- 
lurio,  allorché  governava  la  repubbli- 
ca con  Orso  vescovo  di  Castello,  in  tem- 
po dell'  esilio  del  doge  Giovanni  Par- 
tecipazio  I  dell'  829,  impiegandovi  rag- 
guardevole parte  di  sue  sostanze,  in  ono- 
re d'un  santo,  che  dopo  aver  conservato 
insieme  culla  sposa  s.  Basilis^a  un'intatta 
virginità  nel  matrimonio',  depose  per  la 
fcdudiCrislola  testa  sotto  iu  spada  dclcur- 


28  YEN 

iiefice,come  si  rappresentò  ne'due  quadri 
laterali  della  mafjgior  cappellfi, Consuma- 
lo l'eclifizio  ncll'incenclio  del  I  IOTI,  fu  ri- 
fabliricnlo  probabilmente  dalla  famìglia 
Bilbi.  Circa  la  metà  del  secolo  XV  di- 
venuta la  nuova  chiesa  cadente,  fu  rin- 
novata come  si  vede  sul  modello  di  San- 
«ovino,  dentro  e  fuori,  ed  essendo  dive- 
nuto veccbio  ebbe  in  aiuto  il  Vittoria, 
che  vi  lascifj  liacce  del  suo  bizzarro  ar- 
chitettare con  facciata  in  due  ordini.  So* 
sieniie  la  più  parte  delia  spesa  Tocnipa- 
Ro  FiKdogo  ravennate,  medico  famosissi- 
mo, il  quale  avendo  anche  alzato  di  mar- 
ino l'esterna  facciata,  con  permesso  otte- 
nuto nel  I  553,  epoca  della  rifabbrica,  vi 
collocò  la  sua  immagine  in  bronzo  cava- 
ta dal  vivo,  onde  restasse  peipetua  me- 
moria di  sue  beneficenze.  Dipoi  l'H  luglio 
j58o  la  consagrò  con  solenne  rito  Giu- 
lio Soperchio  vescovo  di  Caorle.  Sino  al 
i4o5  l'amministrò  il  solo  pievano,  nel 
quale  anno  Innocenzo  VII  ad  istanza  del 
tinge  Steno  e  de'  parrocchiani  ,  istituì  4 
titoli  presbiterali.  Possiede  le  reliquie  di 
s.  Giuliano,  de'ss,  Floriano  e  Germano 
martiri ,  il  corpo  di  s.  Paolo  I  eremita, 
n»a  senza  il  capo  esistente  in  Iloma(di- 
viiso  tra  la  basilica  Vaticana,  e  le  chiese 
di  s.  Marcello  e  s.  Maria  in  Campilelli, 
ni  riferire  di  Piazza,  neW'Emerologio  di 
Jìonin),  da  Costantinopoli  qui  recato  da 
Giacomo  Lauzolo,  non  ostante  che  altri 
contrastino  a  Venezia  tanto  raro  tesoro, 
confondendosi  al  solito  le  parti  col  tutto 
o  almeno  la  maggior  parte;  gli  ungheri  e 
Clugny  vantandone  il  [)ossesso,  al  mo- 
llo distesamente  narralo  dal  Corner.  Qua» 
(ita  parrocchia  e  collegiata  insigne  ap- 
partenne alla  giurisdizione  del  patriarca 
(ti  Grado;  (ino  al  iBio  era  chiesa  filia- 
li; di  s.  Maico,  ed  attualmente  n'è  ora- 
torio sagramentale.  La  pregiata  statua  di 
bronzo  sulla  porta  è  del  Sansovìno  ,  e- 
^primente  il  suddetto  medico;  il  quale  di 
CIÒ  non  contento,  inoltre  volle  ricordato 
il  suo  operato  da  due  lapidi  laterali  in 
greco  ed  io  ebiaico,  poiché  l'  uomo  è 


YEN 
lerapre  capriccioso.  La  tavola  del  i."  al- 
tare con  Cristo  morto,  sostenuto  da  A.n- 
geli  e  Santi  al  piano,  è  di  Paolo;  sul  qua- 
le altare  è  pure  una  beila  immagine  di 
Maria  Addolorata  di  C.  Dolce.  Sopra  la 
porta  il  quadretto  con  s.  Girolamo  è  di  L. 
Bassano.  Il  2."  altare  mostra  ancora  una 
volta  il  Vittoria  tiisto  architetto  e  buo- 
no scultore.  La  tavola  coli'  Assunta  è  bel 
lavoro  di  Palma  giovine,  che  fece  pure 
la  tavola  dell'altra  cappella  co'ss,  Gio- 
vanni apostolo,  Antonio  abbate,  e  Giu- 
seppe. Quella  del  maggior  altare  collaCo- 
ronazione  di  Maria  Vergine  ,  e  3  Santi 
al  piano,  è  di  Girolamo  da  Santacroce. 
L'altra  cappella  «oltre  danno  di  sue  ric- 
chezze in  silo  sì  ristretto.  Dell'altare  ne  fu 
architetto  Rusconi,  gli  stucchi  si  lavora- 
rono dal  Vittoria, si  condussero  dal  Cam- 
pagna le  sculture,  fra  le  quali  è  gruppo 
amorosissimo  il  Cristo  morto  sostenuto 
dagli  Angeli;  Paolo  vi  dipinse  la  Cena  del 
Signore,  Corona  la  mezzaluna  colla  Man- 
na cadente,  e  Palma  giovine  il  Cristo 
catturato  nell'Orto.  Neil'  ultimo  altare  è 
diligente  e  vago  lavoro  del  cremonese 
Boccaccino  il  quadro  con  Maria  Vergi- 
ne in  trono,  e  i  ss.  Giovanni  Evangelista, 
Giambattista,  Michele  e  Pietro. 

27.  iS".  Z?(2*.yo,  anticamente  .?.  Sabba, 
ridotta  ad  altro  uso  pel  narrato  nel  §  IV, 
n.  3.  Rimane,  come  ivi  dissi,  superstite 
la  facciata,  che  decora  bellamente  la 
piccola  piazzetta  de'  Leoni  di  fianco  alla 
basilica  di  s.  Marco,  il  cui  architetto  è 
reputato  G.  Benoni. 

28.  SS.  Sahatore.  Secondo  la  tra- 
dizione, surse  per  averla  ordinata  egli 
stesso  a  s.  Magno  vescovo  d'Oderzo  cir- 
ca il  638,  dove  vedesse  nel  mezzo  del- 
la nascente  città  rosseggiare  una  nuvo- 
letta, e  le  famiglie  Carusi  e  Gattolosi 
sup[)lirono  alla  spesa.  11  pavimento  si 
formò  di  grate  di  ferro,  cui  passava  sot- 
to uu  meato  d'  acqua  corrente,  com'  e- 
ra  fatto  in  Gerusalemme  quello  della 
chiesa  del  s.  Sepolcro.  Sin  dall'  origine 
fu  parrocchia,  ed  uno  de'  suoi  pieva- 


VEN 

ni,  il  virltioso  BonHglioZusto,  per  desi- 
derio il'inleia  perfezione  volle  al)l)raccia- 
ree  iiitiodurre  nella  sua  chiesa  l'isliluto 
de'caiioiiici  regolari  di  s.  Agostino,  e  Tot* 
(enne,  consigliatosi  col  patriarca  di  Grado 
Enrico  Dandolo.  Laonde  col  clero,  die 
avea  tratto  nella  sua  risoluzione,  vesti 
l'abito  regolare  a'  3  maggio  ii4'«  l^i 
ciò  sdegnato  il  vescovo  di  Castello  Pota* 
ni,  perchè  erasi  proceduto  senza  il  debi- 
to suo  assenso,  tosto  sospese  il  clero  dal- 
la  celebrazione  de' divini  unizi.  Abban- 
donato Zusto  da'suoi,  ricorse  al  patriar- 
cache  l'avea  animato  all'impresa,  il  qua- 
le subito  portatosi  in  U orna,- a'  i3  dello 
slesso  mese  prontamente  ottenne  da  In» 
nocenzo  11,  che  la  chiesa  e  monastero 
del  ss.  Salvatore  fossero  accolti  sotto  la 
protezione  della  s.  Sede,  e  l'istituto  ivi 
fondato  dovesse  perpetuamente  conti- 
nuarvi, anzi  per  consolidarlo,  il  Papa  vi 
mandò  due  canonici  regolari  della  basi- 
lica Lateranense.  Tutto  approvò  e  con- 
fermò Eugenio  III  nel  II 4^-  Adonta  di 
questo,  il  Zusto  fu  perseguitato  con  furo- 
re da'  nemici,  onde  fu  costretto  evadere 
nell'isola  di  Veglia,  ove  inseguito  da'suoi 
malevoli,  venne  barbaramente  trucidato 
a'  24  opiile  1  i5i,  Dio  nianifestaiulo  la 
sua  santità  con  prodigi.  Recatosi  a  Veglia 
il  patriarca  Dandolo,  ed  ottenuto  il  ve- 
nerabile corpo,  lo  condusse  a  Venezia,e  in 
questa  chiesa  i  canonici  regolari  onore- 
vohnetite  lo  collocarono  dietro  l'altare 
maggiore.  Co'successori  priori  si  mosti  a- 
rono  benigni  i  Papi  Eugenio  111,  Ana- 
stasio IV,  Adriano  IV  e  Alessandro  III, 
sia  nella  conferma  de'privilegi  concessi 
da  Innocenzo  11,  sia  per  le  decime  par- 
rocchiali assegnate  pel  manteniniento 
della  chiesa  e  sostentamento  de'canonici. 
Dij)iù,  Alessandro  111  nel  i  168  accor- 
dò al  priore  Viviano  e  successori,  l'uso 
della  mitra  e  bacolo  pastorale.  Portato- 
si poi  nel  I  177  il  Papa  a  Venezia,  con- 
sagrò la  chiesa  a'at)  agosto,  concedendo 
intlulgenze  negli  anniversari  di  tal  rito,  e 
per  la  festa  della  Trasfigurazione^  a'visi- 


VEN  29 

tanti.  Lucio  III,  che  gli  successe,  memore 
d'  aver  consagrato  quand' era  cardinale 
l'altare  di  S.Tommaso  diCantorbery,nella 
sua  festa  e  8."  accordò  indulgenza  a' visita- 
tori della  chiesa,  confermando  i  canoni- 
ci nella  protezione  di  s.  Pietro.  Danneg- 
giato l'edificio  dagl'i  ncendii,  il  priore  Gre- 
gorio Fioravanti  inti  aprese  la  riedificazio- 
ne daTondamenti,  con  più  ampia  e  deco- 
rosa struttura.  Confermarono  i  privilegi 
del  monastero  Urbano  III,  Gregorio 
Vili,  Clemente  111,  Celestino  111,  il  qua- 
le fece  eseguire  il  decretato  da'predeces- 
sori  nel  1  igS,  cioè  l'incorporazione  della 
chiesa  parrocchiale  di  s.  Bartolou)eo  a 
questa  di  s.  Salvatore.  Meglio  informa- 
lo Innocenzo  ili,  come  notai  poc'anzi, 
sciolse  l'unione  e  l'annullò,  bensì  confer- 
mando a'  canonici  i  piivilegi.  Altri  nel 
1288  neaccordòrimperatoreFedericoll. 
Lunghe  furono  le  controversie  tra  cano- 
nici e  la  chiesa  di  s.  Bartolomeo,  riferite 
dal  Corner.efinahnenlele  terminò  Nicolò 
IV.  Frattanto  i  canonici  nel  i  207  01267 
acquistarono  il  corpo  di  S.Teodoro  marti- 
re, e  videro  fondata  nella  loro  chiesa  nel 
I2gi  la  congregazione  del  ss.  Salvatore, 
una  delle  IX  del  clero.  Dopo  interne  di- 
scordie, Bonifacio  IX  nel  1  BgS  onorò  il 
priore  coll'abbate  di  s.  Giorgio  Maggiore 
dell'aulorilà  di  visitatori  apostolici  delle 
diocesi  di  Venezia,  Chioggia  eTorceilo; 
ed  a  maggior  decoro  del  priore  nel  1 400 
gli  concesse  altri  ornamenti  pontificali  e 
di  compartire  la  solenne  benedizione; 
ma  conferì  il  monastero  in  comuìenda  a 
Leonardo  Delfino  patriarca  d'Alessan- 
dria, e  poi  alle  rimostranze  del  senato 
reintegrò  il  priorato.  Pel  pernicioso  e  lun- 
go scisma, penetrata  la  rilassatezza  tra 'ca- 
nonici, il  priorato  verso  il  1 4  '  8  fu  ridot- 
to in  commenda.  Nella  triste  condizione 
in  cui  era  caduto  il  monastero,  accorse 
Eugenio  IV  a  riformarlo  coll'opera  del 
vescovo  di  Traii  Tomassini  domenicano 
nel  i434>  ^  insieme  curando  la  confer- 
ma de'  privilegi  e  pontificie  concessioni 
ed  i  restaun  uece»saii  agli  edilizi  della 


3o  V  E  N 

r.Iiiesa  e  monnslero.  Tntli  vi  mnndJi  1 8  ca- 
nonici osservanti  la  regola,  della  (ìoieule 
congregazione  del  ss.  Salvatore  di  Bolo- 
gna, i  quali  in  l)reve  vi  ripristinarono 
l'esemplarilìi  regolare,  onde  il  Papa  nel 

1442  unì  il  monastero  e  la  chiesa  olla 
congregazione.  Inoltre  in  tale  anno  il 
l'apa  liberò  questa  cliiesa  dalla  figliuo- 
)anza  di  quella  di  s.  Silvestro.  Da  Pio 
]|  t;  akji  Papi,  i  canonici  ottennero  pro- 
tezione   e    privilegi.     Intorno   all'anno 

l5o6,  fu  rinnovala  la  chiesa  in  maesto- 
sa forma  e  con  gravissimo  dispendio, 
ridotta  a  perfezione  nel  1  665  dall'ab- 
bate Gio.  Alberto  de  Grandis,  poiché 
sin  dal  i635  i  priori  aveano  ottenuto  il 
titolo  d*  abbati.  Poscia  la  riconsagrò  a' 
3o  marzo  1789  il  cappuccino  Fiance- 
sc'Anlonio  Cori-er  patriarca  di  Venezia. 
Fit  di  decoro  a  questa  canonica  il  b.  Ar- 
cangelo Canetolo,  che  vi  dimorò  io  an- 
ni e  ne  fu  superiore.  Il  dello  corpo  di  s. 
Teodoro  capitano  di  soldati  e  glorioso 
martire  d'Eraclea,  fu  preso  in  s.  Sofia 
<li  Messembria,dal  veneto  Giacomo  Dau- 
IO  nell'espugnazione  della  città,  indi 
portato  a  Coslanlinopoli  nella  chiesa  di  s. 
Nicolò  d'Embolo, allora  posseduta  da've- 
neziani,  da  dove  io  anni  dopo  Marco 
Dauro  lo  tradusse  in  questa  chiesa  nel 
1767,  e  dove  Dio  lo  glorificò  con  copia 
«li  miracoli.  Questo  santo  è  veneialo 
nelle  due  Chiese  Ialina  e  greca  a'7  feb- 
braio. La  Chiesa  veneta  ne  celebra  la 
festa  solenne,  come  di  protettore  della 
città,  a'g  novenibre,  in  cui  il  Breviario 
romano  pone  la  memoria  d'altro  s.  Teo- 
doro soldato  e  martire  sotto  Massimia- 
no imperatore,  il  quale  probabilmente 
era  l'antico  protettore  di  Venezia,  ed  a 
cui  INarsele  ivi  fabbricò  la  chiesa,  di  che 
più  sopra.  Comimque  sia  andata  la  cosa, 
perla  pocaatlenzionede'secoli  passati. per 
equivoco  di  confusione,  s.  Teodoro  che 
qui  si  venera  viene  riconosciuto  da  Ve- 
nezia come  uno  de'suoi  protettori.  Sino 
da'primi  tempi  della  fondazione  di  Vene- 
zia fu  preso  s.  Teodoro  per  protettore 


VEN 

nella  nn<;cente  città,  e  fu  n  di  lui  onore 
istituita  una  coufrateinita,  il  cui  ospizio 
divampò  insiemecolla  scuola  di  s.  Marco, 
e  si  sciolse  l'unione  de' confratelli.  Tra- 
sportato poi  in  questa  chiesa  il  corpo  di 
s.  Teodoro,  col  braccio  e  la  mascella  di 
s.  Andrea  apostolo,  fu  ristabilita  nel  1  26B 
la  divnta  scuola  sotto  l'invocazione  di 
s.  Teodoro  martire;  e  per  aulorilù  del 
senato  nel  i45o  fu  comandato,  che  la 
festa  di  s.  Teodoro,  legala  (sic)  come  dissi 
per  equivoco  a'  c)  novembre,  dovesse  os- 
servarsi solennemente,  come  si  pratica- 
va cogli  altri  ss.  Protettori  della  città. 
Quanto  alla  statua  di  s.  Teodoro  eretta 
sopra  una  delle  due  colonne  della  Piaz- 
zetta, nel  §  11,  fi.  3,  seguendo  l'opina- 
mento  del  eh.  Zanotto,  la  dissi  piutto- 
sto esprimere  s.  Giorgio,  ma  nel  §  XIX, 
n.  8  in  fine  non  laccio  le  ra£;ioni  del 
eh.  Romanin,  che  ritiene  rappresen- 
tare realmente  s.  Teodoro,  nel  parlare 
cioè  del  doge  Sebastiano  Ziani  e  dell'e- 
poca in  cui  furono  erette  le  colonne. 
Cresciuta  poi  in  numero  e  decoro  la 
scuola  di  s.  Teodoro,  fu  nel  r  552,  per 
decreto  del  consiglio  de'  Dieci,  annove- 
rata in  6.°  e  ultimo  luogo  alle  scuo- 
le grandi  della  città.  Eresse  poi  la  con- 
fraternita nella  rifabbricata  magnifica 
chiesa  di  s.  Salvatore,  un  onorevole  al- 
tare al  s.  Martire  suo  prolettore  con  de- 
cente urna  di  .scelto  marmo,  in  cui  a'i3 
dicembre  1628  con  divota  processione, 
coll'inlervenlo  del  doge  e  del  senato,  fu 
ri[)oslo  il  s.  Corpo  dal  patriarca  Tiepolo, 
assistito  da  molli  vescovi  eabbali,a  deco- 
ro della  funzione.  Non  solamente  un  no- 
bile veneziano  fondò  in  Venezia  i  canoni- 
ci regolari,  ma  due  altri  nobili  veneziani 
fondarono  in  Fiancia,  colla  regola  di  s. 
Agostino,  una  congregazione  di  canoni- 
ci regolari,  detta  dell'Artigia,  probabil- 
mente o  verso  il  fine  del  XI 1  secolo  o  al 
principio  del  Xlll.  Il  primo  prioree  fon- 
datore nella  diocesi  di  Limoges  fu  il  bea- 
to Marco  nobile  veneziano,  il  quale  par- 
lilo dalla  paUia  col  bealo  Sebastiano  suo 


V  EN 
nipote  per  visitare  i  sepolcri  ile'plìi  cele- 
bri santi,  giunsero  a  quello  di  s.  Leonar- 
(lo,  ove  avendo  deteiminalo  di  fissare  la 
loro  dimora,  alimentati  in  principio  col- 
le liojosine  di  que'canonici,  del  luogo  det- 
to la  vecchia  Artigia.  Marco  eresse  un  o- 
rntorio, austeramente  vivendo  con  conti- 
nui digiuni,  tenendo  sulla  nuda  carne 
una  lorica  di  ferro,  e  santamente  morì, 
dopo  aver  fatto  ordinar  sacerdote  il  nipo- 
te a  se  sostituendolo.  Sebastiano  fu  dun- 
que il  secondo  priore,  cui  successero  al- 
tri, e  sotto  il  governo  d'Elia  i  religiosi 
canonici  abbandonarono  l'antica  abita* 
rione,  per  trasferirsi  in  luogo  poi  detto 
grande  Artigia,  col  permesso  di  Geraldo 
vescovo  di  Limoges,  il  quale  mori  nel 
I  177  (noto  anacronismo).  Ivi  Elia  fece 
fabbricare  la  chiesa  e  il  monastero,  e  vi 
riposei  corpi  de'Deati  due  fondatori,  non 
senza  prodigio.  Fin  qui  il  Corner.  Ma 
dell'ordine  di  Artigia,  con  qualche  did'u- 
sione  ne  tratta  il  p.  Helyot,  Storia  degli 
ordini  monastici,  t.  3,  cap.  21.  Questo 
non  è  il  luogo  di  rfìgionarne.  Diedi  il  cen- 
no per  seguire  il  benemerito  Corner,  e 
per  registrare  nna  gloria  veneta.  Solo 
dirò,  che  il  p.  Helyot  riconosce  per  fon- 
datori i  due  beali  encomiati  ;  dice  morto 
il  vescovo  di  Limoges  nel  11  77;  dunque 
l'istituzione  non  fu  nell'epoca  riferita  dal 
Cornei-,  ma  anteriore.  Aggiunge,  che  ne 
prese  l'abito  Favenl  vescovo  di  Limoges, 
continuando  a  governar  la  diocesi,  e  mo- 
li nel  1226.  Riporta  l'osservanza  de'reli- 
giosi;  che  si  accettavano  altres'i  de'  chie- 
rici ignoranti,  anche  dell'idioma  Ialino; 
che  l'ordine  si  estinse  poco  dopo  il  i^or, 
e  the  la  grande  Artigia  divenne  un  prio- 
rato in  commenda.  Quanto  a'  canonici 
vegoiat  i  del  ss.  Salvatore  di  Venezia,  re- 
starono in  questo  nìonastero  sino  al- 
la soppressione  di  tutti  gli  altri  ordi- 
ni religiosi  neh  810.  La  cura  della  par- 
rocchia fu  allora  assunta  dal  clero  secola- 
re, che  tuttora  la  dirige,aveiido  perchie- 
sa  succursale  quella  di  s.  Bartolomeo de- 
scuUa  al  u.  25.  La  parrocchia  appar- 


V  E  N  3 1 

tiene  alla  dccania  di  s.  Marco,  e  nover.i 
25  IO  anime.  La  facciata  della  chiesa  è 
attribuita  al  Sardi,  e  le  statue  del  Fai- 
doni:  ma  non  è  degna  di  tanto  tem- 
pio, in  cui  gareggiano  luiilà,  setnplicitìi, 
eleganza  e  varietà.  11  i."  modello  lo  die 
Giorgio  Spavento,  appresso  liformalo 
da  Tullio  Lombardo,  e  condotto  infi- 
ne dal  Sansovino,  tranne  le  lanterne  nel 
mezzo  delle  3  cupole,  apertevi  dallo  Sca- 
mnzzi,  emendando  così  un  considerabile 
difetto  prodotto  dalla  scarsezza  di  luce. 
Ha  3  crocere  formate  di  3  grandiosi  ar- 
chi. Singolarissima  n'è  la  pianta.  Il  1. 
monumento  a'coniugi  Delfino,  è  architet- 
tato da  G.  del  Moro,  che  ne  fu  anco  il 
principale  scultore:  le  statue  de'coniugi 
sono  ilei  Campagna.  Questi  è  creduloatj- 
che  l'architetto  del  vicino  maestoso  e  no- 
bile 2."  altare,  a  cui  fa  danno  la  trista 
nicchia,  ove  la  statua  della  B.  Verginee 
certamente  di  lui.  Il  monumento  del  do- 
ge Francesco  Venier  che  segue,  si  con- 
dusse dal  Sansovino,  il  quale,  cpiantun» 
que  ottuagenario,  vi  travagliò  valorosa- 
mente come  scultore.  Del  medesimo  è 
il  mausoleo  innalzato  ad  Andrea  Delfi- 
no, ed  alla  moglie  Benedetta  Pisani.  Il 
gruppo  della  Pietà,  la  statua  coricala  ed 
altre  minori  cose,  sono  del  Vittoria.  Nel- 
l'altro 3.°  altare,  disegnalo  dallo  stesso 
Sansovino,  vi  è  la  celebre  tavola  dell'An- 
nunziata, dipinta  dall'unico  Tiziano  col 
suo  modo  spedito  degli  ultimi  anni. Nella 
crocerà,  sì  il  grande  e  ricco  deposito  di 
Caterina  Cornalo  regina  di  Cipi'0,sì  I  op- 
posto pe'3  cardinali  di  sua  famiglia  Mar- 
co, Francesco  e  Andrea  Cornare,  si  di- 
segnarono da  Bartolomeo  Conlino.  La 
tavola  del  bellissimo  e  ricco  maggior  al- 
tare colla  Trasfigurazione,  è  dessa  pu- 
re di  Tiziano,  in  cui  spiegò  giaii  vigo- 
re d'immaginare,  benché  vecchio:  le  fi- 
gure sono  piene  di  spirito,  mosse  con  tut- 
ta proprietà  e  maestria.  Questa  tavola 
ne  copre  altra  di  belle  figure,  in  bassori- 
lievo di  finissimo  argento  in  parte  dora- 
to, coudolla  nel  1230.  Per  lasciarlo  vede- 


3«  VE  N 

resi  apre  la  tarola  ne' dì  solenni.  L'al- 
tare ha  preziose  colonne  di  verde  antico. 
fie\  musaico,  sopra  il   vicino  aliare  del 
Sagratuenlo,  col  doge  G.  Friuli  ed   un 
canonico  in  atto  d'  adorazione,  si  leg- 
ge che  fu  fatto  nel  mdxx,  tlal  prete  Cri- 
sogono,  il  quale  lavorò  anche  in  s.  Mar- 
co ;  e  vi  sono  gli  slemmi    della  fami- 
glia. Il  gran  quadro  colla  Cena  in  Eni- 
uiaus,  è  tale  opera  di  Gio.  Bellino,  da 
riputarsi  di   Giorgione.    Snll'  altro    al- 
tare, la  mezzaluna  col   Padre  Eterno,  il 
Figlio,  Maria  Vergine  ec,  è  l'unica  ope- 
ra che  in  Venezia  si  ha  in  pubblico  di 
Natalino  da  Murano,  scolare  di  Tiziano. 
iS'el  baltiàlero  è  del   Renieri  il  Battesi- 
mo del  Signore.  All'altra  parte  il  magni- 
fico aliare  dichiara  il  Vittoria,  secondo 
suo  costume.  La  tavola  con  Maria  Ver- 
gine ec,  è  del  Palma.  La  porta,  sotto  l'or- 
gano, fu  condotta  dal  Sansovino.  Delle 
due  statuette,  di  due  discepoli  di  lui,  il 
s.  Girolamo  è  del  Cataneo ,  il  s.   Lo- 
renzo è  del  Colonna.  I  portelli  dell'or- 
gano  si  dipinsero  da  Francesco,  fratel- 
lo di   Tiziano.  Nel   vicino  altare  bellis- 
simo di  Guglielmo  Bergamasco,  il  s.  Gi- 
rolamo fu  scolpilo  da  Tommaso   Lom- 
bardo.  11  deposito  de' due  dogi   Priuli 
si  vuole  disegnato  dal  Franco,  il  quale  ne 
vigilò  l'innalzamento.  Le  due  grandi  sta- 
tue de'ss.Girolamo  e  Lorenzo,  allusivi  a' 
nomi  de'  dogi  nominati,  le  scolpì  G.  del 
Moro.  11  monastero  contiguo,  che  ora 
serve  di  caserma,  fu  condotto  da  Sanlo 
e  Tullio  Lombardo:   l'interno  chiostro 
dal  Sansovino.  Fu  architettala  dal  Sar- 
di eziandio  la  vicina  fabbrica  della  cuu- 
fraternita  che  fu  di  s.  Teodoro.  Descris- 
se questo  magnifico  tempio  anche  il  Te- 
manza;  e  più  recentemente  la  nobile  o- 
pera.  Le  Fabbriche  di  fenezia  con  ta- 
vole e  preziose  illustrazioni. 

Sestiere  di  Cannaregio. 

2g.  S.  Geremia  ebbe  a  fondatori  nel- 

r8i3,al  riferire  d'alcuni,  i  progenitori  di 

Mauro  Torcello  e  Bartolomeo  suo  figlio,o 

quelli  slessi,  i  quali  uelio^S  o  nei  1047 


VEN 
vi  collocarono  un  braccio  di  s*  Bartolo- 
meo Apostolo,  che  ottennero  in   Bene- 
vento da  certi  monaci  greci,  a  forza   di 
preghiere  e  di  denaro.  Se  tali  date  sono 
vere,  non  sarebbe  giusta  l'asserzione  di 
quelli  che  ritardano  la  fondazione  della 
chiesa  al  io84-  Minacciando   la  chiesa 
rovina,  il  doge  Sebastiano  Ziani,  già  di 
lei  parrocchiano,  la  rinnovò  da'  fonda- 
menti, e  pare  compila  nel  I223;  dipoi 
ne  consagrò  l'  altare  maggiore  il  vesco- 
vo di  Castello  Pino  a'  io  marzo    1247, 
e  tutta  la  chiesa  l'  altro   vescovo  di  Ca- 
stello Mauro  il  i  ."giugno  I  282.  Per  l'an- 
lichilà  pericolando,  dopo  la  metà  del  de- 
corso secoloo  nel  i  753,  il  pievano  Giani- 
batista  Spreafigo,  pieno  di  fiducia  nella 
divina    provvidenza,   dispose    tutto   per 
rialzarla  in  magnifica  forma  da'  fonda- 
menti. La  sua  consagrazione  fu  fatta  a' 
16  settembre  i83q  dal  patriarca  cardi- 
nal Monico.  Possiede  pure  le  reliquie  di 
s.  Geremia  profeta,  di  s.  Irene  vergine 
e  martire,  ed  altre,fra  le  quali  primeggia 
il  prezioso  corpo  di  s.  Magno  vescovo  di 
Opilergio,  il  cui   beato  transito  avvenne 
in  una  piccola  casa  di  questa  parrocchia; 
benemerito  delle  8  chiese  fondale  in  Ve- 
nezia, onde  per  riconoscenza  il  senato  nel 
1454  ordinò  doversi  annoverare  la  sua 
festa  fra   le  solenni  a'  6  ottobre,  e  lo 
ascrisse  fra' principali  patroni  della  cit- 
tà. Altro  tesoro  è  il  miracoloso  ss.  Cro- 
cefisso, donato  nel  1602  dal  cappuccino 
p.  Francesco  Da  Mula,  che  collocato  in 
magnifico  altare,  al  suo  cullo  fu  istituita 
ima  confraternita    per  sulTragare  l'ani- 
me purganti.  Collegiata,  filiale  di  s.  Pie- 
tro di  Castello,  continua  ad  essere  par- 
rocchia, però  soggetta  alla  decania  de' 
ss.  Apostoli,  e  conta  anime   3344-   N^' 
suo  perimetro  è  la  chiesa  succursale  di 
s.  Giobbe,  di  cui  nel  §  X,  n.  47-  ^'^'  se- 
guente numero  di  quel  §  parlerò  dell'o- 
ratorio sagramenlale  di  s.  Lucia. Vi  sono 
ancora  gli  oratorii  non  s-igramentali  di 
s.  Giobbe,  fondato  in  padronato  privato 
dall'  ubbule  Giovanni  Coulariui  ;  e  della 


VEN 

Ij. Vergine  Addolorala  detto  de'Figli  del- 
la Carità,  e  vi  si  raccolgono  ogni  sera 
circa  200  fanciulli  a  ricevere  l'istruzio- 
ne religiosa  da  3  maestri  stabili.  La  chie- 
sa di  s.  Geremia  è  di  grande  e  nuova 
forma,  compita  negli  ultimi  anni, ed  ar- 
chitettata dal  Corbellini  prete  bresciano, 
il  quale,  semplice,  soleva  dire  d'avere 
nell'arte  un  gusto  suo  proprio;  e  diceva 
il  vero. 

3o.  SS.  Ermagora  t  F or  limalo,  vol- 
garmente s.  Marcuola.  Dal  furore  de' 
longobardi  fuggendo  nelle  Lagune  gli 
abitanti  della  Venezia  terrestre,  popo- 
larono anche  le  due  isole  di  Luprio,  tra 
loro  divise  da  largo  canale,  enei  VI  se- 
colo vi  fabbricarono  due  chiese  parroc- 
chiali, una  dedicata  alla  ss.  Croce,  d'al- 
tra a'ss.  Ermagora  e  Fortunato  martiri 
d'  Aquileia;  o  secondo  altri  l'edifìcarono 
le  famiglie  Memmo  e  Lupaniza,  o  a  me- 
glio dire  le  rifabbricarono  ne'  princi- 
pii  del  secolo  Xll,  allorché  spavente- 
vole terremoto  nel  11  17  atterrò  mol- 
te fabbriche  della  città,  e  l'acque  de'ca- 
naii  scosse  da  quell'in)pelo  violento  get- 
tarono fiamme  di  vapori  sulfurei, da'qna- 
li  furono  eccitati  in  diverse  parti  della 
città  improvvisi  incendii.  Da  questi  sor- 
presa la  chiesa  di  s.  Ermagora  fu  in  po- 
che ore  miseramente  consumata,  restan- 
do solo  illesa  dalla  forza  del  fuoco  la  ve- 
nerabile mano  destra  del  s.  Precursore, 
dono  di  Andrea  Memmo,  la  di  cui  iden- 
tità fu  mirabilmente  autenticata  con  tal 
prodigio.  Iiifabbricata  la  chiesa  dalla  pie- 
tà de'  fedeli,  fu  consagrata  con  grandio- 
sa solennità  nella i.^  domenica  dopo  l'S.' 
del  Corpus  Domini  dt\  i332  dal  ve- 
scovo di  Castello  Delfino,  dedicandola 
a  Dio  sotto  l'invocazione  della  B.  Vergi- 
ne, de'  ss.  Ermagora  e  Fortunato  e  di 
s.  Gio.  Battista,  la  cui  ricordata  insigne 
reliquia  qui  si  venera  da'primurdi  del  se- 
colo XI,  nel  quale  la  chiesa  nomìnavasi 
anco  col  suo  titolo.  Di  sua  traslazione  e 
invenzione  tiene  proposilo  il  Corner.  La 
famiglia  Memmo  a  questa  sua  pariocohia- 
VOL,  xci. 


VEN  33 

le  nel  l 'j/^o  die  altresì  il  corpo  di  santa 
Memmia  martire  tratto  da' cimiteri  di 
Kotna,  unitamente  all'  iscrizione  sepol- 
crale. Quivi  è  pure  un  dito  di  s.  Erma- 
gora,  le  leliquie  di  s.  Andrea  apostolo, 
di  s.  Teodosia  vergine  e  martire,  ed  il 
corpo  di  s.  Fortunato  martire  trovato 
nelle  catacombe  romane.  L'edifizio  mi- 
nacciando rovina,  nel  1728  cominciò  a 
rinnovarsi  per  assidua  diligenza  del  suo 
pievano  Bartolomeo  Trevisano;  fu  iu 
più  grandio>a  e  ampia  forma  rifabbrica- 
la da'  fondamenti,  poi  nel  1737  consa- 
crata (o  forse  benedetta)  dal  patriarca 
Corraro.  Tanto  trovo  nel  Corner.  Ma  il 
piìi  autorevole  libro  dello  Stalo  perso- 
nale del  Clero  m'  istruisce,  che  termi- 
nalo il  tempio  nel  1736  lo  consagrò  il 
patriarca  Giovanelli  la  2.' domenica  di 
seltetubre  1779.  Si  riedificò  ancora  il 
vecchio  oratorio  dedicato  a  Gesù  Croce- 
fisso, di  confraternita  zelante  di  condur- 
re alla  sepoltura  i  cadaveri  degli  anne- 
gati. Nel  I  145  vi  fu  istituita  la  congre- 
gazione de'ss.Ermagora  eFortùnato,una 
delle  IX  celebri  del  clero  veneto.  Ebbe 
contiguo  il  monastero  dell'  cremile  di  s. 
Agostino,  le  quali  passando  in  quello 
nuovo  di  s.  Giuseppe  nel  i6g3,  ciò  ri- 
cordasi dalla  medaglia  prodotta  dal  Cor- 
ner, coli' efllgie  del  Salvatore  e  iscrizio- 
ni. E'  collegiata,  filiale  di  s.  Pietro  di  Ca- 
stello, non  che  sempre  parrocchia,  sog- 
getta alla  decania  de' ss.  Apostoli,  con 
4490  anime.  Ha  per  chiesa  succursale 
s.  Fosca,di  cui  nel  n.  34  di  questo  §,  men- 
tre nel  n.  32  dirò  dell'oratorio  sagra- 
mentale  di  s.  Maria  Maddalena.  Inoltre 
nel  circuito  della  parrocchia  vi  è  l'ora- 
torio del  ss.  Crocefii^so  non  sagramentale, 
mantenuto  da  una  pia  unione  di  secola- 
ri sotto  il  titolo  del  Suffragio  de'Morti. 
Nella  chiesa  de' ss.  Ermagora  e  Fortu- 
nato, r  architettura  del  Massari  è  nobile 
e  grandiosa.  A  fianco  del  pulpito  vi  è  un 
quadro  delia  i. 'maniera  di  Tiziano,  col 
divi»  Bambino  Ira' ss.  Andrea  e  Cate- 
rina. 

3 


34  V  i:  K 

3i.  S.  LconaiflOf  non  era  ct.llegiala, 
Leiisì  filiale  tli  s.  J'ielio  di  Caslello;ces:>ò 
il' esser  panoccliia,  In  cliiusa,  e  serve  ail 
usi  profani.  Celebre  fti  presso  i  veneti  il 
jiGine  tli  s.  Leonanlu  confessore,  a   cui 
flessela  famiglia  Criloazio  la  chiesa  pai- 
l'occhiale  nel  lOsS,  poscia  consagralii  nel 
1343.  Al  cullo  del  Santo  nel    1  3q5    In 
i.>liluila  una  confraleniila.  Qui  ancora 
t-hhe  origine   quella    poi   Irasfeiila   a   s. 
Maria  della  Carila  vicino  alia  chiesa  de' 
tallonici  regolari  Laleranensi,  e  fu  una 
delle  scuole  grandi.  Vi  si  veneravano  le 
jeliquie  del  santo  Tilolaie,  ed   allre   di 
!)S.    Martiri,  tratti   da'ionuuii  cìinileii. 
Zi..  S.  Maria  lìladdaUna.  INel  i2'22 
)a  famiglia  Uall'u  in  onore  di  tanta  peni- 
lente  fondò  un  oratorio  che  in  bieve  tli- 
>enne  chiesa   parrocchiale,  e   nel  iG'jS 
t'ietta  in  collegiata,  cume  adeinia  Cor- 
ner colle  notizie  della  medesima,  e   im- 
pugna r  ab.  Capjx'llelti  solo  con  parola 
lugativu.  l'ero  anclie  lo  Sialo  persona- 
le alferina  clie  fu  collesiala  e  parrocchia 
sino  al  i8io.  Accorse  a  1  innovai  la    nel 
1701  Francesco  Iliccordi,   uno  de"  due 
titolati  preti  e  poi  pievano,  con  altari  di 
inartuo,  e  ingrandimento  del  campanile, 
tbe  vuoisi  antica  Ione  in  riva  ad  un  ca- 
nale, il  quale  empito  poi  di  lena  e  mu- 
talo in  istrada  prese  il  nome  di  Rio  Ter- 
jù.  Lo  Slato  personale  ritarda  al  1760 
la  rifabbrica  da' fondamenti  nell'attuale 
sua  forma.  Ma  ciò  eh' è  positivo,  fu  nel 
1  749  chiamato  l'insigne  ai  chilelto  Toni' 
uiaso  Temanza  a  rifabbricarla  da'fonda- 
Liieuti,  come  ve  la  eresse  con   iiobii  di- 
iieguo.    Possiede   le   reliquie  della   San- 
ta, l'acilìcatesi   nel   i356  I' tmule  Ve- 
nezia e   Genova,  in   memoria    si   stabilì 
festa  della  città  quella  della  Titolare.  E- 
ra  liliale  di  s.  Pietro  di  Castello;  fu  sop- 
pressa e  thiu.sa,  indi  riaperta  nel  1820, 
serve  da  oratorio  sagram enlale  della  [)ai- 
locchia  de'  ss.  Ermagora  e  Fortunato. 
Poiché  dopo  essere  stala    profanala   dal 
governo  italiano,  mercè  le  cure  dell' ot- 
timo edullissiuioGiovauui  Kado,picvauo 


V  r:  N 

de'sS.Ermagora  e  Fortunato,  venne  lesli- 
lui  la  al  la  pubblica  ammirazione.  Architet- 
tata,come  si  disse,  dal  Temanza, del  quale 
ivi  riposano  le  ossa,  d'elegante  figura  10- 
loiula,  dove  il  bell'ordine  ionico  della  fac- 
ciata, semplicissima  e  d'  una  purità  che 
innamora,  mirabilaienle  ricorre  eziandio 
neir  interno:  bellissima  è  la  forma  del 
coro;  la  foggia  degli  altari  è  forse  unico 
esempio,  ('he  se  in  opera  ricca  di  tante 
liellezze  aichilelloniche  l'occhio  degl'in- 
telligenti risconti  a  qualche  sconvenienza, 
non  potrà  mai  allribniila  a  difetto  del- 
l' architetto,  della  cui  morte  profittò  un 
prcsontuoso  ignorante  |>er  introdurvele. 
La  bella  sagrestia  potrebbe  pigliarsi  a 
inodelio  d'oratorio  privalo,  e  v'intro- 
dusse la  stessa  forma  d'  altare.  Quest'e- 
sempio del 'Jeiiianza  fu  seguilo  dallim- 
inorlal  Canova  nel  suo  tempio  a  Possa- 
gno.  Giustamente  il  ch.Diedo  ne  rilevò 
i  pregi  artistici  nell'opera, />f  Fahhiielie 
di  J'cnczra.  INe  rende  altresì  raginne, 
colla  biografia  del  Temanza,  I'  interes- 
sante opuscolo  :  Le  Belle  Jr li  ili  J'enc- 
r/V/,  ivij  tipografia  di  Fiuiiresco  Andreo- 
la  I  829,  editore  Giuseppe  Oi  landelli. 

33. ó".  DJarziale,  volgarmente  s.  l\Jar- 
ziliniì  o  3Iaieilian.  ISe'  pi  incipii  del  se- 
colo Vili,  allorché  \  enezia  coll'agginn- 
la  di  nuove  fabbriche  e?  di  più  numeroso 
popolo  andava  rendendosi  grande,  la  ric- 
ca lamiglia  Bardana  slabilitavasi,  aiutan- 
do col  denaro  ì  nuovi  cittadini  a  molli- 
pi  icar  abitHzioni,  lu  la  cagione  che  si  fab- 
bricasse tutto  il  trailo  di  questa  conli-a> 
tla.  Altri  la  dicono  eretta  nel  q82o  nel 
1  i33.  La  famiglia  de' Hocchi  vi  eresse 
ad  onore  di  s.  IMaiziale  vescovo  tli  Li- 
moges  la  chiesa,  presto  lijrmata  in  par- 
rocchia.Divenuta  cadente,  la  pia  diligen- 
za del  pievano  Giuse[ipe  Pascpiini,  col 
pioprio  e  l'altrui  soccorso,  da'fondameii- 
li  la  rinnovò  assai  ornatamente  e  com- 
pì nel  ]6q3,  al  modo  che  si  vetle,  ve- 
nendo indi  consagiala  dal  patriarca  Bar- 
bai igo  a' 28  settembre  irsi.  Per  3  il- 
lusili viltoiìc  lipoilalcdu'vcneli  bclgior- 


V  E  N 

no  festivo  ili  s.  ìMatziule  a  Ziii°<) ,  e  nel 
golfo  (li  Romania  contro  i  turclii,  e  nel 
ì'ò'jS  contro  i  padovani,  a' 3  luglio  di 
tale  anno  fu  stabilito  per  rendinientodi 
grazie  aDio.alla  Madonna.ed  a'ss.  Marco 
e  Marziale,  dover  il  detto  giorno  essere 
fra' solenni,  che  solevano  chiamarsi y^.y/e 
di  palazzo.  E  celebre  per  venerazione  e 
miracoli  la  sua  imiuagine  della  B.  Ver- 
gine, di  cui  riferisce  la  tradizione,  essere 
pervenuta da'lididiRimini  senza  opera  u- 
inana  a  questa  chiesa, pel  culto  della  quale 
si  eresse  una  cnnlraternita.Essa  è  di  legno 
e  dicesi  scolpita  da  un  pastore  e  perfe- 
zionata col  ministero  degli  Angeli,  e  per 
loro  ingiunzione  collocata  in  vuota  bar- 
chetta che  qui  la  condusse.  Mirabile  n'è 
il  racconto  del  Corner,  ma  mi  è  vietato 
dir  di  più.  Pel  complesso  de'  prodigi  o- 
perati  fu  disposta  in  magnifico  altare.  La 
chiesa  fu  collegiata;  era  Oliale  di  s. Pie- 
tro di  Castello,  e  contìnua  ad  esser  par- 
rocchia, ma  sotto  la  decania  de'ss.  Apo- 
stoli. Numera  5196  parrocchiani.  Quat- 
tro chiese  sono  nel  suo  perimetro.  S.  Lo- 
dovico o  Alvise,  succursale,  di  cui  nel 
§  X,  n.  4i.  S.  Cristoforo  osìia  s.  Ma- 
ria <leirOrto,  oratorio  sagramentale,  di 
cui  nel  detto  §,  n.  38.  S.  Maria  Annun- 
riata  de'  servili,  oratorio  non  sagramen- 
tale. S.  Girohuno  doltt)re,  oratorio  non 
sagramentale.  Questi  due  ultimi  orato- 
ri! servono  per  l' istruzione  de'  fanciul- 
li e  sono  diretti  dal  parroco.  Vi  è  pu- 
re la  cappella  di  s.  Maria  del  Carme- 
lo, eretta  nel  1826,  ed  appartiene  ad 
una  pia  aggrega '.ione.  Nel  1°  altare  del- 
la chiesa  di  s.  ALirziale  vi  è  opera  pre- 
giatissima di  Tintoretto,  con  s.  Marziale, 
ed  i  ss.  Pietro  e  Paolo.  Nel  coro  la  Ri- 
surrezione è  con)pouiuientu  s'i  bello  del- 
l'Aliense,  che  il  Passiguauo,  (jui  suo  ri- 
vale nell'opposto  quadro  della  Crocefis- 
sione,  volle  possederne  il  disegno.  Al- 
l' altra  parte  nell'  ultimo  altare  il  To- 
bia guidato  dall'  Angelo  è  opera  celebre 
che  Ti/.iano  condusse  di  circa  3o  anni: 
la  lesta  di  Tobia  non  può  esier  più  viva, 


YEN  35 

e  l'Angelo  [)ienodi  grazia  e  vivacità  sem- 
bra muoversi.  Quegli  che  prega  lontano, 
è  il  buon  padie  di  Tobia.  Era  stata  uifer- 
ta  al  pievano  nel  1 8  1  o  la  magnifica  e  mo- 
numentale chiesa  de'Servi  di  Maria,  re- 
stando questa  di  s.  Marziale  aperta;  ma 
non  voile  aderirvi,  amando  piuttosto  ri- 
manersi nella  sua  ristretta;  perciò  fu  ca- 
gione, che  quella  de' Servili  rimanesse 
chiusa  e  andasse  in  seguito  deplorabil- 
mente demolita. 

34.  ^-  Fosca.  Dell'  antica  si  vuole 
fondatore  nell'anno  873  Crasso  Fazi(j 
vescovo  d'  Oli  volo;  veramente  si  esclu- 
de dalla  serie  de'  vescovi  dal  Dandolo, 
dallo  slesso  Corner  e  dall' ab.  Cappel- 
letti, per  cui  resta  dubbiosa  tal  fonda  - 
zioiie  nelle  sue  circostanze.  E  più  ve- 
rosimile, che  essendosi  portato  da  Tri- 
poli d'  Africa  a  Torcello,  dove  ha  un  ce- 
lebre tempietto,  il  corpo  dell'  illusile  s. 
Fosca  vergine  e  martire  nel  secolo  X, 
il  suo  culto  si  estendesse  fino  a  Venezia, 
e  perciò  le  fosse  eretta  una  chiesa  par- 
rocchiale, indubitatamente  rinnovata  nel 
1297.  Minacciando  cadere,  fu  dirocca- 
la nel  1679,  e  poi  in  più  decente  forma 
riedificata  da'fuudamenti,  venendo  cou- 
sagrata  a'  25  agosto  tySS  da  Girolamo 
Fonda  vescovo  di  Nona  ;  dopo  di  che  a 
con»pimento  de' suoi  abbellimenti,  il  se- 
natore Filippo  Donato  eresse  di  marmo 
la  facciala  e  due  altari.  Qui  si  venerano 
le  reliquie  della  ss.  Croce,  restala  illesa 
iu  un  incendio,  una  ss.  Spina,  una  cuslu 
della  s.  Titolare  douata  nel  1592  dal  ve- 
scovo di  Torcello  Grimani,  della  terra 
inzuppata  dal  preziosissimo  sangue  di 
Gesù  Cristo  ed  altre  molte  reliquie.  Col- 
legiata, filiale  di  s.  Pietro  di  Castello, 
colla  parrocchia  cessò  di  esserlo  nel  1 8 1  o, 
ed  oggi  è  succursale  de'  ss.  Ermagoru  e 
F'orluualo. 

35.  S.  Felice,  volgarmente  s.  Feli- 
se,  nel  960,  o  forse  nel  966,  fu  fondala 
dalla  famiglia  Gallina,  e  rinuovavasi  in- 
torno il  1267,  essendovi  poi  memoria 
d'  esaere  àtulu  cuusa^rala  a^li  1 1  lui^ho 


36  VEN 

dell'anno  slesso  da  Leonardo  vescovo  di 
Jesolo,  con  fr.  Marino  vescovo  di  Caorle  e 
3  altri  prelati. Benché  laCliiesa  universale 
faccia  a' 1 4  gennaio  commemorazione  di 
s.Felice  prete  di  Nola,col  nome  di  martire 
peraver  palilo  perCristo,qiiesla  chiesa  eil 
clero  veneto  ne  celebrano  la  festa  come 
di  confessore  a'  3i  agosto.  Il  suo  altare 
e  quellodella  B.  Vergine,  dell'antica  chie- 
sa, furono  consagrati  nel  detto  1 267.  L'o- 
dierna, come  si  vede,  fu  riedificata  nel 
]53{  con  nobile  struttura  e  disegno  di 
uno  de'Lombardi,  e  non  del  Sansovino, 
come  per  errore  disse  il  Corner,  ed  a'  4 
ottobre  1624  '^  ricoosagrò  il  patriar- 
ca Tiepolo.  l'ossiede  alcune  ss.  Reliquie. 
Parrocchia  e  collegiata,  era  filiale  di  s. 
Maria  Formosa,  venne  chiusa  nel  1807 
e  la  sua  parroccbialilà  si  concentrò  in 
quella  de' ss.  Apostoli.  Fu  poi  riaperta,  e 
con  patriarcale  decreto  de*  24  ottobre 
]8io  eretta  nuovamente  in  parrocchia 
nella  decania  di  detta  chiesa,  e  prosiegne 
ad  esser  parrocchia.  Ha  3  1 16  anime,  e  la 
chiesa  di  s.  Sofia  per  oratorio  sagrumen- 
tale,  che  nel  seguente  numero  descrive- 
rò, s' intende  sempre  secondo  l' indole  e 
tra'confini  d'un  Dizionario.  Vi  ha  pure 
J'  oratorio  non  sagramentale  della  JVati- 
vità  di  Maria  Vergine.  L'  edifizio  di  s. 
Felice  è  beo  compartito  e  d'ottimo  gu- 
sto, con  belle  porte  sullo  stile  de'  Lom- 
bardi. Nel  i.°  altare  è  della  moderna  ora 
defunta  Pascoli  Angeli  la  s.  Anna;  nel 
2.°  dal  pur  moderno  e  defunto  Querena 
la  favola  con  parecchi  Santi  ;  nel  3.°  è  di 
J.  Tintorello  il  s.  Demetrio  con  ritratto 
un  principe  Chigi,  che  lo  fece  eseguire. 

Kel  niaccior  altare  è  nobil  lavoro  del 

00 

Passignaiio  la  tavola,  in  campo  d'  oro, 
col  Salvatore,  il  .santo  Titolare  e  due  ri- 
traili. Le  due  statuette  laterali,  come 
anclte  le  3  sulla  poita  niaggiore,  sono  di 
G.  dal  Moro.  All'altra  parte  nel  i.°  al- 
tare la  tavola  col  Saverio,  è  del  moder- 
no co.  liobustello;  nel  2.°  Maria  Con- 
cetta del  pur  moderno  pittore  Tona;  e 
ucir  ullituo  altare  l'Addolorata  è  dìpìu- 


VEN 
lo  che  onora  1'  ora  defunto  prof.  Po* 
liti. 

36.  S.  Sofia.  Ad  onoredella  divina  Sa- 
pienza i  Gussoiii  e  Giorgio  Tribuno  nel 
1020  eressero  la  chiesa,  con  nome  greco 
chiamata  s.  Sofìa,  indi  vi  fu  istituita  la 
parrocchia.  Pkovinosa,  quasi  la  rifabbric?» 
da'  fondamenti  lo  zelo  di  Tommaso  Cu- 
rini  suo  pievano,  e  celeremenle  la  com- 
pì nel  1698.  Quantunque  abbia  subilo 
varie  modificazioni,  porsene  vede  ancora 
l'aulica  forma.  Parrocchia,  collegiata,  fi* 
lialedi  s.  Maria  Formosa,  fu  nel  1810 
chiusa  e  poi  riaperta  a'26  giugno  1 836  a 
merito  diGio.  Battista  Rebeilin, che  com- 
pratone il  fondo  lo  donò  per  la  celebra- 
zione del  culto  divino  a'  parroclii  di  s. 
Felice />ro  tempore,  per  cui  oggi  serve 
d'oratorio  sagratuenlale  della  parrocchia 
di  s.  Felice. 

37.  SS.  apostoli,  il  cui  titolo  in  al- 
cune cronache  antiche  si  trova  indica- 
lo per  Santo  apostolo.  L'  ultima  del- 
le chiese  che  dicesi  per  celeste  rivela- 
zione fitta  fabbricare  da  s.  Magno,  iii 
onore  de' XII  Apostoli,  i  quali  a  lui  ap- 
parsi in  visione  glielo  ingiunsero  per  di- 
vino volere,  dov' egli  trovasse  12  grue 
insieme  congregale.  Soccorso  nell'injpre- 
sa  dalia  cristiana  carità,  fu  in  breve  per- 
fezionala per  quella  di  Gardoco  Gardoli- 
co.  La  restaurarono  gli  Erizzo  ed  i  Cor- 
ner. Vicina  a  rovinare,  fu  da'fonda  men- 
ti rialzala  nel  1075  circa,  ed  a'  6  luglio 
di  tale  anno  la  consagrò  Guido  vescovo 
di  Traù.  Di  poi  verso  la  metà  del  secolo 
passalOjSi  rinnovò  nobilmente  e  con  ben 
ideala  maniera  nell'  interno.  Calerinu 
Cornaro  regina  di  Cipro,  per  quivi  ripo- 
sarvi Tossa  cle'suoi  auìenali  (vi  ebbe  pur 
essa  la  tomba  nella  cappella  di  essi,  pri- 
ma che  fosse  trasferita  nel  suo  mausoleo 
a  s.  Salvatore),  le  donò  il  braccio  di  s. 
Ametisto  glorioso  martire  in  Cipro,  eil 
nobile  di  quel  regno  Chiriarco  vi  aggiun- 
se il  braccio  di  s.  Ilarione  abbate.  Vi  è 
pure  un  dito  di  s.  Anna;  i  corpi  de'  ss. 
Ireneo  e  Fauslo  luarliri,  e  le  teste  de'ss. 


VEW 
Tibiirzio  e  Condicio  inarliri,  estralli  da' 
romani  ciniireii.  Il  suo  collegio  capito- 
lare divenne  numeroso.  Parrocchia,  dal 
1810  non  è  pili  collegiata,  era   filia- 
le di  8.  Maria  Formosa,  ed  è  tuttora  par- 
rocchia  con   3344  a'ii'Tie.    Ho    avver- 
tito in  principio  di  f|uesto§  che  lo  Sta- 
to  personale  del  Clero  registra   IV  de- 
cania   la   chiesa   de'  ss.    Apostoli,  e  nel 
]*rospetto  riassuntivo   la  segna  per  or- 
dine in  terzo  luogo.  Sia  comunque,  le 
parrocchie  soggette  alla  sua  decania  so- 
no: s.  Geremia,  ss.  Caiizio,  Canziauo  ec, 
«.  Marziale,  s.  Felice,  ss.  Ermagora  e  For- 
tunato. Nel  suo  perimetro  è  l'oratorio  non 
sagramentale  de'  ss.  Filippo  Neri  e  Lui- 
t;i  Gonzaga,  con  ospizio  annesso  per  po- 
vere vecchie  e  inlermlccie.  Questo  orato- 
rio un  tempo  apparteneva  a'ieligiosi  cro- 
ciferi, ed  ora  è  ulllzialo  da  una  pia  unione 
di  secolari,e  dal  cappellano.  L'etJifiziode* 
ss.  Apostoli  è  ampio  e  di  buona  forma.  11 
sodino  è  ilipinto  a  fresco  da  Fabio  Ca- 
nal. La  cappella  de' Corner,  dedicata  a 
s.  Lucia  vergine  e  martire,  alla  destra,  è 
magnifica  per  ogni  rispetto  e  per  la  scel- 
tezza de'uiarmi,  e  ne  fa  ammirare  la  di- 
ligenza e  l'ingegno  del  suo  ignoto  archi- 
tello  e  scultore.   La   tavola  dell'altare 
con  detta  santa,  è  del  Tiepolelto.  Que- 
sta cappella  è  tra  Le  Fabbriche  di  Ve- 
nezia illuslrate  ;  ed  il  suo   restauro   e 
il  collacamento  dell'altare  di   pietra  di 
paragone,  oltre  altri  recenti  abbellimen- 
ti della  chiesa,  si  eseguì  colle  copiose  of- 
ferte de'  parrocchiani,  a  cura  precipua- 
mente di  mg."^  Pietro  Piantou  fabbricie- 
re  della  parrocchia,  e  seco  lui  gareggia- 
rono i  confdbhricieri  conte  Carlo  Michel 
e  conte  Antonio  Zen.  La  tavola  vigorosa 
del  vicino  altare  colla  Nascita  di  Maria 
Vergine,  è  bell'opera  del  cav.  Contarini. 
Nella  sagrestia  è  saporita  opera  del  Mon- 
tem(7.zano,  il  Cristo  morto,  colle  Marie 
e  s.  Giovanni.  Nel  coro  sono  degni  d'os- 
servazione i  due  grandi  quadri  laterali: 
•  II.   colla  Cena  del  Signore,  dipinta  nel 
I  j8  JijSulla  niauieru  liziauesca,da  Cesare 


VEN  37 

daConeglianojili. "col  cader  dellaManna, 
è  di  Paolo.  Nella  seguente  cappella  l'ele- 
gante monumento  del  co.  Giuseppe  Man- 
gili!, fu  disegnato  dal  Trezza:  il  busto n'è 
stupendo  hivorodel  Pizzi,  e  il  monumen- 
to che  v'  è  dirimpetto  fu  innalzato  dal- 
la pietà  della  vivente  contessa  Lucrezia 
Mangilli,  al  defunto  suo  marito  conte  Be- 
nedetto Valmarana.  Il  disegno  è  del  va- 
lente prospettico  Giovanni  Pividor,  e  il 
busto  è  del  bravo  scultore  Luigi  Mini- 
tini,  non  di  Luigi  Ferrari, siccome  mala- 
mente fu  detto.  La  tavola  dell'altare  col- 
l'Angelo  Custode  è  del  Prete  Genovese; 
e  quella  de' ss.  Titolari  del  vivente  S. 
Santi.  La  cella  del  campanile  è  lodata 
opera  del  Tirali. 

38.  SS.  Caazio,  Canzinno,  Canzia- 
nìlla  e  Proto,  volgarmente  s.  Canziano. 
Ad  esso  ed  a'suoi  illustri  compagni  Mar- 
tiri, si   vuole  innalzata  dagli  aquileiesi 
fuggiti  per  timore  de'  barbari  in  queste 
lagune.  Fu  consagrata  a'20  maggio  1 35 1 
da  Marco  vescovo  di  lesolo:  la  sua  for- 
ma attuale  è  lavoro  del  XVH  secolo,  e 
la   sua   fronte  murata   nel  1706.  Que- 
sta chiesa  con  alcune  altre  della  città 
per  autorità  apostolica  fu  assoggettata 
a' patriarchi  di  Grado  ;  ed  il  Dandolo 
ricorda  il  privilegio  concesso  da  Alessan- 
dro IV  al  patriarca  gradese  Maltraverso, 
per   l'uso  del  pallio  in  certi  giorni  solen- 
ni, fra' quali  in  que'dis.  Silvestro  e  dis. 
Canziano;  donde  si  argomenta  ch'essi 
celebrassero  pontificalmente  in  questa 
chiesa  di  loro  giurisdizione  nel   giorno 
de'ss. Martiri  titolari. L'antica  facciala  di- 
mostrava la  sua  gran   vecchiezza  sin  da' 
tempi  del  Sabellico;   ma  rinnovata  poi 
e  ornata  coU'iuterno  della  chiesa,  si  ri- 
dusse ad  assai  decorosa  struttura  con  7 
altari  di  marmo,  de'quali  quello  a  destra 
del    maggiore  era    prima   dedicato  a  s. 
Veneranda  di  Tours,  il  di  cui  cranio,  do- 
no ile'Loredani,  qui  si  venera.  Collocata 
poi  in  quest'altare  una  ss.  Spina,^  ne  prese 
il  nome,eindi  il  pievano  Sebastiano  Pii- 
ualdi  avendolo  decorosanieate  rifabbri- 


38  V  !■:  N 

rnlo,  pel  I ."  in  Venezia  lo  dedicò  n  s.  Fi- 
lippo Neri.  Anche l'altnie  (Iella  cappella  a 
manca  tlel  maggiore,  a  vea  per  litolare  s. 
Lucia;  ma    avendola  i  Vidman   ridotta 
con  particolare  magnificenza,  per  ripor- 
vi  il  corpo  incorrotto  di  s.  Magno  mar- 
lire,  vescovo  d'Opitergio  e  poi  d'  Emo- 
nia, come  si  legge  nell'iscrizione  coll'ef- 
figie  del  Santo  che  riposa  coricato  e  pro- 
dotto dal  Corner,  prese  la  sua  denomi- 
nazione, anche  a  motivo  del  solennissimo 
ctillo  col  quale  ivi  si  venera.  E  siccome 
qui  è  pure  il  corpo  di  s.  Massimo  mar- 
lire  d'Asia,  rapito  e  drmato  da  un  Ba- 
doer,si  confusero  gli  alti  esiatlrihuirono 
.•tll'altro,  di  che  scrissero  diversi,  e  Gio- 
vanni Sconlebio  neW'yé Emonia  vìndica- 
la.  Anzi  fu  supposto  che  s.  Massimo  d'A- 
sia fosse  il  celebre  s.  Massimo  vescovo 
di  Reggio,  per  cui  un  prete  reggiano  ne 
rubò  la  testa,  che  Sisto  V  fece  restituire. 
Unita  a  questo  sagro  Corpo  fu  portata 
a  Venezia,  e  in  questa  chiesa,  un<a  croce 
di  bronzo  col  Crocefisso  e  dall'altro  la- 
Io  alcune  figure,  il   cui    disegno  offre  il 
Corner,  forse  pettorale  per  servire  al  sa- 
gro Corpo,  benedicendosi  con  essa  gl'in- 
fermi con  efficacia.  Vȏ  pure  il  corpo  di 
{.  Candido  martire,  forse  anche  quello  di 
S.Savina  martire,  ed  altre  ss.    Reliquie, 
^'tradizione  che  vicino  alla  chiesa  vives- 
sero circa  il  secolo  XIII  alcune  pie  donne 
dette  Recluse  o  Romite,  come  presso  al- 
tre. Finalmente  sotto  1'  invocnzione  de* 
ss.CanzianoeCompagni  martiri  vi  fu  isti- 
tuita l'omonima  congregazione,  mia  del 
IX    del  clero,  delta  anche  di  s.  Cancia- 
iio,  nel  i-ìSS.  Era  parrocchia,   collegia- 
ta,filialedi  s.  Silvetro,  e  di  presente  con- 
tinua ad  esser  parrocchia,  con  44'^  a- 
iiime.  Ila  per  chiesa  succwrsale   s.  Gio. 
Crisostomo,  di  cui  nel  prossimo  n.  ^o. 
E  per  oratorio  sagrainenlale  ha  la  chie- 
sa di  s.  Maria  Concetta  de'Miracoli,  della 
quale  nel  §  X,  n.  53  r,igiono. 

39.  ^V.  Maria  No\'a  fu  parrocchia, 
collegiata,  filiale  di  s.  Muiia  Formosa, 
li  soppresse  e  chiuse  nel  j8q8,  ed  an- 


V  E  N 
ni  addietro  cadde  e  quindi  venne  de- 
molita. L'edificava  nel  971  la  famiglia 
Borselli  d'  Aquileia  abitante  in  Rialto  , 
secondo  la  cronaca  mss.  Savina.  L'  an- 
tico suo  titolo  era  s.  Maria  Aisuntn^ 
come  neh  r  io,  finché  si  disse  Nuova  dal 
Xlllsecolo.  Caduto  l'edifizio  nel  i535, 
sub  lo  la  rinnovò  a  proprie  e  altrui  spe- 
se Nicolò  Negri  suddiacono  titolato  del- 
la chiesa,  ed  è  fama  con  disegno  del  ?)i\n  • 
sovino,  inrii  consagrata  a'  17  giugno,  i- 
gnorandosi  l'anno, rinnovandosi  la  faccia- 
ta nel  17 70.  l^ossedeva  una  ss.  Spina,  del 
prodigioso  Sangue  del  ss.  Crocefisso  di 
Berito,  dono  del  doge  Contarini  nel  r  63o , 
qual  sua  parrocchia  ;  ed  altre  ss.  Reli- 
quie. Possedeva  pure  il  ftinoso  dipinto 
di  Tiziano  figurante  s.  Girolamo,  che  va 
alle  slampe,  ora  esistente  nell'accademia 
di  Milano.  Il  suo  campanile  restaurato 
nel  1498  dall'archiletto  M.Uteo  Fonta- 
na, per  volere  del  picvatio  Pietro  Canal, 
si  finì  di  demolire  nel   1839. 

4o.  S,  Giovanni   Grisnitomo,  e  an- 
ticamente .?.    Cecilia,    Vuole   la     tradi- 
zione, che  l'antica  ftdjbricata  nel  1080 
da'  Caltanei   a   questo   gran    vescovo  di 
Costantinopoli,  fosse  situala  incontro  l'o- 
dierna, qtiando  fu    la   cadente   atterrala 
per  r  in(tendio  del  \\']'^,  e   quindi   l'al- 
tra edificatii,  dopo  i3  anni  dal  lato   op- 
posto della  prima,  con  indulgenze  d'In- 
nocenzo Vili  a'contribuenti.  La  sua  con- 
sagrazione  si  commemora  a'  1  3  febbraio, 
ma  non  si  conosce  l'anno  in  cui  fu  ese- 
guita. Olti'e  un   braccio  del  s.  Titolare, 
si  venerano  le  reliquie  de'ss.  Anna,  An- 
drea Apostolo,  Gio,  B.itlisfa  ed  l'ilisabet- 
ti  sua  madre,  Stefano,  Re  IMagi,  Biagio, 
llarione,  Afra,  Onofrio  anacoreta,    del 
quale  q>i   è   antico  il  cullo.   Fu  parroc- 
chia e  collegiata,  era  filiale  di  s.  Maria 
I''ormosa  fino  al  1810,  e  d'i»  Il  ora  è  suc- 
cursale di  s.  Canzifino.  L'edificio  per  la 
sua  forma  è  uuofra'  pregiati  di   Vene- 
zia,  il    cui    disegno  è  di    Sebastiano  da 
Lugano,  a  cui  diede  mano  I\loro  Lom- 
bardo. La  tavola  del  i .°  altare  co'ss.  Cri- 


V  E  \ 

sf(  foro,  Agostino  e  (iirolnmo  bollore,  si 
c«mlns«e  nel  iTiS  ila  Gio.  l?ellino:  si 
loda  h  fanlfisifi,  In  nobiltà  del  cnrntte- 
re,  la  foiva,  la  vai^hezza  e  l' armonia 
di  tinte.  I^a  tavola  del  maij^ioi'  altare 
con  s,  G'ovanni  Crisostomo  consagra- 
to  vescovo  e  altri  Suiti,  si  dice  comin- 
cinta  «la  Giorgionp,  e  compita  <la  Se- 
bn<>liano.  «lei  l'intubo,  ovvero  tutta  sua. 
A  lato  deg'i  altri  due  altari  si  c«jlloca« 
rono  4  figure  «li  Santi,  opere  di  G.  Man- 
sueti. Il  bassorilievo  dell'ultimo  altare  è 
studiata  opera  di  Tidiio  Lotidiardo. 

41.»^.  Lucia,  prima  intitolata  alla  v.v. 
yinnuìiziatn.  L'origine  di  questa  chiesa  si 
assegna  all'anno  i  ig-J.Si  rese  celebre  per 
la  traslnzintie  in  essa  del  suo  s.  Corpo,  co- 
me ritengono  gli  scrittori  vei.eti  e  altri, 
l'ero  il  Buller  fu  d'avvilo,  nelle  f''ìte(ìc 
principnlì  Santi,  «he  il  corpo  della  cele- 
bre s.  Lucia  vergine  e  martire  di  Siracu- 
sa,ivi^dopo  il  martirio  patito  nel  3o  j,  S'a 
rimasto  parecchi  anni,  ma  fosse  poi  trasfe- 
rito in  lt;ilia  (ossia  nella  sua  terraferuìa, 
ed  alciniidicnno  neirVI  II  sec(. lo).  Saper- 
si da  Sigeberto  di  Gemblours,  che  1'  im- 
peratore Ottone  I  (re  d'Italia  nel  961  e 
nel  seguente  imperatore,  mori  nel  97-^) 
lo  fere  poi  portate  a  .Metz,  dove  si  vene- 
ra nella  bella  cappella  «Iella  chiesa  di  s. 
Vincenzo.  La  porzione  delle  relirpiie  di 
detta  santa,  ch'era  anticamente  a  (Costan- 
tinopoli, è  «li  pi'eseutea  Venezia,  e  vi  è  o- 
nor.ita  con  pecidiar  divozione  ni-Ila  chie- 
sa al  suo  nome  intitolata.  Ciò  premesso 
colla  critica,  per  le  diverse  opinioni  cir- 
ca d  luogo  tfelle  traslazioni,  seguirò  il  lin- 
guaggio della  principa'e  mia  guida  per 
le  chiese  di  Venezia,  ch'è  il  benemeren- 
tissimo Corner.  Neh  20 1,  fauiO<o  per  li 
confpii\fa  (li  Costantinopoli,  da  rpicsta  fu 
condotto  il  corpo  «li  s.  Lucia  in  Venezia, 
e  collocalo  nella  chiesa  di  s.GiorszioMas'- 
giore  de'benedeltini  nell'isola  omonima, 
ov' era  sommamenttì  veneralo,  massi- 
menti  giorno  consagr.ito  dalla  viUoiios.i 
di  lei  morte  a'  i3  dicetubie.  Mi  perchè 
in  (juel  giorno  per  lo  più  burrascoso  e  ia- 


V  E  N 


33 


clemente,  snccedevano  nel  Irngilto  del- 
la laguna  fre(|uenli  gravissime  disgra- 
zie di  naufragi,  fu  determinato  nel  12^9, 
in  cui  per  improvviso  turbitie  perì  un 
gran  numero  di  persone,  onde  potersi  ve« 
nerare  il  sagroCorpo  dal  popolo  con  mag- 
gior siciu'ezza,  di  trasferirlo  in  Venezia 
nella  chiesa  parrocchiale  eretta  sotto  l'in- 
vocazione della  Santa.  Seguì  la  traslazio- 
ne a'i  8  gennaio!  280,  o  1216  come  leg- 
go nello  Slato  perdonale  ;  giorno  me- 
morabile pel  1."  arrivo  del  s.  Corpo,  Dio 
illustrandola  con  due  prodigi,  cioè  eoa 
lasciare  la  Santa  una  delle  sue  braccia  in 
mano  dell'abbate  di  s.  Giorgio,  econ  ri- 
donare la  vista  perduta  ad  un  nobde  che 
ne  invocò  la  grazia.  Acccescendosi  poi 
colla  «livozione  del  popolo  il  culto  dell.-» 
Santa,  per  solennizzarne  con  pompa  la  fe- 
sta ebbe  origine  nel  1284  ""a  pia  con- 
fraternita coll'assenso  del  pievano  della 
chiesa  e  degli  altri  suoi  preti.  Di  questo 
e  «la'documenli  si  deduce,  che  allora  fos- 
se  anche  collegiata.  Nel  pontificato  d'Eu- 
genio IV,  ottenne  da  questi  il  vescovo 
di  l'altre  Tommasini,  che  la  chiesa  «li 
e.  Lticia  fosse  unita  al  monastero  delle 
domenicane  del  Corpo  di  Cristo,  già  di 
circa  mez70  secolo  fondalo  nella  stessa 
parrocchia.  Questo  si  edeltuò  alla  morte 
del  pievano  nel  luglio  «444;  ^  d'allora 
in  poi  i  pievani  esercitarono  la  cura  sotto 
la  giurisdizione  delle  monache. Frattanto 
alcune  religiose,  vef-tilo  l'  abito  ilei  3."  or- 
dine de'Servi  di  Marii.solto  la  regola  di  s. 
Agostino,  si  ridussero  in  una  casa  vicino 
alla  chiesa  di  s.  Lucia,  ove  vivendo  in  P)i*- 
ma  (li  comunità  religiosa  riuscirono  «li  e- 
ilillcazione.  L^  acquistata  riputazione  vi 
trasse  tante  compagne,  che  divenuto  an- 
gusto il  luogo,  u»olte«li  esse  trasferironsi 
a  Padova  per  fondare  un  nuovo  moni- 
siero.  Le  8  religiose  restate  in  Venezia, 
fidando  nel  divino  aiuto,  comprarono  al- 
cune case  contigue  alla  loro,  e  dispostela 
in  forma  di  [iccolo  «hioslro,  vi  entraro- 
no nel  14^9,  coU'intendiraento  d'istitui- 
re un  monasteio  sollo  l'iavocazione  del- 


4o  V  E  W 

la  ss.  Annunziata,  alla  quale  costruit'ono 
propinqua  chiesetta.  Elessero  quindi  una 
superiora,  e  dal  monastero  fiorente  dis. 
Daniele  vi  passò  per  abbadessa  Orsa, nel- 
le cui  mani  fecero  i  voti  religiosi.  Dipoi 
Sisto  IV  concesse  loro  la  chiesa  di  s.  Lu- 
cia e  la  casa  parrocchiale,  colla  condi- 
zione di  pagare  alle  domenicane  suddet- 
te annui  5o  ducati  d'oro,  in  compenso 
del  tolto-,  tralasciando  di  riferire  i  litigii 
tra  due  monasteri,  e  il  temporaneo  ra- 
pimento del  corpo  di  s.  Lucia  fitto  dal- 
le domenicane.  Le  agostiniane  dis.  Lu- 
cia prosperarono,sotlo  il  governo  dell'ab- 
jjadesse  [ìerpertiie,  che  Gregorio  XIII 
ridusse  triennali, sotto  la  i/  delle  quali 
il  fiorentino  Donato  Baglioni,  padre  d'u- 
na monaca, ridusse  sontuosamente  la  cap- 
pella e  il  sepolcro  di  s.  Lucia.  Avendo 
già  Bernardo  Mocenigo  eretta  la  cappel- 
la maggiore,  la  sua  nobiltà  e  quella  del- 
la santa  non  accordandosi  colla  vecchia 
chiesa,  si  rinnovò  questa  da'*  fondamenti 
con  mirabile  disegno  di  Palladio  (mira- 
bile altresì  per  le  angustie  dello  spazio  ed 
altre  circostanze  di  sito),  eil  è  l'ultima 
«uà  opera,  onde  fu  condotta  dopo  la  sua 
morte  nel  1609.  Compita  del  tutto,  a'2  i 
novembre  o  1 3  dicembre  1617  la  con- 
sagrò il  patriarca  cardinal  Vendramino. 
Dipoi  Giorgio  Polacco  confessore  per  36 
anni  del  monastero,  edificò  accanto  la 
sagrestia  la  di  vota  cappella  in  onore  del- 
la nascita  di  Gesù  e  del  dottore  s.  Giro- 
lamo, e  l'arricchì  di  copiose  ss.  Pieliquie; 
il  patriarca  Tiepolo  ne  consagrò  l'altare 
a'24  novembre  1629;  ed  egli  pure  qui- 
vi eresse  la  cappella  e  magnifico  altare 
in  onore  dell'Aspettazione  del  parto  del- 
la Vergine.  Ultima  di  tutte  ad  esser  com- 
pita, fu  la  cappella  a  destra  del  maggior 
altare  de'ss. Gioacchino  e  Anna  nel  1628, 
e  n'ebbe  merito  Nicola  Peetres  nobi- 
le d'Anversa  ivi  sepolto.  Avendo  le  a- 
gostiniane  contiguo  il  monastero  alla 
chiesa,  facevano  esercitare  la  cura  dell'a- 
ninie  a  un  cappellano  da  loro  eletto. 
Colpite  nel  1810  dal  generale  decreto  di 


VEPf 

soppressione,  il  loro  chiostro  demolito  in 
parte,  oggidì  serve  ad  uffizi  di  dogana 
per  le  merci  della  ferrovia.  E  la  chiesa 
divenne  oratorio  sagramentale  dipen- 
dente dalla  parrocchia  di  s.  Geremia  ; 
sempre  però  essendo  insigne  santuario 
perla  divozione  di  tutta  la  città,  per  con- 
tenere il  corpo  intatto  della  gloriosa  s. 
Lucia.  In  questo  bellissimo  e  leggiadro 
edifizio,  se  l'occhio  non  trova  la  felicità 
delle  proporzioni  sì  propria  al  giau  Pal- 
ladio, vi  riscontra  però  una  certa  piace- 
vole novilà  e  un  non  so  quale  gusto  gre- 
co, degno  degli  aurei  tempi  di  Roma; 
in  altissima  considerazione  è  tutto  l'in- 
terno agi'  intelligenti  dell'arte.  Il  pro- 
spetto è  d'imperito  artefice.  Il  Palma  gio» 
vine  può  dirsi  il  pittore  di  questa  chiesa  ; 
eh'  egli  fece  tutte  l'opere  della  cappella 
della  Santa,  i  portelli  dell'organo  eie  ta- 
vole degli  altari,  con  leSponsalizie  de'ge- 
nitori  della  Madonna,  col  Presepio  e  s. 
Tommaso  d'Aquino.  La  tavola  di  s.  Ago- 
stino in  gloria  e  Santi  al  piano,  è  di  L. 
Bassano.  Nella  maggior  cappella  il  busto 
del  Mocenigo  è  del  Vittoria.  La  cappella 
che  segue  a  destra  ha  scultiue  del  Cam* 
pagna.  Morlaiter  lavorò  la  statuetta  di 
s.  Antonio  da  Padova  e  il  bassorilievo 
della  mula  adorante  l'Eucaristia.  Vi  di- 
pinsero ancora  Maffeo  Verona,  Ingoli  e 
Pilotti.  Illustrarono  l'edifizio,  il  Teuian- 
za,  e  Diedo  e  Zanotto,  Le  Fabbriche  di 
f'enszia. 

Sestiere  di  Stinta  Croce. 
42.  S.  Croce,  appartenne  al  contiguo 
monastero  di  francescane,  le  quali  elegge- 
vano il  pievano  ad  amministrar  la  cura 
dell'anime.  La  parrocchia  fu  soppressa, 
nel  1 8  I  o  per  la  2."  diminuzione  delle  par- 
rocchie e  delle  chiese,  la  chiesa  di  s.  Grò* 
ce  venne  chiusa  e  ridotta  a  magazzino 
privato.  Fa  poi  demolita,  e  sul  luogo 
occupato  da  essa  e  dal  monastero  fu  pian- 
talo un  ampio  orto  e  giardino.  Questo 
posto  sul  Canal  grande  a  sinistra,  pres- 
so il  ponte  della  Croce,  appartiene  al 
conte  Spiridioue  Papadopoli.  E'  delizio- 


VEN  VEN                      4i 

so,  verdeggia  e  fu  bella  mostra  di  lean»  donare  il  monastero.  Il  collegio  capitoI.ii-e 
co  da  lontano.  E"  pure  ricco  di  piante  e-  di  preti  litolati,cheancoin  tempo  de'clu- 
sotiche,  ed  è  il  più  esteso  di  quanti  fra'  niacensi  amministrava  la  cura  della  par- 
particolari  ne  possiede  Venezia.  Dell'an*  roccliia,  assunse  quell'intera  della  chiesa, 
lieo  monastero  non  rimane  in  piedi  che  lii  rinnovò  da'funclamenti  e  fece consagra- 
inia  colonna  di  granito  egiziano,  sorreg-  re  neli342.  Urbano  VI  neliSyB  ridusse 
gente  l'angolo  della  fabbrichelta  archi-  il  priorato  a  commenda,  e  lo  goderono  al- 
acuta  eretta  dagli  odierni  proprietari,  cuni  cardinali.  Nel  i4o5  rovinala  lacap- 
che  vuoisi  qui  recala  da  Toiemaide,  in  pella  maggiore,  si  trovò  nella  niensa  no- 
unione  del  capitello  che  la  coiona,  sul  labile  porzione  della  ss.  Croce.  Il  prio- 
qmile  è  scolpilo  un  monogramma  quasi  rato  l'ottenne  poi  Doinenico  Michiel  pa- 
simile  a  quelli  che  si  vedono  intagliati  triarca  di  Grado  del  i  44^5  ^  cosi  diven- 
sugli  stipiti  eretti  esteriormente  di  fronte  ne  una  delle  parrocchie  soggette  alla  giu- 
al  Battisteio  di  s.  Marco.  Di  tutto  ri-  risdizione  del  patriarcato  gradese,  e  con 
parlo  nel  §  XIX,  n.i  i.La  cinta  merlata  auloritìi  apostolica  nella  chiesa  vi  eres- 
che  circonda  il  giardino,  interrotta  nel-  se  un  vicarialo  perpetuo. Morto  nel  i4^ii 
l'angolo  dall' accennata  fid)brichetla  ar-  fu  conferito  il  priorato  ad  Eugenio  Mem- 
chi-acula,  e  da  una  lorricella,  fa  mira-  mo  canonico  regolare  Lateranense della 
bile  contrasto  per  la  varietà  delle  forme  Carità,  il  quale  per  impulso  dell'animo 
e  pel  verde  delle  piante  da  cui  pare  in-  suo  religioso,  pose  ogni  studio  perchè 
coronala,  colle  fàbbriche  circostanti.  Ri-  accanto  la  cliiesa  fosse  eretto  un  mona- 
torno  alla  chiesa  e  al  monaslerodi  s.  Cro-  stero  e  vi  fossero  collocate  suore  fran- 
ce.  1  cittadini  dell'antica  provincia  di  Ve-  cescane.  Quindi  alcuni  divoti  verso  il 
uezia  o  delle  Venezie,  ricoveratisi  per  ti-  1 460  edificarono  dietro  la  cappella  mag- 
niore  de'  longobardi  nelle  lagune  della  giore  alcune  stanze  ad  uso  di  povere  e- 
Venezia  marittima,  nell'  isola  di  Liiprio  remite,  ed  in  esse  vi  ftu'ono  introdotte 
fabbricarono  questa  chiesa,  a  merito  tie'  alcune  donne  del  3."  ordine  de'  minori, 
Badoer, altri  alti ibuendolo  a'AIastropie-  e  per  istruirle  furono  tratte  alcune  mo- 
ra oggi  Malipiero;  riferendo  la  tradizione  nache  da  Padova  e  da  Murano;  le  quali 
averla  consftgrata  il  I  ."vescovo  d'Olivolo  ridussero  le  compagne  a  professare  la 
Obelerio  del775,e  fu  tenuta  in  tanto  pre-  regola  più  austera  del  2.°  ordine  detto  di 
gio,  che  nella  divisione  della  città  in  re-  s.  Chiara.  Il  cardinal  Riario  legato  di 
gioni  col  suo  nome  fu  denominato  il  se-  Sisto  IV,  portatosi  a  Venezia,  assegnò  al 
sliere.  Nel  i  1  09  i  Badoer  la  donarono  nìQn(Mleio.d\  ?,.  Francesco  della x.Crocey 
a'benedellini  cluniacensi,  acciocché  ac-  nome  chegli  die',  il  priorato  colla  chiesa  e 
canto  vi  erigessero  un  monastero,  a'qua-  uniti  edifizi,  con  diversi  privilegi  :  lutto 
li  i  fedeli  offrirono  doni  e  rendile  ;  e  fìjr-  approvò  il  Papa,  ponendo  le  religiose  sol- 
se  riedificarono  la  chiesa  nel  i  i  1  i.  Ebbe  lo  la  direzione  del  vicario  de'  minori  os- 
il  titolo  di  priorato  colle  6  seguenti  cine-  servanti  della  provincia  di  s.  Antonio.  A- 
sesoggelte:  s.  Gregorio  di  Capodistria,  lessandro  VI  accordò  alle  monache  la  pie- 
R,  Martino  di  Sommocolle,  s.  Andrea  di  sentazionedel  vicario  curalo,e  loro  aflldò 
Tombello,  s.  Marina  di  Munigo,  ss.  Ab-  la  custodia  de'beni  della  chiesa.  Nel  i5i  i 
don  e  Sennen  di  Trevigiana,  ss.  Giaco-  il  monastero  con  altri  4,  fn  ridotto  a  ri- 
mo e  Bartolomeo  di  Grespignana  j  de'  forma  per  essersi  intiepidito  il  fervore, 
quali  solo  l'ultimo  restò  in  dominio  alle  Rovinando  lachiesa, determinatasi  l'abba- 
francescane  poi  abitatrici  del  monastero.  desvT  di  rifabbricarla,  nel  1 583  il  palriar- 
Decaduti  i  monaci  dall'osservanza,  circa  ca  Trevisau  coll'inler vento  del  doge,  po- 
ta mela  del  secolo XIV  doverono  abbau-  se  lai.'  pietra  per  la  nuova  e  con  meda- 


4^.  V  E  N  V  E  V 

pili»  ripnrtata  tlil  Cornor,  ove    si  vo.ila  hn  di»  vinno  pure  quelle  ilei  celebre  «. 

(la  im  J.ito  s.  Mmco  eoi  Leone  nl.ifo,  «lai-  Pnutulenne   meilico,   d.i   luì    «enerifo  ,i 

i';iltro  il  doge  genuflesso  e  sosteuenfe  I-i  Cristo.    Vi  sono  anitorr»  le  reliquie  di   «. 

Croce,  con  analoqhe  legqende.  Nel  i  Tc)  J.  Pietro  apostolo  e  d'altri  Santi,  oltre  mia 

il  Papa  Clemente  VII!  «sottopose  il  mo-  ss.  Spina,  e   un  fraoimenlo  della  s.  Co- 

nastero  al  patriarca,  e  la  chiesa  fu  con-  lonnn,ed  tuia  qorcia  del  prezioso  ss.  .San- 

sa£:;rala  nel   1600  dal  vescovo  di  Pistoi.i  gne  che   mischiato  con    acqua    usci    dal 

Ahioso.  Nell'antica  aveano   tomha  i  do-  costato  del  Redentore,   tratto  da   <piello 

gi  Malipiero  e  Domenico  Morosini  ;  e  nel  restato  illeso  neil'  incendio  della  basilica 

monastero  fiorirono  suore  di  santa  vita,  di  s.  Marco,  e  <lono  del  doge  llenieri    Ze- 

Della  concessione  fatta  da  Pio  VII    alle  no.  Era  collegiata,  filiale  di  «.  Pietro  di 

monache,  parlai  dicendo  di  qnelledel  ca-  Castello;  tuttora  è  parrocchia.  L'edifizio 

pitolo  cattedrale  nel  §  VI.   Pel   decreto  dopo  varie  vicende  bi  ridotto  allo    stalo 

de'28  luglio  1806,  con  cui  fa  ordinata  la  presente  da   Bartolomeo   .le   Comendà. 

concentrazione  de*  monasteri  e  conventi  L'attuale  sua   forma  fra   il    moderm    f-i 

nelle  provincia  venete,  questo  venne  di-  intravedere  molto  di  antico.  Li  sua  con- 

chiarato  di  i.*  classe,  ed  in  esso  nel  no-  «agrazione  «i  couimemoraa'  r  Tingilo.  Li 

vembre  rSo^  furono  concentrate  le  mo-  pirrocchia  è  soggetta  alla  decanta   di  s. 

nache  di  s.  Chiara.  Nella  filale  soppres-  Silvestro,  conta  ^\\\  anime,  ed  hi  per 

sione  del  1810,    vi  fu   compreso  anche  chiesa  succursale  (pielh  de' ss.  Simeone 

questo  monastero.  Apprendo  dal  cav.  Ci-  e  Giuda  apostoli,  vulgo    ?.    .S7wn/j  pir- 

cogna,  cheil  p.  Domenico  Godagli  com-  roto,  di  cui  nel   seguente  numero.    Nel- 

pilò:  Compendio  dell'  origine  et  de.lle.  la  chiesa  dì  s.   Simeone    profeta,   dietro 

ffonne  illustri  di  s.   Croce  di  P'enctìa  \\  maggior  altare  h  figura   coricata    in 

roniposfo  per  il p.  ecprt'dicafore  e  con.'  marmo,  del  santo  Titolare,   è  opera  di 

fcf.wre del monnslero.  In  Venetia  1610.  Marco  Romano  condotta  nel  i3t7.  Nel- 

Se  io  potessi  profittare  della  miniera  d'e-  l'altare  che  segue,  è  ilei  Catena  il  qm- 

nulizione.  qua!  è  l'opera  delle /«?rr?'3/o-  drelto   della  Trinità.  Neil' altro    è   ope- 

77Ì  f^c«f3i'<7«<',  potrei  tempestare  di  gein-  ra  del  Gramiccia  la  s.  Famiglia.  Il  mo- 

me  bibliografiche  queste  nozioni, almeno  numento  al  giovine  Antonio  Dona  è  del 

delle  chiese  finora   in  essa  opera  ilhi-  Bosa.  La  Cen  1  del  Signore  sul  lìaltiste- 

strate.  ro  è  lavoro  del  Tintoretto. 

43.1?.  Simeone  Pro/<'if^, volgarmente  ?.  44-  '^'^'  Simeone  e GiiultApn^stnli^vrA' 
Simon  grande.  La  fabbricarono  nel  ^6j  garmente  i.Simonpiccah.  Pare  l'anterio- 
i  Ghisì,  Aoldo  e  Briosi,  in  onore  di  quello  re  che  fosse  sfata  fibbricata  nel  I  X  seco- 
ch'ehbe  la  sorte  di  ricevere  fra  le  braccia  il  lo  da'Briosi,  intli  la  riedificata  venne  con- 
hedentore  bambino,  quello  il  cui  corpo  sagrata  a'2  i  giugno  layi.  Non  ostante 
v\  fu  portato  nel  i2o5  dalla  cappella  di  molte  successive  riparazioni,  convenne 
K.  Maria  di  Costantinopoli, da'veneti  Bai-  nel  17  [8  demolirla,  e  poi  nel  giro  di  20 
duino  e  Drusiaco.  Nel  r3r7  fu  soletnie-  anniecon  grandissimo  dispendio,da'f')ri- 
nienledal  vescovo  castellano  Alberti  de-  datnenti  si  compì,  veoeulo  cons;igraf;i 
posilato  sulla  mensa  del  maggior  alta-  a'27  aprile  [738  da  (iaspare  Negri  ve- 
re. Pretende  Zara  di  posseder  essa  il  scovo  di  Cittanova  d'Istria  e  poi  di  Pa- 
corpo  incorrotto  del  santo,  ma  non  ha  renzo.  Con  solenne  culto  e  al  proprio 
documenti.  In  delta  epoca  fu  periato  in  altare,  qui  sì  venera  da  tempo  itnmemo» 
questa  chiesa  il  corpo  0  l'insigni  reliquie  rabile  il  braccio  destro  intero  colla  ma- 
di  s.  Ermolao  prete  di  Nicomedia  e  mar-  no  di  s.  Dorotea  vergine  e  martire  di  Ce- 
lire,  chiaro  per  roiracoli  ;  con  esse  sem-  sarca   di  Cappadocia,  della   quale,   nel 


VEN 

»744>^"  cnnrc<!«o  il  proprio  uffizio  lìi  q  le- 
fioni  p<'r  la  cilià  e  diocesi  di  Vene7Ìa,  on- 
de in«nfenei-e  ed  ar.crescere  nel  popolo 
la  peculiare  di  lei  divozione.  Benedetto 
XI V  che  l'accordò,  elargì  pure  la  confer- 
ma dell'indulgenze  concedute  da  Urina- 
no Vili  e  Alessandro  VII  alla  confrater- 
nita di  tal   santa  eretta  in  questa  chie- 
sa. Inoltre  Venezia  vanta  le  suore  di   s. 
Dorolcn  (f.),  come  (i\ìb  fìf^]^  Xl,n.  i4» 
istituite,  coM'altra  pia  opera  dì  s.  Rnffae' 
//'(F.),  da'  piisimi  conti  Passi  di  Berga- 
mo, nobile  famiglia  originaria  di  Vene- 
zia. Non  è  certo  clie  il  capo  e  un  brac- 
cio di  s.  Simeone,  con  altress.  Reliquie, 
fossero  rubale  a  questa  chiesa  e  portate 
in  Ansano  diChieti. Era  parrocchia  ecolle- 
giala,  filiale  di  s.  Pietro  di  Castello  fino  al 
1  8  I  o  ;  ed  attualmente  è  succursale  di  s. 
Simeone  profeta.  L'edifi/io  l'archilellò 
Gio.  Scalfarolto,   proponendosi    a   mo- 
dello il  Pantheon,   senza  copiarlo  servii- 
mente,   ma    riducentlolo    nelle  sin)me- 
Irie  e  nelle  decorazioni.  Gli  altari  pure 
sono  a  tabei'nacolo,  come  quelli  del  Pan- 
theon. Pesantissima  riesce  la   sovrappo- 
sta cupola  per  l'estremo  suo  innal/anien- 
to.  Toltone  qualche  altro  difetto,  l'ope- 
ra è  degna  d'imitazione:  tanto  è  il  ge- 
nio e  la  perizia  che  vi  mostra   l'autore. 
Mella  sagrestia  il    lavatoio  è  opera   assai 
giudiziosa,  che   il  Temanza   dise<^nò  in 
gioventù  ;  il  bassorilievo  è  del  Marchiori, 
rhe  vi  scolpì  pure  se  slesso.  Il  Dizionario 
geografico  pubblicato  in  Venezia,  chia- 
ma questo  edifizio  moderno  molto  ele- 
gante, con  magnifica  e  ardila  cupola  co- 
perta di  rame.  Lo  Scalfarotto  nelhi  fac- 
ciala, sopra  nobile  gradinata,  eresse  un 
bel  vestibolo  d'ordine  corintio, sul  fron- 
tespizio del  quale  è  un  bassorilievo  scol- 
pilo da  Francesco  Penso  detto  Cabianca, 
che  rappresenta  il   martirio  de'  due  ss. 
Titolari. 

45.  S.  Giovanni  Decollato,  volgar- 
mente s.  Zar,  Degolà.  La  primitiva  fu 
trelta  nel  VII  secolo,  secondo  lo  Sia- 
lo personale^  e  ol  dire  di  Corner,  du' 


VEN  41 

Venier  ne'  primordi  del  XI  secolo,  sotto 
il  titolo  della  Decollazione  del  Ballixfn^ 
la  di  cui  solennità   divenne  poi   di   lietft 
ricordanza  a'veneziani  per  l'illustre  vit- 
toria riportata  sui  genovesi  a  Negropon- 
te.  Nel  121  3  i  da  Pesaro  la  rinnovarono 
da' fondamenti,  e  nel  1708  fu    riedifi- 
cata  in   più  nobii   maniera  nell'attua- 
le forma.  Consagrata    n    54  lugPKf^  s'  i- 
gnora   l*  anno.    Gloriasi   possedere  quel 
tlito  tlel  suo  s.  Titolare,  col  quale  indi- 
cò a'giudei  il  Redentore  del  mondo.  Qui 
pervenne  nel  i334  per  dono  d'Antonio 
Colonna  confratello  del  sodalizio  di  s.Gio. 
Battista  istituito  in  questa  chiesa, a  cui  lo 
lasciò  un  cavaliere  boemo  reduce  di  Pale- 
stina e  morto  in  sua  casa.  Non  è  sicuro  che 
sia  stato  pievano  di  questa  chiesa  il  bea- 
lo Giovanni  detto  Olmi,  il  cui  corpo  in- 
corrotto veneravasi  in  s.  Sebastiano  ;  e 
soppressa  quella  chiesa,  passò  con  altre 
ss.Reliquie  in  mano  del  fu  pittore  G.Gres- 
ler,  il  quale  le  cesse  alla  chiesa  di  Dignano 
neiristria.oveattualmenle  si  venera. Par- 
rocchia, collegiata,  filiale  dis.  Pietro  di 
Castello,  fu  soppressa  nella  concentrazio- 
ne generale  del  18 io,  e  chiusa,  poi  ria- 
perta al  culto  a'29  agosto  18 18,  ed  è  al 
presente  oratorio  sagrametale  dipenden- 
te dalla  parrocchia  di  s.  Giacomo  dal- 
l'Orio. 

46.  iS".  Giacomo  o  Jacopo  dall'Orio^ 
ossia  di  Liipao  o  Liiprio.  Dal  sito  in  cui 
fu  fabbricata  la  chiesa  parrocchiale  in 
onore  di  s.  Giacomo  Maggiore  apostolo, 
acquistò  il  detto  soprannome  de  Ltipn'o 
volgarmente  dall'  Orioj  imperocché  il 
luogo  dalla  palustre  apparenza,  fu  cogno- 
minato Liiprio,  come  scrive  il  Sabelli- 
co.  Però  l'etimologia  oderta  dal  Sanso- 
vino,  forse  dal  canale  ivi  scorrente  ab 
antico,  dallo  Rio,  sembra  più  naturale. 
Un  antico  marmo  posto  nella  facciala 
della  chiesa,  in  cui  sono  incisi  tre  S  S  S, 
fece  arguire  assai  f.icilmente  ad  alcuni 
che  fosse  stala  fabbricata  nel  5j5;  ma 
osserva  il  Corner,  obese  si  avesse  a  desu- 
mer l'epoca  delia  fondazione  dulie  3  lei- 


44 


VEN 


tere,  dovrebbe  credersi  piutlo^lo  indica- 
to l'anno  dall'oriniiiedella  cittìi,  che  dal- 
la  redeiizioDe  uiiiverside  o  nostra  era. 
Lcggesi  nella  cronaca  del  Sanudo,  esser 
ella  siala   creila  ilalle  famiglie  Campoli 
d'Oderzo,  e  Muli  delle  Contrade;  ma 
incerto  essendo  sempre  cloche  tale  cro- 
nista scrive  de'  tempi  remoti,  si  può  con 
qtiakhe    fondamento    solamente    asse- 
nte, che  questa  chiesa  fu  in   gran  parte 
l'innovata  nel  i  225  dalle  famiglie  lìadoa- 
roe  dal\lida,e  che  insieme  con  alcune  al- 
tre fu  assoggettata  albi  giurisdizione  de' 
patriarchi  di  (irado,  sotto  de'quali  rimase 
lincile  il   patriarcato  venne  unito  al  ve- 
scovato di  Castello.   Per  la   2.^  volta  fu 
restaurala   la   chiesa  a'  tempi  dello  sto- 
rico Sansovino,   il  quale  descrlvendoue 
Jecose  più  am  mi  re  voli,  singoiar  mente  no- 
ta il  pulpito  foruiato  di  scelti  marmi,  ed 
una  gran  colonna  di  verde  antico,  per  la 
sua  rarità  e  grandezza  pregevole  quanto 
una  gemma.  Il  coi  pò  di  s.  Leandro  mar- 
tire, un  osso  di  s.  Agnese  vergine  e  mar- 
tire, e  uìolte  altre  reliquie  de'ss.  Martiri 
tratte  da' sotterranei  di  Roma,  sono  gli 
Sj)ii  iluali  01  nacuenti  di  questa  chiesa.  Fu 
coiisagrata  a'  20  agosto,  ma  non  si  cono- 
sce r  epoca,  e  restaurata  più  volte.  Col- 
legiata ,  era  filiale  di  s.  Pietro  di  Caslel- 
Ju;  prosegue  ad  esser  parrocchia,  della  de- 
Cfinia  di  s.  Silvestro  ,  con  2g63    anime. 
Ha  per  oratorio  sagramenlale   la   chiesa 
di  s.  Giovanni  Decollalo,  di  cui  feci  cen- 
no nel  precedente  numero.  Il  tempio  di  s. 
Giacomo  è  di  stilearchi  acuto  a  tre  nava- 
te. Nella  parete  a  destra  della  porla  mag- 
giore sia  appesa   una  tavola  del   Buon- 
consigli,  con  parecchi  vSanli  :  é  di  buon 
colore,  ha  armonia   di  tinte,  e  biistevole 
scorrevolezza  di  pennello.  I  4  Evangelisti 
ue'pcnnacchi  della  cupola  del  Sagrauìen- 
lo  sono   buona   opera   del   Padovauino. 
L'  Addolorala,    nella  cappella  dopo   la 
maggiore,  è  dei  Grandccia.  La  sagrestia 
ha  soflitto  e  pareli  con  opere  del  Palma 
giovine.  Sulla  ujuraglia  |)resso  la  sagre- 
aliu,  iuuo  le  Villa  teologali  e  i  4  DoUori 


VEN 

di  s.  Chiesa,  di  Paolo  Veronese, e  più  «otto 
la  Cena  in  Ematis  di  Andrea  Schiavone. 
Nella  cappella  seguente  coperà  del  Lot- 
to, fatta  nel  i546,  la  tavola  con  Maria 
Vergine  incoronata,  e  con  parecchi  San- 
ti. Ne'due  quadri  laterali,  con  fatti  della 
vita  di  s.  Lorenzo,  il  Palma  giovine  fece 
ne'suoi  primi  anni  due  opere  che  lo  met* 
toiioaccanlo  de'piùgrandi  maestri.  Pres- 
so il  primo  altare  a  sinistra  della  porta 
maggiore,  la  tavola  con  Maria  Vergine  in 
gloria,  e  al  piano  i  ss.  Gio.  Battista  e  A- 
goslino  con  un  chierico,  è  opera  di  Fran- 
cesco Bussano,  e  vicino  ad  essa,  v'è  l'al- 
tra pala  di  Paolo  figurante  i  ss.  Lorenzo, 
Girolamo  e  Nicolò.  Dell'accennato  Bas- 
sano  è  pure  la  Predicazione  del  Battista, 
posta  vicino  alla  ca[)pella  delSagramenlo; 
dove  iulrotlusse  molte  delle  ligure  che  Ja- 
copo suo  padre  mise  nel  quadro  ch'è  nel 
palazzo  ducale,  col  ritorno  di  Giacob- 
be in  Canaan.  Tuttora  esistono,  e  già  dal 
Sansovino  riguardate  tra  le  cose  singolari 
della  città,  tuttora  si  pregiano  per  la  lo- 
ro mole  e  per  quello  che  l'arte  vi  ag- 
giunse, i  lodati  pulpito  ottagono  di  fini 
marmi,  e  la  colonna  ionica  di  verde  an- 
tico di  straordinaria  grandezza  e  squisito 
hvorodi  fronte  all'altare  del  Sagramen- 
to.  L'organo  è  ornatissimo  per  intagli  pò- 
sii  a  oro,  la  cui  cantoria  è  dipinta  net 
prospetto,  con  3  falli  della  storia  di  Ge- 
sù Cristo  e  di  s.  Giacomo  ;  e  di  sotto,  la- 
teralmente alla  porla,  con  due  Profeti, 
di  Andrea  Schiavone.  Pitture  tulle  gua- 
state da'  restauratori. 

^j.S.  Enslachio,  volgarmente5..S'tor, 
già  intitolata  a  s.  Isaia,  e  più  tardi  por- 
lo il  titolo  congiuntamente  At'ss.  Eusta- 
chio ed  Isaia j  e  finalmente  allorché  nel 
1678  fu  rifabbricata  da'fondamenti  nel- 
l'attuale  sua  forma,  conservò  il  solo  no- 
medi  s.  Eustachio.  La  fondazione  di  que- 
sta chiesa  dedicata  a  s.  Eustachio  e  Com- 
pagni martiri  ,  viene  comunemente  at- 
tribuita a  merito  della  famiglia  del  Cor- 
no, che  la  fabbricò  in  tempo  ignoto  al 
Corner.  Invece  trovo  uello  Sialo  perso- 


VEN 
naie,  die  tale  famiglia,  poi  eslinlasi  nel 
I2q6,  la  detlicò  n  s.  Caterina.  Nella  cro- 
naca eli  Savina  si  elice  eretta  nel   c^Q><ò  a 
spese  de'Tron,  Giusti  e  Otioaldi.  Ma  il 
Dandolo  nel  descrivere  il  vastissimo  in- 
cendio del  I  io5,  nominando  tutte  le cliie- 
se  e  parrocchie  incenerite,  dalle  f|U>ili  è 
circondata  la  chiesa  di  s.  Eustachio,  di 
questa  non  fa  menzione,  ond'è  prohahiie 
che  ancora  non  fosse  fabhiicala.  Lai."  si- 
cura memoria  di  essa  è  del  1290,  ed  es- 
cendo già  parrocchia. Nell'anno  accennalo 
iGySjabbatlnla  l'antica  cadente,  dal  pie- 
'vano  Donato  Trevison, fu  alzata  l'odierna 
più  grande  e  magnifica  ,  indi  ridotta   a 
perfezione  con  nobilissimi  altari,  ed  este- 
riore facciata  di  marmo,  per  la  cui  ere- 
zione lasciò  in  legato  quanto  occorreva  il 
doge  Rlocenigo,  morto  nel  1709  e  ivi  se- 
pollo.  Il  patriarca  Corraro  la  consagrò  a' 
1 5  luglio  I  74^1.  JNell'aliare  de'ss.  Martiri 
titolari  si  venerano  le  lororeliquie,equel- 
la  di  s.  Gio.  Crisostomo.  Fu  parrocchia, 
collegiata,  e  filiale  di  s.  Pietro  di  Castel- 
lo fino  al  1810.  Attualmente  è  oratorio 
sagramenlale  della  parrocchia  di  s.  Cas- 
siano.  Il  diseguo  della  facciata,  d'ordine 
composito,  è  di  Domenico  Rossi,  e  quello 
dell'interno  è  di  Giovanni  Grassi.  In  que- 
sta chiesa  si  ha  ulteriore  prova,  che  la  pit- 
tura in   Venezia  circa  la  metà  delTaltro 
secolo  avea  onorali  coltivatori.  La  tavo- 
la  di  s.  Lorenzo  Giustiniani  e  vari  altri 
Santi  è  del  Bambini,  l'altra  col  santo  Ti- 
tolai-e,del  Cameiata, la 3." con s. Osvaldo, 
del  Balestra.  Neil' altra   parte  l'Assiuita 
è  del  Migliori,  i  ss.   Andrea  e  Caterina, 
giovanile  lavoro  dell'Amigoni.  Il  Croce- 
fisso in  marmo  lo  scolpì  Giuseppe  Tor- 
rctli  precettore  del  Canova. 

48.  S.  AI  ari  a  Ma  ter  Domini,  anti- 
camente s.  Cristina.  L'eresse  nel  c)6o 
o  969  alla  Madre  di  Dio  la  famiglia  Cap- 
pello,  essendo  tradizione  che  ne'suoi  prin- 
cipii  fosse  sotto  l'invocazione  di  s.  Cristi- 
na verginee  martire, ed  udiziala  da  mo- 
narhe,  perchè  la  Santa  vi  ha  l'altare  e  il 
iito  di  contitolare,  ed  in  vicinanza  unsi- 


V  E  N  45 

to  detto  Corte  fìellc monache jaygotYìenl'i 
deboli  per  asserire  la  Santa  1.*  titolare, 
mentre  l'altare  fu  eretto  nelio  1  o  dal  pie- 
vano Angelo  Filouiati.   Esisteva  la  colle- 
giata nel  I  1 88,  agli  ecclesiastici  della  qua- 
le Clemente   HI  confermò  le  concessioni 
del    vescovo  di   Castello  JMarco  Nicola. 
Minacciando  rovina,  per  l'assidue  cure 
del  Filomali  nel  piincipio  del  secolo  XVI 
o  nel  iSao  fu  rinnovala  da'fondamenti 
con  disegno  dell'interno  di  T.Lombardo, 
e  dell'esternodel  Sansovinojed  all'altare 
della  cappella  maggiore  fu  collocata  uiifi 
palla   d'argento   lavorata  a  manifattura 
greca  ,  di   cui  è  fama   fosse  tradotta   da 
Costantinopoli  dopo  il  1204,  derubata 
nel    I  797  dal  gallo  invasore.  Neil' altare 
a   sinistra  della  maggior  cappella  si  ve- 
nera la  divota  immagine  del  Crocefisso, 
trasferita  a  Venezia  da  Messina,  e  prodi- 
giosamente preservala    nel   tragitto    da 
replicate  procelle. Il  pievano  Giovanni  Pa- 
lazzi la  donò  a  questa  sua  chiesa  e  le  ftb- 
bricò  sontuoso  altare  di  marmo,  che  per 
essere  di  stile  barocco,  fu  di  recente  ri- 
mosso, e  sostituito  da  un  altro  altare 
tolto  dalla  soppressa  chiesa  di  s.   Maria 
Maggiore.  Indi  nel  i56i  vi  fu  istituita  una 
confraternita  in  onore  della  ss.  Croce.  Lu- 
cio vescovo  di  Sebenico  consagrò  la  chie- 
sa a'ao  luglio  1 540,  in  assenza  del  patriar- 
ca. La  congregazione  di  s.  Maria  Mater 
Domini,  una  delle  IX  del  clero,  vi  fu  isti- 
tuita nel  I  I  3o,  secondo  il  Corner.  Non  è 
più  pariocchia,  collegiata,  e  filiale  di  s. 
Pietro  di  Castello.  Trovasi  succursale  di 
s.    Cassiano    dall'epoca    della    generale 
concentrazione  delle  parrocchie.  Questa 
chiesetta  contiene  bellissimi  oggetti  d'ar- 
te.   Il  primo  altare  ha  sculture  dì  buon 
gusto  cominciate  da  Lorenzo  Bregno  , 
e   terminale  d'  Antonio  Minello.  La  ta- 
vola  del   Catena    dell'  altro  altare,  giu- 
diziosa,  amorosa,  delicata  e   di  sapore, 
oflre  s.  Cristina    in    sul   punto  di  esser 
gettata  nel  lago  di  Bolsena  :   Cristo  la 
benedice  dall'alto  e  le  manda  da  un 
Angelo  la  bianca  stola;  nel  piano  vi  ha 


4f;                  V  E  i\  V  E  N 

nllii  graziosi  AngcIcUi  ,  che   nlzanJo   la  e;   vero  ,  die  s.   Cecilia   gode   in    riiicsta- 
fuiie  alloitaal  collo  ilella  Santa,  nllegge-  chiesa  cullo  e  rilo  di  coritilolaie;  e  nel- 
liscono  il  peso  della  gran  pietra  che  vi  è  l'altare  a  lei  sagro  si  conserva   una   te- 
nllaccala.  Sulla  porla  è  di  J.  Tintoretto  sia  con  lamina  di  piombo  e  inciso  il  suo 
il  quadrocoll'Invenzione  della  Croce,  nel  nome,  perciò  si  ritiene  appartenere  alla 
fjnale  sono  ben  disposti  gli  spettatori  che  s.  Verginee  Martire;  congettura  assai  de- 
(iumo  coroi'.a  al  morto  che   ricuperò    la  buie  per  stabilire  l'identità  d'una  s'i  sin- 
vita, e  graziosissime  le  donne  che  corleg-  golare  reliquia,  come  giustamente  osser- 
giano  s.  Eiena.  Nel  (piiidro  opposto  colla  va  il  diligeulissimo  e  critico  Corner.  Ver- 
Cena  del  Signore  si  vede  JU)'opera  di  gran  so  il  fine  del  XII  secolo  nominavasi  f|ue- 
caratleres'i  nell'invenzione,  si  nel  disegno,  sta  chiesa  con  l'unico  titolo  di  s,  Cassiano 
di  colorilo  tizianesco,  di  teste  ben  variate  vescovo  e  martire  ,  e  Clemente   111    nel 
e  bellissime  e  verissime,  fra  le  qu»h  è  su-  1188  con  tal  nome  la  ricevè   sotto  lu 
l)lin)e  quella  del  Redentore.  A'quali  ca-  protezione  della  santa   Sede,  confermali • 
latteri  il  Zanetti,  qui  sepolto,  che  spesso  doie  i  beni   e   i    privilegi.    Egualmente 
vedealo,  lo  attribuì  al    vecchio   l'alma,  con    tal   titolo   e   sotto   la  stessa   invoca- 
li carattere  invece  di  esso  dipinto  fa  ere-  zione   fu   consagrata  a'  2  j  luglio    1867 
derlo  al  iMos(:liini,col  Sansovino,  piuttosto  dal   vescovo   castellano   Foscari.   E    pe- 
«pera  del  Bonifacio.  La  Trasfigurazione  rò  vero,  che  in  altri  documenti  e  car- 
iieir ultimo  altare  è  lavoro  del   Bissolo,  te  posteriori  di   mollo  tempo   si  legge 
in  cui  vi  mostrò  lo  studio  per  allontanar-  questa  chiesa  fregiata  del  doppio  tilo- 
si  dalle  secclie  maniere;  n'è  però  di  mei-  lo  de'  ss.  Cassiano  e  Cecilia,  come  da 
to  vigore  il  colorito.  una  sentenza  deli  523.  Laonde  pare  ra- 
49.  S.  Cassiano,  volgarmente  s.  Cns-  gionevole  il  concludersi,  che  sino  dall'o- 
san,   intitolata    pure  a   s.  Cecilia.   As-  rigine  della  chiesa,  s.  Cassiano  ne  fu  Tu- 
serisce    Sansovino,    che    fu  fondala  da'  nico  titolare,  e  che  verso  il  secolo   XVI 
Michieli  e  Minotti,  in  onore  dì  s.  Ceci-  fu  aggiunta  s.  Cecilia  a  contitolare.  Non 
lia  vergine  e  martire,  ed  il  Savina  as-  devo  tacere,  rlopo  il  riferito  col  Corner, 
segna  l'epoca  del  926.  Aggiunge  il  San-  che  1'  ab.    Cappellelli   asserisce   trovar>l 
sovino  che  nel  principio  fu   ulHziata  da  meu»oria  di  s.  Cecilia  anche  nel  Catasli- 
monache,  e  perciò  vi  si  conserva  il  capo  co  di  Polo  vescovo  di  Castello  nel  i3o3. 
di  detta  santa  (sarà  porzione,  poiché  l'in-  Dall'incendio  deli  io5,  in  cui  perde  i  suoi 
tero  corpo  si  venera  gelosamente  in  Lio-  documenti,  risorse  la  bruciata  chiesa  con 
ma  nella  sua  magnilìca  chiesa,  ed  il  Piaz-  nuova  fabbrica,  alla  quale  nel  1 232  Gia- 
za  con  autorità,  ntW Einerolo-^io  di  Ro-  comò  Minolto,  discendente  da'suoi   pri- 
ma,  attesta  che  nel  dì  a  lei  festivo  e  sul  mi  fondatori  ,  donò  alcune  case  nel  di' 
maggior  aliare  si  espone  il  Cranio  insan-  stretto  della  parrocchia.  Con  una  2."  rie- 
guinato  ov'ella  fu  percossa  dal  carnefice:  dificazione   nel  161  «    fu   poi    rinnovala 
riparlai  della  santa   nel  voi.  LXXXIV,  nella  forma  attuale,  in  più  decorosa  ma- 
p. i5o  e  seg.,  23  I  e  seg.,  in  cui  si  trove-  niera  e  più  ampia,  e  con  altari  magnifi- 
1  anno  gli  scrittori  che  ragionarono  della  ci,  in  uno  de'quali,  dedicato  al  Crocefisso, 
celebre  invenzione  fatta   nella    propria  si  conserva  il  corpo  di  s.  Cassiano  mar- 
chiesa  di  Roma  del  suo  s.  Corpo  nel  1099.  *'"^>  "'^"  P*^'"  vescovo,  tratto  dalle  ca- 
li Martirologio  romano  non  registra  altra  tacouibe  di  Ptoma.  !n  altri  altari  si   cu- 
sauta  omonima.  Se  pure  non  sia  il  capo  slodiscuno  le  reli(piie  de' ss.  Dionisio   A- 
d' una   santa   martire  a   cui  fu   imposto  reupagita  e  Lorenzo  Levita,  ed  altre.  Era 
il  ujedesimo  uonie);   il  che  però  non  è  parrocchiale, collegiata,  filiale  di  s.  Silve- 
pruva  d'avervi  ubitulu  religioàe.  Ccu^ì  sUu;  ed  è  aucura  punucchia.  Appailleiie 


V  EN 
pila  cìeconia  di  8.  SiUeslro,  in  parte  al  se 
sliere  di  s.  Croce  e  in  parie  a  quello  di 
s.  Polo,  tonlaiido  545^0  anime.  Ne  sono, 
chiesa  siicciusale  s.  J\Jarìa  Malcr  Do- 
mini, e  oratorio  sogramentale  s.  Eusta- 
rliio,  delle  quali  tliiese  parlai  ne' prece- 
denti n.  47  ^  4^'  L'edilìzio  di  s.  Cas- 
siano  è  di  buona  forma.  Neli.°  aliare  la 
tavola  col  Eal lista  e  altri  Santi,  è  del  tec- 
cliio  Palma.  E'  coiupo»ta  e  disegnata  sul- 
lo stile  antico,  peiò  giorgionesca  nel  co- 
lorilo. ]Nel  3.°  altare  vi  è  la  pala  di  L. 
iJassjino,  con  la  Visitazione  di  IMaria  a 
s.  Malia  Elisabetta.  INVIla  cappella  a  lalo 
della  maggiore,  \i  sono  2  buone  opere 
di  L.  ]'assano:  la  Nascila  di  Maria,  e  Zac- 
caria nel  tempio^  e  la  pala  die  figura 
l'Addolorata,  è  bella  opera  dell'ora 
deliinlo  prof.  Politi.  La  cnjipella  mag- 
gioie  Ita  3  opere  bellissime  di  J.  Tin- 
torello:  Cristo  lisorto  Ira'ss.  Cassiano  e 
Cecilia;  Cristo  in  Croce;  Cristo  al  limbo, 
e  nel  quale  piecipuamente  y\  è  qualche 
nudo  per  eccellenza  dipinto.  Nella  se- 
guente ricchissima  cappella  la  moderna 
j^ascoli  Angeli  dipinse  la  tavola  con  mol- 
ti Santi.  La  sagieslia  è  gìoiel'o  per  la 
ricchezza  (\e  ben  comparlili  mai  mi,  del- 
le pietre  dure  e  d'altri  orniinienti.  La 
tavola  deiralliire  con  Maria  "Vergine  e 
due  Santi  è  opera  di  G.  B.  Piltoni  :  il 
quadio  col  martirio  di  s.  Cassiano  è  la- 
voro del  Balestra  :  il  Cristo  all'  Orto  è 
di  L.  Bassano.  Tornando  in  chiesa,  è 
del  Ponzone  la  tavola  del  primo  alia- 
re con  Cristo  in  Croce  e  Santi  ;  ed  è 
del  moderno  Querena  quella  del  2.°  con 
s.  Antonio  di  Padova. 

Svi  fiat  di  s.  Paolo  a  s.  Polo. 
5o.S.PàolOy\o\^»vmtiì[es.Polo.  1  dogi 
l'ietroTiadonico  eGiovanni  suofìgliodi- 
^oti  ili  Dio,  ueir837  presso  l'isola  di  Rial- 
to ad  onore  di  s.  Paolo  Apostolo  fonda- 
lono  la  chiesa  parrocchiale,  da  cui  prese 
il  nome  quella  parte  della  città,  che  ora 
chiamasi  Sesticr  di  s.  Polo.  S'ignora 
l'anno  iu  cui  fu  consugrata,  ma  se  ne  ce- 
lebra i'auuiur&uiiu.  Cu»i  il  Corucr.  Ma 


V  E  N  47 

posso  aggiungere  collo  Sin  fo  persona  hi 
che  f«i  lìedincala  nel  i6oo  (meglio  nel 
i586),  rimodernata  neli8o4  coll'opera 
tlell'ora  defunto  prof.  D.  Bossi,  abbel- 
hta  neli83o,  econsagiala  dal  patriarca 
cardinal  Monico  a'aq  settembre  i  83c).  La 
Ione  campanaria  si  compì  neh 362:  sul 
basiimenlo  vi  sono  due  Leoni,  reputa- 
ti sloriche  allegorie,  le  quali  per  lo  piìi 
bisognerebbe  the  spiegassero  chi  le  con- 
cepì. 11  volgo  li  vuole  allusivi  al  general 
Carmagnola.  Scrive  il  Quadri:  «  Ecco 
quanto  servono  i  monnn)enti  alla  storia 
delle  nazioni  ".  Con  più  ragione  slorica 
però  devono  tenersi  come  simboli  reli- 
giosi; imperocché,  olire  che  riscontrarli 
in  altre  consimili  fabbriche,  sono  opere 
scolpite  olire  mezzo  secolo  prima  del  Car- 
magnola. Dev'  essere  stala  restaurata 
ila  alcuni  benefallori.  L'altare  eia  cap- 
pella maggiore  ebbero  assai  decoroso 
ristoro  dalla  pietà  del  pievano  Antonio 
Gatta  nel  fine  del  secolo  XVI,  e  la  ricca 
jialla  d'argento,  che  era  collocata  nello 
slesso  allaie,  fu  derubala  iiclirpG.  Tra 
le  sue  preziose  relicjuie,  sono  le  più  vene- 
rabili la  ss.  S|tina,  un  insigne  frammenlo 
della  ss.  Croce,  doni  di  Marco  Desitlera- 
ti;  e  la  reliquia  di  s.  Giovanni  N'epornuce- 
no,  a  di  cui  onore  fu  poi  eretto  magnifi- 
co altare,  dono  di  Federico  di  Sassonia 
primogenito  d'Augusto  III  redi  Polonia. 
L'atrio  della  chiesa  viene  formato  da  son- 
tuoso e  divolo  oratorio,  nel  cui  altare  di 
scelli>simi  marmi  venerasi  il  ss.  Croce- 
fisso dipinto  alla  greca  ,  ed  all'  inlorno 
vaghe  pitUiie  esprimono  i  viaggi  dolo- 
rosi del  Kedeiiloie  dal  Pieloiio  al  Cal- 
vai io,  ossia  la  l'ia  CV//f/i,  divozione  ivi 
esercitala  con  solennità  da' fedeli.  Quivi 
fu  eretta  nel  1228  la  congregazione  di  s. 
Paolo,  una  delie  IX  del  clero  veneto.  E* 
tjna  chiesa  i  di  cui  pievani  pììi  dell'altre 
furono  elevali  alla  di"nilà  vescovile.  Ne' 
tempi  antichi  iiequenli  erano  nella  piaz- 
za vicina  i  pubblici  mercati  ,  ora  ridot- 
ti a' soli  sabati.  Fino  al  1810  parroc- 
chia, cuUcgiulu^  ci'u  llliule  di  s.  Silve- 


48 


V  EN 


slio.  Ora  è  succursale  di  s.  Maria  Glo- 
riosa ile'  Frari.  Presso  1'  organo  sono 
di  J.tcopo  Tiiilorello,  l'Assunzione  della 
Bladonna  e  la  Cena  del  Signore,  bella 
invenzione,  piena  di  genio  e  di  spirito,  as- 
sai ben  condotta  e  studiata.  Nella  Cfip- 
pella  del  Sagramentosono  di  G.  del  Sai- 
viali,  i  4  quadri  co'fatli  della  vita  di  Ge- 
sù Cristo.  Nel  coro  vi  ha  5  dipinti  del 
Palma  giovine,  e  due  statue  di  bronzo  del 
"Vittoria.  Nell'altare  seguente  la  pala  è  di 
Paolo  colle  Sponsalizie  di  Maria  Vergi- 
ne. All'altra  parte  nel  i°  altare  la  Pre- 
dicazione di  s.  Paolo  è  del  cappuccino 
Piazza,  autore  eziandio  del  quadro  pres- 
so r  organo  col  Battesimo  di  Costantuio. 
11  s.  Giovanni  Neponiuceno  nell'altare  di 
inezzo  è  del  Tiepolelto. 

5 1 .S.Toninìaso,\o\^a\inenles.  Toma. 
Sopra  un  fondo  della  famigIiaTonisto,clie 
religiosamente  lo  concesse,nel  9 1 7  fi>  fab- 
bricata la  chiesa  parrocchiale  di  s.  Toni- 
inaso  Apostolo,a  cui  anche  la  stessa  fami- 
glia donò  poi  rendite  e  beni. Nondimeno 
alcuni  attribuiscono  il  meritodella  fabbri- 
ca a'Miani  o  Emiliani,  come  li  chiama  il 
Mulinelli, altri  a  Coriolano Tribuno.  Cer- 
to è  che  il  fondo  e  la  dotazione  devesi  a' 
Tonisti.  Fu  poi  rinnovata  nel  iSgS,  enei 
i5o8  dilatala  dall'angusto  suo  sito, efi- 
naUnente  nel  1 6^5  abbellita  con  l'esterna 
[acciaia  di  marmo,  per  opera  dell'archi- 
tetto C.  Longhena.  Pe' lavori  io  diversi 
tempi  eseguili,  minacciando  rovina  nel 
1742  ne  fu  intrapresa  la  rinnovazione  da' 
fonda  Dienti,  ne'quali  collocò  la  i.'  pietra 
il  patriarca  Foscaria'22  febbraio  dell'an- 
no slesso.  Nello  scavarli  furono  trovati  ve- 
stigi dell'anlica  chiesa.  Fu  consagrata  l'i  I 
settembre  j  8o3  dal  vescovo  di  Caorle  Pe- 
ruzzi.  Antichissimo  e  solenne  è  qui  il  cul- 
to di  s.  Teodosia  vergine  e  martire  di 
Cesarea  di  Palestina,  al  dì  cui  altare  si 
X'eoera  un  braccio  e  un  piede  tolti  dal 
di  lei  corpo  in  Costantinopoli ,  efficace 
essendosene  sperimentalo  il  patrocinio.  Vi 
si  venerano  ancora  le  teste  de'ss.  Abdon 
e  SeuueD  martiri  persiani,  pcatate  da 


V  E  N 

Foligno;  un  osso  del  s.  Apostolo  litolare; 
e  delle  reliquie  de'ss.  Innocenti.  Dice 
l'ab.  Cappelletti,che  anticamente  era  sla- 
ta chiesa  di  monache  ,  e  intitolata  a'  ss. 
Sergio  e  Bacco.  Fu  parrocchia,  collegia- 
ta, era  fdiale  di  s.  Silvestro.  Oggidì  ap- 
partiene a'  minori  conventuali ,  che  vi 
hanno  contigua  l'abitazione,  de' quali 
parlerò  dicendo  degli  ordini  regolari  di 
ambo  i  sessi,  esistenti,  o  non  più  esistenti 
in  Venezia,  nel  §  X,  n.  21.  La  chiesa  è 
architettata  dal  liognolo,  e  merita  osser- 
vazione la  tavola  del  maggior  altare  con 
Cristo  risorto,  opera  d'Antonio  Zucchi, 
marito  della  celebre  pittrice  Raulfinan,il 
quale  dipinse  in  Koma  tale  opera.  Qui 
rammento,  aver  fallo  cenno  nel  voi. 
XXVI,  p.i33  e  i34,  nel  celebrare  le 
benemerenze  del  mio  amorevolissimo 
R.mo  p.  m.  Angelo  Bigoni,  assai  caro 
a  Gregorio  XVI,  qual  ministro  gene- 
rale de'  minori  conventuali,  ch'egli  es- 
sendo ministro  provinciale  accrebbe  di 
due  convenli,  cioè  uno  in  Bergamo,  e 
l'altro  in  Venezia  presso  quesla  chie- 
sa, ove  edificò  una  magnifica  cappel- 
la e  vi  depose  una  preziosa  e  copiosa  col- 
lezione di  ss.  Reliquie;  delle  quali  sono  a 
slampa  memorie  e  catalogo,  e  della  cui 
preservazione  in  tempi  anteriori  ebbe  pur 
merito  quell'ab.  Vincenzo  Zenier,  che 
fu  per  alcuni  anni  rettore  nella  chiesa  di 
s.  Torna  ;  quello  stesso  ab.  Zenier,  già 
morto  da  qualche  anno  fa,  ch'ebbe  il  pri- 
mo la  felice  idea  di  far  apporre  a  sue  spe- 
se iscrizioni  latine  ,  scolpite  in  marmo, 
sulle  case  di  Venezia,  che  o  per  nascila 
d'uomini  illustri,  o  per  altro  fallo  degno 
di  speciale  memoria  ,  avessero  meritalo 
l'onore  di  perenne  e  pubblica  ricordan- 
za; esempio  seguitalo  dopo  lodevolmente 
da  altri. 

52.  S.  Stefano,  volgarmente  s.  Slin. 
Era  collegiata,  filiale  di  s.  Silvestro; 
fu  soppressa  e  demolita,  né  vi  rima- 
ne al  presente  che  il  solo  recinto.  E- 
sisleva  nel  i  io5  la  chiesa  di  s.  Stefano 
confessore,  ma  in  quell'  anno  la  cousuu- 


YEN  YEN                     49 

se  il  fiimoso  incendio.  Pareclie  roilgine  ne  del  cardinal  Ubaidiui  legalo  d'  inno- 
si  debba  al  secolo  X  o  XI,  quando  gli  an-  cenzo  IV  in  Venezia,  nella  città  e  diocesi, 
lichi  veneziani  frequentando  Costantino-  54-  SS.  Ubaldo  e  Jgala,  volger- 
noli,  presi  da  divozione  per  la  rinomanza  mente  .?.  Boldo,  parroccliia,  collegiata, 
tle'prodigi  di  s.  Stefano  abbate,  qui  gl'in-  filiale  di  s.  Silvestro,  fu  soppressa  edeino- 
nalzaronouna  cbiesa  e  tosto  divenne  par-  lita,  solo  restandone  il  recinto.  Ebbe  ori- 
roccbia.  La  rinnovò  nel  129^  Giorgio  gineprima  del  1088  dalle  ftimiglie  Giusti 
Zancani,  e  poi  ebbe  altre  ristorazioni.  Po-  e  Tron,  in  onore  di  s.  Agata  vergine  e 
co  conosciuti  gli  atti  del  s.  Titolare,  voi-  martire,  indi  restala  incenerila  nel  i  io5, 
le  Corner  in  breve  riportarli.  iVacqne  in  insieme  colie  case  del  suo  confine,  per  la 
Costantinopoli  miracolosamente  ,  visse  maggior  parte  formale  di  tavole  secon- 
santamente  nel  romitaggio  presso  la  chic-  <lo  l'uso  di  que'tempi,fu  poi  rinnovata  con 
sa  di  s.  Antipa  martire,  rovinala  la  qua-  limosine,  enei  1  3o5  ampliata  con  l'ag- 
Je  dal  terremoto,  si  ritirò  in  una  spelon-  giunta  della  cappella  maggioie.  Neii2o3 
ca  a  continuarvi  le  sue  austerissime  pe-  ricevè  da  Costantinopoli  un  bracijo  della 
nitcnze.  Si  fece  poi  monaco  e  divenne  ab-  s.  Titolare.  In  seguilo  introdottosi  il  cullo 
baie  del  monastero,  Dio  operando  mira-  di  s.  Ubaldo  vescovo  di  Gubbio, la  chiesa 
coli  a  sua  intercessione.  Do[)0  la  beata  cominciò  ad  esser  chiamala  con  doppio 
merle  fu  venerato  per  sanlo,  e  qui  por-  tilolo,e  finalmente  restò  col  solo  di  s. Ubai- 
late  le  reliquie,  con  quelle  di  s.  Antipa  do,  almeno  dui  1482.  Vi  fu  pure  celebre 
tanto  lodalo  nell'Apocalisse.  il  culto  di  s.  Oojobono.  Divenuta  rovino- 
53.  iS\y^g05//«o,pairocchia,  collegiata,  sa,  fu  demolita  neh  ySS,  eperla  rifdjbri- 
filiale  di  S.Silvestro, fu  soppressa  nel  i  808  ca  si  pose  la  i ."  pietra  a'  1  5  maggio;  com- 
e  divenne  succursale, poi  nel  1  8 1  o  fu  chiù-  pilo  l'edifizlo,  si  tornò  a  nthciarvi  la  nelle 
sa, indi  convertita  in  deposito  di  legna  da  diNataledel  lySg- 
fuoco.  L'aveano  fabbricata  verso  i!  9^9  55.  S.  Apollinare,  volgarmente  .v.  A- 
o  969  l*ielro  Martorio  vescovo  d'Olivo-  ponal.  Da  Ravenna  trasferitasi  a  Ve- 
lo (però  l'ab.  Cappelletli  lo  dice  morto  nezia  la  famiglia  Sciavola,  eresse  tiell'an- 
nel  964)  e  Teodosio  suo  padre,  in  onore  no  io34  una  chiesa,  che  falla  parroc- 
di  s.  Agostino  vescovo  d'Ippona,  dichia-  chia  volle  dedicata  a  s.  Apollinare  mar- 
randola  colla  parrocchia  soggetta  a'vesco-  tire,  vescovo  e  protettore  di  sua  antica 
vi  successori.  Distrutta  inleramenle  dal  patria.  Si  pretende  vi  conlribuisse  l'altra 
luoco.dogando  Pietro  11  Orseolodel  99  I,  famiglia  ravennate  Rampaiia,  anch' essa 
o  nìeglioneli  io5  neldogado  di  Ordelnfo  stabilitasi  nell'illustre  città  delle  Lagune. 
Falier,  fu  in  breve  rialzata  colle  limosi-  Vacandone  da  tanto  tempo  il  pievanale, 
ne.  Consumatada  altri  incendii  nel  i  149  e  devoluto  alla  s.  Sede,  Sicarde  vescovo 
e  nel  i  G39,  la  slessa  veneta  pietà  pel  i .°  la  di  Cremona,  nel  1212  nunzio  apostolico 
fece  risorgere  in  un  decennio,  pel  2.°  nel-  presso  la  repubblica,  l'unì  all'arcidiaco* 
l'anno  stesso  la  rialzò.  JNegli  scrittori  per  nato  di  Grado  a  sollievo  di  sue  ristreltez- 
lali  vicende  vi  è  un  conflillodi  date  rife-  ze,  ilche  confi-rmòIimocenzoIILNelprin- 
rite  dui  cav.  Cicogna,  che  1' illustrò  in  cipio  del  secolo  XV già  era  collegiata,  ma 
73  pagine.  Venne  consagrata  nel  1691  con  tenui  rendile,  aumentate  dal  pievano 
dal  patriarca  Dadoaro,  sotto  l'invocazione  Marco  Piacentini,  il  quale  pure  rifabbricò 
di  s.  Agostino  e  di  s.  Monica  sua  madre,  la  chiesa  rovinosa,  circa  la  metà  di  dello 
l'ossedè  la  reliquia  di  s.  Cristoforo,  e  il  secolo;  prima  di  lui  l'altre  pievano  Fran- 
corpo  di  s.  Marco  martire  eslrallo  dalle  cesco  Pavoni  eresse  il  campanile,  e  forse 
catacombe  romane.  La  festa  del  santo  si  principiò  i  restauri  della  chiesa.  Si  gloria 
celebrava  con  soleauilk  dal) 25o,  d'urdi-  possedere  iu  occulto  luogo  il  corpo  di  •< 
voi.  xcr.  4 


So  V  E  N 

Gionn  profeJa(tiaclizione popolare coiifer- 
iiiata  (la  una  scultura  col  nome  del  profe- 
ta nelle  pareti  esterne  tlel  tempio),  il  di 
cui  capo  veneratasi,  prima  della  sua  sop- 
pressione, in  un  altare,  con  un  braccio 
di  Sigismondo  re  di  Borgogna  e  martire, 
un  dito  di  s.  Caterina  verginee  martire, e 
l'ossa  de' ss.  Innocenti,  olire  una  ss.  Spi- 
na. Tranne  pochi  avanzi  dell'antico  tem- 
pio,quelloche  si  vedefn  rifabbricalo  qua- 
si del  lutto  neh  583.  Il  patriarca  Tiepolo 
la  consagrb  a'aS  luglio  1 63o,  che  vi  è  bel- 
lo e  scolpilo,  ma  lo  Stato  personale  dice 
ignorarsi  l'anno.  Era  filiale  di  s.  Pietro  di 
Castello,  fu  soppressa  la  parrocchia  nel 
1810,  chiusa  la  chiesa,  servendo  per  al- 
cuni anni  a  diflerenti  usi  profani,  cioè  nel 
1 8 1 3- 1 4  tempo  dell'assedio  di  Venezia  e- 
lanvi  mulini  a  mano  per  macinare  il  gra- 
no, poi  divenne  magazzino  d'un  rigallie- 
le;  finché  neh  85 1  fu  reslituila  al  pubbli- 
co cullo,  per  la  pietà  d'  alcuni  di  voti  che 
acquistatone  il  fondo  la  riparai  ono  dall'in- 
giurie del  tempo  e  degli  uomini,  desti- 
nandole una  dotazione  conveniente.  Ora 
è  semplice  oratorio  non  sagramentale 
soggetto  alla  parrocchia  di  s.  Silvestro. 
56.  S.  Sih-fslro,  Fra  le  prime  chiese 
ch'eressero  inKialto  i  popoli  ivi  rifuggiti 
per  l'invasione  de'barbari,deve  noverarsi 
questa  dedicata  a  s. Silvestro  I  Papa, la  sua 
antichità  rilevandosi  dall' aver  dato  uno 
de'suoì  preti.  Vittore  figlio  d'Orso  Parte- 
cipazio,  al  patriarcato  di  Grado  ueir884 
secondo  Coruer,o  neir87 8  ^'  *^'*'*^  dell'ab. 
Cappelletti.  L'  edificazione  della  chiesa, 
Sansoviuo  1'  attribuisce  alla  famiglia  An- 
drearda  o  Giulia,  e  la  cronaca  in  uno  al- 
ia dotazione  alle  famiglie  Ausipiaci,  Bat- 
tiocchio,  Vilrinaci,  Flabianìci,  Bennati  e 
Caloprìni.  Da  tempo  immemorabile  era 
matrice,  dellei5  chiese  filiali  enumerale 
da  Corner.  Ne'tempi  remoli  contiguo  al- 
la chiesa  si  eresse  l'oratorio  d'Ognissanti 
ossia  di  s.  Maria  de'Palriaichi  e  d'Ognis- 
lanti,  illustre  pei  essere  stato  consagrato 
da  Papa  Alessandro  111  il  i."  novembre 
1177,  festa  de'  titolari  (questa  data  noa 


VEN 

la  credo  esatta  per  quanto  dico  stilla  par- 
tenza del  Papa  da  Venezia  nel  G  XIX^ 
n.  8).  Fu  detto  anche  chiesa  e  col  no- 
me cumulativo  di  s.  Giovanni,  e  per- 
ciò lo  Stalo  personale  dice  la  chiesa 
consagrata  da  dello  Papa.  Tale  cap- 
pella era  di  particolare  giurisdizione  de' 
pievani,  per  cui  con  doppio  titolo  di- 
ceva nsi  pievani  dì  s.  Sih'cstro  e  jjriori 
d'  Ognissanti.  Riedificata  la  chiesa  nel 
1422,  più  tardi  il  pievano  e  priore  Al- 
vise Bagatlo  nel  i485  riunì  ad  essa  l'o- 
ratorio. Dopo  la  sua  rifabbrica,  consagra 
la  chiesa  a'  24  agosto  Delfino  patriarca 
di  Grado,  e  ad  onta  dell'assoluta  giuris- 
dizione che  vi  avea,  con  facoltà  di  Lan- 
dò vescovo  di  Castello,  per  averlo  questo 
ammonito  di  non  poterla  consagrare,  in 
ciò  dicendo  appartenergliene  la  giurisdi- 
zione, non  ostante  quanto  sono  per  rac- 
contare. Essa  era  divenuta  la  loro  chie- 
sa patriarcale,  per  la  residenza  che  vi  fe- 
cero i  patriarchi;  essendo  del  pari  colle' 
giala.  Subì  nuova  ristaurazione  nel  se- 
colo XVII  ,  e  finalmente  fu  ridotta  al- 
l'alluale  suo  stalo  nel  1 838,  e  riconsagra« 
ta  a'a  i  aprile  1 844  ^^^  patriarca  cardina 
Monico ,  che  ne  decretò  l'anniversaria 
commemorazione  la  2.'  domenica  dopo 
Pasqua.  La  congregazione  di  s.  Silvestro, 
una  delle  IX  del  clero,  qui  fu  eretta  nel 
1 192.  Molti  de'  suoi  pievani  furono  ele- 
vati a'vescovali,lutli  ricordandoli  Corner. 
Sono  sue  reliquie,  una  ss.  Spina,  alcune 
ossa  de' ss.  Diecimila  martiri  crocefissi, 
de'ss.  Innocenti,  di  s,  Barnaba  apostolo. 
Prima  che  fosse  collegiata ,  fu  sino  da 
tempi  remoti  soggetta  la  chiesa  alia  giu- 
risdizione de'patriarchi  di  Grado,  i  quali 
in  un  contiguo  palazzo  vi  aveano  fissalo 
la  loro  residenza;  e  neh  069  il  patriarca 
Marengo  investì  e  confermò  Vitale  Mo- 
ra rio  pievano  e  priore  nella  basilica  di 
s.  Silvestro,  che  sin  da'  tempi  antichi  era 
del  seno  della  s.  Madre  Chiesa  patriar- 
cale di  Grado.  Antichissima  era  dunque 
la  giurisdizione  de'palriarchi  gradesi  in 
questa  chiesa ,  ed  alla  medesima  eratio 


V  EN 
unite  colla  slessa  soggezione  le  venete 
chiese  di  s.  Giacomo  cii  Lnpiio  o  dall'O- 
rio,  (li  s.  Martino  nell'  isole  Gemine,  di 
8.  Matteo,  di  s.  Canziano,  di  s.  Maria  de' 
Crocifei'i,  e  di  s.  Clemente  in  Isolo,  oltre 
quelle  d'oriente  ottenute  in  dono  dalla 
pubblica  munificenza.  Tutte  queste  giu- 
risdizioni confermò  al  prelato  gradese 
Innocenzo  Ili  neh 200.  11  Corner  quindi 
prende  argomento  dalla  residenza  che 
presso  questa  chiesa  fecero  i  patriarchi  di 
Grado,  di  descrivere  i  nomi  e  le  azioni 
di  quelli  che  abitarono  in  Venezia,  an- 
che per  l'operalo  de'patriarchi  d'  Jqiii- 
leifT,  la  residenza  de'quali  esseiido  termi- 
nala in  Udi/ie,  in  quesl*  articolo  ne  tenni 
determinato  proposilo,  e  perciò  devesi 
tenere  presente.  Ora  mi  sia  lecito  accen- 
nare relative  nozioni  col  Corner  e  coll'ah. 
Cappelletti:  queste  sono  indispensabili  al- 
la storia  ecclesiastica  del  patriarcato  di 
Venezia,  e  per  questa  città  circa  alla  re- 
sidenza che  vi  fecero!  patriarchi  di  Gra- 
do, cui  successero  que'di  Venezia,  Senza 
tornare  nell'argomento,  v'innesterò  pure 
Rlcun'altra  notizia  che  vi  si  rannoda,  co- 
me de'Ioro  privilegijdiritti  e  giurisdizioni. 
Altre  notizie  dovrò  riferirle  ne'§§  XIX  e 
XXI.  Nel  tempo  in  cui  era  patriarca  di 
GradoVitale  I V  Candiano,elello  nel  967, 
il  doge  Pietro  II  Orseolo  ristabilì  le  mu- 
ra cadenti  di  Grado,  ne  rifabbricò  le  tor- 
ri, vi  rizzò  un  palazzo  perchè  servisse  di 
albergo  al  doge  all'occasione;  restaurò  e 
nobilitò  la  inelropolitana  di  ».  Eufemia, 
Kel  989  la  chiesa  di  s.  Silvestro  di  Ve- 
nezia, eh'  era  giuspadronato  della  fami- 
glia de' Caloprini,  e  che  per  essersi  que- 
sta estinta,  era  passato  il  pa<lronato  nel 
fìsco,  Uì  dalla  repubblica  aggregata  al 
patriarcato  di  Grado:  questa  de'Ioro  pa- 
stori ne  diventò  a  poco  a  poco  la  residenza. 
Morì  Vitale  IV  nel  1018,  avendo  per 
lo  più  fatto  il  suo  soggiorno  in  Rialto, 
cioè  presso  s.  Silvestro  e  Rialto,  a  cagio- 
ne della  sempre  crescente  insalubrità  del- 
l'aria, che  rendeva  perniciosa  e  fatale  una 
cunlinua  diiuora  uell'  ìsola  di  Grado.  Il 


VEN  5i 

successore  Orso  Orseolo,  per  una  popo- 
lare sommossa  intorno  al  1028  fu  co- 
stretto fuggire  dalle  lagunein  compagnia 
d'  Ottone  doge  suo  fratello,  ed  a  cercarsi 
asilo  neir  Istria.  Profittando  di  sua  lon- 
tananza. Popone  patriarca  d'Aquileia  a 
mano  armata  crudelissimamente  sac- 
cheggiò e  devastò  la  città  di  Grado;  la 
quale  poi  fu  ricuperata  dall'armi  de' ve- 
neziani, e  il  patriarca  Orso  ritornò  alla 
sua  chiesa,  restatnando  la  città  ed  i  sa- 
gri templi.  L'irrequieto  Popone,  colle  sue 
truppecommìse  nuove  devastazioni  e  vio- 
lenze sulla  città  di  Grado  e  vi  appiccò  il 
fuoco,  non  rispettando  le  cose  sagre  come 
le  profane.  L'instabilità  del  popolo  nuo- 
vamente depose  Ottone,  e  per  sospetto 
cacciò  dalla  sede  l'ottimo  fratello  Orso. 
Dipoi  richiauìato  il  doge  e  Orso,  ad  am- 
bedue aflìdò  l'amministrazione  della  re- 
pubblica; e  il  patriarca  la  diresse  con  tal 
prudenza,  che  meritò  d*  esser  posto  dii 
alcuni  storici  nella  serie  de*  dogi,  e  di 
essere  dipinto  nella  attuai  sala  del  Con- 
siglio Maggiore  nel  palazzo  ducale.  Dipoi 
nel  I  04^  divenuto  patriarca  Marengo,  si 
die'  tutta  la  premura  per  l'iparare  i  tanti 
danni  che  aveano  solTerto  le  chiese  e  la 
città  di  Grado,  Questa  però  non  potè  più 
risorgere,  andò  anzi  vieppiù  in  deperi- 
mento, laonde  a  poco  a  poco  divenne  più 
gravoso  e  incomodo  il  dimorarvi.  Sup- 
pose l'Ughelli,  che  il  patriarcato  di  Gra- 
do,  a'tempi  del  patriarca  Marengo,  fosse 
cambiato  in  quello  di  Venezia;  per  ave- 
re s,  Gregorio  VII  chiamalo  il  Marengo 
patriarca  di  Venezia,  o  perchè  era  me- 
tropolita della  provincia  di  Venezia,  o 
perchè  in  Venezia  faceva  la  sua  residen- 
za. Questa  non  era  allora  slabile,  bensì 
venivano  spesso  i  patriarchi  a  Venezia,  a 
cagione  del  disagialo  alloggio  che  avea- 
no in  Grado  e  dell'insalubrità  di  quell'a- 
ria ;  però  in  questo  lempo  non  solo  il  pa- 
triarcato non  era  divenuto  di  Venezia,  il 
che  avvenne  4  secoli  dopo;  ma  neppure 
aveano  per  anco  i  patriarchi  gradesi  filt- 
rato iu  Venezia  la  loro  slubik  lestdenza. 


52 


V  E  N 


Vi  venivano  allora  di  quando  in  quando^ 
ne  resero  in  seguilo  più  IVequenle  hi  ve- 
nula; vi  si  stabilirono  verso  la  metà  del 
secolo  seguente.  Il  patriarca  diGrado  Gio- 
vanni Gradenigo,  eletto  nel  i  i  o5,  fu  ili." 
che  fissasse  stabilmente  la  sua  residenza 
in  Venezia  e  in  Piiallo;  e  forse  perciò  nel 
concilio  Lateranense di  Pasquale  11, a  cui 
fu  presente  nel  i  i  i  2,  si  trova  nominato 
nelle  l\liscell.  del  Bakizio  ,  Patriarcha 
yeneticiisje  nella  cronaca  delBelgio,preS' 
so  il  Pislorio,  .si  dice,  Patriarcha  V^ene- 
tus,  qui  et  Gradensis  imnciipatur.  Egli 
tenne  sinodo  provinciale  in  Venezia  nel 
j  127,  per  ridurre  a  ubbidienza  i  cano- 
nici di  Torcello,  che  la  negava  al  loro  ve- 
scovo Silveiio.  Innocenzo  II  confermò  al 
patriarca  Dandolo  il  pieno  possesso  di  lut- 
ti i  beni  appartenenti  alla  sua  chiesa;  al- 
trettanto fece  Lucio  II,  particolarmente 
perciò  che  spettava  a'possedimenli  della 
chiesa  di  Grado  in  Costantinopoli  ,  nel- 
l'Istria e  nella  Venezia.  Imperocché  il  do- 
ge Ordelafo  Falier  avea  nel  1  i  07  donato 
al  patriarca  Gradenigo  la  chiesa  di  s.  Ar- 
chidano  di  Costantinopoli  con  tutte  le 
rendite,  ed  altre  chiese  ad  essa  annesse. 
La  lite  insorta  in  Muiano  tra  il  clero  di 
s.  Stefano  e  quello  della  matrice  di  s. 
Maria,  die'occasione  ad  un  sinodo  pro- 
vinciale, che  il  Dandolo  radunò  nel  i  1 52, 
Rivoaltiin  aula patriarchali  Gradensij 
cioè  nel  suo  palazzo  ch'egli  possedeva  in 
Rialto.  Nelr  i55  il  medesimo  prelato  ri- 
cevè da  Leonardo  o  Bernardo  Cornaro  il 
dono  d'un  fondo  in  Rialto,  per  piantar- 
vi una  chiesa  in  onore  di  s.  Matteo  Apo- 
stolo. E  neir  anno  stesso  ottenne  in  Ro- 
uia  d'Adriano  IV,  che  la  sua  metropo- 
litana di  Grado  venisse  innalzata  all'ono- 
re di  chiesa  primaziale  della  Dalmazia,  e 
che  le  fosse  quindi  a<soggetlata  la  chie- 
sa metropolitana  di  Zara  colte  sue  suiira- 
ganee,  perchè  quella  provincia  era  en- 
trata ad  ingrandire  il  dominio  della  re- 
pubblica di  Venezia.  Di  più  Adriano  IV 
concesse  a'palriarchì  di  Grado  il  privile- 
gio di  cuusagrare    vescovi  in  Coslauliuo- 


V  EN 
poli,  e  dovunque  i  veneziani  a  vesserò  pos« 
seduto  chiese  ili  loro  proprietà.  Lo  stesso 
Papa,  o  il  successore  Alessandro  III,  con- 
fermò i  privilegi  e  le  giurisdizioni  tlelia 
chiesa  gradese.  Il  eh.  S.  Romanin,  nella 
Storia  flocitmcntata  di  l  enezia,  che  ivi 
cominciò  a  pubblicare  neh  853  co'tipi  di 
JVaratovich,  osserva  che  per  le  concessio- 
ni d'Adriano  IV,  irritalo  contro  la  re- 
pubblica di  Venezia  il  patriarca  d'Aqui- 
leia  Ulrico  o  Ulderico  o  Voldarico  II, 
partigiano  dell'imperatore  Federico  I  av- 
verso a'veneziaiii,  con  poderosa  armata 
invasa  l'isola  di  Grado,  «'.ostrinse  a  fug- 
gire il  patriarca  Dandolo,  ed  a  ritirarsi 
in  Venezia;  e  che  fu  allora  da  lui  edifica- 
to a  s.  Silvestro  il  palazzo  sul  terreno  do- 
natogli all'uopo  dal  mentovato  Cornaro. 
Aggiunge,  non  sopportando  tanta  ingiu- 
ria il  doge  Vitale  II  Michiel,  fece  assalire 
da  un  naviglio  il  prelato  acpiileiese,  il  «pia- 
le fu  preso  e  condotto  con  1  2  suoi  cano- 
nici a  Venezia.  Essi  poi  furono  liberati 
con  altri  700  principali  seguaci  del  pa- 
triarca, a  condizione  che  ogni  annuii  pa» 
triarca  e  successori  dovessero  mandare  a 
Venezia  con  grande  apparalo  12  pani  e 
12  grassi  porci,  per  darsi  in  preda  con 
caccia  al  popolo  nel  gioved'i  grasso,  i  pa- 
ni dandosi  a' carcerati.  Di  più  per  me- 
moria fu  stabilito,  che  in  detto  giorno  il 
doge  si  recasse  nella  sala  pubblica  del 
Piovego,  magistrato  istituito  nel  1282, 
ove  con  verghelle  abbatteva  alcuni  ca- 
stelli di  legno.  L'invio  del  toro,  egli  di- 
ce, sembra  avere  altra  origine,  ed  era  de- 
capitato dall'arte  de'fabbri.  Questo  spet- 
tacolo cessò  nel  1 52  3,  continuando  la  sem- 
plice visita  del  doge  a  delta  sala.  Bensì  si 
surrogarono  altre  feste,  cioè  le  forze  di 
Ercole,  e  il  Volo  col  quale  un  giovinetto, 
raccomandato  a  grosse  funi,  dall'alto  del 
campanile,  veniva  a  presentare  un  maz- 
zello  di  fiori  al  doge  nell'esterna  loggia 
del  palazzo.  Dell'anteriore  indecente  spel- 
laroiOjio  ne  parlai  ne'vol.  XXXI,  p.  i  75, 
LXXXII,  p.  123.  Egualmente  del  degra- 
dante bìbulo  dovrò  riparlarne  alla  sua 


VE  N 
volta  nel  §  XIX,  n.  7.  Può  vetlersi  il  cav. 
Mulinelli,  Annali  Urbani,  p.  4'-  La  di- 
mora che  di  tanto  in  lanto,e  anclie  per  lun- 
i  go  tempo,  aveano  finora  in  Venezia  i  pa- 
■  triurchi  di  Grado,  non  avea  ottenuto  Tu- 
poslolic;i  sanzione:  rottemie  il  Dandolo, 
nella  circostanza  che  nel  i  177  Alessandro 
Ili  si  trovava  in  Venezia,  abitando  rpieslo 
palazzo  patriarcale,  come  in  asilo  di  si- 
curezza, contro  le  persecuzioni  di  Fede- 
rico I;  sicché  da  questo  tempo  soltanto  se 
ne  può  ripetere  la  legittimità  della  dimo- 
iai, inili  neli  187.  il  patriarca  assegnò  una 
porzione  della  chiesa  di  s.  Silvestro  per 
abitazionede'suoi  pievani.  Anche  al  Dan- 
dolo, Urbano  111  confermò  i  diritti  e  i 
privilegi  della  chiesa  di  Grailo.  Il  simile 
fece  Clemente  ili  neh  190,  nell'inviargli 
il  pallio,  al  patriarca  SignolojaI  quale  nel 
I  iQi  Celestino  III  concesse  tutte  le  ile- 
cime  che  appartenevano  alla  chiesa  di  s. 
Arohidanoin  Costantinopoli.  Lostesso ot- 
tenne nel  1200  da  Innocenzo  III,  e  di  fai* 
continuare  l'antica  consuetudine,  che  in 
tutte  le  chiese  della  diocesi  di  Castello 
ossia  di  Venezia,  il  nome  del  patriarca  di 
Grado  si  pronunziasse  il  sabato  santo  nel 
preconio  della  benedizione  del  cereo  pa- 
squale, prima  di  quahmque  laica  dignità 
e  di  quella  del  doge;  di  essere  ricevuto  a 
suono  di  campane  ogniqualvolta  fosse  ri- 
tornato da  Grado  a  Venezia;  ed  inoltre 
la  fiicoilà  d'istituire  e  destituire  canoni- 
camente i  benefizi  ecclesiastici  dellechie- 
se  ili  s.  Sdvestro,  di  s.  Jacopo  dall' Orio, 
di  s.  Martino,  de'ss.  Canziano  e  Canzia- 
nilla,  di  s.  Mai  ia  de'Crociferi,  oggidì  de' 
Gesiiiii,  e  di  s.  Clemente,  in  Venezia,  non 
che  di  s.  Aichidaiio  in  Costantinopoli,  e 
d'esigere  le  decime  da'parrocchiani  di  es- 
se. Mentre  era  patriarca  Falier,  con  de- 
creto del  1206  il  podestà  veneziano  di 
Cijstanliiiopoli  Zeno  assegnò  al  patriar- 
cato di  Grado  il  perpetuo  dominio  d'un 
lungo  traiti)  di  fabbriche  e  di  terreni  fuo- 
ri delle  uun-a  di  quella  città,  i  quali  per  le 
divisioni  fatte  cogli  altri  conqnistatori  a- 
veano  toccalo  a' veneziani.   Al   patriarca 


V  E  r^  53 

Oarozzi  confermarono  i  privilegi  Inno- 
cenzo 111,  Onorio  111  e  Gregorio  IX.  Al 
patriarca  Maltra verso  concesse  nel  i?.55 
Alessandro  IV  onorevolissime  prerogati- 
ve, specialmente  per  le  chiese  d'oriente 
alla  sua  giurisdizione  soggette.  Nel  i^gc) 
Bonifacio  Vili  sottrasse  in  perpetuo  da 
qualsiasi  dipendenza  e  giurisdizione  del 
vescovo  di  Castello,  sutlraganeo  del  pa- 
triarcato di  Grado,  il  palazzo  che  i  pa- 
triarchi gradesi  possedevano  ed  abitava- 
no, presso  e  contiguo  alla  loro  chiesa  di 
s.  Silvestro  in  Venezia,  dichiarandolo  im- 
mediatamente soggetto  alla  s.  Sede.  Il 
patriarca  Domenico  radunò  3  sinodi,  due 
in  Grado,  e  l'altro  nel  1327  nel  suo  palaz- 
zo patriarcale  di  Venezia,  in  cui  si  pub- 
blicò la  canonica  unione  della  chiesa  par- 
rocchiale di  s.  Bartolomeo  di  Venezia 
colla  mensa  patriarcale  gradese,  dal  che 
ne  derivò  in  seguito  il  diritto  ne'patriar- 
chi  di  Venezia,  con  approvazione  di  Gio- 
vanni XXII.  Il  patriarca  Dino  del  i332, 
già  vescovo  di  Chioggia,  colla  ritenzione 
in  commenda  della  parrocchia  di  s.  Mar- 
tino, di  cui  era  stato  pievano;  commenda 
che  sembra  ritenesse  anche  dopo  fatto 
patriarca.  Il  patriarca  fr.  Tommaso  Fri- 
gnano meritò  il  cardinalato  col  titolo 
de'ss.  iVereo  ed  Achilleo,  da  Urbano  VI, 
e  ritenne  il  patriarcato  benché  risiedesse 
in  Roma:  era  chiamato//  Cardinale  Gra- 
dese. Il  celebre  fr.  Pietro  Amelio,  già  ve- 
scovo d'altre  sedi,  come  di  Sinigaglia,  nel 
iSqi  ottenne  da  Bonifacio  IX  un'indul- 
genza a  favore  di  quelli  che  in  determi- 
nali giorni  visitassero  la  chiesa  di  s.  Sil- 
vestro, e  le  somministrassero  qualche  sus- 
sidio. Nei  1427  divenne  patriarca  Molin, 
reggente  della  cancelleria  apostolica,  ca- 
rica che  continuò  ad  esercitare,  come  a- 
vea  fatto  essendo  arcivescovo  di  Zara, 
Impetrò  e  olienne  da  Eugenio  IV  la  con- 
ferma e  la  rinnovazione  di  tutti  i  privi- 
legi del  suo  patriarcato,  prima  generica- 
mente e  poi  distintamente  di  qtielli  che 
avea  sulla  chiesa  di  s.  Bartolomeo.  Essen- 
do patriarca  Coudulmcr,  soppressa  nel 


54 


V  EN 


i44o  ^^  *^''<^  vescovile  dì  Cillanuova  o 
Eraclea,  fu  aggregata  al  patriarcato  tli 
Grado.  Il  successore  Micliiel  fu  rultiaio 
patriarca  che  risiedesse  presso  la  chiesa 
di  s.  Silvestro;  ed  altres"!  fu  l'ultimo  pa- 
triarca di  Grado,  il  cui  patriarcato  fu 
soppresso  neli45i  alla  sua  morte  da  Ni- 
colò V,  e  fu  saggio  consiglio;  poiché  cpie- 
sto  pastore  nou  poteva  mai  o  quosi  mai 
recarsi  a  sedere  nella  stia  cattedra,  ed  era 
costretto  a  dimorare  costei ntenienle  nel- 
l'altrui diocesi,  esercitando  la  sua  giuris- 
dizione, ed  anche  questa  non  di  rado  con- 
trastatagli, svdleio  pariocchie  che  pos- 
sedeva in  Venezia,  onde  molteplici  e  a- 
spre  furono  le  controversiegiurisdiziona- 
li  che  i  patriarchi  ebbero  co' vescovi  di 
Castello.  D'  altronde  non  era  lieve  scon- 
cio, che  in  una  stessa  città  sedessero  due 
pastori  ed  avessero  in  lutti  gli  angoli  e 
le  contrade  di  e-^sa,  frammischiale  qua  e 
colà,  le  chiese  a  loro  soggette;  tutte  poi, 
uniche  quelle  che  appartenevano  al  pa- 
triarcato di  Grado  e  ne  formavano  la  dio- 
cesi, s'intitolassero  indistintamente  Cu- 
stellnnae-  Dioecfsis,  Le  quali  chiese  ap- 
partenenti al  patriarcato  di  Grado,  in  cit- 
tà furono:  s.  Giuliano,  s.  Silvestro,  s.  Mat- 
teo di  Rialto,  s.  Jacopo  dall'Orio,  s.  Mar- 
lino,  s.  Maria  de'Crociferi,  s.  Apollinare, 
s.  Bartolomeo,  ss.  Canzianoe  Canzianilla, 
s.  Croce  di  Luprio,  e  ss.  Gervasio  e  Pro- 
lasio.  Su  quesl' ultima,  dopo  gravi  di- 
scordie tra  il  patriarca  e  il  vescovo  di  Ca- 
stello, esercitavano  entrambi  lagiurisdi- 
2Ìone  promiscuamente  ,  in  vigore  d'  una 
transazione  del  io4i-  Su  di  esse  per  al- 
tro, come  nolo  il  Gallicciolli,  non  godeva 
il  patriarca  (\\Ci\aòo,ìù' pitna  autorità^ 
ni-  Utile  l'entrale,  ma  proporzionava  sol' 
lanlo  su  queste  pel  suo  soslcntaniento, 
J  prelati  gradesi,  ollie  la  chiesa  di  s.  Ar- 
chidano  in  Costantinopoli,  possedevano 
altre  chiese  nel  Ncgroponte.  Ed  erano 
soggette  alla  loro  giurisdizione  anche  al- 
tre parrocchie  e  monasteri  in  Grado  ed  al 
di  fuori  ;  sui  (|uali,  per  la  maggior  parte, 
passò  poscia  il  diritto  al  patriarcato   di 


V  EN 

Venezia;  e  queste  ne  formavano  la  dioce^ 
si,  e  da  queste  siccome  dalle  suindicate' 
traevano  la  loro  sussistenza.  Anzi,  dopo 
la  soppressione  del  vescovato  d'  Eiaclea, 
alcune  parrocchie  di  esso  vennero  sotto 
il  patriarca  di  Grado,  altre  furetto  unite 
alla  diocesi  di  Treviso,  e  altre  a  quella  di 
Ceneda.  Non  è  poi  vero,  che  i  principali 
beni  del  patriarca  gradese  fossero  quelli 
de'vescovali  soppressi  di  Equilio  e  di  Citr 
tà  Nova;  poiché  Equilio  fu  ealinto  iSaut 
ni  dopo  la  soppressione  del  patriarcatq 
di  Grado.  Soppressa  dunque  la  sede  pa- 
triai'caledi  Grado,  fu  allres'i  soppressa  in 
vescovile  di  Castello,  e  fu  eretta  con  esse, 
mediante  una  sola  diocesi,  la  nuova  scilo 
patriarcale  di  Venezia,  composta  di  tutf 
tociò  che  alle  due  chiese  apparteneva,  e 
che  formava  d'entrambi  le  giurisdizioni,  i 
proventi,  i  privilegi.  Colle  rendite  della 
chiesa  di  Grado  passò  ne'patriarchi  di  Ve» 
nezia  anche  il  palazzo  di  residenza  conti- 
guo alla  chiesa  di  s.  Silvestro,  che  fu  po- 
scia dato  a  livello  a'  confratelli  della  cele- 
bre scuola  di  s.  Rocco  nel  i486.  In  esso 
dutiqiie  il  sodalizio  risiedè  per  qualche 
tempo;  finché  allettalo  dall' opportunità 
d'un  più  ampio  e  più  comodo  locale  nel- 
la parrocchia  di  s.  Pantaleone,  là  si  tra- 
piantò, avendo  però  lasciato  nella  chiesfi 
di  s.  Silvestro  luminosi  contrassegni  di 
sua  divota  munificenza.  La  chiesa  tultorf» 
continua  ad  essere  parrocchia,  3.'\iecania 
e  decanato  patriarcale,  onde  il  parrocq 
è  anche  decano,  i  parrocchiani  essendq 
4491-  Ha  pcf  chiesa  succursale  s.  Gio- 
varM)i  Elemosinario,  di  qui  nel  prossima 
n.58;  per  oratorio  sagramentale  la  chiesa 
di  s.  Jacopo  di  Rialto,  della  (luale  parlerò 
nel  n.  59  ;  e  per  oratorio  non  sagramen- 
tale  la  chiesa  di  s.  Apollinare,discorsa  nel 
n.  55.  Le  chiese  parrocchiali  soggette  al-, 
la  decania  sono:  s.  Simeone  profeta,  s. 
Cassiano,  s.  Maria  Gloriosa  ,  s.  Giaco- 
mo dall'  Orio  ,  e  s.  Nicola  da  Tolentit 
no.  La  chiesa  di  s.  Silveslra,  ridotta,  co- 
me si  disse,  a  nuovo  stalo  nel  1 838,  con- 
ta solo  ora  |c  seguculi  opere  pilloiicUe, 


V  EN 

Nel  primo  altare  il  Battesimo  del  Signore 
è  eli  J.  Tinloietlo,  opera  con  figure  di 
gran  carattere  ;  nel  2.°  altare  la  Nascita 
del  Salvatore  del  Loth.  All'altra  parte  s. 
Silvestro  che  battezza  Costantino,  del  vi- 
vente prof.  S.  Santi;  e  nel!'  ultimo  altare 
la  tavola  co'ss.  Tommaso  di  Canlorbei7, 
Giambattista  e  Francesco,  ed  Angelet- 
ti,  opera  di  Girolamo  da  Santacroce.  E 
qui  non  si  può  far  a  meno  di  declamare 
contro  chi,  approfittando  de'  nuovi  ri- 
slauri  cui  ultimamente  soggiacque  que- 
sto tempio,  fu  cagione  della  perdita  d'in- 
signi dipinti  del  vecchio  Palma,  di  Pao- 
io  e  di  altri,  i  quali  furono  da  alcuni 
speculatori  venduti  a  caro  prezzo  ollra- 
munti. 

57.  S.  Matteo  di  Rialto,  parrocchia, 
filiale  di  s.  Silvestro,  non  fu  mai  colle- 
giata ;  venne  chiusa  e  demolita,  quin- 
di ridotta  a  comuni  abitazioni.  Nel- 
le mani  d'Enrico  Dandolo  patriarca  di 
Grado  offrì  a  Dio  un  suo  terreno  posto 
ne'confini  di  Rialto,  Leonardo  Corona- 
rio neli  i56,  perchè  in  esso  ad  onore  di 
8.  Matteo  Apostolo  ed  Evangelista  fosse 
fabbricata  una  chiesa  di  perpetua  sog- 
gezione al  patriarcato  gradese.  Il  dona- 
tore del  fondo  egli  abitanti  circonvicini 
s'obbligarono  all'  erezione  dell'  edifizio, 
che  ben  tosto  compintodivenne  loro  p-ir- 
rocchia.  Indi  neli  166  la  pia  matrona  Si- 
diana  Sanudo  donò  un  vicino  terreno  per 
fabbricar  vi  l'abitazione  pel  pie  vano.Fuori 
di  esso  non  avendo  i  pievani  con  che  man- 
tenersi, l'iuiione  o università  artistica  dei 
macellai  gli  stafrib  determinati  proventi; 
onde  meritò  nel  i436«4^tenerne  il  gius- 
padronato  da  Eugenio  IV,  colla  facoltà 
d'eleggere  i  pievani.  V  aggiunse  poi  ta- 
le arte  il  merito  del  restauro ,  rinno- 
vando nel  161 5  in  gran  parte  la  chiesa, 
e  riparando  la  debolezza  della  cappella 
principale.  Bisognosa  di  nuova  struttura, 
nel  17  35  r  intraprese  in  uno  all'abbel- 
iimento  ,  al  fornimento  di  ricche  sup- 
pellettili, il  pievano  Nicolò  Milesi  coadiu- 
vato dalle  limosiue  dc'panocchiauie  ui- 


V  E  N  55 

tri;  e  venne  consagrata  nel  1743  dal  pa- 
triarca Foscari. 

5S.  S.  Giovanni  Elemosinano,  vol- 
garmente s.  Zitane  di  Rialto.  S' igno- 
rano i  principii  di  quest'  antichissima 
chiesa  parrocchiale  in  Rialto,  sagra  al 
s.  Patriarca  d'  Alessandria.  La  sola  me- 
moria posteriore  alla  sua  fondazione  è 
del  1071,  per  la  caduta  del  vecchissi- 
mo campanile;  e  quella  de'  pievani  è  del 
ii^'i,  uno  de' quali ,  Corrado  Carac- 
cioli,  divenuto  arcivescovo  di  Nicosia  e 
cardmale,  fino  alla  morte  ritenne  in  com- 
menda il  pìevariato.  Nel  144^  Eugenio 
IV  volendo  istituire  nella  diocesi  Castel- 
lana, una  specie  di  Seminario  e  come  a- 
vea  fatto  in  Firenze,  cioè  un  collegio  di 
12  poveri  chierici,  con  due  maestri,  l'u- 
no di  grammatica  e  l'altro  di  canto  ec- 
clesiastico, pel  mantenimento  di  essi  as- 
segnò unitamente  ad  altri  benefizi  anco 
questo  pievanato,  perchè  ledi  lui  rendi- 
le s'impiegassero  a  vantaggio  del  nuovo 
collegio;  la  di  cui  istituzione  fu  poscia  con- 
fermalf  da  Calisto  IH  nel  i455,  insieme 
al  giuspadronato  della  chiesa  concesso  al 
capitolo  di  Castello.  Dispiacque  a'parroc- 
chiani  la  stabilita  distrazione  delle  ren- 
dite di  loro  chiesa,  e  presentarono  le  lo- 
ro doglianze  al  magistrato  delle  Ragion 
Nove ,  di  cui  era  antica  prerogativa  il 
presiedere  alla  cura  e  governo  della  chie- 
sa medesima.  Volendo  dunque  il  magi- 
strato conservar  intatta  la  pubblica  giu- 
risdizione sopra  una  chiesa  assai  l'ag- 
giiardevole,  in  cui  si  conserva  una  reli- 
quia della  ss.  Croce,  ne  elesse  con  soddisfa- 
zione de' parrocchiani  il  virtuoso  Luigi 
Ziija  per  pievano  ;  ma  tosto  si  opposero 
i  canonici  di  Castello  in  virtù  de'diplomi 
pontificii  ,  che  dal  magistrato  si  preten- 
devano estorti  o  insussistenti.  La  contro- 
versia si  fece  grave,  ed  il  doge  col  sena- 
to, d'accordo  col  legato  apostolico  depu- 
talo alla  visita  della  chiesa,  ottennero  nel 
1488  da  Innocenzo  Vili  sciolta  l'istitu- 
zione, la  reintegrazione  della  chiesa  nella 
sua  libertà  e  la  conferma  del  Zoja.  ludi 


56  V  E  N 

Alessandro  VI  neli493  shtbilì  le  regole 
per  l'elezione  del  pievano  e  tle'litolalidel' 
la  collegiala,  la  proporzionala  divisione 
delle  rendite  fra  essi,  uuinietlendoli  alla 
cooiparlecipazionede'privilegi  ed  esenzio- 
ni godute  dal  clero  della  basilica  dis.  IMar- 
co;  perciò  il  doge  ebbe  la  prerogativa  di 
eleggere  il  pievano  e  ì  titolali,  e  venne 
dichiarato  patrono  della  chiesa,  essendo- 
sì  dal  Papa  abrogalo  il  giuspadronato  del 
capitolo  Castellano.  Nel  i5i3  scoppiato 
fatale  incendio  nell'isola  di  Rialto,  tutta 
la  consumò  insieme  a  cpjesta  chiesa.  La 
rialzò  dalle  rovine  la  pietà  de'Cedeli, sem- 
pre pronta  fra' veneziani.  Paolo  Ili  nel 
1 546  confermò  al  doge  la  ricordata  pre- 
rogativa; e  siccome  i  3  primitivi  litolari 
cransi  ridotti  a  due,  essendosi  aumentate 
le  rendite  del  capitolo,  neh  554  'l  doge 
Fra  ncescoVenier  ristabilì  per  decoro  del  la 
chiesa  il  3. 'titolo  presbiterale;  onde  il  col- 
legiosi  formò  del  pievano,di  3  preti, d'uu 
diacono  e  di  due  suddiaconi  titolati.  Sem- 
bra impossibile  come  ciò  sia  sfuggito  al- 
l'accurato ab.  Cappelletti,  nel  dichiarare 
non  aver  trovato  che  questa  chiesa  fosse 
stata  collegiata,  né  filiale  d'alcuna  ma- 
trice, ed  in  questo  ha  ragione.  Vuole  vSan- 
sovino,  che  questo  tempio  sia  stato  rifab- 
bricato da'Trevisan,  e  che  per  la  sua  rin- 
novazione ne  formò  il  disegno  l'architetto 
Antonio  Scarpagnino.  Dopo  la  sua  rie- 
dificazione, fu  consagrato  a'  28  settem- 
bre 1072  da  Daniele  Vocazio  vescovo 
Dalaiaziense  cioè  Dalmata.  Nella  gene- 
rale concentrazione  del  1810  cessò  d'es- 
sere parrocchia  e  collegiala.  Al  presente 
la  chiesa  di  s.  Giovanni  Elemosinarlo  è 
soltanto  succursale  di  s.  Silvestro.  Il  no» 
minalo  architetto  la  fòru)ò  in  figura  di 
croce  greca,  e  la  costruì  di  pietra  Istria  • 
na,  l.'i volata  a  perfezione.  Il  quadro  co- 
gli Ebrei  che  si  preparano  alla  Crocefis- 
sione  del  Uedentore,  la  mezzaluna  con  s. 
Nicola  fitlo  vescovo,  il  gran  <p«adro  do- 
po l'alture  colla  Manna,  l'idtra  mezzalu- 
na con  a.  Rocco  che  risana  gli  appestali, 
&L)iiu  del  Cotona.  Il  quadro  cui  marta  io 


YEN 

di  s.  Cnlerina  è  di  Palma  giovine.  Nell'al- 
tare la  tavola  con  s.  Sebastiano,  s.  Cate- 
rina, e  s.  Rocco  al  quale  un  Angelo  ad- 
dita la  via,  è  opera  della  miglior  manie- 
ra del  Ponlenone  ,  che  qui  eguagliò  nel 
vigore  della  tinta,  nella  forza  e  nel  toc- 
co del  pennello  ,  non  però  nel  dare  vita 
alle  figure,  quel  Tiziano,  il  quale  nella 
tavola  del  maggior  altare  rappresentò  il 
s.  Titolare.  Sono  due  opere  pur  troppo 
prive  di  quella  luce,  di  cui  ogni  cosa  eh 'è 
priva,  manca  d'anima  e  di  vita.  All'al- 
tra parte  ne'3  quadri  col  s.  Titolare,  s. 
Marco  e  un  parroco  che  dà  l'acqua  santa 
al  doge  Leonardo  Dona  che  visita  la  chie- 
sa ,  Marco  Vecellio  spiegò  tutto  il  suo 
genio.  Neil'  ultimo  quadro  il  Ridolfl  rap- 
presentò l'adorazione  de'  Magi. 

59.  S.  Giacomo  eli  Rialto,  volgarmen- 
te s.  Giaco/nello.  La  più  antica  chiesa 
surla  in  Venezia,  perciò  stata  lai."  par- 
rocchia della  medesima,  come  concor- 
demente asseriscono  i  più  antichi  e  ac- 
creditati scrittori  e  cronisti  veneti,  de» 
cantandola  siccome  la  prima  della  città 
ed  eretta  nel  suo  nascere  ad  onore  di  Dio, 
sotto  l'invocazione  di  s.  Giacomo  Mag- 
giore apostolo,  nell'isola  di  R.ialto.  Noa 
posso  occultare  ritenere  il  Gallicciolli,  se- 
guito dal  Zanotto  peritissimo,  non  es- 
sere stata  propriamente  s.  Giacomo  di 
Rialto  la  prima  chiesa  fondata  in  Ve- 
nezia, come  pur  dirò  nel  §  XIX,  n.  2. 
Allorché  Attila  fierissimo  re  degli  un- 
ni, dopo  aver  sterminato  varie  cospicue 
città,  e  desolati  vastissimi  paesi,  entra- 
to in  Italia  minacciava  l'eccidio  a  que-^ 
sta  provincia,  i  padovani  e  gli  altri  po- 
poli della  terrestre  Venezia,  dall'  esem- 
pio dell'altrui  rovine  atterriti,  si  ricove- 
rarono nelle  vicine  lagune  dell'  Adriati- 
co, per  fondarvi  ivi  un  sicuro  domicilio  a 
se  slessi  calle  loro  famiglie.  Tre  consoli 
di  Padova  ivi  rifuggili  con  gran  parte 
del  loro  popolo,  determinarono  di  ren- 
derai abitabili  una  dell'isole  chiamata  A'i- 
rrt//t>  o  Ixivoallo,  poi  Rialto,  ed  in  essq 
i'elluronu  le  foiidameula  d'una  nuova  cit- 


VE  N 

tà;  e  slabilirono  ,  che  chiunque  fosse  pe- 
lilo nella  fabbrica  o  esercizio  navale,  ivi 
potesse  gocleie  d'  ogni  iniinunità.   Nar- 
laiulo  l'annalista  Miitìnellì  all'aiiiio  8iO 
la  residenza  del  dof^e  trasfei  ila  tla  Mala- 
inocco,  dopo  la  dislruzioue  sua  e  di  Era- 
clea, colla  concentrazione  di  quasi  tutta  la 
popolazione  delle  due  città,  come  pure 
dt-ll'isole  varie  in  Uialto,  questo  dal  no- 
me della  riunita  nazione  assunse  quello 
n>euJoii\ndo,celeberrimodi/'e//esjV/.Noti 
si  perde  mai  lino  al  cader  della  repubbli- 
ca la  gratitudine  e  la  memoria  verso  Rial- 
Io,  di   maniera  che  gli  alti  della  repub- 
blica vene?.iana  e  i  notarili    cominciava- 
no !.eui[)re  così:  III  Clirisli  nomine  Amen. 
Aiinu  eie.  Indici,  eie,  liivoalli  eie,  e  di 
solto  Jcluni  Fciietiis.  Fra  gli  altri,  che 
ivi  concorsero  per  formarvi  il  loro  domi- 
cilio ,  vi  fu  il  greco  Eutiiiopo  architello 
e  fiibbrica'lore  di  navi,  nella  cui  casa  es- 
sendosi acceso  fortuitamente   un   incen- 
dio, SI  dilatò  rapidamente  e  consumò  in 
breve  ora  24  case;  e  già  minacciava  l'e- 
«terminio  alle  restanti  fàbbriche,  allor? 
che  il  buon  uomo  ricorrendo co'suoi  con- 
cittadini all'orazioni,  promise  con  voto  a 
pio  e  a  s.  Giacomo  d'ivi  innalzargli  una 
chiesa.  Appena  pronunziato  il  volo,  mi- 
rabiliiienle  si  eslinse  il  fuoco.  La  chiesa 
venne  prontamente  edificala  e  poi   con- 
sagrala da'vescovi  Severiano  di  Padova, 
Ambrogiod*Allino,Giocondodi  Treviso, 
Epone  d'Opilergio  a'aS  marzo  ^7.  i;  an- 
no riportalo  dal  Corner,  che  lo   Stato 
personale  dice  ignorarsi.  Giorno  felice 
pe'veneziani,  di  lustro  all'Italia,  di  deco- 
ro alla  nostra  s,   Uetigione.  Giorno  av- 
venturoso e  di  fausto  augurio  alla  sorgen- 
te V^enezia,  poiché  in  (juello  pure  in  cui 
avea  Dio  sublimato  l'umiltà  dell'Imma- 
colata concepita  Maria  Vergine,  peresaU 
tarla  alla  dignità  di  IMadrc  del  suo  Fi- 
gliuolo unigenito,  volle  anche  che  in  u- 
nuli  e  abbandonali  luoghi  avesse  i  suoi 
principii  una  gloriosa  repubblica,  da  lui 
ileslinala  in  tanti  modi  a  vantaggio  e  di- 
le^u  della  sua  Chiesa.  Per  1'  amuiiuislra- 


VEN 


57 


zlone  de'  «agramenli  fu  nella  chiesa  de- 
stinato parroco  e  custode  Felice  sacer- 
dote di  fede  incontaminata.  Questo  tem- 
pio fu  rifabbricato  in  nuova  forma  dal 
doge  Selvo,  il  cui  dogalo  cominciò  nel 
1071  e  fini  nel  I  084,  principiato  e  com- 
pito in  quegli  anni.  A  Felice,  nel  governo 
successero  altri  pievani,  restali  ignoti  sino 
a  MariniiZane  priore  di  s.  Giacomo  e  ca- 
nonico Castellano,  uno  degl'iniqui  segua- 
ci di   Dajauionte  Tiepolo  traditore.  Nel 
i34o  trovasi  Orso  Delfino  rettore  della 
chiesa  di  s.  Giacomo  di  Rialto,  poi  nel 
i347  vescovo  di  Capodistria,  e  successi- 
vaotente  arcivescovo  di  Candia  e  patriar- 
ca di  Grado.  Frattanto  essendostate  nel- 
l'isola di  Rialto  fabbricate  nuove  chiese, 
andarono  queste  talmente  dilatando  la 
giurisdizione  parrocchiale  nelle  convici- 
ne case,  che  l'antica  chiesa  di  s.  Giacomo, 
già  unica  parrocchia  negl'inizii  della  cit- 
tà, restò  totalmente  priva  di  cura  d'  ani- 
me, ed  il  rettore  di  essa  conservò  il  no- 
me ili  pievano  come  un  decoroso  testi- 
monio della  grandezza  della   medesima. 
Rinnovata  neli  ig4i  f"  poi  con  evidente 
miracolo  preservata  questa  chiesa   dal- 
l'orribile incendio,  che  neli5i3  incene- 
rì tutta  l'isola  di  Rialto;  imperocché  le 
fiamme  voraci,  nel  giungere  al  sagro  e» 
dilìzio,  retrocessero  in  se  medesime  e  po- 
co dopo  si  eslinsero,  non  pern)eltendoDio 
che  fosse  dislrulto  dal  fuoco  il  luogo,  pei' 
cui  erano  restati  inviolali  dalle  fiamme  i 
primordii  della  città,  e  dove  erasi  eretta 
la  I.''  sua  casa.  Dì  questo  insigne  prodii 
gio  si  ha  dichiarazione  e  autorevole  te- 
stimonianza di  Leone  X,  in  quel  diploma 
col   (juale  concesse  a  questa  veneranda 
chiesa  alcuni   privilegi.  Dipoi  nel  i5i3 
fu  rinnovata  la  facciata,  e  in  qualche  par- 
te anco  r  interiore  struttura,  per  opera 
di  Natale   Reggia   suo   zelante   pievano, 
Tultavolla  questi   restauri   non  essendo 
stati  sullìcienti  alta  vecchiezza  dell'ediiì-i 
zio,  la   pubblica   pietà  lo  ridusse  in  piì\ 
consistente  e  decorosa  forma,  quando  nel 
iCui  luiiedificòda'fuudameuli,noa  seQ'< 


58  V  E  x\ 

2n  conservare  la  figura  precedente,  e  ta- 
le è  tiiltora.  E'  tradizione,  che  nel  sog- 
giorno d'  Alessandro  111  in  Venezia,  pei* 
fermare  la  concordia  da  la  s.  Sede  e  ITtn- 
pero,  nel   l  177  deconisse   questa  chievi 
cl'an)pie  indulgenze  perpetue,  da  lucrarsi 
da' di  voti   visitanti  nel  mercoledì  santo; 
per  cui  in  tal  giorno  si  recava  il  doge  e 
il  senato  ad  acquistare  lo  spuìtuale  te- 
soro, e  fors' anco  per  omaggio  alla  <ua 
primazia   d'  origine.  Ad  onta  di  questa, 
non  fu  mai  collegiata,  secondo  lab.  Cap- 
pelletti, sebbene  1'  assei  isca  alFermaliva- 
mente  lo  Stato  personale.  Era  giu'spa- 
drunatodel  capitolo  cattedrale  di  Castel- 
lo, e  dipoi  passfi  in  quello  de'dogi,  come 
ti  trae  dal  medesimo  ab.  Cappelletti;  il 
quale  inoltre  asserisce,  che  cessò  d'avere 
la  cura  d'  anicne  e  parrocchiani  quando 
nel  I  3q6  cede  al  governo  tutte  le  case  di 
sua  giiH'iidizione  per  fabbricarvi  gli  udì- 
zi  pubblici, che  le  stanno  d'intorno  con  so- 
lidi e  magnifici  porticati.  Lo  Stato  per  so- 
vale,  con  error  nianifeslo,  la  dice  parroc- 
chia prima  del  1810.  Al  presente,  questa 
primitiva  chiesa  di  Venezia  è  soltanto  ora- 
torio  sagi'a  menta  le, di  peudeiiletlas.  Sii  ve- 
slro,  di  cui  era  liliale.  L'edifizio,  ricevuti 
filtri  ristauri,  nel  suo  interno  ha  due  qua  - 
dri  colla  Natività  eie  vSponsalizie  della  B. 
Vergine,  i  quali  e  la  tavola  dell'altare  che 
adornano,  sono  opera  di  Marco  Vecellio, 
Nel  maggior  altare  è  bel  lavoro  ilei  Vit- 
toria la  statua  di  s.  Jacopo  titolare,  posta 
in  una  nicchia.  Il  seguente  altare,  vera- 
mente magnifico,  è  tutta  opera,  e  delle 
sue  migliori, del  Campagna,  rimarcando 
il  Corner  la  statua  in  bronzo  di  s.  Aato- 
nio  abbate. 

Sestiere  dì  Dorsoduro. 
60.  S.  Nicolò  de  MendicoU.  Que- 
sta parte  della  citlà,  a  cui  la  consisten- 
za del  terreno  die'  il  nome  al  suo  se- 
stiere, e  si  disse  anche  Orso  Duro,  fu 
abitata  da'  padovani  qui  e  nelle  altre  la- 
gune rifuggiti  nel  secolo  VII  per  timo- 
re de'  longobardi.  In  questo  luogo  scor- 
gtiudosi  antiche  vesligie  di  ru vinetti  cdi- 


V  E  N 

Tizi,  essi  piantarono  molte  abitazioni,  in 
mezzo  alle  quali  la  famiglia  Zmcaro- 
la  fabbricò  nel  secolo  VII  (piesta  chiesa 
al  glorioso  s.  Nicola  vescovo  di  Mira  ,  la 
quale  diventando  parrocchia  di  numero- 
so popolo,  composto  per  la  maggior  par- 
te di  poveri  pescatori,  venne  chiamala 
comunemente  s,  Nicolo  de' MmidicoU.W 
vescovo  di  Castello  Contarini,  allorché  dii 
Mira  portò  a  Venezia  il  corpo  del  santo, 
donò  a  questa  chiesa  un  arlicolodellesue 
dita,  il  cui  conlatto  operò  miracoli.  Dal- 
l'oriente gli  pervenne  il  corpo  di  s.  Nice- 
ta  martire  di  nazione  goto,  perito  nelle 
fi.iaiine  per  la  fede  e  diverso  dall'altro 
santo  omoniinoesistente  nella  chiesa  del- 
l'Angelo  RalFaele,  di  cui  parlo  qui  appres- 
so. Abitò  sotto  il  portico  di  questa  chiesa 
per  1 5  anni,  col  consenso  del  pievano,  la 
veuerabile  reclusa  Soda,  con  due  compa- 
gne, dopo  aver  piantato  nell'  antico  mo- 
nastero di  s.  Croce  l'istituto  francescano. 
Favorita  da  Dio  con  particolari  doni, san- 
tamente mori  nel  1 490-  Prima  della  con- 
centrazione del  18  [o  parrocchia  e  colle- 
giata, era  filiale  di  s.  Pietro  di  Castello,  e 
presentemente  è  succursale  di  s.  Rattaele 
Arcangelo.  Si  può  vedere  il  §  Xl,  n.  21, 
per  le  suore  obiate  filippine  educatrici. 
L'edifizio  può  dirsi  antico-moderno,  pe' 
ricevuti  ristauri,  essendo  la  chiesa  una 
delle  più  vecchie  della  città,  però  restau- 
rala nesecoli  XVI  e  XVIll,  e  consagrata 
ih."  uiaggioi76i  dal  patriarca  Bragadi- 
no.  E  ornata  di  moltissime  buone  pittu- 
re, anche  di  Palma  il  giovine.  Vi  sono 
belle  opere  di  Carletlo  Caliari  figlio  di 
Paolo,  cioè  :  nel  sofiìlto  del  presbiterio  il 
quadro  circolare  con  s.  Nicolò  portato 
in  cielo  da  copiosa  e  bella  gloria  d'  An- 
geli ;  e  nel  parapetto  dell'  organo  i  3  gra- 
ziosi comparti  co'  fatti  della  vita  di  s. 
Marta.  Sono  rimarchevoli  4  colonne  di 
marmo  stalattitico,  detto  goccia  di  Cor- 
fìi,  tenute  in  molto  pregio;  e  6  altre  co- 
lonnedi  finissimo  marmo  con  bel  lavoro, 
in  singoiar  modo  collocale  per  separare 
dui  corpo  della  chiesa  il  presbiterio.  Uu 


VEN 

Bllore  è  di  fino  maimo,  con  tavola  scol- 
pila, dello  stile  de'  Lonibarili, 

6f.    S.   Hnffhele  Arcangelo,  volgnr- 
menle  V  Anzolo,  Anche  questa   per  di- 
vina rivelazione  fu  eietta  da  s,  Magno 
vescovo  d'Opilergio,  a  cui  apparse  l'Ar- 
cangelo e  glielo  ingiunse  nel  silo  ove  a- 
viebbe  trovato  insieme  molti  uccelli.  Dii 
(|ue*la  fondata  e  iminetnondjde  tradizio- 
ne riconosciuta,  allontanandosi  il  Sanso- 
vino,  fu  disapprovato  il  suo  racconto,  ti- 
gli pretende  che  la  chieda  tosse  fabbrica- 
ta da  Adriana  woglie  tli  Geiiusio  lluleno 
principe  di  Padova,  quando  co'  figli  ri- 
parò nelle  Lagune  ,  l'uggendo  la  ferocia 
unna  ,  seguendola  il  marito  dopo  la  di- 
struzione della  città,  per  voto  delia  sal- 
vezza di  esso,  il  quale  in  morte  la  lasciò 
nlle  monache  di  s.  Zaccaria,  il  cui  posses- 
so perderono  quando  si  bruciò  nell'Hgp; 
e  che  fu  rifabbricata  per  rivelazione  di 
s.  Magno,  dalle  famiglie  Cjindiana  e  A- 
riana.  Tutlociò  con  mauifesli   anacroni- 
smi, e  in  contraddizione  del  da  lui  slesso 
riferito  altrove,  L' incendio  che  distrus- 
se la  chiesa  nelj  io5,  valse  a  farla  pron- 
tamente rinnovare   dalla  generosa  pie- 
tà de'  fedeli  sino  da'  fondanieuli,  dipoi 
consagrata  oel    i  iq3,  Minacciando  piìi 
lardi   per  la   vetustà   rovina,   nel   iGiS 
venne  riedificata,  e  neliyS)  ebbe  aiicliu 
la  facciata  pel  stelo  del  pievano  Giambat- 
lista  Ghedini,  il  quale  ne  procurò  la  con- 
sagraiione,  seguita  a'  i5  maggio  1740 
dal  patriarca  Corraro,  All'altare  di  s.Raf- 
Hiele  è  il  corpo  di  s.  Niceta  martire,  tra- 
sferitovi dall'oriente,  festeggiato  da  tutto 
il  clero  veneto.  Si  venera  pine  in  questa 
chiesa  la  reliquia  di  s.  Antonio  abbate,  e 
quella  della  ss,  Croce  donata  da  Sisto  V 
al  procuratore  Giacomo  Foscarini.  l'ar- 
rocchiale e  collegiata,era  filiale  di  s.  Maria 
^obenigo.econluuia  ad  essere  parrocchia 
della  decania  dis.Maria  del  Rosario.  Con- 
ia 3g2g  anime.  Ha  per  chiesa  succursa- 
le quella  di  «•  JXicolò  de'Mendicoli  anzi- 
dcNcritla,  e  per  oratorio  non  sagrameu- 
talc  s.  I\lui  la  Mudduleua,  cuu  auuesso  ui 


V  E  N  59 

spizio  per  povere  ricovrale.  L'  edilìzio  è 
uiudellato  da  Francesco  Contini.  Neil* 
cappella  maggiore  Alvise  del  Friso  assai 
si  accostò  a  Paolo  nel  (piailro  del  Centu- 
rione innanzi  Cristo;  l'altro  quadro  col 
Castigo  de'Serpenli  è  dell'  Alieuse.  Nel- 
l'altra cappella  è  opera  assai  bella  di  Ba-» 
nifacio  la  Cena  del  Signore.  Nell'idtiino 
altare  si  pregia  la  tavola  del  Bonifacio 
slesso,  colla  Predicazione  di  s.  Antonio 
di  Padova. 

62,  S,   Baglio,  volgarmente  a,   BU' 
Sfgio,  Parrocchia,  collegiata  e  filiale  di 
s.  Silvestro,  fu  soppressa  nella  prima  cou- 
cenlrazione  del  1808  e  fatta  succursale, 
e  neliSjo  fu  chiusa  al  culto  divino,  e 
di  venula  magazzino  di  lei;na,  nel   iS-X-j. 
colla  facciata  reslQ  demolita,  né  piò  ri- 
mane  vestigio.  Avendo  <la   Malanioccc» 
vecchio  Irasportato  in    Venezia  il   loro 
doirwcilio  i  nobili  Basegio,  ivi  e  in  que- 
sto luogo  ad  onore  di  s.  Basilio  Magno 
edificarono  la  chiesa,  che  divenne  presto 
parrocchia.  L'erezione  avvenne,  secondr» 
alcuni, nell'870,  o  nel  90 5,  o  nel  970,  ed 
a  merito  della  casa  Molin,  ed  altri  l'ai- 
Iribuiscono  agli  Acotanti,  ed  anco  i  Ba- 
renghi  vi  contribuirono.  Distrutta   dal- 
l'incendio dell  io5,  fu  rifabbricata.  Re- 
sa già  vecchia,  neh  347  g*^»''''"''^^'^  scossa 
di  terremf>to  nella  più  parte  la  diroccò, 
e  fu  merito  degli  stessi  Basegio  il  rinno- 
varla più  solida  ed  orfiala,   finché  circa 
i  principii  del  secolo  XVI  dando  indizii 
di    cadere ,  fu   in  gran   parte  ristorata, 
.Possedeva  le  reliquie  del  s.  Titolare,  di 
s,  Filippo  uno  de'7  primi  diaconi,  diver- 
se reliquie  di  ss.  Martiri  tratti  dalie  ca- 
tacombe romane;e  precipuamente  si  glo- 
riava de*  corpi    de'cittailini  S.Costanzo 
d'Ancona  da  do»e  fu  rapito,  e  b.  Pielro 
Acotanto,  il  qu.nle  ultimo  fu  trasportato 
nella  chiesa  ile'  ss.   Gervasio  e  Prolasio, 
ove  tuttora  si  venera.  D'ambedue  il  Cor- 
ner ne  racconta  le  notizie,  e  del  2.°  ci  die' 
r  elligie. 

63.  S.  Mnrgheritfi.  Parroci  hia  ecol- 
legala,  eru  tìliulti  di  :i,  SdvciiUo,  iù  soa^ 


6o  V  E  N 

pressa  «el  1810  e  chiusa,  e  ne  fu  il  cle- 
ro Iru'f'erito  a  s.  Maria  de!  Caitnine,  che 
«hvenlò  jjariocchia,  e  di  cui  parlo  al  11. 
(Jq  degli  ordini  regolari,  §  X.  il  luogo  fu 
dato  [»ri(i»a  alla  direzione  de'  tabacchi,  e 
poi  a  (piella  del  deiiiatiio.  Ora  serve  di 
studio  al  prof,  di  pillura  Michelangelo 
Grigolelli.  La  chiesa  1' eres>e  Geniano 
Busignalo  ad  onore  di  s.  Margherita  ver- 
gine e  martire;  nel  principato  di  Pietro 
Tradonico  delI'SSy  divenne  parrocchia, 
e  si  vuole  che  fosse  consagrata  a'26  marzo 
dal  già  suo  pievano  Mauro  o  Maurizio 
LiKiniacodivenuto  vescovod'Olivolo  nel- 
l'8  j3  circa.Avea  la  cupola  ola  vòlta  dora- 
ta, sostenuta  da  4  gl'iodi  coiJnnedi  mar- 
m(»  orienlale.  Minacciando  rovina,  l'ine- 
eaiuihile  pietà  veneta  accorse  ariiuiovar- 
Ja  d.t'funilamenli,  con  ornata  struttura, 
compila  nel  1G47,  poscia  solennemente 
cons:»grala  nel  1790  dal  patriarca  Giova- 
iielli.  Venerava  una  mascella  della  s.  Ti- 
tolare. Nel  1 33o  accanto  la  sagrestia  della 
vecchia  chiesa  fu  eretto  un  augusto  romi- 
taggio, in  cui  visse  la  reclusa  di  nome  lìi' 
sino,  la  quale  soleva  portarsi  presso  la  cu- 
pola maggiore  e  di  là  per  una  finestra  as- 
sistere a' divini  ullìzi;  soltanto  usciva  la 
notte  precedente  alla  solennità  dell'  A- 
scensione,  per  acquistare  i'mdulgenza  in 
s.  Marco. 

64.  S.  Paiitaleone  medico,  volgar- 
mente s.  Paiilalon.  Dacché  gli  ope- 
rosi veneziani  per  ddatare  il  loro  com- 
mercio intrapresero  di  navigar  con  fre- 
quenza a'porti  di  Grecia,  massimamente 
a  Costantinopoli,  contrassero  particolare 
venerazione  verso  que' santi  ch'erano  i 
più  celebri  nella  chiesa  orientale.  Fra 
questi  uno  de'principali  fu  riputalo  sem- 
pre IMlustre  s.  Fantaleone  medico  e  mar- 
tire di  INicomedia,  il  di  cui  venerabile  no- 
me imposto  per  cagion  ili  divozione  a 
nioltissimide'venezianijdie'poi  motivo  di 
chiamarel  universaledeila  nazione  colso- 
pran  nome  di  Pantaloni,  come  ri  leva  Cor- 
ner.Lo  stesso  religioso  impulso,  che  mosse 
gli  uuliclu  veueziaai  a  imporre  di  frequen- 


VEN 

te  a'  loro  neonati  nel  battesimo  il  nome 
del  celebre  martire,  gli  eccitò  pure  a  fab- 
bricare in  di  lui  onore  una  chiesa  par- 
rocchiale. Ignorandosene  l' epoca,  è  cer- 
to che  venne  riedificata  verso  il  1009,  a 
spese  (Iella  famiglia  Giordani  ;  il  che  esclu- 
de la  fondazione  che  Sanso  vino  ritarda  al 
io.i5,  attribuendola  a*  Signoli  e  Dauli. 
Inoltre  Corner  dice  doversi  egualmente 
rigettare  la  tradizione  popolare  e  favo- 
losa, che  pretende  essere  slata  questa 
chiesa  un'antica  abbazia  dedicala  a  s. 
Giuliana  vergine  e  martire,  e  d'aver  esi- 
stito sino  ni  1111  circa,  quando  l'  ulti- 
mo abbate  commendatario  Angelo  Se- 
mitecolo  l'  eresse  in  chiesa  parrocchiale 
sotto  l'invocazione  di  s.  Pantaleone;  tut- 
to essendo  impugnato  d'anteriori  docu- 
menti.Intanto  per  donod'AlessiolComne- 
no  imperatore,  aiutato  dalla  repubblica 
contro  i  normanni,  ovvero  per  acquisto 
fattone  nel  1204  nell'occupazione  di  Co- 
stantinopoli, pervennero  in  Venezia  mol- 
te ed  insigni  ss.Reliquìe,alcune  destinale 
ad  arricchire  diverse  chiese,  e  altre  ri- 
servale in  custodia  del  Tesoro  ecclesia- 
stico de'  procuratori  di  s.  M'irco.  Tra 
esse  furouvi  quelle  di  s.  Pania leoue,  che 
neh  3  i4il  pretedi  questa  chiesa  Giacomo 
Bertaldo,  impetrò  ed  ottenne  per  la  uie- 
desiuìa.  Aumentandosi  le  rendite  della 
chiesa  per  le  pie  oderte de' fedeli,  e  princi- 
palmente del  suo  benefico  pievauoAngelo 
Semilecolo,già  e  fin  dal  1 25icol  consenso 
del  vescovo  e  del  capitolo  della  collegiata, 
ordinò  che  la  mensa  da  lui  aumentala 
si  dividesse  in  3  parli, al  pievano,  a'pre- 
ti  e  chierici,  pel  decoro  della  chiesa  e  pe* 
poveri,  il  che  approvarono  Innocenzo  IV 
e  Alessandro  IV,  A  merito  dello  slesso 
pievano  Semilecolo  devesi  la  rinnova- 
zione della  chiesa,  poi  consagrata  a'  18 
luglio  I  3o5  dal  vescovo  di  Castello  Piain- 
perlo  Polo,  Pregiudicatala  fabbrica  dal- 
l'età, nel  1684  si  rifabbricò  da' fonda - 
menti  sontuosamente  nel  corso  di  20 
anni,  pel  zelo  del  pievano  Gio.  Anlo- 
uio  Zampelli,  e  riuscì  una  delle  più  or- 


VE  iV 

naie  e  magiiinche  di  ViMiezia,  solenne - 
melile  coiisagraiidola  il  patrimca  Fosca- 
ri  a'  29  agosto  ij^^-  Nell'altare  con 
is|)leiidKÌez7.a  eretto  a  s.  Pantaleoneecon- 
sagrato  a'  4  febbraio  174^^  dal  vescovo 
di  Paienzo  Negri,  si  conservano  ledi  luì 
jireziose  reliquie  in  copia.  Altre  pure  de- 
corano questa  chiesi?, cioè  della  ss.  Cro- 
ce, di  s.  Giuliana  vergine  e  martire  di 
Nicomedia,  delle  ss.  Maria  Maddalena  e 
Apollonia,  di  s.  Tommaso  apostolo,  e  fra 
I'  altre  il  corpo  d'  uno  de'  ss.  Innocenti. 
Ora  questa  chiesa  possiede  eziandio  un 
ss.  Chiudo, che  venerasi  in  una  cappella; 
ed  è  quello  stesso  della  chiesa  e  delle  non 
più  esistenti  monache  francescane  di  s. 
Chiara,  di  cui  parlerò  nel  §  X,  n.  23. 
Ad  onore  della  B.  Vergine,  circa  la  metà 
del  passato  secolo,  fu  costruita  la  bellis- 
sima cappella  n  similitudine  della  s.  Casa 
di  Loreto.  Molli  suoi  pievani  furono  eleva- 
ti alla  dignità  episcopale,  ed  anche  alcuni 
preti  del  copìtolo.  Francesco  Grilli  pieva- 
no, fallo  arcivescovo  di  Coifù,  ritenne  in 
commenda  la  chiesa,  ed  eresse  l'altare 
d'Ogoissanli,  ed  in  essa  sì  fece  tumulare, 
come  il  predecessore  Morlino  de  Bernar- 
dini sì  nel  pievanato  e  sì  nella  sede.  Era 
la  chiesa  filiale  di  s.  Silvestro,  e  continua 
ad  esser  parrocchia,  ma  sotto  la  deca- 
nia  di  s.  Maria  del  liosario,  con  1025 
anime  appartenenti  parte  al  sestiere  dis. 
Croce,  e  parte  a  quello  di  Dorsoduro, 
Gregorio  XVI  col  breve  Exponi  nobis, 
de'  if)  luglio  i83i,  Bull.  Rom.  cont. 
l.  if),  p.  36:  Avipliatio  privilegii  coti' 
cessi  Ecclesia  parochiali  s.  Pantaleo- 
?iis  medici  cii'ilatis  Feiictiaruin  proce- 
lehratione  missarnm  in  su/fragiiun  de- 
funclorian.  Della  chiesa  ne  fu  architet- 
to Francesco  Cornino,  il  quale  proponen- 
dosi a  modello  la  chiesa  del  lledentore, 
non  ebbe  l'ingegno  del  Lucchesi  usato 
in  quella  di  s.  Giovanni  Nuovo.  11  sollllto 
è  terribile  opera  del  Fumiani,  nella  qua- 
le però  r  occhio  non  trova  riposo.  Nella 
2."  cappella  la  tavola  col  s.  Titolare  che 
risana  un  fanciullo,  è  bell'opera  di  Pao- 


VEN  Gì 

Io.  Anche  la  tavola  deiraltroallare  con 
s.  Beniiirilino  è  di  Paolo  stesso;  come  pu- 
re è  lavoro  senile  di  lui  il  quadro  a  sini« 
stra  di  chi  entra,  collo  stesso  santo  spe- 
daiierea  Siena.  Nel  coro  il  Miracolo  de' 
pani  e  pesci,  è  copiosa  e  bell'opera  di  Mo- 
linari.  Nella  cappella  laterale  il  quadro 
con  Maria  Vergine  coronala  è  di  Gio. 
Antonio  Vivarini  di  Murano.  E'  opera 
condotta  con  amore,  ove  le  figure  suno 
bene  disposte,  e  gli  Angeletti  a  chiaro 
scuro,  sì  gentili  che  si  direbbero  del  iMan- 
tegna.  Sull'altare  maggiore  è  raagnilico 
il  tabernacolo  scolpito  da  (iiusepp«;  Sardi, 

65.  iS".  Barnaba.  La  famiglia  Ador- 
ni oriunda  d'  Aitino  nell'anno  8og  e- 
dificò  ad  onore  di  s.  Barnaba  apostolo 
la  chiesa  parrocchiale,  la  quale  poi  nel 
disastroso  incendio  dell'anno  1  io5  re- 
stò consumata  dalle  fiamme.  Bil.ibbri- 
cata  con  pie  liinosine,  fu  in  seguito  con- 
sagrata a' 6  dicembre  i35o  da'  vescovi 
Francesco  Mociense  de'  minori  e  Agnel- 
lino Sudeiise  domenicano. Dando  coiiMiiui 
indizi  di  cadere, finalmente  nel  1  ^49  '^'^"* 
corse  la  pietà  de'  parrocchiani  e  di  tutta 
la  città  a  disporne  un  magnifico  tempio, 
consagralo  a'23  settembre  i  796  dal  pa- 
triarca Giovanelli,  che  ne  stabilì  ranni- 
versarla  commemorazione  la  4''' dome- 
nica disetleudjre.Parrocchiasinoal  1810 
e  collegiata,  era  filiale  di  s.  Maria  Zobe- 
nigo  :  soppressa  la  parrocchia,  diventò  ed 
è  succursale  di  s.  Maria  delCarmine.Ne  fa 
archilettoLorenzoBoschelti.Nel  2.''allare 
è  opera  di  buona  mano  della  scuoia  ve- 
neta e  del  buon  secolo,  la  tavola  con  s» 
Bernardino  e  due  sante.  Quella  del  mag. 
gior  altare  col  s.  Titolare  ed  altri  Santi, 
è  buon  lavoro  di  D.  Varottari.  All'altra 
parte  nel  1."  oliare  è  delicato  lavoro  di 
Paolo  il  quadrello  con  la  s.  Famiglia. 
Nell'allare  di  mezzo  un  antico  ignoto, 
forse  Giovanni  Martini,  condusse  la  ta- 
vola co'ss, Giacomo,  Antonio  e  Diego:  la 
mezzaluna  con  Deposito  di  Croce,  cope- 
rà quanto  mai  giorgiouesca. 

66.  SS.   Gevvasio  e  ProlasiOj  voi- 


r>2  V  E  N 

garmente  s.  Travaso.  L'antica  chiesa 
era  iiiìa  di  quelle  foiulate  ne'  piincipii 
della  nascente  cillà,  ed  essendo  vicina  a 
cadere  nel  1028  per  la  sua  vecchiezza, 
piamente  la  rifabbricarono  da' fonda- 
menti i  Baibarigo  e  i  Caravella.  Sino  da' 
remoti  tempi  con  singoiar  esempio  eia 
soggetta  a  due  superiori  ecclesiastici,  a- 
■vendo  in  essa  egual  giurisdizione  il  pa- 
triarca di  Grado  e  il  vescovo  d'Olivolo, 
laonde  Ira  loro  insorgevano  frequenli  li- 
tigi: o  propiiamente  apparteneva  al  pa- 
triarcato gradese.  Sia  coniuncpje.  per  ter- 
ininaie  qualunque  dilferenza,  il  patriar- 
ea  Orso  Orseolo  e  il  vescovo  Domenico 
yi  Gradonico, stabilirono concor<leuìen- 
te  di  venire  a  una  transazione  solenne, 
e  la  sottoscrissero  nel  giugno  1041.  Con 
essa  riconobbero  promiscua  la  loro  giu- 
risdizione, stabilendo  tra  l'altre  cose,  che 
J'elezioiie  e  l'investitura  del  vicario,  co- 
me allora  chiamavasi  il  pievano,  dovesse 
nppartenere  ad  ambedue,  e  parimenti  a 
ciascuno  di  loro  dovesse  l'eletto  vicaiio 
prestare  il  giuiamenlo  di  fedeltà  e  ub- 
hidienza.  Perì  poi  la  chiesa  nell'  incen- 
dio del  I  io5,  alla  cui  rinnovazione  ac- 
corse al  solito  la  divozione  de'  veneti  e 
con  lai  fervore,  che  la  nuova  riuscì  la 
più  maestosa  e  la  più  nobile,  tranne  la 
cattedrale,  fra  tutte  le  parrocclìiali  della 
città;  a  cui  accresceva  decoro  1*  atrio,  e 
)a  cupola  della  cappella  maggiore  lavo- 
rata al  modo  greco.  Non  passarono  però 
5  secoli,  quando  nella  notte  precedente 
a' 12  settembre  i583  con  improvvisa  ca- 
duta precipitò  l'intera  chiesa,econ  doppia 
disgrazia  restò  in  tal  incontro  privata  del 
j*iù  prezioso  de'suoi  tesori. Era  esso  il  cor- 
po del  celebre  s.  Crisogono  o  Grisogono 
martire  d'Aquileia,  qui  da'lempi  remoli 
trasferito  da  Zara,  il  quale  nella  funesta 
congiuntura,  coraggiosamente  cercato  di 
notte  e  rinvenuto  fra  le  rovine  da  un  diZa- 
ra,quesli  lo  riporlòalla  patria,  restando  a 
(pialche  consolazione  della  grave  perdila 
MIX  soloosso  del  braccio,  che  tuttavia  con- 
sct'Viiìi  nella  rinnovala  chiesa,  di  cui  è 


ven 

contitolare.  Intrapreso  dunque  il  rial- 
zamento dell'  abbattuto  tempio,  per  o- 
pera  del  suo  pievano  Domenico  Leonar-* 
fio,  fu  collocala  la  1."  pietra  ne' fonda- 
menti a'  26  luglio  I  '>84,  e  in  7  anni  con 
disegno  d'  Andrea  Palladio,  0  d'  ignoto 
architeltoe  sullo  stilePalladiano  come  di- 
ce il  Moschini,  si  ridusse  a  perfezione  e 
nella  forma  attuale,  seguendopoi  la  con- 
sagrazione  a' 22  luglio  1657  per  Pietro 
llossi  vescovo  d'Ossaro.  Era  collegiata, 
e  filiale  di  s.  Maria  Zobenigo,  ed  ora 
conliniia  ad  esser  parrocchia,  ma  sotto  la 
decanta  di  s.  Maria  del  Rosario,  e  conta 
2700  parrocchiani.  Ha  per  chiesa  succur- 
sale 8.  Sebastiano,  di  cui  nel  §  X,  n.  4*2. 
La  chiesa  de'ss.  Gervasio  e  Prolasio  con- 
tiene molle  pillure  di  mani  maestre.  Nel- 
l'allare  della  nave  destra  è  gentile  lavoro 
del  Palma  giovine  l'Annunziata  j  più  gen- 
tili però,  nel  loro  genere,  e  assai  morbi- 
de, e  di  uno  stile  che  in  tal  modo  di  tra- 
vaglio non  permette  che  più  si  brami,  vi 
sono  le  sculture  del  parapetto  dell'altare 
nella  crociera  a  sinistra,  illustrato  dal 
Diedo  nell'opera,  Le  Fabbriche  di  Fé- 
nczia.^eì  maggior  aliare  è  del  Lazzari- 
ni  la  tavola  co'  ss,  Gerva'.io  e  Prolasio 
martiri.  Nella  sagrestia  vi  é  una  graziosa 
immagine  della  Madonna,  a  pastelli,  di 
Kosalba  Carriera.  Il  Cristo  alla  colonna 
è  copia  diligente,  che  da  Tiziano  tras- 
se il  Prudenti  ;  il  Salvatore  che  benedi- 
ce, è  del  Marconi.  L'altare  del  SagrameQ- 
lo,  è  di  bel  disegno  d'  alcuno  de'  Lom- 
bardi e  tli  buona  esecuzione,  di  semplice 
struttura  e  insieme  ornatissimo  con  iscul- 
ture  e  cupolino.  I  due  quadri  laterali  di 
Tintorello, esprimono  la  Lavanda  de'pie- 
di  e  la  Cena  del  Signore,  la  quale  2.^  ope- 
ra più  volte  incisa,  è  di  nuova  e  bizzarra 
invenzione  per  gli  Aposloli  messi  io  vio- 
lenti altitudini.  La  più  beli*  opera  però 
del  Tintorello  è  la  pala  dell'  altaica  de- 
gira del  maggiore,  con  s.  Antonio  abba- 
te, Ricevè  adesso  nobii  ristauro  que- 
sta chiesa  per  le  cure  del  di  lei  parroco 
Cari.H.t,  il  quale  sjicse  del  proprio  noi» 


YEN 

lieve  snmtna  e  chianìò  ad  ns'^ìsterlo  la 
pietà  de'  veneziani.  In  questa  occasione, 
il  sacerdote  di  chiesa  d,  Giuseppe  Sole- 
sin  collocava  suirulli(no  aliate  a  destra, 
entrando  per  la  porta  maggiore,  la  im- 
magine insigne  di  Maria,  opera  di  gre- 
co artefice,  die  veneravasi  nella  chiesa, 
eia  soppressa, di  s.  Marin  Maggiore,  del- 
la quale  parla  diffusamente  il  Corner: 
immagine  dal  Soiesin  ereditala  da  una 
sua  vecchia  parente,  monaca  di  quel  ce- 
nobio, da  lei  raccolta  nella  soppressione 
del  medesimo. 

67.  S.  /Agnese.  Varie  sono  l'opinioni 
di  sua  fondazione,alcuni  rallrihuiscono  a' 
nobili  Mellini,altria'patrìzi  Molini,  certa- 
mente è  antichissima  la  sua  origine,  che 
rìsale  a'principii  del  secolo  XI,  conoscen- 
dosi del  1081  J^ietro  pievano  di  9.  Agnese 
vergine  e  rnartire,il  cui  aliare  dava  mag- 
giore risalto  alla  sua  antichità.  Distrutta 
dal  fuoco  nel  iio5,  risorse  con  nuova 
fabbrica,  ed  a'  1  5  giugno  i  32  i  fu  con- 
sagrata da  3  vescovi  Giovanni  di  Caorle, 
G. Magno  d'Equilio,e  Ottonello  diChiog- 
già.  Dopo  ciò  restò  ari'icchita  del  corpo 
di  s.  Venereo  martire,  tolto  nel  iS'jg  a 
Porto  Venere  da  Lorenzo  Dono  e  da  lui 
qui  collocato  nel  i3go.Ma  in  occasione 
di  nuova  riparazione  della  chiesa  fu  ils. 
Corpo  rubato  o  nascosto,  e  n'andò  smar- 
rita ogni  memoria.  Bensì  con  particolar 
culto  erano  in  venerazione  varie  reliquie 
della  s.  Titolare,  estratte  dal  suo  sepol- 
cro nel  suburbio  dì  Roma,  e  donate  nel 
iGiadaFaccìo  segretario  del  duca  d'Ur- 
bino; ed  il  corjìo  di  s.  Secondino  martire 
cavalo  dal  cimilerio  romano  di  s,  Calisto. 
Abitarono  già  un  piccolo  romitaggio  con- 
tiguo alla  chiesa  alcune  donne  chiamate 
recluse  o  romite  o  pizzochere,  dalle  qua- 
li poi  originò  1'  esemplare  monastero  di 
8.  Maria  Maggiore,  La  chiesa  nel  1604 
nvea  11  altari  assai  belli,  e  Lodovico 
13inz/oni  suo  benefattore  l'abbellì  ver- 
so il  1670;  l'atrio  venendo  poi  restau- 
rato nel  1733  da  Salvatore  Bertella. 
Altro  totale  restauro  con  cambiuineati 


V  E  N  63 

nella  dernrarione  archilf^tfonìci  fu  e»;'*- 
guilo  negli  ulliuii  anni  del  lo  scorso  secolo, 
restato  non  compiuto  per  le  politiche  vi- 
cende,  Harrocchia,  collegiata,  filiale  di 
9.  Maria  Zobenii^o,  fu  soppressa,  chiusa 
e  demolita:  da  3  lustri  rifabbricata  pei' 
opera  de'benemeriti  sacerdoti  fratelli  cou' 
ti  Cavanis,  serve  ad  uso  del  loro  isliluto 
delle  Scuole  di  Carila,  del  quale  vado  a 
riparlare.  La  parrocchia  al  momento  del- 
la «oppressione  fu  trasferita  alla  cliiesa 
de'domenicani  in  s.  Domenico  delle  Zat- 
tere, detta  piM'e  s.  Maria  del  Rosario. 
Ciò  aweiuie  nella  2.'  concentrazione  del- 
le venete  parrocchie,  «'  1  5  ottobre  18  1  o, 
ed  allora  la  chiesa  fu  chiusa. Nell'illustrar- 
la  il  cav.  Cicogna  racconta  che  nel  1824 
il  tempio  di  s.  Agnese  conservava  l'auli- 
ca forma,  ma  era  stato  ridotto  a  magaz- 
zino or  di  legname,  or  di  carbone,  or 
d'altro.  Aggiunge,  che  nell'anno  i836 
si  vendè  l'aliare  maggiore,  e  nel  1837- 
38  fu  demolito  il  campanile,  eretto  cir- 
ca il  secolo  XIII,  sulle  cui  fondamen- 
ta l'ora  defunto  Giovanni  Casoni  scris- 
se a  lui  l'artistica  e  importante  lette- 
ra che  riporlo  ;  interessantissima  per- 
chè riguarda  l'  antico  sistema  de'  vene- 
ziani in  fondare  ben  alti  e  importanti 
fabbricati,  etl  ancora  per  scoigersi  con- 
fermalo il  (ìenomeno  del  progressivo  in- 
nalzamento «lei  mare.  Comprarono  l'a- 
rea della  chiesa  e  sue  adiacenze  nel  1 83g 
(dunque  non  esalto  il  riferito  tlallo  Sialo 
jx-r.ionale^  ove  si  legge  che  tale  acquisto 
seguì  quasi  subito  dopo  il  18  10),  i  bene- 
merentissimi sacerdoti  veneti  fratelli  An- 
ton-Angelo e  Marc'Antonio  de'conti  Ca- 
vanis, fondatori  della  congrega7Ìone  ec- 
clesiastica de'  sacerdoti  secolari  tielle 
Scuole  di  Carità f  nel  quale  articolo  e 
nell'altro  ivi  citato  celebrandoli,  ne  nar- 
rai l'origine,  il  santo  scopo,  la  [>ubblica 
utilità,  il  presente  stato  florido  e  prospe- 
revole. L'acquisto  lo  fecero  eziandio  per 
avere  sino  dal  1806  eretto  l'istituto  delle 
scuole  di  carila  maschile  poco  distante 
dulia  chiesa  di  s.  Agnese,  la  quale  dupo 


64  YEN 

over  subito  Tarie  restaurazioni  ne'iempi 
anteriori,  i  lodali  fratelli  altre  ve  ne  ope- 
rarono, riducendola  in  elegante  forma  e 
ridonandola  al  culto  divino  a'i5  agosto 
i854.Nel  n.  y8  del  Diario  di  Roma  del 
1843  si  legge  un  bellissimo  articolo  del 
eh.  Domenico  Zanetti,  intitolalo:  Le 
Scuole  di  Carila  in  P  enezia  dirette  da* 
chierici  secolari.  Avendo  egli  visitalo 
l'islituto,  rileva  le  benemerenze  de'fon- 
datori,  la  preziosità  della  santa  istitiizio* 
ne,  che  ha  per  oggetto  primario  la  buo- 
na educazione  della  gioventù,  e  per  po- 
terla meglio  raggiungere  vi  sono  educa- 
ti alla  pietà  e  alle  viscere  eli  paterna  ca- 
rità cjue'clie  devono  esserne  i  precettori; 
sacerdoti  stretti  da  voti  semplici,  viven- 
ti in  comune,  e  regolati  da  particolari 
costituzioni  approvale  da  Gregorio  XVI, 
con  breve  apostolico  incoi  il  Papa  chia- 
mò Venezia  seconda  sua  patria,  come 
rimarcai  nell'indicato  articolo.  Lo  stesso 
Papa  col  breve  Cam  Nobis,  de  11  marzo 
1835,  Bull.  Eom.cont.  t.  20,  p.  4^),  con- 
cesse la  facoltà  di  celebrare  la  messa  nel- 
la cappella  della  casa  della  congregazione, 
con  soddisfazione  del  precetto.  L'istitu- 
to già  erasi  esteso  ancliea  beneficio  e  van- 
taggio delle  povere  fanciulle,  ed  allora 
accorrevano  alle  scuole  3oo  giovanetti, 
ammaestrati  dall'operose  cure  de'pietosi 
e  saggi  sacerdoti,  unicamente  col  nobile 
sentimento  di  concorrere  all'edificio  d'u- 
na società  veramente  cristiana.  Di  già 
eravi  il  corso  completo  di  scuole  elemen- 
tari e  ginnasiali,  e  l'istruzione  non  è  di- 
sgiunta dall'educazione.  11  eh.  e  fecondo 
letterato  cav.  Filippo  Scolari,  nel  decorso 
anno  pubblicò  e  dedicò  a  mg.'  Gio.  Bat- 
tista Sartori-Canova  vescovo  di  Mindo: 
In  morte  del  M.  R.  P.  Giuseppe  Mar- 
chiari  dell'indila  congregazione  delle 
Scuole  di  Carità  in  s.  /Agnese  di  Vene- 
zia, Canzone.  Venezia  nella  tipografia 
di  L.  Gaspari  iSSy.  Nella  dedica  cele- 
brando r  illustre  prelato,  che  nell'  epi- 
.scopalo,  come  nel  regno  delle  belle  arti, 
ha  sparso  tanta  luce  di  virili,  di  carità 


YEN 

e  di  sentimenti  apostolici,  con  sensi  d'ani» 
mìrazione  e  con  omaggio  d'ossequio,  si 
congratula  come  da  ultimo  a  perpetua 
consolazione  della  Chiesa,  della  cara  sua 
patria  Possagno  e  del  povero,  fece  la  ma- 
gnanima fondazione  d'una  casa  religio- 
sa, dove  i  benemeriti   padri   dell'inclita 
congregazione   delle  scuole  di  carità  a- 
vessero  cura  dell'educazione  cristiana  e 
civilede'giovanipossagnesi; ulteriore  pro- 
va di  quanto  ardesse  vivamente  la  fiam- 
ma nel  pastorale  suo  petto,  ed  il  sapien- 
le  suo  zelo  pel  bene' spirituale  e  tempo- 
rale de'prossimi,  con  ampliazione  onori- 
fica alla  congregazione.  Ma  dessa  fu  loc- 
ca  in  quel  punto  da  nuova  mestizia  e  de- 
solazione, per  la  dolorosa   perdita   fatta 
del  valente  confratello  p.'Giuseppe  Mar- 
chiori,  discepolo  ben  degno  del  veneran- 
do fondatore  p.  Marco  de'conli  Cavanis. 
Il  perchè  con  elegante  e  atTeltuosa  Can- 
zone volle  deplorare  l'acerbo  caso,  e  in- 
sieme colle  Notizie  biografiche  e  stori- 
che ad  illustrazione  del  testo,  registra- 
re le  principali  memorie  si  dell'insigne 
fondazione,  che  del   preclaro  suo  figlio, 
questo  col  n.  1  àe  Cenni  biografici,  (\ne\- 
lo  col   n.  II  de'  medesimi,    lo  con  pena 
non  posso  seguirlo.  Mi  limiterò  soltanto 
a  dire,  che  il  eh.  biografo  ci  descrive  l'e- 
semplare vita  d'ambedue,  la  dottrina,  il 
mirabile  zelo  per  l'eterna  salute  dell'ani- 
me, la  loro  operosa  vita  fertile  d'uber- 
tosi frulli,  a  vantaggio  della  civile  socie- 
tà, precipuamente  nelle  scuole  di  carità, 
meditala  e  fondata  dalla  fede  del  p.  Mar- 
co; in  cui, e  nel  fratello  p,  Anton-Angelo, 
risplendevano  redivive  le  virtùde'ss. Vin- 
cenzo de  Paoli  e  Girolamo  Emiliani,  a- 
vendo  profuso  gran  parte  del  loro  patri- 
monio per  la  pubblica  carità,  anco   per 
aver  aperto  nel  già  monastero  dell'eremi- 
te  di  s.  Giuseppe,  di  cui  nel  §  Xll,n.20, 
in  parrocchia  de'ss.  Gervasio  e  Prolasio, 
una  casa  d'educazione,  da  dove  le  zitelle 
più  abbandonate  e  piìi  misere  sortissero 
ad  esser  un  giorno  esempio  e  decoro  di 
consolale  famiglie.  lu  tale  citalo  luogo, 


V  E  N 

io  col  Rm."  p.  Sebasliano  Casnra  attua- 
le e  (lef:;iio  pieposilo  della  congregazio- 
ne, celebrerò  il  suo  virtuosissimo  confon- 
datore, il  servo  di  Dio  p.  Anton-Angelo 
conte  de  Cavanis.  Il  p.  Marco,  miracolo 
di  carila  dilFusiva,  riposò  nelle  braccia 
del  Signore  a'c)  (sic)  ottobre  i  853,  dopo 
una  vita  integerrima  e  slupemlamente 
benefica,  riposando  il  suo  illustre  corpo 
nella  chiesa  di  s.  Agnese,  traslato  dal  ci- 
mitero comunale  ov'era  stato  tempora- 
neamente deposto,  di  che  il  cav.  Scola- 
li foce  argomento  il  n.  Ili,  descriven- 
done la  pompa  fmiebre  e  trionfale,  e  fu 
tale  per  le  pubbliche  e  molteplici  dimo- 
strazioni solenni  di  pubblica  venerazione 
e  di  sincera  gratitudine,  non  meno  che 
di  sagra  esultanza  e  di  religioso  entusia- 
smo, che  bene  a  lui  appropriò  la  divina 
sentenza  :  Chi  si  umilia  sarà  esaltato. S. 
corona  de'funerali,  rag/  Motti  patriarca 
recatosi  nel  coro  di  s.  Agnese  dopo  la 
messa  di  requiem,  tenne  breve  discorso, 
e  con  tocchi  maestri  lodò  a  cielo  il  de- 
funto,encomiò  la  congregazione  e  la  con- 
fortò, con  dirle  ch'ella  non  avea  già  per- 
duto il  suo  padre,  il  quale  in  essa  avea 
lasciato  il  suo  spirito  in  prezioso  retag- 
gio, ed  in  suo  nome  ne  benedì  i  figli.  Del 
molto  poi  che  vi  sarebbe  a  dire  co'cenui 
biografici  del  p.  Giuseppe  ÌNIarchiori,  ap- 
pena appena  ricorderò.  Per  le  sue  soavi 
^irtù,  vestite  nel  1828  le  clericali  divise 
nel  dì,  per  l'istituto  solenne,  di  s.  Giusep- 
pe Calasanzio,  che  n'èil  protettore, quan- 
do già  era  la  delizia  e  l'ammirazione  di 
tutti,  tosto  divenne  utile  e  prezioso  opera- 
io, benemerentissimo  nel  raccogliere  li- 
ntjosine  per  la  riduzione  della  chiesa  di  s. 
Agnese  e  nel  dirigerne  gli  svariati  lavori, 
pel  suo  squisito  discernimento  in  opere 
d'archilellura  e  di  belle  arti.  Gran  be- 
ne fece  pure  nella  casa  della  congregazione 
in  Lendinara,  nel  materiale  e  nel  forma- 
le. Richiamato  a  Venezia,  fu  fatto  defiui- 
lore  e  vicario  della  casa,  non  che  confes- 
sore del  femminile  istilli  lo  dalla  congre- 
gazione soslenutoe  diretto.  Per  le  preda- 
VOI.  xci. 


VEN  65 

resuedoli  ed  encomiati  menti,fu  un  pian- 
to vederlo  rapito  dal  cielo  a  i3  dicembre 
1 856,  con  morte  santa  e  immatura,  men- 
tre la  congregazione  si  riprometteva  da 
lui  e  dal  suo  edificante  esempio,  grande 
utilità.  Oltre  queste  poche  e  rapidissime 
parole  io  debbo farneallresull'incremeu- 
to  della  congregazione,  colla  tanto  per 
me  onorifica  lettera  deli'8  dicembre  1 857 
impressa  con  edizione  di  soli  Co  esempla- 
ri, dell'aureo  e  sempre  per  me  beoiguis- 
simo  autore  :  Della  fondazione  in  Pos- 
sagno  di  una  casa  di  Chierici  secolari 
delle  Scuole  di  Carità,  Lettera  all'il- 
lustre e  nobile  Sig/  Cav.  Gaetano  Mo- 
roni  a  Roma,  di  Filippo  d.'  Scolari 
Cav.  pontificio  di  s.  Greg.  Riagno,  so- 
cio del  l'accademia  di  Religione  Ca Itoli- 
crt,Venezia  tipografia  diL.  GaspariiSSy. 
Al  rispettabile  amico  piacque,  arrossi- 
sco in  dirlo,  d' associare  il  mio  nullo  no- 
me, con  quelli  d'un  Antonio  Canova  prin- 
cipe dell'  odierna  Scultura,  tanto  nolo 
che  non  occorre  aprir  bocca  né  scrivere 
sillaba  per  magnificarne  lo  splendoreim- 
Diortale  che  tramanda  (la  cui  memoria 
possentemente  scolpita  sul  dorso  del  se- 
colo che  fuggì,  possentemente  è  pure  ri- 
petuta sulla  fronte  di  quello  che  corre, 
qual  primaria  potenza  fra  gli  umani  in- 
telletti), in  uno  a  quello  del  venerando 
di  lui  fratello  mg.'  vescovodi  Mindo, che 
ne  copiò  le  virtù  singolari  esimostròcosì 
eminentemente  degno  di  tanto  rara  cele- 
brità. IVed  io  poteva  pretermetterne  la 
breve  contezza,  per  la  dichiarazione  colla 
qtiale  l'eloquente  e  dotto  cav.  Scolari  die' 
principio  alla  Lettera,  vale  a  dire:  Poi- 
ché non  avendo  io  ancora  pubblicata 
l'articolo  Venezia,  nel  mio  Dizionario, 
che  onora  d'epiteto  troppo  lusinghiero 
perchè  io  osi  ripeterlo,  e  delle  glorie  che 
le  provennero  pur  dagli  ùltimi  tempi  del- 
la veneta  aristocrazia, confidava  render- 
mi un  grato  servigio  in  ragguagliarmi 
dell'avvenuto  in  Possagno«  e  questo  per 
due  precedenti,  che  del  tutto  apparlengo- 
uo  a' veneti  fasli,quauto  ì  duegloriosi  e  ve- 
5 


G6  VEN 

iierandi  nomi  ilei  inarchete  Antonio  Ca- 
noi'a,e  del  p.  Marco  decanti  Cavanis"  . 
Pel  I /fallo, l'a iiloie [)assa  al raccoiilo bio- 
giaHco.  Cile  ili."  novembre  1757  nacque 
in  Possagno  AntonioCanova((li  lui  e  della 
foilunata  pallia,  nel  cui  meraviglioso  7-*^/«- 
theon  riposano  onoratacuenle  le  sue  pre- 
ziose ceneri,  col  suo  cuore  angelico,  lanlo 
care  e  famose,  in  maruìoreo  sarcofago  da 
Jui  slesso  scolpilo  pel  maichese  Belio  di 
]V'apoli,  e  nel  quale  mg/  Canova  aveva 
stabililo  die  vi  fossero  deposte  a  suo  lem- 
j)0  le  sue,  e  Io  furono  adesso,  che  quel  be- 
liedello  passò  a  vita  migliore,  come  di- 
rò poi,  per  essere  indivisibile  dairamato 
fratello  anco  nella  tomba  j  Ifiuiigeralo 
tempio  in  cui  egli  slesso  il  Canova  pose 
la  1/  pietra  l'i  1  luglio  1  819  e  ne  fu  in 
venlore  earcbllello;  in  più  articoli  ragio- 
nai, e  da  ultimo  ne'vol.  LXXX,  p.  78, 
LXXXV,  p.  I  1 5  e  208,  anzi  nel  decorso 
di  questo  stesso,  e  nel  §  X,  n.  2  i ,  con  far 
cenno  del  mausoleo  onorario  esisleiile  in 
s. Maria  Gloriosa  di  Venezia,  perchè  que- 
sta gli  fu  culla  e  tomba,  oveapprese  i  pri- 
mi rudimenti  dell'arte  e  dove  ebbe  i  primi 
suoi  mecenati,  riferiti  dal  cav.  Mulinelli, 
Annali  Urbani,  p.  629),  ed  in  Venezia 
trovalo  mecenate  degno  di  lui  nel  patri- 
zio Giovanni  Falier,  in  Venezia  corona- 
lo di  gloria  principe  dell'arti  belle,  chiu- 
deva l'iulemeiala  vita,  a'  i3  ottobre 
1822  (nel  campo  di  s.  Gallo  presso  s. 
Marco,  e  nella  casa  dell'egregio  Anto* 
nio  Francesconi,  alla  cui  famiglia  lega- 
vaio  beo  meritata  ed  aulica  amicizia  : 
sulla  porla  della  medesima  dichiara  l'av- 
venuto l'epigrafe  che  il  eh.  Francesco  Ne- 
gri dettò.  Ed  a'i5  dello  stesso  ines*;,  il  fa- 
condissimo cardinal  Mouico, allora  arci- 
pretedi  s.Viloin  AsoIo,recilò  iuFossagno 
presenti  le  mortali  spoglie  dei  veneto  Fi- 
dia, stupenda  e  commovente  orazione,  ri-, 
piodolta  nel  1  837  colla  stampa  per  lode- 
vole intendimento  di  mg/Giuseppe  Laz- 
zari), e  legava  alla  sua  terra  natale  il  cele- 
berrimo tempio. Ma  questo  fallo  e  questo 
tempio  uon  avrebbe  raggiunta  co rupiula- 


VE  N 
mente  la  mela,  senza  il  concoiso  d'un  ;il- 
ti<>(Fier  Alessandro  Paravia  ciilie':  No- 
tizie intorno  alla  \'ila  di  Antonio  Ca- 
/io\'a,  giiintoi'i  il  catalogo  cronologico 
di  tutte  le  sue  opere,  Venezia  1 822  presso 
Giuse|)|)e  Oilandelli  editore  co'  tipi  Pi- 
coltiaui).  A' 19  maggio  1774  nasceva  in 
Venezia  il  venerando  p.  Marco  de'conti 
Cavaiiis  fondatore  dell' insigne  congre- 
gazione delle  scuole  di  carità,  del  quale 
spegnevasi  la  santa  vita  1'  i  i  (sic)  otto- 
bre i853.  Questo  è  il  2.°  fallo,  degno 
d'eterna  memoria  negli  ultimi  5o  anni 
della  veneta  repubblica;  poiché  nel  i.° 
novembre  1857, primo  giorno  del  secon- 
dosecolo  del  natalizio  del  Canova,  anda- 
vasi  a  com()iere  e  diventare  perpetuo  a 
benefizio  spiritualeetemporaledella  mil- 
le e  mille  volle  avventurosa  Possagno. 
Bello  sarebbe  riprodurre  la  Lettera,  ma 
sull'ara  della  necessità,  ripugnante,  anco 
questo  sagrifìzio  io  debbo  iminolare.  Di 
volo  accennerò.  La  fondazione  del  tempio 
segnalò  la  memoria  del  i,°  secolo  della 
nascita  di  Canova,  qual  prova  certissima 
di  quella  ss.  Religione, che  l'avea  condotto 
B  collocare  in  esso  il  frullo  di  sue  glorio- 
ee  fatiche,  onde  rendere  a  Dio  il  ricevuto 
da  lui, insegnando  cos'i  a'venluri  quanta  e 
quale  gratitudine  sia  dovuta  al  Supremo 
Dalor  d'ogni  bene.  11  fratello  mg.'  Gio. 
Battista  Canova,  degnissimo  sacerdote, 
dotto  ellenista,  che  attinse  coH'immorta- 
le  scultore  gli  alimenti  primieri  alla  stes- 
sa fonte  di  vita;  che  avvezzo  ad  essergli 
per  4o  e  più  anni  indivisibile  a!  fianco, 
ne  raccolse  con  religiosa  cura  tulli  i  divi- 
samenli  benefici  ;  che  dal  famoso  Tevere, 
passando  a  dimorare  nella  diletta  Possa- 
gno, nella  casa  nobilissima  de'  Canova 
fondava  il  museo  delle  domestiche  glorie 
(nella  camera  in  cui  nacque  il  grande  ar- 
tista si  custodiscono  i  modelletti  in  creta 
che  sono  i  primi  pensieri  dell'opere  da  lui 
appresso  eseguile,  gli  scalpelli  ec.  Gli  stu- 
di a  matita  ed  a  penna,  legali  in  volumi, 
sono  nella  già  stanza  da  letto  del  me- 
desimo prelato;  i  quadri  dipinti  da  Cauo* 


V  EN 
va  e  il  colossale  liliatlo  di  lui,  vcolpiJo  in 
marmo  tla  perse.adornanolesale  terrene 
delia  casa.  Nel  fregio  della  galleria  si  leg- 
ge: Gypsolhi'caex  Cnnovae  operilnsjj 
die  non  solo  conduceva  il  tempio  a  per- 
fettissimo termine,  ma  l'arricchiva  di  mo- 
numenti preziosi,  di  sagri  arredi  cospi- 
cui, e  di  splendida  dotazione;  in  fine  do- 
po 35  anni  dalla  perdita  del  suo  diletto 
fratello,  divenne  l'anello  provvidenziale 
e  mirabile  di  con"iunzione  tra  l'anime 

n 

fatte  celesti,  di  Antonio  Canova  e  del  p. 
Marco  Cavanis,  (]uando  cioè  nel  ) .°  no- 
venilire  1857,  celebrando  a  secolare  me- 
moria della  nascita  del  suo  amatissimo 
Antonio,  apri   il  defunto  prelato  nella 
sua  patria  adottiva  Possagno  un  nuovo 
stabilimento  a'cliierici  secolari  delle  scuo- 
le di  carità.   Qui   passa    1' onorevole  a- 
mico  a   farmi   considerare  con  adequati 
confronti,  un   complesso  di   disposizioni 
della  divina   provvidenza,  tutti  quanti 
relativi  e  gloriosi  a  Canova,  al   p.  Mar- 
co, al  vescovo  di  M indo  allora  vivente;  e 
su  questo,  egli  crede,  nell'eterna  patria  le 
due  sante  anime,in  quel  giorno  innalzaro- 
no all'  Altissimo  più  vivi  i  cantici  della 
gloria  ;e  pregato  insieme  che  sul  veneran- 
do capo  del  prelato  fondatore  della  casa  di 
carità  iiiPossagno, pio  vesserò  ognor  più  co- 
piose le  divine  benedizioni.  La  casa  madre 
di  Venezia  piessos.Agnese,ha  il  preposito 
superiore  della  congregazione,il  vicario, 
allri  9  sacerdoti,  2  chierici  novizi,  4  fia- 
lelli  laici,  un  laico  novizio.  I  chierici  del- 
le scuole   di  carità  esercitano  l'insegna- 
mento ginnasiale  nella  casa  filiale  di  Len- 
dinara,  mediante  3  sacerdoti  con  1*  assi- 
stenza di  2  fratelli  laici;  ed  altri  2  sacer- 
doti ed  un  laico  in   quella  di   Possagno 
fanno  altrettanto.  Ma    lessi  poi  nel   n. 
ib4  del  Giornale  di  Roma  del    i858, 
l'annunzio  della  morte  di  mg.'  Sai  tori- 
Canova  vescovo  di  Mindo,  avvenuta  in 
Possagno  a'  18  luglio   i858;  e  che  sa- 
lebbe  sepolto  nell'avello  marmoreo,  ove 
stanno  rinchiuse  le  ceneri  del  celebre  suo 
fralello  Antonio,  il  che  «  effettuò,  come 


V  EN  67 

notai  di  sopra.  Quindi  pubblicò  la  Civil- 
tà Cattolica  de'2  I  agosto.  L'istituto  del- 
le scuole  di  carità,  foiidalo  e  riccamente 
dotato  dal  cuor  magnanimo,  dall'insigne 
pietà  e  dal  santo  amor  patrio  di  mg.' 
Sartori-Canova,  per  aver  esso  aggiunto 
a'  sacerdoti  che  lo  dirigono  la  cura  del- 
l' anime  del  paese  di  Possagno,  tale  è  il 
concorso  de'  fanciulli  terrazzani  e  de' 
dintorni  che  lo  frequentano,  tale  quello 
degli  abitanti  del  villaggio  e  degli  altri 
circostanti  che  accorrono  al  sagro  tem- 
pio per  r  istruzione  e  pe'sagramenti,  da 
destare  meraviglia  non  comune  del  come 
sia  tanto  bene  avvenuto  nel  brevissimo 
periodo  di  soli  pochi  mesi,  da  che  i  chie- 
rici delie  scuole  di  carità  hanno  intra- 
presa la  direzione  civile,  morale  e  reli- 
giosa di  quella  parrocchia.  Se  una  Let- 
tera stampata  m'indusse  a  parlare  d'un 
Antonio  Canova  e  del  suo  fratello  mg/ 
Sartori-Canova,  supplisca  qui  alla  mia 
insufììcienza,  a'  grandi  encomi  dovuti  ad 
ambedue  al  tra  Lettera  precedentemente 
impressa,  di  cui  parlo  nel  §  XVII,  n.  i, 
la  quale  essendo  d'  un  gran  Papa,  io  la 
pongo  siccome  splendido  epilaftio  del- 
l'onorata tomba  che  de' germani  en- 
comiati racchiude  le  mortali  spoglie. 
»  Gregorio  XFI.  Venerabile  Fratel- 
lo, Salute  ed  apostolica  benedizione. 
Abbiamo  ricevuto  con  somma  compia- 
cenza il  libro  bellissimo  che  Voi  Ci  spe- 
diste stampalo  in  caratteri  magnifici  e 
fregiato  di  figure  eccellenti:  ove  si  vede, 
a  colpo  d'occhio,  la  grandiosa  mole, 
l'ampiezza,  la  maestà,  la  leggiadria  e  l'e- 
leganza di  quel  Tempio,  che  fu  imma- 
ginato ed  intrapreso  dall'  insigne  vostro 
Fralello  uterino  Marchese  Antonio  Ca- 
nova di  felice  memoria,  e  che  poi  con 
impiego  di  gran  parte  del  di  lui  denaro 
(maggiore  anche  della  somma  da  lui  a 
tal  uopo  disposta),  oltreché  con  zelo  e 
premura  singolare,  fu  da  Voi  condotto 
al  perfetto  suo  compimento,  e  con  le 
prescritte  solennità  e  ceremonie  consa- 
gialo,  dappoiché  eravate  Voi  slato  nomi- 


68  V  E  N 

nato  per  tale  oggetto  vescovo  tli  IMin- 
do  da  Leone  XII  di  recente  rimembrali, 
za.  Composto  tal  libro  con  isquisito  la- 
vorò e  con  mirabile  diligenza,  ed  illu- 
strato con  corrispondente  ricchezza  di  e- 
l'udizione,  Ci  riuscì  vie  piìi  grato,  per- 
chè più  vivamente  ridestò  in  Noi  la  me- 
moria a  tulio  il  mondo  assai  cara  di  quel- 
1'  Uomo  prestantissimo,  de'  cui  rari  pre- 
gi nessun  secolo  tacer  saprà.  Imperoc- 
ché reso  Egli  celebre  per  tante  luminose 
doti  di  cuore  e  di  spirito,  coltivò  l'arte 
di  Fidia,  e  la  riportò  alia  più  bella  ma- 
niera de' Greci  e  alla  verace  imitazione 
della  scella  natura,  spiegandovi  un  me- 
rito cotanto  eminente  che  con  piena  ra- 
gione fu  universalmente  slimato  e  pro- 
clamato a'  giorni  nostri  qual  principe 
dell'  arte  slessa.  Kè  soltanto  coli'  eccel- 
lenza di  questa  e  con  tante  sue  statue  di 
\iva  sembianza  commendò  Egli  il  suo 
nome  all'  immortalità;  ma,  ciocché  for- 
ma in  vero  il  suo  maggior  encomio,  con 
la  sua  esimia  pietà  e  religione,  con  la 
divozione  sua  verso  questa  Cattedra  di 
s.  Pietro,  con  la  prolezione  delle  arti  li- 
berali e  con  la  sua  larga  generosità  ver- 
so i  poveri,  talmente  si  cattivò  1'  alFello 
generale  che  da'  JNoslri  predecessori  Pio 
VI  e  Pio  VII  di  piacevole  ricordanza,  e 
da  altri  Principi  di  prim'  ordine,  fu  o- 
gnora  colmato  delle  più  distinte  onori- 
ficenze. E  Voi,  Venerabile  Fratello  (che 
VI  trovaste  in  conoscenza  e  a  parie  delle 
viste  di  un  tal  Uomo,  e  coslantemenle 
in  compagnia  di  tutte  le  sue  mosse,  e  che 
poscia  foste  anche  erede  delle  di  Lui  so- 
stanze), sapeste  contribuire  assai  bene  al- 
la di  Lui  fama  e  celebrità  specialmente 
con  le  qualità  vostre  pregevoli.  Sono  in- 
fatti a  cognizione  Nostra  l'estensione  de' 
vostri  talenti,  la  vostra  parlioolare  pietà, 
religioue,  probità,  il  vostro  amore  per 
l'amena  letteratura  e  perle  scienze  più 
sode,  non  che  1'  ossequioso  vostro  attac- 
camento a  Noi  e  a  questa  Stuìe  Aposto- 
lica. Del  qual  vostro  special  sentimento 
verso  di  Noi  fa  prova  il  libro  eiegautis- 


VEN 
Simo  che  testé  Ci  fiiceste  presentare.  Vo- 
gliamo quindi  accertarvi-che  per  più  ra- 
gioni Ci  fu  graditissima  l'Opera  soprac- 
cennata, e  che  per  le  vostre  egregie  virtù 
sentirà  verso  Voi  il  Nostro  cuore  un'in- 
cessante propensione.  Vi  abbracciamo 
pertanto  con  pari  amorevolezza,  mentre 
cordialmente  v'impartiamo,  Venerabile 
Fratello,  l'Apostolica  Benedizione.  Dato 
in  Roma  presso  s.  Pietro  sotto  1'  Anello 
del  Pescatore  questo  dì  8  febbraio  i834, 
quarto  del  Nostro  Pontificato.  —  Pel 
sig.'  Cardinale  Albani,  A.  Picchioni  So- 
stituto. —  Al  Venerabile  Fratello  Gio. 
Battista  Sartori-Canova  vescovo  di  Miu- 
do  nelle  parti  degl'  infedeli". 

68.  SS.  l'ito  e  Modesto ,  volgar- 
mente s.  Fio.  Era  sino  al  i8io  par- 
rocchia, collegiata,  filiale  di  s.  Maria 
Zobenigo:  fu  soppressa  la  parrocchia, 
chiusa  la  chiesa  e  iodi  demolita,  non  ne 
resta  alcun  vestigio.  Sono  concordi  i  cro- 
nisti veneti  nell'assegnare  il  912  per  la 
fondazione  della  chiesa  parrocchiale  de* 
ss.  Vito  e  Modesto  martiri  ;  discordano 
però  nello  stabilirne  il  fondatore,  nomi- 
nando le  famiglie  Magno,  Vido  e  Balbi 
originari  d'Aqdileia.  Coll'andar  degli  an- 
ni, sprofondato  il  terreno  e  pericolando  il 
tempio,  la  religione  del  senato  io  grata  ri- 
conoscenza aDio,per  la  conservazionedel- 
la  pubblica  libertà  dalla  congiura  di  Baia- 
monte  Tiepolo  nel  i  3  i  o,assegnò  dall'era- 
rio della  repubblica  l'opportuno  aiuto  per 
ristorarla;  al  quale  oggetto  destinò  pure 
le  colonne  e  i  marmi  tratti  dalla  casa  del 
Tiepolo  fatta  demolire  in  castigo  del  tra- 
dimento, e  nel  i  3i5  con  nuove  benefi- 
cenze fece  compiere  la  chiesa  e  riedificare 
il  campanile.  Per  la  slessa  cagione  si  or- 
dinò che  il  giorno  festivo  de'  ss. Vito  e 
Modesto  titolari,  fosse  solennemente  os- 
servato, e  la  chiesa  annualmente  fosse  vi- 
sitata dal  principe,  dovendosi  poscia  te- 
nere a  pomposo  pranzo  il  di  lui  accom- 
pagnamento. Nel  secolo  XV  vi  abitava- 
no aìcuue  pìzzochere  della  Madonna  di 
s.  fio,  coir  abito  delle  quali   nel  i533 


VEN 

volle  esser  sepolta  nella  chiesa  di  s.  Mi- 
chele di  Murano  la  malroiia  Maria  Lo- 
redan,  lasciando  in  legato  io  ducati  d'o- 
ro alla  casa  dell'ordine  delle  Pizzochc- 
re.  Anticamente  collegiata,  nel  1 582  i  vi- 
sitatori apostolici,  riconosciuta  la  ristret- 
tezza delle  sue  rendite,  la  ridussero  a  sem- 
plice parrocchiale  e  col  solo  pievano.  A- 
vea  7  altari  di  marmo,  e  fra  essi  uno  de- 
dicato alla  Madonna  della  Salute,  da 
ten)po  immemorabile,  per  la  cui  inter- 
cessione piamente  si  crede  esser  slati  nel 
i63o  interamente  preservali  i  parroc- 
chiani dalla  peste,  che  fece  orribile  stra- 
ge nel  restante  della  città.  Liberata  que- 
sta dal  gravissimo  flagello,  stabili  il  se- 
nato l'erezione  d'un  tempio  in  onore  del- 
la Madre  di  Dio,  e  con  fausto  augurio  di 
detto  nome,  nella  consagrazione  fu  insi- 
gnito dello  stesso  di  s.  Maria  della  Salu- 
te. La  chiesa  de'ss.  Vito  e  Modesto  fu  ar- 
licchita  delle  loro  ossa  e  di  altri  marti- 
ri; ed  alTaltaredi  s.  Antonio  abbate,  tra- 
slatu  da  quello  di  s.  Giovanni  Evagelista, 
si  venerava  il  corpo  incorrotto  della  b. 
contessa  Tagliapielra  vergine,  nobile  ve- 
neziana, della  cui  angelica  vita,spenta  nel 
I  3o8,  racconta  cose  edificanti  e  meravi- 
gliose il  Corner;  curpo  che  attualmente 
si  venera  nella  chiesa  di  s.  Maurizio. 

69.  S,  Gregorio.  Antica  e  insigne 
badia  di  monaci,  a  cui  era  anche  an- 
nessa la  cura  dell'anime.  Era  filiale  di 
s.  Alarla  Zobeuigo  ;  soppressa  nel  1808 
la  parrocchia  e  aggregala  a  s.  ftlaria  ilei 
Rosario,  volgarmente  s.  Domenico  delle 
Zattere,  la  chiesa  fu  chiusa  e  ridotta  ad  usi 
prof.tni,  come  laboratorio  della  zecca  per 
la  radlneria  dell'oro.  Prima  che  dalla  cit- 
là  di  Mulaojocco  fosse  Irasl'erila  la  sede 
ducale  in  Venezia  neli'809  (meglio  8  1  3), 
già  l'ordine  di  s.  Benedetto  erasi  stabili- 
to in  un'  isolelta  delle  venete  lagune  e 
presso  il  loro  ingresso,  dal  nume  del  san- 
to titolare  della  chiesa  ivi  fondata,  vol- 
garmente delta  Isola  di  s.  Servolo.  Non 
è  palese  l'epoca  della  fondazione  del  mo- 
uustcro,  bensì  è  nolo  come  Angelo  l'ar- 


V  E  P(  69 

tecipnzlo,  il  I.' de'dogi  clie  risiedesse  in 
lliallo,  commiserando  le  ristrettezze  nel- 
le quali  per  l'angustia  delle  fabbriche  vi- 
vevano tanti  divoti  monaci  abitanti  in  s. 
Servolo,  donò  neir8if)  a  Giovanni  ab- 
bate l'isola  di  s.  Ilario,  luogo  posto  ne' 
confini  delle  lagunedalla  parte  delle  Gam- 
barare,  perchè  ivi  co'numerosi  suoi  mo- 
naci potesse  più  quietamente  servirà  Dio. 
Imitatore  d'Angelo   suo  padre ,  il  doge 
figlio  e  successore  Giustiniano,  lasciò  pei* 
sostentamento  de'monaci  rilevanti  rendi- 
te,ollre  l'aver  beneficatoli  monastero  con 
amplissimi  privilegi  d' intera  esenzione. 
Avendo  gli  abbati  dilatate  le  possessioni 
ne'territorii  di   Padova  e  Treviso  ,  con 
jus  su  quelli  di  Tresegole,  di  Gambara- 
re  e  d'Oriago,  Pietro  abbate  de'ss.  Ila- 
rio e  Benedetto  impetrò  e  ottenne  nel 
Ilio  dall'  imperatore  Enrico  V  la  con- 
ferma de' privilegi  ed  esenzioni  concesse 
al  monastero  da  Carlo,  dagli  Ottoni  ed 
Eni'ichi  suoi  predecessori,  con  di[)loina, 
poi  confermato  e  amplialo  nel  i  1 36  dal- 
l'imperatore  Lotario  II.  Nel  monastero 
furono  sepolti  4  dogi,  i  ilue  nominali  fon- 
datore e  benefattore,  Pietro  IV  Caudu- 
no,  e  Vitale  Candiaoo,  il  quale  nel  979 
rinunziato  il  principato  ivi  vesti  l'abito  e 
professò  la  regola  di  s.  Benedetto.  Rolla 
guerra  la  repubblica  nel  i  i44  contro  i 
padovani,  per  aver  questi    in    vicinanza 
del  monastero  di  s.  Ilario,  nel  luogo  det- 
to Fusina  o  Lizza  poi  canale  di  Fusini 
checonducea  Venezia,  introdotto  ilBreu- 
la  con  nuovo  alveo  a  danno  delle  la- 
gune, nella  successiva  pace  il  comune  di 
Padova  s'obbligò  riguardare  e  protegge- 
re gli  abbati  di  s.  Ilario  come  suoi  citta- 
dini, ed  a  vantaggiodel  monastero  conces- 
se la  4-"  parte  de'noleggi  di  tulle  le  bar- 
che, che  da   Noventa  del  Padovano   na- 
vigassero per  Venezia  ne'mesi  d'aprile, 
maggio  e  agosto.  Fin  da  questi  tempi  la 
chiesa  di  S.Gregorio  situala  in  Venezia, 
era  soggetta  all'assoluta  giurisdizione  de- 
gli abbati  di  s.  Ilario,  perciò  essi  la  chia- 
mavano, secondo  lo  siile  dique'secoli,  lo- 


70  V  E  N 

10  Ubbidienza  ;  il  die  confermò  pure  nel 
I  177  Alessandro  Ili  nel  ricevere  il  rao- 
nastei'O  sotto  la  protezione  di  s.  Pietro, 
con   tutte  le  sue  pertinenze.  Non  è  nota 
J' origine  dell' antichissima   chiesa  di  s. 
Gregorio;  certamente  esisteva  neir8c)7, 
e  si  attribuì  1'  erezione  alla  nobile  fami- 
glia Pascasa.  Per  l'incendiodel  i  io5,che 
divorò  con  24  chiese  anco  questa,  poco 
appresso  fu  rifabbricata.  Da'  documenti 
sì  trae,  che  dopo  1111776  innanzi  la  sov- 
versione del  celebre  monastero  de' ss.  I- 
lario  e  Benedetto,  la  chiesa  era  uffizìata 
da'benedettini  ivi  abitanti.  Confermaro- 
no i  privilegi  gl'imperatori   Enrico  VI 
neli  196  e  Ottone  IV  nel  1209,  dal  cpia- 
le  anno  infestali  gli  abbati  del  monastero 
de'ss.  Ilario  e  Benedetto,  dalle  prepoten- 
ze di  Giacomo  di  s.  An(lrea,nel  12  1  5  ot- 
tennero da  Innocenzo  111  di  trasferirsi  nel- 
r  ubbidienza  di  s.  Gregorio  di  Venezia, 
lasciando  nell'altro  de'sagri  ministri  per 
nfliziare  la  chiesa,  finché  dalla  diabolica 
furia  di  Ezzelino  III  da  Romano,  giurato 
nemico  della  Chiesa  e  del  nome  vene- 
ziano, restò  il  monastero  nel  124?  '"'6- 
ramenle atterrato  e  ridotto  ad  uso  di  mi- 
li.lare  fortezza;  così  i  monaci  meglio  sta- 
bilirono la  loro  permanenza   in  s.  Gre- 
gorio. Da  questo  tempo  cominciarono  a 
portarne  il  nome,  alternandolo  colprece- 
dentCj  ed  anco  uniti.  Corner  riporta   le 
notizie  di  diversi  abbati:  Fridiano  lo  fu 
per  40  anni,  restaurando  la   chiesa   nel 
1342  ;  e  dice  che  ne  fu   l'ultimo  il  dot- 
tissimo Andrea  Bon  scelto  a  vicario  ge- 
nerale di  Castello  da  s.  Lorenzo  Giusti- 
niani ,  dopo  la  cui  morte  il  monastero 
decaduto  in  commenda  pervenne  in  pos- 
sesso di  Girolamo  Landò  arcivescovo  di 
Candia,  che  trovasi  in  un  documento  del 
1 45o  aiììrninistratore  perpetuo  dell' ah- 
haziadis.  Gregorio.  Gli  altri  poi,  che 
successivamente  ottennero  le  rendite  del- 
l'infelice monastero,  chiamaronsi  abbati 
commendatari,  de'quali  ih. "Bartolomeo 
Paruta  del  i455,  con  bella  architettura 
l'istoi'ò  la  vecchia  chiesa  e  fabbricò  lacap^ 


VEN 
pella  maggiore,  indi  arcivescovo  di  Fi* 
ladelfia.  Perduta  l'abbazia  ogni  suo  lu- 
stro dopo  l'essere  divenuta  commenda, 
circa  il  declinare  dello  scorso  secolo  ne 
fu  soppresso  il  monastero,  616110111.°  pie- 
Tano  nel  1775,  e  dipoi  auche  la  chiesa 
come  dissi. 

70.   S.  Eufonia  della    Giudecca  ^ 
De  Judaica,  L'isola  di  questo  nome  non 
pare  che  sia  stata   così  detta  dalla   pre- 
lesa non  lunga  dimora  ,  che  in  essa  fe« 
cero  i  giudei,  ma  da  (|uanto  dirò  ragio- 
nandone, nel  §  XVIlI,n.  2.  Degli  ebrei 
parlerò  nel  §  XIV,  n.  5.   Anticamente 
chiamavasi  Spinalunga,  sì  pegli  spinai 
di   cui  era  coperta,  che  per  la  sua  fi- 
gura bislunga,  e  dalla  sua  estensione  ia 
lunghezza,  a  cui  per  niente  corrispon- 
deva   la    larghezza,    allora    assai    mino- 
re di  quello  ch'è  al  presente.  Imperocché 
circa  i  principi!  del  secolo  XIV  colle  con- 
cessioni fatte  a'privali  delle  paludi  attac- 
cate all'isola  fu  ella  di  multo  dilatata  coti 
V  aggiunta  di  edilizi,  d'  orti  e  monosteri. 
Quantunque  sieno  molte  le  chiese,  che 
nell'isola  in  diversi  tempi  furono  erette, 
che  ricorderò  nel  citato  n.  2  del  §  XV  III, 
indicando  i  luoghi  ove  le  descrissi,  una 
sola  dedicata  alle  ss.Eufemia,Doro tea, Te- 
cla edErasma  vergini  e  martiri  inAquileia, 
venne  stabilita  con  cura  d'anime.  Il  San- 
so vino  descrivendo  questa  chiesa,  la  dice 
fondata  nel  g52  (o  nel  9^)0)  dalla   fami- 
glia Dente;  ma  poi  nella  vita  d'Orso  [ 
Partecipazio  deir864,  ne  ascrive  il  meri» 
lo  alle  famiglie  Barbolani,  Iscoli  e  Selvi, 
i  quali  nobili  richiamati  dall'  esilio  in  pa- 
tria ebbero  per  grazia  1'  isola  di  Spina- 
lunga,  poi  chiamata  Giudecca,  dove  edi- 
ficarono la  chiesa  di  s.  Eufemia  con  aU 
Iri  oratorii.  Da  una  lapide  affissa  alle  pa- 
reti si  ricava  che  fu  cousagrata  a' 3  set- 
tembrei37i  da  Luca  vescovo  Cardicen- 
se  e  da  Bartolomeo   vescovo  Agiense;  e 
9  anni  dopo  fu  con  altri  due  consagra- 
to l'altare  maggiore,  in  cui  furono  ripo- 
ste le  reliquie  delle  ss.Titolari,  ottenute  da 
Arjuileia  per  dono  di  Giacomo  Conte,  Si 


V  E  N 

Tonernno  pure  in  questa  chiesa,  il  corpo 
(Il  s.  Feliciano  marlire,  e  molte  reliquie 
insigni  ili  ss.  Martiri  provenienti  da'cimi- 
teri  romani.  Collegiata,  era  filiale  di  s. 
l'ictro  (li  Castello.  Ne  fu  soppressala  par- 
roccliialitìi,  e  trasportata  alla  chiesa  del 
ss.  Redentore,  dopo  che  vi  ftnono  tolti  i 
cappuccini;  questi  riammessi,  la  parroc- 
chia ritornò  alla  chiesa  di  s.  Eufemia,  ov'<ì 
anche  di  presente.  La  sua  giurisdizione 
pairocchiale  si  estende  per  tutta  l'  isola 
della  Giudecca,  la  quale  benché  disgiun- 
ta dalla  città,  ne  fu  sempre  riputata  una 
frazione  appartenente  al  sestiere  di  Dor- 
soduro.  E'  soggetta  alla  decahia  di  s.  Ma- 
ria del  Rosario  e  conta  "2847  f'"'"^'?'  ^P' 
particne  al  commissariato  della  Gitidec' 
ca  ed  isole  adiacenti.  Il  tempio  nel  se- 
colo decorso  fu  ridotto  all'attuale  suo  sta- 
lo. Dell'oratorio  non  sagrauieiiLale  di  s. 
Maria  del  Carmelo  parlo  nel  §  X,  n.  5j; 
e  dell'oratorio  sagramentale  privato  del- 
la ss.  Trinità  delle  Terziarie  francescane, 
discorro  nel  §  XI,  n.  11.  Nella  chiesa  di 
s.  Eufemia  vi  è  la  figura  di  s.  Rocco,  di- 
pinta ueli4i^o  da  Bartolomeo  Vivarini, 
la  quale  è  degna  del  Mantegna. 

Oltre  alle  70  parrocchie  fin  qui  enu- 
merate, altre  due  ne  furono  aggiunte  in 
tempi  assai  posteriori,  per  cui  al  comin- 
ciar del  secolo  corrente,  prima  che  se  ne 
intraprendesse  la  concentrazione  e  la 
soppressione,  lai.'  avvenuta  a'io  marzo 
1808,  e  la  2.*  a'i5  ottohrei8io,  ed  an- 
co con  altre  date  di  tali  anni,  se  ne  enu- 
meravano 72.  Le  quali  due  parrocchie 
furono  le  seguenti. 

71.  S.  Sci'ero ,  la  cui  parrocchiali- 
tà apparteneva  alle  monache  di  s.  Lo- 
renzo, e  la  facevano  esercitare  da  un 
cappellano  curato.  Questa  fu  soppres- 
sa nel  1808,  e  la  chiesa  veutit;  chiu- 
sa e  per  qualche  tempo  servì  a  ricove- 
ro (li  poveri  lavoranti  della  casa  d'  in- 
dustria di  s.  Lorenzo,  indi  si  convertì  in 
odicina  da  falegname.  Nel  1829  fu  de- 
molita esulsuo  suolo  furono  piantate  con 
nuova  fabbrica  le  carceri  di  polizia.  La 


V  E  N  71 

chiesa  sorgeva  nel  sestiere  di  Castello,  ed 
era  stata  edificata,  insieme  a  quelle  di  s. 
Lorenzo  e  altre,  da  Angelo  Partecipazio 
deir8io  (gli  antichi  Farlecipazi  oggi  so- 
no chiamali  Dadoari),  i  ."doge  in  Rialto, 
in  onore  di  s.  Severo  vescovo  di  Raven- 
na ,  e  presso  la  quale  si  fermò  il  suo  fi- 
glio Giustiniano  sdegnato,  quando  redu- 
ce da  Costantinopoli  intese  essere  stato 
dal  padre  assunto  in  consorzio  alla  du< 
cea  Giovanni  suo  minor  fratello,  per  cui 
non  volle  recarsi  al  palazzo  ducale.  Ri- 
dotte poi  in  potere  d'  Orso  Parlecipazio 
vescovo  d'Oli  volo,  per  eredità  del  suo  ge- 
nitore Giovanni  nominato,  le  due  chie- 
se, nel  morire  neir854  ordinò:  Che  pres- 
so di  s.  Lorenzo  si  dovesse  fabbricare 
un  (nonastero  di  monache,  nella  cui  per- 
[)etua  giurisdizione  fosse  l'altra  chiesa  di 
s.  Severo.  La  di  lui  sorella  R.omana  fab- 
bricò ((uindi  il  monastero,  e  le  monache 
pacìficamente  possederono  ancora  la  chie- 
sa di  s.  Severo,  già  fatta  parrocchiale,  fin- 
ché verso  il  secolo  XII  alcuni  parrocchia- 
ni «uscitando  ingiuste  molestie  ,  negaro- 
no al  monastero  i  diritti  parrfjcchiali,  che 
fino  dalla  sua  origine  con  legittimo  tito- 
lo avea  posseduto.  Ricorsero  le  tnonache 
a  Papa  Urbano  III,  il  quale  nel  ii8t> 
frenando  le  pretensioni  de' parrocchiani, 
li  costrinse  al  dovere  così  per  l'esequie 
de'  defunti,  che  per  ogni  altro  jus  par- 
rocchiale. Non  però  i  parrocchiani  desi- 
sterono da' litigi  per  sottrarre  la  chiesa 
dalla  soggezione  del  monastero;  finché 
r  abbadessa  invocata  l'  autorità  della  s. 
Sexìe,  questa  deputò  Matteo  vescovo  di 
Ceneda  ad  esaminare  la  controversia,  il 
quale  nel  r  198  sentenziò  a  fivore  delle 
monache,  e  Innocenzo  111  non  solo  nel 
1200  l'approvò,  ma  nel  12  i4  ricevè  il 
monastero  sotto  la  protezione  di  s.  Pie- 
tro, confermando  con  ampio  diploma  il 
giusto  possesso  della  chiesa  di  s.  Seve- 
ro colle  sue  pertinenze.  Nondimeno  i  par- 
rocchiani ostinati,  coll'appoggio  di  alcuni 
del  clero  di  s.  Severo,  procurarono  d'in- 
trodurre nella  chiesa  un  pievano  da  loro 


72  YEN  YEN 
elei  lo.  Allora  Innocenzo  III. prese  nuove  gii  ebbe  dopo  il  i  720  ;  si  dovea  rifabbri- 
provvicìecze,  cbe  continuale  tlal  succes-  core  nel  1763,  ma  non  si  effelluò. 
soie  Onorio  III,  Gregorio  IX  che  a  que-  72.  S. flIariaAssnn[a,\o\gHi-mente  de 
«li  succedette,  nel  1235  confermò  la  sen-  Gcsuili,  la  quale  parroccbia  fu  piantala 
lenza  in  favore  delle  monache.  Quietati  dacché!  gesuiti  furono  costretti  ad  abban- 
così  i  parrocchiani,  nel  fine  dello  stesso  donare  Venezia, secondol'ab.  Cappellelti, 
secolo  insorsero  i  preti  della  chiesa  di  s.  ma  non  pare  per  quanto  riferirò  collo  iS^^rt- 
Severo  colla  pretensione  d'essere  bene-  to personale  dal  Clero.  Fu  anche  questa 
ficiati  perpetui  inamovibili,  perciò  ricu-  soppressa,  servì  alquanti  anni  a  succur- 
sando  ubbidienza  oll'abbadessa.  Si  prò-  sale  de'ss.  Apostoli;  pochi  anni  or  sono, 
lungo  la  contesa,  e  finalmente  il  vicario  riammessi  i  gesuiti,  fu  loro  riconsegnata, 
del  vescovo  di  Castello  neli3gi  dichia-  senza  ripristinarvi  la  parrocchia.  La  chie- 
lò:  la  chiesa  di  t.  Severo  appartenere  sa  di  s.  Maria  Assunta  de'chierici  regola- 
pienamente  al  monastero  di  s.  Lorenao,  ri  della  compagnia  di  Gesti,  trovasi  nel 
e  che  il  suo  clero  dovesse  riconoscere  per  sestiere  di  Canalregio.  L'antica  sotto  il 
superiore  la  badessa  e  ubbidirla.  Qiiesla  nome  de'  Crociferi  ebbe  principio  non 
sentenza  confern)òneli3g3  Bonifacio  IX,  prima  deh  i5oe  non  più  tardi  tiei  i  i  55. 
e  con  altio  diploma  del  i  899  ricevè  sol-  J^'edificò  colla  contigua  casa  pe 'suddetti 
lo  la  protezione  della  s.  Stùe  la  chiesa  e  religiosi  crociferi  e  con  dotazione,  Pietro 
clero  di  s.  Severo,  esentandoli  da  qua-  omeglio  Cleto  Grau'soni  oGusoni,  ezian- 
lunque  giurisdizione  del  vescovo  di  Ca-  dio  fondatore  ivi  appresso  d'un  ospedale; 
stello;  salva  per  intero  quella  della  ba-  religiosi  antichi,  eh'  ebbero  le  legole  da 
dessa  e  monastero  di  s.  Lorenzo.  Il  Papa  Alessandro  111,  e  neh  «70  nuove  rendite 
commiseal  |>atriarca  di  Grado  l'investilu-  da  Benavere  Grausoni  parente  dell'altro 
ra  de'beneficiati  eletti  dalla  badessa;  ma  loro  benefattore.  La  chiesa  restò  rovina- 
ciò  riuscendo  poi  d'incomodo  e  ritardo,  la  dall'incendio  del  12  i4,  e  rifabbricata 
con  altro  diploma  del  i4oi  ordinò  che  poi  da'crociferi  in  ampia  formo,  durò  si- 
i  beneficiati  nominati  dalla  badessa  do-  no  al  secolo  passato,  in  cui  da'gesuiti  fu 
vesserò  tosto  riconoscersi  come  istituiti  di  magnificamente  riedificala  da'fondamen- 
piena  autorità  apostolica.  Anche  la  pò-  ti  quale  si  ammira.  L'ospedale  annesso 
tleslà  laica  confermò  le  prerogative  del  pai  e  che  fosse  albdato  alle  cure  de'croci- 
monastero  di  s,  Lorenzo,  sulla  chiesa  di  feri, all'uopo  avendolo  frali  laici  pel  mi- 
s.  Severo,  con  decreto  emanalo  dal  sena-  ni>tero  degl'infermi.  Fu  accresciuto  di 
to  ne'principii  del  secolo  XV.  In  memo-  renditeda  Bertoldo  patriarca  d'Aquileia, 
ria  di  che,  furono  aflissi  nella  facciala  e-  confermale  nel  i256  dal  successore  Gre- 
slerioredella  chiesa  stessae  sulle  due  por-  gorio  ila  Montelongo.  E'  verosimile,  che 
te  laterali,  due  Leoni,  insegna  della  re-  nell'ospedale  da  principio  fossero  accolli 
pubblica.  Martino  V  fece  confermare  le  uomini  e  donne,  poveri  e  infermi;  ma  in 
giurisdizioni  del  monastero,  riconoscendo  seguito  restò  ristretto  a  ricovero  di  sole 
tziandio  I  antica  consuetudine  della  ba-  femmine,  e  dopo  la  soppressione  de'cro- 
dessa  di  s.  Lorenzo,  d'eleggere  e  rimuo-  cifeii,  i  procuratori  di  s. i\Lirco  l'assegna» 
■vere  i  cappellani  dello  slesso  s.  Lorenzo,  rono  u  T.,-  vedove  de'soldali  morti  in  pub- 
«enza  dipendenza  dall'ordinario  del  luogo,  blico  servigio;  ma  non  mollo  dopo,  si 
Poscia  neh 56  iPio  IV  confermò i  privile-  dispose  a  favore  d'ogni  condizione  di  pò- 
gi  del  monastero. La  primitiva  chiesa  di  s.  vere.  Frallanlo  che  il  monastero  e  l'o- 
Severo  perita  nell'incendio  deh  i  o5,  era  spedale  miglioravano  nell'economico,  sì 
siala  riedificala  e  consagiala  a'5  giugno,  pei  le  ricordale  beneficenze,  che  per  al- 
tenaa  conoscersi  l'anno.  Alcuni  restauri  tre  pie  oU'crle  de'fedeli,  llallliele  Basegio 


V  E  N 

ottenuto  In  Coslantinopolt  il  corpo  tìl  s. 
lìai  barn,  diversa  dalla  venernta  a  Torcel- 
lo,  lo  donò  alla  chiesa  di  8.  Maria  de'cro- 
ciferi.  Decaduti  i  religiosi  dall'antica  au- 
stera eseiuplarilà,  il  9.  Corpo  nel  i485  fu 
concesso  alla  confraternita   artistica  de' 
sartori ,  consegnandosi  loro  una  delle  3 
chiavi  dell'arca  chelo racchiudeva.  In  va. 
ri  tempi  furono  donale  a  questa  chiesa  le 
seguenti  ss.  Reliquie.  E  qui  nuovamen- 
te prolesto,  che  nel  riportare  quelle  nelle 
diverse  chiese  regislrate  dal  Corner,  non 
posoo  asserire,  se  dono  tante  politiche  vi- 
cende, tulle  realmente  ancora  vi  sussi- 
stano. Una  ss.  Spina,  l'arte  dèi  cranio  di 
s.  Sabina  martire,  ed  un  vaso  col  di  lei 
sangue,  di  cui  è  memoria  che  sì  liquefa- 
cesse nell'  inverno  e  si  congelasse  neh' ۥ 
siale.  Una  coscia  (od  osso)  di  s.  Cristoforo 
di  forma  gigantesca.  Delle  ossa  de'ss.  In' 
nocenti.  Le  leste  di  s.  Lanfranco  vescovo 
di  Cantorbery,  e  di  s.  Massimino  marti- 
re. Le  reliquie  de'ss.  Gio.Crisostoino.Gre- 
gorio  Nazianzeno  ,  Lorenzo  Levita,  Cor- 
Delio  Papa,  e  Cipriano  vescovo  e  mar- 
lire,  fiancalo  l'anlico  fervore  e  inlrodot» 
la  la  rilassatezza  nell'ordine,  la  maggior 
parie  de'Ioro  conventi  passarono  in  com- 
menda, e  queslo  di  s.  iMaria  nei  i4'H  f^l 
concesso  al  cardinal  Barbo  poi  Paolo  11, 
che  vi  destinò  a  governarlo  ìSicolò  dalle 
Croci  vescovo  di  Lesina;  e  collo  stesso  tito- 
lo di  commenda  l'ebbe  il  cardinal  Bessa- 
rione.Dopolisua  n)orte,il senato  procurò 
presso  Sisto  IV  la  riforma  del  monaste- 
ro con  l'espulsione  de'  crociferi,  e  la  so- 
stituzione dell'esemplari  monache  di  s. 
Maria  degli  Angeli  di  Murano.  Non  fu 
esaudito,  e  il  monastero  reslò  commen- 
da. Allenati  dall'ampiezza  delle  fabbriche 
e  dall'opportunità  del  sito,inulilujente  lo 
domandarono  i  canonici  regolari  di  s.  Spi- 
rilo nel  1 48  i ,  ed  i  serviti  neh  489. 11  vec- 
chio cdifìzio  del  monastero   reslò  (juasi 
interamente  distrutto  dal  fuoco,  onde  nel 
1543  con  venne  a'crociferi  rinnovarlo  da' 
fondamenli.l'ocoelfello  produssero  le  cu- 
re di  s.  Pio  V  |Jer  ripristinare  l'ordine  al 


VE  N  73 

suo  iplendore,  finché  Innocenzo  X  sop- 
presse 1 1  de'  loro  n)0iiasteri,  e  ne  lasciò 
soli  4)  de'quali  era  capo  queslo  di  s.  Ma» 
ria,  in  cui  pose  la  residenza  il  rettore  ge- 
nerale dell'ordine.  Ma  anche  questi  4 
furono  estinti  dal  successore  Alessandro 
VII  neh 656,  assegnandone  i  beni  alla 
repubblica  veneta  per  la  difesa  di  Can- 
dia.  In  tal  congiuntura  i  gesuiti  ,  i  quali 
nel  1606  per  lefainose  controversie  ha  la 
repubblica  e  Paolo  V,  per  ubbidire  al 
ponliljcio  interdetto  eransi  partiti  dalla 
loro  casa  presso  la  chiesa  di  s.  Maria  del- 
rUniiltàdi  Venezia  (la  quale  essendu  sta- 
la allora  data  alle  benedettine  della  Vi- 
sitazione, parlando  di  esse  nel  §  XVIII, 
u.  IO,  dirò  della  prima  introduzione  de' 
gesuiti  in  questa  città),  avendo  ottenuta 
la  libertà  di  ritornare  nello  stato  veneto, 
comprarono  dal  senato  a  mezzo  di  Carlo 
Carafa  vescovo  d' A  versa  e  nunzio  ponti- 
ficio in  Venezia,  pel  prezzo  di  5o,ooo  du- 
cali il  monastero  de'  crociferi,  di  cui  a*  3 
o  nell'i  I  marzo  1657  prese  possesso  il  p. 
Girolamo  Claramonti  provinciale,  a  no- 
me di  tutta  la  couipagnia,  istituendo  in 
esso  la  casa  professa  della  provincia  di 
Venezia.  Non  trascorse  molto  tempo , 
quando  la  chiesa  ampia,  ma  debole  nella 
struttura, cominciò  a  minacciare  rovina. 
Per  cui  neli7i5  ne  fu  intrapresa  la  rie- 
dificazione in  magnifica  forma  d.»'fì>nda- 
inenti,  com'era  si  vede,  e  nel  breve  giro 
di  3  lustri  fu  ridotta  al  suo  compimento 
con  tal  nobiltà,  che  può  inerilainente  an- 
noverarsi fra'piìi  ricchi  e  ben  ornati  tem- 
pli di  Venezia.  L'aliare  sontuosamente  e- 
retto  nella  cappella  maggiore,  la  ricca  in- 
crostatura di  tutta  la  chiesa  ,  e  l'eslerior 
f.icciata  di  marmo  furono  tutte  opere 
della  famiglia  Manin  ,  e  gli  altri  altari 
della  chiesa  furono  pure  benefizi  di  di- 
vote  persone  ,  che  contribuir  vollero  a 
decoro  d'un  tempio,  in  cui  tanto  si  ope- 
rò a  santilìcazione  dell'anime.  E  ben  sin 
dal  principio,  che  ivi  pose  piede  la  com- 
pagnia di  Gesù,  si  riconol)be  quanto  i  di 
lei  instancabili  fi"li  utili  fossero  anco  in 


74  V  E  .V 

YciirzÌ!!  col  !oro  esemplnre  fervore,  co- 
me (Inppcitulto,  per  l'efernii  salute  <Ie' 
prossimi;  vnn  sinf^olarnieiite  ciò  mnnife- 
sto  itppar'i  nell'inclefessa  carità  del  p.  An- 
drea Alceiiago  veroDese  ,  uomo  di  zelo 
nposlolico  ,  che  cogli  evangelici  suoi  su- 
dori coltivò  per  ben  7  lustri  in  Venezia 
la  vigna  del  Signore;  prediligendo  i  po- 
veri, ie  prigioni,  le  galere,  i  rpiartieri  de* 
soUlali.  Ne  celebra  le  mirabili  virtù  e  la 
santità  della  vita,  l'edificante  e  dotto  Cor- 
ner, Perla  ftitale  sojipressione  del  bene- 
merito online  de'gesiiili  nel  1773,  infaii- 
sic  preludio  della  generale,  sebbene  la 
divina  provvidenza  e  co«i  autorità  apo- 
stolica li  conservò  sempre,  come  narrai 
anche  nel  voi.  LXXXIl  ,  p.  273,  cele- 
lìiando  il  veneto  Clemente  XI 11  loro  am- 
miratore; da  allora  in  poi  si  considerò 
la  chiesa  di  s.  Miiria  Assunta  padronato 
regio,  e  fu  manteiuila  dalla  numificenza 
del  senato,  finché  a'a  marzo  1808  venne 
dichiarata  succursale  de'ss.  Apostoli,  tale 
rimanendo  sino  all'S  luglio  1 844.  '"  cui 
fu  riconsegnata  a'gcsuiti.iistabiliti  in  Ve- 
nezia colia  sovrana  risoluzione de'2 1  no- 
vembre 1 843,  comunicata  col  governati- 
vo decreto  g  dicembre  di  quell'anno.  Ri- 
pristinati dunque  i  gesuiti  per  tutto  il 
mondo  cattolico  da  Pio  VII,  dipoi  ritor- 
narono a  questa  casa  e  chiesa  loro.  Si 
legge  pertanto  nel  n.°  70  del  Diario  di 
Roma  del  i844-  "  Venezia  io  agosto. 
Presso  di  noi  nel  3i  dello  scorso  luglio, 
giorno  dedicato  alla  memoria  del  celebre 
istitutore  della  Compagnia  di  Gesù,  s.  I- 
gnazio  di  Lojola,  veime  celebrato  con  so- 
iennissima  pompa  e  con  insolita  frequen- 
za di  popolo  il  ripristinamenlo  della  me- 
desima compagnia  nel  magnifico  tem- 
pio intitolalo  alla  Vergine  Assunta.  Sua 
Eni."  liev,'"  il  sig.*^  Cardinal  Patriarca  di 
Venezia  inaugurò,  nella  mattina  del  det- 
to giorno,  la  divola  ceremonia,  la  quale 
fu  più  ancor  edificante  per  un  eloquente 
discorso  da  lui  pronunziato  davanti  a' 
nuovi  membri  ed  a  molta  copia  di  spet- 
tatori. Al  dopo  pranzo  disse  la  panegirica 


YEN 
orazione  il  inc«rdote  Giovanni  Renier, 
arciprete  della  vicina  terra  ili  iMestre  (sa- 
no lieto  di  poter  aggiungere,  che  questo 
venerando  personaggio  ,  pel  quale  d,i 
molti  anni  nutro  il  più  profondo  osse- 
quio, da' 17  dicembre  1 855  è  degnissimo 
vescovo  di  Feltre  e  Belluno),  uomo  che 
in  sidalli  lavori  si  è  omai  procacciato  un 
nome  distinto.  Semplice  e  piana  fu  la  tes- 
situra dell'  orazione;  che  ove  la  copia  di 
falli  veramente  luminosi  ,  le  macchine 
oratorie  non  tengono,  e  sono  soverchi  gli 
abbellimenti  dell'arte.  Narrala  in  com- 
pendio la  vita  del  Lojola,  e  rilevatene  la 
più  splendide  gesta,  l'oratore  scese  oelU 
1."  parte  a  toccare  i  fasti  dell'Istituto,  dal 
Santo  immaginato  e  con  saviordinanienti 
direttole  in  questo  punto  l'orazione  trion- 
fò: e  nell'accorta  scelta  de' fritti,  e  nella  no- 
bile e  faconda  esposizione  di  essi,  tnostrò  il 
Renier  quanto  sia  avanti  nella  bellissima 
disciplina  a  cui  è  dedicato.  Sulla  fine  del- 
la lunga,  fiorila  e  beu'accolta  orazione,  il 
Renier  volse  le  parole  a'  pochi  membri 
della  Compagnia  rinascente,  augurando 
loro  prosperi  inizii,  solleciti  avanzamenti. 
Desiderò  eh'  essa  ritorni  nel  primiero 
splendore,  che  si  fecondi  di  uomini  gran- 
di veramente  tanto  nell'ecclesiastiche, 
quantonellecivili  discipline:  desiderò  che 
si  renda  utile  alla  gioventù,  giusta  uno 
de' principali  intetulimenti  dell'illustre 
istitutore.. E  noi  pure,  nel  chiudere  que- 
sto cenno,  ripetiamo  gli  stessi  auguri!,  [ni 
Venezia  le  scuole  ile'gesuili,  ancorché  da  | 
molli  anni  soppresse,  conservano  tutta- 
via un  nome  onorato,  si  pe'celebri  mae- 
stri che  le  decoravano  e  sì  per  gli  elfettiv  i 
vantaggi  che  recavano  a  Ila  giovenlù;laou- 
de  a  ragione  il  popolo  celebrò  quel  giorno, 
in  cui  vide  quella  Compagnia  ridonata 
entro  le  tranquille  e  gloriose  sue  mura, 
ed  a  ragione,  quasi  ricambio  de'  prestati 
servigi,  volle  mostrarle  la  gioia  d'un  ani- 
mo con  giustizia  riconoscente.  P,  C.  ".  I 
gesuiti  avendo  fondato  presso  la  chiesa 
una  casa  ad  uso  di  ospizio,  in  essa  vi  sono 
il  rettore,  il  ministro,  altri  7  sacerdoti,  3 


VE  N 
frafelli.  Inoltre  per  la  chiesa  trovansl  un 
mansionario,  2  sacerdoli  uflìzianli  e  con- 
fessori, ed  un  chierico  ostiario.  La  chiesa 
di  s.  Maria  Assunta   fu  architettata  da 
Domenico  Rossi,  ed  anclie  il  Moschini  la 
riconosce  per  una  delle  più  ricche  della 
città,  per  la  copia  e  preziosità  de'iuarmi,  e 
de'Iavori  d'arte  che  l'adornano  di  scul- 
tura e  di  pittura  sparsi  per  la  chiesa.  La 
facciata  fu  costrutta  da  Gianibaltisla  Fat- 
toretto  d'  ordine  corintio,  ornandola   di 
moltissirae  sculture  di  vari  scarpelli,  delle 
quali  può  dirsi  bosco.  Nel  3."   altare  la 
tavola  con  Maria  Vergine  e  Santi  gesui- 
ti, è  opera  di  Balestra,  bellissima  per  in- 
venzione e  composizione,  disegnata  e  con- 
dotta  con  grazia  e  nobiltà,  lodevolmente 
incisa  dal   Bartolozzi.    Nella  cappella  a 
fianco  del  maggiore  il  Liberi  rappreseli- 
lo  la  Predicazione  del  Saverio.   11  mag- 
gior altare  si  disegnòda  fr.  Giuseppe  (An- 
drea?) dal  Pozzo,  celebre  per  la  guerra 
che  intimò  alle  linee  rette.  I  dipinti   del 
soililto  sono  del  Dorigni.   Magnilìco  ed 
omatìssìino  di  fini  marmi  e  di  sculture  è 
tale  altare  ,  con  tabernacolo  ricco  di   la- 
pislazzoli. Presso  r  altra  cappella  il  mo- 
numento del  doge  Cicogna  si  architettò 
e  scolpì  dal  Campagna.  La   sagrestia   è 
tutta  coperta  d'  opere  di  Palma  il  giovi- 
ne,  tranne  il  quadro  cogliEvangelisti,ch'è 
del  Fumiani,  e  quello  della  Circoncisione 
del  Signore,  ch'è  di  Tin torello.  Di  que- 
sto pittore  è  anche  la  gran  tavola  deli, 
altare  a  destra  della  crociera,  con  Maria 
Vergine  assunta  a'cieli.Qui  lo  stesso  Jaco- 
po, lasciato  suo  stile,  paoleggia,  e  usò  va- 
ghe e  belle  tinte  e  facile  andare  di  pieghe. 
Nell'ultimo  altare  manca  di  buon  lume  il 
Martirio  di  s.  Lorenzo,  opera  assai  cele- 
brata di  Tiziano  ,  la  quale  soggiacque  a 
troppi  ristauri  :  fu  portata  a  Parigi  e  poi 
si  riebbe.  11  soffino  è  brillante  lavoro  del 
Fontebasso. 

73.Dall'epoca,incuì  di  mano  in  roano 
furono  stabilite  tutte  le  71  o  72  parroc- 
chie suddescrilte,siuo  all'anno  1807  esiste- 
louo  nel  loro  giado  •  nella  loro  dignità 


VEN  75 

n  di  parrocchie  o  pievi,  e  sì  di  collegiale 
e  di  matrici,  ovvero  di  filiali,  secondochè 
indicai  ;  senza  che  mai  precedentemente 
per  vicenda  verima  o  avversità  della  ces» 
sala  lepubblica  ne  fosse  stato  alterato  il 
ninnerò  o  la  qualità.    Ma  quando,  sotto 
il  governo  napoleonico,  lìn  decreto  iu)pe- 
riale  de'22  giugno  1 808  ordinava  la  i.* 
deplorabile  concentrazione  e  soppressione 
d'alquante  parrocchie  in  io  delle  prima- 
rie città  del  regno  Italico,  susseguita  dal- 
la non  meno  lagrimevole  soppressione  di 
conventi  e  mc.nasleri,  anche  le  parroc- 
chie di  Venezia,  di  72  ch'erano,  furono 
ridotte  alle  4»  cl>e  seguono.  S.    Pietro 
di  Castello  ,  non  ancora   canonicamente 
spogliata  del  suo  grado  di  chiesa  catte- 
drale metropolitana  e  primaziale,  beu->i 
per  fatto  arbitrario  del  patriarca  Gam- 
boni.  S.  Marco  abusivamente  e  illegitti- 
mamente  innalzata  dalla  podestà   laica, 
secondala  dal    nominato  prelato,  all'o- 
nore e  prerogative  di   cui   volevasi  spo- 
gliare la  precedente.  S.  Moisè,s.  Martino, 
g.  F^lntiuo,  ss.  Trinità  ,  s.    Autonino,  s. 
Maria  Zobenigo,  s.  Salvatore,  s.  Leone, 
s.  Giacomo  dall'Orio,  ss.  Sinione  e  Giu- 
da, ss.  Ermagora  e  Fortunato,  s.  Gere- 
mia ,  s.  Fosca,  s.  Marziale,  ss.  Apostoli, 
6.  Gio.  Crisostomo,  s.  Margherita,  s.  A- 
gnese,  s.  Paolo,  s.  Stefano  protomartire, 
s.  Silvestro,  s.  Apollinare,  s.  Eustachio, 
8.  Michele  Arcangelo,  s.  Gio.  Battista  iu 
Bragora,  s.  Maria  Formosa,  s.  Samuele, 
s.  Bartolomeo  ,  s.  Croce,  s.  Cassiano,  s. 
Sofia,  s.  Canziano,  s.  Panlaleone,  s.  Ni- 
colò, s.  Raftàele  Arcangelo  ,  s.  Barnaba, 
ss.  Gervasio  e  Prolasio,  s.  Eufonna.  Le 
non  nominate  di  conseguenza  furono  sop- 
presse ,  e  di  alcune  ne  furono  distrutte 
le  chiese,  come  rilevai  nel  ragionarne.  A 
questa  concentrazione  e  soppressione  di 
parrocchie,  tenne  dietro  la  concentrazio- 
ne e  generale  soppressione  de'conventi  e 
de*  monasteri  d'  ambo  i  sessi,  e  di  questi 
altresì  furono  nella  maggior  parte  chiuse 
le  chiese,  e  non  poche  eziandio  atterra* 
te,  Poscia  il  dello  goveruo  riputò sovei* 


76  VEN 

ciiio  di  troppo  anche  il  numero  delle  no- 
minale e  il<»  lui  ridolte  ^o  pairoccliie, 
per  cui  con  decreto  de' 12  apriIei8io  le 
restrinse  a  3o  soltanto;  le  quali  fuit)tio 
quelle  stesse  che  continuarono  ad  esserlo 
sino  al  presente.  In  princìpio  tutte  le  no- 
minai, secondo  i  due  gruppi  topografici 
in  cui  dividesi  Venezia  di  qua  e  <li  là  dal 
gran  canale,  ciascuno  de'(|uali  composto 
di  3  sestieri.  Quindi  più  sopra  in  que- 
sto §  Vili  ne  descrissi  le  chiese,  con  no- 
tizie storico-artistiche,  tranne  però  leniio- 
■ve  parrocchie  di  s.  Gio.  e  Paolo,  s.  Zac- 
caria, s.  Stefano  protou)artire,  s.  Fran- 
cesco della  Vigna,  s.  Maria  del  Carmine, 
s.  Nicola  di  Tolenlino,  es.  Maria  del  Ro- 
sario o  volgarmente  s. Domenico  delleZat- 
tere,  non  che  la  temporanea  del  ss.  Re- 
dentore, la  quale  come  già  notai,  essen- 
do prima  de' cappuccini ,  allorché  nel 
1819  fu  restituita  ad  essi  la  chiesa  ,  la 
parrocchia  si  ristabiPi  a  s.  Eufemia  da 
dove  era  stata  ivi  trasferita.  Quanto  alle 
chiese  delle  nuove  ricordate  7  parroc- 
chie, e  di  quella  del  ss.  Redentore,  le  de- 
scriverò nel  §  X,  dicendo  delle  corpora- 
zioni religiose  de'due  sessi.  Queste  dun- 
que sono  le  parrocchie  odierne  della  cit- 
tà. Inoltre  la  diocesi  patriarcale  di  Ve- 
nezia ne  possedeva  alcuu'altre  al  di  fuori, 
derivatele  dal  patriarcato  di  Grado.  Di 
queste  nel  1 8  1 8  fu  disposto,  in  vigore  del- 
la holla  De  salute  Dominici gregi's,  di  Pio 
VII,  tli  cui  ne  parlerò  descrivendo  la  serie 
de' vescovi  e  [)alriarchi,  nel  §  XXI  in  fine 
di  quest'articolo  ;  parrocchie  che  il  Papa 
assegnò  ad  altre  diocesi  nella  circoscrizio- 
ne che  ne  fece.  La  diocesi  patriarcale  di 
Venezia  però,  fu  allora  ingrandita  delle 
due  diocesi  soppresse  di  Torcello  e  di 
Caorle.  Ebbe  da  esse  i3  parrocchie,  le 
quali  unitamente  a  quella  di  s.  Gio.  Bat- 
tista di  Gambarare,  già  di  sua  antica  ap- 
pirlenenza,  e  le  3o  urbane,  formano  il 
numero  attuale  delle  44i  di  cui  è  formata 
l'intera  diocesi  patriarcale.  Abbiamo  1'/- 
conografia  delle  trenta  parrocchie  di 
l'enezia  i  pubblicata  da   Gio.  Battio  tu 


VEN 
Pagnmizzi  con  rami,  Venezia  1821.  Il 
Clero  Foraneo  si  compone  di  2  parrocchie 
e  di  3  Vicarie  Foranee.  Sono  le  parroc- 
chie. 1°  S.  Giambattista  eli  Gambara- 
re, de  Fossa  Gambariaed  anche  Gain- 
barariarum,  comune  appartenente  al  di- 
stretlodiDoloprovincia  diVenezia.  D'an- 
tichissima data  è  la  chiesa,  consagrata  nel 
1 5o6,  e  dedicata  a  s,  Giambattista  di 
Bolleello  (come  leggo  nello  Stato  per- 
sonale del  Clero),   dal  nome  della  fa- 
miglia che  ne  avea  donato  il  fondo.  Ap- 
partiene però  a  Venezia  solo  da'2  i  mar- 
zo 1572,  e  quantunque  in  terraferma, 
si   considera  come  parrocchia    urbana, 
perciò   col    medesimo    Stato    registro  i 
suoi  3783  parrocchiani.   Ha  per   oralo- 
3'ii  privati  non  sagramentali  la  chiesa  del 
ss.  Redentore  del  Bosco  Piccolo,  volgar- 
mente //   Botteghino  j  e  la  chiesa  di   s. 
Pietro  Apostolo  del  Bosco   Grande.   2." 
S.  Maria  Elisabetta  del  Lido,  in  LittO' 
re,  voign.mente  la  Ckiesiola  ,  soggetta 
alla  decania  di  s,  Pietro  di  Castello,  fra- 
zione del  comune  di  Malamocco,  distretto 
e  provincia  di   Venezia,  con  anicne  363, 
Eraanticamenteoratorio  dipendente  dal- 
la parrocchia  cattedrale  di  Castello,  e  a' 
IO  settembre  1627  venne  eretta  in  par- 
rocchia dal  patriarca  Tiepolo,  e  fu  con- 
sagrata  un  7  giugno.   Ne  riparlo  nel  § 
XVIII,  n.  i3.  Ha  per  chiesa  succursale 
s.  Nicolò,  volgarmente  s.  Nicoletta  del 
Lido,  di  cui  nel  §  XVI II,  n.  1  3,  Le  Vi-    ' 
carie  Foranee  comprendono  i  vicariati  di 
Torcello,  di  Caorle,  di  Murano.  Di  quello 
diCaorle  farò  parola  in  fine  dopo  la  serie 
de' vescovi  e  patriarchi:  degli  altri  due  par- 
lerò nel  §  XVIII,  n.  23eig.  Benché  non 
appartenga  alla  giurisdizione  diocesana 
l'autichissiino  priorato  abbaziale,  di  cui 
vadoa  ragiouare,siccome  esistente  in  Ve- 
nezia ed  esercitando  l'abbate  liberamente 
la  giiu'isdizione  parrocchiale  nella  sua  re- 
sidenza e  contiguo  ospedale,  anch'io  qui 
appresso  lo  colloco,  e  poi  dirò  del  pure  e- 
sente  priorato  di  Malta. 


VE  N 

§  \X.  Chiese  esenti  di  Venezia.  V  nh- 
baziale prioraledl  s.  Maria  della  Mi- 
sericordia^ colla  serie  de  suoi  albati 
mitrati ,  loro  preros^alive  vescovili  e 
giurisdizione.  La  chiesa  di  s.  Biai/io 
di  Castello  parrocchia  dell'i,  r.  Ma- 
rina di  guerra.  La  chiesa  di  s.  Gio. 
Battista  del  gran  priorato  Gerosoli- 
mitano del  Regno  L^onibardo- Vene- 
to j  e  della  demolita  chiesa  di  s.  Ma- 
ria  in  Broglio  detta  l'Ascensione. 

I.  S.  Maria  della  Misericordia^  ossia 
priorato  abhaziale  di  s.  Maria  di  Val 
Verde,  nel  sestiere  di  Canaliegio,  nel  si- 
to detto  anticamente  Val  Verde  per  es- 
sere coperto  di  terreno  assai  eiboso,  Nul' 
lius  dioecesis.  Procederò  col  Corner,  col- 
l'ab.  Cappelletti,  e  cogli  altri  sci  il  tori  che 
nominerò  in  progresso,  essendo  tuttora 
gìiispadronato  della  sua  fondatrice,  la  fa- 
miglia Moro,  ed  immediatamente  sog- 
getta alla  s.  Sede,  aflìgliata  nel  1 835  alla 
sagrosanta  basilica  Vaticana.  Sullo  pri- 
nutiva  sua  origine  non  ci  pervennero  si- 
cure lueiJiorie,  tranne  il  riferito  dal  San- 
sovino.  Egli  narra,  die  nel  989  Cesare 
Giuli,  fuojiglia  poi  nominata  degli  An- 
dreadi,  fabbricò  una  cliiesa  in  onore  del- 
la B.  Vergine  Maria  sotto  il  titolo  della 
Misericordia,  cognominata  dal  detto  suo- 
lo di  Val  Verde;  che  da  eremiti  nel  suo 
principio,  e  poi  da'frati  professanti  la  re- 
gola di  s.  Agostino,  sotto  il  governo  di 
particolare  priore,  fu  custodita  e  udizia- 
ta;  e  che  periti  uella  peste,  forse  in  quel- 
la del  1348,  tutti  i  frali,  il  priore  Pietro 
Donalo  unico  superstite  da  quel  conta- 
gio, con  autorità  pontificia  ne  costituì  e- 
rede  la  patrizia  (im)iglia  Moro,  onde  ad 
essa  ne  derivò  il  diritto  di  cui  gode  di 
pieno  e  libero  padronato.  Osserva  l'  ab. 
Cappelletti,  quanto  all'asserto  fondatore 
ennovo  patrono,  essere contradiletlo  dal- 
le dichiarazioni  autentiche  del  priore  del- 
la medesima  Luca  Moro  nel  1  369,  al  pa- 
triarca gradese  b.  Francesco  Quirini,  al- 
lorché qual  delegalo  apostolico  d'Urbano 


V  E  N  77 

V,ne  visitò  la  chiesa  e  il  priorato. Dichia- 
rò il  Moro  di  riceverlo  in  riverenza  del 
Papa  come  suo  commissario,  ma  di  non 
voler  alfatto  aderire  a  qualumpiecosa  che 
il  prelato  come  patriarca  di  Grado  aves- 
se decretato  o  stabilito  in  quella  priorale 
giurisdizione,  il  cui  padronato  era  Domi' 
noruni  de  Cha  Moro  de  Veneliis  funda- 
tornni  et  palronoruni.  Dunque  non  dalla 
sola  famiglia  Giulia,  ma  anche  dalla  fa- 
miglia Moro  devesi  derivare  la  fondazio- 
ne di  questa  chiesa,  e  del  suo  priorato  e 
chiostro,  come  riferiscono  i  cronisti  e  ri - 
levò  Corner.  Né  solamente  la  qualità  di 
fondatore,  ma  di  i.°  e  assoluto  fondatore 
trovasi  attribuita  nel  detto  1369,  a  Ma- 
rino della  parrocchia  di  s.  Simeone  pro- 
feta, avo  del  nominalo  Luca  Moro,  nel 
processo  o  atto  di  visita  apostolica  del 
memorato  patriarca,  insieme  al  propin- 
quo ospedale,  avendo  dotato  l'uno  e  l'al- 
tra; e  riconoscendosi  nella  famiglia  Mcii'o 
il  jus  di  eleggere  e  stabilire  il  priore  di  en- 
trambi. Dalla  dichiarazione  del  patiiar- 
ca  è  facile  il  dedurre,  che  la  fondazione  del- 
la chiesa  e  del  priorato  avvenuta  nel 
939,  per  opera  delle  due  famiglie  Giulia 
e  Moro,  avea  dato  bensì  ad  csnc  il  diritto 
giuspadronale;  ma  poi  estinta  probabil- 
Dìente  lai.*,  poiché  non  se  ne  trova  più. 
traccia, e  spenta  eziandio  la  comunità  de* 
frali  per  la  detta  peste,  n'era  stata  posta  in 
dubbio  e  contrastata  da'  vescovi  di  Ca- 
stello la  proprietà  nella  superstite  fami- 
glia Moro,  e  perciò  s'invocò  la  niediazione 
del  metropolita  di  Grado;  il  quale  sicco- 
me dotto  e  santo,  impetrò  e  ottenne  dalla 
s.  Sede  la  facoltà  d'operare,  coll'autorilà 
d'  apostolico  delegato.  Per  cui  questi,  in 
vista  delle  beneficenze  largite  di  recente 
da  Marino  Moro  e  da'  suoi  figli  a  questa 
chiesa  e  al  priorato,  lo  riconobbe  e  di- 
chiarò primo  fondatore  e  patrono;  qua- 
siché in  sul  cominciar  del  secolo  XIV, 
quando  appunto  Marino  viveva,  se  ne  a- 
vesse  a  ripetere  la  fondazione  e  l'origine; 
tante  e  sì  generose  n'erano  state  le  bene- 
fìceuze  e  le  largizioni;  e  fot s' anche  Mari- 


-8  V  E  re 

noisliltn  l'ospeilale, aldiiedi  Corner.Cer- 
to  è,  die  ila  quest'epoca  in  poi  la  fiimiglia 
Moro  ne  possiede  inconlraslabiltuente  il 
dirilto.  Quanto  a'  priori,  trovasi  nell'ar- 
chivio abbaziale  nei  isyS  un  frale  Alme- 
rico, qualificato  in  due  diversi  strumenti 
col  titolo  di  retlorcj  ed  egli  medesimo  in 
nitro  dociuìienìo  del  127C),  è  nominato 
goliardia  no.  Ed  in  altro  documento  del  ca- 
tastico  dell'  ospedale  della  Ca  di  Dio  ,  si 
trae  clie  nel  1282  frate  Almerico,  C«Jto^ 
tiomus Misericordiac ,  per  se  e  suoi  succes- 
sori, assicura  frale  Lorenzo  custode  della 
Ca  di  Dio,  del  saldo  fattogli  da  quest'ulti- 
mo d'ogni  e  qualùnquedebiloversodi  lui. 
Ed  eccomi  a  riprodurre  la  serie  de'priori 
dell'ai).  Cajìpelletli.  1 .  Fr.  Almerico,  qua- 
lificalo re^/o/T,  guardiano,  custode  del 
priorato  della  Misericordia  ,  è  creduto  il 
])riore.  ?..  Fr.  Jacopo  del  1297.  3.  i^r. 
Pietro  CÌK'ran  nel  1  3o8  concesse  licenza 
ad  alcuni  divoti  confratelli   secolari   di 
piantare  la  loroconiralernilasottogli  au- 
spicii  i\\s. Maria  della  IlJisericordia,  che 
poi  divenne  una  delle  6  scuole  grandi  di 
VeneziajC  ne  pai  lerò  poi.  4-  Fr.Gio^'anni 
Dona,  inconseguenza  di  delta  concessio- 
ne, di  consenso  de'suoi  due  frati,  a'confra- 
telli  stabilì  e  concesse  il  leirenosucni  alza- 
re la  loro  abitazione  0  ospizio  e  ilcimiterio, 
con  istrumento  de'  1 4  marzo  i  3  1  o  :  que- 
sto priore  morì  nel  I  348,coinesi  legge  nel- 
l'epigrafe sepolcrale  che  si  conserva  tra' 
recinti  della  residenza  abbaziale,  inforno 
alla  sua  efligie  scolpita,  ove  detto  Prior 
huiusìiospitalis  s.  Mariae  de  Misericor- 
dia. 5.  Albertino  d'  Argenta.  6.   Pier 
Bartolomeo  Dona,  di  cui  esistono  due  i- 
slrumenti  a  favore  de' confratelli  som- 
mentovati,  acciocché  potessero  dilatare  la 
loro  stazione.  Esiste  l'iscrizione  sepolcrale 
che  lo  dice  morto  nel  1  369,  e  ivi  si  legge: 
Prioris  hospitalis  s.  Mariae  de  Miseri- 
cordia de  l^enetiis.  j .  Luca  31oro  e\et- 
to  a' 1 5  luglio  di  detto  anno,  IO  giorni  pri- 
ma che  morisse  il  predecessore,  forse  per 
prevenire  qualche  atto  di  giurisdizione 
dei  vescovo  di  Castello,  ìd  outa  del  diiit- 


VEN 

lo  di  nomina  e  di  presentazione,  di  cui 
era  in  possesso  la  famiglia  Moro.  E  pare 
inoltre,  che  il  vescovo  non  osando  d'agire 
direttamente,  si  valesse  del  inetropolitano 
gradese  menzionato;  onde  il    Moro   fece 
l'accennala  protesta,  il  cui  autografo  è 
nell'archivio  della  famiglia  patrona,  men 
tre  la  sentenza   del  patriarca  conservasi 
nel  cataslico  abbaziale.  Di  quest'ultima 
n'erano  i  principali  articoli.  La  conferma 
alla  famiglia  di  Marin  Moro  e  de'suoi  di- 
scendenti del  dirilto  di  padronato,  non  so- 
lo per  l'antichissima  fondazione,  ma  e- 
ziandio  per  la  recente  dotazione  del  prio- 
rato e  dell'ospedale;  e  che  se  ne  abbiano 
a  ris[)eltare  perpetuamente  le  ragioni  pa- 
tronali; che  dalle  rendite  de'beni  si  man- 
tenessero 5o  poveri,  4  sacerdoti  e  3  chie- 
ricij  3  domestici  e  2  domestiche;  che  la 
cuia  dell'anime  appartenga  al  pievano  di 
s.  Marziale;  che  nessuno  possa  essere  pre- 
sentato a  priore,  se  non  avrà  compito  i 
25.°  anno;  che  per  i.°  2.°  e  3.°  termina 
perentorio  l'attuale  priore  Luca  Mora 
debba  entro  1'  anno  farsi  consagrare  sa 
cerdote,  sotto  pena  di   privazione  delli 
dignità  e  del  benefizio  priorale.  Pare ch'e 
gli  non  ubbidisse  all'intimazione,  ovvert 
ne  ottenesse  una  proroga,  perchè  dagl 
alti  consta,  che  i  patroni  l'elessero  a  prio 
re  a' 18  agosto  1378,  ed  in  seguito  se  n< 
trovano  memorie  sino  ali3q3.  8.  Jaco 
pò  Negro  cominciasi  a  trovare  neli4oi 
visse  lungamente  sino  al  i454-  Con  par 
ticolari  beneficenze  fu  favorito  da  Papa 
Nicolò  V,  che  in  tale  anno,  mentre  ersi 
in  Pioma  anibascialore  della  repubblica 
veneta    il  piocuratore  Cristoforo  Moro, 
poi  doge,  ch'era  il  patrono  del  priorato, 
per  le  sue  istanze,  col  breve  F!x  patemaè 
charitatis,  acconsentì  che  d'allora  in  poi 
il  priore  Jacopo  e  tutti  i  suoi  successori, , 
non  meno  lutti  i  preti  secolari  che  dal! 
piiore  prò  tempore  fossero  slati  eletti  ei 
approvati,  abbiano  la  facoltà  d'  ascoltari 
le  confessioni  e  di  assolvere,  e  d'ammini- 
strare tulli  gli  altri  sagramenli  indipen-' 
deuteiueute  dal  pievano  di  s.  Marziale  e^ 


YEN 

eia  chicclicisla,  a  qualnnrjue  ecclesìnslico 

0  secolare,  ilell'iino  e  ilell'  altro  sesso;  e 
che  quanti  colà  dimorano  siano  per  con- 
seguenza esenti  dalla  parrocchiale  e  da 
qualsiasi  altra  dipendenza.  In  sostanza, 
come  rimarca  Cornerai  priorato,  l'ospC' 
dole,  i  poveri,  i  ministri  de'medesimi,  Ni- 
colò V  dichiarò  esenti  da  qualunque  sog- 
gezione alla  chiesa  parrocchiale  di  s.  Mar- 
fiale.  Pei"  le  quali  pontificie  concessioni, 
cominciarono  sin  d'  allora  i  priori  ad  e- 
sercitaie,  e  tuttora  all'uopo  la  esercita- 
no ,  libera  e  indipendente  gi«u  isdizione 
parrocchiale  nella  loro  cliiesa  ?  sulle  per- 
sone dimoranti  nella  loro  residenza  ,  e 
addette  al  servizio  della  chiesa  edell'an* 
nesso  ospedale.  In  seguito,  per  quante 
controversie  siano  slate  promosse  o  dalla 
curia  patriarcale  o  do'pievani  di  s.  Mar- 
ziale, anche  ovanti  alle  magistrature  ci- 
vili, i  priori  di  s.  Maria  della  Misericor- 
dia vi  rimasero  sempre  vincitori.  Nota 
il  Corner,  comunque  sia  dei  titolo  della 
fondazione  in  discorso, nel  riconoscere  che 
dopo  la  sentenza  del  I).  Quirini  ,  la  fa- 
miglia Moro  continuò  sempre  [ìacifica- 
uiente  ad  esercitare  la  giurisdizione  di 
presentare  il  priore,  tutta  volta  fu  assi\n- 
lo  pure  da  altre  famiglie,  cou)e  il  Negri 
di  cui  parlo,  e  il  i^avina  di  cui  in  appres- 
so. Ma  oltre  questi  due  esempi ,  quanto 
alle  persone  nominateda'Moro, senza  che 
ne  portassero  il  cognome,  altri  la  presen- 
te .serie  ne  fornisce,  g.  Andrea  era  in- 
signito della  dignità  priorale  nel  1482  e 
nel  1496}  l'I  quale  trovasi  vacante  nel 
149H.  IO.  Gioi'anni  de  fico  nel  i  5o8 
concesse  in  livello  alla  confraternita  del- 
la Misericordia  una  casa  di  proprietà  del 
suo  priorato.  1  1.  JMnuro  de  Zuanne  fu 
«letto  nel  i537.i2.  Gio.  Matteo  de  Scur- 
ri.t,  canonico  della  patriarcale,  già  fiori- 
va nel  I  544>  e  morto  nel  gennaio  1 553, 
more  veneto,  cioè  un  anno  dopo  ossia  nel 

1  554  (l'era  veneziana  e  nazionale,  di  cui 
anche  nel  §  XIX,  n.  2,  é  per  conseguen- 
za l'anno  ad  uso  veneto,  nelle  carie  an- 
tiche 6Ì  uola  culla  frase  Ialina  more  \'e- 


V  E  N  "9 

netn,  ovvero  colle  i\i\ft  iuizi*ili  M.  V. ,  e 
cominciava  col  mese  di  marzo,  cioè  pri- 
ma a'  9,5  e  poi  per  maggior  conioil*»  al 
i.°di  esso:  laonde  secojido  il  moie  ro- 
mano, o  calcolo  comune,  i  mesi  di  gen- 
naio e  febbraio  appartenevano  sempre 
all'anno  precedente  a  quello  del  veico- 
lo), fu  deposto  nella  sua  chiesa  entro 
la  tou)ba  preparatasi,  <li  cui  si  conser- 
va la  pietra  coli' epigrafe  scolpita.  1 3. 
Francesco  Moro  prete,  eletto  a' 16  gen- 
naio 1554,  già  uno  de'4  cappelbni  del 
priorato,  ebbe  9  competitori.  \f\.  Liii<^i, 
agostini  non  per  anco  sacerdote,  nomi- 
nalo nel  1571,  mori  nel  gennaio  i59a, 
more  veneto,  cioè  1591,  e  giace  tuttora 
sepolto  nella  chiesa  abhaziale,  al  i.  en- 
tiarvi  per  la  porta  maggiore  a  sinistra, 
con  onorifico  epitadìo.  I  5.  Girolanìo  Sa- 
vina neh  591,  uomo  celebralo  per  pietà 
ed  erudizione,  massime  per  Id  sua  rinoma- 
la e  pregevole  Cronaca  Savina,  come  In 
qualifica  l'ab.  Cappelletti.  Per  le  rare  sue 
doti  carissimo  a  Papa  Cleuienle  Vili,  il 
quale  col  breve  Roniamis  Ponlifcx,  de' 
17  maggio  1600,  decorò  lui  e  lutili  prio- 
ri successori  di  prelatizie  insegne,  cioè  del- 
l'abito e  rocchetto  de'prolouotariaposlo- 
hci,  e  dell'uso  de'pontificali  come  gli  ab- 
bati regolari,  cioè  anello,  bacolo  pastora- 
le, mitra,  croce  pettorale  ec,  cioè  nelln 
propria  chiesa  celebrando  solennemente 
la  n)es^a  e  alili  divini  uffizi,  ed  in  es».T 
compartire  al  popolo  adunalo  la  solenne 
benedizione,  c/uando  aliqnis  Episcopus^ 
vel antistes,  autScdis  apostolicae  Lega- 
titi vel  Kuììlins  aut  aliiis praelaliix  su- 
perior  praexcns  non  fiierit.  Si  apprende 
ancora  dal  diploma  pontificio,  che  si  con- 
tinuavano a  celebrare  nella  chiesa  prio- 
rale le  divine  nniziature  per  mezzo  di  9 
mansionari, di  4  cappellani  e  di  Schierici; 
non  che  il  diritto  de'  priori  d'avere  ne'si- 
nodi,  si  provinciali  chediocesani,  il  2,"  po- 
sto dopo  il  patriarca,  ed  in  essi  (iure  il  Pa- 
pa gli  autorizzò  d'incedervi  vestiti  di  roc- 
chetto e  dell'abito  de'  protonotari  della 
s.  Sede.  D'allora  io  poi  comÌDciarono  i 


8o  V  E  ^' 

pilori  di  s.  Maria  della  Misericordia  nd 
osare  anche  il  titolo  di  abbati  mitrali,  e 
di  ornare  i  loro  sleiniiii  colla  mitra  e  il 
pastorale;  ed  in  vigore  del  breve  de- 
mentino fu  rizzato  il  trono  abbaziale.tlie 
conlinua  sempre  a  starvi  eretto,  in  sef^no 
della  loro  giurisdizione.  Ma  non  godè  il 
pio  e  dotto  abbate,  che  per  un  anno  e 
pochi  giorni  l'onore  concessogli.  A'9  giu- 
gno 160 1,  morì  d'anni  5o  di  veleno,  pro- 
pinalo all'altare  nel  sagio  calice,  da  uno 
scellerato  sacerdote  per  ingiustissima  cau» 
.sa;  egli  però  magnanimo  ,  nella  gravila 
del  male  e  fra  l'angustie  mortali,  non  so- 
lo perdonò  al  sacrilego  colpevole  1'  alro- 
ce  misfatto,  ma  fece  vive  premure  pei  che 
gli  fosse  condonala  la  colpa.  Piiposa  se- 
pollo  nella  chiesa  abbaziale  ,  presso  la 
porta  maggiore,  a  destra  di  chi  vi  entra, 
con  onorevole  iscrizione  che  ne  celebra 
le  virtù  e  deplora  il  tristo  caso.  Per  la 
slima  e  afiello,  che  aveano  per  lui  i  con- 
frali della  scuola  grande  della  Misericor- 
dia, gli  fecero  scolpire  anch'essi  un  elogio 
e  lo  collocarono  nella  medesima  scuola. 
Dopo  la  soppressione  della  scuola  e  la  di- 
spersione di  tulle  le  cose  ad  essa  apparte- 
nenti, l'odierno  priore  abbate,  tanloemi- 
iieutemenle  benemeiitodi  quest'abbazia, 
fece  trasportare  la  lapide  nella  sua  chie- 
sa e  la  collocò  nel  muro  sopra  la  porta 
che  conduce  alla  sagrestia,  da  dove  passò 
iillimauienle  nel  museo  abbaziale  inter- 
no presso  l'oiatorio  di  s.  Veneranda.  1 6.  A- 
gostino  JMoro  gli  successe  a' 6  luglio,  e 
non  essendo  chierico  ottenne  da  Clemen- 
te  Vili  di  potersi  far  consagrare  agli  or- 
dini minori  e  maggiori  da  qualunque  ve- 
scovo cattolico  in  3  successive  domeni- 
che. 1  7.  Gabriele  RJoro  eletto  nel  1 62  5, 
fu  coiisagrato  sacerdote  nel  seguente  an- 
iio.  I  8.  A  iiìcenzo  Moro  eletto  priore  ab- 
bate [»er  concorso  nel  1689.  19.  Giovan.' 
ni  lìJoro  lo  divenne  nel  i64i.  Accadde 
5  anni  dopo,  che  il  patriarca  iVlorosini  fe- 
ce porre  nella  tabella  dell'esposizione  del 
ss.  Sagra  mento,  per  le  chiese  di  sua  dio- 
cesi patriarcale,  anche  la  chie&a  abbazia* 


V  E  N 

le  di  *.  Alarla  della  Misericordia.  Perciò 
l'abbate  con  allo  notarile  del  i(}4^}  ti' 
chiaro  e  protestò:  Che  sebbene  ha  per- 
messo che  sia  falla  la  detta  esposizione,] 
ciò  fu  per  sua  divozione  e  de'cotnpalroni 
della  chiesa  ne' correnti  bisogni;  e  noa 
perchè  ordine  alcuno  di  mg.'  patriarca 
possa  astringerlo  a  ciò  fare  ,  essendo  il 
priorato  de'  Moro  libero  e  non  soggelto 
giammai  alla  giurisdizione  patriarcale; 
laonde  questa  novità  non  possa  punlo 
pregiudicare  alle  ragioni  del  giuspadro- 
nato,  né  al  priore  e  né  a'Moro.  20.  Pie- 
tro Lion  o  Leoni  del  1662,  ebbe  poi  va- 
rie gravi  e  lunghe  differenze  co*  patroni 
a  motivo  della  resa  de'conli  e  dell'osser* 
■vanza  degli  obblighi  inerenti  alla  sua  di- 
gnità; tanto  piij,  che  nel  1667  fatto  ve- 
scovo di  Ceiieda  voleva  continuare  nel 
possesso  dell'abbazia.  Indi  nel  i683  vi 
furono  litigi  anche  col  pievano  di  s.  Mar- 
tiale,  che  pretendeva  scemare  la  giuris- 
dizione abbaziale  nelle  cose  appartenen- 
ti alla  cura  dell'anime,  per  dilatarla  pro- 
pria; alle  quali  indebite  pretensioni  fu 
imposto  silenzio,  e  n'esistono  gli  atli  io 
archivio.  Essendo  stato  deciso  incompa- 
libilecol  vescovato  di  Ceneda,  questo  be«^ 
nenzioabbaziale,che  porta  con  se  l'obbli- 
go della  residenza,il  Leoni  nel  1 686  fuco- 
stretto,  ripugnanle,a  riuunziarlo.  0.  i.  Pie- 
tro Moro  chierico  gli  fu  sostituito  nel- 
l'agosto, il  quale  non  fu  così  presto  pro- 
mosso al  sacerdozio,  perchè  dopo  3  aiini 
gli  fu  imposto  d'ordinarsi  entro  un  anno, 
e  di  dover  poi  personalmente  nella  chie- 
sa abbaziale  ogni  anno  celebrare  pontifi- 
calmente almeno  i  giorni,  .yù'c  solennità 
tulle  principali.  22.  Per  discordia  tra 
gli  elettori  rimase  vacante  l'abbazia  dal- 
l'ultimo gennaio  1696,  in  cui  morì  l'ab- 
bate priore,  per  più  di  due  anni;  di  che 
i  provveditori  deputati  sopra  gli  ospeda- 
li e  luoghi  pii,  secondo  il  loro  debito,  por- 
tarono lagnanze  al  senato,  da  cui  fu  su- 
bito imposto  a'palroni  di  procedere  al- 
l'elezione dell'abbate.  Nondimeno  tergi 
versarono  alquanto,efina!uieutea'5  mar 


YEN 
zo  1700  elessero  Ah'ise  Moro,  il  <|ii<ile  con 
sua  lettera  de'9  aprile  seguente,  ne  lece 
rinunzia.  23.  Francesco  Molili  fu  eletto 
a'i4  maggio:  s'ignora  quanto  visse  (lo[)0 
il  1734-  24.  Domenico  Ti/oro  gli  succes- 
se nel  I  743,6  visse  sino  a' 1 5  ottobre!  806. 
A  suo  tempo  il  consiglio  de'  Dieci  a'  5 
maggio  1769  con  decreto  dichiarò  non 
couipiesa  l'abbazia  della  Misericordia  tra 
i  luoghi  pii,  che  un  decreto  dello  stesso 
consiglio  de'7  marzo  precedente  a  vea  sog- 
gettati alle  visite  e  alla  giurisdizione  |)a- 
Iriarcale.  Eravi  stala  compresa  per  isba- 
glio  anch'essa,  ma  appena  reclamarono 
l'abbate  e  i  patroni,  quell'augusla  magi- 
stialura  ne  fece  diligenleaiente  esumina- 
re  da'suoì  consultori /«////■<' l'inveterale 
preiogalive  di  tanti  secoli,  riconosciute  e 
convalidate  dalle  pontificie  concessioni. 
Quindi  dichiarò  anch'essa:  »  Che  non  es- 
sendo slata  niente  sua  nel  decreto  7  mar- 
zo di  render  soggette  a  tali  visite  in  ri- 
guardo de'sagramenti  e  sagramentali  co- 
se, se  non  le  scuole  grandi  non  fornite  di 
privilegi  e  speciosi  diritti  che  l'esentasse- 
ro, non  dovranno  perciò  la  chiesa  abba- 
zia le  della  Misericordia  e  ospedale  di  jus- 
padruuato  laico  della  famiglia  Moro  e  le 
cappelle  ed  aitali  acctssoni  di  essa  chie- 
sa intendersi  compresi  nel  predetto  de- 
creto 7  marzo  decorso,  sicché  continuino 
Meiranlichissimo immemorabilee mai  in- 
terrotto possesso  dell'esenzione,  per  ispe- 
cial  loio  e  sempre  illeso  diritto,  dalle  vi- 
site de'veneti  patriarchi".  Dopo  la  mor- 
te di  questo  pielalo  insorsero  gravissimi 
litigi  tia'palroni,  perchè  gli  eredi  del  de- 
funto, ch'erano  pur  essi  della  famigliaMo- 
ro,  pretendevano  diritti  di  proprietà  an- 
che sui  possedimenli  dell'abbazia.  La  co- 
sa fu  portala  a'iiibunali  civili,  ii.tiiuto  la 
sede  restò  vacante,  e  gli  aniministratori 
lasciai ono  andare  alla  peggio  i  lesti  del 
patri o)onioabbaziale;  inoltre  suscitarou- 
si  controversie  sul  diritto  altresì  d'elezio- 
ne, e  passarono. 5  anni.  25.  Girolamo  lì/o- 
ro canonico  di  Padova,  fu  alfine  eletlo 
priore  abbate  ueli8i4,  e  nioiì  a'i5  di- 
VOL.  xci. 


YEN  81 

cembre  1 827.  Sotto  di  lui  il  benefizio 
sempre  più  peggiorò.  Veniva  una  volta 
l'anno  a  Yeuezia,  a  pontificare  per  la  Na- 
tività di  Maria  Vergine,  a  cui  è  dedica- 
ta la  chiesa.  Tranne  tal  giorno  ,  dimorò 
sempie  in  Padova;  qui  nella  residenza 
abbuziale  abitava  il  rettore  ,  che  tenen- 
done poca  cura,  la  chiesa  divenne  quasi 
diroccata.  Vi  nasceva  l'erba  sul  pavi- 
mento e  sulle  muraglie;  i  topi  nell'orga- 
no vi  aveano  fatto  nidi  fecondi;  vi  pene- 
trava la  pioggia  dal  rovinalo  tetto  :  de- 
stava compassione.  Sarebbe  giunta  al  to- 
tale deperimento,  se  non  avesse  fatto  o- 
gni  sforzo  a  porvi  un  qualche  rimediOj 
per  salvar  la  chiesa  e  i  diritti  abbaziiili, 
il  benemerito  vicario  p.  Antonio  Ciscot- 
to,  il  quale,  e  vivente  il  priore  abbate,  e 
nel  breve  tempo  della  vacanza,  seppe  di- 
fendere questi  e  quella,  colla  penna,  cul- 
la lingua,  cogl'incontraslabili  monuiBeii- 
li,  diigl'insulti  della  longevità  egualmen- 
te che  dell'invidia.  Leggo  nel  Corner,  che 
la  facciata  di  marino,  che  ne  adorna  l'e- 
sterno, fu  eretta  d'ordine  di  Gaspare  Me 
ro  filosofo  insigne,  morto  nel  1671.  A 
tempo  di  quel  grande  scrittore,  nell'o- 
spedalecoiHiguo  alla  chiesa,  da  esso  rico- 
nosciuto per  parrocchia,  vivevano  raccol  • 
te  alcune  povere  femmine.  Trovo  nella 
Guida  del  Moschiià  del  i828:«  Badia 
della  Misericordia,  ove  tnllo  che  ne  fu  il 
bellissimo  Cima,  non  più  giova  recarsi". 
26.  Dopo  r  indicale  lunghe  e  perniciosB 
vertenze,  sorsero  al  fine  giorni  più  lieti 
per  questa  chiesa  e  per  la  priorale  abba- 
zia, allorché  la  saggezza  de'  patroni  fissò 
le  sue  mire  sul  pio  e  dotto  vicentino  Pie» 
tra  Pianton,  già  carinelilano  scalzo,  poi 
canonico  di  Torrello,  doltore  in  ambe  le 
leggi  ,  ed  imperiale  regio  censore  ,  ora 
quiescente,  benché  tuttora  ollivissimoe 
pieno  di  alacrità  e  di  spirito  nell'età  d'84 
anniconqjiuti  (n'é  splendida  prova  il  re- 
cenlis^imo  di  lui  libro:  Sulla  Dissolu' 
hilità  dal  Matrimonio  rato  e  non  con- 
sumato secondo  il  sagio  concilio  di 
TrentOj  scrittura  apologetica  in  for* 
6 


82  V  E  N 

ina  th'  gravanir  di  1)1^.'  Fr.  Pie  fra  dnlf. 
rìanloii  aì'hole  mitralo  di  s.  Maria  del- 
la Misericordia  PC,  Venezia  nella  lipo- 
giafìji  (li  G.  Gaspnri  i858.  Dicliiarò  l'il- 
luslie  autore,  che  il  risultuto  1' ariehbe 
lotto  impiegalo  iiellu  contiiiuazìnne  del 
ii.stauro  di  sua  diletta  chiesa  abbaziale. 
La   Civiltà  Cattoliea  de'  3  luglio  i858 
Dell' aDiiuiiziare  il  libro  a  p- 99,   ripeto 
l'aureo  motivo  onde  fu  mosso  mg/  Pian- 
tona pubblicare  per  le  stampe  questa  dot- 
ta sua  scrittura,  tanto  onorevole  per  lui 
e  edificante  per  lutti,  siccome  commen- 
devole eziandìo  per  sensi  di   pietà  pro- 
fonda. Consiste  il  motivo  encomiato,  nel- 
l'apertamenle  dicliiarare  l'ingenuità  del 
suo  pensare  cattolico,   la  sua  fermissima 
credenza   nelle  verità  eterne,    e  il  suo 
rispettoso  attaccamento  alia  Cattedra  ed 
al  successore  visibile  del   Principe  degli 
Apostoli.  Con  s)  esplicite  e  imperittue 
proteste  il  prelato   inlese  fare  una  ulte- 
riore solenne  professione  di   sua  costan- 
te divozione  alla  Sede  aposlolica  e  alla 
Chiesa  romana  ;  per  cos'i  autplissimamen- 
le  far  cessare  interaiuente    qualunque 
contraria  dubbiezza,  che  forse  malau- 
gurate circostanze  aveano  quasi  fatta  in- 
sorgere presso  alcuni  scrittori,  per  nitro 
senz'animo  di  volerla  offendere.  L'ope- 
rato del  prelato  aumentò  la  stima  e  la 
venerazione  presso  le  persone  dabbene,  e 
ne  avrà  merito  innanzi  a  Dio  premiato- 
re della  virtù).  "Vi  fu  eletto  1*8  aprile  183  8, 
ed  ebbe  solennemente  nella  sua  chiesa  a' 
6  luglio  per  pontificia  delegazione  la  be- 
nedizione abbaziale  dal  patriarca  di  Ve- 
nezia Jacopo  Bionico,  poi  cardinale,  cui 
egli  scelse  a  compierne  il  sagro  rito.»»  Sino 
dal  suo  primo  entrarvi  al  possesso  il  nuo- 
\o  abbate  misurò  coll'ampiezza   del  suo 
cuore  la  vastità  dell'impresa,  a  cui  do- 
vevasi accingere, per  es^ere  dell'abbazia 
e  della  chiesa  veramente  rigeneratore.  E 
\i  si  accinse  animoso,  e  vi  riuscì  con  tut- 
ta felicità  ,  da  desiare  la   meraviglia   di 
chiunque  in  sì  pochi  anni,  paragonando- 
ne collo  sialo  piecedenle  l'odieruo,  vide 


V  F.N 

rlfablincala  la  residenza  abl)a7iale  ,   re-- 
dento  in  parie  il  suo  patrimonio,  risorta 
dallo  squallore  e  dall'abbandono  la  chic- 
.sa,  decorala  di  marmorei  altari,  arriccili- 
ta  d'elegante  cappella  ad  onore  di  s.  Fi- 
lomena verginee  martire  impreziosita  d.i 
numerosi  dipinti  de'migliori  pennelli  e  da 
slimate  scidlure di  valentissimi  artisti,  ra- 
diuiale  di  qua  e  di  là  ,   tolte  dalla   noa 
curanza  e  dall'  abbandono,  e  disotterra- 
le persino  da'  ruderi  e  dalle  macerie.... 
Iddio  gli  conceda  di  vedere  compiute  le 
generose  sue  brame  nel  perfezionamen- 
to  del   tempio,  ncll'  intiera   redenzione 
o  sostituzione  dei   dilapidalo   patrimo- 
nio, nella  restaurazione  perenne  dell'ec- 
clesiasliche   ulfizialure  e  deli*  ospi/.io,  in 
contemplazione    dei    quale    i'  abbaziale 
medesima  fu  istituita,  e  fregiata  di  spe- 
ciosissimi privilegi  ".  Ulinarn  !  fiat,  fiat! 
A  questo  splendido  e  giusto  storico  elo- 
gio, che  grandemente  onora   l'illustre  e 
benemerentissimo  mg.'  Pianlon,  anche 
cappellano   conventuale   commendatore 
delS.M.  O.  Gerosolimitano  del  gran  prio- 
rato Lombardo- Veneto  in  Venezia,  non 
meno  che  lo  slesso  eh.  patrio  edotto  scrit- 
tore d.  Giuseppe  Cappelletti,  leslin)onio 
oculare  di  quanto  colla  sua  facondia  ha 
veridicamente  narrato, da  qtiesli  benigna» 
mente  mi  si  condoni  se  nel  fargli   rive- 
rente eco,  oso  qui  aggiungere  alquante  pa- 
role ,  che  io  avea   preparale   iimanzi   di 
ammirare  le  sue  descrizioni  (all'insaputa 
del  prelato);  e  ciò  per  imperitura  dimo- 
strazione ossequiosa  airaifettuosa  bene- 
volenza colla  quale  l'animo  generoso  del- 
l'encomiato prelato  uìilrato  mi  onora  dal 
i83i  ,  per  la   lunga  e  frequente  corri- 
spondenza epistolare,  passata  fra  noi,  e- 
ziandio  nel  pontificio  noma ,  come  con 
altri  molti  personaggi  veneti  praticai  per 
sì  venerata  parte.  Ed  ancora  per  «pielfa 
stima  ed   amore  eh*  ebbe  per  lui  Papa 
Gregorio  XVI,  da  cui    fu   ricolmalo  di 
particolari  e  pubblici  attestati  di  singoiar 
distinzione;  avendolo  dichiarato  prelato 
domestico,  protonolaiio  apostolico, able- 


1 


VEN 

rato  per  lii  pre«eiìln7Ìoiie  (ìf  Un  7? r).?(7rroro 
hnicdelln  (/  .)  alla  bnsilira  iMarcifin»,  ol- 
tre altri  ouorilìci  incariclii  ,  cooie  del  ri- 
tiro e  invio  in  Roma  dell' archivio  delhi 
^'ul)7ial^l^a,  che  ricordai  in  principio;  e 
per  non  dir  altro,  seriìpre  dal  Papa  il  pre- 
lato accollo,  molte  volte  in  Roma  e  nella 
pontificia    villeggiatnra    di   Castel   Gan- 
tlolfo,  colla  più  cordiale  timorevolezza.  iV- 
dnnqne  cooiincerò  col  dire,  che  a' 14  fet>- 
hraioi  833  si  compiaceva  notificarmi,  on- 
de parteciparlo  anche  al  Santo  Padre,a  ve- 
re ritornato  all'  antico  splendore  il  com- 
plesso de'  marmi  che  già  formavano   la 
maggi  ore  cappella  di  s.  Mattia  del  tempio 
de'  camaldolesi  di  Minano,  della  quale  e 
della  chiesa  trattonel  §  XVH,  n.  19, ed  es- 
sere tutto  pronto  per  l'erezione  loro  nella 
sua  abhaziale.Mancandogli  le  foi  ze  a  tanta 
impresa,  aver  ideato  d'adìdarsi  alla  divo- 
rione  de'  fedeli  verso  la  B.  Vergine,  per 
venire  assistito,  mediante  Eccitnioria  de' 
1 1  dello  stesso  f'd)braio,datala  dnH'abba- 
rialee  stampata  dalla  tipografia  Antoncl- 
li,rhe  mi  rimise  edicendomi  nellt  lettera: 
»Cheinesprimihilegioia  peime, se  giungo 
n  tanto  di  serbare  tanto  inonumenlOjd'iu- 
titolarlo  a  Maria  Vergine,  e  di  poter  ren- 
dere eterna  la  memoria,  che  sol  lo  l'om- 
bra di  s'i  da  me  veneralo  supremo   Ge- 
rarca rinacque  a  nuova  vita  la  tanto  ber- 
sagliata mia  chiesa  ?  Nostro  Signore  li- 
corderìi  l'aitare,  le  spalliere  ec.  ;  ma  mi 
è  dovere  far  che  sappia  delle  iscrizioni. 
Appiedi  gliele  trascrivo,  onde  non  abbia 
a  saperne  per  mezzo  altrui.  Ella  nii  met- 
ta supplichevole  a'di  Lui  ss.  piedi,  e  mi 
conforti  colla  nuova  ,  che  gli  sforzi  miei 
vengono  con  me  da  Esso  Lui  benedetti". 
Dicono  l'iscrizioni:  r.*  Gregorio  XVI- 
Pont.  Max.  -  Indulgente  -  A  diruta  s. 
Mattili  a  e  Ap.  -  Ecclesia  -  Oli  in  Mo- 
nadi. Canio Idul.  -  Mariani  -  Transln- 
tìim.  1*  Petrus  Ahhas  ■  Ejasdem  Pout.- 
Praelat.  Domest.  -  Suo  Ac  Da-otoruin 
Arre  -  Reficiendum  -  Cnravit  -  An.  Rep. 
Sai  -  nrncccxxxiir.  Il  Santo  Padre  mi 
ordinò  di  siguificare  al  prelato  lu  sua  pa- 


V  E  N  83 

terna  soddisfazione  per  tutto,  così  per  le 
iscrizioni;  e  di  mandargli  100  scudi  per 
oblazione,  onde  corrispondere  all'Eccita- 
toria.  Questa,  eloquente  e  commovente, 
principia  colle  verissime  parole.» In  una 
città,  che  in  ogni   suo  angolo  offre  par- 
lanti monumenti  della  più  viva  e  radica- 
ta divozione  alla  Madre  Divina:  in  una 
città,  in  cui  in  aigomenlo  così  meritorio 
e  glorioso   gareggiò  per  1 4  secoli  colla 
magnificenza  del  Principato  la  spontanea 
generosità  d'ogni  classe  di  cittadini,  non 
può  alla  mente  offerirsi  il  dubbio  atjche 
solo,  cbe  un'opera  indirilta  immediata- 
mente ad   onorale   la  Vergine  benedet- 
ta, e  da  compiersi  in  una  chiesa  intitolata 
ni  più  tenero  e  proprio  de'suoi  maternali 
attributi,  non  sia  per  essere  spontanea- 
mente secondata  e  favorita".  Quindi,  on- 
de venir  tutelalo  nel  lavoro,  che  volgeva 
in  animo  d'intraprendere  nella  sua  chie- 
sa abbaziale,descri  ve  le  notìzie  della  chie- 
sa, caduta  nell'oscurità  e  in  abban<lono, 
specialmente  dopo  le  fortunose   vicende 
de'  primi  anni  del  corrente  secolo.  Di- 
chiaia  il  sagro  e  pio  stal)ilimento  eretto 
nel  g3g  dalla   divozione  e  splendidezza 
della  veneta  patrizia  famiglia  Moro,  illu- 
stre già  per  chiaii  uomini  d'  armi   e  di 
toga.  Oltre  l'incomodità  dell'accesso,  con- 
seguenza del  ponte  rovinato  nel  1  7  ')2;lan' 
lo  e  pel  diroccato  clauslro,  e  per  le  scre- 
polate pietre  sovrapposte  a'molti  sepolcri 
a  pianterreno,  e  per  gli  sparsi  rimasugli 
dello  smantellato  abbaziale  palazzo,  e  per 
la  disacconcia  destinazione,  ch'era  visi  fat- 
ta della  maggior  porzione  dell'area  inter- 
na; tanto  deserto  e  invilito  mostravasi  il 
locale,  pacifico  albergo  un  tempo  di  ve- 
nerandi uomini  all'orazione  e  all'opere 
della  carità  soccorrevole  consagrati,  che 
meno  dispiacevoli  al  guardo  compariva- 
no parecchi  non   cittadini  tugurii   della 
S(|uallida   povertà.  Per  un  luogo  sì  tri- 
sto, e  così  malmenato  dal  volger  de' se- 
coli, dalla  non  curanza  de'  suoi  custodi, 
e  più  volle  dall'  insaziabile  avidità  de' 
suoi  mandatari,  non  giunse  ad  iscorag- 


84  V  li:  N 

giallo ,  ben  consapevole  per  esperienza 
(juitnlo  in  Venezia  suol  oltenere  un  buon 
volere  operoso  perogi^elli  al  clivinu  culto 
spettanti  Entralo  il  prelato  nel  ricordato 
luglio  1828  nello  spirituale  e  reale  posses- 
so del  benefizio,  si  senl'i  rinvigorire  dalla 
copia  slessa  de'gravi  ostacoli;  e  dopo  d'a- 
ver agevolala  la  ricorrenza  de'fedeli  col- 
J'erezione  d'un  ponte;  dopo  d'  aver  sni- 
dalo alcune  profcinilà  con  radicali  Ira- 
sforniamenti  degl'inferni  cortili,  dedicò 
ogni  suo  studio  ni  rniglioramenlo  della 
casa  del  Signore.  Conseguenze  ne  furo- 
no, per  l'abbellimento  delle  sagre  pare- 
ti, i  riportati  propizi  giudizi  pel  ricupero 
del  loro  piùcelebree  prezioso  fregio,  il  di- 
pinto del  Cima  di  Conegliano,  espri- 
mente l'Angelo  Raffaele  e  Tobia,  incon- 
sultauienle  fin  dal  1817  alienato;  ed  il 
migliorato  aspetto  delle  miuaglie,  edegli 
altari  o  di  nuovi  odi  restainali  dipinti, 
e  di  non  volgali  arredi  adornati  ;  e  la  can- 
toria e  l'organo,  all'antica  già  rovinosa 
ed  al  di«.8rinonico  e  misero  sostituiti,  ed 
a  presidio  degli  oranti  fedeli  sulla  porta 
maggiore  innalzati;  e  l'accreditato  bas- 
sorilievo delsecoloXlV,  di  Maestro  Bar- 
toIomeoBuono,  rappresentante  laMadon- 
uà  che  accoglie  i  divoti  (il  Moschini  dice 
che  sta  va  sopra  la  porla  della  scuola  della 
Misericordia,  con  bell'aria,  belle  niani  e 
giudizioso  panneggiamento),  e  le  due  sta- 
tue colossali  del  Vittoria,  s.  Paolo  e  s. 
Andrea  Apostoli, ed  un  antico  medaglio- 
neesprimente  l'Eterno  Padre  (altri  orna- 
menti in  addietro  della  prossima  scuola 
grande  della  Misericordia)  dalla  genero- 
sità dell'i,  r.  militare  comando  ottenuti  ; 
e  l'altare  maestoso  e  vago  per  copia  di  fini 
marmi,  che  impreziosì  un  tempo  la  chie- 
sa cauìaldolese  di  s.  Matliadi  Murano,del 
quale  all'ombra  tlella  clemenza  di  Grego- 
rio XVI,  si  fece  dono  al  tempio  abbaziale 
4/  dal  religioso  possessore,l'ora  defunto  scul- 
tore Antonio  Bosa  ;  e  ila  ultimo  ildispen- 
«lioso  ueqtiiilo  delle  nìarmoree  spalliere, 
«edili  e  pavimento,  ciie  l'accennala  cap- 
pella adornavano,  pel  rcslauru  de'  quali 


V  EN 

marmi  e  del  menzionato  altare  occorsero 
oltre  ct5oo  fiorini  ;  essendo  ardente  pro- 
posito del  prelato,  che  nella  sua  abbaziale 
altresì  comparisse  il  tutto  ritornato,  onde 
il  vetusto  greco  dipinto  rappresentante 
l'immagine  della  divina  Madre  delle  Mi- 
sericordie, che  ivi  si  onoia  su  d'una  roz- 
za e  umile  ara,  dalla  maggiore  maesto- 
samente adorna  si  mostri.  Quella  fu  de- 
corata dalle  marmoree  spalliere  forman- 
ti il  coro,  chiuso  da  dette  statue.;  l'altare 
fu  pure  nobilitato  da  un  prezioso  ciborio, 
trailo  da  un  magazzino  ove  neglellogia- 
ceva,eda'cui  fianchi  si  collocarono  le  ri- 
ferile  iscrizioni  a  perenne  monnmeulo 
della  benignità  di  GregorioXVI,che  l'im- 
presa favoriva,  e  del  luogo  primiero  da 
cui  fu  il  lutto  trasferito,  luogo  onorato 
un  tempo  e  carissimo  ni  medesimo  Poii- 
lefice,  quando  cioè  era  esemplare  mona- 
co e  abbate  camaldolese  in  s.  Michele  di 
Murano,  come  divotauiente  e  non  sen- 
za couìraozione  narrerò  nel  §  XVII  , 
n.  18.  Indi  fu  publ)licalo  in  italiano  e 
colla  traduzione  in  francese  a  fronte  : 
Sopra  un  dipìnto  di  Jacopo  Palma  Ju- 
more  posseduto  dall'IUm°  e  Rev."  3Ig.' 
Pietro  d.'  Pianton,  abbate  mitiyfto  di  s. 
Maria  della  Misericordia, protonotario 
apostolico , prelato  domestico  della  San- 
tità di  N.  S.  Papa  Gregorio  Xf  f,  i.  r. 
censore  ec.  Parole  di  G.  Passtri-Braga- 
f/m,  Venezia  co'lipidi  Giuseppe  Anionelli 
premialo  di  medaglie  d'oro  184  3.  Si  de- 
scrive artisticatìiente  e  con  eleganza  il  qua- 
dro, fallo  litografare  dal  pi  elato,  dotto  e 
gentile  amatore  delle  buone  arti,  e  rap- 
presentante un  soggetto  del  nuovo  Te- 
stamento, e  precisamente  tolto  dal  Van- 
gelo di  s,  Giovanni,  lo  stupendo  nuraeo- 
lo  della  Piisurrezione  di  Lazzaro  operata 
da  Gesù.  Dimostrati  i  sommi  pregi  di 
tal  capolavoro  del  robusto  e  facile  pen- 
nello del  giovine  Palma,  da  questi  nella 
sua  fiorente  età  eseguito  pe'nobili  G ri- 
mani di  s.  Luca  a  decorazione  dell'ampia 
sala  del  loro  palazzo,  in  unione  alla  tela 
iu  cui  J.  Tintoretlu  ellìgiò  la  Maddalena, 


V  EN 

(Inll'ingiiiiie  de!  tempo  del  lulfo  deperi- 
ta. Quindi  si  narra,  come  possalo  quel 
iiiagiiifico  palazzo^  openi  sUipeiida  del 
Saiimicheli,  in  proprietà  del  governo,  fu 
la  gran  tela  del  Palma,  iuàienie  all'altra 
di Tinlorello, trasferita  nell'altro de'Gri- 
inani  in  contrada  di  s.  Toma,  ed  ivi  di- 
menticate per  molli  anni  «iacquero  sen- 
z'aria il)  una  stanza  inabitata.  Vi  si  recò 
accidentalmente  mg/  Fianton  nel  1 836, 
ottenne  le  due  tele  in  dono  da'  nobili  fra- 
lelli  Gì  rolamOjLnigi,  Pietro  eUoberloGri- 
mani,  a  giovatnenlo  di  sua  fiorente  abba- 
zia, la  quale  presso  die  ignota  neli8a8 
e  prossin)a  al  rovinamento,ora  per  ope- 
ra del  prelato  è  resa  meritevole  dello 
sguardo  dell'intelligente  forestiere  per  la 
di  lui  raccolta  di  quadri  e  sculture  di 
ciliari  autori.  Ridonato  l'eccejlenle  dipin- 
to al  primitivo  e  seducente  suo  splendo- 
re, venne  ammirato  per  uno  de'più  cele- 
bri dipinti  della  scuola  veneziana,  e  for- 
se il  più  distinto  e  nitido  fra' più  belli 
dell'autore;  quindi  posto  io  veniiita  pel 
compimento  della  dillìcile  im[)resa  del 
finale  i  istauro  dell'abbazia,  per  suo  esclu- 
sivo benefìcio  o  abbellimento,  a  tal  line 
regalato  da'precedenti  generosi  proprie- 
tari. Indi  il  Passeri-Bragadin  ragiona 
dell'operato  nella  medesima  da  monsi- 
gnor Pianlon,  con  buon  gusto  e  disinte- 
resse, e  lo  qualifica  quasi  fondatore  della 
cliiesadi<.  Maria  della  Misericordia,  pa- 
dronato della  nobile  famiglia  veneta  Mo- 
ru-Lin.  Pertanto  riporta  il  riferiLo  dal 
eh.  Antonio  Quadri,  nella  sua  pregevo- 
lissijna  Guida  di  r'cnezia,  ristampala 
nei  I  84^  co'iipi  di  s.  Lazzaro.  Dice  la  fac- 
ciala tiell'abbazia  essere  fittm-a  dell'arclii- 
letto  Clemente  Moli  bolognese,  clic  (io- 
riva  nel  1659,  e  come  per  entro  ritrovin- 
si  vari  preziosi  dipinti  del  Bonificio,  di 
Damiano  Mazza, di  Cima  daConegliano, 
del  Padoanino,del  Palma.del  Tiiilorelto, 
del  Maganza,  delTrevisan,  del  ilibera, 
ei:.e  vane  sculture  di  Maestro  Buono,  del 
Denlone,  del  Vittoria,  delCauipagna,ec., 
chiudendo  ladescnzioue  con  rilevare,esse- 


V  E  .V  HT 

re  la  chiesa  ora  considerabilmente  restau- 
rata per  le  pie  cure  indefesse  del  prelato. 
Aggiunge  che  il  eh. prof.  Ermolao  Paolelli 
Del  suo  fruttifero  Fiore  di  Venezia,  ùo- 
po  descritto  la  chiesa,  le  pitture,  ec.,dopo 
aver  esposte  le  (alichedell'abbate  odier- 
no, esclama.  «  Ora  se  si  giunga  di  ve- 
dere a*  nostri  giorni  tanta  impresa  con- 
dotta al  termine,  chi  non  applaudirà  che 
dallo  stato  veramente  misero  e  quasi  ca- 
dente, in  cui  la  trovava  nel  1828,8  tale 
abbia  rialzata  l'abbaziale,  e  per  regolari- 
tà e  dovizia  di  preziosi  oggetti  d'arte  l'ab- 
bia resa  non  inferiore  a  molli  ammirati 
templi  della  nostra  Venezia!  Piaccia  al 
cielo  ch'egli  non  chiuda  gli  occhi  se  non 
se  dopo  aver  veduti  accoQlentatì  i  suoi 
plausibili  voti!  Se  non  che  dallo  sbozzo 
di  quanto  ha  egli  in  cuore  di  compiere, 
e  da  quanto  a  quest'  ora  ha  già  raccolto 
per  riuscirvi,  ec."  Termina  1'  encomia- 
to Passeri-Bragadin  con  riprodurre  qua- 
si tutta  la  discorsa  eccitatoria  del  prela- 
to; e  finisce  con  rimarcarne  le  beneme- 
renze per  offrire  a'forastieri  un  tempio, 
che  oltre  l'ispirare  divozione  e  santità, 
l'tìcchio  diletta  e  ravviva  ;  e  con  invocare 
da  Dio,  ch'egli  possa  esclamare  con  gio- 
ia :  Fio  finito.  E  così  i  veneziani   bene- 
diranno vieppiù  il  nome  suo,  ed  i  poste- 
ri l'uniranno  a'  molti  innumerevoli  che 
seppero  ben   meritare   della  religione  e 
della   patria.   Nello  stesso  anno  i843  e 
co'  medesimi  tipi  dell'  Antonelli  fu  an- 
cora impresso  :  Sulla  Tavola  di  Giani- 
battista  Cima  da  Conegliano  esprinicn' 
te    Tobia  guidato  dall'  Angelo,  con  li 
ss.  Jacopo  e  Nicolao,    nell'  ahhaziale 
di  s.  Diaria  della  Misericordia  in  Ve- 
nezia, illustrazione  di  Francesco  Za- 
notto.  Preceile  una  narrativa  dello  stes- 
so monsignor  Pianton,  dalla  quale  si  ap- 
prende. Che  nel  febbraio  1827  a  presi- 
diare un  fianco  cadente  della  chiesa  ab- 
baziale  giudicò  opportuno  il  suo  prede- 
cessore d'alienare  per  120  zecchini  il  det- 
tooapolavorodelCima,  esprimente  l'An- 
gelo ilaffaele  e  Tobia  fru'ilue  ss.  Jagopo 


86  VEN 

apostolo  e  Nicolò  vescovo.  Mentre  l'acqui- 
lente  avea  dato  il  quadro  in  cauzione  pei' 
lire  4833,  e  non  lesliluendo  la  so  ni  ni  a  , 
stava  per  vendersi  al  declinar  del  1818  , 
allora  il  prelato  intraprese  animoso   di 
rivendicarlo,  per  restituirlo  alla  sua  chie- 
sa, dov'era  sialo  ammiralo    per  oltre  a 
3  secoli.  Con  ardore  e  fermez/.a  nulla  ri- 
sparmiò, per  ottenere  il  lodevole  intento, 
anche  colla  penna  contro  il  valore  d'ac- 
creditati forensi;  ed  ottenne  dopo  un  de- 
cennio dì  calde  dimicazioni,  coronale  da 
1 1  favorevoli  gindizii,  di  poter  restituire 
nell'aprile  i83g  tanto  gioiello  a  quelle 
mura,  che  disperalo  avevano  di  riveder- 
sene impreziosite.  Indi  di  lanla  opera  fe- 
ce eseguire  un  litograHco  disegno,  poiché 
il  quadro  non  era  mai  stalo  pubblicalo 
collestampe,  onde  ristorarsi  in  parte  dal- 
le spese  del  fo)o  e  dalla  restituzione  del 
prezzo  della  vendila,  non  che  dal  nella- 
inento  del  dipinto,  il  tulio  aninionlalo  a 
oltre  i4oo  fiorini  fini, e  senz'essere  soc- 
corso da  chi  pur  lo  doveva  !  Il  generoso 
e  benefico  Giuseppe  Antonelli  assunse  le 
spese  della  litografìa,  offrendo  il  ricava- 
lo dallo  smercio  a  vantaggio  dell'abbazia- 
le, bisognosa  di  robuste  provvidenze,  per 
ripararla  dal  sofferto  ne'904  anni  di  sua 
esistenza.  A  questa  ventura  l'altra  segiù 
della  volonterosa  ed  ailislica  illustrazio- 
ne del  dipinto,  del  valente  e  eh,  Zauot- 
lo.Coronò  l'opera  la  preziosa  condiscen- 
denza dell'arciduca  Federico  d'Austria, 
onde  la  litografia  fosse  a  lui  intitolata. Con 
tanti  conforti,  sperare  il  prelato,  fra  non 
mollo  dare  a' veneziani  e  a'foraslieri,  nella 
quasi  dimenticala  e  cadente  abbaziale,per 
simmetria  di  riduzione,  e  per  numero  di 
raccolte  pregevoli  opere   di  pennello   e 
scalpello,  un  monumento  non  disaggra- 
devole al  guardo  degli  amatori  e  cultori 
dell'arti  belle.  Segue  l'illustrazione  della 
tavola  del  Cima,  il  quale  giunse  a  dipin- 
gcMC  quanto  il  suo  maestro  Gio.  Delfini, 
imitando  lulle  le  bellezze  di  sua  i."  ma- 
niera ;  non  senza  avere  certi   modi  suoi 
propri,  complesso  di  pregi  che  fece  chia- 


VEN 

marlodal  prof.  Teodoro Matleini,  ìll\rif- 
fae Ilo  della  veneziana  pittura.  W  eh.  Za- 
nolto  da  par  suo  tutti  quanti  rilevò  i  me- 
riti singolari  dell'eccellente  dipinto,  per- 
ciò con  incremento  di  valore  e  d'ammira- 
zione dichiarandolo  la  gemma  più  splen- 
dida dell'abbaziale  »  già  ricca  per  mol- 
le opere  d'arte  d'ogni  maniera,  procurate 
dall'ottimo  e  magnanimo  prelato,  il  quale 
cerio  vivrà  nella  memoria  degli  uomini 
pe'grandi  sagrifizii  da  lui  compiuti  a  de- 
coro della  sua  sposa,  la  chiesa  abbaziale 
di  s.  Maria  della  Misericordia."  11  nobile 
(iianiacopo  Fontana  anch'egli  con  erudi- 
to articolo  volle  celebrare  la  cospicua  ab- 
baziale, quale  unica  aperta  in  Venezia,u|T 
le  rovine  de'secoli  e  delle  rivoluzioni  su- 
perstite, avente  ancora  i  vecchi  muri  che 
da  3  palli  la  chiudono;  la  cui  facciata  ru- 
stica antica,  fu  rifalla  nel  delloiGSgjCol 
sepolcro  del   senatore   Gasparo  e  il  suo 
ritratto  in   marmo.  Le  grandi  beneme- 
renzfe  di  mg.'^Pianlou  con  giusto  e  magni- 
fico encomio,    tutte  enumerandole  con 
affetto;  e  siccome  in  buona  parte  già  con 
altri  feci  il  simile  anch'io,  dal  bell'artico- 
lo pubblicato  nel  Faglio  di  l-^enczia  e 
stampalo  a  parte,  ricaverò  il  non  rimar- 
calo e  riferito,  oltreché  in  esso  trovasi  rie- 
pilogalo il  detto  dagli  altri. L'altare  mar- 
moreo di  s.  Mallia,ed  i  simili  sedili  e  spal- 
liere,costaronoa'camaldolesi  12,000  du- 
cali. Nella  chiesa  abbaziale  vi  furono  inol- 
tre trasportali;  da  quella  di  s.  Maria  Mag- 
giore, il  monumento  di  Luigi  Maiipiero; 
da  quella  delle  Convertite  due  altari  ;  da 
quella  di  s.  Agostino,  i3  croci  di  marmo. 
Che  il   redento  quadro  del  Cima  stava 
per  ri  vendersi  800  zecchini.  Che  il  dipio- 
to del  Palma,  ossia  Lazzaro  risorto,  per 
le  sue  grandissime  dimensioni,  da  non 
capire  nell' abbaziale,  fu  collocalo  nella 
gran  sala  del  palazzo  Pesaro  a  s.  Eusta- 
chio. Lodò  i  disegnatori  Vason  e  Masiitli, 
e  gli  esecutori  delle  due  litografie  Fon- 
tana e  Azzola,  per  essere  equivalenti  a 
incisioni  perfette,  il  ritratto  delle  quali  e 
delle  luro  illusUazioui  veuue  impiegala 


VEN 

alla  prosecuzione  ile'reslauri  e  perfezio- 
riaincntu  del  tempio,  in  benencio  del 
<|iiale  intese  il  prelato  (riitnuiitoitire  gli 
iiinatoi  i  del  bello  all'acrpiislo  del  Palmo; 
e  così  render  feconda  a  vantaggio  dei 
cnllo  l'auiniirazione  del  genio  dell'arti, 
nell'unica  interessante  abbadia  di  Veae- 
ziii,  pel  cui  maggior  lustro  e  chiese  e  cor- 
porazioni si  resero  tributarie.  Finirò  col 
«lire,  che  l'aureo  prelato,  con  graziosa  let- 
tera de'3o  luglio  1845,  '"i  mandò  due 
esemplari  s'ideile  litografie  e  sì  dell'illu- 
slraxioni  in  dono,  ed  altrettanti  pel  San- 
to P.'idie,  e  pe'due  segretari  distatogli 
Emi.  Cardinali  Lambruschini  e  Matlei, 
coil'onorevole  incarico  di  rassegnarli  a  si 
ulti  indirizzi.Di  più  miscrissecwNe'iy  an- 
ni dacché  mi  fìt  afiìdata  l'abbazia  vi  spe- 
kì  oltre  80  mila  lire  austriache;  ma  a  com- 
piere i  ristauri  e  gli  ornamenti  mi  man- 
Cimo  le  forze.  Se  il  Signore  feliciterà  la  mia 
impresa,  nella  vendita  del  Lazzaro,  delle 
litografie  e  loro  illustrazioni,  vedrò  pri- 
ma di  morire  condotta  a  termine  im'o- 
pera.che  inesprimibilmente  mi  costa  pen- 
sieri, industrie,  sagrifizii  e  coraggio  ". 
Aini-n.  Un  veneziano  conoscitore  assi- 
ciu'a,  che  nel  1 854.  montato  era  il  dispen- 
dio oltre  austriache  lire  i3o  mila.  La 
chiesa  fu  consagrata  a'  2  luglio  i58G 
dal  vescovo  di  Caorle  Uegazzino,  ed  an- 
che lo  Stalo  personale  dice,  dovere  il 
suo  risorgimento  dallo  squallore,  in  cui 
era  caduta,  all'attuale  priore  abbate  mi- 
tralo. Vi  è  pure  il  vicario  abbaziale,  l'as- 
6Ìstenle,iI  rettoree  mansionario. — Quan- 
to alla  scuola  grande  della  Misericordia, 
secondo  il  Sansovitio  fu  istituita  da  que' 
mercanti  che  trasferirono  la  loro  confra- 
ternita di  s. Maria  della  Misericordia  dalla 
chiesa  di  s.Crisloforo OS. Maria  dell'Orlo, 
di  cui  nel  §  X,  n.  38  {0  meglio  da  s.  Ma- 
ria Gloriosa  de'Frari,  dì  cui  discorro  in 
lai  §,n.  21).  Ma  il  Corner  alFerma  che  di 
CIÒ  non  esiste  memoria  nella  scuola  della 
IMisericordia,  i  registri  della  quale  anzi 
manifestano,  come  di  nuovo  piantata  la 
confrateruiladis.  Maria  t/o'  f\il  Fcrdc 


V  E  «  87 

Madre  (li  Misericordia  nel  1 3o8,  di  con- 
senso tli  Pietro  Civran  prioie  del  luogo, 
col  permesso  del  doge  PietroGradeuigoe 
suoi  consiglieri,  si  diffuse  tosto  con  ripu- 
tazione di  particolare  pietà  il  nome  di 
questa  esemplar  (uiione.  A  maggiormente 
promuoverne  1'  incremento,  Egidio  pa- 
triarca di  Grado,  iVicola  patriarca  di  Co- 
stantinopoli, e  molti  altri  vescovi,  con- 
cessero spirituali  indulgenze  a  chiunque 
si  ascrivesse  all'istituita  compagnia,  o  in 
altra  maniera  ne  favorisse  Taumenlo,  ed 
i  suoi  pii  esercizii,  per  l'adempimento  de' 
quali  d  priore  (ìiuvanni  Donato  nel  1 3  1  o 
assegnò  a'confratelli  uno  spazio  di  terre- 
no, per  la  fabbrica  dell'ospizio  e  per  la 
formazione  del  cimiterio  de'confrali.  Pel 
quotidiano  progreilimenlo  del  sodalizio  e 
numerose  aggregazioni,  fu  uecessariodo- 
po  pochi  annidi  dilatare  l'innalzato  ospi- 
zio, al  quale  oggetto  lo  stes?o  priore  Do- 
nato nel  I  327  assegnò  una  casa  del  prio- 
rato, col  l'assenso  di  3  frati  del  suo  mo- 
nastero e  professanti  la  regola  di  s.  Ago- 
slino.  Terminata  nel  i34i  I-'»  nuova  fab- 
brica, riuscì  tuttavia  angusta  per  l'accre- 
sciuto numero  de' confratelli  ;  laonde  nel 
I  36  t  s'intraprese  l'erezione  d'un  3. "ospi- 
zio piùspaziosOjCon  facollùdel  priore  Bar- 
tolomeo Donato,  confermata  dal  vicario 
del  vescovo diC'istello.intantoilconfratel- 
loFrancesco  di  Firenze,  esibì  alcune  case 
contigue  all'ospizio,  sì  pel  suo  ulteriore 
iograndimenloe  sa  perl'erezione  d'un  o- 
spedale  pe'poveri  necessitosi  della  scuo- 
la. Il  guardiano  e  gli  altri  superiori  della 
confraternita  pertanto,co'debili  permessi 
nel  I  386eressero  una  casa  di  carità  a  rico- 
vero de' uiiserabili  confratelli,  ridotti  dal- 
la vecchiezza  a  povera  coudizione.  Indi  i 
piiconfrali  rivolsero  l'animo  loroad  altra 
opera  religiosa.  Imperocché  essendo  sta- 
ta anlicaiueute  accanto  al  priorato  co- 
struita una  piccola  cappella  ad  onore  di 
s.  Cristijia  vergine  e  martire,  stabiliro- 
no, coH'assenso  del  priore  Giacomo  Ne- 
gri e  della  famiglia  Moro,  di  trasportar- 
uc  il  cullo  nella  chieiu,  fabbricando  alla 


88  V  E  N  V  E  N 
santa  più  decente  cnppciln.  Ciò  eseguito,  rinnovata  da!  santo  pittore  e  monaco 
alaciemenle  i  confi  ali  si  aclo[)raroiio  per  Lazzaro,  perciò  e  per  altri  simili  lavori 
ottenere  il  corpo  della  santa,  che  vene-  tant<i  tormentato  tlagl'iconoclusti.  La  ss. 
ravasi  nella  ciiiesa  di  s.  Antonio  eli  Tor-  Immagine  portataa  Corone,  e  presa  que- 
cello,  ma  nel  i44^  il  consìglio  de' Dieci  sta  da'tnrchi,  (ii  data  agli  schiavi  cristiani 
Joproibì.Dopociò,  la  confraternita  quan-  ed  operò  molti  n)iracoli.  I  veneziani  a - 
lun(|ue  istituita  sottogliauspicii  della  Ma-  vendo  noi  i665  ripresa  Corone,  Do  meni- 
drediDiOjnon  avea  ancora  stabilito  quale  co  Luigi  l'ornò  riccamente  e  poi  donò 
de'.«<noi  misteri  celebrare ;a'4 agosto  1493  olla  scuola  di  s.  Maria  di  Misericordia, 
dichiarò  l'Immacolata  Concezione  sua  Questa,  come  le  altre  confraternite  e  pie 
prolellrice  e  patrona,  ed  ottenuta  con-  corporazioni,  fu  soppressa  con  decreto 
ferma  da  detto  consiglio  a'20  settembie,  de'23  aprile  18  io.  Dice  l'encomiato  Fon- 
cominciò  nell'istesso  anno  a  celebrarne  tana:  Sansovino  ilisegnò  il  sontuoso  lor- 
con  grandiosa  pompa  la  solennità.  Tanta  reggianle  edifizio  della  scuola  della  Mi- 
pietà  allettandoi  fedeli  ad  ascriversi  alla  sericordia,di  marmi  adorno  edi  statue,  e 
divola  lujione,  fece  crescerne  di  tanto  il  tutto  il  pianosuperiore  dipinto  dalTinlo- 
loro  nunoero,  che  1'  ospizio  fu  incapa-  retto,  a  coujpiersi  il  quale  fu  necessaria 
ce  accoglierli  nelle  divole  finizioni;  per  un'intera  età. 

cui  i  rettori,  con  facoltà  data  neli4c)8  2.  Altre  due  chiese  non  dipendenti 
dal  consiglio  de'Dieci,  nel  sito  ove  sor-  dalla  giurisdizione  patriarcale  sono  in 
geva  l'ospedale, avendo  disposto  altre ca-  Venezia  :  quella  di  .?,  Diagio  di  Castello, 
se  per  ricovero  de'confrati  poveri,  cliia*  appropriatasi  ad  us,o  di  parrocchia  dalla 
mi\\\(\o\e  Cor  le  della  Misericordia, ti  t%'  marina  militare  da  guerra,  della  quale 
sero  nn  magnilìco  ospizio  o  scuola,  con  come  stata  anche  priu)a  parrocchia  già 
disegno  del  celebre  J.  Sansovino.  Occor-  parlai  nel  n.  2  del  §  Vili,  e  la  seguente. 
sero  3o  anni  alla  fabbrica  del  sontuoso  3.  Chiesa  di  s.Giovaìini  Ballista,  ì\q 
edilizio,  in  cui  con  festevole  apparatosi  cavalieri  del  sagro  militare  ordineGfroso- 
celebrò  la  1.'  messa  1*8  dicembre  i532,  ////»7cz«o  f*/^.^, poi  dalle  residenze denomi- 
coll' intervento  del  doge  e  del  senato,  nati  piu'e  di /ior//(  A.)  e  quindi  di  Mfl//<t 
Quantunque  l'ospizio  fosse  con  tanta  no-  (/'.),  chiesa  detta  comunecnente /r/  Coni' 
biltà  costruito,  mancava  conveniente  al-  w?( 'uZrt. La  chiesa  di  s.Gio. Battista  coUea- 
lare  per  collocarvi  le  copiose  ss.  Reli-  diacenli  sue  fabbriche  già  della  comraen- 
quiedel  sodalizio;erettol'altare,nel  1  SSg  daGerosolimilana,ed  ora  del  gran  priora- 
conprocessione  solenne  dall'antico  luogo  to  del  regno  Lombardo-Veneto,  volgar- 
dell'adunanzeivi  le  portarono.  Erano  es-  mente  .y.  Gfo.  Dalli  sia  del  Tempio  o  s. 
se:  Una  ss.  Spina,  celebre  per  molli  mira-  Zuanc  de' Furiarli,  \.vova%\  dentro  il  cir- 
coli in  Morea,  da  dove  la  1  eco  in  Vene-  condario  della  parrocchia  di  s.  Francesco 
zia  Paolo  Pi  ioli,  e  Samaritana  sua  vedo-  della  Vigna,  senza  dipendervi,  e  perciò 
va  la  duiiòalla  scuola.  Della  ss.Croce,  del-  nel  sestiere  di  Castello.  Il  Corner  ragio- 
la  s.  Coloima,  della  Poi  pora  e  del  Sopol-  nando  della  chiesa  di  s.  Gio.  Dattisla  de' 
crodel  Redentore.  Del  Velo  della  15.  Ver-  cavalieri  di  Malia,  dice  che  l'insigne 
gine.  Un  osso  di  s.  Venereo  martire.  Delle  ordine  de' cavalieri  Templari,  gìh  laiìlo 
ossa  tle'ss.  Paolo,  Andrea  e  Matteo  Apo-  celebre  nella  cristiana  milizia,  eretto  in 
s'oli,  V.  ili  altri  «s.  Martiri  e  Contèssori,  religione  nel  i  i  1  8, sotto  Baldovino  11  re 
il  lutto  disposto  in  nobili  reliquiari  d'ar-  crociatodi  Gerusalemme, oHenueìn  Ve* 
genio.  Nella  scuola  >i  venerava  pure  la  nezia  due  chiese  con  fabbriche  contigue 
div(jlis>iuia  immagiiiedeliaMadrediDio,  ad  uso  di  ihiostroo  monastero,  l'una  delle 
dipinta  ne!  4?'  i"  Gerusaleuituc,  q  ppi  quali  era  chiamala  s.  Maria  in  Broglio 


VEN 

ed  anche  r /ixreri'iìoneXa^i*'^  *•  Cin.Dal- 
lista  (/fi  Tcinpio,  cos'i  eletto  dal    nome 
tltllii  lelii^ione,  a  cui  fu  coticeàso.  Aggiun- 
ge, igiioiaisi  ])cr  niancnnza  di  documen- 
ti   il  Ic-m pò  preciso  in  cui  questa  inili* 
lare  religione,   fu   inti edotta   in  Vene- 
zia, ma  sapersi  cerlaniente  essete  ciò  av- 
venuto nel  1187,  nel  (jiifde  Geiard(»  ar- 
civescovo  di  Raveinia  donò  a' cavalieri 
templari  un  luogo  chiainalo  Fossnpulii- 
di»,  perchè  ivi  si  eiige^se  una  chiesa  et 
un  ospitale  sotto  In  podestà  tifi  Prìor  di 
J  cìiezia.  Dopo  la  funesta  abolizione  di 
cjuesl'ortiine  fitta  nel  i3ii-i3ia,  Cle- 
inenteV  assegnò  tulli  (aieglio'l)uona  par- 
te) i  di  Ini  beni  all'altra  religione  militare 
de'cavalieriGerosolimitani,percliè(picsti, 
come  gli  estinti,  erano  similmente  ad- 
detti alia  difesa  de'Luoghi  santi  di  Pale- 
si ina.  E' verosimile  peiò,  che  prin»a  an- 
che della  soppressione   dell'ordine    pas- 
sasse il  veneto  monastero  di  s.  Gio.  Bal- 
lista in  possesso  della   religione  Geroso- 
iimilana,  sì  percbèin  un  diploma  di  Pa- 
na INicolòlV  segnato  nel  1291,  viene  no- 
lu'nato  Nicolò  priore  dell'ospedale  di  s. 
Giovanni  Gerosolimitano  di  Venezia,  co- 
me anco  perchè  e>sendosi  portati  in  Ve- 
nezia sul  finir  del  i3i2  Nicolo  da  Par- 
intt  priore  della  casa  di  s.  Giovanni 
Gerosolimitano  di  Fenezia  dell'ordine 
dell'ospitale  Gerosolimitano,  altro  non 
chiese  alla   signoria   di  Venezia,  che  il 
possesso  della  casa  e  chiesa  di  s.  Maria 
in  Broglio;  dal  che  si    deduce  ch'erano 
già  per  rmnanzi  passale  in  soggezione  del- 
la religione  Gerosolin)itana  la  casa  e  chie- 
sa di  S.Giovanni  del  Tecnpio,  della  cui 
dedicazione  si  celebra  ia  festa  anniversa- 
ria a'  I  2  settembre.  Parlando  poi  il  Cor- 
ner tiella  chiesa  dell'Ascensione,  del  se- 
stiere di  s.  iMarco,  riferisce.  Chesiccome 
l'ordine  de'Teoiplari  fu  istituito  per  man- 
tener sicure  le  strade  a'divoti  pellegrini, 
che  viaggiavano  pe'luoghi  di  Terra  san- 
ta, dall'  infestazioni  degli  assassini  e  de' 
ni.ilvivenli  ;  posseileva  nelle  città  j)iìi  co- 
spicue delli)  ct'i&li^uilìt  casce  u)onasteii,e 


VEN  89 

per  ropportiinìlà  che  aveanoi  pellegrini 
di  ritrovar  in  Venezia  facile  il  Iragilloper 
la  l'aleslina,  ivi  si  erano  pe'cavalieri  tem- 
plari  fondale  due  case  coll'aruiesse  chie- 
se, cioè  di  s.  Gio.  Battista  del  Tempio,  e 
di  s.  Maria  Capo  di  Broglio,  poi  cono- 
sciuta sotto  il  titolo  ùeW Ascensione. \Ji\ìV 
lica  tradizione  vuole  fir  credere,  che  per 
essere  stala  l'antica  chiesa  fabbricala  vi- 
cino all'orlo  delle  monache  di  s.  Zacca- 
ria abbia  desunta  la  denominazione  di 
Capo  di  Broglio  j  ma  constando    da 
pubblici  documenti,  mai  essersi  lauto  e- 
slesi  i  confini  di  quel  monastero,  fonda- 
to ne'lem[)i  stessi  del  palazzo  ducale,  sot- 
to il  go'erno  del  doge  Angelo  Partecipa- 
zio,  è  piuttosto  credibile  che  abbia  otte- 
nuto tal  nome  dalla  vicinanza  del  luogo, 
ove  solevano  ridursi  i  nobili  aspiranti  a 
qualche  carica  per  implorare  i  suffragi  ;  il 
che  da'veneziani  dicesi   brogliare  e  far 
broglio.  Qualunque  sia  la  cagione  della 
denominazione,  certo  è  che  la  chiesa  di 
s.  Maria  e  le  annesse   fabbriche   furono 
possedute  da'cavalieri  del  Tempio  fin  al 
i3i  i-i3i2,  iu  cui  la  loro  religione  fu 
miseramente  soppressa  da  Cleiiieule  V 
nel  concilio  generale  di  Fienna  (f'^.)  nel 
Delfìnato,  ed  i  loro  beni  furono  assegna- 
li   nel    i3i2    a' cavalieri  Gerosolimita- 
ni. In  esecuzione  del  pontificio  coman- 
do, [)resenlaronsi  nell'istessoannoat  doge 
Gio.  Soranzo  a  nome  della  loro  religio- 
ne, Nicolo  da  Parma  priore  della  Ca- 
sa di  s.  Giovanni    G erosoluìiitano   di 
f^eiiezia  e  Bonacorso  da  Treviso,  ambi 
dell'ordine  dell'ospitale  Gerosolimita- 
no,e  porgendo  lettere  del  Papa  implo- 
rarono, che  loro  fosse    consegnata  iin(i 
casa  e  chiesa  già  posseduta  dalla  re- 
ligione del  Tempio,  chiamata  s.  Diaria 
dell'ordine  del  l'empio,  di  Capo  Bra-i 
glio, la  quale  ancora  era  quasi  violente-i 
niente  occupata  da  un  cavaliere  tempia-, 
re  nominalo  Emmanuele,  che  vanta  va- 
si priore  di  essa   casa.    Rispose   il   doge, 
già  esser  noto  come  tanto  la  casa  che  U 
chiesa  erano  st^te  fabUiicafe  dal  pub-. 


90  V  E  N 

Mico  erario  e  dalle  l'unosine  de' nobilli 
veneziani,  e  poscia  concesse  alla  religio- 
ne de'  templari,  a  condizione  però  che 
liovessero  in  essa  casa  alloggiare  gii  ani- 
]>asciatori  de'principi  esteri,  ed  altri  illu- 
sili personaggi  qualanqne  volta  ne  fos- 
sero stati  richiesti  dalla  signoria  veneta. 
Che  però  col  patto  di  tal  soggezione  non 
si  sarebbe  ricusato  dall'aulotità  del  go- 
verno d'ammetterli  in  possesso  de'  luo- 
ghi richiesti  culi' esclusione  del  preteso 
priore  ivi  abitante.  Accettarono  di  buon 
grado  i  deputati  della  religione  Geroso- 
limitana le  condizioni  proposte,  ed  a' a? 
iiovecnbre  i  3  i  2  di  tuttociò  fu  steso  pub- 
blico documento.  Come  però  avea  già 
l'ordine  Gerosolimitano  Hssata  la  sua 
principale  residenza  nell'altro  più  ampìu 
monastero  di  s.  Gio.  Battista,  così  riu- 
scendo piuttosto  d'aggravio  il  «nanleni- 
EQenlo  d'un'allra  casa,  trovandosi  l'ordi- 
lie  aggravato  di  debiti  per 98,000  fiori- 
ni, avendo  prima  ottenuto  da  l'apa  Gio- 
vanni XXII  la  necessaria  dispensa,  fece 
delia  chiesa  di  s.  Maria  in  Ca[)0  di  Bro- 
glio e  de'luoghi  annessi,  assoluta  e  per- 
petua vendita  nel  1824  a' procuratori 
della  chiesa  di  s.  Marco,  detti  di  Saprà. 
Passata  dunque  la  chiesa  in  possesso  del- 
la basilica  ducale,  i  procuratori,  perchè 
in  essa  non  si  tralasciasse  l'uffiziatura  del 
divin  cullo,  nel  i336  la  concessero  a 
Ciivlo  frate  Molano  e  a  suoi  compagni  di 
ignoto  istituto,  sotto  l'obbligo  d'un'aa* 
iiua  pensione,  e  di  dover  essi  pure  fornire 
d'alloggio  gli  ambaacialori  secolari  che 
arri\>assero  a  f^enezia  secondo  il  bene 
^^tacito  del  Doniitiioj  essendo  tenuti  an- 
cora di  mantenere  per  la  celebrazione  de' 
divini  udizi  almeno  due  preti  :  dal  che 
Si  deduce  che  il  detto  Molano  e  i  di  lui 
compagni,  quantunque  chiamati  frati, 
fossero  di  stato  laicale.  Breve  tem[)o  vi 
riuìasero  nel  luogo  questi  frati,  ricavan- 
dosi da'docu  menti  esser  poco  dopo  su- 
bentrali alla  custodia  della  chiesa  preti 
secolari;  nel  declinar  del  i4oo  fu  afììt- 
lata  la  casa  per  uso  d'osleiia  du'prooura- 


VEN 

lori,  i  quali  alla  chiesa  'assegnarono  un 
rettore,  finché  nel  i5i6  la  confraternita 
dello  Spirito  Santo,  ivi  istituita  fin  dal 
17,23  o  r 7.33, detta  i\e\\' Ascensione  del 
Signore,  rotlenneda'medesimi  procura- 
tori di  s.  Marco  esclusivamente  per  uso 
delle  loro  di  vote  funzioni,  obbligandosi  a 
farvi  giornalmente  celebrar  il  divino  sa- 
grifizio.  Dio  benedì  il  loro  fervore,  onde  la 
chiesa  cominciò  a  frequentarsi  da  nume- 
roso popolo,  e  qualche  tempo  dopo  eoa 
permesso  del  senato  fu  restaurata  e  ab- 
bellita in  forma  assai  decente,  il  tutto 
compito  nel  i5g8.  Prima  di  tale  anno 
e  nel  1  5g  r  da  questa  chiesa  erasi  trasfe- 
rita ins.  Vitale  la  confraternita  de'Ciechi, 
la  (piale  vi  si  era  ammessa  verso  ili 5  16; 
rimozione  avvenuta  per  le  pretensioni 
della  stessa  scuola  de'Ciechi, poiché  essen- 
dosi in  detto  a»!ao  i5gi  cominciala  la 
riftbbrica  della  chiesa,  erasi  audacemea- 
le  opposta  al  suo  proseguimento.  Essa 
partita,  il  sodalizio  dello  Spirito  Santo 
compii  suoi  lavori  0611^97. Fino  dal  12 80 
il  doge  Giovanni  Dindolo  avea  doa  alo 
a  questa  chiesa  un  frammento  della  ss. 
Croce,  ed  oltre  altre  reliquie,  visi  vene- 
rava il  corpo  di  s.  Bonifacio  martire,  ca- 
valo dalle  romane  catacombe.  Questa 
chiesa, che  dal  sodalizio  avea  preso  il  titolo 
deM' Ascensione,  fu  chiusa  nel  18  i  o,  ser- 
vì qiiin;Ii  (li  magazzino  privato,  e  poi  de- 
molita nel  1824  per  sostituirvi  un  fab- 
bricato di  abitazioni  ad  uso  del  vicino  al- 
bergo della  Luna,  il  quale  era  stato  per- 
messo fino  dal  i4oo. Tornando  alla  chie- 
sa di  s.  Gio.  Battista,  racconta  il  Corner, 
che  molti  furono  i  priori  Gerosolimitani, 
tratti  dalla  nobiltà  veneta  e  massime  nel 
secolo  XV,  che  ne  governarono  il  con- 
vento, e  fra  questi  Lorenzo  Marcello,  da 
cui  neli43i  si  concesse  alla  confraterni- 
ta degli  Schiavoni  il  comodo  d'un  ospizio 
nelle  fabbriche  del  priorato,  e  la  facoltà 
d'erigere  uu  altare  nella  chiesa  sotto  il 
titolo  de' ss.  Giorgio  e  Trifone  martiri. 
Di  tal  sodalizio,  detto  di  s.  Giorgio  degli 
Schiavoni,  questi  furono  i  priucipii.  iNd 


VEN  YEN  91 

145 1 alcuni  coiilalevoli  uomini  della  na»  cavalieri  veneziaiìi,  e  quelle  gloriose  iin- 
zione  illiiica  odalinala,  ossia  di  Schiavo-  prese   navali  ch'ebbero    comuni    con» 
pia,  molli  de'qiiali  erano  marinari,  mossi  tro   i   liirchi  ,   a   tutela   del    crislianesi. 
da  lodevole  compassione  nel  veder  molli  mo,  ili  che  in  progresso  del  §  XIX  do- 
de'loro  connazionali,  anche  benemerili  vrò  alla  »ua   volta   parlare,  della   liher« 
del  pubblico,  perire  miserainenle  o  di  tìi  del  mariUiuio  commercio  e  della  na- 
slento odi  fame,  né  aver  di  che  supplire  viga/ione    delle    potenze    cristiane,  co» 
all'  ecclesiastica  sepoltura,  determinaro-  me  nel  Codice  diplonialico  GcrosoUniì^ 
no  d'istituire  una  caritatevole  confraler-  ta no,  n&Ws  File,  de  gran  Maestri  del 
«ita  sotto  il  detto  titolo,  col  fine  di  soc-  Marulli,  nell'  Istoria  della  s.   Religio- 
correre  ne'  gravi  bisogni  d' infermila  o  ne  e  Militia  di  s.  Giovanni  del   Hosio, 
vecchiezza  i  poveri  marinari  oallridi  loro  e  del  suo  proseguimento  di  Dd  Pozzo, 
nazione,  e  dopo  morti  religiosamente  tu-  Ilistoria  della  s.  Religione  ilJilitare  di 
inularne  i  cadaveri insepolturedeijtinale,  s,  Giovanni.   Nel  Codice  si  legge  come 
Costituita  la  confraternila,  si  obbligò  col  i  veneziani  collegnli  col  sunnominato  re 
convento  all'annuo  censo  di  4  zecchini,  di  Gerusalemme  Baldovino  II,  polente- 
due  pani  e  una  libbra  di  cera  da  othirsi  al  mente  contribuirono  colla  loro  flotta  ben 
priore  il  giorno  di  s.  Giorgio.  Per  infer-  corredala  alla  presa  di  Tiro  nel  i  laS  o 
vorare  tali  divoli  fondatori  e  gli  altri  fé-  nel  i  i  ^4,  nella  cpiale  espugnazione  i  ca- 
ddi all'aiuto  d'opera  così  sanla,  il   car-  valieri    Gerosolimilani    si    acquistarono 
dinal  Dessarione,  trovandosi  nel  I  464  le-  molla   riput.tzione  nell'armi.    A[)preiido 
gaio  apostolico  in  Venezia,  concesse  1  00  dal  Bosio,  che  a'  j  3  gennaio  1 55g  il  gran 
giorni  d'indulgenza  a  chiunque  in  certi      maestro  inviò  a  Roma  il  commendatore 
determinali  giorni  visitasse  la  chiesa  del-  La  Motta,  per   partecipare  a   Paolo  IV, 
la  confraternita, e  promuovesse  con  limo-  come  i  cavalieri  dell'abito  e  nobili  vene- 
sine  il  proseguimento  del  misericordioso  ziaui,  conlìdando  nel  favore  e  appoggio 
istituto.  Verso  la  fine  del  secolo  XV,  es-  della  loro  repubblica,  aveano  sprezzalo 
tendo  vicino  a  rovinare  il  vecchio  ospi-  d'ubbidire  alle  citazioni  generali,  colle 
zio, deliberarono  i  coidratelli  d'innalzar-     quali   nel  precedente   anno  erano  stali 
lieda'fondamenli  uno  nuovo  e  magnifico      chiamati  per  andare  al  presidio  di  Malta, 
sotto  l'invocazione  di  s.  Giorgio  martire,     mentre  si  credeva  che  i  turchi  atlaccaS' 
che  con  sua  facciala  di  maru\o  si  compi     scro  l'isola;  e  non  ostante  che  la  citazio» 
neli55o-5 1  .Giàla  pietàdiPaoloValares-     ne  fosse  stata  confermala  dal  Papa.On- 
ko  nobile  veneto  avea  donalo  allacordVa-     de  erano  stali  dalgran  «naeslroe  dalcoU' 
temila  un  osso  del  s.  Titolare,  ch'egli  a-     sigilo  tulli  p  ri  vati  dell'ubilo  e  delle  coui- 
vea  ricevuto  in  Corone  dopo  la  morte  del     mende.   Ma  il  senalo    inipediva   1' e-C' 
patriarca   di  GeruNalemme  ivi   defunto,     dizione  di   sì  giusta  sentenza.  Paolo   IV 
che  lo  possedeva.  Tra  l'ullre  reliquie  de-     ciò  senti  con  mollo  di-»piacere;  scrisse  un 
corosaniente  conservale  nell'altare  dell'o-     breve  al  doge  e  senato  veneto,  laguan- 
spizio,  ricorderò  un  osso  di  S.Trifone  njar-     dosi  dell'avvenuto,  ed  esortandoli  a  ripa- 
tire.  Della  chiesa  de' ss.  Giorgio  e  Trifo-     j'arvi,  secondo  l'equità  e  saggezza  della 
uè  degli  Schiavoni   riparlo  nel  5  XIII,     repubblica.  Il  senato   ricevuto  il   breve, 
n.  8.  Leggo  negli  storici  dell'ordiue  Gè-     perseverò  solamente  a  favorire  i  due  ca- 
rosolimilano  le  relazioni  Ira  di  esso  e  la     valieriRaimondi,lasciando procedere con- 
lepubblica  di  V'enezia,  la  quale  teneva      liogli  altri.  Ed  avendo  scritto  caldamen- 
iempre  il  suo  ambasciatore  quando  ri-     te  al  gran  maestro  raccomandando  1  Pvai- 
siedeva  in  Rodi, e  ne  inviò  anche  in  quel-      mondi,  fu  risposto  che  essendo  l'ubbi- 
la  di  Malia;  olire  le  uulizie  di  diversi     dieuzci;  quella  che  ha  lullu  l'ulti-ti  a^ca 


9^                     V  E  N  V  E  N 

conscivnta  la  religione,  per  questo  nes-  siali;  e  di  più  tolse  il  soldo  a  tutti  1  ca- 
sini cklillo  eia  da  essa  più  severamente  vidieri  di  Malta,  eh'  erano  agli  stipendi! 
castigalo  della  disubbidienza.  Contiiltociò  della  repubblica,  e  quindi  gli  espulse  da' 
}i  couleinpiazionedei  senato,  sei  Raimon-  suoi  doniinii.  S'interpose  il  re  di  Spagna, 
di  si  fossero  recati  al  convento  di  Malia  e  persuase  il  gran  maestro  a  riliisciare  il 
sarebbero  con  indulgenza  ben  trattati,  galeone  colle  sue  genti;  senza  che  poi  la 
Si  pregò  infine  il  senato,  che  per  l'av-  repubblica  rivocasse  i  suoi  decreti  e  das- 
venire  i  religiosi  dell'ordine  vassalli  lo-  se  soddisfazione  alla  religione.  Inasprito 
10,  ubbidissero  le  citazioni,  e  pagassero  l'ordine,  usando  la  forza,  catturò  ueil'ac- 
Je  dovute  responsioni  e  imposizioni.  Nar-  que  di  Trapani  una  nave  veneziana  e  la 
ra  Dal  Fozzo  altro  disturbo  grave  ch'eb-  condusse  a  Malta  colle  sue  abbondanti 
he  la  religione  di  INIalta  nel  1576  col-  merci,  ordiiìando  che  egual  tratlainenlo 
la  re()ubblica  di  Venezia,  a  cagione  del  si  usasse  colle  altre,-  purché  non  fossero 
bollino  fallo  dalle  galere  dell'ordine  so-  ne'porti  del  re  di  Spagna.  Si  fecero  delle 
pra  un  galeonclto  veneziano  vicino  a  Ci-  trattative  senza  successo,  e  le  reciproche 
prò,  di  merci  appartenenti  ad  ebrei.  Ri-  amarezze  durarono  molto  tempo,  non  la- 
corsi  questi  a'sonatori,  da  essi  fu  decre-  Sciando  la  religione  di  visitare  i  vascelli 
lato  che  i  vascelli  della  repubblica  non  veneti,  pigliando  sopra  di  loro  le  persone 
fossero  visitali  dalie  galere  di  Malta  ;  ed  e  le  robe  degl'infedeli.  Dall'altro  canto  la 
im[)elrato  un  breve  dal  Papa  Gregorio  repubblica  fece  rigorose  esecuzioni  sui 
Xlll,  fu  ingiunto  al  gian  maestro  la  re-  corsari  di  Malta,  e  litenne  le  loro  prese, 
sliluzione  tlelle  robe.  Indi  i  senatori  se-  A  troncare  queste  pregiudizievoli  dilfe- 
qneslrarono  il  priorato  di  Venezia  e  tut-  renze,  Sisto  V  deputò  una  cougregazio- 
te  le  commende  dello  stato  ,  per  reinte-  ne  di  cardinali,  innanzi  alla  quale  i  n»iui- 
grarsi  co'Ioro  fruiti.  Allora  il  gran  mae-  stri  della  lepubblica  e  della  religione  trat- 
fctro  fece  alti  richiami  a  Roma,  diuioslran-  tarono  la  loro  causa.  Avendo  la  religio- 
(lo  r  universale  consuetudine  e  la  dispo-  ne  in  ossequio  al  Papa  ritiralo  l'ordine 
gizione  delle  leggi  fi>i'cristiaiii,  di  poter  alle  galere  e  vascelli,  di  visitare  quelli  ve- 
legillimamente  pigliare  e  appropriarsi  le  neli  ;  la  repubblica  levò  i  bandi  falli  a 
rtibed'inledeli,  comedi  contrabbando,  e-»  pregiudizio  de'cavalieri  di  Malta,  e  libe- 
ziandio  trovatesu  vascelliamici;  comeaU  rando  i  sequestri  del  priorato  di  Vene- 
trellanlo  praticavano  grinfedeli  sui  cri-  zia  e  delle  commende  esistenti  nel  suo 
stiaiii,  anche  veneziani  loro  amici,  li  Pa-  dominio,  impose  però  l'obbligo  a'coin- 
pa  volle  che  si  accomodasse  la  vertenza  mendatori,  di  depositare  nella  zecca  di 
amichevolmente,  onde  la  repubblica  le-  Venezia  tutti  i  diritti  spettanti  al  tesoro, 
vò  il  sequestro  de'beni,  e  la  religione  re-  per  diverse  sue  pretensioni.  Durarono 
fclituì  il  prezzo  del  bottino.  Nel  i  584  '"'  nondimeno  i  dispareri  sino  al  gran  mae- 
korsero  nuove  rotture  tra  l'ordine  e  la  re-  Siro  Wignacourt,  che  bramoso  di  termi- 
pubblica,  per  aver  la  scpiadra  veneta  di  narli  ricorse  a  Clemente  Vili  per  un  fl- 
Candia  predalo  un  grosso  galeone,  prese  naie  aggiustamento.  Il  Papa  quindi  com- 
ic robe  e  imprigionalo  l'ecpiipaggio.  Riu-  mise  al  nunzio  di  Venezia  di  discutere  le 
fccile  mutili  le  pratiche  del  gran  maestro,  ragioni  della  repubblica  e  della  religio- 
per  rappresaglia  fu  presa  una  nave  ve-  ne,  ed  il  tutto  si  accomodò  con  recipro- 
iicta  con  merci  nel  porto  di  Malta,  e  ri-  ca  soddisfazione.  In  seguito  vi  passò  tra 
tenute  le  genti.  Gl'interessati  reclamando  l'una  e  l'altra  buona  armonia  e  sincera 
«I  senato,  questi  subito  pose  il  sequestro  corrispondenza.  In  falli  si  trovano  nel 
(il  gran  priorato  di  Venezia,  ed  a  tutte  le  1616  e  seguenti  anni  diverse  lettere  de' 
cotniueude  dell' ordine  esistenli  ne' suoi  dogi  Bembo  e  Priulì.,  de'pregadi  e  de' 


V  EN 

presidenti  ilei  collegio  tie'snvi,  col'e  quali 
s'incaricano  i  rappresentanti  [)iil)h!ici  nel- 
le città  del  don)inio  veneto,  per  l'osser- 
vanza de'privilegi  della  religione  ne'beni 
suoi,  rome  esenti  da  qualsivoglia  imposi- 
zione e  gravezza;  ed  una  conlerma  in  par- 
ticolare de'fìJcdesimi  privilegi  del  senato 
de' 1 5  marzo  1620,  ove  si   fa  onorevole 
menzione   della    stima  grande  die   fa- 
ceva la    repubblica   del  sagro  militare 
ordine  Gerosolimitano,  e  dell'ottima  in- 
telligenza die  tra    loro  passava.    Collo 
sterminio  di  lutti  gli  ordini  religiosi  nel 
1810,  a.icbe  i  cavalieri  di    Malta  per- 
dcrono   in    Venezia  chiesa,  convento  e 
beni,  quando  già  per  le    precedenti  po- 
litiche vicende  il  sovrano  ordine  era  sta- 
lo [)rivato  del  suo  dominio  di   Malta  e 
snc  pertinenze.  Quindi  l'ordine  e  religio- 
ne ebbe  a  principale  e  munifico  profeg- 
gilore  il  sommo  l'ontefìce  Gregorio  XVI, 
pel  tulio  quanto  nell'articolo  Gerosom 
MiTANO  dame  narralo.  Ivi  pmeecon  suf- 
ficienti particolari  raccontai,  quanto  qui 
a[)presso  n)i  limiterò  appena  ad  accenna- 
re; particolari,  che  precisamente  si  pon- 
no  vedere  nel  voi.  XXIX,  p.  283,  284, 
285,  298,  299.  Vi  aggiungerò  alcun'al- 
Ira  nozione,e  meglio  mi  gioveròdel  Ruo- 
lo delli  Cnualieri.  Cappellani  conven- 
tiialf, e Sciveiiti d' armi rìce\.'ìili lìdia  vC' 
ntrauda  li/igun  d'Italia,  did.  Sovrano 
Ordine  CerosoUinitano,  e  delli  Cava  He.- 
rie  Dame  di  devozione,  Cappellani  di 
ubbidienza,  e  Donati  ne' limili  di  ciascun 
venerando  Gran  Priorato,  Roma  1 843. 
Avendo  il  Papa  trasferito  <la  Ferrara  in 
Roma  il  sagro  convento,  ossia  la  luogo- 
tenenza del  venerando  magistero,  nel  pa- 
lazzo dell'ordine  medesimo,  ed  assegna- 
tagli per  chiesa  conventuale  con  l'annes- 
se Ospizio  e  le  rendite,  la  chiesa  di  s.  Fran- 
cesco a  ponte  Sisto  col   breve  Romani 
Ponti/Ices,  de'  29  maggio  i835,   Bull. 
Roni.   cont.,  t.   20,  p.    63  (invece  della 
quale  chiesa,  lolle  1'  os[)izio   per  dispo- 
sizione  del    regnante  Pio  IX,  dal   1 855 
l'ordine  lemporaueatuenle  celebra  le  &a- 


VEN 


q3 


gre  funzioni  nella  chiesa  della  ss.  Cro- 
ce e  s.  Rouaventura,  pel  riferito  ne'  voi. 
LXXVIII,  p.  Qj  e  seg.,  LXXXIV,  p. 
60  ei36),  in  essa  a' 10  aprile  i836  fece 
la  solenne  professione  religiosa  il  degnis- 
simo di  lui  nipote  fr.  Gio.  Antonio  Cap- 
pellari  della  Colomba  nobile  di  Belluno, 
domiciliato  a  Venezia,  commendatore  del- 
l'ordine di  s.  Gregorio  Magno,  già  a' 2 5 
del  precedente  mese  ricevuto  Ira 'cavalie- 
ri di  giustizia  nel  gran  priorato  di  Ro- 
ma, in  conseguenza  del  precedente  bre- 
ve d' ammissione  nell'ordine,  di  Grego- 
rio XVI,  Exponendum  noùis,  de'  iG 
giugno  i835,  Ball.  cif.  p.  6S.  Morto 
a'  16  novembre  1837  il  cardinal  Gior- 
gio Doria  Pamphilj  gran  priore  di  Ro- 
ma, il  venerando  bali  fr.  Cai  lo  Candi- 
da luogotenente  del  niagislero  co' cava- 
lieri dell'ordine  sup[>licarono  Gregorio 
XVI  a  conferire  il  vacato  gran  priorato 
all'encomiato  nipote.  Ma  il  Papa  nel  gra- 
dire la  domanda,  rispose  doversi  conferi- 
re yV/.r/fl!  solituni  ad  un  cardinale,  e  no- 
minò il  cardinal  Luigi  Lambruscliiiii  se- 
gretario di  stato  (morto  il  quale  a'6  feb- 
braio I  854)  S''  sni^'ccsse  il  cardinal  Adria- 
no Fieschi  di  Genova,  e  questi  defunto 
a'6  febbraioi858,  gli  fu  sostituito  il  vi- 
venie  cardinal  Gabriele  Ferrelti  d'  An- 
cona, di  cui  riparlai  ne'vol.LXVI.p.  2  I  f, 
LXXIX,  p.  216).  Intanto,  siccome  quel- 
la mente  sapientissima  che  neire.'-ercizio 
della  scienza  politica  e  nel  memorando 
impero  di  4^  *>"'»'  ('792-'834),  l'im- 
peratore d'Austria  Francesco  I,  supera- 
va d'assai  gl'impeti  portentosi  dell'  arte 
bellica,  di  cui  vedemmo  campo  l'Euro- 
pa, non  si  chiuse  a'pensieri  di  questa  val- 
le di  esilio  senza  trasmettere  all'augusto 
successore  e  figlio  l'imperatore  e  re  Fer- 
dinando I,  la  cura  Ai  proteggere  e  soste- 
nere possibilmente  il  sagro  ordine  cavai' 
lereseo  dis.  Giovanni  di  Geriisa lemme , 
il  (juale  tanto  bene  merito  di  una  gran 
parte  d'Europa  pelcorso  della  sua  lun- 
ga durata,  e  tanto  sofferse  per  le  vicen~ 
de  de^ tempi j  cosi  l'alta  veggenza  e  la  mae- 


94  V  E  N  V  E  N 

slìi  npn<itolica    di   Fciflinnndo  T   (ìnrrplò  ««lifo  in  Tìnmi  ni  possesso  die  il  cnnliml, 
con  vtnenilissitna  risol»2Ìoiie  di  mnssiina  Lainbnischini  suo  collega  prese  del  gran 
ile  5  o  i5  gennnio  1889,  e  quindi  colla  I*rioralodt;ll*alma  ciltà,  restituitosi  a  Ve- 
sovraita  patente  de'  5  gennaio  i84i,  la  iiP7Ìn,  impiegò  le  sue  cine  a    restaurare 
fondazione  d'  nn  priorato  Gerosoliniita-  i'()-.pizio  e  le  f.ibhriche  adiacenti,  e  spe- 
no nel  suo  regno  Loml)ardo-Venelo,  per  ciahuenle  la  chiesa  per   la    reinlegrazio- 
radempimentodelle  sopraindicateinten-  ne  dell'uflìziatura  e  cullo  divino;  per  le 
7Ìoni  del  suo  virtuoso  genitore,  e  ^7cr  11-  quali  opere  l'ordine  vi  spese  ciica  1  y, 000 
tì'le  della  Nobiltà  del  suo  rc^no  stesso,  scudi.  Per  questo  gran  priorato,  Grego- 
nonchè  di  quella  de'ducali  di  Parma, Lue-  rio  XVI  a*  i3    agosto  i84j    istituì   due 
ca  e  Modena,  che  a  questo  nuovo  prio»  commende  di    padronato  in   favore,   I.i 
rato  associaronsi.  Ad  arricchire  Venezia  maggiore  per  il  lodalo   gran  priore  ,   U. 
d'un  nuovo  nobilissimo  fregio, l'impera-  minore  per  l'altro  nobile  e  degno  nipote 
tore  l'elevò  al  grado  di  perpetua  residen-  Piarlolonieo   Cappellari   della    Colombi» 
78  primaria  del   gran   priorato  dell'or-  commendatore  dell'ordine  di  s.  (irego* 
dine  Gerosolimitano  nel  regno  Lombar-  rio  Magno,  domiciliato  nella  patria  Uel- 
do-Veneio.  non  meno  pe'ricordati  duca-  Inno,  ora  definito,  e  successivamente  in 
ti;  dovendosi  riaprire  la  chiesa  e  il  con-  fìivore  de'primogeniti  di  questi   due  ra- 
■wento  o  ospizio  della  Commenda  di  Ve-  mi.  Avendo  professato  a'i6  giugno  i  843 
nezia,  le  cui  fabliriche  dopo  il  cadere  del-  la  religione  dell'ordine  mg/  l'ietro  l'i^ut- 
la  gloriosa  repubblica   veneziana   erano  lon, più  sopra  encomiato  nel  n.  i,  fu  tosto 
rimaste  solitarie  e  deserte,  in  conseguen-  sodio  a  cappellano  conventuale. e  poi  d  1 ,° 
IQ  A\  c\\e,  a  coiìlemplazionc  di  specchia-  maggio  1 84'^  ebbe  la  commenda    l'<ddi 
in  prudenza,  di  esperienza  molteplice  Fepoli.  Terminati  i  restauri  delle  fnbbri- 
Jìegli  affari,  e  di  egregie  doli  dell'ani-  che,  l'interno  della  chiesa  fu  abbellitocoii 
via,  il  ven.  bali  luogotenente  Candida,  erigersi  nel   fondo  il  mirabile  altare  di 
con  bolla  de'  29  maggio  1889,  nominò  marmo,  opera  impareggiabile  del  Sanso- 
balj  e  gran  priore  pel  regno  Lombardo-  vino,  già  appartenente  ad  mia  delle  più 
Veneto  fr.  Gio.  Antonio  Cappellari  del-  antiche  chiese  di  Venezia,  cioè  la  siidde* 
la  Colomba  ,  già  prescelto  a  sì  cospicua  scritta  di  s.  Geminiano,  che  dopo  la  sua 
dignità  dall'imperatore  e  re  Ferdinando  ilemoli/ione  giaceva  <la  tanfi  anni  fra  le 
1  con  sovrana  risoluzione  de'27  del  pre-  macerie.  Lateralmente  s'innalzarono  due 
cedente  oprile.  In  lai  modo  e  peli."  fu  e-  nobili   altari,   uno  sagro  all'  Immacolata 
levatoio  Venezia  a  sì  altoeonoiificogra-  Concezione  di  Maria  Vergine,  l'altro  al 
do   un    personaggio  le  cui  doti  distinte  b.  Gerardo  oGherai  do  i ,°  fondatore  dei- 
rendendolo  degno,  ricevevano  un  niag-  l'ordine  (diverso  dal  b,  Gherardo  da  Vii- 
j;ior  lustro  da'vincoli  della  natura  che  lo  lamagna  del    3."  ordine  di  s.   Francesco 
legavano  sì  strettamente  al  glorioso  Pon-  cavaliere  .^^jr/'/zV/r/o  Gerosolimitano,  il 
lefice  Gregorio  XVI   benemerentissimo  cui  cullo  immemorabile  riconobbe  Gre- 
della    religione    e    militare  ordine  Gè-  gorio  XVI  a'i8  marzoi833, assegnando 
losolimitano.   Il  bresciano  Morcelli  dis-  il  3i  maggio  per  sua  festa),  oltre  i  sedili 
se   latinamente,   gran   priore  di    Malia  tli  noce  e  l'organo.  Finalmente  a'24  gin* 
della  lingua  di  Venezia;  obalì  di  Malta,  guoi843,  al  modo  riportato  dal  supple- 
gran  priore  dell'ordine  in   Venezia:  E-  nienlo  al  n.°  28  delle  Notizie  del  Gior- 
tjves  Major  Dielitensis  Magislerinm  or-  nn  di  Roma,  che  riprodusse  la  relazione 
dinis  sui  apud   Venelos    virlnte    ade-  fallanedal  mio  amico  cav. Filippo  d."^  Sco- 
ptus.   Il   novello  venerando  bali  e  gran  lari,  tì  pubblicala  dalla    Gazzetta  privi- 
[iriorc  fr.  Gio.  Antonio,  dopo  «ver  assi-  tediata  di  p^enczi^^h  chiesa  si  riaprì  al 


VE  N 

piiMjIico  ilesidei  io  eil  alenilo  di  tino,  sol- 
lo  l'milica  invocazione  del  Profeta  santo 
pi  ima  che  nato,  protettore  ile' cavaliei  i 
(che  nel  corso  di  qna<ii  700  anni  esoKo 
il  successivo  reggimento  di  70  gran  mae- 
stri, armati  di  ferro  e  di  fede,  alternaro- 
no cogli  esercizi  di  pietà  le  guerresche  a- 
y.ioni),  per  la  festa  del  medesimo  Pre- 
cursore di  N.  S.  Gesù  Cristo.  Anche  il 
nobile  e  eh.  cat.  Giuseppe  Manara,  com- 
pilando da  nllimo  la  Storia  tifi  l'Ordine 
ili  Malia  ne  suoi  Gran  Maentri  r.  Cava- 
lieri,  sulle  traccia  di  M.  de  Saint-Allai* 
(Milano  e  Lodi  lip.Wdmant  i84f>,in4-'' 
fig.) ,  ha  riportata  la  relazione  suddeUa, 
dove  appunto  fu  ricordato  che  il  fausto 
giorno  del  riaprimenlo  della  chiesa  fu  in- 
sieme destinato  per  l' innugurazione  e 
possesso  del  gran  priore.  Si  recò  a  cele- 
brarvi la  messa  il  patriarca  cardinal  Mo- 
nico,  dopo  la  quale  colla  consueta  graree 
fiorita  eloquenza  pronunziò  quella  gra- 
tulatoria e  commovente  orazione  o  Di- 
scorso,  di  cui  dissi  alcune  parole  nel  ci- 
tato articolo  ,  descrivendo  la  splendida 
e  decorosa  funzione,  ed  i  cospicui  peiso- 
naggiche  v'intervennero. Il  Di'rorso,Uìn- 
to  applaudito,  impresso  con  bella  edizio- 
ne Ai  questi  stessi  tipi,  dal  proprietario  di 
essi  cav.  Giuseppe  Latlaggia ,  che  qua! 
console  pontifìcio  fu  presente  alla  solen- 
nità, fu  da  Ini  dedicato  al  cardinal  Lam- 
bruschini.  Cos'i  dopo  un'assenza  di  9  lu- 
stri il  sagro  militare  ordine  Gerosolimi- 
tano ricomparve  in  Venezia  sotto  gli  au- 
spici! del  suo  celeste  patrono  s.  Gio.  Bat- 
tista; e  riprese  il  posto  d'  onore  che  gli 
conveniva  ,  fra  quelle  istituzioni  che  si 
resero  più  benemerite  della  religione, 
dell'nmanilà  e  della  civile  coltura.  «Con 
iì  fausto  rinscimenlo  di  conlentezza  co- 
mune, prendevano  a  rifiorire  in  Venezia 
le  virtù  e  le  glorie  de'cavalieri  di  Malta, 
ch'ebbero  già  tanta  porte  nell'imprese  e 
nelle  vittorie  navali  de' veneti.  E  così 
po'sa  brillare  sopra  di  essi  la  livce  di 
quegli  eccelsi  destini,  che  stanno  ancora 
chiusi  nei  seno  impenetrabile  dei  fulu- 


V  E  N  (v'y 

ro".  Tanta  solcnnitii  fu  in  elegante  qii;i- 
drelto  egregiau»ente  disegnata,  coli'  in- 
terno della  chiesa,  i  3  altari,  e  hi  folla  di 
personaggi  intervenuti,  senza  confusi<»ii« 
e  distintamente  espressi,  dall'  abile  sua 
autore  Giuseppe  Calieri  di  i3  anni  ,  il 
<|uale  divenne  ed  è  uno  de'  più  bravi  ar- 
tisti numerosi  »be  popolano  l'illustre  Ve- 
nezia. Nobilmente  il  commendatore  .So- 
rella, che  vado  a  lodare,  per  ossecpiio  e 
riverente  oma""io  filiale  lo  donò  al  Pa- 

DO 

pa;  il  quale  conoscitore  del  mio  afiVlluo- 
«o  trasporto  per  tuttociò  che  riguardavn  i 
suoi  e  Venezia,  si  degnò  favorirmelo.  Mi 
compiaccio  assai  di  posseder  lo. per  rappie- 
sentare  una  dignitosa  funzione,  il  cui  pror 
tolipo  è  Sua  Eccellenza  fr.  Gio.  Antonio 
Cap[)ellari  della  Colomba  mio  anioi  evo- 
lissimo,  e  di  cui  mi  glorio  goderne  d'an- 
tico tempo  la  preziosa  benevolenza;  e  lo 
tengo  appeso  accanto  al  grazioso  disegno 
colorilo  della  casa  di  sua  proprietà  in 
Venezia,  non  comune  per  la  spaziosa  cor- 
te scoperta  interna  (nel  sestiere  di  s.  Cro- 
ce, presso  la  già  scuoia  grande  di  s.  Gio- 
vanni Evangelista,  della  quale  ragio- 
no nel§  XIII,  n. -2),  e  sempre  mi  ricoula 
i  bei  giorni  deliziosi  passati  nella  gran 
città  in  sì  nobile  e  cordiale  ospizio.  No- 
tai per  ultimo  nel  ricordalo  articolo,  chg 
il  Papa  consegnò  al  nobile  veneto  Tad- 
deo Scalcila,  cavaliere  e  segretario  capi- 
tolare dcll'oidine,  per  la  chiesa  del  gran 
priorato  un  calice  con  patena,  tutto  d'o- 
ro. E  siccome  ivi  dissi  averlo  Gregorio 
XVI  insignito  del  grado  e  insegne  di 
commendatore  di  s.  Gregorio  e  di  s.  Sii- 
teslro,  qui  aggiungo  che  poi  gli  conferì 
pure  il  primario  ordine  di  Cristo,  in  pre- 
mio d'importanti  servigi  a  lui  resi  ed  al- 
l'ordineGerosolimitano;  e  con  testamento 
olografo.insieme  al  cardinal  Mario  Malici 
sotlo-decanodel  sagro  collegio,  lo  dichia- 
rò esecutore  di  esso  per  Venezia  e  Bel- 
luno, con  quell'onorifico  elogio  e  doni  che 
pubblicò  a  p.  786  la  Gazzella  privile- 
giata  di  Venezia  nel  1846.  Meritò  poi, 
che  ad  esonerare  il  zelante  cardinale  di 


gS  YEN 

sua  qualifica  d*  esecutore  leslamenlario 
per  l'ionia,  e  per  ricevere  in  consegna  i  su- 
perniiti  eifelti  dell'  eredità,  n  lui  venisse 
riunito  ad  istanza  de'nobili  eredi,  con  fa- 
coltà del  Papa  Pio  IX,  il  quale  lo  dccoiò 
del  suo  oidine  Piano  in  rimunerazione 
di  servigi  resi  alla  propaganda  fide,  lo 
non  posso  nominare  sì  gentile  e  rispet- 
tabile signore,  senza  vantarmi  di  posse- 
derne la  piena  grazia.  Benemerito  col  suo 
ordine  Gerosolimitano,  questo  di  recente 
gli  mostrò  la  sua  riconoscenza  con  deco- 
rosa scatola  d'oro  adorna  di  brillanti.  iVel 
voi.  XLIl,p.  ^5, narrai  i  comizi  tenuti  in 
Roma  per  l'elezione  del  nuovo  luogote- 
nente del  magistero,  a'quali  intervenne 
il  gran  priore  Cappellari  della  Colomba, 
col  commendatore  del  medesimo  gran 
priorato  fr.  Filippo  Colloredo  (nel  voi. 
LXXXIl,  p.  io3,  l'illustre  suo  ascenden- 
te conte  Ermes  lo  dissi  vivente;  qui  lodi- 
chiaro  morto  nel  1692,  correggendo  il 
fallo,  non  del  tutto  mio.  Le  ivi  discorse  sue 
poesie  stampale  in  Udine  lai."  volta  nel 
1785,  confermo  die  furono  ristampate 
con  aggiunte  dal  vivente  altro  poeta  fi  iii- 
lauo  e  di  grido  Pietro  Zorulti),  che  restò 
eletto,  ed  è  il  presente  veueraiulo  luogo- 
tenente. Cos\  da  cjuesto  gran  priorato 
uscì  il  supremo  reggitore  dell'ordine.  Ac- 
cennai nel  più  volte  rammentato  artico- 
lo a  p.  3oo,  col  Ruolo,  il  numero  de'suoi 
cavalieri,  dignità,  commende  co'Ioro  no- 
mi, cappellani,  grancroci  d'ambo  i  sessi 
co'Ioro  nomi,  ed  il  numero de'cavalieri  di 
divozione.  Comprendendo  dunque  anche 
questo  gl'au  priorato  lesuedamedecorale 
della  grancroce  di  divozione  persone  reali 
e  altre  nobilissimesignore,intendo  ingem- 
mare questo  periodo  o  numero  di  para- 
grafo,con  inserirvi  il  riferito  dal  n."  94  del 
Giornale  (li  lìomaàcQ.'j  apn\eiS5S."\ìì 
Venezia  fu  celebrata  nell'aule  del  palazzo 
reale  una  solenne  ceremonia,  che  aggiun- 
se un  bellissimo  fregio  all'ordine  Geroso- 
limitano. Il  gran  priore  bali  Cappellari 
della  Colomba  ,  delegato  dal  magistero 
dcH'ordine,  alla  lesta  di  una  depulazioue 


V  EN 
del  gran  priorato  Lombardo- Veneto,  ed 
alla  presenza  d'un  assai  numeroso  stuo- 
lo di  commendatori  e  cavalieri,  ebbe  l'o- 
nore di  oderire  a  S.  A.  ì.  R.  la  serenissi. 
ma  arciduchessa  Carlotta  (figlia  del  ré 
del  Belgio)  la  grancroce  Gerosolimitana^ 
accettata  dall' A.  S.  con  que'modi  gra- 
ziosi che  mettono  in  chiara  luce  i  tunlì 
suoi  pregi.  Al  breve  discorso  con  cui  il 
gran  priore  esprimeva  rjuanto  l'ordine  e»' 
questre  apprezzasse  tale  ambita  illustra- 
zione, S.  A.  \.  R.  il  serenissimo  arciduct 
(Ferdinando  Massimiliano  fratello  del- 
l'imperatore che  regna),  governatore  ge- 
nerale (del  regnoLombardo- Veneto),  che 
ne  vestiva  le  assise,  si  compiacque  di  ri- 
spondere, manifestando  l'aggradimento 
dell'augusta  consorte  ed  il  proprio,  la  sua 
speciale  afìezione  a  così  antico  e  glorifica- 
to ordine  cavalleresco,  la  protezione  ad 
esso  dell'imperiale  sua  casa,  a  fin  di  pro- 
muoverne il  giovevole  incremento,  e  la 
propria  lietezza  nel  trovarsi  circondato 
da  eletto  numero  di  cavalieri,  ch'egli  be- 
nignamente chiamò  confratelli.  Le  LL. 
AA.  indirizzarono  poi  gentili  parole  alle 
dame  insignite  dell'ordine  ed  a'cavalierij 
che  furono  ad  uno  ad  uno  presentali,  e 
convitali  poscia  alla  mensa  arciducale". 

§  X.  Ordini  religiosi  inlrodold  in  Ve- 
nezia e  in  diverse  sue  isole,  per  ardi 
ne  cronologico.  Notizie  storicìie-arli 
slichc-sagre  delle  loro  chiese ,  con 
venti  e  nionasteri  :  cioè  di  ^^  cldest 
esistenti^dcllefjunliìS  in  cura  di  Imo 
na  parte  de' ripristinati  regolari  de 
due  sessi j  e  di  33  distrutte  0  converti 
te  ili  altri  usi  co'  loro  conventi  e  mo 
nasteri:  essendo  le  corporazioni  clan 
strali  soppresse,  anco  in  altri  tempi 
52  di  uomini  e  43  di  donne.  Pie  w 
nioni  e  benefiche  istituzioni,  annessi 
a'  superstiti  chiese  e  chiostri'.  Altri 
notizie  da  richiamarsi  a'  §§  propri 

Degl'istituti  regolari  d'ambo  i  sessi, 
csislenli  e  uon  più  esistenti,  nella  religio< 


1 


VE  N 

X.1  Venezia  e  sua  diocesi  patriarcale,  di* 
cLiara  l'ab.  Cappelletti,  nel  t,  g,  Le  Cine- 
se d'Italia.  »  A  voler  tessere,  anche  com- 
pendiosamente la  storia  de'  monasteri  e 
de'conventi,  che  nmneiosissimi  uu  tempo 
esistevano  in  queste  nostre  lagune,  ap- 
pena h.isiterebbe  un  grosso  volume  :  qui 
non  farò  che  annoverai  li,  riserbandomi 
a  dirne  qualche  cosa  di  più  nel  cap.  XI 
della  mia  Storia  della  Chiesa  di  J^ene- 
s/V/,  che  unicamente  a  questa  materia  do- 
vrà essere  consecrato.  Qui  dunque,   se- 
guendone a  un  bel  circa   la  cronologica 
fondazione, incominciei'ò  dal  più  antico". 
Lo  seguirò,  quanto  all'ordine  cronologi- 
co e  quanto  all'esistenza  o  non  esistenza, 
de'religiosi  e  delle  religiose.  Ma  giovan- 
domi dell'autorevole  Stato  personale  del 
Clero,  col  Corner  principalmente,  e  con 
altre  notizie  ed  erudizieni  relative,  in 
confronto  sarò  di  necessità  assai  più  pro- 
lisso. Ma  forse, sempre  riuscirà  poca  cosa, 
ponendo  niente  a  tanto  dotta  e  autorevo- 
le dichiarazione.  E  siccome  andrei  per  le 
lunghe,  se  con  tutto  il  dello  dal  Corner 
nelle  chiese  e  case  d'  ogni  istituto  volessi 
procedere,  pel  moltissimo  che  mi  resta  a 
dire  in  questo  mio  articolo  o  piuttosto 
cenni  del  più  importante,  ad  onta  che,  ri- 
peto, l'argonienlo  "Venezia  pel  suo  vasto 
complesso  tulio  speciale  non  si   può  af- 
fatto restringere  in  un  solo  e  di  Diziona- 
rio quasi  enciclopedico  ,  e  conveniva  in 
certo  modo  trattarlo  come  quello  di  Ro' 
ma,  se  questa  non  formasse  un'unica  ec- 
cezione; così  sono  costretto  a  seguire  il 
metodo  tenuto  colle  parrocchie,  e  quan- 
to all'esistenti  ss.  Reliquie,  qui  pure  rin- 
novo l'avvertenza  fatta  per  le  chiese  di 
esse.  Bensì  e  relativamente  sarò  più  con- 
ciso colle  chiese  e  chiostri  de'  regolari  e 
delle  religiose,  se  esse  o  i  loro  istituti  non 
più  esistono  in  Venezia  e  sua  diocesi  pa- 
triarcale; però  avendone  lasciato  dovizio- 
se memorie  il  Corner,  il  Cicogna  e  altri 
benemeriti  veneti  da  loro  eziandio  ricor- 
dati, che  con  tanto  amore  e  sapere  illu- 
«Irarono  la  patria  storia.  Quanto  agli  or- 
vot.  xci. 


YEN  97 

dini  regolari  d'ambo  i  sessi,  di  cui  vado 
a  parlare,  siccome  di  tutti  scrissi  articoli, 
ancorché  non  più  alcuni  esistano,  in  essi 
si  ponno  vederne  le  notizie.  Nel  §  Vili 
notai,  che  lai.'  concentrazione,  soppres- 
sione e  chiusura  di  molte  chiese  segni  nel 
I  808,  la  2.'  e  generale  nel  18  1  o,  in  dif- 
ferenti mesi,  poi  venendone  demolite  19 
tra  le  da  me  enumerale.  La  concentra- 
zione e  soppressione  de'convenli  e  mona- 
steri cominciata  nel  1806,  si  proseguì  nel 
I  808,  ed  ebbe  tristo  e  lagriraevole  com- 
pimento nel  1810,  parimenti  in  vari  lem- 
pi.  Poscia  seguì  la  chiusura  di  molte  lo- 
ro chiese  ,  e  successivamente  la  demoli- 
zione di  quelle  di  cui    vado  a   tratlarr. 
S'indemaniarono  i  beni  sì  delle  chiesedel 
clero  secolare,  e  sì  delle  distrutte  de*  re- 
ligiosi e  delle  monache,  oltre  quelli  de* 
propri  chiostri,  a  tanta  distruggitrice  tem- 
pesta solo  restando  eccettuati  i   monaci 
inechita risii,  ed  i  religiosi  ospedalieri  ben- 
fratelli  ,  oltre  le  salesiane.  Anche  le  mo- 
nache greche  esistenti  fino  al  1829,  nel 
monastero  vicino  alla  chiesa  di  s.  Gior- 
gio de'  Greci,  di  cui    nel  §  XI II,  n.  9, 
siccome  istituto  straniero,  come  gli  ar- 
meni raechitaristi,  non    furono  soppres- 
se :    ambedue  si    considerarono  slabili- 
menti  nazionali.  II  cavalier  Mulinelli  ne- 
gli  Annali  delle  Provincie  Fenete^  ri- 
porta a  p.  55  ei  19  il   novero  della  riu- 
nione con  altre  di  molle  religiose  corpo- 
razioni ne'dipartimenti  ex  veneti;  ed  a  p. 
75  e  seg.  tratta  delle  corporazioni  sop- 
presse. Ma  egli  osservò  nt^\  Annali  Vr- 
h ani  di  Fe/iezia,a  p.  559,  che  Alessan- 
dro VII  nel  sopprimere  alcuni  inutili  con- 
venti, non  era  contrario  agl'interessi  veri 
della  religione ,  ed  applicandone  le  so- 
stanze a  sollievo  degli  stati  è  farne  un  im- 
piego legillimo  e  naturale.  Sì  mostra  sor- 
preso, come  si  biasimi  Giuseppe  II  per  a- 
ver  egli  pure  annullato  molti  conventi 
inutili  (sic);  e  come  invece  si  continui  a 
lodare  a  cielo  l'  antica  pietà  veneziana  ^ 
quando  Giuseppe  II  non  fece  che  seguir 
gl'impulsi  dati  peri  primi  da' veneziani. 
7 


98  V  E  N 

L'iudore  e  la  smanìa  della  deplorabile 
mania  dell'abolizione  de'ciiiostri,  asili  di 
virtù,  di  saulilà  e  di  dollrina,  di  carità  e 
di  pace,  di  prece  e  di  penitenza,  come  al 
Irove  fece  disperdere  ancora  preziose  bi- 
blioteche, icu portantissimi  archivi, magni- 
ficile opere  d' arte  e  una  moltitudine  di 
iHcmorie  illustri  ,  che  impinguarono  o 
formarono  diverse  raccolte  o  collezioni. 
J  dipinti  delle  chiese  atterrate  o  conver- 
tite in  usi  profani  del  clero  secolare  e  re- 
golare, e  delle  corporazioni  delle  mona- 
che, buona  parte  si  riunirono  nel  depo- 
silo di  pitture  delle  sale  superiori  del  pa* 
lazzo  ducale  e  della  biblioteca  Marcintiti; 
altri  decorarono  il  palazzo  regio  e  l'  an- 
nesso edifizio  della  vecchia  biblioteca.  Al- 
tri quadri  si  collocarj)no  nell'accademia 
delle  belle  arti  ,  altri  e  con  monumenti 
innrmorei  in  s.  Alnrìa  della  Salute  e  in 
jdtri  templi.  Molle  pitture  per  acquisti 
passarono  in  proprietà  privala,  di  vene- 
ziani e  di  strauieri.  Altre  passarono  ad 
iiumenlare  la  galleria  pubblica  di  Vien- 
na, e  quella  di  Brera  a  Milano.  Nel  §  XI, 
con  lo  Stato  personale ,  farò  il  novero 
dell'attuale  clero  regolare  e  comunità  re- 
ligiose secolari  di  Venezia,  urbano  e  fo- 
raneo, richiamandoli  liferilo  in  questo  §, 
e  descrivendo  il  non  dichiarato,  colle  re- 
lative notizie. 

1 .  Benedettini  ,  Benedettine  ,  Bene- 
fralellidi  s.  Servolo  in  isola.  F.  §  XVIII, 

n.  IO. 

2.  Benedettini  di  s.  G  regorio.TìtW ah- 
liate  del  monastero  di  s.  Servolo,  trasferito 
{I  quello  de'ss.Benedelto  e  Ilario  in  Fusina 
nell'isola  di  s.  Ilario,  colla  più  parte  della 
numerosa  sua  famìglia  religiosa,  e  poi  pas- 
sando essa  in  quello  di  s. Gregorio  dì  Ve- 
nezia, già  ne  tenni  proposilo  nel  §  Vili,  n. 
Gg  delle  chiese  parrocchiali,  dicendo  sop- 
piesso  il  monastero  e  distrutta  la  chiesa. 
Si  ponno  vedere  Temanza,  Dissertazio- 
ne sopra  r  antichissimo  territorio  di  s. 
Ilario,  il  Gallicciolli,  ed  il  Fdiasi  presso 
il  cav.  Muùndì\,Dcl  costtane  Venezia' 
no.  Importa  che  io  cou  esso  riproduca 


V  E  N 


1 


un  analogo  cenno.  Fondata  nel  IV  se- 
colo e  intitolala  a' ss.  Ilario  e  bencdeltc 
dal  doge  Angelo  Fartecipazio  con  larga 
dotazione  di  terre,  questa  polenlissimaJ 
ricca  e  famosa  abbazia,  l'altro  doge  Giu^ 
sliniaiio  figlio  di  luì  non  le  fu  meno  li- 
berale in  donazioni  e  privilegi, accresciu* 
ti  poi  e  confermali  dagl'  imperatori  En- 
rico IV,  Lotario  II  e  Ottone  IV,  ed  al- 
tri augusti.  Tra  questi  privilegi  special* 
mente  si  deve  ricordare  quello  pel  quaU 
non  solo  i  monaci,  ma  eziandio i  loro  co^ 
Ioni  e  vassalli  erano  dispensali  dalle  guar' 
die  o  vigilie  al  palazzo  de'dogi,  eccezioud 
singolarissima  in  im  tempo  nel  quale 
tutti  i  monaci  indistintamente  erano  sog-3 
getti  a  questa  servitù,  come  qualunque 
altro  cittadino.  Dipendente  dalla  badia 
e  poco  discosto  eravi  munita  da  torre 
una  grossa  borgata,  ove  da'  veneziani  si 
scatnbiavano  le  preziose  merci  di  Orien- 
te colle  rozze  e  semplici  mBuifatlure  del- 
l'allre  repubbliche  italiane:  quindi  coU 
sempre  copia  di  Iraflicantiecopia  di  bar 
che,  le  quali  ove  fossero  scese  pel  Bien 
la,  navigando  verso  Venezia  ne'mesi  d'a 
prile,  di  maggio  e  d'agosto  doveano  pai 
gare  la  4-"  palle  de*  loio  noli  alla  l)adia 
In  questa  guisa  pei  tributi,  per  le  fiaa 
chigie  e  per  la  vastità  de'  |)ossediment 
arricchiva  essa  oltre  misura,  essendoli 
però  tornala  fatalmente  a  danno  lanl 
dovizia.  Imperocchèda'venezianial  prin^ 
cipio  del  XIII  secolo  sgouii:iati  in  batta 
glia  alla  torre  delle  Bebbe,  alle  foci  de 
Po,  i  padovani  e  i  Irevigiani,  costoro  nel 
ritirarsi  tutta  la  rabbia  della  rìporlnU 
sconfina  rovesciarono  sopra  la  badia 
spieiatamente  ponendola  a  sacco.  Indi  s 
poco  tempo  Jacopo  da  s.  Andiea,  regoi 
lo  prepotente  del  Padovano,  sperperato 
pazzamente  un  ricco  patrimonio,  delibe- 
rò eh*  essa  lo  dovesse  ristorare  della  per- 
duta fortuna.  Forte  adunque  di  scorri- 
dori e  di  sgherri,  all'inq^ensata  in  una 
notte  l'assaltò  e  di  morte  minaccian 
do  l'abbate  Teonisto  e  i  monaci  lutti,  gli 
tolse  cou  tutto  il  denaro  ogni  più  ricca 


V  Ei\ 
suppellellile.  Ridotlosi  Jacopo  nuova- 
mente a  poverlìi,  disperato  si  uccise,  e 
Dante  nel  suo  divino  poema  lo  pone  nel- 
l'Inferno. Per  questi  continui  predamen- 
ti  venne  poco  a  poco  la  badia  a  impove- 
rire, e  già  dalla  primiera  agiatezza  deca- 
duta, esiziali  poi  le  furono  lolalniente 
le  violenze  del  feroce  Ezzelino  III  da  Ro- 
mano, e  piìi  tardi  le  mosse  f5uerresche  ili 
Francesco  I  da  Carrara  signore  di  Pa- 
dova, in  guisa  che  ridotto  allora  il  mo- 
nastero a  baslita,  e  finalmente  al  ter- 
minar del  XIV  secolo  smantellato,  ri- 
fuggirono per  sempre  i  monaci  a  Vene- 
nezia  nell'  altra  batlia  di  s.  Gregorio,  che 
da  quella  di  s.  Ilario  dipendeva. 

3.  Benedettine  dì s.  Zaccaria.  La  chie- 
sa parrocchiale  di  s.  Zaccaria  profeta,  nel 
sestiere  di  Castello,  ebbe  origine  molto  in* 
nanzi  al  monastero  fondato  dipoi   dalla 
pietà  de'dogi  Angelo  e  Giustiniano  Par- 
lecipazio,  dal  vescovo  d'Opitergio  s.  Ma- 
gno per  ammonizione  avuta  in  visione  di 
s.  Gio.  Ballista,  sotto  1'  invocazione   del 
padre  suo  s.  Zaccaria;  rigettando  il  Cor- 
ner altre  tradizioni,  che  t'alsamente  pre- 
tendono farne  risalire  il  principio  al  pon- 
tificalo d'Innocenzo  I  del  ^01  ;  non  che 
diverse  cose  riferite  dal  Sansovino,  e  prin- 
cipalmente le  contenute  nel  libro  di  Do- 
menico Bozzoni  intitolato:  Silenzio  di  s. 
Zaccaria  snodalo.  Fu  dun(|ue  la  chiesa 
di  s.  Zaccaria  eretta  circa  la  metà  del  se- 
colo VII,  e  fatta  parrocchia  de'circoslanti 
abitanti;  benché  poi  per  togliere  il  distur- 
bo alla  quiete  delle  monache  che  l'ulfi- 
ziavano,  si  ridusse  nella  vicina  chiesa  di 
s.  Procolo,  antico  padronato  del  monaste- 
ro, secondo  alcuni  verso  la  metà  del  seco- 
lo IX,  ma  più  veramente  in  principio  del 
XII, essendo  Domenico  neh  107  pievano 
di  s.  Zaccaria.  I  nominati  dogi  dell'8  1  o  (o 
soltanto  Giustiniano),  vi  aggiunsero  poi 
il  monastero  di  benedettine  ,  non  solo 
per  istinto  di  loro  pietà,  ma  per  soddi- 
sfare a'  desideri!  di  Leone  V  V  Armeno 
imperatore  greco  deirSi  3,  il  quale  aven- 
do loro  invialo  in  dono  il  corpo  di  s,  Zac- 


V  EN  99 

caria  profeta  e  padre  del  Precursore,  che 
ripo'^ava  in  S.Giacomo  Minore  di  Costan- 
tinopoli, con  molte  oltre  ss.  Reliquie,  do- 
mandò che  ad  onore  del  s.  Profeta  si  e- 
rigesiie  un  monastero  di  monache,  per  la 
cui  fabbrica  somministrò  ragguardevole 
somma  e  greci  artefici.  Il  cav.  Cicogna 
osserva  ,  che  il  monastero  fu  eretto  Ira 
rSoqe  r827,e  rimarca  la  liberalità  stra- 
na di  Leone  V,  il  quale  come  iconocla- 
sta ninna  fede  preslava  alle  ss.  Reliquie. 
Forse  l'imperatore  con  tali  doni,  tanto 
preziosi  pe'veneziani,  cercava  di  tener  fer- 
ma la  loro  alleanza  col  greco  impero. 
Aggiunge,  che  il  documento  poi  che  af- 
ferma l'operalo  da  Leone  V,  è  una  del- 
le maggiori  prove  della  dipendenza  delle 
Lagune  venete  e  di  que'che  l'abitavano 
all'impero  d'oriente.  Il  doge  Giustiniano 
che  poscia  Io  perfezionò,  gli  assegnò  pel 
mantenimento  delle  religiose  alcune  ter- 
re e  acque  convicine.Soggiunge.il  Corner, 
che  s'  accrebbe  non  molto  dopo  il  deco- 
ro del  monastero  per  la  venuta  in  Vene- 
zia di  Papa  Denedetto  III  neir855,  fug- 
gendo la  violenza  e  l'insidie  dell'antipa- 
pa Anastasio.  Accollo  nella  città  dal  do- 
ge e  da  ogni  ordine  di  persone  con  som- 
ma riverenza  e  applauso,  si  portò  indi  a 
visitare  il  monastero  di  s.  Zaccaria,  cele- 
bre per  le  ss.  Reli(juie  che  possedeva,  in- 
vitatovi dall'istanze  riverenti  della  piissi- 
ma  abbadessa  Agnese  Morosini,  la  quale 
diede  al  Papa  le  più  vive  dimostrazioni  di 
filiale  alTello  e  di  rispettosa  ubbidienza. 
Memore  di  lultociò  Benedetto  III,  ritor- 
nato a  Roma  ,  mandò  in  dono  alla  ba- 
dessa una  gran  parte  de  corpi  de  ss. 
Pancrazio  martire  e  Sabina  vergine,  e 
per  particolare  venerazione  alle  reliquie 
del  I .°,  il  monastero  per  molto  tempo  s'in- 
titolò de'ss.  Zaccaria  e  Pancrazio.  Que- 
sto racconto  del  diligente  Corner, fu  con- 
seguenza del  già  riferito  da'  cronisti  ve- 
neti, i  quali  si  accordano  nel  registrare  la 
venula  nella  loro  religiosa  città  di  Bene- 
detto III,  esule  da  Roma  per  salvarsi  dal- 
la furia  della  fazione  sostenitrice  l'anli- 


loo  YEN 

papa  Anaslasio;  e  vi  rannodano  il  poste- 
riore sagro  doimlivo  del  Papa,  ed  alcu- 
no si  estese  a  convcrlire  le  parole  una 
f^ran parie  de'corpi,  pel  lutto  e  per  l'in- 
tero di   essi,  come  praticarono  altri   nel 
nominare  alcuna  parte   insigne  delle  ss. 
Reliquie {^r^.)  di  diversi  santi. — Qui  è  in- 
dispensabile una  breve  digressione,  per 
indagare  se  vera  la  gita  in  Venezia  di  Be- 
nedetto III,  e  se  le  reliquie  da  lui  inviale 
furono  porzione,  ovvero  i  corpi  de'ss, Pan- 
crazio e  Sabina.  Narrai  negli  articoli  che 
indicherò  in  corsivo,  oltre  in  altri  che  vi 
hannorelazionejCome  deposto  e  scomuni- 
cato da  s.  Leone  IV,  nel  concilio  di  Roma 
tenuto  nella  Ciùesa  di  s.  Pietro  in  Va' 
ticano  nell'853,  Anastasio  già  cardina* 
le  del  Titolo   della    Chiesa  di  s.  Mar- 
tello, per  avere  si  il  titolo  e  la  parroc- 
chin  abbandonati  per  5  anni,  egli   nella 
morte  di  tal  Papa  sturbò  V Elezione  dei 
successore  Benedetto  III,  e  favorito  da- 
gli .i^rtiZ»fZi^r/V2^o;7  del  l'imperatore  Lotario 
],  guadagnati  daTazionari  scismatici,  ad 
onta  che  il  nuovo  Papa  avesse  mandato  a 
incontrare  i  messi  ia)|)eriali,  Adriano  Se- 
(  ondicero  eGvaiìauo  Stiperista,  si  volle 
introdurre  nella  cattedra  apostolica. Però 
■vedendo  gli  ambasciatori  il  popolo  oppor- 
si all'intronizzazione  deW Antipapa  Ana- 
stasio, lo  cacciarono  dal  Laterunu  e  rimi- 
sero in  libertà  Denedelto  III,  ch'era  stalo 
dato  in  custodia  a  due  malvagi   preti,  e 
da  questi  strapazzato  e  ingiuriato.  L'ele- 
zione era  seguita  a' 17  luglio  855,  e  la 
Consa graziane  ebbe  luogo  a'24  o  a'  29 
settembre  dello  stesso  anno,  dilazionata 
appunto  per  attendere  gli  ambasciatori, 
che  secondo  1'  uso  invalso  per  imporre 
alle  fazioni  si  doveano  trovare  presenti; 
laonde  Benedetto  111  non  poteva  partire 
da  Roma  e  poi  era  stato  imprigionalo, 
come  riporta  il  Galletti,  Del  Primieero 
e  altri  uffiziali  del  s.  Palazzo,  p.  54  e 
97.  Il  Novaes  nella  Storia  di  Benedetto 
III,  riferisce  la  morte  di  s.  Leone  IV  a' 17 
luglio  855;  vacò  la  s.  Chiesa  un  mese  e 
12  giorni,  lino  alla  consagrazioue  di  De- 


VEN      • 
nedello  111  eletto  a' 17  luglio  medesinid 
per  avere  Anastasio  peisislito  nello  se 
stna  due  mesi  e  alcuni  giorni;  ed  i  minisi 
imperiali  tralasciarono  di  favorirlo,amu 
tivo  della  costanza  che  videro  nel  clero 
nel  popolo  in   riconoscere  Benedetto  II 
per  vero  Papa,  presente  in  Pioma,  ov 
mo:i  tiopo  2  anni,  6  mesi  eie  giorni  d 
pontificato.  Tra  le  due  epoche  vi  è  an,t 
cronismo.  Poiché  se  lo  dice  eletto  a'i' 
Ifjglio  e  consagrato  a'29  settembre,  qii< 
sto  periodo  è  più  lungo  del  da  lui  dicliia 
rato.  AfTatlo  non  parlano,  che  per  lo  sci 
sma  d'  Anaslasio  fuggisse  da   Roma  B 
nedello  HI   e  che  si  recasse   a  Venezia 
i  seguenti  alili  scrittori  da  me  possedut 
e  riscontrali.   Anaslasii  BibUolhecarit 
De   Vilis  Roni.  Pontificiun ,  cum  noti 
variornni,  l.  1,  p.  394-  Ciacconio  ,  Fi 
tae  Ponlifieum,  t,  1,  p.  689,  cnm  novt 
Addilio  Oldoini,  il  quale  però  riferisci 
quanto  riporta  il  Morosini  ntW  Historic 
di  /'enetia,e  trovandolo  in  questo  a  p. 69 
ne  preferisco  il  testo  italiano  e  più  intero 
"  Venne  a  Veuelia   nel  suo   principale 
(del  doge  Pietro  Tradonico)  deir856  Pa 
pa  Benedetto  HI,  che  da  lutti  gii  ordin 
della  città  con  grande  riverenza  et  hono 
re,  comesi  conveniva, fu  ricevuto.  Dico- 
no alcuni  vi  venisse  per  allontanarsi  dal- 
le turbolenze  di  Roma;  essendo  egli  an 
dato  alla  chiesa  e  monaslerio  di  s.  Zao 
caria  dall'abbadessa  Agnese  di  casa  i\Io 
rusina,  fu  supplicato  ad  lionorar  il  su( 
monaslerio  delli  corpi  di  s.  Pancratio  i 
di  s.  Sabina,  e  ne  fu  con  benignità  gran- 
de  da  S.  Santità  ritornota  a  Roma  gra 
liala".  Per  le  quali  reliquie  avverte  l'Ol- 
doino  :  Parteni  tantum  fior  uni  Sane  lo- 
rninCorporuniJ'enetias  nnsìsse  Benedi 
cluni  af/ìrniare  nohis  est  opus,  rum  ex 
Marlyrologio  Romano,  aUisque  fidcdi 
gnis  auctoribus  habeanius  Roinae  sacra 
linee  Lipsana  nOftris  etiani  nisce  tempo 
ribus  fidclcs  cenerari.  Il  Piazza  nell'/ 
merologio  di  Roma  a'  1  2  maggio,  festa  d 
s.    Pancrazio  ,  afferma  venerarsi   il  suo 
corpo  nella  suburbana  Chiesa  di  Roma 


V  EN 

v.  Pancrazio,  e  produce  ranlorilìidi 
F8|)i«  s.  Giegoiio   I,  suir  esistenza   nella 
i  medesima  del  s.  Corpo.  Nana  |)iire  del- 
\  l'altre  chiese  di  Roma  che  ne  possiedono 
!  le  reliquie,  ed  il  Capo  venerarsi  nella  ha* 
silica  Laleranense,  e  che  nel  grande  in- 
:  cendio  che  la   bruciò   si   conservò  illeso 
con  l'immagine  del  Salvatore,  ma  sudò 
.«angue  per  3  giorni  conlinai.  Notai  nel- 
i  iu  biogralìa  del  santo,  che  le  sue  reliquie 
furono  nella  sua  chiesa  disperse  nelle  due 
■  re|)ubl)liche  romane  del  1 798  e  1 849  '^'''' 
furiosi  e  sacrileghi  repubblicani,  e  persi- 
•  no  spezzata  l'urna  che  racchiudeva  le  ve- 
,  nerabili  ossa  ;  e  devastato  empiamente 
I  tutto  il  tempio,  rapita  la  s.  pisside,  fallo 
[  in  pezzi  il  ciborio.  11  corpo  di  s.  Sabina 
'  matrona    romana  e  martire,  si    venera 
nella    (Illesa  di  lìoiiui   s.   Sabina,  sot- 
to r.dtare  maggiore,  rmnovando  il  qua- 
le Sislo  V  ritrovò  le    relicjuie  del  suo  s. 
Corpo,  e  qtiell'allre  i\\  cui  anche  nel  voi. 
LXXXVIII,  p.  8G:  tanto  testifica  il   ci- 
tato Piazza  ,  anche  nella  sua  Gerarchia 
Cardinalizia.  E  ciò  basii  perora,  quan 
lo  alle  ss.  Reli(juie.  Il  IJaronio  negli  An- 
nali ecclesiastici^  e  il  diligente  suo  coin- 
pendiatore  Rinaldi,  all'  anno  855  dicono 
morto  s.  Leone  IV  a'  17  luglio,  e  senza 
dimora  di  comun  volere  fu  eletto  Bene- 
detto III;  ma  poi  alcuni  perversi,  valen- 
dosi dell'opera  degli  ambasciatori  impe- 
riali ,  posero  violentemente  nella  sagro- 
s.mla  sede  Anastasio  scomunicato.  Lodo- 
vico 11,  vedendo  che  nell'elezione  del  Pa- 
pa non  si  avea  riguardo  all'imperatore, 
sludiossi,  in   odio   tiel  clero  romano,  il 
quale  procedeva  all'  elezione  con   liberi 
tuli,  di  promuovere  a  tanta  dignità  quel- 
l'andjiziosu  di  perduta  salute.  Ma  in  vuo' 
lo  andarono  i  leujerari  inlendimenli  del 
principe.  A    lui  e  al  padre  Lotario   I    il 
clero  mandò  d  decreto  dell' elezione.  In- 
tanto i  f.uUori  dell'antipapa   posero   in 
prigione  Denedetto  111.  Gli  aadjasciatori 
adunalo  il  clero  nella  Chiesa  di  s.  Emi- 
liana, verginee  martire  romana,  gl'ini- 
posero  per  Papa  Anastasio.  II  clero  ri- 


VEN  lor 

cnsò  e  col  popolo  tornava  aJ  acclamare 
lìenedetlo  111,  che  riconosciuto  dagli  am- 
basciatori, Anastasio  fu  cacciato.  Nel  mi- 
nuto racconto  non  avvi  parola,  che  Be- 
nedetto III  fuggisse,  né  poi  ne  partisse du- 
rimte  il  breve  pontificato.  Lodovico  A- 
gnello  Anastasio, /s7or/a  degli  Antipapi, 
t.i,p.  166,  anch'egli  narra  l'elezione  di 
Benedetto  HI  a'  1  7  lugfio  855,  ripugnan- 
te per  virtù  ;  poi  il  decreto  dell'elezione 
fu  mandato  all'imperatore  Lotario  I,  se- 
condo r  abuso  che  riprovai  in  tanti  luo- 
ghi, e  derivato  per  conoscere  se  canonica- 
mente erasi  proceduto;  quindi  l'Augusto 
inviò  i  suoi  ambasciatori  perassislerealla 
sua  consagrazione,  i  quali  furono  incon- 
trati da  alcuni  fautori  dello  scomunicato 
Anastasio  cardinale  deposto,  per  subor- 
narli, e  intanto  imprigionarono  Benedet- 
to III  strettamente  legalo.  Allora  Anasta- 
sio s'intruse  nella  Sede  apostolica  e  com- 
mise scelleraggini  nella  basilica  Vaticana, 
peggio  d'un  saraceno.  Fece  spogliare  ii 
Papa  delle  vesti  di  sua  dignità  e  iniqua- 
mente battere,  oltraggiandolo  pure  con 
villanie;  indi  lo  consegnò  a   Giovanni   e 
Adriano  preti,  stali  deposti  anch'essi  da 
s.  Leone  i  V,  perchè  lo  legassero  e  tenes- 
sero prigione.  A  tante  barbarie  alti  cla- 
mori alzarono  il  clero  e  il  popolo,  e  giam- 
mai vollero  piegare  a'  minacciosi  ordiui 
degli  ambasciatori,  di  riconoscere    Ana- 
stasio per  Papa.  Allora  gli  ambasciatori 
usarono  la  seduzione,  senz'etletto,  onde 
tornarono  frementi  alle  minacce  di  far 
mozzare  leste.  Ricusandosi  da' vescovi  di 
Ostia  e  d'Albano  consagrare  T  antipapa, 
finalmente  gli  ambasciatori  udendo  tutti 
i  vescovi,  il  chiericato,  il  popolo  gridare 
nella   basilica   Laleranense:   Beuedictus 
Dcatissìmuin  Papani  volunius,  ìpswn- 
qne  desideraniusj  calmando  il  loro  fu- 
rore, tentarono  ancora  una  volta  gli  am- 
basciatori di  favorire  Anastasio,  e  poi  ri- 
conosciuta la  verità  si  diedero  per  vinti. 
Fu  dunque  vergognosamente  cacciato  A  • 
nastasio,  e  liberalo  Benedetto  Ili  fu  por- 
tato tnoufalmente  uella  basilica  Liberia- 


loa  VEN 

iia,  dove  gli  scismatici  gli  domantlarono 
neitlono  e  resero  ul)biJieiiza  ;  il  simile 
fecero  gli  ambasciatori ,  ch'erano  slati 
luanilali  a  Roma  per  riconoscerlo.  Il  se 
tlicente  Anastasio  li!  da' 24  'l's''^  avea 
usurpato  il  pontificato  nello  scisma,  che 
termiiiò  a'29  settembre  colla  consagra- 
zionedi  Benedetto  III. Nella  della  Istoria 
particolareggiata  dal  diligente  e  ditFnso 
storico, non  si  fa  parola  di  assenza  daRoma 
di  Benedetto  ili,  né  di  posteriori  brighe 
o  vessazioni  del  fuggito  Anastasio;  sol- 
tanto e  penitente  tornando  in  Roma  nel- 
1*867  sotto  s.  Nicolò  l,ma  per  nuovi  de- 
litti fu  nuovamente  deposto  da  Adriano 
11  neir868.  11  Gusta,  Piaggi  de  Papi j 
ed  il  Ferlone,  Deviagli  de  Sonimi  Pon- 
tefici, affatto  non  nominano  Denedetlo 
111.  11  Pagi,  Breviariuni  Poiitificuin 
Eoni.:  De  Benediclus  IH,  egualmente 
non  fa  parola  che  il  Papa  si  partisse  mai 
tla  Ruma  nel  suo  breve  pontificato.  Niu- 
iia  menzione  ne  fanno  il  Garampi,  De 
Nuniino  Argenteo  Benedicti  III.  Il  Pla- 
tina, Le  Vite  de*  Pontefici.  Il  Panvinio, 
ppilonic  Pontifìcnm  Roni.  11  S;indinij 
Jitae  Ponti ficiim  Roni.  Il  Burlo,  Rom. 
Ponti ficuni  B  revis  notitia  ,\Jiì^vn\on>Slo- 
ria  de' Papi.  Il  Muratori,  Annali d' Ita- 
lia, racconta  negli  anni  855,856  e  857, 
e  importa  che  io  rimarchi,  la  tnorte  di 
s.  Leone  IV,  da  lui  pure  regislrala  a' 17 
luglio  855;  il  tradimento  de'  portatori 
del  decreto  d'elezione,  che  ingannarono 
Loilovico  II,  con  dirla  [)robabilmente  si- 
moniaca e  violenta;  e  il  trovarsi  egli  in 
Italia  suo  regno.  Che  tenendosi  anche  al- 
lora la  città  di  Venezia  qual  cosa  rara, 
come  fabbricata  in  mezzo  all'acque  del 
mare,  narra  la  visita  che  neir856  vi  fa 
ce  Lodovico  II  coll'imperatrice  Angilber- 
gasua  moglie;  nulla  dicendo  della  pretesa 
venuta  di  Benedetto  111,  benché  parli  di 
questi  e  di  Roma,  e  persino  di  traslazio- 
ni di  Corpi  santi  ;  e  della  visita  fatta  al 
Papa  in  Roma  da  detto  imperatore.  Il 
cav.  Cicogna  appena  ripete  cogli  altri 
ficiiltoci  la  fatta  visita  nella  chiesa  di  s. 


VE  N 


I 


Zaccaria  neir855,  e  l'invio  da  R.oma  de* 
Corpi  santi  di  Pancrazio  e  Sabina  ;  e  for. 
se  anche  quelli  de'ss.  Nereo    ed  Achilleo, 
ma  non  essere  certo,  poiché  riconos  cendo 
conservarsi  in  Roma,  crede    venerarsene 
qui  una  porzione.Anzi  essere  certo  che  nel» 
la  cattedrale  di  Ceneda  sono  le  leste  de* 
ss.  Nereo  ed  Achilleo;  pertanto   se  cioè 
realmente  vero,  ad  altri  santi  del  nome 
stessoapparterrannole  teste  che  si  custo- 
discono in  s.  Zaccaria.  Conclude  pruden 
temente,clie  si  di  queste  reliquie,  che  del 
rallre,iu  maticanzadi  documenti  piamea 
te  SI  deve  credere  ciò  che  fu  dello  da  gì 
antichi,  quand'anche  in  effettua  divers 
personaggi  spettassero.  Ma  di  Ben  ed  eli 
111   nuli' altro  ci  dice,  e  della  queslion 
osserva  allo  silenzio,  comprenden  do  be" 
ne  nella  vasta  sua  eruJizione,  non  esse 
re  argomento  da  potersi  sostenere  e  prò 
vare.  Tolga  il  cielo,  che  io  pretenda  le 
vare  una  gloria  a  Venezia,  mentre  anche 
di  si(nili  ne  vanta,  come  accennai  più  so 
pra  e  riferirò  nuovamente  poi.  Il  moti» 
per  cui  feci  tali  critiche  indagini,  deriv 
Ùa  lispetto  e  condiscendenza  per  un  eli 
storico  veneto,  una  delle  glorie  lettera 
rie  viventi  di  Venezia,  il  quale  nel  settem 
bre  i853  si  degnò  corlesemenle  interpel 
larmi  sull'aigomento.  Per  assoluta  man 
canza  di  tempo  mi  scusai,  promisi  occuf 
parmene  quando  avrei  trattato  di  Vene 
zia,  così  vi  corrisposi.  Egli  è  il  dolio  e  cr 
tioo   S.  R^omaniii,  autore  dell'applaudi 
la  Storia  documentata  di  Venezia,  iv 
i8ti3'58  tipografia  Naralovich,  in  cor 
so  avanzato  di  stampa,  e   di  cui   mol 
to  mi  gioverò  e  perciò  con  imperitur 
riconoscenza.    Eruditamente   ne  ragie 
na  nel  l.  i,p.  i83,  e  dopo  over  anch'  e* 
gli   esaminato  molti  scrittori  delle  fi- 
te  de'  Papi  e  altri  autoii,  che  nouìina, 
e  nulla  dissero  della  venula  di  Benedetto 
Illa  Venezia  e  delle  reliquie  de'  ss.  Pan- 
crazio e  Sabina  mandate  al  monastero  di 
s.  Zaccaria,  nella  cui  chiesa  sono  in  parti 
colar  venerazione;  e  che  neppure  fecer 
cenno  d'alloutanamenlo  del  Papa  da  R 


I 


YEN 

m.'i.  Ricorda  il  liproiloUo  dell' OUloìiio 
stilla  felle  dei  Rlorosini  ;  che  con  un  dicesi 
l'accenna  il  iMal)illon,/^/irtcz/t;.Vj-epernon 
dire  nitro,  che  il  Dandolo  narra  dubbio- 
samente il  (atto.  Laonde  conclude,  es- 
sere il  racconto  una  pia  leggenda  de've- 
nezi.ini,  colla  quale  si  volle  dare  mag- 
giore importanza  a  quelle  reliquie  ,  ed 
unirvi  una  gloria  nazionale  d'averne  al- 
bergato l'eccelso  donatore.  L'ab.  Cappel- 
letti,trattando  de' vescovi  d'Oli  volo,sa  via- 
mente  usa  un  dicesi  che  Benedetto  MI  fu 
a  Venezia  per  venerare  il  corpo  di  s.  Mar- 
co, alloggiato  nel  monastero  di  s.  Zacca- 
ria,del  qual  soggiorno  il  Corner  non  trovò 
memoria  ;  e  che  tornato  in  Roma  man- 
dò in  dono  alia  chiesa  i  corpi  de'ss.  Ne- 
reo ed  Achilleo,  i  (|uali  corpi  tuttora  ivi 
si  conservano.  Siringe  il  suo  dire,  quanto 
alla  venuta  del  P.ipa  e  sua  dimora  nel 
monastero,  che  resta  luogo  a  dubitarne, 
anco  perchè  s.  Leone  IV  vivea  sino  al  i  7 
luglio  856.  »  Come  dunque  poteva  veni- 
re a  Venezia  nelI'SSS  il  Pontefice  Bene- 
detto III,  il  quale  non  era  ancora  stato 
eletto  Papa?"  E  penoso  il  non  potere 
talvolta  andar  d'accordo  con  chi  s'impa- 
ra, si  ammira  e  si  deve  gratitudine.  Sa- 
piente, non  si  oifenderà  se  io  da  nulla, 
osi  esporre,  riverente,  testimonianze  di- 
verse, prolesta  che  intendo  estendere 
con  altri  eccellenti  veneti  scrittori  qua- 
lora non  creda  in  lutto  seguirli.  Impe» 
rocche  gli  autori  di  sopra  ricordali,  lui* 
ti  assegnano  la  morte  di  s.  Leone  IV 
nell'855,  e  in  questo  l'elezione  di  Be- 
nedetto III.  Qualche  vaiiante  trovai  sul 
giorno  della  morte  del  1°  e  dell'elezio- 
ue  del  2.°,  la  quale  comunemente  si  ri- 
porta a' 17  luglio  855.  Valga  per  tulli 
l'autorilà  del  cardinal  Garaujpi,  che  pre- 
cisamente discute  nella  Dissert.  De  Nitm- 
mo  Dcned.  HI,  V  epoca  della  morie  di 
s.  Leone  IV^,  quelle  dell'elezione  e  con- 
sagrazione  di  Denedello  111,  e  l'epoca  di 
Lolario  I,  poiché  alcuni  attribuirono  gli 
ambasciatori  a  Lodovico  II.  Il  moderno 
dottissimo  HenrioD  registra  la  morte  di 


V  E  N  lol 

s.  Leone  IV,  col  comune  degli  storici 
a*  17  luglio  855,  e  «lice  che  subilo  gli 
successe  Benedetto  III  ;  così  escluden- 
dosi la  favola  della  Papessa  Giovan- 
na (^^.),  la  quale  alcuni  posero  nel  lem- 
po  di  mezzo  fra  questi  due  Papi,  met»- 
tre  la  favola  fu  inventala  al  principio 
del  XIV  secolo.  Osserva  ancora  con 
Anastasio  Bibliotecario,  che  Benedetto 
III,  siccome  imniediato  successore  di  s. 
Leone  IV,  l'elezione  sua  fu  nota  a  Loia- 
rio  I,  il  quale  mori  a'aS  settembre  855. 
La  numismatica  produsse  una  medagliai 
o  moneta  dove  da  un  lato  ha  Benedetto 
III, dall'altra  Lotario  I,e  tolse  ogni  dub- 
bio sia  sull'epoca  e  sia  sulla  scandalosa  no- 
vella ripudiata  dagli  stessi  protestanti  di 
sano  intelletto.  Dichiara  inoltre  Maran- 
goni, Chro/iologia  Roni.  Pontificum,  a 
p.  55  e  5Q,  che  s.  Leone  IV  morì  a'  1  7 
luglio  855,  e  Benedetto  HI  tolto  con 
violenza  dal  suo  titolo  ove  stava  orando, 
fu  tosto  acclamato  Papa,  indi  dopo  due 
mesi  e  12  giorni  venne  ordinalo;  e  che 
il  Garampi  colla  citata  Dissert.,  in  qua 
edam  pliira  de  illius  sedis  epoclia  eru- 
dite ex  pendit.  Di  pina  p.  i85  descrive: 
Schisma  xii  Anno  Chrisli  dccclf,  in 
quo,  cantra  Denediclum  III  ìntrusus 
est  Anastasius  presl>yter.  Conviene  av- 
vertire, che  Lodovico  II  era  stalo  asso- 
cialo dal  padre  Lotario  I  al  regno  d'Ita- 
lia neir844>  e  come  tale  venne  corona- 
to da  Sergio  II;  e  neir85o  fu  associato 
all'impero;  perciò  gli  ambasciatori  im- 
periali furono  attribuiti  anche  a  lui. 
Quanto  a'corpi  poi  de'ss.  Nereo  ed  Achil- 
leo, leggo  nel  Corner.  »  Benedetto  resti- 
tuito alla  sua  sede  di  Roma  mandò  iu 
dono  alla  divota  abbadessa  una  gran 
parte  de'  corpi  de'  ss.  Pancrazio  martire 
e  Sabina  vergine,  de'quali  questa  vedesi 
registrata  nel  R.omano  Martirologio  (col 
titolo  di  iìlartyris  e  non  di  Firginis) 
al  giorno  29  di  agosto,  e  quegli  è  vene- 
rato dalla  Chiesa  universale  con  ufilzio 
comune  a'ss.  martiri  Nereo  ed  Achilleo, 
de'quali  pure  gloriasi  questa  chiesa  (di  s. 


io4  VEN 

Zn(c«rio)di  conservare  insigni  relir/nìc". 
JNon  ilice  corpi.  L'  allunale  Diario  Ilo- 
Viano  nel  ff  naie  si  annunziano  le  fcslc  di 
Homa,  registra  a' i  2  maggio:  »  SS.  Nereo 
eJ  Achilleo  fratelli,  e  Flavia  Doinitilla 
vergine  e  martire,  alla  luro  chiesa  sono  i 
loro  corpi".  Altrettanto  notai  nella  bio- 
grafìa de'  medesimi  con  poche  parole, 
uvendonepiù  volle  ragionato  altrove.  Il 
piazza  neir  Enierologio  di  Roma,  a 
la  maggio  narra:  »  1  ss.  INereo  ed  Achil- 
leo gloriosi  fratelli  martiri  romani,  eu- 
nuchi di  Flavia  Douiitilla.  ..La  fèsta  si 
fa  con  indulgenza  plenaria  alla  loro  chie- 
sa, ove  riposano  nella  confessione  anti- 
chissima sotto  l'altare  maggiore  i  loro  ve- 
nerabilissimi Corpi,  con  quello  della  b. 
Flavia  Dumitìlla  loro  signora.  Le  Teste 
loro  si  venerano  in  preziosi  reliquiari  al- 
la Chiesa  Nuo\a'(dtì' Filippini).  A  s. Adria- 
no, ove  sono  le  loro  reliquie,  e  se  ne  fa 
solenne  memoria.  A  s.  Pietro  in  Valica- 
no, ovesono  loro  Sagri  pegni.  Nella  me- 
desima diaconia  dì  s. Adriano  i  iposaronu 
per  molto  tempo  i  corpi  di  questi  ss.  Mar- 
tiri, cioè  dall'anno  1228  sino  al  1  Sgy,  nel 
quale  furono  con  celebre  pompa,  quanta 
giammai  per  avventura  si  vide  ne'tem- 
pi  andati,  in  occasioni  di  Traslazione  di 
Santi,  trasferiti  a  questa  loro  chiesa  ". 
Tralascio  per  brevità  di  riprodurla,  de- 
scrivendosi dal  Piazza,  il  (|uale  giù  avea 
riportalo  le  medesime  e  altre  notizie  nel- 
la (^errt  re /i/rt  Cardinalizia,  - —  Il  Corner, 
oltre  i  riferiti  sagri  tesori,  dice  che  mag- 
giori n'ebbe  la  chiesa  di  s.  Zaccaria  ne! 
secolo XI,  allorquando  i  veneziani  dall'o- 
riente portandoa  Venezia  preziosi  Corpi 
santi,  alcuni  ne  depositarono  in  quella 
chiesa,  come  nel  più  divoto  santuario 
della  città.  Celebre  tra  essi  è  il  corpo  di 
s.  Tarasio  eremita,  pel  prodigioso  suo 
acquisto,  indi  solennemente  ricevuto  e 
collocato  in  una  cappella  sotterranea  del- 
la slessa  cliiesa,  nel  cui  monastero  200 
leligiose  allora  servi  vano  a  Cristo.  Da  Sa- 
pio  in  questa  chiesa  purlarono,aIlri  vene- 
ziaoi,  i  corpi  interi  de'ss.Gregorio  e  Teo- 


VEN 
(loro,  e  il  c.ipodel  loro  compagno  s.  Leo- 
ne, lasciando  in  delta  isola  d  suo  corpo. 
Soldati  di  Costanzo,  per  conservar  pura 
la  loro  religione,  eransi  ritirati  a  Samo  a 
menare  santa  vita  eremitica.  Da  Roma, 
ove  fu  martirizzato,  fa  recalo  in  questa 
chiesa  il  corpo  di  s.  Lizerio  spagnuolo.  A 
così  insigni  reliquie,  si  devono  aggiunge- 
re nella  chiesa  di  s.  Zaccaria,  quelle  della 
ss.  Croce, della  Veste  della  B.  V^ergine,  già 
trasmesse  col  corpo  del  s. Titolare  a' dogi 
l'arlecipaziodairiniperatore  Leone  V,  di 
cui  pure  si  crede  dono  il  Velo  di  s.  Aga- 
li  vergine  e  martire,  tanto  prodigioso 
contro  gl'incendii.  Altresì  una  ss.  Spina, 
alcuni  capelli  di  Maria  Vergine,  il  cor- 
po di  s.  Bonifacio  martire,  le  teste  che 
dicoiisi  de'ss.  martiri  Slef-mo  I  papa  (ma 
può  vedersi  la  sua  biografia),  Pietro  Ales- 
sandrino vescovo,  Claudio,  Felice  e  Sabi- 
na, oltre  alcune  os«a  de'ss.  Innocenti,  e- 
giialmente  si  conservano  con  ispeciale 
riverenza  in  questa  chiesa.  Frattanto 
non  essendo  passali  molti  anni  ilalla 
fondazione  del  monastero,  minacciai! • 
do  rovina.  Io  rinnovò  interamente  con, 
grave  spesa  la  badessa  Giovanna,  figlia 
ilei  doge  Orso  I  Parlecipazio,  il  qua- 
le si  elesse  a  sepoltura  questa  chiesa. 
Nel  suo  atrio  già  vi  giaceva  dall' 864 
riminediato  suo  predecessore  Tradoni- 
co,  proditoriamente  ucciso  nell'uscire  da 
questa  chiesa,  dopo  avere  assistilo  al  ve- 
spero  de'i3  settembre  anniversario  di 
sua  consagrazione.  Altri  dicono  nel  dì  se- 
guente, altri  il  2."  giorno  di  Pasqua  ;  il 
cui  cadavere  abbandonato  dal  terrore 
ilestato  dal  tragico  avvenimento,  nella 
notte  le  pie  monache  lo  seppellirono.  Cre- 
scendoli monastero  in  somma  ripulaziot 
ne  di  santità  ancor  presso  gli  estraiiei,con- 
corsero  ad  aumentarne  le  rendile  rag- 
guardevoli personaggi,  con  ampie  dona- 
zioni conferinateda  imperiali  diplomi, ad 
onta  de'  quali  non  mancarono  poi  conte- 
stazioni  vessatorie.  Soperate  dopo  molli 
luigi,  altri  benefallori  l'arricchirono  di 
possessioni,  per  alimento  delle  i'erginì  e 


V  E  N  V  EN                   io5 

{Ielle  vcdci'c,  che  nel  monastero  ritirate  memore  deiroffuttnoso  e  rileranle  soc- 
servivano  Dio  con  regolnr  osservanza  ;  e  corso  ricevuto  tliille  monache  nella  guer- 
riuscirono  opporliine,  per  aver  il  fatale  ra  eli  Lombardia;  ed  anche  pel  prezioso 
incendio  deli  i  o5  distrutta  la  chiesa  e  di-  santuario  di  tante  ss.Rcliquie,  ed  in  con* 
vorato  il  MionaslerOj  ben  tosto  riedilica-  siderazione  chela  visitava  il  doge  col 
li.  Insorti  nuovi  contrasti,  l'imperatore  venetosenato  nella  solennità  di  l^asqua, 
Eolico  V  nella  sua  venuta  a  Venezia,  li  per  antico  immemorabile  uso,  e  nella 
troncò  con  amplissimo  diplonia.  Anche  i  piìi  pomposa  Oìaniera.  Siill'islituzione  di 
J*ai)i  decorarono  il  nionastero  di  specia-  tal  visita,  vari  sono  i  pareri  de' veneti 
hssimi  privilegi,  poiché  Eugenio  111  nel  scrittori.  Alcuni  la  derivano  dal  dogado 
ii5i  l'accolse  sotto  la  protezione  della  di  Giustiniano  confondatore  del  mona- 
s.  Sede,  ordinando  che  vi  si  conservasse  stero;  altri  dalle  ricevute  ss.  Reliquie  in* 
la  congregazione  cluniacense  dell'ordme  viale  da  Benedetto  III,  per  pubblico  de- 
di  s.  Denedetto,  stabilitavi  per  l'avanli,  e  creto  onde  venerarle;  altri  dal  principato 
che  fosse  immune  da  molestie:  tutto  di  Sebastiano  Ziani,  per  gratitudine  del- 
confermarono  Adriano  IV,  Alessandro  l'erronea  concessione  fatta  dalle  mona- 
Ili,  Lucio  111,  Uibano  HI,  Urbano  IV,  che  dell'orlo  loro,  per  ampliare  il  palaz- 
Lonifacio  IX.  Di  Alessandro  111  nel  t.  2,  zo  ducale  e  la  piazza  pubblica,  tradizione 
p.  /p8  del  Bull.  Rolli.,  vi  è  la  bolla  j4-  qualificala  favolosa  da  Corner.  Anche  in 
pus  lolici  modera  mini  s,con(ermai\\.c  lut-  questo  monastero  penetrò  la  rilassatezza, 
li  i  beni  e  privilegi,  data  in  Tuscoloa'21  massime  nel  deplorabile  lungo  scisma; 
marzo  i  i8o,  soltoscrilta  dal  Papa  e  da  giunta  la  corruttela  agli  estremi,  eoergi- 
17  cardinali.  Non  ostante  l'interna  pace  ci  provvedimenti  ordinò  il  patriarca  Con- 
del  monastero  fu  turbala  nel  1  278  da  al-  tarini,  considerandolo  nobilissiino  fra  gli 
tuni  conversi  benedettini,  servi  di  esso,  altri  della  città,  corrisjjosto  dalla  bades- 
secondo  Tuntica  consuetudine  per  la  di-  sa  Marina  ÌMaicello  e  dalla  parte  miglio- 
rezione  delle  rendite,  oltre  i  religiosi  per  re  delle  monache,  e  confermati  nel  r5i5 
l'amministrazione  tie'  sagramenti,  di-  da  Leone  X,  il  quale  nel  i5i8  restituì 
nioranli  ne' cos'i  detti  monasteri  doppi,  alla  chiesa  di  s.  Zaccaria  l'ampie  indul- 
c  l'ordine  del  ss.  Salvatore  di  s.  Brigida  genze  concesse  da'predecessori,  e  sospese 
(/  .)hì  così  fondato,  di  che  liuono  fre-  da  Giulio  II  per  la  rifabl)rica  della  basili- 
qiienti  gli  e>empi  ne'uionasteri  di  Vene-  ca  Vaticana.  11  sontuoso  tempio  [)er  l'è- 
zia,  ed  il  nobile  veneto  Gio.  Agostino  norme  spesa  e  la  mancaza  di  pronti  mez- 
Gradenigo  con  una  stampata  Lettera  zi  soltanto  compito  nel  i5i5,  concor- 
provò  l'uso  de'mouasteri  doppi  in  Vene-  rendovi  con  alquante  coloime  ujarmoree 
zia.  Il  doge  Tribuno  IMemmo  nel  991  e  l'erezione  d'una  ca()pella  il  vescovo  di 
costrello  dal  popolo  a  vestir  l'abito  mo-  Brescia  Domenichi,  fu  consagialo  a' 27 
naslico  ne'recinti  sagri  di  s.  Zaccaria,  ivi  maggio  1  543  da  Lucio  vescovo  di  Se- 
G  giorni  do[)0  morì  e  fu  sepolto.  La  benico,  sotto  l'invocazione  di  s.  Zacca- 
chiesa  benché  rinnovata  dopo  l'accenna-  ria  profeta  antico  suo  titolo,  ma  se  ne  ce- 
lo  disastro,  vicina  a  cadere,  le  monache  lebra  raniiiversarioa'7  maggio.  In segni- 
nel  1456  e  14^7  fecero  gettare  i  fon-  lo  ebbe  altre  decorazioni,  per  la  genero- 
damenti  di  quella  che  s'ammira,  più  am-  silà  di  diversi  divoli.  Quesl'am[)lissimo 
pia  e  magnilica,con  isceltissirni  marmi,  i  chiostro  di  benedettine,  fu  da  e>se  abita- 
cui  avaiizantenli  furono  eccitali  da  Cali-  tosino  alla  soppressione  del  nefastoiSio. 
sto  111,  Pioli  e  Innocenzo  Vili, conceden-  Già  nel  1806,  in  cui  pel  decreto  de'28 
do  larghissime  indulgenze  a'  fedeliobla-  luglio  visi  erano  concentrale  le  religio- 
lori  di  sussidii.  Vi  concojse   il  scuulo,  se  della  Cioce,ede'ss.  CusmaeDamia- 


I  <)6  V  E  N  YEN 

no  flella  Giudecca,  fu  allora  dicliiarato  chiesa  del  s.  Sepolcro.  Intorno   ad  essa 

nioiiiistero  di  i.' classe.  Tulle  le  mona-  cappelln  sono  disposti  sedili  a  tarsia  la- 
che  poi  sloggiarono  a'  3o  giugno  1810.  vorali  nel  14^4  da'  fratelli  Francesco  e 
La  chiesa  per  alcuni  mesi  stelle  serrata,  Marco  di  Vicenza.  Il  maggior  aliare,  ar- 
flnoal  decreto  patriarcale  de'24  otlohre,  chi  Iettato  con  il  miglior  ingegno,  ricco  di 
col  quale  fu  dichiarala  parrocchia  della  marmi, ha  un  elegante  tabernacolo. In  uno 
decania  di  s.  Pietro  di  Castello,  e  nel  dì  de'piccoli  altari  dietro  al  medesimo  è  os- 
seguente  fu  riaperta  al  divin  culto.  La  servahile  il  s.  Pietro  clie  piange  :  soggetto 
parrocchia  conta  4 1^6  anime,  ed  ha  per  che  il  napoletano  Ro«a  rappresentò  con 
chiesa  succursale  s.  Giovanni  in  Oleo,  di  forza  e  tenerezza.  Nell'altare  appresso,  la 
cui  nel  §  Vili,  n.  i  f.  Il  monastero  servì  Circoncisióne  del  Signore  e  s.  Caterina  , 
parecchi  anni  a  pid^blici  ulH/i  della  ra-  è  graziosissimo  dipinto  di  Gio.  Bellino, 
gionateria  centrale  delle  Provincie  venete.  Vicino  alla  sagrestia  è  il  Deposito  che  il 
ed  oggidìi  militari  vi  tengono  il  magazzi-  ricordato  Vittoria  scolpì  a  se  medesimo  : 
»iod'al)|jigliame(ilo.  La  chiesa  è  una  delle  è  un  monumento  fra'piìi  illustri  che  vau- 
pili  s[>lendide  e  de'piìi  belli  ornamenti  di  li  Venezia.  Belli  sono  pure  que'  del  se- 
Venezia,  perl'eslerior  prospetto,  interna  nature  Marco  Sanuto,  e  dell'ambasciato- 
strulturaearmonicocompartimentOjScel-  re  Giovanni  Cappello.  Sull' altare  del- 
tezza  di  marmi,  copia  e  vaghezza  di  pit-  la  sagrestia  il  Cristo  in  Crocee  dipin- 
ture. L'archilelto,  che  tenne  lo  siile  de'  to  del  Farinaio.  Nel  [."altare  in  chie- 
Lombardi  o  del  vecchio  Lombardo  Mar-  sa  è  de'  più  sublimi  dipinti  di  Gio.  Cel- 
lino, è  ignoto:  forse  fu  quel  mastro  Aii-  lino,  la  tavola  di  Maria  Vergine  con  4 
tnnlo  qu.  Marco  \no\.o  di  sua  fabbrica,  Santi:  tornò  di  Parigi,  e  fu  non  ha  guari 
che  nel  >477  «l'ordine  pid)blico  andò  in  ristauralo  con  tutta  diligenza  ed  amore. 
Levante,  La  tacciata  molloelegante  e  rie-  da  A.  Togliapietra,  che  lo  redense  corn- 
ea di  marmi, ha  la  bellissima  porta  ador-  pintamenle.  L'altro  altare  ha  una  tavola 
na  di  belle  scullure;  viene  sovrastala  di  G.  del  Salviati  col  Salvatore  e  vari 
dalla  statua  del  Profeta,  lavoro  diligen-  Santi.  Molle  altre  buone  pitture  ornano 
tissimo  del  Vittoria,  del  quale  è  poi  cosa  le  pareli  e  gli  altari  :  nella  cappella  di  s. 
meschina  il  Battista  nell'interno.  Dopo  i  Tarasio,con  3  altari  di  legnocostruiti  nel- 
due  primi  altari,  con  due  buoni  dipinti  loslile  archiacutodapochi  anni  condegna- 
del  Palma  giovine,  è  osservabile  la  cap-  mente  r  istaurali  e  dorati,  vi  condussero 
pellachesegue,deltade'Morti,edera  l'an-  le  migliori  opere  i  Vivarini,  ad  ulterio- 
tico  coro  delle  monache.  La  tavola  al-  re  prova  di  quanto  la  pittura  veneziana 
la  destra  con  Maria  Vergine  e  parecchi  progredì  a  meritodique'diligenti  e  instan- 
Sanli,  opera  di  molte  bellezze,  è  creduta  cabili  muranesi.  Quest'ampia  chiesa  a  3 
del  vecchio  Palma.  La  tavola  all'altra  navi,  pe'molli  pregi,  soprattutto  per  quel- 
parte,  con  Cristo  all'Orto,  è  del  Desu-  to  di  certa  sua  singolarità  di  siile  lati- 
bleo,  concepita  con  molla  ragione,  e  di  no-greco,  è  tra  le  illustrale  nell'opera:  Le 
colorilo  che  piace,  Sull'allaie  è  un  pie-  Fabbriche  di  P"enczia,àA\  Wiedo  mìx^Ìx- 
t(jlo  (|Uftdro  tiguianle  l'Addolorata,  at-  camente.edalZanolto  eruditamente  e  con 
Inbuilo  a  Tiziano.  Sulla  parete  di  fron-  intelligenza  artistica, il  qualedescrive  i  di- 
te al  medesimo,  è  l'antica  pala  del  sud-  pinti  tutti, accennandoquelli  di  Fntuiani 
detto,  con  la  nascila  del  Ballista,  ope-  cherappresenlòla  consagrazione  del  lem- 
la  di  Jacopo  Tintorello,  ed  una  per  pio  e  la  visita  fatta  al  monastero  dall'impe- 
lìanco  al  medesimo  sono  due  tele  gran-  ratoreFeilerico  111;  e  di  Celesti  che  colorì 
diose  di  L.  Bassano  con  falli  della  vi-  1'  altra  supposta  visita  di  Benedetto  III 
la  di  Maria,  provenuti  dalla  soppressa  neir855,  e  il  ricevimenlo  del  corpo  d'uu 


V  E  N  V  E  N  107 
«anfo  per  opera  del  Papa,  (lell'imperato-  fu  tenuto  in   venerazione.  Qui  vi  a  snu- 
re  e  ilei  iloge.  Si  ha  I  o[)nscolo  inlitolato:  linearne   le  mura   ripo&nrono  per   uiol- 
]\'rl  ria piiinenlo  solenne  del  sollcrranto  li  secoli,  in  antiche  urne  di  n)arn»o  e  di 
in  cui  si  venera  l'antichissima  Ininiagi-  tavola,  i  corpi  di  s.  Liziero,  de'ss.  Tarasio 
ne  di  Gesìc   Cristo  nel  Sepolcro  nella  e  Leone,  di   s.  Gregorio,  de'  ss.   Nereo, 
parrocchiale  di  s.  Zaccaria  profeta  in  Achilleo  e  Teodoro  C,  di  s.  Pancrazio; 
/'enezia. Orazione  dell' III."  e  lìe\.'°  I\IgJ  ed  a    venerare  questi   sugli  deposili   ed 
fr. Pietro  d/ Pianlon  ec.,\et)e7Ì-Ane\\ue-  altie  preziose  reliquie,   non  solo   porta- 
iniato  slabiliuìenlo  di  G.  Anionelli  i844'  vansi  ogni  giorno  in  (pieslo  sollerraneo 
Essendoneslatohenemerito  l'egregioGio-  elette  vergini  di  regio  Sangue,  cospicue 
vanni  Busetto  detto  Fisola,  a  lui  iutito-  per  nobiltà  e  innocenza,  u>a  in  certe  pe» 
Jò  l'opuscolo  il  zelante  [)nrroco  della  me-  culiari  circostanze  venivano  a    visitarlo 
desuiia  d.   Andrea  De  Martini.    Ricavo  anche   nunzi  apostolici  ,  and:)asciatori  , 
da'  Cenni  storici  intorno  aisotterraneo  principi,  dogi,  re  d'Italia,  imperatori,   e 
esistente  nella  chiesa  parrocchiale  di s.  flnanco  i  Papi  Benedetto  ili  neir855,  e 
Zaccaria  profeta,  che  precedono  Telo-  Pio  VII  nel  1800,  il  quale  |)er  due  vol- 
(piente  edotta   Orazione  pronunziata  a'  le,  cioè  a'i4  api'ile  a-""  festa  di  Pasqua  e 
a4setleu)bre  ]843  nel  riapriniento  del-  nella  i  .*  domenica  di  maggio,  celebrata 
l'antico  singolare  s>otlerraneo  tnedesiuio,  nella  chiesa  la  messa,  discese  poi  nel  sol- 
detto  ne'lempi  andati  Confessione.  Fre-  terraneo  medesimo,  e  quivi  per  3  quarti 
zioso  per  la  sua  vetustà,  santo  per  aver  d'ora  orò  innanzi  al  corpo  tli  s.  Tarasio, 
servilo  a  custodirvi  cose  santissime  e  lui-  che  solo  era  ivi  rimasto,  nientre  gli  altri 
torà  la  miracolosa  iuimagine  entro   un  erano  già  stati  trasportati  nel  nuovotein- 
sepolcro  diGesti  Cristo,  è  pur  celebre  per  pio;  conceilendo   pure  in  tale  occasione, 
ji|)partenere  a  un   tempio    i.°   ritu'o   ut  oltre    a    tanl'  altre   parziali  indulgenze, 
Venezia  di  vergini, ed  al  presente  2.' sua  anco   la  plenaria  a  tulli  quelli  che   nella 
gemma,  che  dopos.  Giacomo  di  Rialto,  tletta  i."'  douienica  di  maggio  qui  fossero 
ricorda  e  nobilita  la  veneta  pietà  ne'pn-  intervenuti  ;  e  coufermando  in  perpetuo 
niurdi  dei  suo  glorioso  dominio,  (''osto  la  bolla  dell'indulgenze  di  Benedetto  111, 
più  di  q  piedi  sotto  l'altare  ricchissimo  Onorio  Ili  e  l^iu  VI,  concesse  a  chi  visi- 
dei  vecchio  tempio,  e  sostenuto  da    [)iu  lava  la  chiesa  dis.  Zaccaria  nella  detta  2.* 
archi,  i  quali   maestrevolmente  raccol-  festa  di  Pasqua,  »  Ognuno  può  quindi 
goiisi  a  riposare  sulla  cima  di  due  pila-  immaginare  in  quanta  venerazione  si  te- 
slioni  e  di  4.colunne  nel  mezzo,  largo 22  nesse  un  si  prezioso  recinto;  e  qual  pro- 
piedi e  lungo  29,  mostrasi  aurora  il  solo  fondo  rispetto  ispirasse   I'  entrare  in   un 
avanzo  di  più  terribili  incendii,  che  spe-  santuario,  che    per  la  forma  e  per  tante 
cialmente  neh  1  o5desolaiono  e  chiesa  e  preziose  memorie  richiamava  tosto  alla 
monastero,  e  divenne  in  tale  funesto  acci-  mente  l'idea  di  quell'antiche  catacombe, 
dente  sepolcro  di  100  sante  veigiiii,che  là  dovei  primitivi  cristiani,  nascosti  a'guar» 
ritiratesi  a  fuggir  la  licenza  del  popolo,  ac-  di  de'tiranni,  assistevano  al  gran  Sagrifi- 
corso  per  arrestare  i  progressi  del  fuoco,  zio  oderlo  sopra  le  ceneri  de'ss.  Martiri  e 
restarono  ivi  sotlbcate  dal  fumo. Fregiato  partecipavano  alla  stessa  mensa,  arman- 
di  preziosi  addobbi,  ricchi  doni  di  prin-  dosi  così  di  quell'eroico  coraggio,  che  li 
cipi  e  imperatori,  specialmente  di  Leone  faceva  nelle  persecuzioni  trionfanti,  e  pas- 
V;    protetto  e  arricchito  d'amplissimi  sar  dall'altare  al  mai  tirio.  "  Trasportato 
privilegi,  di  benelicii  opulenti,   ed  insi-  poi  altrove  anche  il  corpo  di  s.  'Tarasio, 
giii  reliquie  da' Papi,  e   particolarmen-  e  collocata  sopra  l'altare  nel   mezzo  del 
iv  da  Oooiio  111  e  Pio  VI,  sempre  più  sollerraqeo  una  mirabile  immagine  di 


I  o8  V  E  N 

Gesù  nel  Sepolcro.si  conserva  sempre  nel 
popolo  In  divozione  al  luogo  santo,  anzi 
crebbe  di  modo,  clic  per  la  moltitudine 
«lii'ledeli  accorrenti,  fu  d'uopo  cingere  di 
riisirelli  l'iill.Tre.  Abbellito  l'oratorio,  ciie 
conduce  al  sotterraneo,  e  riccamente  for- 
nitorultaredell'Addolorala  e  promossa  la 
sua  divozione,  u  lustro  maggiore  del  san- 
luarìo  fu  restituito  al  suo  dacoro  coll'as- 
si^lenza  de'  parroccbiaui;  e  si  avvivò  la 
venerazione  per  la  miracolosa  immagine 
di  Gesù  nel  sepolcro,  con  onorarne  vie|)- 
piìi  le  gloriose  sue  Piaghe,  mediante  l'as- 
fcislenza  alla  messa  ne'venerdi  e  la  recita 
«Iella  coronelta,  per  lucrare  l'indulgenze 
cdiigiunte  e  concesse  anco  da  Gregorio 
XVI. 

4.  Benedettine:  e  Domenicani  di  s. 
Loienzo,  Fra  le  molle  chiese  che  la  pie 
tà  tiella  fluiìiglia  Catloara,  ossia  Parleci- 
pazio,eiesse,uilorchè  occupò  la  sede  duca- 
le, una  delle  [)iù  ragguardevoli  è  cpiella  di 
s.  Lorenzo  aicilevila  e  martire  (secondo 
lo  Stalo  personale  fu  fondata  neil'Sog 
e  data  alle  bi'nedeHinencli'84i),cheuni- 
lameule  coll'alti  a  contigua,  non  più  esi- 
ilenle,  fondarono  iu  onore  di  s.  Severo 
iiell'isole Gemelle  oZemelleoZimole,  nel 
sestiere  di  Castello,  i  progenitori  d'Orso 
J'arlecipazio  ve>covo  d'Olivolo,  figlio  di 
Giovanni  e  nipote  d'Angelo  dogi,  l'ulti- 
ino  de' quali  fu  probabilmente  il  bene- 
merito  edificatore  d'ambedue.  Pervenu- 
te esse  per  eredità  a  disposizione  d'Orso, 
ilis[)ose  morendo  che  dovessero  restare  a 
llomana  sua  sorella,  con  autorità  d'  e- 
lìgere  presso  la  chiesa  di  s.  Lorenzo  un 
monastero  di  monache,  al  quale  perpe- 
liiamenle  fosse  soggetta  anche  l'annessa 
«hiesa  di  s.  Severo.  11  vescovo  mori  nel- 
r  8  j4'  Unita  alla  chiesa  di  s.  Lorenzo  e- 
ravi  altra  chiesa  di  minor  mole,  dedicala 
a  s.  Sebastiano,  cui  asserisce  il  Sansovino 
essere  stata  pan  occhiale,  finché  la  cura 
dell'anime,  per  maggior  comodo  de'par- 
I  occhiani,  fu  trasferita  alla  chiesa  di  s.  Se- 
^ L'Ili  (la  quale,  come  dissi  nel  §  Vili  ,  n. 
7  ijlu  demolita  a'uoslti  giorni j.  I\'on  pei 6 


VEN 

fu  questa  chiesa  fabbricata  unitamente 
uè  all'altra  di  8.  Lorenzo,  da  cui  è  total- 
mente distinta,  né  al  monastero;  ma 
oltre  un  secolo  dopo  nel  1007  al  tempo 
di  Pietro  II  Orseolo  doge,  in  occasione 
di  (ierissìma  pestilenza,  che  rapi  con  tal 
doge  grandissima  parte  degli  abitanti.  In 
esecuzione  del  disposto  dal  fratello,  Ro- 
mana ordinò  l'erezione  del  monastero  in 
ampio  recinto,aggiungendo  a'chiostri  del- 
le religiose,  altre  abitazioni  contigue  ad 
uso  de'  monaci,  i  quali  secondo  la  ricor- 
data consuetudine  doveano  assistere  le 
monache,  celebrare  i  divini  ufiìzi  e  am- 
ministrare i  sagramenti;  uso  poi  vietato 
da'Papi  e  da'concilii,  ma  duralo  lunga- 
mente anche  in  Venezia.  Assunse  il  go- 
verno del  monastero  Romana,  la  quale 
pare  che  fosse  monaca  di  s.  Zaccaria.  Di- 
poi la  3.'  o  4-"  badessa  Tiionessa,  verso 
la  fine  del  secolo  XI  soggettò  il  monaste- 
ro di  S.Lorenzo  alla  riforma  cluniacense, 
introdotta  nell'ordine  di  s.  Benedetto  dal- 
l'abbate s.  Oihlone.  L'incendio  deli  io5 
consumò  la  chiesa  e  il  monastero  di  s.  Lo- 
renzo, e  la  chiesa  di  s.  Severo:  fors'an- 
the  (piclla  di  s.  Sebastiano,  anzi  pure  il 
monastero  de'mcmaci,come  apprendo  dal 
cav.  Cicogna.  Le  due  prime  chiese  ed  i 
monasteri  furono  in  breve  rifabbricati, 
ed  alla  chiesa  di  s.  Lorenzo  pare  che  il 
doge  Vitale  II  Michieli  donasse  un  piede 
che  dicesi  di  s.  Barbara,  essendone  ba- 
dessa la  sorella  Angela,  che  magnifica- 
mente avea  riedificato  la  chiesa.  Le  ren- 
dile aiimeiilaronsi  notabilmente,  ed  0« 
noriolll  neli22i  dichiarò  il  monastero 
libero  dalle  decime  ecclesiastiche.  Nondi- 
meno poco  dopo  caduto  in  ristrettezze, 
implorò  e  nel  12^0  ottenne  da  Innocen- 
zo IV  il  premio  dell'indulgenze  a  chi  aiu- 
tasse con  sii^sidii  il  monastero;  indi  da 
Alessandro  IV  esonerato  da  qualunque 
imposizione  ecclesiastica:  e  Clemente  IV 
nel  I  267  lo  ricevè  sotto  la  protezione  di 
s.  Pietro,  concedendogli  libera  1'  elezione 
dell'abbadesse,  con  facoltà  di  ricevere  nel 
nioiiaslcrocljiunqne  volesse  tumularvisi. 


V  EN 

All' abbatlessii  Elisubettn  Fl.ihnnico  del 
iT.S'j  si  deve  ascrivere  la   rifablinca   e 
perfezione  del  duplice  monastero,  delle 
chiese  e  degli  stabilì,  il  che  alFermasi  dal 
cav.  Cicogna.  Alle  grazie  della  s.  Sei\e,  sì 
unì  il  lispetlo  sommo  de' vendi  per  l'e- 
semplali religiose.   Ma   ne'  piincipii  tiel 
secolo  XIV  insorsero  gravissinie  dissen- 
sioni Ira  il  monastero  ed  i  vescovi  Quiri- 
ni  e  Alberlini  per  volerlo  obbligare  agra» 
vi  contri  biJzionì,  però  lo  protesse  Gonifa- 
ciò  Vili.  Essendo  legalo  in  Venezia  il  car- 
dinal Migliorati,  poi  nel  i4o4  Innocenzo 
VII,  partirono  i  monaci  dall'.assegnale  a- 
bitazioni;  e  l'abbadessa  nel  14^9  ebbe  fa- 
colla  d' eleggere  alquanti  sacerdoti  lego- 
lari  o  secolari,  per  l'ufTiziatura  della  chie- 
sa e  l'amministrazione  de'sagrauienti.  In- 
tiepidito intanto  il  fervore  delle  religio- 
se, decaddero  dalla  pubblica  estimazione: 
tuttavia  l'abbadessa  Molin  del  1490  po- 
tè ridurre  il  monastero  all'  odierna  for- 
ma, e  cominciare  a  risarcire  la  chiesa  bi- 
sognosa  per  la  vecchiezza;  e  ne'Iavori  del- 
la cappella  maggiore  si  trovò  nascosto  il 
corpo  di  s.  Paolo   martire   patriarca   di 
Costantinopoli;  il  Corner  riferendo  la  sto- 
ria dell'invenzione.  Allora  la  chiesa  era 
assai  frequentala  per  l'indulgenze  concesse 
da  Bonifacio  Vili,  Eugenio  IV,  Pioli  e 
Paulo  li;  e  non  essendo  sufTicìenti  i  cappel- 
lani alla  celebrazione  delle  messe,  massi* 
me  ne'mercoledì,  Alessandro  VI  nel  1 499 
permise  alle  ntonache ,  che  con  un  solo 
solenne  sagrifizio  soddisfacessero  a   lutti 
^li  obblighi  per  elemosine  ricevute.  Con- 
fermarono poi  l'indulgenze  e  preiogatì- 
ve  del  monastero  Leone  X,  Paolo  III  e 
Giulio  111.  Progredendo  lentamente  i  ri- 
slauri  della  chiesa,  l'edilizio  minacciò  im- 
minente rovina,  di  che  commossa   l'ab- 
badessa Dedo,  ordinò  nel   1  58o  la   rin- 
novazione da'fondaaienti(insiemeal  con- 
tiguomonaslerodice  lo  Suiio personale) 
in  luogo  più  lontano  dal  canale;  ma  col- 
la dalla  morte,  ne  ellettuò  il  pensiero  la 
snccessora  Paola  Priuli  ^  sorella  del   pa- 
triarca LorcDzo,  la  quale  nel  1 592  feccia 


VEN  io() 

edificare  nella  magnifica  quadrilatera  foi  ' 
ma,  in  cui  oggi  si  vede,  in  due  parti  di- 
visa, l'una  esteriore  pel  popolo,  l'altra  in- 
teriore per  le  monache.  Corner  descrive 
l'antica  a  3  navi,  con  belle  colonne  di 
marmo,  e  con  ornata  sotto-confessione, 
e  nel  suo  sotloporlico  era  vi  sepolto  il  ce- 
lebre Marco  Polo.  Nel  disfarsi,  per  mira- 
colo nulla  si  fecero  4  niuratori  nel  ca- 
der la  volta  della  cappella  di  s.  Candida 
romana,  vergine  e  martire,  il  cui  coi  pò 
proveniente  da  Bolsena,  era  nascosto  den- 
tro un  pilastro,  secondo  l'uso  di  que'leni- 
pi ,  acciò  non  si  rapisse;  fu  poi  trovalo 
con  prodigio,  e  nel  1629  trasferito  nella 
chiesa  di  s.  Sebastiano  e  collocato  nell'al- 
tare di  s.  Lorenzo.  Più  si  trovarono  due 
zareo  vasi  pieni  di  monete  moresched'o- 
ro  con  caratteri  arabi,  e  due  ne  pubblicò 
Corner,  colle  iscrizioni  tradotte  in  onore 
di  Dio  odi  jMaometlo.  Si  crederono  ric- 
chezze ac(]uistate  da  Domenico  Michiel 
nell'espugnazione  di  Tiro,  e  date  diil  fi- 
glio Vitale  II  alla  sorella  Angela  per  a- 
scondersi  mentre  il  popolo  tumultuava  e 
poi  l'uccise  nel  1172.  La  Piiuli  compito 
il  magnifico  tempio,  mori  nel  1602  e  fu 
l'ultima  badessa  perpetua;  1'  eletta  Cor- 
naro  fu  lai.^  delle  triennali  ,  alla  quale 
si  deve  il  maestoso  aliare  di  s.  Dai  bara 
martire.  La  Soianzo  che  le  successe,  di 
contro  edificò,  simile  al  suddetto,  (pielio 
8.  Paolo.  Fece  assai  di  più  la  3."  badessa 
triennale  Contarini,  poiché  fabbricò  il 
superstite  maggior  altare  (dico  supersti- 
te, perchè  m'istruisce  il  cav. Cicogna,  che 
gli  altri  6  nelle  laute  volle  lagriniale  vi- 
cende  furono  venduti  e  altrove  collocali, 
questo  restandovi  per  l'immensa  sua  mo- 
le e  pel  valore,  che  non  trovò  facili  coni- 
pratori  e  luogo  adatto  da  collocarsi),  cusì 
magnifico  e  dovizioso  di  scelti  marmi,  che 
a  niun  altro  nell.i  città  è  inferiore  di  me- 
rito, e  nel  suo  nie7Zo  pose  il  tabernacolo 
pel  ss.  Sagramento  coperto  di  marmi 
orientali;  compi  pure  nobilmente  il  sof- 
fitto, e  lastricò  di  marmi  il  |)avimenlo.  11 
patriarca  cardinal  Yeudrumiuu  nel  16 17 


no  V  EN 

consngi'ò  (nie  innesloso  aliare  maggiore, 
e  i  due  ile'  ss.  Paolo  e  Barbaro  a'  q  gen- 
naio, ed  a'  i8  anche  la  chiesa  soleiiiic- 
lìjenle.  Ridolla  a  peifezione  la  vaghissi- 
ma chiesa  di  s.  Lorenzo,  la  Contarini  Cu 
coslrella  nel  1629  a  rifabbricare  da'fon- 
damenti  la  chiesa  di  s.  .Sebasliano,  che 
stava  per  precipitare:  si  compì  nel  i63a, 
e  riuscì  non  mollo  grande,  ma  di  ben  orna- 
ta struttura.  Già  il  tempio  era  stalo  fatto 
partecipe  de'privdegi  df Ila  celebre  Chie- 
sa dì  X.  Sebastiano  fuori  le  mura  di 
Jìotna,  da  Eugenio  IV,  Innocenzo  Vili 
e  Leone  X.  In  seguito  ebbe  altri  abbelli- 
Dienti  e  vistauri.  Oggidì  poi  trovasi  chiu- 
so e  sfornito,  servendo  per  uso  della  ca- 
sa d'industria.  La  badessd  Molin  nel  i6c)6 
fi'ce  restaurare  generalmente  l'esteriore 
delia  chiesa  di  s.  Lorenzo;  e  la  badessa 
15adoaro,  sorella  del  patriarca,  nel  1702 
fece  rislaurare  il  suo  interno.  Ed  il  con- 
te Antonio  Manin  nel  r  726  regalò  al  mo- 
nastero le  figure  «lelRedenloreede'4  An- 
geli, die  si  vedono  sul  fronteS[)izio  del- 
J'allare  principale.  Oltre  il  prezioso  cor- 
j)odis.  Paolo  e  il  cicdulo  piededi  s.Bar- 
J)ara,  Corner  narra  possederequesla  chie- 
sa le  seguenti  ss.  Pielicpjie.  Il  corpo  di  s. 
]3arbaro  martire,  qui  trasportato  da  Mo- 
done;  quello  di  s.  Ligorio  martire  greco, 
nell'altare  del  Crocelisso  della  chiesa  in- 
teriore del  monastero;  due  ss.  Spine  ,  le 
quali  con  pompa  si  esponevano  nel  merco- 
ledì santo;  d  corpo  di  s.  Platone  martire 
greco;  le  ossa  de'ss.  martiri  Teonisto  ve- 
scovo, Tahra  e  Tabrata;  un  dito  incor- 
rotto di  s.  Atanasio  d'Alessandria;  un  os- 
so di  s.  Fiorenzo  vescovo  e  confessore;  la 
testa  d'  una  delle  ss.  Vergini  compagne 
di  s.  Orsola,  creduta  di  s.  Cordula,  men- 
tre gloriavansi  di  possederla  i  religiosi  di 
s.  Maria  del  Carmine,  e  le  monache  di  s. 
Maria  della  Valverde;  una  costa  e  altre 
reliquie  del  s.  Titolare;  un  osso  di  s.  An- 
drea apostolo;  e  delle  ossa  de*  ss.  Inno- 
centi, de'  ss.  Ermagora  e  Fortunato,  di 
s.  Paolo  I."  eremita  (relicjuie  che  non 
più  esistono).  Avverte  il  Coriier,  che  uel- 


YEN 
la  chiesa  di  s.  Sebasliano,  oltre  il  corpo 
di  s.  Candida,  si  veneravano  (|uelli  de' 
veneti  s.  Leone  Bembo  vescovo  di  Mo- 
«lone,  che  sconosciuto  volleservire  le  mo- 
nache nella  coltura  dell'orlo,  morto  san- 
tamente nel  I  I  qy;  e  del  b.  Giovanni  Olini 
prete  e  pievano  di  s.  Gio.  Decollato,  mor- 
to santamente  circa  ìli 349)  conservan- 
doci incorrotto.  D'ambo  il  Corner  ripor- 
ta l'edificanti  agiografìe,  e  di  s. Leone  l'ef- 
fìgie e  le  principali  sue  nieravigliedipinte 
sul  coperchio  del  luogo  ove  fu  collocalo. 
Della  giurisilizione  che  le  monache  avca- 
no  sulla  parrocchia  di  s.  Severo  ,  parlai 
descrivendone  la  chiesa  nel  §  Vili,  11. 
71  delle  parrocchiali,  come  già  dì  sopra 
notai.  Nell'aprile  1800  prese  allogrjio  nel 
monastero  l'arciduchessaMarianna  d'Au- 
Siria,  badessa  di  s.  Giorgio  di  Praga,  e 
sorella  dell'imperatore  Francesco  il,  e  vi 
fu  visitata  da  Pio  Vii  agli  8  di  tal  n)ese. 
In  conseguenza  del  decreto  de'  28  luglio 
i8u6  nel  medesimo  chiostro  vi  furono 
concentrate  le  monacliedi  s.  Maria  del- 
l'Umilia e  di  s.  Anna  di  Castello,  e  {yx  di- 
chiarato monastero  di  2.'^  classe.  Vi  fio- 
rono  le  monache  sino  al  1 8 1  o,  anno  del- 
la generale  soppressione  de'  monasteri. 
Chiuso  il  tempio,  si  riaprì  poi  a'19  mar- 
zo 18 17  per  le  cure  di  Marco  Molin  po- 
destà di  Venezia,  essendo  stalo  destinalo 
ad  uso  della  civica  casa  d'  industria  ,  che 
si  stabilì  nel  monastero  ,  e  fu  ulTìziato  e 
mantenuto  dal  benemerito  mg."^  Daniel 
Canal  rettore  del  medesimo,  che  ne  zeiò 
assiduamente  l'abbellimento  e  il  decoro. 
Dice  il  Moschini,  essere  il  tempio  ar^ 
chilellato  da  Simone  Sorella,  nel  cui  mez- 
zo si  alza  1' altare  maggiore,  da  lui  rico- 
nosciuto per  uno  de'  più  magnifici  altari 
che  abbia  l'Italia,  architettato  e  scolpilo 
dal  Campagna. Ed  esservi  nell'antico  mo- 
nastero stabilita  la  casa  di  Ricovero  ,  cioè 
la  delta  casa  d'  Industria  attigua  alla 
chiesa  dì  s.  Lorenzo,  la  cui  spirituale  di- 
rezione fu  poi  affidata  a'religiosi  domeni- 
cani dell'osservanza, di  cui  vado  a  parla- 
re, rìprisliuali  io  Venezia  per  lu  sovrana 


V  EN 
risoluzione  ile'a  i  luglio 1 84o,  fnl)I)ricaii- 
ilovi  a[ij)iesso  un  piccolo  coiivenlo.  La  ca- 
sa (J'iiulustria  è  uno  stabilimento  eli  mol- 
la consideinzione,  capace  di  oltre  a  2000 
individui.  Ha  per  iscopo  di  togliere  dal- 
l'ozio  i  poveri  monelli  ed  esercitarli  nel 
leggere,  nello  scrivere  e  nel  lavoro,  olire 
l'istruzione  religiosa.  Attualmente  acco- 
gliecirca  4oo  poveri. La  casa  fu  aperta  nel 
1812  in  conseguenza  del  bando  della 
mendicità,  per  ricevere  a  lavoro  i  poveri 
che  ne  mancassero,  alimentandone  pure  i 
figli  sotto  gli  anni  1  o.  Merita  leggersr.iS"»/- 
le  Case  d'ìiiduslria,Ricerc1u:del  d.'  G  iu' 
seppe  M.'  Malvezzi  avvocalo  (onsulcn- 
te  onorario  della  commissione  generale 
di  pubblica  beneficenza  ec,  Venezia  dal- 
la premiata  tipografia  di  Pietro  Naralo- 
vich  1  855.  Considerando  il  eli.  ed  egregio 
scrillore  le  case  d'industria  siccome  il 
nocciolo  intorno  a  cui  si  aggira  il  sistema 
de'piibblici  soccorsi,  espone  le  sue  dotte 
idee  corroborale  dalla  piena  cognizione 
dell'argomento  sia  in  teorica  che  in  pra- 
tica, Dioslrandosi  erudito  de'sislemi  da' 
più  niodernì  econonusti  pubblicati.  Nel 
1. 1()  degli  Annali  delle  scienze  religiose, 
p.  161,  leggo  con  edificazione  e  religioso 
piacere,  fulgido  d'aurea  eloc|uenza  e  ric- 
co di  erudizieni  storiche,  il  Discorso  di 
Sua  Eni.*  il  sigj  Cardinale  Patriarca 
di  Venezia,  letto  nella  chiesa  dis.  Loren- 
zo martire  il  d^i  1 ."  ottobre  i  843  nell'oc- 
casione che  vi  fu  solennemente  ristabilito 
V  inclito  ordine  de'  pp.  Predicatori,  E 
una  gloriosa  e  autorevole  pagina  per  la 
Storia  dell'insigne  e  benemerito  ordine 
ile  Predicatori,  e  del  patriarca  s.  Dome 
uico  suo  illustre  fondatore:  Della  fede 
cristiana  il  forte  atleta,  il  Discorso  ven- 
ne intitolalo  al  p.  ni.  Angelo  Ancarani, 
già  maestro  generale  dell'ordine.dal  prio- 
re e  da'religiosi  del  convento  di  s.  Loren- 
zo in  Venezia  ,  che  lo  mandarono  alia 
stampa  nel  i844co'tipi  dell' Anlonelli.  I 
domenicani  aveanoinVeuezia  3  grandiosi 
edilìzi  colle  rispettive  chiese:  quello  de'ss. 
Clio,  e  Paolo,  il  cui  aulico  convento  è  ora 


V  E  \  ni 

ospedale  civico;  rpjello  di  s.  Maria  del  Uo- 
sario.  volgarmente  le  Zattere  e  anche  s. 
Domenico,  edificato  presso  s.  Maria  della- 
Visitazione,  ora  orfanolrofio  maschile  ; 
quello  di  s.  Domenico  a  Castello,  demoli- 
to e  compreso  nell'area  de'  pubblici  giar- 
dini. Del  i."  e  di  sua  chiesa  reslitiiiia  di 
recente  a'  frali,  parlerò  in  qnt^slo  §  nel 
n.iq;  del  2.°  e  di  sua  chiesa  ragionerò  nel 
n.  4^j  <^6'  3."  e  di  sua  chiesa  dirò  al- 
quante parole  nel  n.  3o.  In  tulli  riferirò 
l'introduzione  de'domenicani  in  Venezia, 
Disse  la  facondia  del  cardinal  Moiiico  nel- 
r  encomialo  suo  Discorso."  Grazie  iuì- 
inortali  si  rendano  a  Dio,  che  anco  l' in- 
clito ordine  domenicano  si  rialza  oggi 
(  I ."  domenica  tl'ottobre  e  perciò  festa  <lel 
ss.  Rosario)  fra  noi  dal  suo  lungo  abbat- 
timento, e  lorna  pomposamente  a  spie- 
gare le  sue  nere  e  candiile  spoglie  al  co- 
spetto della  veneta  Chiesa,  dopo  33  an- 
ni dacché  il  turbine  desolatole  lo  fece 
sparire  con  lutti  gli  altri  dalla  pubblica 
vista;  ma  non  nel  tetto  proprio  de'3  ma- 
gnifici che  possedeva,  due  già  rivolli  ad 
altri  usi,  del  3.°  non  rimanendone  più 
orma.  Doveano  i  religiosi  anzitutto  (ab- 
biicarsi  un  convento,  e  lo  hanno  fabbri- 
calo con  tanta  rapidità  che  si  avvicina  al 
prodigio,  se  non  con  quella  grandiosità 
che  a  tempi  migliori  era  foiniliare  al  do- 
menicano istituto;  tuttavia  è  con  tal  de- 
cenza e  buon  ordine,  che  olhe  a  chi  vi 
abita  un  comodo  e  salubre  soggiorno  ,  e 
fors'anco  più  conforme  allo  spirito  del 
loros.  fondatore.  Questo  spirito  appunto, 
perduta  ogni  altra  cosa,  è  riuiaslo  con 
loro,  come  l'unica  reliquia  dell'ordine 
insigne,  a  cui  ap[)artengoiio.  Essi  lo  con- 
servano gelosamente  ne'Ioro  pelli,  come 
un  germe  prezioso  di  quella  mistica  pian- 
ta die  coperse  già  di  grande  ombra  tutto 
il  campo  evangelico,  e  che  ^f|-ondata  ed 
abbaltuta,  ma  non  estinta,  dovea  ripidlu- 
lare  anche  qui,  e  rendere  ancora  felice- 
mente i  suoi  rami,  a  lustro  e  coniòrto  di 
una  città  che  le  ollierse  già  in  se  per  tanti 
unni  UD  ferace  terreno,  e  uè  raccolse  iu 


112  VEN 

coiilraccambio  abbondantissime  frultn. 
Quarilo  però  dovremmo  noi  e  rinma- 
ziare  e  lodare  questi  buoni  eil  iotn^pidi 
religiosi  per  la  loro  perseverante  solleci- 
tudine in  questa  non  nien  didicile  che 
magnanima  itnpresa  1  !\Ia  essi  non  vo- 
gliono uè  ringraziamenti,  né  lodi,  e  noi 
tiobbiamo  rispettare  la  loro  modestia.  Ri- 
cerchiamo piuttosto  che  qualità  di  ordi- 
ne sia  questo,  e  quanti  e  (juali  beni  ab- 
bia fatti  alla  Chiesa,  e  comprenderemo  a 
un  tempo  quanto  dobbiamo  rallegrarci 
di  vederlo  ora  risorgere,  e  quanto  rico- 
noscenti dobbiamo  essere  agli  autori  del 
suo  felice  risorgimento".  Da  quel  tempo 
fino  al  decorso  anno  iSoy  uHiziaronu  i 
domenicani  questa  chiesa  di  s.  Lorenzo, 
e  quindi  ottenuto  il  tempio  cospicuo,  già 
di  loro  ragione,  pria  della  soppressione, 
de'  ss.  G io.  e  Paolo  ,  colà  si  trasportaro- 
no, ove  accomodarono  le  vicine  case  ad 
uso  di  convento  ;  ed  ebbero  eziandio  il 
benefizio  e  la  direzione  di  quella  parroc- 
chia. Ora  la  chiesa  di  s.  Lorenzo  è  uf- 
ficiata a  cura  della  pia  casa  d'  Indu- 
stria. 

5.  S.  Gallo  abbate.  Priorato  e  ospe- 
dale non  più  esistenti;  rimane  la  chiesa 
denominata  l'abbazia  di  s.  Gallo.  Il  doge 
s.  Pietro  I  Orseolo  qual  padre  de'poveri,a 
favor  loro  non  lungi  dal  suo  palazzo  e  pres- 
so ilcampani  ledi  s.IVJarcOjCircailqyGo  nel 
c)8o  fabbricòun  ospedale  per  alimentarli, 
e  si  chiamòs.  Marco,  ponendovi  alla  dire- 
zione un  priore.  Dipoi  soltanto  era  abi- 
tato da  5  povere  donne  nominate  dal 
doge,  ove  godeano  1'  abitazione  e  5o  an- 
nui ducali  ciascuna,  3o  de' quali  derivanti 
dall'auliche  rendite  dell' espedale,  e  gli 
altri  20  dal  pio  legalo  del  priore  Gio- 
vanni del  I  364-  Durò  l'ospedale  fino  al 
i58i  ,  in  cui  per  erigere  le  Hrocuratie 
nuove  sull'area  dell'ospedale,  questo  fu 
trasportato  nel  campo  Rusolo,  così  detto 
per  denominazione  corrotta,  derivante 
dalla  famiglia  Orseola  ,  la  quale  ivi  pos- 
sedeva alcuni  stabili,  nella  parrocchia  di 
s.  Geminiano,  con  oratorio  dedicato  a  s. 


V  E  N 

Gallo  di  decente  struttura,  con  3  altari,  il 
maggiore  sagro  a  s.  Marco.  Allora  prese 
il  nome  di  Priorato  di  s.  Gallo,eiì  an- 
che abbazia.  Dice  lo  Stato  personale, 
ch'è  oratorio  sagramentale  della  parroc- 
chiale di  s.  Marco. 

6.  Benedettini  Cassinesi  di  s.  Giorgio 
Maggiore,  volgarmente  s.  Zorzi  in  iso- 
la. /'.  §  XVIll,  n.   I. 

7.  Benedettine  e  poi  Domenicani,  de' 
ss.  Secondo  ed  Erasmo  in  isola.  /'.  § 

xvni,  n.  12. 

8.  Benedettini  di  s.  Nicolò  del  Lido 
in  isola.  F.  §  XV IH,  n.  i3. 

9.  Sacchetti  e  Agostiniane  di  s.  Ca- 
terina vergine  e  martire.  Non  si  conosce 
l'origine  del  u)onastero  dis,  Caterina,  nel 
sestiere  di  Canalregio,  bensì  esisteva  nel 
secolo  Xlj  in  cui  vi  presero  domicilio  i 
religiosi  Sacc/ietti ioHo  gli  auspicii  della 
Santa,  professando  la  regola  di  s.  Agosti- 
no, epoca  forse  in  cui  ebbe  principio  l'or- 
dine. Nel  ricordato  articolo  riportai  le  sue 
varie  deuou.inazioni,  come  di  Penitenza 
di  Gcm  Cristo  e  altri,  dicendosi  pure  de* 
ù-al'i  Sarcati  del  Monte  Sinai,  de' Sac- 
chiti o  Saccliini.  Ne  fa  menzione  io  un 
diploma  Gregorio  IX,  e  Bonifacio  Vili 
in  una  lettera  del  1296  li  disse  soppressi 
nel  1274  da  Gregorio  X  nel  concilio  di 
Lione  II,  assegnando  i  loro  beni  in  soc 
corso  de'crocesignali  di  Terra  santa.  Ces 
sarouoallora,o  meglio  prima,anche  in  Ve- 
nezia, poiché  vivendo  di  limosine  e  que 
ste  minorandosi,  furono  costretti  abban-' 
donare  il  luogo. Questo  nel  1  288  fu  com- 
prato insieme  ad  una  contigua  casa,  dal 
pio  mercante  veneto  Giovanni  Bianco,  per 
quindi  tutto  assegnare  ad  una  religiosa 
famiglia  che  ivi  facesse  continuare  il  cul- 
lo divino.  Perciò  lo  consegnò  a  Borlolot- 
ta  Giustiniani,  (ìglia  del  b.  Nicolò  mona- 
co di  s.  Nicolò  di  Lido,  dichiarala  1 ."  ba- 
dessa. Soltanto  il  benefico  donatore  si  ri- 
servò vita  durante  le  rendite,  e  queste  pu- 
re cede  con  teslaujento  nel  i29i.Borto- 
lotta  voleva  professare  la  regola  di  s.  Be- 
nedelto  nel  monastero  di  s.   Adriano  di 


VEN  YEN                    ii3 

Coslanzi'ico,  isola  ora  dislrulla,  ov'  erasi  convillo  (come  pure  a  Verona),  in  con- 
litirata  la  nuidre  AnnaMicliieli,  figlia  del  seguenza  de'  decreti  vice-reali  de'  i4 
doge  Vitale  li,  dopo  la  separazione  vir-  marzo  e  iS  luglio  1807,  per  T  inse- 
luosa  dal  marito  b.  Nicolò  Giustiniani,  e  gnamento  delle  lingue  italiana,  latina 
vi  avea  vestito  le  sagre  lane.  Ma  poi  ne  e  francese;  della  reltorica,  logica  e  nio- 
usci  bramosa  di  stabilire  una  nuova  fon*  rale;  degli  eletuenti  delle  scienze  male- 
dazione  in  Venezia, quando  ricevè  la  del-  Dialiche  e  fisiche,  di  quelli  del  diritto  ci- 
ta olFerta.  Radunale  molle  nobili  vergini,  vile  e  del  disegno;  e  per  esservi  accolti  ed 
vi  formò  sotto  la  regola  di  s.  i^goslino  un  educali  gratuitamente  non  pochi  figli  di 
monastero,  il  quale  si  continuò  a  chiama-  impiegali  benemeriti  dello  stalo.  Dal  gi- 
re s.  Caterina  de' Sacchi.  Col  lempo  prò-  gante  aìilitare  di  sua  epoca,  l' imperatore 
gredì,  aumenlò  di  rendite,  acquistando  Napoleone  1,  ne  fu sceltoa  i. "provvedilo- 
ancora  sagri  tesori,  come  una  ss.  Spina,  re  e  reggente,  padre,  vita  e  gloria,  il  vir- 
che  si  esponeva  nel  mercoledì  santo,  una  tuoso  e  sapiente,  l'illustre  veneto  mg.  An- 
inano  della  s.  Titolare,  ed  altre  ss.  Reli-  Ionio  M.^  Traversi;  insieme  profondo  e 
quie,  cioè  di  s.  Eliodoro  vescovo  d'Aitino  industre  fisico,  teologo  e  canonista,  mae- 
e  di  s.  Tecla  vergine  e  martire  ,  la  testa  stro  di  spirilo  a  perfezione  cristiana  di 
di  s.  Alessandro  martire,  ed  altra  d'uno  monasteri  di  vergini,  e  reggitore  sollecito 
de'ss.  Innocenti.  La  sagra  si  celebra  da  chediedeincrementoalle  scuoledelladol- 
tempo  immemorabile  a' 7  maggio.  Le  trina  cristiana:a  nondiraltro,veneraloda 
monache  agostiniane  vi  dimorarono  sino  lutti  per  inlegritàdi  vitajConsiioiata  espe- 
al  1808  ;  poi  foiono  aggregale  al  mona-  rienza,  maturo  consiglio,  rara  prudenza, 


stero  di  s.  Alvise,  ed  il  loro  fu  ridot- 
to a  pubblico  Liceo  Convitto,  e  lo  è 
tuttora,  ed  a  cui  appartiene  la  chiesa, 
più  volle  restaurata  e  anche  ultiuia- 
mente.  Essa  possiede  molle  e  belle  pit- 
ture. La  tavolella  del  primo  altare  con 
r  Angelo  e  Tobia,  è  opera  di  Santo  Za- 


soavi  modi,  potenza  d'intelletto,  bontà  di 
cuore  inalterabile.  Non  potendo  la  stia 
modestia  conseguire  d'  essere  dispensato 
dal  rilevante  incarico,  corrispose  meravi- 
gliosamente a  sì  delicato,  geloso  e  grave 
ufllzio;  e  tale  modellò  un  istituto,  che  si 
novera  tra  gli  ornamenti  scientifici  di  cui 


go   discepolo  di  Tiziano  e  buon   imita-  si  fregia  Venezia.  Egli  maestrevolmente 

tore.  Nel  coro  vi  sono  6  opere  giovani-  tutto  quanto  si  occupò  nel  materiale  del 

li  di  Jacopo  Tinlorelto  ne'quadri  dell'or-  liceo  convitto,  nell'educazione,  nell'istru  - 

dine  inferiore  co'falli  della  vita  di  s.Cate-  alone,  scegliendo  con  senno  a  sede  dello 

r"Hia.  Primeggia  la  tavola  dell'altare  mag-  stabilimento  il  monastero  e  la  chiesa  di  s. 

giore  colle  Sponsalizie  di  della  santa,  ed  Caterina  tutelare  dell'  Università  degli 

è  una  delle  più  vnghe  e  meglio  conser-  studi,  onde  sotto  i  suoi  auspicii  epatroci- 

vote  opere  di  Paolo  Veionese,  stala  più  nio  lo  pose.  Quieta  è  la  situazione  del  luo- 

volte  incisa.  All'allra  parte  il  Palma  gio-  go,  salutifero  e  benigno  il  cielo,  ampi  e 

vine  fece  i  3  quadri  co'falli  della  vita  del-  corrispondenti  all'  uopo  sono  gli  edifizi  : 

la  medesima  s.  Titolare,  e  In  tavola  del-  tale  fu  reso  lo  siabiliroento  dal  genio  di 

r  altare  di  s.  Antonio.  Sopra  la  porla  è  mg."^  Traversi,  e  dalla  munificenza  del- 

il  busto  di  Francesco  Bocchetta  scolpilo  l'imperatore  Francesco  I  dopoché  Tono- 

dal  V  illoria.  Le  pitture  storiche  nell'alto  rò  di  sua  presenza.  La  disciplina  dal  Tra- 

della  chiesa,  in  ambe   le  parti  sono  d'An-  versi  dettata  per  l'islruzioneel'educazio- 

drea  Vicenlino.  —  La  chiesa  dunque  col  ne,  forma  la  più  bella  porzione  di  sua 

monastero  contigno  furono  neh  808  as-  corona.  Egli  compose  il  regolamento  per 

segnati  ad  uso  dell'i,  r.  Liceo  Convitto,  questo  e  pel  liceo  convitto  di  Verona,  ap- 

istituiti  il  Liceo    coir  annesso   collegio  provalo  interamente  dal  lodalo  impei a 


O^ 


.k  CL 


ii4  VEN 

ture.  Dotto  e  pio,  non  poteva  dal  suo  can- 
tlido  aniruo  derivare  che  puri   insegna- 
ineuli  per  fecondar  le  menti  degli  aflìda- 
tigli  giovanetti,  circondandosi d'un'elella 
di  valorosi  e  scientifici  cooperatori.  Laon- 
de in  breve  il  liceo  convitto  di  Venezia 
divenne  fiorente,  celebrato  l'onore  del  re- 
gno Italico  e  modello  d'  ogni  altro;  e  da 
tutta  Italia  traevano  i  giovani  delle  più 
cospicue  famiglie.  Con  nobile  dono,  pose 
a  pubblico  beneficio  il  suo  gabinetto  di 
macchine  e  d'istruuienti  fisico-matema- 
tici, le  macchinette  astrononìiche  del  ce- 
lebre ab.  Miotti,  e  da  lui  abilmente  re- 
staurate, la  collezione  sua  di  mineralogia 
e  d'altri  oggetti  naturali.  Vi  formò  po- 
scia un  erbario,  una  scelta  collezione  di 
zoologia  dell'Adriatico,  altra  d'ornito- 
logia; ed  il  conte  Girolamo  Ascanio  Molin 
lasciò  erede  il  convitto  della  sua  preziosa 
collezione  mineralogica.  Inoltre  ilTra  ver- 
si si  adopeiò  perchè  l'ab.  Stefano  Ghie- 
reghini  diCliìoggia  donasse  al  liceo  la  sua 
u[)era  originale  mss.,  in  i  2  grossi  volumi, 
3  di  testo  e  9  di  figure,  prezioso  lavoro  di 
4o  anni, con  disegni  edescrizione  di  1  772 
pesci  tra  crostacei  e  testacei,  lodala  a  cie- 
lo da'più  dotti  naturalisti  d'Europa,  per- 
ciò rimunerato  dal  magnanimo  France- 
sco I.  Pel  Traversi  e  a  vantaggio  dell'i- 
struzione ebbe  principio  e    fioritissimo 
crebbe  l'orto  botanico  a  s.  Giobbe,  di 
cui   farò  cenno   nel    n.  47    <^'  questo  §, 
mercè  eziandio  l'estese  cognizioni  del  th. 
lluchinger,  e  la  direzione  zelante  del  prof. 
Zantedeschi,  onde  salì  a  rinomanza  eu- 
ropea. Formò  pure  mg."^  TraveiM  nel  re- 
gio stabilimento  la  biblioteca,  che  gli  an- 
tichi chiamavano  medicvia  deW anima, 
di  circa  i4)000  volumi  e  senza  dispendio 
dell'erario, eabbracciante  i  vari  rami  del- 
l'umano sapere;  indi  la  rese  magnifica  e 
splendida,  nella  città  miracolosa  di  Ve- 
nezia, per  l'acquisto  degli  scartali  della  li- 
lireria  magnifica  di  s.  Giorgio  Maggiore, 
come  dirò  pure  al  §X  Vili, n.  1, tra  vagliali 
con  finissimo  magistero  in  due  piani,  da 
turuila  nughieia  divisile  c^uesla  àorrclla 


VEN 

da  56  colonne  ioniche  scanalale, sulle  qua- 
li altrettante  minori  di  bizzarro  lavoro  si 
eigeano  sostenenti  un  ricorrente  cornicio- 
ne venusto,  e  sopra  d'ognuna  mettevano 
finiu)ento  56  statue  d'illustri  ne'vari  ra- 
mi, della  scienza  ,  quasi   indicatori   delle 
materie  de'libri  negl'  interposti  cancelli 
rinchiusi.  Nel  disporre  e  ordinare  da  per 
se  i  libri,  mg.'  Traversi  ebbe  a  dotto  aiu- 
to l'antico  e  tenero  amico,  il  p.d.  Mau- 
ro Cappellari  bellunese,  già  abbate  della 
vicina  isola  di  s.  Michele   di  Murano,  il 
cui  monastero   il  Traversi  per  un   teca- 
po  preservò  per  amore  all'  amico,  come 
dirò  nel  §  XVI II,  n.    18,  nel  descriver- 
lo, riparlando  di  lui.  Finalmente   mon- 
signor  Traversi   fu   pure  benemerentis- 
simo della  chiesa   di   s.  Caterina,   poi- 
ché fu  sua  cura  peculiare  che  gli  angusti 
misteri  vi  si  celebrassero  con  gravila  di 
liturgia,con  magnificenza  d'apparalo,con 
isplendore  d'addobbi,  delle  quali  cose  era 
a  dovizia  fornita;  così  acciescendo  anch 
questo  tempio  la  gloria,  onde  nell'eslerio 
re  cullo  religioso  va  rinomata    Venezia 
Alla  sua  ingegnosa    premura  debbesi 
il  gioiello  della  pittura  e  paradiso  di  bel 
lezze,  continuo  oggetto  di  studi  e  di  co 
pie,  che  adorna  la  chiesa,  intendo  dire  i 
già  celebrato  quadro  di   Paolo,  non   fi 
tratto  da  mani    rapaci  a  Parigi  per  fr© 
giarueil  museo. Tanti  meriti,  l'esseresta 
to  candelabro  di  luce  e  guida  agli  alunn 
del  liceo  convitto  ,  mosse   la   maestà  di 
Francesco  I  a   premiarlo  solennementi 
colla  glande  medaglia  del   merito  civile 
colla  collana  d'oro.  L'onorando  suo  ami 
co,  il  p.  ab.  Cappellari  elevato  alcardina 
lato,  e  neh  83 1  al  sommo  pontificato  co 
nome  di  Gregorio  XVI,  subilo  si  degnò  a 
mia  grande  confusione  aHldarmi  nel  suo 
augusto  nome  il  delicato  e  onorevolissi- 
mo incarico  della  corrispondenza  episto- 
lare co'suoi  nobili  parenti  e  illuslri  ami- 
ci, come  notai  a  Segretario  domestico, 
per  esserlo  slato  di  fatto,  di  che  feci  pure 
paiola  altrove  per  la  storia,  ed  ancora  nel 
voi.  LXIU,  p.  i8,  coU'aulorilà  del  cardi- 


V  E  N 

nai  Wiseraan.   Perciò  assunsi  tosto  anco 
quella  con  mg.'  Traversi,  e  di  lui  posseg- 
go 1 60  preziose  lettere  a  tue  cliietle,  tutte 
amorevoli  eafFettuosissime,  non  meno  che 
lusinghiere.  Recatosi  a  Roma  a'2  giugno 
1 832,  il  Papa  gli  fece  trovare  convenien- 
te alloggio  nel  convento  de'ss.  Apostoli, 
plesso  il  celebre  p.  Orioli  poi  cardinale, 
alle  cui  cure  1' afiitiò.  Ivi  trovò  un  mio 
biglietto,  in  cui  d'ordine  pontificio  posi  a 
di  lui  disposizione  un  servo  e  cocchieie 
con  livrea  usata  da'domeslici  del  Papa  nel 
suo  caidinalato,  col  suo  frullonecardina- 
lizio;  oltre  l'invilo  di  recarsi  al  più  presto 
possibile  al  Valicano,  onde  aver  io  l'ono- 
re di  presentarlo  al  Pontefice  che  anela- 
va rivederlo.  Non  è  a  dire  quanto  fu  com- 
movente per  ambedue   il  rivedersi   e  il 
riabbracciarsi  in  Valicano,  la  reciproca 
gioia.  Subilo  il  Papa  gli  prodigò  le  più 
amorose  e  onorevoli  dimostrazioni,  lo  di- 
chiarò suo  prelato  domestico  e  protono- 
fario  apostolico.  A'  28  per  coniando  pa- 
pale gli  mandai  uno  sturione,  per  farne 
parte  al  suo  angelo  custode,  il  p.  Orio- 
li. Ricevuti  vari  doni  dalla  pontificia  af- 
fezione, partì  da  Roma  a'  1  5  luglio.  Nel 
successivo  settembre  mg.'  Tia versi  fu  di- 
spensato dal  duplice  carico  di  provvedito- 
re del  liceo  convitto,  e  di  direttore  degli 
studi  filosofici.  Nel  luglio  del  seguente  an- 
no, Gregorio  XVI  sublimando  al  cardi- 
nalato il  patriarca  di  Venezia  Jacopo  Mo- 
nico,  dichiarò  mg.'  Traversi  abiegato  a- 
poslolico  per  la  presentazione  formaledel- 
Xaherretla cardinalizia.  Nel 1 834 il  ""o* 
vo  cardinale  recandosi  in  Roma  ,  fu  ac- 
compagnato dal  prelato  Traversi,  che  ri- 
cevette dal  Papa  nuove  dimostrjizioni  di 
stima  e  di  amore.  Partiti  che  furono  i  due 
personaggi  da  Roma,  nella  slessa  sera  il 
Papa  m'uigiunse  di  far  trovare  al  prelato 
nel  suo  arrivo  a  Venezia  una  mia  lettera, 
che  tosto  scrissi  a' 12  luglio  colla  venera- 
la disposizione.  Che  qualora  egli  volesse 
ogni  anno  scegliere  Roma  per  villeggia- 
tura, col  restarvi  un  mese  ,  non  avea  da 
far  altro  che  a  montare  e  smoatare  dalla 


V  E  N  1 1 5 

gondola,  senza  verun  pensiero  di  sorta, 
supplendo  a  tutto  la  generosità,  V  amici- 
zia e  la  clemenza  con  cui  Sua  Santità  a- 
morevolmenle  e  meritamente  lo  riguar- 
dava. Sperare  io  ,  che  tali   annui  viaggi 
non  gli  riuscissero  incomodi,  anzi  vantag- 
giosi alla  di  lui  sanità,  trovando  il  suo  cuo- 
re la  consolante  soddisfazione  di  rivedere 
con  tanta  frequenza  la  s.  persona  del  Rea- 
lissimo Padre.  Ma  poi  ne'primi  mesi  del 
i835  per  comando  sovrano,  invitai  mg.' 
Traversi  a  portarsi  in  Roma  a  godere  le 
funzioni  della  settimana  santa,  per  quin- 
di stabilirvisi  con  permanenza.  Giunto  in 
Roma,  il  Papa  cominciò  ad  esercitare  ver- 
so di  lui  una  serie  di  beneficenze,  d'  ono- 
rificenze e  di  dimostrazioni  amichevoli, 
che  in  parte  narrai  ne'vol.  XVIII,  p.  1  06, 
XXVIH,  p.  59,  LXXVII,  p.  67  ,  cele- 
brandoiie  a  un  teQ)po  le  preclare  doti.  Di- 
rò qui  solo,  che  il  Papa  finché  visse  il  pre- 
lato   lo  fece  servire   quotidianamente  di 
carrozza,  lo  provvide  con  decoio,  1'  am- 
mise ogni  giorno  al  geniale  godimento  di 
sua  irititna  e  familiare  conversazione.  Gli 
conferì  onorevoli  uffizi,  il  canonicato  nel- 
la patriarcale  basilica  Liberiana  ,  ove  lo 
consagrò  arcivescovo  di  Nazianzo,  e  poi 
promosse  a  patriarca  di  Costantinopoli. 
Lo  visitò  3  volte  nella  sua  abitazione,  già 
del  b.  cardinal  Tommasi,  e  di  tanto  o- 
nore  il  prelato  pose  memoria  marmorea. 
Venuto  a  tranquilla  morte  a'2  i  settembre 
1842,  il  Papa  ne  fu  dolentissimo,  e  nella 
sua  basilica  Liberiana  a  proprie  spese  gli 
fece  celebrare  decoroso  Funerale,  e  eoa 
iscelli  marmi  ivi  gli  eresse  un  nobile  mo- 
numeiitOjCol  busto  al  vivo  tratto  dalla  sua 
maschera,  il   lutto  scolpito  dal   valente 
commend.  Giuseppe  de  Fabris.  Altre  so- 
lenni esequie  gli  celebrò  il  liceo  convitto, 
nelle  quali  il  eh.  prof,  del  medesimo  d. 
Giovanni   Bellomo  (defunto  nel  passa- 
lo mese  di  giugno  di  quest'anno  i858, 
degno  continuatore  del  Dercastel,  ed  au- 
tore benemerito  di   un  completo  corso 
di  Lezioni  di  storia  universale),  pro- 
nunziò eloquente  e  tdreltuosissimo  elo- 


ii6  VEN 

gio  funebre,  che  1'  amore  pel  defunto 
del  professore  e  censore  dello  stabili- 
mento d.  Lorenzo  Gallo  pubblicò  col  ti- 
tolo:  Orazione  funebre,  ec.  hf\  ulteriore 
testimonianza  di  stima  e  d'affetto  pel  pre- 
lato, Gregorio  XVI  perchè  nel  liceo  con- 
vitto restasse  sempre  presente  e  onorata 
r«'flìgie  del  suo  benemerito i.°  provvedi- 
tore, dall'encomiato  scultore  fece  re[)lica- 
re  il  suo  busto  in  marmo  e  l'inviò  in  dono 
all'i,  r,  stabilimento,  insieme  a  5o  esem- 
plari esprimenti  il  monumento  sepolcra- 
le,oltre  il  rau)estessodeirincisione,cjualo- 
ra  se  ne  volessero  trarre  nuovi  esemplari. 
Mentre  questi  pontificii  doni  viaggiavano, 
il  rispettabile  immediato  successore  nei 
provveditorato,  tuttora  in  carica,  mg."^ 
Luigi  Dalla  Vecchia,  canonico  onorario 
delia  basilica  di  s.Marco,  grande  eslimato- 
re del  pianto  prelato,  dolente  che  lo  sta- 
bilimento non  ne  avesse  il  ritralto,poichè 
la  modestia  di  mg.'  Traversi  non  consen- 
tMuaichesi  ritraesse,  si  fece  riverente- 
niente  a  douiandarlo  al  Papa,  a  mezzo  del 
nobile  Carlo  Michiel  i.  r.  consigliere  inti- 
mo, decorato  della  croce  civile  d'onore,  e 
fatto  commendatoredell'ordioe  dis.  Gre- 
gorio dal  suo  istitutore.  Questo  egregio 
signore  recatosi  in  Koma,  ed  accolto  be- 
nignissimamente da  Gregorio  XVI,  espo- 
se le  vive  brame  del  lodato  provveditore. 
«Il  San  toPadre  interrompendolo  con  quel 
sorriso ,  onde  tutti ,  ma  i  suoi  veneziani 
(come  senjpre  gli  appellava)  peculiarmen- 
te riconforta.  Ben  godo,  gli  disse,  d'aver 
jìrevenuto  i  desiderii  di  quel  provvedito- 
re,ed  è  già  in  viaggio  il  busto  che  brama". 
E  in  fatti  dopo  pochi  giorni  giunse  ni  li- 
ceo convitto  col  resto.  Tanto  segnalato 
dono  ,  da  singolare  amorevolezza  e  libe- 
ralità accompagnato,  richiedeva  che  pub- 
bliche azioni  di  grazie  si  rendessero  all'Ec- 
celso Donatore,  e  ciò  esegui  degnamente 
l'encomiato  odierno  provveditore  con  fa- 
condo, erudito  e  cordiale  discorso,  di  cui 
lui  sono  giovato,  intitolato,  con  dedica  al 
benemerito  podestà  di  Venezia  conte  Gio- 
\auui  Correr  :  Nella  inaugurazione  dal 


VEN 
Busto  di  mg."  patriarca  di  Costnntinn- 
poli  Anton  M.'  Traversi,  dono  di  S.  S. 
Gregorio  XFI  all'inip.  reg. Liceo- Con.' 
vitto  di  Venezia.,  Discorso  dell* ab.  Lui- 
gi Dalla  Vecchia  provveditore,  letto  il 
3  settembre  nella  grand' aula  del  Liceo, 
Venezia  Andreola  tipografo  editerei  844- 
Oltre  il  provveditore  vi  sono  nello  stabi- 
limento, il  censore,  il  segretario  assisten- 
te, r  economo,  5  prefetti  di  camerata,  il 
chierico,  l'ostiario,  102  convittori  ei4  do- 
mestici. Il  convitto  collegio  è  annesso  al 
liceo,  i  cui  allievi  ne  frequentano  le  scuo- 
le, e  quelle  dell'unitovi  ginnasio. 

10.  Benedettini  cluniacensi  e  Fran^ , 
cescane  di  s.  Croce,  La  chiesa  essendo  sla- 
ta una  delle  parrocchie,  nel  n.  4^  del  § 
Vili,  parlai  de'monaci,  delle  monache  e 
della  chiesa,dicendo  le  religiose  levate  nel- 
la general  soppressione,  e  demolita  la 
chiesa  e  il  monastero,  si  formò  col  suo- 
lo un  vasto  giardino. 

1 1 .  Canonici  regolari  Poituensi  e 
poi  di  s.  Agostino  di  fiacca,  di  s.  Ma- 
ria della  Carità.  Kel  sestiere  di  Dor- 
soduro,  circa  il  i  120  Marco  Zuliani  of- 
fri a  Dio  e  all'  apostolo  s.  Pietro  i  suoi 
averi  nelle  mani  del  celebre  cardinale 
Pietro  vescovo  di  Porto,  a  cui  pel  primo 
fu  unita  r  altra  sede  delle  ss.  Seconda  e 
Rufjìna  o  di  Selva  Candì  da, nWovsx  pon- 
tificio legato  in  Venezia,  acciocché  con  es- 
si fabbricasse  una  chiesa  ed  un  monaste- 
ro pe'canonici  regolari,  promettendo  per- 
ciò alla  camera  apostolica  l'annuo  censo 
perpetuo  d'un  bisanzio  d'oro.  Il  cardina- 
le reso  tutto  noto  a  Papa  Calisto  li,  que- 
sti con  lettere  lodò  Marco  e  l'animò  ali 'e- 
secuzione,ìnviandogli  una  pietra  benedet- 
ta da  collocarsi  nelle  fondamenta  della 
nuova  chiesa.  Questa  fu  fabbricata  col- 
l'in vocazione  di  s.  Maria,  e  venne  offerta' 
a'canonici  regolari  di  s.  Maria  in  Poi  to 
di  Ravenna;  ma  essi  procrastinando  d'as- 
sumerne il  governo, Papa  Innocenzo  il  nel 
I  134  ingiunse  loro,  odi  tosto  prenderlo 
ovvero  di  ri  nunziarvi  per  consegnarla  ad 
altri  cauoaici.  1  porlueusi  accettarono  e 


VEN 

vi  stabilirono  una  canonica  con  Driuluno 
per  priore.  Ail  essa  poi  per  alimento  dei 
canonici  furono  otferte  duTeileli  renititee 
possessioni,  sì  in  Venezia  cl»e  ne'  vicini 
territorii.  Innocenzo  11  la  ricevè  sotto  la 
prolezione  della  s.  Sede,  esentandola  dal- 
la contribuzione  delle  decime  ecclesiasli- 
cbe;  privilegio  confermato  nel  i  i85  da 
Ùrbduo  MI.  Della  famosa  venuta  tl'Ales- 
sandro  Ili  in  Venezia  nel  i  i  77,  colle  ga» 
lere  di  Guglielmo  il  il  Buono  redi  Sici' 
Ha,  parlai  in  più  luoghi  e  negli  artico- 
li die  qui  vado  indicando  io  carattere 
corsivo,  lìgli  partì  d'  Anagni,  si  recò  a 
Bcni'i'cnto,  indi  a  Troia,  a  Siponlo,  a 
f^aslo,  ove  s' imbarcò  :  approdò  prima 
a  Zara  e  poi  a  s.  Nicolò  del  Lido,  da  do- 
ve passò  ad  alloggiare  nel  palazzo  del 
patriarca  di  Grado  a  s.  Silvestro.  Àllret- 
lauto  leggo  nel  eh.  Romanin.  Nondimeno, 
diversi  illustri  scrittori  sostengono  che 
pervenne  in  Venezia  incognito  e  travesti- 
lo, i  più  dicendo  da  prete,  e  per  cappella- 
no fosse  ricevuto  da'canouici  regolari  nel 
monastero  dellaCaritù.  Raccontano  ilcav. 
Mutinelli  e  l'ab.  Cappelletti ,  questi  che 
fuvvi  riconosciuto  a'24  «narzoi  177,  ed 
insieme  a  quello  che  vi  giunse  nel  1  175 
e  dopo  6  mesi  nel  principio  del  1 1 76  sco- 
perto dal  francese  Comodo,  per  averlo  più 
volte  veduto  in  Roma  e  in  Francia,  onde 
sollecitamente  recossi  ad  informarne  il  do- 
ge, che  subilo  col  vescovo  di  Castello  cor- 
sero a  venerarlo,  mentre  orava  nella  chie- 
Sii  di  s.  Maria.  A  volerne  accennare  di  ta- 
le incerto  e  inveridico  racconto  alcun- 
ché, SI  dice.  Giunto  Alessandro  Ili  in- 
cognito in  Venezia,  pe'molivi  che  espor- 
rò all'anno  1177  nel  §  XIX  dell' indi- 
cazioni sloriche,  vagò  forse  lui.'  notte  pei* 
le  sue  tortuose  vie,  e  sopratfattodalla  stan- 
chezza, si  coricò  a  riposare  presso  la  chie- 
sa di  s.  Apollinare,  ove  sino  al  presente  se 
uè  conserva  la  luemoiia  nella  propiiujua 
via  delta  del  Pcrdoii,  a  cagione  dell'  ìq- 
dulgeiize  dal  Papa  pcji  concesse  a  due 
Croci  marmoree  ivi  scolpite  e  incastrale, 
una  in  un  angolo  d'una  casa  e  l'ultra  al- 


V  F.  N  1(7 

l'ingresso  d'un  snltoporlico,  ove  fu  alza- 
to yin  altarino,  con  iscrizione  da  ultimo 
restaurata,  la  quale  dichiara:  Alessandro 
I[l  Sommo  Pontefice  fuggendo  Harnil  di 
Federico  J  imperatore  venendo  a  f^ene- 
tia,  (/ni  riposò  lai!'  notte  et  poi  conces- 
se varie  indulgenze.  Nel  seguente  mat- 
tino il  l'apa  cercato  asilo  da'  canonici  re- 
golari Lateranensi  di  s.  Maria  della  Cari- 
tà, ivi  ottenne  d'esser  accolto  per  cappel- 
lano. Si  aggiunge,  da  quelli  che  preten- 
dono occulta  la  venuta  del  Papa  a  Ve- 
nezia, che  tutti  sapevano  essere  Alessan- 
dro 111  scomparso,  dopo  la  sua  parten- 
zi  dalla  Puglia,  ed  ignorarsi  il  luogo 
del  ricovero  ;  finché  fu  poi  riconosciuto 
al  modo  indicato,  e  quindi  vestito  da  Pa- 
pa e  con  ogni  maniera  d'onori  ossequia- 
lo. Esiste  V Historia  della  venuta  a  F'e- 
netia  occultamente  ne  li  ijj  di  Papa  A- 
lessandro  III,  e  della  vittoria  ottenuta 
da  SebastianoZiani  doge,comprobata  da 
d. Fortunato  Olmo casinese.  In  questo  li- 
bro, che  r  autore  non  critico,  monaco  di 
s.  Giorgio  Maggiore,  dedica  a'  senatori  e 
patrìzi  della  repubblica  di  Venezia, da  lui 
encomiati  costanti  e  divotissirai  cristiani, 
e  veri  figli  e  difensori  della  romana  cat- 
tolica Chiesa,  trovo  eh' egli  pure  seguì  il 
riferito  dal  Dandolo,  cioè  che  nell'SSj  si 
ritirò  in  Venezia  Benedetto  III  tra  così 
santa  gregge,  mentre  da  gran  scisma  era 
travagliata  Roma;  e  che  Alessandro  ili, 
a  cui  molto  bene  era  noto  quanto  la  ve- 
neta religione  fosse  grande  verso  la  s.  Se- 
de, e  la  particolare  di  lui  persona  ,  nella 
lunga  persecuzione  fattagli  da  Federico  [ 
per  18  anni,  era  stato  come  legittimo  Papa 
dalla  repubblica  riconosciuto,  aiutato  e 
difeso,  fece  ricorso  anch'egli  a  città  tanto 
verso  i  Pontefici  di  vota.  Dopo  avere  lo 
storico  confutato  il  Baronio  e  altri ,  di 
calcoli  cronologici;  e  rigettato  il  Sigo- 
nio  per  avere  giustamente  colla  verissi- 
ma storia  narrato,  essersi  Alessandro  II( 
recato  in  Venezia  manifeslaraente  e  eoa 
pompa, e  non  in  abito  occulto,  passa  a  so- 
stenere; i.'Ghe  venne  il  Papa  occultanieu- 


ii8  VEN 

te  a  Venezia,  e  non  con  i3  galere,  di  cui 
non  volle  servirsi.  2.°  che  Alessandro  llf 
giunto  in  Venezia  ,  non  stette  nel  mona- 
stero della  Carità  in  abito  di  cuoco,  co- 
me pretesero  alcuni,  ma  di  sacerdote  pri- 
vato,essendoanch'egli  canonico  regolare 
Lateranense.  3."  Che  Commodo  io  rico- 
nobbe mentre  celebrava  la  messa  privata 
nella  chiesa  della  Carità,  qual  cappellano 
della  medesima  ,  continuamente  stando 
in  digiuni  e  orazioni.  Invece  il  Gusta,  Del 
^'inggio  cV Alessandro  Illa  1  ^cnezia,per 
far  la  pace  con  Federico  I  Barbarossa 
nel  I  I  77;  ed  il  Ferlone  ,  De'  viaggi  de 
Pontefici,  non  solamente  non  fanno  pa- 
rola che  vi  si  recasse  occulto,  ma  colle  ga- 
lere del  redi  Sicilia,  e  pubblicamente  ri- 
cevuto con  dimostrazioni  straordinarie  di 
venerazione  ed  allegrezza.  Ma  le  cose  di- 
scorse son  mere  favole  inventale  oltre  un 
secolo  dopo,  intorno  al  quale  argomento 
si  può  leggere  quanto  ne  scrisse  e  provò 
F.  Zanolto  nella  sua  opera  :  //  Palazzo 
ducale  di  Venezia,  ove  illustra  i  dipinti 
della  sala  del  Maggior  Consiglio  ne'qua- 
li  si  esprime  la  storia  di  Alessandro  III, 
Al  quale  critico  scrittore  farò  eco,  col- 
l'altro  non  meno  critico  il  eh.  Romanin^ 
nel  citato  §  XIX,  descrivendo  il  dogado 
XXXIX.  Ad  ogni  modo  è  indubitato  che 
Alessandro  III  volle  consagrare  la  chiesa 
della  Carità  a'5  aprilei  i  77,  concedendo 
spirituali  indulgenze  a  chi  la  visitasse  nel 
giorno  anniversario  della  dedicazione,  o 
ne'3  giorni  avanti  e  dopo;  donde  ebbe 
origine  che  il  doge  accompagnato  da'no- 
bili  del  goveuno  portavasi  annualmente 
in  di  vota  forma  all'acquisto  delle  medesi- 
me. Dipoi  Innocenzo  111  neh  206  confer- 
mò gì'  indulti  de'  suoi  predecessori ,  per- 
mettendo anche  ad  ognuno  il  potersi  e- 
leggere  la  propria  sepoltura  nella  chiesa 
stessa,  privilegio  allora  singolare  ,  come 
rilevai  eziandio  nel  voi.  LXXXVIII,  p. 
229.  AncheOnorio  IV  neh  285  confermò 
e  ampliò  le  pontificie  concessioni.  Conti- 
nuando i  prioriPorluensidi  Ravenna  laa- 
to  conventuali,  quanto  dopo  di  essi  i  com- 


VEN 
raendalari,ad  eleggere  il  priore  della  Ca- 
rità,al  quale  incarico  essendo  circa  il  1 409 
dal  cardinal  Sommariva  priore  commen- 
datario diRa venna,stato  destinalo  il  vene- 
to Francesco  Cappello  canonico  della  Ca- 
rità,questo  dubitando  della  validità  di  sua 
elezione,  per  essersi  il  cardinale  nello  sci- 
sma sottratto  dall'ubbidienza  di  Gregorio 
Xll  veroelegillimoPapa,a questi  ricorsee 
fu  investito  del  priorato.  Vedendo  egli  di- 
minuito il  numero  de'canonici,  né  poten- 
do trarne  dal  monastero  Portuense  rovi- 
noso per  l'incuria  de' commendatari  ,  si 
rivolse  a'canonici  regolari  di  s.  Agostino 
della  congregazione  di  s.  Frediano  di  Lnc^ 
ca,  acciocché  volessero  assumere  Tudizia  - 
tiuae  governo  della  chiesa  di  s.  Maria  del- 
la Carità. .Accettarono  essi  l'offerta  e  spedi- 
rono tosto  a  Venezia  alcuni  religiosi,egiuni 
sero  a!  numero  di  3o.  Ottenne  poi  il  Cap- 1 
pello  da  Martino  V,  di  poter  unire  il  suo! 
monastero  a  della  congregazione  di  Luc- 
ca, di  cui  egli  pure  volle  abbracciare  risli- 
tuto,  ma  dichiarato i.°  priore  annuale  ri- 
nunziò. Ridottoli  monastero  a  intera  per- 
fezione, i  nuovi  canonici  esemplari  ne  rin-. 
novaroiio  gli  edifizi,  ed  il  cardinal  Con» 
duhniero,  poi  Eugenio  IV,  per  la  flima 
di  loro  virtù  gl'inlrodusse  nel  monastero 
abbandonato  di  s.  Salvatore  di  Venezia, 
di  cui  era  abbate  commendatario.  Ma  es- 
sendo esso  posto  in  mezzo  a'tumulti  del-" 
la  città,  presto  lo  rinunziarono  per  fare 
ritorno  alla  loro  quiete.  Indi  nel  i433j 
Eugenio  IV^  die'  loro  il  monastero  di  s,^ 
Clemente  in  isola,  restato  disabitato  da^ 
canonici  regolari,  e  poi  nel  i438  smem'' 
brò  il  monastero  della  Carità  dal  Por- 
tuense,  lasciandolo  solo  soggetto  alla  sus 
congregazione.  Divenuta  ristretta  lachie'^ 
sa  pel  frequente  concorso  del  popolo,  de- 
terminarono d'ampliarla  e  d'innalzare 
maestosamente  la  cappella  maggiore,  per 
cui  il  Papa  nel  i^^Z  mandò  uua  pie- 
tra di  porfido  benedetta  da  porsi  ne'fon- 
damenti.  Crescendo  sempre  più  il  credi- 
lo de'canonici,i conti  Collallo  nel  1 5o  li  do- 
narono ad  essi  la  chiesa  di  s.  Maria  di  Mei- 


V  E  N 
c.'ulello  diocesi  di  Ceneda,con  approva- 
zione di  Giidio  II.  Si  aunienlaroMO  le  ren- 
dile, e  lii  chiesa  si  rese  più  ragguardevo- 
le pe' suoi  interni   abbellimenti,  avendo 
diversi   patrizi  eretti   sontuosi    altari  di 
marmo,  fiu'qiiali  i  dogi  Marco  e  Agosti- 
no Barbarigo  in  onore  della  13.  Vergine 
e  con  sua  divota   immagine  innalzarono 
un  magnifico  altare  di  sceltissimi  marmi. 
Fu  inoltre  arricchita  del  corpo  di  s.  A- 
niano  discepolo  e  successore  di  s.  Marco 
nella  sede  patriarcale  d'Alessandria,  por- 
tato a  Venezia  nel  i  i  28  e  riposto  in  s.  Cle- 
mente in  isola,  donde  qui  neh  4-53  Io  tra- 
sferirono i  canonici.  Un  dente  di  s.  Gio. 
Ballista,  e  le  reliquie  de'ss.  Bartolomeo 
e  Touunaso  Apostoli.  Neli5o2  Alessan- 
dro Vi  concesse  di   potersi  cslebrare  la 
I."  messa  nelle  prime  ore  della  sera  del- 
la vigilia  di  Natale.  Contiguo  alle  abita- 
zioni de' canonici  fu  eretto  il   grandioso 
ospiziodestinaloa'divoti  dell'illustre  con- 
fraternita ei.'  scuola  grande,  che  dal  no- 
me della  vicina  chiesa  prese  d  titolo  di 
s.  Maria  clMa  Carità.  Essa  ebbe  origine 
nel  I  260,  fondata  col  nome  di  Scuola  di 
G/r/Vr)  nella  chiesa  parrocchiale  di  s.  Leo- 
nardo, dalla  quale  fu  trasferita  alla  Giu- 
decca  e  poi  nel  detto  ospizio.  Nell'isola 
ora  detta  i  confratelli  vi   aveano  eretto 
l'oratorio  di  s.  Giacomo  Maggiore  A[io- 
slolo,  poi  ceduto  per  ampliar  la  chiesa  di 
s.  Maria  Novella  de' serviti,  da  dove  nel 
I  344  pf>ssarono  nell'ampio  luogo  cedu- 
to da'  canonici   regolari  collo  sborso  di 
200  ducati  d'oro  e  annuo  censo,  fabbri- 
candovi magnifico  oratorio.  Nel  i4t  i  a 
ricovero  de'confratelli  poveri,  la  scuola 
fabbricò  un  comodo  spedale  per  alimen- 
tarli, di  che  edificato  il  cardinal  Bessario- 
ne  legato  a  Intere  di  Pio  li  in  Venezia, 
volle  ascriversi  a  questa  primaria  scuola 
grande,  e  le  donò  le  reliquiedella  ss.  Cro- 
ce e  porzione  della  ss.  Tunica  del  Signo- 
re (ora  conservata  nel   santuario  di   s. 
Tommaso),  onde  i  confratelli  per  grati- 
tudine posero  il  suo  ritratto  con  lapide 
nell'ospizio  (il  ritratto  passò  alla  biblio- 


VEN  irg 

teca  di  s.  Marco).  Dipoi  nel  i585  vi  si 
ascrissero  pure  gli  ambasciatori  del  Giap- 
pone (/^.),  quando  passando  per  Vene- 
zia recaronsi  a  Roma.  Non  senza  sorpre- 
sa rimarco  il  linguaggio  tenuto   dal  sa- 
vio e   rispettabile  cav.   Mutinelli,  negli 
Annali  di  Venezia  p.  4^7,  sull'  iden- 
tità di  tali  ambasciatori,  seguendo  il  Gal- 
licciolli   e  altri,  e  perciò  i   più  crederli 
gesuiti  vestiti  alla  giapponese  I  E  col  Na- 
varro   detrarre   contro  la  venerabilissi- 
ma e  benemerentissima  Compagnia  di 
Gesù  !   Ovvero  i  supposti  ambasciatori 
essere  mancianisti  di  certa  valle  di  Lom- 
bardia confinante  co'Reti,  famosi  ingan- 
natori! Dunque  furono  due  semplicioni, 
il  magnanimo  Gregorio  XIII  e  il  gran 
Sisto  Vy  il  i.°  che  pianse  in  ricevere  gli 
ambasciatori,  il  2.°  che  li  ricolmò  d'ono- 
ri. Dunque  il   Senato  di  Roma  fu  uno 
stupido  nel  porre  sotto  la  statua  di  Gre- 
gorio XIII   nella  sala  del   Senatore  in 
Campidoglio  V  iscrizione  marmorea,  ri- 
portata ancora  con  altre  analoghe  noti- 
zie dal  Cancellieri,  nelle  preziose  Disser- 
tazioni epistolari ,  a  p.  244»  '^  quale  di- 
ce :    Oh  palernam  in  oinnes  gentes  ca- 
ritatem  •■  Qua  ex  ullinis  novi  Orhis  in- 
sti lis-Iaponorium  Regimi  Legatos-  Trien- 
ni navigatione  -  Oh  oìiedientiani   Sedi 
Apost.  exilibendam  -  Primitni  venientes 
Romani-  Pro  Pontifìcia  dignitate  acce- 
pil.  Dunque  furono  mendaci  e  gonzi  i  ce- 
lebri storici  Bartoli  nella  Storia  del  Giap- 
pone, Maffei  negli  Annali  di  Gregorio 
Xniy  Tempesti  nella  Storia  di  Sisto  /^, 
Novaes  nella  Storia  di  Gregorio  XIII  e 
Sisto  V,  ove  riporta  il  nome  e  le  opere 
di  que'  che  scrissero  degli  ambasciatori 
giapponesi.  Gonzi  ancora  un  gran  nume- 
ro di  scrittori  delle  cose  romane  che  ne 
ripeterono  le  notizie,   inclusi vamente  al 
famoso  Gregorio  Leti  nella  Storia  di  Si- 
sto V,  ed  a'sagacissimi  componenti  la  si- 
gnoria  di  Venezia,che  gli  accolse  con  gran- 
dissimo onore  e  con  segni  di  molta  be- 
nevolenza, o  per  isquisitezza  di  politica  ! 
Interessante  è  il  racconto  del  Mutinelli 


120  VEN 

siiile  festose  accoglienze  loro  fatte  da*  ve- 
neziani nel  I  5S5,  e  la  solenne  processione 
ordinata  a  loro  riguardo  in  occasione  del- 
la festa  di  s.  Pietro,  che  pure  descrive, 
cioè  si  trasferì  in  tal  giorno  quella  che  so- 
leva farsi  per  la  festa  dell'Apparizione  di 
s.  Marco,  con  rappresentazioni  storiche 
e  simboliche  delle  scuole  grandi.  La 
calunnia  ridicola  che  gli  ambasciatori 
giapponesi  fossero  personaggi  finti,  nac- 
que appena  comparvero  in  Europa,  co- 
me dislesarnenle  racconta  il  lodato  Bar- 
toli  nella  celebre  sua  storia,  che  trovo  nel 
t.io  delle  sue  Opere,  edizione  di  Torino 
1825,  tipografia  Marietti.  Ivi  è  la  storia 
della  conversione  de'  popoli  giapponesi, 
di  diversi  principi,  e  de're  di  Ariiua,  di 
Bungo,  di  Tosa  e  di  V'orni;  della  fonda- 
zione di  chiese  e  seminali,  inclusi  vamen- 
te  alla  sontuosa  chiesa  di  Macao,  allora 
capitale  del  Giappone;  delle  persecuzioni 
de'bonzi  e  de'gentili  contro  i  ueocristiaoi, 
ed  i  pp.  gesuiti  loro  evangelizzatori;  del- 
l'ambasceria di  tre  principi  giapponesi  al 
Sommo  Pontefice  per  opera  del  p.  Ales- 
sandro Valignani  visitatore  della  Compa- 
gnia di  Gesù  in  Cina,e  delle  ragioni  ottime 
che  velo  mossero.  Quanto  e  perchè  l'am- 
basceria fu  calunniata,  come  fosse  frode 
della  Compagnia,  ambizione  e  ardimento 
d'un  troppo  volere  e  potere,  ingannando 
óue  Papi  e  tutto  il  mondo!  Il  perchè  il 
p.  Valignani  le  confutò  subito  coli' evi- 
denza, e  di  ragione  e  di  fatto,  il  cui  rac- 
conto stampato  a  Macao,  si  divulgò  eoa 
mille  copie  per  tutto  il  Giappone.  Nel- 
l'archivio della  casa  professa  del  ss.  Gesù 
in  Ronja  ,  co' miei  occhi  ho  veduto  le  3 
lettere  originali  de're  giapponesi  e  nell'i- 
dioma loro  a  Giegorio  Xlll,  restate  a' 
gesuiti  per  averle  tradotte  d'ordine  del 
Papa;  alle  (piali  rispose  il  successore  Si- 
sto V,  che  poi  fece  città  vesco\ì[^  Funai 
castello  del  Giappone.  Queste  lettere  in 
italiano  si  ponno  leggere  nell'encouiiato 
MalTei  ,  t.  2  ,  p.  4o5.  Di  piìi  nel  Bartoli 
.sono  descritte:  L'ambasceria  all'impera- 
lore  del  Giappone,  commessa  ul  p.  Vali- 


VEN 
gnani  dal  portoghese  viceré  dell'  India; 
le  notizie  del  viaggio  a  Roma  degli  am- 
basciatori e  il  loro  ritorno,  stampate  a 
Macao  ;  le  allegrezze  fatte  nel  Giappone 
al  ritorno  da  Roma  degli  ambasciatori, 
visitali  persino  da're;  la  solenne  entrata 
del  p.  Valignani  e  degli  ambasciatori  in 
Macao  metropoli  dell'  impero  del  Giap- 
pone ,  e  il  ricevimento  dell'imperatore. 
Gli  atti  dell'ambasceria.  Ora  non  si  ose- 
rà più  dire  supposti  gli  ambasciatori  giap- 
ponesi a  Gregorio  XIII,  e  che  furono,  o 
gesuiti  vestiti  da  giapponesi,  o  i  paltoni 
mancianisti!  Mi  rimane  però  a  discolpa- 
re il  celeberrimo  Navarro,  e  la  beoefi- 
centissima  e^ewy^reesemplarissima  Com- 
pagnia di  Gesù,  anzi  a  ulteriore  giuria 
della  quale  e  di  Clemente  XIV,  spero  e 
mi  lusingo  che  verrà  il  tempo  in  cui  la 
SLoria  manifesterà  alcun  documento  che 
accrescerà  lustro  e  splendore  all'  una  e 
all'  altro,  colla  verità  trionfante.  Non  so 
indurmi  a  credere  che  il  sacerdote  e  dot- 
tore spagnuolo  Martino  Azpiluceta, detto 
il  Navarro  0  Navarra  perchè  era  di  Vara- 
scain  o  Varosain  alquanto  vicino  a  Pam- 
plona  già  capitale  del  regno  di  Navarra, 
abbia  potuto  accusare  la  Compagnia  di 
Gesù,  come  dice  il  Mulinelli  »  perchè 
allora  i  gesuiti  incominciavano  a  rendersi 
per  sagacità  famosissimi,  onde  egli  che 
per  essere  assai  vecchio  ben  ricorda  vasi 
de'fondatori  loro,  diceva  che  in  que'gior- 
ni  ove  s.  Ignazio  fosse  tornato  al  mondo, 
non  avrebbe  più  riconosciuto  la  sua  Com- 
pagnia, tanto  era  essa  diversa  da  quella 
di  prima".  Egli  fu  zio  del  gesuita  s.  Fran- 
cesco Saverio  per  ragione  di  madre;  e 
nella  raccolta  delle  lettere  delSanto  ve  ne 
sono  due  scritte  a  lui  da  Lisbona,  men- 
tre leggeva  all'  università  di  Coimbra, 
ove  fu  l'oracolo  del  diritto  canonico.  E' 
vero  eh'  egli  da  prima  era  preoccupato 
alquanto  rispetto  alla  Compagnia,  non 
conoscendo  ancora  l'istituto  di  lei,  come 
si  rileva  dalla  1.'  lettera  di  s.  Francesco 
Saverio:  ma  poi  pare,  che  dopo  aver 
trattato  col  Sunto  dismettesse  a0àtto  qua- 


VEN 
luDque  sinistro  concetto.  E  di  fatti  desi- 
deiò  e  chiese  di  passare  all'India  col  Sa- 
verio alla  conversione  degl'infedeli;  pe- 
rò non  fu  accettalo  per  la  sua  grave  età, 
come  lasciò  scritto  egli  medesimo  al  cap. 
24»  •••  IO  del  suo  Manuale  in  Indice. 
Ibi  cliaiii  ipse  vitam  fìnissein,  nisi  ille 
Cp.  Xavier j  quando  Òlysippone  disces- 
sit,  ine  iam  senescentein ,  laboribus  ani- 
mo suo  conceplis  iniparem  indicasset  ; 
scribens,  ut  absentiani  pari  ler  f erre  ni  in 
terrisj  praesenliani  sperans  in  coelis. 
Che  se  pure  si  trovasse  qualche  espres- 
sione del  Navarro  non  tanto  esalta  ri- 
guardo oli'  ambasceria  de'  giovani  prin- 
cipi giapponesi,  converrà  dire,  che  es- 
sendo egli  allora  decrepilo  di  g5  anni  e 
morto  a'22  giugno  del  medesimo  i586 
in  Roma,  e  sepolto  in  s.  Antonio  de'por- 
toghesi,  come  nel  descriverne  la  chiesa 
nolai  nel  voi.  LIV,  p.  243,  in  cui  i  giap- 
ponesi lasciarono  l'Europa  di  ritorno  al 
Giappone,  avesse  dato  credito  alle  calun- 
nie che  in  quel  tempo  si  sparsero: il  che 
però  mi  sembra  mollo  improbabile.  Im- 
perocché il  virluosoecarilalevole  Navar- 
ro erasi  portato  in  Roma  a  difendere  l'il- 
lustre suo  amico  Bartolomeo  Carranza 
arcivescovo  di  Toledo  {F^'J,  si  meritò  la 
benevolenza  e  la  slima  di  s.  Pio  V,  e  di 
Gregorio  XI 1 1, il  quale  soleva  consultarlo, 
ne  amava  la  conversazione  e  lo  visitò  ac- 
compagnalo da  diversi  cardinali.  Aggiun- 
go in  fine,  che  se  il  Navarro  ha  pure 
scritto  qualche  cosa  intorno  agli  amba- 
sciatori giapponesi,  ciò  deve  aver  egli  Tut- 
to neir  ultimo  anno  di  sua  vita.  Sono 
notissime  però  le  sue  opere  date  alla  lu- 
ce, anche  in  Venezia  nel  1602,  né  tra 
esse  ve  ne  ha  alcuna  che  tratti  di  questa 
materia.  Dunque  deve  essere  una  finzio- 
ne ciò  che  gli  si  appropria  da  alcuni  au- 
tori. 11  eh.  Giovanni  Veludo  nella  bio- 
grafia del  doge  Nicolòda  Poaìesaltanto 
narra.  «Argomento  di  curiosità  e  di  sor- 
presa fu  per  Venezia  la  comparsa  di 
quattro  andiascialori  giapponesi,  reduci 
da  Roma  dov'erano  slati  a  canapiere  la 


VEN  121 

missione  loro.  Giunsero  questi  in  giugno 
i585;  e  siccome  il  loro  viaggio  era  viag- 
giovili  ilivozione,  e  quasi  peregrinaggio 
alla  capitale  del  mondo  cattolico,  così  il 
breve  loro  soggiorno  in  Venezia  fu  ac- 
coujpagnato  da  solenni  e  continue  reli- 
giose pompe,  fra  le  quali  è  memorabi- 
le, persiugolarilà,  una  magnifica  e  ricca 
processione  in  cui  le  vite,  i  raartirii  de' 
santi,  ed  i  misteri  di  nostra  credenza, 
vennero  espressi  con  attori  parlanti,  e 
con  vesti  analoghe  al  carattere  di  quelle 
divote  rappresentazioni  ".  L'accuratissi- 
mo e  (lilFuso  Romanin,  mentre  nel  l.  6,  p. 
387  descrive  la  venuta  degli  ambasciato- 
ri, e  (ninulamenle  le  feste  e  processione 
falla  per  loro,  colla  lìelatione della  venu- 
ta degli  ambasciatori  giapponesi  diGui- 
do  Gualtieri,  Venetia  i586,  e  con  al- 
tri storici,  non  dice  affatto  parola  delle 
calunnie  che  ho  confutato.  Ed  altrettali' 
to  trovo  nelle  belle  notizie  sugli  amba- 
sciatoli pidjblicale  dal  cav.  Cicogna  nel- 
V Inscrizioni  Feneziane,  t.  5,  p.  648  e 
seg.,  e  de'doni  che  fecero  e  di  quelli  che 
riceverono,  essendo  stati  alloggiati  da' 
gesuiti,  due  de'qualili  accompagnavano 
e  facevano  loro  da  interpreti. — -  Riprendo 
la  descrizione  della  scuola  grande  della 
Carità.  Di  piii  l'  oratorio  ebbe  tre  ss. 
Spine,  un  frammento  della  s.  Colonna,  e 
le  reliquie  de'  ss.  Pietro  e  Bartolomeo  a- 
postoli,  di  s.  Lorenzo  levita  e  di  s.  Leo- 
nardo confessore;  oltre  una  divota  imma- 
gine della  Madonna,  di  quelle  credute  di- 
pinte da  s.  Luca.  Scrisse  lo  Schiopallalha 
il  libro  pieno  di  vasta  erudizione  ed  uti- 
lissimo agli  studi  delleantichità  cristiane 
intitolato:  Dissertatio  in perantiquani  s, 
Tabnlani  graecam  insigni  sodalitio  s, 
Mariae  Charitatis  F'cnetiarum,  a  card. 
Bessarione  dono  datani,  Venetiis  1767, 
I  canonici  regolari  e  la  scuola  grande  e- 
sisterono  sino  alla  generale  soppressione; 
e  nel  1807  la  chiesa  ,  il  monastero  e  la 
scuola  grande,furonodestina ti  a  sede  del- 
l'imperiale e  reale  Accademia  delle  Bel- 
le Arti^  sostituita  all'  angusto  locale  che 


laa  YEN 

Serviva  all'antica  accademia  dì  pittura, 
ora  residenza  dell*  oHicio  di  Sanità  ma- 
rittima; e  pai'lo  di  essa,  come  delle  pre- 
cedenti accademie  artistiche,  ed  eziandio 
di  quella  di  pittura,  scultura  e  architet- 
tura nel  §  XIV,  n.  2;  mentre  dell'  archi- 
tettura, della  pittura,  delia  scultura  e  di 
altre  belle  arti  di  Venezia,  e  degl'illu- 
stri cultori  di  esse,  ragiono  nel  §  XVI, 
II.  g.  —  L'accailen»ia  delle  belle  arti  at- 
tuale venne  istituita  con  decreto  de'  12 
febbraio  1807,  eguale  a  quelle  di  Mila- 
no e  di  Doltfgna.L'edifizio  a  quest'uso  de- 
stinato, è  una  unione  di  f.ibbriche  di  va- 
rio tempo  e  carattere.  Mirabile  è  ciò  che 
\i  rimane  del  grandioso  edifizio  eretto 
da  Palladio,  che  nei  monastero  voleva 
lasciare  un'  idea  delle  case  degli  antichi 
romam;  e  n' è  buona  l'esteriore  trabea- 
zione modellala  dal  Selva  al  fine, che  uel- 
l'intenio  si  avessero  quelle  due  nuove 
amplissime  sale,  ad  uso  di  galleria  o  pina- 
coteca, la  cui  I  ."pietra  si  pose  il  dì  3o  apri- 
le 1821.  fìileiisce  il  cav.  Mutinelli  negli 
annali  delle  provincJe  venete,  poiché  di 
quest'  edifizio  costituito  in  3  fabbriche, 
assai  diverse  nell'uso,  nel  carattere  e  nel- 
r  altezza  dell'  impalcatura  far  si  voleva 
una  accademia,  opportunissitno  a  quel- 
l'oggetto lo  sapeva  tale  rendere  l'archi- 
tetto Giù.  Antonio  Selva,  discepolo  dot- 
tissimo del  Temanza  ,  raccoglitore  di 
gran  frutto  ne'suoi  lunghi  viaggi,  ed  au- 
tore delle  tante  opere  di  cui  accurata- 
mente ne  dà  il  novero,  e  ristaurato  dal 
eh.  prof,  architetto  Francesco  Lazzari  au- 
tore: Dell'  edifizio  Palladiano  nel  Mo- 
nastero della  Carità,  Me/noria,  Vene- 
zia co'lipi  del  Molinari  1835,- Nella  gran- 
de opera:  Le  Fabbriche  di  Venezia,  so- 
no riportate  5  tavole,  inclusivamente  a 
quella  della  nuova  riduzione,  del  Con- 
vento  della  Carità,  illustrate  dall'  enco- 
miato Selva  con  annotazioni,  e  aggiunta 
del  eh.  Zanotto.  11  convento,  o  meglio  ca- 
nonica o  monastero  della  Carità,  fa  la  i .' 
fabbrica  ordinatadal  l^alludioin  Venezia. 
Di  sì  aiandioso  e  nobile  edilizio  era  sol- 


YEN 

tanto  eretto  l'atrio,  i  due  tablini  (o  luo- 
ghi per  collocare  l'icmnagini  de'magglo- 
ri),  la  scala  a  chiocciola  e  parte  del  chio- 
stro; ma  a' 16  novembre  i63o  fatale  in- 
cendio consunse  il  pezzo  [iiìi  interessan- 
te. Si  crede  il  fuoco  derivato  dal  teatro 
di  legno,  che  Palladio  avea  costruito  al- 
l'uso antico  nel  i565  per  la  rinomata  com- 
pagnia della  Calza;  e  si  suppone  che  l'a- 
vesse eretto  nell'atrio  ilei  convento.  Nota 
il  Selva  ,  che  quest'  illustre  edifizio  dal 
1797  al  1807  servì  di  caserma  a  truppe 
di  passaggio  ,  e  quindi  soggetto  a   molti 
danni.  Disposto  per  sede  dell'accademia 
di  belle  arti,  in  unione  all'annessa  antica 
chiesa  e  alla  contigua  sala,  con  adiacenze 
che  apparlenevanoaltacoiifraternitadel- 
la  Carità,  il  solo  riflesso  di  poter  conser- 
vare il  resto  dell'opera    Palladiana  che 
andava  a  perire,  valse  a  mitigare  nel  cor- 
po accademico  la  dispiacenza  per  le  ri- 
gettate sue  rimostranze  per  la   disagiata 
situazionee  per  le  molteplici  inconvenien- 
ze  alle  quali  si  andava  incontro  nell' a- 
dattare  al  prescritto  oggetto  3  fabbriche 
cotanto  diverse  nell'  uso,  nel  carattere  e 
nell'altezza  delle  loro  impalcature.    Nel- 
l'aggiunta del  rispettabile  Zanotto,  rica- 
vo il  sunto  delle  seguenti  notizie.  11  lato 
rimasto  superstite  dall'incendio  dianzi  ac- 
cennato, avea  tali  danni  sofferto,  che  l'ac- 
cademia invocò  la  sovrana   munificenza 
a  porvi  riparo,  la  <juale  neli829  vi  ade- 
rì e  die'  l'incarico  di  dirigere  la  gelosa  o- 
pera  al  lodalo  Lazzari.  Questi  per  amore 
all'arte,osservate  alcune  particolarità  nel- 
la fabbrica  non  da  altri  avvertite,  le  rac- 
colse nel  laudato  opuscolo.  Disse  fra  l'altre 
cose  in  questo,  che  l'edifìzio,  o  almeno  il 
lato  in  discoi'soa  ponente,  ebbecomincia- 
mento  nel  i56i.  Nel  ristauro  ridusse  In 
forma  regolare  il  lato  medesimo,  perciò 
distrutti  i  due  suoi  archi  sporgenti,  che 
indicavano  il  principio  de'porlici,  che  gi- 
rar  doveano  sui  lati  minori  del  chiostro, 
si  trovò  per  quello  a  destra  ,  ove  la  fab- 
brica si  unisce  a  quella  di  recente  erotta 
della  pinacoteca,  di  costruire  un  arco  con- 


VEN 

forme  agli  esisleiili,  per  tale  erezione  es- 
sendo cessato  l'uso  delia  pubMica  strada, 
lo  non  posso  per  l'imperiosa  brevità  pro- 
gredix'e  ne|>purecon  fugaci  egenerici  cen- 
ili. Casti  dire  die  nel  i83o  il  ristaiiro  fu 
compito,  pel  lodevolissimo  scopo  di  pre- 
servare un  monumento,  che  il  decoro  del- 
l'accademia e  il  comune  desiderio  bra- 
mavano vedere  ridonato  alla  primiera  e- 
sislenza,  d'uu'opera  che  attesta  il  valore 
del  sommo  artista  che  la  propose  »  con- 
corre mirabilmente  ad  aggiungere  splen- 
dore a  quella  Venezia ,  che  superiore  a 
taut'altre  rinomate  città  per  copia  e  ma- 
gnificenza di  fabbricati  ,  a  giusto  titolo 
meritò  d'essere  dichiarata  una  .seconda 
Roma  ".  Dovendomi  sempre  limitare  a 
cenni,  trovo  opportuno  ripetere  uu  sunto 
del  Nuoi'o  Dizionario  geografico  univer- 
sale. L'  edifizio  destinato  all'accademia 
delle  belle  arti,  un  tempo  Scuola  della 
Carità,  ha  la  facciata  d'ordine  corintio, 
disegnata  da  Giorgio  Massari,  ed  eseguita 
da  D.  Maccarucci  ;  l'interno  fu  comincia- 
to nel  i344>  I'  monastero  annesso,  già 
sede  de'canonici  regolari  di  s.  Agostino, 
ha  di  particolare  il  cortile,  eretto  da  Pal- 
jiidio,  e  incendiatosi  nel  j63o,  un'ala  del 
quale  da  ultimo  restaurata,  si  vede  dispo- 
sta in  3  ordini,  dorico,  ionico  e  corin- 
tio, de'quali  idue  primi  con  logge  ed  ar- 
chi di  squisito  lavoro  ;  e  contiguo  a  que- 
sta si  trova  il  magnifico  tabiino,  che  anti- 
camente serviva  di  sagrestia,  pur  costruito 
dalFaliadio,  e  chesi  lieneopera  singolare. 
L'accademia  colle  sue  doviziosissime 
collezioni,  assistita  da  proiéssori  valentis- 
simi, cifre  a  numero  grande  di  alunni  li- 
na istruzione  finita  d'architettura,  pittu- 
sa^scultura,  incisione,  prospettiva  ed  or< 
nato,  premi  di>tril)ueudo  ogni  anno  a 
coloro  che  si  sono  fatti  meglio  distingue- 
re; e  mercè  la  stabile  organizzazione,  an- 
che ogni  due  anni  i  grandi  premi  delle 
medaglie  d'oro,  a' quali  sono allresj am- 
messi tutti  gli  artisti  anche  stranieri.  Co- 
piosissima e  ricchissima  è  la  collezione 
entro  queste  mura  conservala  delle  mi- 


VEN  123 

gliori  pitture  de'piìi  celebri  autori,  qua» 
si  tutte  della  scuoia  veneziana,  e  parimen- 
ti doviziosa  quella  de'modelli  di  scultiu'a 
che  le  tiene  compagnia,  fra  cui  quelli  ori- 
ginali del  Teseo,  del  Cavallo  e  dell'Erco- 
le,  lavoro  di  Canova.  Olire  a' dipinti  ed 
a' modelli,  sono  quivi  da  osservare  molti 
bassirilievi  ed  altre  opere  in  bronzo,  del 
Donatello,  del  Riccio,  di  Vitlor  Camelio, 
del  Cavino  e  di  altri  del  buon  secolo;  vari 
busti  e  statue  e  sculture,  quali  in  bronzo 
e  quali  in  marmo,  e  copiosissima  serie  di 
disegni  de'  più  incliti  luminari  di  tutte  le 
scuole  d'Europa,  non  che  quella  eziandio 
del  celebre  architettoQuarenghi,  Lunga  e 
grave  opera  imprenderebbe  chi,  enume- 
rando la  vasta  serie  d'oggetti  d'artequivi 
adunati,  volesse  d'ognuno  fare  la  descri- 
zione, tessere  la  storia,  valutarne  i  pregi, 
ed  a  ciascuno  assegnare  il  grado  di  meri- 
to sur  una  scala  ,  che  avrebbe  in  cima 
quel  miracolo  dellarte,  la  Vergine  As- 
sunta in  cielo  delTimniortale Tiziano;  pu- 
re opera  di  tanta  lena  imprese  il  valoro- 
so e  infaticabile,  il  fecondo  e  eh.  France- 
sco Zanotto  ,  con  gran  lode  di  dottrina 
nell'illustrazione  con  note  erudite,  corri- 
sposta dalla  elegante  bellezza  e  precisio» 
ne,  nelle  i  co  tavole  egregiamente  dise- 
gnate e  incise  in  rame  che  l'accompagna- 
no, lodevolujenle  compiendo  le  sue  parti 
ancora  il  tipografo  editore  G.  Antonelli. 
Fin  qui  il  Dizionario  veneto,  a  cui  ag- 
gi ungerò. Questa  classica,artislica  e  nobile 
opera  in  due  tomi  in  foglio  porta  in  fron- 
te il  titolo;  Pinacoteca  dell  Inip.Rcg.  Ac^ 
cademia  Prenda  delle  Belle  Arti  illu- 
strata da  F'rancesco  Zanotto,  Venezia 
dalla  tipografia  di  Giuseppe  Antonelli 
1 83o-34.  iNel  fine  del  t.  2  trovasi  la  1?^- 
ria  della  Pittura  ^'cnc^iana  di  Fran- 
cesco Zanotto.  L'autore  e  il  tipografo  de- 
dicarono il  loro  lavoro  alla  couiune  pa- 
tria diletta  Venezia  ,  comechè  le  palme 
ricortla  da'suoi  figli  ottenute  nella  pale» 
stra  de'pittorici  studi  e  che  Ainno  immor- 
tale corona  all'augusto  suo  capo.  »  Noi 
lungi  dui  lueicar  uoiuinauzaed  onore  aii- 


124  V  K  N 

cìiomosolo  beali  per  aver  conhibullo  con 
<|uesle  pagine  e  con  queste  incisioni  ad 
ifiiiiilzaieun  monumento  non  perituro  di 
{gloria  al  magno  tuo  nome.  Farà  queste 
conoscere  alle  straniere  nazioni,  che  se 
slata  sei  grande  in  potenza,  in  valore,  in 
virtù;  grande  in  terra  e  nel  mare;  grande 
in  guerra  ed  in  pace,  per  cui  il  nome  tuo 
innalzandosi dallecerulee  acque  delle  tue 
quele  Lagune  scorse  temutoe  riverito  pel 
mondo,  fosti  grande  ancora  nell'arti  so- 
relle". Questa  non  è  espansione  d'animo 
cittadino  entusiasmato  dal  verso  d' Ora- 
zio: Diilcis  Amor  Palriaej  ma  incontra» 
slabile  e  veracissima  Storia.  La  magnifi- 
ca opera  1'  ho  sotto  gli  occhi,  l'ammiro, 
la  vijgheggioenou  posso  profittarne!  Sup- 
plirò almeno  col  senlenzioso  e  magistra- 
le Moschini,  più  proporzionato  al  mio  in- 
lendimenlo.  INIa  qui  io  debbo  ormai  fa- 
re prinja  una  dichiarazione.  Al  principio 
della  stampa  di  quest'articolo,  un  amo- 
revole veneto  mi  mandò  la  Nuovissima 
G  uida  di  Ftnezia  e  delle  Isole  della  sua 
Laguna,  nella  quale  si  sono  correlli  da 
oltre  200  errori  che  s' incontrano  nelle 
altre  Guide,  estesa  da  Francesco ZanoL' 
to  membro  delia  Società  imperiale  d'a- 
gricoltura, scienze  edarti  di  f^ale/wien- 
ues,  e  socio  di  altre  Accademie  e  Atetiei 
Italiani, slanì^ala  in  Venezia  neli856,e 
did  brizeghel  tipografo  editore  dedicala 
alla  corporazione  delle  arti  edificatorie  di 
uìuliio  soccorso  in  Venezia,  di  cui  nel  § 
XI 11,  n.  2.  Subito  ne  conobbi  tutta  l'icn- 
porlanza,e  tale  da  non  potere espiimersi 
con  [)oche  parole,  ma  troppo  tardi;  quin- 
di provili  angustia  e  pena  per  trovarmi  u 
quel  punto  impolenle  di  usarne,  come 
receulissiuìa  e  perciò  più  precisa  di  quel- 
la giada  me  adottala  ilei  Meschini  e  pub- 
blicata nel  1828. Densi  nel  continuare  con 
essa,  ebbi  l'avvertenza,  come  notai  a  suo 
luogo,  di  procedere  a  un  tempo  con  non 
poche  opere  pubblicate  posleriormenlee 
anco  di  recente,  che  nel  giovarmene  va- 
do lodando,  inclusivumenle  ad  altre  del 
diligentissimo  e  laboriosissimo  ZanoltO) 


VEN 

e  con  quanto  infine  mi  fu  dato  colle  mìe 
ricerche  conoscere,  per  descrivere  possi- 
bilmente lo  slatu  quo  di  Venezia  ,  e  in- 
sieme rettificare  il  benemerito  Moschini 
per  l'avvenute  innovazioni  e  remozioni 
d'oggetti  artistici,  massime  di  pittura  e 
scultura.  Ma  ripeto  ,  la  pregievolissima 
Guida  mi  giunse  troppo  tardi,  né  io  po- 
teva sugli  stamponi  rimpastare,  per  dir 
così,  e  rifondere  un  vasto,  ferace  e  varia- 
tissimo  argomento  ,  olire  il  vincolo  del 
compendioso  da  doversi  da  me  osserva- 
re. Tutto  ponderato,  mi  limitai  qua  e  là 
di  sopprimere,  senza  averlo  finora  nota- 
lo, diverse  cose  riferite  dal  dotto  Moschi- 
ni, o  non  più  esistenti  o  trasferite  altro- 
ve, altre  rettificando  pegli  studi  più  pro- 
fondi fatti  con  tanto  successo  dal  Zanot- 
to,  onde  si  conobbero  meglio  varie  opero 
e  varie  epoche;  operazione  che  prosieguo 
al  bisogno  nel  più  importante.  Erami 
quindi  proposto  fare  altrettanto,  eziandio 
sulle  prove  di  stampa  per  l'odierno  con- 
tenuto neir  accademia  delle  belle  arti  in 
discorso,  tanto  più  che  dall'epoca  del  Mo- 
schini, ed  ancora  da  quella  stessa  della 
pubblicazione  della  Pinacoteca  ,  è  dive- 
nula un  eu)porio  più  copioso'di  stupen- 
de produzioni  artistiche,  già  appartenen- 
ti a  chiese  (anche  delle  provincie  vene- 
te), monasteri,  conventi,  sodalizii  e  altri 
stabilimenti,  ed  a  particolari  collezioni,  di 
che  poi  farò  brevissimo  cenno.  Laonde  e 
per  tanta  ampliazione  non  poteva  aver 
luogo  la  riproduzione  del  rifiorito  dal  Mo- 
schini. Però,  contenendo  la  descrizione 
del  Zannilo  4^  pagine,  oltre  moltissime 
erudite  note  illustrative  sulla  provenien- 
za delle  pitture  ,  sculture  e  altri  oggetti 
d'arte,  la  trovai  troppo  abbondante  in 
proporzione  al  compendioso  mio  lavoro, 
il  quale  pure  contiene  un  gigantesco  com- 
plesso di  nozioni  storiche,  ed  eziandio  di 
belle  arti,  delle  quali  riparlo  ne'citati  §§ 
e  in  altri  ancora;  di  più,  avrei  dovuto  nel- 
l'adoltare  interamente  la  descrizione  del 
Zannilo,  sopprimere  il  già  stampato  per 
riordinare  la  materia  tanto  copiosa.  Il 


VE  N 

peicliè  e  non  senza  ripugnanza,  risdlvet- 
li  consiervaie  il  giù  impresso  tanto  più 
rislrello,  che  se  non  dice  tnllo,  serve  al- 
meno a  dare  un'idea  cosa  erano  la  l'ina- 
coleca  e  il  Museo  dell'  accademia  a  tem- 
po del  RI  escili  ni  ;  tjuindi  per  l' espo- 
sto, e  per  quanto  riporterò  poi,  rica- 
vandolo dalla  Nuovissima  Guida  del 
Zanotto,  facilmente  si  rileverà  quan- 
to e  grande  sia  1'  aumento  che  ha  ri- 
cevuto. Ecco  dunque  quanto  si  legge  nel 
Moscliini.  \J Accadevìia  delle  Belle  yJr- 
ti  di  ì-  eiiezia  ,  aperta  nel  tempo  del  go- 
verno italiano,  fu  assai  cresciuta  nella  pre- 
sente dominazione.  Lai."  sala  è  lolla  di 
opere  della  scuola  veneziana,  per  le  quali 
si  mostra,  che  non  si  teme  il  confronto 
con  verun' altra  pittorica.  Nella  faccia- 
ta alla  destra  di  chi  sale  alla  scala,  i. 
S.  Francesco  che  riceve  le  Stimmate:  fi- 
gura intera,  sì  ben  mossa  e  precisa,  che 
poche  pari  ne  fece  il  suo  autore  il  Pal- 
ma giovine.  2,  3,  4  t^'  l'onifacio:  cioè  il 
Ricco  Epulone,  delle  sue  o[)ere  più  pre- 
ziose si  per  l'espressione,  sì  pel  colorito: 
i  ss.  Jacopo  e  Domenico,  di  forte  colori- 
lo: il  Salvatore  seduto  Ira  vuii  Sanli,  o- 
pera  di  gran  merito  per  ogni  rispetto  ,  e 
anche  questa  delle  miglici i  di  lui.  5.  Ri- 
tratto d'un  Doge:  mezza  figura  del  cav. 
Conlarinì,  di  siile  tizianesco.  6.  Cristo  Ri- 
sorto, con  3  ritratti  di  Senatori,  del  Tin- 
toretlo:  di  i)uon  colorito  e  di  felice  ese- 
cuzione. 7.  La  Vergine  fra  parecchi  Santi 
con  3  Angpletli:  delle  prime  opere  di  Gio, 
Dellino,  lodata  dal  Vasari  medesimo  per 
molta  scienza  di  disegno  e  per  buonissi- 
mo colorito.  8.  S.  Lorenzo  Giustiniani  ed 
altri  Santi,  del  Pordenone:  di  brillante 
immaginazione,  giudiziosamente  compo- 
sta, dipinta  con  pennello  da  maestro.  9. 
Lazzaro  risorto,  di  Leandro  Rassano  :  di 
colorito  forlissiuio,  tocco  bellissimo  e  con- 
dotta per  eccellenza.  10.  Malia  Vergine 
fra  5  Santi  e  due  Angelelli,  del  Cima:  di 
carattere «lelicato,  tale  dipinta,  che  potria 
credersi  e  fu  creduta  di  Gio.  Rellino.  1  i. 
La  Pitisenlazione  di  Maria  Vergine:  del- 


VEN  125 

le  più  belle  tavole  del  Carpaccio  per  in- 
gegno e  studio;  e  perchè  fosse  degna  d'o- 
gni sommo  nìaeslro  non  le  mancano,  che 
un  po'più  di  delicatezza  ne'contornie  nel- 
l'ouìbre,  e  più  di  sangue  nelle  carni.!  ■2. 
La  Chiamata  di  Pietro  e  di  Andiea:  il  ca- 
polavoro del  Basalti,  di  puro  disegno  e  di 
colore  brillante.  i3.  S.  Francesco  che  ri- 
ceve le  Stimmate,  nell'alto,  e  6  Santi  al 
piano,  del  Beccarucci:  sullo  stile  tiziane- 
sco,ammirabile  per  l'espressione  del  gran 
fervore  del  Santo  e  pel  grave  carattere 
delle  figure,  delle  quali  alcuna  rilralt.i 
dal  vero.  i4,  >5,  16,  1  7  ,  di  Bonifacio: 
cioè  i  ss.  Barnaba  e  Silvestro;  crederia-.i 
di  Tiziano:  s.  Marco,  di  buon  im[)asto  e 
largo  siilo;  i  ss.  Brunoue  e  Caterina,  e  i 
ss.  Girolaujo  e  Margherita  di  Lione,  due 
opere  del  più  franco  e  largo  stile.  Nella 
facciata  innanzi  la  scala.  1 8, 1 9.  LaMor- 
te  d'Abele  e  la  Colpa  de'  primi  padii,  di 
J.  Tintoretlo;  argomento  che  il  pittore 
accarezzò,  avendogli  anche  disegnati  in- 
nanzi. 20.  S.  Cristina  condannala  alle 
verghe,di  Paolo,chevisi  mostra  gran  pit- 
tore, quantunque  l'opera  sia  così  povera 
di  colore  e  condotta  con  tanta  agilità  di 
pennello,  che  si  direbbe  eseguita  a  guaz- 
zo. 21.  L'incredulità  di  s.  Toujmaso,  di 
Leandro  Bassano, benché  un  po'bassa  nel- 
le forme  e  posata  nel  pennello,  è  di  mol- 
to effetto,  in  distanza,  pel  vigore  del  chia- 
roscuro e  de'  lumi  arditi.  22.  Assunzione 
di  Maria  Vergine  ,  di  Tiziano:  la  copia 
de'suoi  pregi  si  palesa  da  se;  essa  vola  da 
se,  non  è  portala  dagli  Angeli  in  cielo.  Ne 
riparlerò  nel  n.  21  di  questo  §descriven- 
do  la  chiesa  de'Fiari  dove  stava.  Faccia- 
ta sinistra.  23.  11  Redentore  co' ss.  l'ie- 
tro  e  Giovanni,  del  Marconi  :  tavola  am- 
mirabile per  grande  sapore  di  tinta  ga- 
gliarda e  vaghissima,  dov'egli  tentò  tutto 
per  torsi  dall'antiche  maniere.  24.  Ma- 
ria Vergine  Assunta,  del  vecchio  Palma: 
la  parte  inferiore  è  degna  d'  ogni  gran 
maestro,  e  la  superiore,  benché  non  com- 
piuta, eziandio  Gon)e  abbozzo, sembra  far 
torlo  al  suo  autore.  25. La  Cena  cogli  Apo. 


J26  YEN 

stoli,  figure  glandi  al  naturale,  delle  mi- 
gliori opere  di  Benedello  Caliari,  dove  si 
sospetterebbe  essere  di  l'aolo,  suo  fratel- 
lo, qiialdie  peiiiieljala.  26.  L'Adorazione 
de'lMagi,  di  Bonifacio:  composizione  ric- 
cliissitTia  e  coiidotlii  con  molto  amore,  27. 
Cristo  che  porta  lu  Croce:  di  Carlello  Ca- 
liari, figlio  dì  Paolo,  opera  molto  sapo- 
rita di  tinta,  e  in  alcune  parti  assai  vici- 
na alla  maniera  del  padie.  28.  Il  Pesca- 
tore che  presenta  a!  Doge  l'anello  ricevu- 
to da  s.  Marco:  di  Paris  Bordone,  opera 
abbondevole  di  figure  propriamente  isto- 
riate, di  buon  disegno  e  bel  coloiilo.  29. 
La  Vergine  col  Bambino,  e  3  ritratti  di 
Senatori:  di  J.  Tintorelto,  di  stile  vago, 
ina  poco  grazioso.  3o.  Ri I ratto  d'un  Do- 
ge ,  mezza  figura  di  L.  Bassano.  3r.  Ri- 
tratto d'un  Domenicano  ,  sotto  la  figura 
di  S.Tommaso  d'Aquino:  dello  stesso  Bas- 
sano, di  buona  espressione.  32.  Ritratto 
d'un  Doge,  di  J.  Tintorelto,  mezza  figu- 
ra. 33.  L'  Adultera  innanzi  al  Salvatore, 
di  Bonifacio:  ricca  composizione,  bene  di- 
•sposla,  con  sapore  di  tinta  e  forza  di  chia- 
roscuro. 34.  I  ss.  Paolo  e  Francesco,  dello 
slesso,  sullo  stile  del  vecchio  Palma.  35. 
La  Vergine  in  trono  e  parecchi  Santi,  di 
Paolo:  opera  concepita  e  condotta  con  at- 
tenzione ed  autore,  e  tutta  dello  stile  del- 
l'autore. E  bella  nel  tu  Ito  e  nelle  parli,  con 
teste  piene  di  vita.  36.  Nozze  di  Cana,del 
Padovanino:  vi  sono  ammirabili  la  mae- 
stà del  luogo,  i  volti  del  Signore  e  di  Ma- 
ria Vergine,  pieni  di  divinità,  la  nobiltà 
del  portamento  degli  sposi,  la  gravità  de' 
convilati,  e  quella  femmina  in  piedi  la 
quale  sembra  uscir  d;i'.'a  tela.  Sy,  38,  3g. 
Tra  due  Profeti,  chiaroscuri  di  Paolo,  fi- 
gure ben  mosse  e  dipinte  con  ogni  gra- 
zia, vie  lo  Schiavo  liberato  per  l' iiiter- 
cessionedis.  Marco:  opera  di  J.  Tinloret- 
to,  che  vi  si  appalesa  il  piìi  lerribile  genio 
della  scuola  veneziana,  ^o.  Nel  sofiitto  il 
quadro  con  s.  Nicolò  incontrato  dal  po- 
polo di  Mira,  è  di  Paolo.  I  4  Profeti  ne- 
gli angoli  sono  di  Domenico  Campagno- 
la: opera  Ui  &lile  grandioso  e  finitlssiuio. 


V  E  N 

SiiloUo  (Ielle  Pitture  antiche,  i.  La  Pre« 
sentazione  di  Maria  Vergine  di  Tiziano  : 
opera  copiosa  e  ricca  di  ritratti  d'uomini 
illustri  ,  ogni  figura  vi  è  posta  e  atteg» 
giala  con  ingegnosa  semplicità;  e  quella 
vecchietta  non  vi  può  essere  né  più  viva, 
uè  più  vera.  L'opera  è  ridotta  fuori  d'ar* 
monia.  2.  La  Vergine  col  Bambino  e  s. 
Giovannino  e  3  Santi:  opera  graziosa  di 
Bonifacio.  3.  Maria  Vergine  con  Gesù  ed 
un  Santo:  viene  attribuita  alPinturicchio. 
4.  I  Giuocalori  agli  Scacchi,  del  Cara- 
vaggio, di  buon  colorito  e  di  espressio» 
ne.  5.  Piitratto  d'un  gentiluomo,  vestito 

0  nero:  del  Giorgione,  di  stile  nobile  e 
di  buona  espressione.  6.  Maria  Vergine 
e  Santi,  di  Bonifacio:  vi  è  molto  imitato 
Tiziano.  7.  S.  Girolamo  innanzi  al  Cro- 
cefisso: grazioso  quadretto  e  di  fresco  co- 
lorilo, del  Basaiti.  8.  Angeli  che  volano 
per  le  nubi,  del  i^ordenone:  ben  mossi  e 
ben  aggruppati,  g.  Ritratto  d'un  genti- 
luomo forestiere:  è  scuola  di  Wandich. 
IO.  Il  Battista  nel  deserto;  figura  intera, 
di  Tiziano:  opera  che  mette  meraviglia. 

1  r.  Matrin)onio  pagano:  imitazione  da 
Rembranl,  di  tocco  vivissimo.  12.  Sagra 
Faujiglia  e  s.  Caterina:  opera  ben  compo- 
sta, di  Ciro  Ferri.  i3.  Matrimonio  ebrai- 
co: altra  imitazione  da  Rembrant,  di  pa- 
ri merito.  1  4-  Sagra  Famiglia  con  s.  Gio- 
vannino: di  J.  Bassano,  tocco  di  maestra 
mano,  i  5.  Crocefissione  del  Signore  :  di 
Luca  d'01anila,di  molta  arte  e  di  molta 
espressione.  16.  Maria  Vergine  col  Bam- 
bino, il  Battista  e  Santi:  di  Gio.  Bellino, 
opera  che  assai  sollerse.  17.  Le  Sponsali- 
zie  di  s.  Caterina,  un'altra  Santa  e  un  Ri- 
tratto: ili  Luca  d'Olanda,  opera  compita 
e  morbida.  18.  Sagrificio  di  Diana  :  del 
Mola, buona  composizione,  con  molla  imi- 
tazione della  maniera  del  suo  maestro 
l'Albani.  19.  Testa  d'uomo  con  berretto: 
di  stile  fiammingo.  20.  Corsa  popolare 
sul  gelo:  di  Gio.  Vilden;  il  soggetto  vie 
bene  espresso.  2  1.  Bevitore  alla  taverna: 
della  più  cara  maniera  del  vecchio  Te- 
niers.  22.  Cuciua  con  famiglia  a  tavola: 


V  E  N 

di  l'.'iolo  Albani;  imitazione  del  modo 
fiaromingo.2  3.  Donna  addoimentata  leg- 
gendo: liei  giovane  Teniers,amoiosa  e  con 
velili!  d'espressione.  i^.  Testa  di  giova- 
ne: sembia  uno  studio  da  Antonio  Wao- 
dich.  iS.  Mercato  campe.>tre:  attribuito 
a  Joas  de  Lieie.  26.  Studio  di  testa  dor- 
miente: di  Antonio  Wandich.  27.  Testa 
di  veccbio  bai  baio,  con  berretto:  d'igno- 
lo  fianiniingo.  28.  Cristo  fra'doKoii:  at- 
tribuito aGio.  d'Udine,  di  tutta  fiesihez- 
za,  con  teste  piene  d'espressione.  29.  Cri- 
sto in  casa  di  Marta  e  Maddalena  :  attri- 
buito a  Lorenzo  Canozio.  3o.  Volatili: 
dell'Hondeinler,  di  molta  facilità  e  veri- 
tà. 3i.  Gallo  vincitore  del  suo  rivale: 
d' ignoto  oltramonlniio;  c'è  verità  d'e- 
spressione e  franco  tocco.  3  2.  Riposo  di 
Pastori  :  bella  tavola  conservatissinia  di 
Nicola  Berclieni.  33.  Volatili  ed  Erbaggi: 
buon'opera  di  David  Conicb,  di  forte  e 
naturale  colorilo.  34-  Il  Prodigo  in  pae 
saggio:  del  Franceschi ,  sopiannominato 
il  (iaiumingo.  35.  Paesaggio:  di  Giudorco 
Mompart,  alquanto  annerito  nel  foglia- 
me, cb'è  bellissimo.  36.  Donna  svenula, 
che  viene  aiutata  :  uttiibuita  a  Girsirdo 
Teiburg;  ha  niolia  espressione  e  le  vesti 
assai  bene  imitate  dal  vero.  Sy.  Passag- 
gio e  riposo  di  truppe  :  di  Gio.  Vower- 
mann;  di  molla  forza  e  di  cavalli  ben  at- 
teggiati. 38.  Vista  di  mare  sparso  di  le- 
gni: d'ignoto  oltrauionlcino.  3q.  Campo 
di  baltaglia,  che  pare  trailo  dal  vero;  o- 
pera  finitissima  di  Puvenal.  40.  Fiume 
gelato,  sparso  di  gente  :  d'ignoto  fiam- 
mingo. 4i-  Discesa  dalla  Croce:  dello 
Schidone,  vigoroso  di  colorito.  ^1.  Pae- 
saggio con  piccole  figure:  d'ignoto  fiam- 
mingo. 43.  Campo  di  battaglia,  pigliato 
in  esame  da  un  geneiale:  del  l'uvenai. 
44.  Ritratto  d'un  dottore:  del  Tinelli,  di 
molla  forza  e  di  buona  attitudine.  ^5. 
Ador.izione  de'  Magi,  di  Boniliicio:  qua- 
dretto ammirabile  per  foiza  e  vivacità 
di  colore.  46-  Testa  di  vecchia,  credula 
la  madre  di  Tiziano:  pochi  colpi  di  pen- 
•Bcllo  divini  di  quel  gran  maestro.  47- 


VEN  127 

En.bleìni  della  brevità  della  vita  :  di 
Wanderbrach,  di  molta  finitezza  e  gran 
lilievo. 48. L'Addolorala:  d'Antonello  tla 
Messina.  4c)-  La  Veigiiiee  Santi:  opera 
studiata,  di  carattere  brillante,  creduta 
della  i."  maniera  di  Giovnnnì  Caiìaiii, 
sullo  stile  del  vecchio  Palma.  5o.  Ritrat- 
to d'un  lelteiato:  del  Morone  (si  cono- 
scono 4  celebri  pittori  di  questo  cogno- 
me: Domenico  veronese  valente  nel  colo- 
rilo e  nel  disegno;  Francesco  suo  (iglio, 
superò  d'assai  il  padre.  Gio.  Battista  ber- 
gamasco, lodalo  per  invenzione  e  armo- 
nia, eccellente  ne'ritralli,  che  hanno  vi- 
ta  e  p.'irola;  che  se  fosse  slato  egualmen- 
te diligente  nelle  mani  e  nelle  vesti,  a- 
vrebbe  potuto  competere  contro  Tiziano  . 
Di  sua  fiimiglia  fu  Pietro,  uno  de'|)iìi  e- 
satti  e  grandiosi  disegnatori  fiorito  sui 
principio  del  secolo  XVII,  né  cede  a  ve- 
runo nel  forte  impasto  e  nella  lucentez- 
za del  colorito).  5 1 .  La  Vergine  col  Bam- 
bino, e  i  ss.  Francesco  e  Girolamo:  del 
Catena.  52.  Cristo  che  piange  la  rovina 
futura  di  Gerosolima:  dello  Schiavone, 
di  piesto,  ma  dotto  pennello.  53.  Vene- 
rocoruniila di  rose  dagli  Atnori:  del  Mon- 
temezziino  ,  colorilo  di  buon  gusto.  54- 
Cristo  catturato:  d'ignoto  oltraniontauo, 
chiaroscuro  di  gtan  forza,  colorilo  mollo 
vivace.  55.  Maria  in  Trono  fra' Dottori 
della  Chiesa  :  opera  finitissima  di  Gio. 
Aleniania  e  di  Antonio  Vivarini.  56.  S. 
Cecilia,  del  Zelotti:  figura  intera,  di  ca- 
rattere brillante  e  felicemente  dipinta. 
Stanza  delle  Pi'Uure  moderne,  i .  Ritrat- 
to del  canonico  Luigi  Crespi ,  dipinto  da 
lui  slesso.  2.  Comunione  degli  Apostoli: 
di  Domenico  Tiepoletto.  3.  La  Pittura 
con  altre  figure  simboliche:  del  Novelli. 
4,  5.  Rinaldo  ed  Armida:  studio  sopra 
una  testa  di  Michelangelo  ,  dell'  Hayez. 
6,  7.  Ritratti  d'un  giovine  nobile  e  di  una 
matrona:  a  pastelli  ,  di  Rosalba  Carriera. 
8.  Studio  sojira  una  testa  di  Tiziano  : 
del  Demin.  g.  Studio  sopra  una  testa 
di  Bonifacio:  di  Ferdinando  della  Vai- 
le. 10.  Veduta  di  nobile  edilizio:  cou- 


128  VEN 

cepimentodel  BaUajoli.i  i.  Morie  tli  Ra- 
chele: del  Cignaroli,  osservabile  per  la 
positura  di  Rachele  e  per  la  fluidità  del 
colorito.  12.  Vestibolo  di  ricco  edificio: 
concepimento  di  Giuseppe  Moretti.  1 3. 
Paesaggiocon  fontana:  di  Giuseppe  Zais. 
i4-  Castello  con  fiori: d'ignoto  oltiainon- 
tauo,  di  bellissimo  accordo  e  della  mag- 
gior bellezza.  i5.  Paesaggio  con  Rlaria 
Veigine,  che  dà  un  fruito  a  Gesù:  del 
Zucclierelii,  e  della  sua  epoca  migliore. 
l6.  Vaso  di  fiori  :  d'ignoto  oltramonta- 
no. 17.  Invenzione  di  prospettive  d'un 
nobile  edifizio:  di  Pietro  Gaspari.18.  A- 
jace:  mezza  figura  del  Demin.19.  Vedu- 
ta di  prospettiva  di  grande  cortde  ,  con 
architettura  :  d'Antonio  Visenlini.  20. 
Paesaggio  colla  Maddalena  in  orazione: 
d'Antonio  Dizioni.  2r.  Paesaggio  col  Bat- 
tista: lavoro  senile  del  Zuccherelli.  22. 
Diogene:  mezza  figura,  dellHayez.  2  3. 
Studio  dal  Domenicliino:  del  Baldacci. 
24.  La  Prudenza  e  il  Consiglio:  di  Do- 
menico Maggiotto.  23.  Prospettiva  d'un 
edifizio  d'architettura:  del  Joli.  26.  La 
Pittura  che  si  consiglia  colla  INatura:  for- 
se l'opera  migliore  di  Francesco  Mag- 
gioito.  27.  Piospelliva  del  vestibolo  di 
grande  edifizio:  opera  capricciosa,  assai 
pillorica,  d'Antonio  Canal,  cundolta  col 
più  alto  valore.  28.  Filosofo  solitario  che 
studia:  di  Pietro  Longbi;  imitazione  dal 
Rembrant.  29.  Studio  del  Deniin,  sopra 
una  lesta  del  Tintoretto.  3o.  Nel  sofiìtto 
allegoria  e  le  Virtù  Cardinali,  del  Tinto- 
rello  :  ogni  fi'gura  vi  è  di  bellissimo  ca- 
rattere e  ben  composta.  Qui  vi  ha  pure 
i  modelli  che  Canova  ollerse  pel  monu- 
menlo  di  Tiziano;  e  fra  gli  altri  busti  vi 
è  quello  deirimperaloreFraiicescoljd' An- 
gelo Pizzi,  che  fu  professore  di  quesl'  ac- 
cademia. Stanza  delle  Sessioni.  La  i." 
delle  due  stanze,  colie  pareli  ornale  di 
marmi  orientali,  messi  a  buona  simme- 
tria, ha  un  fregio  di  vivacissima  opera  di 
Tiziano,  di  diverso  carattere  e  di  diver- 
so siile.  Inoltre  vi  si  vedono  scultute  in 
marmo,  bassirilievi  iu  bronzo,  osservabi- 


VEN 
fissimi  per  la  bellezza  e  purezza  %\  dello 
stile,  sì  della  composizione.  L'altra  stan- 
za è  ornata  di  numerosissima  serie  di  di- 
segni, sì  antichi,  sì  moderni.  Le  sale  del- 
la statuaria  offrono  i  modelli  che  il  patri- 
zio Daniele  Farsetti  fece  con  regia  muni- 
ficenza trarre  da'migliori  monumenti  an- 
tichi e  de' bei  tempi,  che  ne  hanno  Ro- 
ma,Firenze  e  Napoli.  A'qunli  appresso  ne 
vennero  altri  uniti,  tolti  dall'antiche  cose 
del  Partenone,  di  Egina,  e  da  quelle  de' 
Ghiberti,  Buonarroti  ,  Lombardi  e  del 
Canova.  Di  3  altre  opere  colossali  ,  mo- 
dellate dal  medesimo  Canova  ,  donate  a 
quest'  accademia  dal  munifico  fratello 
uterino  di  lui,  mg."^  Sartori-Canova  ve- 
scovo di  Mindo,  di  recente  defunto,  si 
adornano  eziandio  le  due  nuove  sale  , 
destinate  altresì  ad  accogliere  altri  di- 
pinti :  sono  quelle  3  grandi  opere  che 
ricordai;  Teseo,  Ercole  che  scaglia  Lica, 
il  Cavallo.  ^>i  legge  poi  neh' encomiata 
ISuovissinia  Guida  del  Zanollo  a  p.  49^» 
e  seg.  Al  fabbricato,  nel  182  i  furono  ag- 
giunte due  sale,  delle  Nuove,  alla  Pina- 
co  teca  ;  poscia  bel  1 847  le  Nuovissime. 
La  fronte  esterna  della  vecchia  scuola 
della  Carità,  venne  ridotta  ad  uso  del- 
l' accadem  ia  delle  belle  arti,  come  ora 
si  vede.  L'  abside  esterna  della  vecchia 
chiesa,  di  stile  archiacuto,  rimase  intat- 
ta dalla  ri<Iuzione  che  di  quel  fabbrica- 
to si  fece  nel  i446-  Sopra  la  porla  d'in- 
gresso è  1' alto  rilievo  del  1 345  espri- 
mente la  Vergine  col  Bambino,  alcuni 
Angeli  e  di  voli  al  piede  in  abito  de'fra- 
telli  della  Carità.  A'  fianchi  della  porta 
vi  sono  le  figure  de'ss.  Leonardo  e  Cri- 
stoforo, bassirilievi  del  1377.  Segue  il 
vestibolo  che  melte  nelle  logge  terrene, 
nelle  quali  riescono  gl'ingressi  delle  va- 
rie scuole,  e  sulle  pareli  s' incontrano  i 
busti  marmorei  de'  defunti  professori 
dell'accademia.  Angelo  Pizzi  di  scultura, 
Teodoro  Matteini  di  pittura,  cav.  Anton 
nio  Diedo  d'estetica  e  segretario,  e  pres«i 
so  la  sala  di  Antonio  Selva  d'architet^ 
tura.  Delle  belle  descrizioni  che  seguoi 


VEN 
tio,  sollanto  riferirò  le  seguenti  iiulicazlo- 
ni.  Girando  la  loggia  terrena   a  destra, 
vi  è  una  medaglia  ed  iscrizione  ad  ono- 
re dell'altro  prof,  di   prospettiva  Tran- 
quillo Orsi.  Indi  si  vedono  alcuni  afFre- 
schi.  Salita  la  scala  a  chiocciola,  verso  la 
nielà  trovasi  il  corridoio  d'ingresso  alla 
Piiiacolc.cn  e  alla    Sala  de  Gessi,  con 
pareti  adorne  di  disegni  originali  dell'ar- 
chitetto Jacopo  Quarenghi,  e  il  medaglio- 
ne del  fu  preside  Leopoldo  Cicognara.  Per 
la  I ."  poi  la  a  destra  entrasi  nelle  due  Sn!e 
ile  Gessi,  nelle  quali  e  nell'abside  del- 
l'antica chiesa  si  schierano  inbell' ordi- 
ne i  gessi  delle  migliori  statue  e  scultu- 
re antiche  e  moderne.  Girale  le  sale  si 
esce  per  la  porta  della  2."  di  esse  che 
mette  all'alrio  introducenle  alla  Pinaco- 
teca, nel  quale  atrio  sono  6  sculture  di 
busti  e  statue.  Qui  cominciano  i  dipinti, 
colle  pregiewoli  notizie  di  loro  provenien- 
za, anche  dell'antica   Accadecnia  di  Pit- 
tura, e  per  doni  falli  da*  particolari  be- 
nemeriti, fra'quali  molti  sono  del  nobile 
Girolamo  Ascanio  Molin.  Sala  degli  an- 
tichi dipinti:  vi  sono  22  quadri.  Di  pro- 
spetto alla  scala  è  la  Sala  dell'  Assunin 
e  delle  pubbliche  funzioni,  con  4"  <T"»- 
dri  compreso  quello  dell'Assunta  diTizia- 
no, dal  quale  capolavoro  prende  il  nome, 
essendo  il  soflìtlo  ricco  d'eleganti  intagli 
posti  a  oro,  e  di  pitture.  Nella  Sala  a  de- 
stra di  chi  guarda  l'  Assunta,  per  allora 
destinata  al  ristauro  de'dipinti  dell'acca- 
demia e  delle  cinese,  erano  intanto  stati 
I     disposti  q  quadri  dell'accademia  mede- 
sima, oltre  quelli  di  proprietà  altrui  :  nel 
pezzo  centrale  del  solhtto  sonovi  pitture. 
Sala  delle  riduzioni  accademiche  ;  ha  i  g 
:     tavolette  di  Tiziano,oltre  due  dell'ora  de- 
I     funto  Giuseppe  Lorenzi.  Nella  parete  dì 
'    fronte  allejineslre,  è  un  vaso  di  porfido 
colla  destra  di  Canova  posto  in  mezzo  ad 
f     un  piccolo  monumento  di  marmo,  eret- 
to dal  corpo  accademico,  coli' epigrafe: 
Dextera MagniCanovae.SoWodiWa.  men- 
sa che  regge  il  vaso,  è  uno  de'suoi  scar- 
pelli coir  iscrizione:  (^uod  mutui  amo- 
voi.  xci. 


VEN  129 

rìs  monumentnm  -  Idem  glorine  incita' 
menluni  siet.  Lateralmente  e  sulle  due 
porle,  vi  sono  2  busti  di  marmo  e  2  me- 
daglioni di  bronzo  con  ritratti  d'illustri. 
Qui  è  una  collezione  di  sculture  in  bron- 
zo, ed  altra  di  i6g  disegui  originali  de' 
più  celebri  maestri  di  pittura,  inclusiva- 
mente  a  Leonardo  da  Vinci  ed  a  Ralfael- 
lo  d'Urbino.  Quest'ultima  raccolta  sin- 
golare appdrlenne  al  celebre  pittore  e  let- 
terato Giuseppe  Bossi ,  ed  acquistata  da 
Francesco  I  ne  fece  dono  all'accademia, 
ludi  s' incontra  la  cospicua   Pinacoteca 
Contarini ,   generosamente  donata  dal 
conte    Girolamo    Contarini     nell'  anno 
1843.    Nella   sala   maggiore  sono    iio 
dipinti,  oltre  i  ricchi  seggioloni,  trespo- 
li e  statue  di  bosso  e  d'ebano,  opere  in- 
signi d'Andrea  Bruslolon,  ed  oltre  i  va- 
si  pregiatissimi  del  Giappone,  il  tutto  pu- 
re donalo  dal   Contarini.   Il  Gabinetto 
Contarini  contiene  altri  Q>&  dipinti.  La 
Sala  minore  Contarini  offre  sculture  in 
bosso  e  in  ebano,  eziandio  del  Bruslolon, 
enumerale  in  8  articoli.  La  Galleria  Pal- 
ladiana comprende  94  dipinti  ,  oltre  6 
busti  in  marmo.  Lai."  Sala  nuova,  (\!\.\' 
la  facciata  di  fronte  all'altra  sala,  fa  me.- 
ravigliosa  mostra  di  65  dipinti:  ha  il  sof- 
fitto con  pitture  e  decorazioni  ornamen- 
tali. La  2.'  Sala  nnoi'a,  contiene  38  di- 
pinti. Seguono  le  Sale  Palladiane.  Cel- 
iai.'  Sala  sonovi  26  dipinti.  Noi  mezzo 
ed  accosto  alla  parete  principale  è  il  bu- 
sto colossale, scolpito  dal  prof.  Luigi  Fer- 
rari, del  regnante  imperatore  Francesco 
Giuseppe  I.  Nella  2."  Sala  Palladiana 
si  trova  la  Pinacoteca  Renier,  che  con- 
tiene i  dipinti  legati  neli85o  da  M."  Fe- 
licita Bertrand  Helraann,  vedova  del  con- 
te Bernardino  Renier  (il  segretario  del- 
l' accademia  marchese  Pietro  Selvatico 
celebrò  la  donazione  nella  Gazzetta  di 
f'enezia  de'ig  ottobre i85o,  con  quan- 
to riprodusse  il  Giornale  di  Roma  a  p. 
1000.  Ivi  leggo,  che  la  quadreria  esiste- 
va nel  palazzo  di  Padova,  parimenti  dal- 
la contessa  ereditato  dal  cullissimo  do- 

9 


1 3o  V  E  N 

minato  consorte,  ma  che  prima  di  pos- 
sederli) l'accademia  di  Venezia,  la  contes- 
sa avta  disposto  che  la  godesse  in  vila  il 
2.°iBarilodi  lei,  maggiore  Giovanni  Mell- 
manu,  uomo  degno  di  quelle  gemme,  per- 
chè di  mente  a  forti  ed  elevali  sludi  nu- 
trita. Ma  egli  con  rara  nobiltà  d'animo, 
rinunciava  a  sì  alto  benedcin,  perchè  più 
presto  la  [)alria  del  Renier  tributasse  nuo- 
\o  e  più  riconoscente  pensiero  alla  me- 
moria dell'ottimo  concittadino,  e  di  quel- 
la ehe  fu  tanto  conforto  a'tardi  anni  del- 
l'egregio patrizio.  Il  eh.  marchese, nel  di- 
chiarare la  riconoscenza  dell'accademia, 
uotifìcò  che  dessa  destinava  apposita  sa- 
la sulle  cui  pareli  si  rammentasse  l'elet- 
to dono  della  liberale  leslatrice;  chiaman- 
do «  benemeriti  della  patria  coloio,  che 
i  tesori  dell'arte  italiana  vogliono  tolti  al 
pericolo  di  crescere  invidiabile  ricchezza 
a  terre  straniere,  concedendoli  a  que- 
gl' istituii  nostri,  de'quali  è  primo  ufficio 
istruire  la  gioventù  nelle  discipline  del 
bello,  contemperando  il  precetto  coll'e- 
sempio  de'iuonumenti  operati  dagli  avi 
immortali"):  in  della  sala  ve  ne  sono  29. 
Nella  3."  Sala  Palladiana  se  ne  conta- 
no I  7.  Nella  4>"  Sala  22,  e  nella  5."  Sala 
i5.  Altri  parecchi  dipinti  si  conservano 
iie'depositorii  accademici  in  attesa  d'esse- 
redisposti  ncWeSale Nuovissime,che  sono 
in  ristauro.  Leggo  nel  cav.  Mulinelli, /^/J- 
ualidellcProii/icie  P  e  ne  te,  che  dopo  isti- 
tuita r  accademia  di  belle  arti,  fu  nomi- 
nato  suoi.°  presidente  Alvise  Pisani,  uo- 
mo non  per  altro  che  per  l'altezza  della 
sua  schiatta  destinato  alla  carica.  Mo- 
rendo poco  dopo,  fu  scelto  a  surrogarlo 
il  ferrarese  conte  Leopoldo  Cicognara, 
fornito  di  molla  dottrina  e  di  molta  pra- 
tica nelle  belle  arti,  di  natura  magnìfico, 
pronto  a  giovar  tutti.  Neil' agosto  1808 
fece  la  solenne  apertura  del  nascente  ve- 
neto istituto,  e  la  i  ."distribuzione  de'pre- 
mi,  pronunziando  un  discorso  degno  di 
lui  s\i\[' Orìgine  dell'Accademie.  Profe- 
rito quel  discorso  in  una  Venezia  tanto 
ricca  di  chiari  mouumeuli,chepcr  la  mi- 


V  E  N 

rabile  costruzione  loro  hairno  sfì(!;)to 
r  urto  de'  secoli  ;  proferito  in  un  edifl- 
zio  con  semplice  maestà  eretto  da  Palla- 
dio; proferito  in  un  luogo,  ove  dal  ma- 
gico pennello  di  Tiziano  colorilo  si  vede 
il  più  bel  che  ci  resti  di  lui  (l'inconapa- 
rabìle  Assunta);  molto  valse  ad  eccitare 
negli  animi  della  gioventù,  che  l'ascol- 
tava e  che  in  queli.°  anno  avea  pur  da> 
to  alcun  saggio  di  felici  disposizioni ,  e* 
mulazione  a  più  rapidi  e  difìicili  avau» 
zamenli,  a  più  laboriosi  esercizii.  Ripor* 
ta  quindi  il  Mulinelli  gli  elenchi  degli 
alunni  premiati  dall'accademia  in  Vene- 
zia dal  1808  ali  840  inclusive.  Erano  in 
quest'ultimo  le  scuole:  architettura,  pro- 
spettiva, disegno  in  figura  e  sue  |)arti,  in- 
cisione, elementi,  paesaggio,  ornamenti, 
anatomia.  Compiuta  fu  la  riduzione  del* 
la  fabbrica  ad  uso  dell'accademia  dal 
Selva.  Dipoi  seguì  l'ampliazione  della  Pi* 
nacoteca  dell'accademia  coli'  aggitmgere 
al  braccio  dell'edifizio  di  Palladio,  le  due 
discorse  vastissime  sale  destinale  a  conte- 
nere le  descritte  e  insigni  opere  di  pennel- 
lo de'primi  maestri  della  veneta  scuola, 
e  il  collocamenlo  in  altre  due  sale  de' 
gessi  de'[)iù  scelli  modelli  traiti  da'raar- 
mi  del  museo  Britannico  di  Londra,  ge- 
neroso ilouo  all'  accademia  del  re  d'  In- 
ghilterra; i  quali  modelli,  diversamente 
da  quelli  che  d'  ordinario  si  vedono  ia 
ogni  altra  accademia  ,  dal  più  colossale 
al  più  piccolo,  ad  ogni  punto  di  veduta, 
ad  ogni  effetto  di  luce  sulle  basi  loro  si 
aggirano  senza  uopo  d'  aiuto  robusto,  o 
manubrio  alcuno,  ma  colla  pressione  ap- 
pena d'  un  dito.  Trovo  nel  n.  io3  del 
Giornale  di  Roma  del  i853,  in  data  di 
Venezia  2  maggio,  che  l'eccelsa  luogote- 
nenza, sempre  sollecita  a  promuovere  il 
lustro  e  r  incremento  dell'  arie,  fin  dal 
i85i  concesse  facoltà  all'i,  r.  accademia 
di  belle  arti  d'aprire  un  concorso  ad  un 
annuo  premio  di  lire  3oo, a  favore  di  que- 
gli allievi  di  essa  accademia,  i  quali  sapes- 
sero condurre  lodevolmente  a  buon  fi  e- 
SCO  (grandiosa  pittura,  che  Miclieiangelc 


V  E  N 

chiamava  con  fervida  iperbole  ,  la  sola 
degna  degli  uomini)  soggetti  già  presta- 
biliti, eniro  a  iunelle  disposte  in  rispon- 
denza agli  archi  del  portico  terreno  pal- 
ladiano, nel  cortile  dello  stabilimento.  Il 
consiglio   accadeoiico  quindi  con  mollo 
senno  statuì,  y  essendo  gli  spazii  i  quali 
potevano  essere  destinati  a  tali  lunette, 
<!ovessero  gli  allievi  risultati  da'concorsi 
più  idonei  all'uopo,  rappresentare  suc- 
cessivamente d*  anno  in  anno  ,  entro  a 
quelle,  i  principali  fatti  che  servissero  a 
nianifestare  lo  splendore  dell'antica  arte 
veneta.  L'argomento  scelto  pel  i.°  si  vol- 
le allusivo  ai  fiorire  di  quella   mirabile 
scultura  e  architettura ,  di  cui  è  insigne 
esempio  il  palazzo  ducale.  Il  2."  tema  fu 
la  scoperta  fatta  da  Gio.  Bellino,  nel  nuo- 
vo metodo  di  dipingere  d'Antonello  da 
Messina,  ossia  il  mescolare  a' colori  l'o- 
lio di  linse(ne,  di  che  ragionai   nel  voi. 
LUI,  p.  3o3  ,  e  mi  pare  anche  altrove. 
Ambo  gli  argomenti  furono  benissimo  e- 
seguiti.  Si  dice  inoltre  essersi  allogato  il 
busto  di  Gio.  Bellino, ch'ebbe  la  doppia 
gloria  di  portare  ad  altissimo  segno  la 
Tenete  scuola  e  di  educare  il  colosso  del- 
la medesima,  Tiziano;  busto  da  porsi  ìa 
cospicuo  sito  dell'  accademia,  quasi  pie- 
tra angolare  d'un  Pantheon  di  grandi  ar- 
tisti veneti,  il  quale  in  nessun  luogo  ma- 
glio che  ne!  sagrario  dell'arti  venete  do- 
vea  schiudersi.  L'accademia  pubblica  i 
suoi  atti  annualmente  conquesto  titolo: 
Alti  dell'I.  R.  Accademia  di  Belle  Ar- 
ti in  Venezia  per  l'anno iS56,  Venezia 
l856  tipografìa  Antonelli.  Lo  rilevo  dalla 
Cronaca  di  Milano  del  1857,  disp.  i.\ 
che  ne  dà  la  contezza,  encomiando  lo  zelo 
e  r  uilelligenza  dell'  accademia  pure  ne* 
suoi  atti.  La  medesima  nella  disp.  iG.'* 
di  detto  anno  ragionando  della  distribuì 
alone  de'  premi  dell'  accademia,  esegui- 
ta a'c)  agosto  colla  consueta  pompa  e  l'in- 
tervento delle  supreme  autorità  locali,  e 
colla  lettura  di  due  discorsi  analoghi,  uno 
del  segretario  marchese  Pietro  Estense 
Selvatico,  l' altro  del  professore  di  paleo» 


VEN  i3i 

grafia  Cesare  Foucard.  Il  1.°  fece  sog- 
getto delle  sue  parole:  La  necessità  di  ren- 
dere il  disegno  elemento  fondamentale  di 
educazione.  Il  2."  lumeggiò  le  vicende 
della  veneta  miniatura.  D' ambedue  i 
dotti  discorsi  la  Cronaca  riporta  un 
chimo  sunto,  e  da  questo  ne  trarrò  al- 
quante parole  che  dirò  nel  §  XVI,  n.  g 
in  fine.  Dal  giorno  in  cui  segue  la  pre- 
miazione, ha  luogo  l'esposizione  annua- 
le pegli  oggetti  di  belle  arti  e  dura  per 
tutto  il  mese.  In  pari  tempo  si  pubblica 
l'Elenco  degli  alunni  premiati  pe'  la- 
vori eseguiti  durante  l'anno  scolastico 
1 856-57  //  dì  9  agosto i85'j  nell'I. R. 
Accademia  di  Belle  Arti  in  Venezia, 
tipografia  editrice  Antonelli  1857.  Tro- 
vo più  opportuno  di  riferire  nel  n.  2 
del  §  XV,  ragionando  della  pubblica  i- 
struzione  in  Venezia,  l'imperiale  rescritto 
de'23  luglio  del  correnteannoi858,  sul- 
la conversione  delle  accademie  di  Vene- 
zia e  di  Milano  in  sezioni  degl'Istituti  di 
scienze,  lettere  ed  arti,  ivi  eretti.  Nel  pub- 
blicare il  sovrano  benefico  rescritto  la 
Gazzetta  di  3Jilano,v\[ìQvlalo  dal  n.  1 72 
del  Giornale  di  Roma  del  i858,  frale 
altre  cose  disse.  "  Di  grande  importan- 
za alla  futura  floridezza  delle  arti  in  Ita- 
lia è  la  trasformazione  delle  accademie 
de'due  istituti.  A  questi,  pertanto,  è  com- 
messo l'onorevole  compilo  d'operare  sic- 
come un  areopago  delle  arti,  lasciando 
però,  come  in  antico,  quando  la  gloria 
delle  arti  italiane  fu  meraviglia  del  mon- 
do, l' istruzione  lìbera  tra  il  maestro  e 
i  discepoli  a  coloro  che  sono  in  voce  d'in- 
signi artisti,  a  cui  i  discepoli,  ciascuno  a 
seconda  dell'  inclinazione  e  del  talento, 
possono  rivolgersi  chiedendo  1'  onore  e 
la  distinzione  di  esserne  alunni,  e  riceve- 
re da  quelle  perfette  sommità  artistiche 
un  insegnamento  che  sia  d'un  sol  getto, 
che  emani  dell'entusiasmo  e  che  quindi 
il  ridesti.  Per  simile  via,  sperimentata 
dalla  storia,  e  che  le  maggiori  celebrità 
artistiche  d'Italia  ed  Europa  riconosco- 
no sola  diritta, non  luancherà  l'italia^col- 


i32  YEN 

r  innnlo  suo  genio  artistico,  di  rioccnpa- 
le  quel  posto  clieanticnmeiite  le  invidia- 
rono le  altre  nazioni.  Nnluialmen'Ie  ne 
seguirà,  che  i  maestri,  per  amore  della 
propi'ia  fama,  accetteranno  soltanto  sco- 
lari di  maggiore  capacità,  persuadendo 
al  contrario  il  giovane,  insufficiente  al- 
l'arte, di  abbandonare  questa  via,  e  vol- 
gersi ancora  in  tempo  ad  altra  occupa- 
zione che  gli  procacci  il  pane  negatogli 
della  fallita  carriera  dell'  arie.  Le  noie- 
voli  somme  di  denaro,  che  lo  Stato  da 
lungo  tempo  assegna  alle  scuole  di  belle 
arti,  ridonderanno  via  via  e  con  maggior 
■vantaggio  a  prò  del  vero  eserciziodell'ar- 
te,  infonderanno  quindi  vita  e  vigore  al 
nuovo  indirizzo  artistico,  e  aggiungeran- 
no novelli  nomi  patrii  a  quelli  che  già  nel- 
la storia  del  bello  rifulgono  onore  d'  1- 
lalia". 

12.  Templari  di  s.  Gio.  Battista  : 

1 3.  Templari  di  s.  Maria  in  Broglio 
o  VA  scenai  Olle.  Ne  trattai  più  sopra  nel  § 
IX,  n.  3,  dicendo  che  i  cavalieri  Ceroso- 
lìcuilani,  tuttora  esistenti,  ebbero  la  i.' 
di  dette  chiese  e  case. 

i4-  Cislerciensi  e  Canonichesse  La- 
ter  anensi  di  s,  Daniele  profeta.  Nel  se- 
stiere di  Castello  sin  da'primordii  della  na- 
scente città  di  Venezia,  prima  anche  del 
Irasferimenlo  del  trono  ducale  da  Mala- 
in  occo,  cioè  circa  4a'H)iavanlieneir8o9, 
la  famiglia  Cragadina  fondò  la  chiesa  in 
onore  del  s.  Profeta,  Divenuta  soggetta 
al  vescovato  di  Castello,  il  vescovo  Pola- 
ni  nel  1 1  38  la  donò  colle  rendite  a  Man- 
fredo abbate  cistcrciense  di  Fruttuaria, 
perchè  contiguo  ad  essa  vi  fabbiicasse  un 
cenobio  pe*  suoi  monaci,  a' quali  avea 
nello  stesso  tempo  il  patriarca  di  Grado 
Dandolo  donato  il  monastero  di  s.  Gior- 
gio del  Lido  Pineto,  soggetto  al  suo  pa- 
triarcato, costituendovi  abbate  Daniele 
Molin.  L'assegno  di  due  Molin  per  primi 
abbati  de'due  monasteri,  die'  motivo  di 
eqiiìvocia  vari  scrittori.  Leone  Molin,  che 
fu  quello  di  s.  Daniele,  si  obbligò  alla 
cattedrale  col  censo  annuo  di  dueampoi* 


V  M  N 
le  di  vino  e  allte  onorificenze,  e  fabbii.  ò 
nello  stesso  I  i  38  conveniente  monastero. 
Come  dipendente  da  quello  di  Frullua- 
ria,  Alessandro  ili  neh  i65  lo  ricevè  sci- 
lo la  protezione  di  s.  Pietro,  e  nel  i  177 
ne  confermò  i  privilegi  e  le  possessioni; 
fra  le  quali  la  chiesa  di  s.  Martino  di  Tti- 
poli  e  il  monastero  del  Salvatole  di  Co- 
stantinopoli, offerta  lai."  da  Arcuino  ve- 
scovodi  CitlàNova  neiristria.donatoil  2.° 
dalla  famiglia  Zorzani  o  Zorzi.  Nel  visilnr 
questo  l'abbatePioaldo,  dalla  vicina  chiesa 
di  Theotocos,  nel  1214  furtivamenle  vi 
tolse  il  corpo  incorrotto  di  s.Giovanni  d'A- 
lessandria,martire  in  Cesarea  di  Bitiniii.  e 
lo  portò  in  s.  Daniele,  nella  quale  si  collo- 
carono pure  le  sue  reliquie  e  quelle  d'  al- 
tri santi.  A'7  febbraio  I  2  19  poi  consagrò 
solennemente  questa  chiesa  il  cardinal  U- 
goliiio  legato  in  Venezia,  e  poi  Gregorio 
IX.  Dopo  aver  fiorito,  il  monastero  de- 
cadde a  segno  che  nel  1387  l'abitava  il 
solo  priore  Giorgio,  uomo  di  perverso  co- 
stume e  scismatico  per  riconoscere  l'anti- 
papa Clemente  VM.  Lo  rimosse  neli3Bc) 
Urbano  VI  Papa, sostituendogli  Antonio 
Gallina  monaco  di  s.  Giorgio  Maggiore, 
ed  i  successori  furono  eletti  da'Papi.  Vi- 
cino a  rovinare  il  monastero  per  incuria, 
il  priore  Michele  di  Sebenico  vedendosi 
incapace  di  restaurarlo  e  di  ristabilirvi 
l'osservanza,  lo  cede  colle  rendile  a  Chia- 
ra OgnibeneSustan,  che  con  altre  virtuo- 
se donne  vivea  in  pio  ritiro.  Col  consen- 
so de'Dragadiu,  neli437  EugeniolV  ap- 
provò la  cessione,  e  per  esse  v'  istituì  un 
monastero  di  monache  sotto  la  regola  di 
s.  Agostino,  coir  abito  delle  monache  di 
s.  Andrea  di  Zirada.  Dipoi  ad  istanza  del- 
le monache,  Alessandro  VI  le  unì  alla 
congregazione  de'canonici  Lateraneusi,e 
Giulio  II  permise  che  all'abito  grigio  so- 
stituissero il  bianco  col  rocchetto  proprio 
delle  canonichessc,e  partecipò  loro  le  gra- 
zie delle  Laleranensi.  Neli6o4  Clemente 
Vili  sottrasse  il  monastero  dalla  sogge- 
zione della  congregazione,  e  l'affidò  alia 
direzione  del  patriarca  di  Venezia;  ed  A- 


à 


VEN 
lessnndro  VII  nel  1659  dichiaro  la  pilo- 
la  biiclessa.  Visse  saulameiile  nel  mona- 
j  Itero  SUOI-  M.'  Arcangela  Salvadoii,  mi- 
'  rabile  pe'suoi  palituenli  e  penitenze.  La 
chiesa  in  vari  tempi  ebbe  restauri  e  ab- 
bellimenti. Nella  generale  soppressione 
In  compreso  questo  monastero.  Per- 
ciò le  canonichesse  Lateranensi  tli  s.  Da- 
niele, pel  decreto  vicereale  de' 28  In- 
j  glioi8o6  furono  concentrate  con  le  mo- 
nache di  s.  Maria  della  Celeslia,  e  per  il 
decreto  de'28  novembre  di  dello  anno  fu 
consegnato  questo  monastero  alla  truppa 
di  marina,  riducendosi  poi  una- parte  a  ì.  r. 
casa  di  educazione  militare,  e  l'altra  ina- 
hitazKme  privata.  La  chiesa  chiusa  nella 
4le|)ìorabileepoca,  sfigurala  nelle  3  sue na- 
*i,  cheaveanoi2  belle  colonne  di  rosso  di 
Verona,  venne  interamente  demolita  nel 
l83c).  In  questa  occasione  l'ingegnere 
Casoni  fece  la  scoperta  col  mezzo  della  li- 
vellazione, che  l'aulico  suolo  di  colto  tro- 
vasi solamente  3o  centimetri  sopra  l'oris- 
zontale  di  comune  atta  marea;  dalla  qua- 
le osservazione  dovette  concludere  che  il 
suolo  di  questa  chiesa  o  di  altra  preesi- 
stente era  molto  più  basso,  cioè  al  disot- 
to ancora  dello  scoperto,  che  non  è  l'an- 
tichissimo; e  quindi,  come  rilevai  altrove, 
che  l'ordinaria  alla  marea  andò  nei  cor- 
so de'secoli  progressivamente  innalzan- 
dosi, non  essendo  presumibile  che  siasi 
fabbricata  una  chiesa  in  sito  si  basso  da 
vederla  spesso  allagala. 

i5.  Canonici  regolari  di  s.  Salvato- 
re.^e  ragionai  nel  §  Vili  delle  parroc- 
chie, n.  ad,  dicendo  soppressi  i  canonici 
nel  i8iO,  e  sussistere  la  chiesa  parroc- 
chiale. 

16.  Crociferi  di s.  Maria  Assunta.'E- 
Slinli  nel  i656,  la  loro  chiesa  fu  rifabbri- 
cala da'gesuiti  esistenti,  ragionando  di  essi 
e  del  tempio  nel  §  Vili,  n.  72  delle  par- 
rocchie, per  essere  siala  cura  precaria- 
inenle,  ed  eziandio  nel  n.  i  o  del  §  XVIII. 

17.  Canonici  regolali  e  poi  Oliveta- 
ni  di  s.  Elena  in  isola,  detta  s.  Lena.  F. 
§XVllLu.  16. 


VEN  i33 

18.  Certosa  dis.  Andrea  in  isola.  F 
§XVIII,n.  i5. 

19.  Domenicani  de' ss,  Gio.e  Paolo, 
volgarmente^.  Zanipolo.  Che  tra  l'altre 
cillà  d'  ftalia  abbia  colle  apostoliche  sue 
|)redicazioni  illustrata  anco  Venezia,  il 
glorioso  fondatore  da'  Predicatori  s.  Do- 
menico ,  lo  scrivono  concordemente  gli 
storici  del  suo  celebre  e  benetnerilo  istitu- 
to, ha'ijuali  il  Malvenda  co'documenli  di 
questo  rinomatissimo  convento,  lasciò 
scritto.  Nel  1217  s.  Domenico  si  portò  a 
Venezia,  ed  ivi  ottenne  per  alcuni  suoi 
pochi  frati  un  piccolo  oratorio  dello  allo- 
ra s.  Daniele,  il  (piale  dopo  la  canonizz.i- 
zione  del  b.  patriarca  fu  chiamalo  s.  Do- 
menico, e  dopo  il  1567  si  disse  del  Ro- 
sario. Presso  l'angusto  oratorio  il  san- 
to fiibbricovvi  un  piccolo  convento,  di 
cui  si  vedevano  i  vestigi  nel  recinto  del 
nuovo.  Nel  1226  tale  convento  si  am- 
pliò per  miracolo,  dopo  la  visione  avii- 
la  dal  doge  Tiepolo.  La  tradizione  nar- 
ra, che  l'oratorio  della  vicina  piazza  di  s. 
Daniele,egli  vide  pieno  d'odorosi  flori.cou 
bianche  colombe  portando  croci  d'oro 
sulla  fronte  e  volanti  fra  essi,  mentre  due 
Angeli  con  turiboli  d'oro  profumavano 
il  sito.  Allora  una  voce  disse:  Questo  è 
il  luogo,  che  scelsi  a' miei  Predicatoli. 
Narrala  dal  doge  la  visione  al  senato, 
questo  concesse  4°  passi  di  nuovo  sito 
a'religiosi  per  l'ingrandimento  del  cou- 
vento;  ed  allora  cominciò  a  fabbricar- 
si la  magnifica  chiesa  dedicata  a  Dio , 
sotto  il  titolo  di  Maria  Vergine,  e  de'ss. 
Giovanni  e  Paolo  martiri  fratelli, di  che 
fu  poi  fatto  istromento  nel  1234.  Forse 
diedero  causa  alla  leggenda  narrata  i  due 
Angeli  che  con  profumieri  in  mano  si  ve- 
duuo  scolpiti  sul  sepolcro  di  detto  doge, 
ed  un  antico  marmo  della  facciata  espri- 
n)e  il  profeta  Daniele  fra'  leoni.  Quan- 
tunque indubitabile  la  venuta  in  Vene- 
zia di  s.  Domenico,  per  trattarvi  alTjri 
col  cardinal  Ugolino  legato,  ne  tacciono 
le  cronache  venete;  e  la  concessione  del 
tvrrvno  allocato  fi'dc*/ Ut/, esclude  la  pi  e- 


j34  ven 

esistenza  dell*  oratorio  e  t'el  monastero. 
Bensì  risulta  da'  dociuuenli,  die  molto 
prima  del Tiepolo,  eletto  doge  nel  1229, 
i  dojnenicani  già  aveano  fissata  sede  in 
Venezia,  ove  giunti  dopo  la  morte  di  s. 
Domenico,  colla  predicazione  e  gl'inse- 
gnamenli  mostrarono  di  quale  spirito  il 
fondatore  gli  avea  lasciati  eredi,  special- 
mente pel  grido  di  loro  eloquenza  sagra. 
La  loro  1  /abitazione  fu  presso  la  cliiesa  di 
«.Martino,  la  quale  nel  1226  avea  il  prio- 
re domenicano.  Indi  si  meritarono  nel 
1234  la  concessione  del  memorato  ter- 
reno nel  sestiere  di  Castello,  ne'  confini 
della  parrocchia  di  s.  Maria  Formosa, 
dalla  città  e  dal  doge  il  cui  marmoreo 
sepolcro  fu  posto  nella  facciata,  in  cui 
pur  giace  il  doge  Lorenzo  suo  figlio.  Ciò 
ottenne  il  priore  fr.  Alberico,  che  am- 
mise nel  noviziato  il  b.  Giacomo  Salomo- 
Ilio  nobile  veneto  e  lume  splendido  di 
santità,  a  cui  poi  in  Forlì  la  repubblica  ve- 
neta ffce  erigere  nobile  sepolcro  di  scelti 
marmi  al  suo  altare.  De'soggetti  insigni 
per  santità  di  vita  e  dottrina,  fioriti  in 
questo  convento,  il  Corner  ne  riporta  il 
novero, e  solo  nominerò  fr. Paolo  Veneto 
compagno  e  imi  latore  di  s.  Domenico  ce- 
lebre per  santità;  fr.  Gio,  Andrea  Car- 
ga  vescovo  Sirense,  martirizzato  da'  tur- 
chi; un  bel  numero  d'arcivescovi  e  ve- 
scovi, un  maestro  del  s.  Palazzo,  un  se- 
gretario dell'Indice, ec.  Il  priore  fr.  Albe- 
rico dispose  la  fabbrica  d'un  ampio  con- 
vento e  d'una  magnifica  chiesa,  per  l'e- 
rezione della  quale  Innocenzo  IV  con- 
cesse nel  1246  indulgenze  a'sovventori. 
Questi  furono  tanti,  che  il  vasto  conven- 
to si  trovò  capace  di  ricever  il  capitolo 
generale,  ivi  convocato  nel  1 2g3  dal  mae- 
stro generale  fr.  Nicolò  Boccasini,  già  re- 
ligioso nel  medesitiio,  poi  cardinale,  Pa- 
pa Benedetto  XI  e  bealo.  Altri  capitoli 
generali  vi  si  adunarono  nel  i33o  e  nel 
i335.  Benché  l'abitazioni  de' religiosi 
fossero  da  gran  tempo  perfezionale,  pu- 
re la  vasta  fabbrica  della  splendida  chie- 
sa, e  per  la  sua  imponente  mole  e  pel 


VEN 
grandioso  dispendio  andava  lentamente 
proseguendo.  Ad  agevolarne  il  compi 
mento,  decretò  a'  18  dicembre  iSgo  il 
maggior  consiglio,  l'applicazione  di  die- 
cimila ducali,  del  pio  legalo  di  Nicolò 
Lion,  e  dell'altro  di  Marco  Delfino,  on- 
de si  polè  anche  erigere  la  cappella  di 
s.  Domenico,  ora  della  B,  Vergine  del 
Rosario.  Dice  lo  Sialo  personale,  i  do- 
menicani fabbricarono  questa  chiesa  dal 
1246  al  1390.  Nel  1393  vi  fu  celebra- 
to altio  capitolo  generale,  dal  p.  mae- 
stro generale  Raimondo  da  Capua,  il 
quale  ad  istanza  del  doge  Venier  e  del 
senato,  ordinò  coll'assenso  de'capitolari 
la  riforma  di  questo  convento,  di  molto 
decaduto  dalla  primiera  osservanza.  Ne 
eseguì  il  decreto  fr.  Giovanni  Domenici, 
poi  cardinale  e  beato,  il  quale  trasferiti 
dal  convento  osservante  di  s.  Domeni- 
co, dello  stesso  sestiere  di  Castello,  i  2  re- 
ligiosi, intraprese  la  rifomae  ridusse  ben 
presto  il  convento  a  perfetta  esemplar  di- 
sciplina, consolidata  dagli  eccellenti  prio- 
ri che  si  successero.  Ma  l'edificazione  del- 
la chiesa  per  la  sua  gran  mole  e  piantata 
su  terreno  paludoso,  progredì  lenlame*i- 
te  e  andò  assai  in  lungo^  come  già  notai. 
Fmalniente  ridotto  anche  il  nobilissimo 
lem|)io  a  perfezione,  nel  giorno  di  dome- 
nica a'i  2  novembre  i43o  con  gran  solen- 
nità lo^consagrò  fr.  Antonio Corraro  do- 
menicano e  vescovo  di  Ceneda,  ludi  furo- 
no qui  convocali  i  capitoli  generali  del 
1437,  del  i486,  in  cui  fu  eletto  maestro 
generale  dell'  ordine  fr.  Barnaba  Sasso- 
ne, e  del  1 487  per  la  seguita  morte  di  ta- 
le prelato,  a  cui  fu  sostituito  il  veneto 
fr.  Gioacchino  Turriani.  L'ullinio  capi- 
tolo geneiale  ebbe  qui  luogo  nel  1592, 
Frattanto  la  chiesa  andava  progreden- 
do negli  abbellimenti,  de'quali  il  più  rag- 
guardevole è  l'altare  maggiore,  eretto 
iieli6i9sul  modello  dell'archilelto  Mat- 
teo Carmero,  di  così  scelti  marmi  e  di 
tanta  ordinata  magnificenza, che  a  niun 
altro  può  dirsi  secondo.  Di  nobilissima 
forma  è  pure  la  cappella  sagra  al  ss. 


nome  Ji  Dio,  la  quale  essendo  prima 
ilesliiiiita  a  s.  Lodovico  vescovo  di  To- 
losa, mutò  poi  il  suo  titolo  a  causa  d'u- 
na divota  congregazione  d'uomini,  fon- 
data già  nella  Ciippella  della  Pace  e  poi 
ivi  trasferita  nel  i  087,  ad  oggetto  d'ono- 
rare tanto  otinipuleiite  Nome,  e  compen- 
sare con  pie  onorificenze  gli  strapazzi  che 
riceve  dalle  sacrileghe  lingue  de'bestem- 
mialori.  Di  eguale  sontuosità  si  rese  pu- 
re la  cappella  di  s.  Domenico,  i  cui  uii- 
racoli  vi  sono  rap[)resentati  in  bronza.  La 
più  ragguardevole  poi  è  la  cappella  del 
«s.  Rosario,  ornata  di  pitturee  sculture 
de'  più  famigerati  artisti,  e  arricchita 
da  preziose  suppellettili.  Oltre  ([ueste, 
che  formano  colla  chiesa  un  corpo  solo, 
altre  3  cappelle  di  sodalizi  erano  aderenti 
al  tempio,  delle  quali  una  era  dedicata  a  3 
gran  lumi  dell'ordine  domenicano:  s. Vin- 
cenzo FerrerijS. Pietro  martire,  S.Caterina 
da  Siena,  la  cui  confraternita  si  eresse  nel 
i4^B.  L'altra  era  sotto  il  titolo  delle  ss. 
Vergini  Orsola  e  Compagne  martiri,  in 
c»n  fin  dal  i3oo  s'istituì  una  compa- 
gnia di  divoti  ad  onore  di  sì  glorioso  co- 
ro Ji  Vergini,  delle  quali  dipinse  in  gran 
quadro  il  martirio  il  celebre  pennello  di 
Vittore  Carpazio  e  in  otto  altri  la  storia 
di  quella  martire  illustre,  dipinti,  i  quali, 
soppressa  quella  scuola,  passarono  ad  ab- 
bellire le  aule  della  r.  accademia.  La 
3.*  eh'  era  situata  nel  fine  del  chiostro 
presso  la  già  scuola  grande  di  s.  Marco, 
era  dedicata  alla  Beata  Vergine  sotto  il 
titolo  della  Pace,  ed  in  essa  venera  va- 
si un'  antica  sua  immagine  di  greco  la- 
voro, e  si  crede  esser  ({uella  avanti  a  cui 
orando  s.  Giovanni  Damasceno  ricuperò 
miracolosamente  la  mano, che  per  la  sua 
difesa  del  culto  delle  ss.  Immagini,  da- 
gl'iconoclasti eragli  stala  recisa.  Portata 
da  Costantinopoli  da  Paolo  Morosini  e 
donata  a'donienicani,  essi  la  posero  nel- 
l'altare del  capitolo  e  poi  nel  1 5o5  tras- 
ièrirono  in  questa  cappella  da  loro  son 
tuosamente  eretta,  a  di  cui  custodia  e 
onoranza  permisero  neh  546  ristituzio- 


VEN  i3i; 

ne  d'una  pia  confraternita.  Demolila  an- 
che questa,  traspoVtossi  quella  s.  Imma- 
gine in  una  cappella  del  lempio.Nè  minori 
de'materiali  sono  gli  spirituali  ornameu- 
li  di  questa  chiesa  mirabile.  In  essa  ve- 
neransi  :  la  reliquia  della  ss.  Croce,  una 
ss.  Spina,  un  piede  incorrotto  di  s.  Ca- 
terina da  Siena,  un  dito  simile  di  s.  Pie- 
tro martire,  un  articolo  d'un  dito  di  s. 
Vincenzo  Ferreri,  e  senza  dire  d'altre, 
due  intere  ossa  delle  braccia  de'  titolari 
ss.  Gio.  e  Paolo,  dono  fatto  nel  i66t 
dal  cardinal  Giberto  Borromeo  titolare 
dell'omonima  chiesa  di  Roma, ove  ripo- 
sano i  loro  corpi,  con  beneplacito  d'Ales- 
sandro VII.  Veneravano  nel  dì  della  fe- 
sta le  reliquie  de'  ss.  Titolari  il  doge  e 
il  senato  per  divota  riconoscenza  della 
vittoria  ottenuta  contro  i  turchi  alleCiU"- 
zolari  a'  26  giugno  i656,  giorno  dive- 
nuto festivo  a'fóri  veneti.  Notò  il  Corner, 
che  nella  chiesa,  oltre  19  dogi  (e  poscia 
anche  Francesco  Loredano  e  Alvise  Mo- 
cenigo),  vi  ebbero  sepoltura  personaggi 
illustri  per  gloria  d'armi  e  dignità  soste- 
nute, fra 'quali  l'eroe  Marc'Antonio  Bra- 
gadin,  che  avendo  valorosamente  soste- 
nuta la  difesa  di  Salamina  in  Cipro  con- 
tro un  immenso  esercito  di  turchi,  per- 
petui nemici  del  nome  cristiano,  final- 
mente per  mancanza  di  viveri  e  di  difen- 
sori avendola  ceduta  a  onorevoli  patti,  fu 
da  JMustafà  barbaro  e  spergiuro  conìan- 
dante  per  Selim  11,  mutilato  nell'orec- 
chie e  fatto  scorticar  vivo  nel  i^yi,  so- 
stenendo egli  italiano,  veneziano  e  catto- 
lico, intrepidamente  fino  all'  ultimo  re- 
spiro, con  costanza  da  martire  la  crude- 
lissima carnificina.  La  di  lui  pelleempiu- 
ta  di  paglia  e  sospesa  all'antenna  d'una 
galeotta,  a  ferale  spettacolo  delle  riviere 
della  Ciliciaedella  Sorin,dipoifu  traspor- 
tata in  Venezia,  e  collocata  prima  nella 
chiesa  di  s.  Gregorio,  e  poscia  in  questa, 
entro  nobile  vaso  di  scelto  marmo  nel  mez- 
zo di  decente  mausoleo,  eretto  in  luogo 
cospicuo,  ivi  espresso  scolpito  in  mezzo 
busto  con  l'elogio  di  sua  militare  e  cri- 


i36  VEN 

ftliiiua  virtù.  T  domenicani  cessarono  d'es- 
sere possessori  ilei  raerav  iglioso  tempio 
e  del  bellissimo  convento,    alloicliè  fnio- 
no  soppressi  nel    1810.  La  chiesa  diven- 
tò parrocchiale,  e  il  convento  fu  aggiun- 
to al  civico  spedale,  di  cui  a  suo  luogo, 
come  dell'incorporala  scuola  di  s.  Marco, 
cioè  nel  §X1I,  n.i3.  Dopo  aver  soggia- 
ciuto anche  questo   tempio  alle  vicende 
delle  politiche  agitazioni  scoppiate  verso 
il  principio  del  secolo  in  corso,  restituito 
al  culto  divino,  vi  si    aggiunsero  a'tanli 
che  già  l'ornavano,  molli    altri  preziosi 
monutuenti  dell'orli,  qui  raccolti  e  rista- 
l)iliti  a  merito  segnatamente  del  parro- 
co Emmanuele  Lodi,  poi  vescovo  d'Udi 
ne,  tratti  da  altre  chiese  soppresse  e  co>'i 
salvati  da  certa  rovina  ;  e  per  l'iticessau- 
ti  studiose  sollecitudini    d'  uu  Cicogna- 
ra,  quand'era  presidente  dell'accademia 
delle  belle  arti.   Secolarizzata  la  parroc- 
chia con  decreto  patriarcale  de'24  otto- 
bre 1810,  fu  sottoposta  alla  decania  di 
s.  Pietro;   finalmente  con  altro  decrelo 
de' 9.9  maggio  1 856, per  apostolico  indul- 
to fu  nuovamente  creila  a  parrocchia  re- 
golare, e  restituita  la  chiesa  a' domeni- 
cani del  convento  ripristinato  de'  ss.  Gio. 
e  Paolo,  soggetto  immediatamente  al  p. 
m.  generale  dell'ordine,  che  ottenne  nn 
co  il  diritto  di  presentare  il  parroco  reli- 
gioso, restando  la  parrocchialità  abitua- 
le nel  convento  medesimo.   La  parroc- 
chia appartiene  a'  sestieri   di   Castello  e 
di  Cannaregio,  conta  44  '  7  aii'"'e,  ed  ha 
per  oratorio  non  sagramentale  la  chiesa 
di  s.  Giovanni  Laterano,  di  cui  parlerò 
nel  M.  62  di  questo §,  L'ampio  e  sontuo- 
so tempio  de'bs.  Gio.  e  Paolo,  ricchissimo 
d'ogni  sorta  di  preziosità,  forse  potrebbe 
chiamarsi  il  Pafilhconóì  Venezia;  tanti 
sonui  cospicui  monumenti  d'uomini  illu- 
stri in  esso  magnificamente  onorati.  Può 
anzi  dirsi  il  Pantheon  dell' arti  venezia- 
ne, inoltre  sagro  alla  gloria  della  Fieli- 
gione,  ed  a  quella  della  storia  veneta; 
massimamente  dopo  trasferitivi  i  gran 
tuoDumenti  di  scultura  e  di   pennello, 


I 


V  EN 

ch'erano  in  procinto  di  perire  nelle  di 
verse  deplorabili  demolizioni  di  altre 
cbiese  della  città.  Non  mi  vesto  delle 
penne  altrui.  Tale  è  il  giudizio  d'  un 
conte  Cicogna  ra  nella  Storia  della  Scid- 
;«rrt.  Primeggia  fra  tulli  i  dipinti  quello 
meraviglioso  del  Tiziano,  il  Martirio  di 
s,  l^ietro  martire  veronese,  il  quale  nel- 
la scuola  veneta  tiene  il  posto  che  ha 
nella  romana  la  Trasfigurazione  di  R:«f- 
faello  da  Urbino,  Venne  dipinto  innan-i 
zi  di 537, e  il  domenicano  s.  Pio  V  gliela 
fece  ripetere  con  variazione  d' alcune 
parli  nel  1  56  6  quando  Tiziano  contava 
89  anni.  Questo  rarissimo  quadro  in  ta- 
vola recatoa  Parigi  nell'infausto  per  seni» 
pre  1797,  fu  restituito  in  tela  a  Venezia 
nel  1817  dopo  la  pace  generale,  lo  lo 
vidi;  l'ammirai  allora  con  senso  di  pe- 
na, perch'era  alquanto  iugi.dlilo;  ora  lo 
rivedrei  più  volentieri  assai,  dappoiché 
me  lo  accerta  egregiamente  risarcito  da 
qualsiasi  danno  a  merito  distintissimo 
dell'egregio  pittore  Paolo  Fabris,  la  Let- 
tera critica  del  mio  amico  cav.  Scola- 
ri, che  sulla  rislaurazione  di  questo  gran 
rpiadro  ha  pubblicato  nel  iSltS  la  tipo* 
grafìa  Cecchini.  Qui  mi  si  presen  la  un  ap- 
parato di  nozioni  artistiche  imponente; 
pign)eo,inVenezia, lutto  debbo  ridurreal- 
la  mia  misura.  Voglia  il  cielo  che  l'esegui- 
sci» col  possibile  minore  strazio.  Tempio 
notissimo  per  tanti  splendidi  e  anche  co- 
lossali monumenti  di  vario  stile,  che  lo 
decorano  e  costituiscono  una  galleria  no* 
bilissima,  e  insieme  pinacoteca  e  museo. 
Non  teme  più  il  confronto  del  celebre 
tempio  di  s. Croce,  che  abbellisce  la  capi- 
tuie  della  Toscana,h  nobilissima  Firen- 
ze. L'architettura  di  qtiesta  sorprenden-» 
te  chiesa,  dello  stile  del  medio  evo,  di 
cui  ignorasi  l'autore,  è  forse  di  qualche 
domenicano,  che  molti  celebri  architet- 
Ictli,  scultori,  fonditori  in  bronzo  e  pitto- 
ri fiorirono  nell'ordine;  anzi  tra  le  sue 
religiose  ebbe  di  quelle  che  coltivaro- 
no la  pittura,  la  miniatura  e  la  plasti- 
ca in  Firenze,  Prato  e  Lucca.  Si  poQ- 


V  EN 

no  ammirare  nelle  pregevolissime,  Me- 
morie  de  niìi  insigni  piUori,  scttUori  e 
archiltili  Joiiiciiicanicoii  aggiunta  d'al- 
cuni scrini  intorno  le  belle  arti  del  p. 
L.    Fincenzo    Marchese    dello    stesso 
istituto,  Firenze  i  845.  Ivi  ila  artista  e  da 
hiograru  il  dolio  autore  ragiona  degli  ar- 
cliilelli  domenicani   ch'eressero  fabbri- 
the  in  Venezia,  in  Piulova  ,  in   Treviso. 
Dell'architetto  veneziano  fr.   Francesco 
Colonna,  autore  del  romanzo  artistico:  // 
Sogno  di  PolifiloDì  Ir.  Marco  Fensahen 
e  di  fr.  Marco  Maraveja  pittori  venezia- 
ni. Siccome  all'epoca  in  cui 'si  cominciò 
l'eiezione  del  tempio  de'  ss.  Gio.  e  Paolo, 
a  del  vizia  fiori  vano  nell'ordine  de'  predi- 
calori  co«'i  d'arcliiletli  come  di  scarpelli- 
iii  e  di  muratori,  anche  il  eh.  p.  Marche- 
se crede  probabile  molto  ciie  un  domeni- 
cano pel  I  .°ue  porgesse  il  disegno,  benché 
ad  Olita  di  sue  ricerche  non  pos'>a  stabi- 
lirlo. Dal  suo  riferito,  appare  manifesto, 
che  se  veramente  IN'icola  Pisano,  autore 
cunleniporaneo  del  disegno  pel  magnifi- 
co tempio  di  s.  Maria  Gloiiosa  dei  Frari 
de'francescani,  diede  pure  il  disegno  de* 
ss.  Gio.  e  Paolo,  come  opinò  il  Cicognarn, 
non  potè  vederne  eseguila  che  una  pic- 
cola parte  (morto  verso  il  ,1270:  pe'do- 
inenicani  avea  in  Bologna  creilo  il  con- 
\eiito  e  la  chiesa  di  s.  Domenico,  e  scol- 
pila la  sua  arca  meravigliosa).  Ma  ne'la- 
v<jri   falli  nel  secolo  XIV  è  indubitato 
vi  operasse  in  quahlà  d'architetto  fr.  Ni- 
colò da  Imola  o  fi:  Benvenuto  da   Bolo- 
gna, ambedue  laici  domenicani,  e  assai 
periti  in  (luell'arle.  La  chiesa  de'sS.Gio.  e 
Paolo,  dite  il  p.  Marchese,  misurala  nel- 
la sua  lunghezza  è  piedi  290,  nella  cro- 
cerà 125:  larga  nel  corpo  piedi  80,  alla 
108;  ch'è  quanto  dire  10  piedi  più  lunga 
del  tempio  di  s.  Antonio  di  Padova.  La 
forma  è  cpiadrihinga  e  tiene  della  croce  Ia- 
lina. Si  (livide  in  3  navi, delle  quali  (piel- 
1h  di  mezzo  sorpa.ssa  poco  meno  del  dop- 
pio quelle  de'fianchi.  Cimpie  grandi  ar- 
chi di  sesto  aruto  ad  ambi  i  lati  sosleunli 
da  robuile  colonne,  uè  componj^ouo  la 


VEN  i37 

iungliezza  fino  ul  braccio  traversale  che 
segua  la  croce.  Tolto  è  voltato  a  cro- 
cerà sopra  le  colonne,  colla  dill'erenza, 
che  dalla  nave  media  muovono  sopra 
ima  pianta  (piasi  quadrata,  e  (pielle  del- 
le ali  so[)ra  una  di  disuguali  dimensioni. 
Le  dà  accesso  una  bella  porta  adorna  di 
grandiose  colonne  e  di  finissime  scul- 
ture in  marmo.  Trenta  e  piìi  moimmen« 
ti  sepolcrali  nobili  e  stupendi,  circa  una 
ventina  di  altari,  una  molliliuline  di 
statue,  di  bassirilievi, di  pitture,  di  scul- 
ture, d'  intagli,  d'ornamenli  d'ogni  ge- 
nere riempiono,  nel  rigore  del  lermiiie, 
questa  meravigliosa  chiesa.  Ma  io  devo 
seguire  il  breve,  il  meglio,  il  sicuro,  per- 
ciò piglio  r  ordinaria  mia  guida  illusire 
di  INloscliini.  Peccalo  ch'egli  da  maestro 
con  aurea  concisione  parli  111  essa  meglio 
a  chi  vede,  e  non  a  chi  legge  soltanlo  ; 
con  altre  poche  parole,  pienamente  que- 
sti pure  avrebbe  appagato,  puiciiè  non  di 
tulli  gli  altari  ci  dice  il  nome,  uè  di  tut- 
ti i  monumenti  c'islruisce  degli  avanzi 
mortali  che  racchiudono.  11  visitante 
l'apprende  da  per  se,  il  lettore  resta  col- 
la brama  di  saperlo.  Ma  egli  si  propose 
scrivere  più  pel  i.^che  pel  2.",  e  di  fa- 
re un  libro  il  più  tascabile  possibile.  Ed 
io  per  le  proporzioni  di  quesl'  articolo, 
noudiuieno  lo  trovai  il  più  opportuno  e 
adatto,  nel  tessere  le  principali  nozioni  ar- 
tistiche de'templi  e  altri  edifizi  di  Vene- 
zia, non  senza  però  averne  fatte  le  debile 
modificazioni  accadute  dal  1  8  1  5,in  cui  e- 
gli  scriveva, benché  ripubblicala  nel  i  828, 
lino  al  presente,  in  grazia  della  Nuovissi- 
ma Guida  del  Zanotlo  e  con  quanto  di- 
chiarai nel  lì.  I  I  di  questo  §.  Dichiara  il 
Moschini  questo  tempio,  del  genere  d'ar- 
chitettura che  viene  detta  gotica,  de'pùi 
ampii  che  se  n'abbia,  e  tesoro  di  belle  cose 
(osservano  Diedo  e  Zanotlo:  Se  la  fron- 
te del  colossale  edifizio  fosse  slata  com- 
piuta in  relazione  alla  magnifica  porla, 
poteva  gareggiale  in  magnificenza  co' 
più  cospicui  eretti  alla  sua  epoca).  Tiil- 
lu  la  facciala  iuleruà  della  porla  è  oc- 


,38  VEN 

fiij).>ta  da  3  cnomiiiieuli  della  faiuigliii 
Moceiiigo.  Quello  del  doge  Giovanni  fu 
condono  con  maestà  e  nobillà  da  Ttd- 
lio  Lombardo;  quello  di  mezzo,  al  do- 
ge Luigi  Mocenigo  e  a  Loredana  Mar- 
cello sua  moglie,  si  aichileUò  dal  Gra- 
piglia;  il  3.°  al  doge  Pietro  Mocenigo  si 
condusse  da  Pietro  Lombardo  e  da'  suoi 
figli  Tullio  e  Antonio,  di  gusto  e  siile 
greco,  lavoro  finissimo.  Elegante  e  ric- 
co è  il  I."  deposilo  di  Girolamo  Canal, 
Il  vicino  altare  ha  nella  tavola  con  Ma- 
ria Vergine,  s.  Tommaso,  alcuni  Santi  e 
Sanie,  un  lavoro  di  G,  Cellino,  che  quan- 
tunque opera  giovanile,  è  ammiratissi- 
mo.  Il  monumento  di  M.  Lanza,  che 
vi  è  presso,  è  lavoro  del  Barthel.  Qui 
trasportato  penletle  del  suo  efiello.  Ep- 
pure quanto  senso  non  esce  da  quella 
<lonna  quanlunque  ammanierata I  Nel- 
r  urna  del  vicino  uìoiiumento  vi  ha  le 
ceneri  del  già  deplorato  e  celebrato  Bra- 
gadin.  Vi  sta  espresso  il  tragico  fallo 
dall' Alabardi.  La  tavola  di  s.  Vincen- 
zo, in  9  comparti,  è  del  Carpaccio,  o 
d'  altro  contemporaneo,  il  quale  sape- 
va di  uotomia  e  simmetria,  e  conosce- 
va i  princi[>ii  dell'ombreggiare.  La  i.' 
cappella  ha  una  bella  opera  di  Lattan- 
zio Qtierena,  con  la  Deposizione  della 
Croce.  I  due  quadretti,  sopra  le  porte, 
con  Cristo  battezzalo  e  circonciso,  sono 
due  gaie  opere  e  le  migliori  che  abbiamo 
del  Mera,  Nella  cappellina  del  Battistero 
lidoUa  alla  più  squisita  eleganza,  il  qua- 
dro col  Ballista  è  del  Lazzarini.  Il  gran- 
dioso mausoleo  Valier,  scolpito  da  parec- 
chi artefici  (altri  lo  dicono  di  gusto  infe- 
lice), si  architettò  dal  Tirali,  che  pure 
condusse  la  vicina  cappella  di  s.  Domeni- 
co; dove  i  6  fatti  di  sua  vita,  5  in  bronzo 
e  uno  inlegno,8ono  lodevoli  cose  del  bo- 
lognese G.  Mazza,  che  mori  nel  corso  del 
lavoro.  Volgendo  alla  crocerà,  vi  ha  nel 
pilastro  una  figura  di  s.  Agostino:  bel  di- 
pintodiB.Vivarini,  di  cui  quisonovialtre 
simili  figure,  avanzi  d'una  sua  gran  ta- 
vola, 11  vicino  quadro  eoa  s.  Marco  che 


VEN 
assiste  al  ruolo  della  milizia  damare, è 
di  G.  B.  del  Moro,  il  «juale  vi  rappresentò 
assai  bene  il  suo  soggetto.  Al  di  sopra 
è  di  buono  stile  il  deposito  del  generale 
Nicolò  Orsini  conte  di  Piligliano  e  capi- 
tano generale  degli  eserciti  della  i-epub- 
blica,  la  quale  l'onorò  di  splendidi  fune- 
rali in  s.  Marco  e  in  ss.  Gio.  e  Paolo;  e 
poiché  l'urne  de'  forti  accendono  gli  ani- 
mi a  cose  egregie,  ordinò  che  la  metaoria 
dell'illustre  condottiero  venissequi  per- 
petuata con  questo  mausoleo.  La  tavola 
di  s.  Antonino  che  riceve  suppliche  e  lar- 
gisce limosine,  nel  vicino  altare,  è  del 
Lotto  ;  le  belle  leste  di  donne  sono  ri- 
tratte dal  vero.  La  grande  invetriata 
della  finestra,  inimitabile  per  concepi- 
nietito  e  disegno,  specialmente  nella  par- 
te inferiore,  è  dipinto  istoriato  del  Mo- 
cello.  La  tavola  dell'altro  altare  col  Sal- 
vatore, ed  i  ss.  Pietro  e  Andrea,  è  buon 
lavoro  del  Marconi.  Nella  i.^  cappella  il 
ricco  altare  è  tutta  opera  del  Vittoria, 
eccetto  il  Cristo,  ch'è  del  Cavrioli,  o  me- 
glio di  Jacopo  Spada.  1  due  quadri,  cia- 
scuno con  3  Santi,  sono  di  Bonifacio:  la 
Maddalena  dall'altra  parte,  non  è  che 
della  scuola.  Neil'  altra  cappella  è  sul- 
r  altare,  di  Guglielmo  Bergamasco,  la 
statua  della  Maddalena.  Il" Lazzarini  alla 
destra  dipinse  la  Manna;  alcuni  de'  Bas- 
sanesi  la  Vergine  venerala  da  s.  France- 
.sco  ;  Bonifacio  i  due  quadri,  l'uno  con  s. 
Michelejl'altro  co'ss.Gio.  Battista  e  Anto- 
nio; Tintoretto  Maria  Vergine  con  Santi 
e  senatori  :  quadro  dello  stile  piti  vigo- 
roso di  lui,  con  teste  veramente  sublimi. 
Nel  coro  il  deposito  del  doge  Loredaa, 
che  sciolse  la  lega  di  Gainbray,  fu  dise- 
gnato dal  Grapiglia.  La  statua  del  doge 
fu  condotta  dal  Campagna,  assai  giova- 
ne, le  altre  opere  dal  Cattaneo,  assai 
vecchio:  cos'i  lutto  vi  riuscì  mediocre.  Il 
monumento  cospicuo  del  doge  M.  Mo- 
rosini,  è  opera  insigne  del  secolo  XIV. 
L'altare  n»aggiore  si  disegnò  dal  Carme- 
ro,  e  l'Assunta  è  pittura  a  guazzo  dell'lu- 
goli. All'altra  parteilraouumeulo  deldoge 


V  EN 
Venclramin.diflìcilQieiile  superabile  per 
magnificenza  e  lavoro,  si  crede  del  Leo- 
nardo. Ledile  statue  di  guerrieri,che  non 
gli  appartengono,  sostituite  a  due  che  ne 
furono  tolle.sono  diG.Dergau^asc(J(conlu- 
neluente  il  mausoleo  di  Vendrauiiusi  tie* 
ne  per  l'opera  più  bella,  ricca  ed  elegan- 
te che  nel  suo  genere  si  trovi  in  Venezia  ; 
ed  il  Cicognara  rimarcò,  segnare  l'epoca 
e  l'apice  cui  giunse  l'arte  dello  scarpello 
veneziano.  Aggiungerò  purech'è  bellissi- 
mo quello  del  doge  Pasquale  Malipiero. 
Inoltre  il  Bregno  scolpì  la  statua  del  ge- 
nerale Dionigi  JNaldo,  sulla  porta  a  de- 
stra della   crocerà).  E'  del  Lazzaiìni  il 
quadretto  con  s.  Caterina,  ed  è  del  Cate- 
na l'altro  con  3  Santi.  Nell'altra  cappel- 
la il  miracolo  di  s.  Antonio  èdiG.  Enz: 
la  Strage  degl'hinncenli  è  del  Lazzarini; 
il  quadro  con  SSantidiBonifacio.La  tavo- 
la dell'altare  con  la  ss.  Trinità, la  Vergine 
e  gli  Apostoli,  è  buon  lavoro  di  L.  Bas- 
sano,  di  cui  è  anche  il  gran  quadro,  nel- 
l'altra parete,  col  miracoloso  disotterra- 
mento  del  corpo  di  s.  Gio.  Damasceno, 
11  quadro  con  3  ^anti  è  di  Bonifacio. 
Nell'altra  cappella  è  ben  concepito  e  con- 
dotto il  fresco  d'un  Lorenzino,  discepolo 
di  Tiziano, intorno  il  monumento  deKon- 
doltieroCavalli.  Il  quadrello  cous.  Fran- 
cesco èopera  delBeccaruzzi.A  fianco  della 
cappella  del  Rosario,  il  gruppo  del  gene- 
rale Vincenzo  Cappello  giuocchioui  in- 
nanzi a  s.  Elena,  è  ^cultura  del  Deutone, 
di  largo  stile  e  naturale.  La  delta  cappel- 
la del  Rosario  si  archilettò  dal  Vittoria, 
e  con  suo  onore.  Egli  vi  fece  eziandio  le 
due  statue  principali  dell'altare,  il  quale 
si  condusse  con  suo  disegno  dal  Campa- 
gna, che  vi  esegui  anco  le  altre  due  sta- 
tue mediocri.  1  bassorilievi  dietro  l'alta- 
re sbalordiscono  il  volgo,  che  vi  loda  co- 
me pregio  ciò  che  non  è  che  difetto  a  sa- 
no occhio.  Ver  altro   gli    scultori,   qual 
più,  qual  meno,  vi  mostrarono  valore 
'd'arte,  se  dou    accortezza  di  giudizio. 
Tra'  dipinti  di  questa  cappella,  condotti 
dal  Palma,  dui  Coroua  e  da'  dueTiuto- 


VEN  i39 

retti,  sono  osservabili  quello  sulla  porta 
colla  Sagra  Lega,  e  il  vicino  colla  Vitto» 
ria  ottenuta  alle  Curzolari:  opere  di  Tiu- 
torelto  il   figlio,  sì  ricche  di  pregi  che 
vengono  talvolta  riputate  di  Jacopo  suo 
padre.  Nella  i.'  si  vedono  ritratti  s.  Pio 
Y,  Filippo  II  re  di  Spagna  e  il  doge  Mo- 
ceni go,  co' loro  generali  Marc' Antonio 
Colonna,  Giovanni  d'Austria  e  Sebastia- 
no Venier.  Quel  ritialto  d'un  guardiano 
è  vivo.  Tinlorelto  padre  divenuto  vec- 
chio, si  vede  nella  Crocefissione,  quadro 
nella  parete  di  fronte  all'altare.  Ritor» 
nando  in  chiesa,  il  quadro  con  Cristo  in 
Croce,   la  Maddalena  e  s.  Giovanni,   è 
debole  cosa  dì  G.  del  Salviati.  Ivi  ples- 
so e   ben  diversa  dall'altra  è  la   Cro- 
cefissione, condotta  da  J.  Tinlorelto,  pel 
buon  concepimento,  dottrina   di  lavo- 
ro e  amore  di  pennello.  Sulla  porta  della 
sagrestia,  condotta  dallo  Scamozzi,  vi  ha 
i busti  de'pittori  Tiziano  ede'due  Pahna. 
Nel  fornice  della  sagrestia  slessa  la  bellis- 
sima figura  di  Cristo  ful(ninante,è  opera 
di  Marco  Vecellio.  A  fianco  dell'altare  il 
Crisloche  porta  laCroce,è  fattura  diLuigi 
Vivarini.   Inoltre  nella  chiesa  il  quadro 
storialo  con  Maria  incoronata,  si  attribui- 
sce con  lode  al  Carpaccio.  Dopo  parecchi 
tlepositi,  de'  quali  quello  del  doge  Mar- 
cello nou  cede  in  eleganza  e  gusto  all'ai" 
tro  del  Vendramin,  si  arriva  all'altare 
colla  tavola  già  celebrata  di  S.Pietro  Mar- 
lire,  riputata  sempre  il  capolavoro  di  Ti- 
ziano. Sull'ultimo  aliare  magnifico,  eret- 
to pel  buon  volere  di  Verde,  figlia  di  Ma- 
stino della  Scala,  male  stanno  le  aggiun- 
te opere  del  Vittoria.  Appresso  l'altare 
è  il  deposito  dell'illustre   maresciallo  de 
Chasteller,  generale  austriaco  d'artiglie- 
ria e  comandante  la  città   e   fortezza  di 
Venezia,  ivi  sepolto.  Dice  il  benemerito 
e  eh.  Quadri  nella  sua  dotta  ed  eruditis- 
sima illustrazione  di  questo  tempio  mae- 
stoso, essere  ancora    campo   vastissimo 
alle  più  profonde  meditazioni,  trovando- 
vi  l'osservatore   gli  elementi   per  ogni 
svariata  sua  applicazione,  sìa  arti;>ta,  o 


,i4o  V  E  ?c 

leileralo,  o  filosofo,  o  politico.  A  questa 
coiu  peniliosa  descrizione  può  supplire  in  • 
Iciaiiiente  l'opuscolo,  coiileneule  anche 
le  iscrizioni  sepolcrali  e  ititilolato:  Tem- 
pio de  ss.  Giovanni  e  Paolo  in  Fenezia 
ilCfWritto  ed  illustralo  dall'  autore  (il 
eh.  Antonio  Quadri)  degli  Otto  giorni 
a  Venezia  con  xix  lavolr  incise  in  ra- 
me,  Venezia  tipografia  Audreola  i835. 
IVou  ostante   dichiarò    ntodestamente  il 
Quadri,  ristretto  il  suo  dire,  non  corri- 
spondente all'altezza  del  sùhhietto,  per 
essere  scorta  nella  visita  di  sì  maestoso 
tempio,  entro  il  (|uale  l'osservatore  tro- 
verà gli  elen)e(iti  per  ogni  svariala  sua 
upplicazione.  «  L'artista  vi  leggerà  la  vi- 
lla storia  delle  arti  pel  giro  di  circa  6  se- 
coli, e  saprà  scegliervi  classici  esemplari 
onde  perfezionarsi  nello  studio  del  bello, 
li  letterato  seguirà  le  vicende  della   lin- 
gua del  Lazio,  dappoiché  couìinciòa  ri- 
jModursi  coll'anlica  eleganza.    II  (ìlosofo 
rimarrà  penetralo  e  commosso  da'senti- 
menti  di  cjue'  figli  e  nipoti,  i  quali  gran 
parte  delle   sostanze    ereditate  da'  loro 
iii.iggiori   impiegarono   in   opere  che  la 
memoria  ne  conservassero  e  rivolgessero 
o  publdico  lustro;  e  ammirerà  la  fecon- 
da riconoscenza  d'un  senato  sì  generoso 
in  favore  del  merito,  che,   non   pago  di 
averlo  ne' viventi   premiato,   lo  seguiva 
col  munificente  suo  braccio  nell'oscurità 
delle  tombe,  per  onorare  le  ceneri  degli 
stilili,  e  continuare  le  largizioni  dilfon- 
dendole  sui  loro  consanguinei.  In  code- 
sta reciprocità  di  delicati  riguardi  fra  le 
fiimiglie  e  la  patria  ;  di  privata  e  di  pid)- 
])lica  gloria;  di  segnalali  servigi  e  di  chia- 
rissime ricompense;  in  sì  nubile  gara  di 
cospicua   magnanimità,   di   grandezza   e 
di  onore,  il  saggia  politico  scoprirà  colla 
*ua  perspicacia  l'  indissolubile  nodo  e  il 
forte  cemento  che,  congiungendo   il  go- 
vei  no  co'  sudditi,  e  questi  con  quello,  ha 
potuto  costituire  il  saldo  edilicio  di  uno 
àStato  che  conservò  una  longevità  senza 
esempio.  Cesserà  quindi  la  meraviglia  de- 
klala  Ualiu  storia  d'  uua  repubblica  che 


V  EN 
tanto  visse  e  tanto  fece,  qua>ii  di  conti- 
nuo lottando  e  vincendo  le  sinistre  opi- 
nioui,  i   pregiudizi    de'  tempi,  1'  invìdia 
de'  rivali,  le  forze  de'  più  potcflli,  e  so- 
stenendo con  dignità  le  procelle  che  mi- 
nacciavano d'ingoiarla  ;  in  vece  di  stupo- 
re, si  troverà  in  ciò  pure  argomento  per 
confermare  il  principio,  che  nelle  cose 
Diorali, come  nelle  fisiche,  quali  le  cause, 
tali  sono  gli  effetti.  Così  senza  uscire  dal 
recinto  di  questo  tempio,  gli  uomini  do- 
lali del  prezioso  tesoro  di  un  giusto  crite- 
rio, avranno  in  esso  campo  vastissimo  alle 
più  profonde  meditazioni."Questo  tempio 
V  illustrerà   da  par  suo  il  cav.   Cicogna 
nella  parte  che  prese  a  trattare,  nella  gi- 
gantesca sua  opera  A^We  Inscrizioni  ve- 
ìiezinne,  intorno  a  cui  da  più  lustri,  con 
sommo  studio,  si  adopra.  Il   Diedo  e  il 
Zanotto,  Le  Fabbriche  di  Venezia,  ar- 
tisticamente descrissero  il  sontuoso  tem- 
pio e  la  sua  porta  con  tavole,  unitamen- 
te a  quelle  de'mausolei  più  magnifici   e 
bellissimi  de'dogi  Vendraroin  e  Marcello, 
non  che  il  monumento  equestre  di  Bar- 
tolomeo Coglioni  o  Colleoni   nobilissimo 
bergan)asco,  capitano  generale  della  re- 
pubblica diVenezia,  ed  erettogli  da  questa 
dopo  la  sua  morte  avvenuta  nel  1 47^,  per 
legatodi  lui,eper  decreto  delsenato.a  me- 
moria dellesiie  molte  gloriosissime  azioni. 
Applicatosi  con  finissimo  ingegno  al  mi- 
glioramento della  stralegia,seppe  il  i ."  ac- 
conciare i  cannoni  sui  letti, e  introdurre 
l'artiglieria  di  campagna.  La  sua  discen- 
denza, alcuni  collaterali  e  la  repubblica 
di  Venezia  si  divisero  la  sua  pingue  ere- 
dità. Lasciò  soltanto  4  figlie  femmine, 
partoritegli  da  Tisbe  Martinengoda  Bre- 
scia, la  di  cui  antica  e  nobilissima  fami- 
glia sì  gloria  e  vanta  dì  molli   Servi   di 
Dio  d'  amboi  sessi,  e  anche  martiri,  di 
vescovi  e  altri  prelati,  scrillori  ecclesiasti- 
ci, letterali,  valorosi  guerrieri  e  altri  il- 
lustri cavalieri, abbati  e  altri  graduati  reli- 
giosi, come  può  vedersi  in    Ottavio  Fer- 
rai i,  Origo  et  Stemma  gcnlis  Marlinen- 
ghac,  Palaviii67  i.  Illustre  rampollo  dei 


V  E'  rv 

roHeoiii  e  (lellii  Miiiliiiengo  è  il  nobile 
Orazio  Colleoni  l*orto,  il  quale  divenuto 
pnitecipe  delIViecIilìi  Porlo,  lakciatii  Uer- 
giinio,  si  st.ibiPi  anni  addietro  a  Viceiizit,. 
Proporzionato  ai  tempio,  il  nionuniento 
rtiaesloìtauiente  si  eleva  sidia  piazza  ilella 
descritta  chiesa  de'ss.  Gio.  e  Paolo.  Cor- 
risposero gli  artisti  alla  grandezza  delCol- 
leoni  e  della  repubblica,  erigendo  nel 
1  495requeslre  tnonunientocon  si  mira- 
bile magistero,  che  viene  riputalo  a  ra- 
gione una  delle  migliori  produzioni  del 
suo  genere  dopo  il  rinascimento  delle  bel- 
le arti.  Il  piedistallo  lodalissim'o  è  un  ret- 
tangolo di  fini  marmi  intessulo,  fregialo 
d'ornaoienti  esprimenti  la  potenza  in  ma- 
re e  in  terra  della  reptd>blica,  eseguiti  in 
marmo  e  in  bionzo,  e  fìancbefjginlo  da  6 
colonne  corintie, le  quali  sostengono  l'ar- 
chitrave su  cui  poggia  il  piano  che  for- 
ma base  al  sovrapposto  cavitilo.  Alessan- 
dro Leopardo  veneziano  ne  fu  l'archilet- 
lo  e  scultore.  Il  cavallo  e  l'eroe  sull'ar- 
cione sono  di  bronzo:  Andrea  da  Yer- 
rocchio  toscano  ne  die'  il  modello,  ma  il 
suo  perfezionamento  e  il  getto  venne  ese- 
guito da  Leopardo,  perciò  dello  del  Ca- 
vallo, uome  the  prese  pure  la  corte  ove 
si  fuse.  Le  forine  e  la  vivaciià  del  caval- 
lo sono  degne  d'encomio,  ed  è  ammira- 
bile che  peso  cotanto  enorme  possa  esse- 
re sostenuto  da  sole  3  gambe,  alzata  la 
4-'  in  allo  di  movimento.  Donatello,  che 
circa  mezzo  secolo  innanzi  fuse  la  statua 
equestre  eretta  in  Padova  ad  Erasmo  da 
Marni  $oprannon>inalo  Galtamelala,noQ 
ebbe  ardimento  d'isolare  il  suo  cavallo 
in  egual  maniera;  e  per  ecpiilibrarlo, 
sottopose  una  grossa  palla  alla  gamba 
che  si  alza,  mercè  del  quale  artificio  pog- 
giano tutte  sopra  la  base.  Anche  tale  mo- 
numento si  deve  alla  grandezza  d'animo 
de'veneziaoi;  poiché  non  furono  giammai 
reiribuiti  con  maggior  pubblicità  i  ser- 
vigi n.ilitari,  né  si  resero  giammai  OD)ag- 
gi  maggiori  alla  gloria  dell'armi,  quanto 
dal  veneto  senalo,  sempre  sagace,  munifi- 
co e  saggio,  il  che  ripelulaaieote  dovrò 


V  E  N  I  i  I 

celebrare,massime  nel  §  XIX. Esposto  da 
ben  3  secoli  il  monumento  Colleoni  all'in- 
giurie del  cielo  e  degli  uomini,avea  soffer- 
to nelle  parti  ornamentali  grave  danneg- 
giamento; ma  per  la  munificenza  del  go- 
verno ebbe  nel  1 83  i  magistrale  risl.iuro, 
con  somma  diligenza  diretto  dal  prof.Loz- 
zarijCoadiuvato  da'prof  Borsaio  eZando- 
inencghi.  Procedei  in  questa  indicazione 
del  monumento coll'encoroiato  Quadri, il 
quale  inoltre  sagacemente  fa  le  seguenti 
osservazioni.  La  statua  equestre  del  Col- 
leoni, e  i  bronzi  che  ne  fiegiano  il  piedi- 
stallo, erano  originariamente  dorati;  ma 
la  pioggia,  il  sole  e  il  tempo  consumarono 
l'oro:  tultavolta  se  ne  vedono  ancora  le 
tracce  nelle  parti  del  cavallo  meno  espo- 
ste all'ingiurie  dell'atmosfera.  Siccome  i 
4  cavalli  di  bronzo  <lel  pronao  della  ba- 
silica IMarciana,  rimontando  ad  epoca  as- 
sai pili  rimota,  conservano  nella  massi- 
ma parte  della  doralura;  dalle  sue  in- 
dagini conobbe  ciò  derivare  perchè  i  ca- 
valli sono  composti  di  rame  con  alcuna 
porzione  di  zinco,  escluso  alTalto  lo  sta- 
gno; e  che  in  quello  del  Colleoni  si  è  p'^r- 
duta  la  doratura  per  essere  il  getto  di  fi- 
nobronzo, materia  questa  meno  atta  del 
rame  a  ritenere  la  doratura.  Dirò  per  ul- 
timo, co'  suoi  illustratori  ,  che  Colleoni 
avea  nel  testamenlo  pregato  il  senato  a 
collocar  nella  piazza  dis.  IMaico  la  sua 
effigie  a  cavallo  in  bronzo  a  perpetua  me- 
moria. Il  senato  l'esaudì,  non  però  in  «iet- 
ta piazza  che  per  antica  costituzione  do- 
vea  essere  «gomiterà  da  tpiaiunque  mo- 
numento, ma  nella  piazza  o  campo  della 
scuola  grande  di  s.  Marco,  propiurpia  e 
comune  alla  chiesa  de'ss.  Gio.  e  Paolo. 
^o. agostiniane  dis. Maria  delle  Ver- 
gini. Il  celebre  p.  Bona  uni  nel  Cata- 
logo degli  ordini  religiosi  delle  ver- 
gini a  Dio  dedicate,  tratta  nel  t.  3, 
cap.  XII,  Monaea  Agostiniana  nel  mo- 
nastero delle  f^ergini  in  Venezia,  ne 
riporta  la  figura,  e  dichiara  il  conte- 
nuto averlo  ricavato  dall'archivio  del- 
le slesse  Agostiniane  Fergini,  nel  qua- 


«42  VExN 

le  alliccio  brevcnu'iite  lo  riprodussi.  Ora 
però  imparo  dal  Corner,  che  il  p.  Bonari- 
Ili  per  tal  modo  seguì  la  volgare  e  falsa 
lradizione,di  credere  fondatore  del  mona- 
siero  il  doge  Sebastiano  Ziani  ad  eccila- 
Dientod'Alessandro  III,  mentre  devesi  ri* 
conoscere  isliliiloreil  figlio  Pietro  anch'e- 
gli  doge.  La  vera  storia  narrata  dal  Cor- 
ner è  questa.  Intimorito  Popa  Onorio  111 
dalle  gravi  perturbazioni  d'Italia,  com- 
messe dall'imperatore  Federico  II  per- 
secutore della  Chiesa  e  di  sua  persona, 
■verso  il  1224  mandò  per  legato  apostoli- 
co a  Venezia  il  canlinal  Ugolino  Conti, 
poi  Gregorio  IX,  perchè  persuadesse  il 
zelo  religioso  della  repubblica  a  soccor- 
rei  lo,  e  foruiasse  seco  lega  a  difesa  della 
religione  e  della  giustizia.  Nel  discuter- 
si ulfare  sì  grave,  il  cardinale  nel  pio  suo 
zelo  s*  inlese  ispirato  di  provocare  dal 
doge  Pietro  Ziani  la  fondazione  d'una 
chiesa  in  una  parte  rimota  della  città, 
dove  esisteva  altra  piccola  de'ss.  Gio.  e 
Paolo  martiri,  posta  sopra  una  palude 
poco  lungi  dalla  cattedrale  e  perciò  nel 
.sestiere  di  Castello  ;  ed  in  uìemoria  della 
basilica  dedicata  a  Maria  Vergine  in  Gè- 
i'usalemaie,e poc'anzi  miseramente  occu- 
pata da'saraceni,  si  chiaujasse  s.  Maria 
Nuova  di  Gerusalemme.  Accoltosi  dal 
pio  doge  il  suggerimento  del  cardinale, 
non  solo  edificò  la  chiesa,  ma  vi  aggiun- 
se un  monastero;  e  per  averlo  pure  do- 
tato, restò  padronato  perpetuo  de'dogi 
successori.  Anche  il  cardinale  allora,  o 
dopo  divenuto  Papa,  contribuì  al  mante- 
nimento delle  sagre  vergini  con  sommi- 
nistrare denaro  per  l'acquisto  di  posses- 
sioni nel  Padovano,  che,  nel  pontificato, 
col  monastero  dichiarò  esenti  d'ogni  ag- 
gravio. Nel  fondarsi  il  monastero,  si  ro- 
vinò l'antica  chiesa  de'ss.  Gio.  e  Paolo, 
poco  lungi  da  s.  Pietro  di  Castello,  e  la 
chiesa  di  s.  Maria  in  Jcrusalein  fu  co- 
struita in  luogo  già  paludoso.  Le  vergini 
accolte,  tulle  nobili,ebberoa  norma  la  re- 
gola del  monastero  gerosolimitano,quel- 
la  cioè  di  s.  Agostino  e  l'abito  detto  di  s. 


V  EN 

Marco.  Per  la  direzione  e  assistenza  spi- 
rituale, Gregorio  IX  alle  religiose  asse- 
gnò alcuni  canonici  regolari  col  priore, 
{Iella  congregazione  di  s.  Marco  di  Man- 
tova, con  abitazione  contìgua  al  mona- 
stero. Questo  riuscendo  angusto,  il  Papa  e 
il  doge  ottennero  da  Pino  vescovo  di  Ca- 
stello luia  sua  palude  per  rendere  più  co- 
moda l'abitazione  delle  monache  ede'c*i- 
nonici.  Confermarono  e  aumentarono  i 
privilegi  e  l'esenzioni  Innocenzo  IV,  Ales- 
sandro IV, Clemente  IV,GregorioX. Que- 
st'ultimo volle,  che  dell'elezione  del  |)rio- 
re  di  8.  Maria  delle  Vergini  spettasse  l'ap- 
provazione alla  badessa  e  all'altre  mona- 
che, a  seconda  del'concesso  a  istanza  del 
doge  dal  capitolo  generale  della  congre- 
gazione di  Mantova  ;  e  che  le  rendite  del 
monastero  solo  dalle  monache  si  ammi- 
nistrassero. Ingiimse  ancora  alla  congre- 
gazione, discrezione  nel  numero  de'savi 
canonici  che  destinava  all'assistenza  del; 
monastero,  onde  non  gli  riuscisse  di  so- 
verchio aggravio. La  condotta  de'canonici 
divenendo  più  riprensibde,Bonifacio  Vili 
neordìnò  la  rimozione,  alle  monache  con- 
cedendo la  libera  elezione  dell'abbadessa. 
In  seguito  il  monastero  si  sottrasse  del 
tutto  dalla  soggezione  della  congregazio- 
ne. Nel  i365  il  fuoco  distrusse  la  mag- 
gior parte  del  monastero,  contribuendo 
alla  rinnovazione  il  doge  Coularini,  e 
Urbano  V  coU'indulgenze  concesse  a'sov- 
ventori.  Poi  Bonifacio  IX  nel  iSgS,  ac- 
cordò quella  della  Porziuncola  per  la  ri- 
parazione della  chiesa,  mentre  le  mona- 
che, sebbene  nobili,  si  privarono  dell'uso 
del  vino  per  sopperire  alle  spese.  Furono 
benefìci  colle  monache  eziandio  Alessan- 
dro V,  Giovatmi  XXI li,  Martino  V, 
Eugenio  IV,  e  Nicolò  V,  il  quale  liberò 
interamente  il  monastero  dal  vescovo. 
L'incendio  del  1487  rovinò  il  riedificato 
monastero,  e  il  doge  Barbarigo  indusse 
il  senato  a  risarcirlo. Frattanto  alle  mona- 
che non  era  rimasto  che  il  nome,  senza 
legami  di  voli  e  di  clausura,  contraendo 
di  frequente  matrimoni.  Tauti  disordi- 


YEN 

ni,  comuni  anco  ad  altri  monasteri  tlella 
città,  mosse  lo  zelo  tU;l  palrinrca  Conta- 
rmi a  munirsi  tlell'antorità  <li  Leone  X 
per  correggerli  e  riformarli.  Con  perse- 
Teranle  cura,  divise  il  monastero  delle 
vergini  in  due  parti,  in  monache  osser- 
vanti e  conventuali,  ed  il  simile  fece  con 
altri,  coadiuvato  dal  vescovo  di  Feltro 
Campeggi  ntuizio  d'Adriano  VI  in  Ve- 
nezia. Ciò  non  bastando,  Clemente  VII 
neh  Dsqdeputòriforniatoredel  monaste- 
ro il  vescovo  di  Pafo Giacomo  Pesaro,  al 
quale  riuscì  rendere  toltele  monacheos- 
servanti  nel  iSSy,  con  alquante  tralledal 
monastero  di  s.  Giustina;  indi  nel  i54i 
fu  ingiunto  alle  converse  o  sorelle  serven- 
ti di  riprendere  l'abito  nero,  il  bianco  es- 
sendo proprio  delle  coriste.  Paolo  III  e 
Giulio  111  furono  benigni  di  concessio- 
ni al  monastero.  Pel  decoro  di  sua  anti- 
ca origine,  la  nobile  condizione  delle  re- 
ligiose, le  prerogative  elargite  al  mona- 
stero dalla  s.  Sede  e  da'dogi,  stabilì  il  se- 
nato nel  i6i3che  la  chiesa  fosse  ogni 
anno  visitala  dal  principe  e  dalla  signo- 
ria ili."  maggio,  giorno  in  cui  Bonifacio 
IX  avea  concesso  l'indulgenza  della  Por- 
liuncola,  confermata  in  perpetuo  da  Pao- 
lo V  nel  i6o5.  llcav.  Cicogna  che  pub- 
blicò copiose  notizie  della  chiesa,  del  mo- 
iiastero  e  tielle  monache,  che  dice  cserci- 
lavansi  nell'arte  del  canto  e  vi  riusciva- 
no a  meraviglia,  con)e  (|uelle<li  s.  Zac- 
caria ;  d'opo  aver  chiarito  anch'  egli  la 
falsa  e  volgare  tradizione,  che  fosse  sialo 
il  monasleio  fondalo  dal  doge  Sebastia- 
no Ziani  a  eccitamento  d'Alessari<lro  III, 
quando  si  recò  a  Venezia  per  pacificarsi 
con  Federico  1,  derivata  dail'averlo  eret- 
to l'altro  doge  Pietro  Ziani,  figlio  del 
nominato, e  in  tempo  di  Federico  II,  il 
che  die'motivo  all'equivoco;  parla  della 
Lettera  delle  vionaclie  al  do^e  Meni' 
nio,  fjcr  la  ri nno^' azione  della  solenne 
visita  alla  loro  chiesa  ih."  di  maggio  a 
ricevere  l'induli^cnza  di  Papa  Alessan- 
dro III,  Venelia  i6i3.  Tanto  era  radi- 
cala l'erronea  credenza. Forma  vuuodeco* 


V  C  N  143 

ro  alla  chieda  l'imtn;igine  della  II.  Veigi- 
ne  già  venerala  nel  tempio  «li  Gerusaleoi* 
me,  e  molle  insigni  reliquie,  olire  i  cor-* 
pi  de'ss.  Magno,  Pio  e  Onorato,  di  uon)i 
imposti  quando  si  cavarono  dalle  roma- 
ne catacombe.  Gli  altari  della  vasta  chie- 
sa a  3  navi,  erano  9,  distinguendosi  il 
maggiore  pel  magnifico  tabemncolo  or- 
nato di  preziosi  marmi,  oltre  i  due  situa- 
ti olla  mela  di  essa,  del  ss.  Crocefisso  e 
del  ss.  Rosario.  Racconta  il  p.  Bonanui, 
che  per  pontifìcia  concessione  i  dogi  do- 
veano  approvare  la  nuova  badessa,  con 
recarsi  accompagnati  da'  ministri  e  de- 
pufali  dal  senato,nel  monastero  a  far  leg- 
gere il  breve  pontificio  di  conf.rma.  lu- 
di seguiva  la  benedizione  della  badessa, 
nel  pontificale  del  vescovo,  e  dopo  il  suo 
giiu'amento,  veniva  sposata  con  solenne 
ceremonia  dal  doge  con  due  anelli  d'o- 
ro, uno  con  l'impronta  di  s.  Marco,  l'al- 
tro con  prezioso  zaflìro.  Tecoiinava  la 
funzione  con  orazione  latina  recitala  da 
una  monaca.  Alla  morie  dell'abbailessa, 
le  si  celebrava  il  funerale  colla  pompa  si- 
mile a  quella  prescritta  dalle  leggi  della 
repubblica  pe'  dogi  defunti.  Circa  allo 
Sposalizio,  forse  sarà  stala  la  ceremoniu 
dell'investitura  e  possesso  che  soleva  da- 
re il  doge,succennala  e  di  cui  riparlerò,  si- 
mile a  quella  ricordata  nell'  indicalo  arti- 
colo, praticala  pure  da  alcuni  vescovi.  La 
chiesa  e  il  monastero  a'28  luglio  1 806  sog- 
giacque alla  sorte  comune,  di  sciogliere 
le  monache,  che  passarono  tra  quelle  <li 
di  s.  Girolamo  e  di  s.  Giustina,  e  di  con- 
vertire ad  uso  profanò  i  chiostri  e  le 
chiese.  Dipoi  a'  2g  novembre  la  chiesa 
e  il  monastero  furono  assegnati  allelriq)- 
pe  della  marina  italiana;  e  neh."  feb- 
braio 1809  ridotti  a  bagno  de'  forzali, 
ossia  di  ergastolo  marittimo.  Similmen- 
te fu  ridotta  ad  uso  del  bagno,  come 
corpo  di  guardia,  la  chiesetta  o  orato- 
rio della  confraternita  della  Visitazio- 
ne della  B.  Vergine,  posta  sulle  fonda- 
menta dell'ingresso  del  monastero,  la  cui 
erezione  risale  al  1 399.  Siccome  nel  1 809 


i4i  VEN 

sì  ;i[)r'i  neir  nrsfinale  l.i  nuova  pnilii  <li 
lume,  porzione  di  quest'isola  delle  Ver- 
gini, verso  trnmonlana,  si  disUusse  per 
dnre  nna  direzione  reità  al  nuovo  canale, 
che  dalla  porla  medesima  si  dirige  n 
quello  de'Marani:  l'isola  qtiindi  alloia 
perdelle  non  poca  area  d'  orlaglia.  Della 
chiesa  esistono  alcuni  avanzi,  e  due  ordi- 
ni di  colonne  sostenenti  la  nave  princi- 
pale. 

9,  r.  Conventitali  minori  di  s.  Blaria 
Gloriosa  de'  Frari.  II  gran  patriarca  e 
serafico  fondatore  del  prodigioso  ordine 
Francesi-ano,  s.  Francesco  d'Asisi,  re- 
tUice  dall'Egitto  per  restituirsi  in  patria, 
npprodfj  a  Venezia,  e  rilirossi  per  amo- 
re di  solitudine  nell'isolelta  non  lungi  ila 
liurano,  ove  eresse  con  giunchi  e  legni 
tessuti  un  piccolo  oratorio,  vi  operò  mira- 
coli e  ne  partì  versoi!  1220.  L'isoletta  per 
lui  prese  il  nome  di  s.  Francesco  del  De- 
serto,comedirrj  nel  §  XVIII,  n.i  [.Volato 
al  cielo  nel  1226,  alcuni  de'suoi  più  fer- 
vorosi seguaci  si  portarono  a  Venezia  per 
ivi  fondare  all'ordine  un  convento.  Per 
gli  esempi  di  santità  e  buon  odore  d'o- 
gni virtù,  spogli  precipuamente  d'  ogni 
affetto  limano,  si  conciliarono  tosto  l'a- 
more e  l'ammirazione  dello  città.  Impe- 
loctliè,  sempre  occupali  nell'orazione,  ed 
in  altri  pii  esercizii,  viveano  di  semplice 
pane  mendicato,  e  spesso  dormivano  al- 
l'aperto ne'soltoportici  delle  chiese  di  s. 
Silvestro  e  di  s.  Lorenzo;  finché  comin- 
ciarono ad  avere  notturno  alloggio  nelle 
case  de'divoti.  Acciocché  uomini  di  con- 
versazione sì  santa   si  potessero  slahil- 
niente  fermare  in  Venezia  a  beneficio  co- 
mune del  popolo,  fu  assegnala  loro  l'an- 
tica abbazia  di  s.   Maria  già  de'  monaci 
benedetti  ni  jUel  sestiere  di  s.  Paolo. Quanto 
all'epoca  varie  sono  le  opinioni,  e  meglio 
pare  ne'principii  del  i236,  sebbene  già 
nel  1282  i  frati  minori  trovavansi  in  co- 
monilà  a  Venezia  ,  come  si  trae  da  un 
diploma  di  Gregorio  IX;  anzi  da  altro 
documento  si  ricava,  che  Giovanni  Ba- 
doaro  nel  1234  donò  »  ^"llo  l'ordine 


V  E  N 

una  sua  casa  confinante  colla  chiesa  e  a- 
bilazioni   de'religiosi.  Ottenuta   la  della 
chiesa  e  l'anguste  abitazioni  dell'  abban- 
donata badia,  cominciarono  la  magnifica 
chiesa  che  si  ammira,  e  il  convento  che 
poi  dilatato  per  la  sua  ampiezza  si  disse 
la  Casa  grande,  principiando  gli  acqui- 
sti pel  suo  ingrandimento,  oltre  il  ricor- 
dalo, quelli  dei  1255  ei265  falli  ad  hoc 
dal  doge  Zen  pel  comune  di  Venezia  a 
nome  de' frali  minori.  Intanto  disponen- 
dosi le  cose  opportune  per  la  fabbrica  del- 
la sontuosa  chiesa,  nelle  fondamenta  po- 
se lai,"  pietra,  e  da  se  benedetta,  il  car- 
dinal Ubaldini    legato  apostolico,  sotto 
l'invocazione  di  s.  Maria  Gloriosa,  \ìev 
dislingueila  dalle  molte  altre  già  dedica- 
te in  Venezia  alla  Madre  di  Dio,  ed  as- 
segnandole per  festa   la  sua  gloriosa  As- 
sunzione in  cielo.  Da'  possessori  frati  fu 
poi  chiamata  volgarmente  de  Frari.  Con- 
tribuì alla  sollecita  erezione  del  gran  tem- 
pio la  pietà  de'patrizi,  e  quella  del  popo- 
lo eccitata  nel  1280  dal  già  minorila  LN'i- 
colò  IV  con  indulgenze  a  chi  olfrissesus- 
sidii.  Il  più  abbondatile,  col  quale  si  avan- 
zò al  con»[)imenlo  l'edifizio,  derivò  dal, 
pio  legalo  di  Marco  figlio  del  doge  Pie- 
tro Ziani  e  conte  d'  Arbe  ,  che   ricordai 
nel  voi.  XXVI,  p.  80,  e  disposto  fin  dal 
12  53.  Così  nel  corso  del  secolo  si  ridus>« 
a  tal  perfezione  la  vasta  chiesa,  di  cui  si 
rese  benemerito  con  ragguardevole  obla- 
zione il  doge  Francesco  Dandolo;  e  fu  poi 
solennemente  consagrala  a'  27    maggia 
1492  dal  minorità  fr.   Pietro  di  Traili 
vescovo  di  Telese.  Il  campanile  comiiv 
ciato  con  nobile  e  robusta   architetlurJi 
nel  I  36i,  da  Tommaso  Viaro  coll'esbop 
so  d'8,ooo  ducati,  fu  poscia  nel  «SgG  iu' 
teramenle  compito  da'negozianti  milane- 
si e  modenesi.  Corrispondente  alla  maC' 
sia  dell'altre  f  ibbriche,  si  formò  la  sagre 
stia  ,  ed  il  santuario  si  costruì  di   scelt 
marmi  per  conservarsi  le  seguenti   reli' 
(juie,  ornamenti  i  più  nobili  dello  splen- 
dido tempio.  Primeggia  una   goccia  de 
prezioso  ss.  Sangue  del  Redentore,  e  di 


1 


V  EN 
cesi  mescolato  coll'unguenlo  tli  s.  Maria 
Rladdalena,  portata  in  Venezia  nel  1479 
dal  capitano  generale  Melchiorre  Trevi- 
san,  dalla  chiesa  di  s.  Cristina  di  Costan* 
tinopoli,  dalla  quale  si  soleva  nel  giovedì 
santo  dall'imperatore  e  dal  patriarca  tra- 
sportare in  s.  Sofia  ove  restava  esposta 
nel  venerdì  santo.  Donata  poi  dal  capi- 
tano nel  1480  a'frati,  con  solenne  pro- 
cessione fu  collocata  nella  chiesa ,  dove 
si  olFre  alla  venerazione  del  nucneroso 
concorso  del  popolo  nella  domenica  di 
Passione.  Grati  i  religiosi,  assegnarono  al 
ut)bile  donatore  e  suoi  posteri  una  delle 
chiavi  che  racchiude  tanto  tesoro ,  e  la 
cappella  di  s.  Michele  Arcangelo:  l'ulti - 
mo  de'Trevisan  lasciò  la  chiave  a'procu- 
ratori  di  s.  Marco.  Nel  i5oo  dall' espu- 
gnata Corone,  provenne  il  dono  del  ge- 
nerale de'conventuali,  consistente:  in  un 
frammento  della  s.  Colonna,  un  dito  di 
8.  Nicolò,  e  un  piede  incorrotto  di  s.  Da- 
niele profeta.  Inoltre  vi  sono:  uno  parti- 
cella della  ss.  Croce,  delle  reliquie  di  s. 
Antonio  abbate,  de' ss.  Innocenti,  di  s. 
Giacomo  Minore  apostolo,  di  s.  Stefano 
protoraarlire,di  S.Caterina  verginee  niar- 
tire,  del  cardinale  e  dottore  s.  Bonaven- 
tura; due  leste  delle  Compagne  di  s.  Or- 
sola, una  mano  incorrotta  del  b.  Pacifi- 
co francescano,  il  cui  corpo  riposa  in  un 
magnifico  mausoleo  dorato  vicino  alla 
porta  della  sagrestia,  fabbricalo  da  Sci- 
pione Bon  quando  alla  metà  del  secolo 
XIV  presiedeva  alla  fabbrica  della  chie- 
sa, ma  dicesi  pel  b.  Francesco Quirini  pa- 
triarca di  Grado,  ed  invece  nel  «437  vi 
fu  deposto  il  detto  servo  di  Dio.  In  que- 
sta chiesa  si  venerano  pure  i  corpi  del  b. 
Gentile  da  Matelica  martire  francescano, 
e  del  nominato  b.  Patriarca,  i  quali  in- 
sieme furono  riposti  nell'altare  della  cap- 
pella detta  allora  di  s.  Girolamo  d'  oro, 
))er  essere  l'altare  di  legno  dorato.  Nella 
sepoltura  comune  de'frati  vi  fu  deposto 
il  b.  Carissimo  da  Chioggia.  Nel  1  BGq  un 
incendio  avendo  consumato  quasi  lutto 
il  convento,  né  polendo  fuggire  restò  al- 
vei, xct. 


VEN  145 

la  discrezione  del  fuoco  e  né  mori  nel- 
la sua  cella  il  servo  di  Dio  fr.  France- 
sco, e  tuttavia  il  di  lui  corpo  rispetturo- 
DO  le  fiamme.  L'  archivio  fu  distrutto 
dal  fuoco.  Prima  di  tale  disastro,  l' am- 
pio convento  nel  i  346  accolse  I  5oo  frali 
convenuti  al  capitolo  generale.  Nella  rie- 
dificazione fu  speso  grande  somma  e  vi 
s'  impiegò  quasi  un  intero  secolo  ,  ridu- 
cendosi a  perfezione  nel  i463.  Indi  nel 
1469  il  cardinal  fr.  Francesco  della  Ro- 
vere genei'ale  dell'ordine,  e  poi  Sisto  1  Vj 
vi  fece  celebrare  altro  capitolo  generale, 
e  vi  fu  eletto  per  successore  fi'.  Giovanni 
da  Udine  ministro  della  provincia  vene- 
ta di  s,  Antonio.  Non  mancarono  bene- 
fattori ad  assegnare  rendite  pel  sostenta 
mento  de'  religiosi,  i  quali  nel  i4^9  ri- 
tennero il  monastero  di  s.  Giacomo  di 
Palude.  II  Corner  registra  22  religiosi  di 
questo  convento  elevali  all'episcopato;  e 
riferisce  pure  che  dal  1289  per  disposi- 
zione di  Nicolò  IV,  risiedette  nel  mede- 
simo l'uffizio  della  s.  Inquisizione  (a 
meglio  fu  istituita  nel  1286;  bensì  le 
norme  pel  definitivo  stabilimento  del- 
l'Inquisizione furono  assegnate  nel  i  289, 
come  riporlo  nel  §  XIX  nella  biografia 
del  44-°  ^"§6  Marino  Morosini),  e  fra 
gl'inquisitori  fiorirono  fr.  Lodovico  Do 
nato  poi  generale,  che  Urbano  VI  creò 
cardinale,  e  fr.  Felice  Peretli  poi  car- 
dinale e  glorioso  Sisto  V  :  dirò  nel  n.  3o 
di  questo  §,  che  dipoi  nel  i56o  Pio  IV 
trasferì  l'inquisilorato  ne'domenicani.  Nel 
i44o  C''^  venuto  in  questo  convento  il 
suddetto  fr.  Francesco  Rovere  per  letto- 
re di  teologia,  e  voleva  ritornarvi  dopo 
il  generalato,  quando  fu  crealo  cardinale 
e  indi  fu  Sisto  IV.  Rileva  Corner,  che 
nella  chiesa  sono  i  sontuosi  mausolei  de' 
dogi  Francesco  Foscari  ,  Nicolò  Troii, 
Francesco  Dandolo  e  Giacomo  Pesaro; 
e  due  minori  si  eressero  alla  memoria 
de'dogi  Giovanni  Gradenigo  nel  capito- 
lo, e  Giacomo  Conlariui  nel  1 ."  chiostro 
del  convento.  In  faccia  a  questo  innalzò 
il  suo  ospizio  la  coofraleruita  della  Pas- 
to 


siorie,  che  fondala  [)iesso  la  diiesn  ,  poi 
ivi  si  tradusse,  la  cui  fabbrica  nel  l5g3 
disti  ulta  dal  fuoco,  si  rinnovò  con  deco- 
ro, godendo  privilegi.  I  minori  conven- 
tuali dimorarono  presso  la  loro  chiesa  si- 
no alla  generale  soppressione.  La  cliiesa 
nel  18 IO  con  decreto  patriarcale  de' 24 
ottobre  ,  fu  stabilita  parrocchiale  e  lo  è 
tuttora,  sotto  la  decania  di  s,  Silvestro. 
Conta  44^0  anime,  ed  ha  per  succursa- 
le la  chiesa  di  s.  Paolo,  di  cui  nel  §  V  111, 
11.  5o.  Gregorio  XVI,  ad  istanza  del  ret- 
tore parroco  Luigi  Zenlilli,  concesse  a 
questa  chiesa  l'insigne  indulgenza  della 
Porziuncola  (f\),  coi  breve  de'  i4  lu- 
glio i835,  Bull.  Roìv.  cotit.  t,  20,  p.  7  I, 
il  quale  comincia  con  queste  parole:  /^e- 
itela  Urhs  tot  sane  ucnùnibus  darà  et 
de  Christiana  acque  ac  cii'ili  reipiihlica 
summopere  merita  singnlarem  Roma- 
ìioruìH  Ponti fìcimi  lencvolentiam  jure, 
vieriloque  sìhi  coviparavit.  Qiiac  qui- 
dem  JJrhs  Nohis  certe  penittis  dilecta, 
qui  in  ca  midlos  per  annos  sìinimn  a- 
nir?ii  Nostri  voluptate  versati,  propen- 
sae  ISfostrae  voliintatis,  testimoniisjnni 
honestatn  postquam  ad  suhlimem  Pria- 
cipis  Jpostoloriim  Cathedram  inejfa- 
hili  Dii'inae  providemiae  Consilio  ei'e- 
cti  fuiniiis.  Cimi  auleni  vehementer  o- 
ptemus  spirituali  illius  Urbis  hono,  at- 
que  utilitati  prospicere,  tum  Ecclesiae 
thesauris  eam  di  lare  censuinms.  Si  pub- 
blicò del  eh.  Antonio  Quadri:  Tempio 
di  s.  Maria  Gloriosa  detta  de'  Frari 
in  f'enezia,  descritto  ed  illustrato  dal- 
l'autore  degli  Otto  giorni  a  Venezia 
con  XVII  tai'ole  incise  in  rame,  Venezia 
tipografìa  Andreola  1 835.  Il  convento  fu 
destinalo  a  deposito  di  tutti  gli  archivi 
dell'antiche  e  moderne  magistrature  del- 
la repubblica,  denominato  perciò  Archi- 
f/og'fne/'f^/e. Quest'amplissimo  fabbrica- 
to contiene  dunque  i  documenti  del  ve- 
neziano governo,  immenso  deposilo  de' 
più  importanti  per  la  storia  moderna,  co- 
me  sì  conosce  da  quanto  a  modo  di  sag- 
gio si  è  pubblicalo  dall'opeioso  sciiitore 


VE  N 
cav.  Fabio  IVlutinelli  che  lo  presiede,  di 
che  verrà  occasione  di  ricordarlo;  e  iiel- 
r  indicazioni  sloriche  della  t  illà  e  della 
repubblica,  all' anno  memorabile  1797, 
riporterò  1'  indicazione  sommaria  degli 
archivi  veneti  generali  della  legislazione 
e  costituzione  dello  stalo  veneto,  cioè  sul- 
r  interna  organizzazione  delle  magisli.a- 
lure  ed  uffizi  della  gloriosa  Repubblica. 
Siccome  ogni  udizio  avea  di  necessità  il 
proprio  archivio, il  prospetto  di  tali  archi- 
vi dà  precisa  l' idea  della  sistemazione  si 
degli  uffìzi,  che  della  trattazione  de'sin» 
golari  art'ari,  secondo  l'organamento  del- 
la sapienza  e  della  saggezza  spertissima 
del  governo  veneziano.  Né  per  un  Dizio- 
nario  j  a  un  di  presso  enciclopedico,  oc- 
corre di  più  ;  imperocché  della  giurisdi- 
zione ed  attributi  d'ognuno,  la  Iraltnzio- 
ne  spetta  a'giureconsulti,  ed  all'opere  che 
ne  hanno  trattalo  fj:^r(T/?'.y.90,come  il  Fer- 
ro nel  suo  Dizionario,  il  Gallicciolli  nel- 
le sue  Memorie,  ed  allri  illustri  scritto- 
ri. Di  questo  prezioso  archivio  generale, 
anzi  miniera  e  tesoro  d'importantissimi 
documenti,  riguardanti  non  solamente  la« 
gloriosa  repubblica ,  ma  le  sue  vaste  re- 
lazioni cogli  allri  stati  s^i  d'Europa  e  sì  di 
altre  parti  del  mondo,  il  cav.  Mulinelli 
n'è  benemerito  pel  tempo  che  lo  riguar* 
da,mentre  per  l'epoche  anteriori  dal  1797 
in  poi  è  nolorio  ed  imperituro  il  primo 
merito  da  concedersi  alle  fatiche  ,  agli 
studi  e  all'amor  patrio  del  i.°  direttore 
di  esso,  il  fu  i.  r. consigliere  Jacopo  Chio- 
do, mancalo  a'vivi  nel  12  gennaio.i84'x 
in  età  d'anni  83.  Si  può  vedere  la  Gaz- 
zetta privilegiata  diVenezia,  n.  1 7,d.e'23 
gennaio  1842,  che  lo  colmò  d'  encomii. 
Si  apprende  dal  Giornale  di  Roma  de* 
28  luglio  1 858,  che  la  Gazzetta  ufficia* 
le  di  Vienna  reca  una  serie  di  articoli! 
sugli  archivi  di  Milano,  ne'quali  trovasi 
in  riguardo  àgli  archivi  di  Venezia quani 
lo  appresso. "Mediante  i  lavori  di  Ranke^ 
dell'Hammer,  del  Cibrario,  del  Cicogna, 
del  Mulinelli,  del  Mas-Latrie ,  del  Ga- 
chard  e  del  Brown,  gli  archivi  di  Vene- 


V  EN 

ria  acquistarono  pegli  amici  tiella  scienza 
storica  una  fama  che  quasi  non  acquistò 
nessun'  altra  simile  collezione.  Trovansi 
ora   nella  bella  sala  da  studio  di   quegli 
archivi  tutte  le  nazioni,  rappresentate  da 
uomini,  che  studiano  i%'i  ne'car leggi,  pro- 
tocolli ed  aiti  dell'antica   repubblica   la 
storia  del  loro  paese.  Libri,  opere  ed  ar- 
ticoli di  giornali  tentarono  di  dare  pro- 
spetti su  quella  collezione  ,  che  formata 
da  più  di  1,000  singoli  archivi,  contiene 
in  ciica  400  tra  sale  e  camere,  due   mi- 
lioni di  volumi.  Gli  autori  di  quegli  scrit- 
ti sparsero  qualche  luce  su  una  piccola 
parte  della  collezione  slessa,  che  fu  loro 
accessibile.  Nessuno  di  essi  è  guida  sulìl- 
ciente  in  quel  labirinto.  1  soli  impiegati 
sono  in  grado  d'  indicare  all'indagatore 
la  via,  che  dee  battere  per   l'oggetto  del 
eguale  si  occupa,  ed  il  fanno  con  tale  vo- 
lojiterosità ,  da  rimanere  oppresso  sotto 
il  peso  l'assai  scarso  loro  numero.   Po- 
trebbero più  facilmente  bastare  a  quel 
bello  dover  loro  se  la  rinomanza  di  quel- 
l'archivio, proclamato  da'ìNIurray  e  da' 
Kadecker,  non  fosse  divenuta  troppo  no- 
ia a  tutto  il  modo.  L'archivio  de' larari 
è  riguardato  in  presente,  come  cosa,  ch'è 
degna  di  essere  veduta,  che  ogni  viaggia- 
tore ritiene  dover  suo  di  vedere,  perchè 
è  segnata  con  un  asterisco  ne'nianuali  di 
viaggi.  Chi  andò  alla  chiesa  de'Frari  per 
vedere  il  monumento  di  Canova,  non  ha 
fare  che  due  passi  per  andare  all'archi- 
vio. La  circostanza,  che  ,  in  tutti  altri 
luoghi,  gli  archivi,  guardati   come  san- 
tuari, non  sono  accessibili a'profani, è  un 
motivo  di  più  per  visitare  quello  stabili- 
mento, aperto  ad  ognuno.  Ed  ivi  la  cu- 
riosità, del  pari  che  la  brama  di  sapere, 
rimangono  soddisfatte.  L'antico  chiostro 
de'  francescani  è  più   vasto  del   palazzo 
Sonbise  a  Parigi,  dove  trovansi   gli  ar- 
chivi dell'  impero,  e  cede  in  ampiezza  al 
solo  locale  dell'archivio  centrale  di  Na- 
poli nel  monastero  de' benedettini  di  s. 
Severino.  1  locali,  a  Venezia,  sono  ado- 
Ijerali  uel  più  opportuno  modo.  A  Lilla, 


V  E  N  147 

Carisruhe  ec,  ne*  tempi  recenti,  furono  . 
con  grande  dispendio  costruiti  edifizi  spe- 
ciali pegli  archivi.  Ma  que'locali  e  la  di-/ 
slribuzione  di  essi  non  corrispondono  a- 
gli  scopi  d'un  archivio  in  modo  migliore 
che  «lel  convento  di  Venezia.  Lo  stesso 
dicasi  della  custodia,  dell'ordine, ec.  Inuu 
piccolo  archivio famigliared'un  principe, 
che  occupi  alcune  stanze,  si  potrà  trova- 
re più  eleganza.  Si  potranno  trovare  ar- 
madi invetriati,  buste  foderate  di  velluto 
o  di  raso  per  ogni  singolo  documento  im- 
portante. Ma,  io  grandi  archivi,  trattasi 
soltanto  che  gli  oggetti  che  loro  appar- 
tengono, sieno  opportunamente  colloca- 
ti; ed  eziandio  in    questo  riguardo  l'ar- 
chivio de'Frari  sodtlisfa  ad  ogni  esigenza. 
Anche  il  profano  lo  riconosce  alla  prima 
occhiala;  ma  ciò,  che  principalmente  l'ap- 
paga visitandolo,  si  è  eh' ei   può  vedere 
una  quantità  di  documenti   autografi   e 
suggelli,  che  quasi  da  per  tutto  si  sottrag- 
gono agli  occhi  de'curiosi".  Abbiamo  il 
libro  intitolato:  Scorsa  d'un  Lombardo 
negli  archivi  di  T^cneziadi  Cesare  Can- 
tìi,  Milano  e  Verona  stabilimento  Civelli 
i856.  Bellissima  ed  esatta  idea  dell'/.  R. 
archivio  Generale  di  Feiiezia  è  la  se- 
gtienleche  v\cavoAa\\a Nuovissima  Già' 
da  di  Zanotto.  Nella   sua  estensione  ab- 
braccia   l'antico  convento  de'Frari,  la 
chiesa  soppressa  e  l'altro  cenobio  di  s.  Ni- 
colò de'Frari,  di  cui  io  questo  §,  n.  33,  e 
la  vecchia  scuola  di  s.  Antonio.  La  fac- 
ciala però  che  sorge  sul  Rio  Terrà  s'in- 
nalzò col  disegno  dell'architetto  Loren- 
zo Santi,  modificato  in  qualche  parte  dal 
Nobili.  L'  interno  ancora  conserva  due 
chiostri,  il  i.°  eretto,  dicesi  (però  senza 
prove),  sul  modello  di  A.  Palladio,   nel 
cui  centro  elevasi  una  magnifica  cisterna 
decorala  di  arco  e  di  sculture ,  ed  il  a.** 
costruito  da  J.  Sansovino.  La  vastità  di 
quest'ampio  ricinlo  consiste  in  2C)8  gran- 
di sale  e  stanze,  in  cui  serbansi  in  bell'or- 
dine disposti  e  separati  in  2,276  archivi 
da  circa  quattordici   milioni  di   volumi, 
comprendenti  carie  che  cominciano  dal- 


i4B  VEN 

r883  fino  al  pi-esente.  Forse  sembreiù 
strnordinaiio  il  dello  enorme  numero  di 
volumi,  e  non  verisimile  che  tulli  possano 
esser  collocati  negli  scadali,  che  si  esten- 
dono a  circa  piedi  lineari  100,000;  ma 
quando  si  considera,  che  i  libri  sono  dop- 
pi e  posli  in  profilo,  e  pieni  gli  scadali 
dall'  alto  al  basso  delle  sale  ,  cesserà  lo 
$)ti]pore.  Gli  archivi  sono  divisi  in  4  l'i* 
parli  ,  e  ciascun  riparto  in  divisioni  ,  e 
queste  in  archivi  propri  e  in  sezioni ,  e 
finalmente  le  sezioni  in  classificazioni.  Le 
cose  più  degne  di  rimarco  sono:  r.°  Re- 
gistri <lcllaCnncellen'aDiicnle,da\  1232 
al  1 794>  pregiatissimi  per  ogni  conto.  2.° 
n  Archivio  della  Cancelleria  scgrela,  i 
cui  docnnienli  sono  i  più  antichi  ed  i  più 
|)reziosi.  Serbano  1'  ordine  cronologico. 
Molti  sono  originali;  altri  copie  autenti- 
che. Trattano  di  oggetti  politici  ,  diplo- 
matici, ecclesiastici,  militari  e  delle  cor- 
rispondenze cogli  stali  esteri.  Quindi  vi 
sono  i  patti  di  varie  città,  i  privilegi  de- 
gl'imperatori d'  Oriente  e  d  Occidente; 
lettere  originali  d' imperatori,  di  re,  di 
principi,  di  duchi,  non  che  di  Papi,  car- 
dinali, vescovi,  maestri  d'ordini  militari 
ec;  trattati  originali  di  tregua,  di  pace, 
di  commercio,  memorie  di  fatti  impor- 
tanti ec;  relazioni  d'  ambasciatori  e  di- 
spacci ,  e  quindi  autografi  di  Cromwel, 
di  Carlo  V  imperatore,  di  Massimiliano 
11,  di  Maria  Teresa,  de' re  di  Francia 
Francesco  1  ed  Enrico  IV;  di  Andrea  Bo- 
ria, di  Paolo  Sarpi  ec;  e  firraani  turchi 
miniati  e  coperti  di  drappo  d'oro  e  d'ar- 
gento. 3."  L'Archivio  de^ Dieci,  che  ha 
registri  comincianli  daliSio,  ove  sono- 
vi  memorie  relative  al  doge  Mario  Fa- 
lier.a'Cariaresi  signori  di  Padova, al  Car- 
magnola, ad  Agnolo  o  Angelo  Simonetta 
cancelliere o  segretario  di  Francesco  Sfor- 
za, a  Jacopo  Foscarini  e  ad  altri.  Poi  in- 
venlarii  del  tesoro  e  della  biblioteca  di  s. 
Antonio  di  Padova,  e  dalla  sala  d'  armi 
dei  palazzo  ducale.  ^.°  I  Libri  delle  Leg- 
gi ,%\x\ì.^\a\\  fiuono  compilali  due  volumi, 
uno  uelitìyB,  l'allro  nehGby.  5°  Car- 


VEN 
te  del  s.  Uf^zìo.  Archivi  di  monasteri^ 
conventi,  confraternite ,  scuole  pie  sop» 
presse  ,  istituti  di  carità  e  fraglie  delle 
arti,  veramente  preziosissimi  per  la  pa- 
tria storia  e  per  quella  delle  belle  arti, 
essendovi  bolle  pontifìcie  e  pergamene 
ornale  d'eleganti  miniature  de'XlVeXV 
secoli.  6.°  /ìeg/i/n  degl'incanti  delle  ga- 
lere, molto  interessanti  per  conoscere  il 
cotnmercio  veneto.  j.°  Finalmente  V Ar- 
chivio Notarile,  ove  si  conservano  molti 
testamenti  di  uomini  illustri  comincian- 
do dal  XIV  secolo.  —  La  chiesa  vasta  e 
magnifica  di  s.  Maria  Gloriosa  de'Frari, 
è  onorata  struttura  del  celebre  Nicolò  Pi- 
sano, che  il  Moschini  descrisse  così,  solo 
io  aggiungendovi  a  correzione  alcuna  pa- 
rola, giacché,  ripeto,  dal  tempo  in  cui 
scrisse  egli  la  sua  riputalissima  Guidai 
questa  parie,  accaddero  vari  mulamen- 
li.  Sopra  la  porla  maggiore  la  statua 
di  mezzo  fu  scolpita  dal  Vittoria,  ed  of- 
fre il  Redentore.  Le  due  laterali  sono 
contemporanee  alla  fabbrica  del  tempio, 
e  si  stimano  dello  stesso  Pisano,  scultore 
architetto.  Nel  vano  del  vólto  è  alFresco 
lodato  del  vivente  prof.  Santi  la  Vergii 
ne  immacolatamente  Concelta.  Quivi  ha 
ad  ogni  tratto  cose  degne  d'osservazione^ 
oltre  vari  insigni  deposili;  e  i.°ne  vienq 
quello  del  Pasqualigo a  fianco  della  porta 
11  i.°  altare  magnifico  con  isculture  d 
Curi  :  il  gran  quadro  presso  1'  aliare  d 
s.  Antonio,  con  un  miracolo  del  Santo, 
è  opera  di  Francesco  Rosa,  lodatissima 
presso  gli  scriltori.  Dopo  l'altare  è  il  ma' 
gnifico  deposito  eretto  di  recente  dalia 
sovrana  munificenza  aTiziano,  di  cui  di 
ro  in  seguito.  Nel  2.°  altare  la  tavola  delle 
Presentazione  della  B.  Vergine  con  vari 
Santi  è  opera  di  gran  carattere,  di  molta 
dottrina  e  di  forza,  di  G.  del  Sai  viali.  Nel< 
l'altare  seguente  la  statua  di  s.  Girolam< 
del  Vittoria  è  tale  opera,  che  sembra  io 
marmo  non  potersi  raggiungere  magi 
giore  diligenza  ed  espressione.  Di  lui  son( 
anche  le  due  figure  di  stucco,  ora  n»a 
collocate.  La  tavola  dell'  ultimo  altare 


I 


V  EN 

che  >egiie  col  inailirio  di  s.  Caterina,  è 
com|)Ouin»eiito  nlFastellalo  e  confuso  di 
Palma  il  giovine.  Quella  cassa  eli  legno 
creile  il  popolo,  che  abbia  la  lesta  del  ge- 
neral Carningnola,  ad  onta  che  vi  sia  lo 
steiuma  de'Turriani.  Parlando  di  quel 
soiiiguralo  ne!  §  XIX  del  doge  GT.",  no- 
terò che  fu  deposto  in  questo  chiostro, 
e  poi  trasferito  a  Milano  il  suo  corpo. 
Nella  parete  che  forcna  la  crocerà,  vi  è 
una  tavola  dipinta  nel  i^Si  da  B.  Viva- 
rini,  con  Maria  Vergine  nel  inezio  e  4 
Santi  a'hili.  La  grandiosa  e  ricca  porta 
della  sagrestia  è  formata  dal  monumen- 
to di  Ijenedetlo  Pesaro.  La  statua  del 
qual  generale  è  di  L.  Bregno,  e  quella 
di  Marte,  di  Baccio  da  Monte  Lupo. 
INella  sagrestia  la  tavola  dell'altare  fatta 
da  Gio.Bellino  nel  1 488  in  3  comparti,con 
Maria  V^ergine,  è  una  delle  più  insigni  di 
quell'autore.  Nel  coro  i  4  quadri  laterali 
sono  d'Andrea  Vicentino;  e  la  tavola  del- 
l'altare maggiore  con  Maria  Vergine  As- 
sunta è  bell'opera  del  ricordato  Salviati, 
qui  posta  invece  di  quella  sublime  di  Ti- 
ziano, la  quale  è  all'accademia.  L'origi- 
nale celeberrimo  quadro,  esprimente  la 
Vergine  Assunta  alla  presenza  degli  Apo- 
stoli, corteggiata  da  numeroso  coro  d'An- 
geli e  ricevuta  dall'  Eterno  Padre,  ispi- 
razione divina  di  Tiziano  Vecellio  (mi 
pregio  possedere  una  magnifica  copia  in 
minori  dimensioni,  della  celebre  Pascoli 
:  Angeli  ,  eseguita  secondo  il  suo  metodo 
I  che  dichiarai  nel  voi.  LUI,  p.  3o3  :  col 
medesimo  ed  eseguiti  dalla  stessa  valen- 
te pillrice,  ho  pure  le  stupende  copie  del 
s.  Pietro  ÌNLutire  di  Tiziano,  e  del  Servo 
liberato  du'supplizi  da  s.  Marco  di  J.  Tin- 
toretto).  Dappoiché  la  figura  della  Dei- 
para è  riconosciuta  la  più  dotta,  la  più 
:  celestiale,  la  più  perfetta  che  possa  aver 
I  mai  prodotto  l'antica  e  la  moderna  [)it- 
tura:  ascende  al  cielo  da  se,  non  è  por- 
tata, come  rilevai  di  sopra  nel  n.  i  i  de- 
scrivendo l'accademia  ove  s'ammira.  11 
I  quadro  fu  eseguilo  per  questa  chiesa  e 
f  iuualzato  sul  maggior  altare  net  iSiS. 


V  E  N  I  ì'j 

Molli  anni  corsero  da  che  questa  tavola 
meravigliosa  era  posta  in  obblio,  mentre 
il  poco  lume  che  riceveva,  e  il  fumo  de' 
cerei  e  quel  dell'incenso,  fin  da  principio 
l'aveano  ottenebrata.  Grazie  al  genio  del 
Cicognara,  auspice  il  governo,  fu  tolta  dal 
luogo  e  riposta  nell'  aula  magna  dell'i,  r. 
accademia  delle  belle  arti,  ove  rifulge  fra 
gli  altri  capi  d'opera  della  veneta  scuola 
qual  sole  fra  le  stelle  minori.  E  fu  sorte 
quella  d'  esser  caduta  in  tanta  oscurità, 
poiché  coll'altre  produzioni  dell'arti  ita- 
liane avrebbe  pur  essa,  quale  alloro  splea- 
didissimOjSeguito  il  carro  della  vittoria;  e 
colla  Trasfigurazione  e  colla  Comunione 
di  s.  Girolamo,  tratti  da  Roma,  là  nelle 
sale  del  Louvre  avrebbe  del  paridi  quel- 
le insigni  pitture.più  eloquentemente  che 
non  sono  le  nostre  parole,  dice  il  eh.  Za- 
nolto,  fatto  rilucerne  i  pregi.  (Ilch.  epian- 
to mio  onorevole  amico  che  fu  commend. 
Filippo  Agricola  cattedratico  dell'accade- 
mia di  s.  Luca,  ispettore  delle  pitture  pub- 
bliche di  Roma  e  della  galleria  Vaticana, 
e  di  rettore  dello  studio  delmusaico,quan- 
do  gli  fu  allogato  il  gran  quadro  dell'  As- 
sunzione pel  magnifico  e  risorto  Tempio, 
Fedi,  di  s.  Paolo, si  recò  prima  a  studia- 
re il  capolavoro  di  Tiziano;  ed  il  cardinal 
Bernetli  segretario  di  stato  mi  commise 
presentare  a  GregorioXVI  il  bozzetto  per 
l'approvazione).  A' fianchi  dell'altare 
maggiore  sono  due  cospicui  mausolei,  il 
grandioso  e  copioso  monumento  del  doge 
Foscari  si  travagliò  da'  fratelli  Antonio  e 
Paolo  Bregno.  Lo  stesso  Antonio  ,  certa- 
mente aiutato  da  altri  scarpelli,  condusse 
l'opposto  deposito  del  doge  Tron,  che  de- 
sta meraviglia  per  la  sua  magnificenza  e 
ricchezza  e  per  alcune  parziali  bellezze.  Il 
coro  che  sta  in  mezzo  a  questo  tempio, 
i'  ingombra  e  toglie  molto  alla  sua  gran- 
diosità. I  lavori  di  tarsia  e  sculture  io  le- 
gno, che  lo  decorano,  si  condussero  nel 
i4G8  da  Marco  di  Giampietro  di  Vi- 
cenza. Oltreché  sbalordiscono  pel  mol- 
to travaglio,  hanno  qualche  figura  di 
SI  belle  forme,  la  quale  sembra  vera- 


1 5o     ■  V  E  N 

mente  belliniana  j  quella  coperta  esle» 
lioie  di  marmo,  di  largo  siile,  è  opera 
più  recente.  Lai/  cappella,  dopo  la  mag- 
giore, ha  una  tavola  di  Bernardino  Lici- 
nio con  la  Vergine  e  Santi,  la  quale  nelle 
tinte  e  nello  stile  del  panneggiamento  ri- 
corda ilPordeoone,  e  nella  foggia  del  com- 
porre e  nel  carattere  delle  figure  rammen- 
ta Tiziano.  Neil'  altra  cappella  è  osserva- 
bile per  buon  concepimento  e  largo  stile 
il  monumento  del  summenlovato  Trevi- 
san:  nell'elegante  altare  di  legno  doralo, 
il  s.  Gio.  Battista  è  scultura  del  Dona- 
tello. Neil' ultima  cappella  la  tavola  del- 
l'altare, con  s.  Ambrogio  e  vari  San- 
ti, reca  un  distico,  che  la  dice  comin- 
ciala da  uno  de*  Vivari'.i,  e  compiuta 
dal  Basalti.  Il  quadro  alia  destra  con 
gli  eretici  Ariani  cacciali  di  Milano  da 
s.  Ambrogio  è  vigorosa  opera  del  cav. 
Contarini:  i  due  quadri  all'altra  parte, 
con  s.  Ambrogio  che  caccia  Teodosio  I,  e 
8.  Carlo  nello  spedale,  sono  del  Tiziauello, 
pronipote  di  Tiziano  Sopra  la  porla  vi- 
cina alla  cappella  è  scultura  di  Jacopo  Pa- 
dovano l'Angelo  che  ha  in  mano  un  car- 
tello colla  lode  di  Federico  Cornaro.  U- 
Stendo  dalla  porta  vicina,  è  osservabile 
.sulla  porta  laterale  il  bassorilievo  colla  B. 
Vergine  e  due  Angeli;  opera  purissima 
e  delicatissima,  e  delle  migliori  di  Ve- 
nezia. Sono  belli  eziandio  i  due  meda- 
glioni laterali  alla  stesila  porta,  colle  im- 
magini di  due  assai  illustri  letterali.  Ur- 
bano Bolzano  e  Pierio  Valeriane.  Ritor- 
nando in  chiesa  si  vede  nella  parete  alla 
destra  una  tavola  in  3  comparti  con  s. 
Marco  nel  mezzo  ,  e  4  Santi  negli  altri 
due  comparti,  di  B.  Vivarini.  Nel  monu- 
mento Orsini  Zen,  che  vi  è  presso,  fan- 
no gara  la  felicità  del  pensiero  e  l' e- 
secuzione  finissima.  Nell'altare  che  i.° 
s*  incontra,  Tiziano  le'isciò  un'  opera  del 
suo  miglior  tempo,  ed  è  la  Vergine  col 
divino  suo  Figlio,  4  Santi  e  ritratti  di 
persone  della  famiglia  Pesaro.  La  com- 
posizione, in  apparenza  semplice,  è  frut- 
to e  studio  di  molto  ingegno  ;   e  que' 


YEN 

contrasti  di  colore  producono  il  migliore 
effetto,  senza  peccar  di  violenza.  Sul  pilo 
dell'acqua  santa  la  statuetla  del  Battista 
è  del  Sunsovino.  La  gran  mole  del  vici- 
no deposito  del  doge  Pesaro  si  model- 
lò dal  Longhena  :  il  cavalier  Faldoni  vi 
gettò  in  bronzo  le  due  Morti,  e  i  due 
draghi  che  ne  sostentano  l'urna;  e  il 
Barihel  vi  fece  i  due  gruppi  di  figure  in 
marmo.  Il  vicino  monumento  eretto  al- 
la memoria  del  sommo  Canova,  col  mo- 
dello che  questi  avea  preparato  per  ono- 
rare Tiziano  in  questo  tempio  medesi- 
mo,è  opera  di  vari  valenti  artefici.  11  me- 
daglione sulla  porta,  cioè  l'effigie  di  Ca- 
nova e  le  due  Fame ,  è  di  A.  Bosa  bas- 
sanese  ;  la  statua  della  Scultura  ,  di  B. 
Ferrari  vicentino;  il  Genio  che  lei  segue  e 
il  Leone,  sono  di  R.  Rinaldi  padovano;  il 
Genio  dell'Adria,  di  G.  de  Fabris  bassa* 
nese;  le  altre  due  Arti,  di  L.  Zandome» 
neghi  veronese;  e  i  due  Genii  che  le  se- 
guono, di  J.  de  Martini  veneziano.  U  la- 
voro tutto  delle  pietre  del  monumento  è 
di  D.  Fadiga  veronese,  altro  esimio  nel- 
l'arte sua.  Il  merito  dell'iimalzamento  di 
tanta  opera  si  deve  al  magnanimo  ferra- 
rese cav,  e  conte  L.  Cicognara.  Ecco  in«| 
tanto  la  descrizione  del  monumento  ad  o- 
noie  del  Fidia  Veneto,  che  celebrai  splen- 
didamente in  tanti  arficoli,  ed  in  quest( 
nel  §  Vili,  n.  67,  e  poi  alla  sua  epoca  nel" 
le  indicazioni  sloriche  della  reptdjblica  el 
della  città.  Monumento  degno  del  prin- 
cipe della  scultura  e  da  lui  immaginato 
pel  principe  della  veneziana  pittura,  e  dij 
preferenza  coll'opera  esimia  di  veneziani 
artisti  ,  e  ciò  per  essere  stati  pressoché j 
tutti  allievi  della  scuola  di  Canova,  e  dal  ' 
suo  grande  e  bel  cuore  amali  con  tenera 
affezione.  Or  sulla  fronte  d'una  gran  pii 
ramide  vedesi  dischiusa  una  porta  di 
bronzo,  che  indica  esser  quello  Tuìgressa 
ai  sepolcro.  Al  di  sopra  due  Fame  sor- 
reggono in  alto  rilievo  i'efligie  di  Cano- 
va, ricinla  da  un  serpe,  simbolo  dell'im- 
mortalità,  sotto  la  quale  effigie  è  scritto 
Canova.  A  destra  dell'  osservato  re  le  %, 


V  E  N 
Arti  sorelle  monlaiiu  i  gradi  della  pira* 
niiiie  :  prima  di  esse  è  la  Scultura  ,  che 
mostra  di  recare  in  un'  urna  il  cuore  di 
Canova,  eaccouìpagnala  dui  proprio  Ge- 
nio con  (iiurluaria  face  accesa.  Seguono  la 
l'ilturae  l'Aicliitellura  aggruppale, e  ac- 
cumpagnate  pur  esse  nel  pio  uiiìcio  da' 
Gemi  loro.  A  sinistra  sopra  il  limitar  del- 
la tomba  posa  sdraiato  il  Veneto  Leone, 
nel  modo  in  cui  fu  sempre  figurato  quel- 
lo ili  s.  Marco  ,  esprimendo  infinita  tri- 
stezza, e  cui  piangendo  si  addossa  il  Ge- 
nio ispiratore  di  Canova  la  cui  face  è  già 
spenta.  Sul  zoccolo  della  piramide  è  scol- 
pita rpiesla  iscrizione  :  Antonio  Catio- 
vac  '  PiìncìpisSculptoriim  AetatisSiuie- 
Colles;iiitn  Fenctuin  Bonis  Artihiis  Ex- 
coLihL-  Sodali  Maximo  -  ExConlatio- 
UfEuropae  JJnivvrsae.-A.  MDCCCXXVll. 
Giusto  è  avvertire  per  altro, che  lai  mo- 
numento (ideato  già  da  Canova  per  Ti- 
ziano, e  poi  da  lui  stesso  eseguito  quale 
si  vede  nella  chiesa  degli  agostiniani  in 
Vienna  per  la  principessa  Maria  Cristi- 
na) non  sortì  un  elFelto  pari  a  quello  del 
Canoviano  scalpello.  II  n.  47  del  Dia- 
rio di  Roma  del  1827,  in  data  di  Vene- 
zia 2  giugno,  ne  narra  1'  inaugurazione. 
llr.°  giugno  si  è  proceduto  nella  chiesa 
di  s.  Maria  Gloriosa  de'Frari  all'  inau- 
gurazione del  monumento  innalzato  al- 
la memoria  del  celebre  scultore  Antonio 
Canova  per  concorso  universale  può  dir- 
ei di  tutta  l'Europa  che  vi  ha  contribui- 
to con  ampie  largizioni.  La  funzione  fu 
splendida  per  la  bellezza  della  musica 
sagra  a  tal  oggetto  composta  dal  chia- 
rissimo ab.  Marsand  (d,  Anselmo  ex-ca- 
inaldolese  di  s.  Michele  di  Murano),  ese- 
guita con  precisione,  e  dal  pubblico  gra- 
dita ed  encomiala.  L'  affluenza  di  tulli 
gli  ordini  di  persone  fu  quale  poteva  pre- 
sagirsi in  lai  circostanza;  e  benché  non 
fossero  particolarmente  invitale  a  que- 
sta pia  ceremonia  le  prime  gerarchie  e 
più  rispettabili,  per  essersi  falla  privata- 
mente e  per  sola  deliberazione  del  cor- 
po accademico  di  belle  arti,  che  promos- 


VEN  i5i 

se  r  innalzamento  del  mausoleo,  nondi- 
meno riusci  decoroso  e  edificanle  il  ve- 
dere come  tutte  le  più  qualificate  perso- 
ne d'  ogni  supremo  ordine  civile  e  mili- 
tare ,  non  meno  che  tutta  la  più  cospi- 
cua nobiltà,  lutti  gli  stranieri  che  allual- 
tuenle  abitavano  Venezia  in  gran  nume- 
ro, e  i  più  insigtii  letterati  tanto  veneti, 
quanto  delle  vicine  città,  accorsero  nu- 
merosi a  celebrare  l'alto  col  loro  inter- 
vento, tanto  più  onorevole  pel  famige- 
rato defunto,  quanto  che  pienamente 
spontaneo.  Fu  per  lai.'  volta  veduto  al- 
la sua  conveniente  distanza  il  monumen- 
to ,  che  fin  allora  chiuso  ne'  ripari  da' 
quali  era  coperto,  non  poteva  godersi  che 
partilamente;  e  l' iusieme  maestoso  ed 
imponente  destò  tutta  quell'ammirazio- 
ne che  l'inventore  stesso  Antonio  Cano- 
va di  Possagno  ,  avrebbe  oltenuta  se  il 
modello  di  quest'opera,  da  lui  immagi- 
nata fino  dal  1797  per  la  gloria  del  Ca- 
dore, Tiziano  Veceliio,  avesse  potuto  lui 
vivente  eseguirsi.  In  questa  (uemorabile 
circostanza,  venne  iaipre>sa  l'elegante  sto- 
rica esposizione  di  ipauto  riguardava  la 
grand'opera,  senza  dubbio  una  delle  più 
cospicue  nel  suo  genere,  colla  quale  con 
singolare  e  mirabile  concorde  esecnpio  di 
uiaguanimilà,  tutti  i  potentati  d'Europa 
onorarono  le  modeste  virtù  del  nobilis- 
simo animo  e  il  valoroso  ingegno  d'  un 
eminente  artista,  a  ciò  pur  condotti  dal 
benignamente  praticato  dall'  imperatore 
Francesco  I,  che  peli. "appose  il  suo  no- 
me con  larga  offerta  alla  colletta  per  tan- 
to argomento  aperta  presso  la  commissio- 
ne della  veneta  accademia  insigne  di  bel- 
le arti.  Si  trovò  presente  all'augusta  fun- 
zione mg/  Gio.  Battista  Sartori  Cauova 
vescovo  di  Mindo,  che  per  la  commozio- 
ne da  cui  sarebbe  slato  agitato  il  suo  cuo- 
re fraterno  in  tale  circostanza,  non  pon- 
tificò la  messa,  riserbandosi  farlo  nella 
consagrazione  del  tempio  di  Possagno  (vi 
celebrò  il  i ."  sagrifizio  a'  i  7  aprile  1 83o), 
che  ormai  era  presso  al  suo  fine,  mentre 
già  ad  iucrcuiento  ciei  suo  splendore  e  per 


i52  V  E  N 

vie[)()iìi  onorare  1'  estinto  germano,  uvea 
allogato  a'perilissiiui  veneti  scollori  Fer- 
rari, la  fosioue  in  bi  onzo  del  gruppo  del- 
la Pietà,   ultima  delle  classiche  opere  di 
Canova,  per  collocarsi  nella  sua  origina- 
lità nel  tempie»  slesso  al  punto  di  sua  san- 
lilicazione.  (Meraviglioso  gruppo  esegui- 
to  poi  egregiamente  in  marmo  pel  nuovo 
magni(k;o  tempio  di  Terracìna,  da  uno 
^,\c  suoi  più  degy^i  ed  esimii  discepoli  ,  il 
rnio  nobileamico  cav.  Cincinnato  Baruz- 
zi,  professore  dell'accademia   delle  belle 
arti  di  Bologna.  Sulla  fusione  in  bronzo 
di  tal  gruppo,  con  amor  sommo  e  con 
uno  slancio  caldissimo  dell'  animo  mo- 
dellato negli  ultimi  anni  da  Canova  ,  e- 
seguita  in  Venezia  dal  eh.  scultore  Bar- 
tolomeo Ferrari,  si  può  vedere  la  lette- 
ra di  Cicognara  a  Missirini  de' io  giugno 
i83o,  riprodotta  dal  Mulinelli  a  p.  4o3 
de'  suoi  Jniiali  delle  Provincie  t^ene- 
te).   Al    Oìausoleo  di   Cauova    è  vicino 
l'altare  del  Crocefisso  scolpito  dal  Le 
Cult,   e   ricco   di    marmi  orientali.  Le 
Fabbriche  di    Fenezia  contengono    le 
tavole  de'moaumeoti  di  Melchiorre Tie- 
visan  generale  della  repubblica,  e  di  Be- 
nedetto Pesaro,  illustrati  dal   Cicogna- 
ra; e  quella  del  monumento  de' coniu- 
gi Genei'osa  Orsini  e  Malllo  Zen,  illu- 
strato dal  Diedo.  Mi  gode  1'  animo  di 
potervi  aggiungere  quello  grandioso  di 
Tiziano,  a  seconda  del  riferito  dal  Gior- 
nale di  Roma  deliSSa,  co'  n.  92,  120, 
188  e  194,  ossia  riproduzione  di  articoli 
pubblicati  in  Venezia.  L'imperiale  muni- 
ficenza provvide  che  il  sommo  de'piltori 
veneziani,  dopo  circa  3  secoli  d'immeri- 
tata obblivione  avesse  l'onored'una  loin- 
ba  meglio  adequala  a' portenti   del  suo 
pennello,  e  più  di  riscontrnrea  quella  del- 
l'iuMiioital  Canova.  L'imperatore  Ferdi- 
nando I  nell'  epoca  che  si  cinse  la  fronte 
dell'Italica  Corona  di  ferro,  decretò  un 
culos.sale  monumento  in  Venezia  alla  me- 
moria del  gran  Tiziano,  comiriellendone 
il  lavoro  all'esìmio  prof  Luigi  Zandome- 
iicglii.  Il  luogo  prescelto  fu  l'insigne  chic- 


V  E  N 
sa  di  s.  Maria  Gloriosa,  nel  luogo  appun- 
to dove  giacevano  le  sue  ceneri  coperte  da 
uniil  pietra  e  pressoché  dimenticate.  Il 
monumento  costò  mezzo  milione  di  lire. 
Mentre  si  compiva  il  lavoro,  fu  contem- 
plato minutamente  dall'arciduchessa  So- 
fia madie  del  regnante  imperatore,  cogli 
altri  due  suoi  figli  gli  arciduchi  P'erdi- 
naiulo  Massimiliano,  e  Carlo  Lodovico; 
notando  la  diligenza  suprema  e  1'  amore 
cui  l'avea  modellato  I  encomiato  sculto- 
re, e  dal  figlio  di  lui  E^ielro,  caldissimo 
emulo  delle  glorie  paterne,  tradotto  in 
marmo.  Terminato  il  monumento  ma- 
gnifico pel  principe  della  veneziana  pit- 
tura, riuscito  il  lavoro  degno  in  ciascuna 
sua  [)arte:  Del  grande  alla  cui  fama  e 
angusto  il  mondo,  e  de'  potenti  scetlrati 
che  ne  fecero  dono  a  Venezia;  si  scelse  il 
17  agosto  1 852,  vigilia  dell'anniversario 
nataliziodel  regnante  imperatore  France- 
sco Giuse[)pe],  per  l'inaugurazione,  nella 
stessa  chiesa  de'Frari,  ricco  deposito  in  cui 
sì  conserva  la  meraviglia  di  tanti  portenti 
d'arte.  Ivi  sì  avvicendarono  ì  più  nobili 
alFctti,  e  la  religione  li  santificò.  Le  som- 
me autorità  civili  e  militari,  rappresen- 
tanti i  monarchi  dell'Austria,  la  cui  mu  • 
nificenza  innalzò  la  mole  trionfale;  il  mu- 
nicipio e  r  immeuso  concorso  de'-ciltadi- 
ni,  che  esultavano  allo  spettacolo  di  due 
glorie  veneziane,  eternate  in  que'inarmi 
sotto  gli  auspicìì  ed  all'  ombra  del  trono 
imperiale,  proteggìtore  dell'arti  e de'suoi 
cultori;  il  venerando  aspetto  del  patriar- 
ca mg."^  Multi,  che  di  mezzo  alla  parte  più 
eletta  del  clero,  vie  maggiormente  cresce- 
va la  pompa  solenne  del  rito,  e  che  nato 
a  sentire  e  trasfondere  coll'eloquenza  del- 
la sagra  parola  le  fiamme  più  arcane  del 
bello,  vi  recava  in  tributo  il  tacito  omag- 
gio del  [)roprio  inlervenlo;  la  voce  infine 
dell'  esimio  oratore  (d.  Antonio  Tessaiin 
tuttora  parroco  della  stessa  chiesa,  onde 
abl)iamo  V  Orazione  inaugurale  pel  ino- 
ninnento  a  Tiziano  P'ccellio  eretto  nel- 
la chiesa  di  s.  Maria  de'Frari  in  Vene- 
zia, recitata  1/17  agosto i852  dal  par* 


VEN 

roco  diexsn  chiesa.  La  -J."  edizione  s'im- 
presse pure  io  Venezia,  dalla  tipogra- 
fìa Marlinengo  nel  1857),  il  quale,  ac- 
ceiinnte  le  ragioni  e  il  merito  della  festa, 
segnalò  la  creatrice  potenza  dell'ingegno 
italiano,  e  con  vivezza  di  gratitudine  ri- 
feri  vane  a'Cesari  il  largo  favore  che  le  ac- 
cordavano seinpree  le  accordano:  tutto  in- 
somma in  s.  Maria  Gloriosa  spirava  un 
ricambio  di  sensi  tra  il  potere  ufficiale, 
rimuneratore  generoso  dell'arte  e  di  chi 
sa  modellarne  gl'incanti,  ed  il  potere  su- 
bordinato, riconoscente  alla  patria  virtù 
del  pensiero  che  crea,  come,  all'azione 
magnanima  del  sovrano  che  premia.  La 
religiosa  Venezia,  davanti  il  mausoleo  di 
Tiziano,  benediceva  all'eccelso  di  lui  Me- 
cenate, l'imperatore  Carlo  V^,  e  salutava 
nel  nome  di  Ferdinando  1  e  Francesco 
Giuseppe  I  gli  augusti ,  i  quali  innalza- 
rono al  prediletto  dall'avo  loro  «m  mo- 
numento de'più  grandiosi,  che  nel  doppio 
riguardo  delle  sue  proporzioni  e  dell'ec- 
cellenza, colla  quale  è  condotto,  il  mon- 
do cristiano  erigesse  ad  onorare  le  cene- 
ri di  preclari  defunti.  Sulla  porta  mag- 
giore  d'ingresso  al  tempio  leggevasi  l'i- 
scrizione riprodotta  dal  Giornale.'*  iVel- 
la  doppia  solennità  di  lai  giorno,  anziché 
farci  interpreti  dell'  animata  espressione 
de'marmi,  il  cui  senso  perennemente  ri- 
levasi a  chi  li  contempla,  ed  ha  cuore  ca- 
pace d'  intenderne  il  muto  linguaggio, 
ci  giova  afferrare  e  ridire  a'iontani  le  ga- 
gliarde impressioni,  la  fuggevole  estasi, 
onde  furon  compresi  gli  astanti,  nell'atto 
che,  rimosse  le  tele,  s'affacciò  a'Ioro  sguar- 
di la  mole  superba  di  mezzo  alla  qua- 
le campeggia  e  rivive  Tiziano.  Ineffabile 
scena  1  Quasi  elettrica  scossa,  alla  vista 
diquel  monumento,  universale,  involon- 
taria, istantanea  fu  in  tutti  la  meraviglia 
che  il  nuovo  prodigio  in  ciascuno  operava 
per  se,  che  da  ciascuno  si  rifletteva  negli 
altri  e  riconcentra  vasi  poi,  avvigorita  dal 
rapimento  di  tutti,  piìi  poderosa  e  vee- 
mente in  ciascuno.  Un'  ebbrezza  d'am- 
uiiraziuue,uu  entusiasmo  di  patrio  orijo- 


VEN  i53 

gllo,  un  impeto  di  riconoscenza  verso  i 
sovrani,  che  a  sì  meritevoli  artefici  con- 
fidavano il  magistero  dell' arduo  assun- 
to :  la  venustà,  l'eleganza,  la  vita,  che 
dalle  scidte  immagini  traspiravano  ;  le 
sante  inspirazioni  dell'immortale  pennel- 
lo,che  queste  significavano  ;  le  onorificen- 
ze cesaree,  profuse  al  Vecellio,  e  stupen- 
damente simboleggiatevi;  i  mìlitariori- 
calchi,  che  facevano  intanto  echeggiare 
per  l'aria  l'inno  dell'Impero;  le  autorità 
militari,  civili,  ecclesiastiche,  assorte  in 
eloquente  silenzio  a  contemplare  la  possa 
dell'arte  italiana  :  lutto  era  quivi  una 
gara  di  sentimenti  e  d'affetti,  una  scam- 
bievolezza d'amore,  di  gioia,  di  riveren- 
za, d'ossequio:  era  un  popolo  tutto,  una 
intera  città,  che  in  que'simulacri  parlan- 
ti si  comj)iaceva  di  sè,esi  sentiva  piùgran- 
de  sotto  l  egida  invitta  de' suoi  Monar- 
chi magnanimi.  Pieno  la  lingua  e  il  pet- 
to di  quest'idee,  il  sagro  oratore  propose 
a  soggetto  del  suo  discorso  1'  iscrizione 
del  monumento:  T/'^wrao  Ferdinandus  I. 
Con  sublime  facondia,abbondauza  d'eru- 
dizione, peregrinità  di  concetti, forbitezza 
di  dicitura,  vaghezza  e  splendore  d'im- 
magini, favellò  di  Tiziano,  della  2.'  sua 
patria,  e  fatta  ragione  de'tempi  d'allora, 
scolpò  la  materna  città  dell'  iniqua  tac- 
cia, onde  l'accagionavano  perch'ella  non 
erigesse  al  suo  grande  concittadino  un 
degno  sepolcro.  Era  forse,  diss'egli,  di- 
sposizione della  Provvidenza  che  i  titoli 
amplissimi,  le  dignità  palatine,  conferite 
al  Vecellio  dall'imperatore  Carlo  V,  ri- 
cevessero poi  augumentoe  suggello  dagli 
augusti  nepoti.  La  gloria  di  Ferdinando  I, 
che  decretava  a  Tiziano  il  triofal  mau- 
soleo, die'  impulso  a  un  felice  trapasso 
dell'  oratore,  digredito  a  discorrere  il 
vanto  di  F^rancesco  Giuseppe  J,  che  in 
termine  men  propizio  di  tempi,  ne  volle 
affrettala  e  compiuta  l'esecuzione.  Tuo- 
nò dal  pergamo  infuocale  parole  di  gra- 
titudine ed  osservanza  al  giovine  Sire,  cui 
dee  Venezia  l' immunità  riconcessa  al 
suo  porto,  la  sicurezza  e  il  dilatameutq 


i54  V  E  N 

de'suoi  commerci  e  della  sua  industria,  la 
protezione  elìlcace  all'arti  e  agli  artisti, 
iiisoinuia,  ogni  prosperità  e  floridezza 
che  uiiicaiueuteè  sperabile  dalla  fedeltà  e 
divozione  al  suo  grande  beneftillore,alsuo 
polente  ed  augusto  Monarca". Non  rispar- 
miò il  municipio  sollecitudine  per  ade- 
guare la  festa  all'eminenza  del  suo  dop- 
pio motivo:  l'apoteosi  del  sommo  pi  ttore 
e  l'omaggio  a  due  Cesari,  che  la  volle- 
ro elFigiata  nel  marmo.  Il  monu(nento 
dalla  sua  base  alla  somcnilà  è  allo  da 
terra  ben  1 5  metri,  da  non  temere  il  con- 
fronto per  l'ajtezza  della  gran  piramide 
eretta  alla  memoria  di  Canova,  che  le 
jorge  incontro.  E'  tutto  di  marmo  di 
Carrara,  della  più  perfetta  qualità,  e  non 
di  semplici  sottili  strati  rivestito,  ma  con 
grosse  la»)tre  quale  si  pratica  in  pochi  altri 
la  vori  di  questo  genere.  Sopra  una  gradi  • 
naia  sorge  un  zoccolo,  sul  quale  si  po- 
sano le  grandi  colonne  di  stile  lombar- 
do, ornatissime  di  fogliami  e  di  Ono 
intaglio.  Su  due  del  centro  si  volge  un 
arco,  a  guisa  di  tabernacolo  o  nicchia, 
figurante  il  Tempio  dell'immortalità, 
e  sotto  il  quale  è  seduta  la  persona  di 
Tiziano,  di  forme  colossali,  sollevante 
colla  destra  il  velo  alla  natura,  e  posan- 
te la  manca  sul  libro  dell'arte,  rappresen- 
tata da  due  ligure  allegoriche  di  minori 
dimensioni.  Fanno  parete  dietro  a  lui,  e 
fra'  due  intercolunnii  laterali  3  bassiri- 
lievi,  in  che  sono  ralfigurate  le  3  maggio- 
ri opere  di  quel  divino,  l'Assunta  cioè, 
S.Pietro  Martire,  ed  il  s.  Lorenzo.  Più  in 
alto,  e  al  disopra  delle  cornici,  stanno 
scolpite  lai. "e  l'ultima  delle  sue  opere,  la 
Visitazione  di  s.  Elisabetta  e  la  Deposi- 
zione della  Croce.  Quattro  bellissime  sta- 
tue rappresentano  T  Arti,  stanno  a'  lati 
del  gran  maestro  la  Pittura  e  l'Incisio- 
ne, la  Scultura  e  l'Architettura  alquanto 
più  discoste,  le  quali  con  belle  movenze, 
sembrano  venir  a  far  corona  al  Vecellio. 
All'  estremità  poi  della  base  si  vedono 
due  grandi  statue  atteggiate  gravemente, 
econiloroattributiji Secoli  XVI  eXIX.il 


YEN 

i.'portando queste  parole:  E/ues  et  Co- 
mes Tiliauus  Sii,  per  alludere  all'  aver 
Carlo  V  ascritto  Tiziano  ancor  vivo  alla 
nobiltà   equestre.  L'  altro  Secolo  colla 
scritta:  Titiano  MoiuunentuinEreclum 
Sit,  per  avergli   eretto  Ferdinando  I  o- 
norevole  monumento.  Nel  bel  mezzo  in- 
fine del  zoccolo  istesso  due  Genii  in  at- 
to di  volare  sostengono  una  corona  d'al- 
loro e  di  olivo  conlesta,  nel  centro  della 
qu.ile  sta  scritto  a  lettere  d'oro:    Ti- 
tiano Ferdiiiiinilas  I.  mdccclit.  Al  som- 
mo del  monumento  ed  a  ricoprirlo  que- 
sto sotto  le  sue  grandi  ali,  sorge  il  Leone  di 
s.  Marco,  in  grandiose  proporzioni,  por- 
tante lo  scudo  con  l'Aquila  imperiale  ed 
il  nome  Ferd.  Priinus.  Quest'opera  in- 
signe de'  professori  padre  e  figlio  Zan- 
domeueghi,   per  giudizio  di  som(ni  ar- 
tisti, Ira  cui  dir  si  può  inappellabile  quel- 
lo di  Hayez,  è  condotta  con  tale  finez- 
za  d'  accorgimento  e    purità  di  spinto 
classico,  quanto  a  invenzione  ,  eccellen- 
za di  gusto,  perizia  e  magistero  incom- 
parabili d'arte,  quanto  ad  esecuzione,  da 
grandemente  onorarsene  la   storia  con- 
temporanea della  scultura.  In  qual  rive- 
renza fosse  il   Vecellio   presso  lutti  i  so- 
vrani e  potentati  d'  Europa  ,  singolar- 
mente dell'imperatore  Carlo  V,lo  si  de- 
duce dall'  atto,  onde  questo    monarca  , 
sopra  i  cui  stati  non  tramontava  il  sole, 
degnavasi  di  raccogliere  il  suo  pennello, 
caduto  di  mano  al  prediletto  suo  ritrat- 
tista, e  con  quelle   lusinghiere  e  onori- 
ficentissime  parole  che  riportai  nel  voi. 
LXXXVllI,  p.  20 4,  Finalmente  trovo 
a  p.  568  A^W  Osservatore  Romano  del 
1 852,  con  data  di  Venezia.  S'immaginò 
di  coniare  una  medaglia  in  onore  de'pro- 
fessori    Zundomeneghi,  col   ritratto  del 
famoso   pittore.    Tre  di    queste    meda- 
glie furono  in  oro,  e  destinate   una  per 
l'imperatore  Ferdinando   I,  l'altra  per 
r  imperatore  regnante   Francesco  Giu- 
seppe  l,  la  3.'^  pel    prof   Pietro  Zando- 
meneghi  figlio,  perchè  il  padre  suo  Lui- 
gi mancò  di  vita  durante  il  lavoro  della 


VEW  YEN  i55 
bell'opera.  Se  ne  coniarono  pme  una  doz-  Eravi  pnje  un  ampio  collegio,  diletto  dai 
ziua  in  argento  e  1'  alti  e  in  Ijjonzo.»  Si  soniaschi,  e  denominalo  1'  accademia  dei 
traila  d'onorare  un  nostro  concilladino  nobili,  ove  si  educavano  a  pubbliche  spe- 
clie  pose  in  opera  oyni  cura  per  innalzare  se  in  buon  ninnerò  veneti  gentiluomini, 
ad  un  sonioio  tra'veneli,  splendido  e  ini-  Si  vedevano  pine  due  nobilissinii  palazzi 
perilui  o  monumento.  Le  glorie  patrie  de-  ealtri  buoni  ediiizi,  ma  divenuti  quasi  tul- 
vono  tornare  a  lutti  carissiu»e,  ed  i  ve-  li  in  cattivo  stalo,  essendo  decaduta  la 
neziani  die  vanno  ricebi  di  tante,  non  de-  floridezza  di  quest'isola;  la  quale  conser- 
vono trascurare  l'occasioni  che  loro  si  va  però  bei  giardini  eoi  taglie  fertilissime 
porgono  per  onorare  gl'ingegni  cb'ebbe-  a  comodo  e  delizia  degli  abitanti  di  Ve- 
ro vita  in  (|uesle  lagune  ".  nezia,  particolarmente  nella  stagione  esti- 
22.  Benedetliiie  de  ss.  Biagio  e  Cu-  va.  Fu  quivi  da  diversi  anni  eretta'  una 
/rtWo,  nell'isola  della  GiudeccaoZuecca.  casa  di  forza  nel  monastero  di  s.  Croce. 
Questa  è  un' isola  bislunga,  intersecata  Gli  abitanti  si  occupano  per  lo  più  ne' la- 
da  vari  canali,  o  piulloslo  6  isoletle  con-  vori  di  corde,  cuoio,  cera,  ec.  ;  e  molti  at- 
giunle  insieme  col  mezzo  di  ponti,  che  tendono  alla  navigazione  e  alla  pesca,  e 
steiidesi  per  lungo  a  mezzodì,  ed  a  poclns-  sono  ottin»i  marinari.  Merita  menzione 
sima  disianza  dalla  città  di  Venezia,  e  lo  stabilimento  Baroni  ad  uso  di  conciato- 
quasi  gareggiando  in  lunghezza,  si  prò-  io  di  pellami,  già  dichiarala  fabbrica  na- 
lunga  purallelamenle  ad  essa,  incurvau-  zionale  e  per  cui  il  proprietario  nel  iSaS 
dosi  però  alquanto  nei  mezzo,  da  occiden-  ottenne  il  premio  della  medaglia  d'oro, 
le  a  levante,  e  termina  vicino  all'altra  potendosi  asserire  positiviimente,  essere 
isola  di  S.Giorgio  Maggiore,  formando  lo  stabilimento  il  più  vasto  e  dovizioso  di 
così  un  canale  molto  esleso,  che  chiamasi  quanti  del  suo  genere  esistono  nel  regno 
volgarmente  Canale  della  Zìiecca,  ha  Lombardo- Veneto.  Vuoisi  chea  questa 
fabbrica  più  osservabile  di  (juesl' isola  é  isola  derivato  sìa  il  nome  da' giudei  che 
il  cospicuo  tempio  del  Redentore  de'cap-  un  tempo,  o  pe'primi,  vi  abitassero  (pian - 
pucciui.  La  parrocchia  di  tutta  1'  isola  è  do  s'  introdussero  in  Venezia,  secondo  il 
compresa  nel  numero  di  cjuelle  di  Vene-  Sansovino;  il  che  però  vieneda  molti  ne- 
zia, come  notai  nel  §V1  II,  n. 70  delle  par-  gaio,  e  recisamente  dal  Moschini,  ilqua- 
rocchie,  poiché  l'isola  delia  Giudecca,  le  opina  derivare  il  suo  nome  forse  da 
benché  disgiunta  dalla  città,  ne  fu  sempre  un  borgo  di  Costantinopoli,  non  mai  dai 
riputala  una  frazione  apparteiienle  al  se-  giudei  che  non  vi  ebbero  soggiorno.  E 
stiere  di  Dorsoduro.  La  chiesa  parrocchia-  certo  che  ne' più  remoli  tempi  fu  detta 
le  fu  anticamente,  e  lo  è  anche  adesso,  Spina  Longa^  a  cagione  appunto  della 
quella  dedicala  alle  ss.  Eufemia,  Doro-  prolungata  sua  figura,  quantunque  pri- 
tea  e  Tecla,  di  cui  e  deli'  isola  riparlai  nel  ma  del  secolo  XI V  non  si  estendesse  lau- 
ricordalo  §  Vlll,u.  70.  Vi  é  il  conserva-  lo  in  larghezza,  perchè  quel  tratto  dei- 
Iorio  delle  Zitelle  con  bella  chiesa.  Conte-  l'isola  che  riguarda  la  laguna,  sino  al 
neva  quest' isola  fino  al  1806  altre  cine-  principio  di  tal  secolo  era  tulio  paludo- 
se, ed  altri  conventi  e  monasteri,  ma  più  so,  e  sollanlo  nel  1828  fu  dal  governo 
non  esistono,  coiness.  Cosma  e  Damiano,  diviso  in  frazioni  e  conceduto  a  diversi 
bella  chiesa  e  monastero  di  damejs.  Cro-  cittadini,  a  condizione  che  a  loro  proprie 
ce,  monastero  delle  benedettine  ;  s.  Eia-  spese  ne  alzassero  e  consolidassero  il  ter- 
gio,  in  argomento  ;  s.  Giacomo,  chic-  reno,  e  vi  fabbricassero  case  e  niagazzi- 
sa  de'  camaldolesi  ;  e  s.  Angelo,  de'  car-  ni,  de'  quali  ultimi  anche  al  presente  l'i- 
nielilani  :  tutte  fabbriche  adorne  di  buo-  sola  é  molto  ben  fornita.  Tutti  i  luo- 
ne  pitture  e  circondiile da  fertili  ortaglie,  ghi  in  cui  ragionai  di  quest'isola,  gli  ho 


i56  VEN 

riconlali  nel  §  XV!  Il,  n.  -2.  In  quest'isola 
dunque  furono  creili  la  chiesa  ed  il  mo- 
nastero de'  ss.  vescovi  Biagio  di  Sebaste 
martire,  e  Cataldo  di  Taranto  confesso- 
re, dalia  sua  unica  fondatrice  e  madre 
la  b.  Giuliana,  nata  ne!  castello  di  s.  Sal- 
vatore da  Tolberto  conte  di  Collalto  e 
di  s.  Salvatore,  e  da  Giovanna  de' conti 
di  s.  Angelo  nel  i  i86.  Dando  essa  sino 
dall'  infanzia  non  oscuri  presagi  di  virtù 
e  santità,  di  io  anni  entrò  nel  monaste- 
ro delle  benedettine  del  monte  di  Sala- 
rola  presso  l'  illustre  castello  d'  Este,  ed 
ivi  ne  professò  l'istituto.  Per  le  guerre 
nel  1222  la  badessa  b.  Beatrice  si  ritirò 
in  Geinola  con  io  religiose,  insieme  a 
Giuliana,  alla  quale  ivi  apparse  s.  Biagio, 
cIk!  le  prescrisse  di  recarsi  a  Venezia,  e 
nell'estremo  confine  dell"  isola  di  Spina 
Longa  istituirvi  un  monastero  solto  la 
sua  invocazione,  ponendole  in  dito  uu 
anello  a  contrassegno  di  sua  futura  di- 
gnilà.  Nel  luogo  indicato  dal  santo  era- 
no già  slate,  nella  fine  del  secolo  X  dalle 
nobili  fauìiglie  Capovana,  Pianiga  e  A- 
f^nusdei,  fabbricate  col  titolo  di  s.  Bia- 
gio chiesa  e  casa  o  ospedale,  per  acco- 
s;I'\ervi  i  pellegrini  diretti  a  Terra  Santa. 
La  chiesa  fu  consagrata  nel  i  188  con  in- 
ilidgenze  concesse  da  Marco  Nicola  ve- 
scovo di  Castello,  ad  istanza  di  Filippo 
prete  e  ili  altri,  che  nell'  ospedale  gior- 
no e  notte  servivano  al  Signore.  Altre 
indulgenze  accordò  il  patriarca  di  Grado 
Giovanni  Signolo,  il  quale  ordinò  che 
si  ponesse  marmorea  memoria  della  se- 
guita consagrazione;  e  siccome  nel  mar- 
mo erano  scolpite  alcune  colombe,  ne 
derivò  la  popolaretradizione,  che  ivi  an- 
ticamente abitassero  i  frati  della  Colom- 
l>ii)a.  Giunta  la  b.  Giuliana  in  Venezia, 
ottenne  in  dono  dal  senato  il  già  abban- 
donato ospizio  per  ridursi  a  monastero, 
per  essere  apparso  s.  Biagio  anche  ai 
procuratori  di  s.  Marco,  com'è  fama, 
onde  avvisarli  a  contribuirvi.  Divulgata- 
si per  la  città  la  prodigiosa  fondazione, 
multe  pobili  vergini  vollero  vestir  l'abito 


VEN 

beneiloltlno  sotto  si  santa  badessa,  la 
quale  per  couilurlealla  perfezione  die'Ioro 
esempi  delle  più  sublimi  virtù,  Dio  ope- 
rando miracoli  a  sua  intercessione,  finché 
volò  al  cielo  nel  1262.  Il  Corner  colia 
descrizione  della  beata  sua  vita,  olire  la 
sua  effigie  sia  vivente,  che  giacente  morta 
neir  urna  deposta  sopra  il  suo  altare,  ve- 
nerata per  beata  ;  il  cui  cullo  riconobbe 
e  meglio  stabili  Benedetto  XIV.  L'auste- 
ra osservanza  della  regola  dis.  Benedetto 
così  mirabilmente  piantata,  col  decorrere 
de*  secoli  non  poco  si  rilassò.  Laonde  il 
patriarca  Contarini  con  autorità  di  Leo- 
ne X,  nel  i5i9  v' introdusse  la  riforma 
dividendo  le  monache  in  osservanti  e  in 
conventuali,  alle  prime  essendosi  data  la 
proprietà  del  monastero,  e  poi  da  A.Uobel- 
lo  Averolo  vescovo  di  Pola  e  nunzio  apo- 
stolico in  Venezia,  nel  i520  ammesse  al 
godimento  di  tutte  le  prerogative  ed  e- 
senzioni  dal  monastero  d^  Ognissanti,  da 
dove  erasi  introdottala  riforraatrice  Ci- 
priana  Landò.  Rovinando  la  chiesa,  ne' 
primi  del  secolo  decorso  fu  rifabbricata 
da'  fondamenti  in  ornatissima  maniera  e 
con  nobili  altari  di  marmo,  uno  de'  qua- 
li dedicato  alla  b.  Giuliana  col  suo  sa- 
gro Corpo  (ora  trasportato  nella  sud- 
detta chiesa  di  s.  Eufemia)  :  negli  altri 
furono  disposte  ss.  Reliquie,  fra  le  qua- 
li del  s.  Titolare  e  il  corpo  di  s.  Gerva- 
sio  martire  tratto  da' cimiteri  di  Roma. 
Sino  alla  comune  soppressione,  o  diluvio 
politico  generale,  come  l'appellò  il  gran 
cardinale  Consalvi,  durò  il  monastero  e 
la  chiesa,  il  primo  oggidì  io  gran  parte 
diroccato  e  distrutto. 

2  3.  Francescane  di  s.  Damiano  in 
isola  di  s.  Chiara.  Quest'isola  di  s.  Chia- 
ra, essendo  congiunta  alla  città  mediante 
un  ponte  di  legrm,  qui  ne  parlo  in  vece  del 
§  XVIII  dell'isole, soltanto  in  esso  accen- 
nando nel  n,  24,  in  questo  numero  ragio- 
narne. Nel  1236  Giovanni  Badoaro  ia- 
siemealle  cugine  Maria  e  Lavinia,  nel  se- 
stieredi  s.  Croce  donarono  un  ampio  spa- 
zio di  teneno  paludoso,  per  fondare  uu 


VEN 

monastero  di  francescane,  delle  dell'or- 
dine di  s.  Damiano  dall'omonima  chie- 
sa «I'  Asisi,  presso  la  qnale  s.  Francesco 
fondò  le  Clarisse  colla  sua  regola,  cullo- 
ctindovi  le  conciltadine  s.  Chiara  colla 
sorella  b.  Agnese.  Non  ^  cerio  che  que- 
sta b.  Agnese  si  recasse  in  Venezia  a  co- 
stituirvi la  I."  badessa  Auria.  Vnolsi  pu- 
re che  propriamente  fondatrice  del  mo- 
nastero fosse  Costanza  Calbo,  le  cui  figlie 
Maria  e  Gabriela  monache  di  s.  Marco 
iieir  isola  d'Ainmìano,  poi  distrutta,  pas- 
sarono in  quest'  istituto,  in  principio  fu 
intitolala  la  chiesa  s.  Maria-Madre  del 
Signore,  indi  col  decorrere  degli  anni, 
in  venerazione  dell'  islitutrice  dell'  ordi- 
ne, col  monastero  anche  la  chiesa  fu  co- 
munemente delta  di  s.  Chiara.  Grego- 
rio IX  ne  prese  la  protezione  nel  laSS, 
enei  ìi^ì  le  concesse  di  potersi  fare 
assistere  da  un  frate  minore.  Innocenzo 
IV  nel  1247  ricevè  sotto  la  protezione 
sua  e  di  s.  Pietro  la  badessa  e  suore  di  s. 
Mariadi  Zirada, così  pure  delle  dal  luo- 
go, che  dal  girar  del  canale  da'veneziani 
dicesi  di  Zira,  quindi  Z/V-tìt(^/<z  ;  confer- 
mando l'esenzione  concessa  nel  isSGdal 
vescovo  di  Castello  Pino  col  consenso  del 
capitolo,  col  solo  censo  al  vescovo  d'  una 
libbra  di  cera  nella  festa  di  s.  Pieli'o,  ed  al- 
tra ne  impose  il  Papa  a  favore  dei  succes- 
sori. Alle  monache  diresse  vantaggiose 
bolle  anche  Alessandro  IV, GiovanniXXI 
e  Martino  IV.  Il  loro  fervore  ralfredda- 
tosi,  ne  inlraprese  la  riforma  il  patriarca 
Conlarini,  dividendo  le  religiose  in  con- 
ventuali, e  osservanti  a  cui  concesse  per 
badessa  Domitilla  Badoer  esemplarissima 
monaca  di  s.  Croce,  che  vi  fece  rifiorire 
l'antica  osservanza.  Favorirono  la  rifor- 
ma Clemente  VII  nel  1529  e  Paolo  ili 
nel  1 535,  il  quale  poi  nel  i  546  commise 
al  suo  nimzio  in  Venezia  Giovanni  della 
Casa  arcivescovo  di  Benevento,  di  scio- 
gliere i  nìonasleri  di  s.  Chiara  dalla  sog- 
gezione de'  superiori  dell'  ordine,  e  di  ri- 
ceverli sotto  il  governo  e  amministrazio- 
ne di  lui  e  nunzi  successori  :  lutluvolla  i 


VEN  ÌJ7 

inonasteri  di  s.  Chiara,  di  s.  Croce,  del  s. 
Sepolcro,  di  s.  Maria  Maggiore  e  di  s. 
Maria  de'Miracoli  perseverarono  sotto  la 
direzione  de'  minori  osservanti,  finché 
Clemente  Vili  nel  i594  li  sottopose  al- 
la giurisdizione  del  patriarca.  Nel  i565 
le  conventuali  abbracciarono  la  riforniii. 
Per  l'incendio  del  i574  bruciala  la  chie- 
sa e  la  maggior  parte  del  monastero,  l.i 
carità  de' fedeli  a  tutto  riparò,  e  la  rin- 
novata chiesa  a'  27  aprile  1620  consa- 
grò il  patriarca  Tiepolo.  Venerabile  fu  il 
sagro  tesoro  di  questa  chiesa,  possedendo 
un  ss.  Chiodo  che  trafisse  sulla  Croce  i 
piedi  del  Redentore;  ora  custodito  e  ve- 
nerato nella  chiesa  di  s.  Panlaleone.  Il 
Corner  riporta  la  sua  figura  e  quella  d'ui» 
anello  dati  in  persona  al  monastero  per 
custodirli,  da  s.  Luigi  IX  re  di  Francia 
in  abito  da  pellegrino  incognito, secondo 
la  relazione  d'una  badessa  che  riprodus- 
se. Nel  monastero  restarono  le  francesca- 
ne sino  alla  soppressione  neli8o5,  e  po- 
scia fu  ridotto  a  ospedale  militare,  conte 
lo  è  al  presente. 

24.  Cistcrciensi  monache  di  s.  Maria 
della  Ccleslia.  Reniero  Zen,  poi  doge, 
recatosi  nel  i236  qual  podestà  a  Pia- 
cenza, avendovi  anjmiralo  il  monastero 
dell'  austere  cistcrciensi,  tornato  a  Vene- 
zia diede  opera  per  introdurvele,  aven- 
done ollenute  le  debile  facoltà  da'  mo- 
naci cislerciensi  di  quel  cenobio  della  Co- 
lomba che  lo  dirigevano,  e  dalla  bades- 
sa 12  scelte  suore.  Erello  nel  sestiere  di 
di  Castello  il  monastero  nel  1237,  su- 
bito Gregorio  IX  lo  pose  sotto  la  prote- 
zione della  s.  Sede,  chiamandolo  nel  di- 
ploma s.  Maria  de  Cacleslilnis  0  Code- 
stibus\  perchè  la  chiesa  fu  intitolala  s. 
Maria  Assunta  in  cielo,  poi  per  corru- 
zione s.  Maria  della  Ccleslia,  ond'è  favo- 
la che  l'aggiunto  ottenesse  dal  nome  del- 
la suai."  badessa.  Pare  che  vi  preesisles- 
se  una  piccola  chiesuola.  Rinnovarono  e 
ampliarono  l'esenzioni  Innocenzo  IV  nel 
1247  e  Alessandro  IV  nel  i255.  Con- 
cessero indulgenze  a'fedeli  pel  progredì- 


1 58                   V  E  N  YEN 

mento  flella  fil)hricn  della  cMesa  nel  pa  ecclcsiaslica  e  replicnti  miracoli  il  col- 
1261  [Jiiico  arcivescovo  (li  Salisburgo  e  locamenlo  della  ss.  Iiunuigine,  e  poscia 
Tommaso  vescovo  di  Squillane  giunti  in  a'  1  G  aprile  161  i  la  cousagrò  il  palriar- 
Venezia,  il  che  fece  pure  Ugone  vesco-  ca  Vendramiu  a  Dio,  sotto  il  titolo  di 
vo  (li  Ijellemme  nel  1287.  Reso  illustre  Maria  Vergine  Assunta  al  cielo,  e  de'ss. 
il  sagro  luogo  [ter  la  pietà  delle  religio-  Lenedetto  e  Bernardo  abbati.  In  essa  si 
se  e  pe'ragguardevoli  privilegi  consegui-  conservavano,  una  ss.  Spina  che  con  gran- 
ii, accpjislò  nuovo  splendore  per  la  lun-  de  apparalo  si  esponeva  il  venerdì  san- 
gi  dimora  die  vi  fece  il  b.  Giordano  to,  delle  relirpiie  de'  ss.  Lorenzo  Levita 
Forzale  abbate  di  s.  Benedettodi  Pado-  v.  Stefano  protomartire,  io  teste  delle 
■va,  fuggendo  il  furore  d'Ezzelino  III  da  Compagne  di  s.  Orsola,  molle  ossa  de' 
Romano,  il  cui  corpo  fu  poi  portato  da  ss.  iNLirliri  crocefiiìsi  in  Armenia  sul  mon. 
questa  chiesa  in  quella  del  suo  menaste-  te  Ararat,  il  corpo  di  s.  Caloandro  mar- 
10.  Ad  onta  delle  pontifìcie  esenzioni,  le  tire  con  altre  ss.  Reliquie  delle  romane 
monache  continuarono  a  farsi  dirigere  catacombe.  Frattanto  continuando  le  ci- 
da' cistcrciensi  della  Colomba,  ma  ag-  sterciensi  sotto  la  direzione  degli  abbati 
gravate  dall'esigenze  dell'abbate  Jacopo  piacentini,  non  bastò  la  loro  cura  e  vi- 
e  anche  interdette,  ricorsero  a  Clemente  gilanza  a  impedire  il  discapito  dell' os- 
VI,  ed  il  successore  Urbano  V  nel  i36g  servauza  regolare  e  della  corruttela  co- 
regolò  le  visite  degli  abbati.  Terminala  uiinciata  nel  grande  scisma  d'occidente  j 
la  sontuosa  chiesa,  per  suo  maggior  de-  però  accorse  Eugenio  IV  a  provvedervi, 
coro  vi  fu  collocata  una  divota  immagi-  con  salutare  riforma  e  con  successo  Io- 
ne della  B.  Vergine  proveniente  dall'o-  devole.  Nel  principio  del  secolo  XVI  il 
lientej  e  resa  celebre  pe'  prodigi  opera-  Papa  esentò  le  monache  dalla  soggezio- 
ti  ;  come  lo  attesta  un  diploma  del  car-  ne  de' superiori  cisterciensi,  e  le  sotlo- 
dinal  Nicolò  Misqinno  Caracciolo  legato  mise  al  governo  de'  patriarchi  veneti, 
apostolico  alla  repubblica  veneta  d'Orba-  Ma  anch'  esse  terminarono  colla  sopres- 
no  VI, nel  concedeie  spirituale  remissione  sione  delle  regolari  corporazioni  nel  1  810, 
delle  [iene  de'peccatia'fedelijche  negli  sta-  dopo  avere  nel  1806  ricevuto  nel  mo- 
biliti giorni  visitassero  la  chiesa  in  cui  la  «asterò  le  monache  di  s.  Maflio  di  Ma- 
ss.Immagine  risplendeva  per  miracoli.  Il  "zorbo  e  di  s.  Daniele  già  soppresse  col- 
Corner  narra  la  storia  di  sua  traslazio-  1'  altro  precedente  decreto  nel  i  806. 
ne  prodigiosa.  Il  suo  culto  si  accrebbe  Chiusa  anche  la  chiesa,  già  sepolcro  del 
nel  iS6c)  pel  vicino  incendio  dell'arse-  doge  Celsi  e  di  altri  illustri,  fu  data  al 
naie,  che  per  lo  scoppio  della  polvere  a'  propinquo  arsenale  e  convertita  in  altri 
I  3  settembre  abbattè  il  monastero  e  di-  usi.  Altre  abbondanti  notizie  si  potino 
rocco  la  chiesa,  imperocché  dopo  5  gior-  leggere  nel  cav.  Cicogna, 
ni  fu  trovata  accesa  fra  le  rovine  la  laui-  no.AgostiaianeeDencdelliae  delle  ss. 
pada  che  soleva  ardere  innanzi  al  vene-  Anna  e  Caterina,  e  poi  di  s.  Stefano 
rabile  simulacro.  Le  monache  si  ritira-  protomartire.  Gli  eremitani  di  s.  Ago- 
rono  nel  monastero  di  s.  Jacopo  della  stiuo  della  congregazione  Britlina  isti- 
Giudecca  de'  serviti,  e  vi  dimorarono  5  tuita  nella  diocesi  di  Fano  fiorendo,  vol- 
niuii,  fino  alla  rifabbiica  del  monastero,  lero  fondare  anche  un  convento  in  Ve- 
nel  quale  tornarono  nel  l5']/\.  solenne-  nezia,  onde  il  priore  generale  fr.  Andrea, 
niente.  Da'  fondamenti  riedificala  pure  a  ciò  deputò  l'esemplare  fr.  Giacomo  da 
la  chiesa,con  magnifico  modello  delloSca-  Fano.  Recatosi  questo  in  Venezia,  nel 
mozzi  poco  diverso  dal  Pantheon  di  Ro-  12  p  nel  sestiere  di  Castello,  non  lungi 
Dia^  a'27  maggio  i6o6  seguì  con  poni'  dalla  catlediaie,  acquistò  im  sullicieule 


1 


V  E  N 

spazio  ili  terreno  vacuo,  e  col  permpsso 
tlel  vescovo  Pino  vi  fabbricò  un  conven- 
to e  la  chiesii  sotto  il  titolo  (Ielle  ss.  An- 
na e  Caterina.  La  condotta  degli  agosl  i- 
niaiii  si  meritò  l'araoie  universale,  e  nel 
1284  ottennero  dall'erario,  per  decreto 
del  maggior  consiglio,  quelle  limosine  e 
indulti  già  concessi  a'  domenicani  e  a' 
francescani.  Ma  come  la  posizione  del 
luogo,  situato  nell'estremo  angolo  del- 
la città,  rendeva  difììcile  a'buoni  religiosi 
resercÌ7Ìo  del  zelo  loro  per  l'aiuto  de' 
|iiossimi,  così  avendo  trovato  .sito  più 
opportuno  nella  parrocchia  di  s.  Stefa- 
no o  meglio  di  s.  Angelo  (ambedue  no- 
minandosi nelle  Notizie),  posta  nel  se- 
stiere di  s.  Marco,  determinarono  d'alie- 
nare il  convento  con  facoltà  del  vescovo 
di  Castello  Bartolomeo  11  Quirini,a  con- 
dizione che  la  faniiglia  religiosa  nctpii- 
lente  restasse  soggetta  a'  vescovi  Castel- 
lani. Riservandomi  di  parlar  poi  del  con 
vento  di  s.  Stefano,  intanto  dirò,  che  l'al- 
tro fu  acquistato  da  alcune  donne  «li- 
vote,  le  quali  colla  dire/ione  di  Maria 
Zollo,  dcsideia vano  in  liiogo  remoto ser 
vira  a  Dio  professando  la  regola  di  s.  P»e 
nedello.  Scgm  1' accordo  nel  129^,6  le 
religiose  ridotto  il  convento  a  monaste- 
ro vi  entrarono  verso  il  fine  del  i3o4 
o  ne'  principii  del  seguente  anno,  colla 
Zotto  per  badessa.  Per  le  miserie  dell'u- 
inana  instabilità,  nel  secolo  appresso  de- 
cadendo le  monache  dal  primiero  fer- 
vore, ed  avendo  alcune  di  esse  con  pre- 
lesti  ottenuto  dal  cardinal  Pietro  Ria- 
rio,  legato  apostolico  in  Venezia  dello  zio 
Sisto  IV,  di  potersi  recare  alle  case  de' 
loro  congiunti  accompagnate  da  due  o 
più  monache,  da  ciò  ne  contrassero  sen- 
timenti e  costumi  mondani,  che  facil- 
mente comunicarono  all'  altre.  Ridotte 
di  solo  abito  religiose,  non  eseguendo  i 
salutari  documenti  loro  dati  dal  patriar- 
ca Conlarini,  qiiesti,con  approvazione  di 
Leone  X,  oeli5ig  con  più  energici  prov- 
vedimenti ottenne  di  fare  rivivere  nel 
monastero  l' aulico  splendore,  che  poi 


VEN  159 

conservò.  A  tanto  contribuirono  alcune 
religiose  di  S.Giovanni  in  Laterano.  Per 
1'  antichità  della  chiesa  nel  iG34<'i"no- 
vata  da' fondamenti,  in  cui  si  pose  quel- 
la medaglia  di  cui  offre  il  disegno  il  Cor- 
ner, colle  immagini  da  un  lalo  di  s.  An- 
na e  dall'altro  di  s.  Marco,  poi  nel  lOoc) 
la  consagrò  il  patriarca  Morosini.  All'epo- 
ca della  generale  soppressione,  lo  furouo 
eziandio  le  benedettine  di  s.  Anna,  dopo 
esseie  siale  nel  1806  concentrate  colle 
monache  di  s.  Lorenzo.  Quanto  a'  reli- 
giosi agostiniani^  nelle  case  da  loro  ac- 
quistate fin  dal  1274» cominciando  a  for- 
marvi il  convento  e  proponendosi  di  fab- 
bricare la  chiesa  in  onore  di  s.  Stefano 
protomartire,  in  un  documento  del  1  2C)2 
già  Irovansi  nominati  fiati  eremitani  di 
s.  Stefano,  mentre  gettarono  lai."  pietra 
ne'  fondamenti  del  tempio  a'  7  gi'igno 
I  294»  ^  mezzo  del  suddetto  vescovo  Qui- 
rini.  Compiuto  il  tempio  nel  i  325,  fu  poi 
consagrato  a'24  gennaio  1496  da  Barto- 
lomeo vescovo  di  Sebenico,  e  se  ne  ce- 
lebra l'anniversario  nella  3.'  domenica 
dopo  r  Epifania.  Nel  convento  di  s.  Ste- 
fano fiorirono  distinti  religiosi  ,  diversi 
de'quali  elevati  all'episcopato,  ed  in  con- 
siderazione della  rara  dottrina  del  cele- 
bre fr.  Paolo  veneto,  il  senato  nel  i4i7 
concesse  a  lui  ed  agli  altri  religiosi  del 
medesimo,  l'uso  della  berretta  solita  por- 
tarsi da'patrizi;  la  quale  consuetudine  du- 
rata per  molto  tempo,  per  moderazione 
religiosa  tralasciarono,  adottando  la  co- 
mune clericale.  Dipoi  nel  i443  '1  Papa 
unì  al  convento  la  cadente  chiesa  di  s. 
Maria  degli  Angeli  presso  Sacile  colle  sue 
rendile.  Nella  chiesa  furono  collocate  4 
teste  de'Sanli  diecimila  Martiri  crocefis- 
si, un  osso  del  braccio  del  s.  Titolare,  ed 
altre  ss.  Reliquie.  Vi  riposano  i  corpi  del 
b.  Rosserablanle  agostiniano  ;  di  Paolo 
morto  santamente  nel  i49'>  dopo  vita 
penitente  per  essere  stato  famoso  corsaro 
di  Candia,  meritando  che  alle  sue  lagri- 
me un  divolo  Crocefisso  piegasse  il  ca- 
po, onde  nel  chiostro  ove  stava  fu  eiet- 


i6o  VEN 

ta  una  cappella,  e  vi  fu  istituiln  una 
pia  coiifraleniila.  In  questa  chiesa  eb- 
bero sepoltura  iu  diversi  tempi,  i  dogi 
Andrea  Contatini  e  Francesco  Morosi- 
dì  il  Peloponnesiaco,  ed  il  Ciiidinal  Gio- 
vanni Bertt-andi,  morto  oienlre  liova- 
vasi  oratore  del  re  di  Francia  presso  la 
repubblica  coll'epita/llo  riferito  dal  Ciac- 
conio,  t.  3,  p.  857.  Soppressi  gli  agosti- 
niani nella  cueniorata  epoca  ,  la  chiesa 
con  decreto  patriarcale  de' 34  ottobre 
1 8 1  o  fu  dichiarala  parrocchia  e  lo  è  tut- 
tora, sotto  la  decanta  di  s.  Marco.  Com- 
prende la  parrocchia  3f)4^^"''"^>  ^^^  P^'' 
chiesa  succursale  s.  Vitale,  di  cui  nel  § 
Vili,  n,  18,  e  per  oratoriisagramenlali  le 
chiese  di  s.  Maurizio  e  di  s.  Samuele, 
delle  quali  parlai  nello  stesso  §  a'n.  17 
eig.  Mei  suo  perimetro  è  pure  l'oratorio 
non  sagramentale  di  s.  Maria  Annunzia- 
ta. Questo  tempio  di  s.  Steflino  proto- 
martire, è  uno  de'piìi  grandi  di  Venezia, 
e  della  struttura  denominata  tedesca,  os- 
sia di  stile  archiacuto,  colla  porta  mag- 
giore cospicua  per  intagli  ornamentali, 
compartito  a  3  navi  sostenute  da  colonne, 
l'iccodi  moltissime cosedisingolar  pregio. 
Sopra  la  pila  è  lodata  opera  del  Mosca  la 
figura  della  Carità.  Neil."  altare  la  Na- 
scita di  Maria  Vergine  è  opera  del  Cam- 
bini ,  ben  concepita  e  condotta  con  dot- 
trina. Wella  sagrestia  si  ha  un'altra  ope- 
ra  avente  gli  stessi  pregi,  ma  del  Rizzi, 
rolla  Strage  degl'  Innocenti  ;  vi  hanno 
due  quadrelli  di  Barlolommeo  Vivari- 
iii  con  due  Santi  ;  il  martirio  del  Tito- 
lare, di  Santo  Peranda  ;  V  ultima  Cena, 
del  Tintorelto,  e  l'insigne  dipinto  di  Pal- 
ma seniore,  con  la  Vergine  e  Santi,  al- 
tre volte  in  chiesa.  L'altare  maggiore  è 
magnifica  opera  architettata  da  A.  Pa- 
nizza.  L'opere  di  scultura  nelle  pareti 
del  cpio  sono  del  celebre  CamelooGam- 
belo  :  i  sedili  al  di  dietro  hanno  il  nome 
del  loro  autore  fr.  Gabriele  agostiniano, 
quello  stesso  che  architettò  il  chiostro, 
decorato  di  affreschi  del  Pordenone,  di 
cui  ora  rìaiangoao  pochi  avanzi.  Qui  è 


VEN 
osservabile  il  deposito  Ferretto,  che  ha 
tulio  il  carattere  Sanmichelesco.  Nel 
3.°  altare  all'altra  parte,  le  due  statuet- 
te de'  ss.  Girolamo  e  Paolo  sono  due 
S([uisiti  lavori  di  Pietro  Lombardo.  Nel- 
l'ullitno  altare  la  tavola  dell'  Assunzione 
di  Maria  Vergine  è  tizianesco  lavoro  del 
Corona.  Presso  la  porta  è  mirabile  il 
mausoleo,  concepito  lodevolmente  e  tra- 
vagliato diligetileaienle,  dell'insigne  me- 
dico riminese  Jacopo  Suriani,  il  quale 
fece  condurre  il  nettissimo  getto  in  bron- 
zo, che  fu  collocato  di  recente  presso  la 
porla  della  sagrestia,  rappresentante  la  B« 
Vergine  col  Band)ino  e  altri  Santi.  Le 
Fabbriche  di  Venezia  ne  pubblicarono 
il  disegno  coll'illustrazione  di  Diedo,  che 
nell'encomiarlo  disapprova  ilcorredo  de' 
teschi  ne'sepolcri.  Nel  mezzo  del  tempio 
è  la  storica  magnifica  tomba  o  sigillo 
con  ornamenti  in  bronzo,  sculture  di  Fi- 
lippo Parodi,  del  sullodatoMorosini.  Di 
più  nello  stesso  tempio  sono  i  monu- 
menti sepolcrali  di  3  celebri  generali 
della  repubblica,  cioè  Jacopo  del  Ver- 
me, Bartolomeo  Alviano,  e  Domenico 
Contarini,  per  non  dire  di  quelli  d'altri 
illustri. 

36.  Benedettini  di  s.  Gregorio.^e  par- 
lai nel  §  Vili  ,  n.  6g  delle  parrocchie  , 
non  più  esistendo  né  il  monastero,  né  la 
chiesa. 

2  7 .  Minori  osservanti  Jrancescain  di 
s.  Francesco  della  Vigna,  in  Vinea.  Per 
impulso  di  quella  di  vota  propensione,  che 
nudriva  verso  il  serafico  istituto  ,  Marco 
Ziani  conte  d'Arbe,  figlio  di  Pietro  do- 
ge, volle  non  solo  col  pio  legato  di  sopra 
narrato  beneficarne  gli  alunni  di  s.  Ma- 
ria Gloriosa,  ma  prescrisse  ancora  d'es- 
ser sepolto  nella  tomba  comune  de'frali. 
Assegnò  pure  ,  come  raccontai  nel  voi. 
XXVI,  p.  80,  una  sua  vasta  vigna  po- 
sta nella  parrocchia  di  s.  Giustina  nel  se- 
stiere di  Castello,  in  cui  era  una  chiesa 
edificata  nel  1 234,  acciocché  servisse  d'a- 
bitazione a  6  religiosi  frati  minori,  o  do- 
naenicauì;  o  cisteiciensi,  e  maulenuli  coi- 


V  EN 

le  sue  rendile.  Nominò  pe'piimi  1  france- 
81-nni,  perchè,  dice  nel  lestaniento,  quan- 
do essi  giunsero  in  Venezia  in  principio 
dimoiarono  in  essa  vigna.  Teslòneli253 
e  poco  dopo  morì,  perciò  lodalo  da  A- 
lessandrolV  in  un  diplonaa  col  quale  au- 
torizzò il  provinciale  de'minori  della  Mar- 
ca Trevisana,  di  poter  in  della  vigna  co- 
slruire  un  convento  e  abitarvi.  Tra'eom- 
inissarii  deputati  dal  defunto  ad  eseguir- 
ne la  volontà  ,  ostava  con  frivoli  prete- 
sti Giovautii  Campolo.  Ma  la  vedova  del 
conte  Marco,  Costanza  figlia  del  marche- 
se d'Esle,  ricorse  ad  Alessandro  IV  ,  il 
quale  nel  i  255  indusse  il  reiiilenle  al  do- 
vere; di  più  ordinò  areligiosi  di  ricevere 
il  luogo  lasciato  dal  Ziani,  e  poi  ricevu- 
to da'fi  ali  lo  confermò  loro  nel  1 256,  de- 
rogando ai  disposto  del  vescovo  di  Ca- 
stello e  confermato  dal  patriarca  grade- 
se ,  di  non  potersi  fondare  in  Venezia 
chiostri  se  non  distanti  l'un  dall'altro  i5o 
passi,  mentre  il  luogo  dato  a'frati  era  vi- 
cino  alle  cislerciensi  della  Celeslia.  Ad 
onta  delle  pontificie  disposizioni,  insorse- 
ro i  procuratori  di  s.  Marco,  anch'essi 
couiraissarii  del  Ziani,  per  escluderne  i 
frali  minori,  col  pretesto  che  non  dovea 
lui  ordine  religioso  posseder  due  conven- 
ti nella  medesima  città,  e  che  il  luogo  uf- 
fendeva  il  monastero  della  Celeslia  e  i 
suoi  privilegi.  A  lale  prelesa  s'opposero  gli 
altri  commissarii,macon  sentenza  de'giu- 
dici  furono  dichiarati  i  frati  minori  pa- 
droni d'abilar  nella  vigna.  Slabililisi  dun- 
que in  perfetto  possesso  del  luogo,  vis- 
sero per  lungo  tempo  6  frali  sacerdoti  e 
2  laici  colle  somministrazioni  de' com- 
mìssarii,  finché  pel  buon  odore  di  loro 
virtuose  azioni  avendo  tratti  molli  a  se- 
co convivere,  convenne  ampliar  di  molto 
il  loro  ristretto  convento  ,  ed  alzar  da' 
fondamenti  una  chiesa  più  capace  a  con- 
tenere la  frequenza  del  popolo ,  che  vi 
concorreva.  Fu  eretta  la  nuova  chiesa 
sul  modello  di  Marino  da  Pisa  architetto 
celebre,  e  intitolata  a  s.  Francesco  d'A- 
sisi,  che  dal  luogo  fu  della  della  Figna. 
voL.  xcr. 


VEN  iGc 

Però  fu  conservala  l'antica  dedicala  a  «. 
Marco  dentro  l'orlo,  poiché  è  tradizio- 
ne che  il  s.  Evangelista,  ivi  sorpreso  da 
biurasca  pernottasse,  luiperocchè  si  leg- 
genella  Cronacadeì  doge  Dandolo.'»  Ri- 
tornando il  Sanloda  Atjuileia,  ove  avea 
piarilalo  l'Evangelo, a  Roma,  giimse  alla 
palude  chiamata  Rivoalto, ove  incalzan- 
do il  vento,  si  fermò  ad  un  luogo  eniineu- 
te  nella  Laguna,  e  rapito  in  estasi  udì  dir- 
si da  un  Angelo:  Pace  sia  con  te,  o  Mar- 
co,  qui  riposerà  il  tuo  corpo.  Credetle 
r  Apostolo  che  con  ciò  gli  venisse  pre- 
detto il  naufragio,  ma  soggiunse  l'Ange- 
lo: Non  temere  Evangelista  di  Dio,  mot- 
to ti  resta  ancora  a  patire.  Dopo  la  tua 
morte  qui  si  fabbricherà  una  città,  ove 
sarà  trasportato  il  tao  corpo,  e  tu  ne  sa- 
rai il  protettore".  A  questo  racconto  del 
cronista  era   prestata  sì  ferma  credenza 
da  tutti  universalmente  i  veneziani,  die 
soleva  ogni  anno,  come  l'attesta   lo  sto- 
rico Sabellico,  portarsi  il  doge  e  il  sena- 
to a  visitare  tale  antica  chiesa,  che  ere- 
devàsi   fabbricala  nel  sito  preciso,  ove 
l'Angelo  apparve  all'Evangelista.  Abita- 
rono nel  dilatalo  convento  i  religiosi,  ac- 
cresciuti  non  solo  in   numero  ,  ma   in 
isplendore  di  virtù  e  di  dottrina,  al  che 
contribuì  mollo  una  nobile  raccolta   di 
libri  donata  loro  d'Andrea  Bragadin  det- 
to Fascella  ,  insigne  benefattore,  per   le 
di  cui  elemosine  erasi  quasi  interamente 
rifabbricato  il  convento  ,  come  a  spese 
della  famiglia  Marcimana  erasi  eretta  la 
nuova  chiesa.   Per  l' esemplare  vita   ivi 
menata  da'frali,  molti  erano  desiderosi 
d'esservi  ammessi  per  osservare  la  rego- 
la nel  suo  rigore;  ed  arrivato  nel  14*22  a 
Venezia  1'  apostolico  s.  Bernardino  da 
Siena,  talmente  sotto  il  suo  magisleroau- 
meotaronsii  frati, che  convenne  loro  fab- 
bricare in  altro  angolo  della  città  il  con- 
vento di  s.  Giobbe,  del  quale  parlerò  nel 
n.  4?  ti'  questo  §.   Fu  inoltre  decorato 
il  convento  di  s.  Francesco  della  Vigna 
colla  dimora  che  in  esso  vi  fecero  s.  Gio- 
vanoi  da  Capìslrauo  e  s.  Giaconìo  della 
I  i 


,62  V  E  N 

Mnrca,  luminari  dell' ordine,  i  quali  in 
replicati  leoipi  semiuaronoin  Venezia  la 
divina  parola;  ed  i  beali  Alberto  Sartia- 
tense,  Angelo  da  Clavasio,  e  Bernardino 
da  Feltra  vi  dierono  illustri  testimonian- 
ze di  loro  virtù.  Ad  essi  ponno  aggiun- 
gersi il  ven.  Antonio  de  Pagani  veneto 
fondatore  delle  dimesse,  e  il  p.  Pielio 
d'Asisi  fondatore  delio  spedale  della  Pie- 
tà. Frallaiilo  la  chiesa  di  s.  Francesco, 
dandosegni  di  non  lontana  rovino,  si  pen- 
sò a  ricostruirla  più  aoipia  e  magnifica. 
Ke'fondanjeoti,a'i  5  agosto  1 534,  fu  8''' 
lata  lai.^  pietra  colle  medaglie  riprodot- 
te dal  Corner.  Però  sono  due,  una  gr-in- 
de  col  prospetto  esterno  della  cliic^sa,  e 
nel  rovescio  l'enigie  del  doge  Gritti.  La 
minore,  che  fu  propriamente  la  collocata 
ne'fondamenli,  oflie  oltre  la  facciata,  un 
fianco  del  len)pio,con  in  giro  il  n)otto:Z>/- 
vi  Francisii  mdxxxiiii.  Dall'altro  iato  è 
il  ritratto  dello  stesso  «ioge  col  suo  nome 
e  l'anno  iHDXxrri,  epoca  di  sua  elezione. 
Egli  era  veneialore  de'frati  minori  e  vol- 
le intervenire  alla  funzione.  Fu  formato 
l'augusto  tempio  d'una  sola  nave  con  di- 
segno del  Sansovino,  con  semplice  e  lo- 
dalìssimo  stile;  e  l'esterior  facciala  eretta 
tutta  di  marmo,  sull'idea  esibita  da  Pal- 
ladio, con  due  getti  nobilissimi  dell'  A- 
spetli  nelle  statue  de'  ss.  Mosè  e  Paolo. 
La  facciata  è  un  monumento  generoso  e 
pio  di  Giovanni  Grimani  patriarca  d'A- 
quileìa  (al  quale  non  piacque  il  mo- 
dello del  Sansovino,  ch'è  1'  inciso  sulla 
medaglia  gittata  ne'fondamenli.  Il  rino- 
matissimo fr.  Francesco  Georgi,  intelli- 
gentissimo d'architettura,  pare  che  pre- 
ferisse il  .disegno  del  Sansovino.  Inoltre 
questo  religioso  veneto  del  convento, die' 
il  suo  parere  intorno  alle  proporzioni  del 
tempio,  sui  dispareri  insorti,  ed  a'quali  si 
attenne  il  Sansovino.  Neppure  nell'  ere- 
zione di  questo  tempio  si  toccò  1'  antica 
chiesa  di  s.  Marco,  la  quale  ancora  sus- 
sisteva neliBio  alla  soppressione  di  tul- 
li i  chiostri),  la  di  cui  famiglia  eresse  pu- 
re la  i.^  cappella  a  tuauca  dell'ingresso. 


VEN 
Orr»alissimi  sono  gli  altari  dell'altre  cap- 
pelle, fra  le  quali  merita  singoiar  allen- 
zione  quella  ch'è  dedicala  a  «.Girolamo, 
fabbricata  da  Agnese  Cadoaro,  moglie  di 
Girolamo  Giustiniani,  iiiUnchè  riposasse- 
ro in  essa  le  ceneri  sue,  quelle  del  marito 
e  de'  di  lui  congiunti  ;  e  perciò  appellala 
cappellaGiusliniani.  Essa  è  tutta  incrosta- 
ta dì  marmi  figurali  a  mezzo  rilievo  di  fini- 
tissimo lavoro.  Oltre  però  le  cappelle,  che 
magnifican)ente  erette  e  ornale  sono  nel- 
la chiesa,  altra  ve  n'è  vicino  ali.°  chio- 
stro, che  arricchita  ili  molte  indulgenze 
e  di  [)reziose  reliquie  di  santi,  vien  det- 
ta per  antonomasia  la  Cappella  Sniita^ 
i  di  cui  tesori  sono  riportati  dal  p.  Gon- 
zaga nella  Storia  Serafica,  e  consistono 
in  una  ss.  Spina,  un  dito  di  s.  Paolo  apo- 
stolo, un  pie<le  di  s.  Anastasia,  altro  di 
s.  Brigida,  e  le  reliquie  de'  ss.  Pietro  di 
Alcantara  e  Pietro  Regalato  francescani. 
In  urna  di  marmo  ben  disposta  e  rileva- 
la da  terra,  vicina  alla  cappella  maggio- 
re, riposa  il  corpo  del  b.  IMatleo  da  Ba- 
sci  fondatore  de' cappuccini  (ma  convie- 
ne leggerequanlo  dissi  nel  voi.  LXXXVI, 
p.  io4),  il  quale  infermatosi  a  Venezia 
in  casa  del  pievano  di  s.  Mosè,  ivi  san- 
tamente morì  neh  552  a*5  agosto,  ma- 
nifestando Dio  la  sua  gloria  con  prodigi. 
Insorse  quindi  contesa  Ira  il  capitolo  di  s. 
Mosèei  religiosi  di  s.  Francesco  per  sep- 
pellire il  di  lui  corpo,  ma  ad  essi  fu  ag- 
giudicato. Portato  in  questa  chiesa  fu 
deposto  nella  sepoltura  de'frati ,  donde 
per  divozione  del  popolo  fu  estratto  do- 
po due  mesi  incorrotto,  e  collocato  nel- 
l'urna allissa  al  muro  tra  la  piccola  cap- 
pella di  s.  Diego  e  quella  di  s.  Girola- 
mo, e  vi  si  legge  1'  analoga  iscrizione. 
Così  il  Corntr.  Due  altri  servi  di  Dio  so- 
no deposti  in  questo  tem|)io'.  fr.  Bonaven- 
Una  da  Venezia,  e  fr.  Lodovico  da  Berga- 
mo. Nella  biografìa  di  s,  Gerardo  Sa- 
gredOf  dissi  che  in  questa  chiesa  e  nella 
sua  cappella  si  venera  la  reliquia  del  di 
lui  femore.  La  chiesa  fu  solennemente 
coasagrala  da  Giulio  Superchi  vescovo  < 


V  E  N 

Cnorle  1*  i  i  agosto  i  582,  o  a'2  come  vuo- 
le lo  Stnto  personale.  Verso  il  iSgS  fu 
annessa  a  questo  convento  \a  procura 
generale  tle'Ltioghi  di  Terra  Snnta,  le  di 
cui  limosiue  raccolte  da  tolto  il  dominio 
veneto  ivi  si  conservavano.  Eravi  pure 
l'ospizio  destinato  ad  accogliere  i  religio- 
si che  recavansi  a'ss.  Luoghi,  e  alle  con- 
vicine provincie  d' oriente.  I  minori  os- 
servanti furono  compresi  nella  generale 
soppressione  del  1810,  ed  allora  cessaro- 
no d'abitare  il  convento,  Uiferisce  il  cav. 
Mutinelii,  Annali  ch'Ile  Provincie  Vene.' 
te,  che  questo  convento  già  per  ben  6 
secoli  avea  dato  di  continuo  e  i  custodi 
del  s.  Sepolcro  A\  Gerusalemme,  e  colo- 
ro che  Sopra  le  navi  delia  repul)blica  ve- 
neziana doveano  ne'senlimentidi  religio- 
ne mantenere  le  ciurme,  e  incorarle  ne' 
pericoli  delle  tempeste  e  delle  battaglie, 
perciò  alle  une  e  alle  altre  egualmente 
esposti  i  virtuosi  religiosi.  Nello  stesso 
18 IO  la  chiesa  fu  dichiarata  parrocchia, 
e  consegnata  al  clero  secolare  ,  con  de- 
creto patriarcale  de'24  ottobre,  sottopo- 
sta alla  decania  di  s.  Pietro  di  Castello. 
Ristabiliti  i  minori  osservanti  nel  con- 
vento vicino,  che  fino  al  1810  fu  mo- 
nastero delle  suore  terziarie,  per  sovra- 
na ri>olu7.ione  de' 4  luglio  i835,  rias- 
sunsero il  sagro  abito  a'  1 7  gennaio  1 836. 
lleinlegrali  nella  chiesa,  fu  loro  con- 
cessa pure  la  cura  d'  anime,  onde  tut- 
tora s.  Francesco  della  Vigna  è  parroc- 
chia. Ciò  avvenne  con  decieto  dell'  1 1 
gennaio  i853,  accordatane  la  parroc- 
chialità abituale  al  convento  medesimo, 
e  riservata  la  nomina  del  parroco  reli- 
gioso al  patriarca  dietro  proposta  del 
provinciale.  Il  parroco  attuale  è  anche 
commissario  di  Terra  Santa.  La  parroc- 
chia contiene  2869  anime,  e  l'oratorio 
non  sagratnentale  di  s.  Pasquale  Baylon, 
eretto  colla  scuola  nel  secolo  XVII,  ed 
ancora  ulliziato  da  una  confraternita  di 
laici,  che  vi  si  raccolgono  sotto  la  prote- 
zione di  esso  santo.  La  famiglia  regola- 
re del  chiostro  è  Dumerosa,  essendovi  20 


YEN  i63 

saceidoti,  e  3i  tra  chierici,  laici  e  terzia- 
ri. Per  l'odierno  convento,  io  debbo  fa- 
re una  digressione  che  vi  ha  relazione, 
dispensanilomi  così  di  rientrare  nell'ar- 
gon)ento,  ch'è  non  senza  notabile  e  mol- 
teplice importanza.  Scrisse  Viltorelli  nel- 
l'//<^W///oalCiacconio,  ritae  Ponlificnni 
lìoin.,  t.  3,  p.  8^4)  '"  quella  di  Pio  IV^: 
J  enetoruni  lege/n  in  Consistorio  lauda- 
vi t^-  qua  cautum,  ne  qui  ex  Veneti s  pa' 
tritìis  honorem,  aut  conwìodum,  Reipu- 
hlicae  non  indulgente  ab  alio  Principe 
arcipiat:  Pontilìciai,  insignes,  aedes  a 
Veneto  Pontijice  ad  s.  Marcuni  Roniae 
erecta^y  eidem  Reipuhlicatn  donavi tj  de 
qua  re  ea  in  illii  exstat  inscriptio.  La 
pubblicai  nell'articolo  che  vado  a  ricor- 
dare. Racconta  il  cardinal  Pallavicino, 
Istoria  del  Concilio  di  Trento,  I.  4,  hb. 
24,  cap.i  I,  dopo  aver  notato  la  lodevo- 
le contrarietà  esternata  da'veneziani,  ve- 
ramente italiani,  a  chi  proponeva  1'  in- 
decorosa e  ingiusta  traslazione  del  seggio 
pontificale  dal  Vaticano  oltremonti;  do- 
po aver  encomiato  i  veneziani  quali  os- 
servatori dell'immunità  ecclesiastica,  che 
appena  terminato  il  sagrosanlo  concilio 
di  Trento  {V.),  Pio  IV  avendo  posto  o- 
gni  studio  perchè  fosse  ricevuto  da  tutti 
gli  slati,  con  somma  prontezza  vi  corri- 
sposero i  principi  italiani,  e  specialmen- 
te la  repubblica  di  Venezia ,  che  lo  fe- 
ce promulgare  fra  le  solennità  della  mes- 
sa nella  basilica  di  s.  Marco,  e  ne  im- 
pose a' rettori  delle  sue  terre  1'  osser- 
vanza. Onde  Pio  IV  in  argomento  di 
grande  alletto  verso  il  zelo  mostrato  dal- 
la signoria  per  tutto  il  processo  di  quel- 
la santa  opera,  assegnò  agli  ambasciato- 
ri veneziani  in  Roma  il  magnifico  palaz- 
zo edificato  già  per  uso  degli  stessi  Pon- 
tefici da  Paolo  11  (cioè  egli  l'edificò  da 
cardinale  titolare  della  propinqua  basi- 
lica quasi  da  lui  riedificata,  pe'successori 
titolari,  e  compì  fatto  Papa  nel  i464;  l'a- 
bitò e  il  simile  praticarono  diversi  altri 
Papi.  N'è  prova  ulteriore  V  autentica  te- 
slimoniaoza  del  Marini,  Arcìàatri  Pan- 


iP4  VEN 

tifìcii,  t.  2,  p.  j8o  ergg,  nominando  ol- 
tre il  Mitjano,  die  ne  fu  raichilelto,  gli 
nllii  arcidtelti  ch'ebbero  parte  alla  sua 
costiuzione,  alla  muratura  del  giardino, 
alla  rifcibbrica  della  congiunta  chiesa  ed 
erezione  del  suo  portico  ;  per  la  quale 
Calisto  1 1 1,  probabilmente  ad  impulso  del 
cardinal  Baibo,  avea  pubblicalo  alcune 
indulgenze  a  beneficio  di  quelli  che  aves- 
sero visitalo,  e  in  qualche  maniera  pre- 
statoaiuto  alla  nuova  fabbi-ica  della  chie- 
sa di  s.  Marco,  con  bolla  òe'5  maggio 
j4^8;  e  questa  indulgenza  rinnovarono 
nell'anno  stesso  Pio  Ile  nel  i46i,  e  Paolo 
]|  medesimo a'4gennaioi 465  conferman- 
do le  precedenti,  le  quali  poscia  ampliò 
a'  17  marzo  1467,  e  fu  allora  questa 
sua  9..'  bolla  scolpita  in  pietra,  la  quale  si 
legge  tuttora  da'  periti  delle  noie  com- 
pendiane sotto  il  detto  portico)  figlio  di 
quella  patria,  presso  la  chiesa  del  santo 
loro  protettore.  E  ciò  fece  con  im  breve 
di  moto  suo  proprio  ;  ornando  quivi 
di  chiare  lodi  la  pietà  di  que'  senatori, 
e  l'egregia  loro  osservanza  verso  la  Sede 
apostolica.  Di  più  il  Pallavicino  rilevò, 
che  l'imitazione  del  senato  veneto  riu- 
scì di  forte  scudo  all'accettazione  del  con- 
cilio. Non  solamente  io  narrai  a  Palazzo 
/posTotico  DI  8.  Mabco,  nel  descriverlo 
con  erudizioni  sloriche  e  artistiche,  in 
uno  alla  preesistente  J'orrr  (già  degli  An- 
nibaldeschi,  come  notai  nel  voi.  LXXVI, 
p.  171  e  altrove),  dalla  sua  erezione  si- 
no  al  presente  ;  ma  feci  avvertenza  che 
rei  donarlo  Pio  IV  a'  io  giugno  i564 
alla  repubblica  di  Venezia  ,  ne  riservò 
parte  per  abitazione  del  cardinal  titolare 
della  collegiale  e  parrocchiale  Chiesa  de' 
ss.  Marco  Eva?) geli. sta  e  Marco  Papa,  da 
questi  eretta  all'altro,  laonde  sino  dal 
336  r  Evangelista  ebbe  pubblico  cullo 
in  Roma  (nel  suo  suburbio  presso  la  via 
Appia  vi  fu  la  basilica  e  il  cimiterìo  di  s. 
Marco,  sicuramente  anteriore  alla  roma- 
na, che  s.  Gregorio  IH  del  781  restaurò, 
come  attesta  Anastasio  Bibliolecaiio  in 
Beneficio  III).  Che  a  poco»  poco  il  pa- 


V  E  N 

l.'iZ70  e  la  piazza  di  s.  Marco  presero  per- 
ciò e  per  abitarlo  l'ambasciatore  veneto, 
il  nome  che  portano  di  Palazzo  e  Piaz- 
za di  l'cneziaj  e  che  dal  1 8  1 4  ''  palazzo 
è  residenza  dell'ambascijilore  dell'impe- 
ratore d'Austria  e  sua  cancelleria,  il  qua- 
le come  il  veneto  ambasciatore,  per  le 
coise  del  Carnevale,  vi  accoglie  decoro- 
samente nelle  stanze  corrispondenti  alia 
via  della  Ripresa  de'  Barberi  e  termine 
della  carriera  de'  cavalli  corridori  ,  per 
giudicare  chi  sia  stato  il  vincitore,  il  pre- 
Iato  P  ice- Camerlengo  di  s.  Chiesa  e  Go- 
vernatore di  Roma  (oggi  chiamato  direi- 
torc  getierale  di  polizia),  il  Senatore  di 
Roma,  ed  i  Conservatori  di  Roma,  al 
modo  narrato  in  tali  indicati  articoli,  con 
particolarità  opportune  e  interessanti, per 
la  formalità  cui  si  recano  i  nominati  ma- 
gistrati; alle  finestre  esponendosi  i  palii 
di  premio.  Né  ommisi  parlare  dell'  ora- 
torio adiacente  (ed  anco  della  contrasta- 
ta conca  marmorea,  da  pochi  anni  tra- 
spoitata  sulla  pubblica  passeggiata  del 
Monte  Pincio),  ne  di  notare  lo  recente 
remozione  de'lravi  incrociali  di  marmo 
ad  alcune  finestre  (a  croce  quadra,  secon- 
doil  costume  praticato  ùa  Guelfi  ne  \oro 
edifizi,  che  notai  pure  nel  voi.  LXXVI, 
p.  76,  la  cui  origine  credo  a  loro  ante- 
riore, bensì  adottata  per  distinguersi  dal- 
la contraria  f.izione  de'  Ghibellini) ,  ri- 
modernatura che  fece  esclamare  al  Nib- 
by,  Roma  rte/i838,  seconda  parte  mo- 
derna, p.  832:  Non  so  che  direbbe  il  Mi- 
lizia di  questa  rimodernatura  l  Ora  ho 
la  soddisfizione  di  vedere,  che  le  minori 
finestre  sono  state  restituite  all'antica  lo- 
ro forma,  e  che  già  si  è  cominciato  a  fa- 
re altrettanto  colle  grandi,  per  porle  in 
armonia  col  resto  «lell'edifizio  e  il  nume- 
ro macsiore  dell'altre  che  conservano  le 
primitive  incrociature  marmoree.  Qui  so- 
lo dirò  che  l'ejlifizio  è  ampio  e  imponen- 
te, in  forma  <li  gagliardo  castello  e  coro- 
nato di  merli.  II  Marini  pubblicò  l'epi- 
gramma già  posto  in  frontispicio  Hor- 
torum  Divi  Marci,  in  memoria  di  que- 


VEN 

sto  nriflgnifico  palazzo,  e  del  vicino  tem- 
pio, da  l'aoio  II  uuipliato  e  grandeiueu- 
le  risarcito,  nel  quale  sono  sepolti  non 
pochi  illustri  veneti,  ed  alcuni  in  nobdi 
ntonuiuenti.  Sui  quali  e  de'aiolli  esisten- 
ti nell'altie  chiese  di  Roma,  si  ha  di  Hier 
Luigi  Galletti,  Inserì pùoiies  Fenetaii in- 
fimi acvi  Roiìiac  exUintcs,  Pioniaei  ySy. 
Abbiamo  pure  V Inscrizioni  Fende  esi- 
slenti  in  lìonta,  pubblicale  nel  i83S  dal 
conte  Pompeo  Lilta  in  aggiunta  a  (|uelle 
del  Galletti.  Tullociò  premesso  ,  la  re- 
pubblica di  Venezia  per  nobile  gialitudi- 
ne  e  licacnbio,  corrispose  con -donare  al 
tVancescano  Sisto  V  per  la  residenza  or- 
dinai ia  del  IVnnzio  apostolico  in  Vene- 
zia, il  maestoso  palazzo  Gritti,  presso  il 
convento  di  s.  Fiaiicesco  della  Vigna. 
Il  |)iìi  volle  encomiato  Giovanni  Casoni, 
nella  biografia  del  doge  Da  Ponte,  lasciò 
scritto.'» La  repubblica  acquistò  dagli  e- 
redi  del  doge  Andrea  Grilli,  morto  nel 
1 538, il  palazzo  posto  nella  piazza  dirim- 
petto alla  chiesa  di  s.  Francesco  della  Vi- 
gna, di  stile  lombaido  ed  eretto  neh 535 
secondo  il  Zanollo,  ed  ailiiichè  i  nunzi  di 
Koma  avessero  qui  luogo  di  decorosa  resi- 
denza, ne  fece  dono  al  Poulelice  Sisto  V". 
Ciò  dev'essere  accaduto  pocodopo  l'elezio- 
ne di  Sisto  VjSCguita  a"24aprilei  585, per- 
chè il  Da  Ponte  ajoiì  a'ag  del  susseguen- 
te luglio.  Questa  autorevole  testimonian- 
za è  da  preferirsi  a  quella,  d'altronde  ri- 
spettabile, del  Novaes,  da  me  seguita  al- 
trove, il  quale  nella  Storia  di  Pio  IF ^ 
attribuì  la  donazione  fatta  a  quel  Papa 
per  dignitosa  reciprocanza.  Col  cessare 
della  repubblica  neliygy,  cessò  pure  il 
prelato  nunzio  apostolico;  restarono  pe- 
rò nel  [ìalazzo  alcuni  individui  addetti 
alla  nunziatura,  quindi  la  s.  Sede  tolle- 
randoli, vi  pose  la  residenza  del  console 
pontiiìcio  in  Venezia  colla  sua  cancelle- 
ria. Siccome  dopo  la  soppressione  degli 
ordini  religiosi,  il  convento  di  s.  France- 
sco tu  ridotto  a  caserma  militare,  quan- 
do «'ristabiliti  minori  osservanti  fu  resti- 
tuita la  chiesa^  per  1»  sussistente  caserma 


VEN  «65 

f  rotarono  il  convento  di  venuto  rislrellis- 
kimo  e  insuflìciente,  e  perciò  fu  dato  loro 
il  summentovato  chiostro  delle  terziarie. 
Il  cav.  Pietro  Negri  (sono  grato  a  questo 
gentile  signore,  poiché  onorevole  cugino 
del  cav,  Giuseppe  Battaggia,  per  la  bene- 
volenza di  questo  per  tue  trasfusa  in  lui, 
nel  1847  gi'i>ziosainenle  gli  piacque  du- 
mandareiu  mio  favore  il  diploma  di  S(i- 
cii>  d'onore  de'Concordi  dell'accademia 
scientdico-letteraria  di  Bovulenta  del  di- 
stretto di  Padova,  concessa  previa  auto- 
rizzazione dell'  eccelsa  presidenza  delia 
cancelleria  aulica  di  Vienna,  indispens.i- 
bile  pegli  estranei)  attaccatissimo  a' mi- 
nori osservanti,  sapendo  con  quanta  be- 
nignità il  Papa  Gregorio  XVI  riguarda- 
va l'ordine  illustre  e  benemerito,  ed  il 
cav.  Giuseppe  Catlaggia  veneto  e  con- 
sole pontificio  in  Venezia,  in  occasione 
che  questi  recavasi  in  Roma,  vivaiuentd 
interessò  la  sua  pietà  e  patrio  amore  , 
di  rappresentare  al  Papa  l'angustie  de' 
leligiosi  e  la  loro  brama  di  ottenere  il 
vicino  palazzodell'antica  nunziatura,  per 
ampliare  il  proprio  convento, disposti  per 
l'acquisto  anche  all'  esborso  di  qnalcliu 
somma.  11  cav.  Battaggia  s'  impegnò  di 
fare  tutte  le  pratiche  possibili,  e  con  quel- 
l'amore alla  religione,  attività  ed  euer- 
gia  che  lo  distinse  nel  lare  il  bene  ,  di 
persona  ne  supplicò  Gregorio  XVI  ed  i 
ministri  della  camera  apostolica.  Egli 
trovò  favorevole  disposizione  nel  Papa, 
ma  qualche  diliìcoltà  co'  detti  ministri 
camerali,  i  quali  inclinavano  a  ritenerlo, 
restaurarlo  e  (juindi  nuovamente  per  de- 
coro della  s.  Sede  ristabilirvi  la  residenza 
del  console  pontificio  e  sua  cancelleria; 
laonde  l'incaricarono  di  prendere  cogni- 
zione dell'  occorrente.  Tornato  a  Vene- 
zia e  prese  le  debite  cognizioni,  rappre- 
sentò un^  preventivo  che  ascendeva  a  vi. 
stosa  somma,  non  tacendo  l'urgenza  di 
«.lar  mano  all'  iitdispensabili  riparazioni, 
o  disporre  del  palazzo  in  altra  guisa. 
Essere  d'avviso,  che  non  sarebbe  oppor- 
tuno &US teucre  1'  ingente  dispendio  per 


i66  VEN  YEN 
l'ìpi-ìstìnarvi  il  coiisohilo,  come  neppure  con  amorevoli  premure  ,  ottenne  dalla 
conveniente  alla  diguilà  della  s.  Sede  di  clemenza  di  Gregorio  XV''l  un  assegno 
(«lienare  un  palazzo  che  avea  ricevuto  vitalìzio  a  favore  de' suddetti  indivìdui 
in  dono  dalla  nobilissima  repubblica  ve-  espulsi  dal  palazzo,  compresa  la  vedova 
nela.  Inoltre  espose  che  da'veneziani,  co-  Falconi,  in  compenso  indulgente  delle 
sì  particolarmente  amati  dal  Papa,  si  sa-  perdute  abusive  abitazioni  gratuite  >  go- 
lebbe  veduto  assai  volentieri,  che  fosse  dute  fin  allora  incompetentcmeule.  Anzi 
ceduto  per  sempre  in  uso  a'  tninori  os-  il  cavaliere  si  caricò  pure  delle  scossioni 
servanti,  onde  porli  in  grado  di  accetta-  successive,  per  la  carità  che  l'animava 
tare  gli  aspiranti  all'ordine,  i  quali  alio-  verso  il  suo  simile,  come  ripetutameule 
ra  erano  molti.  Mio  onorevole  e  affetluo-  praticò  con  altri,  e  a  me  pienamente  con- 
so  amico,  m'invitò  ad  adoperarmi  col  sta  per  rinlimità  che  ci  strinse,  e  me  ne 
Papa  per  consolare  »  religiosi.  iNe  presi  pregio.  Tanto  dichiaro,  nel  rendere  un 
con  piacere  parte,  e  dopo  carteggio,  l'a-  pubblico  tributo  di  giuslizia  a'suoi  meri-» 
iiimo  munifico  e  generoso  di  Gregorio  ti,  fia'quali  primeggiarono  la  sua  solerzia 
XV  lordi  nò  che  si  cedesse  in  usoper[)eluo  e  divozione  nel  servigio  della  s.Sede,  giu- 
il  palazzo  della  nunziatura  apostolica  al  stamente  premiata  con  sostituirgli  il  figlio 
convento  di  s.  Francesco,  con  rescritto  Andrea, dimostrandosene  ess(j  pienameu- 
de''24  luglio  1841,  all'oggetto  di  miglio-  te  idoneo,  perciòdecorato  in  segno  di  pon- 
rare  la  sua  condizione;  rescritto  che  il  tificia  soddisfazione,  col  grado  di  cava- 
cardinal  Tosti  pro  tesoriere  generale  co-  liere  dell'ordine  equestre  di  s,  Gregorio, 
inunicò  poi  d'ullizio  al  cav.  Ballaggia  ne'  e  poi  dal  regnante  Pio  IX  con  quello 
primi  del  1842,  però  coU'obbligo  a'reli-  di  counnendatore  di  s.  Silvestro.  I  fian- 
giosi  del  pagamento  delle  tasse  al  proprio  cescani  resero  il  palazzo  in  comunicazio* 
governo,  e  ad  ogni  altra  spesa  occorreu-  uè  col  convento  e  la  chiesa  mediante  de- 
le,  il  che  era  slato  formalmente  accetta-  curoso  cavalcavia,  che  attraversa  1'  ini- 
lo  dal  commissario  proviuciale  e  sindaco  boccatuia  del  campo  di  s.  Francesco,  e 
apostolico  del  convento  stesso.  Ma  sicco-  vi  disposero  da  pochi  anni  la  loro  ricca 
ine  ancora  il  palazzo  veniva  abitato  da  libreria.  —  Ora  passando  a  riferire  il  più 
alcuni  superstiti  appartenuti  alla  nunzia-  ammirabile  che  racchiude  il  vasto  lem-» 
tura,  ed  anche  dalia  vedova  e  figli  del  pio  di  bella  forma  di  s.  Francesco  dei- 
defunto  precedente  console  pontificio  En-  la  Vigna,  prima  esporrò  il  giudizio  che 
rico  Falconi,  per  benignità  tollerante  de'  di  esso  ne  lasciò  il  critico  e  sentenzioso 
successori  che  non  proflllarooo  di  quel-  Milizia.  Dice  la  facciata  tutta  d'ordine 
la  residenza,  cioè  il  marchese  Cornelio  corintio.  L'  imbasamento  è  un  continuo 
Caudini  e  lo  stesso  cav.  Baltaggia,  vi  fu  piedistallo,  si:^  cui  s'alzano  4  colonne  di 
nialagevole  lite  per  farli  sloggiare,  accani-  poco  più  di  tuezzo  diametro  ,  alte  circa 
paudo  essi  il  diritto  di  possesso  per  usu-  4^  piedi,  le  quali  sostentilo  il  sopraor- 
capioue.  Finalmenteecon  nìerito  dei  sul-  nulo.  Neil' intercolunnio  di  mezzo  vi  è 
lodato  cav.  Negri,  che  assistette  i  religio-  la  porla  ad  arco  con  finestra  sopra  pari- 
si operosamente  nella  lite, venne  riconfer-  niente  ad  arco,  ma  divisa  iu  3  parli.  Ne- 
malo  il  possesso  di  proprietà  alla  camera  gl'intercolunni  laterali  sono  due  grandi 
apostolica,  e  l'uso  perpetuo  al  convento  nicchie.  Fi  amezzo  a  lali  intercolunni,  sul» 
di  s.  Francesco  della  Vigna  de'  minori  la  porta  e  sulle  nicchie  ricorre  un  corni- 
osservanti  ;  e  da  questi  fatta  costruire  clone  d' un  allr' ordine  minore  pure  co- 
con  grave  spese  una  galleria  di  comuni-  rìnlio,  che  serve  alle  due  ali  della  chie-r 
cazioue,  unirono  pacificamente  il  paiaz-  sa,  sulle  quali  sono  due  mezzi  frontoni, 
ico  al  couveulo.  Dipoi  il  cav.  Ballaggia  Tutta  questa  facciata  del  PuUadiOj  lauto 


YEN 

lodala,  è  ili  pietra  d' Istria.  La  chieda, 
benché  nìoltu  semplice  ,  lia  fallo  multo 
onore  al  Saiisovino;  non  fu  però  esegui- 
ta Ifi  cupola,  uè  la  facciala  da  lui  dise- 
gnale. Contiene  17  cappelle  e  altrettanti 
altari.  Neh."  altare  è  bell'opera  di  G.  del 
Sdlviati,  il  Ijaltisla  con  altri  Santi.  Nella 
2."  cappella  il  quailro  con  Maria  Vergine 
nell'atto  di  ricevere  l'annunzio  è  dipuito 
sì  amoroso  del  l*ennucchi,chenon  farebbe 
torto  allo  stesso  suo  maestro  G.  Bellino. 
^'ella  3."  cappella  è  del  Palma  giovine  la 
saporita  tavola  colla  B.  Vergine  e  Santi: 
nella  4-^  è  celebrato  lavoro  di  Paolo  il 
Cristo  risorto:  nella  5.'  è  del  Franco  il 
Battesimo  di  Cristo,  opera  istoriata.  II 
Montemezzano  fece  il  s.  Marco,  sotto  il 
pulpito,  e  Maria  A'^sunla,  al  di  sopra. 
Kel  nobilissimo  altare  a  fianco  della  por- 
la laterale,  è  lavoro  studiatissimo  e  dili- 
gente in  ogni  sua  parte,  di  fr.  Francesco 
da  Negroponte  zoccolante,  la  tavola  con 
Maria  cbe  adora  il  Bambino.  Nel  coro  i 
quadri  colla  Manna  e  Melcbisedecli  so- 
no due  dipinti  di  M.  Parrasio.  La  cap- 
pella Giustiniani,  a  lato  della  sagrei^lia, 
sullo  stile  de'  Lombardi,  non  ba  luogo 
in  Venezia,  il  quale  1'  adegui  per  copia 
di  sculture  bellissime,  di  varia  epoca  e 
vari  maestri  de'  bei  tempi.  Nella  gran- 
diosa sagiestiu  vi  è  in  3  comparti  altro 
dipinto  diligentis-iimo  di  Jacobello  del 
Fiore,  e  negli  altri  due  altari,  un  dipin- 
to ad  olio  sulla  parete  di  Paolo,  con  la 
Vergine  ed  alcuni  Santi,  e  la  pala  di  G. 
Angeli, con  la  Vergine  immacolatamente 
Concetta. Nella  cappellaSanta  vi  è  un  qua- 
dretlocolla  B.  Vergine,  4Santi  e  il  divoto 
Jacopo  Delfino,  cbe  lo  fece  condurre  uel 
l5o'j  da  Gio.  Bellino.  Alla  grazia  sì  pro- 
pria dell'autore  aggiunge  la  grandezza 
di  Giurgione  e  la  verità  Tizianesca.  Nel 
silo  oscuro  ove  è  posto,  non  si  gode.  Sul- 
r  altro  pulpito  la  bellissima  figura  del 
Salvatore  è  di  G.  da  Santacroce,  di  cui  si 
reputa  eziandio  il  grandioso  quadro  sol- 
toposlo  col  martirio  di  s.  Lorenzo.  Nella 
1  .■"  cappella  è  piegialissinio  lavoro  di  Pao- 


YEN  167 

lo,  Maria  Vergine  sopra  piedistallo,  con 
Santi:  nella  2.'  è  de'più  vigorosi  lavoridi 
G.  del  Sai  viali,  che  vi  fece  eziandio  i  di- 
pinti  a  fresco,  la  tavola  colla  B.  Vergine 
e  i  ss.  Bernardo  e  Antonio  abbati:  la  3. 
si  architettò  dal  Temanza,  e  reca  il  si-^ 
mulac-ro  di  s.  Gerardo  Sagredo,  scolpi- 
to da  A.  Cominelli  :  nella  4-^  le  sculture 
sono  del  Vittoria:  nell'ultima  i  due  gelU 
di  bronzo  li  eseguì  Tiziano  Aspelli,  e  gli 
adreschi  sono  del  Franco  e  del  Zucca- 
ro.  La  tavola  dipinta  ad  olio  sul  marmo 
da  Federico  Zuccari,  fu  sostituita,  per- 
chè guasta,  dalla  stupenda  copia  che  ne 
fece  di  essa  il  vivente  prof,  di  pittura  M. 
Grigolelli.  Aggiungerò  :su'pili  dell'acqua 
santa  sono  due  statue  in  bronzo  del  Vit- 
toria. 1  due  monumenti  grandiosi  della 
cappella  maggiore  sembrano  opera  dello 
Sciinozzi.  Li  fece  erigere  il  doge  Andrea 
Grilli,  uno  perse,  l'altro  per  l'avo  Tria- 
daiio.  Altri  monumenti  sepolcrali  sono 
quelli  del  doge  Alvise  Coularini,  del  do- 
ge Francesco  Conlarini,  del  patriarca  di 
Aquileia  Ermolao  Barbaro,  di  Domeni- 
co Trevisan  padre  del  doge  Marc'Atito- 
nio  eh'  è  sepolto  in  mezzo  della  chiesa, 
il  cui  cenotafio  è  sulla  porta  che  condu- 
ce alla  sagrestia, deldoge  Nicolò  Sagredo, 
e  del  patriarca  Alvise  Sagredo  che  hanno 
cenolafii  nella  cappella  di  s.  Gerardo, 
oltre  altri  illustri.  Noterò,  che  decapita- 
lo il  traditore  conte  Carmagnola,  di  cui 
nel  §  XIX,  dogado  65.°^  il  corpo  fu  por- 
talo in  questa  chiesa,  ma  saputosi  che  lo 
sciagurato  erasi  lascialo  a'Frari,  ivi  fu 
trasportato  e  sepolto, finché  venne  trasla- 
to a  Milano.  Però  il  pennone  di  zendado 
del  Carmagnola,  non  fu  dato  a'  Frari, 
ma  a'  religiosi  dis.  Francesco  della  Vi- 
gna, distruggendosene  prima  l' innma- 
gine.  Le  Fabbriche  di  Venezia  del  di- 
scorso tempio  ci  diedero  5  lavole,  illu- 
strate artisticamente  dal  eh.  Giannanto- 
dìo  Selva,  il  quale  tra  le  altre  cose  rilevò, 
che  se  nel  centro  della  crocerà  si  fosse  e- 
relta  la  cupola  giudiziosamente  ideala  dal 
Saasoviao,  come  si  vede  nella  medaglia, 


i68  VE  N 

sarebbe  riuscito  mollo  luaesldso,  poiché 
SI  climiiiiiivn  la  inosUa  di  troppa  luiigliez - 
za,  e  si  sarebbe  sorpassata  1' uìniltà  fimi- 
cocaua,  di  cui  un  po'lioppo  i!à  a  vedeie 
il  corpo  della  chiesa  nella  piccolezza  del- 
J'oidine,  e  nella  consegueule  eccessiva  al- 
tezza dell' attico  per  giungeie  alla  vòlta. 
IVon  lascia  però  questo  tempio  d'essere 
molto  pregevole,  e  fra'  principali  della 
città. 

28.  Teutonici  cavalieri  religiosi  e  mi- 
litari, e  oratorio  della  ss.  Trinità,  Ave- 
vano casa  in  Venezia  nel  i2'2i,ovepoi 
surse  la  casa  de'soinaschi,  di  che  ragione- 
rò nel  n.  65  di  questo  §,  ed  il  Corner  di- 
ce che  iu  tale  anno  vi  radunarono  il  capi- 
tolo generale,  Delqnale  vi  elessero  il  n)ae 
Siro  generale  dell'ordine,  lo  al  loro  arti- 
colo dissi  dell'  altro  gran  capitolo  genera- 
le che  vi  celebrarono  per  essere  morto 
il  gran  maestro  nel  i244-'"^i  pe' validi 
fioccoisi  dati  dall'ordine  alla  repubblica 
di  Venezia,  e  per  aver  combattuto  valo- 
rosamente nella  guerra  intrapresa  da 
essa  circa  il  12 56  per  reprimere  l'ingiu- 
ste violenze  de'genovesi,  il  doge  Remerò 
Zen  per  gratitudine,  nel  sestiere  di  Dor- 
soduro,  gli  fece  fabbricare  un  monaste- 
ro eoo  oratorio  o  chiesa  sotto  il  titolo 
della  ss.  Trinità,  e  dotatolo  di  possessio- 
ni l'ofiiì  all'ordine.  Così  questo  vi  stabi- 
lì meglio  la  residenza,  la  cui  origine  è  con- 
trastata da  alcuni  quando  propriamen- 
te principiò,  facendosi  anche  risalire  a! 
12  IO.  Avendo  i  cavalieri  la  principale 
loro  sede  in  Toleinaicle  o  Acri,  espugna- 
ta questa  da'saraceni  nel  1291  e  non  nel 
I  298,  il  gran  maestro  Corrado  dlFeuchl- 
wangen,  fuggì  co'  cavalieri  e  sopra  ve- 
locissime navi  approdati  a  Venezia  ivi 
trasportò  ildomicdio  principale  dell'or- 
dine, benché  questo  avesse  case  in  al- 
tre Provincie.  Però  il  monastero  di  Ve- 
nezia si  continuò  a  governare  dal  pro- 
vinciale o  priore.  Partitone  poi  il  gran- 
maestro,  e  morto  in  Praga  nel  1  297,  il 
successore  fu  eletto  a'  i4  settembre  in 
Venezia  n«iila  persoua  d'Holieulohe.  Ce»- 


V  E  N 


I 


sito  di  vivere  nel  1809  in  Marburgo,  si 
recò  in  Venezia  il  suo  competitore  Sige- 
(redo  nuovamente  eletto,  il  quale  fissò; 
poi  la  sua  residenza  in  Mariemburgu. 
Do[)0  la  sua  partenza  la  casa  di  Venezia' 
cominciò  a  decaderedallo splendore  a  cui 
eri«ascesa,diminuendosi  il  numero  de'ca- 
valieri. Nondimeno  il  loro  oratorio  si  con- 
luiuòa  frequentare  con  concorso  di  popo- 
lo, per  le  copiose  indulgenze  concesse  al 
nK(lesimoda'Papi.Di()OÌ  per  l'acquisto  di 
(iili  spirituali  tesori,alcuni  di  voli  nel  i4'9 
(loii)audarono  e  ottennero  dal  consiglio 
tic"  Dieci  d'istituire  nella  chiesa  una  con- 
fiiiternila  in  onore  della  ss.Trinitàje  quin- 
di nel  1420  il  provinciale  di  Lombardia 
de'cavalieri  dimoranti  in  Venezia,  gli  con- 
cesse porzione  del  monastero  pe'spiritua- 
lie>ercizi  coll'annuo censo  d'S  ducali  d'o- 
rfi.  Il  sodalizio  fiorì  per  numero  e  obla- 
zidui  per  le  riparazioni  e  ornamenlo  della 
cli:esa,a  cui  furono  nel  144^*^'""^'*^  alcu- 
ne ss.  Reliquie,  autenticate  anche  da  Dio 
con  manifesti  prodigi.  In  seguito  la  coii- 
fraiernita  ottenne  altra  porzione  del  njo- 
n.islero  a  dilatazione  dell'ospizio,  me- 
diante livello  perpetuo  stabilito  dall'or- 
dine, coir  assenso  di  Giovanni  Krebel 
priore  di  Venezia.  In  processo  di  lem- 
p<)  dintinuilo  ulteriormente  il  numero  de' 
cavalieri,  la  s.  Sede  conferì  il  priorato  in 
coniutenda  alla  famiglia  Lippomano,  fra' 
quali  al  pioAndiea,come  narrai  nel§  Vili, 
ìì.  72,  e  nel  §XVni,  n.  10,  parlando  de' 
gesuiti,  che  cede  al  fondatore  loro  s.  Igna- 
zio due  altre  sue  chiese.  Ad  Andrea  nel 
priorato  successe  Pietro  Lippomano,  alla 
cui  morte  nel  «592,  l'arciduca  d'Austria 
INIassimilianoqual  maestro  provinciale  di 
Germania,  lo  conferì  al  conte  Sforza  Por- 
zia,contro  le  leggi  della  repubblica, la  qua- 
le si  oi)pose. Insorta  perciò  vertenza  tra  es- 
sa d'arciduca  s'inlromiseCIemenleVlII  e 
soppresso  il  priorato,  ne  assegnò  le  rendite 
per  la  stabile  fondazione  del  seminario 
diocesnno  patriarcale,  secondo  le  prescri- 
zioni del  concilio  di  Trento,  tranne  an- 
nuo contributo  all'ordine  Teulouico,  si- 


V  E  N  V  E  re  169 
no  al  corapimeiito  (Iella  somma  di  1 4,000  guanti  di  camozza,  e  d'alzare  dentro  3 
ducali:  così  anche  la  chiesa  eie  fiibbnche  anni  l'impellala  palude.  Per  sollevale 
annesse  pervennero  in  potere  del  semi-  1'  intligenza  di  queste  virtuose  henedel- 
nario  de'chierici.  All'erezione  di  stubili-  fine,  Eugenio  IV  nel  1 43 5  concesse  in- 
niento  lauto  necessario,  già  Pio  IV  nel  dulgenza  plenaria  da  conseguirsi  in  raor- 
i5tì3  avea  eccilalo  il  patriarca  Gio-  te,  a  chi  secondo  le  proprie  forze  le  sov- 
vanni  11  Trevisan,  che  lo  istituì  col  prò-  venisse;  e  loro  unì  il  monastero  benedet- 
piio,  e  con  alcnnedecimee  benedzieccle'  tino  e  le  rendile  di  s.  Giorgio  di  Fossa- 
siaslici  nel  i585,  prima  presso  la  chiesa  no  thocesi  di  Chioggia.  Continuarono  le 
ili  s.  Geremia,  e  poi  lo  trasferì  negli  an-  inouiiche  nell' eseu»plarilà  e  ad  essere 
tichi  chiostri  di  s.  Cipriano  di  Murano,  beneficale  dalla  s.  Sede,  più  volle  serveu- 
Mon  essendo  sulllcieuli  le  rendite  pel  so-  do  alcune  a  fare  rivivere  la  regolare  di- 
stenlamenlo  de'  chierici,  Sisto  V  gli  con-  sciplina  ne'  monasleri  rilassali  a  cagione 
cesse  per  10  anni  looo  ducali  di  rendila  del  l'uneslo  scisma  ;  e  siccome  (juelie  dei- 
sopra  i  beni  del  monastero  di  s.  Spirito,  l'isola  di  s.  Angelo  di  Contorta  o  Con- 
finché  Clemente  Vili  nel  094  ordinò  cordia  non  si  poterono  ridurre,  Eugenio 
che  tale  somnja  si  cavasse  da'benefizi  ec-  IV  fece  trasferire  le  religiose  in  altri  chio- 
ciesiaslici  dello  slato  veneto,  e  vacatoli  siri,  soppresse  il  u»onastero  e  l'unì  a  cpie- 
rlelto  priorato  glielo  conferì.  Per  la  peste  sto  di  s.  Croce,  il  che  soltanto  si  elFeltuò 
deli63o  il  senato  .ifilillo  dalle  stragiche  in  parte  per  nuova  disposizione  di  Sisto 
nìenava,  avendo  fatto  voto  d'erigere  un  IV  ;  mentre  il  monastero  di  s.  Croccila 
magnifico  tempio  col  titolo  di  s.  Alarla  36  religiose  ch'era  a  tempo  d'  Eugenio 
deila  Salute,  nel  priorato  della  ss.  Trini-  IV, allora  ne  conlava  100  sotto  il  felice 
tà,  ne  acquistò  il  luogo  e  allora  il  semina-  governo  deil'abbadessab. lùifemiaGiusti- 
rio  tornò  a  s.  Cipriano;  ed  inoltre  fabbri-  niani  veneta.  Di  che  ojegUo  è  vedersi  il 
calasi  dal  senato  una  contigua  casa,  vi  n.  Sy.  Inoltre  Sisto  IV  incorporò  al  mo- 
comprese  l'antico  oratorio  della  ss.  Tri-  naslero  di  s.'  Croce  quello  de'dooienica- 
liilà,  e  colla  chiesa  la  consegnò  a'sotua-  ni  di  Tusculano,  ed  alcuni  luoghi  di  cer- 
schi;  soppressi  i  quali, la  chiesa  e  la  casa  li  eremiti;ed  il  nipote  Giulio  II  gli  assog- 
furono  date  al  seminario, l'alluale  serven-  gettò  una  parrocchia  della  diocesi  di  Pa- 
lliasi ad  uso  ili  cappella  interna  dell'anli-  dova  e  le  rendile.  Il  buon  odore  di  que- 
ca  chiesa  o  oratorio  de'  teutonici,  secou-  ste  religiose,  mosse  que'di  Cipro  a  bra- 
do l' ab.  Cappelletti.  Non  è  quindi  esat-  niare  che  vi  fondassero  un  monastero, 
lo  quanto  si  legge  nello  Stalo  persona-  Frattanto  l'aulica  chiesa  indebolita,  s'iu- 
/(',  che  l'oratorio  della  ss.  Trinità  rima-  traprese  a  rinnovarla  da'fon<lamenti,che 
ne  presso  il  seminario  patriarcale.  furono  gettali  a'aS  maggio  neliSoB;  e 
29.  Benedettine  di  s.  Croce  della  ridotta  a  compimento  con  inagniOcenza 
<;/uf/eccrt.  S'ignorano  i  principii  del  n)0-  d'altari  e  ricche  suppellettili,  a'aS  roag- 
nastero  prima  del  1828,  in  cui  perdecre-  gio  i5i  i,  dice  lo  Stato  personale,  ed  il 
lo  del  maggior  consiglio  si  concessero,  ad  Corner  nel  1 5 1 5,  la  consagrò  il  palriar- 
jilcuni  privali,  porzioni  delle  paludi  ades-  ca  Contarini.  Essa  fu  un  vero  santuario 
Mj  contigue.per  doverle  rendere  abitabili,  per  la  copia  dell'insigni  relitpjie  che  pos- 
Lu'ampiapartedi  tali  paludi  giacenti  tra  sedeva,  riferite  dal  Corner,  oltre  della 
il  mona>lero  e  quello  di  s.  Giorgio  Mag-  ss.  Croce,  e  porzione  della  Porpora  pò- 
gioie,  nel  i33o  fu  accordata  all' abba-  sta  al  Redentore  nella  Passione,  non  che 
tiessa  di  s.  Croce,  per  rendere  piìi  vasto  il  corpo  incorrotto  del  celebre  s.  Atanasio 
il  circuito  del  monastero,  coli' obbligo  dottore  della  Chiesa  e  patriarca  d'Ales- 
di  offrire  ogni  auuo  ul  doge  uu  paio  di  sandria,  lu  cui  traslazione'  sulennissima 


170  V  E  N 

ila  CosJanlinopoli  nel  i4^4  na'ia  Cor- 
rer (questo  sagro  Corpo  fu  Irasferito  nel 
1810  nella  chiesa  ilis.  Zaccaria,  ove  tut- 
tora si  venera).  No!  coro  interiore  si  con- 
servava il  corpo  (Iella  lodata  b.  Eufe- 
mia, delle  cui  eroiche  virtù  e  prodigiose 
azioni  die*  contezza  lo  slesso  scrittore, 
coll'eflìgie  della  serva  di  Dio  (soppresso 
il  monastero  quel  beato  Corpo  fu  ritira- 
to dalla  famiglia  Giustiniani  solle  Zat- 
tere,e  fu  ripostosotto  k»  mensa  della  cap- 
pella domestica).  Le  ujouacUequi  rimase- 
ro sino  alla  generale  soppressione,  ed  al 
presente  la  chiesa  e  il  nionastero  Irovansi 
convertiti  per  uso  delle  pubbliche  carce- 
ri,cioè  della  casa  di  correzione  in  s.  Cro- 
ce alla  Giudecca,  un  cappuccino  essendo 
il  cappellano  curato  e  predicatore.  In 
questa  nuova  riduzione,  non  si  conser- 
varono che  3  soli  altari,  il  maggiore  e 
due  laterali.  iVel  primo  si  collocò  una 
bella  pala  di  Damini,  da  Castelfranco, 
colla  Visitazione,  e  due  stupendi  latera- 
li, opere,  una  del  Bonifazio,  l'altra  della 
scuoia  di  Paolo. 

3o.  Doinenicaiiidi  s.  Domenico,  Mor- 
to nel  1 3  1 2  il  pio  doge  Marino  Zorzi,  in 
conseguenza  di  sua  benefica  disposizione 
nella  parrocchia  di  8.  Pietro  di  Castello 
fu  edificato  un  convento  per  12  dooieui- 
canj,  con  ospedale  per  l'orfane  abbando- 
nate,echiesa  sotto  il  titolo  di  s. Domenico, 
prendendone  possesso  i  religiosi  nel  i  3 1 7 
qual  vicariato  dell'altro  convento  de'ss. 
Gio, e  Paolo.Rallentala  dipoi  l'osservanza 
iegolare,accorse  il  b.Giovanni  Domenici  a 
lil'ormarlo;  lo  fece  rifiorire,  e  verso  la  fine 
del  secolo  XIV  lo  rese  indipendente  dal 
nominato.  Indi  gli  esemplarisuoi  religio- 
si servirono  alla  fondazione  o  perfezione 
di  altri,  e  fr.  Giovanni  de  Benedetti  me 
rito  il  patriarcato  di  Grado  nel  i4oo.  Il 
Corner  celebra  i  religiosi  più  illustri  che 
aumentarono  rinomanza  al  convento,  e 
quelli  in  bel  numeroelevati  all'episcopato 
e  al  patrio  patriarcato.  Frattanto  l'udlzio 
del  supremo  iuquisiloralo  contro  V  ere- 
tica pravità,  che  ael  domioio  veneto  era- 


YEN 
kì  istituito  fin  dal  1  286,  o  nel  1 289  da  Ni- 
colò IV,  come  notai  a  Inquisizione, e  della 
posteriore  sua  moderazione,  assegnato  al- 
la direzione de'francescani  di  «.Maria  Glo- 
riosa de'  E-'\ari,  il  che  già  rilevai  al  n.  2  i 
di  (juesto  §,  nel  1  56o  da  Pio  IV  fu  trasfe- 
rito ne'religiosi  di  questo  convento.  11  i." 
inquisitore  domenicano  fu  fr.  Tommaso 
da  Vicenza,  cui  successero  i  riportati  da 
Corner,  molti  de'quali  promossi  al  gover- 
no di  chiese  vescovili.  Nel 1 582  quivi  mo- 
ri e  con  solennissimi  funerali  fu  sepolto 
in  monumento  di  marmo,  fr.  Paolo  Con- 
stabile maestro  generale  dell'ordine.  Do- 
po vari  rislauri,  massime  per  1'  incendio 
tlell'arsenale  del  i  56g,  indi  nel  1 586  rie- 
dificatasi la  chiesa  da'fondamentie  nobi- 
litata con  altari  marmorei,  dipoi  nel  1 609 
la  consagrò  fr.  Raffaele  da  Kiva  domeni- 
cano vescovo  di  Curzola,  e  1'  altare  mag- 
giore in  onore  del  titolare  s.  Domenico 
Iòndatore  dell'ordine.  Nell'altare  della 
Maddalena  si  collocarono  le  reliquie  del- 
la ss.  Croce;  un  dito  incorrotto  di  s.  Cate- 
rina da  Siena,  oltre  il  velo  e  la  sua  veste, 
donate  dal  suo  confessore  il  b.  Tommaso 
d'Antonio  senese  propagatore  del  3."  or- 
dine di  s.  Domenico,  e  dal  suo  trattato  si 
ricava,  che  a  Venezia  deve  l'ordine  de* 
Predicatori,  non  solo  i  principii  dell'uni- 
versale sua  riforma,  ma  lo  stabilimento 
dello  slesso  3."  ordine;  un  dente  di  s.  Do- 
menico medesimo;  e  cpieir  altre  reliquie 
registrate  dal  Corner.  Questi  inoltre  rife- 
risce le  notizie  de'  beali  domenicani  reli- 
giosi del  convento  e  deposti  nella  chiesa, 
Nicolò  da  Uavenna,  Tommaso  Calfarini 
altro  confessore  di  s.  Caterina,  e  Agosti- 
no da  Biella,  lo  questo  convento  a'  12 
agostoi668  vi  prese  l'abito  domenicano 
fr.  Vincenzo  M.'  Orsini  primogenito  de' 
duchi  di  Gravina  ,  poi  cardinale  e  nel 
1724  Papa  Benedetto  XIII;  laonde  col 
breve  Quod  iiilcr,  de'7  agosto,  rispon- 
dendo a' frali  pei  rallegramenti  di  sua 
esaltazione,  ne  rinnovò  la  memoria,  e  di 
avervi  deposto  il  nome  battesimale  di 
Pier  Francesco;  e  poscia  iuviò  io  dono 


YEN 

al  convento  6  candellieii  (rargento  colla 
croce  simile  per  1'  aliare  maggiore,  ed  i 
leligio&i  per  gratitudine  gii  alzarono  una 
statua  di  inaruio  in  sagrestia.  Nella  chie- 
sa  fu  sepolta  la  celebre   veneziana   Cas- 
sandra Fedele,  della  quale  il  eli,  Quirino 
Leoni  ne  pubblicò  colla  biografia   il   ri- 
tratto, wtW  Album  di  Roma,  t.  2  i,p.  i6i. 
Nacque  in  Venezia  verso  ili4(J5da  Bar- 
bara Leoni  moglie  d'Angelo  Fedele,  il 
quale  siccome  dotto,  osservando  il   raro 
ingegno  della  fanciulla,  per  tempo   l'e- 
ducò agli  studi,  e  l'anmiaestrò  egli  stesso 
nelle  linguegreca  e  latina,  riguardate  giu- 
stamente come  ili."  passo  nella  via  del- 
l'umane cognizioni.  Adoni  deliamente, 
la  natura  unì  quelli  della  bellezza,  della 
grazia  e  delia  gentilezza  (per  altro  comu- 
ni nelle  veneziane);  e  a  12  anni  si  consa- 
grò allo  studio  dell'eloquenza,  in  che  per- 
venne a  sì  aito  grado  in  breve,  da  provo- 
care non  pochi  sapienti  a  recarsi  in  Ve- 
nezia, per  conoscerla,  udirla,  ammirar- 
la, e  poi  celebrarla  segnalato  prodigio  di 
natura  e  d'ingegno.  Da  Gaspariuo  Bor- 
ro a[)prese  dialettica, quindis'abbandonò 
con  fervore  alla  filosofìa  ,  massime  alla 
peripatetica,  eh' era  l'amore  del  secolo. 
Vegliando  e  struggendo*]   nella   lettura, 
cercò  un  sollievo   nella    musica  e  nella 
poesia;  e  tosto  le  fu  facile  improvvisare 
e  cantare  versi  latini,  che  accompagnava 
col  suono  di  sua  celerà.  Coltivò  pure  le 
scienze  sagre,  e  più  volte  disputò   pub- 
blicamente su  molle  questioni  di  teolo- 
gia. Neil' università  di  Padova  sostenne 
pubblicamente  lesi   su   qualsivoglia   più 
arduo  argomento;  per  cui  Poliziano  non 
dubitò  d'assegnarle  il  1°  luogo,  dopo  il 
f.imosi>simo  Pico  della  AJira/ulola.  Ue- 
cilò  orazioni, scrisse  varie  epistole  a'prin- 
cipi,  molti  de' quali  invitandola  alla  loro 
corte,  inclusi vaineute  a  Papa  Leone  X, 
il  senato  veneto  noi  permise,  dichiarando 
che  la  patria  non  poteva  perdere  con  es- 
sa una  sua  princìpalistìma  gloria.  11  pa- 
dre la  maritò  al  medico  Gio.  INI.'  Mapelli 
da  Vicenza^  e  cuq  esso  si  condusse  a  ile- 


YEN  17, 

limo  in  Candia.  Tornala   in  patria,  nel 
i52i  restò  vedova  senza  prole.  Passan- 
do per  Venezia  Bona  regina  di  Polonia, 
il  senato  deputò  Cassandra  a  riceverla  nel 
luicinlqro,  colle  più  illustri  |)atrizie.  Al- 
l'etàdigo  anni  presiedeva  alioifanotrofìo 
di  s.  Domenico,  un  avanzo  del  tpnile  esi- 
stente presso  i  pubblici  giardini, si  preten- 
de la  gran  porla  gotica,  detta  per  tradi- 
zione la  porta  de  V  ospeal  de  le  pule, 
\  uolsi  che  pena  anni  reggesse  quell'or- 
fanotrofio, [)lacidamente  estinguendosi  la 
sua  lunga   vita  n»;li568,  secondo  alcuni 
biografi.  Fu  sepolta  nella  chiesa  di  s.  Do- 
menico, e  nel  chiostro  le  fu   eretto   un 
monumento,  poi  deuiolito  nel  1590,  al 
dire  dell'eruditissima  Giustina  RenierMi- 
chiel    nella  sua  Origine  delle  Feste,  f^c- 
ìH'zinne  (veggasi   anche  la   t'aita  che  ne 
tracciò  Maria  Petreltini,  impre'>sa  a  Vene- 
zia neh  852, nella  quale  si  dice  morta  nel 
1 558).  Tralascio  il  magnifico  elogio  che 
le  rende  l'eloquente  Leoni, come  di  accen- 
nar le  sue  opere.  Dirò  solamente  ,   che 
l'ingegno  non  è  una  qualità  esclusiva  de- 
gli uomini;  molle  douue  nulla  cedono  ad 
essi  per  questo  lato,  e   sono  capaci  delle 
scienze  più  sublimi.  Citerò  tra  gli  esem- 
pi riferi  ti  in  tanti  luoghi,  quel  lo  d'un'altra 
veneziana, la  celebre  Elena  Lucrezia  Pisco- 
pia  Cornaro,  la  quale  possedeva  pressoché 
ogni  scienza,  e  ricevette  il  grado  di  dot- 
toressa in  teologia  a  Padova  nel  1678; 
taa  se  ella  fu  un  miracolo  del  suo  secolo 
pel  sapere,  non  lo  fu  meno  per  l'  auste- 
rità della  vita  e  per  la  straonlinarìa  sua 
pietà.  E  d'uopo  per  altro  notare,  che  es- 
sendo le  donne  destinate  ad  ammaestra- 
re ne'primi  anni  della  fanciullezza  \' Uo- 
mo (f.),  devono  saper  bene  la  religione, 
e  conoscerne  tutte  le  verità  pratiche.  Al- 
cuna di  esse  ,  fornita   di  raro    talento  e 
posta  in  ricco  stato  ,  potrà   dedicarsi   e- 
ziandio  allo  studio  della  letteratura,  del- 
la storia,  o  di  qualche  scienza,  coltivan- 
do però  sopra  ogni  altra  cosa  l'umiltà,  la 
soggezione  all'uomo,  eh' è  cosa  ordinala 
da  Dio,  e  la  religione^  donde  le  leltetQ 


,7'i  VEN 

e  le  scienze  ricevono  lume,  onore,  utilità 
e  viln.  —  I  domenicani  qui  restarono  si. 
»io  alla  soppressione  del  i<So6,  e  gli  edi- 
lìiì  i'tuono  consegnali  alle  truppe  della 
veneta  marina,  i  religiosi  passando  per 
allora  nel  convento  de' ss.  Gio.  e  Paolo. 
Decretata  poi  la  costruzione  de'pubblici 
giardini,  furono  nel  1807  atterrati  chie- 
sa e  convento,  e  l'aiea  che  occupavano  è 
(|uella  che  dà  l'ingresso  a'giardini  slessi, 
de'cpiali  parlerò  alla  sua  volta  nel  §  XIV, 

«'•4. 

3 1 .  Beiiedeltine.  e.  poi  Jgostinianf  di 
s.  Marta.  JNeil  estremo  angolo  del  sestie- 
re di  Dorsoduro,  dicesi  che  fino  dal  1018 
la  famiglia  Centraniga  o  Barbolana,  det- 
ta poi  Salamon  ,  abbia  edificato  questa 
chiesa;  anzi  a  Pietro  Centranigo,  poi  do- 
ge nel  1026,  se  ne  allribuisce  il  merito, 
avendo  iu  questa  occasione  donalo  alcu- 
ne possessioni  al  monastero  di  villa  Maer- 
ne.  Certo  è  che  Giacomina  Scorpioni 
nel  i3i5  stabilì  un  ospedale  pe'poveri  in- 
fermi nella  sua  parrocchia  di  s  iNicolò,con 
«  liiesa  sotto  il  titolo  di  s.  Andrea  Aposto- 
lo e  di  s,  IMarla  vergine  grand'ospite  del 
Signore,  contribuendovi  con  molte  som- 
n)e  Marco  Saimdo  Torsello  e  Filippo  Sa- 
lanione;  indi  Giacomina,  mutato  pensie- 
ro durante  la  fabbrica,  nel  1 3 18  conver- 
tì l'ospedale  io  monastero  di  benedetti- 
ne, dopo  superale  le  controversie  del  ca- 
pitolo di  s.  INicoIò  di  sua  parrocchia,  che 
le  avea  mosso  lite,  attribuendosi  la  pre- 
rogativa al  Salamone  e  suoi  eredi,  d'ap- 
provare l'elette  badesse  e  l'annuo  douo 
d'uYia  rosa  di  seta,  e  ciò  in  risarcimento 
del  diritto  già  accordatogli  d'  instituire 
la  priora  dell'ospedale.  Ed  il  vescovo  Al- 
berlini  che  accordò  tali  cose,  sottotnise  il 
monastero  all'annua  contribuzione  al  ve- 
scovo y;/'0  tempore^  d'una  libbra  di  cera 
nella  festa  di  s.  Pietro.  Ma  pretendendo 
poi  il  Salamene  il  diritto  di  padronato  sul 
inonusteru  ,  fu  sentenziato  in  questa  pre- 
lesa contro  di  lui.  Dopoché  sulla  porta 
«lei  monaslero  fu  eretto  neh  338  il  simu- 
lacro maiuioreodi  s.  Marta,  col  solo  suo 


VEN 

nome  fu  chiamato,  e  così  la  chiesa.  Mi- 
nacciando essa  poi  rovina  ,  nel  i44^  si 
cominciò  la  riedificazione  d'altra  più  am- 
pia, con  ingrandimento  eziandio  del  mo- 
nastero, e  venne  consagrata  ueh48o  da 
Antonio  Saracco  arcivescovo  di  Corinto, 
colle  reliquie  e  sotto  il  titolo  di  s.  Mar- 
ta ,  fra  le  quali  una  sua  mano  incorrot- 
ta ,  portata  da  Costantinopoli  e  donata 
da  Ambrogio  Coularini.  Oltre  quelle  del- 
la sorella  s.  Maddalena  e  fratello  s.  Laz- 
zaro, ivi  erano  in  venerazione  altre  ss. 
lieliquie,  ed  il  corpo  di  s.  Agapito  mar- 
tire. ÌS'el  tlilatarsi  il  monastero  scemaiir 
do  il  fervore  delle  tuonache  benedetti- 
ne, lo  riformò  il  patriarca  Antonio  Con- 
tarini,  con  introdurvi  alcune  religiose  a- 
gosliniane  del  monastero  di  s.  Giuseppe; 
nude  poi  ritenuto  l'abito  benedettino  pro- 
fessarono la  regola  di  s.  Agostino:  tutto  ap- 
provando Cleuienle  V 1 1,  le  monache  pre- 
sero il  nome  d'agostiniane  ;  finché  nel 
i8o5  traslocale  nel  monastero  di  s.  Giu- 
stina e  poi  soppresse,  fu  profunata  la 
chiesa  e  questa  iu  parte  collo  spazio  del- 
l'annesso demolito  cenobio  dal  1806  ser- 
virono ad  uso  de'militari  di  terra,  ed  ora 
per  magazzino  di  paglia. Dall'a  vere  s.Mar- 
la  imbandito  un  esquisilo  banchetloalSal- 
vatore,  o  forse  per  celebrare  alcuna  vit- 
toria, nella  vigilia  di  sua  festa  ebbe  ori- 
gine in  Venezia  quella  della  sagra  not- 
turna, festa  popolare  consistente  iu  ban- 
chetti e  cene;  e  nella  quale  prese  parie 
nel  i8?.5  l'imperatore  Francesco  i  col- 
l'imperiale  famiglia.  Tratta  di  essa  la  eh. 
Giustina  Ptenier  Michiel,  nelle  sue  Feste 
Feneziaiie,  ed  il  cav. Cicogna  illustrando 
\' Inscrìzioìd  della  chiesa  di  s.  Marta  e 
suo  monastero. 

32.  Scri'i  di  Maria,  dis.  Maria  de 
Scrxùli,  detti  li  Sen'i.  Ad  oggetto  d'otte- 
nere in  questa  città  uno  stabile  domici- 
lio all'ordine  de  Servi  di  Maria,  fr.  Pie- 
tro da  'Todi suo 8.° generale,  versoli  i3id 
mandò  in  Venezia  alcuni  suoi  religiosi 
di  esemplari  virlù,  colla  viva  speranza 
clic  iu  uua  città  così  pia  e  uata  sotto  gli 


VE  N 

pii«picii  (Iella  Miulie  ili  Dio  snichliero  ac- 
colli favorevolmcule  i  di  lei    servi.  iVon 
niKJò  «'di  ingannalo  nel  suo  pensiero,  per- 
chè quantunque  Dio  permettesse  die  al 
i.°  loro  arrivo  fossero  trascurali  da  lut- 
ti, nondimeno  poco  dopo  il  nobile  e  re- 
ligioso Giovanni  Avanzo,  edificalo  dalle 
loro  virtù,  gli  accolse  in  propria  casa,  e 
si   dispose  alla  grand' opera   di   fondate 
un  convento  stabile  e  ben  ordinalo.  Co' 
suoi  denari  i  serviti  acquistato  nel  sestie- 
re di    Canalregio  un  ampio  silo  propor- 
zionalo, ollenneio  a'i6  giugnoi3  16  dui 
vicario  dell'assente  vescovo- la  facoltà  di 
fondare  un  oratorio,  ove  si  potè  celebra 
re  la  messa  a'  26  novenibre  da  fr.  Fran- 
cesco PatrÌ7J  da  Siena  d'esimia  santità  e 
preposto  al^i^tituzione.  Il  vescovo  Aiber- 
liiii  approvala  la  Iicenra  del  vicario,  per- 
mise l'erezione  della  rhiesa  e  del  cimile- 
l'io,  e  deputò  fr.  Nicolci  agostiniano  ve- 
scovo di  Scarpanto  a  collocar  la  i.°  pie- 
tra e  benedire  il  cimiterio,  il  che  esegui 
a'74  e  25  maggio  i3  1  7.  Tanto  fu  poi  il 
credito  che  i  servili  s'acquistarono  coli'e- 
semplaritàe  lo  zelo,che  aiutali  dalle  obla- 
?ioni  de'fiedcli,  poterono  quindi  fabbrica- 
re il  convenlo  capace  di  accogliere  i  pa- 
dri del  capitolo  generale  nel  1  82  1 .  In  es- 
so fu  decretalo  dimostrazioni  di  ricono- 
scenza al   lieuefaltore   A  vanzo  ,  il   quale 
morendo  nel  1826  lasciò  a'religiosi  mol- 
le rendile.  Da  questo  nuovo  soccorso  a- 
rimati  i  servili,  intrapresero  la  fabbrica 
della   magnifica  chiesa,  di  cui  sui  prece- 
denti si  gettarono  nuovi  fondamenti  nel 
1  33o,  ma  la  sua  perfezione  non  si  otten- 
ne che  verso  la  fine  del  secolo  XV,  e  fu 
consagrata  col  maggior  altare  dall' aici- 
\escovo  di  Corinto  Saracco  nel  1 49  '  jmen- 
Ire  già  gli  altri  8  altari  lo  erano  slati  nel 
i4i4-  Avendo  per  la  fabbrica  i  religiosi 
consumato  am  he  il  destinato  pel  loro  a- 
limento,  già  il  cardinal  Pietro  Riario  le- 
gato, al    convenlo  avea  unito  il  priorato 
di  s.  Calerina  d'Isola  diocesi  di  Capodi- 
sii  ia  colle  rendite  nel  1 478;  e  Io  zio  Sisto 
IV  per  lo  slabiliiueDlo  delle  cappelle  mae* 


slose,  avea  concesso  indulgenza  plenaria 
nella  festa  della  ss.  Annunziata  del  «476, 
a  chi  vigilando  la  chiesa  porgesse  limo- 
sine.  Ma  intanto  la  regolare  disciplina  a- 
vea  palilo  sensibile  discapilo,  onde  i!  do- 
ge Vendramin  indusse  il  senalo  a  implo- 
rare da  dello  Papa,  che  il  convento  fosse 
dato  a'servili  della  congregazione  osser- 
vante del  Monte  Senario  mirabilmente 
propagata  in  Italia;  e  fu  pienamente  e- 
saudito  nel  1476,  allontanandosi  que're- 
ligiosi  che  non  vollero  abbracciare  la  ri- 
forma, e  ponendosi  il  convento  nella  di- 
pendenza del  patriarca.  Questa  poi  tolse 
nel  I  5i  3  Leone  X,  dichiarando  il  con  ven- 
to soggetto  immediatamente  al  priore 
generale  dell'ordine,  a  condizione  di  man- 
tenersi nella  regolare  osservanza.  Aven- 
do poi  s.  Pio  V  abolita  la  congregazione 
dell'osservanza,  il  successore  Gregorio 
XIII  istituì  le  due  provincie  de'servi  di 
Maria,  di  Venezia  e  di  Mantova, dichia- 
rando capo  principale  della  i."  il  veneto 
convento  di  s.  Maria,  detto  comunemen- 
te Convento  3I<7ggiore,  per  distinguerlo 
dall'altro  di  s.  Giacomo  de' Servi  della 
Giudecca, denominalo  Com'enfo Minoic. 
La  magnifica  chiesa,  una  delle  più  rag- 
guardevoli di  Venezia  per  la  vastità,  com- 
posta d'una  sola  nave,  giunse  ad  avere 
22  altari;  fu  pure  rinomala  per  insigni 
opere  di  scultura,  d'architettura  e  pittu- 
ra, non  meno  pe'roonumenli  di  uomini 
illustri  che  racchiuse;  ma  più  di  tulio 
pe' tesori  ecclesi asiici  delle  ss.  Reliquie, 
le  quali  onde  collocarle  onorevolmente, 
fr.  Anselmo  Gradenigo  nel  i533  eresse 
un  nobile  altare  con  disegno  del  Sanso- 
\'ino  ,  poi  consngralo  da  Vincenzo  Mas- 
sari vescovo  di  Melipotamo.  Dalla  chie- 
sa di  s.  Marcello  di  Roma,  residenza  del 
priore  generale  e  del  procuratore  gene- 
rale ,  con  pei  messo  di  Giovanni  XXI  1[ 
nel  i4i3,  furono  portale  in  questa  :  il 
corpo  di  s.  Giovanni  1  Papa  e  martire 
(che  il  Z^/flr/o /lOWrtwo  dice  riposare  nel 
Valicano),  una  mascella  di  s.  Longino 
vescovo  e  inarlire;  un  osso  di  s.  Giovau- 


174  V  E  i\  .  '  VEN 
ni  vescovo  e  ruailii e,  olire  le  ss.  Reliquie  guo  alla  cljiesa  fu  dalla  pietà  il* alcuni 
di  molli  apostoli  e  matlìri.  Il  legalo  di  mercanti  luccliesi,  venuti  a  stabilir  il  lo- 
Venezia  cardinal  Bessarione,  nel  i46i  ro  dondcilio  in  Venezia,  fondalo  un  ma- 
concesse  i  co  giorni  d'indulgenza  a  chi  le  gnifico  oratorio  in  onore  di  Gesìi  Croce- 
\isilava  ollrendo  litiiosine,  ne' giorni  da  lisso,  sotto  il  nome  di  Volto  Santo,  pel 
lui  determinali.  In  diversi  tempi  vi  fu-  celebre  die  si  venerava  nella  loro  cittìi. 
rono  donate:  parte  del  ss.  Titolo  della  Espulsi  essi  dalla  patria  da  Castruccio  o 
C/ocf,  concessa  da  Innocenzo  Vili,  come  da  Uguccione,  si  ritirarono  in  Venezia 
notai  in  tale  articolo,  a  Giiolamo  Donato  nel  i  3  i  7  o  prima,  dove  molli  di  essi  con- 
ambascialore  veneto  in  Iloma,  il  rpiale  e-  trassero  amicizia  co' servili,  ne  frequeu- 
resse  per  conservarla  uu  altare  dedicato  tavnno  la  chiesa  ,  mangiando  l'agnello 
alla  ss.  Croce  ,  con  pregevoli  tavole  di  pasquale  insieme,  ed  in  morte  sceglien- 
Lronzo  a  mezzo  rilievo,  poi  trasferite  nel-  dosi  la  sepoltura  nel  tempio.  Pare  che  vi 
l'altare  de'Beati  VII  fondatori  dell'ordine  migliorassero  e  perfezionassero  l'arte  del- 
de' servi;  il  capo  di  s.  Maria  Cleofe,  la  la  Seta,  la  quale  però,  come  rimarcai  in 
mano  sinistra  di  s.  Andrea  Apostolo,  un  tale  articolo,  seud)ra  introdottavi  fin  dal 
bracciodi  s.  Luca  Evangelista,  delle  vesti  i2o4  dopo  la  presa  di  Costantinopoli,  e 
e  reliquie  di  s.  Simeone  fanciullo  trucida-  quindi  piesto  cominciarono  le  venete 
to  in  Trenlo  dagli  ebrei,  a  di  cui  onore  il  manifatture  di  stolle  d'  010  e  di  porpora, 
consiglio  de'  Dieci  permise  l'erezione  in  con  utilità  somma  della  città.  Si  può  ve- 
questa  chiesa  d'una  confraternita.  Olire  dere  il  cav.  Mulinelli,  Annali  Urhaiii, 
alcun'allre  reliquie,  nella  mensa  dell'ai-  ove  traila  de'Iucchesi  manifittori  ripa- 
lare della  sagrestia  fu  collocato  il  cor-  rati  a  Venezia,  delle  liberali  accoglienze 
pò  del  b. Bonaventura  Torniello  (che  no-  che  riceverono  da'veneziani ,  collocando 
lai  parlando  di  questa  nobilissima  fami-  le  loro  ollìcine  in  calle  della  Biscia.  Ne 
glia  nel  voi.  L,  p.  69,  ed  un  discenden-  riparlerò  a  suo  luogo,  sì  de'Iucchesi  e  s"ì 
te  degnissitno  della  quale  conte  e  com-  delle  manifatture  di  seta.  S'avan/ò  poi 
mendatored.  Giorgio  veneto  ,  di  cui  mi  tanto  ralFelto  de'Iucchesi  per  s.  Maria 
■vanto  ossequiosissimo,  ci  ha  edificati  da  de'Servi, che  nel  1  36o  v'istituirono  la  cou- 
ultimo;  imperocché  restato  vedovo  della  fraternità  sotto  1' in  vocazione  dello  sles- 
virluosissima  contessa  Anna  Cappellari  so  Volto  Santo,  e  la  prolezione  de'  ss, 
della  Colomba,! ."  pronipote  di  Gregorio  Marco  Evangelista  e  Martino  ,  pe' soli 
XVIjSi  ordinò  sacerdote!)  del  ramo  fiorito  connazionali,  a  merito  principale  di  Fao> 
inForlì.religiosode'servidiMarifljfattoda  lo  Parola.  Il  senato,  che  loro  ne  die'  la 
Sisto  IV  predicatore  apostolico  in  Roma,  facoltà,  annoverò  i  lucchesi  fra' cittadini 
Toscana  e  oltre  parti  d' Italia,  come  in  di  Venezia.  Per  aver  poi  i  confratelli  un 
\enezia  con  gran  fruito  ,  acclamato  per  luogo  sagro  per  le  di  vote  adunanze,  com- 
Sanio  appena  volò  al  cielo  in  Udine.  11  prarono  da' frali  un  sito  contiguo  alla 
Corner  ne  riferisce  le  notizie,  con  quelle  chiesa,  ove  eressero  nobile  cappella,  nel 
d'altri  3  santi  religiosi  serviti  del  conven-  i  376  consagrata  da'vescovi  Piacentini  di 
to,  cioè  il  b.  Taddeo  Gei  ardi,  chiamalo  Castello  e  Natali  di  Jesolo,  e  ad  essa  vi 
patriarca  d'Alessandria,  glorioso  martire  unirono  io  case  per  ricovero  de'couna- 
nel  1357;  il  b.  Bartolomeo  veneto,  disce-  zionali  bisognosi.  JN'on  mollo  lungi  dal 
polo  del  b.  Torniello  e  fedele  imitatore  di  convento  fu  già  un  monastero  di  di  vote 
sue  virtù;  e  il  b.  Raffaele  Calbo.  Di  più  vergini,che  senza  essere  obbligale  a  clausu- 
il  Corner  riporta  un  notabile  numero  de-  ra,  professavano  la  regola  del  3."  ordine 
gì'  illustri  religiosi  fiorili  in  questo  chio-  de'servi  di  Maria,  dalla  forma  del  loro  a- 
slio  che  merilaiouo  l'episcopato.  Couti-  bilo  chiamale  inaulellale  e  più  comune* 


YEN 
mcnle  plzzocliere.  Viveano  esse  nelle  pro- 
prie case  sepnralainenlc,  ma  avenilo  nel 
i525  Matteo  Iciccliese  lasciata  in  pio  le- 
gato nna  casa  per  le  suore  del  3."  ordi- 
ne de'servi,  allettate  da  tale  occasione  di 
servir  più  quietamente  a  Dìo  alcune  buo- 
ne donne  seguaci  del  beneficalo  istituto, 
si  ridussero  a  convivere  insieme  nell'a- 
bitaziotte  loro  lasciala,  dopo  il  qtial  tem- 
po non  fu  poi  concesso  l'abito  de'serviti 
che  a  quelle  sole  dcterniinate  a  voler  ivi 
servire  il  Signore.  Da  questo  povero  col- 
legio ebbero  origine  due  esemplarissimi 
monasteri,  di  s.  Maria  delle  Orarie  m  Du- 
rano,'e  di s.  Maria  del  Pianto  in  Venezia, 
istituiti  dalla  ven.  Maria  Benedetta  Rossi, 
e  già  esemplarissima  manlellala.  I  ser- 
viti rimasero  nel  convento  sino  alla  di- 
struzione degli  ordini  religiosi,  indi  nel 
1812  fa  demolito  insieme  nlla  chiesa,  e 
di  questa  non  rimangono  che  le  mura  del 
suo  recinto  e  le  due  magnifiche  porte  che 
\i  danno  ingresso.  In  lai  rriodo  si  perde 
un'  ampia  mole  ,  ed  unica  per  Vene- 
zia quanto  alla  sua  costruzione.  Preziose 
e  abbondanti  notizie  nelle  sue  i/i. ^cns^'o- 
ni  T^eneziane  olTie  il  cav.  Cicogna.  Le 
ceneri  del  famoso  fr.  Paolo  Sarpi  furono 
trasferite  in  s.  Michele  di  Minano,  come 
nairo  nel  §  XVIIl,  n.  18.  Mentre  ripo- 
savano nella  descritta  chiesa,  avvenne 
quanto  riportai  nel  voi.  LXIV,  p.  162. 
33.  CoiiK'cìHuolt  di  s.  Nicolo  de' f  ra- 
ri, dello  della  Lattuga  e  s.Nicoiettn.  Lan- 
guiva oppresso  da  lunga  e  pericolosa  in- 
fermità iNicolòLion  procuratore  di  s.Mar- 
co,  benemerito  della  repubblica,  massi- 
me per  la  congiura  da  lui  scoperta  del 
doge  Marin  F\dier,  quando  si  senfj  invo- 
gliatodi  mangiar  lattughe.  Ricercale  inu- 
tilnjenlein  ogni  luogo,  alfine  si  trovarono 
nell'orto  de'liati  minori  di  s.  Maria  Glo- 
riosa de'Frari;  onde  gustatele  l'infermo  si 
sentì  rinvigorire,  e  ricuperò  in  breve  la 
sanità.  Grato  a  Dio,  il  buon  senatoiesui 
confini  dell'orlo,  da  cui  s'erano  traile  le 
lattughe,  vi  fabbricò  una  chiesa  in  ono- 
re di  s.  Nicolò  vescovo,  di  cui  portava  il 


V  E  ìN  17  7 

nome  ,  e  vi  aggiunse  poi  abitazioni  per 
pochi  frali ,  consegnandone  nel  i332  il 
padronato  a'procuralori  de  Ultra. Tio- 
vandosi  in  Avignone  anìbasciatore  a  In- 
nocenzo VI  neh 353,  fece  testamento  e 
lasciò  la  chiesa  e  il  piccolo  convento  a' 
frali  minori  che  riconosceva  benefitlori 
per  la  guarigione.  La  chiesa  nel  suo  in- 
terno tutta  coperta  di  pitture  slinuitissi- 
nie,fu  consagiata  nel  1 582  da  Marco  Me- 
dici vescovo  di  Chioggia.  Vicino  ad  es- 
sa si  fabbricarono  due  piccole  cappelle, 
una  dedicata  a  s.  Francesco  d'Asisi,  l'al- 
tra alla  B.  Vergine  della  l'ietà,  il  cui  al- 
tare pel  [."fra  tutti  inVenezia  fu  decorato 
da  Gregorio  XI II  dell'uHlulgenza  plena- 
ria pe'  defunti.  Il  convento  distrutto  nel 
I  743  dal  fuoco,  si  riedificò  in  assai  mi- 
glior forma.  Ma  anch'esso  poi  colla  chie- 
sa andò  profanato  nella  soppressione  de- 
gli ordini  regolari,  e  da  ultimo  quanto  ne 
rimaneva  di  fabbricato,  andò  a  far  par- 
te dell'archivio  generale  de'Frari,  come 
notai  in  questo  §  nel  n.  2  r. 

34.  Servi  di  Maria  di  s.  Maria  No- 
vella e  poi  di  s.  Giacomo  della  Giiidec- 
ca.  Marsilio  da  Carrara,  grato  alla  repub- 
blica di  Venezia,  col  di  cui  favoreavea  ri- 
cuperato la  signoria  di  Padova,  con  testa- 
mento del  i338  lasciò  una  somma  rag- 
guardevole per  fondare  con  dote  in  Ve- 
nezia un  nobile  convento  per  24  servili 
almeno,  con  chiesa  sotto  l'invocazione  di 
Maria;  concedendoli  padronato  del  con- 
vento aliloge,  la  difesa  e  conservazione 
a'procuralori  di  s.  Marco.  Nell'istesso  an- 
no nell'isola  delia  Giudecca  s'intraprese- 
ro le  fabbriche,  che  compile  si  consegna- 
rono nel  «343  all'ordine,  e  per  esso  al  i." 
prioie  fr.  Laml)erto  Malascolti,  con  pre- 
cedente beneplacito  di  Benedetto  Xlljina 
poscia  per  la  rislretlezza  delle  rendile  il 
numero  de'servili  fu  di  solila.  La  chiesa 
si  chiamò  s.  Maria  Novella,  denomina- 
zione cambiata  in  quella  di  .y.  Giaco/no, 
per  l'altare  ivi  eretto  in  suo  onore  e  per 
essere  slata  piantala  nel  sito  dov'era  uà 
oratorio  dedicato  al  s.  Apostolo ,  i  cui 


1 7G  YEN 

confiafelli  passarono  a  islitnirn  In  nobile 
confi aleinifa  di  s.  Maria  della  Caiilii,  i.* 
fra  le  scuole  grandi.  La  diiesa  nel  i  3^1 
venne  contagiala  da  fr.  Luca  servila  ve- 
scovo di  Giudice  e  vieni  io  del  vescovo  di 
Castello,  soUo  1"  invocazione  di  s.  lALuia, 
di  s.  Giacomo  Maggiore  di  Galizia  e  di 
s.  Daniele  profeta.  Dìniiiiuile  di  nuovo 
Dolabihnenle  le  rendile  e  vivendo  i  re- 
ligiosi colle  limosina  ,  furono  lolli  dal- 
l'angustie neli5i8  da  Leoue  X  coil'ap- 
plicazione  della  maggior  parte  delle  ren- 
cliledel convento  rurale  di  Bagnuoli,  Ibn- 
tlalo  a'servili  da  Alessandro  Turella.  Co- 
M  i  religiosi  di  s.  Giacomo  poterono  am- 
pliare e  abbellire  i  loro  edilizi  disadorni, 
contribuendovi  il  veneto  fr.  Gabriele  Car- 
dano figlio  del  convento,  neli6o3  priuie 
generale  dell'ordine.  Avendo  egli  a  cuore 
la  riedificazione  della  vecchia  chiesa  ,  di- 
spose lutto  per  rinnovarla,  iha  prevenu- 
to dalla  morte,  vi  supplirono  i  religio- 
si con  7  altari  formali  di  scelli  marmi. 
Anche  questo  convento  soggiacque  alla 
sorte  comune  nel  i8io,  e  quindi,  uni- 
tamente alla  chiesa,  fu  demolito. 

35.  Camaldolesi  di  s.  Gio.  Battista 
della  Gìudecra.  Fiorendo  per  severa  os- 
servanza il  rinomatissimo  istituto  camal- 
dolese di  S.Mattia  di  Murano,  da  cui  mol- 
ti monaci  in  diversi  luoghi  furono  tratti 
a  fondar  monasteri,  per  Venezia  lo  dispo- 
se Duonaccorso  Benedelli  lucchese,  ricco 
commerciante,  da  fabbricarsi  nell'isola 
della  Giudecca,con  chiesa  dedicata  al  s. 
Precursore,  con  dipenden-'.a  dal  priore  di 
s.  Mattia;  non  che  un  contiguo  spedale 
in  onore  di  s.  F^rancesco,  pel  ricovero  e 
loanlenimenlo  di  20  poveri.  Incominciò 
il  benefico  Benedetti  le  fabbriche  nel 
i333,  e  morendo  nel  1  33g  fedelmen- 
te si  compirono,  terminatosi  il  monasle- 
10  nel  I  344.  ove  vi  si  portò  il  .suo  cor- 
po. Fu  quindi  ampliato  nel  i  369  ;  e  dalla 
repubblica  accolto  sotto  la  sua  protezio- 
ne, la  fece  valere  nelle  disposizioni  di  Gio- 
tanni  XXllI  e  d'Eugenio  IV;  e  poscia 
ottenne  da  Alessandro  VI, che  fosse  unito 


V  1-:  N 
agli  esemplari  di  a.  Michele  e  di  s.  Matti!» 
di  Murano.  L'ospedale  per  mancanza  di 
rendile,  in  seguito  ces>ò.  Dipoi  il  mo- 
naslero  fu  separato  da  quello  di  s.  Mat- 
tia ed  unito  alla  congregnzione  camaldo- 
lese delta  de'lX  luoghi,istiluita  nel  1496, 
e  poscia  aggregato  all'  altra  di  s.  Michele 
di  Murano  divenne  uno  de'XVll  mona- 
steri che  la  componevano,  e  da  quel  leui- 
po  cominciò  ad  avere  il  proprio  abbate. 
Perì  nei  18  IO  con  tulle  l'altre  comunità, 
religiose,  secondo  l'ab.  Cappel letti.  Però 
la  monastica  fimiglia  era  già  stata  sop- 
pressa con  altre  camaldolesi,  insieme  ad 
altre  regolari,  del  domiiiTo  veneto,  per 
decreto  governativo  de'  7  settembre 
1772,  come  afferma  il  p.  ab.  Zurla  nel- 
le lìfernoric  del  p.  ah,  Nachi  camaldo- 
lese, a  p.  I  2. 

36.  Canonici  regolari  di  s.  Anlonio 
abbate  di  Vienna^  poi  di  quelli  del  Sal- 
vatore. Nell'estremo  angolo  della  città, 
sestiere  di  Castello,  che  per  esser  posto 
rimpeltoall'isola  di  s.  Elena,  chiamava- 
si  Punta  di  s.  Elena,  nel  i334  il  mag- 
gior consiglio  concesse  tino  spazioso  trat- 
to di  palude  a  Marco  Catapan  e  Cristo- 
foro Islrego  ,  con  obbligo  di  riempirla 
di  terra  in  3  anni  per  renderla  abitabile. 
Adempito  l'assunto,  dipoi  Cristoforo  sul 
suo  fondo  avendo  costruita  una  casa  di 
legno,  l'olbì  in  dono  a  Giotto  degli  Ab- 
bati fiorentino,  priore  de'canouici  rego- 
lari di  s.  Antonio  di  Vienna  in  Francia, 
acciocché  vi  fondasse  chiesa  e  monaste- 
ro in  onore  di  s.  Antonio  abbate.  Accettò 
il  priore,  e  con  permesso  del  vescovo  di 
Castello  Morosini,  cominciò  In  fibbrica 
della  chiesa,  e  pel  suo  vicario  fr.  Stefano 
agostiniano  vescovo  di  Tiro  fece  gettar- 
vi lai. 'pietra  nel  i346,  e  benedisse  il  ci- 
miterio  il  priore, essendovi  presente  Ai- 
mone maestro  generale  dell'ordine.  Vi 
contribuirono  il  sullodato  Nicolò  Lione 
la  famiglia  Pisani,  erigendone  la  ficciata 
con  ben  lavorati  marmi  Pietro  Grimani 
figlio  del  già  doge  e  gran  pi  iore  Geroso- 
limitano d'Ungheria.  Convien  credere 


I 


VEN 

die  i  canonici  presto  l'abhnndonassero, 
ovvero  si  fossero  rilassali  nella  lenniaie 
disciplina,  poiché  trovasi  prima  deh  388 
allidalo  il  governo  del  monastero  ad  An- 
tonio Gallina  monaco  benedettino  di  s. 
Giorgio  Maggiore.  Dipoi  i  priori  de' ca- 
nonici regolari  di  s.  Antonio  ripresero  il 
governo  del  monastero.  Era  antica  con- 
suetudine, col  pretesto  di  riverenza  a  s. 
Antonio  abbate,  lasciar  vagare  per  la 
città  alcimi  porci  (come  altrove  per  l'erro- 
rea  credenza,  che  il  porco  essendo  slato 
caro  a  s.  Antonio,  si  dipinge  con  esso  e 
volgarmente  dicesi:  s.  ^Antonio  s'innn- 
moro  d'un  porco l  Notai  altrove,  che 
rappresentasi  così  il  santo,  per  aver  egli 
\into  le  incessanti  tentazioni  del  demonio 
che  lo  affliggeva  sotto  la  figura  d'un  porco. 
Questi  sozzi  animali  erano  poi  un  parti- 
colar  provento  del  priore!  Altri  vogliono 
che  i  vaganti  porci  erano  graliiitamente 
cibali  dalla  popolazione  per  i  poderi  ca- 
nonici di  s.  Antonio  di  Olivolo).  Ria  olire 
il  deturpamento  che  recavano  alla  città, 
ne  nascevano  gravi  disgrazie,  massime  a 
danno  de'teneri  fanciulli  (e  non  pochi  mu- 
sici derivarono,  e  fors'anche  derivano, per 
l'operato  da'porci),  cos'i  il  maggior  con- 
siglio a' io  ottobre  1409,  risolutamente 
proibì  l'abbominevole  costume.  In  fatti 
dice  il  decreto  »  tam  cantra  pueros, 
quoTii  in  stratiset  fitndaìncTìtis  propter 
siiitni  rumare.  Riuscendo  pregiudizievo- 
le ai  sagro  luogo  l'amministrazione  de' 
priori  de'  canonici  regolari,  il  senato  che 
sapeva  la  necessità  de*  canonici  regolari 
del  ss.  Salvatore  (nel  cui  monastero  per 
l'accresciuto  numero  non  potevano  più 
capire),  neh 471  ottenne  da  Sisto  IV, che 
ad  essi  fosse  assegnato  quello  de'canonici 
di  s.  Antonio  di  Vienna  del  Delfinato.  I 
nuovi  possessori  ristorarono  i  cadenti  edi- 
lizi, ed  abbellirono  la  chiesa  colla  magni- 
fica erezione  di  molte  cappelle  ed  altari, 
mirabile  sopra  tutti  riuscendo  l'altarede' 
diecimila  ss.  Martiri  Crocefissi,  non  solo 
per  l'arte  meravigliosa,  con  cut  il  Car- 
paccio espresse  in  pittura  la  loro  passione 
VOI.  xci. 


VEN  177 

(ora  (joesto  quadro  esiste  nella  regia  ac- 
cademia di  belle  arti),  ma  pel  motivo 
della  di  lui  erezione  fatta  da  Ettore  Ol- 
toboni  e  narrata  dal  Coiner,  e  dove  nel 
consagrarlo  il  patriarca  Antonio  II  Con- 
tarini  ripose  le  reliquie  della  ss.  Cro- 
ce e  de' ss.  Martiri  Crocefissi.  Altre  insi- 
gni reliquie  della  chiesa  furono,  un'incor- 
rotta mano  di  S.Antonio  abbate, luia  gam- 
ba e  piede  incorrotti  di  s. Geremia  profeta^ 
de' ss.  Bartolomeo  e  Matteo  apostoli,  ed 
altre.  Nella  biografìa  del  cardinal  Dome- 
nico Grimani,  dopo  aver  celebrato  il  suo 
eroismo  col  padre  Antonio.poi  doge,  dissi 
d'aver  egli  donato  la  sua  biblioteca  a'ca- 
nonici  del  ss.  Salvatore,  poi  incenerita 
dal  fuoco.Ora  col  cav.  Mulinelli  mi  piace 
aggiungere.  Seguì  il  dono  in  conseguen- 
za del  testamento  fatto  nel  i523.  La  bi- 
blioteca, oltre  essere  copiosa  di  volumi, 
era  molto  insigne  per  codici  ebraici,  cal- 
dei, armeni,  greci,  latini  e  italiani.  Nel 
i685  lavorandosi  da  Felice  Multoni  in 
questo  monastero  fuochi  aitificiali  da 
spedirsi  in  Morea  per  la  guerra  contro  i 
turchi,  inavvertentemente  appiccossi  al- 
la polvere  la  fiamma,  che  distrusse  con 
tremendo  fracasso  gran  parte  della  fab- 
brica, e  incenerì  la  biblioteca.  Così  que' 
libri  preziosissimi,  onde  gli  studiosi  do- 
veano  andar  gralissimi  al  cardinale,  e 
pregar  pace  allospiritodell'uoroo  incom- 
parabile" erano  orribile  e  miserando  fa- 
lò a'funerali  d'un  secolo,  che  senza  molta 
gloria,  anzi  con  alcuna  tacca,  andava  già 
a  perdersi  nell'abisso  interminabile  del- 
l' eternità  ".  Quindi  si  riedificarono  le 
parti  distrutte  dell'  edifizio.  Il  cav.  Cico- 
gna occupò  più  pagine  del  t.  i  delle  sue 
Inscrizioni  Veneziane,  nel  descrivere  e- 
ruditamenfe  questa  chiesa  C' monastero. 
I  canonici  regolari  del  ss.  Salvatore  vi 
rimasero  fino  al  declinar  del  secolo  pas- 
sato, dicendosi  il  luogo  Motta  di  s.  Anto- 
nio; indi  divenuta  la  chiesa  e  il  monaste- 
ro pubblico  padronato,  con  cappellano 
per  l'uffìziatura,  nel  1806  il  luogo  fu  con- 
segnalo alle  truppe  di  marina,  e  nel  1 807 
12 


.78  VEN 

cliifsa,  monastero  e allie  fabbriche  si  cle- 
itiolirono,  compi  endendosi  il  suolo  ne' 
pubblici  giardini  dov'è  la  montagnola. 

37.  Jgosliniaìie  grìgie  di  s.  Andrea 
Apostolo,  volgarmente  de  Zirada.  Con 
unanime  sentimento  di  fervorosa  carità 
unitesi  le  matrone  venete  Francesca  Cor- 
rer, Elisabetta  Gradenigo, Elisabetta  So- 
ranzo  e  Maddalena  Malipiero,  determi- 
narono d'erigere  nell'estrema  parte  della 
città,  chiamata  dall'angolo  che  forma  , 
Cao  o  Cavo  de  Zirada  o  Zira  (girala 
di  canale),  nel  sestiere  di  s.  Croce,  un  o- 
spedale  nel  quale  potessero  servire  a  Dio, 
esercitandosi  nell'esemplare  ministero 
d'assistere  alcune  povere  donne,  vedove 
e  citladitte,  ivi  per  scelta  loro  raccolte,  ed 
a  proprie  spese  mantenute.  A  tal  edetto 
ottennero a'i 8  dicembre  i32g  dal  capi- 
tolo della  chiesa  parrocchiale  di  s.  Croce 
diLuprio  la  facoltà  di  fabbricare  la  casa 
di  ricovero  per  povere  donne  sotto  l'invo- 
cazione di  s.  Andrea  Apostolo,  mediante 
coDìpenso.  Ottennero  pure  l'approvazio- 
ne del  vescovo  Delfino,  anche  per  poter 
erigere  una  chiesa  e  un  monastero  con 
religiose  soggette  a'vescovi  di  Castello,  e 
superale  le  opposizioni  delle  vicine  mo- 
nache di  s.  Chiara.  Le  pie  matrone  ne'pii 
esercìzi  di  carità  vissero  senza  osservare 
alcun  istituto  sino  al  1846,  quando  già 
essendo  morte  la  Correr  e  la  Gradenigo, 
le  superstiti  Soranzo  e  Malipiero,  unita- 
mente ad  altre  7  compagne  nel  caritate- 
vole uilìzìo,  determinarono  di  stabilire 
nel  pio  luogo  un  monastero  regolare,  ini- 
plorando  a  tale  effetto  la  protezione  del 
\irtuoso  doge  Andrea  Dandolo,  che  loro  e 
al  monasterodi  s. Andrea  di  Girada  del- 
l'ordine di  s.  Agostino  l'accordò  con  pa- 
dronato de'dogi  successori,  come  di  pub- 
blica ragione.  !Nello  stesso  1 346  il  vesco- 
vo Nicolò  Morosini  tutto  approvò,  accon- 
sentendo che  nell'ospedale  si  potesse  eri- 
gere un  monastero  d'agostiniane  con  ve- 
sti di  color  grigio;  l'esentò  dalla  soggezio- 
ne de'vescovidi  Castello,ma  col  censo  an- 
nuo iu  favore  di  essi  d'una  libbra  di  scelto 


V  E  N 

incenso  circa  nell.i  festa  del  s.  Titolare. S 
pravvissuta  liiSoraiizo,ncl  i  347  elesseai 
priora  Giaconjina  Paradiso,  successa  da 
altre  approvate  da'dogi.  Nel  i383  il   v^ 
scovo  Angelo  Correr  st-nhifi  a!ctinp  costi 
tuzioni,  e  per  la  stima  che  faceva  d«>l  m 
nastero,  divenuto  Papa  Gregorio  XI 1  ne 
i4o6,  lo  ricevè  sotto  l'immediata  prole 
zione  della  s.  Sede,  autorizzando  la  prie- 
ra  a   imporre  il  velo  nero  alle   professe, 
e  concedendo  il   proprio  confessore  con 
facoltà  d'assolvere  ne'casi  riservati.   Pe 
nefìcate  l'agostiniane  da  Gregorio  Xn,gl 
restarono  ubbidienti,  come  legittimo 
vero  sommo  Pontefice,  ed  anche  qu.in 
do  il  senato  ordinò  a  tutti  i  religiosi  rie 
noscere  per  Papa  Alessandro  V  e  poi  Gio' 
vanni  XXIII,  dichiarando  esser  contenti 
piuttosto  di  venir  espulse  dalla  città.  Dii 
poi  Papa  Martino  V  confermò  le  conce! 
sioni  del  predecessore,  evi  aggiunse  |)lc 
narie  indulgenze  allora  singolari.  Tuli 
confermarono,  con  altre  grafie,  Eiigenii 
IV,  Calisto  III  e  Sisto  IV.  Tutto  qiips|< 
prova  l'alta  riputazione  a  cui  era  salili 
l'esemplarità  dille  religiose,  rendendone 
pure  illustri  testimonianze  cospicui  sog. 
gelli  presso  il  Corner.  L'antico  istitnU 
di  servire  eolimenlare  povere  donne  con 
tinuò  anche  dopo  la  formazione  del  ma 
nastero,  finché  nel  1684  la  pia  opera  fi 
mutata,  col  permesso  del   patriarca,  nel 
l'obbligo  di  ricevere  fra  il  numero  dell 
suore  converse  12  povere  figlie  senza  dtì 
te.  Nella  chiesa,  fabbricata  dalla  famiglii 
Boncia,  si  collocarono  molte  insigni  reli 
quie,  cioè  notabile  parte  del  corpo  di  s 
Maria  Cleofe,  un  osso  del  braccio  del  Si 
Titolare,  alcune  ossa  de'ss.  Innocenti,  ui 
osso  di  s.  Bartolomeo  apostolo,  due  test 
delle  Coropagnedis.  Orsola,  eil  corpo  d 
s.  Saturnino  martire  tratto  da'romani  ci 
miteri.  Bisognosa  la  chiesa  di  dispendi» 
sa  restaurazione,  considerando  il  senat 
essere  il  monasteroantico  padronato  della 
città  di  Venezia,  nel  147^^  contribuì  ge- 
nerosa sovvenzione;  e  compita  la  rifabbri- 
ca con  5  altari,  il  i ."  dicembre  1 5o7  se« 


YEN 

conilo  Io  Slato  pcrso/tatr,  consagrò  la 
nuova  chiesa  co' suoi  7  altari  (il  cav.  Ci 
cogna  che  senta  l'aggiunte  e  le  correzio- 
ni impiegò  I  59  pagine  in  illustrarla,  dice 
che  la  consagiarione  seguì  nel  1  5o2)  il 
veneto  Giulio  Broclietta  arcivescovo  di 
Corinto,  e  si  commemora  la  r.'  «lomeni- 
ca  di  maggio.  Indi  nel  secoloXVII  la  chie- 
sa fu  rinnovata  e  lidotta  nell'attuale  sua 
forma.  Adiacente  era  vi  la  confraternita 
di  s.  Andrea;  e  nella  chieda  quelle  del 
Suffragio  del  Crocefisso,  e  de'Muschieri, 
la  cui  arte  era  uno  de' io  colonnelli  che 
formavano  il  corpo  dell'università  arti- 
slisca  de'Marzeri.  Le  monache  durarono 
sino  alla  generale  soppressione,  imperoc- 
ché passale  temporaneamente  nel  mona- 
stero le  religiose  di  s.  Lucia  nel  1806, 
di  poi  l'agosliniane  grigie  doverono  eva- 
cuarlo nel  1810.  Queste  monache  erano 
esperte  ne'Iavori  delle  mani,  e  facevano 
hellissime  palme  con  fogliami  d'oro,  d'ar- 
gento e  di  seta,  che  si  solevano  presen- 
tare in  s.  Marco  nella  domenica  delle  Pal- 
me al  doge,  alia  dogaressa,  agli  amhascia- 
tori  ed  al  primicerio.  Ora  non  vi  rima- 
ne che  la  chiesa,  la  quale  sino  dal  rSio 
serve  di  succursale  alla  parrocchia  di  s. 
Nicola  daTolentioo.  Nella  chiesa  di  s.An- 
drca,  ne'due  altari,  al  fianco  della  mag- 
giore cappella,  vi  ha  due  bellissimi  dipin- 
ti. 11  s.  Girolamo  nel  deserto,  è  uno  de' 
nudi  più  svelli  e  belli  che  Paolo  condus- 
se, se  non  il  più  bello;  nel  s.  Agostino  di 
Paris  Bordone  si  ha  una  testa  sì  viva  e 
vera,  che  sembra  del  pennello  di  Tiziano 
e  di  Giorgione.  Lamole  dell'altare  mag- 
giore è  r  ultima  scultura  di  Giusto  le 
Curi.  Nel  coro,  nell'organo  e  altrove  vi 
sono  dipinti  di  D.  Tintoretto. 

38.  Umiliati,  poi  Canonici  regolari 
dis.  Giorgio  in  Alga,  indi  Cistcrciensi  di 
s.  Cristoforo  martire,  volgarmente .f.iJ/^- 
ria  0  Madonna  dell'  Orto,  0  s.  Maria 
Odorifera.FvaTìbti'ìo  de'Tiberii  daPar- 
ma  generale  degli  Umiliati,  colle  limo- 
sine  raccolleda'veneziani,  nel  sestiere  di 
Cauahcgio  foudò  la  chiesa  e  il  mouaiste- 


YEN  179 

ro  circa  la  mela  del  secolo  XVI  col  titolo 
di  s.  Cristoforo  martire  (così  il  Corner 
e  il  Cicogna,  ma  lo  Stato  personale  di- 
ce nel  1371,  erroneamente  perchè  nel 
i37r  morì  Tiberio,  e  il  monastero  era 
stalo  fondato  assai  prima  da  lui)  e  mor- 
to illustre  per  meriti  e  virtù  nel  1371  fu 
riposto  decorosamente  nella  chiesa  non. 
finita  ;  al  cui  compinìento  nel  i  377  per- 
mise il  consiglio  de'Dieci,  ohe  sotto  l'in- 
vocazione del  s.  Titolare  si  potesse  isti- 
tuire una  compagnia  onde  colle  limosino 
de'  confratelli  si  terminasse  interamen- 
te. Procedendosi  ne'Iavori,  nello  scavar- 
si la  terra  in  orto  contiguo  al  monastero, 
si  trovò  la  divota  immagine  rozzamen- 
te scolpita  in  marmo,  rappresentante 
Maria  Yergine  col  divio  Figlio  in  brac- 
cio, la  quale  tosto  acquistata  da'  con- 
frati di  delta  scuola  la  collocarono  nel-' 
r  oratorio  da  loro  di  recente  eretto  a 
s.  Cristoforo.  Convien  credere  che  di 
debole  struttura  fossero  la  chiesa  e  il  mo- 
nastero cominciati  dal  generale  Marco, 
perchè  i  confratelli  della  scuola  di  s.  Cri- 
stoforo acconsentirono  che  la  ss.  Imma- 
gine si  traducesse  nella  chiesa  di  s.  Cri-- 
sloforo,  acciò  coll'offerle  e  limosine  pei* 
essa  acquistate  si  potesse  cosimi r  di  nuo- 
vo la  chiesa  e  il  monastero;  indi  il  mag- 
gior consiglio  nel  i  3gg  assegnò  200  du* 
cati  d'oro  pel  restauro  della  cadente  chie- 
sa di  8.  Cristoforo.  Tradotto  il  venerabile 
simulacro  nella  chiesa  di  s.Cristoforo,  ove 
risplendendo  con  grandi  ed  evidenti  mira- 
coli, die'  motivo  che  lai."  denominazio- 
ne si  cambiasse  io  quella  della  Madon* 
na  dell'  Orlo,  per  essere  stato  trovalo 
nel  detto  orto,  cui  poi  proseguì  ad  esser 
chiamata.  Vaghi  di  così  specioso  titolo 
i  confrati,  impetrarono  nel  14^0  dal 
consiglio  de'  Dieci,  che  pel  merito  d'a- 
ver essi  acquistata  e  donata  alla  chiesa  la 
prodigiosa  immagine,  dovesse  per  l'av- 
venire chiamarsi  la  loro  scuola  dis.  Ma» 
ria  dell'Orto,  titolo  che  per  nuova  per- 
missione dello  stesso  consìglio  accordato 
7  giorni  dopo,  fu  cambialo  in  quello  di 


i8o  VEN 

s.Mnria  Odorifera.  Da  tali  uiutazioni  di 
nome  nncque  grave  discensione  I in' con- 
fratelli,imperocliè  alcuni  di  essi  per  divo- 
zione a  s.  Crisloforo,si  separarono  e  stabi- 
lirono la  loro  compagnia  col  doppio  lito- 
Io  f/f  5.  Maria  dell'Orlo  e  di s.  Cristofo- 
ro. Accresciute  poi  le  discordie  fra  le  due 
divise  confraternite, passò  quella  à'xs.Rla- 
ria  Odorifera  ad  unirsi  nella  chiesa  di  s. 
Marziale,  con  altra  antica  scuola  già  fon- 
data nel  1 296  sotto  il  titolo  di  s.  Maria  di 
Grazia.  Tale  unione  permise  il  consiglio 
de'Dieci  nel  1424, confermanilo  alla  scuo- 
la de' Mercanti  il  nome  di  s.  Maria  del- 
l'Orlo e  di  s.  Cristoforo. A.  questa  dipoi  si 
unì  altra  antica  confralernila  stabilita  nel 
1 26 1  presso  la  chiesa  di  s.MariaGloriosa 
ile'FrarijCol  ùloìo  di s. lì/aria  de' Mercan- 
//,solto  la  protezione  di  s.  Francesco  d'A- 
sisi  ;  onde  la  scuola  di  s.  Cristoforo  assun- 
se la  triplice  denominazione  di  s.  Ma- 
ria dell'  Orto,  di  s.  Cristoforo  e  di  s. 
Francesco.  Intanto  gli  umiliati  deprava- 
ti ne'costumi, divenuti  insoffribili  pe'pub- 
blici  scandali,  il  consiglio  de' Dieci  dopo 
processo,  nel  1461  ottenne  da  Fio  11  che 
il  patriarca  Bondumiero  riformasse  Io 
scorrettissimo  monastero,  con  introdur- 
vi virtuosi  regolari,  essendo  fuggiti  i  rei. 
Pertanto  il  patriarca  nel  1462  l'aflidò  a' 
canonici  regolari,  o  secolari  come  li  chia- 
ma il  Corner,  della  congregazione  di  s. 
Giorgio  in  Alga  esemplarissimi. Tentaro- 
no gli  umiliati  la  ricupera  del  luogo, e  ne 
persuasero  il  Papa,sinoa  ordinare  al  nun- 
zio di  Venezia  di  rimetterli  in  possesso. 
Però  il  senato  avvertilo  il  loro  generale, 
che  avrebbe  cacciato  i  religiosi  da  lutti  i 
veneti  dominii,  ed  istruito  meglio  Pio  II 
delle  commesse  iniquità,  questi  approvò 
la  loro  espulsione  e  l'immissione de'cano- 
nici  illustri  per  edificanti  costumi.  Scar- 
se essendo  le  rendite  al  sostentamento 
loro,  e  gli  edifjzi  bisognosi  di  notabili  ri- 
stauri,  sebbene  pare  che  la  chiesa  abbia 
avuto  bisognodi  rifabbrica  nel  1099,  i  ca- 
nonici dopoesserestaticonfermatitlaSisto 
IV   uel  1473,  peusaronu  al  rifacimeuto 


VEN 


I 


totale  del  luogo,  nella  forma  in  cui  oggi- 
di  si  ammira:  la  facciata  forse  allora  re- 
statuata  in  gran  parie,  crede  il  Cicogna 
sia  l'antica  inoiigine  eretta  da  fr.Tiberio,  ' 
comesi  riconosce  dallo stileedaglistemmi 
latera  li  alla  maggior  porla  esteriore.  A  ca- 
nonici, AntonioLaurt  pievano  di  s.  Marti- 
no nel  i477  cede  il  suo  priorato  di  s.  Mi- 
chele di  Mirano  diocesi  di  Padova,  che 
fu  unito  al  monastero.  A  questo  poi  il  ce- 
lebre cardinal  A  leantlro  protettore  della 
congregazione,  lasciò  in  legalo  la  cospicua 
libreria,  che  trasportata  nel  monaslerodi 
s.  Maria  dell'Orto,  fu  incenerita  da  fata- 
le incendio.  I  canonici  vi  rimasero  due 
secoli,  finchèClemente  IX  avendone  estin- 
ta la  congregazione  a'6  dicembre  166B, 
applicò  i  monasteri  colle  rendite  a  sussi- 
dio dell'asprissima  guerra,  che  sosteneva 
la  repubblica  veneta  contro  i  turchi  a  di- 
fesa di  Candia,  Opportuna  fu  tale  occasio- 
ne pe'monaci  cistercieusi  della  congrega- 
zione di  s.  Bernardo,  detti  Borgognoni 
di  Lombardia,  i  quali  con  grave  incomo- 
do di  salute  per  l'insalubrità  dell'aria,  a- 
bitavano  nel  rovinoso  monastero  di  s. 
Tommaso  o  s,  Antonio  diTorcello.  Avea- 
no  essi  stabilito  trasferirsi  in  Venezia, 
nell'acquistala  vasta  casa  nel  i594;  ma 
poi  sciolto  il  contratto,  erano  rimasti  nel- 
la squallida  abitazione.  Esposto  quindi  a 
pubblica  vendita  il  monastero  della  Ma- 
donna dell'Orto,  la  congregazione  cistcr- 
ciense lo  comprò  a'5  settembre 1 669,  con 
approvazione  del  nunzio  di  Venezia  Lo- 
renzo Trotti  arcivescovo  di  Cartagine. 
Ragguardevole  è  in  questa  chiesa  il  si- 
mulacro gigantesco  di  s.  Cristoforo,  dal 
Morazzone  formato  sulla  proporzione  a- 
natomica  d'alcune  sue  reliquia  veneiate 
in  diversi  santuari  della  città,  fra  le  qua- 
li porzione  d'osso  d'una  gamba,  nel  1470 
trasferito  da  Inghilterra  a  Venezia.  Qui 
sono  pure  le  reliquie  de'ss.  Innocenti,  di 
s.  Maurizio  martire  e  di  s.  Liberale  con- 
fessore. L'anniversario  della  consagra- 
zione  di  (juesta  chiesa  celebrasi  da  im- 
memorabile tempo  a'  5  sellembre,  dice 


VE  N 

Cornei  ;  ma  secondo  lo  Sialo  personale y 
0*24  ollobre.  Dopo  la  mela  dello  scorso 
secolo,  cioè  a'i8  marzo  1787,  licenziati 
dal  monastero  i  cistcrciensi,  passò  la  chie- 
sa sulto  il  pubblico  padronato  dicliiai-ata 
chiesa  dello  slato,  e  furono  posti  ad  ulli- 
ziiirla  il  rettore  e  alcuni  preti.  Finalmen- 
te nel  1810  per  la  concentrazione  delle 
parrocchie,  la  chiesa  fu  dichiarata  regia 
e  oratorio  sagramentale  in  assistenza  alla 
parrocchia  di  s.  ]VIarziale,ed  il  monastero 
si  ridusse  a  magazzino  privato.  Quest'am- 
pia chiesa, di  ricca  e  onorata  scultura  e  ar- 
chitettura,nella  facciata  la  statua  del  tito- 
lare s.  Cristoforo  è  diBarlolomeo  Buono, 
lieggono  la  nave  di  niezzoio  colonne  di 
marmo  sreco  venato.  iN'eli.°allare  è  del 
Cifiia  la  bella  tavola  col  Ballista  e  altri  4 
Santi.  Sopra  di  quest'altare  è  di  J.Tinto- 
retlo,  in  questa  chiesa  sepolto, la  i^esen- 
lezione  al  tempio  di  Maria  Vergine,  ope- 
ra bene  concepita,  di  stile  grandioso,  dili- 
gentemente condotta,  e  spiritosa  soprat- 
tutto nel  movimento  delle  figure.  La  ta- 
vola vicina  all'altare,  con  5  Santi,  è  del 
vecchio  l'alma, ben  ristorata.  Il  ricco  de- 
posilo del  Cavazza  fu  disegnalo  dal  Sar- 
di, e  scolpilo  dal  Le  Curt  e  dal  Cavrioli. 
Keil'altare  vicino  è  del  Vandich  la  tavola 
col  martirio  di  s.  Lorenzo.  Avverte  il  Mo- 
schini,  conviene  vederla  al  tramonto  del 
sole,  eh 'è  il  momento  di  visitare  i  dipinti 
di  (ptesta  chiesa  onde  conoscerne  i  pregi. 
Il  ipiadretto  dell' aliare  sotto  l'organo, 
i:on  Maria  Vergine  tenente  il  Bambino, 
è  tipera  saporita  di  Gio.  Bellino.  Ne'qua- 
dri  del  coro  si  ha  grandi  prove  del  valore 
pittorico  del  veneto  Jacopo  Uobusti,  dal- 
la professione  paterna  chiamalo Tiutoret- 
to  (che  pel  traboccante  suo  fuoco  pitto- 
resco, terribile  e  furioso  entusiasmo  che 
lo  accendeva,  ben  a  ragione  fu  appellalo 
ilfiit'iiinc  della  pitlura,  per  la  prontezza 
del  di  lui  operare:  ma  adoperò  3  pen- 
nelli, d'oro,  d'argento  e  di  ferro,  poiché 
ebbe  la  debolezza,  sì  raro  e  robusto  inge- 
gno, di  farsi  iunueuzare  uell'  arte  dalla 
cunaurte  Faustina  assai  economa.  Scicu- 


YEN  18  f 

za,  erudizione,  arte,  non  ponno  legare 
coli'  avidità  del  guadagno,  cui  mirava 
quella  donna,  veramente  ignobile  per  uà 
privilegialo  da  Dio,  col  dono  sublime 
del  talento.  Egli  in  principio  benché  pa- 
gato pochissimo,  lavorò  con  coscienza  ed 
amore.  Di  poi  tante  meravigliose  e  nu- 
merose opere,  per  la  rapidità  dell'esecu- 
zione, gli  ottennero  il  soprannome  di 
Furioso.  Il  Miracolo  di  s.  Marco  e  la 
Crocefissione,  furono  da  lui  giudicate  le 
migliori  sue  opere.  Egli  non  incise  che 
il  ritratto  del  doge  Cicogna.  Ebbe  molta 
arguzia,  e  l'esercitò  spesso  contro  la  mo- 
glie). Ben  rappresentate  vi  sono  quelle 
5  Virtù  in  altrettanti  quadri,  e  la  Mor- 
te che  viene  data  a  s.  Cristoforo,  e  la  vi- 
sione di  s.  Pietro  eoo  Angeli  bene  ag- 
gruppati, graziosi,  leggeri.  Ma  soprallul- 
lo  ne  sorprendono  que'dipinti,  di  si  gran 
mole  e  sfernjinate  dimensioni,  i  quali 
fece  in  gioventù  e  con  tutto  il  calore,  fi- 
guranti l'eslremo  Giudizio,  e  Mosè  che 
riceve  da  Dio  le  tavole  della  legge,  e 
l'Adorazione  del  Vitello  d'oro.  Nel  Giu- 
dizio finale  sono  ammirabili  1'  invcni- 
ziune  e  la  composizione,  il  gran  maneg- 
gio dell'  ombre  e  de'  lumi,  le  mosse  vi- 
vacissime e  nuove,  la  sublìuiilà  del  ca- 
rattere e  la  facilità  (abituato  a  godere 
di  frequente  con  occhi  romani,  Io  spet- 
taculoso  Giudizio  di  Michelangelo,  tutta- 
via (pieslo  di  Tiiitorello  per  la  sublimi- 
tà terribile  che  v'infuse,  tarilo  mi  rapi, 
si  grande  fu  l'iuipressione  che  ne  rice- 
vei nell'amuiirarlo,  che  tuttora  dura  io 
stupore  e  l'ho  presente.  A  gloria  del  gran 
Buonarroti  debbo  aggiugneie,  essere  a 
tutti  noto  c|uaulo  Tiutorelto  studiò  le  co- 
se di  quel  divino  nell'arte,  aspirando  tut- 
tavia alia  gloria  di  pittore  originale  e  a 
formarsi  uno  stile  lulto  suo  proprio.  Egli 
però  si  accostò  nel  diseguo  più  che  rt 
tutl'altri  a  Michelangelo.  Come  MicheU 
augeìo,  fece  particolare  studio  dell' a- 
Ucitumia  dell' 6o///o,  vero  seienlifico  fon- 
damento del  pittore  e  dello  scultore.  U 
Xiulorcltu  ha  il  vaulo  d'aver  iutrodot- 


ìSi  VEN 

to  nella  scuola  veneta  il  vero  metodo  di 
sludiare.  Egli  disse  :  studiate  gli  anli- 
clii,  ricordale  il  veio,  non  dipingete  il 
marmo).  Nell'altro,  con  Mosè  disceso 
dal  monte  colle  tavole  della  legge  e  l'A- 
dorazione del  Vitello  d'oro,  mette  me- 
raviglia che  il  pittore  vi  segnasse  con 
tanta  diligenza  e  maestria  tjuclle  tan- 
te figure  in  tanta  varietà  di  movimenti. 
Fu  saggio  consiglio  l'introdurvi  nell'al- 
to Rlosè  die  liceve  la  legge  ;  poiché  era 
impossibile  in  tale  forma  di  quadro  of- 
frire quel  soggetto  in  modo,  che  l'occhio 
d'un  colpo  Io  potesse  raccogliere.  Bensì 
l'altro  quadro  poteva  esser  diviso  in  va- 
rie scene;  cosa  che  il  pittore  vi  compì 
assai  bene.  Nella  2,*  cappella,  all'allra 
parte,  è  dello  stesso  Tintorelto  la  tavola 
con  s,  Agnese,  la  quale  prega  perchè  sia 
ritornala  la  vista  al  figlio  del  prefello, 
che  avea  osalo  aflissarla  ignuda  fra'lor- 
menli.  E' disegnala  con  meraviglia,  e  di- 
pinta con  tale  vaghezza,  che  riconcilia 
col  pittore  eziandìo  l'anime  che  atteggia- 
le alle  grazie  si  disgustanodi  cjue'suoi  di- 
j)inti  divenuti  soverchiamente  opachi. 
Trasportala  a  Pai  igi  fu  poi  qui  restituì- 
lu.  Ne'due  laterali  ricchi  depositi,  il  Vit- 
toria scolpì  i  due  busti  del  cardinal  Gaspa- 
re Contarini, e  del  procuratore  di  s.  Mar- 
co Tommaso  Conlarini.  E"  grande  dan- 
no che  non  rimangano  più  le'opere  di 
prospettiva  e  storia  di  cui  furono  i  fra- 
telli Rosa  di  Brescia  tenuti  in  sì  gran 
conto  da  Tiziano,  per  aver  fitto  brillare 
il  sodìlto  e  il  fregio  di  questa  chiesa,  ora 
del  tutto  rinnovalo,  ^b  ungile  leonem. 
Nella  nuova  edizione  delle  Fende  Fah- 
hriclie,  si  comprese  pure  la  facciata  di 
«juesta  chiesa,  che  fti  ivi  illustrata  da 
Francesco  Zanotto.  Il  campanile  eretto 
slaccato  alquanto  da  un  fianco  della  chie- 
sa, u'è  ammirabile  per  la  grandiosità, 
solidità  e  buona  maniera,  ch'è  condot- 
to. La  salila  n'  è  facile  e  trova  compen- 
so clii  non  lascia  di  montarlo.  Le  Fabbri- 
che  di  Venezia,  ora  delle,  ci  dierono  due 
tavole  dì  questo  campanile  colle  illustra- 


I 


VEPC 

zioni  del  Selva.  Dice  questo  sapiente. 
Campanili  o  Torri  Cainnanaric,  sono 
un  genere  di  edifizi  più  propri  nella  lo- 
ro decorazione  per  1'  architettura  della 
gotica,  di  quel  che  per  la  regolare  che 
noi  professiamo.  La  limitata  misura  del- 
le loro  basi  dì  confronto  all'estesa  loro 
altezza,  che  si  reputa  il  pregio  primiero 
di  tali  fastose  moli,  forma  un  soggetto 
pe'moderui  arcliitetti  non  il  più  agevole 
a  sortirne  con  onorificenza  :  Ionio  più 
che  i  greci  edi  romani  non  avendo  usalo 
campanili,  manchiamo  in  ciò  de'loroe- 
semplari.  Il  più  celebre  nell'Eru-opa,  nel- 
lo stile  chiamato  gotico,  è  quello  diiSV/-rt- 
sburgo,  tanto  per  la  dì  lui  altezza,  ùiag- 
giore  di  qualunque  altro,  che  per  la  pre- 
ziosità del  suo  lavoro.  L'Italia  è  pure  ric- 
ca di  questi  ediQzi  che  fanno  l'ornamen- 
to delle  città,  vedute  particolarmente  da 
lontano;  e  rinomati  a  preferenza  sono 
quelli  di  Cremona,  di  Firenze  e  di  Pi- 
sa. Primeggia  in  Venezia  il  campanile 
dì  s.  ]Marco,  e  sopraslanno  in  grandezza 
agli  altri  quello  di  s.  Francesco  della  Vi- 
gna, di  s.  Maria  Gloriosa  e  di  s.  Steftno, 
Tranne  quello  già  celebrato  dì  s.  Marco, 
gli  altri  non  ispirano  interesse  particola- 
re. Quello  però  di  s.  Maria  dell'Orto,  se 
lascia  desiderare  al  dotto  nell'arte  una 
più  jnoporzionala  divisione  nelle  sue  par- 
li principali,  si  presenta  nomlimeno  eoo 
piacevole  elfetto.  Vi  sono  nelle  bell'arti 
monumenti,  che  quantunque  non  per- 
fetti esemplari,  aprono  però  l'adito  a  ra- 
gionate composizioni.  Tale  fu  d'avviso  il 
Selva,  doversi  reputare  il  campauile  in 
discorso,  parlicolarmenle  qualora  si  ri- 
monti alla  metà  circa  del  secolo  XV,  e- 
poca  di  sua  erezione,  ritenendo  in  esso 
in  qualche  parte  del  gusto  gotico  in  al- 
lora non  per  anco  interamente  spento,  e 
al  presente  nuovamente  in  voga.  Non 
sono  molti  anni  che  il  campanile  otten- 
ne un  pieno  rislauro  dalla  sovrana  mu- 
nificenza, conservatrice  solerle  de'  mo- 
numenti splendidissimi  dell'arlì,  che  or» 
uuuo  ad  ogni  passo  quc*la  btUissiina  e  sm^ 


VEN 

polare  Venezia.  La  chiesa  di  s.  Murìa  del- 
l'Orlo  è  uttuiilinente  (anno  t858)  in 
gicinde  tistuiiio;  e  le  pitture  niiglioii  fu- 
loiio  fralluiito  Ita&portatc  nell' accade- 
mia delle  belle  arti. 

3g.  /agostiniane  o  G irolamine  di  s. 
Giroldino.  Cei'uarda  Dotto  e  Girolama 
Lero  nioriache  a^ostiuìane  di  s.  Mafia 
degli  Angeli  di  Murano,  verso  ili34osi 
portarono  aXreviso  per  fondar  nel  subur- 
biirio  un  monastero  sotto  l'invocazione 
di  s.  Girolanjodoltoredella  Chiesa  e  col- 
la regola  di  s.  Agostino  da  loro  profes- 
sata, colle  osservanze  da  s.  Girolamo  i- 
ttiluite  per  s.  Eustochia  vergine  in  Det- 
Itrnine.  Sopraggiunta  l'aspra  guerra  di 
Luigi  I  re  d'Ungheria,  collegato  co'Car- 
rara  di  Padova,  contro  la  repubblica  ve- 
neta, la  badessaBcrnarda  eoa  altre  7  mo- 
iiiiebesi  ricovrarono  iu  Venezia  neh  364, 
ili  ima  casa  a  s.  Vitale,  seguendo  vita  mo- 
nastica. Aujruirandole  Giovanni  Coiita- 
riiii,  ed  ispirato  a  ridurle  in  un  chiostro, 
comprò  alcune  case  con  vasto  spazio  di 
lei  reno  nel  sestiere  di  Canalregio,  nella 
parrocchia  de'ss.  Erunagora  e  Fortunato, 
tutto  loro  cedendo  nel  1371,  a  riseria 
d'una  parte  del  terreno  per  formarsi  il 
citniterio  a  gratuita  sepoltura  de'  pò- 
veri.  Nel  iSyS  il  vescovo  concesse  fa- 
coltà per  l'erezione  della  chiesa  e  mo- 
nastero, e  per  l'elezione  della  badessa,  ri- 
servandosene l'investitura,  col  censo  d'u- 
na libbra  d'incenso,di  due  aranci  e  di  due 
fiaschi  di  vino.  La  1/  fu  Bernarda  Dot- 
to, cui  nel  i38?.  successe  Girolaraa  Lero. 
Volendole  monache  innalzar  più  ma- 
gnifica chiesa,  ricorsero  alle  limosi  uè  de' 
fedeli, eccitati  dall'indulgenze  di  Martino 
V,ed  Eugenio  IV,  ilquale'per  l'amplia- 
zione  dell'angusto  monastero,  gli  conces- 
se \\  rovinoso  priorato  di  s.  Andrea  dell'i- 
sola d'Ammianonel  i436.  A  questo  be- 
nefizio successe  nel  1 456  l'incendio  che  di- 
strusse il  monastero  di  s.  Girolamo,e  per 
Je  riparazioni  souioiinistrò  1000  ducali 
ilsenalo.I'er  tal  disgrazia  l'esemplari  reli- 
giose couliauaudo  a  vivere  uelle  riulret- 


VEN  i83 

lezze,  nella  metà  del  secolo  XVI,  a  loro  ri- 
storo,con  unione  al  monastero, passarono 
le  monache  del  già  famoso  monastero  di  s. 
Adriano  dell'isola  di  Costanzìaco,  abban- 
donato per  r  intemperie  dell'aria  e  pe' 
serpenti  che  l'infestavano  persino  nelle 
celle,  con  approvazione  di  Paolo  III  del 
1549.  Le  monache  colle  loro  suppellet- 
tili e  rendite  portarono  nella  chiesa  di 
s.  Girolamo  le  loro  ss.  Reliquie,  le  qua- 
li miseramente  perirono  nell'incenilio  de' 
29  settembre  1705,  che  arse  la  chiesa 
coll'altre  sue  cospicue  reliquie  che  l'ar- 
ricchivano, ed  erano  :  la  testa  di  s.  Ata- 
nasio patriarca  d'Alessandria,  parte  del 
corpo  di  s.  Spiridione  o  meglio  s.  Siri- 
dione,  la  mano  e  un  braccio  di  s.  Maria 
Cleofe,  un  piede  di  s.  Pietro  vescovo  Ales- 
sandrino, il  capo  di  s.  Eufemia  e  diverse 
ossa  di  ss.  Martiri.  Di  questa  deplorabile 
perdita  non  poteronsi  raccogliere  che  le 
venerabili  ceneri  riunite  in  diversi  vasi. 
Commossa  la  città  da  tanta  disgrazia  e 
dalla  desolazione  delle  monache,  la  pie- 
tà de' veneziani  accorse  a  rinnovar  la  chie- 
sa io  forma  più  magnifica,  indiconsagra» 
ta  nel  lySt  dal  patriarca  Foscaii.  Per 
immemorabile  e  fondata  tradizione,  dice 
il  Corner,  fra'  recioti  di  questo  monaste- 
ro fu  depositato  il  corpo  del  b.PietroGam- 
bacorta  da  Pisa  fondatore  de  Girolanii- 
ni  eremiti  (articolo  che  perciò  può  leg- 
gersi), per  essere  morto  nel  vicino  ospi- 
zio di  s.  Giobbe  fondato  dal  sullodalo 
Contarinieda  questi  lasciato  alla  propria 
figlia  Lucia,  la  quale  prima  l'avea  dato 
al  b.  Pietro,  ma  parliti  poi  i  suoi  religio- 
si per  ragionevoli  cause,  allora  coll'ora- 
torio  lo  custodiva  il  buon  sacerdote  Fi- 
lippo. Portatosi  a  Venezia  il  beato  per  af- 
fari di  sua  congregazione, che  vi  possede- 
va il  convento  e  la  chiesa  di  s.  Sebastia- 
no, per  le  ristrette  abitazioni  de'suoi  re- 
ligiosi preferì  di  convivere  col  suo  ami- 
co prete  Filippo,  e  per  essere  vicino  al- 
la chiesa  di  s.  Girolamo  suo  protettore, 
ed  ivi  morendo  fu  tumulato  nella  mede- 
sima o  oe'suoi  recinti.   Di  poi  tutte  le 


i84  V  E  iV 

più  diligenti  ricerche  non  valsero  a  rin- 
venirne il  corpo,  e  neppure  nel  «ito  dello 
(Iflle  qnatlro  porte,  ov'eia  ullaccuta  la 
sua  immagine  l'iprodolta  dal  Corner,  fat- 
ta dipingere  dal  preteFilippoper  manodi 
Giacomelio  dal  Fiore:  immagine  ora  esi» 
stenle  nella  chiesa  di  s.Al  vise.Le  monache 
agosliniane  rimasero  nel  monnslero  sino 
alla  soppressione,  e  la  chiesa  profana- 
la, serve  oggi  pe'  mulini  a  vapore  ;  né 
è  a  tacere  che  prima  che  il  locale  fosse 
«conceduto  ad  uso  di  questi  niuliui,  la  pie- 
tà singolare  del  cardinal  patriarca  Mo- 
nico  fece  eseguir  le  più  diligenti  indagini 
pel  riuvenimcntodel  corpo  del  bealo  Pie- 
tro ;  ma  lutto  fu  inutile. 

4o.  Benedelline  poi  Domenicane  e 
indi  Francescane  del  Corpus  Domini. 
Essendo  la  veneta  Lucia  Tiepolo  bades- 
sa del  monastero  de'ss.  Filippo  e  Giaco- 
mo d'Ammiano, in  estatica  contemplazio- 
ue,il  divinRedentore  le  impose  di  dovere, 
ad  onore  e  sullo  l'invocazione  del  suo  ss. 
Corpo,  istituire  in  Venezia  un  monastero 
di  monache,promelteudole  la  sua  assisten- 
za. Recalasi  Lucia  in  Venezia  dal  patriar- 
ca di  Grado  b.  Francesco  11  Quirini,  e 
riferitogli  l'apparizionee  il  comando,  fu 
da  lui  vieppiù  animata  a  intraprendere 
con  fiducia  la  grand'opera.  Incoraggiata 
Lucia  dal  sant'uomo,  ottenuta  l'oppor- 
tuna facoltà,  si  ritirò  per  6  anni  in  una 
casa  privala  attendendo  la  divina  prov- 
videnza. Ritrovato  nel  sesliere  di  Canal- 
regio  nell'estremo  angolo  della  città  un 
silo  detto  Cao  de  Zirada,  anticamente 
tlestiiiato  alla  fabbrica  de' vascelli,  si  mo- 
strarono pronte  ad  ac<|uistarlo  alcune  no- 
bili vedove  olFirlesele  compagne  nel  san- 
to pioposito.  Ma  poi  mancando  all'  ira- 
pegno,  furono  tosto  punite  da  Dio  con 
funesla  morte;  la  povera  vergine  tutta- 
via locompròcollelnDOsine  raccolte  men- 
dicando, e  vi  dispose  un'angusta  chiesa 
di  tavole  sotto  l'invocazione  del  Coipo  di 
Cristi»  nel  i  SyS. Accanto  il  nieroanieFran- 
cescoRabia  v'aggiunse  7celle,nelle  quali  si 
racchiuse  Lucia  con  uuu  compagna,  vc- 


V  EN 

stile  dell'abito  di  s.  Benedetto,  con  due 
donne  secolari,  e  quivi  perseverò  28  an- 
ni, sempre  sperando  nella  promessa  divi- 
na, bitanlo  ardendola  guerra  Ira'geno- 
vesi  e  i  veneziani,  il  pio  Rabia  fece  volo 
a  Dio  di  fabbricare  in  pietra  la  chiesa,ler- 
minala  la  guerra.  Succeduta  a  questa  la 
pace,Rabia  mantenne  il  promesso.  Resta- 
te orfane  Elisabetta  e  Aodriola  Contarini, 
palcsai'ono  al  loro  confessore b.  Giovanni 
de  Domenici  domenicane  la  vocazione  re- 
ligiosa e  di  voler  erigere  un  monastero  tlo- 
rnenicano,  e  siccome  il  servo  di  Dio  si 
abboccò  con  Lucia,  facilmente  l'indusse 
a  mutar  la  regola  di  s.  Benedetto  in  quel- 
la dis.  Domenico,  per  appagar  le  sue  bra- 
me. Tulio  concluso,  il  beato  nel  i3g4si 
recò  a  Perugia  per  impetrarne  la  facoltà 
da  Bonifacio  IX,  il  Corner  narrando  i  pro- 
digi che  accompagnarono  la  fondazione, 
prontamente  accordata  dal  Papa,  termi- 
nandosi la  fabbrica  a'29  giugno  iSgS.  In 
questo  vi  entrarono  27  donne  virtuosee  il 
b.  Giovanni  die'loro  l'abito  delle  domeni- 
cane, costituendo  in  priora  la  fondatrice 
Tiepolo,  colla  primitiva  regola  di  s.  Ago- 
slino,  secondo  lo  spirito  e  le  costituzioni 
di  s.  Domenico.  Non  pare  che  il  benefat- 
tore Rabia  riducesse  la  chiesa  in  pietra, 
poiché  leggo  nel  cav.  Cicogna,  che  il  b. 
Dotuenici  ottenne  pure  da  Bonifacio  iX 
di  poter  fondare  nel  luogo,  ove  sorgeva 
la  piccola  chiesa  del  Corpo  di  Cristo,  un 
tempio,  oltre  il  monastero.  Che  la  fab- 
brica del  monastero,  parte  col  denaro 
delle  sorelle  Tounnasini,  e  parte  col- 
le limosine  de'  fedeli  fu  cominciata  nel 
iSga  e  compita  in  12  mesi,  in  bre- 
ve il  monastero  delle  domenicane  del 
Corpus  Domini  fu  considerato  in  Ve- 
nezia modello  di  perfezione  religiosa,  si 
aumentarono  le  sostanze  ,  si  dilatò  il 
chiostro,  si  aumentò  il  numero  delle  re- 
ligiose, couìpresa  la  madre  del  b.  Dome- 
mei,  da  Gregorio  XII  creato  cardinale. 
Questo  Papa  l)enef]cò  il  monastero,  con- 
quassalo da  un  turbine  neli4'o,  e  per 
facililarueil  risarcimento  ìMarlmo  V  con- 


VE  N 

cesse  indulgenze  a'sovveiilori  nel  i^'ìj- 
II  successore  Eugenio  IV  ncli434  •'>'''C* 
vKi  il  monastero  (.l'indulgenze,  e  gli  con- 
fermò e  aumentò  i  privilegi.  Neh 436  a 
proprie  spese  vi  fabbricò  l' iDferiiieria 
Toinniaso  Tominasitii  vescovo  di  Fellre 
e  Belluno,  oltre  altre  beuencenze;  ed  ot- 
tenne dii  Eugenio  IV  di  sollomellere  al 
monastero  la  chiesa  parroccliialedi  s.  Lu- 
cia, e  io  oiorle  volle  esser  sepolto  ueila 
chitsa.Funlino  Dandolo,  poi  arcivescovo 
di  Candìa,  rifabbricò  più  grande  e  più 
ornala  la  chiesa,  indi  consagrata  neh 444 
da  S.Lorenzo  Giustiniani  allpra  vescovo  di 
Castello,  venendo  ornata  di  vari  pregevoli 
quadri,  e  altre  pitture  nel  coro  con  inta- 
gli. Ebbe  questo  monastero  dal  1 444  **' 
1476  soggetla  alla  propria  amiriinislra- 
ziune  la  vicina  chiesa  parrocchiale  di  s.Lu- 
ciit.  Conlinuurono  le  monache  ad  esser 
direlledaMomeuicani,  da'quali  le  sottras- 
se e  rese  dipendenti  dalla  s.  Sede,  il  nun- 
zio di  Venezia  Girolamo  Aleandro  nel 
i534  d'ordine  di  Cieuìente  VII,  per  di- 
scordie insorte  tra  la  priora  e  le  mona- 
che. Dipoi  ad  istanza  del  senato,  Pio  IV 
sottoniise  il  monastero  a'  patriarchi  di 
Venezia.  Fra  le  oiolte  ss.  Reliquie  di  cui 
era  ricca  la  chiesa,  la  maggiore  consiste- 
va in  una  mano  di  $.  Veneranda  vergine 
e  martire,  a  di  cui  onore  fu  istituita  una 
di  vota  conlVaternita  nella  medesima.  11 
monastero  fu  dato  poi  alle  monache 
francescane,  come  asserisce  l'ab.  Cappel- 
letti ,  il  che  sarà  avvenuto  negli  ultimi 
anni,  non  facendone  menzione  il  Corner, 
e  neppure  il  cav.  Cicogna.  Nel  1806  il 
monastero  fu  dichiarato  di  2.^  classe,  e 
\i  furono  concentrale  le  religiose  di  s.  Ma- 
ria del  Rosario  presso  s.  Martino,  e  parte 
anche  di  quelle  del  s.  Sepolcro,  non  po- 
tendo tutte  rimanere  in  quello  de'Mua- 
coli;  le  quali  monache  del  s.  Sepolcro  era- 
no francescane,  e  a  quest'epoca  forse  vol- 
le alludere  il  Cappelletti.  Le  monache  ces- 
sarono colla  soppressione  del  1810,  ed  al 
presente  monastero  e  chiesa  ,  clje  fu  at- 
terrata, »i  ridurranno  a  magazzii)!  per  lu 


VEN  183 

merci  e  per  la  dogana  addetta  alla  strada 
ferrala. 

4i.  agostiniane,  e  ora  Figlie  della 
Carila  delle  Canossianc,  di  s.  Lodovico 
dello  s.  Alvise.  Una  mirabile  apparizio- 
ne di  s.  Lodovico  vescovo  di  Tolosa  del 
1 388,  fu  cagione  dell'edificazione  della 
chiesa  e  tlel  monastero  sotto  la  sua  invo- 
cazione. Viveva  la  virtuosa  Antonia  Ve- 
nier  vedova,  in  orazione  e  pii  esercizi,  ed 
ebbe  la  visione  del  santo,  il  quale  indi- 
candole il  sito,  le  ingiunse  d'acquistarlo, 
e  di  fabbricarvi  chiesa  e  monastero  col 
suo  nome,  poiché  Dio  voleva  che  fosse 
glorificalo  anche  in  Venezia.  Svegliatasi 
Antonia  si  trovò  tra'dubbi,  per  la  recente 
legge  del  senato  vietante  l' istituzione  di 
nuovi  monasteri,  mentre  tanti  de'  vecchi 
andavano  in  rovina,  per  cui  si  credè  in- 
capace a  tanta  impresa.  In  quest'incertez- 
ze, le  ricomparve  in  visione  il  santo,  pre- 
cisandole il  luogo  ove  dovea  elFettuare 
r  ordmatole,  ed  in  cui  allora  abitavano 
fabbricatori  di  corde  armoniche,mostran- 
tlole  una  pietra  cenericcia  da  porsi  ne' 
foMcìatuenli.  Postasi  quindi  a  cerca  l'I  o  ,  il 
trovò  in  sito  esteso  e  paludoso  del  sestie- 
re di  Canalregio.  Narrate  le  visioni  a  pio 
sacerilole,  fu  confortala  a  ubbidire  a'di- 
vini  voleri.  Pertanto  si  recò  dal  suo  pa- 
rente doge  Venier,  e  ne  implorò  la  pro- 
tezione, ma  egli  mostrandosi  propenso, 
le  espose  la  fermezza  de'  consigli  del  se- 
nato. S.  Lodovico  per  la  3.""  volta  riap- 
parve in  visione  ad  Antonia,  e  1'  esortò  a 
confidare  in  Dio  pel  felice  esilo  di  sua  im- 
presa; ed  infatti  ottenne  il  bramato  per- 
messo. Comprò  dunque  il  silo,  e  scavan- 
dosi i  fondaoienti  per  la  chiesa  fu  tro- 
vata la  pietra  mostrata  dal  santo  alla 
fondatrice,  e  fu  posta  per  base  fondamen- 
tale con  benedizione.  Mentre  ciòesegui- 
vasi,  uscì  improvvisamente  da'fondamen- 
li  un  mirabile  splendore,  in  mezzo  di  cui 
apparve  un  uomo  venerando,  il  quale  do- 
po aver  col  grave  suo  appello  ricreali  per 
qualche  tempo  gli  spalatori  divoti  spa- 
rì. Consumatisi  da  Antonia  tulli  i  suoi 


i86  YEN 

averi  per  l'erezione  delta  chiesa,  fabbncb 
poi  cuu  lavule  in  ristretta  forma  il  con- 
tiguo monastero ,  ed  entrò  in  esso  con 
alcune  con>pagoe,  a  vivervi  austeramen- 
te colla  regola  di  s.  Agostino.  Dio  volle 
provare  la  costanza  della  sua  serva,  per- 
uictlendo  che  per  lungo  tempo  niuna 
domandasse  d'entrare  nel  monastero,  on- 
de temevasi  il  suo  fine  poco  discosto  da* 
suoi  principii.  Nelle  sue  angustie  Anto- 
nia accrebbe  il  fervore,  e  meritò  per  suo 
conforto  una  nuova  visita  del  s.  Titola- 
re, il  quale  le  disse:  Che  passata  a  vita 
più  felice,  verrebbero  da'oionti,  additan- 
do i  vicini  di  ijerravalle, donne  per  la  cui 
santità  il  monastero  s'accrescerebbe  anco 
iie'futuri  tempi  in  odore  di  soavità.  L'e- 
sito provò  il  celeste  vaticinio.  Per  le  guer- 
re del  i4i  i  degli  ungheri  contro  la  re- 
pubblica, alcune  monache  venete  del  nio- 
iiaslero  agostiniano  di  Serravalle,  fuggite 
a  Venezia,  fu  loro  offerto  il  chiostro  di  s. 
Lodovico,  ov'erano  restate  due  sole  mo- 
nache ,  e  vi  trovarono  tante  celle  vuote 
t|uantc  appunto  esse  erano,  verificando- 
si in  lai  modo  anco  la  visione  che  avea 
ricevuto  prima  una  di  esse  da  s.  Agostino, 
e  in(i>trandole  s.  Lodovico,  il  cui  mona- 
stero l'attendeva.  Questo  poi  ampliato 
con  nuove  fabbriche,  aumentale  le  reli- 
giose, nel  1 436  s.  Lorenzo  Giustiniani  ve- 
scovo di  Castello  ottenne  loro  da  Eugenio 
IV  plenarie  indulgenze  e  di  potersi  eleg- 
gere il  confessore  munito  di  facoltà.  Nella 
chiesa  celebrasi  l'anniversario  della  dedi- 
cazione a'5  aprile, secondo  Corner,  dicen- 
do lo^ytó/opcr^oort/eche  fu  consagrala  a' 
I  7  settembre; giorno  in  fatti  incili  attual- 
mente si  fa  la coinmemorazione.ln  diversi 
tempi  fu  arricchita  delle  seguenti  relicpiie, 
in  parte  proveuienti  da  Costantinopoli. 
Una  ss.  Spina,  con  segni  del  prezioso  San- 
gue che  la  consagrò,  e  più  volte  si  vide 
rosseggiare  nel  venerdì  santo.  Parte  del 
corpo  di  s.  Basilio  vescovo  di  Natòlia,  un 
osso  di  s.  Anna,  altro  di  s.  Gregorio  Na- 
zianzeno ,  due  coste  di  s.  Maria  Cleofe, 
il  corpo  di  s.  Felice  Diaitire  trovato  uel- 


VEil 

!e  romane  catacombe,  e  le  reliquie  di  s. 
Teodosia  vergine  e  martire  e  d'ajtri  san- 
ti. Reliquie  però,  che  nella  soppressione 
del  monastero  si  trasportarono  altrove. 
Nella  chiesa  vi  sono  alcune  buone  [>itture 
di  Pietro  Vecchia  e  di  altri  ;  ma  è  mara- 
viglioso  il  dipinto  di  Gio.  Batlisla  Tie- 
polo  con  Cristo  che  si  avvia  al  Calva- 
rio, studiato  del  continuo  da*  professo- 
ri dell'  arte.  Le  agostiniane  vi  rimase- 
ro sino  alla  soppressione  generale  del 
«8  IO,  e  la  chiesa  fu  dichiarala  succur- 
sale della  parrocchia  di  s.  Marziale,  e  lo 
è  tuttora.  Il  monastero  servì  in  seguito 
di  asilo  alle  fanciulle  del  pio  luogo  de- 
gli Esposti,  come  dice  lo  Stalo  persona- 
le. Imperocché  la  marchesa  Maddalena 
di  Canossa,  veneranda  e  benemerita  fon- 
datrice in  Ferona  delle  figlie  della  Ca- 
rila, vi  aprì  uno  de'suoi  pii  luoghi  di  e- 
ducazione  tnuliebre,  e  poi  vi  furono  rac- 
colte le  fanciulle  esposte  (ora  non  sem- 
bra più  per  quanto  dirò  della  Casa  degli 
Esposti  nel  §  XII,  n.  6) ,  in  cura  delle 
slesse  Canossiane.  Fondato  l*  istituto  se- 
condo (|uello  delle  figlie  della  Carità  di 
Francia,  nella  pratica  temperato  a'si'ite- 
mi  e  all'abitudini  italiane,  ed  approvato 
con  sovrana  risoluzione  de'  i8  febbraio 
iSiQ,  lo  stabilì  in  Venezia  nel  monaste- 
ro di  s.  Lucia  e  vi  rimase  sino  al  184B. 
Nel  1849  poi  passò  ad  occupare  questo 
di  s.  Alvise.  Trovo  nel  Giornale  di Ro- 
ma  del  1832,  n.  97,  in  data  di  Venezia 
2  1  aprile,  descrivendo  la  visita  fatta  alle 
canossiane  di  s.  Alvise  dall'arciduchessa 
Sofia  mailre  dell'imperatore."  L'istituto 
sorge  in  una  parte  rimola  della  città,  vi 
conferisce  all'  infima  classe  del  popolo  i 
benefizi  più  salutevoli  per  la  morale  e  la 
religione.  Raccoglie  ogni  giorno  circa  200 
fanciulle  di  ([uelloiilano  quartiere,  le  am- 
maestra al  ponteggio  ,  allo  scrivere,  alle 
molteplici  industrie  dell'  ago,  le  assoda 
negli  esercizi  della  pietà,  nell'osservanza 
delia  virtù,  le  addestra  ne'femrainili  la- 
vori che  fruttano  onesti  guadagni  e  che, 
santo  COI  redo  di  povere  figlie,  sono  l'ai* 


VEW 

lìevainento  pe'pesi  cutiiugali  e  uiatenii, 
a  cui  vaiiiiu  ìiicuiitru  più  laidi.  Vi  n'iti- 
tiodusse  di  fresco  e  vi  fu  buuiiu  pi'uva 
una  scuola  di  sordo- mute  ,  e  aW  incre- 
Dieuto  di  quell'istituto  coiitiibuiruiiu  re* 
plicali  susìidii,  largiti  dalla  casa  iinpe- 
l'iale'.  Infatti  leggo  nel  inedesiino  Stalo 
persunalc  del  con  eute  1 858:  Le  figlie  del- 
la Carità  si  preatuiio  specialmente  all'  e- 
tlùcazione  delle  Sordo-niult,  di  cui  ne 
hanno 1 4  i>  couviltu  e  4  e>terne.  Avvi  il 
superiore  spirituale,  il  confessore,  il  cap- 
pellano, la  superiora  ,  la  vice-superiuru, 
j  9  figlie,  6  novizie,  2  probande.  Du  que- 
sta <ii!sa  ne  dipende  altra,  che  fu  aperta  u 
s.  Antonino,  nella  parrocchia  di  s.  Giù. 
Battista  iu  Bragora,  1*8  dicembre  i856, 
e  nel  §  \lll,n.  5,  parlai  della  chiesa, 

42.  Girolcimini  di  s.  Sebastiano.  Fr. 
Angelo  di  Corsica  del  3.°  ordine  di  s.Fran- 
Cesco,  nel  i  SgS  abbracciò  l'istituto  degli 
eremili  Girolainini  dell'ordine  di  s.  Gi- 
rolanto,  congregazione  fondata  dal  b.  Pie- 
tro Gambacorta  di  Fisa  ,  e  con  alcuni 
compagni  da  Rimini  si  portò  a  Venezia 
col  desiderio  di  fondarvi  un  convento. 
Accollo  con  plauso  da'veneziani,  colle  lo- 
ro limosine  nell'  i^le^su  anno  potè  com- 
prare una  casa  nella  parrocchia  di  «.  iiuf- 
fuele,  nel  sestiere  di  Dorsoduro,  conce- 
dendogli il  governo  aiuto  e  privilegi.  A 
i.°  rettore  fu  destinato  fr.  Arcangelo  da 
liubbio,  e  per  assicurare  stabile  pos-esso 
alla  casa,  questa  fr.  Angelo  nel  i  896  do- 
nò all'arcìbasilica  Laleraneni>e  di  Pruina, 
I .  '  chiesa  del  mondo  cattolico;  e  poco  do- 
po ottenne  dal  capitolo  della  medesima 
di  poter  edificare  la  chiesa  sotto  il  titolo 
di  s.  Maria  piena  di  grazia  e  di  misc' 
ricordia,  concedendo  indulgenze  a  chi 
vi  contribuisse,  in  vigore  de' pontificii  in- 
dulti. Indi  fr.  Angelo  rinunziò  iu  u^auu 
del  b.  Pietro  da  Pisa  la  casa  di  Venezia 
e  altri  4  romitaggi  da  lui  fondali  ne'ter- 
ritorii  di  Rimini,  Urbino,  Pesaro  e  Fer- 
rara; il  che  confermò  Eugenio  IV  nel 
1432.  con  apoitlolici  privilegi  ,  e  poscia 
uet  1438  couces&e  il  Papu  a  fr.  Gdrtuio 


YEN 


187 


da  Cesena  e  suoi  compagni  1'  erezione 
d'un  oratorio  o cappella,  nel  fondo  acqui- 
stato nella  stessa  parrocchia  di  s.  Raf- 
faele. 1  girolamini  di  quest'oratorio  nul 
■  455  ottennero  da  Calisto  III  di  poter 
fabbiicare  una  chiesa,  in  un  fondo  com- 
prato dal  capitolo  parrocchiale,  con  fa- 
coltà di  celebrarvi  la  divina  uniziatura. 
L'edifizio  in  magnìfica  forma,  sotto  l'in- 
vocazione di  s.  Sebastiano  mar  lire,  fu 
conipito  nel  1468,  e  per  fornirlo  di  sagri 
arredi  Paolo  IH  ne  eccitò  i  fedeli  colle 
spirituali  indulgenze,  i  quali  aveanu  pu- 
re contribuito  alla  sua  erezione.  Ad  istan- 
za de'frati  nel  1470  '^  consiglio  de' Dieci 
permise  loro  l'istituzione  d'una  scuola  u 
confraternita  col  nome  del  glorioso  s. 
Martire,  perchè  a  sua  intercessione  la  cit- 
tà fosse  preservata  dalla  peste  e  i  finti 
provveduti  di  vitto.  Il  .sauto  si  inosliò 
benefico  patrono  a  quelli  che  a  lui  iit 
questa  chiesa  ricorsero  nella  peste  del 
i63o,  conservandoli  tra  le  vittime  che 
fierameute  fece;  per  cui  i  preservati  ne 
posero  io  essa  grata  memoria  con  lapi- 
de. Già  la  chiesa  era  slata  più  decoro- 
samente rifabbricata  nel  1  5oG,  e  quindi 
erasi  compila  nel  1 548,  essendosi  cunsa- 
grata  a'ig  agosto  i562  da  Gio.  Fiance» 
SCO  de  Rossi  vescovo  Aurense  ossia  d'Os- 
saro  o  Ossero.  Dice  lo  Sialo  personale^ 
che  fu  consagrata  a' 19  aprile,  ma  se  ne 
celebra  la  memoria  la  3."  dou»enica  do- 
po Pasqua.  Prima  di  questo  tempo  i  re- 
ligiosi eransi  composti  sul  censo  di  6  lib- 
bre di  cera  che  doveano  alla  parrocchia, 
ed  aveano  ottenuto  neh 493  la  commu- 
tazione de' privilegi  e  aggregazione  con- 
cessi dal  capitolo  Lateranense  all'  antico 
oratorio  o  chiesa  di  s.  Maria,  in  favoie 
della  chiesa  di  s.  Sebastiano,  Inoltre  nel 
i52  2  era  stato  consagratu  l'altare  di  s. 
Sebastiano  e  benedetto  il  monastero,  dal 
girolauiino  fr.  Michele  Jorba  vescovo  Ar- 
cussense;gli  altri  altari  avendoli  consagra- 
ti  nel  i53 1  GiulioSoperchi  vescovo  diCaor- 
le,come  prova  il  cav. Cicogna  nella  illustra- 
zione delle  lapidi  di  s.  Sebasliuuu.  La  ch-u- 


i88  VEN 

sa  fu  ari  iccliila  delle  seguenti  reliquie.  Una 
ss.  Spina  ,  un  frammento  della  ss.  Cro- 
ce, un  osso  di  s.  Sebastiano  donato  dai 
celebre  patrio  storico  Marin  Sanuto  già 
della  dogaressa  Moro  di  sua  famiglia,  la 
(jiiale  eia  slata  sempre  preservala  nelle 
pestilenze.  Un  osso  di  s.  Procoro  marti- 
re e  uno  de'7  primi  diaconi;  altro  di  s. 
Caterina  vergine  e  nuirlire,e  altre  ss.  Reli- 
quie. Fiorirono  in  questo  monastero  i  ve- 
neti b.  Paolo  Quirini,  ed  il  veu.  Gio.  Bat- 
tista Cornaro,  mentre  il  veneto  fi'.  Gio. 
Francesco  Coccalini  divenne  ve*icovo  di 
Traìi.  Soppressi  i  girolamini  nel  18 10,  la 
chiesa  fu  diclii.irala  ed  è  succursale  del- 
la parrocchia  de'ss.  Gervasio  e  Frotasio, 
il  convento  essendo  quasi  lutto  demolito. 
Il  tempio  giù  in  gran  deperimento  e  da 
ultimo  restaurato,  neliBSy  fu  occupalo 
da  alcune  figlie  di  s.  Giuseppe  e  vi  apri- 
rimo  una  scuola  interna,  con  attendere 
itila  direzione  adulala  loro  dalla  commis- 
sione di  pubblica  beneficenza  delle  fan- 
ciulle dell'  istituto  Manin,  sezione  del 
medesimo  ivi  provvisoriamente  colloca- 
ta: ne  riparlerò  nel  §  XI,  n.  20.  E  il 
tempio  qualificalo  un  fesorello,  archi- 
tettato ila  Antonio  Scarpagnino,  ed  ese- 
guito da  Francesco  da  Castiglione  cre- 
monese, siccome  d.rdocumenli  recati  dal 
cav.  Cicogna.  L;»  facciata  avea  suo  com- 
pimento nel  1  548  con  eccellente  simme- 
tria in  due  ordini  corintii.  Gran  copia  è 
in  esso  di  egregie  e  rare  pitture,  special- 
mente di  Paolo  Caliari  Veronese  ,  di 
cui  (juivi  riposano  le  ossa  in  mezzo  alla 
(>ua  gloria,  pe'molli  suoi  lavori  a  olio  e 
»  fresco  che  tulio  all'intorno  vi  si  am- 
tnirano,  e  fanno  vedere  i  principii,  il 
progresso  e  la  sublimità  dello  siile  a  cui 
pervenne.  A  lui  e  sua  famiglia  i  girola- 
inìiii  aveano  concesso  la  se[)oltura.  Nel- 
r  altare  che  presentasi  a  destra  ,  è  del 
gran  Tiziano  il  s.  Nicolò  seduto,  figura 
iiiaeslosa  e  di  grande  carattere.  La  cap- 
pella a  sinistra  ha  nell'atrio  un  bel  mu- 
saico del  Zuccato  colia  Conversione  di  s. 
l'uuio.  ^elx.°  altare  è  del  Bencovicli  il  b. 


YEN 

Pietro  da  Pisa  ;  e  più  sotto,  un  piccol», 
ma  prezioso,  quadro  di  Paolo,  con  la 
vergine  s.  Caterina  ed  il  ritratto  dei  p. 
MicheleSpaventi, creduto  confessore  del- 
l'artista. Nel  1."  il  gruppo  marmoreo  con 
Maria  Vergine  e  il  Battista,  è  bell'opera 
finissima  di  Tommaso  Lombardo.  Nel  3.° 
con  Crislo  in  Croce  ,  Paolo  ci  lasciò  un 
s'i  degno  dipinto  ,  che  Caiacci  lo  incise, 
il  magnifico  de[)osito  che  segue,  il  quale 
sì  saggiamente  si  accorda  colla  beli'  ar- 
chitellura  della  chiesa,  eretto  a  Livio  Po- 
docalaro  arcivescovo  di  Nicosia  ,  è  del 
Sansovino.  Nella  cappella  magi^iore  vi  ha 
3  opere  di  Paolo.  Quella  dell'altare  con 
Maria  Vergine  e  Santi  è  prova  ch'era  di- 
venuto maestro  :  ma  sommo  maestro  e 
padrone  della  sua  grande  maniera  vi  si 
appalesa  nell'altre  due;  l'una  tutta  anima 
e  vita,  con  s.  Sebastiano  che  mette  corag- 
gio a'ss.  Marco  e  Marcellino  martiri,  se- 
guiti dalla  madre,  incontrati  dal  padre 
sostenuto  da' servi ,  accompagnati  dalla 
moglie  e  da'figli;  l'altro  quadro  olfre  d 
Santo  preparato  al  martirio.  Al  lato  del- 
l'organo sta  il  busto  di  Paolo,  che  come 
dissi  è  qui  sepolto,  scultura  del  Cannerò: 
piccolo  monumento  a  tanta  eminente 
grandezza  e  celebrità.  Il  quale  organo  fa 
lavoralo  da  Alessandro  Vicentino  con  mo- 
dello dello  stesso  Paolo,  che  ne  fu  il  pit- 
tore. Neil'  esterno  de'  portelli  vi  rappre- 
sentò la  Purificazione  di  Maria  Vergine, 
e  nell'interno  la  Probalica  Piscina;  e  ciò 
tutto  condusse  con  grandezza  di  stile,  no- 
biltà ili  carattere,  felicità  di  esecuzione, 
beltà  di  fisonomie  e  vaghezza  di  colori- 
to. Anche  i  piccoli  comparti  nel  parapet- 
to sono  opera  di  lui.  Nella  sagrestia  il 
sollìtto  con  Maria  Vergine  incoronata  e 
gli  Ij vangelisti,  è  lai.*  opera  che  qui  Pao- 
lo ficesse.  Vi  è  il  genio  di  lui;  ma  il  mo- 
do che  tenne  qui,  n'è  alquanto  diverso. 
Non  si  conoscono  gli  autori  degli  altri 
dipinti  (li  questo  luogo;  sono  però  opere 
di  queir  epoca  ,  né  senza  pregio  :  certa- 
mente ve  ne  sono  di  J.  Palma,  del  Tin- 
toreltOjdi  Bonifacio.  Tornando  iu  chiesa: 


VEN 

1.1  I.' cappella  die  segue,  lia  parecclile 
sculture  del  Vittoria;  la  a.'  una  tavola 
di  Paolo  col  Baltesiuio  del  Signore.  Il 
sodìtto  è  opera  dove  tutto  si  vede  il  ge- 
nio di  Paolo  e  tutta  la  ricchezza  della  sua 
fnntasìa.  i  3  maggiori  comparii  olTrono 
Ester  condotta  ad  Assuero,  Ester  coro- 
nata, e  Mardocheo  trionfante,  preceduto 
da  Amano. 

43.  Canonici  di  s.  Giorgio  in  Alga, 
Carmelitani  scalzi  e  altri  regolari.  JT. 
§XVni,  n.25. 

44-  Cistcrciensi  e  Minori  osservanti  e 
altri  regolari  eli  s.  Spirilo.  V.  §  XVIII, 
D.  5. 

45.  Gesuati  di  s.  Maria  della  r^isi- 
tazione  sulle  Zatlere,  ora  de'  Somasclii 
e  già  stata  anche  de' Domenicani,  e  s. 
Maria  del  Rosario  delia  pure  i  Gesuati 
e  s.  Domenico  delle  Zattere  de' medesi- 
mi Domenicani.  Dell'umile  religiosa  fa- 
miglia de'Gesuati,  fondata  già  in  Siena 
dal  b.  Giovanni  Colombino,  si  portarono 
alcuni  a  Venezia  per  ivi  fissare  all'ordi- 
ne loro  un'abitazione.  Dopo  essersi  fer- 
mati in  una  casa  a  pigione  nella  parroc- 
chia di  s.  Giustina,  nell'anno  1392  aven- 
do ottenute  alcune  casette  nel  sestiere  di 
Dorsoduro,  in  contrada  s.  Agrjese,  per 
pio  legato  di  Pietro  Sassi,  ivi  stabilirono 
il  loro  domicilio  ,  che  per  mollo  tempo 
chiamossi  casa  della  Compagnia  de' pò- 
veri  Gesuati.  Per  3o  anni  ivi  vissero  ri- 
slrellamenle,  e  nel  1 4^3  avendo  ricevuto 
da  Gio.  Francesco  Gonzaga  I .°  marchese 
di  Mantova  una  ricca  limosina,  poterono 
con  essa  e  con  altre  pie  oblazioni  de' fe- 
deli atterrare  l'anguste  casce  foiniarenn 
chiostro  non  mollo  ampio,  peròsufllcien- 
te  alla  povertà  che  professavano.  Conti- 
guo ad  esso  eressero  pure  un  decente  o- 
ralorio  sollo  Tinvocazionedi  s.  Girolamo, 
nel  quale  colla  facoltà  nel  1 4^4  concessa 
dal  vescovo  s.LorenzoGiusliniani,  dispo- 
sero la  sepoltura  comune  de'frali,  poi  nel 
1436  benedetta  in  un  all'atrio  esteriore 
delioralorio  dal  vescovo  di  Giovcnazzo, 
HeUo  Orvieti,  ospite  de'religiosi.  Permi* 


VEN  189 

se  Dio  0  prova  di  loro  virtù,  che  nel  del- 
lo anno  (ossero  accusiili  ad  Eugenio  IV 
di  gravissime  colpe;  per  cui  il  Papa  subi- 
to spedì  a  Venezia  s.  Giovanni  da  Capi- 
strano  qual  delegato  apostolico,  perchè 
coir  ordinario  esaminassero  la  verità  dei 
supposti  delitti,  ma  i  gesuati  dal  loro  pro- 
cesso risultarono  innocenti.  Gliene  deri- 
vò tanto  credilo,  che  nel  147^  eletto  doge 
il  virtuoso  Nicolò  Marcello,  volle  egli  a 
ginocchia  piegate  ricevei  e  il  corno  duca- 
le da  fr.  Girolamo  Scardena  e  da  fr.  Gio- 
vanni Veronese  poveri  geniali,  per  l'al- 
fa stima  concepita  di  loro  congregazione, 
colla  cjuale  si  dimostrò  poi  sommamente 
benefico.  Risolvendo  i  gesuati  di  sostitui- 
re all'oratorio  conveniente  chiesa,  ne'fon- 
damenti  pose  la  1  .*  pietra  il  patriarca  Do- 
nato (tale  divenne  nel  i49'>  '"^'  'i>  Stala 
personale  dice,  che  i  frali  edificarono  la 
chiesa  nell'anno  i473).  Quantunque  di 
mediocre  ampiezza  e  di  moderata  spesa, 
ipoveri  frati  impiegarono  3o  anni  a  com- 
pierla; poscia  consagrala  a' 2  I  dicembre 
i524  dal  vescovo  di  Tiberiade  Giovanni, 
in  onore  di  s.  Maria  della  fisilazioiie, 
detta  sulle  Zattere, i'iiolo  che  tuttora  por- 
ta, al  quale  si  aggiunse  quello  del  glorio- 
so s.  Girolamo  Emiliani  oM\a\\\  veneto, 
dopoché  fu  concessa  a'  suoi  figli  Soma- 
schi.  La  chiesa  ha  bel  prospetto  e  ben  in- 
tagliata porla,  eleganlissima  e  dello  siile 
de'Lorabardi.  In  qtieslo  convento  fioriro- 
no Ira'gesuati  fr.  AnlonioBemboefr.  An- 
tonio Veneziano,  fregiali  del  litolodi  bea- 
ti. Alcuni  vi  noverano  il  celebre  cardinal 
Antonio  Corraro  nipote  di  Gregorio  XII, 
ma  s'è  vero,  per  pochi  giorni.  Censì  vi  fece 
lunga  dimora  e  accrebbe  il  decoro  del 
chiostro,  il  b.  Antonio  da  Tossignano.clie 
vi  compì  il  noviziato,  ed  amicissimo  di 
s.  Lorenzo  Giustiniani,  meritò  il  vescova- 
to di  Ferrara,  I  gesuati  restarono  sempre 
poveri,  vissero  precipnauienle  coll'opera 
delle  loro  mani,  ma  per  giuste  cause  e  per 
soccorrere  la  veneta  repubblica  nella  guer- 
ra di  Candia  control  turchi,  ClemeutelX 
h  soppresse  a'6 dicembre  1  668, assegnan- 


igo  V  K  N 

do  le  rendile  per  dello  uso.  Nel  16^9  la 
congregazione  ile'  domenicani  dell'osser- 
Tanza  del  b.  Giacomo  Salomoni  acquistò 
il  convento,  con  approvazione  del  nunzio 
di  Venezia  Trotti  arcivescovo  di  Cartagi- 
ne, prendendone  possesso  a' 1 4 luglio.  Di- 
poi i  domenicani  avendo  sperimentato  per 
molli  anni  esser  troppo  angusta  la  chiesa 
alla  frequenza  del  popolo  accorronte  alle 
sagre  funzioni,  delerniinaronoin  qualche 
piccola  disianza  da  essa  edificarne  una 
nuova  più  maestosa  e  più  ampia,  archi- 
tettala grandiosamente  dal  Massari.  A* 
17  maggioi726  il  patriarca  Gradenigo 
benedì  e  pose  ne'fondamenli  lai."  pietra, 
colla  medaglia  che  offre  il  Corner,  con  a- 
rialoga  iscrizione  e  nel  rovescio  gli  slem- 
ini  de*  regnanti  Benedetto  XI II  e  doge 
Mocenigo  ,  del  patriarca  0  della  congre- 
gazione osservante.  Fin  d'  allora  fu  de- 
«licata  a  f.  Maria  del  Rosario,  poi  vol- 
garmcMile  della  anche  i  Gexuati  e  s.  Do^ 
iiieniro  ch'Ile  Zallerc.  Al  dire  dello  Sta- 
to personale^  la  chiesa  fu  fabbricata  nel 
1786.  Le  pie  limosine  de' fedeli  contri- 
buirono al  sollecito  compimento,  per  cui 
con  solenne  triduo  si  cominciò  aJ  uffi- 
zìare  nel  1743;  e  ridotta  poi  a  perfezione 
di  abbelIimeiito,con  vaga  facciala  di  mar- 
mo, con  7  magnifici  altari  eretti  di  scelli 
marmi,  oltre  il  bello  e  ricco  tabernaco- 
lo, con  preziose  colonne  di  lapislazzoli  di 
considerabile  dimensione,  fu  consagrala 
solennemente  dal  patriarca  Foscari  in 
una  3,"  domenica  d'ottobre.  Pensarono 
quindi  i  domenicani  a  dilatare  pure  la  lo- 
ro ristretta  abitazione,  in  proporzione  al 
numero  de' leligiosi,  e  incomoda  a' mi- 
nisteri del  loro  istituto,  con  edificare  con- 
tiguo alla  nuova  chiesa  un  convento  mo- 
desto e  insieme  decoroso,  in  cui  il  mag- 
gior ornamento  fu  la  scelta  e  copiosa  li- 
breria ,  riputata  la  più  nobile  e  nume- 
rosa di  opere  fra  le  pubbliche  della  cit- 
tà, dopoché  generosamente,  e  ancor  vi- 
vente, gli  donò  la  sua  rinootata  bibliote- 
ca il  dottissimo  Apostolo  Zeno,  che  vol- 
le Qtlla  chiesa  adiacente  esser  sepolto.  Id 


V  EN 

qni'sfa  furono  collocati  nlla  venerazione 
tle'fedeli,  una  ss.  Spina,  il  corpo  di  s.  Ma- 
riano martire,  e  un  osso  intero  di  s.  Gio- 
vanni di  Dio,  donato  da  Clemente  X  a 
Haltista  Nani  ambasciatore  veneto  a  l\o- 
ma  e  da  esso  oderto  a  questa  chiesa.  In 
essa  furono  da  quella  della   Visitazione 
trasffirite  l'ossa  di  due  gran  serve  di  Dia 
del  3."  ordine  di  penitenza  di  s.  Dome- 
nico, suor  M.'  Caterina  della  Volontà  di 
Dio  e  suor  Fialetta  Fialetti  ,  indirizzate 
nella   sublime    via   della  perfezione  dal 
santo  religioso  di  questo  convento  fr.  Re- 
giiialdo  M."  Panighetti,  dalla  madre  di 
3  anni  tolto  alle  superstizioni  del   giu- 
daismo. Nel  1 8 1  o  soppressi  anche  i  dome- 
nicani,nello  slesso  anno  la  chiesa  di.v.  Bla' 
ria  del  Rosario  detta  i  Gesuali,  con  de- 
creto patriarcale  de*24  ottobre  fu  dichia- 
rala parrocchia  in  sostituzione  alla  sop- 
pressa di  s.  Agnese,  destinandosi  a  sua 
succursale  la  chiesa  dello  Spirito  Sauto, 
delia  quale  discorro  nel  n.  5i  del  presen- 
te §.  Di  più  fu  in  pari  tempo  elevala  a  V 
decania  colle  seguenti  parrocchie  sogget- 
te: ss.  Gervasio  e  Profasio,  s.  Panlaleone, 
s.Gio. Ballista  delle  Gambarare  (che  seb- 
bene in  terraferma  e  in  un  comune  del  di- 
stretto di  Dolo,sì  considera  come  poiroc- 
chia  lubana  .  come  rilevai  in   fine  del  § 
Vili),  s.  Maria  del  Carmelo,  ss.  Eufemia 
ec,  s.  Raffaele.  Ora  nella  parrocchia   di 
s.  Maria  del  Rosario  sono  35 10  anime. 
Si  ammira    nella   chiesa,  olire  il   riferi- 
to, il  sofiitto  co'falli  di  s.  Dotuenico,   va- 
ga opera  a  fresco  del  Tiepoletlo,  la  qua- 
le diletta  l'occhio,  ma  non  accheta  la  ra- 
gione, sentenzia  il  grauMosch'ni.Del  Tie- 
poletlo è  anche  la  lavola  del  1 .°  aliare  con 
Maria  Verginee  3  Santi.  L'immagine  di 
8.  Domenico,  nel  2.°  altare,  i  3  Santi  do- 
menicani, nell'ultimo,  sono  del  Piazzel* 
la.  All'altra  parie,  neh."  altare  si  ha  di 
J.  Tintorettocon  Cristo  in  Croce  e  le  Ma- 
rie, delle  più  graziose  figure  che  quegli  fa- 
cesse. Nell'ulliuìo  altare  vi  è  dell'  ultime 
fatture  del  Rizzi,  la  lavola  con  3  Santi  do- 
Hicuicaui.  —  Quanto  a  Ila  chiesa  di  .y.  Md» 


YEN 

ria  (leJln  T'i<;ilazirìiie  o  onnr«o  conven- 
to, i  domenicaiii  dopo  aver  fabbricali  gli 
nitri  due  edifi/i  clescritti,  conlinuaiono  a 
rilencie  la  chiesa  e  il  convento  della  A  i- 
sitazione  per  uso  di  propria   comodila, 
l'eiderono  eziandio  l'una  e  Tallio  nella 
soppiessione,  restando  la  chiesa  della  Vi- 
sitazione chiusa  per  molti  anni,  indi  nel 
i8'22  fu  riaperta  e  data  in  uso  all'orfa- 
notrofio maschile  fondalo  nel  convento, 
il  quale  veline  affidalo  alla  direzione  de' 
pp.  somaschi  con  decreto  luogolenenzia- 
le  de'5  maggio 1 85 1,  i  quali  poi  l'assun- 
sero rS  febbraioi  853,  e  lo.  rilevo  dnlla 
Cniltà  Cattolica,  serie 3.',  t. io,  p.  487, 
ove  annunzia  il   libro  intitolato  :  Delle 
lodi  di  s.  Girolamo  Einilinni,  Discorso 
recitato  dal  parroco  Giii.^ppe  Lazzari 
nel  giorno  Sfelibraio  1  S53,pri/ìio  da  che 
i  BR.  PP.  della  congregazione  di  Sonia- 
sca  riprendevano  la  direzione  del  pio 
istillilo  degli  Orfani  in  Venezia  ec,  ivi 
nella  tipografìa  di  L.  Gaspaii  1 858.  Nel- 
lo stessoluogo  i  somaschi,  autorizzati  dal- 
la sovrana  risoluzione  de'  20    settembre 
i853,  vi  aprirono  un  noviziato  loro.  La 
casa  de'  religiosi  ha  il  proprio  rettore  ,  il 
vice-rettore,  il   ministro,  i  padri  e  altri, 
in   lutto  21    individui.  Sopra  poi  il  ma- 
schile orfanotrofio  leggo  nell'O^.ver^'rt/o- 
re  Romano  del  iSSa  a  p.  4^3,  in  data  di 
Venezia  i4  maggio. «L'orfanotrofio  Ge- 
suali,  che  già  nell'agosto  i85i  fu  dalla 
saggia  pielh  del  municipio  veneziano  af- 
fidato alle  cure  della  congregazione  So- 
masca,  tiene  ora  in  piena  attivila  l'offici- 
ne di  fabbro-ferraio,  di  rimessalo,  di  cal- 
zolaio e  di  sarto  a  beneficio  del  pio  istitu- 
to e  degli  orfani   ricoverali.   Che  questi 
poverelli  apprendessero  davvero  il   me- 
stiere, donde  trarre  di  che  vivere  alla  lo- 
ro uscita  dal  pio  istituto,  e  che  insieme 
si  provvedessero  di  una  dote  di  denaro, 
loro  assegnata  dalla  rendila  de'lavori:  ec- 
co i  due  fini  e  i  due  benefìzi  a  cui  mira 
questo  nuovo  impianto  dell'officine,  pie- 
namente approvalo  dalle  superiori  tuto- 
rie autorità.  Per  corrispondervi  già  fu 


VEN  igt 

donala  una  somma  pei-  l'alleslimenlo  de' 
ferri  ed  attrezzi  occorrenti  all'officine,  già, 
la  rispettabile  attuale  prepositura  fu  au- 
torizzata a  prestare  ogni  appoggio  possi- 
bile, e  li  solloscritli  hanno  chiamato  da 
Milano  ,  o  laici  della  propria  congrega- 
zione, od  operai  industriosi,  i  quali  do- 
vessero per  ol)btigo  di  contratto  insegna- 
re e  dirigere  i  lavori  degli  orffini.  Ora,  a 
giovamento  dell'  intrapresa  pia  opera, 
nient'  altro  manca  e  nienl'altro  s'  invo- 
ca, fuorché  la  pietà  de' veneziani,  non  mai 
secondi  ad  altri  popoli  nel  proteggere  e 
favorire  gli  orfani,  come  fu  veneziano  il 
santo  uomo,  che  primo  istituì  gli  orfano- 
trofi in  Venezia  e  gli  affidò  a'  suoi  So- 
maschi, ».  Girolamo  Emiliani  (del  quale 
uno  de' più  recenti  che  ne  tesseva  la  vi- 
ta con  novità  di  documenti  è  il  cav.  Ci- 
cogna nei  volume  V  delle  Inscrizioni  T'e- 
neziane,  e  meglio  lo  ripeterò  nel  §XVII, 
n.  1,  nel  riparlare  con  affello  e  stima  di 
questa  tipogiafia  Emiliana  e  de'suoi  ti- 
pografi). Se  Venezia  continua  la  carita- 
tevole opera,  iniziata  dal  suo  santo  con- 
cittadino,  gli  orfani  avranno  per  cerio  il 
lavoro,  con  cui  formarsi  lai."  dote,  ch'è 
r  apprendimento  del  mestiere,  e  la  2.", 
eh'  è  il  peculio  assegnalo  dalla  rendila 
delle  proprie  fatiche".  Trovo  nella  Cro^ 
naca  di  Milano,  an.  2.",  p.  4^  i  ,  che  in 
quell'orfanotrofio  maschile  essendo  stato 
eretto  un  bel  monumenlo  marmoreo  a  s. 
Girolamo  Emiliani,  dal  valente  scultore 
Gio.  Antonio  Labus,  questi  ne'primi  del 
i856  ne  mandò  il  modello  in  gesso  all'or- 
fanotrofio di  cui  parlo,  siccome  della  pa- 
tria dell'  illustre  suo  patrizio  che  fondò 
questi  caritatevoli  istituti.  Sul  merito  del- 
l' encomiata  opera,  colla  desciizione  del 
gruppo  in  gesso  esprimente  il  Santo  che 
accoglie  e  guida  un  derelillo  orfanello, 
si  riporta  una  lettera  artistica  del  veneto 
esimio  scultore  Zandoraeneghi,  con  ecodi 
onore  e  di  affetto  all'  egregio  Gonh'alello 
lombardo;  giudicando  opera  degna  d'es- 
ser collocala  in  quel  medesimo  istituto, 
che  riconosce  la  sua  foudazioae  dal  bc- 


192  V  E  N  V  E  N 
nemeiiro  s,  Girolarnn  Emiliani,  nlla  cui  consiglio.  Inolile  contiguo  alla  casa  di 
imilazione  sì  degnamente  conduce  e  pa-  Carila  fece  fabl)iicare  un  oialorio  sotto 
lernauicnle  presiede  il  rettore  p.  d.  Giro-  l'invocazione  di  s.  Giobbe  profeta;  e 
Jamo  (Jaspari,  al  quale  è  indirizzala  la  Boinfacio  IX,  a  istanza  della  repubblica, 
ìvÀleva. Leggo  nella  flicmoria  della  puh-  nel  i  890  approvò  l'erezione,  permise 
Idica  Beneficenza  in  Fenezin,  del  conte  la  celebrazione  della  messa  e  altri  divini 
Fortunato  Sceriman,a  p.  44.  die  la  pia  ufiìzi,  e  concesse  indulgenze  a'  visitato- 
opera  dell'  istituto  Manin  viene  a  com-  ri  in  designati  giorni.  Nel  i4'^7  nel  pas- 
piere  il  numero  di  3  istituzioni  di  bene-  sare  il  Conlarini  a  ricevere  l'eterno  pre- 
fìcenza  consagrate  all'educazione  del  pò-  mio  di  sue  beneficenze,  lasciò  suo  erede 
■vero  artigiano  e  di  sventurati  fanciulli,  universale  I'  osped  de  da  lui  fondato,  e 
eia  I. e  piìi  antica  essere  l'orfanotrofio  de*  fu  tumulato  iu  s.  Giobbe  con  iscrizione 
Gesuali.  Dicelo  ly/rtto^frw/Jrt/e;  L'oi fa-  sulla  toud)a,  ove  fu  incisa  la  sua  effi- 
iiotrofìo  mascbilealla  Visitazionedi  Ma-  gie.  La  figlia  Lucia  ottenne,  cbe  T  ora- 
ria Vergine  sulle  Zattere,  è  diretto  Inter-  torio  fosse  di  sua  ragione,  v'istituì  in 
iiamente  da'ciiierici  regolari  souìascbi,  ed  priore  il  pio  sacerdote  Filippo,  a  cui 
accoglie  e  mantiene  I  1 5  orfanelli,  cbe  s'i-  consegnò  1'  amministrazione  del  luogo; 
slruiscono  nella  religione  e  nellostudio,e  e  poi  nel  1422  pei-  la  fedele  esecuzione 
si  esercitano  in  vari  mestieri  sino  all'età  delle  paterne  disposizioni  vi  prepose  al 
d'armi  1 6,  e  in  vìa  di  eccezione  sino  a'  1 8,  governo  g  nobili.  Concesse  poi  1'  orato- 
essendodireltodal  rettoieparticolaredel-  rio  al  b.  Pietro  da  Pisa  fondatore  dei 
io  stabilimento.  La  Civiltà  Cattolica  de'  girolamioi,  col  patto  cbe  vi  dovesse  con- 
21  agosto  i858  riporta  lo  scrittole  da  servare  prete  Filippo.  I  girolamini  abi- 
Venezia,  quanto  ad  alcune  opere  gioì  io-  tarono  nell'ospedale  3  anni,  lasciandolo 
se  alla  religione,  ed  utilissime  alla  socie-  nel  142^  colla  condizione  cbe  dentro  un 
tàj  ivi  fiorenti.»  Ed  in  prima  1'  Orfa-  anno  dovesse  ricoverarvi  i  poveri,  o  al- 
ììOlrofio  de"  Gestiatì,  da  5  annida  cbe  tra  comunità  religiosa,  eh'  era  l' infen- 
lo  reggono  i  cbierìci  regolari  somascbi,  zione  di  Lucia.  Piitardò  fino  al  1428  la 
è  ormai  divenuto  un  istituto  modello,  sostituzione, in  cui  vi  entrarono  i  minori 
Già  fin  d'ora  alcuni  de'poveri  orfanelli  osservanti  con  beneplacito  di  Martino V, 
alle  loro  paterne  cure  adldali,  percliè  ne  fiorenti  in  somma  riputazione  di  santi- 
siano  allevati  nella  buona  morale  e  nelle  là  ;  ed  a'  quali  nel  14^4  Lucia  virtuo- 
arti,  iianno  vestilo  l'ubilo  de'loro  istitu-  sameiite  cede  il  padronato  assoluto,  in- 
tori ".  sieme  all'  adiacente  spedale   pei   poveri. 

46.  Agostiniani  eremitani  e  nitri  re-  \  religiosi  volendo  allenare  l'oratorio 
polari  di  s.  Cristoforo  della  Pace,  Isola  e  fondarvi  cbiesa  piìi  ampia,  ricorsa  Lu- 
e  cimiterio  pubblico.  V.  §XVIIl,n.  17.  eia  a  Eugenio    IV    percbè  l'impedisse, 

47.  Minori  Osservanti  di  s.  Giobbe  nel  \^\i  fu  vietato  in  memoria  dell'il- 
volgarmente  Sant"  Jgioppo.  Il  sacerdo-  lustre  fondatole,  e  per  aver  nell'  oialo- 
te  Giovanni  Conlarini,  dopo  aver  ridot-  rio  celebrato  molli  cardinali,  de'  quali 
to  a  compimento  il  monastero  di  s.  Gi-  taluno  assunto  al  pontificato.  In  venera- 
rolamo  per  ricovero  di  sagre  vergini,  nel-  zione  di  cbe,  quando  i  frati  in  dello  an- 
la  sua  inesauribile  pietà  e  carità,  volle  no  cotninciarono  a  flibbricare  la  vasta 
fondare  un  ospedale  pe'  poveri.  Nel  se-  chiesa,  lasciarono  da  un  lato  intatto  l'an- 
stiere  di  Canalregio  comprò  un  sufilcien-  lieo  oratorio.  Morta  la  pia  matrona  Lu- 
te  sito  nel  1  378  per  ergerlo,  ampliando-  eia  nel  i447>  fu  sepolta  in  particolare 
ne  nel  i  38q  i  confini  coli' acquisto  di  deposito  nel  chiostro.  Giunlo  intanto  a 
nuove  case  e  il  permesso  del   maggior  Venezia  per  seminarvi  la  parola  di  Dio 


V  E  N 
5.  TJeriiintliiio  (Iti  Siena,  prefen  il  con- 
vento lii  s.  Giobbe  per  sua  umile  abitazio- 
ne, vi  attirò  miiabil  concorso  di  persone  a 
venerili  tie  la  santità,  fra  le  qnaii  il  sena- 
tore C^i^lofolo  IMorOjCtii  predisse  il  prin- 
cipato patrio;  laonde  canonizzalo  n-il  i  4'io 
il  santo  defunto,  nel  seguente  il  Moro  e- 
ressein  s.  Giobbe  io  suo  onore  magnifica 
cappella,  e  con  aumento  di  fabbricbe  di- 
latò l'anguste  abitazioni  de'religiosi,con 
lu.jgbi  da  lui  ac(juislati.  Passalo  in  Uoina 
ambasciatore  a  Nicolò  V,  nel  i4'^4  ^^' 
tenne  alla  cappella  peipelue  indulgenze. 
Innalzalo  poi  al  dogado,  indusse  il  se- 
nato a  proclamare  a'  i5  maggio  i470 
s.  Bernardino  tra'  proiettori  della  città, 
e  la  sua  festa  solenne,  eguale  a  quelle 
de' ss.  Teodoro  e  Magno.  Già  ad  onore 
del  santo  erasi  eretta  sotto  la  sua  invo- 
cazione una  confraternita  in  s.  Francesco 
dellaVigna,e  altre  simili  neh  453  in  s. Ma- 
ria Gloriosa  ed  in  s.  Giobbe  stesso,  onde 
il  convento  dell'ultima  per  alquanti  anni 
s'  intitolò  de'  ss.  Giobbe  e   Bernardino. 

Inoltre  il  doiie  Moro  fece  costruire  altre 

o 

cappelle  nella  cbiesa,  e  morendo  le  la- 
sciò ricche  suppellettili  e  10,000  duca- 
li, ordinando  d'esservi  sepolto  co' piedi 
nudi  e  coli'  abito  francescano.  F'iiro- 
no  suoi  altri  doni  alla  chiesa  di  s.  Giob- 
be, la  dìvota  iu)magine  del  suo  aoiico 
s.  Bernardino  scolpila  in  cedro,  posta 
nell'antico  oratorio,  ed  ora  trasporta- 
ta nella  sagrestia;  ed  il  corpo  asserto 
di  s.  Luca  Evangelista,  a  lui  offerto  do- 
po aver  Maomello  II  occupato  Jaitza  ca- 
pitale della  Bosnia,  ove  si  venerava.  I 
benedettini  di  s.  Giustina  di  Padova  van- 
tandosi di  possederlo,  sostennero  una 
questione^  ma  il  cardinal  Bessarione  le- 
galo, nel  1463  dichiaiò  idenlìfìco  e  ve- 
ro il  portalo  a  Venezia.  I  benedetlini 
però  appellarono  a  Pio  II,  il  quale  de- 
putò ad  esaminar  la  controversia  i  car- 
dinali Carvajal  ed  Eruli,  che  ordinaro- 
no sospendersi  ogni  culto  al  prelesocor- 
po  di  s.  Luca  riposto  in  s.  Giobbe,  per 
cui  ueir  aliare  della  sua  sagrestia  giace 
VOL.  xci. 


VEN  193 

senxa  culto.  Il  Gavazzi,  sloricodi  s.  Giù- 
slina,  lo  crede  il  corpo  di  s.  Luca  Stipo- 
la sacerdote.  Asserisce  il  Diario  Romano 
a'  18  ottobre,  possedere  la  basilica  Va- 
ticana il  capo  del  s.  Evangelista,,  la  Libe- 
riana i\n  braccio,  la  chiesa  del  Gesù  una 
insigne  reliquia.  Abbellita  la  chiesa  colle 
munifitenze  del  Moro,  fu  consagrata  ai 
14  aprile  i493,  indi  essendosi  rinno- 
vata nella  più  parte,  la  riconsagrò  a'  i4 
aprile  i  Sg?  Girolamo  Pvighelti  vescovo 
di  Caorle.  Si  venerano  in  essa  il  corpo 
di  s.  Antonino  martire,  e  si  crede  quel- 
lo che  da  carnefice  trucidati  molli  ss. 
Martiri,  convertitosi  fu  loro  compagno 
nella  gloria,  e  fu  tratto  da' cimiteri  ro- 
mani. Un  osso  di  s.  Stefano  I  Papa  e 
martire;  porzione  della  mascella  e  un 
dente  di  s.  Calisto  I  Papa  e  martire,  ed 
altre  relitiuie.  Nel  chiostro,  oltre  il  doge 
Moro,  vi  furono  deposti  il  doge  Pietro 
Loredan,  e  la  dogaressa  Alidea  Morosini 
moglie  di  Nicolò  Tron.  L'antico  oratorio 
di  s.  Giobbe,  nella  rifabbrica  compreso 
neir  interno  del  convento,  accanto  alla 
chiesa  fu  mutato  in  una  cappella  sagra 
alla  Madre  di  Dio,  con  messa  quotidia- 
na, secondo  la  volontà  del  fondatore  a 
comodo  de'  poveri  del  contiguo  speda- 
le, coir  assenso  dato  nel  i5i2  dal  colle- 
gio capitolare  di  s.  Geremia.  Compresi 
i  frali  nel  decreto  della  generale  sop- 
pressione, il  convento  per  la  massima 
parte  fu  demolito  e  aggiunto  all'orto  già 
di  essi,  per  la  formazione  del  giardino 
botanico,  pel  narrato  nel  n.  9,  saggia- 
mente introdotto  nel  tempo  del  regno 
Italico,  custodito  con  amore  e  intelligen- 
za. E  qui  dirò  col  Sansovino,  che  un  tem- 
po Venezia  ebbe  23  orli  botanici.  Dell'o- 
dierno,per  non  interrompere  la  descrizio- 
ne, dirò  alquante  parole  al  fine  di  questo 
numero,  col  eh.  Zanotlo.  La  chiesa  di 
s.  Giobbe  sussiste,  ed  è  succursale  di  quel- 
la parrocchiale  di  s.  Geremia  profeta. 
E  una  delle  più  pregevoli  di  Venezia  per 
la  copia  ed  eleganza  degl'intagli  in  mar- 
mo, e  pe'  vari  suoi  belli  dipinti.  Il  i.' 
i3 


i94  V  E  N 

di  essi,  col  s.  Titolare,  è  del  moderno 
Lnllaiizio  Querena.  Il  grandioso  depo- 
sito a  Renato  de  Voyer  de  Palujy,  inor- 
lo  ambasciatore  in  Venezia,  fu  scolpito 
da  Penau  con  disegno  che  gli  venne  da 
Ilooia.  Neir  altro  altare  Paris  Bordone 
dipinse  con  molto  suo  onore  le  3  grandi 
figure  de'  ss.  Pietro,  Andrea  e  Nicolò. 
J'iltoresco  partito  è  quello  di  s.  Pietro, 
elle  sembra  guardare  con  invidia  il  fìa- 
lello  s.  Andrea,  a  cui  un  Angelo  reca  la 
palma  del  martirio.  La  mezzaluna  vi  fu 
aggiunta  nel  1722  da  Giovanni  Bambi- 
ni, modernamente  i-estaurata  dal  Flo- 
rian.  Nella  vicina  cappella  la  Nascila  di 
Gesù,  è  del  Savoldo;  opera  di  tinta  bel- 
lissima e  di  condotta  diligente.  Anclie 
qui  alletta  il  parlilo  di  que' curiosi  pa- 
stori, inlrodolti  con  giuoco  pittoresco. 
Nella  sagrestia  la  tavola  dell'  altare  con 
1'  Annunziata,  s.  Michele  e  s.  Antonio,  è 
aifatlo  Vivarinesca.  In  faccia  all'  altare, 
è  bell'opera  e  ben  conservata  di  Gio. 
Bellino,  il  quadretto  con  Maria  Vergi- 
ne, che  ha  a'Iati  i  ss.  Gio.  Ballista  e  Ca- 
lerina  :  di  fìanco  è  il  ritratto  del  decesso 
doge  benefattore  C.  Moro,  bel  lavoro  di 
G.  Bellino.  All'altra  parte  della  chiesa, 
la  tavola  del  i.°  aliare  dipinta  in  gran 
piastra  di  rame,  con  Maria  Addolorata 
fra'  ss.  Francesco  e  Antonio  nell'olio,  e 
s.  Diego  al  basso,  è  opera  di  Carletto  Ca- 
liarj  sì  bella  da  sospettare  che  Paolo  vi 
aiutasse  il  figlio  con  qualche  col  pò  del  suo 
facile  pennello.  La  penultima  cappella  il 
Moschini  la  congettura  scolpita  da  Pietro 
Lombardo:  l'ultima  lo  fu  d'Antonio  Ros- 
selli fiorentino.  L'orto  botanico,  fondato 
per  disposizione  governativa  dal  fu  prof. 
Francesco  Du  Pré,  venne  poi  allargato 
e  disposto  dal  padre  e  da'  figli  Rucliin- 
ger,  e  di  presente  è  tenuto  in  bell'ordi- 
ne dall'espertissimo  giardiniere-botanico 
Giuseppe,  uno  de'Iodati  figli.  Serve  l'or- 
loalle  lezioni  delie  pubbliche  scuole  rea- 
li, a  quelle  del  ginnasio  ce,  ed  è  riguar- 
dato unode'più  ricchi  e  ben  tenuti  d'Eu- 
ropa. Di  forma  quadrilunga,  si  estende 


VE  N 
in  area  per  lo  spazio  di  metri  iS.GDi, 
compresi  i  fabbricati  e  il  piazz<de  che  lo 
piosp.etta.  E"  cinto  a  due  lati  dall'acciue 
della  laguna,  che  ivi  formano  canale. 
Contiene  [)iù  di  5,5oo  piante,  prime 
delle  quali  si  notano  per  dimensioni  gi- 
gantesche, la  Yucca  alol foli  a,  il  Piala' 
fins  orientali.';,  il  Morus papyrij\ra,\n 
Gleditschia  triacanlcros,  due  Ginko  bi" 
lohn  maschio  e  femmina,  un'  Araiica- 
ria  excelsa  della  Nuova  Olanda.  Vi  è 
quindi  copiosa  collezione  di  piante  gras- 
se spettanti  a  molte  famiglie  e  generi, 
stimata  la  più  numerosa  ora  esistente  in 
Italia  ;  ed  altra  collezione  ricchissima  di 
Camelie  saliente  al  numero  di  aSo  di- 
verse specie.  La  disposizione  di  quest'or- 
to botanico  presenta,  quando  giardini  a 
disegno,  con  n)olle  specie  di  piante  ta- 
gliale a  piramidi  e  ad  altre  forojc;  quan- 
do viali  fiancheggiati  da  fitte  spalliere 
i\\  Laurus  nohilisj  quando  boschetti  con 
cinte  di  Saxus  Laccala j  ove  recinti,  ove 
serre  lepidarie  e  calidarie,  ed  ove  terre- 
ni quadrali,  in  cui  sono  disposte  le  pian- 
te secondo  il  sistema  di  Linneo,  ed  ove 
raccolgonsi  le  altre  piante  medicinali, 
divise  dalle  tintòrie,  e  da  quelle  che  ser- 
bano in  sé  veleno.  Né  qui  niancano  re- 
cessi ombrosi  seminati  di  ruderi  anti- 
chi, né  canali  in  cui  allignano  piante 
marine;  né  un  pittoresco  rialzo,  divisa- 
to a  modo  di  colle,  in  cima  ai  quale  po- 
standosi, vien  fatto  dominare  la  circo* 
stante  Laguna  e  la  prossima  stazione 
della  ferrovia.  In  breve,  è  uno  stabili- 
mento che  odie  studio  e  diletto.  Conosco 
di  Forlunalo  Luigi  Naccari,  Flora  Fé- 
lieta,  Venezia  1826,  presso  Leone  Bou- 
vecchiato. 

48.  Agostiniane  di  s.  Lucia.  Soppres- 
se le  monache  nel  1810,  la  chiesa  esiste, 
e  la  descrissi  nel  §  Vili,  n.  4'  delle  par- 
rocchie. 11  loro  chiostro,  demolito  in  par- 
te, oggidì  serve  ad  iiflizi  di  ilogana  per  le 
merci  della  strada  ferrata. 

49.  Cistercieìisi  e  Beaedelline  d  O- 
gnissanli,   ora  delle   Cappuccine   Con- 


V  E  N 

cctle  fi'  Ognissanti.  Minacciando  rovi- 
na l'antico  monastero  delle  Cislercirn' 
sì  «li  8.  iM;»ri;heiita,  in  Toicello,  limo- 
rose  perciò  le  monache  e  affli  Ile  dall'in- 
temperie dell'aria,  ceic.irono  un  rico- 
veio  leligioso  in  Venezia.  Per  eredità 
d'una  delle  religiose,  pervenuta  in  pro- 
prietà del  monastero  una  casa  nella  par- 
rocchia de'>s.  Gervasio  e  Prolasio,  nel  se- 
stiere di  Dorsoduro,nel  1472  con  pubbli- 
co [)ermesso  le  cistcrciensi  acquistarono 
alcune  piccole  case  contigue,  eressero  in 
forma  dì  monastero  un  ospizio,  onde  vi 
abitassero  con  religiosa  risei'va  alcune 
converse  soielle,  che  u)andavano  in  Ve- 
nezia per  le  provigioni  e  interessi,  indi  in 
tale  luogo,  benché  ristretto  e  fabbricato 
nella  più  parte  di  tavole,  si  ritirarono  8 
monache  col  consenso  del  patriarca  Gi- 
ranii  ;  vi  stabilirono  la  loro  dimora,  e 
poi  contigua  eressero  una  chiesa  di  tavo- 
le sotto  r  invocazione  di  Maria  Verdine 
e  di  Tutti  i  Santi,  coir  aiuto  principal- 
mente della  pia  Corovella  IMarzana  ma- 
dre d'  una  monaca,  e  per  averle  offerti 
lutti  i  suoi  beni  per  la  fondazione  del  nuo- 
vo nioniistero.  Ciò  stabilitosi  e  con  facoltà 
del  patriarca,  nel  i.°del  i474  '^  mona- 
che elf'ssero  a  badessa  e  fondatrice  Eu- 
frosina Berengo  cistcrciense  di  s.  Matteo 
di  I\lazorbo.  Qui  vissero  molli  anni  le 
buone  religiose  in  somma  penuria,  fin- 
ché la  provvidenza  soccorse  l'estrema 
loro  povertà  con  fare  che  un'immagine 
della  JNJadonna  posta  in  oscuro  angolo 
del  monastero,  prodigiosanjente  nella 
notte  precedente  alla  festa  della  Visita- 
zione a  s.  Elisabetta  del  1 5o4,  tutta  si 
vedesse  ris[)lendere  di  lume  celeste,  onde 
fu  trasferita  nella  povera  chiesa  e  riposta 
onorevolmente  sopra  l 'altare.  Seguirono 
poi  tanti  e  sì  grandi  miracoli  d'  istanta- 
nee guarigioni,  che  concorsa  la  città  lolla 
a  venerarla  offri  tante  copiose  limosine, 
che  con  esse  non  solo  si  potè  rifabbricar  no- 
bilmente la  chiesa,  ma  anco  dilatare  e  for- 
tificare le  fabbriche  del  monastero.  Frat- 
tq^to  cùusideraudo  le  cistercieusi,  che  né 


VEN  ig'? 

pe*  trasferimenti,  ne  pel  nuovo  mona- 
stero  mai  aveano  impetrato  l'autorità 
pontificia,  si  rivolsero  supplichevoli  per 
l'assolutoria  ad  Alessandro  VI,  il  quale 
accogliendo  paternamente  la  dimostra- 
zione filiale,  a' 5  marzo  i494  '"S''"'*''^ 
al  vicario  generale  del  patriarca  di  Ve- 
nezia, di  prosciogliere  le  monache,  qua- 
lora vi  fossero  incorse,  da  qualunque  vin- 
colo di  scomunica,  e  che  estinto  nel  mo- 
nastero l'ordine  cisterciense,  vi  sostituis- 
se quello  di  s.  Benedetto  di  cui  seguiva 
la  regola.  Poi  nel  1496  ammise  il  mo- 
nastero d'Ognissanti  alla  partecipazione 
di  tutte  le  prerogative  ed  indulti  concessi 
da  Eugenio  IV  alla  congregazione  Bene- 
dcltina  Cnssinese^  il  che  confermò  nel 
i5oo.  In  seguito  ridotta  a  compimento 
la  chiesa,  fu  consagrata  a'22  luglio  f  5S6 
da  Girolamo  Picgazzino  vescovo  di  Caor- 
le  ;  e  poco  dopo  ne  furono  accresciuti  gli 
spirituali  oruritnenti  co'corpi  de' ss.  Mau- 
rizio e  Demelria  martìri,  che  con  altre 
insigni  reliquie  vi  furono  trasportali  dal- 
le catacombe  di  Roma.  Le  benedettine 
furono  così  esemplari,  che  il  zelante  pa- 
triarca Conlarini  nel  i5i8con  i4di  es- 
se e  Cipriana  Landò  per  abbadessa,  vi 
rifljrmò  il  monastero  de'  ss.  Biagio  e  Ca- 
taldo della  Giudecca,e  vi  fece  risplendere 
la  monastica  osservanza.  Le  benedettine 
soggiacquero  alla  soppressione  deh  8 10; 
nel  quale  chiusa  la  chiesa  si  spogliò  del- 
le stM[)ende  pitture  di  Fanlo  che  posse- 
deva, le  «juali  furono  trasportate  parte 
nell'accademia  di  Venezia,  parte  in  quel- 
la di  Milano,  e  parte  altrove.  Ora  il 
monastero  e  la  chiesa  appartiene  alle 
Cappuccine  Concelle,  le  quali  avanti 
la  soppressione  dimoravano  nel  mona- 
stero di  s.  Antonio  di  Castello,  come  di- 
rò nel  n.  74,  e  ripristinate  in  Venezia  eoa 
sovrana  risoluzione  de' 7  luglio  1820, 
con  un  ricco  legato  per  1'  educazione  gra- 
tuita d'un  collegio  di  12  giovani  nobili  e 
povere.  Vi  è  il  confessore,  il  cappellano, 
la  badessa,  la  vicaria,  con  27  coriste,  i3 
converse  professe  e  una  novizia. 


igr,  VEN 

5o.  Denedeltìne  de'sx.  Cosma  e  Da- 
miano al  In  Giudecca.  La  badessa  beiie- 
flellina  Marina  Gelsi  del  monastero  di  s. 
Malico  oMaffiodi  Murano,  non  riuscen- 
do coir  esimie  sue  virtù  a  ridurlo  al  pri- 
miero fervore,  desiderosa  di  servire  a  Dio 
in  luogo  di  più  severa  osservanza,  dopo 
ripelule  istanze,  ottenne  dal  vescovo  di 
Torcello  d'  essere  trasferita  al  oionaslero 
di  s.  Eufemia  di  Mazorbo,  di  cui  pure 
fu  eletta  badessa.  Tosto  però  s'  avvide  a- 
■ver  mutato  luogo,  rna  non  la  greggia. 
Tentali  inutilmente  i  più  forti  mezzi  |>er 
rendere  le  monache  osservanti,  pregò 
nuovamente  il  vescovo  di  poter  vivere 
monaslicanienle  colla  pia  religiosa  Do- 
nala Trevisati,  nella  casa  privata  de'  fra- 
telli. Ottenuto  il  permesso,  nella  solitu- 
dine trovò  pace;  ma  eccitala  da  Dio  alla 
fondazione  di  un  monastero, colle  sue  fer- 
vorose orazioni  per  conoscerne  il  modo, 
giacché  priva  alfalto  di  mezzi,  ebbe  in 
rivelazione  essere  volontà  divina  che  nel- 
l'isola della  Giudecca  cercasse  la  divota 
Elena  e  nella  sua  casa  edificasse  la  chiesa 
e  il  monastero  col  titolo  de'  ss.  Cosma  e 
Damiano  martiri.  Marina  ubbidì,  e  fat- 
ta ricerca  d'  Elena,  la  trovò  sulle  soglie 
dell'  abitazione  festevole  in  vederla.  Ma* 
liifeslaloil  motivo  della  venula, la  pia  don- 
na esultante  oftrì  la  propria  casaealcun'al- 
tre contigue  di  sua  ragione.  Allora  Marina 
implorata  I'  assistenza  del  doge  Gio.  Mo- 
cenigo,  il  senato  neconcesse  licenza, e  pel 
suo  ambasciatore  Zaccaria  Barbaro  otten- 
ne le  bolle  necessarie  da  Sisto  IV  nel  i48  i, 
colle  quali  fu  autorizzata  a  fabbricare 
chiesa  e  monastero,  e  d'  introdurvi  mo- 
nache osservanti  Benedeltìiie,  co'  privi- 
legi dell'ordine.  A' 20  luglio  il  patriar- 
ca Girardi  benedisse  lai.'pietra  da  porsi 
ne'  fondamenti  della  chiesa,  e  ridotta  a 
perfezione  la  fabbrica,  a' 2  I  marzo  149"^ 
costituì  Marina  Gelsi  in  i.*  badessa,  l^cr 
27  anni  mirabilmente  governò  il  mona- 
stero, e  il  patriarca  Gontarìni  se  ne  servì 
per  riformare  quello  di  s.  Secondo  nel 
iSiQ.  Ivifu  badessa  per  6  anni,  Huchè 


VEN 

morte  le  monache  conventuali  e  soppres- 
sa r  abbazia,  olleime  buona  parie  di  len- 
dite  al  monasteio  (la  lei  fondalo,  a  cui  ^f.' 
ce  ritorno  nel  1  52  3,  e  pochi  giorni  dopo 
piena  di  meriti  uìorì.  Di  poi  la  chiesa  fu 
consagrala  nel  1  583  da  Giulio  Soperchio 
vescovo  di  Caorle.  In  essa  si  veneravano 
le  reliquie  de' ss.  Titolali,  un  dito  di  ;«. 
Secondo  martire,  1'  ossa  de' ss.  lunocenli, 
i  cor[)i  de' ss.  Liberalo,  Ilaria  e  Donata 
martiri,  con  tali  attribuiti  nomi  traspor- 
tati da' cimiteri  di  Roma.  Per  la  sop 
pressione  de'  regolari,  le  benedettine  i.'el 
1810  abbandonarono  il  monastero,  che 
colla  chiesa  furono  destinati  ad  altri  usi. 
5 1 .  /égoati ninne  dello  Spirilo  Santo. 
Maria  Garoldo  monaca  di  s.  Caterina,  per 
r  ardenlissimo  desiderio  di  fondare  un 
monastero  sotto  l'invocazione  delloSpi- 
rilo  Santo,  fu  aiutata  dal  halello  Girola- 
mo segretario  del  senato,  e  dal  pio  prete 
Giacomo  Zamboni,  i  quali  comperarono 
nn  fondo  capace  nella  parrocchia  di  s. 
Gregorio,  nel  sestiere  di  Dorsoduio.  Ot- 
tennero pei  messo  e  lode  dal  patriarca  Gi- 
rardi, e  dal  senato  1'  autorizzazione  a'iy 
aprile  r483.  Indi  disposta  1'  abitazione 
per  le  monache,  il  patriarca  recatosi  nel 
monastero  y4gostiiiiano  di  s.  Caterina, 
domandò  alla  badessa  Maria  Garoldo 
un'altra  corista  e  due  converse  ;  conces- 
se non  senza  ripugnanza,  furono  trasferi- 
te a!  nuovo  chiostro,  cosliluilo  monaste- 
ro dello  Spirilo  Santo.  Priucipii  così  fe- 
lici, furono  in  breve  lurbiili  da  gravi 
aciiuse  insorte  contro  la  fondatrice,  giu- 
ridicamente riconosciuta  innocente.  Ma 
la  monaca  Cecilia  Vacca,  principale  ac- 
cusatrice,  appellò  alla  s.  Sede.  Fattosi 
nuovo  processo,  l' abbadessa  Garoldo  fu 
deposta,  e  rinchiusa  in  luogo  ristretto  : 
ricorse  ad  Alessandro  VI,  che  nominò 
commissari  ad  esaminar  la  causa,  ma 
altro  non  si  conosce.  Intanto  il  monastero 
nel  1492  fu  aggregato  al  celebre  ospeda- 
le e  ordine  di  s.  Spirito  di  Roma, preroga- 
tiva confermata  da  Alessandro  Vi  nel 
1493.  Bramosi  alcuni  di  voli  secolari  degli 


YEN 

spiiiltiali  beneficii  perciò  acquistali  dal- 
le (iiunnclie,  i>lituii'oiio  la  confraternita 
dello  Spirilo  Salilo  in  sulliagio  dell' ani- 
me penanti,  ei  igeiulo  1'  oratorio  nel  sito 
concesso  dalle  monache  contiguo  alla 
chiesa,  con  annua  contribuzione  ;  alla 
quale  poi  mancando  i  confratelli,  restan- 
do disubbidienti  quantuii(|ue  legahnenle 
obbligali  da'patriarchi  e  dal  maestro  ge- 
nerale dell'  ordine,  nei  i53o  furono 
minacciati  di  scomunica.  Continuan- 
do i  confratelli  nell'ostinazione,  il  mae- 
stro generale  Gio.  Pietro  de  Santi  nel 
i532  dichiarò  la  confralerniia  priva. di 
tulle  le  grazie  e  indulgenze,  ed  in  conse- 
guenza sciolta  e  annullata  qualunque 
volta  ricusasse  adempiere  i  suoi  doveri 
col  monastero.  Colla  conferma  del  decre- 
to, fidl.i  d>»  Clemente  Vii,  ebbero  linai- 
niente  lerujine  i  dispendiosi  litigi.  Lo 
slesso  l'apa  nel  i  533  confermò  pure  tul- 
li 1  privilegi  del  monastero,  l^aolo  Ili 
avendo  sospeso  l'indidgenze  dell'ospeda- 
le di  s.  Spirilo  di  Roma,  e  di  tulli  gli  altri 
spedali  e  pii  luoghi,  di[)oi  nel  i53g,  per 
«occorrere  il  inonaslero,  bisognoso  di 
pi  Olili  lipari,  le  rinnovò  a  suo  favore.  Si 
ignora  quando  fu  consagiata  la  chiesa, 
però  se  ne  celebra  la  dedicazione  a^  i  -2 
luglio.  Soppresse  le  monache  nel  i8o(ì, 
furono  allora  concentrale  con  quelle  ili 
s.  Ginslinn,  e  poi  del  lutto  cessarono  per 
l'allro  funesto  decreto  del  i8io.  La  chie- 
sa restata  chiusa  nel  i8o6,  venne  ria- 
perta nel  i8o8,  e  nel  i8io  destinala  u 
succursale  della  parrocchia  di  s.  Maria 
del  Rosario,  volgarmente  i  Casuali,  e  lo 
è  ancora.  Essa  ha  un  ricco  deposilo  dei- 
la  famiglia  Parula,  luia  bella  tavola  del 
Buonconsigli,  esprimente  il  Piedentore, 
ed  i  ss.  Girolamo  e  Secondo,  ed  una  non 
inen  bella  di  G.  Bassano  con  i  ss.  Pietro 
e  Paolo  apostoli. 

52.  Agostiiditiie  de  ss.  Rocco  e  Mar- 
gherila.  Wella  parrocchia  di  s.  Samuele, 
nel  sesliere  di  s.  Marco,  fu  fabbricato  iu 
remoti  tempi  un  oratorio  a  s.  vSusanna, 
in  cui  nel  1 485  si  Irasfcii  la  confralgrui- 


YEN  197 

ta  celebre  di  s.  Rocco  coli'  inlenzione  di 
fabbricarvi  un  magnifico  tempio  in  ono- 
re del  suo  s.  Titolare,  per  collocarvi  il 
corpo  da  non  molto  tempo  ricevuto  da 
Voghera,  e  comunemente  credulo  del 
celeberrimo  s.  Rocco  di  Montpellier.  A- 
veaiio  perciò  i  confratelli  comprate  alcu- 
ne case  contigue  all'oratorio,  che  servi- 
vano a  mal  fìire,  e  già  stavano  in  procin- 
to di  por  mano  all'opera,  quando  venuta 
a  Venezia  suor  Chiara  conversa  cister- 
ciense  di  s.  Margherita  di  Torcello,  don- 
na pia  e  d'animo  virile,  iu  traccia  d'un 
ricovero  per  le  sue  angustiate  monache, 
poiché  quel  chiostro  minacciava  rovina; 
ne  inteiessò  alcuni  pii  gentiluomini,  i 
quali  persuasero  i  confratelli  di  s.  Rocco 
di  cedere  alle  monache  il  luogo  dell'ora- 
loiio  e  r  acquistate  abitazioni.  Subilo  si 
cominciò  la  fabbrica  del  monastero,  ed 
acciò  i  principii  fossero  illustri,  ed  i  fetleli 
venissero  eccitati  a  concorrere  al  solleci- 
to proseguimento,  fu  scelto  il  misterioso 
giorno  del  venerdì  santo  per  dar  mano  iti 
esso  alla  fabbrica  con  funzione  solenne. 
In  quella  mattina  il  predic-jlore  agosti- 
iiiano  fr.  Giovanni  Signori  genovese, del- 
la vicina  chiesa  di  s.  Stefano,  dopo  aver 
eloquentemente  eccitato  l'uditorio  a  me- 
ditar la  Passione  del  Crocefisso,  inalbe> 
rata  la  di  lui  ss.  Immagine,  portossi  ac- 
compagnato ila'supi  religiosi  e  da  nume- 
roso popolo  al  luogo  destinato  alla  fonda- 
zione del  monastero.  Quivi  egli  animò  i 
fedeli  all'aiuto  della  di  vota  impresa,  dopo 
di  che  in  quel  punto  fu  eretta  una  cap- 
pella di  tavole,  e  pochi  giorni  dopo  il  pa- 
triarca Girardi  a'aS  aprile  i488  pose  ìa 
I  .'^  pietra  benedetta  ne'fondaiuenti  della 
chiesa,  la  quale  dalle  religiose  cislercieu- 
sì  in  grata  memoria  delle  beneficenze  ot- 
tenute dalla  confralerniia  di  s.  Rocco,  « 
per  quel  la  del  monastero  di  s.  Margheri- 
ta di  Torcello,  fu  denominala  ùqss.  Roc- 
co t  Margherita.  Aleni  re  progrediva  col 
di  vili  favore  la  fabbrica,  le  monache  di 
Torcello,  alle({uaii  un  beuefaltore  avea 
risarciti  i  già  pericolsuli  edifizi^  ricutaro- 


198  V  E  N 

nodi  voler  passare  a  \eiiezia,  restando 
tiisanimati  i  governatori  della  fabbrica. 
Allora  Iddio  suscitò  la  nobile  vedova 
Mella  Balauzaiio  di  donar  se  slessa  e  le 
fcue  proprietà  al  nioiiaslero,  laonde  i  go- 
vernatori rac'celtarono  per  madre  e  fon- 
datrice, ed  ella  scelta  la  regola  di  s.  Ago- 
slino  ne  vesti  l'abito  nel  monastero  ago- 
stiuiauo  di  s.  Andrea  di  Zirada,  co\  no- 
me di  Lucia.  Ritornala  poi  al  suo  non 
perfezionato  chiostro,  fece  la  solenne  pro- 
fessione, ed  assunse  il  governo  del  mona- 
iiteio,  nel  quale  in  due  anni  si  chiusero 
molle  vergini  anche  di  patrizie  famiglie, 
come  si  espiime  il  Corner,  fra  le  quali 
Lodovica  Usnago  monaca  di  Toi  cello  con 
suor  Chiara  snmmentovata,  con  pontifi- 
cia dispensa.  L'  ab.  Ca[)[)ellelli  dice,  che 
il  senato  nell' approvare  1' erezione  del 
monastero,  circoscrisse  la  nascente  co- 
ninnilà  per  le  sole  figlie  di  famiglie  patri- 
zie. Per  l'eseuiplare  osservanza delle^go- 
stìniane,  nel  1 490  il  senato  domandò  pel 
suo  undjascialore  Ermolao  Barbaro  ad 
Innocenzo  Vili,  l'indidgenza  plenaria  a 
chine  visitasse  la  chiesa  e  contribuisse  li- 
inosine  al  monastero.  Nel  partire  i  con- 
fratelli di  s.  Rocco  dal  luogo  donarono 
jjna  mascella  di  s.  Rocco,  e  dalla  catte- 
drale di  Caorle  le  monache  ottennero 
una  mascella  di  s.  Margherita  vergine  e 
martire.  Indi  a'  12  settembre  i  SyS  fu  la 
chiesa  consagrata  da  Marzio  de  Medici 
\escovo  di  Marsico  Nuovo,  coma  da 
epigrafe  che  vi  si  legge  scolpita;  il  qua- 
le vescovo  moriva  agli  1  1  novembre 
ì5'/^,  siccome  dalle  Inscrizioni  di  s. 
Maria  dell'Orto  del  cav.  Cicogna,  il  qua- 
le notava  1'  errore  dell'  Ughelli,  del  Cor- 
naro  ed  altri  che  lo  dissero  morto  nel 
iSyS.  Ma  il  libro  :  Stato  personale  del 
Clero  di  /^c/2ez/^,  mentre  con  precisione 
riferisce  l'epoche  delle  coosagrazioni  del- 
le chiese  esistenti, di  questa  non  dice  nul- 
la ;  né  è  a  maravigliarsi  perchè  questo  li- 
bro, come  m'istruirono  coltissimi  vene- 
ziani, e  mi  accorsi  in  progresso  de'  miei 
studi,  pi'oprìameute  non  fa  autorità  se 


VEN 

non  se  per  i  nomi  e  per  le  cariche  che 
attualmente  coprono  gli  ecclesiastici  io 
Venezia  ;  laonde  nel  giovarmene,  come- 
chè  d'altronde  utilissimo,  usai  non  poca 
cautela,  e  talvolta  con  pena  non  potei  a 
meno  di  notarne  alcun  errore,  che  sa- 
rebbe bene  per  decoro  della  gran  città 
eliminare,  veramente  popolala  di  dotti 
ecclesiastici  e  secolari.  Nella  chiesa  si 
venera  una  divota  immagine  della  Bea- 
ta Vergine,  del  cui  prodigioso  arri- 
vo dà  S[),ula,  ove  riscuoteva  divozione 
suir  altiire  maggiore  della  cattedrale  di 
s.  jNIaria  Orlocasta,  alla  villa  di  Zaconia 
e  collocala  nella  chiesa  appositamente 
fabbricata,  da  dove  fu  trasportala  a  iNa- 
poli  di  Piomania  nella  chiesa  di  s.  Teodo- 
ro, poi  uìiracolosameule  passata  in  quel- 
la de'  ss,  Apostoli,  e  finalmente  da  questa 
nel  1 54 1  recala  in  dono  al  tem'[)io  de* 
6s.  Rocco  e  Margherita  da  Francesco 
Barbaro  fratello  d'una  religiosa,  il  Cor- 
ner riporta  la  1  dazione  di  una  cronichet- 
ta  del  uìonastero.  Le  moiiiiche  risentiro- 
no subilo  gli  edelli  della  proiezione  della 
gran  Madie  di  Dio,  essendo  stale  alcune 
di  loro  istantaneamente  sanale  da  gravi 
infermità,  ed  il  monastero  che  penuiiava 
sommamente  di  viveri,  fu  bentosto  dalla 
provvidenza  divina  con  abbondanza  soc- 
corso. Nel  i59y  erettosi  nella  chiesa  i\n 
nobile  altare  di  marujo,  a'  2  luglio  vi  fu 
collocata  la  prodigiosa  ss.  Immagine,  cul- 
r  intervento  del  cardinal  Friuli  palliar^ 
ca,  di  4  vescovi  e  di  numeroso  clero.  Al- 
l'uitercessione  della  medesima,  implora^ 
la  dalle  monache  con  fiducia,  deve  il  mo- 
nastero la  sua  manifesta  |)reservazioneda* 
due  furiosi  incendii  de'6  febbraio  1744» 
quando  bruciarono  le  contigue  case  di 
tavole, e  della  notte  precedente  la  i/  do- 
menica d'ottobre  1747j  che  incenerì  il 
vicino  teatro  di  s.  Samuele.  Essendosi 
allora  dalla  badessa  rinnovala  quasi  in- 
teramente e  in  ornata  forma  abbellita  la 
chiesa,  fu  ad  onor  di  Maria  edificalo  uà 
nuovo  aliare  di  fino  marmo,  in  cui  co 
pompa  solenne   fu   riposta   la  prodigio 


VEiN 
sa  ti.  Immagine  1'  ii  luglio  lySi  dal 
piitriarca  Foscaii.  Le  monache  agosti- 
niane finirono  nel  1810  colla  tlislru- 
zione  delle  famiglie  claustrali,  che  va- 
do aniaraniente  deplorando.  La  chiesa 
l'irunse  chiusa  sino  al  1 8  1 7,  in  cui  il  he- 
nenierilo  leste  defunto  in  odore  di  santi- 
tà, e  venerando  da  vero,  sacerdote  d. 
Pietro  Ciliota  la  ridonò  al  culto,  gene- 
rosamente fondandovi  nell'annesso  mo- 
nastero \' Istituto  Ciliola,  eh' è  mante- 
nuto dalla  carità  de'  fedeli,  ed  ha  per 
iscopo  l'istruzione  gratuita  di  circa  i.^o 
fiiiiciulle  povere.  Ha  il  direttore,  il  con- 
fessore, la  superiora,  ao  maestre  e  17 
fanciulle  ricoverate  interne.  Ahhianio  il 
hhro  intitolato:  Intorno  alla  vita  e  mi' 
rabili  azioni  del  sacerdote  veneziano 
d.  Pietro  Ciliota  della  parrocchia  di 
s.  Stefano,  morto  in  concetto  di  speda- 
le  santità  il  giorno  11  novembre  1846, 
morali  ragionamenti  del  sacerdote  D. 
E.  D.  /4.  della  stessa  parrocchia j  Ve- 
nezia 1857  tipografia  di  Gio.  Battista 
MerlOjCon  ritratto  del  servo  di  Dio.L'au- 
lore  che  modestamente  ascose  il  nome,  è 
d.  Eugenio  dall'Asta  cooperatore  di  det- 
ta parrocchia,  come  leggo  nello  Stalo 
personale. 

5'i. Francescane  di s. Maria  Concetta, 
volgarmente  i  Miracoli.  Francesco  A  ma- 
di  pio  e  ricco  veneto,  per  eccitare  gli  altri 
a  quella  divozione  ch'egli  teneramente 
prolessava  alla  Madre  di  Dio,  ne  fece  di- 
pingere l' immagine  rinchiusa  in  un  pie- 
colo  nicchio  di  tavola,  e  l'appese  al  mu- 
ro d'  una  casa  vicina  alla  sua  ahitazione 
nel  sestiere  di  Canalregio,di  proprietà  del- 
la famiglia  Darozzi,  nella  parrocchia  di  s. 
Marina,  sulla  puhhlica  Strada,  secondo 
il  lodevole  costume,  che  aoticafnenle  di- 
cevansi  Maestà,  e  lo  descrissi  ne'due  ar- 
ticoli. (Trovo  opportuno  qui  riprodurre 
quanto  di  analogo  riferisce  ilcav.  Muti* 
nelli.  Annali  Urbani  di  Kenezia,  ripe- 
tendo V  origine  di  tal  costume,  con  uu 
cronista  al  1 1 28.  Giovandosi  alcuni  scia- 
gurati della  moda  della  lunga  barba  alla 


V  E  N  199 

greca,  con  posticce  barbe  alterandosi  le  U- 
sonomie,  crederono  pili  sicuramente  ne* 
crocicchi  nottetempo  assalire  e  ammaz- 
zare.  Il  governo  rigorosamente  proibì  le 
barbe  alla  greca,  ed  ordinò  che  a  spese 
dell'erario  i  parrochi  rischiarassero  con 
lumi  i  sili  meno  frequentati.  I  parrochi 
disposero  fanali  con  fioca  luce  innanzi  a 
sagre  immagini,  aHinchècol  loro  aspetto 
divoto,  i  ribaldi  maggiormente  si  tratte- 
nessero di  commettere  nella  notte  scandali 
e  delitti.  Da  queste  sapienti  vedute  politi- 
che e  morali,  derivò  («arse  il  pio  costume, 
tanto  poi  diffuso  Delle  città  e  luoghi  di 
Europa,  di  erigere  negli  angoli  principal- 
mente delle  strade,  tabernacoli  e  altarini 
con  ss.  Immagini  e  lumi  avanti,  anche  di 
giorno.  »  Ecco  poi  nelle  dette  Immagini, 
avvedutamente  ne'  canti  delle  vie  poste 
in  dì,  ne'quali  per  una  divozione  di  fede 
di  continuo  miracoli  vedevans»,  l'origi- 
ne di  quegli  altarucci  o  capitelli,  che  tut- 
tora e  di  frequente,  quasi  domestiche  are, 
per  Venezia  si  trovano,  innanzi  a'  quali 
da'  religiosi  vicini  una  lampadelta  si  ali- 
menta, un  mazzolino  di  fiori  si  sospen- 
de, innanzi  a'  quali  dal  pargolo  di  felice 
innocenza,  che  tratto  viene  alla  scuola,  fi- 
no all'uomo  sviato,  indistin  ta  meo  te  ognu- 
no, e  riverentemente,  si  china".  In  piìi 
luoghi  poi  narrai,  le  chiese  eh'  ebbero  0- 
rigine  dalle  ss.  Immagini  esposte  nelle  pa- 
reti esterne  degli  edifizi,  rispondenti  alle 
vie  pubbliche.  Quanto  all' illuminazione 
della  città  di  Venezia,  discorro  nel  n.  i 
«lei  §  XVI).  La  divozione  dell' Amadi 
fu  secondata  da  Marco  Rasti  ivi  vicino 
d' abitazione,  facendo  ardere  continua- 
mente una  lampada  innanzi  la  ss.  Imma- 
gine, a  cui  ne'  sabati  aggiungeva  candele 
di  cera  accese,  il  che  promosse  la  divozio- 
ne pure  degli  abitatori  circostanti.  La  ve- 
nerazione sì  aumentò  pel  miracolo  che 
fece  a' 2  3  agosto  j48o,  ad  una  buoua 
donna,  mentre  nella  sera  vi  pregava  in- 
nanzi, secondo  il  suoquotidiano costume; 
imperocché  assalita  da  un  suoparenle  per 
ingiusta  lite,  a  tradimeolocou  diverse  fé* 


lite  la  fece  cader  semiviva.  Invocò  ella  in 
suo  aiuto  a  gran  voci  la  ss.  Vergine  Ma- 
ria, onde  allo  strepilo  accorsi  i  vicini,  tro- 
varono la  spaventata  donna  senza  lesione 
alcuna.  Alla  fama  del  miracolo,  col  popò 
lo  vi  concorsero  moltissimi  infei mi  a  in- 
vocare dalla  prodigiosa  immagine  il  iuo 
patrocinio,  e  ricuperarono  la  sanità.  Mol- 
tiplicatisi i  miracoli,  Angelo  nipote  del- 
l'Amadi,  imitatore  di  sua  esemplare  di- 
vozione versola  Madonna,  fece  tosto  in- 
nalzare contigua  alla  sua  abitazione  una 
piccola  coppella,  in  cui  collocò  la  ss.  Im- 
magine, ed  ottenne  dui  patriarca  Girar- 
di di  farvi  celebrare  la  messa,  benché  il 
Karozzi  gliene  avesse  contrastato  il  pos- 
sesso. Dipoi  il  pievano  di  s.  Marina,  Mar 
co  Tazza,  col  consenso  d'Angelo  Amadi, 
costituì  alcuni  procuratori  per  l'erezio- 
ne d'  una  chiesa,  a  tale  effetto  acf|uistan- 
tlo  nel  sestiere  stesso  di  Canalregio  alcu- 
De  casette  contigue  a'  28  settembre  di 
detto  anno,  colle  lìmosine  raccolte  da'^li- 
voli,  ascendendo  a  più  di  3o,ooo  duca 
li,  disegnando  nell'area  la  pianta  di  oja- 
giiifico  tempio.  Indi  l'  8  dicembre,  festa 
dall'Immacolata  Concezione,  il  patriar 
ca  Giraidi  benedisse  la  (.'pietra  e  la  pose 
ne' fondamenti  ;  e  nel  seguente  i  48  i  òì 
sto  IV  approvò  1'  erezione  della  chiesa, 
la  ricevè  sotto  la  piotezione  di  s.  Pietro, 
eia  esentò  dalla  giurisdizione  parrocchia- 
le. A '2 5  febbraio  la  ss.  Immagine  fa  Ira- 
!«[iorlata  in  ben  disposta  cappella  di  ta- 
vole, innalzata  nel  centro  del  piano  de- 
stinato al  nuovo  edifizio,  con  pomposa 
processione  a  cui  intervennero  le  scuole 
grandi.  Fialtanlo  vieppiìi aumentandosi 
r  ollerte  de  fedeli,  in  <j  anni  si  potè  com- 
pire il  sontuoso  tempio,  che  per  la  copia 
e  preziosità  de'  marmi  fu  riconosciuto 
dal  Sabellico  il  piìi  cospicuo  di  Venezia 
dopo  la  basilica  di  s.  Marco  ;  decorato 
eziandio  di  ss.  Reliquie,  e  de!  capo  di  s. 
Teodoro  martire  tratto  dalle  catacom- 
be di  Roma.  Mentre  progrediva  la  fab- 
bricaci procuratori  divisando  consegnar- 
la a  uua  comunità  che  ivi  lodasse  Dio  e 


V  E  N 

!a  ss.  Vergine  giorno  e  notte,  e  provo- 
casse le  divine  benedizioni  sopra  i  bene- 
fattori e  la  repubblica,  acquistarono  dal 
lìarozzi  quelle  case  stesse  sui  muri  delle 
«jnali  r  Amadi  avea  aflisso  la  ss.  Imma- 
gine, e  nel  i483  cominciarono  la  fd)bri- 
ca  del  monastero,  compita  con  quella 
della  chiesa.  Formato  il  monastero,  nel 
1487  furono  scelte  ad  abitarlo  12  mo-  ' 
nache  Francescane  di  quello  esemplare 
di  s.  Chiara  di  Murano,  recandosi  ii  pa- 
triarca Girardi  a  benedirle  insieme  al 
luogo,  cosliluendo  poi  m  badessa  e  fon- 
datrice suor  Margherita,  in  conseguenza 
dell'approvazione  del  monastero  di  Si- 
sto IV,  consegnando  ad  essa  le  chiavi. 
Dionisio  greco  vescovo  di  Mellipotamo, 
consagrò  la  chiesa  il  i. "settembre  1  566. 
Dipoi  furono  pubblicate:  Cronichtila 
dell' origine, principio  ti  fondalione  del- 
la, chiesa  et  monastero  della  Madonna 
de.'  BJiracoli  di  f'enetia,  Ivi,  per  li  Ba- 
bà 1664."  Pietro  Cechia,  Croniche  del- 
l' origine  e  fondazione  del  monastero  e 
chiesa  della  B.  Vergine  de'  Dliracoliy 
Venezia  1742.  Le  francescane  vi  dura- 
rono sino  alia  generale  soppressione;  il 
monastero  fu  tramutato  in  abitazioni 
piofine,  e  la  chiesa  mirabile  venne  di- 
chiarala ed  è  oratorio  sagramenlale  del- 
la parrocchia  de' ss.  Canzio,  Canziano 
ec.  La  chiesa  de'  Miracoli  risplende  per 
grande  ricchezza  di  marmi  greci  e  di  va- 
rie ddigenli  ed  eleganti  sculture  :  con 
disegno  che  gli  fu  dato,  scelto  da  quelli 
fitti  da'più  valenti  architetti  della  città, 
r  edificò  Pietro  Lombardo,  aggiungen- 
dovi la  maggior  cappella  e  il  vólto  che 
vi  uianca  vano.  Nelle  i'^aft/^m'/je  di  Vene- 
zia vi  sono  8  tavole  illustrate  dal  Sel- 
va, con  aggiunta  del  Zanotto.  La  pianta 
è  un  rettangolo,  ed  all'  estremità  vi  è  la 
cappella  con  1'  altare  isolato  nel  mezzo, 
coir  antica  ss.  Immagine  acni  dobbiamo 
questo  bellissimo  tempio.  Tutti  esaltano 
come  opera  di  raro  pregio  per  finitezza  ed 
eleganza  di  gusto  la  cappella  maggiore 
con  gradinala,  balaustrata,  altare  e  or- 


V  EiM 

n.-uTienti  Inlti  di  iDarnin.  Nel  suo  angolo 
vi  è  Hit  [)iccolo  cuiiip<inile,  poligono  nel- 
r  esterno  e  inlerriainente  ciicolaie.  La 
cupola  ninestosamente  trionfa.  La  volta, 
veracuenteslopenila,  è  scoinpaititn  in  5o 
cassettoni  quadrati,  riuniti  da  altri  mi- 
nuti di  variato  contorno.  Abbonda  di  do* 
lature, e  negli  sfondati  de'cassetloni  mag- 
giori vi  sono  dipinte  mezze  figure  di  San- 
ti del  Vecchio  e  Nuovo  Testamento.  Di- 
ce il  IMoscbini  :  il  gran  soffitto  è  opera  del 
Pennacclii,  il  quale  non  seppe  raggiun- 
gervi le  leggi  del  sullo  in  su,  perciò  priva 
di  elicilo  prospettico,  come  vi  seppe  tro- 
vare la  bellezza  delle  forme,  vaghezza  e 
sopore  di  colorilo  :  ma  veramente  tali 
leggi  poco  si  conoscevano  alla  sua  epoca, 
il  Canipagna  fece  le  due  bellissime  sta- 
luelle  de'  due  altari  laterali,  esprimen- 
ti ».  Chiara  e  s.  Francesco  d'  Asisi  ;  e  il 
lìubellini  i  due  bellissimi  galli  di  Angeli 
nel  maggiore  aliare.  Qiieslo  ten)pio  è 
pure  magnificamente  abbellilo  nell'ester- 
no da  due  ordini  di  pilastri  con  piedistal- 
li e  trabeazione,  1  quali  ricorrono  in  giro 
a  lutto  l'edifizio;  decoroso  ornamento 
che  converrebbe  fosse  osservalo  in  lutti 
i  templi,  perchè  il  Selva  trova  disdice- 
vule  che  l'architeltura  sloggi  la  sua  splen- 
didezza nelle  sole  facciale,  ed  abbandoni 
oi-a  i  lati  visibili  ad  una  non  caratlerislica 
e  troppo  neglella  semplicilà.  il  i."  di 
questi  ordini  è  corintio;  la  fionle  de' 
suoi  pilastri  è  scorniciala,  ed  in  quelli 
<  he  fìanclieggiuno  la  porta  principale  e 
le  due  nel  lato,  vi  sono  scolpili  vari  ara- 
beschi. Il  2.°  è  ionico  co'  pilastri  accan- 
nellati, e  su'  loro  capitelli  iuìposlano  gli 
archi  che  sostengono  la  ricca  trabeazio- 
ne, sopra  cui  nella  facciala,  per  quanto 
è  larga,  gira  un  maestoso  frontone  semi- 
circolare, che  ha  nel  mezzo  una  gran  fi- 
nestra the  dà  luce  alla  cliiesa,  e  due  mi- 
nori laterali  cieche,  mentre  la  3."  supe- 
riore illumina  tutto  lo  spazio  frale  volte 
e  il  coperto.  Sulla  porta  al  di  fuori  è  col- 
locala una  mezza  figura  di  INJaria  Vergi- 
ne in  luaruiu  coli' epigrafe  Pfigolclcs, 


YEN  ao  f 

nome  assunto  «.lidio  scultore  Lasiaiis, 
secondo  il  costume  de'suoi  tempi,  in  cui 
gli  artisti  prendevano  nomi  greci;  era 
nato  meglio  a  l^adova,  che  a  Venezia. 
Gli  ornamenti  di  scultura,  elegantissimi 
quanto  n;ai  possa  dirsi,  sono  espressi  nel- 
le licordale  tavole,  che  rappresentano 
parte  de'  principali. 

54-  Fraiìccscane  dels.  Sepolcro.  So- 
no discordigli  scrittori  nel  decidere  a  chi 
opparleiiga  il  merito  della  fondazione  del 
monastero,  ma  Corner  narra  co'  docu- 
menti, the  Elena  Celsi  nobile  veneta,  di- 
venula vedova  di  Vioiii,  si  die  a  vita  riti- 
rata e  pia,  esercitandosi  nella  carità  cri- 
stiana. Desiderosa  che  simili  religiosi  edi- 
fizi  si  continuassero  dopo  morta,  con  te- 
stamento del  i4oq  assegnò  la  metà  di 
sua  casa  per  abitazione  di  povere  e  di  vo- 
te donne,  delle  quali  già  ne  avea  accollo 
qualche  numero;  e  l'altra  destinò  per 
ospizio  di  quelle  pellegrine,  che  per  1'  ac- 
quistodelle  ss.  Indulgenze  porlavausi  a* 
sanluarii  sì  d'  Italia  e  sì  d'olire  mare; 
frequente  essendo  allora  in  Venezia  l'ap- 
proilo  di  quelli  che  bran>avano  opportu- 
nità di  trasporti  a'  Luoghi  santi  di  Pale- 
stina. I  commissaiii  deputali  in  esecuzio- 
ne della  sua  volontà,  ridotta  ad  uso  di  pic- 
coli domicilii  e  d'ospitale  ricetto  1'  am- 
pia casa  posta  in  contrada  di  s..Giovanni 
in  13ragora,  nel  sestiere  di  Castello,  vi  fe- 
cero alzar  vicina  una  cappella  sotto  il  ti- 
tolo di  Maria  Vergine  presentala  al  Tem- 
pio, che  resa  più  ampia  di  poi,  fu  per  un 
s.  Sepolcro  eretto  in  essa  a  perfetta  somi- 
glianza col  vero,  chiainata  la  chiesa  del 
s. Sepolcro.  Non  passò  molto  tempo  dal 
compimento  delle  fabbriclie, quando  dal 
regno  di  IVegroponte,  fatalmente  soggio- 
galo da'  lurchi,  giunsero  a  Venezia  coi 
miseri  avanzi  delia  nobiltà  di  quel  pae- 
se, Beatrice  Venier  e  Polissena  Preina- 
rino  vedova,  le  (juali  prive  il'ogni  uma- 
no soccorso  furono  accolte  nel  ii^7S  nel- 
la parte  della  casa  destinata  a  povere  don- 
ne, ove  sanlamenle  vivendo  disposero  i 
piiucipii  del  nobile  monastero  in  cui  pò- 


loa  V  E  N 

scia  si  conveitì.  Impeiocciiè  l'avvenenfe 
Beutiiceera  foggila  per  conseivaie  la  sua 
integrità  e  si  proponeva  morire  di  faine 
piultoslo  d'  esser  vittima  della  brutalità 
de' turchi.  Le  apparve  la  D.  Vergine,  la 
Assicurò  di  sua  protezione,  le  ingiunse 
portarsi  a  Venezia  a  fondare  un  mona- 
stero, e  ne  agevolò  il  viaggio  in  modi  por- 
tentosi. La  sua  virlìie  quella  di  Polissena 
fattasi  palese,  si  unì  con  esse  per  servire 
a  Dio  la  nobile  vergine  Orsola  Usnago,  e 
il  simile  fece  Maria  Canal  matrona  d'  e- 
simia  pietà.  Gli  esempi  che  dierono, 
mossero  6  nobili  donzelle  ad  aggregarsi 
con  esse,  e  questi  furono  i  principii  del 
monastero.  Allora  Beatrice  manifestata 
la  celeste  visione,  che  andava  verifican- 
dosi, colle  compagne  risolse  consagrarsi 
0  Dio  professando  la  i  egola  del  3. "ordi- 
ne di  s.  Francesco,  Tutto  raccontato  a* 
commissarii  de'pii  istituti  della  Vioui, 
considerando  questi  che  per  le  dilatate 
conquiste  de' turchi  non  più  giungevano 
a  Venezia  pellegrini  per  portarsi  a  Ge- 
rusalemme, crederono  perfezionare  l'in- 
tenzioni della  testatrice  concedendo  nel 
1493  alla  Premarino  e  sue  compagne 
r  ospedale  da  ridursi  a  monastero  di 
Francescane  del  3."  ordine,  a  condizio- 
ne di  lasciarne  porzione  a  ricovero  delle 
povere  pellegrine.  Stabilita  la  fondazio- 
ne, nel  cominciar  Beatrice  le  necessarie 
fabbriche,  dilatò  1'  angusta  cappella  in 
forma  di  chiesa,  e  per  divina  ispirazione 
la  figurò  a  somiglianza  del  s.  Sepolcro 
che  venerasi  in  Gerusalemme.  Indi  invo- 
cò all'  istituto  l'approvazione  d'Alessan- 
dro VI,  che  la  concesse  nel  1499  sotto 
la  direzione  de' minori  osservanti  di  s. 
Francesco  della  Vigna.  1  frati  poi  ricu- 
sandosi, gli  ottennero  tuttavia  dal  Papa 
il  rimanente  della  casa  destinata  alle  pel- 
legrine, ma  doverono  continuare  nell'as- 
sistenza sino  al  1546,  in  cui  Paolo  III 
sottopose  le  monache  al  nunzio  apostoli- 
co residente  in  Venezia,  finché  Clemen- 
te Vili  nel  1594  l'assoggettò  al  patriar- 
ca. Le  religiose  dopo  aver  sostenuto  lite 


V  EN 

col  pievano  di  s.  Gio.  in  Bragora,  pe'  pre- 
giudizi derivatigli  dalla  fondazione  del 
monastero,  furono  consolatedall' arrivo 
prodigioso  d'  una  cassa,  con  entro  il  si- 
midacro  di  legno  del  Salvatore  morto  e 
schiodato  dalla  croce,  che  collocarono 
sull'  altare  della  cappella  del  s.  Sepolcro. 
Ma  altrimenti  avendo  disposto  la  divina 
Provvidenza,  per  ben  tre  volte  lo  trova- 
rono nel  Sepolcro  stesso  situato  nell'  in- 
feriore partedella  cappella,  ove  lo  lascia- 
rono. Si  osservò  da  quel  tempo  in  poi, 
che  le  acque  salse,  le  quali  a  seconda  de' 
venti  alcune  volte  stranamente  gonfian- 
dosi allagano  le  strade  di  Venezia,  e  si 
introducono  sino  nelle  case,  che  arrivata 
al  limitare  del  sagro  luogo,  quasiché  ne 
rispettassero  la  santità,  sì  fermavano,  né 
più  osavano  ollrepassarlo.NeU'altare  mag- 
giore vi  fu  riposto  il  corpo  di  s.  Aureli  a 
martire,  e  molte  ossa  di  ss.  Martiri  pro- 
venienti da  Roma.  Altre  reliquie  vene- 
rate in  questa  chiesa  erano  quelle  di  s. 
Ilarioneabbafe,dis.  Stefano  vescovo  d'An- 
tiochia, di  s.  Mercurio,  di  s.  Melitene  mar- 
tiri ;  la  più  insigne  essendo  quella  di  s. 
Andrea  Damasceno  arcivescovo  di  Caa- 
dia.  La  chiesa  fu  consagrata  nell'anno 
i582  da  Ambrogio  Capizzi  arcivescovo 
d' Autivari,  primate  di  Servia.  Dopo  la 
morte  di  Beatrice,  onorata  del  titolo  di 
beata,  resse  il  monastero  la  b.  Chiara  Bu- 
gni veneziana, vergine  estatica, favorita  da 
Dio  con  più  doni,  della  cui  mirabile  vita 
il  Corner  ne  die'il  compendio.  Le  france- 
scane doverono  abbandonare  nella  sop- 
pressione il  chiostro,  che  fu  ridotto  a  ca- 
serma militare;  il  prodigioso  simulacro 
del  Crocefisso  fu  trasportatoalla  pubblica 
venerazione  nella  chiesa  di  s.  Canziano, 
e  la  chiesa  del  s.  Sepolcro  venne  demo- 
lita. 

5S.  Francescane  di  s.  Maria  Mag- 
giore, Trasse  la  sua  prima  origine  da  un 
angusto  romitaggio  contiguo  alla  chiesa 
di  s.  Agnese,  nel  sestiere  di  Dorsoduro,  ia 
cui  viveauo  solitarie  alcune  di  vote  donne 
recluse,  o  romite  0  pizzochere.   Tanto 


V  E  N  YEN                   2o'3 
credito  s'acquistarono  c<jlla  santità  e  l'au-  glio  (H  un  amico,  la  collocava,  nel  iSSyi 
sttMÌtù  liti  vivere,  die  il  pievano  e  i  p;ii*  condegnamente  nel  primo  altare  a  de- 
rocchiaui  si  delerminarono  consegnarlo-  tira,  entrando,  nella  chiesa   de'ss.   Cer- 
ro in  custodia  la  chiesa  di  «.Agnese  per  in-  vasio  e  Protasio,  vulgo  s.  Travaso,  Era 
cremento  del  divin  culto,  enei  1 4^3  la  rinomala  la  chiesa  di  s.  Maria  Maggiore 
signoria  permise  a  Paola  e  EuslacliiaCen-  per  le  magnifiche  opere  di  pittura  che 
tiitii,  Lodovica  Usuago  e  altre  recluse  di  lutto  ali'inlorno,  e  nel  mezzo  ancora  sul- 
riceverla  e  di  edificarvi  contiguo  un  mona-  le  colonne  sorreggenti  le  3  navate  si  ain- 
stero  <li  Fi-ancescane  j  fondazione   già  n»ii<ivano,  laondesi  teneva  per  una  coia- 
nel  1433  prenunziata  da  celesti  prodigi,  plela  galleria  d'autori  della  scuola  vene- 
l'er  allora  non  ebbe    luogo,  ma  in  sito  la;  le  qualì,cume({uelled'allre  chiese,an- 
più  remolo  l'edelluò  Caterina,  altra  ere-  daronodisperse,  parte  in  altri  luoghi  pub- 
ntita  di  s.  Agnese,  nel  sito  più  precisa-  blici  e  chiese  della  città,  parte  furono  tra- 
inente  indicato  da   tali  predizioni,  dello  sportale  all'  estero.   Questo  esemplare  e 
Arzeri  novi  a  s.  Aiitlrea, nello  slesso  seslie-  numeroso   monastero  soggiacque  all' iu- 
re, col  permesso  di  fabbricare  monastero  felice  sorte  di  tanti  altri.  Le  monache  pri- 
e  chieselta,  in  onore  ili. "di  s.  Maria  Mag-  nia    hu'ono   nel    i8o5    concentrate  con 
giure  e  la  2.*  di  s.  Vincenzo,  dato  dal  se-  quelle  di  s.  Croce,  dell'ordine  loro,   poi 
nato  nel  i497'  Tosto  si  formò  un  angu-  soppresse  nel  1  8io.  Il  monastero  nel  1806 
slo  chiostro  di  tavole  con  ristretto  oralo-  fu  consegnalo  per  caserma  a' iiìilitari,  e 
rio.  Un  buon  uomo  vicino  di  nome  Ago-  parie    bruciò  nel    1817.    La  chiesa   per 
slino  con  solenne  processione  vi  fece  por-  qualche  anno  si  continuò  ad   uHìziare,   e 
lare  un'  immagine  antica  greca  della  C.  poi  profanata  fu  data  all'  amminislrazio- 
Vergine,  che  tenendola  negletta  in  casa  a  ne  de'  tabacchi,  e  se  ne  serve  per  maguz- 
ciò  fu  invitato  da  voce  miracolosa.  Que-  zino  della  non  lontana  fabbrica  de'  me- 
sto prodigio  commosse   il    patrizio  Luigi  desimi,  conservando  la   sua   forma.    Ne 
]\Iiili[)iero  a  sosliluire   all'  oratorio   nel  parla  a  lungo   il   cav.   Cicogna  nella  più 
i,jo3  un  maestoso   tempio  sul    modello  volle  accennata  sua  opera,  t.  3. 
della  basilica  Liberiana  di  s.  Maria  Mag-  5Q>.  Agostiniane  di  s.  Giuseppe,  yoì- 
giore  di   Roma,  onde  conumemenle  fu  gannente  óa/zi'/ie/jyoo.  Desiderosi  i  vene- 
detta    s.  Maria  Maggiore,  consagrala  ziani  d'aver  nella  loro  città   una  chiesa 
a'  22  febbraio,  non  conoscendosi   l'  anno,  dedicata  al  purissimo  sposo  di  Maria  Ver- 
Aiiche  il  monastero  fu  ampliato  con  au-  gine  s.  Giuseppe,  ne  implorarono  dal  se- 
lorilà  d'Alessandro  VI  nel   i5o3  slesso,  nato  il  permesso  e  il  concorso,  onde  a'a^ 
Le  monache  vissero  mollo  tempo  sotto  la  giugno  i5i2  ottennero  nel    sestiere   di 
direzione  de' frali  minori,  finché  furono  Castello  1' erezione  della  chiesa,  e  d' un 
soggettate  alla  giurisdizione  del  patriarca  monastero  di  monache,  pel  cui  manteni- 
uel  1094  da  Clemente  Vili.  L'  immagi-  mento  furono  assegnati  beni  devoluti  al 
ne  della  13.  Vergine  è  fra  quelle  del  libro  fisco  producenti  4oo  ducali  d'annua  ren- 
'n\ù\.o\a\.o:  rcnezia  favorita  da  Maria,  dita.  Pertanto  dal  monastero  di  s.  Giù- 
Relazione  dell'  Immagini   miracolose  seppe  di  Verona,  celebre  per  l'osservanza, 
di  Maria  conservate  in  Fenezia,  Pado-  furono  condotte  a  Venezia  due  monache 
va  1 758  jesoppiesso  il  monastero  echiu-  Agostiniane,  Monaca  corista  e  Antonia 
sa  la  chiesa,  venne  raccolta   e  custodita  conversa,  che  il  patriarca  Antonio  Conta- 
dalia  in  allora  abbadessa.  Morta  questa,  rini  autorizzò  a  procederealla  fondazione 
e  passata  in  proprietà  dell'oltimo  sacer-  sotto  1'  ubbidienza  de'  patriarchi  di  Ve- 
dute d.  GiuseppeSolesin,  eccitalo  da  de-  nezia.  Istituita  poi  nel  idi 2  peri.' priora 
vozione  verso  la  grau  Madre,  per  consi-  suor  Monaca,  il  prelato  le  permise  rice- 


2oi  VEW 

vere  all'  ubilo  .igosliniano  tulle  quelle 
\ergiiii  clic  lo  hriimasseio.  Queste  con- 
cessioni furono  conferipale  liu  Leone  X 
Del  1  5 1 6,  dicendo  partecipe  il  nuovo  mo- 
riiislero  dell'indulgenze  e  grazie  accorda- 
le da'  Papi  all'  ordine  di  s.  Agostino.  In- 
tli  nel  1 5  1 9  concesse  particolari  ijididgen- 
ze  a  quelli  clic  visitata  la  chiesa  nella  festa 
di  s.  Giuseppe,  avessero  dato  sussiilii  pel 
compimento  de'religiosi  edilizi.  Essendo 
peròi  tempi  diliiciii  per  asprissirna  guerra, 
ad  agevolare  il  proseguimento  delle  fab- 
briche e  al  neces>ario  pel  sostentamento 
delle  religiose,  a'24  febbraio  i  53o  si  uni- 
ronoaUpianti  tli»oli  cittadini  e  mercanti, 
e  con  permesso  del  consiglio  de' Dieci  e- 
l■es^ero  nella  nascente  chiesa  una  confra- 
ternita col  fine  ili  raccogliere  lirnosine  ed 
erogarle  a' detti  bisogni.  Benedisse  Dio  il 
7elo  loro,  e  in  breve  la  chiesa  fu  ridotta  a 
perfezione,  la  di  cui  cappella  maggiore  fu 
fretta  a  spe^e  di  Girolamo  Giimani,  e  ne 

consagiò  poi  r  altare  a' 24  S''^'S"*'  i643 
Costantino  de  Fiossi  vescovo  di  Veglia. 
Si  disposero  negli  altari  molte  ss.  Reli- 
quie, cioè  i  corpi  de'  ss.  Pietro  e  Clau- 
dio martiri,  trovati  nel  cimitero  di  s.  Ca- 
listo di  Roma,  una  costa  e  un  piede  di 
s.  Policarpo  vescovo  di  Smirne  e  marti- 
re, una  gamba  di  s.  Anastasia  martire, 
un  osso  di  s.  Marcellino  Papa  e  martire, 
tli  s.  Sergio  e  di  s.  Menna  martiri.  In 
aiuto  delle  scarse  rendile  del  monastero, 
nel  1,534,  Clemente  VII  unì  la  chiesa 
parrocchiale  di  s.  Giuliana  di  Villa  Con- 
ti nella  diocesi  di  Vicenza,  la  cui  bolla 
Paolo  111  confermò  e  pubblicò  nell'istes- 
so  anno.  Le  agostiniane  continuarono  a 
soggiornarvi,  iinchè  soppresse  nel  18 io, 
SI  loro  furono  sostituite  1'  odierne  Sale- 
siane, quivi  fuggite  dalla  deplorabile  ri- 
voluzione di  Francia,  anteriormente  au- 
torizzate a  stabilirsi  in  Venezia  colle  so- 
vrane risoluzioni  22  aprile  e  io  luglio 
1801,  le  quali,  olire  le  greche,  sono  le 
sole  religiose  che  non  furono  compre- 
se, come  educatrici,  nella  generale  sop- 
presMuue,  uienlre  anzi   vennero  confer- 


V  Ei\ 

mHle  coti' altra  risoluzione  sovrana  dei 
la  gennaio  iBaS.  11  collegio  d'istruzio- 
ne ed  educazione  delle  fanciulle  è  fìo- 
renlissimo.  Olire  il  direttore  spiritua- 
le e  superiore,  il  confessore,  il  cappella- 
no, il  mansionario,  si  compone  la  comu- 
nità delle  monache  salesiane,  della  su- 
periora, della  vicaria,  di  3j  coriste  pro- 
fesse, di  12  sorelle  professe  converse,  e 
di  due  pi  obande.  Nella  chiesa  trovasi  nel 
nel  i,°  altare  il  s.  Michele  con  un  di  volo, 
ritrailo  a  meraviglia,  ed  è  di  J.  Tinto- 
retto.  iVella  cappella  maggiore  è  di  Pao- 
lo Veronese  la  Nascita  di  Gesù  :  dipinto 
concepito  con  nobiltà  e  condotto  con  gra-  1 
zia.  Ivi  a  destra  è  lavoro  gentile  del  f 
Vittoria  il  deposilo  del  benefittore  Gi- 
rolamo Grimani.  All'  altra  il  magnifico 
deposito  al  doge  Marino  Grimani  e  alla 
moglie  di  lui,  si  archileliò  dallo  Sca- 
mozzi,  non  però  con  purezza  di  siile,  e  si 
ornò  di  sculture  e  getti  dal  Campagna 
(  il  Dizionario  geografico  stampalo  in 
Venezia  dice  invece,  che  questa  chiesa 
contiene  due  mausolei  della  famiglia 
Grimani,  scolpiti  uno  dal  Vittoria,  1' al- 
tro dallo  Scamozzi,  sic,  adornalo  di  bron- 
zi, statue  e  altre  sculture  per  opera  di 
G.  Campagna  ).  Neil'  ultimo  altare  Mi- 
chele Parrasio,  con  disegno  di  Paolo, 
colorì  lodevolmente  la  Pietà  e  sé  stesso. 

Sy.  CarnieUlani  Calzali  dell'  antica 
osservanza  della  congregazione  di  Man- 
tova,  di  s.  Angelo  della  Gindeeca^  e  Be- 
nedettine dell'  isola  di  Concordia  o 
Contorta,  ora  s.  An^^elo  della  Polvere, 
e  s.  Maria  del  Carmelo  e  s.  Angelo  di 
Concordia.  F.  §  XVI II,  n.  27. 

58.  Teatini  di  s.  Nicola  da  Tolenti- 
no, voigartuenle  /  Tolentini.  Avea  in  Ro- 
ma fondato  neh  524  l'ordine  i.\e  Chieri- 
ci Regolari,  il  glorioso  vicenlino  e  mio 
patrono  s.  Gaetano,  di  cui  porlo  inde- 
gnamente il  gran  nome,  impostomi  nel  • 
Faticano  (F.)  ,  ove  fece  il  santo  la  so- 
lenne professione  sul  Sepolcro  di  s.  Pie- 
tro ;  avuto  a  1°  compagno  quel  Gio- 
vanni Pietro  Carafa  vescovo  di  Chieli  (di 


riii  meglio  a  Vasto),  per  cui  i  religiosi 
1(11  Olio  clenoiiiinati  Teatini  (F.)  o  Chic- 
tini,  poi  magnnnimo  Paolo  IV,  e  già  per 
la  faiua  della  santilà  dell'istituto  andava 
annif  iitandosi  mirabilmentejallorchè  nel- 
l'orribile e  crudelissimo  saccheggio  di  Ro- 
ma del  iSay,  ambedue  pnlirono  empi 
oltraggi  e  tormenti,  e  quindi  risolveiono 
recarsi  in  Venezia,  imbarcandosi  ad  0>tia 
nelle  navi  venelecomatidaie  dal  capitano 
i\ gustino  da  RIula,  in  compagnia  di  Do- 
menico Venier  già  ambasciatore  della  re- 
pubblica presso  Clemente  VII; ed  «Tppio- 
dati  a  Venezia,  ove  gli  avea  preceduti  la 
fama  di  s.  Gaetano,  per  1'  imnifuso  bene 
operatovi,  che  desciissi  nel  citato  artico- 
lo, furono  accolti  con  tutte  le  dmiostra- 
zioni  di  contento,  di  all'etto,  di  venerazio- 
ne. Il  r. "alloggio  loro  fu  nell'ospedale  de- 
gl'Incurabili, fondato  dallo  stesso  s.  Gae- 
tano, ove  fermatisi  pochi  giorni,  passa- 
rono poi  ad  abitar  una  casa  non  lungi  dal- 
la chiesa  di  s.Eufemia  nell'isola  dellaGiu- 
decca,  e  subito  cominciarono  le  loro  apo- 
stoliche fatiche.  Anche  qui  celebro  Vene- 
lia,  che  divide  con  Roma  il  vanto  d'es- 
sere stata  la  culla  del  benemerito  ordine 
fondalo  dai  patriarca  de'chierici  regola- 
ri. Era  allora  preposilo  il  p.  Carafa,  che 
pel  credito  acquistatosi  con  ogni  ordi- 
ne di  persone,  il  senato  lo  destinò  com- 
ntissario  e  aibitro,  insieme  col  nunzio  a- 
poslolico  e  coll'arcivescovo  di  Salerno,  a 
decidere  e  comporre  alcune  controversie 
ini^orle  fra  la  repubblica  e  F'erdinando 
arciduca  d'Austria.  Frattanto  riuscendo 
incomoda  alla  formata  famiglia  regolare 
l'abitazione  nella  memorata  isola,  sì  per 
la  (pialità  del  sito  separato  dalla  città  e 
SI  per  non  aver  chiesa  a  disposizione  de' 
religiosi, passarono  questi  nell'agosto  dello 
stesso  i527  ad  abitare  nelTabbazia  di  s. 
Gregorio,  ove  per  avere  il  p.  Carafa  ter- 
minato il  triennio  di  sua  prepositura,  gli 
successe  nella  carica  s.  Gaetano,  a'  1 4  del 
seguente  settembre.  Neppure  in  questo 
luogo  i  chieiici  regolari  si  feroìarono 
lungamente;  poiché  passali  appena  po- 


V  E  N  2oT 

chi  mesij  avendo  ottenuta  da'  divoli  ag- 
gregati ad  una  compagnia  di  s.  Nicola  d;» 
Tolentino  il  loro  oratorio  posto  nel  se- 
stieie  di  s.  Croce,  nella  parrocchia  di  s. 
Pantaleone,  ivi  pi eso  possesso  a'^c)  no- 
vembre e  fermata  la  loro  dimora,  riuscì 
doppiamente  felice  per  l'ordine,  e  per  lo 
stabdimentodi  sua  sede  in  Venezia, e  per 
l'acquisto  del  veneto  illustre  b.  Giovanni 
IVlarinoni,  che  dalle  mani  di  s.  (iaetauo 
ricevette  nel  dicembre  l'abito  de'chierici 
regolari.  Innanzi  di  progredire,  conviene 
dire  dell'origine  dell'oratorio,  da  cui  pre- 
se denominazione  la  celebre  e  magnifica 
chieda  e  d  luogo  slesso  dello  ancor  vol- 
garmente i  Tolentini,  anzi  i  teatini  fu- 
rono appellati  in  Venezia  anche  Tolcn- 
tmi.  Nella  chiesa  di  s.  Stefano deglieremi- 
ti  agostiniani  istituironoalcuni  divoli  una 
congregazione,  e  riJucendosi  sotto  i  chio- 
stri del  monastero,  ov'era  un  altare  de- 
dicato B  s.  Nicola  da  Tolentino  (f^.)  a- 
gostiniano,  ivi  piamente  si  esercitavano 
in  orazioni  e  altre  divote  opere  sotto  la 
direzionedi  que'religiosi.  Insorte  poi  con 
essi  alcune  contese,  nel  1490  determina- 
rono di  portarsi  altrove.  1  confratelli,  eoa 
Jimosine  da  loro  adunale,  acquietarono 
nelt49t^  per  4^0  ducati  un  terreno,  ove 
poi  nel  i5o 5 eressero  l'oratoriosoltol  in- 
vocazione del  loro  antico  protettore.  Do- 
po pochi  anni,  il  pievano  ed  i  capitolari 
di  s.  Pantaleone,  gelosi  dei  concorso  di 
popolo  che  nella  festa  di  s.  Nicola  da  To- 
lentino e  in  altre  solennità  frequentava 
r  oratorio,  gli  mossero  litigi,  tosto  però 
cessali  per  l'interposizione  di  comuni  a- 
niici.  I  cc-nfralelli  dunque  dell'oratorio, 
ammirando  la  pietà  di  s.  Gaetano  e  de' 
suoi  esemplarissimi  figli,  tutti  allenti  al 
servizio  divino  ed  alla  santificazione  del 
prossimo,  e  vedendoli  privi  di  sede  sta- 
bile andare  raminghi, .olhirono  loro  l'o- 
ratorio ,  nel  quale  operando  essi  i  mini- 
steri dell'  istituto,  riuscissero  utili  pure 
a'  confratelli,  dirigendone  le  coscienze  e 
promuovendone  la  divozione.  Ciò  si  ef- 
felino  nell'auno  iSag,  ed  ivi  fu  poi  edi- 


7or>  V  E  N 

ficaia  la  chiesa  e  la  rasn  con  maj^gìnre 
ampiezza.  Conoscendo  Clemente  VII  il 
merito  della  dotliina  e  pietà  della  nuo»a 
congiegazione,neirannostessocomn>isea 
s.Gaelano  eal  p.  Carafadi  conlribiiiie  al- 
la già  decretala  riFurina  del  Breviario;  e 
poco  dopo  loro  ingiunse  d'  indagare  la 
condotta  e  il  dogma  de' greci  abitanti  in 
Venezia,  ttotandone  gl'inconvenienti  e 
proponendo  gli  opportuni  rimedi.  Li  de- 
stinò ancora,  nel  Hnir  dell'anno,  alla  ri- 
l'orma  della  congregazione  degli  Eremiti 
Daln)alini,  che  istituita  da  Giacomo  Pa- 
\one  circa  il  1 524,  appena  morto  tal  fun- 
tlalore  era  decaduta  dall'osservanza  del- 
l'isliluto.  Questi  furono  gl'illustri  prin- 
cipii  della  casa  de'cliierici  regolari  in  Ve- 
Dezia,  la  qufde  può  gloriarsi  d'esser  la 
I.'  che  stabilmente  possedette  l'ordine, 
e  perchè  da  essa  sortirono  uomini  spet- 
tabilissimi per  santità,  per  dottrina,  e  per 
cariche  ecclesiaslii;lie  lodevolmente  so- 
stenute. Kè  conienti  di  quell'aiuto  spiri- 
tuale, che  nel  loro  recinto  prestavano  i 
buoni  religiosi  a'ioro  prossimi,  procuia- 
lono  eziandio  di  promuoverlo  in  altri 
luoghi.  Onde  coli' esortazioni  infervora- 
rono la  divozione  de'veneti  ad  impiegar- 
si per  la  rinnovaziotie  dell'  ospedale  de- 
stinato alla  medicatura  degl'  incurabili, 
sciagurate  vittime  d'impudiche  passioni, 
e  per  l'erezione  del  monastero  per  racco- 
gliere le  peccatrici  convertite.  Avendo[)OÌ 
colle  oblazioni  de' fedeli  acquistalo  sito 
bastante  e  per  la  riimovazione  della  chie- 
sa e  per  la  fabbrica  della  casa,  diedero  i 
primi  pensieri  al  più  sagro  degli  edifizi, 
di  cui  nel  i5f)i  pose  la  i."  pietra  bene- 
delta  ne'fondamenli  il  patriarca  cardinal 
Friuli.  Siccome  il  lavoro  fu  egualmente 
sollecito  e  magoilìco,  potè  il  patriarca  Za- 
ne a'20  ottobre  1602  solennemente  con- 
sagrare  il  tempio  col  titolo  di  s.  Nicola 
da  Tolentino.  Ad  accrescerne  il  decoro 
ivi  si  collocarono  in  diversi  tempi,  il  cor- 
po di  s.  Marcelliano  e  la  testa  di  s.  Ger- 
n)ana  martiri,  provenienti  da'roraani  ci- 
Doileri,  una  costa  dì  s.  Andrea  Avellino, 


V  E  N 

una  delle  tante  glorie  teatine  ,  ed  altre 
reliquie  di  santi.  Il  Corner  celebra  il  de- 
coro di  questa  chiesa  per  la  u)aestà  de* 
suoi  altari,  per  l'esterno  prospetto  di  mar- 
mo, pe*  suoi  ricchi  ornamenti,  e  molto 
più  per  l'esemplare  pietà  de'chierici  re- 
golari che  a  suo  tea)po  l'ulliziavano;  dif- 
fondenflosi  nel  raccontare  le  luminose  a- 
zioni  del  b.  Giovanni  Marinoni,  splendo- 
re di  Venezia  ove  nacque  ,  e  de'lealiiii, 
in  cui  santamente  visse  e  felicemente  mo- 
rì, dopo  aver  ricusato  l'arcivescovato  di 
Napoli,  olTerlogli  da  Paolo  IV,  con  voto 
difeso  e  propagalo  il  mistero  deirioima- 
colala  Concezione,  secondo  lo  spirilo  del- 
l'ordine suo  verso  di  esso  ,  ora  dellniio 
per  dogma.  I  teatini  abitarono  la  casa  si- 
no all'  infausta  soppressione  di  tutti  i  re- 
golari, e  poscia  fu  ridotta  a  casernia  mi- 
litare, come  lo  è  al  presente.  La  chiesa 
con  decreto  patriarcale  de'  24  ottobre 
1810  venne  dichiarata  parrocchia,  della 
decania  di  s.  Silvestro,  con  23 1  3  anime 
ne'sestieri  di  s,  Croce  e  di  Dorsoiluro;  ed 
ha  per  succursale  la  chiesa  di  s.  Andrea 
descritta  nel  n.  Sy.  Per  1' architellura  e 
per  la  copia  dell'opere  di  pittura  e  scul- 
tura di  molto  pregio,  che  l'  adornano,  è 
una  delle  più  insigni  di  V^enezia;  perciò 
compresa  nell'opera  ,  Le  Faì>ì>riclie  di 
leiìczia,  con  3  tavole  illustrate  dal  Die- 
do,  ed  aggiunta  del  Zanolto.  La  riputa- 
zione meritamente  guadagnatasi  coll'ope- 
re  dal  vicentino  Scamozzi,  condusse  l'or- 
dine fondato  dal  suo  concittadino  a  ser- 
virsi di  sì  valente  architetto  per  innalza- 
re con  nobile  e  maestosa  eleganza,  sì  in 
Venezia  che  in  Padova,  la  loro  chiesa  e 
casa.  Lo  Scamozzi  premorì  al  compimen- 
to della  chiesa  di  Venezia,  non  avendo  ve- 
duto a  fondarne  che  un  sol  pilone;  ciò  for- 
se produsse  qualche  difetto ,  che  i  critici 
rimarcarono  nel  bellissimo  tempio;  e  se 
non  fosse  caricato  d'ornamenti  in  islucco 
di  siile  barocco,  si  presenterebbe  in  più 
gradevole  aspello.  La  pregiudicarono  i 
cambiamenti  introdottivi  da  chi  piesie* 
de  l'opera.  Questa  chiesa  presenta  una 


V  EN 

sola  navata  o  croce  Ialino  col  coro  die- 
tro olla  cappella  principale,  e  di  fianco  al 
maggior  aliare  le  sagrestie  ed  allri  luo- 
ghi. Sulle  tesiate  del  traverso  della  croce 
vi  dovevano  essere  due  tribune  rotonde, 
e  sopra  il  centro  di  essa  croce  doveva  e- 
levarsi  maesto'^a  cupola,  la  cui  sommità 
avrebbe  arricchito  di  luce  quella  parte 
del  (empio.  11  rimanente  della  navata  fino 
alla  porta  principale  è  compartito  in  3 
cappelle,  d'ambo  i  lati.  L'elevazione  in- 
terna consiste  in  un  bell'ordine  corintio, 
sul  cui  sopì aoi nato  muove  una  »ólta  ili 
pieno  centro  che  soperchia  nobilmente 
tutta  la  chiesa.  Meritano  lode  gli  altari. 
Lo  Scamozzi  avea  pur  dato  il  disegno 
della  facciata  ,  clie  non  fu  eseguita.  La 
loggia  e  la  scalea  che  si  vede  fu  condotta 
con  disegno  del  Tirali,  fiorilo  nel  secolo 
passato  con  distinzione,  né  fa  torlo  all'o- 
pera scamozziana.  La  2.'  cappella,  della 
famiglia  Pisani, è  tutta  opera  del  Procac- 
cino, con  falli  di  s.  Carlo  Borromeo.  La 
3.*  ha  una  buon'opera  <Iel  Peranda  con 
l'Adorazione de'Magi.  La  4-'  ha  altra  bel- 
l'opera, ch'è  del  Palma  giovine,  con  Ma- 
ria Vergine  in  gloria  e  5  Santi.  Appresso 
▼  i  ha  óoe  quadri  da  tenersi  in  prcgiuecu- 
stodia.  L'una  è  opera  bellissima  del  Fo- 
rabosco con  s.  Francesco  consolalo  dalla 
celeste  melodia;  l'ullro  con  s.  Girol.imo 
visitalo  da  un  Angelo,  è  o^era  del  Lysio- 
delissima,  ed  il  leone  ivi  efTigiiito  è  uno 
«le'più  belli  espressi  in  pittura.  Kel  coio 
l'Annunziata  è  buon  lavoro  del  Giorda- 
no, li  deposilo  del  patriarca  Morosini  è 
del  Parodi,  che  vi  mantenne  i  difetti  del- 
l'arte  del  suo  tempo,  con  valore  di  scar- 
pello. Nella  sagrestia  Ìl  Deposto  di  Croce, 
con  un  divolo,  è  opeia  bellissin.a  e  fie- 
schissima  del  miglior  tempo  e  di  gran  ca- 
rattere. Qui  vi  sono  pure  due  copie;  l'u- 
na del  Miracolo  di  s.  Marco  per  lo  Schia- 
vo, traila  da  J.  Tinloretlo,  l'altra  della 
Madonna  della  Seggiola  cavata  da  Raf- 
faele. All'altra  parte  della  chiesa,  anziché 
si  arrivi  ali."  altare,  il  quadro  con  Maria 
Vergine  e  un  s.  Vescovo,  è  bell'opera  di 


V  E  N  207 

L.  Bassano.  Sull'  aliare  è  bel  lavoro  del 
Peranda  il  s.  Gaetano  fia  le  Virtù.  So- 
pra il  pulpito  il  quadretto  con  s.  Antonio 
è  del  Prete  genovese.  Nella  vicina  cap- 
pella è  buon  dipinto  del  Procaccino  il 
Martirio  di  s.  Cecilia.  Il  sofTilto  a  fresco 
è  del  Zompini.  A  questa  brevità,  qual  se- 
guace della  Guida  del  Meschini  del  1828 
(compendio  dell'altra  sua  del  181  5,  come 
più  confacente  alla  condizione  di  mia  o- 
pera  :  altra  più  ampia  e  pregevole  pub- 
blicò nel  1840),  può  sup[)lire  il  Zanollo 
lodato.  Egli  ragiona  pure  de' dipinti  del 
Bonifitcio,  del  Damini,  d' Alvise  dal  Fri- 
so, dell'esimio  moderno  Querena  e  d'al- 
tri; osservando  che  quelli  che  più  lavora- 
rono in  questo  tempio  ,  perchè  compilo 
nell'età  in  ctn  vivevano,  sono  Jacopo  Pal- 
ma jtmiore  e  Santo  Peranda,  ili. "aven- 
do 22  opere  qual  più  e  qual  meno  de- 
gne di  nota,  il  2.°  avendone  i  i  pure  di 
qualche  merito,  e  tutte  le  dichiara.  Lo- 
da il  magnifico  tabernacolo  scolpito  del- 
l'altare maggiore;  e  i  due  mausolei  falli 
erigere  nel  I  720  dal  dogeCornaro,ove  so- 
no cammei  con  ritraili,  e  un  bassorilie- 
vo figurante  la  libera  offerta  del  regno  di 
Cipro  falla  alla  repubblica  veneta  da  Ca- 
terina Corner  nel  i48q;  monumenti  di 
stile  manieralo,  e  più  pregevoli  per  la  co- 
pia de'maimieper  l'operosità,  di  {]uello 
sia  per  la  purezza  de'modi. 

5g.  Eremiti  Camaldolesi  di  s.  Cle- 
tììcnte  in  isola.  F.  §  XVIll,  n.  4- 

6o.Cappiiccinidelss.  Redentore.  Bo- 
naventura degli  Emmanueli  minore  os- 
servante veneto,  acceltoall'universalede* 
propri  concittadini  per  l'apostolica  sua  fa- 
condia e  soavilàdi  costumi,  eccitato  da  un 
in  ter  no  amore  alla  soliludi  ne,  verso  il  i53o 
escrtò  alcune  pie  mali  one  di  cui  ne  dirige- 
va la  coscienza,  a  fabbricargli  in  qualche 
remoto  luogo  della  cillà  un'angusta  casa  .i 
(orma  d'eremo,  onde  vivervi  con  alcuni 
compagni  in  penitenza.  Una  di  esse,  Fio- 
renza Corner  sorella  della  regina  di  Ci- 
pro e  moglie  di  Pietro  Trevisan,  ofFii 
considciabile  somma  e  impegnò  il  suo- 


7o8  V  E  N 

cero  procuratole  l^ielio  a  prolegneilo  e 
iinpelrarne  la  pontificia  auloii^zazioiie, 
come  fece.  Fiorenza  pnò  nella  sua  u- 
millà,  fece  conipariie  Teodo^ia  Scripia- 
iia,  a  tloniandai'e  a  Paolo  III,  secondo  il 
concesso  al  defunto  procnratore  Trevi- 
san,  il  poter  dare  ad  un  ordine  religioso 
il  convejilo  e  oratorio  fabbricati  sopra 
un  fonilo  proprio,  non  che  d'erigere  una 
ciiìesn  sotto  l'invocazione  degli  Angeli  e 
de'Santi.con  campanile  e  cimiterio. Tutto 
il  Papa  accordò  neh  535,  e  nel  i54o  ag- 
giunse la  facoltà  di  fabbricare  nell'  isola 
della  Giudecca  una  casa  solitaria  con 
chiesa  per  religiosi  eroaiiti.  Quesi'  id- 
time  ridotte  a  conipiinenlo,  con  per- 
messo del  senato  nel  i  54 1  si  conseguaro- 
no  al  lodalo  fr.  Bonaventtna  da  Vene- 
zia, minore  osservante  ed  eremita.  Giun- 
to in  Venezia  nell' istesso  anno  per  le 
prediche  quaresimali  fr.  Bernardino  O- 
chino  ministro  generale  del  nascente  or- 
dine de'minori  Cappucini,  fr.  Bonaven- 
tura rimasto  colpito  dalla  sua  eloquen- 
za, volle  donare  se  e  il  suo  convento  al 
tli  lui  ordine,  e  vi  accolse  i  cappuccini.  Ria 
essendosi  nel  i  542  «eso  l'Ochino  empia- 
mente apostata  dell'ordine  e  della  catto- 
lica religione,  fr.  Bonaventura  riassun- 
se I  abito  de'minori  osservanti, e  con  ec- 
cessivo zelo  castigando  in  tutti  la  colpa 
d'un  solo,  cacciò  dal  luogo  gl'innocen- 
li  ed  eseniplarissimi  cappuccini.  Questi 
si  ricovrarono  nella  casa  d'un  divoto  se- 
colare, finché  coir  aiuto  de' fedeli,  nel 
1 546  si  fabbricarono  un  piccolo  convento 
di  tavole  nella  stessa  isola  della  Giudecca, 
in  un  silo  abbietto  e  chiamalo  Monte  de' 
Corni  peliiferilo  al  n.  27  del  §  XVIU.  In- 
tanto Teodosia  creduta  fondatrice  di  s. 
Maria  degli  Angeli,  avea  in  piccola  p^rte 
contribuitoairerezionedella  chiesa  e  cou- 
•venlo;  con  permesso  di  Paolo  III  ne  fìib- 
bricò  altra  col  titolo  di  s.  Onofrio  e  de' 
ss.  Eremiti  e  Anacoreti,  con  piccola  casa 
per  uso  degli  eremiti;  e  poi  anche  una  3.' 
coll'invocazione  di  s.  Martino  vescovo  e 
di  lutle  le  ss.  Vergini  ;  i  quali  3  luoghi  nel 


V  E  N 

1  547  rinunT.iò  solenuemenle  a  favore 
della  vera  fondatrice  Fiorenza,  tulio  con- 
volidando  Paolo  111  pel  nunzio  di  Ve- 
nezia Giovanni  della  Casa,  e  poscia  il  se- 
nato domandò  al  generale  degli  osser- 
vanti ne'  luoghi  della  Giudecca  che  as- 
segnasse coutpagni  a  fr.  Bonavenlura. 
Mentre  si  disponeva  la  nuova  fitmiglia^ 
pel  solitario  fr.  Bonaventura,  i  due  Con- 
tigui convento  e  monastero  di  s.  Giaco- 
mo de'  servili  e  di  s.  Croce  deli'  agosli- 
riiane,  riputando  loro  pregiudizievole  ta- 
le religiosa  famiglia,  ne  ottennero  divie- 
to dal  senato,  con  ingiunziorie  a  fr.  Bo- 
naventura d'al)itarvi  con  due  compa- 
gni, e  dopo  la  sua  mortesi  dovessero  ab- 
battere (|uellt'abitazioni.  Allora  fr.  Bona- 
ventura, rientrato  in  se  stesso,  conobbe 
neli'av  venuto  un  castigo  divino  per  lin- 
discrelo  iin[)eto  col  quale  avea  espulso  i 
cappuccini  innocenti. Penlitodunqiie  del- 
l'operato, volle  restituir  loro  l'abitazioni; 
ma  i  cappuccini  dubitando  di  sua  inco- 
stanza le  ricusarono,  limitandosi  ad  assi- 
sterlo nel  male  che  l'affliggeva,  morendo 
nelle  loro  mani.  Temendo  Fiorenza  Tre- 
\isan  che  perciò  venissero  distrutte  le 
piccole  chiese  e  le  anguste  case  da  lei 
fabbricate  con  grave  dispendio,  eccitò  i 
cappuccini  a  domandar  al  senato  il  luo- 
go da  cui  erano  stali  ingiuslamente  allon- 
tanali, essendo  troppo  ristretto  cjuello  in 
cui  vivevano  e  troppo  esposto  a'  venli  ; 
i  quali  nel  i548  lo  resero  un  mucchio' 
di  rovine,  pendenti  le  loro  istanze,  on- 
de di  necessità  si  ritirarono  ne'  romitag- 
gi già  a  loro  concessi  da  fr.  Bonaventura. 
Questo  e  le  virtuose  qualità  de'cappucci- 
iii  giovarono  all'esaudimento,  onde  il  se- 
nato glieli  accordò  in  perpetuo.  Ivi  dimo- 
rando dierono  saggio  di  zelo  con  predi- 
che e  pratiche  religiose,  onde  la  vecchia 
chiesa  riuscendo  incapace  ad  accogliere 
la  frequenza  del  popolo,  nel  iSyG  pen- 
sarono d'ampliarla,  ma  furono  distralli 
dalla  so[)ravvenula  orribii  peste  che  de- 
solò la  città.  Vedendo  il  sen-ilo  in  [lochi 
giorui  periti  migliaia  diciiiadiui,  mielu- 


VEN 

le  vi  fé  preziose,  fi  a  cui  la  preziosissimn 
del  gran  Tiziano  Vecellio,  ormai  (emen- 
do per  se  e  dell'eslremo  eccidio  di  Ve- 
nezia, conosciuto  vano^ogni  umano  ri- 
medio, implorò  la  divina  misericordia, 
facendo  voto  d'  innalzare  un  magnifico 
tempio  in  onore  di  Gesù  Cristo  Reden- 
tore dell'nman  genere,  e  quindi  annual- 
mente col  doge  recarvisi  a  rinnovare  i 
rendimenti  di  grazie.  Propose  il  pro- 
curatore Tiepolo, a  decoro  della  città  e 
perntiiilù  della  studiosa  gioventù,  d'in- 
nalzarlo presso  s.  Vitale  e  consegnarlo  a* 
non  meno  esemplari  gesuiti, .a  vantag- 
gio dell'educazione  de'giovani.  Ma  consi- 
derando il  senatoreDonato,  poi  doge,  che 
per  l'erezione  del  collegio  e  scuole  trop- 
po tempo  occorrerebbe  all'adempimento 
del  voto,  consigliò  esser  più  agevole  fon- 
da rio  in  ampio  sito  nell'isola  dellaGiudep- 
ca,e  affidarlo  a'poveri  cappuccini  con  mi- 
nore dispendio.  Questa  opinione  prevalse 
a'i8  settembre  iSyG,  onde  furono  pre- 
posti alla  fiibbrica  Agostino  Barbarigo  e 
Antonio  Bragadino,  ne'  cui  fondamenti 
il  patriarca  Trevisan  a'3  maggio  iSyy 
pose  solennemente  la  prima  pietra  be- 
nedetta, e  la  medaglia  esibita  in  disegno 
dal  Corner,  ove  vedo  espressa  l'Adora- 
lione  de'Magi  coll'anno  1576,6  nel  rove- 
scio il  prospetto  e  un  fianco  del  tempio,col- 
\'e[>')^iii^t:Redemplori  Votum.MDLXXvi. 
Appena  cessalo  il  flagello,  il  senato  rico- 
noscente, religioso  e  munìfico  degnamen- 
te si  volse  a  sciogliere  il  volo,  commet- 
tendo l'eiezione  tiella  fabbrica  al  più 
famigerato  aicliiteltoj  e  con  allogare  a' 
viventi  luminari  dell'arte  pittorica  Pao- 
lo Veronese,  Jacopo  Tinloretto,  P'rance- 
sco  Bassano  e  altri,  di  colorire  le  tavo- 
le  degli  allori.  Innalzavasi  la  magnifi- 
ca chiesa  per  consegnarla  a'  cappucci- 
ni, quando  questi  compresi  da  timore 
che  tanta  sontuosità  troppo  disconve- 
nisse alla  loro  rigida  povertà,  ricusaro- 
no d'accettarla  se  Gregorio  XIII  non  l'a- 
vesse permesso,  il  quale  tosto  lo  con- 
cesse. Ridotta  a  suo  compimento  nell'in- 
voL.  xcr. 


VEN  209 

lerna  struttura,  nella  facciala  marmorea, 
negli  abbellimenti  con  pitture  do'  più 
celebri  autori,  e  statue  di  bronzo,  a'27 
sellembre  iSc^i  la  consagrò  il  patriarca 
Priuli.  Subilo  nel  chiostro  fiorirono  in 
santità  e  dottrina  illustri  religiosi ,  fra* 
quali  il  Corner  celebra  quel  mirabile  que- 
stuante, vittima  di  puiilà,  il  patriarca 
Correr,  Giustiniani  vescovo  di  Chioggia 
e  poi  di  Treviso,  Bragadino  vescovo  di 
Scardona  e  poi  di  Chioggia.  1  cappuccini 
ullìziarono  la  chiesa  sino  al  18 10,  in  cui 
neppur  essi  furono  risparmiati  nella  ge- 
nerale soppressione,  ed  allora  pel  decre- 
to de' 12  aprile  la  chiesa  venne  destina- 
ta a  parrocchiale  della  Giudecca  in  luogo 
di  s.  Eufemia.  Dipoi  restituiti  il  conven- 
to e  la  chiesa  a'cappuccini,  con  sovrana 
risoluzione  deirS  giugno  1822,  ritornò 
a  s.  Eufemia  l'anlichissima  sua  parroc- 
chialità. Nel  convento,  compresi  i  supe- 
riori, vi  dimorano  63  cappuccini.  Questo 
tempio  dagl'  intelligenti  è  considerato  il 
più  magnifico,  bello  e  corretto  edilizio 
che  l'arte  risorta  vanti  in  Italia,  capola- 
voro del  vicentino  Andrea  Palladio.  Leg- 
go nell'acre  Milizia.  Il  senato  veneto  or- 
dinò aPallailio  d'erigere  a'cappuccini  un 
tempio  semplice.  E'd'una  sola  navata, 
lunga  piedi  g2  e  larga  46  con  3  cappel- 
le sfondate  su  cadaun  lato,  e  con  tribu- 
na a  croce,  coperta  al  centro  di  maestosa 
cupola.  Dietro  la  tribuna  è  il  coro  (d'u- 
mile struttura  qual  conveniva  a'cappuc- 
cini), con  due  sagrestie  in  ambo  i  lati,  e 
due  campanili  rotondi  con  iscale  a  lu- 
maca. L'ordine  corintio  regna  per  tutta 
la  chiesa;  ed  un  minor  ordine  corintio 
regge  gli  archi  delle  cappelle,  la  di  cui 
cornice  architravata  ricorre  Ira  gì'  inter- 
colunni! intorno  al  tempio.  Tutti  gli  al- 
tari sono  d'una  rara  bellezza  e  semplici- 
tà (modelli  di  perfezione),  fuorché  l'alta- 
re maggiore,  eh'  è  una  golTeria  del  seco- 
lo XVI 1  (poiché  opera  sfortunatamente 
d'altra  mano,  dal  senato  nel  1679  "•'■''" 
nata  all' architetto  Giuseppe  Massa,  e 
insieme  scultore  de'due  manierali  bas- 

'4 


3tf>  YEN 

sorilievi  del  paiopeUo  e  dietro  1'  aliare. 
Magnifico  e  ricco  per  marmi  elellieper 
oro,  porla  i  difetti  dell'eia.  Non  polen- 
dolo fare  rispondente  alla  pura  elegan- 
za del  tempio,  lo  fece  ricco,  verifican- 
dosi l'adagio  del  greco  pitlore,  applicato 
a  quest'ara  massima  e  alla  Sagrestia  Va- 
ticana :  Non  potendola  far  bella  la  fece 
ricca).  La  facciala  è  d'un  ricco  composilo 
con  porla  ad  arco  con  frontone  sopra. 
Sul  frontone  di  essa  porla  è  un  pezzo  di 
cornicione  d'  un  mezzano  ordine  corin- 
tio, che  adorna  l'ale  della  facciata,  e  fa 
di  qua  e  di  là  due  mezzi  frontoni,  che  d 
vanno  a  perdere  nel  gran  frontone  di 
tuezzo.  Le  chiese  di  s.  Giorgio  Maggiore, 
di  s.  Francesco  della  Vigna,  del  Redento- 
re, dichiara  Milizia,  non  sono  certo  esenti 
d'abusi,  e  questa  del  Redentore  ha  di 
più  sopra  il  frontone  un  attico  con  acro- 
lerii  all'antica,  che  col  frontone  fa  a  cal- 
ci (ma  Palladio  premorì  al  termine  del 
singolare  edifizio,  non  meno  divolo,  che 
cospicuo:  ov' anche  regga  la  critica,  ciò 
devesi  guardar  come  piccolo  neo,  e  non 
per  questo  resta  offuscala  un'opera  d'al- 
tronde cospersa  di  tanta  luce,  nella  sles- 
sa facciala  pel  complesso  di  sua  grandio- 
silà,  eleganza  di  profili,  stupendo  elfel- 
to.  Palladio  morì  in  patria  nel  i  58o,  e 
perciò  sontuosamente  riposa  in  s.  Coro- 
na di  Ficenza,  nel  quale  articolo  tor- 
nerò a  celebrarlo  col  cav.  Scolari  e  col 
commend.  de  Fahris).  Un'ampia  sca- 
ladi i6  scalini  le  dà  però  della  mae- 
stà. Le  Fabbriche  di  Venezia  ci  die- 
rono  8  tavole  di  quest'ammirabile  lem- 
pio,  illustrale  artisticamente  da  Diedo 
e  da  Zanotlo.  Sentenzia  il  i .":  Ecco  il  capo 
d'opera  dell'eleganza  e  della  venustà  Pal- 
ladiana; ecco  il  tempio  che,se  non  in  ìsplen- 
dore,  almeno  in  bellezza  eclissa  ogni  al- 
tro fra'più  decantali  e  tneravigliosi.Que- 
sta  non  è  gratuita  asserzione,  che  ove  pur 
mancasse  l'autorevole  testimonianza  di 
tutti  i  dotti,  ne  sarebbe  prova  non  dubbia 
quel  magico  incanlo,e  quella  calma  soave 
da  cui  si  trova  rapilo,  e  dolcemeute  aliac* 


YEN 

cial  0  chiunque  contempla  questo  prodoltd 
dell'artCjda  se  solo  haslanlea  rendere  im- 
mortale  il  nome  dell'esiuìio  suo  autore, 
e  ad  nssicurargli  il  primato  fra  gli  archì.^ 
tclti.  Fra  gli  altri  mi  piacciale  rilievo  e  gli 
fo  eco  riverente.  Dalle  sagrestie  esce  per 
sotto  una  scaletta  a  chiocciola,  iutro* 
dotta  da  Pallatlio  con  molla  industria,  e 
passando  per  un  andito  che  s'aggira  die 
troie  braccia  della  crocerà, perviene  il  ce-< 
Icbrante  all'altare  senz'aver  d'uopo  d'al-i 
traversarla  chiesa  tra  la  folla  del  popola 
confusamente  addensalo,  con  distrazio" 
ne  degli  astanti,  e  con  discapito  di  quel 
decoro  che  s'addice  al  sacerdozio  ed  alla 
maestà  de'sagri  riti  ;  cosa  che  meritereb- 
be d'  esser  proposta  ad  esempio  d' imi- 
tazione, ben  degna  della  mente  e  dello 
spirilo  religioso  di  Palladio.  L'autore 
dell'opuscolo,  £f'  Belle  Artiin  Venezia^ 
celebrandoPalladio,  come  WRaJ/he Ilo  de- 
gli arcliitcfti,  producendo  1'  inlenio  »li 
q  uesIotempio,ri  porta  le  parole  dell'arci  li" 
letlo  medesimo  scritte  nel  proemio  del  4. 
libro  della  3ua^n7ii'7c//»/'<7.«Se  in  fabbri 
ca  alcuna  è  da  essere  posta  opera  ed  irt 
dustria,  acciocché  essa  con  bella  misuri 
e  proporzione  sia  compartita,  ciò,senz'al 
Irò  dubbio,  si  deve  fare  ne'  Tempii,  ne 
quali  esso  fattore  e  datore  di  tutte  le  co 
se  D.  O.  M.  lieve  essere  da  noi  adorato 
ed  in  quel  modo,  che  le  forze  noslre  pati 
sconojcdato  e  ringraziato  di  tanti  a  no 
continuamente  fatti  beneficii".  Il  punl« 
che  oltremodo  colpisce  è  il  centro  delh 
crocerà,  da  cui  ovunque  s'inoltri  il  passo, 
o  si  giri  il  guardo, nuova  scena  si  apre,nuo< 
ve  incantatrici  bellezze  s'impadroniscoa 
de'sensi,e  tutta  a  se  traggono  l'attenzione,^ 
lasciando  non  ben  deciso  se  un  talespel 
taccio  abbia  alcun  che  di  celeste,  comi 
alcun  che  di  divino  l'arte  che  a  tanto  ti 
spinge.  Del  resto,  oltre  la  saldezza  dell'o 
pera,  in  essa  la  morbidezza,  il  contrasto, la 
varietà,raruaonia  vi  regnano  da  pei' tutto, 
Esse  ponno  gareggiare  co'piìi  a|>plau(li« 
li  esemplari  della  maestrevole  Ruma, 
merilano  d'  essere  additale  per  testo  og 


VI5  N 
sliuliosi  dell' arJe.  Finalmente  col  Mo- 
scliiiii  dirò  il  meglio  dell'opere  che  rimar- 
cò io  questo  lempio, dal  suo  acuto  ìnteri- 
dimento  qualificalo  il  pia  hello  (ti  Fc- 
nezia.  Le  due  grondi  statue  bellissime 
della  facciata,  liiltn   di   marmo  istriano, 
sono  di  G.  Campagna.  La  i .'  tavola  col- 
la Nascita  del   Signore  è  di  F.   Bassano; 
l'altra  col  Battesimo  suo  è  degna  opera 
di  Benedetto  e  Carlo,  fratello  e  figlio  del 
gran  Veronese  die  l'avea  cominciatala  3.' 
colla  Flagellazione  è  di  J.Tintoretlo. L'al- 
tare maggiore  di  marmo  carrarese,  pur 
troppo  è  opera  posteriore,  disegnata  da 
Giuseppe  Mazza  o  Massa,  che  fece  anche 
le  sculture  e  i  getti  del  tabernacolo,  tranne 
le  due  grandi  fìgin-eeilCrocefisso,in  bron- 
fo,  che  sono  del  Campagna;  i  bassorilie- 
vi del  medesimo  altare  sonodi  Tommaso 
Buer.  In  un  armadio  della  sagrestia  sta 
chiusa  un'immagine  di  Maria  Veigineche 
ndora  ilBambinodoriniente,  con  dueAn- 
gelelti  in  atto  di  suonare.  E' opera  diGio. 
Bellino,  di  tanta  grazia  e  di  tanto  amor?, 
che  non  si  è  mai  sazio  di   contemplarla. 
II  quadro  con  s.  Francesco  in  estasi  è  del 
Saraceni,  opera  piena  di  dottrina  pitto- 
resca :  è  bell'opera  di  Paolo  il  Battesimo 
del  Signore;  e  il  quadretto  con  Maria  Ver- 
gine e  i  ss.  Giambattista  e  Caterina,  è  di 
Gio.  Dellino.    Di    questo  pittore  si   dico 
eziandio  nell'  altra  sagrestia  il  quadret- 
to con  Maria  Vergine  che  tiene  il  Bambi- 
no.Qui  tra  molti  quadri  è  osservabile  pel 
buon  concepimento  e  disegno  il  b.  Loren- 
zo da  Brindisi,  opera  del  Corvi,  ch'è  alle 
stampe.  All'altra  parte  della  chiesa  ilPal- 
ma  giovine  fece  nel  i.°  altare  la  Discesa 
di  Croce,  F.  Bassano  la  Risurrezione  nel 
2.",  J.  Tintoretto  l'Ascensione  nel  3." So- 
pro la  porta  :  il  Vecchia  dipinse  la  mez- 
zaluna con  Maria  Vergine  che  presenta 
Gesù  a  s.  Felice  cappuccino,  dal  Zanotto 
creduto  del   p.  Scipione  da   Verona,  lo 
slesso  argomento  ripetuto  altrove;  e  fr. 
Cosimo  Piazza  vi  fece  più  alto  il  Voto  di 
Venezia  alla  Vergine  e  a'Santi.  Il  quale 
Piazza  dipinse  le  figure  a  chiaroscuro, 


V  EN  211 

nella  chiesa,  eccetto  le  i  2  della  cupola, 
che  sono  del  p.  Massimo  da  Verona. Sul- 
l'altare della  vecchia  chiesa  vi  è  una  tavo- 
la "ior^ionesca  di  Gio.  Hellino,  con  Ma- 
ria  Vergine  e  i  ss.  Girolamo  e  Francesco. 
Nel  refettorio  è  buon'opera  del  p.  Piaz- 
za laCena  del  Signore,  e  vi  fece  6  P,  i  qua- 
li significano:  Pietro  Paolo  Piazza  Per 
Poco  Prezzo.  Di  bronzo  sono  le  due  fi- 
gure sovrastanti  i  pili  dell'acqua  santa, 
lavoro  di  Francesco  Terilli.  Noterò,  che 
Ira  gl'intercolunnii  del  corpo  del  tempio, 
sono  nicchie  che  legano  mirabilmente  con 
Tintelo  della  fàbbrica,  e  vengono  occupa- 
te da  statue  in  legno  colorate  a  bronzo. 
I  cappuccini  conservano  questa  magna 
opera  del  Palladio,  con  quell'amore  pro- 
prio di  chi  veracemente  nutre  in  cuore 
il  decoro  de!  santuario  e  il  sentimento 
del  bello.  Riferisce  il  lodato  Zanotto  nel  • 
la  Nuovissima  Guida  di  Venezia.  Nel- 
l'atto votivo  erasi  stabilito  di  celebrare 
ogni  anno,  nella  terza  domenica  di  lu- 
glio, una  solennità  io  commemorazione 
della  grazia  ottenuta.  Quindi,  finché  du- 
rò la  repubblica,  portavasi  in  tal  giorno 
a  visitar  questo  tempio  il  doge  colla  si- 
gnoria, come  già  dissi.  Caduto  quel  go- 
verno, le  magistrature  edilizie  continua- 
rono la  visita  divota,  e  per  facilitare  a' 
cittadini  il  passaggio  nell'isola  della  Giù- 
decca,  ove  sorge  la  chiesa,  si  costruisce 
un  ponte  temporaneo  di  barche  nella 
vigilia  della  festa,  in  cui  si  attraversa  in 
quella  sera  e  il  domani  il  Canal  grande 
fino  alla  Giudecca.  La  notte  che  prece- 
de quella  solennità  è  una  vera  festa  pel 
popolo  veneziano,  il  quale  in  folla  si  por- 
ta a  piedi,  o  su  barchette  illuminate,  a 
scorrer  1'  isola  divertendosi,  con  cene, 
suoni  e  canti  popolari.  E'  il  più  bel  con- 
vegno tripudianle  e  fragoroso  del  popo- 
lo. E'  una  festa  popolare,  splendida,  vi- 
vacissima :  tutta  propria  e  tutta  parti- 
colare di  Venezia. 

6 1 .  Agostiniane  delie  le  Convertite, 
ora  delle  Suore  di  s.  Fincenzo  de  Paoli 
e  della  Casa  di  Correzione.  Tutti  i  mo- 


2  12  V  E  N 

nasfeii  fondali  in  Venezia  per  nionaclie 
sino  al  secolo  XVI,  essendo  destinali  ad 
innucenli  e  oneste  che  si  volevano  <Iedi- 
ftai'ea  Dio,  cosi  erano  afFalto  escluse  quel- 
le donne  che  alcuna  parie  di  loro  vila 
aveano  sagrificala  al  liberlinai^gio  e  al- 
l'inonesto costume;  Perchè  poi  anco  per 
queste,  quando  sinceramente  bramassero 
convertirsi,  vi  fosse  luogo  ove  con  religio- 
sa vita  compensar  potessero  i  passati  er- 
rori, circa  i  priucipii  di  dello  secolo  e  d'or- 
dine della  repubblica  fu  per  loro  istitui- 
to un  monastero  con  regola  di  s.  Agosti- 
no, e  piccola  chiesa  dedicala  alla  più  il- 
lustre tra  le  penitenti  s.  Maria  Madda- 
lena, contribuendovi  i  lealini  e  s.  Giro- 
lamo Emiliani  fondatore  de'  Soinaschi. 
Confernìò  l'istituto  Giulio  III,  destinan- 
do a  perpetui  proleltori  il  patriarca  di 
Venezia  e  l'abbate  di  s.  Giorgio  Maggio- 
re, ed  incaricando  i  governatori  del  mo- 
nastero per  lo  slal)iliaienlo  delle  regole  : 
il  successore  Paolo  I V^,  nel  1 556, dichiarò 
Sj)ellare  a'governatori  del  pio  luogo  l'e- 
conomico, al  patriarca  la  direzione  delle 
rose  spirituali.  Concorse  il  senato  al  man- 
tenimento dello  stabilimenlocon  ragguar- 
devoli sussidiinel  i5G4  e  in  segnilo,  an- 
che colle  multe  pecuniarie  de'rei  ;  indi  nel 
1601  vi  destinò  12  governatori  patrizi 
e  cittadini, aumentali  a  10  neltGrjo.  Poi 
il  ricco  mercante^BartolomeoBonterapel- 
li  dal  Calice,  rinnovò  la  chiesa  in  più  am- 
pia e  decorosa  forma,  consagrata  l'8  giù- 
gnoi57C)dal  patriarca  Trevisano.  Queste 
agostiniane  delle  le  Convertite,  che  con 
tanto  pubblico  vantaggio  accoglievano  le 
donne  di  vila  scorretta,  che  professando 
la  vila  religiosa  abbracciavano  uno  sia- 
lo di  virtù  e  di  perfezione,  non  furono 
1  isparmiale  nella  generale  soppre-ssione, 
e  non  più  sussistono  né  chiesa,  né  mo- 
nastero, secondo  il  pubblicato  nel  i853 
dall'ab.  Cappelletti  nelle  Chiese  d'Italia. 
Però  dopo  tale  epoca,  ricavò  dallo  Stalo 
personale,  che  per  la  della  soppressione 
la  chiesa  fu  profanala  e  il  chiostro  fu  a- 
tloperalo  a  pubblico  uso.  Quindi  per  so- 


V  E  N 

vrann  determinazione  furono  con  somme 
dispendio  ristabiliti  e  l'uno  e  l'altra  nel 
i8'ì6,  per  accogliere  le  donne  carcerate 
d'una  gran  [)arte  della  monarchia,  a(lì-J 
dandone  la  custodia  alle  Suore  di  Cari-- 
tà  di  s.  ì  incenzode  Paoli,  v\\e  vi  si  tro- 
vano in  numero  di  16,  cioè  y  professe  e» 
C)  novizie,  le  quali  dipendono  dalla  supe- 
riora della  lor  casa  aWe  Penitenti,  di  cui 
nel  §  XII,  n.  9.  Vi  è  la  suora  direllric 
e  il  cappellano  confessore.  Questo  stabi 
limento  si  chiama  la  Casa  feniniinilc  di 
correzione  e  di  pena  unita  alla  cldesd< 
di  s.  Maria  l\l addalena , prima  appar- 
tenente  alle  agostiniane  convertite,  la 
quale  venne  di  nuovo  consagrala  da  mg.' 
Antonio  Gava  già  vescovo  di  Belluno  e 
Fellre  a'29  ottobre  i857,eciò  a  causa 
dell'eseguitone  radicale  risiamo,  e  della 
niulazionedi  sua  antica  forma. 

62.  agostiniane  ereinilane,poì  Bene- 
dettine di  s.  Giovanni  in  Laterano,  Suov 
Mattia  monaca  agostiniana  nel  monaste- 
ro de'  ss.  Rocco  e  Margherita,  presa  da 
noia  si  ritirò  in  sua  casa,  ma  tormentata 
da'rimorsi  per  aver  abbandonata  la  su.-t 
vocazione, Dio  l'illuminò  a  scegliere  vila 
più  solitaria  ed  austera,  promovendo  col- 
l'esempio  nell'altre  donne  il  pentimento,; 
onde  acquistò  alcune  ravvedute  compa 
gne.  Passarono  ad  abitare  nel  sestiere  di 
Castello  in  una  casa  nella  contrada  di  s.w 
Maria  Formosa,  contigua  all'oratorio  din 
s.  Giovanni  in  Laterano,  il  quale  esiste- 
va nel  14^5  con  rettore,  indi  annesso  a 
della  parrocchia.  Dato  in  commenda  al» 
pievano  di  s.  Marina,  nel  i474  P^i'  sua  il 
morte  il  senato  ottenne  che  più  non  si 
conferisse  in  commenda;  e  siccome  la 
chiesa  divenne  poi  cadente  e  bisognosa 
di  rifabbrica,  nel  149'  ''  Papa  concesse 
indulgenze  a  chi  vi  contribuisse,  venendo, 
indi  unita  alla  basìlica  Lateranense  di 
Pioma.  Le  pie  donne  vivendo  ivi  appres- 
so, presero  per  norma  la  regola  di  s.  Ago- 
stino, enei  i5o4  ottennero  dal  capitolo 
Lalcranense  l'uso  e  il  possesso  dell'ora- 
torio cou  anuuo  censo  di  4  libbre  di  per- 


à 


V  EN 
fedo  znlTerano.  ^'el  i  5o6  le  monache  edi- 
(jciiroiio  propinquo  un  povero  monaste- 
ro, col  nome d'eiemite agostiniane. A  loro 
istruzione  il  patriarca  Soriano  vi  poseSco- 
laslica  Borsa  già  badessa  di  s.  Servolo, 
che  condusse  seco  due  monache  e  due 
converse.  Ben  presto  Qorì  il  monastero 
nell'osservanza  a  segno,  che  il  patriarca 
Contarini  nel  iSig  vi  trasse  alcune  mo- 
nache per  riformare  quello  benedettino 
di  s.  Anna,  e  vi  riuscirono  egregiamen- 
te. Siccome  aveano  dovuto  professare 
r  istituto  e  vestir  ['  abito  di  s.  Bene- 
detto, tornate  nell'anno  1 55 1  al  loro 
monastero  di  s.  Giovanni  in  Lateraiio, 
ne  ritennero  l'abito  e  la  regola.  A'  i4 
febbraio  iS'jS  un  fulmine  caduto  sul 
povero  monastero  vi  produsse  uu  in- 
cendio che  l'incenerì,  onde  l'abbades- 
sa  Serafiiia  Moliu  divise  le  religiose  ne' 
ricoveri  de'  monasteri  di  s.  Anna,  d'  O- 
gnissanti,  e  de'  ss.  Biagio  e  Cataldo,  ne' 
quali  si  professava  la  regola  benedetti- 
na. Le  monache  vi  si  all'eziunarono  in 
modo  che  fecero  altrettanto,  e  quando  fu 
rifabbricato  il  monastero  ricusarono  tor- 
narvi, trunne  Cletneutina  Corona  costi- 
tuita badessa  e  uu'altra  religiosa  nel  i  SjS. 
Indi  neh  585  furono  rinnovati  alla  chie- 
sa i  privilegi  della  basilica  Lateranense  ; 
ma  siccome  dalle  monache  non  era  stato 
notificalo  al  capitolo  Lateranense  il  loro 
egresso  e  ritorno,  pel  godimento  delle 
prerogative,  occorse  nel  i5g5  una  bolla, 
confermata  neh  623.  Ma  non  più  vesten- 
dosi religiose,  «noria  la  badessa  neh  599, 
lo  diveiuie  la  conipagna  Ottavia  Zorzi  u- 
nica  abitatrice  del  monastero.  Tuttavia, 
Dio  la  beuedì  in  «nodo,  che  potè  formare 
un  copioso  numero  di  monache,  miglio- 
rare il  uìonaslero,  anipliare  e  abbellire 
la  chiesa,  che  poi  fu  arricchita  co'  corpi 
de' ss.  Emilio  e  Felice  martiri, e  di  mol- 
le ossa  d'altri  ss.  Martiri,  de'  romani  ci- 
miteri. Vi  rimasero  le  benedettine  sino 
al  1810,  e  restate  soppresse,  l'oratorio 
esiste  non  sagramcnlale  nella  parrocchia 
de' ss.  Gio.  e  Paulo,  ed  il  raouastero  è 


V  E  ?<  2  I  3 

destinato  ad  uso  della  r.  scuola  reale  su- 
periore e  di  nautica. 

G3.  Gesuiti  e  Benedettine  di  s.  Ma' 
ria  dell'  Umiltà.  Ne  parlo  nel  n.  i  del 
§  XVIII,  e  nel  u.  72  delle  parrocchie  o 
§  Vllf. 

64.  Minimi  di ■<!.  Francesco  di  Paola. 
Nel  1291  Bartolomeo  Quirini  vescovo  di 
Castello  con  testamento  ordinò,  che  de' 
suoi  beni  fosse  comprala  una  casa  del 
fratello  Tommaso  nel  sestiere  di  Castel- 
lo e  nella  parrocchia  della  cattedrale,  ac- 
ciocché fosse  ridotta  a  spedale  per  12  a 
16  infermi  della  parrocchia, pel  cui  man- 
tenimento assegnò  poderi.  Il  padronato 
l'attribuì  «'discendenti  di  swo  padre,  e 
poi  confermò  neh  296  il  vescovo  Barto- 
lomeo li  Quirini,  il  quale  inoltre  permi- 
se al  priore  del  pio  luogo  l'erezione  del- 
l'oratorio dedicato  a  s.  Bartoloftieo  Apo- 
stolo, per  celebrarvi  gli  uffizi  divini.  Au- 
mentò le  tenui  rendite  dell'ospedaleToni- 
maso  Quirini,  forseilsunnominato,  colla 
S.'partede'suoi  beni,  e  morendo  neh  3 0.4. 
fu  sepolto  nell'oratorio  con  iscrizione  qual 
fondatore.  Dipoi  nel  i584  il  generale  de' 
Minimi  di  s.  Francesco  di  Paola  inviò  a 
Venezia  due  religiosi  sacerdoti  per  pian- 
tarvi un  convento,  e  dopo  G  mesi  1'  ac- 
cordò il  senato.  Si  trovò  a  proposito  l'o- 
spedale di  s.  Bartolomeo,  che  per  l'anli- 
chilù  minacciava  rovinare.  Protetti  i  re- 
ligiosi dal  cardinal  Alfonso  d'Este,  pel 
quale  Mario  Quirini  era  divenuto  vesco- 
vo di  Concordia,  per  gratitudine  egli  e 
i  fratelli  cederono  all'ordine  de'  u:iinimi 
l'oratorio  e  la  casa  del  priore,  con  riser- 
va del  padronato.  Sisto  V  neh  585  con- 
fermò la  cessioue,  e  sopì  1'  opposizione 
che  al  nuovo  convento  faceva  quello  di 
S.Domenico  di  Castello,  ludi  sulle  rovi- 
ne  del  demolito  oratorio  si  disposero  i 
fondamenti  della  nuova  chiesa,  coll'in- 
vocazione  di  s.  Burtolomeo  Apostolo  e 
di  s.  Francesco  di  Paola,  e  presente  il  do- 
ge Cigogua,  pose  nel  i588  o  prima  la 
pietra  bencdella  il  patriarca  Trevisano. 
Portata  a  compi meulo,  Giovanuì  Perpi« 


2i4  VEN 

jrnnno  vescovo diC!inea,o  Giorgio Paimi- 
^iianOjCome  si  vuole  i\ii\loSlalo  persona- 
A',  iitliGig  la  consiigiò  a' ig  aprile,  o  a' 
G  ngoslo  secondo  il  iletto  libro.  Poi  vi  fu- 
rono collocali  i  COI  pi  de'ss.  Alfonso  e  Gia- 
cinto martiri,  tratti  dalie  catacoiuhe  di 
Roma.  Soppressi  anche  i  minimi  neh  8  i  o, 
il  convento  fu  cambialo  in  soggiorno  de' 
militari,  e  la  chiesa  fu  dichiarala  succur- 
sale della  parrocchia  di  s.  Pieli  o.  Di  ri- 
Diarchevole  non  ha  che  il  softìlto,  con- 
dono dal  cav.  Contarini. 

65.  Somasclii  di  s.  Maria  della  Sa- 
lute, ora  del  Seminario  patriarcale,  il 
nobile  veneto  s.  Girolamo  Emiliani  o 
Miani  appena  in  Venezia  fu  eretto  l'Ospe- 
daletlo  neh  527,  ivi  mostrò  il  fervore  di 
sua  carità.  Dopo  aver  profuso  a  soccorso 
de'poverieorffjni  tulio  il  suo  patrimonio, 
si  dedicò  interamente  al  loro  servigio,  e 
introdusse  nell'ospedale  il  misericordioso 
i-titutodi  raccogliervi  gli  orfanelli  d'am- 
bo i  sessi.  Egli, oltre  ralimenlarli,  gli  ad- 
dottrinava ne^misleri  e  ne'doveri  di  no- 
stra fede,  facendoli  istruire  in  quell'arte 
che  potesse  loro  procacciare  il  sostenta- 
mento, come  ora  fanno  i  degni  suoi  figli 
nello  stabilimento  descritto  al  n.  4^»  di 
questo  §.  Le  sue  cure  si  estesero  ancora 
per  le  donne  convertile  a  vita  migliore, 
olla  buona  educazione  e  istruzione  della 
gioventù  d'ogni  condizione.  Questi  fu- 
rono i  primordii  della  benemerita  con- 
gregazione de  Som  a. scili  da  lui  fondala, 
a'quali  poi  venne  affidalo  il  senìinario 
di  Castello.  Conviene  anzitutto  sapere, 
che  assediala  nel  1  473  da  100,000  tur- 
chi Scìi  la  ri  neWa  Liburnia,  allora  sogget- 
ta al  dominio  veneto,  fu  difesa  con  tan- 
to valore  dal  suo  rettore  Antonio  Lore- 
dano,  che  sopravvenuti  gli  aiuti  del  re 
d'Ungheria,  que'perpetui  e  fumatici  ne- 
mici del  nome  cristiano,  nel  i474  P^'' 
la  singolarissima  vittoria  riportala  da' 
veneti,  furono  costretti  abbandonarla, 
dopo  3  mesi  d'ostinati  tentali  vi  per  e- 
spugnarla.  La  religione  del  senato  at- 
tribuendo alla  diviua  misericordia  il  me 


VEN 

rito  d'aver  potuto  resistere  agli  sforz 
tanto  formidabde  nemico,  in  ringrazia 
mento  all'Altissimo  decretò  a'7  setleui 
bre  doversi  implorare  dalPapa  un'uidul 
genza  per  eccitare  i  fedeli  all'oblazionej 
fid  effetto  di  cominciare  l'erezione  d'uB 
luogo  di  pietà, a  ricetto  de'vecchi  marinai 
ri  poveri  e  infermi,  sotto  il  nome  di  Cesi) 
Ci  isto,  in  qualche  remoto  sito  e  col  eoa 
Teniente  soccorso  del  pubblico  erario 
Sisto  IV  annuì  all'inchieste  con  brevi 
del  1475.  Fu  trovato  opportuno  quelli 
del  canq)0  di  s.  Antonio  nel  sestiere  d 
Castello,  ove  tre  anni  innanzi  lo  stessi 
senato  vi  avea  ordinata  la  fabbrica  d'u 
ampio  coperto  a  ricovero  de'poveri,  chi 
non  avendo  casa  propria  erano  costret 
ti  dormire  all'aperto  sotto  i  portici  e 
vólti  di  s.  Marco  e  di  Rialto,  con  a»stgna- 
mento  di  due  slaia  di  farina  per  far  loro 
il  pane  ogni  settimana.  Disposto  il  dise- 
gno dell' ospedale,  il  patriarca  Girardi 
pose  la  i."  pietra  ne' fondamenti  a'7  a 
prilei476,  coU'intervenlodel  doge  Veii 
dramino  e  del  senato;  poscia  innocenzi 
Vili  nel  1487  confermò  l' indulgenzi 
plenaria  del  predecessore,  accorduud 
privilegi  per  la  fabbrica  di  esso  speda 
le,  e  copiosissime  quindi  furono  le  obU 
zioni.  La  chiesa  sotto  l'invocazione  di  i 
IS'icolò  di  Bari,  fabbricata  cou  nobile  ai! 
chitettura,  fu  consagrata  a'  ^5  marzi 
l5o3,  e  venne  affidala  all'ullìzialura  d 
preti  secolari.  Volgarmente  fu  delta  s 
Avicolo  di  Castello.  V\ù  lardi  istituiti 
il  seminario  ducale  pe'chierici  per  la  ha 
silica  di  s.  MarcOj  narrato  nel  u.  2  del  I 
VI,  fu  esso  piantalo  nell'aulico  monaste 
ro  de'ss.  Filippo  e  Giacomo  residenza  de 
primiceri  di  s.  Marco,  primicerialo  e 
chiesa  che  ivi  descrissi  ;  e  poi  a'  1 2  luglio 
i5gi  il  senato  lo  trasferì  nella  casa  eoa 
tigna  all'ospedale  di  Gesìi  Cristo,  conca 
dendone  la  direzione  a'  chierici  regola» 
ti  somasthi,  insieme  alla  cura  della  som 
miuistrazione  de'  sagramenli  agl'inferuii 
del  vicino  spedale.  Ciò  premesso,  ricordc 
ancora,  che  dopo  aver  nel  citalo  §  \  1,  n 


VEN 
ilesciillo  il  capitolo  patriarcale,  dissi  al- 
cune parole  dell'altro  seminario  patriar- 
cale; e  uel  u.  28  dell' argomento  di  cui 
ragiono,  raccontai  la  sua  origine  presso 
s.  Geremia,  la  traslocazione  a  s.  Cipria- 
uo  di  Murano,  da  dove  passò  nel  priora- 
to de'Teulonici  con  l'oratorio  della  ss. 
Trinità  nel  sestiere  di  Dorsoduro,  e  del 
quale  può  vedersi  il  detto  n.  28,  perdi- 
sposizione  di  Clemente  Vili,  nel  luogo 
cioè  ove  35  anni  dopo  surse  il  magnifi- 
co tempio  di  cui  vado  a  parlare.  Tanto 
riporta  il  Corner.  Ma  quanto  al  governo 
del  seminario,  il  cav.  Cicogna,  racconta. 
Fino  al  1612  continuarono  i  somaschi  a 
legi-ere  il  seminario,  quando  per  ignoto 
inulivu  ne  lasciarono  il  carico,  ovvero  ne 
ftiruiio  dispensati  per  alcuna  causa  da' 
procuratori  di  s.  Marco;  e  così  tornò  la 
tliiesa  col  seminario  all'antica  direzione 
de'preti  secolari  per  lo  spirituale,  e  di  per- 
sone laiche  per  l'economia.  Ricorso  poi 
il  preposito  generale  de'somaschi  alla  si- 
gnoria, i  religiosi  nel  1627  furono  rein- 
tegrati nel  governo  del  seminario,  me- 
diante modilìcazioni  alle  precedenti  con- 
dizioni.Per  finirla  con  s.  Nicolò  di  Castel- 
lo, aggiungerò  col  medesimo  illustratore, 
clieisomaitclii  vi  durarono  sinoal  decreto 
de'28  novembre  1 806,  pel  quale  il  luogo 
fu  consegnato  alle  truppe  di  marina,  e  poi 
fu  tutto  demolilo, ed  oggidì  forma  il  pas- 
seggio de'giardini  pubblici.  La  chiesa  era 
grande,  sullo  stile  de'Lombardi,  d'assai 
nobile  architettura,  con  cupola  e  3  altari. 
)l  bassorilievo  marmoreo  dell'Annunzia- 
ta, già  pala  d'uno  di  essi,  ora  adorna  la 
sagrestia  dell'oratorio  del  seminario.  E 
bell'accademia  delle  belle  arti  fu  traspor- 
tata altra  Annunziala  dipinta  da  F.  Ve- 
cellio,  e  l'imposte  della  maggior  porta, 
mirabili  pe'lavori  d'ornato. Sorpresa  Ve- 
nezia uel  i63o  da  fierissima  peste,  che 
in  poco  tempo  condusse  alla  tomba  oltre 
a  60,000  de'suoi  abitanti,  non  compre- 
so lo  sterminato  numero  di  vittime  nelle 
vicine  campagne,  il  senato  a  far  cessare 
così  aspro  e  distiulloic flagello,  eoo  fidu- 


VEN  aiS 

eia  sì  rivolse  a  implorare  la  divina  mise- 
ricordia, col  possente  patrocinio  della  B. 
"Vergine,  obbligandosi  con  solenne  voto 
all'erezione  d'  un   magnifico  tempio  col 
titolo  di  .V.  Maria  della  Salale,  alla  di 
cui  visita  dovesse  poi  annualmente  por- 
tarsi con  divota  pompa  il  principe  e  il  se- 
nato. Cessato  il  desolatore  contagio,  su- 
bito il  senato  per  rendimento  di  grazie 
si  accinse  ad  adempiere  il  voto,  mostran- 
do anche  in  questa  circostanza  il  suo  aui- 
mo  splendidoe  reale,  colla  spesa  d'oltre 
mezzo  milione  d'oro  ;  e  per  adornarlo  in 
ogni  maniera  di  sontuosità,  invitò  1'  arti 
sorelle,  pittura  e  scultura  ad  arricchire 
colle   più  elette  produzioni  la  3.'   loro 
germana  l'architettura.  Prepose  all'ere- 
zione dell'edifizio  3  illustri  senatori,  i 
quali  come  il  piìi  opportuno  tra  gli  altri 
scelsero  per  fabbricarlo  l'area  dell'antico 
priorato  Teutonico  e  dell'oratorio  della 
ss.  Trinità,  allora  occupati  dui  seminario 
patriarcale.  Per  oggetto  così  nobile  e  in- 
teressante acconsentili  patriarca Tiepolo 
alla  vendita,  e  dopo  averne  fissato  il  giu- 
sto prezzo,  e  trasportato  nuovamente  il 
seminario  a  s.  Ciprian.o  di  Murano,  egli 
stesso  il  I ."  aprile  (secondo  Corner:  Mar- 
tiuioni  dice  a'25  marzo)  1 63 1  gittò  la  i." 
pietra  benedetta  ne'fondamenli,  insieme 
ad  alcune  medaglie  di  diversi  metalli,  la 
cui  incisione  pubblicò  Corner,  cioè  due. 
Uua  ha  il  busto  della  B.  Vergine  coronato 
di  stelle,  col  motto:  Unde  Orìgo  Inde 
Saliis'j  e  nel  rovescio  l'edifizio  sovrastalo 
dalla  Deipara  col  Figlio  in  atto  di  bene- 
dire, ed  il  doge  genuflesso,  intorno  es- 
sendo l'iscrizione  :  Nicol.  Cont.  Pr.  Se 
iiat.  Ex  Foto  A/zJCXXX/.L'altra  medaglia 
ha  da  un  lato  l'intero  prospetto  del  tem- 
pio col  doge  in  ginocchio,  e  in  giro  l'epi- 
grafe: Nicolao  Contar. Princ.SenatusEx 
Voto  jtf/JCXXX/.Nell'opposto  lato  dal  ma- 
re si  vede  la  Piazzetta  di  s.  Marco  co'la- 
teralì  grandiosi  edifizi,  e  in  alto  lo  Spi- 
rito Santo  e  la  B.  Vergine  perorante  a  fa- 
vore della  sua  divota  Venezia,  ripeten- 
dosi uel  diulorno  la  scritta  :  Unde  O- 


2  l6 


V  EN 


rigo  hulc  Saltis.  In  lai  modo  il  venelo 
goveiiio,clie  per  ringraziare  l'AItissioio 
delln  incitale  fugata  pestilenza  ilei  1376 
avea  innalzato  il  tempio  del  Redentore, 
cesi  per  ringraziare  la  protettrice  Maria 
del  desolatore fugato  contagio  del  i63o, 
fece  innalzar  questo.  Progiedendo  l'emi- 
nente fàbbrica  al  suo  compi  mento,  decre- 
tò il  Senato  a'ag  dicea»bre  1 656,  di  do- 
versi consegnare  alla  congregazione  di 
Somasca,  fondata  pel  raccoglimento  ed 
educazione  degli  orfani  da  s.  Girolamo 
limiliani  patrizio  veneto,!  di  cui  religiosi, 
figli  eredi  dell'  apostolica  carità  del  san- 
to padre  loro,  ivi  si  esercitavano  fruttuo- 
samente nell'istruzione  de'cbiericidel  se- 
tiìinariu  consegnalo  alla  loro  cura.  Ac- 
colse con  esultanza  la  congregazione  so- 
inasua  il  nobilissimo  dono,  e  tosto  ac- 
canto di  e»so  dispose  l'erezione  d'un  ben 
disposto  collegio,  ne'foiidamenli  del  qua- 
le collocò  lai. 'pietra  il  patriarca  Morosi- 
ni  a'  I  7  febbraio  1 670,  né  molto  dopo  la 
fabbrica  si  condusse  alla  sua  decorosa 
perfezione.Ridolta  poi  nel  suo  intero  com- 
pitnento  quella  pure  del  tempio,  d'ordi- 
ne pubblico  nell'altare  maggiore  vi  fu 
collocata  la  celebre  immagine  della  B. 
Vergine,  già  con  somma  venerazione  cu- 
stodita nella  cattedrale  di  s.  Tito  di  Can- 
dia,  e  trasferilaa Venezia  nel  1672, quan- 
do si  illustre  metropoli  soggiacque  alla 
schiavitù  ottomana.  Altra  iinmagiuedel- 
la  Madre  di  Dio  fu  riposta  nell'altare  de- 
dicalo alla  sua  Natività,  che  vuoisi  in 
antico  stata  posta  dall'imperaloreEmma- 
nuele  nella  basilica  di  s.  Sofia  di  Costan- 
tinopoli, ed  ivi  con  parlicolar  culto  ve- 
nerata. La  maestosa  chiesa  fu  consugra- 
ta  a'g  novembre  1687  dal  patriarca  Sa- 
gredo.  Le  principali  reliquie  che  vi  si 
posero  vSono:  il  corpo  di  s.  Crescenzione 
martire,  quello  dis.  Giusto  martire,  ((uel- 
lo  «li  s.  Fabiano  martire,  porzione  del 
cranio  di  s.  Cipriano  vescovo  di  Carlagi- 
ne,  un  ossu  del  braccio  di  s.  Antonio  di 
l\ulova  al  suo  altare,  tratto  dal  suo  cor- 
po e  processioualmcute  fra  gli  applaudi 


V  EN 

nel  i65i  collocalo  in  ((uesta  chiesa;  non 
che  un  osso  del  braccio  di  s.  Girolamo 
Emiliani,  molli  figli  del  quale  illustri  fio- 
rirono in  questa  casa,  la  quale  come  tul- 
le l'altre  andò  soppressa  nella  deplorala 
epoca  della  generale  distruzione.  Nella 
stessa  casa  a'7  agosto  18  17  fuvvi  trasfe- 
rito da  s.  Cipriano  di  Murano  il  semina- 
rio diocesano,  e  la  chiesa,  dichiarata  esen- 
te, fu  al  medesimo  allìdala  per  l'ulficiatu- 
ra  che  vi  risplende.  Si    apprende  dallo 
Sialo  personale  del  Clero,  quello  pure 
presente  del  seminario,  ch'è  il  seguente. 
Disci[)lina  ed  amministrazione  :   Ileltore 
e  amministratore,  vice-rettore,  economo, 
istruttore  de'chierici,  confessore  de'chie- 
rici  convittori,  confessori   de'  convitlori 
secolari,  bibliotecario,  mansionario,  pre- 
fetti delle  camerate.  Studio  teologico:  Di- 
rettore, vice-direttore,  professori  di  teolo- 
gia dogmatica  ;  teologia  morale  e  pasto- 
rale; diritto  canonico  ;  storia  ecclesiasti- 
ca ed  eloquenza  sagra  ;  lingua  ebraica,  ar- 
cheologia biblica,  esegesi  sul  vecchio  e 
lutovo  Testafuento,  lingua  greca,  erme- 
neutica e  pedagogia  ;  catechetica;  melo- 
dica; liturgìa  sagra;  canto  gregoriano. Stu- 
dio filosofico:  Direttore,  vice-direltore, 
professori  d'istruzione  religiosa  ;  matema- 
tica e  letteratura  italiana;  filosofia  teorica 
e  |)ralica;  fisica;  letteratura  latina  e  greca, 
e  storia  universale.  Studio  Ginnasiale:  Di- 
rettore locale,prefelto, professore  d'istru- 
zione religiosa,  capiclasse;   professori  di 
storia  naturale,  e  di  lingua  tedesca;  mae- 
stro delle  3  classi  elementari,  di  lingua 
francese,  di  musica.  Merita  d'esser  letto 
li  libretto  intitolalo  :  Ragi^uagUo  delle 
cose  uotnlnli  nella  Chiesa  e  nel  Semina' 
rio  patriarcale  di  s.  Maria  della  Salu- 
te. Tipografia  Alvisopoli,  VeueziaiSig.- 
Egli  è  questa  operetta  scritta  con  som-j 
ma  ddigenza  e  giusta  critica,  del  già  lo- 
dato, del  seminario  ancora  benenierenlisi 
simo,  come  di  Venezia,  mg."^  Gianuau- 
Ionio  Moschini,  cavaliere  e  conouico  di 
s.  Marco.  Del  grand'uomo  si  ha  pure  l'o-^ 
poru  posluiua:  La  Chiesa  cil  Scininuric 


VE  N 

di  s.  Maria  (Iella  Salute.  Venezia  1842 
co'lipi  di  G.  Aiilonelli.  Il  piodolto  del- 
lo liiedesiino,  dispose  1'  autore,  doversi 
im|)iei;are  nell'acquisto  di  lampade  d'ar- 
gento pel  maggior  altare  della  cliiesa.  Di  ■ 
tò  principalmente  colla  sua  Nuova  Gui- 
da per  f  ciiezia^  stimata  do[)o  la  sua 
pubblicazione ,  la  migliore  dagli  stessi 
scrittori  veneziani.  La  cliiesa  della  Salu* 
le  fu  alzata  l'anno  i63o  dalla  repubbli- 
ca, con  diseguo  di  Buldassare  Longbena 
nato  in  Venezia,  iu  ringraziamento  a 
Maria  Vergine,clje  cessò  nella  città  la  pe- 
stilenza. K'è  si  grande  la  moje,  che  nelle 
lònd<mtcnta  s'impiegò  1  milione  e20o,ooo 
pali  (il  Marlinioni  continuatore  del  San- 
sovino  scrisse,  che  a'6  settembre  i63i 
si  [)iincipiò  a  gittar  i  fondamenti,  ne' 
quali  vi  andarono  un  milione  1 56,6)7 
pali,  fra  di  rovere,  cnaro,  larice  e  altri 
legnami,  e  che  nel  1660  non  era  ancora 
compito  il  tempio.  Da  questo  si  |)renda 
un'idea  del  costo  de'fondamenti  deglie- 
dilìzii  in  Venezia!).  Se  la  facciata  è  trop- 
po carica  d'ornaoienti,  la  piantadel  tem- 
pio è  mirabilissima.  La  cupola  poi  è  co- 
sa the  sorpiende,  e  di  tanto  noerito,  che 
illustri  francesi  architetti,  orgogliosi  della 
cupola  degl'invalidi  aParigi,eretta  poste- 
riormente, pure  diedero  pubblicamente 
la  preferenza  a  questa  dellaSalute,  la  qua- 
le sì  bene  unisce  leggerezza  e  solidilàjco- 
me  si  ha  i\a\\ixMt-moria  dillaymond, giu- 
sto quanto  dotto,  dopo  averne  paragona- 
lo il  meccanismo  artificiosissimo  e  sem- 
plice. Welle  4  cappelle  negli  angoli  sono 
opere  del  Triva,  piene  di  forza,  i  4  Dot- 
lori  e  i  4  Evangelisti.  Nel  sollltto  della 
cupola  il  Padre  Eterno  è  di  Girolamo  l*el- 
legrini.  Le 3  tavole  alla  destra,  colia  Pre- 
sentazione, r  Assunzione  la  Nascita  di 
Maria  Vergine,  sono  delle  migliori  ope- 
ra del  Giordano.  iNell'altare  di  «nezzo  è 
di  G.  M,  Morlailer  la  statua  di  s.  Giro- 
lamo Emiliani.  I  due  quadri  laterali 
colle  due  figure  d'Elia,  confortalo  dal- 
I  Angelo  e  cibalo  dal  corvo,  sono  ben  di- 
seguali dipiuli  di  G.  Luzzariui.  All'  ultra 


VEN  217 

parte  la  Discesa  dello  Spirilo  Santo,  è  di 
Tiziano:  assai  bene  concepita  e  composta, 
nella  sua  larda  età.  Le  altre  due  tavole 
di  Maria  Vergine  Annunziata  e  di  s.  An- 
tonio, invocato  dalla  repubblica,  sono  del 
Liberi  :  del  qual  pittore  è  anche  il  qua- 
dretto, tutto  amore,  collo  stesso  santo,  s. 
Francesco  e  Maria  Vergine.  Gli  sta  iu 
fianco  un  grande  Voto  fatto  dalla  repub- 
blica nel  i687,cesellalo  in  argento  da  An- 
tonio Boncacina,  dove  si  vede  la  flotta  ve- 
neziana colla  dal  morbo  contagioso  pres- 
so Castel  Nuovo.  11  ricco  e  grandioso  al- 
tare maggiore,  con  statue  ed  altre  scultu- 
re iu  marmo  di  Carrara,  fu  scolpito  da 
Giusto  le  Curi.  Si  compone  delle  ligure 
di  Maria  della  Salute,  dellaPeste  cacciata 
dall'  Angelo,  e  dalle  statue  de'  ss.  Marco 
Evangelista  e  Lorenzo  Giustiniani.  U 
gran  candelabro  di  bronzo,  d'  oltre  6 
pieili  d'  altezza,  stimatissimo  per  esatto 
disegno  e  morbida  e  diligente  esecuzione, 
è  di  Aiulrea  d'  Alessandro  bresciano,  al- 
la maniera  del  V^ittoria,ed  è  riputato,  do- 
po (ptello  di  A,  Riccio  nella  maggior  cap- 
pella di  s.  Antonio, a  Padova,  il  più  bello 
che  sia  in  cpieste  parli.  I  3  maggiori  com- 
|»arli  nel  sodltlo  del  coro,  con  Elia  con- 
fortalo nel  ileserlo  dall'  Angelo,  con  Da- 
niele ristorato  d'  A  bacucco  che  viene 
strascinato  pe*  capelli  da  un  Angelo,  e 
col  Miracolo  della  manna,  sono  3  opere 
di  gran  carattere,  di  G.  del  Salviali.  Gli 
8  minori  comparti,  co'  4  Dottori  e  co*  4 
Evangelisti,  sono  opere  che  Tiziano  fece 
in  sua  vecchiezza,  ma  di  grande  rilievo. 
Ilappresenlò  se  stesso  in  Matteo,  melteii- 
dosi  nella  mano  il  pennello  anziché  la  pen- 
na. La  sagrestia  è  un'illustre  pinacoteca. 
Qui  vi  ha  4  opere  di  Tiziano:  cioè,  i  3 
comparti  del  sodltto,  con  Caino  che  ucci- 
de Abele,  col  Sagrifizio  d'  Isacco,  colla 
Vittoria  di  David  sopra  Goha  :  nelle  (|ua- 
li  opere  si  conosce  quanto  fosse  esatto  di- 
segnalore  e  quanto  signore  della  dilllcile 
scienza  del  sotto  in  su.  Li  4-'  di  luì  ope- 
ra, uell'anli-sagrestia,  n'è  il  quadro  col  s. 
Marco  nell'  allo,  e  alpiaug  s.  SebasliauQ 


2i8.  VEN 

e  s.  Rocco,  che  addila  la  sua  plaga  a'  ss. 
CoMua  e  OaMiiaiio:  opera,  la  quale  si  cre- 
ile di  Tiziano gìuvaue,  foise  perchè  dipiu> 
ta  nella  vecchia  maniera  ;  mentre  è  di 
già  ricca  d'  ogni  maggior  bellezza.  E'  an- 
zi considerala  il  più  diligente  lavoro  che 
(Il  Tiziano  si  abhia  in  pubblico  :  lanto  è 
iìnitissima  ;  e  quel  bianco  panno  di  s.  Se- 
IjiHliauo  è  riputalo  meraviglia.  lITinlo- 
rellù  ha  qui  nel  gran  quadro  delle  Nozze 
di  Cana  una  delle  3  sue  opere,  che  sole  si 
dice  recarne  il  nome  ;  l' altre  essendo  il 
Miracolo  di  s.Marcoe  laCroc;efiisioue,che 
egli  credeva  fca'uiigliori  suoi  quadri.  Que- 
sta delle  Nozze  è  dipinta  senza  apparec- 
chio: cosa  che  sorprende.  L'invenzione 
n' è  bellissima,  la  composizione  ricchissi- 
ma, la  prospettiva  arditissima  e  di  tutto 
suo  elfetto.  Che  incaiilesimo  dev' essere 
slata  nel  refettorio  de'  Crociferi,  co!  cui 
sollillo  combinava  !  Dice  la  Biografia 
ch'ali  Artisti,  che  tale  dipinto  fu  lenulo 
miracolo  dell' arie  da  que'che  lo  videro 
nel  suo  silo  primitivo.  Avea  Tmloretto 
compreso  assai  bene  la  natura  della  vòlta 
e  l'avi'.i  accompagnata  nel  quadro  con 
tanta  arte  prospettica,  che  la  sala  appari- 
va due  volte  più  graude  che  non  era  in 
fatto.  Sei  dipinti  vi  sono  del  ricordato 
Salviati  :  David,  vincitore  di  Goha,  in- 
contrato da  graziosissime  donne:  Da- 
\id  contro  cui  Saul  brandisce  la  lan- 
cia (diviso  in  due  comparti):  due  fi- 
gure, l'una  d'Abraiao,  l'altra  di  Mei- 
chisedech  con  in  mano  la  doppia  sua  of- 
ferta :  e  la  Cena  del  Signore.  A  queste 
due  figure  del  Sai  viali  rispondono  le  due 
del  Palma  giovine:  Sansone  e  Giona.  La- 
terali alla  gran  porta  vi  sono  due  pre- 
giatissime opere  di  due  illustri  pittori  Ire- 
Aigiani:  una  Beata  Vergine  col  Bambino 
fra  le  nubi,  di  grandioso  stile,  del  Pen- 
nacchi :  i  ss.  Girolamo,  tlucco  e  Sebastia- 
no, di  Girolamo  che  di  Treviso  si  nomi- 
nava, di  cui  souo  rari  i  dipiuli,d'un  dolce 
suo  siile:  dono  lasciato  a  questo  luogo 
dal  magnanimo  |)ulriaica  l'yrker  itiuan- 
ii  che  partisse  per  V  arci  vesco  «alo  d'  Er- 


VEN 
lau.  Sopra  d'uDo  degl'ioginoechiatoi  vi 
ha  un  amoroso  quadretto  del  vecchio  Pal- 
ma, con  Maria  Vergine  e  ritratti  ;  opera 
che  fu  dell' airettuoso  patriarca  Milesi  : 
la  Beata  Vergine  col  Bambino  sopra  l'al- 
tro geuuflessorio  viene  dalla  famiglia  Vi- 
varini.  La  tavola  dell' altare  con  Maria 
Vergine  della  Salute,  è  bell'opera  del  Pa- 
dovauino.  Nell'anli-sagrestia  pure  è  la  fi- 
gura di  s.Sebaslianoche  pare  d'incerto  au- 
tore; altri  l'atlribuiicono  al  Basaiti.  De'3 
quadretti, nella  sagrestia  ricordata,quello 
di  mezzo  colla  Circoncisione  sembra  dello 
Schiavone:runadelledueMadonueè  d'in- 
certo autore,  non  di  scuola  veneta:  l'altro 
è  del  Sassoferralo,  del  quale  sono  ezian- 
dio ledueall'altra  parte,divise  da  un  qua- 
drello con  Maria  Vergine  e  la  s.  Fami- 
glia.delPolidoro.  Il  quadro  in  3  comparti, 
colla  B.  Vergine,  un  di  volo  e  due  Santi,  è 
opera  di  bel  colorito,  di  Cristoforo  da 
Parma,  discepolo  non  servile  di  Gio.  Bel- 
lino. Sopra  l'altra  piccola  porta  che  met- 
te al  corridore  della  chiesa;  la  testa  del 
Salvatore,  è  del  Cordella;  quella  di  s. 
Paolo,  del  Lotto;  e  la  3/  del  Nazareno, 
di  Jacopo  da  Valesa,  con  bel  giuoco  di 
luce.  Sopra  la  cappella  la  mezzaluna  col 
Padre  Eterno,  è  dono  e  lavoro  del  Fio  - 
l'ian,  che  lo  condusse  secondo  una  stam- 
pa tolta  da  Ralfaello.  Neil'  anti-sagre- 
slia  vi  è  un  grandioso  Deposito  di  Cro- 
ce, in  marmo,  che  sembra  opera  del 
Dentone.  1  due  bassorilievi  laterali  so- 
uo dono  e  lavoro  del  professor  Zando- 
meneghi,  a  cui  furono  di  modelli  del- 
l' opere  che  condusse  per  la  facciata  di 
s.  Maurizio.  La  mezzaluna  col  s.  Marco 
è  dono  e  lavoi'o  del  Darif,  quella  di  s. 
Giovanni  è  dono  e  lavoro  del  Servi.  Il 
lìanurrexit  nel  sollilto  lo  fu  del  Quere- 
na.  Nella  piccola  sagrestia  vi  è  un'  urna 
d'  Antonio  Corner,  concepita  squisita- 
mente, e  condotta  eccellentemente.  Il 
sodino  col  Padre  Eterno  in  gloria  vi  è 
d'  Andrea  Vicentino.  Questo  tempio  il 
Longhena,  architetto  d'  ingegno  e  valo- 
re (  quantunque  1'  autore  dell'  opuscolo 


VEN 
Le  Bella  Arti  in  Venezia,  che  ne  offre 
]u  spaccalo  dal  punto  della  soglia  ddlhi 
prima  arcala  di  lioute  al  piesbileiio,  os- 
serva che  il  Teiuanza  ne  parlò  sempre 
con  disprezzo.  »»  Ma  gli  scrittori  a  qual- 
che luomento  ci  fanno  sentire  nelle  loro 
opere  il  tristo  umore  che  ne  gli  predo- 
mina: e  guai  a  colui  che  n'è  a  (]uel  pun- 
to da  essi  giudicato  "),  lo  eresse  ispira- 
to da  quel  genio  islesso  di  grandezza  che 
ispirava  la  signoria  della  repubblica  ve- 
neziana. Lo  decorò  nel!'  esterno  con  un 
itrdine  conipo>ito,  anteponendovi  niae- 
stusissiiua  scalinata  e  incorunandulo  con 
due  sublimi  cupole  coperte  di  pionibo, 
ogni  cosa  Iraricca  d'  ornamenti,  e  fre- 
giato da  un  complesso  di  1 15  statue.  Po- 
chi sono  gli  edilìzi  ne'quali  siasi  posta  e- 
guai  cura  nelle  più  minute  particolarità. 
L'  interno  [)resenla  un  oUaiigono  circo- 
6oritlo  da  un  altro, in  cima  ul  i.°de'qua- 
li  sorge  la  maggior  cupola,  e  nel  3.°  con- 
tengosi  6  altari  minori  ed  un  maggiore, 
cui  sta  di  fronte  la  gran  porta  d'ingresso. 
]^er  la  sagrestia  si  va  al  seminario  [)a- 
triarcale,  grandiosa  fabbrica  pure  del 
Longhena,  il  cui  modello  il  senato  ap- 
provò nel  1670.  Nell'andito  che  vi  con- 
duce stanno  chiusi  3  paliolli  d'  altare, 
in  metallo  dorato,  con  piccoli  dipinti,  e 
tutti  sparsi  di  varie  ben  compartite  pie- 
tre orientali.  Ve  n'ha  poi  uno  in  arazzo 
con  Maria  Vergine  fra  gli  A[)osluli,  con- 
dotto sopra  bellissimo  disegno  Bellinia- 
no,  e  che  tuttavia  si  mantiene  saporito  di 
colore,  il  quadro  grandioso  e  spiritoso  con 
l'apotesi  di  s.  Girolamo  Emiliani,  nel  sof- 
llllo  della  scala,  è  del  Zanchi.  Il  quadro 
grandioso  colla  Samaritana  è  dono  e  la- 
toro  del  Uinaldi  :  l'epigrafe  che  rammen- 
ta ie  beneficenze  dell'  imperatore  Fran- 
cesco I  verso  questo  luogo,  è  del  celebre 
epigrafista  Morcelli  bresciano.  Nella  slan- 
7a  dell'  udienza  vi  sono  buoni  dipinti.  Il 
disto  risotto  è  bellissimo  lavoro  Gior- 
gioiiesco:  il  Portar  della  Croce  è  di  Bo- 
uifacio:  quella  FauJiglia  che  visita  un  uuo- 
Uastero,  è  rara  opcia  del   Fusolu  ;  il  ri- 


VEN  219 

trailo  di  Benedetto XIV,  distile  grandio- 
so e  studiate  pieghe,  è  del  Subleyras  :  il 
ritratto  del  Zaghis  abbate  camaldoles  e, è 
del  Ceccarini.  11  piccolo  quadretto  colla 
figura  di  s.  Pietro,  sembra  del  Mansueti. 
Jl  corridore  è  coperto  di  centinaia  di  ri- 
tratti o  a  matita  0  a  bulinu,  qui  collocati 
da  persone  amalricio  delle  lettere  o  del 
luogo.  Sopra  una  porla  il  dipinto  a  fresco, 
tratto  dal  muro,  con  grandiose  figure,  che 
rappresenta  la  Storia,  ha  il  nome  del  suo 
autore  Paolo  Veronese  :  la  mezzaluna  sul- 
l'altra porla  con  MariaVergine,  due  Santi 
e  due  ritratti,  che  slava  sopra  il  sepolcro 
del  doge  Francesco  Dandolo,  è  opera  in- 
teressante della  scuola  veneta,  per  la  sua 
epoca  del  i338  (orasi  trasportò  nella 
sagrestia).  La  sala  che  fu  il  luogo  del- 
la biblioteca  rinomatissima  de'  soma- 
schi,  la  (juule  pure  andò  dispersa  nel 
governo  del  regno  Italico,  ha  3  allegorici 
dipinti  nel  soHitto:  il  i.^del  Zanchi,  il  2.° 
del  Rizzi,  il  3."  del  Bambini.  E'  divenula 
poi  copiosa  di  circa  18,000  volumi,  spe- 
ciaUnente  |)er  largizioni  di  detto  governo 
e  del  successivo  imperiale,  di  mg/  Pietro 
Seffer  rettore  benemerito  del  seminario, 
liei  cav.  Gaspare  Lippomano,  e  soprat- 
tutto de'  |)atridrchi  Milesi  e  Monico.  Vi 
si  aggiunsero  ancora  i  ricchi  lasciti  del- 
l'abbate Torres  ex  gesuita,  del  prof.  Pu- 
jati  monaco  cassinese,  del  conte  France- 
sco CalboCrotla  e  del  cav.  Contarini. 
li  grandioso  e  nobìlechiostro  tiene  intor- 
no le  pareti  ornate  d' iscrizioni,  di  busti 
del  medioevo,  sicché  rassembra  un  Mu- 
seo. Vi  sono  ancora  interessiinti  iscrizioni 
antiche,  alcuna  ignota,  oltre  a  qualche  al< 
tio  capo  di  antichità.  Ne  primeggia  l'iscri- 
zione che  raniinenta  i  grandi  Dei  Cabiri, 
ricordala  da  tanti  scrittori  e  illustrata  con 
dissertazione  del  prof  Rink.  Tale  interes- 
santissima raccolta  si  deve  alla  cura  par- 
ticolare e  al  fino  intendimento  delMoschi- 
ni.  Di  continuo  si  aumenta  di  bassirilie- 
\i,  busti,  staine,  urne,  iscrizioni  e  simili 
altri  oggetti.  Elegantissimo  è  l'oratorio 
privalo  della  ss.  Trinità,  già  deli'  ordì- 


220  V  li  ìN 

ne  Teutonico,  e  fino  all'anno  1810  ap- 
pelliitu  la  scuola  della  ss.  Trinità;  e- 
zidiidio  t|uesto  ricco  di  buone  opere 
d'arte, specialmente  di  scultura.  E' de- 
gno d'  esservi  osservalo  1'  elegautissiuio 
deposito  di  Jacopo  Tatti  detto  Sanso- 
viiio  dal  monte  Sansovino  o  s.  Savino, 
patria  del  suo  maestro  Andrea  Cuntuccì, 
Je  cui  ceneri  ancora  vennero  qui  tras- 
portate e  sepolte  quando  fu  atterrala 
la  cliìesa  di  s.  Gemìnìano  ove  giaceva- 
no. Il  bellissimo  busto  che  vi  fu  so- 
prapposto e  che  olFre  l'  effigie  del- 
l'illustre  sculture  e  architetto,  scolpito 
dal  Vittoria,  è  dono  di  David  Weber,  il 
quale  pure  donò  il  ritratto  del  Moschi- 
iti  scolpilo  in  marino  dal  veneto  Gaeta- 
no Ferrari,  tratto  da  quello  souiiglian- 
lissinio  in  plastica  dall' esimio  B.iu>ildo 
liinaldi  padovano  eseguilo  in  Uunia, 
indi  fuso  in  bronzo  per  cura  del  cav.  Ci- 
cogna, Sonovi  ancora  i  busli  de'patriar- 
cln  l'yrker  e  Monico,  lavorati  dal  prof. 
1*.  Zandoineneglii.  Abbiamo  1'  Allocu- 
zioiit  inedita  di  S.  E.  film."  /iev.°  Pie- 
Iro  Aurelio  iMutli  patriarca  di  f^ene" 
zia  tenuta  nel  seini/iario  patriarcale  il 
{giorno  26  aprile  18  )|,  inaugurando  il 
bus  lo  deli  Ein."  Cardinale  Jacopo  Moni' 
co  pa  triarca  di  f'enezia^K  \  pog  ra  fi  a  M  a  r  t  i- 
iiengo.VeneziaiBSy.Mii  il  nominare  sol- 
tanto ogni  cosa  darle  eli'  è  (pii,  richiede- 
rebbe Una  lunga  narrazione,  la  quale  sa- 
re!)be  aryoniento  che  mostrerebbe  co- 
me  molto  in  breve  tempo  si  possa  ope- 
rare, ove  non  manchi  un  volere  elfi- 
cace.  Le  Fahhriclie  di  Venezia  od'ro- 
no  4  tavole  coli!  illustrazione  del  lem- 
pio  del  Diedo  e  de'  suoi  ornamenli  del 
Ziinotto.  Dicesi  dal  primo:  il  Longhena, 
the  per  lungo  lem  |io  esercì  lo  la  professio- 
ne (li  scarpellino, come  archileltodiè  sag- 
gio d'un  ingegno  straordinario  e  d'un  ar- 
ilunento  incomparabile.  Aggiunge,  co- 
luiinque  la  facciata  esternasi  Faccia  am- 
uiiiare  per  la  grandiosilà  della  mole,  l'e- 
levazione sorprendente  della  cupola,  il 
giuoco  delle  linee,  i' eletto  pilluresco  di 


YEN 
lutto  r  insieme,  e  alcune  parziali  bellezze, 
e  tali  da  non  dar  tempo  perfino  di  sco- 
prirne i  difetti,  e  di  persuader  la  ragione 
«ul  diritto  ch'essi  hanno  alla  nostra  in- 
dulgenza, si  astenne  dal  pubblicarla.  Ma 
la  pianta  del  tempio,  dichiara,  non  pote- 
va esser  pensala  con  maggior  saviezza  ; 
bellissima  laformadel  presbiterio; e  con- 
clude, le  bellezze  di  questo  tempio,  quan- 
toalla  parte  interna,  sorpassano  di  gran 
lunga  i  difetti,  i  quali  pure  potrebbero  di 
assai  temperarsi  senza  scomporre  l'insie- 
ine.  Il  Zaoollo  nel  descrivere  gli  orna- 
menti che  Io  rendono  più  splendido,  fa 
osservare:  Che  sebbene  nel  tempo  che 
davasi  mano  a  tant' opera,  i  più  grandi 
laminari  della  patria  scuola  erano  disce- 
si nella  tomba,  nondimeno  si  pensò  di  a- 
dornarlocon  quelle  tavole,  che  la  chiesa 
allora  soppressa  di  s.  Spirilo  in  isola  pos- 
sedeva, come  rilevo  nel  §  XVIII,  n.  5  ; 
ed  erano  la  iiwggior  parte  produzioni  de- 
gli artisti  dell'aureo  secolo,  fra  cui  del 
pennello  miracoloso  del  grande  Vecellio. 
Colle  stupende  opere  del  monaslero  di  s. 
Spirilo  si  abbellirono  pure  la  sagrestia  e 
il  soppalco  del  coro,  e  questo  ancora  co' 
ben  operali  sedili,  sculli  iu  noce,  che  ser- 
vivano a'monaci  o  canonici  pe' divini  uf- 
fizi. iN'ella  sagrestia  furono  poi  collocate 
quelle  dislinte  produzioni,  che  per  amore 
delle  buone  arli  e  del  decoro  del  santua- 
rio r  ottimo  Moscbiui  lasciò,  a  mostra- 
re ch'erano  iu  lui  ellicaci  le  più  nobili 
virtù  dell' uomo  (lasciò  inoltre  al  suo  di- 
letto Seminario  i  libri,  i  inss.,  le  slampe, 
le  medaglie,le  raccolte  di  monete  e  pres- 
soché ogni  altra  cosa  che  possedeva  ;  para- 
menti preziosi,scuUure  e  dipinti  alla  chie- 
sa). Sempre  edificante  religioso,  il  ch.Za- 
iiollo  termina  le  sue  belle  descrizioni  col 
dire  :  »  iNon  possiamo  chiudere  questi 
sfuggevoli  cenni,  senza  rendere  le  dovu- 
te grazie  a  chi  ha  in  custodia  questo 
tempio,  mentre  è  tenuto  con  tal  cura  e 
tal  amore,  da  poter  esser  offerto  ad  e- 
sempio  a'  ministri  del  santuario,  i  quali 
debbouù  Icucr  iu  cima  a  tulli  i  loropen- 


VEN 

sieri  il  decoro  della  Casa  di  Dio  ".  Ed 
io  non  posso  terrainare  questo  numero, 
e  partire  dal  seminario  patriarcale,  sen- 
za aggiungere  altre  parole  in  lode  delle 
benen>erenze  col  seminario,  con  Vene- 
zia, co'  veneziani,  colla  letteratura,  colle 
arti,  dell'ex  somasco,  canonico  e  cava- 
liere, il  veneto  Giannanlonio  Moscliini. 
De' suoi  grandi  meriti,  e  di  quanto  egli 
operò  per  l'onore  e  la  splendidezza  del 
veneziano  seminario,  lo  celebrarono  il- 
lustri penne,  anclie  come  dottissimo  pre- 
fètto degli  studi  del  medesimo;  il  prof.  d. 
Antonio  Visenlini  con  affettuosa  e  facon- 
da Orrtz/o/?e/J<«c/;re,  stampata  dall'An- 
tonelii  nel  184.0;  il  prof,  de  Ilo  slesso  semi- 
nario d.  Cesare  Parolari,  il  quale  premise 
alla  suddetta  Guida  postuma,  una  com- 
pendiosa vita  del  suo  autore,  scritta  con 
acutezza  di  giudizi!  ed  eleganza  di  sti- 
le; il  cavalier  Cicogna  neWe  Insciizioni 
Veneziane,  massime  nel  t.  4»  P-  ^93  ; 
il  cav.  Mulinelli  nelle  sue  opere,  segna- 
tamente negli  Annali  delle  Provincie 
T enele  a  p.  5o6,  in  cui  rileva,  che  tenu- 
to dal  seminario  qual  padre  suo,  in  tri- 
buto di  tenero  affetto  e  di  pubblica  gra- 
titudine gli  celebrò  solenne  funerale,  e 
con  eccezione  alle  leggi,  ottenne  dal  so- 
vrano d'aver  presso  di  sé  le  reli(juie  di 
un  uomo  la  cui  morie  lungauìente  ri- 
marrà deplorabile,  e  le  depose  in  onora- 
la tontba  nell'  oratorio  del  seminario, 
coll'epigrafe:  Oplime  De  Seminario  Me- 
riti liete  Professoruni  Volo  Principe 
Adnuenle.  Monumento  di  meritala  glo- 
ria. 

66.  Cappuccine  Clarisse  di  s.  Maria 
Madre  del  Redentore.  La  matrona  Ma- 
rianna Tron  volendo  introdurre  in  Ve- 
nezia le  Minime  o  Paolotte,  raccolse  nel 
1589  f*'*!"'"''^  vergini,  fra  le  quali  Fran- 
cesca Triaca  Marasca  e  Angela  Classo, 
die  poco  prima  da' cappuccini  erano  sta- 
sle  vestiti?  dell'abito  di  s.  Francesco  d'A- 
sisi  ;  ma  i  mezzi  non  corrispondendo  alle 
spese  necessarie,  le  vergini  si  ritirarono, 
tranne  le  due  noiuiuale  die  si  prupose- 


VEN  221 

ro  la  fondazione  d'un  nuovo  monastero 
sotto  l'austera  primitiva  regola  di  s. 
Chiara.  Chiuse  dun(|ue  in  angusta  casa 
adottarono  la  regola  francescana  senza 
veruna  dispen>a,  laonde  ben  presto  ec- 
citale da  SI  edificante  esempir),  si  uniro- 
no ad  esse  molle  altre  vergini  bramose 
di  professa  re  vita  così  severa  e  regolare. 
Intanto  giunto  in  Venezia  il  p.  Girola- 
mo da  Perugia,  ministro  generale  dei 
cappuccini,  si  lecarono  le  virtuose  ver- 
gini da  Ini  a' 2  I  gennaio  1  Sgo  per  es- 
ser benedette  e  riconosciute  per  figlie. 
Animale  da' suoi  consigli  implorarono 
l'assistenza  del  patriarca  l*riuli,  che  be- 
nignamente le  confortò  a  cercare  sito  op- 
portuno per  la  fondazione.  Mentre  a 
questo  s' intendeva,  per  la  tardanza  della 
grave  carestia,  si  ritirarono  tulle  alle 
loro  case,  ad  eccezione  della  sola  Ange- 
la, la  quale  motti  i  genitori  si  retò  a  vi- 
vere solitaria  con  una  compagna  in  una 
casa  contigua  all'  oratorio  della  Conso- 
lazione dello  della  Fava,  ove  Dio  la 
provvide  d'  altre  compagne  più  fervoro- 
se delle  anteriori.  Colla  benedizione  del 
patriarca  Zane,  secondo  i  suoi  consigli 
si  esercitarono  in  pie  opere  nelle  chiese 
tle'  ss.  Gio.  e  Paolo,  e  di  s.  Maria  dei 
Derelitti  detta  l'Ospedalello  ;  eletta  An- 
gela a  superiora,  la  quale  curò  soprat- 
tutto la  serafica  povertà,  ed  accresciuto 
il  numero,  passarono  in  casa  meno  ri- 
slrella  nella  parrocchia  della  ss.  Tiinità, 
Finabnenle  giunte  al  numero  di  12,  la 
fondatrice  ottenne  a' 26  giugno  i6o5 
dal  maggior  consiglio  il  permesso  d'eri- 
gere un  monastero  con  chiesa.  In  un  an- 
golo della  città  dello  Qtiintavalle,  nel 
sestiere  di  Castello  e  vicino  alla  catte- 
drale, fattosi  acquisto  d'  un  luogo,  An- 
gela con  20  monache  vi  si  porlo  a  dis- 
j)orre  i  principii  del  chiostro.  Superali 
gì'  impedimenti  fatti  insorgere  dai  de- 
monio, il  senato  a'  21  gennaio  1609 
autorizzò  il  monastero  a  contenere  3o 
cappuccine,  e  con  apostolica  autorità  il 
patriarca  Vendramiu  chiamò  da  Brescia 


•lo.'i  V  IL  N  VE  N 
per  isliiiiie  le  religione  all'  0<;<!pivnn7a,  rione  cieli' i  i  oUobre  1826.  Nell.i  chiesa 
le  inonnclie  cappuccine  Maria  Zuccalo  vi  è  un'opera  del  Palma  giovine, 
veneziana,  ed  Knfiasia  Nasini  bresciana.  fjy.  Minori  Osservanti  Riformali  di 
Con  solennità  s' inaugurò  il  nionasfeio  s.  Francesco  del  Deserto  e  rli's.  Bona- 
lì'  4  oUobie  festa  di  s.  Francesco,  le  mo-  ventura  in  isola.  P\  il  §  XVI li,  n.  i  i. 
nache  ricevendo  nella  calledrale  la  co-  68.  agostiniane,  ed  ora  Eremitani 
munione  dal  paliiarca,  e  dopo  ^dotine  Servite  di  Gcsìi,  Maria,  Giuseppe,  già 
formalità  il  prelato  impose  loro  la  coro-  di  s.  Maria  del  Pianto  di  presente  ce- 
na di  spine  sul  capo,  la  candela  accesa  ciipaf a  dall'  Istituto  Canal  delle  Figlie 
in  mano,  e  la  croce  sulle  spalle.  Con  ta-  del  Sagro  Cuore.  La  fondatrice  di  que- 
li  ornamenti,  procestiionalmente  e  prece-  sto  monastero,  già  delle  ^agostiniane  det- 
dute  da  lunga  schiera  di  cappuccini,  tor-  le  Muneghette,  suor  Angela  M.  Pasqua- 
narono  le  spose  di  Cristo  al  monastero  ;  li  veneziana,  in  tutta  la  sua  vita  presen'ò 
f)ve  piesero  il  velo  bianco  e  I'  intero  a-  un  corso  mirabile  di  disposizioni  della  di- 
bito  serafico,  e  cambiati  i  nomi,  la  bene-  vina  provvidenza,  che  la  volle  istilutrice, 
inerita  fondatrice  Angela  divenula  novi-  malgrado  molle  umane  contrarietà,  che 
xia,  assunse  quello  di  suor  Francesca.  Il  vi  si  opposero,  narrate  dal  Corner.  Dal- 
palriarca  destinò  quindi  al  governo  la  la  sua  infanzia  die' segni  di  santità,  e  di- 
Zuccalo,  nelle  cui  mani  professarono  venula  orfana  de'  genitori  a  9  anni,  ad- 
Framesca  e  1'  altie  novizie  la  regola  di  dottò  per  madre  la  B.  Vergine  e  sempi'e 
s.  Chiara  in  tutto  il  rigore.  Il  palriaica  ne  provò  gli  eftelti  prodigiosi.  Condotta 
considerando  il  silo  di  Quintavalle  trop-  dallo  zio  in  Candia,  ivi  lo  perdette,  onde 
poremoloed  esposloa  pericoli, d'accordo  tornata  a  Venezia  fu  abbandonata  da 
co'  protettori  delle  religiose,  le  trasferì  lutti.  Dopo  altri  infortunii,  matura  alk 
a'  i4  gingno  1612  in  faccia  al  mona-  grande  opera  a  cui  Dio  l'aveva  deslina- 
stero  di  s.  Girolamo,  in  ristretto  e  bene-  ta,  diverse  don?elle  nobili  e  civili  fattesi 
dello  chiostro,  nel  sestiere  di  Cannare-  sue  discepole,  conobbe  la  serva  di  Dio 
gio.  Di  poi  le  monache  lo  dilatarono,  e  d'  essere  destinala  alla  fondazione  di  un 
fabbricarono  la  povera  e  decente  chiesa,  monastero  j  ed  anco  per  questo  fu  ber- 
la cui  I."  pietra  a'  17  agosto  161  4  pose  saglio  di  contrarietà  e  persino  segno  di 
d  patriarca  Vendramin,  sotto  1'  invoca-  calunnie,  finché  Dio  in  premio  di  sue 
zione  di  s.  Maria  Madre  del  Redentore j  rare  virtù  cambiò  i  persecutori  iti  pro- 
e  con  questo  titolo  e  quello  di  s.  Fran-  lettori.  Soperate  tutte  le  difficoltà,  nel 
cesco  e  s.  Chiara  fu  consagrata  il  i.°olto-  sestiere  di  s.  Croce  acquistò  alcune  case, 
bre  1623  dal  patriarca  Tiepolo.  In  se-  e  ridotte  in  forma  di  piccolo  monasterc», 
guilo  da  questo  monastero,  3  religiose  nel  suo  oratorio  dedicato  a  Gesù  e  Ma- 
passarono  a  fondar  quelli  per  le  cappuc-  lia  pel  i."  celebrò  la  messa  a'aS  febbraio 
cine  di  Vicenza  nel  iG^Qjtli  Padova  nel  1623  il  patriarca  Tiepolo,  il  quale  co- 
i633,  nel!'  isola  di  s.  Maria  delle  Gra-  nìunicò  Angela  e  le  verginelle  sue  figlie, 
zie  nel  1671,  di  cui  parlerò  nel  n.Sdel  Scelta  per  norma  la  regola  di  s,  Agosli- 
§  XVIII.  Le  cappuccine  quivi  litua-  no,  nel  i633  s' intraprese  l'erezione  di 
sero  sino  al  1810,  nel  (piale  anno  furo-  angusta  chiesa  colla  medesima  invocazio- 
no  soppresse  in  uno  agli  altri  clauslri.  ne  dell'  oratorio,  e  poiè  esser  solenne- 
La  chiesa  fu  allora  dichiarala  sussidia-  menle  benedetta  a' 26  luglio  i  634- An. 
ria  ossia  oratorio  sagramenlale  della  va-  che  nella  pontificia  conferma  ilella  rego- 
sla  pairocfhia  di  s.  Marziale.  Le  mona-  la  e  del  monastero,  la  serva  di  Dio  pali 
che  la  riebbero  col  monastero,  autoriz-  contrarietà,  e  finalmente  colle  orazioni 
zfite  a  ristabilirsi  per  la  sovrana  risolu-  1' ottenne  da  Innocenzo  X  il  (."luglio 


V  EN 

1647-  Allora  scelta  nd  effclftinre  la  rano- 
nìca  istituzione!'  idonea  agostiniana  (l'è! 
monn-itero  di  s.  Andrea,  suor  Ciierubina 
Balbi,  quasiché  piii  nulla  restasse   a  snnr 
Angela  da  fare,  placidamente  riposò  nel 
Signore  a'  il   aprile  i652   di   go  anni. 
]|  patriaica  Morosini,a  consolazione  delie 
desolate  religiose,  costituì  la  medesima 
lìajbi  in    I."  priora  del  monastero,  e  tale 
dixenne  per  la  formale  clausura  imposta- 
gli. La  piccola  chiesa  fu  poi  iibbellila,  e 
decorata  col  corpo  di  s.  Sabina  uìartire,  e 
delle  leste  de'ss.  Fabio  e  Massimino  mar- 
tiri, traili  da  Roma  sotterranea.  Le  mona- 
che agostiniane  ti  fiorii  ono  sino  al  1 8  1  o, 
in  the  con  tutte  le  altre  furono  soppiesse. 
Il  monastero  e  la  chiesa  di  Gesù-Maria- 
Giuseppe  r  ottennero  poi  le  Servite  erC' 
mitane,  che  prima  di  tale  abolizione  abi- 
tavano il  uionasterodi  s.  Maria  del  Pian- 
to, e  le  quali  furono  ristabilite  in   Vene- 
zia colla  sovrana  risolu7Ìone   de*  7  luglio 
1820.  A  dar  contezza  di  esse,  ccmincciò 
dal    dire    col   Corner,   quanto  ci    Kt-cìò 
scritto  dell'  Eremìfe    de'  Servi  dette  le 
Cappuecine  delle  fondamenta  Nuove, 
della  chiesa  di  s.  Maria  del  Pianto. 
Insorta    nel    1629   gravissima   peste   in 
Italia,  dopo  averne  desolale  le  principali 
citlà,  s' introdusse  in  Venezia,  ove  fece 
tali  e  lanle  stragi,  the  la  città  tutta  prese 
forma  di  cimitero.  Commosso  da  spella- 
colo  rosi  funesto  il  cuore  di   Benedetta 
Bossi,  pia  vergine,  che  poc'anzi  avea  nel- 
r  isola  di  Borano  fondalo  un  auslerissi- 
mo  monastero  di  monache  dell'istituto 
de'  Servi  di  Maria,  procuiò  con  01  azio- 
ni e  penitenze  di  placare  lo  sdegno  di  Dio 
e  divertire  1'  orribile  flagello  che  andava 
consumando  il  suo  popolo.  Mentre  un 
giorno  con  maggior  fervore  era  tutta  as- 
.sorla  neir  orazione,  da  superno  lume 
chiarita,  conobbe  derivare  il  castigo  del- 
la città  per  l' inadempimento  de'  pii  suf- 
fragi  till' anime  penanti  del  Purgaloiio. 
Ofliì  ella  tosto  la  sua  vita  in  olocausto  per 
placar  l'ira  divina  in  compensazione  di 
tali  otumissioui  e  sospensioni.  Senti  allo- 


V  E  N  293 

ra  ingiungersi  da  un'interna  celeste  voce, 
doversi  con  pia  istituzione  perpetua  com- 
pensare il  danno  recato  all'anime  purgnu- 
ti;  e  con  pubblico  decreto  e  a  sue  Sjìe-ie 
fondarsi  un  monastero,  in  cui  fervoro>e 
vergini  porgessero  continue  preghieie  fi 
Dio,  e  nella  chiesa  che  propinqua  dovea 
fabbricarsi,  si  olfrissero  quolidiani  sagri- 
fizi  al  vSignore  per  la  libera7Ìone  delie 
sfesse  anime  sofferenti.  Palesò  la  buona 
verginei!  ricevuto  avviso,  ma  poco  fu  cre- 
dula ;ed  essa  si  rimise  alla  volontà  di  Pio. 
Infanto  alcuni  anni  dopo  Ibraim  sultano 
de'turchi  mandò  a  investir  l'isola  di  Can- 
dia  con  polente  armata,  e  la  religiosa  ba- 
dessa si  senlì  internamente  eccitata  a  pro- 
muovere la  fondazione  del  monasleio. 
Scrisse  al  senato  tulio  quanto,  e  per  l'opi- 
nione virtuosa  che  godeva,  non  solo  tro- 
vò ascollo,  ma  fu  esaudita  con  ordinarsi 
r  erezione  del  monastero  e  della  chiesa, 
e  la  dotazione;  e  suor  M."  Benedella  ne 
fu  destinata  fondatrice  e  superiora.  Ella 
scelse  I  o  religiose,  3  delle  quali  del  mo- 
nastero di  Durano,  ma  prima  che  si  get- 
tassero i  fondamenti  passò  a  miglior  vita, 
come  avca  predetto.  Erette  poi  e  dolale 
dalla  pielà  del  senato  le  fabbriche  nel  se- 
stiere di  Castello,  a  sua  i^tan7a  Alessnu» 
dro  VI!  a' 2  I  novenjbre  iGDy  approvò 
lo  stabilimento  col  titolo  di  oìonaslero  di 
monache  dell'  ordine  tiei  Servi  di  Maria 
della  2"  riforma  di  Monte  Senario,  sotto 
la  regola  di  s.  Agostino  e  l'invocazione  di 
s.  Maria  del  Pianto,  per  l'abbadessa  e  i4 
monache,  con  padronato  perpetuo  alla 
repubblica  di  Vcnezia.Quindi  a  Ila  defunta 
fu  sostituita  per  fondatrice  suor  M.  Inno- 
cenza Contarini,  la  quale  con  due  altre 
monache  e  le  vergini  secolari  che  ammise 
al  sagro  abito,  formò  una  comunità  an- 
gelica che  riuscì  di  edificazione  alla  cit- 
tà. Gettò  la  I."  pietra  ne'foudamenti  del- 
la chiesa  nel  1647  ''  patriarca  Mnrosini, 
e  ne  fu  coniata  per  memoria  una  meda- 
glia che  trovo  nello  stesso  Corner.  Rap- 
presenta la  B.  Vergine  colla  corona  in  ca- 
po sostenuta  da  due  Angeli,  deploiaudo  il 


224  V  E  N 

tlivin  Figlio  che  gli  è  innanzi  morfo. 
]Vel  rovescio  è  l' iscrizione  ;  Dcipnran 
firgini  A  Plancia  -  Delnbritm  -  Ad 
Mortuor.  Aniinas  -  Sacerdotuni  [Josliis 
Firginurii  -  Precib.  Expinndas  -  Sena- 
iris  l'oi'it  Primo  Q.  In  e  loia  pi  de  -  Di- 
ravit  -  Frane,  violino  Duce  -  Io.  Fran. 
Jllauroccno  Pai.  -  mdcxlvii.  Ridotta 
la  chiesa  a  perfetto  compimento,  oltre 
il  monastero,  fu  solennemente  consa- 
grala a'  7  maggio  1687,  secondo  il  Cor- 
ner, o  a*  g  novembre,  come  leggo  nello 
Staio  personale  del  Clero.  Fu  ornata 
nel  suo  materiale  di  magnifici  altari  e 
tlislirite  pitture,  ed  arricchita  de'  corpi 
eie'  ss.  P'austo  e  Giustina  martiri,  e.d'  al- 
tre insigni  reli(iuie  tratte  da'  cimiteri 
l'omaui.  Dipoi  Benedetto  XIV  nel  1744 
lo  donò  della  reliquia  di  s.  Stanislao 
K-oslka  gesuita,  la  cui  festa  a'i3  novem- 
bre si  cominciò  in  questa  chiesa  a  cele- 
brare con  solennità.  In  questo  monaste- 
ro fiorirono  sante  monache,  fra  le  qua- 
li suor  M,  Angelica  Confortinari  ;  e  suor 
3M.  Clela  Antonia  de'  conti  Zinzendorf, 
convertita  dal  luteranismo  e  vestita  nel 
1702  dal  patriarca  Badoaro,  poi  diven- 
ne badessa,  e  fondò  nel  17163  Monaco 
di  Baviera  un  monastero  del  suo  ordi- 
ne,e  tornata  in  Venezia  morì  santamen- 
te nel  1742.  Per  unità  d'argomento  ag- 
giungerò col  citalo  libro  Stalo  persona- 
le, che  siccome  la  chiesa  di  s.  Maria  del 
Pianto  nel  18 io  fu  soppressa  unitamen- 
te al  monastero  annessovi  delle  religiose 
Servite  Eretnitane  di  s.  Agostino  nomi- 
nate le  Cappuccine  j  il  monastero  per 
\\n  tempo  servì  di  collegio  maschile,  e  la 
chiesa  venne  ridotta  a  teatrino  ad  uso  del 
collegio  stesso,  finché  il  sacerdote  d.  Da- 
niele Canal  (canonico  onorario  di  s.  Mar- 
co e  cavaliere  dell'  ordine  di  Francesco 
Giuseppe)  avendola  comprata,  generosa- 
mente la  riedificò  ed  ornò  con  ogni  in- 
terno decoro,  e  fattala  nuovamente  con- 
sagrare a'  28  agosto  (sic)  i85i,  la  ria- 
prì al  culto  divino  a' 2 1  settembre  di 
queir  auuo,  fondando  nel  contiguo  mo- 


V  E  N 

nasfero  1'  istituto  educatorio  del  suo  no- 
me che  fiorisce.  Già  WGiornale  di  lìoma 
del  i85i  a  p.  83o  avea  pubblicato  colla 
data  di  Venezia  3  settembre:  Domenica 
3  lagosto(sic)  fu  solennemenlecoiisa£;ra 
ta  da  mg.' Federico  marchese  Maufrediui 
vescovo  di  Famagosla,  la  chiesa  di  s. 
Maria  del  Pianto,  la  cui  funzione  rese 
più  splendida  la  grande  frequenza  del 
popolo.  '»  Questa  chiesa,  dalla  pietà  del 
senato  veneto  innalzata  per  volo  fin  dal 
1646  (sic)  coir  annessovi  monastero,  era 
stata  fin  dal  i8io  soppressa,  dipoi  pro- 
fanala, e  quasi  totalmente  distrutta.  Ac- 
quistata col  cenobio  dal  zelantissimo  ve- 
neto sacerdote  Daniele  nobile  Canal  nel 
1842,  air  oggetto  di  riaprirla  al  culto, 
e  di  collocare  nel  luogo  le  povere  fan- 
ciulle dell'  istituto  da  lui  eretto  fin  dal 
1823,  potè  egli,  dopo  g  anni  d' incessan- 
ti cure,  ridurla  al  suo  compimento,  ed 
a  tal  p(mto  da  poter  giustamente  gareg- 
giare colie  pii;i  belle  ed  eleganti  della  no- 
stra meravigliosa  Veneyia.  In  effello, 
gì'  illustri  viventi  pittori  Qnerena,  San- 
ti, Bernardo,  l'esperto  sacerdote  Dal  Lon- 
go,  e  la  virtuosissima  giovane  Anna  M. 
Marovich,  abbellirono  la  chiesa,  chi  di 
pitture  ad  olio,  chi  a  fresco,  chi  di  dili- 
genti indorature  ;  e  1' artiere  Gandon,  e 
tutti  gli  altri  artefici,  prestando  1'  opera 
loro,  ebbero  più  in  mira  il  decoro  della 
Casa  di  Dio,  e  il  desiderio  di  aiutare  il 
pio  sacerdote  nella  sua  santa  intrapresa, 
che  non  il  proprio  iiiteres>.e.  Questo  tem- 
pio, il  quale,  per  lo  sito  remolo,  lungi 
da'  rumori  delle  piazze,  e  per  la  vicina 
veduta  del  placido  soggiorno  de'  Impas- 
sati,  ispira  u)aggiore  raccoglimento  e  di- 
vozione verso  la  Vergine  Addolorata,  e 
induce  a  meditare  sulla  brevità  della  vi- 
ta, sarà  descritto  da  secolare,  ma  religio- 
sa ed  erudita  penna;  e  ne  verrà  pubbli- 
cata la  descrizione  nel  2  1  seltembie  p.  v,, 
giorno  destinalo  alla  riapertura  solenne. 
E  frattanto  noi  non  possiamo  che  tribu- 
tare encomii  al  sacerdote  Daniele  Ca- 
nal, il  quale,  non  contento  d'averne  fat- 


VEN 

lo  I'  acquislo,  e  di  avere  profuso  tlenaro 
nel  rìJuiiarlo  alla  pubblica  uHìziatura, 
Tulle  ottenerne  dulie  competenti  autori- 
tà il  giuspadronato  ;  e  quindi  assicurare 
così,  anche  per  li  tempi  avvenire,  la  sus- 
sistenza di  questo  ediOziu  e  di  questo 
istituto,  che  tanto  reca  d'  onore  alla  pie- 
tà di  lui,  e  di  decoro  alla  città  nostra". 
A  fine  poi  di  dare  perpetua  durata  a  que- 
sto slabilimeoto,  lo  stesso  sacerdote  Ca- 
nal proprietario,  ottenuto  decreto  dal- 
l' Ecc.  I.  R.  Ministero  del  Culto  e  della 
Pubblica  Istruzione,  de'24 ottobre 1 802, 
chiamò  alla  direzione  del  medesimo  le 
benemerite  religiose  Figlie  del  Sagro 
Cuore,  la  casa  principale  delle  quali,  ca- 
nonicamente eretta,  esiste  in  Brescia,  co- 
me descrissi  nel  voi.  LX  p.  233,  facendo 
anco  menzione  del  pio  istituto  fondato 
dall'encomiato  sacerdote.  Questa  congre- 
gazione religiosa,  accolte  alcune  ben  in- 
tese prescrizioni  del  detto  Canal,  entrò 
in  possesso  si  del  locale,  che  della  chiesa 
a'  22  novembre  i852,  rimanendo  ad  o- 
gni  evento  si  l*  uno,  che  l'altra,  tutela- 
ti dal  patriarca  prò  tempore.  Queste  re- 
ligiose attendono  all'  educazione  di  po- 
vere fanciulle  sì  interne  che  esterne.  N'è 
rettore  e  direttore  spirituale  lo  stesso  mg.' 
Daniel  Canal  fondatore  dell'  istituto  e 
patrono  della  chiesa.  Vi  sono  il  confes- 
sore delle  religiose  e  delle  fanciulle  in- 
terne, il  confessore  delle  fanciulle  ester- 
ne, il  catechista,  la  superiora  e  direttri- 
ce, 9  professe,  3  aspiranti,  2  novizie,  2 
mandularie,  oltre  il  sacerdote  patrimo- 
uialo  addetto  al  servigio  della  chiesa.  Ri- 
porta il  Giornale  di  Roma  del  1 853  a 
p.  5i4  in  data  di  Venezia  3  giugno  : 
>j  S.  E.  Rev.  mg.'  patriarca  Mutli  recava- 
si ieri  mattina  al  monastero  delle  figlie 
del  Sagro  Cuore,  non  solo  per  fare  la 
pastorale  sua  visita  all' annessavi  chiesa 
della  Madonna  del  Pianto,  ma  per  inau- 
gurarvi altresì  cogli  auspicii  della  reli- 
gione, le  scuole  di  quell'istituto,  che  fu- 
rono ieri  anche  aperte  a  benefizio  delle 
fanciulle  esterne.  S.  A.  I.  Pi.  il  sereoissi- 
VOL.  xci. 


VEN  225 

me  arciduca  Ferdinando  Massimiliano 
SI  compiacque  d'intervenirvi.  L'augusta 
presenza  del  fratello  di  Cesare  testimo- 
niava solennemente  i  pii  sensi  del  prin- 
cipe, e  r  importanza  che  attribuisce  al- 
l' erezione  di  scuole,  dove  le  fanciulle  po- 
vere acquistano  salutari  indirizzi  di  mo- 
ralità, informano  il  loro  spirito  a'  rudi- 
menti del  calcolo  e  delle  lettere,  s'impra- 
tichiscono di  lavori,  che  fruttano  al  loro 
avvenire  un  pane  sicuroe  onorato.  Il  me- 
rito d*  istituzione  così  benefica  risale  al 
sacerdote  don  Daniele  Canal,  che,  immo- 
latovi il  suo  ed  invocato  e  ottenuto  soc- 
corso dalla  pietà  cittadina  e  dalla  muni- 
ficenza della  Casa  Imperiale,  ridusse  og- 
gidì il  monastero  delle  figlie  del  Sagro 
Cuore  ad  un  grado  di  perfezione,  da  o- 
norarsene  e  avvantaggiarsene  la  patria". 
69.  Carmelitani  dell'  antica  osservan- 
za di  s.  31  aria  Assunta,  volgarmente  i 
Carmini j^  Carmelitani  Scalzi  di  s.  Ma- 
ria  inNazareth.Dìrò  prima  de'calzati  non 
più  esistenti,  e  poi  degli  scalzi  esistenti. 
Fr.  Francesco  Mondini  carmelitano  nel 
suo  libretto:  Carmelo  il  favorito,  scrisse: 
Che  al  tempo  in  cui  il  doge  Domenico 
Michiel  guerreggiava  fortunatamente  iti 
Tiro  e  io  Palestina,  siano  stati  tradotti  i 
carmelitani  in  Venezia  da  Giovanni  Zau' 
carolo  neh  12 5,  mentre  faceva  dalla  Tra- 
cia tragitto,  e  in  un  angusto  tempio  e  ro- 
mitaggio collocati.  Però  il  Corner  dichia- 
ra ignorare  con  qual  fondamento  abbia 
potuto  asserirlo;  ed  essere  più  probabile 
l'opinione,  che  i  carmelitani  ponessero  se- 
de in  Venezia  verso  il  fine  del  secolo  XI II, 
giacché  da  autentica  carta  dell'archivio 
dis.  Margherita  apparisce, essersi  i  carme- 
litani nel  1 286  obbligati  a  consegnare  al- 
la chiesa  parrocchiale  di  s.  Margherita 
tutte  e  intere  l'oblazioni  ch'essi  ricavar 
potessero  nel  giorno  festivo,  e  inoltre  con- 
tribuire al  pievano  e  a'chierici  della  stes- 
sa due  libbre  di  cera;  e  quest'obbligo  del 
convento  confermò  poi  neli320  fr.  Gio- 
vanni della  Rocca  vicario  generale  del- 
l'ordine, il  quale  dichiarò  essersi  ciò  sla- 
i5 


226  YEN 

l)ililo  per  la  concessione  datagli  dì  fab- 
bricare la  chiesa  di  s.  Maria  de' Carmi- 
ni di  Venezia  nel  sestiere  di  Dorsodu- 
IO.  Promisero  poi  i  frali  nel  1288,  che 
se  riuscisse  loro  d*  aver  un  cìmiterio  li- 
I)ero  per  le  sepolture,  contribuirebbe- 
ro alla  chiesa  di  s.  Margherita  la  me- 
tà de' proventi  e  delle  limosine,  che  ia 
grazia  delle  sepolture  si  potessero  ricava- 
re. Eretta  dunque  la  chiesa  e  dedicata  a 
Maria  Vergine  sotto  il  titolo  della  di  lei 
gloriosa  Assunzione,  fu  decorata  nel  1 290 
d'indulgenze  a  chi  la  visitasse  indetermi- 
nati giorni  da  Nicolò  IV,  e  poi  a'6  aprile 
1348  venne  consagrata  da  fr.  Marco  Mo- 
rello vescovo  Douiocese  e  già  priore  del 
convento,assislito  da  6  altri  vescovi.  L'an- 
niversario della  dedicazione  si  celebra  la 
domenica  fra  l'S.'  dell'  Assunzione,  Pas- 
sati pochi  anni  dalla  fondazione  della  chie-  . 
sa,  fu  in  essa  stabilita  in  onore  di  s.  Ma- 
ria del  Carmelo  una  divota  compagnia 
di  femmine  vestite  del  sagro  abitino  o 
scapolare  del  Carmine,  le  quali  da  fr.  Ge- 
rardo priore  generale  dell'ordine  furono 
neli3oo  ammesse  io  perpetuo  alla  par- 
tecipazione delle  pie  opere,  che  ovunque 
si  facessero  nell'  ordine  carmelitano.  Da 
tal  pia  radunanza  è  fama  che  avesse  ori- 
gine in  Venezia  l'istituto  delle  terziarie 
carmelitane,  volgarmente  Pizzochcre  dei 
Carmini,  le  quali  anticamente  solevano 
\ivere  separatamente  nelle  loro  case  pri- 
vate, e  poi  si  ritirarono  nel  1498  a  vivere 
unite  in  una  casa  detta  s.  Diaria  della 
Speranza  ,  donata  loro  dal  pio  Luigi 
Vielmo.Allra  confraternita  dell'uno  e  l'al- 
tro sesso  sotto  la  prolezione  dellaMadonna 
del  Carminefu  poi  eretta  nel  i  594, la  qua- 
le in  breve  divenne  tanto  numerosa  e  ric- 
ca di  rendite,  che  oltre  l'aver  niaguifica- 
inente  eretto  e  adornato  nella  chiesa  l'al- 
tare dedicalo  a  s.  Maria  del  Carmine,  al- 
zò ancora  dirimpetto  al  fianco  della  chie- 
sa un  sontuoso  edificio  per  esercitarvi  le 
sue  divole  pratiche.  Molte  e  insigni  reli- 
quie si  collocarono  in  questa  chiesa,  fra  le 
quali  principalaiente  sono  queste.  La  te- 


V  EN 

stadi  s.  Uldarico  vescovo;  quella  d'una 
compagna  di  s.  Orsola;  una  coscia  di  s. 
Eliseo  profeta  proveniente  nel  iSaSdal 
priorato  di  s.  Lorenzo  in  Cesarea  di  Ra- 
venna, in  cui  dicesi  riposare  l'inlero  cor- 
po; un  osso  insigne  di  S.Simone  Slock  car- 
melitano, tratto  nel  162  i  da  Bordeaux, 
dal  veneto  fr.  Gregorio  Canal  priore  ge- 
nerale dell'ordine.  Inoltre  in  questo  con- 
vento nel  1 524  si  celebrò  il  capitolo  gene- 
rale, in  cui  fr.  Nicolò  Audel  fu  eletto  prio- 
re generale,  eper  ordinedi  Clement«  VII 
vi  si  stabilirono  costituzioni  per  la  rifor- 
ma universale  dell'ordine  carmelitano.  Il 
Corner  riporta  un  bel  numero  di  carme- 
litani calzati  fioriti  in  questo  convento  e- 
levali  all'episcopato  e  al  supremo  magi- 
stero dell'ordine.  La  chiesa  fu  ufTiziala  si- 
no alla  generale  soppressione  da' carme- 
litani calzati  dell'antica  osservanza,  e 
con  decreto  patriarcale  de'  28  ottobre 
1810  fu  dichiarata  parrocchia  sotto  la 
decania  di  s.  Maria  del  Rosario;  lo  è  tut- 
tora con  3919  aninie,  ed  ha  per  succur- 
sale la  chiesa  di  s.  Barnaba  apostolo,  di 
cui  parlai  nel  n.  &%  del  §  Vili  delle  par- 
rocchie.Nel  suo  limile  parrocchiale  è  l'ora- 
torio non  sagramenlale  di  s.  Lodovico  IX 
re  di  Francia  ,  che  serve  per  un  ospizio 
di  poveri  ricovrati  ,  oon  suo  cappellano. 
Quando  s.  Maria  del  Carmine  fu  eretta 
in  parrocchia,  vi  fu  trasferito  il  clero  del- 
la chiesa  parrocchiale  di  s.  Margherita, 
per  essere  stala  soppressa.  La  chiesa  di 
s.  Maria  del  Carmine  è  una  delle  mag- 
giori della  città  ,  architettata  nel  secolo 
XIV, con  facciala  senq)liceepovta  ionica, 
fregiata  di  n)olte  belle  e  rare  pitture.  Nel- 
r  altare  una  volla  a  fianco  della  porta, 
ora  trasportalo  presso  la  porla  della  sa- 
grestia, la  Circoncisione  del  Signore  é 
di  Jacopo  Tinloretto,  il  quale  volle  con- 
tralfare  lo  Schiavone  :  la  cosa  gli  riuscì, 
se  pure  quella  figura  di  donna  non  lo 
tradisce,  dice  il  Meschini.  La  Nfiscila  del 
Signore  nel  3. "aliare,  è  opera  scella  del 
Cima.  Nell'altro  magnifico  aliare  è  ope- 
ra di  vigore,  di  Pace  Pace,  la  tavola  con 


VEN 
Maria  del  Carmine,  i  quadrelli  ne'diie 
organi  sono  dello  Scliiavone  ne'parapel- 
li,  di  Marco  Vicenlino  al  di  sotto.  Nel  pe- 
nultimo altare  all' altia  parte,  la  tavola 
di  s.  Nicolò  e  Santi  è  opera  bellissima 
del  Lotto.  i\ell' ultimo  aliare  è  bell'o- 
pera del  Liberi  il  s.  Alberto.  Il  gran 
quadro  con  s.  Liberale  che  fa  assolvere 
due  condatmali,  è  opera  del  Varoltari 
dello  il  Padovanino,  pienissitna  di  pregi. 
In  quesla  chiesa  riposano  molti  della  fa- 
miglia Foscarini,  quanto  illustre  per  la 
sua  patria,  allreltanlo  divenula  per  essa 
infelice,  come  si  esprime  1'  illustre  pro- 
fessor di  scultura  V.  Gajassi,  Album  di 
Roma,  t.  24>  P-  293.  Inoltre  aggiunge  : 
i  grandiosi  monumenti  de'Foscarini  con- 
servano ancora  i  simulacri  de'senatori  e 
dogi  di  questa  prosapia,  che  ressero  in 
vari  lempi  la  potenza  della  regina  de' 
mari.  Il  loro  palazzo,  unito  da  un  ponte 
al  campo  del  Carmine,  fu  bersaglio  de' 
secoli  e  della  fortuna.  E  da  leggersi  l'i- 
scrizione posta  sul  campanile  della  chie- 
sa, la  quale  attesta  come  essendosi  que- 
sla gran  mole  inclinata  venne  drizzala  per 
opera  di  Giuseppe  Sardi  nel  1688.  La 
vicina  e  simin)entovala  scuola  del  Car- 
mine è  di  buona  arcbìlettura,  alquanto 
pesante.  Il  soffino  della  sala  superiore  è 
del  più  bello  e  più  purgalo  stile  del  Tie- 
poletlo,  con  Virtù  ,  Angeli  e  il  carmeli- 
tano s.  Simone  Stock.  Altre  notizie  della 
medesima,  siccome  esistente,  le  dico  nel 
§  XI II,  n.  y.  —  Ed  eccomi  a  parlare  del 
1'  esistente  convento  e  della  chiesa  de' 
Cariiii'lilani  scalzi  di  s.  Maria  in  Na- 
zareth, volgarmente  gli  Scalzi.  L'  illu- 
stre istituto  omonimo  della  riforma  car- 
melitana, fondalo  dalla  serafica  vergine 
s.  Teresa  nelle  Spagne,  pose  la  sua  pri- 
miera stazione  in  Venezia  nel  i633,  in 
cui  fr.  Agatangelo  di  Gesù  e  Maria,  uo- 
mo d'esemplare  austerità  e  zelo  aposto- 
lico, essendo  delìiiilore  generale  dell'or- 
dine, avendo  ollenula  a'6  maggio  facoltà 
dal  senato  di  piantarvi  l'ordine  suo  de- 
gli «calzi  iu  un  ospìzio,  si  ritirò  a  vivere 


V  E  N  227 

con  un  compagno  dentro  una  piccola  ca- 
sa presa  in  adilto  nella  parrocchia  di  s. 
Canziano  nel  sestiere  di  Cannaregio.  Qui- 
vi colla  santità  del  loro  vivere  e  colla  soa» 
vita  di  loroconversazione,avendosi  acqui- 
stalo l'amore  universale,  per  avere  mag- 
gior comodo  d'attendere  alla  salute  del- 
l'anime,  nel  i635si  trasferirono  in  una 
abitazione  più  capace  nell'isola  della  Giu- 
decca.  Vi  dimorarono  circa  un  anno,  fin- 
ché il  senato  a'6  settembre  1 636  loro  per- 
mise fabbricare  un  convento.  Per  atten- 
derne l'occasione,  passarono  intanto  nel- 
l'antica badia  di  s.  Gregorio,  anche  lu- 
singati di  poterla  conseguire  ,  il  che  non 
riuscì  per  l'esorbitante  prezzo  che  si  esi- 
geva. Laonde  nel  1649  comprarono  nel- 
l'anzidetto sestiere  uno  spazioso  fondo  nel- 
la parrocchia  di  s.  Lucia;  e  ciò  bastò  per- 
chè molti  generosi  di  voli  accorressero  eoa 
oderle  a  promuover  la  fabbrica,  per  cui 
nell'islesso  anno  si  potè  erigere  un'angu- 
sta chiesa,  benedetta  dal  patriarca  Mo- 
rosini  col  titolo  di  s.  Maria,  di  Naza- 
reth,  per  un'antica  immagine  della  C. 
Vergine  ivi  collocata.  Questa  si  venerava 
fin  da*  primordii  del  secolo  XV  nell'  iso- 
la di  s.  Maria  di  Nazareth,  ora  chia- 
mata Lazzaretto  Vecchio,  di  cui  nel  § 
XVIII,  n.  7,  ove  ne  sorge  la  chiesa  col 
medesimo  nome,  abitato  allora  da'  frati 
eremitani  di  s.  Agostino;  tua  avendo  que- 
sti dovuto  cedere  il  luogo  al  raccoglimen- 
to degl'infetti  da  morbo  contagioso  ,  nel 
partire  la  portarono  con  loro  e  l'olfrirono 
in  dono  alle  monache  di  s.  Anna.  Queste 
poi,  acciò  fosse  con  più  religioso  culto  ve- 
nerata,la  consegnarono  a'carmelitani  scal- 
zi, i  quali  ne  fecero  il  titolo  di  loro  chiesa. 

In  sesuilo  concorrendo  con  mirabile  af- 
o 

fluenza  l'elemosine  de' fedeli ,  perchè  a 
maggior  divino  onore  e  proporzionato  al- 
la frequenza  del  popolo  s'itmalzasse  un 
tempio  più  magnifico,  se  ne  giltarono  i 
fondamenti  e  si  vide  giunto  alla  perfezio- 
ne che  s'ammira  neh 680,  con  architet- 
ture del  Longhena.  Dipoi  se  n'accrebbe 
la  sontuosità  per  l'esterior  facciata  di 


o.iS  V  E  N 

marmo  sceltissimo  di  Carrara  con  gravis- 
simo dispendio  del  pio  patrizio  veneto 
Girolamo  Gavazza,  e  disegno  di  Giuseppe 
Sardi,  con  due  ordini  corintio  e  compo- 
sito. A  spirituale  compimento  dell'eccle- 
siastico edilìzio,  la  consagrò  l'i  i  ottobre 
I  yoS  il  vescovo  d'Ospo  o  Aspe  fr.  Elia  da 
s.  Alberto  carmelitano  scalzo.  Inoltre  fu 
arricchita  di  nobilissime  reliquie  da  mol- 
li divoti,  imperocché  Andrea  Lumaga  pio 
mercante,  dopo  aver  somministrato  gros- 
sa somma  per  la  fabbrica,  ed  assegnata  al- 
tra per  l'erezione  d'un  nobile  altare  di  scel- 
li marmi,  dedicato  a  Gesù  Crocefisso,  of- 
frì l'inestimnbile  dono  dell'  intera  punta 
d'  un  ss.  Chiodo  (questa  reliquia  si  tie- 
ne dubbiosa),  una  ragguardevole  porzio- 
ne della  ss.  Croce,  e  una  ss.  Spina,  pre- 
ziosissima più  che  altra  mai,  perchè  re- 
ca aggruppalo  un  capello  del  divin  Re- 
dentore. Decorosamente  vi  furono  col- 
locali un  dente  della  s.  Madre  Teresa, 
una  sua  lettera  originale,  un  dente  e  un 
pezzo  di  carne  di  s.  Giovanni  della  Cro- 
ce, eh'  ebbe  tanta  parte  nella  fondazio- 
ne degli  scalzi,  ed  un  pezzo  d'osso  del  do- 
ge s.  Pietro  Orseolo  donato  dal  doge 
Iluzzini,  il  quale  volle  esser  tumulato  a' 
pie  dell'altare  di  s.  Teresa.  I  carmelita- 
ni scalzi  abitarono  il  convento  e  uffìziaro- 
nola  chiesa  sinoali  8  io,lagrimevole epo- 
ca della  generale  soppressione;  in  cui  la 
chiesa  fu  dichiarala  oratorio  sussidiario 
della  parrocchia  di  s.  Geremia,  e  a/llda- 
ta  ad  un  rettore,  ed  il  convento  fu  in 
parte  demolito.  Dipoi  i  carmelitani  scal- 
zi riebbero  la  chiesa  e  vi  aprirono  un 
contiguo  ospizio,  a  ciò  autorizzali  dalla 
sovrana  risoluzione  de'  5  maggio  1840, 
quindi  comprate  l'adiacenti  case,  ed  ora 
anche  la  parie  rimasta  incolume  dell'an- 
tico cenobio,vi  stabilirono  un  formalecon- 
vento,  per  l'altra  sovrana  risoluzione  del- 
l'i I  gennaio  i852.  Neil'  esterno  e  massi- 
nìe  nell'interno  ornalissimo  del  tempio, 
tutta  la  materia  n'è  ricca,  pure  vi  rimane 
vinta  dal  lavoro,  presentando  magnifici 
marmorei  altari,  pitture  e  dorature  di 


VEiV 

molto  pregio,  parie  sui  disegni  di  fr.  Giu- 
seppe Pozzo  carmelitano  scalzo,  che  1'  a- 
dornò  sul  gusto  alquanto  capriccioso  del 
celebre  fratello,  quel  genio  cioè  di  fratel 
Andrea  Pozzi  gesuita  gran  prospettico,ma 
che  seguì  Io  siile  baiocco  del  suo  depra- 
vato tempo.  Vi  sono  ancora  staluee  scul- 
ture del  Baldi  e  del  Torretli.  Tiepoletto, 
che  giovine  vi  avea  dipinto  i  solìilli  della 
cappella  del  Cristo  e  di  s.  Teresa,  maturo 
vi  dipinse  nel  grande  ricco  soflilto  il  Tra- 
sporto della  s.  Casa  da  Nazareth  a  Lore- 
to. Dietro  al  maggior  altare  vi  è  un'  im- 
magine di  Maria  Vergine  ,  graziosissiuio 
dipinto  di  Gio.  Bellino,  e  sull'altare  l'im- 
magine provenieule  dal  Lazzaretto,  di- 
pinta da  CarloCrivelli.il  quadro  colia  B. 
Vergine  nell'alto  e  vari  Santi  al  piano,  è 
vaga  opera  del  Desubleo-.  l'altro  opposto 
con  s.  Teresa  ferita  dall'Angelo,  è  del  Cai- 
ro, opera  veramente  d'effetto.  La  mezza- 
luna sull'organo  con  s.  Teresa  coronata 
da  Gesù,  è  del  Lazzarini.  Minacciante 
rovina  la  grandiosa  facciata,  venne  dal 
governo  con  ingente  dispendio  riparata 
in  questi  ultimi  anni  1 854-58. 

70.  Teresiane  carmelitane  dì  s.  Te- 
resa, e  Orfanotrofio  femminile  in  s.  Te- 
resa, volgarmente  le  Terese.  Nella  fonda- 
zione di  questo  monastero, dimostrò  Dio 
uno  di  que'prodigi  di  sua  grazia,  eh'  egli 
nello  scegliere  persone  deboli  ad  opere 
grandi  fa  comparire  di  quando  iu  quan- 
do, a  nostro  ammaeslramenlo,  per  fare  a- 
dorare  la  sua  immensa  potenza,  e  benedi- 
re l'inesauribile  sua  bontà.  Ebbe  questo 
la  sua  origine  da  una  pia  vergine  vene- 
ziana, che  quanto  povera  di  foitune  ter- 
rene, altrettanto  doviziosa  di  virtù,  potè 
colla  divina  assistenza  iu  Venezia,  Vero- 
na, Vicenza  e  Padova  piantar  4  iHustii 
monasteri  d'osservantissime  monache  car- 
melitane. Nacqueella nel  1623  da'pii  Lo- 
dovico Ferazzo  e  Maddalena  Poli,  che 
le  imposero  il  nome  di  Maria  e  educa- 
rono con  diligenza,  finché  rapili  dalla 
peste  neli63o,  restò  l'orfanella  in  custo- 
dia del  zio,  che  tosto  anch'esso  fu  iuvo- 


YEN 
|,ito  (lai  violento  morbo.  Un  virtuoso  vi- 
lino  la  raccolse  in  casa  e  ne  curò  la  cri- 
sliana  educazione,  ond'ella  si  gettò  nelle 
braccia  della  divina  provvidenza  e  fu  pie- 
namente esaudita  nella  fiducia.  Cresciuta 
coll'età  nelle  virtù  esternò  vocazione  reli- 
giosa, onde  fr.  Bonaventura  Pinzoni  car- 
melitano la  collocò  a  sue  spese  in  casa  del- 
la di  vola  Modesta  Salandi  con  altre  ver- 
gini, tra  le  quali  si  distinse  e  si  fece  riguar- 
dare qual  maestra.  Intanto  la  divina  gra- 
zia le  ispirò  la  fondazione  d'  un  mona- 
stero di  vergini  carmelitane,  in  ciò  ani- 
mata dal  carmelitano  suo  protettore ,  e 
i4  vergini  si  mostrarono  pronte  di  se* 
giiirla.  Neli64'J'  01647  Maria  implorò  e 
ollennedaila  p(d)blica autorità  il  permes- 
so d'acquistar  un  fondo  per  innalzarvi 
monastero  e  chiesa,  e  subilo  fu  soccorsa 
dalia  pia  liberalità  de'fedelicon  tanta  ab- 
bondanza di  iimosioe,  che  in  breve  potè 
comprare  il  fondo  e  fabbricarvi  sopra  un 
capace  monastero  con  assai  decorosa  chie- 
sa (lo  Sialo  personale  dice  che  il  luogo 
era  già  appartenuto  a'riforma ti  di  «.Fran- 
cesco). Questa  sotto  l'invocazione  della 
serafica  vergine  s.  Teresa,  fu  decorata  dal 
vicegerente  di  Roma  Vitlricio  vescovo 
d'Alatri  co'corpi  de'ss.  Giocondo,  Quiri- 
no, Quintino,  Valerio,  Flora  e  Perpetua 
martiri,  rinvenuti  nelle  romane  cata- 
combe; non  che  con  quelli  di  s.  Anna 
toartìre  e  d'un  s.  Fanciullo  martire,  ol- 
tre notabile  porzione  de'corpi  de'ss.  Cas- 
sìano,  Giulia  e  Massima  martiri,  estrulli 
dal  romano  cimiterio  di  s.  Calepodio.  In- 
oltre Dio  mosse  il  cuore  a  molti  ricchi  di 
dotare  il  sagro  luogo  di  rendite  per  4» 
religiose.  Per  la  sua  durevole  esistenza,  la 
saggia  fondatrice  l'ofFn  in  padronato  al 
senato,  il  quale  accettandolo,  decretò  nel 
164^)  che  dovesse  il  doge  colla  signoria 
porlarsi  ogni  anno  a  visitar  la  chiesa  nel- 
la fesla  di  s.  Teresa,  giorno  poi  cambia- 
to a' 16  luglio  per  quella  di  s.  Maria  del 
Carmine.  La  clausura  fu  risoluta  a'  3o 
marzo  1667  da  Alessandro  VII,  a  mezzo 
del  nunzio  di  Venezia  Stefano  Brancacci 


YEN  339 

arcivescovo  d' Adrianopoli^  poi  cardina- 
le, il  prelato  a'  i^  luglio  lo  costituì  iu 
monastero  di  monache  dell'ordine  della 
B.  Maria  di  Monte  Carmelo,  sotto  lo  spi- 
rituale governo  de' carmelitani  dell'anti- 
ca osservanza;  ed  allora  la  fondatrice  as- 
sunse il  nome  di  suor  M."  Angela  Ven- 
tura, e  nelle  mani  del  nunzio  (ece  la  pro- 
fessione con  altre  36  vergini.  La  clausu- 
ra però  l'elFetluò  nel  1668,  d'ordine  di 
Clemente  IX,  Daniele  Delfino  arcivesco- 
vodi  Filadelfia.  Passò  poi  la  virtuosa  fon- 
datrice a  istituire  gli  altri  3  monasteri 
dì  carmelitani  sunnominati,  e  tornata  a 
Venezia  con  preziosa  morte  finì  i  suoi  gior- 
ni nel  1 688.  Soppresse  le  Terese  nel  1 8 1  o, 
il  monastero  già  da  loro  ingrandito,  col- 
la chiesa  fu  riaperto  nel  18  r  r,  e  destina- 
to ad  uso  d'orfanotrofio  femminile,  che 
accoglie  e  mantiene  224  orfanelle  della 
misera  classe  della  popolazione,  le  quali 
vengono  istruite  nella  religione,  nello  stu- 
dio e  ne' vari  lavori  muliebri.  Ha  il  retto- 
re e  confessore,  eia  priora.  La  chiesa  del- 
le Terese,  ricca  e  bella,  fu  modellata  dal 
Cominelli ,  ed  ha  pregevoli  pitture.  Le 
sante  Orsola  e  Maddalena  nel  i.**  altare 
è  opera  del  Ruschi  :  nel  2.°  Maria  Ver- 
gine e  due  Santi  è  dello  stesso  :  nel  3."  s. 
Michele  eSanli  è  del  p.  Massimo  da  Ve- 
rona. Nel  magnifico  altare  maggiore  è 
dei  Renieri  la  s.  Teresa  con  un  ritratto. 
iNeli'altra  parte  , il  Buon  Pastore,  nel  i.° 
altare,  è  di  artista  vivente  :  nel  1°  Maria 
del  Carmine  è  deli'  opere  migliori  del 
graziosissiuio  Renieri  :  nell'ultimo  il  Cri- 
sto in  croce  è  del  Langelli. 

7  I .  Domenicane  di  s.  Maria  del  Ro' 
sario  delterz'ordine.W  b.  TouìmasoCaf- 
farelli  sanese  domenicano,  in  Venezia 
ammise  molti  uomini  e  molte  donne  a 
professare  la  primitiva  istituzione  di  s. 
Domenico  del  suo  terz'ordine  della  Pe- 
nitenza, fra  le  quali  la  b.  Maria  Storio- 
ni veneziana,  di  cui  scrisse  la  vita  lo  stes- 
so b.  Tommaso^  riferita  dal  Corner,  mo- 
dello d'orazione  e  di  penitenza,  volata  al 
cÌL'iu  nel  1 399  e  deposta  nella  chiesa  del- 


23o  VEN 

le  monache  del  Corpus  Domini.  Di  que- 
sto lerz'  ordine    d' ambo    i   sessi,   anche 
coniugi,  perseverarono  nell'osservanza  al- 
quante donne,  prima  vivendo  separala- 
mente  nelle  loro  case  paterne,  e  poi  per 
maggior  decoro  dell'oniine  e  più  como- 
do di   loro   pie  esercitazioni  ,   unendosi 
raccolte  in  due  separale  case,  l'una  nella 
parrocchia  de'ss.  Apostoli,  e  l'altra  situa- 
ta non  mollo  lungi  dalla  chiesa  parroc- 
chiale di  s.  Martino  nel  sestiere  di  Castel- 
lo. Quividunque  congregale  vivevano  se- 
condo le  loro  costituzioni  e  privilegi  pon- 
tificii, che  furono  riconosciuti  nel  i4o6 
dal  patriarca  di  Grado  Giovanni   Zaiu- 
boUij  e  di  quelli  ancora  nel  i  ^'j5  conces- 
si da  Sisto  IV,  alla  congregazione  delle 
sorelle  beghine  o  bizocare,  che  coll'abito 
de'domenicani  servivano  alSignore  inVe- 
nezia. Ma  reggendo  tali  due  case  «otto 
un  capo  solo  ,  spesso  avvenivano  litigi 
nell'elezione  della  superiora,  perciò  il 
provinciale  fr.  bernardino   Goselitii   nel 
iDi6  pensò  di   volere  in   un' abilazione 
riunire  le  due  fìimiglie.   l^erciò  ottenne 
che  il  minor  numero  delle  sorelle  dimo- 
janti  nella  parrocchia  de'ss.  Apostoli,  si 
trasferissero  nella   casa   più  spaziosa  di 
quelle  presso  s.  Martino.  Così  unite  vi- 
vendo, riuscendo  loro  incoiììodo  nelle  fe- 
ste portarsi  alla  lontana  chiesa  de'ss.  Gio. 
e  Paolo,  nel  1649  ottennero  dal  patriar- 
ca Morosini  l'erezione  d'  un  pubblico  o- 
ratorio  per  farvi  celebrare  la  quotidiana 
n)essa  e  comuniiarsi  ,  tranne  il   tempo 
pasquale  di  ricevere  la  ss.  Eucaristia  nel- 
la parrocchia.  Dopo  di  che,  le  suore  si  ri- 
dussero a  stato  di  pei  fetta  comunità,  sta- 
bilendo di  non  ammettere  tra  loro  che 
vergini  d'anni  18.  All'oratorio  furono  poi 
accordale  più  eslese  prerogative,  e  ridot- 
tolo a  chiesa  sotto  l'invocazione  di  s. Ma- 
lìa del  Rosario,  l'oiTrirono  al  doge  e  se- 
nato in  padronato,  e  così  le  monache  do- 
menicane terziarie  fui  ono  unite  alla  ba- 
silica di  s.  Marco  ,  ed  ammesse  alla  par- 
tecipazione di  sue  prerogative.  Nel  1672 
da  questo  monusletù  uàcirono  due  leli- 


V 


VEN 

giose  veneziane  d'esimia  virtù,  per  esser 
compagne  di  suor  M."  Domenica  nella 
fondazione  del  monastero  delle  monache 
del  terz'  ordine  di  s.  Domenico  in  Cone- 
gliano,  cioè  suor  Maria  Pisenti  morta  poi 
in  Venezia,  e  suor  M.^  Geneuna  Easso, 
che  poi  fondò  i  monasteri  di  Monte  Fio- 
re, Monleloro,  e  Macerata  ove  si  riposò 
nel  Signore.  Il  monastero  delle  terziarie 
domenicane,  colla  loro  chiesa  in  Vene- 
zìa,  perirono  nella  soppressione  coU'altre 
con)unilà  religiose. 

72.  Seri'ìte  di  s.  Maria  del  Pianto, 
oggi  di  Gesìi- Maria-Giuseppe:  ne  parlai 
nel  n.  68  di  questo  argomento. 

7  3.  Filippini  o  congregazione  dell'O- 
ratorio di  s.  Maria  della  Consolazione^ 
volgarmente  la  Fava.  Fu  studio  parti- 
colare della  civile  e  ricca  famiglia  A  ma- 
di,  il  procurare  l'aumento  del  cullo  alla 
Madre  di  Dio,con  esporne  l'immagini  nel- 
le pubbliche  vie,  una  delle  quali  die'  o- 
rigine  alla  magnifica  chiesa  de' Miracoli 
ove  si  venera,  e  descritta  nel  n.  53  di  que- 
sto §,  onde  eccitare  i  passeggeri  a  ono- 
rarle. La  D.  Vergine  mostrò  gradirlo, 
anco  mediante  la  sua  immagine  adìssa 
nel  sestiere  di  Castello  non  lungi  dalla 
casa  degli  Amadi  nella  parrocchia  di  s. 
Leone,  pe'prodigi  operati.  Divulgatasene 
la  fama,neli48o  il  patriarca  Girardi  le- 
galmente li  fece  verificare,  per  cui  accre- 
sciutasi la  divozione  del  popolo.  Luigi  A- 
madi  e  il  nipote  Angelo  implorarono  dal 
medesimo  patriarca  l'erezione  d'  un  ora* 
torio  per  collocarvi  decentemente  la  ss. 
Immagine,  e  di  n)anlcnervi  due  cappel- 
lani per  t'uflizìalura,  esenti  dalla  giuris- 
dizione parrocchiale.  Il  prelato  1'  esaudì 
a' IO  novembre  1480,  e  dichiarò  perpetui 
procuratori  della  cappella  i  discendenti 
della  famiglia  Amadi.  Colle  limosine  de' 
fedeli  si  agevolò  la  fabbrica  della  cappel- 
la, non  mollo  grande,  ma  ben  ornata,  e 
dui  vicino  ponte  della  Fava  si  denomi- 
nò la  chiesa  della  Madonna  della  Fa- 
i'a,  in  cui  fu  trasportata  e  decorosamente 
ripostala  luiracolosa  immagine. Dipoi  gli 


VEN 

Amadi  lìnunziarono  al  carico  dì  procu- 
ratori ilella  cappella  ,  consegnandone  le 
cliìavi  al  patriarca  Conlarini.  Il  che  sa- 
putosi dalla  signoria,  iikI  i  5  i  5  eccitò  lo 
zelo  di  quel  pastore  a  soilecilaiiiente  de- 
putare idonei  procuratori  al  governo  e 
custodia  della  ca{>pelia  e  di  sue  cose,  e 
vi  corrispose  pronta aienle  con  preporvi 
3  nobdi  e  i  cilladini, riservando  a'patriar- 
clii  le  sostituzioni.  Per  la  diligenza  de' 
nuovi  procuratori  il  cullo  e  la  divozione 
pei*  la  s<.  hnuiagine  si  aumentò,  per  cui 
nel  1 572  il  patriarca  Trevisan  concesse  di 
conservarsi  nel  tabernacolo  \a.  ss.  Euca- 
ristia per  sola  adorazione,  ed  egli  stesso 
ve  la  ripose  a'2  loglio.  Di  più  auloiizzò 
Giulio  Supercliio  vescovo  di  Caorle  ,  di 
coiisagrare  la  cappella  a' 12  maggio iSyS 
in  onore  di  s.  lilaria  della  Consolazio- 
ne e  sotto  il  titolo  della  sua  Fisilazione 
as.  Elisabelln.  Altro  nuovo  eccitamen- 
to alla  pietà  de'fedeli  verso  questa  chie- 
sa, lo  die'Gregorio  XV  nel  1621  dichia- 
randone l'altare  privilegiato,  e  nel  1622 
concesse  indulgenza  plenaria  a  chi  la  vi- 
sitasse nella  festa  della  Visitazione.  Intan- 
to continuarono  ad  uHiziar  la  chiesa  i 
cappellani  nominati  da'procuratori,  l'ul- 
timo de'quali  fu  il  pii$si(no  e  benemeri- 
to Ermanno  SlroiHi.  Assegnatogli  a  coa- 
diutore Pietro  Armanno,  questi  pure  at- 
tese con  fervore  al  decuro  delia  chiesa, 
ed  anche  al  bene  spirituale  de'fedeli,  coa- 
diuvalo dal  senatore  e  poi  ottimo  sacer- 
dote Agostino  Nani,  e  da  Gio.  Ballista 
Bcdelti  dalla  provvidenza  condolloa  Ve- 
nezia dal  ca^tello  di  s.  Marino  per  l'adem- 
pimento de'suoì  disegni.  Questi  3  esem- 
plari preti  raccolti  in  una  casa  con  con- 
corde volontà  determinarono  d'introdur- 
re in  Venezia  il  soave  e  utile  istituto  di 
sacerdoti  secolari  senza  voti  AeW Oratorio 
fondato  da  s.  Filippo  Neri.  11  senato  lo 
permise  a*  1  o  giugno  1662,  e  il  patriarca 
Morosini  fece  altrettanto  pel  decoro  che 
ne  proveniva  alla  città  e  il  vantaggio  al 
suo  gregge.  Tutto  poi  approvò  Clemen- 
te X  a'21  novembre  1674,  concedendo 


VEN  23i 

alla  nuova  congregazione  molti  privilegi, 
ma  soggetta  a'patriarchi  veneti.  Ormai 
la  chiesa  e  la  casa  erano  anguste  alla 
frecjuenza  de'fedeli  e  agli  abitatori  filip- 
pini, onde  questi  nel  1701  si  proposero 
a(npliarle.  Cominciarono  dalla  chiesa  , 
a'cui  fondamenti  pose  lai.'  pietra  bene- 
detta a'5  agosto  I  7o5  il  patriarca  Badoa- 
ro;  e  dopo  un  decennio  potè  celebrarvi 
lai.^  messa  Domenico  Sonzonio  filippino 
r  I  I  dicembre  (  7  1  5,  e  poscia  fu  atterra- 
ta l'antica  cappella  per  rendere  più  spa- 
ziosa la  piazza.  In  appresso  fu  adornata 
di  ben  intesi  altari  e  di  grandioso  taber> 
nacolo  formato  di  preziosi  marmi;  altro 
decoro  più  insigne  essendone  le  ss.  Reli- 
quie o  che  già  possedeva  o  che  accjuistò 
poi,  cioè:  due  frammenti  «Iella  ss.  Croce; 
alquanti  capelli  della  B.  Vergine;  un  pie- 
de incorrotto  di  s.  Mainante  inartu'e.  Ta- 
li  sagri  tesori  portati  a  Venezia  da  Can- 
dia  nella  perdita  di  cpiesta  città  dal  do- 
ge Francesco  Morosini,  già  capitano  ge- 
nerale di  quell'infelice  regno,  donati  al- 
la pia  sua  cognata  Regina  Giustiniani,  da 
essa  nel  1690  passarono  in  questa  chiesa, 
a  cui  lo  stesso  doge  nel  1693  olhì  una  ss. 
Spina  tratta  ptue  da  Candia.  Il  patriar- 
ca Foscari  consagrò  la  chiesa  ili." aprile 
1753,  la  quale  venne  ulìiziala  fino  alla 
disgraziata soppressionegeneraledel  18  io 
da'filippini  in  essa  compresi,  rimanendo 
per  altro  aperta  come  oratorio  sussidia- 
rio della  parrocchia  di  s.  Maria  For- 
uìosa.  La  riebbero  poi  i  filippini,  (pian- 
do forono  ripristinati  in  Venezia  colta  so- 
vrana risoluzione  de'23  settembre  1820. 
JNella  casa  sono  il  prepositoe  altri  1 1  fi- 
lippini, e  nella  chiesa  sono  ascritti  quali 
mansionari  5  sacerdoti.  Possiede  la  chie- 
sa bei  dipinti  moderni,  di  Piazzetta,  Ci- 
gnaroli,  Amigoni,  Laz/.arini,  ec,  ed  a'cui 
uffizi,  dice  il  Moschini,  attendono i  bene- 
meriti preti  dell'oratorio,  modello  del  mo- 
do che  vorrebbe  tenersi  ogni  chiesa. 

74-  Cappuccine  di  s.  Antonio  di  Ca- 
stello. Era  molto  tempo  che  Francesco 
Veudramìao,senalore  di  gran  nome  nella 


232  VEN 

repubblica,  andava  medilando  d'istituire 
in  Venezia  un  benefico  collegio  dove  fos- 
sero educate  alla  pietà  e  ne'coslutui  don- 
zelle patrizie  di  ristrette  fortune;  allorché 
a  compiere  l'ideata  intrapresa  giunse  nel- 
la gran  città  la  piissima  vergine  suor  Lu- 
cia Ferrari  da  Reggio,  chea  simile  ogget- 
to aveagià  fondati  in  Guastalla,  Mantova 
e  Treviso  eguali  collegi  solto  la  direzio- 
ne delle  cappuccine,  il  cui  serafico  istitu- 
to era  da  lei  professalo.  Non  era  ignota 
a  Venezia  suor  Lucia  più  volle  alloggia- 
ta da'nobili  Bressa.  Conferiti  a  lei  i  suoi 
pensieri  il  Vendramino.e conosciute  adal- 
tatissime  alla  sua  bella  idea  le  costituzio- 
ni da  essa  forniate  pe'suoi  collegi  ,  co- 
minciò le  pratiche  pe'  convenienti  per- 
messi. Questi  ottenuti  dal  Veudramino, 
collocò  nell'ampio  palazzo  acquistalo  nel 
sestiere  di  Castello  per  la  fondazione  suor 
Lucia,  suor  Paola  Malalesta  sua  degna 
compagna  e  altra  religiosa  ,  ed  ivi  nel 
1668  si  apri  il  collegio,  luogo  altra  vol- 
ta servito  per  l'alloggio  de'cospicui  perso- 
naggi ohe  reca  vansi  a  Venezia.  Si  compo- 
se allora  lo  stabilimento  di  5  monache  e 
altretlanteeducande,  alle<jualiil  patriar- 
ca Morosini  concesse  l'oratorio  piivato 
per  la  quotidiana  celebrazione  della  mes- 
sa. 1  principii  furono  non  felici  per  la  po- 
dagra che  per  molli  mesi  afflisse  il  fonda- 
tore, ma  guarito  assegnò  rendile  pel  man- 
tenimento di  9  monache  e  i5  educande,  a 
ciascuna  di  quest'ultime  assegnando  1000 
ducati  in  dote  per  lo  stalo  che  volessero  e- 
leggersi.  Nel  1 672  passato  a  miglior  vita  il 
benefattore  Vendramino,suor  Lucia  fab- 
bricò ben  disposta  chiesetta  sotto  l'invo- 
cazione di  s.  Antonio,  in  cui  nel  1675  ce- 
lebrò la  1/ messa  il  patriarca  Morosini. 
Morta  l'istitulrice,  le  monache  cappucci- 
ne del  veneto  collegio  elessero  badessa 
suor  Paola  Malalesta,  che  nel  1702  ot- 
tenne da  Clemente  XI  di  professare  i  vo- 
ti solenni,  colla  partecipazione  delle  gra- 
zie e  privilegi  dalla  s.  Sede  concessi  alle 
monache  francescane,  riposando  nel  Si- 
gnore nel  1 709.  Anche  queste  religiose  e 


VEN 

qiiest'islitulo  perirono  nella  soppressione 
generale. 

75.  Gìrolamini  di  Fiesole  eremiti^ 
e  Cappuccine  di  s.  Maria  delle  Gra- 
zie nell'isola  del  suo  nome.  F.  §  X.V11I, 
n.  3. 

76.  Cisterciensi  della  Madonna  del- 
l'Orlo j  ne  parlai  nel  n.  38,  e  non  più  e- 
sistono. 

77.  Eremi  te  Agostiniane  scalze,  di 
Gc.<,ìi-3f aria- Giuseppe,  nel  n.  20  del  § 
XII  ne  terrò  proposilo. 

78.  Ben/rateili  di  s.  Servolo,  nell'i- 
sola omonima.  F.  §  XV IH,  n.  io. 

79.  Mechitaristi  nell'isola  di  s.  Laz- 
zaro degli  Armeni.  V,  §  XVIII,  n.  9. 

§  XF.  Clero  regolare  e  Corporazioni  re- 
ligiose de'  due  sessi,  cioè:  yenlidue 
Comunità  religiose  regolari.  Tre  Co- 
munità religiose  secolari.  Quattro 
Comunità  religiose  fuori  di  J^eiic- 
zia.  Loro  chiese,  monasteri  e  conven- 
ti, ed  istituzioni  benefiche. 

Nel  precedente  §  X  ragionando  delle 
corporazioni  religiose,  regolai  i  e  secola- 
ri (le'due  sessi,  delle  loro  chiese,  conventi 
e  monasteri,  riportai  le  soppresse,  e  buon 
numero  delle  ripristinate,  le  quali  in  que- 
sto §  soltanto  richiamerò  co'  §§  e  numeri 
in  cui  le  descrissi,  e  per  le  allre  o  ripri- 
stinate o  introdotte  dopo  la  soppressione, 
procederò  collo  Stato  personale  del  Cle- 
ro, coi  Corner,  col  Moschini  e  con  altri, 
onde  conoscersi  tulle  insieme  riunite  le 
attuali  corporazioni  esistenti. 

Comunità  religiose  regolari 
di  ì^enezia. 

1 .  Minori  Cappuccini  al  ss.  Redento- 
re. F.  §  X,  n.  60. 

2.  Minori  Osservanti  in  s.  Francesco 
della  Figna.  F.  §  X,  n.  27. 

3.  Minori  Conventuali  in  s.  Tomma- 
so. F.  §  Vili,  n.  DI. 

4.  Carmelitani  scalzi  in  s.  Maria  in 
Nazareth.  F.§  X,  n.  69. 

5.  Domenicani  dell'  osservanza  già 


VEN 

a  s.  Lorenzo,  ed  ora  Domenicani  de  ss. 
Gio.  e  Paolo.  /'.  §  X,  n.  4  e  19. 

6.  Gesuiti  a  s.  Maria  Assunta.  F.  § 
VlII.n.  72,e§  XVIII,  n.io. 

7.  Benedettini  Cassinesi  a  s.  Giorgio 
Maggiore.  FI  §  XVIII,  n.  r. 

8.  Somaschi  di  s.  Maria  della  Fisi- 
(azione.  V.  §  X,  0.  4^1  e  §  XII,  n.  18. 

9.  Salesiane  a  s.  Giuseppe.  V.  §  X, 
n.56. 

10.  Figlie  della  Carila  dette  Canos- 
siane  a  s.  Lodovico.  V.  §  X,  n.  4  '  • 

I  I .  Cappuccine  Concette  agli  Ognis- 
santi. V.  §  X,  n.  49- 

12.  Eremi  tane  Servile  al  Gesìi-Ma' 
ri  a- Giuseppe.  V .  §  X,  n.  68. 

I  3.  Cappuccine  Clarisse  a  s.  Maria 
Madre  del  Redentore.  F.  §  X,  n.  66. 

i^.Suoredi  s.  Dorotea,pie%io  S.An- 
drea Apostolo  de  Zirada,  di  cui  nel  §  X,  n. 
Sy.  Nel  §  Vili,  n.  44>  celebrai  la  divozio- 
ne singolare  de'veneziani  verso s.  Dorolea 
vergine  e  martire,  parlando  della  chiesa 
de'ss.  Siinoue  e  Giuda,  per  ivi  venerarsi 
un'insigne  reliquia  della  santa;  e  ricordai 
r  artìcolo  della  pia  opera  e  suore  di  s, 
Dorotea,  che  prima  di  stampare  feci  ap- 
provare qui  in  Pioma  da  uno  degl'illuslri 
l'i  atelli  fondatori.  Dice  lo  Stalo  persona- 
le.  Le  suore  di  s.  Dorotea  fmono  auto- 
rizzate a  stabilirsi  in  Venezia, presso  s.  An- 
drea deZirada,con  sovrana  risoluzione  de' 
I  5  gennaio  1840  (sebbene  la  pia  òpera 
nelle  parrocchie  di  Venezia  era  stata  già 
introdotta  nel  iSSa).  Attendono  all'  edu- 
cazione della  gioventù  specialmente  po- 
vera, e  tengono  anche  fiinciulle  a  convit- 
to, formando  una  casa  centrale,  da  cui  ne 
dipendono  beni 5  altre  in  e  fuori  di  que- 
sti stati.  L'istituto  centrale  delle  suore  di 
s.  Dorotea  in  Venezia,  eretto  nel  1  84o  e 
ristauratonel  i85  1,  nella  calle  de'Testori 
ih  panni  di  seta  in  Venezia,  ora  si  compo- 
ne dt^l  superiore  spirituale,  del  confessore, 
del  cappellano,  della  superiora, della  mae- 
stra di  novizie,  di  18  altre  suore  maestre, 
d'ima  suora  conversa,  di  6  novizie  mae- 
stre, di  2  noviziecouverse,  di  Sprobaude. 


V  E  it  2^'^ 

Quesl'isfitnfo,  anche  in  Venezia,  ha  per 
iscopo  la  coltivazione  delle  giovanette,  in 
particolare  di  quelle  che  sono  più  abban- 
donate; e  ciò  con  l'aiuto  di  pie  donne  e  gio- 
vani, che  senza  uscire  drtlle  proprie  fami- 
gliesi  prestanoin  unioneallesuore, adem- 
piendo spontaneamente  il  precetto  della 
dilezione  e  della  correzione  fraterna.  Si 
uniscono  perciò  una  volta  il  niese  nelle  va- 
rie sagrestie  delle  proprie  parrocchie,  di 
consenso  e  sotto  la  sorveglianza  del  rispet- 
tivo parroco,  per  animarsi  reciprocamen- 
te ad  un  tanto  bene.  Delle  quali  adunan- 
ze è  sempre  preside  un  sacerdote,  il  quale 
vi  aggiunge  le  sue  autorevoli  ed  ellicaci 
parole:  e  con  questo  mezzo  vengono  sor- 
vegliate in  Venezia  oltre  a  2000  fìinciul- 
le.  Le  suore  poi  raccolte  nel  locale  del  se- 
stiere di  s.  Croce,  presso  la  detta  chiesa  di 
s.  Andrea,  attendono  altresì  all'educazio- 
ne civile  di  buon  numero  di  giovanette 
che  vi  dimorano  a  convitto.  Sono  esse  i- 
struite  nella  religione,  nell'esercizio  delle 
domestiche  faccende,  e  in  ogni  ramo  di 
femminili  lavori;  oltre  il  leggere,  lo  scri- 
vere, il  conteggiare  e  il  comporre  in  ita- 
liano. Alle  quali  civili  discipline  sono  in- 
oltre ed  oca  te  da  quelle  pazienti  suore  mol- 
te povere  fanciulle  della  classe  piìi  abban- 
donata della  società,  e  per  distoglierle  dal- 
le pubblichestradeedall'abbandono  leac- 
colgono  seco  loro  nelle  feste,  le  conduco- 
no a^li  oratorii  ed  alle  scuole  della  tlot- 
o 

trina  cristiana,  e  si  prestano  persino  a  pro- 
curare ad  esse  profittevole  ricreazione.  Ad 
alcune  opere  riguardanti  le  suore  e  la  pia 
opera  di  s.  Dorotea,  ricordale  negli  arti- 
coli citati  parlando  di  s.  Andrea  de  Zira- 
da, mi  piace  aggiungere  siccome  impres- 
se nel  1839  con  questi  slessi  tipi,  della 
privilegiata  da  Dio,  per  ingegno,  pietà  e 
virtù  singolare,  l'esemplare  giovane  An- 
na Marovich,  che  sempre  modestamente 
asconde  \\  suo  nome:  Pie  Conversazioni 
sulla  vita  di  s.  Dorolea  vergine  e  marti- 
re.  Inoltre  la  sua  feconda  e  edificantepen- 
na,  in  ipiesta  tipografia  Emiliajia  pubbli- 
cò. Nel  1 889:  //  Mesedi luglioconsagra- 


a34'  VEN 

to  a  Gesti  Eeden  torej  Considerazioni  cri- 
stiane siillacjnalilà  del  vestito. Nel  1 843: 
Considerazioni  cristiane  sul  vestilofeni- 
minile.  Nel  iSSa:  l^  ersi  di  Filo  tea,  3." 
edizione  con  aggiunte;  Lettere  Morali 
d'una  pia  giovane,  2.'  edizione  coli'  ag- 
giunta dii  00  lettere  inedite.  Per  non  di- 
re di  altre  opere  impresse  in  diverse  tipo- 
grafìe, da'lorchi  di  qiiesla  usciiono  pure: 
Hegolc  proposte  alle  giovani  per  vivere 
cristiana  niente. 

I  S.ClarisseSagranientarie  al  ss.  No- 
me di  Gesìi,  religiose  perpetue  adoratiici 
del  ss. Sii g lamento.  A [ipiendo drillo i^tó/o 
personale,  che  si  cominciò  a  edificare  que- 
*ta  cliiesa  nel  1810  (meglio  nel  1 8  1 5,  per 
«jiianto  dirò  poi),  dal  defunto  sacerdote 
Giuliano  Catullo,cheavea  raccolte  in  una 
casa  ad  essa  contigua  alcune  delle  mona- 
che disperse  dal  turbine  universale,  e  le 
quali  poi  dietro  sovrana  risoluzìonesS  no- 
veiTibre  i84i,  si  stabilirono  in  clausura 
))erpelua  sotto  il  l'ilu\ud\ClarisseSagr  n- 
tnentarie.  La  chiesa  fu  compita  nel  1 834> 
e  a' 12  ottobre  di  (|ueiranno  consngrata 
dal  patriarca  cardinal  Monico.  Vi  è  il  con- 
lessore,  il  cappellano,  l'abbadessa,  la  vi- 
caria, 21  coriste  professe,  una  novizia 
professi!, 3  probande.  Imparo  dal  cav.Mu- 
tinelli.  Annali  delle  Provincie  Fentle, 
j).  44*2 ,  che  il  tempio  del  ss.  Nome  di  Ge- 
sù surse  sopra  il  disegno  di  Gio.  Antonio 
iSeiva,  abbellito  dagli  ornamenti  di  Giu- 
seppe Borsato,  dalle  sculture  di  Luigi 
Zaiidomeneghi,  di  Bartolomeo  Ferrari, 
di  Antonio  Dosa,  e  da'fregi  a  stucco  di 
Battista  Lucchesi,  tempio  il  cui  lavoro  si 
mantenne  fervente  ed  ebbe  compimento 
per  la  sola  larghezza  delle  limosine  pro- 
fuse da  alcuni  ricchi,  e  in  segreto  passa- 
te a  Giuliano  Catullo,  sacerdote  venera- 
bile, caldo  e  benemerito  promotore  della 
santa  e  bellissima  opera.  Si  eleva  questa 
stimata  chiesa  in  sito  assai  riwoto  della 
città,  si  prospetta  nella  Laguna  (perché 
nel  sestiere  di  s.  Croce,  sulle  fondamen- 
ta di  s.  Chiara,  poco  lungi  dulia  chiesa 
di  s.  Andrea  di  Ziiada,  dì  cui  nel  §  X,  n. 


VEN 

37):  due  salici  di  Babilonia,  posti  innan- 
zi alla  ficciata,  maestosa  nella  sua  sem- 
plicità, sembran  quasi,  per  la  naturale 
loro  pieghevolezza,  inchinarsi  al  delubro, 
e  rentlei  lo  rosi  più  rispettabile  anche  a' 
profani,  (irande  ammiratore  della  pietà 
del  Catullo,  e  zelatore  pel  perfezionameli* 
to  della  di  lui  sagra  opera,  fu  il  cardinal 
Zurla.  Il  Moschini,  nella  G «/c/a del  1828, 
osservò  che  il  tempio  era  presso  al  suo 
mirabile  compimento,  pel  religioso  zelo 
e  soda  intelligenza  tiel  veneto  prete  Ca- 
tullo. "  Ne  fu  architetto  il  Selva  ,  che  vi 
seppe  unire  nobile  e  maestosa  semplici- 
tà alla  più  squisita  eleganza.  Morto  fa- 
talmente lui,  gli  succedettero,  dirigendo, 
il  Diedo  e  il  Borsaio;  degna  sostituzione! 
Anche  nell'esecuzione  degli  scarpeliini 
non  sapresti  che  bramare.  Oltracciò  quel 
benemerito  sacerdote  ha  raccolto  ricca 
serie  di  storie  delle  chiese  cristiane;  la  qua- 
le sarebbe  opportuna  a  chi  volesse  scri- 
verne unita  una  grande  storia".  Altre  do- 
viziose notizie  trovo  nel  cav.  Cicogna  nel 
t.  6,  trattando  dcir7«i6r/s/c/a"  nella  chie- 
sa di  s.  Andrea  di  Fenezia  detto  de  Zi- 
rada  e  suoi  contorni,  dedicate  a  S.  E. 
conte  Giovanni  Correr  ,  podestà  bene- 
merenlissinio  di  Fenezia  ec.  ec.  Comin- 
cia dal  dire  leggersi  sotto  al  cornicione 
del  moderno  oratorio  dedicato  al  ss.  No- 
me di  Gesù  la  gloriosa  epigrafe:  Ad  Ma- 
j'oreni  Dei  Gloriam,  ed  è  l'unica  iscrizio- 
ne. Poi  narra,  che  fino  dal  1806  il  pio 
prete  Catullo  ottenne  nel  sito,  ove  tro- 
vasi, un  fondo,  coll'oggelto  d'erigervi  uà 
tempietto  e  un  ospizio  di  donne.  Non  es- 
sendo suflicienti  le  proprie  sostanze  pei' 
mandarlo  in  esecuzione,  ricorse  alla  ca- 
rità de'fedeli,  e  potè  mg."^  Peruzzi  vesco- 
vo di  Chioggia  a' 22  marzo  181  5  porre 
la  i."  pietra  del  sagro  edifizio  ,  da  que- 
st'azione e  non  da'precedenti  preparativi 
dovendosi  desuntere  l'epoca  vera  dell'e- 
rezione d'ogni  fabbrica.  Vi  contribuiro- 
no con  notabili  somme  precipuamente  il 
conte  Costanzo  Taverna  milanese,  la  da- 
ma M.*  Gradeuigo  Ruzzini,  il  conte  Se- 


VEN 

basi  iano  Grotta,  la  conlessa  LucrezìaMan* 
gilli  Valmaiaiia,  il  iiegozianleReali, il  con- 
te Antonio  Revetliu,e  più  altri;  laiche  si 
calcola  che  tra  l'oratorio  e  l'ospizio  il  Ca- 
tullo abbia  impiegalo  100,000  ducati  di 
veneta  moneta,  co'quali  li  ridusse  a  com- 
pimento. Avrebbe  potuto  servirsi  per  la 
fabbrica  de'niollissinii  materiali  che  dal- 
le chiese,  che  a  Mora  a  ndavansi  sopprimen- 
do e  demolendo,  si  sarebbero  potuti  con 
poco  dispendio  comprare;  aia  egli  volle 
far  lavorare  di  nuovi  e  scelti  marnai  ,  e 
lutto  da' [)i(i  abili  artefici  del  paese.  ^Di 
vecchio  non  vi  è  che  il  piccolo  campani- 
le detto  alla  romana,  qoi  trasportato  dal- 
la soppressa  chiesa  di  s.  Dìtsso,  facendosi 
scolpire  ili  834-  Architetto  il  Selva,  l'ai- 
tar mnggiore,  il  tabernacolo  e  i  due  iib 
tari  laterali  si  lavorarono  sul  disegno  di 
Diedo  e  di  Jjorsato  ,  il  quale  dipinse  il 
soflillo;  gli  stucchi  formaronsì  da  Lucche- 
si; le  statue  de'Xll  Apostoli  e  4  bassiri- 
lievi  da'summentovati  scultori;  le  tavole 
de'due  altari  laterali  le  dipinse  Lattanzio 
Querena  lodatissiino  per  valore  artistico, 
benefico  e  virtuoso:  furono,  il  muratore 
l'adovan  Vettori,  lo  scarpelliiio  Cadorin. 
Si  dovea  dedicare  a  Maria  Addolorala. 
In  conseguenza  della  bolla  di  Gregorio 
XVI  per  la  canonica  erezione  del  mo- 
uaslero,  a' 18  gennaio  1846  le  donne  po- 
terono chiudersi  in  comunità  claustrale 
col  titolo  di  Clarisse  sagrainenlarie;  fun- 
zione eseguita  dal  cardinal  Monico,  con 
nppropiiulo  discorso,  e  i3  dame  fecero 
da  madrine  allei  3  religiose  che  vi  entra- 
rono ,  per  esservi  consagrale  in  vergini 
perpetue  al  Signore.  Quindi  il  eh.  scrit- 
tore passa  a  parlare  dell'opinioni  sulle 
bellezze,  e  difetti  che  alcuno  trovò  nelle 
due  immense  colonne  che  separano  il  pie 
fcbiterio  dal  corpo  principale  della  chie- 
setta ,  disapprovate  ancora  dal  oh.  Er- 
molao Paolelli,  che  pur  mollo  buon  gu- 
sto sente  per  l'arti  belle,  nel  suo  lodalo 
Fiore  di  ì  enfzi'a,cou  dichiarare:  Vera- 
mente se  le  due  immani  colonne  del  pie- 
fcbiler io  oca  nuocessero  alla  grazia  the  spi  • 


VEN  235 

ra  da  questo  tempietto,  cosa  più  leggia- 
dia  nella  sem|)licilà  sua  uomo  non  sapreb- 
be rinvenire.  Termina  colle  particolarità 
riguardanti  la  primitiva  fondazione  delle 
Clarisse,  e  le  vicende  patite  negli  ultimi 
anni ,  mediante  la  relazione  di  suor  M." 
Chiara  Gertrude  Gastaldis  benemeren- 
tissima badessa:  a  me  non  è  dalo  che  ri- 
peterei!) breve.  A'21  agosto  1806  per  vo- 
lere speciale  dell'Altissimo,  la  serva  di  Dio 
suor  Maria  Vincenza  conversa  di  s.  Cro- 
ce di  Venezia,  si  portò  dopo  la  mezzanot- 
te a  fondare  a  s.  Chiara  una  congregazio- 
ne religiosa,  per  la  perpetua  adorazione 
della  ss.  Eucaristia,  autorizzata  con  de- 
creto di  Pio  VII  e  del  civile  governo.  Il 
concello  che  si  avea  di  sua  santità  e  la  fe- 
de che  fosse  veramente  illuminata  da  Dio 
a  eseguire  le  sue  ordinazioni,  rese  il  suo 
ingresso  nella  casa  sulle  fondamenta  di 
s.  Andrea  de  Zirada,  scella  [ler  la  preco- 
nizzala novella  fondazione,  uno  de'  più 
memorabili,  per  raccompagiiamenlo  di 
distinte  persone,  proiettori  o  benefattori 
dell'ideata  pia  opera  delle  Francescane 
yhloralrici,  che  pel  corso  di  4o  anni  ivi 
vissero  da  ritirate.  Sebbene  avesse  Dio 
espresso  alla  fondatrice,  volere  che  con- 
tiguo alla  detta  casa  ,  ridotta  in  seguito 
ad  uso  di  monastero,  fosse  erello  dalle 
fondamenta  un  tempio  in  risarcinicnlo 
di  quanti  colla  successione  de'  tempi n- 
veano  da  essere  atterrati,  dispose  però 
che  suor  M."  Vincenza  non  ne  vedesse 
l'esecuzione,  morendo  sanlamenle  a*  16 
ottobre  j8i3,  lasciando  il  prete  Catullo 
neir  impegno  d'eseguire  1'  alle  divine  di- 
sposizioni. Questi  fece  lutto  il  già  narra* 
lo,  ed  ebbe  la  consolazione  di  veder  con- 
sagrata  la  chiesa,  concesso  dal  sovrano 
nel  1841  di  poter  stabilire  con  clausura 
in  monastero  il  riliro,  non  la  canonica  e- 
rezione  per  esser  morto  nel  bacio  del  Si- 
gnore nel  1843. Dovettero  però  nel  1 849  le 
religiose  Clarisse,  pe'politici  avvenimenti, 
cedere  al  paterno  volere  del  cardinal  Mo- 
nico, il  quale  considerando  esposto  al  pe- 
ricolo delle  bombe  il  monastero,  a'  25 


236  V  E  N 

giugno  dopo  la  mezzanotte  le  fece  con- 
durre a  s.  Cassiano  nell'abitazione  ofFer- 
la  alle  monache  generosamente  dal  loro 
egregio  procuiatore  Andrea  Pinado,  con 
sua  cappella,  in  cui  per  indulto  del  car- 
dinale poterono  conservarvi  l'Augustissi- 
mo Sagraraento,  ondeanche  in  quel  tem- 
po non  venisse  interrotta  la  perpetua  a- 
dorazione,  giusta  gli  umili  voti  delle  me- 
desime. Ivi  dimorarono  sino  a'3o  luglio, 
giorno  in  cui  essendovi  caduta  una  bom- 
ba, il  vigile  cardinale  nel  seguente  gior- 
no le  fece  trasferire  in  s.  Francesco  del- 
la Vigna,  i  cui  minori  osservanti  cederò- 
no  loro  un  conventino  con  cappella,  e  là  ri- 
masero finché  a  Dio  piacque  si  calmas- 
sero le  civili  insorte  turbolenze.  Laonde 
a'27  agosto  con  indicibile  giubilo  del  lo- 
ro cuore  rientrarono  le  Clarisse  nel  pro- 
prio monastero  a  s.  Chiara,  trovato  qua- 
.si  miracolosamente  illeso  dalle  temute 
J)ombe,  tranne  una  caduta  il  r.°  agosto, 
dopo  la  loro  partenza, nell'interno  del  mo- 
nastero senza  gran  danno;  altra  però  lo 
recò  grave  a'  19  agosto  nel  destro  an- 
golo della  chiesa  con  esterno  dirocca- 
mento. 

1 6.  Suore  di  s.  Vincenzo  de  Paoli. 

;^^.§xii,n.4,  9.,3. 

I  7.  Figlie  della  Carità  delle  Canos- 
siaiie  a' Catecumeni .  V.  §  XII,  n.  7. 

1 8.  Figlie  del  Sagro  Cuore.  V .  §  X, 
n.  68. 

I  g.  Suore  Terziarie  di  s.  Francesco 
d' Asisi.  V.  §  XII,  n.  i4- 

20.  Figlie  di  s.  Giuseppe  sotto  la 
protezione  di  s.  Francesco  di  Sales  e 
di  s,  Giovanna  Francesca  di  Chan- 
tal  presso  s.  Sebastiano.  Degl'  istituti 
delie  Figlie  di  s.  Giuseppe  e  delle  So- 
relle ojiglie  di  s.  Giuseppe,  in  tali  ar- 
ticoli ne  lagionai.  L'istituto  veneto  eb- 
be cominciamento  il  i."  moggio  i85o, 
per  le  coree  fervoroso  zelo  dell'  attuale 
parroco  di  s.  Giacomo  dall'Orio,  d.  Lui- 
gi Caburlotto  detto  Toscan,  in  un  locale 
attiguo  alla  chiesa  di  s.  Giovanni  Decol- 
lato, di  cui  nel  §  Vili,  n.  4^,  ed  ha  per 


VEN 

virtuoso  scopo  d'attendere  esclusivamen- 
te all'educazione  cristiana  di  povere  fan- 
ciulle conformemente  alla  loro  condizio- 
ne. Il  28  gennaio  1857  per  altro,  alcune 
di  (pieste  figlie  di  s.  Giuseppe  (le  costi- 
tuzioni delle  quali  vennero  approvate  d.i 
mg."  vicario  capitolare  con  decreto  io  a- 
goslo  1857,  compiendosi  così  il  desiderio 
del  defunto  patriarca  mg."  Motti  ,  come 
leggo  nello  Stato  personale,  da  cui  rica- 
vo queste  notizie), passarono  colla  loro  su- 
periora ad  abitare  l'antico  convento  di  s. 
Sebastiano,  del  quale  trattai  nel  §  X,  n. 
42,  e  quivi  aprirono  una  scuola  interna, 
ed  attendono  alla  direzione  affidata  loro 
dalla  commissione  generale  di  pubblica 
beneficenza  nel  i ."  aprile  1 807,  delle  sole 
fanciulle  dell'istituto  Manin  da  essa  dipen- 
dente, istituto  di  cui  parlerò  nel  §  XII,  n. 
18,  lasciando  tuttavia  .sussistere  per  le 
fanciulle  esterne  la  primitiva  casa  a  s. 
Giovanni  Decollato.  Della  casa  di  s,  Se- 
bastiano, comedeiristituto,o'è  direttore  e 
benemerito  fondatore  l'encomiato  d.  Lui- 
gi Caburlotto.  Vi  sono  inoltre  il  confesso- 
re, il  catechista,  la  superiora,  la  maestra 
delle  novizie,  altre  7  suore,  2  novizie,  22 
fanciulle  ricovrale.  Nella  casa  filiale  a  s. 
Gio.  Decollato,  vi  è  la  vicaria  ,  6  altre 
suore,  I  IO  fanciulle  esterne. 

21.  Terziarie  Francescane  presso  s. 
EufennadellaGiudecca(coman\la\acoa- 
ta),dicuinel  §  Vili,  n.  70,  con  oratorio  sa- 
gramentale  privato  sotto  iltitolo  della  ss. 
Trinità.Questa  comunità  fondata,  circa  il 
1827  dal  p.Cherubino  da  Venezia  cappuc- 
cino, si  occupa  dell'educazione  di  povere 
fanciulle,  non  escluse  le  benestanti.  Vi  è 
il  direttore  e  12  suore. 

22.  Terziarie  Francescane  presso  s. 
Francesco  della  Figna  (comunità  incoa- 
ta),  di  cui  nel  §X,n. 27. Incominciala  que- 
sta comutiità  dal  p.  Giuseppe M.'daSoave 
minore  osservante  nel  1849,  '^^'^  ""  ^"'~ 
torio  dedicalo  al  glorioso  s.  Giuseppe,  si 
presta  all'educazione  di  povere  fanciulle. 
Vi  è  la  superiora,  la  vicaria,  ed  allie  7 
suore. 


YEN 
Comunità  religiose  secolari 
di  Fenczia. 
2  3.  Congregazione  dell'  Oratorio  di 
s,  Filippo  Ncriy  composta  di  preti  seco- 
lari senza  voti,  delti  Tolgarnionte  i  pp. 
Filippini.  ^.  §'X,  n.  73. 

24-  Congregazione  de'  chierici  seco- 
lari delle  scuole  di  Carità,  presso  s.  A- 
gnese.  V.  §  Vili,  d.  67. 

25.  Suore  oblatc  di  s.  Filippo  Neri^ 
presso  l'Angelo  Raffaele  (comunilà  iocoa- 
la),dicui  nel  §VIII,n.6i.Nel  1  797  il  p.Fie- 
troSanzonio  della  congregazione  dell'ora- 
torio fondò  ins.  Dasilio,  di  cui  nel  §  Vili, 
11.  62  ,  e  in  seguito  trasferì  a  s,  Nicolò 
de'Mendicoli,  dei  quale  parlai  nel  §  detto, 
n.  60,  un  pio  istituto  d'educazione  a  con- 
•vitlo  per  povere  fanciulle.  Nel  1 8o3  preso 
a  pigione  questo  locale,  che  fu  altre  vol- 
te di  terziarie  francescane  ,  delle  Pizzo- 
chere,  vi  trasportò  il  medesimo  istituto, 
e  compratolo  nel  181 3,  non  ne  volle  e- 
scluse  le  fanciulle  benestanti,  che  aspiras- 
sero a  quell'educazione  casalinga.  In  se- 
guito ^  aggiuntivi  altri  adiacenti  locali, 
ed  ampliato  lo  stabilimento,  il  sacerdote 
Antonio  Vason  nel  1846  diede  opera  ad 
erigere  una  corporazione,  a  cui  fosse  af- 
fidala tale  educazione,  ed  istituì  le  Suo- 
re  ohlalc  di  s.  Filippo  JVeri,  che  attuai- 
inente  ne  hanno  la  cura.  N'  è  direttore 
spirituale  e  superiore  lo  stesso  beneme- 
rito e  rispettabile  d.  Antonio  Vasou.  Vi 
sono  poi  il  confessore  delle  suore  e  quello 
dell'educande,  la  superiora,  20  suore,  3 
novizie,  i  3  converse,  2  novizie  converse, 
Sj  educande. 

Comunità  religiose  fuori  di  Venezia. 

26.  Ospedalieri  di  s.  Giovanni  di 
Dio  detti  Fate  bene  fratelli  o  Benfratel- 
li,  nell'isola  di  s.  Servolo.  P.  §  XVMI, 
n.  IO. 

27.  Monaci  /Catoniani  Armeni  della 
congregazione  Mechitaristica  di  Vene- 
zia, nell'isola  di  s.  Lazzaro.  V.  §XV111, 
n.9. 

28.  Minori  Francescani  Riformali , 


YEN  237 

nel!'  isola  di  s.  Michele  di  Murano.  V. 

§xvin,  n.  18. 

29,  Agostiniane  in  s.  Giuseppe,  nel- 
l'isola di  Murano.  V.  §  XVlll,  n.  19. 

§  XII.  Ventiquattro  stabilimenti  pubbli- 
ci e  istituii  pii  de' due  sessi,  ed  alcuni 
con  chiesa;  cioè  d'istruzione,  educa- 
zione, beneficenza, penitenziali.  Orfa- 
notrofi, Ospedali,  Catecumeni,  Mon- 
te di  pietà,  Beneficenza  pubblica  ec. 

Sono  i  pubblici  stabilimenti. 

1 .  Liceo  Convitto.  V.  §  X,  u.  g. 

2.  Carceri  criminali  presso  s.  Z.iC" 
caria,  nel  sestiere  di  Castello.  Nel  §  II, 
n.  2,  parlai  delle  prigioni  che  amica- 
mente esistevano  nel  palazzo  ducale  e 
denominate  Piombi  e  Pozzi,  non  che  del 
ponte  de'  Sospiri,  il  quale  cougiunge  il 
palazzo  alle  carceri ,  e  serviva  di  dolo- 
roso passaggio  a'  carcerati  dalla  prigid- 
ne  al  tribunale  criminale,  gemendo  e 
sospirando.  Ora  altro  ponte  di  brevissi- 
mo tratto,  e  può  dirsi  piuttosto  un  Ca- 
valcavìa, unisce  gli  edifizi  delle  carceri  e 
del  tribunale  criminale,  il  quale  trovasi 
stabilito  nel  già  monastero  e  primiceriato, 
di  cui  nel  §  V I,  n.  2,  della  non  più  esisten- 
te chiesa  de'ss.  Filippo  e  Giacomo.  Do- 
po l'incendio  formidebile  avvenuto  nel 
palazzo  ducale  a'20  dicembre  1  077,  di- 
struggendo miseramente  le  più  insigni 
pitture  e  con  esse  l'iij)magini  di  moltis- 
simi illustri,  le  memorie  e  le  gesta  de've- 
neziaui  celebri,  la  signoria  si  propose  di 
trasportare  le  carceri  altrove,  con  erige- 
re apposito  edilizio  ad  emendazione  del 
reo,  non  a  sua  distruzione ,  ed  insieme 
solido  e  robusto  perallontanareogni  ten- 
tativo di  Tuga;  con  ampio  cortile  in  cui 
liberamenle  dovesse  spaziare  l'aria,  e  una 
cisterna  vi  fosse  d'accjua  salubre  e  pur.i, 
e  finalmente  una  chiesuola,  per  ricevere 
le  preci  e  i  pentimenti  del  colpevole,  abi- 
litandolo così  a  godere  i  soavi  conforti  e 
gl'incomparabili  benefizi  della  religione. 
Questo  generoso  e  umaoo  coucepimeulo 


238  V  E  N 

si  attribuisce  al  famoso  fr.  Paolo  Sarpi  ser- 
vita, che  venne  giudicalo  empio  e  dannato 
da  alcuni,  immacolato  e  quasi  santo  da 
alili;  non  può  negarsi  che  fu  personag- 
gio di  sommo  e  raro  ingegno.  Le  magnill- 
chee  luttora  esistenti  prigioni  pubbliche, 
che  furono  innalzate  presso  il  ponte  del- 
la Paglia  e  congiunte  col  palazzo  ducale 
pel  memoralo  ponte  de'  Sospiri,  pre- 
cisamente corrispondente  alle  stanze  de- 
gli avvogadori  e  del  magistrato  de'  Die- 
ci, le  trovo  illustrate  con  4  tavole  dai 
celebre  archiletlo  Selva,  nella  mai  ab- 
bastanza au)mirata  opera  :  Le  Fabbri- 
che  e  i  Moiiwnenli  cospicui  di  Vene- 
zia. A  darne  contezza  procederò  con 
quel  grande.  A*^'  effettuare  il  lodevolissi- 
mointendiniento,  il  governo  adottò  il  di- 
segno d'Antonio  da  Ponte,  che  neli58g 
vi  die'  incotninciamento,  al  di  là  del  ri- 
vo die  scorre  lunghesso  il  palazzo  duca- 
le. Questo  edilizio  è  tutto  costruito  di 
grandiosi  e  pesanti  massi  di  pietra  d'  I- 
stria,  che  contribuiscono  alla  sua  robu- 
stezza e  magnificenza.  Il  fianco  immerso 
nel  rivo,  col  regolare  ma  rude  bugnato  o 
rustico  a  bozze  di  cui  è  investito,  co!  tri- 
plice ordine  di  piccole  finestre  munite  di 
doppie  grosse  ferrate,  inspira  quella  tri- 
stezza che  forma  l'elogio  del  suo  archi- 
tetto, poiché  è  riuscito  a  decorosamente 
caratterizzare  l'uso  acni  fu  destinata  que- 
sta fabbrica.  Volendo  egli  poi  mitigare 
tal  carattere  nella  facciata  sulla  stiadache 
bordeggia  il  gran  canale  di  s.  Marco,  senza 
però  sjnenlirlo,  dispose  a  quella  parte  il 
portico  ad  arcate,  ossia  di  7  archi  (sul  di 
cui  cornicione  s' innalzano  7  tinestronì 
rispondenti  agli  archi),  nel  mezzo  del  qua- 
le si  trova  l'atrio  che  mette  alle  scale  e 
al  coitile;  e  superiormente  iimalzò  una 
sala  ed  alcune  stanze  pel  magistrato, 
che  appellavasi  de'  Signori  di  Nolte  al 
Criminale,  ornando  questo  piano  con  co- 
lonne d'ordine  dorico,  fi/incheggiate  da 
semipilastri ,  con  grandiose  finestre  nel 
mezzo,  non  om mettendo  però  il  bugnato 
nell'arcale  e  ne'superioii  JDlervalli, e  fu* 


VEN 

cendo  più  risentita  la  trabeazione  con 
mensole  nel  fregio,  giudiziosamente  sosti- 
tuite a'triglifi  per  rendere  più  maestoso 
questo  prospello  Essendo  questo  edifi- 
zio  quasi  lutto  isolalo,  e  con  un  corti- 
le nel  mezzo,  non  poteva'mancare  di  ven- 
tilazione, resa  però  assai  più  elficace  a' 
nostri  giorni  con  l' apertura  di  nuovi 
fori  e  con  nuove  riduzioni.  Può  esso 
contenere  circa  3oo  persone,  atterrale 
essendosi  ora  le  prigioni  insalubri  per 
mancanza  di  luce  o  di  ventilazione.  Co- 
modo e  saggio  è  il  riparto  d'ognuno  de* 
suoi  piani ,  distribuite  essendo  le  varie 
qualità  de'luoglii  con  relazione  alla  gra- 
vila de'delitli,  con  sapiente  equità  e  giu- 
stizia disciezionale,  e  vi  re"na  tale  tuia 
disciplina  e  nettezza  che  contribuisce  al 
sollievo  e  alla  salute  de'carcerali.  Dichia- 
rò il  Temanza  :  Che  per  lungo  trailo 
d'Europa  non  vi  è  forse  un  muramento 
di  questo  genere,  che  equivalga  in  como- 
do ,  robustezza  e  magnificenza.  L'  Ho- 
ward nelle  sue  Prigioni^  stampate  nel 
1780,  poco  si  trattiene  intorno  a  queste 
di  Venezia.  Rimarca  però,  che  sono  le 
più  (orli  ch'egli  avesse  vedute,  che  vi  e- 
ranode'prigioiiieri  confinati  in  vita  in  una 
oscura  cella  ,  la  pena  di  morte  essendo 
fra'  veneti  mollo  rara;  che  ninno  de'  pri- 
gionieri si  aggravava  di  catene, e  che  non 
v'erano  in  esse  né  febbri,  né  forti  disor- 
dini. Loda  i  pii  stabìliinenli  fondati  a 
sollievo  de'prigionieri  civili  e  criminali, 
e  le  regole  osservate  pel  buon  governo 
delle  due  infermerie.  Aggiunge  egli  pu- 
re, che  comunemente  credevasi ,  che  i 
prigionieri  di  slato  rinchiusi  nella  parte 
superiore  del  palazzo  ducale  sullo  il  tet- 
to, per  essere  questo  coperto  di  piombo, 
e  perciò  quelle  carceri  dette  Piombi,  sof- 
frissero nelTestale  un  caldo  eccessivo,  il 
che  è  falso  per  asserzione  di  coloro  stessi 
che  furono  colà  ritenuti,  come  già  dissi 
ragionandone.  Più  severa  ,  continua  il 
Selva  ,  dovea  essere  la  condanna  pe'  rei 
di  stato  ne'  così  delti  Pozzi ,  camerotti 
compresi  come  in  una  torre  che  esiste 


V  E  N 

nel  palazzo  medesimo  aderente  al  suo  mu- 
ro sul  rivo,  e  contigua  al  Fonie  de* So- 
spiri,  pel  quale  si  conducevnno  i  rei  in 
queste  prigioni,  e  sonosoprapposlele  une 
alle  altre,  non  già  come  il  volgo  credeva, 
stanze  sotterra  a  guisa  di  pozzi;  tali  in- 
somma, quali  le  dissi  nel  luogo  rammen- 
tato. »  Il  governo  veneto  inclinava  alla 
dolcezza,  e  la  sua  saggia  politica  incuteva 
piuttosto  il  timore  di  gravi  pene,  di  quel- 
lo che  rigorosamente  apprestarle.  All'e- 
poca della  I  /  invasione  francese  si  esami- 
nò il  libro  in  cui  registravansi  i  delitti  e 
le  condanne  de*  rei  di  sialo, -e  recò  sor- 
presa il  riconoscere,  clie  da!  principio 
dello  scorso  secolo  sino  al  cadere  della  re- 
pubblica, furono  dal  tribunale  supremo 
dannati  a  morte  soli  quattordici  rei".  Un 
sacerdote  cappuccino  è  cappellano  cu- 
rato de'  carcerati. 

3,  Casa  di  Correzione  in  s.  Croce  al- 
la Giudecca.  P^.  §  X,  n.  29. 

4-  Casa  femminile  di  correzione  e 
di  pena,  unita  alla  chiesa  di  s.  Alarla 
Maddalena  delle  Corner  lite.  V.  §  X, 
n.  61. 

5.  Lazzaretto  vecchio  a  s.  Maria  in 
Nazareth.  Nelle  lagune  di  Venezia  vi  so- 
no due  isolette  denominale  Lazzaretto 
Fecchio  e  Lazzaretto  Nuovo,  anzi  lai.* 
anclie  s.  Maria  in  Nazareth.  Meglio  è 
rhe  ne  ragioni  al  §  XVllI,  n.  7  e  8  del- 
l'isole. 

6.  Casa  degli  Esposti,  volgarmente  la 
Pietà, in  s, Maria  della  Visitazione.  Nar- 
ra il  Corner,  che  il  deplorabile  sregolalo  e 
illecito  amore, anche  in  Venezia  e  partico- 
larmente nel  secolo  XIV,  dava  crudeli 
e  luttuosi  esempi;  le  illegittinìe  snatura- 
te madri  abbandonando  i  loro  frutti  col- 
pevoli, morti  o  semivivi,  all'altrui  carità 
colla  pubblica  esposizione,  e  fors' anche 
per  ascondere  la  loro  reità  ,  come  altro- 
ve, scelleralamente  gettandoli  nell'onde 
o  in  altro  modo  facendoli  pei  ire,  toglien- 
do loro  così  a  un  tempo  due  vile,  la  tempo- 
ranea e  l'eterna.  Altamente  deplora  il  cav. 
Mulinelli,  a  p.  «57  degli  Annali  di  Fé- 


VEN  a39 

nezia,  il  suo  mal  costume,  sommando  al- 
lora l'infami  meretrici  ai  i,654,  la  libi- 
dine facendo  pure  con  altre  i  lussuriosi 
suoi  sfogi,  anzi  la  licenza  era  giunta  ad 
allentare  con  rapimenti  all'  onore  delle 
donzelle.  Non  permettendo  la  diviua  mi- 
sericordia il  proseguimento  di  tanto  bar- 
barismo in  Venezia,  sui  Trovatelli  Ba- 
stardi {y.),  mosse  fr.  Pietro  d'Asisi fran- 
cescano a  recarvisi  nel  i  34o  a  spargervi 
il  seme  della  parola  di  Dio.  Questo  san- 
t'uomo di  sommo  zelo  e  d'egual  carità, 
dopo  aversi  coli'  apostolica  predicazione 
acquistalo  il  credito  e  l'applauso  univer- 
sale, nel  veder  di  trailo  in  hallo  scanda- 
losamente giacer  semivivi  sulle  pubbliche 
strade  miserabili  bambini  abbandonati 
tla'Ioro  immorali  genitori,  si  sentì  viva- 
mente commosso  l'animo  da'Ioro  vagiti. 
Eccilalo dunque  piamente  nel  cuore  dal- 
la divina  provvidenza,  che  disposto  avea 
il  rimedio  al  grave  male,  si  propose  di 
fondare  un  pio  luogo,  ove  si  raccoglies- 
sero  e  nutrissero  gli  esposti  fanciulli , 
molli  de' quali  perivano  bene  spesso  an- 
die  prima  d'  essere  rigenerati  nel  bat- 
tesimo ,  e  perciò  in  perpetuo  dannati 
nel  IJinho  (F.).  Pubblicala  dal  pio  uo- 
mo la  sua  virtuosa  intenzione,  e  implo- 
rala nel  1846  dalla  religione  e  moralità 
del  governo  il  permesso  di  fondare  l'idea- 
to ricovero;  inHammato  dal  sentimento 
d'amore  pel  prossimo,  cousinciò  a  cerca- 
redalla  compassione  e  carila  de'fedeli  gli 
opportuni  aiuli,  elen)o$inando  in  perso- 
na di  porla  in  porta  non  con  altri  termi- 
ni, che  con  ripetere  ad  alla  e  flebile  voce 
Pietà  Pietà.  Da  questo  il  buon  uomo, 
ch'era  di  piccola  statura,  ebbe  il  sopran- 
nome diy?-.  Picruzzo  della  Pietà,  col  qua- 
le è  conoi-ciulo  come  i ."  fondatore  del  pio 
luogo  della  Pietà.  Radunali  poi  alcuni 
divoli  uomini,  con  essi  istituì  nella  chie- 
sa di  s.  Fiancesco  della  Vigna,  di  cui  nel 
§  X,  n.  27,  la  confraternita  sotto  la  sua 
invocazione,  la  cui  cura  fosse  raccogliere 
dalle  strade  e  piazze  gli  esposti  e  abban- 
doualì  bambini,  lollauli  colla  morie  e  eoa 


24o  YEN  YEN 
|)tiiosissima  vila  ,  e  conilurli  a  ricovero  l'ospecUile  fosse  eletta  dalla  congregayio- 
Doll'ospizio  a  ciò  destinalo.  Non  è  nolo  nedelledonne  dis.  MariadeirUiniltìi,ui;i 
con  cjuali  regole  al  principio  si  govei  nas-  dovesse  confermarsi  dal  doge,  a  cui  ed  a' 
se  la  pia  congregazione;  solo  si  conosce  suoi  successori  fu  raccomandato  il  pio  luo- 
tlie  piesifdeva  al  luogo  un  rettole  e  un  go  in  perpetuo  padronato. Noodimeno  nel 
\icereltorej  e  die  furono  prese  in  aflìlto  i356  nuovo  tentativo  si  fece  per  inter- 
1  7  case  nei  sestiere  ili  Castello,  non  uiol-  rompere  il  felice  corso  dell'opera  pia, 
t«>  lonlune  dui  convento  di  s.  Francesco  quando  il  rettore  della  confraternita  degli 
della  Vigna,  per  collocarvi  i  bambini  e-  uomini,  unito  ad  alcuni  confratelli,  tra- 
sposti; donde  poi  il  luogo  fu  denominato  sporto  il  sodalizio  a  s.  Maria  Gloriosa  de' 
(oì  le  della  Piala,  lasciala  più  lardi  nel  Fiari;  ma  si  oppose  la  parte  più  sana  de* 
i475in  legatodaLucieziaDolfìnall'ospe-  confrali,  e  così  la  scuola  di  s.  Francesco 
dale  slesso  della  Fietà.Crescendo  frattanto  fu  ripristinata  nella  primitiva  chiesa  ove 
idl'eccesso  nella  popolosa  Venezia,  anche  era  stala  istituita,  decretandosi  non  do- 
per  la  sua  condizione  di  città  marittima  versi  mai  rimuovere.  In  seguito  ralfred- 
e  pel  concorso  continuo  di  grande  nume-  datosi,  e  non  mollo  dopo  totalmente  e- 
ro  di  stranieri  di  molle  nazioni  ,  quello  stinto  il  caritatevole  fervore  de'confrali 
allres"]  degli  esposti,  per  l'accoglimento  e  pel  pio  luogo,  restò  alle  sole  donne  il  pe- 
iiudiimeulo  de'quali  divenuti  ristretti  i  so  di  ricevere  e  nudrire  i  fanciulli  d'ambo 
luoghi,  e  non  proporzionate  le  forze  dei  i  sessi;  onde  comprate  oltre  25  case  l'ag- 
confralelli,  fr.  Pietro  quale  priore  attua-  giunseroall'ospedaledilalandoneil  recin- 
le  del  luogo,  saviamente  dispose  di  divi-  to,  per  supplire  al  necessario accoglimen- 
dere  i  maschi  dalle  femmine,  e  lascian-  tode'bambiniabbaiidonali.Conoscendo- 
do  di  quelli  la  cura  alla  confraternita,  si  <|uindi  dalle  savie  matrone,  che  per  gli 
consegnò  queste  ad  una  congregazione  di  affari  più  gravi  aveano  bisogno  di  cousi- 
jispettabili  matrone  che  a  tal  oggetto  isti-  glio  e  di  aiuto,  elessero  4  assennati  patri- 
tui  nella  vicina  chiesa  di  s.  JMaria  della  zi,  per  dirigersi  colia  loro  prudente  assi- 
Celestia,  di  cui  nel  dello  §,  n.  ?.4,  sotto  stenza.  A  questi  ne  aggiunse  alcuni  altri 
l'invocazione  di  s.  Malìa  dell'  Umiltà,  nel  i54o  Lucrezia  Grilli  priora,  ond'eb- 
Conipiò  poi  ben  ampia  casa  nella  parioc-  be  principio  la  congregazione,  che  poi  as- 
chi.'i  di  s.  Gio.  in  Bragoia,  nello  slesso  se-  sunse  il  pieno  governo  interno  ed  esterno 
sliere,  che  lasciò  nel  suo  testamento,  fatto  del  pio  luogo.  Dappoiché  neh  Sy  i  essen- 
con  dispensa  apostolica,  per  perpetuo  uso  dosi  il  solilo  numero  de'  governatori  au- 
dc'uiiseri  esposti;  indi  l'uomo  di  Dio  nel  mentalo  ai  4,  fu  slabililo  che  la  congrega- 
i353  passò  a  ricevere  nell' altra  vita  il  zione  delle  matrone  fosse  in  avvenire  con- 
premio  destinalo  a' misericordiosi.  Però,  vocata  ne'casi  dibisogno.  Così  andò  eslin- 
loslo  insoiseio  varie  conlese  a  sturbare  guendosi  la  benemerita  congregazione  di 
così  lodevole  istituto;  poiché  fra  le  òi\&  s.  M.^^dell'Umiltà,  la  qualeelesse  nel  i6o4 
congregazioni  cui  era  affidata  la  cura  de-  1'  ultima  priora  dell'ospedale,  che  restò 
gli  esposti,  cominciarono  a  nascere  gare  e  poi  unicamenlesoggetta  alla  congiegazio- 
pi  elese  pel  governo  esclusivo  del  luogo,  ne  de'nobili.  Dalla  carità  di  questi  inces- 
le  quali  prontamente  furono  sopite  dalla  sanlemente  assistito  il  pioluogo,  potècol- 
pubblica  provvidenza,  stabilendo  che  al-  l'aiutodella  divina  provvidenza  manlene- 
la  direzione  locale  del  pio  istituto  fosse-  re  un  numero  lagguardevole  di  fanciulli, 
ro  scelle  e  preferite  le  donne  come  più  farli  istruire  ne'  dogmi  di  nostra  s.  Reli- 
capaci  nell'esercizio  d'allevar  i  figli;e  poi  gione,  e  poscia  opportunamente  applicar-, 
decretò  il  maggior  consiglio  a'i5  dicem-  li  a  qualche  esercizio  adattato  alla  loro  a- 
bre  dello  slesso  1 353,  che  la  priora  del-  billlà.Quaulunque  fossero  molti  e  beu  di- 


V  EN 

sposti  gli  eilifiii  del  luogo,  tultavolta  pel 
uitiueiu  Iragraiidecie'fauciulliche  vi  si  le- 
cavano,  tnnssime  dalla  parte  di  mate,  nel 
principio  dello  scorso  secolo  si  trovò  ne- 
cessario ampliarne  il  circuito,  aumentar- 
ne le  fabbriche,  cominciandosi  eziandio 
l'ampliazione  della  chiesa  più  comoda  al- 
la iiioltittuline  degli  abitatori  e  più  con- 
veniente al  decoro  della  città.  Della  nuo- 
va chiesa  pose  ne'fouda menti  la  i .'  pietra 
solennemente  il  doge  Pietro Grima ni  sot- 
to il  tildlo  della  Visitazione  della  B.  Ver- 
gine Maria,  come  rilevasi  dal  medaglione 
coiranno  i  'J^5,  che  fu  gettalo  ne'fonda- 
rnenli  slessi,  ed  esibisce  Corner,  nel  rove- 
scio esprimendosi  l'afliilluoso  incontro  di 
s.  Elisabetta  alla  visitante  D.  Vergine,  pre- 
senti i  ss.  Zaccaria  e  Giuseppe,  e  in  giro 
l'epigrafe:  Ex  ore  Infanliuin  et  Lacten- 
tiuin.  A  peipetua  memoria  del  iienefico 
padronato  de'dogi  sul  pio  luogo,  e   |)er 
l'acquisto  dell'antiche  pontificie  indulgen- 
ze, concesse  a  chi  nella  domenica  delle 
Palme  visitasse  l'ospedale  e  lo  soccorresse 
con  limosiue,  in  tal  giorno  lo  visitavano  il 
doge  e  il  senato,  lasciando  limosine  a  sov- 
venimeuto  de'trovatelli,  il  che  continua- 
rono a  praticare  adonta  ch'era  cessato 
l'obbligo  anteriore.  Ora  si  attende  alacre- 
mente a  compire  la  chiesa,  che  ilMoschi- 
ui  dice  disegnala  da  Giorgio  Massari,  ele- 
gante e  armonica,  di  forma  ovale,  con  gaio 
soffitto  dipinto  dal  Tiepoletto;  ed  osserva 
che  ivi  si  ricevono  gli  esposti, e  le  fanciul- 
le restano,  educale  al  canto  e  al  suono,  e 
in   donneschi   lavori.  Piiferisce   il  lodato 
Mulinelli  a  p.  556,  di  tutti  i  famosi  con- 
servalorii  di  musica  di   Venezia,  di  cui 
nel  §  XV,  u.  1,  non  rimane  ora  che  una 
miserabilissima   reliquia   nel   solo  Coro 
delle  donne  della  Pietà,  alla  cui  spesa  si 
provvede  colle  rendite  del  legato  dispo- 
sto a  quest'oggetto  da  Pietro  Foscarini 
procuratore  di  s.  Marco,  con  testamento 
b  settembre  lySg.  Poche  femmine  che 
cantano,  e  poche  che  suonano,  formano 
adesso    questo  coro   tanto  diverso   dal- 
l' antico.    Dichiara  il  Dizionario  gto- 
vot.  xct. 


VEN  2^1 

serafico:  L'ospedale  di  s.  Maria  delia 
Pie  tà,  con  ospizio  molto  ampio  pegli  e- 
sposti  e  conservatorio  di  fanciulle  ,  oltre 
il  conservatorio  di  s.  Alvise  che  ne  di- 
pende, di  cui  nel  §  X,  n.  4  '  (uou  è  ora 
più,  per  quanto  duo  collo  Slato  perso- 
nale), raccoglie  alla  ruota  gli  esposti,  li 
fa  allattare  in  campagna,  e  li  riceve  di 
nuovo  nella  casa;  se  ne  calcolano  i3oo  iu 
campagna, ICQ  alimentati  nell' istituto  e 
190  nel  conservatorio  delle  giovani  a  s. 
Alvise  (cioè  all'epoca  in  cui  fu  pubblica- 
lo). Leggo  nello  Stato  personale:  Q^m  si 
raccolgono  tutti  i  bambini  di  sconosciu- 
ta provenienza,! quali  in  gran  parte  vcu- 
gouOjdietro congrua  corrispondenza, con- 
segnati a  balie  delle  provincie  venete.  Vi 
è  il  cappellano  rettore  e  coufessore  del- 
l' istituto,  il  confessore  delle  suore  di  s. 
Vincenzo  de  Paoli,  e  4  niansionari.  1  fi- 
gli che  vi  dimorano  stabilmente  sono  70 
circa.  Il  'parto  de'bambini  è  sorveglia- 
to (  \ietto  da  3  suore,  e  da  altre  4  '' 
'•'^arto  adulte,  sotto  una  stessa  superio- 
ra,  dipendenti  per  altro  dalla  superiora 
locale  della  loro  cosnunitìi  alle  Pcaitenlii 
di  cui  nel  n.  9  di  questo  §  ne  parlo.  Si 
pubblicarono  in  Veuezia  dalla  ti[)0gra- 
fìa  Gattei  nel  1 856  due  opuscoli  riguar- 
danti questo  pio  luogo  :  Brevi  cenni  sul- 
l'origine e  sullo  stato  attuale  dell'isti- 
tuto degli  Esposti  iu  T'cnczia  :  Pro- 
gramma pel  compimento  del  prospetto 
della  chiesa  di  s.  Maria  della  Pictày 
indiritto  alla  generosa  carità  de' vene- 
ziani. 

'j.  Pia  Casa  de'  Catecumeni  in  s.  Gio. 
Battista,ne.\sesi\eie  di  Dorsoduro.  Anche 
in  questo  benemerentissimo  e  celebre  sta- 
bilimento, che  ha  per  santissimo  scopo, 
ad  imilazione  della  casa  de  Catecumeni 
e  Neofiti,  fondata  iu  Roma  da  s.  Ignazio 
Lojola,  di  ricondurre  gl'infelici  Infedeli 
nel  materno  grembo  della  Chiesa  Catto- 
lica (fuori  della  quale  non  vi  è  l'eterna 
5r7/«/c'/ dogmatica  ,  salutifera  e  tenibile 
sentenza,  che  per  amore  del  prossimo^ 
vocabolo  uraiai  inusitato!  con  perseve- 
16 


242  VEN 

ranle  costanza  ripelei  e  tlicliiarai  ancora 
una  velia  nel  voi,  LXXIX,  p.  yS,  gio- 
vandoiiii  del  receute  oracolo  confermati- 
vo del  J  alicaiìo.  Calecmneni,  beali  voi 
che  comprendeste  tale  verità),  di  quel- 
la ss.  Religione,  la  quale  nel  suo  Srni' 
bolo,  ne'suoi  Sagratuenlì,  nel  suo  iSa/i- 
/«ar/o,  ne' suoi  lempli  traila  tulli  da  e- 
guali  (il  dolio  e  l'ignorante,  se  per  loro 
eterna  ventura  Ortodossi,  credono  esat- 
tamente i  medesimi  articoli  di /^<'/:^f  e  la 
Dotlrinn  Ciistianoj  Q^'\kùe'ì>Vio\  yillari 
tutte  le  distinzioni  sociali  si  confondono 
e  si  dileguano;  il  suo  Sacerdozio  vene- 
rando non  conosce  diritti  ereditari;  il  più 
umile  de'fedeli,  qualunque  sia  la  patria, 
la  condizione,  l'eia,  può  esser  sublimato 
al  T  escovalo ,  al  Cardinalato ,  al  som- 
mo Pontijìcatoj  e  nel  nostro  tempio,  Ca- 
sa di  Dio,  il  ricco  e  il  povero,  il  nobile  e  il 
plebeo,  il  padrone  e  il  servo  ,  le  nazioni 
d'ogni  colore,  dimenticano  qualunque 
disuguaglianza  e  confuse  si  prostrano  al- 
lato Tun  dell'altro  ad  adorare  l'Altissimo 
He  de'Re  e  Signore  de' Dominanti.  Ca- 
tecumeni ,  ella  è  questa  la  religione  che 
avete  abbracciala  ,  per  singolaie  divina 
inisericordia),polrei  ripetere  il  riferito  dal 
principe  dell'erudizione  ecclesiastica  ve- 
neziana, il  senatore  Flaminio  Corner.  Ma 
pel  recente  libro  edificante  e  glorioso  pel 
veneto  apostolato,tenendo  presente  il  mio 
benefico  e  illuminatore  Mentore,  di  pre- 
ferenza con  esso  libro  accennerò  un  rag- 
guaglio dell'importanlìssimo  istituto.  E 
intitolato  :  Confessioni  e  lettere  pubbli- 
cate nel  compimento  del  secolo  III  dal- 
la fondazione,  xxi  ottobre  MDLVIJ,  del 
pio  istituto  de'  Catecumeni  in  Venezia, 
premessevi  le  Notizie  storichedelVistitu- 
to  medesimo,  ec.  Venezia  dalla  tipografia 
di  G.  B.  Merlo  1857.  Sebbene  a  me  non 
ispetta  che  indicarne  l'ultima  parte,  pel 
privilegio  e  licenza  che  hanno  gli  scrillo- 
rì,  massime  di  Erudizione,  sia  qualunque 
il  loro  merito,  di  manifestare  alla  circo- 
stanza le  loro  ammirazioni,  genialità  ,  e 
diciamolo  pure  eoa  vocabolo  al  presente 


ven 

assai  comunemente  usato,  simpatie  (ben' 
clic  sia  antico  quanto  il  mondo  l'accordo 
d'  ailezioni  ed  inclinazioni  tra  due  o  più 
persone;  come  l'aiilipalia  avversione  na- 
Idrale  d'una  persona  o  di  una  cosa  per 
un'allra,  che  in  sostanza  è  l'opposto  e  il 
contrario  della  simpatia.  Tanto  è  vero  che 
non  mancarono  scrittori  anco  su  questo 
sociale  argomento,  ed  io  conosco  i  seguen- 
tij  che  ponno  rannodarsi  all'articolo  Uo- 
mo, anzi  al  simpaticissimo  che  scrivo.  Mi- 
chelangelo Biondi,  Decognitione  hominis 
peraspectnm,  Bomae  1 544Lavaler,  Del- 
l'arte di  conoscere  gli  uomini  da' linea' 
menti  del  volto,  Milano  1819  con  figure 
colorite.  Girolamo  Fracastoro,  Z^fi  Sym- 
palina  et  Antipathia  rerum  ,  Venetiis 
1 546,  Juntae,  Lugduni  1 554-  Cesare  Ae- 
voli.  De  causis  Antipathiae  et  Simpa- 
thiae,  Venetiis  i58o.  E  poi  ridicola  Su- 
perstizione, la  jettatura.  Ma  la  sublime 
carità  verso  il  prossimo  non  ammelte  an- 
tipatio, dovendosi  per  comando  di  Gesù 
Cristo  amaie  il  prossimo  come  noi  stessi 
per  amor  di  Dio;  perfezionando  così  la 
legge  Mosaica,  la  quale  dalla  maligna  in- 
terpretazione de'farisei,  pretendevasi  che 
rapporto  a'nemici  prescrivesse  di  odiarli. 
La  parola  prossimo  esprime  tulli  quelli, 
co'quali  abbir'.mo comune  la  natuia,  lutti 
gli  uomini  inclusivamente  agl'infedeli  ed 
a'nemici.  Questa  è  viriù  cristiana,  senza 
la  quale  non  si  può  acquistare  la  vita  e- 
lerna.  Amare  il  prossimo  per  simpatia, 
o  per  i  benefizi  ricevuti,  o  per  le  buone 
qualità  sue  corporali  o  spirituali,  è  virtù, 
ma  naturale  soltanto,  di  cui  sono  capaci 
anche  gli  slessi  infedeli.  Catecumeni,  tut- 
ta la  nostra  divina  legge  consiste  dun- 
que neir  amare  Dio  sopra  ogni  cosa  e  il 
prossimo  come  noi  medesimi  per  amor 
di  Dio  !  ),  nondimeno  per  aver  contribui- 
to alla  sua  compilazione  il  religioso  mio 
amico  cav.  Filippo  d.'  Scolari,  ascoso  col- 
le iniziali  F.  D.'  S.,  di  tutto  ne  preiuel- 
terò  una  generica  indicazione.  Essendo 
l'istituto  otlidato  al  governo  óc\  veneto 
priore  d.  Jacopo  nobile  AvogaJro,  abba- 


V  EN 

tedi  s.  Marco  di  Brescia,  beneinerenlis- 
«imo  del  medesimo  ,  per  doversi  all'  in- 
cessante sua  pietà  e  benefica  splendidez- 
ta  il  decoro  della  casa  del  Signore  a  lui 
alìidala,  ed  alle  paterne  e  zelanti  sue  cu- 
re pe'catecumeni,  sostenendo  eziandio  il 
carico  dell'istruzione  religiosa  degli  uo- 
mini, il  florido  stato  dello  stabilimento, 
egli  inlilulù  il  libro  alle  pastorali  virtù  e 
ol  merito  insigne  dell'Episcopato  dell'im- 
pero Austriaco,  dalle  cui  sollecitudini  as- 
sidue per  accrescere  di  giorno  in  giorno 
i  trionfi  della  cattolica  religione,  per  esse- 
re l'istituto  deCalecuinenidi  Venezia  so- 
lo esistente  nella  vasta  e  possente  monar- 
chia,ripigliando  lena  uetl'aprireilIVseco- 
lo  della  sua  fondazione.E  di  viso  in  due  par- 
ti. ÌNellai.' dopo  i  Cenni  slorici del  cav. 
Scolari,  de'quali  poi  discorrerò,  seguono 
'xProspellìdimostrcilh'i  lo  sialo  e  l'  or- 
ganizzazione dell  IsÙLulo .,  da'  quali  si 
trae  che  l'annue  sue  rendile  al  cader  del- 
la repubblica  consistevano  in  lire  italiane 
16,540,  oltre  le  questue,  talvolta  ascese 
a  lire  venete  16,000,  raccolte  da'deputati 
e  secondate  dalle  prediche  (sino  ali 801 
si  faceva  la  predica  una  o  tlue   volte  in 
quaresima  per  istruzione  degl'  Israeliti, 
nella  parrocchiale  di  s.  Geremia,  con  tra- 
sporto altrove  del  ss.  Sagraraento).  Man- 
dava r  istituto  anche  alla  cerca  del  pa- 
ne, godeva  100  staia  di  frumento  donate 
nnnualmente  dal  doge,  e  partecipava  co- 
gli altri  luoghi  pii  a  ogni  altra  pubblica 
largizione.  Al  presente,  per  le  vicende  de' 
tempi,  le  rendite  sono  residuale  a  sole 
onnue  lire  austriache  6000,  non  compre- 
se quelle  delle  pur  diminuite  questue,  né 
quelle  derivanti  da  4  pi»  legali,  meritan- 
do menzione  quello  del  già  neoflto  Fran- 
cesco Ignazio  Catlaldi,  che  nel  i835  le- 
gò lire  3542.  Vi  è  l'  ouorifico  prospet- 
to nominale  de'  benemeriti  dell'  islituto 
che  concorsero  al  suo  ingrandimento  e 
prosperità  colle  loro  sostanze  ,  anche  a 
benefìcio  di  quest'istituto  risplendendo  la 
fede  e  la  pietà  de'veneziani.Va  ricordato  il 
lascito  del  1 588  diVinceuzoGarzoni  di  an- 


V  E  N  243 

nui  ducati  1  eoo  da  distribuirsi  a  20  nao- 
fìti  figli  d'israeliti,  e  più  anziani  di  batlesi- 
mo.  Segue  lo  sialo  delle  cariche  e  del  per- 
sonale applica  lo  al  governo  del  Tisti  luto,  3  3 
essendo  l'antiche  ei  7  l'odierne.  Si  ripor- 
tano l'iscrizioni  lapidarie  del  tempio,com- 
presa  quella  collocala  nell'  interno  del- 
l'oratorio attiguo, di  cui  più  innanzi.  Del- 
lo slesso  cav.  Scolarle  la  Nota  bibliogra' 
/zca  e  saggio  eruditissimo  d'alcune  Ira 
le  molte  opere  spellanti  al  grande  argo- 
mento dell'  israelitico  errore,  a  sempre 
maggiore  e  manifestodisinganno  del  qua- 
le, il  priorato  de'  Catecumeni  si  propone 
d'  aprire,  ad  islruzioiie  de'  neofiti,  e  per 
uso  degli  stessi  cattolici  dedicati  alla  pia 
opera,  una  domestica  biblioteca  applicata 
esclusivamente  al  grand' uopo.  Le  regi- 
strale opere  sono  44)  alcune  riguardanti 
r  istituto  medesimo.  Inoltre  dichiara  il 
cav.  Scolari,  che  1'  olTerto  saggio  in  ap- 
presso potrà  formar  soggetto  d'  apposita 
3Jonografìa  bibliografica^  in  cui  pren- 
deranno luogo  non  solo  tutte  l'opere  A- 
pologcliche  della  Cattolica  Religione,  le 
quali  prendono  a  dimostrare  quanlo  ir- 
riigionevole  sia  il  persistere  degli  Ebrei 
neir  osservanze  della  legge  Mosaica,  e 
neir  aspettativa  del  già  venuto  Messia; 
ma  pur  anco  le  tante  altre,  che  sono  ri- 
cordate ne'miei  articoli  Ebrei,  Catecu- 
meni, Neofiti  (assai  numerosi  sono  i  re- 
lativi, gravi  ed  importanti,  e  ([uanto  ri- 
guarda l'antica  disciplina  del  Catecume- 
nato, inclusivamente  al  luogo  assegnalo 
nel  Tempio  per  le  varie  classi  de'  Cate- 
cumeni e  de'  Penitenti,  e  per  gli  altri 
fedeli).  E  ivi  l' afietto  del  dotto  ami- 
co ingemma  il  mio  povero  nome  e  il 
mio  Dizionario  di  splendide  lodi  ;  e 
qui  gli  rendo  solenni  azioni  di  grazie, 
per  tanta  benigna  e  continua  deferen- 
za. Ncll'/^^/je/zr^/ce  si  contengono:  i.  La 
Circolare  del  Priorato  de'  Catecumeni 
dell'agosto  1857.  Ivi  si  dice:  Fonda- 
la in  Roma  da  s.  Ignazio  Lojola  la  i.^ 
casa  per  ricovero  ed  istruzione  de*  cate- 
cumeni, Venezia,  che  nell'  opere  di  cri- 


9.4i  V  E  N 

stiann  pietà  (in  dal  suo  tiascere  seppe  sì 
gloriosamente  dislinguersi  (n'è  incontra - 
stabile  piova  il  iiioitis^ioio  sin  qui  coni- 
pencliosanìente  narrato  e  quanl'aitto  mi 
resta  a  <lire),  fu  la  i ."  ail  imitarne  un  tan- 
to esempio  a' 2  i  ottobre  i55'j.  Fmpero- 
chè  le  cure  benefiche  dell'istituto,  prima 
non  erano  ristrette  al  solo  tempo  che  pre- 
cedeva il  s.  Battesimo  de'  catecumeni, 
ina  eziandio  in  appresso  si  continuavano 
aiuti  e  soccorsi  a  tutti  quelli  che  ne  aves- 
sero avuto  bisogno,  specialmente  se  don- 
ne, ritenendo  anzi  queste,  se  lo  avessero 
bramalo,  ricoverate  stabilmente  nell'isti- 
tuto; ed  a  tal  fine  concorreva  con  abbon- 
danti offerte,  non  solo  Venezia,  ma  ogni 
altra  cillà  del  dominio  veneto.  Ma  dopo 
le  luttuose  vicende  politiche,  fu  d'  uopo 
restringere  di  molto  le  beneficenze  ai 
neofiti,  le  quali  sono  ora  limitate  ad  una 
meschina  diaria,  e  solo  pel  breve  tempo 
die  il  catecumeno  dimora  nell'istituto 
iu  precedenza  als.  Battesimo,  Perciò  pre- 
senlenienfe  oltre  alla  dillicoltà  grandissi- 
ma di  trovare  chi  fun^a  1'  onorevole  uf- 
fizio  di  padrino,  si  ha  1'  umiliante  mor- 
tificazione di  vedere  che  i  neofiti,  non  tro- 
vando spesso  un  utile  collocamento  od 
opportuno  sussidio  da'  nuovi  fratelli  di 
religione,  sono  costretti  di  vivere  quasi 
limosinando.  Tristissima  posizione,  che 
se  fi»  più  spiccare  la  fermezza  di  lor  san- 
ta determinazione,  fa  poco  onore  a'catto- 
liei.  Esercitandosi  così  anche  in  Venezia 
la  Propagazione  della Jede  negl'infedeli, 
pel  quale  santissimo  fine  i  veneziani  con- 
corrono anche  con  sussidii  ;  perciò  ecci- 
tarsi la  pietà  de'fedeii  ad  oblazioni  per  la 
celebrazione  del  3.°  centenario,  ed  anco 
ad  annue  o  mensili  contribuzioni,  onde 
aiutare  i  neofiti  più  poveri  (  egli  è  per 
questo,  per  essere  l'unico  dell'impero 
austrìaco,  e  per  1'  importanza  dell' argo- 
mento; che  nel  darne  un'idea  forse  com- 
parirò alquai>to  prolisso,  in  proporzione 
cioè  di  quanto  pratico  cogli  altri  istituti). 
2.  L'  invito  sagro  o  programma  del  tri- 
duo solenne  per  solennizzare  a'  iq,  2oe 


YEN 

1 1  ottobre  i  SSy  il  3."  anniversario  seco- 
lare, con  indulgenza  plenaria  concessji 
dal  Papa  Pio  IX  ;  e  per  l'apertura  al  cul- 
lo pubblico  dell*  oratorio  attiguo  alla 
chiesa,  dedicato  alla  b.  Vergine  de  la 
Salelte  (della  quale  dissi  alcune  parole  nel 
voi.  LXXXVIII,  p.  33),  i.''ed  unico  eret- 
to sotto  questo  titolo  in  Venezia.  La  ss. 
Vergine  sotto  tale  titolo  tanto  più  con  ve- 
nieiitemeufe  sarà  onorata  nel  recinto  del- 
l'istituto de'catecumeni,  quanto  più  s'Ella 
a[)piiisa  la  i. a  volta  iu  Francia  a  due  fan- 
ciulli,uno  maschio,  l'altro  femmina, prov- 
vederà  del  pari  nell' istituto  medesimo  al 
bene  Spirituale  de' giovani  abbandonali 
e  girovaghi  d'ambo  i  sessi,  che  come  si  va 
neir  istituto  disponendo,  sempre  meglio 
aver  potranno  ed  istruzione  e  soccorso. 
3. Iscrizione  italiana  sulla  celebrazione  del 
centenario.  Questa  e  3  delle  suddette  Ia- 
line, tutte  eleganti,  sono  del  veneto  e  eh. 
prof.  d.  Adriano  Merlo,  fra  le  quali  quel- 
la della  più  recente  restaurazione  della 
chiesa  nel  i855,  ed  è  la  i.^  ed  anche  la 
sola,  che  vivente  il  |)atriarca  mg.'  Mul- 
ti, sia  stata  posta  in  Venezia  fregiala  col 
venerando  suo  nome;  nome  caro  del  pa- 
ri all'  Episcopato,  che  a'  fasti  delia  sto- 
ria letteraria  d'  Italia.  4-  Orazioni  di- 
vote appropriate  all'  uso  de'  cattolici  e 
de'  catecumeni.  Contiene  la  parte  2. 
Confessioni  e  Lettere,  i.  La  Prefazio- 
ne del  traduttore  cav.  Filippo  Scolari, 
che  col  linguaggio  de'Padri  deplora  con 
toccante  eloquenza,  come  in  questi  tem- 
pi di  sociale  e  intellettuale  progresso,  la 
dispersa  nazione  israelitica  si  va  ognoi* 
più  fiegiando  di  colli,  eruditi  e  benefici 
uomini,  ma  tuttavia  sempre  infelicemen- 
te lontana  dal  conoscere  che  Cristo  Si- 
gnore, \eio Dio  e  vero  Uomo,  è  il  Messia 
già  venuto  ;  e  che  la  s.  Chiesa  Cattolica 
Apostolica  Romana  è  1'  ovile,  in  cui  sol- 
tanto, raccolte  tutte  le  nazioni,  sotto  la 
verga  pacifica  d'  un  solo  Pastore,  posso- 
no giungere,  né  mai  altrimenti,  al  porto 
della  temporale  e  dell'  eterna  salute.  Se- 
guono le  dotte  ed  irrefragabili  prove.   2. 


V  n:  ^^ 

Le  Confessioni  di  IM.  J.  A.  l'alliailli,  israe- 
lìlii  iileuinniiu.  3.  Lettere  tra  nu  israelita 
atioiiiaìo  e  un  caleciuneno.  Ed  eccomi 
alle  notizie  sloriche  dell'origine,  progres- 
so e  stalo  attuale  del  pio  istitnto  de'cale- 
eumeni.  L'erudilissiiuo  Gallicciolli  nelle 
sue  Memorie  l^enete  ha  comprovalo  pie- 
namente, che  il  catecumenato  in  Vene- 
zia, cioè  il  hattesinio  degli  adtdli,  era  in 
uso  della  s.  (llùesa  Veneziana  siiioda'pri- 
mi  tempi  della  fondazione  di  Venezia.  La 
(piale,  nata  per  cooperare  alle  adorahili 
divine  intenzioni  per  la  salute  dell'anime 
e  pel  bene  temporaleespiriluaje  de'pros- 
«imi,  per  lungo  volger  di  secoli  die<le  e- 
niinenteniente  alla  pielà  il  i.°  luogo,  e 
quindi  prosperata  e  ingrandita  sempre 
più  nell' amore  e  nella  fermezza  della  re- 
ligione cattolica,  non  poteva  non  prende- 
re pietosa  cura  de' tanti  infedeli  d'ogni 
maniera,  che  alle  sue  rive  acconevano 
pel  commercio,  per  avvenimenti  di  guer- 
ra, e  specialmente  pe'  grandi  paesaggi  di 
genti  straniere  avviale  per  mare  alle 
Crociate  di  Terra  Santa  nel  i  oqc)  e 
I  123;  laonde  di  Tiirehiy  Ehrci,  Etero- 
dossi e  Srisr/iatici  la  vigilanza  pubblica 
jlovette  prendersi  costantemenle  ogni 
pensiero  e  ciu'a,  sì  perchè  in  un  centro 
eh'  era  già  (allo  convegno  di  tulle  le  na- 
zioni del  mondo,  non  mancassero  loro  i 
mezzi  di  conoscere  la  verità  e  convertirsi; 
sì  perchè  dalla  convivenza  con  lauti  infe- 
deli non  avesse  mai  a  patire  discapilo  il 
principale  tesoro  e  fondamento  vero  di 
sua  grandezza,  quello  della  purezza  di 
sua  fede,  l'ano  e  tutto  saper,  fé  Cristo 
ignori  :  T^ano  è  tutto  ignorar,  se  Cristo 
adori.  A.\]ova  certamente  non  si  ammet- 
teva per  frutto  di  sociale  progresso  1'  in» 
felicissimo  di  tulli,  quello  di  non  professa- 
re come  e  quanto  dovrebbesi  (  senza  ec- 
cesso e  abuso  nelle  conseguenze  di  pratica 
applicazione  ),  che  vero  Signore  e  arbi- 
tro dell'  universo,  è  Quel  solo,  alla  cui 
santa  legge  la  Ileligione  cattolica  lutti 
benericaudo  riciiinma  ;  poiché  se  1'  eresie 
,  iufeftlavano  la  Chiesa,  e  questa  diveniva 


V  E  iV  2  i  ^ 

più  dotta  nell' impugnarle  e  sliiarirne  i 
dogmi,  non  eransi  ancora  concentrale  e 
fuse  nella  più  funesta  e  pestifera  di  tut- 
te, l'indiderenza  in  punto  di  fede.  Nel 
i4^3  cadendo  Costantinopoli  in  mano 
de'  turchi,  il  numero  degl'infedeli,  oltre 
i  greci  scismatici,  condoni  in  Venezia  dal- 
le vicende  di  quel  gran  fallo  di  guerra, 
ch'eslinse  il  greco  impero  e  rese  formida- 
bile 1' ottomano,  accrebbesi  a  dismisura, 
e  però  sin  d'  allora  fu  sentito  più  che  pri- 
ma dall' operosa  pietà  veneziana,  sia  del 
governo  e  sia  de'  pastori,  il  bisogno  di 
un  luogo,  dove  esclusivamente  poter  ac- 
cogliere e  istruire,  qtiimli  ammettere  al 
ballesiuìo,  i  lauti  che  ne  facevano  istan- 
za. Quando  poi  la  mente  vastissima,  e 
la  santità  animosa  e  incomparabile  di  s. 
Ignazio,  dopo  aver  beneficato  il  mondo 
coir  istituita  Compagnia  di  Gesù,  a' 3 
settembre  iSSg  approvata  in  Tii'oli  da 
Paolo  III,  coir  autorizzazione  di  cpcsto 
nel  seguente  anno  pel  \°  aprì  in  Roma 
una  casa  di  catecumeni  pegli  ebrei  ;  la 
nuova  R.oma  del  mai'e  non  solo  fu  sol- 
lecita di  seguitare  1'  esempio  della  Pio- 
mulea,  ma  ne  applicò  ed  eslese  gli  ef- 
fetti a'convertili  di  tutti  i  culti  e  di  tut- 
te le  nazioni,  cioè  non  solo  gli  ebrei,  ma 
ancora  quelli  che,  o  dalle  superstizioni 
maomettane,  odall'acciecamento  del  pa- 
ganesimo, o  dagli  errori  delle  eresie,  cer- 
cavano d'esser  enumerali  Ira'  figli  del- 
la Chiesa  cattolica  ;  come  appunto  ri- 
chiedevasi  dalla  varietà  e  molliludine 
degli  accorrenti  ad  una  metropoli,  che 
era  già  latta  canale  dì  comunicazione 
tra  r  oriente  e  l'occidente;  asilo  di  li-' 
berla,  porto  a  tulli  di  sicurezza  e  di  pa- 
ce. Pertanto  alcuni  pii  veneziani  di  no- 
bile e  civile  condizione,  per  intraprende- 
re la  santa  impresa  ricorsero  al  patriar- 
ca Diedo,  e  fu  a'  ii  ottobre  iSSj  che 
y  di  essi  proponenti  si  raccolsero  la  i.* 
volta  per  dar  mano  alla  mirabile  opera 
della  rigenerazione  di  tanti,  e  dar  forma 
alle  prime  opportune  costituzioni  ;  posta 
per  esseoziale  la  massima,  che  i  neofiti 


240  V  E  N 

non  sarebbero  rnai  parliti  dalla  casa,  do- 
po licevulo  il  l);illcsimo, se  non  piovve- 
iloli  di  congnio  collocamento.  Q(jin*li 
iiellti  prossima  solennità  d'  Ognissanti, 
con  nppliinso  della  città,  s'  accolsero  i 
prioii  catecumeni  in  una  casa  che  già  ai 
26  del  preceilcnte  ottobre  era  stola  pre- 
sa a  pigione  per  annui  ducali  90  in  par- 
loccliia  de' ss.  Ercnagora  e  Fortunato,  e 
della  quale  nel  seguente  i54i,  per  la 
perpetua  fermezza  della  pia  opera,  con 
opprovazione  del  consiglio  de'  Dieci,  in 
demandalo  il  governo  ad  una  congrega- 
zione coM)posla  di  ecclesiastici,  di  nobili 
e  di  cittadini,  i  quali  col  consiglio,  col- 
r  opera  e  colle  limosine  provvedessero» 
tolto.  Essa  tenne  le  prime  consultazioni 
iieir  oratoi'io  di  s.  Nicolò  della  Lattuga, 
contiguo  alla  cliiesa  dei  Frari,  ed  a' 28 
maggio  1 558  passò  a  lisiedere  nella  ca- 
sa stessa  de'  catecumeni,  dov'  ebbe  sede 
finché  ne  fu  cunntenula  la  locazione.  Ma 
dopo  la  strepitosa  vittoria  di  Lepanto  de' 
7  ottobre  iSyi,  riportala  da' veneziani 
e  dalia  lega  alle  Ciuzolari  sui  turchi,  il 
numero  dei  catecumeni  d'  ambo  i  sessi 
s'accrebbe  a  segno,  die  fu  d'uopo  acqui- 
star più  vasto  ospizio,  il  quale  passò 
quindi  in  una  casa,  acquistata  da  3o  be- 
nefattori, 8  s.  Gregorio,  dove  sorge  1'  o- 
dierno  istituto,  disposto  sin  da  princi- 
pio per  uomini  e  donne  in  due  ali  dis- 
giunte di  fabbrica,  però  congiunte  fra 
loro  dall'oralorio  di  s.  Gio.  Battista,  chie- 
sa nel  1727  assai  nobilmente  ricostruita 
in  più  ampie  dimensioni,  come  ricorda 
la  lapide  sulla  porta  interna,  fregiandone 
l'altare  maggiore  del  suo  nome,  la  pala 
di  Leandro  Bassono  esprimente  il  Batte- 
simo del  Salvatore;  opera  la  più  pregia- 
ta di  lui,  dopo  quella  della  Risurrezione 
di  Lazzaro.  Furono  dunque  allora  ridot- 
ti all'  attuale  loro  forma,  l'ospizio  e  la 
chiesa,  e  questa  ebbe  il  memorato  restau- 
ro nel  1 855  per  le  solerti  cure  della  pre- 
positura.  Con  esso  si  abbellì  con  fregi 
anche  nel  lacunare, e  colla  pittura  a  buon 
fresco  de'  4  Evangelisti  1'  interno  della 


VEN 

cappella  dell'  altare  maggiore,  venendo 
pure  provveduta  d'organo.  Per  l' enco- 
miato esimio  priore,  il  piccolo  tempio 
ri^plende  del  più  elegante  decoro,  ha  il 
pulpito  di  cui  mancava,  un'  immagine 
in  islalua  della  B.  Vergine  col  Bambino 
e  detta  della  l'urilà,  e  per  non  dire  al- 
tro «le' molli  suoi  meriti,  fu  accresciuto 
d'  utensili  sagri.  In  questa  chiesa  si  pre- 
sta particolare  culto  a'  ss.  Martiri  di 
Concordia  Donato,  Secondiano  e  Ro- 
molo, ed  altri  LXXXIX  Compagni,  de' 
quali  in  un  bassorilievo  dorato  è  rappre- 
sentato il  martiiio  da  essi  sostenuto  nel 
IV  secolo.  L'unione  di  vola  ivi  elettane 
celebra  la  festa  a'  1  7  febbraio,  anche  ia 
memoria  e  rendimento  di  grazie  per  la 
prodigiosa  guarigione  istantanea  qui  rice- 
vuta, dopo  8  anni  di  malattia  polmonare, 
dalla  vivente  neofita  dell'istituto  Elena 
Savorgnan,  de'  Salomon  d' Iimspruck, 
per  aver  chiesto  e  bevuto  nella  sua  agonia 
l'acqua  miracolosa  che  trasuda  dalle  os- 
sa de'  ss.  Martiri.  Ed  il  prioie  vigila 
perchè  siano  appagale  le  continue  do- 
mande che  si  fanno  dell'  acqua  mirabi- 
le, pe'  malati  in  pericolo  di  vita.  Dopo 
la  rifabbrica  del  1727  si  stamparono  gli 
statuti,  cogli  ordiui  e  capitoli,  in  uno  fi 
seguenti  documenli.  Bolla  di  Paolo  III 
de' 2  I  marzo  i542,  colla  quale  proibì 
che  fosse  recalo  alcun  danno  ne'  beni  e 
azioni  a  lutti  gì'  israeliti  e  infedeli  coti' 
vertili  alla  cattolica  fede,  loro  compe- 
tenti antecedentemente  al  battesimo; 
li  costituì  liberi  cittadini  della  città 
luogo  in  cui  l'aveaao  ricevuto.  Questi 
è  la  bolla  Ciipi'entes  Jiidaeos,  che  tre- 
•vasi  nel  Bull,  lìoni.  t.  4>P^'"'  *»  P-  ^^4 
Bolla  d'Innocenzo  XI  de' i5  gennaic 
1687,  colla  quale  costituì  chiesa  sagra 
mentale  e  libera  nell'  esercizio  di  lulU 
le  sue  funzioni,  quella  dell'  istituto,  già 
arricchita  dallo  stesso  Papa  di  numero- 
se e  appropriale  indulgenze.  La  bolla  d 
Clemente  XI  dell'  1 1  marzo  i7o3,coll6 
quale  dichiarò  nulla  qualsiasi  operazia 
ne,  che  avesse  potuto  essere  inlenlata  t 


V  E  N 
danno  della  proprietà  e  difilli  de'  neofi- 
ti da  parte  de'  padri  e  parenti  loro  ri- 
masti i.ifedeli,  tiieltendu  essi  neofiti,  a 
lai  ell'ello,  e  per  1'  nlicnentazioue  loro, 
sotto  la  protezione  speciale  de'  vescovi 
e  de'  principi  secolari  ;  sciogliendoli  pu- 
re d'ogni  soggezione  all'autorità  pater- 
na verso  de'  padri  loro  rinjasli  infede- 
li. Questa  è  la  bolla  Piopagandae  per 
U/u\'ersum,  clic  trovasi  nel  Bull.  Rotti. 
t.  IO,  p.  64  <leir  1  I  marzo  1704-  L« 
parte  veneta  del  l'regadi  de'  2  gennaio 
1676,  elle  peroielteva  a*  turchi,  ebrei  e 
mori,  figli  delia  casa  de'  catecumeni,  di 
applicarsi  senza  opposizione  e  spesa  ve 
runa  a  qualunque  arte  o  professione  di 
loro  gradiaienlu.  La  parte  veneta  del 
Pregadi  3o  giugno  1688,  clieestendeva 
ed  au)plifica\a  il  dello  privilegio.  Fa 
consolazione  lo  apprendere,  che  in  quel- 
r  avventurosa  età  nella  (|uale  era  anco- 
ra profondo  e  generale  il  convinciinenlo, 
che  per  guadagnar  anime  a  Cristo,  anzi 
per  guadagnarne  una  sola(perchè  tulli  sia- 
mo creali  da  Dio  e  a  sua  immagine,  re- 
denti da  Dio,  chiamali  alla  gloria  di  Dio), 
non  sarebbero  spese  indarno  le  più  enor- 
mi fatiche  e  le  più  larghe  somme;  non 
è  a  dire  con  qual  concorso  d'opere  gra- 
tuite, largizioni  e  legati,  fosse  giovalo  l'in- 
grandimento dell'islitulo,  nel  quale  lauto 
accorrevano  gl'infiideli,  che  a'7  dicembre 
1 636  ne  furono  battezzali  80  in  un  gior- 
no solo!  La  cura  stessa  de'calecumeni  era 
tanto  favorita  e  protetta,  che  padrini  al 
battesimo  si  offerivano  i  più  cospicui  de' 
cittadini  e  patrizi;  i  neofiti  erano  ammes- 
si al  battesimo  anche  nelle  chiese  par- 
rocchiali con  tutta  pompa;  ed  è  memo- 
rabile, che  in  s.  Marco  un  ebreo  fu  tenu- 
to a  battesimo  dal  doge  Grilli,  il  quale 
decorò  il  suo  figlioccio  del  cavalierato,  Io 
cinse  di  collana  d'oro,  e  gli  assegnò  a  sleni- 
tua  gentilizio  l'arma  di  Cà  Paradiso.  A' 
27  novembre  1770  il  patriarca  bragadin 
battezzò  in  s.  Zaccaria  il  moro  Aly  tur- 
co della  Guinea,  e  secondo  il  costume  gli 
fu  imposlo  il  cognome  del  padrino  ZiHu. 


VEN  347 

La  casa  de'  oatecnmeni  di  Venezia,  at- 
tuata Sa  anni  dopo  quella  di  Roma,  non 
solo  divenne  face  d'eseuìpio  alle  altre  due, 
una  apertasi  12  anni  d()|)o  in  Ferrara, 
l'altra  38  anni  dopo  iti  Reggio  di  Mode- 
na; ma  sovrastò  sempre  a  tutte,  sia  nel- 
l'ammetlere  all'istruzione  cattolica  ,  ed 
occorrendo  al  battesimo,  tutti  gl'infedeli 
ed  elianti  d'  ogni  specie  e  d'ogni  nazio- 
ne; sia  nel  numerode'rigeuerati  alla  gra- 
zia, che  in  Venezia  continuo  fu  sempre, 
come  lo  è  tuttora,  per  quanto  sia  vero, 
che  la  terribile  procella  deli  789,  piom- 
bala sull'Italia  d'olir'  Alpe,  come  giunse 
a  svellere  dalle  radici  la  quercia  secolare 
della  repubblica  veneta,  coì^I  e  molto  più 
valse  a  spegnere  nel  più  delle  menti  il 
lume  della  cattolica  fede,  e  con  ({uesto  a 
decimare  tanto  le  filiazioni  spirituali , 
quanto  le  rendite  d'un  venerando  isti- 
tuto, al  modo  già  detto,  il  (|uale  fu  aper- 
to al  mondo  niente  meno  che  per  coope- 
rare al  trionfo  della  Redenzione,  e  dar- 
gli lezioni  di  verità  e  beni  il'  eterna  vita, 
arricchendo  la  Chiesa  di  nuovi  germi  di 
santità  e  di  figli  rigenerati  e  condotti  al 
suo  salutare  grembo;  uè  già  in  qualità 
d'ospiti  e  di  stranieri,  ma  di  concittadi- 
ni de'Sanli  e  famigliari  di  Dio.  Tutto  Io 
spirito  del  suo  regulamentu  non  mira 
in  fatto,  che  ad  associare  alle  cure  ed  a* 
mezzi  dell'  istituto  tulle  le  volontà  e  le 
prestazioni  degli  operanti  al  solo  fine,  che 
non  già  perseguitati  od  avversati, ma  gl'in- 
fedeli lutti  si  vedessero,  e  vedano,  invece 
invitati  ed  accolti  con  ogni  atrettoad  una 
stessa  mensa  Eucaristica,  e  con  essa  tutti 
i  vantaggi  della  civile  e  religiosa  concor- 
dia, base  fondamentale  d'ogni  progresso, 
qualsiasi  la  forma  di  regolato  governo. 
Frattanto  per  la  santità  dello  scopo,  le  in- 
cessanli  sollecitudini  de'patriarchi,  valse- 
ro tanto  airislilulo,che  sebbene  a'  1 2  mag- 
gioi797  soggiacque  ad  altri  sistemi  im- 
posti a'Iuoghi  pii  ,  mantenne  la  sua  in* 
dividuale  esistenza,  e  potè  giungere  an* 
Cora  vigoroso  di  fiirze,  e  consolato  di  fi- 
gli, non  meno  che  di  largizioni  caspi- 


cue,  a  ve<1er   il  |)rinc![)io  del  IV   secolo 
flal  giorno  della  sua   i .'  foiula2Ìone.   Lii 
tli«ci[)lina,   r  osservanza  de'  regolamenli, 
r  amuiinislrazione  e  l'economia  dell' i- 
filituto  sono  afìidale  ad  una  prepositu- 
ra  costilnita   ora  :   dal   direttore   nobile 
Pier  Luigi  Grimani;  dall'amministratore 
cassiere  Lorenzo  de  Pieri ,  che  dipende 
dall'autorilà  tutoria  dell'i,  r.  delegnzio- 
ne  provinciale.  Questa  prepositura,  alla 
qualesono  commessi  altri  istituti,  è  prov- 
veduta di  personale  subalterno  e  di  con- 
tabilità e  di  cancelleria.  Quanto  all'  in- 
terna disciplina  delle  due  sezioni  dell'i- 
stituto, ed  allo  spirituale  governo  loio, 
questi  sono  oggetti  demandati  al  priore 
lodato.  La  sezione  e  riparto  femminile  è 
diretta  nell'interna  disciplina  e  neH'istrn- 
zione  religiosa,  oltre  il  superiore,  da  g  fi- 
glie della  Calila  dette  Canossiane,  com- 
presa la  superiora  e  la  vice-superiora,  a 
cui  fu  odìdato  colle  delegatizie  ordinan- 
ze dtì'aS  gennaio  ei."  febbraio  184B;  le 
quali  religiose  si  dedicano  pure  all'edu- 
cazione di  povere  fanciulle  esterne  del 
circondario,  con  istruzione  e  scuola  gra- 
tuita. Vi  è  il  confessore  ordinario  e  quel- 
lo (Ielle  ragazze.   Due  canonici  residen- 
ziali della  cattedrale  sono  deputati  dalla 
curia  paliiarcale  all'esame  de'calecume- 
tii  d'ambo  i  sessi,  quando  domandano  es- 
sere ammessi  al  battesimo.  Finalmente  a 
tenore  degli  antichi  statuti  delle  pie  case 
n>g.'  patriarca  è  il  preside  dell'  istituto, 
assistito  da  vin  patrono,  qual  è  in  presen- 
te il  nobile  Marc'Antonio  conte  Grima- 
ni. Debbo  notare,  che  l'angeliche  canos- 
siane con  pidd)lico  plauso  furono  inlro- 
dolte  nel  priorato   per   leneofite,   nella 
parte  dell'edilizio   riserbata  alle  donne, 
nel  1 848,  a  merito  dell'antecedente  prio- 
re d.  Vinr.euzo  conte  Bianchini,  ora  ge- 
suita. Così  a  grande   merito  loro,   e  «lei 
priore  che  pieno  di  zelo  sacerdotale  istrui- 
sce in  appositi  gioi'ui  i  maschi  nell'altra 
parte  dell'istituto  «  la  casa  de'catecume- 
ni  fiorisce  attuahnente  per  doppio  e  nuo- 
vo (ecoiidissimo  ramo  di  pubblica  bene- 


V  i:  \ 

ficfnza,noii  solamente  cioè  illuminando 
la  mente  degli  erranti,  che  cercano  la  lu- 
ce del  cristianesimo;  ma  conservando  ed 
educando  in  questo  le  tenere  pianticelle 
di  tante  anime,  che  altrimenti,  benché 
battezzate,  andrebbero  di  leggeri  a  rima- 
ner preda  dell'  ignoranza  e  del  vizio  ,  e 
diventar  quindi  peggiori  e  più  misere  de- 
gli slessi  infedeli.  E  da  ricordare  non  me- 
no, che  nel  detto  riparto  delle  canossia- 
ne  si  raccolgono  pel  ritiro  mensile  e  pe- 
gli  spirituali  esercizi  anche  le  dame  e  le 
principesse  dimoranti  in  Venezia,  di  cui 
la  presidenza  è  sostenuta  con  ogni  impe- 
gno d'edificante  pietà  e  splendore  da  S. 
A.  R.  la  duchessa  di  Berry.  Per  tal  ma- 
niera l'istituto  de' catecumeni  si  mantie- 
ne, la  Dio  mercè,  anche  al  dì  d'oggi  fon- 
te perenne  di  luce,  d'esempio  e  d' istru- 
zione cattolica;  cioè  fonte  perenne  di  ve- 
ra civiltà  e  di  sociale  progresso".  Non  è 
a  dir  poi  quali  uomini  illustri,  ne' vecchi 
tempi,  presiedettero,  siccome  priori,  a 
questo  istituto,  bastando  per  tutti  ricor- 
dare il  celebratissimo  d.  Paolo  France- 
sco Botto,  nobile  genovese,  ex  gesuita, 
missionario  apostolico,  che  scorse  1'  In- 
die, l'Egitto,  l'Africa  evangelizzando,  è 
che  lasciò  da  oltre  200  sermoni,  che  pur 
troppo  audaron  dispersi.  Né  pure  è  a  di- 
re (piali  uomini  dotti  fra  i  neofiti  usci* 
rono  (li  (juesta  casa,  che  salirono  a'  pri- 
mi onori  del  sacerdozio  e  delle  lettere, 
ricordando  per  tutti  mg."^  Agostino  Ma- 
ria Molin,  già  canonico  teologo  della  ba- 
silica di  s.  Marco,  le  di  cui  opere  e  la  di 
cm  sapienza  Io  fan  tuttora  lagrimato. 

8.  Islituto  Zitelle  alla  Presenlazh- 
ne  (li  Maria  Fergine  alla  Gìudecca. 
Narra  il  Corner,  che  nel  i  558  giunto  iit 
Venezia  per  seminarvi  la  parola  di  Die 
il  p.  Benedetto  Palmio  gesuita  e  insign« 
predicatore,  fece  valere  la  forza  del  sue 
aposlolicozeio  primieramente  nella  chie- 
sa dell'ospedale  degrincurabili,epoi  nel 
la  parrocchiale dess. A postoUjalacremen-j 
te  procurando  di  trarre  gli  uomini  im- 
mersi nel  lue/zo  della  lascivia  a  santa  pu-j 


VE  N 

n'iH  (li  costiiroi.  Perciò  più  facilmenfe  ol- 
leneie.consicleiando quanto  pericolo  por- 
tassero a  se  stesse  e  agli  altri  alctine  don- 
z«^IU',  nelle  quali  erano  in  pari  grado  la 
licllezra  eia  povertà,  determinò  tl'indnr- 
re  nelle  pubbliche  prediche  e  ne'priviili 
colloqui  la  pietà  de'  veneziani  a  fondare 
una  pia  casa,  ove  ricoverate  si  aiimen- 
lasserò  tali  vergini  pericolanti.  Benedisse 
Dio  le  sante  intenzioni  di'l  fervoroso  gè- 
s(uta,  e  lììì  da'  primi  giorni  di  sua  im- 
presa raccolse  alcune  giovani  quanto  va- 
ghe altrettanto  liisognose,  le  quali  af- 
lidò  alla  custodia  di  oneste  e  religiose 
matrone;  ma  accresrendosi  il  ninnerò, 
perchè  1'  aggravio  alle  pie  raccoglitrici 
non  divenisse  eccedente,  prese  a  pigione 
nella  contrada  di  s.  Marziale  una  casa, 
in  cui  peri6  mesi  dimorarono  le  raccol- 
te finciuHe.  Aumentandosi  poi  con  esse 
anche  le  caritatevoli  offerte  de'fedeli,  fu 
neir  isola  della  Giudecca  acquistato  un 
sito  e  f<ibbi'icalo  un  ampio  conservato- 
rio, in  cui  nelr56i  entrarono  4o  vergi- 
ni  colla  benedizione  del  patriarca  Trevi- 
sano, e  poscia  si  dilatarono  di  molto  nel 

numero  colla  divina  assistenza.  Conli<'ua 

o 

alle  abitazioni  del  pio  ricetto  fu  fabbrica- 
ta una  non  molto  ampia,  ma  ben  ideata 
chiesa, con  facciata  di  marmo,  sul  model- 
lo d'Andrea  Palladio, che  fu  poi  l'8  mag- 
gio i588  consagrata  da  Francesco  Bar- 
baro arcivescovo  di  Tiro  e  patriarca  e- 
letto  dAquileia,  sotto  l'invocazione  del- 
la Presentazione  al  tempio  di  Maria  Ver- 
gine. La  direzione  della  pia  opera  venne 
raccomandata  a  due  diverse  congrega- 
aioni,  l'una  di  matrone  nobili  per  soprm- 
tendere  con  diligenza  alla  buona  educa- 
zione delle  figlie;  l'altra  composta  d'e- 
guai  numero  di  sacerdoti,  di  nobili  e  di 
cittadini  per  ra(nministrazìone  economi- 
ca del  conservatorio.  In  esso  si  raccolgo- 
no nobili  e  civili  donzelle  cadute  in  po- 
vertà, per  salvarle  da  pericoli  ed  educar- 
le. Dice  il  Dizionario  geografico  ,  che 
(ptivi  più  di  180  donzelle  vengono  man- 
leiiute,  educate  e  collocate  all'opportu- 


V  E  N  249 

nifà  in  matrimonio.  Leggo  nello  Slato 
ìiersonnle  che  l'istituto  si  divide  in  ilue 
sezioni,  una  delle  anziane,  l'altra  dell' e- 
diicande,  la  quale  è  diretta  da  7  suore  di 
s.  Dorotea,  che  dipendono  dalla  superio- 
ra [uopria  del  locale  a  s.  Andrea  de  Zira- 
da,  delle  quali  religiose  parlai  nel  §  Xf, 
n.  i4)  sotto  la  direzujne  d'una  suora,  ed 
hanno  esse  la  sopra weglianza  generale 
dell'istituto.  Quando  nel  i8>2  lo  visiti) 
l'arciduchessa  Sofia,  ne  restò  edificata 
olfremodo,  congratulandosi  ne'  termini 
più  lusinghieri  colla  benemerita  direttri- 
ce. Quantunque  \\  Milizia  nelle  file  de 
pili  cvlfliri  archllet/i,  scriva  con  molta  e- 
sliuìazione  del  Palladio  ,  pure  condotto 
sempre  dallo  spirito  di  critica  che  lo  domi- 
nava, ecco  il  suo  giudizio  intorno  la  chie- 
sa delle  Zitelle.»  La  pianta  è  un  quadro 
perfetto  scantonato  agli  angoli,  onde  fa 
un  aspetto  d'8  facce.  La  copertura  è  una 
cupola. per  cui  fece  l'architetto  quelli  scan- 
tonauienli,  aflinchè  posasse  meno  in  fal- 
so. Ma  perchè  fare  alla  facciata  due  or- 
dini? III."  di  questi  corrisponde  all'ordi- 
ne interno  ilella  chiesa".  Questo  tempio 
è  o|)era  di  Palladio,  ma  lo  compì  altro 
archifelto,  secondo  il  Moschini.  Le  Fah- 
hriclie  di  T'enezin  contengono  3  tavole 
illustrale  dal  Diedo  e  dal  Zanotto.  Anche 
il  I ."  rimarca  che  la  facciata  non  è  di  quel- 
la purezza  e  severità  di  stile,  sebbene  in- 
gegnosa, che  suggella  d'un'impronta  lo- 
ro propria  le  altre  opere  di  Palladio,  a 
cui  comunemente  si  attribuisce.  Soggiun- 
ge: IN'on  è  però  priva  del  tutto  d'ogni  e- 
leganza,  e  presenta  qualche  bella  parte. 
Dice  il  2.°:  Qttantunque  la  chiesa  non 
conti  che  3  altari,  compreso  il  maggiore, 
non  si  mancò  d'ornarla  tutta  quanta  di 
buoni  dipinti.  L'ara  massima  sente  un 
poco  del  corrotto  gusto  del  secolo  XVH, 
ma  sì  orna  d'una  preziosa  tavola  di  Franr 
cesoo  liassano  esprimente  la  Presentazio- 
ne di  Malia,  nella  quale  spiegò  una  for- 
za di  colorito  la  più  potente  della  sua 
scuola.  Gli  altri  due  altari  minori  si  arric- 
chiscono di  onere  del  Palma  giovine  e  del- 


35o  V  lì  N 

l'Aliense.  Ih."  dipinse  disio  all'Orto  e 
due  liiralli;  il  2."  condusse  la  B.  Vergi- 
ne, s.  Francesco  d'  Asisi  e  il  ritrailo  del 
procuratore  Federico  Conlariui,  il  quale 
fece  erigere  l'aliare:  in  questo  G.  Mor- 
lailer  nel  iy6i  lavorò  il  sicYiulacro  in 
marmo  di  s.  Maria  del  Rosario,  D'intor- 
no alla  parete  del  tempio  sono  schierati 
in  bell'ordine  alcuni  quadri  non  volgari. 
Rappresentano  la  Carità,  un  Celeste,  la 
Risurrezione, l'Adorazione  de'Magi,  l'As- 
sunzione, la  Visitazione,  Mosè  che  fa  sca- 
turir l'acqua,  la  Fede,  ed  altri  falli  ca- 
vali da  sagri  libri.  «  Così  anche  in  que- 
sta chiesa  gli  oggetti  d'arte  contribuisco, 
no  a  far  spiccare  vieppiù  la  bellezza  del 
sagro  edifizio,  ed  a  rendere  accorto  che 
il  santuario  del  Signore  dev'essere  orna- 
to con  tuUa  la  cura  e  lo  studio,  perchè 
sia  esaltato  il  Nume  che  entro  si  cole,  con 
ogni  maniera  di  magnificenza,  e  la  pom- 
pa esteriore  contribuisca  a  metter  in  cuo- 
re la  suprema  verità,  che  il  mortale  a 
petto  dell'Eterno  è  una  nebbia  che  sper- 
desi  ad  ogni  spiiar  di  zelliro". 

g.  Istituto  delle  Penitenti  in  s.  Ma- 
ria  delle  Penilenli.  Siccome  in  esso  so- 
no pure  concentrati  quelli  dell'  antica 
Pia  Casa  del  Soccorso,  e  dell'  Istituto 
delle  Periclitanti,  provenienti  da  elar- 
gizioni di  pii  testatori,  col  Corner  fa- 
rò anzi  tutto  cenno  della  prima.  Vero- 
nica Franco  veneziana  assai  rinomala 
a'  suoi  tempi  non  meno  per  la  sua  venu- 
stà che  per  la  sua  letteratura  ,  divenuta 
vedova  conobbe  per  divina  misericordia 
la  troppo  lubrica  vita  da  lei  menata,  e 
nel  suo  ravvedimento  si  propose  in  peni- 
lenza  de'suoi  falli  di  procurare  e  di  age- 
volare all'altre  cattive  femmine  la  ma- 
niera di  ridursi  alla  retta  via  dell'eterna 
salute.  Vedendo  dunque  crescere  sempre 
più  in  Venezia  il  numero  delle  meretri- 
ci, mossa  a  pietà,  per  trarle  dal  vizio,  nel 
1578  volle  insinuare  ad  alcuni  di  voli  pa- 
trizi di  stabilire  un  domicilio  dove  acco- 
gliere molle  di  tali  miserabili  traviate  per 
educarle  a  cristiana  penitenza.  Alcuni  di 


VEN 

essi  aderirono  alle  sue  virtuose  insinna- 
zioiii,  e  fraltauto  presa  a  pigione  ima  suf- 
ficiente cisa  presso  la  chiesa  di  s.  iVicola 
di  Tolentino  de'tealini,  vi  concorsero  pa- 
recchie di  queste  infelici, e  quivi  viteano 
mortiOcate  de'loro  anteriori  falli,  a  auisa 
di  monache,  mantenute  dalle  limosine 
de' fedeli.  Ogni  ordine  della  città  fece 
plauso  a  sì  lodevole  impresa,  e  volendo- 
sene dilatare  il  santo  e  morale  scopo,  fu 
stabilito  ricevervi  ancora  quelle  disgra- 
ziale maritate,  che  per  ia  scorretta  vita 
eransi  divise  da'Ioro  mariti  e  si  trovava- 
no in  certo  pericolo  di  perdizione;  finché, 
illuminale  e  pentite  de'loro  pecchiti  e  del- 
lo scandalo  dato,  conciliali  gì'  inaspriti 
animi  de'  loro  sposi,  con  questi  ritornas- 
sero all'anteriore  convivenza.  Crescendo 
perciò  il  numero  delle  ricovrate,  si  pen- 
sò mutar  l'abitazione,  resa  ristretta  e  non 
più  capace  di  contenerle  tutte,  con  altra 
più  ampia,  tanto  più  che  da  ogni  parte 
l'istituto  tanto  gradito  era  sovvenuto. Per- 
tanto fu  trasferito  presso  la  cattedrale  di 
Castello,  ma  per  la  qualità  del  sito  trop- 
po esposto  a  pericoli  poco  tempo  vi  ri- 
mase, onde  fu  trasferito  nella  parrocchia 
de'ss.  Gervasio  e  Protasio.  Allora  fu  sta- 
bilito formare  due  congregazioni,  l'una 
di  patrizi  e  di  cittadini,  l'altra  di  dame, 
riducendo  a  metodo  di  religiosa  comu- 
nità l'unione  di  tulle  le  penitenti  raccol- 
te nella  nuova  casa,  con  particolare  cap- 
pellano e  confessore.  La  congregazione 
degli  uomini  presentitolo  di  governatori, 
e  di  governatrici  quella  delledonne,queste 
però  durarono  3  anni,  cessando  la  loro 
congregazione  ueliSgB.  Al  pio  luogo  fu 
deputata  una  superiora  col  titolo  di  Reve- 
renda Madre,  ma  dipoi  col  nome  di  Prio- 
ra. Intanto  per  noa  trovarsi  opportuna 
nemmeno  la  nuova  abitazione,  neh  Sgi 
fu  acquistala  una  casa  con  orto  presso  la 
parrocchia  di  s.  Raffaele  Arcangelo,  eoa 
approvazione  del  principe.  Indi  nel  1592 
a'2  gennaio  (more  veneto,  cioèiSgS  mo- 
re romano),  si  ottenne  permissivo  decre- 
to dal  maggior  consiglio  di  potere  ivi 


VEN 

falibiicare  apposito  tnoDaslcro ,  per  la 
salvezza  di  tante  unitue  chi'loio  falli  lav- 
vt'clule  ,  onde  rimanervi  a  vivere  come 
in  conservatorio,  ovvero  passare  a  servi- 
re a  Dio  in  qualciie  chiostro  di  monache, 
omarilarsionestamcnte.il  patriarca  Friu- 
li permise  a'20  marzo  1 5t)3  l'erezione  del- 
la cunligua  chiesa  ,  la  «piale  riuscì  non 
grande,  ma  ben  ornala,  che  ridotta  a  per- 
fezione fu  poi  consagrata  a'  3  novembre 
i6oq  dal  vescovo  di  Cijioggia  Lorenzo 
Prezzato ,  sotto  l'invocazione  di  Maria 
Vergine  Assunta  in  cielo,  ma  la  festa  del- 
la dedicazionecelebravasi  a'j  anovembre. 
I  governatori  della  casa  pia  del  Soccorso, 
appena  questa  ridotta  a  formale  coma- 
nilà  nella  nuova  residenza  ,  piantarono 
ben  regolato  sistema  di  economia  e  di- 
sciplinato reggimento,  perchè  a  norma 
dell'istituto,  niente  mancasse  alle  natura- 
li e  spirituali  esigenze  delle  soccorse,  e 
compilate  le  costituzioni  si  stamparono. 
1  benemeriti  governatori  ebbero  sempre 
la  massima  sollecitudine  di  dare  stato 
alle  (jglie  del  pio  luogo  o  maritando' 
le  o  monacandole;  e  molte  solevano  pas- 
sare tra  l'agostiniane  convertile,  di  cui 
nel  §  X,  n.  61;  altre  in  qualche  onesta  ca- 
sa privata  della  città,  ed  altre  in  terra- 
ferma provvedute  di  tutto  l'occorrente. 
La  divina  provvidenza  assai  aiutò  questo 
conservatorio,  sia  co'  soccorsi  procurali 
dallo  zelo  de'  governatori,  sia  con  pii  la- 
sciti, lo  ho  proceduto  ancora  col  cav.  Ci- 
cogna, perchè  coll'anipio  corredo  di  sue 
cognizioni,  non  poco  corresse  e  rettificò 
il  riferito  dal  Corner,  come  ha  fatto  e  va 
facendo  di  altri  rispettabili  scrittori,  poi- 
c:bè  la  critica  e  l'erudizione  egli  la  porta 
ad  un  grado  che  nulla  lascia  a  desidera- 
le. Durò  il  pio  luogo  sino  al  1807  ,  nel 
quale  anno  quantunque  col  decreto  28 
giugno  fosse  ordinato  che  la  pia  opera 
delle  Penitenti  a  s.  Giobbe  fosse  concen- 
trata con  questa  di  s.  Maria  del  Soccor- 
so ,  pure  ebbe  luogo  la  concentrazione 
contraria,  a  tenore  dell'altro  decreto  del 
ministro  dei  cullo  25  luglio  1807;  *I"'°- 


VEN  a5i 

di  le  donne  del  Soccorso  passarono  fra 
le  Penitenti  che  furono  e  sono  pur  oggi 
conservale.  Il  cav.  Cicogna  descrive  la 
chiesa  di  s.  Maria  Assunta,  i  quadri  che 
l'abbellivano,  e  dice  sussistere  .sfornila  di 
ogni  ornamento,  come  sussiste  l'annessa 
fabbrica;  ed  anzi  negli  scorsi  anni  vole* 
vasi  ridurre  ad  asilo  de'preti  vecchi  e  in- 
fermi sostenuti  dalla  carità  de'loro  con- 
fratelli, ma  Iramonlò  la  santissima  e  de- 
corosa idea,  e  resta  il  luogo  disponibile. — ■ 
Della  chiesa  e  dell'istituto  delle  Peniten* 
li,  ecco  quanto  ne  lasciò  scritto  il  Cor- 
ner. Negli  ultimi  confini  del  canale,  che 
dalla  città  conduce  [)er  la  laguna  all'op- 
posto territorio  di  Mestre,  ne'principii  del 
secolo  scorso  fu  eretta  una  non  grande  ma 
ben  ornata  chiesa  sol  lo  il  titolo  del  Pa- 
trocinio della  ss.  Vergine,  fabbricata  per 
uso  e  per  l'amministrazione  de' sagra- 
menli  al  conliguo  ampio  conservatorio, 
ove  dimorano  non  poche  donne  peniten- 
ti, che  tratte  da'Iacci  del  demonio,  quivi 
in  discreta  austerità  congregale  compen- 
sano con  un  regolato  vivere  i  disordini 
del  tempo  passato.  Fu  autore  di  cpiesta 
santa  impresa  Piinaldo  Bellini  piissimo 
sacerdote  filippino  di  Venezia  ,  che  nel- 
l'assiduo esercizio  delle  confessioni  ve- 
dendo quante  miserabili  persistevano  nel 
peccalo  per  l'impotenza  di  poter  vivere 
fuori  dTesso,  a  soccorso  di  loro  miseria 
destinò  prima  nella  parrocchiadi  s.  Ma- 
rina una  casa  ove  raccoglierle;  inili  assi- 
stito dalla  liberalità  de'fedeli,  che  applau- 
divano al  caritatevole  istituto,  Irailusse 
ad  abitare  in  un'ampia  casa  situata  nel 
detto  silo  di  Cannaregio  un  numero  di 
penitenti  donne,  alcune  delle  quali  eoa 
tal  fervore  intrapresero  la  totale  riforma 
de'loro  costumi,  che  poterono  poscia  iu 
alcuni  luoghi,  ove  furono  con  istanza  chia' 
mate,  divenir  maestre  alle  altre  di  cristia- 
na peifezione.  Promossero  sin  da'  suoi 
principii  e  con  grosse  somme  e  con  op- 
portuni consigli  la  lodevole  idea  del  fon- 
datore, i  piissimi  ecclesiastici  Gio.  Alber- 
to Badoaro  allora  patriarca  di   Venezia, 


2?a                   V  E  ^^  V  E  N 

rhecess?)  (Vessorlo  nel  1706,  e  Paolo  Con-  Alcuni  di  tali  luoghi  erano  diretti  da 
Iniiiii  nobile  sacerdote ,  dignità  in  cui  qualcUe  monaco  sacerdote,  ed  altri  era- 
volle  rimanere  rinunziando  gli  olFerti  ve-  no  cnstoditida'Iaici,  che  quantunque  atn- 
jcovati,  assistendo  assiduamente  alla  di-  inogliali ,  pure  per  la  loro  caritativa  in- 
iezione e  increuìento  del  pio  luogo.  Id-  combenza  s'intitolavano  frati  e  priori.  Di 
(Ilo  benedisse  con  frequenti  ed  abbon-  tali  ospizi  sopra  ogni  altra  città  del  cri- 
daiili  su-ssidii  le  intenzioni  e  le  sollecita-  stianesiino  abbondava  Venezia  ne'secoli 
«lini  del  pine  zelanie  sacerdote. Onde  po>  XI  e  XII  per  la  moltitudine  de' pellegri- 
tè  non  solo  con  libero  acquisto  perpe-  ni  che  riducevansi  a  questa  città  per  in- 
tuaie  il  luogo  ad  uso  dell'istituto,  ma  trapretidere  sui  veneti  convogli  il  sagro 
aticora  con  grandiose  e  dilatate  fabbriche  viaggio  di  Terrasanta.  Conae  opere  di 
provvedere  a  qualunque  necessità  dell'a-  tanta  pietà  erano  singolarmente  grate  a 
l»itotiici.  La  ben  ornata  chiesa  possiede  Dio,  cosile  case  in  cui  s'esercitavano  co- 
a  uì.Tggior  suo  spirituale  decoro  3  corpi  minciaronoa  chiamarsi  Case,  tìi  Dio,  no- 
di Santi,  ed  altre  molle  insigni  reliquie  me  comune  presso  i  francesi.  Uno  di  que- 
Iralle  dalle  catacombe  romane.  Trovo  sii  ospizi  nominato  Ca9(7  r/i  ^/o,  o  come 
nello  Stalo  personale  ,  che  la  chiesa  si  lo  chiamano  i  veneziani  Cadi  Dio,  era- 
consagrb  a'i6  aprile  1763  da  Lorenzo  vi  in  Venezia  circa  la  metà  del  secolo 
da  Ponte  vescovo  di  Ceneda,  celebrando-  XIII,  al  di  cui  rettore  o  amministratore 
sene  però  l'aimiversario  la  4-"  domenica  fr.  Lorenzo,  donò  nel  1264  Marco  Boi- 
di  novembre  per  concessionedi  Papa  Pio  lani  abbate  di  s.  Giorgio  Maggiore,  una 
IX.  Ora,  per  autorizzazione  governativa  palude  di  ragione  del  suo  u)onastero,  ac- 
5,7  gennaioi84(ì.  l'istituto  èdirettodal-  ciocché  sopra  di  essa  Hnidasse  una  Casa 
le  suore  di  s.  Vincenzo  de  Paoli  sino  ài  di  Dio  per  ricovero  ile'passeggieri.  Qua- 
4  agosto  1  847  >  ed  accoglie  e  alimenla  lunqne  ne  fosse  la  cagione,  la  Casa  di  Dio 
donne  di  mala  vita  ravvedute,  in  nume-  non  si  fondò  su  quella  palude,  ma  bensì 
10  illimitato  e  proporzionato  alle  rendi-  sopra  im  fondo  posto  nella  parrocchia 
le  patrimoniali  del  pio  luogo,  zinni  ad-  di  s.  Martino,  che  nel  1272  allo  stesso  fr. 
iVwXroW  Dizionario  geografico  A\e.a  \n\h'  Lorenzo  rettore  della  Casa  di  Dio  donò 
hlicato:  Nel  conservatorio  delle  Peniten-  Maggio  Trevisano  pellicciaro, a  condizio- 
li,  abljozzato  nel  i353  e  si'>temalo  nel  ne  che  vi  si  fondasse  chiesa  e  spedale  e 
I  7o3,accolgonsi  a  comunità  perfetta  cir-  si  chiamasse  Crt.va  rft  Dio.  Approvò  la 
t-a  no  meretrici  ravvedute.  Lo  Stato  per-  pia  donaz/ione  il  maggior  consiglio  a'  29 
sanale  dichiara  avere  attualmente  l'isti-  agosto  di  detto  anno,  e  stabili  che  fermo 
luto:  il  direttore  spirituale,  il  rettore  e  dovesse  restare  all' ospedale  da  erigersi 
confessore,  il  cappellano,  la  superiora,  24  il  nome  di  Casa  di  Dio.  Successero  a  fr. 
Kuore  professe,  19  novizie  (nel  qual  nu-  Lorenzo  5  priori  col  titolo  di  frati  sino 
mero  |)erò  sono  comprese  anco  quelle  al  i  34o.  Il  pio  luogo  ricevè  molte  obla- 
chesi  trovano  negli  allri  stabilimenti),  5o  zioni  daTedcli,  colle  quali  si  alimenta  va- 
li'die  ricovrate.  no  i  poveri  dell'ospedale,  assistili  nell'in- 
40.  Cà  di  Dio  in  s.  Gioacchino,  Ri-  fermila  da  frati  d'istituto  ignoto.  Ma  nei 
porla  il  Corner  ,  che  acquistata  la  pa-  i  36o  alcuni  di  essi  genovesi  parteggian- 
ce  il  cristianesimo  sotto  Costantino  I  il  do  per  la  patria,  si  proposero  d'incendia- 
Gronrle,  si  cominciò  ad  aumentare  col-  re  il  contiguo  arsenale  ;  scopertosi  però 
le  chiese  eziandio  i  pii  ospizi  per  rico-  il  pravo  disegno,  si  sottrassero  al  castigo 
\i'\n  de'  poveri  infermi  e  de'  pellegrini,  colla  fuga.  Dopo  ciò  fu  stabilito  nel  1367 
laonde  era  raro  il  monastero,  che  con-  dal  maggior  consiglio,  che  il  priore  do- 
giunto  non  avesse  tale  istituto  di  carità,  vessa  essere  cittadino  veneto,  ed  ogni  due 


VEN 

anni  iloves'st;  render  conio  dell' animini- 
slnizioiie  al  doge  e  a'consiglieri,  restando 
fissato  il  iinniero  delle  povere  a  25,quan- 
le  allora  poteva  sostentare  il  pio  luogo. 
Dipoi  nel  i556  con  altro  decreto  si  au- 
mentarono, ed  assegnandosi  al  priore  una 
spaziosa  casa  con  3oo  ducali  di  stipendio, 
gli  fu  imposto  impiegare  il  rimanente 
delle  rendite  al  mantenimento  del  luogo 
e  delle  povere.  Siccome  le  povere  si  sce- 
glievano da  (]ualun(pie  aiiclie  più  vile 
condizione  di  persone,  però  a  vantaggio 
de' bisognosi  civili  nel  i623  ordinò  il 
maggior  consiglio,  che  per  l'avvenire  non 
si  ammettessero  nel  pio  luogo  che  pove- 
re donne  o  di  sangue  patrizio  o  dell  or- 
dine de'ciltadini,  di  vita  onesta  e  non  ma- 
ritate. Al  presente,  dice  lo  Stalo  perso- 
nale, die  si  ricoverano  vedove  e  povere 
donne  di  nobile  o  civile  condizione  ,  ed 
ora  sono  ^o  ,  dipendenti  dal  cappellano 
rettore.  Ed  io  aggiungo  col  Dizionario 
geografico,  che  il  pio  luogo  fu  neli36o 
soggettalo  al  padronato  del  doge,  e  con- 
tribuisce alle  povere  donne,  oltre  l'allog- 
gio e  i  medicinali,  una  giornaliera  pen- 
sione. La  chiesa  di  s.  Gioacchino  annes- 
savi venne  fabbricata  alla  metà  del  seco- 
lo  scorso  da  alcune  terziarie  domenica- 
ne, dette  le  Pizzochere. 

I  I.  Orfanotrofio  maschile  alla  Vi- 
sitazione di  Maria  Tergine  stille  Zat- 
tere: nel  §  X,  n.  45,  "e  parlai. 

12.  Orfanotrofio  femminile  di  s.  Te- 
resa: nel  §  X,  n.  70,  ne  ragionai. 

1 3.  Ospedale pro\'incialc  e  ci\'ico  in  s. 
Lazzaro  de^ Mendicanti.  El)be  la  sua  o- 
rigine  nell'isola  di  s.  Lazzaro,  della  quale 
nel  §  XVIII,  n.  g,  destinato  come  luogo 
appartalo  dalla  città  per  ricoverar  po- 
veri infetti  dalla  lebbra  elefcintina,  o  ma- 
le di  s.  Lazzaro.  Diminuita  e  poi  cessa- 
ta aflatlo  la  schifosa  mahitlia,  fu  slabili- 
lo  che  nell'isola  dovessero  restare  accol- 
ti que  poveri ,  che  dal  giornaliero  que- 
stuare  per  le  vie  si  chiamano  Mendican- 
ti. Laonde  lu  spedale  si  disse  prima  col 
nome  di  s.  Lazzaro  ,  e  poi  anche  eoa 


VEN  2^3 

quello  di  Mendicanti.  Come  \ieihV\iu\a. 
per  la  molla  sua  disianza  dalla  cillà  ren- 
deva diflicile,  e  bene  spesso ne'tempi bur- 
rascosi d'inverno  vietava  l'accesso  a' go- 
vernatori, a'medici,  ed  a  qualunque  al- 
Ira  necessaria  persona,  alla  cura  degl'in- 
iei  nii  ed  all'aSsislenza  de'poveri,  cosi  ven- 
ne trasportalo  lo  spedale  in  luogo  di  mi- 
nor incomodo.  Opporiunissimo  a  tale 
oggetto  fu  credulo  un  largo  tratto  di  ter- 
reno vacuo,  che  si  estendeva  dal  con- 
vento de'  ss.  Gio.  e  Paolo,  di  cui  nel  § 
X,  n.19,  sino  alla  laguna.  E  peiò  ivi  si 
disposero  i  principii  d'  un  magnihco  (»• 
spedale,  che  nella  celerilà  del  suo  avan- 
zamento dimostrò  i  prodigi  ilella  divina 
provvidenza,  a'cui  disegni  piamente  «er- 
vì  il  caritatevole  animo  di  Barlolomeo 
Bontempelli  ricco  mercante,  che  dopo 
aver  oiFerlo  vivente  all'intrapresa  delia 
fabbiica3o,oooducali,ne  assegnò  1 00,000 
al  di  lei  compimento.  Sul  principio  l'o- 
spedale edificatosi  con  molla  ristreltezzn, 
venne  indi  per  mezzo  di  pie  largizioni  nel 
i5q4  amplialo  e  arricchito  come  ora  s.i 
vede.  Accolse  pure  nel  suo  seno  orfini 
de'due  sessi,  ojide  servi  d'ospizio  anch« 
a  loro.  Il  p.  Bonanni,  Catalogo  degli  or- 
dini religiosi  e  congregazione  di  fan- 
ciulle, nel  l.  3,  p.  66,  offre  la  figura  del- 
le zitelle  orfane  in  Venezia  fondate  da  s. 
Girolaaio  Emiliani  presso  la  chiesa  de' 
ss.  Gio.  e  Paolo,  parte  delle  quali  attende- 
vano al  suono  e  al  canto  in  servizio  della 
chiesa  (e  per  quanto  notai  nel  §  XV,  n.i, 
come  altre),  e  vestivano  di  bianco.  Ag- 
giunge che  negli  altri  3  couservalorii  di 
zitelle  in  Venezia,  vestivano  nell'ospeda- 
le della  Pietà  l'abito  rosso,  in  quello  de- 
gl'Incurabili di  color  turchino,  ed  in  qi^el- 
lo  de'Mendicanli  di  nero,  ed  attendeva- 
no parimente  alla  musica,  sotto  la  dire- 
zione de'piìi  famosi  maestri.  Unitamen- 
te coll'ospedale  fu  eretta  la  chiesa  ador- 
nata nell'  interno  con  5  altari  di  scelti 
marmi,  e  nelTesterno  con  una  ben  idea- 
ta facciala,  essa  pureinterauienle  dì  mar- 
mo, lu  uuo  di  essi  altari,  dedicato  a  s. 


254  V  E  N 

Seimstiono  iitartire,  si  venera  il  corpo  di 
s.  Meliloiie  mollile,  uno  de' celebri  ss. 
Qufirniita  mai  tiri.  Esso  insieme  col  brac- 
cio d'altro  Siinto,  pur  ilelhi  slessa  com- 
pagnia,fiidalla^alolia  portato  inVenezia, 
e  poscia  nel  i  653  donato  n  questa  chiesa. 
Avverte  il  Corner,  cirèddlicile  il  crede- 
re.clie  questo  sia  il  celebre  s.Melitonefra' 
Xli  Marlirì  di  Sebaste  il  più  giovine. 
Iiu  perocché  i  corpi  di  questi  gloriosi  guer- 
'rieri  di  Cristo  furono  abbruciati,  e  le  loro 
ceneri  confusamente  unite  furono  pro- 
digiosamente preservate  dal  fiume,  in  cui 
furono  gettate.  Deve  dunque  dirsi,  che 
questo  s.  Corpo  appartenga  ad  altro  s. 
Martire  chiamalo  Melitone,  del  qual  no- 
me frequente  era  l'uso  fra  gli  orientali. 
Piidotta  a  perfezione  la  chiesa  nel  i636, 
fu  poi  consagrata  nella  7..'  domenica  do- 
po l'Epifania.  Fra'chiostri  di  questo  spe- 
dale, nella  parte  superiore  destinata  agli 
uomini,  nel  1673  fu  istituito  un  ben  or- 
nalo oratorio  sotto  l'invocazione  di  s.  Fi- 
lippo Neri,  ove  ne'giorni  festivi  s'aduna- 
•va  un  copioso  numero  di  confratelli,  i 
quali  dopo  aver  coa)pili  que'divoti  eser- 
cizi propri  dell' istituto,  s]  portavano  a 
servire  negli  appartamenti  inferiori  i  po- 
veri vecchi  infermi,  aliuìenlando  i  loro 
corpi  col  cibo,  e  l'anima  cogl'insegnamea- 
ti  della  dottrina  cristiana.  A  quest'ospe- 
dale non  mancano  moderni  benefattori, 
poiché  leggo  annunzialo  nel  Giornale  di 
Roma  del  i85i,  n.  85,  in  data  di  Ve- 
nezia, dalla  gratitudine  de'rappresentan- 
lì  dell'  istituto,  con  pubblico  ringrazia- 
mento: 1  nobili  cavalieri  Giacomo  ed  1- 
sacco  Tieves  de'  Bonfìli  eslesero  la  lo- 
ro singolare  carità  a  questo  spedale  civi- 
le, donando  la  ragguardevole  somma  di 
elfellive  lire  austriache  10,000,  da  im- 
piegarsi come  meglio  sarà  slimalo  da  chi 
io  dirige  e  amministra.  A  me  sembra  che 
ad  uno  de'Iodati  cavalieri  appartenga  l'e- 
logio dato  dal  cav.  Scolari  nel  libro  de'Ca- 
f ecumeni,  del  quale  parlai  nel  u.  j.»  Tra 
tiifli  ti  doviziosi  israeliti  delle  provin- 
cie  venete  la  pubblica  riconoscenza  ri' 


V  EN 

merita  di  onore  e  lode  giustissima  V in- 
comparabile ed  illuminata  beneficen- 
za d'un  nobilissimo  cavaliere,  alla  cui 
grandezza  vera,  e  della  sita  casa,  i  voti 
de'  cuori  cattolici  sono  del  continuo  in- 
diritti".  Utina/n !  La  magnifica  opera, 
Le  Fabbriclie  di  Fenezia,  olire  6  tavole 
illustrale  dal  Diedo,  ^t\C Ospedale  di  s. 
Lazzaro  de  Mendicanti  ora  Spedale 
Civico.  Col  medesimo  riferirò  il  più  im- 
portanle  d'un  edifizio,  che  oltre  d'esse- 
re opera  d' illustre  architetto,  è  altresì 
un  altro  esempio  della  grandezza  de've- 
neziani  nell'erezione  de'pubblici  stabili- 
menti. Il  cav. Scolari, DeZ//2  vitaedelle  o- 
pcre  dell' architetto  f^incenzoScamozzi, 
ascrive  l'erezione  di  questa  fabbrica  fra 
il  161  I  e  il  1616,  e  la  dice  forse  opera  po- 
stuma del  medesimo;  ed  il  Moschiui  nella 
lodalissima  sua  Guida,  dice  chiaramen- 
te il  grandioso  spedale  modellalo  dallo 
Scamozzi,e  condotto  dopo  la  di  lui  morte, 
mentre  la  chiesa  de'iMendicanli  si  modellò 
da  Giuseppe  Sardi.  Conviene  anzitutto 
avvertire,  a  chi  l'ignora,  che  l'ospedale 
provinciale  e  civico  di  s.  Lazzaro  de'Men- 
dicanli  è  formato  di  parte  del  convento 
de' domenicani ,  da  loro  abitalo  fluo  al 
18 IO,  della  già  scuola  di  s.  Marco,  che 
descriverò  poi  per  unità  d'argomen- 
to, anch'essa  soppressa  in  quell'epoca  di 
generale  distruzione,  e  del  pio  luogo  de' 
Mendicanti  in  discorso. Perciò  questo  con 
tali  aggiunte  portalo  ad  una  massima  di- 
latazione, divenne  uno  de'primari  e  più 
ragguardevoli  edifizi  dell' Italia.  Sopra 
vasto  irregolare  perimelro  venne  chia- 
mato lo  Scam  ozzi  a  costruire  un  ospeda- 
le,o  conservatorio  pe'poveri  infermi  d'am- 
bo i  sessi  ;  e  vi  corrispose  da  suo  pari, 
piantandovi  nel  centro  una  chiesa,  ed  a- 
prendo  a'iali  due  spaziosi  cortili,  intor* 
uoa'quali  disporre  i  tanti  luoghi  neces- 
sari all'abitazione  de' maiali  ed  a' vari 
usi  della  stessa  casa.  E  sebbene  la  diffe- 
rente destinazione  ora  data  all'ospedale, 
nel  convertirlo  a  spedale  civile  colle  me- 
nriorate  aggiunte  di  quasi  due  altri  inle- 


VEN 
ri  ecìifizi,  noi»  pcrmett.T  di  riconoscere 
riidicio  delle  singole  parli,  e  quindi  il 
merito  dell'  ideata  dislrilxizione;  pure 
può  convincersi  anclie  a  prima  vista,  die 
il  caritatevole  asilo  era  abbondantemente 
fornito  di  tutte  l'esigenze  ricliieste  dal  sa- 
gro e  pio  oggetto;  e  che  il  saggio  ordina- 
tore si  era  proposta  la  i.'di  tutte  le  mire 
da  aversi  dovunque,  e  massime  in  luo- 
ghi di  questa  sorta,  quella  della  salubri- 
là,  a  cui  ben  provvedeva  l'ampiezza  de' 
descritti  cortili,  e  la  vantaggiosa  dimen- 
sione di  tante  stanze,  e  poco  meno  che 
sale,  chiare,  libere  e  ventilate,  pel  perfet- 
to isolamento  della  fabbrica.  La  chiesa  è 
preceduta  da  un  atrio  quadralo  che  ser- 
ve d'ingresso  all'uno  e  all'altro  cortile. 
V'ha  una  cappella  puressa  quadrata, che 
contiene  il  maggiore  aliare,  e  due  nic(hie 
ciascuno  de'  ilue  lati  longitudinali  per 
riceverei  4  minori,  ojide  l'area  del  tem- 
pio non  resti  prmlo  impedita.  Per  una 
delle  due  porle  situate  a'Iati  di  della  cap- 
pella, nou  essendo  l'altra  che  apparente, 
si  entra  nella  sagrestia  che  risponde  die- 
tro all'aliare  principale.  Appoggiano  a* 
fianchi  della  chiesa  alcune  celle  che  sono 
illuminate  da'corlili.  La  piìi  grande, che 
cade  nel  mezzo  a  mano  destra,  era  una 
specie  di  coietto  ove  si  raccoglievano  le 
suddette  giovani  alunne  educate  maeslre- 
•volmcnte  alla  uiusìca  per  cantare  in  cer- 
ti determinati  giorni  i  loro  Oratorii,  a' 
quali  accorreva  avidamente  ogni  classe 
di  persone.  Lo  Scamozzi  essendo  premor- 
to all'ullimazione  dell'opera,  dichiara  il 
Diedo,  che  la  fionle  della  chiesa  fu  dise- 
gnala dal  Sardi  nel  1678,  eh' è  la  sola 
ornata  in  tutto  il  lunghissimo  lalo  esterno 
che  guarda  il  rivo.  11  dolio  Diedo,  dopo 
aver  fallo  artisticamente  la  critica  alle 
parli  di  tal  prospetto,  osserva  che  fan- 
no torto  ad  un'opera  non  pertanto  gran- 
diosa e  nel  suo  insieme  ben  concetta,  lai- 
che con  poche  e  facili  emende,  da  lui  op- 
portunamente indicale,  potrebbe  ridursi 
a  plausibili  forme.  Fra  le  singolarità  di 
arte, che  si  osservano  ia  questa  chiesa,  vi 


VEN  255 

è  il  nobile  monumento  di  fino  marmo, 
del  Sardi,  che  divide  l'atrio  del  teuipio, 
ed  è  sagro  alla  memoria  ilei  procurato- 
re di  s.  Marco  Alvise  Moceoigo, celebre 
per  le  vittorie  riportate  contro  i  turchi. 
Di  siile  lamenlabile,  ha  bassirilievi  e  sta- 
tue, fra  cui  quella  dell'eroe,  di  Le  Court. 
Sonovi  pure  uell'  atrio  i  siinnlacri,  del 
benemerito  Boulempelli  già  loilalo,  del 
Biava,  ed  i  busti  d'  Alessandro,  Frati- 
casco  e  Bartolomeo  Mora,  Le  pitture  sou 
tulle  insigni,  tre  delle  quali  vennero  di 
questi  ultimi  anni  recale  dalla  demolita 
chiesa  dcgl'  Incurabili.  Nel  i.°  altare  il 
Cristo  in  Croce  è  di  Paolo  ;  nel  2."  l'An- 
nunziala è  di  Giuseppe  del  Salviali  ;  nel 
3."  la  s.  Elena  del  Guercino,  unica  ope- 
ra ch'esista  di  lauto  maestro  in  Vene- 
zia, leslè  ristaurata  condegnamente  dal- 
l'ora  defunto  professor  Lorenzi;  nel 
4."  aliare,  finalmente,  la  s.  Orsola  colle 
Vergini  è  insigne  opera  di  Jacopo  Tin- 
loretto.  —  Ora  debbo  parlare  della  già 
scuola  grande  di  s.  Marco  col  Corner. 
Ebbe  i  suoi  juincipii  presso  la  chiesa 
parrocchiale  di  s.  Croce  di  Luprio,  del- 
le monache  francescane.  Fu  ella  la  4-* 
tra  le  confraternite, o  come  si  chiamava- 
no Scuole  Grandi,  c\n  poi  se  ne  aggiun- 
sero due  altre,  istituita  col  religioso  fi- 
ne d'  implorare  l'affluenza  delle  divine 
misericordie  sopra  la  repubblica  per  l'in- 
tercessione del  di  lei  proiettore  s.  Marco 
Evangelista.  Per  maggior  comodo  delie 
loro  riduzioni,  pensarono  poscia  i  con- 
fratelli di  trasportarsi  presso  la  chiesa  de' 
ss.  Gio.  e  Paolo, ove  nel  1437  aveano  ac- 
(|UÌstato  da' domenicani  un  terreno  per 
fondarvi  un  ampio  ospizio,  ed  il  possesso 
[iure  della  cappella  maggiore  nella  chie- 
sa di  tali  religiosi,  insieme  all'altare  de- 
dicalo a'ss.  Titolari.  E  perchè  in  riguar- 
do d'accomodare  l'accolta  confrateinila, 
s'erano  i  religiosi  privati  di  qualche  luo- 
go loro  opportuno,  il  maggior  consiglio 
con  decreto  de'ag  agosto  di  detto  anno, 
permise  loro  dilatare  i  confini  del  con- 
vento verso  la  laguna  in  sito  dì  pubblica 


256  V  E  N 

ragione.  Divampò  il  nuovo  ospizio  per 
oij  inceiiiliu  insorto  nella  nolle  del  gio- 
vedì santo i4»^5.  Ma  la  pietà  de' conlia- 
telli  assistila  dalia  munificenza  pubblica, 
che  assegnò  circa  oooo  ducati  a  riparar- 
ne i  danni,  lo  fece  risorgere  [liìi  magnifi- 
co e  ampio  dalie  sue  rovine,  ed  in  breve 
la  scuola  per  la  sontuosità  delle  fabbri- 
che, e  per  il  pregio  dell'  eccellenti  piltu- 
le,  venne  annoverata  tra'priuiiornamen- 
li  della  città.  Ne'venerd'i  di  marzo  i  con- 
frati esponevano  con  pompa  una  ss.  Spi- 
na; e  Ira  le  altre  ss.  P>eli(|uie,  si  pregiava 
possedere  porzione  della  Tonaca  incon- 
sulile  del  Signore.  Il  Diedo  nelle  Fabbri- 
che di  Vtnazia  illustrò  4  tavole  dell'edi- 
fizio  magnificu  della  scuola  di  s.  Marco, 
il  quale  maestoso  elevasi  nella  gran  [)iaz- 
za  de'ss.  Gio.  e  Paolo,  a  mano  manca  di 
chi  osserva  rouionimo  sontuoso  tempio. 
L' ornatissima  fabbrica  fu  murata  sulle 
vestigia  della  distrutta  dal  fuoco,  e  vuoi- 
si condotta  sul  disegno  datone  da  Mar- 
tino Lombardo,  che  in  quest'opera  su- 
però se  slesso:  tanto  è  vero  che  le  occa- 
sioni ed  i  grandi  mezzi  sono  acutissimo 
slimolo  a'nobili  ingegni  per  oprar  mera- 
viglie. Presume  il  Temanza  che  il  cele- 
bre fr.  Francesco  Colonna  dello  Polili- 
lo,  don)enicano  del  propinquo  convento, 
possa  aver  giovato  l'archilello  co'suoi  lu- 
mi, ispirandogli  il  gusto  della  tiobile  an- 
tichità, del  cui  sapore  non  poco  risplende 
l'edifizio.  La  fronte  di  quella  fabbrica, 
la  quale  si  presenta  per  tutto  il  canapo 
sopra  una  sola  Imea,  olfre  due  prospetti, 
l'uno  diverso  dall'altro,  sebbene  abbia- 
no comuni  i  due  ordini  principali.  La  fac- 
ciata, intonacata  di  scelti  marmi,  è  ricca- 
mente adorna  di  eleganti  lavori  scolpili 
perla  massima  parte  da  Pietro  Lombar- 
do. Fiancheggiano  le  due  porle  4  bas>i- 
rilievi  con  prospettive  di  mirabile  elfet- 
lo:  in  duedi  questi  primeggiano  due  Leo- 
ni al  naturale,  ed  alcune  azioni  di  s.  Mar- 
co nell'altre:  opere  tutte  di  Tullio  Lom- 
bardo. La  maggior  porta  è  sormontata 
da   \x.i\  arco  sostenuto  da  colonne  frcgia- 


V  F.  N 
le  delle  più  fine  ed  eleganti  scullùre.  Le 
statue  sovrapposte  si  scolpirono  da  quel 
Mastro  Bartolomeo  che  fece  la  porla  del- 
la Carta  adiacenie  al  palazzo  ducale  nel 
secolo  .^LlV,  ed  appartenevano  a  (piesto 
slesso  edifizio  prunu  dell'incendio  suller- 
to  nel  XV  secolo,  dalla  cui  voracità  fu- 
roiio  salvale,  dopo  del  quale  fu,  nel  del- 
lo i4t>5,  ricostruito.  Anche  l'inteine  sale 
sono  ricche  di  bassirilievi  scolpili  in  mar- 
mo, e  d'intagli  in  legno.  L'  altra  porta, 
alla  maggiore  propinqua  ,  mette  ail  un 
atrio  che  dava  accesso  alla  cappella  dell.» 
già  scuola  della  Madonna  della  Pace;  in 
esso  trova  vasi  il  cadavere  del  doge  Ma- 
rino Falier  decapitalo  perchè  lento  di 
rovesciare  la  costituzione  fondamentale 
della  repubblica.  Dice  il  Sanudo,  che  il 
sepolcro  era  un  cassone  di  pietra  con  l'e- 
^\^\d\.<i\Heicjact:ldominus  Mctrìims  Fa- 
leiro  diLV.  Soggiunge  che  per  quella  tom- 
ba si  compose  il  distico,  e  secondo  altri 
fu  scolpito  suir  urna:  Diix  Fenelwn  ja- 
ci't  hic,  patriam  qui  perdere  tentans,  - 
Sccplra,  decus,  censnin  perdidit  ,at(jiie 
caput.  Convertiti  questi  locali  ad  uso  del- 
l'ospedale civico,(|uel  tumulo  fu  distrullo, 
liparlandone  nel  dogado  55°  del  §  XIX. 
nella  biografia  delFalier. Ne'soflh ti  esisten 
ti  nella  scuola  si  trova  a  meraviglia  con^ 
giunta  la  semplicità  de'comparli  all'eia 
ganza  e  sceltezza  degli  ornamenti.  Anclu 
il  Moschini  dichiara,  che  la  scuola  ch« 
fu  di  s.  Marco  ,  non  può  essere  uè  p'\i 
ricca,  uè  meglio  intagliala.  Trova  nsira 
bili  i  ricordati  bassirilievi,  co'due  Leoni 
e  con  s.  Marco  che  dà  e  la  salute  e  i! 
battesimo  a  s.  Aniano.  Que'  porticati  i|: 
prospettiva,  condotti  con  sì  poco  rilievo? 
mettono  meraviglia  a  chi  sa.  Pel  decre- 
to dunque  de'23  aprile  i8io,  soppressali 
la  scuola  di  s.  Marco  e  l'adiacente  con-*! 
vento  de'  domenicani,  ambedue  gli  edi- 
fìzi  furono  aggiunti  all'  ospedale  civico, 
rendendolo  così  più  ampio  e  capace  per 
1200  ricovrati,  quanti  comunemente  so- 
no, ivi  sino  al  cader  dello  scorso  secolo, 
sotto  il  nome  d'ospedale  de'Mendicanli, 


YEN 

si  curavano  gli  scabbiosi,  si  ricovravano 
vcixhi  iinpolenli  d'ambo  i  sessi,  ed  edii- 
caviiiio  orfliiii  ,  ed  orfane  addestrate  ne' 
musicali  esercizi.  Ora  accoglie  illiraita- 
tauiente  fe'obricitanli,  feriti,  fratturati, 
aneurismatici,  sidlilici,  met)tecatti,ed  al- 
tri infermi  tl'ambo  i  sessi.  Dice  Io  Stato 
personale.  L'ospedale  provinciale  e  civi- 
co di  s.  Lazzaro  de' Mendicanti,  è  cura- 
zia di  libera  collazione  patriarcale,  eser- 
citandovi interinalinente  le  funzioni  par- 
rocchiali il  religioso  domenicano  parro- 
co de'ss.  Gio.  e  Paolo,  siccome  delegato 
patriarcale.  Vi  sono  5  cappellani  e  pre- 
dicatori cappuccini,  oltre  un  assistente. 
Al  riparto  femminile  assistono  7  suore  di 
s.  \'incenzo  de  Paoli  e  4  'o''o  novizie,  le 
quali  dipendono  dalla  superiora  loro  a\- 
ìe  renitenti,  sotto  la  direzione  d'una  suo- 
ra. Altra  volta  la  chiesa  dell'ospedale  era 
governala  da'pp,  somaschi. 

i4-  Casa  di  Ricovero,  volgarmente 
Ospcdaletlo,  ins.  Maria  de' Derelitti.  Il 
Corner  ragionando  della  chiesa  dell'  O- 
spedalettoe  dell'ospedale  de'Derelitti, rac- 
conta come  fu  estremamente  funesto  al- 
la Lombardia  e  paesi  circonvicini  l'an- 
no 1027  per  una  gravissima  carestia  (ol- 
tre la  peste  che  deploro  nel  §  XIX, 
del  dogado  77-°),  per  cui  perì  di  pu- 
ra inedia  una  moltitudine  dì  misera- 
bili. Provvido  in  Venezia  il  magistra- 
to competente,  raccolse  dalle  provin- 
cie  marittime  quanto  fu  possibile  di  bia- 
de, ma  sopraggiunto  dalle  vicine  città 
un  nunjcroso  popolo  d'affamati,  fece  ia 
non  lungo  tempo,  che  si  risentissero  an- 
che in  Venezia  le  ristrettezze  del  vivere, 
che  andarono  crescendo  a  tal  segno,  che 
i  miserabili,  vinta  ogni  nausea,  si  satolla- 
vano de'  più  sordidi  e  putridi  alimenti, 
né  questi  bastando,  vedevansi  per  la  cit- 
tà e  per  le  piazze  smunti  speltri  languir 
di  fame.  Commossi  da  sì  lugubre  spet- 
tacolo alcuni  pii  uomini,  fra'quali  il  più 
fervoroso  fu  un  Gualtiero  chirurgo,  eres- 
sero nel  dilatato  piano  detto  Bersaglio, 
contiguo  alla  chiesa  de'ss.  Gio.  e  Paolo, 
voi.  xct. 


YEN  2'7 

un  ampiocoperlò,  nel  quale  diiposero  po- 
veri letti  onde  raccogliervi  e  nudrire  i 
poveri  massimamente  infermi ,  che  gia- 
cevano abbandonati  allo  scoperto  sulle 
pubbliche  strade.  La  caritatevole  impré- 
sa, lodata  da  tutta  la  città,  produsse  ab- 
bondanti soccorsi  alla  sua  durata;  e  per- 
chè que'miseri  fossero  anche  soccorsi  nel- 
le necessità  spirituali,  concesse  loro  il  pa- 
triarca Quirini  nel  1528  d'erigere  l'ora- 
torio per  la  celebrazione  della  messa  e 
l'amministrazione  de'  sagramenti.  Ebbe 
in  tale  luogo  a  mostrare  il  fervore  di  sua 
carità  s.  Girolamo  Emiliani,  poi  fonda- 
tore di  sua  benemerita  congregazione,  il 
quale  dopo  aver  profuso  a  soccorso  de' 
poveri  e  orfani  tutto  il  suo  patrimonio, 
diede  se  slesso  a  loro  servigio,  e  intro- 
dusse nell'ospedale,  già  colle  limosine  àc 
caritativi  fedeli  magnificamente  fondato, 
il  misericordioso  istituto  di   raccogliervi 
gli  orfanelli  d'ambo  i  sessi.  Quivi  riuniti 
que'poveri  fanciulli,  erano  dal  santo  ea- 
limenlati  e  istruiti  ne'niisteri  e  doveri  del- 
la fede,  ed  amm.aeslrati  in  qualche  arie, 
colla  quale  potessero  poi  fatti  adulti  prov- 
vedere al  proprio  sostentamento.  Lode- 
vole consuetudine  del  pio  spedale,  dello 
perciò  dal  raccoglimento  degli  orfani  O- 
spedale  de'  poveri    Derelitti.  Questo  è 
l'istituto  delle  zitelle  orfane  d'ambo  i  ge- 
nitori, di  cui  col  p.  Bonanni  feci  menzio- 
ne nel   numero  precedenle,  e  chiamate 
le  zitelle,  Firginis  orphanellae dictae  in 
hospitalibiis  ad  musicalia  inservientes. 
Ne  celebra  fondatore  l'  Emiliani ,  e  dice 
ch'erano  1  20  ivi  mantenute  sinoalla  mor- 
te, qualora  non  si  rendevano  monache  o 
maritavano,  e  in  tal  caso  si  dava  loro  200 
scudi  di  dote.  Aggiugne,  che  parte  atten- 
devano al  suono  e  al  canto  ecclesiastico, 
alliea'lavori  convenienti  alle  donne.  Ve- 
stivano tulle  di  bianco,  con  velo  simile  iu 
capo;  le  minoji  di  12  anni  limosinavano 
per  la  città  col  grembiale  e  il  cappello  di 
paglia  in  lesta.  Però  ne'giubilei,  venerdì 
santo,  e  nelle  feste  della  Presentazione  e 
di  s.   Antonio,  uscivano  tutte  alla  visita 

'7 


258  V  E  N 

delle  chiese,  vestile  d'abito  nero,  con  ve- 
lo pendente  sul  volto,  come  nero  era  l'a- 
bito qjjando  accorapagnavano  i  definiti 
alla  sepoltura.  Non  mollo  dopo  la  fonda- 
zione di  questo  pio  luogo,  giunse  in  Ve- 
nezia s.  Ignazio  co'  religiosi  suoi  compa- 
gni, i  quali  furono  da  luì  divisi  ne'due  o- 
spedali  de'Derelitti  e  degl'Incurabili,  an- 
cl/esso  servendovi  gl'infermi.  L'angusto 
oratorio  fu  poi  mutato  in  sontuosa  chie- 
sa adorna  di  7  altari  di  scelti  marmi,  e 
con  facciala  marmorea  creila  dalla  pietà 
di  Carlolonieo  Coruioni,  che  lasciò  di  sue 
ricche  sostanze  erede  Gesù  Cristo  ne'  po- 
veri di  quest'ospedale.  Dice  il  Moschìui, 
che  nell'altro  ospedaletto.  presso  i  gesuiti 
e  il  palazzo  Corniani,  nel  sestiere  di  Can- 
noregio,  vi  sono  accolte  povere  donne  in 
carità;  e  possietle  buoni  storici  dipinti  ben 
conservalidi  Palma  giovine.  Il  medesimo 
parla  del  riferito  col  Corner,  quasi  conti- 
guo a' ss.  Gio.  e  Paolo  nel  sestiere  di  Ca- 
itello  ,  ove  trovano  ricetto  gì'  invalidi, 
nella  cui  cliiesa  il  maggior  altare  ha  la  mi- 
glior opera  che  in  Venezia  si  ha  del  Maz- 
za, caro  discepolo  di  Tiziano.  Dichiara  il 
Dizionario  geografico,  che  la  Casa  di  Ri- 
covero, un  tempo  rOspedaletto,  presso  la 
chiesa  de'ss.Gio.  ePaolo,fu  creila  nel  1812 
pe'vecchi  d'ambo  i  sessi  e  per  tulli  gl'in- 
abili a  qualunque  lavoro,  e  continua  ad 

alimentare  me"lio  che  600    individui. 

o 

Leggo  nello  Sialo  personale j  la  Casa  di 
Ricovero,  volgarmente  VOspedalello,  in 
s.  Maria  deDerelitli,  la  cui  erezione  ri- 
.sale  ai  i33o  (sic),  sulla  fine  dei  secolo 
XVll  venne  rimodernata  nella  forma  at- 
tuale, e  servi  sempre  ad  uso  dell'annesso 
ospedale.  Vi  sono  due  cappuccini  cappel- 
lani e  predicatori ,  col  proprio  laico,  ed 
un  mansionario.  I  ricovratì  vecclii  pove- 
ri e  infermi  sono  800.  Il  riparto  donne 
è  diretto  da  22  suore  terziarie  di  s,  Fran- 
cesco d*  Asisi  di  Padova,  colla  superiora 
e  il  confessore. 

1 5.  Casa  cV  Industria  presso  s.  Lo- 
renzo martire,  nel  §  X,  n.  4j  "e  parlai. 

i6.  Santo  Monte  di  Pietà  :  Cassa  di 


YEN 

Risparmio.  L'origine  la  trovo  nel  cav. 
Mul  incili,  /^/j?irt//  delle  Province  Venete, 
poicliè  narra.  Pochi  e  gravosi  essendo  i 
mezzi,  con  cui  il  popolo  minuto  di  Ve- 
nezia si  potesse  procacciare  le  piccole  som- 
raenecessariea  riparare a'bisogni  del  mo- 
mento, istituito  si  voleva  un  Monte,  i  cui 
prestiti,  senza  interesse,  non  dovessero 
eccedere  la  somma  di  lire 1 5  italiane;  vo- 
levasi  pure  che  a  memoria  de'benefallo- 
ri  dell'indigenza  sopra  tavole  di  marmo,, 
da  erigersi  nel  locale  del  Monte,  esser  do- 
vesse inscritto  il  nome  di  colui  che  aves- 
se fallo  dono  al  pio  istituto  d'una  som- 
ma superiore  alle  lireSooo  italiane.  Tut- 
to fu  stabilito  co' decreti  2?  aprile,  25' 
luglio  e  28  ottobre! 806.  Raccontai  nel 
voi.  LUI,  p.  162,  che  Caterino  Corner 
lasciò  a  Pio  VII  in  legato  il  suo  mae- 
stoso palazzo  Corner  di  Venezia  presso 
s.  Cassiano,  detto  della  Regina,  da  <[nel 
la  di  Cipro  Caterina  uscita  di  sua  famiglia 
(in  3  ordini  eretto  nel  i  724  dall'arcliitetlo 
DouìenicoRossi),onde  nelle  pareti  sono  af« 
freschi  rappresenlanli  la  sua  ly/ona  (dopo 
questa  parola  fu  ommesso:  che  abdicò  il 
regno  alla  repubblica  di  Feneziaj  men- 
tre la  regina  Car  lolla  figlia  legitliin  a  del 
padre  naturale  del  di  lei  marito  venne. 
Senza  le  quali  parole  sembra  cheCalerina 
fosse  ospitata  e  morisse  in  Roma, il  che  de- 
ve dirsi  di  Carlotta,  come  ho  riferito  nel- 
i'ivi  citato  voi.  Xill,  p.iSg,  olire  ne'  voi. 
LXII,  p.  5,  LXVIII,  p.  67  e  altrove;  cita- 
zjone  che  feci  onde  si  conoscesse,  che  non 
ostante  tal  cessione  del  regno  ,  avendo 
Carlotta  sposalo  Luigi  di  ly^i'o/tìt,  a  que- 
sta casa  derivarono  i  diritti  alla  corona 
di  Cipro,  onde  poi  ne  assunse  il  titolo  e 
l'insegne),  insieme  alla  galleria  di  qua- 
dri e  di  tuli'  altro  esistente  nel  medesi- 
mo.«Che  il  Papa  donò  il  palazzo  con  tut- 
to l'accennalo  a'  venerandi  fratelli  conti 
Cavanis,  a  benefizio  dell'istituto  da  loro 
fondato  delle  Scuole  di  Caritàj  e  con 
facoltà  di  tutto  vendere,  come  (ècero,onde 
poi  vi  fu  stabilito  ilMonte  di  pietà  e  la  Cas- 
sa di  risparmio.  Fu  dunque  nel  1 834che  il 


_V  E  N 
palazzo  Corner  della  Regina  fu  convertilo 
in  uso  (lei  Monte  di  [ìielà  e  della  Cassa  di 
lispaiiuio.  Il  Monte  presta  sopra  pegno, 
e  la  Cassa  di  risparmio  tiene  in  deposito 
ftultifeio  qualunque  auclie  minima  som- 
ma, con  glande  utilità  di  chi  sa  meglio 
utilizzare  i  suoi  proventi.  Presiede  il  be- 
nefico stabilimento  del  Monte  un  diletto- 
le. Trovo  nel  Giornale  di  Roma  del 
i853,  la  seguente  notificazione  de' 27 
giugno,  della  congregazione  municipale 
della  regia  città  di  Venezia,  sottoscritta 
dal  podestà,  da  un  assessore  e  dal  segreta* 
rio  della  medesima.  Ivi  è  d'etto.  La  de- 
plorabile condizione,  in  cui  per  una  suc- 
cessione di  circostanze  era  caduto  il  Mon- 
te di  pietà  e  l'annessavi  Cassa  di  rispar- 
mio, non  poteva  non  attirare  l'attenzio- 
ne del  municipio,  il  quale  caldamente 
protetto dall'ii.  rr.  autorità,  implorò  dal- 
la sovrana  clemenza  un  rimedio  radica- 
le, e  relativo  alla  gravità  del  disordine, 
che  doveva  essere  una  volta  per  sempre 
impedito.  L'imperatore  Francesco  Giu- 
seppe 1  volle  graziosamente  degnarsi  di 
accogliere  con  benignità  l'istanze  del  mu- 
nicipio, concedendo  che  il  dazio  addizio- 
nale di  lire  i:8o,  per  ogni  quintale  me- 
trico di  vino,  si  continui  a  pagare  nella 
città  di  Venezia  per  5  anni  ,  decorribili 
dall'anno  scorso,  ad  oggetto  di  costituire 
a  vantaggio  del  Monte  il  capitale  d'  au- 
striache lire  i,5oo, 000.  CoM  venne  assi- 
curata la  sussistenza  del  INIonte ,  si  die 
nuova  vita  alla  Cassa  di  risparmio,  e  si 
pose  elficacemente  un  termine  all'angu- 
stie, in  cui  si  trovavano  questi  patrii  sta- 
bilimenti. Conformemente  alle  proposte 
del  municipio,  la  Cassa  di  risparmio  fu 
conservata  ,  ma  indipendente  dal  Monte 
di  pielà,ammit)istrata  separatamente  sot- 
to la  controlleria  dell'autorità  tutoria,  e 
garantita,  come  lo  era  prima,  dal  Comu- 
ne, in  base  ad  analogo  consenso  del  con- 
siglio comunale.  In  conseguenza  col  i." 
luglio  i  853,  gli  ulHzi  della  Cassa  dì  rispar- 
mio furono  trasportati  nel  palazzo  di  re- 
sidenza municipale,  sotto  la  direzioue  di 


VEN  2^9 

un  consìglio  d'amministrazione, compo- 
sto di  4  cittadini,  sotto  la  presidenza  d'un 
assessore  municipale.  Al  fine  di  dicem- 
bre d'ogni  anno  si  pubblica  colla  slam- 
pa il  bilancio  della  Cassa  dì  risparmio. 
INon  vi  si  ricevono  investite  inferiori  a 
lire  una,  né  superiori  a  lire  10,000.  L'in- 
teresse continuò  in  ragione  del  4  annuo 
perioo,  colle  norme  ulteriori,  e  conte- 
nute nel  nuovo  stampalo  Regolamento. 
»  La  solidità  che  ora  offre  il  Monte  di 
pietà  ,  per  la  dotazione  generosamente 
accordata  dalla  grazia  sovrana,  il  sicuro 
impiego  de'  capitali  convertiti  in  pégni, 
le  caute  investite,  che  la  nuova  Direzio- 
ne saprà  fare  de'capitali  residui,  i  quali 
non  fossero  reclamali  da'bisogni  delMou- 
te,  e  finidoieute  la  legale  ed  incrollabile 
garanzia  del  Comune,  sono  i  titoli  sulla 
base  de'quali  il  Mimicipio  è  nella  piena 
persuasione  che  la  Cassa  di  risparmio  po- 
trà ispirare  nel  pubblico  la  più  comple- 
ta fiducia.  Un  solo  desiderio  resta  al  Mu- 
nicipio, quello  cioè  che  il  bisogno  e  l'abi- 
tudine del  risparmio  penetrino  ne'costu- 
mi  del  popolo  veneto,  alìinchè  la  giusta 
istituzione  corrisponda  veramente  al  suo 
nome,  e  possa,  in  conseguenza,  contribui- 
re a  creare  poco  a  poco  i  capitali  dell'o- 
peraio, del  domestico  e  del  giornaliero". 
1 7.  Commissione  generale  di  pubbli- 
ca Beneficenza.  Creata  neli8i6,  ed  at- 
tivata neli.°  luglio  18 17  colla  vista  di 
promtiovere  in  Venezia  il  bando  alla  que- 
stua, provvede  al  giornaliero  sussidio  de 
poveri,  che  sarebbero  costretti  a  mendi- 
care, e  raccoglie  i  fanciulli  d'ambo  i  ses- 
si orfani  e  abbandonati,  come  pure  al- 
cune giovani  periclitanti  e  un  numero  di 
vecchi  iujpossenti,  allidandoli  ad  altri  sì 
pubblici  che  privati  stabilimenti.  N'è  pre- 
sidente l'ordinario  prò  tempore.  Cosi  lo 
Stato  personale.  L'origine  la  ricavo  dal 
Mulinelli,  Annali  delle  Province  Vene- 
te. Per  la  generale  inopia  che  si  risenti- 
va anche  in  Venezia,  il  patriarca  Mdesi 
con  commovente  e  zelante  lettera  pasto- 
rale de'i4  febbiaioi8i7,  diletta  a'  pos- 


26o  V  E  N 

sidenli,  facoIto»i,  commercia  oli  ed  indu- 
striautì  della  ciltù  e  diocesi  di  Venezia, 
ripiodolla dall'aunalista,  rilluslre prela- 
to nel  nome  e  per  le   viscere  di  Gesù 
Cristo,  gli  eccitò  con  facondia  ad  allar- 
gar la  mano  verso  i   molti  loio  fratelli 
ciiedomaiidavanogeneroso  epiontosov- 
veuimento.  in  pari  tempo  annunziò  l' i- 
stiluzione  d'una  Commissione  di  pubbli- 
ca Beneficenza,  scopo  della  quale  fosse 
quello  d'aiutare  il  povero  e  disperdere 
insieme  io  sciame  degi'  infingardi  ,  che 
sotto  le  vesti  di  povero  con  pianti  simula- 
ti e  con  bugiarde  parole  di  continuo  an- 
davano accattando,  e  a  solo  peso  della  so- 
cietà vituperosamente  vi  veano.  (Delle  sov- 
venzioni anticamente  distribuite  dalle  70 
ricche  fraterne  parrocchiali;  e  degli  abu- 
si delle  questue  nei  declinare  della  re- 
pubblica ,  e  delle  provvidenze  emanate 
per  frenarli,  ne  discorro  col  conte  Friu- 
li nel  n.  19  di  questo  §.   La  popolaglia 
poi  nutre  sempre  avversione  a  procac- 
ciarsi il  pane  colla  fatica,  il  che  pure  ri- 
levo nel  §  XVI  versoli  fine  del  n.  4)-  Di- 
retti pertanto  i  pensieri  di  quella  com- 
missione unicamente  ad  ottenere  il  più 
vantaggioso  effetto,  si  divise  in  3  sezioni, 
amministrativa  ,  cassiera  ed  elemosinie- 
18,  e  perciò  si  compose  di  5  amministra- 
tori, di  6  cassieri  e  di  5  elemosinieri,  ol- 
ire il  segretario;  cioè  di  persone  di  tutta 
probità,  tratte  dalle  varie  classi  de'gen- 
tiluomini,de'cil ladini  e  de'mercan lì, pre- 
sieduta dallo  slesso  patriarca.  In  questa 
guisa  nacque  un'istituzione,  di  modello 
appresso,  con  grande  proiltto  della  san- 
ta causa  dell'indigenza,  ad  altre  illustri 
città;  istituzione  che,  gettate  radici  molto 
salde,  dovea  poi  crescere  di  bene  in  me- 
glio, anzi  giganteggiare,  con  tanto  decoro 
della  sempre  nobilissima  Venezia.  Ciò  e- 
gregiameute  si  apprende,  sì  del  progressi- 
vo incremento,  sì  come  procede  l'azienda 
de'pubblici  soccorsi,  e  sì  del  lodevole  sta- 
to presente  dell'istituto,  dall'interessante 
e  diligente:  Memoria  intorno  all'ammi- 
nistrazione della  pubblica  Benejicenza 


V  E  L\ 

ili  T'enezia,  del  conte  Fortunato  Sceri- 
man,  Venezia  tipografia  di  Lorenzo  Gal- 
lei  1857.  Ne  darò  una  semplice  idea.  As- 
sai numerosa  è  la  classe  de'poveri  di  Ve- 
nezia ,  per  le  cambiale  sue  condizioni  e 
vicende  de'  tempi ,  inscritti  ne'  cataloglii 
delle  3o  prepositure,  recentemente  inti- 
tolate Deputazioni  Fraternali,ìe  quali 
sotto  la  dipendenza  d'  una  Commissione 
generale  di  pubblica  Beneficenza,  ùccìì- 
discono  a'  molti  e  grandi  bisogni  della 
classe  stessa.  A  tali  occorrenze  dedicati 
sono  e  rendite  di  fondi  stabili  e  di  capita- 
li; sia  per  antica  istituzione  del  principa- 
to, sia  per  misericordiose  costituzioni  di 
legati  da  pie  persone  ordinate  (le  quali  a 
cagion  d'  onore  nominerò  nel  seguente 
numero,  che  si  compenetra  con  qneslo, 
parlando  di  quelli  dell'istiluto  Manin);  e 
periodiche  ed  eventuali  limosine  degli 
abitanti,  e  somme  disposte  da  testatori 
per  generali  o  determinale  distribuzioni. 
Laonde,  formandosi  dall'  insieme  di  t;di 
fonti  una  rilevante  amministrazione,  Ve- 
nezia che  amò  sempre  e  predilesse  i  suoi 
poverelli,  come  mirabilmente  provasi  col 
sin  qui  narrato  e  per  quanl'allro  dovrò  ri- 
ferire, di  frequente  col  benefico  pensiero 
vi  accorre.  Le  nozioni  generali  si  divido- 
no, dall'encomiato  auloree  deputato  par- 
rocchiale di  carità,  in  due  parti.  Dicenel- 
la  I.'  Soppresse  \e  Prepositure  Frater- 
nali  di  parrocchia  esistite  a  tutto  il  i85S 
(sulle  quali  si  ha  il  Regolamento  delle 
Fraterne  Parrocchiali  di  Venezia,  ap- 
provato daWeccelso  Governo ,  Venezia 
tipografia  Andreola  i836;  allre  parole 
dirò  nel  §  Xlll  delle  confraternite),  si  so- 
stituirono altrettante  Deputazioni,  com- 
poste del  pievano  o  parroco  prò  tempo- 
re, che  n'è  il  presidente,  di  quel  parroc- 
chiano che  faceva  parte  della  deputazio- 
ne di  carità  del  sestiere  (queste  essendo- 
si soppresse)  e  de'3  promotori  in  carica, 
e  questi  e  quelli  rinnovabili  poscia  o  rie- 
leggibili dì  3  in  3  anni.  Ogni  deputazione 
poi  viene  assistita  da  un  cassiere,  da  uno 
o  più  visitatori,  oltreché  da  uu  medico 


VEN 

e  (la  un  cliiruigo.  Questi  tloe  ultimi  (ol- 
tre la  mammana  o  levatrice  per  la  Giù- 
(lecca)  peicepiscono  un  onorario,  gli  al- 
tri tulli  prestansi  caritatevolmente  per- 
chè senza  compenso  alcuno,  sebbene  ciò 
riesca  per  lo  più  molesto  e  pesante  più 
che  non  credasi,  come  si  può  dirada  per 
tutto.  Le  nomine  dell' avvenire  spettano 
al  Convocato  generale  costituente  la  Fra- 
terna della  parrocchia,  e  di  quello  ponno 
(hr  pai  le  col  nome  di  Confratelli  tutti 
que'parrocchiani  a' quali  piaccia  contri- 
buire lire  2:3o  annualmente.  Tali  nomi- 
ne sono  soggette  all'  approvazione  della 
commissione  ricordata,  dalla  quale  an- 
che si  veglia  sul  regginie  delle  fraterne 
sotto  la  scorta  d'apposito  regolamento, 
mentre  un  regolamento  diverso  dà  nor- 
ma air  interna  trattazione  degli  affari 
presso  di  essa.  Presiede  alla  commissione 
il  patriarca  in  sede,  a  cui  fanno  corona 
col  nome  di  deputati  1 6  distinti  cittadini, 
fra 'quali  3  legali,  e  tulli  dividonsi  in  3  se- 
zioni: amministrativa,  elemosiniera,e  del- 
la cassa,  accudendo  specialmente  al  ma- 
neggio e  custodia  del  denaro  on  depu- 
tato di  turno  in  ciascun  mese,  come  al- 
tri 3  attendono  al  governo  delle  rendite 
de'fondi  e  de'  fabbricati.  Dalla  commis- 
sione non  si  tiene  ingerenza  alcuna  sui 
diversi  istituti  pii  di  Venezia,  tranne  su 
quello  clie  prese  il  nome  dal  suo  fonda- 
tore Manin,  (\\  cui  è  direttrice  e  ammi- 
nistratrice,  ed  io  ne  ragiono  nel  o."  se- 
guente, e  ripeto  con  nozioni  che  si  ranno- 
dano con  questo  :  essendo  d'ai  (ronde,  e  pel 
maggior  numero  de'casi,  le  deputazioni 
fraternali  quelle  che  insinuano  rispelli  va- 
iì)en  te  a'preposti  degl'istituti  stessi  i  no- 
mi di  (|ue'  poveri  che  aspirar  ponno  a 
quel  genere  di  beneficenza  al  quale  cia- 
scun istituto  è  dedicato.  1.1  eh.  autore  pro- 
testa di  non  occuparsi  di  tali  istituti,  e 
tanto  meno  de'  molti  ospizi  e  luoghi  di 
educazione  pe'puveri,  che  forse  nel  nùme- 
ro di  4f>  sono  sparsi  per  la  città,  prestan 
do  a  vecchie  vedove,  a  donzelle,  a  fanciul- 
line,  o  ad  altre  classi  di  poveri,  o  l'icove- 


VEN  26r 

re,  o  ammaestramento,  o  altri  modi  di 
soccorsOjChe  io  vadodescrivendo.Da  ogni 
deputazione  fraternale  si  tiene  un  CalH' 
logo  (le'poi'eii  popolani  della  parrocchia, 
serbandosene  copia  presso  la  commissio- 
ne. Si  scrivono  in  questi  cataloghi,  po- 
veri vecchi  o  impotenti  o  per  infermità  o 
per  fìsiche  imperfezioni,  e  famiglie  e  in- 
dividui assolutamente  miserabili  eziandio 
per  la  mancanza  d'altri  mezzi  di  sussi- 
stenza oltre  a  quello  delle  proprie  brac- 
cia. Tali  massime  non  vennero  sempre  ri- 
gorosamente osservale,  ma  lo  saranno 
state  meglio  dopo  la  riforma  de' catalo- 
ghi ordinata  nel  1857.  Presso  ciascun  pie- 
vano deve  esistere  il  Catalogo  de' pove- 
ri vergognosi,  cioè  delle  persone  nobili  o 
civili,  o  comunque  non  avvezze  a  vivere 
poveramente;  questi  cataloghi  sono  pure 
a  notizia  della  presidenza  della  commis- 
sione, però  quanto  a'nomi ,  co*  riguardi 
dovuti  alla  civiltà  sventurata.  Norme  par- 
ticolari regolano  i  soccorsi  da  porgersi  a 
questa  interessante  categoria.  A'poveri 
non  catalogali  ponno  concedersi  momen- 
tanei soccorsi  dalle  deputazioni,  ma  col- 
r  assenso  della  deputazione  generale.  A' 
catalogati  popolani  si  soccorre  ne'Ioro  bi- 
sogni co' vari  modi  riportati  nella  Memo- 
ria, di  cui  parlo.  Consistono  in  assegni 
diurni  a  fanciulli,  infermi  e  altri  impu- 
tenli,  a  seconda  di  loro  età  e  grado.  In 
soccorsi  straordinari  limitati,  pe'  casi  di 
malattia,  mancato  lavoro  o  altra  sventu- 
ra. In  distribuzione  di  denaro,  di  generi 
od'effetli,  anche  in  epoche  determinate, 
come  le  feste  Pasquali  e  Natalizie,  giusta 
la  volontà  de'lestatori  e  degli  olFerenti.  In 
letti  composti  di  tavole  e  cavalietti,  pa- 
gi iariccio  e  coperta  di  lana.  In  medico, 
chirurgo  e  medicine,  fino  alla  3."  visita  e 
alla  3."  ricetta,  dovendo,  se  seguita  il  ma- 
le, tradursi  l'infermo  all'ospedale,  tranne 
i  casi  per  continuiir  l'assistenza  a  douii- 
cilio.  In  cinti  e  altri  presidii,  per  infermi- 
tà o  iuìperfezioui  locali.  Alle  molte  spese 
per  lullociò  indispensabili,  si  provvede 
oc'inezzi  succennati,  e  altre  descritte  dal- 


a6»  V  E  N 

l'autore,  con  opportune  climoslrazioni  di 
apposite  tabelle.  Egli  nella  parte  2."  ri- 
porta nozioni  speciali  intorno  alla  Coni' 
missione  generale  di  pubblica  Benefi- 
cenza. Essa  si  costituisce  del  presidente 
patriarca^  o  del  presidente  interinale  in 
seùa  vacante  nella  persona  del    vicario 
capitolare.  Di  17  deputati,  compreso  di 
diritto  il  podestà /vro  tempore  di  Venezia, 
anzi  quello  che  esce  da  questa  nobilissima 
carica  continua  ad  aver  sede  nella  com- 
missione qual  deputato  emerito,  come 
di  presente  lo  è  il  conte  Giovanni  Correr, 
consigliere  intimo  e  ciambellanoimperia- 
le,  cav.  e  commendatore  di  più  ordini.  Vi 
sono  pure  3  altri  deputali  consulenti,  an- 
che per  la  gratuita  rappresentanza  nelfo- 
ro;  diversi  ingegneri  civili  senza  premio 
e  perciò  benemeriti  in  ogni  sorta  di  lavo- 
ri. L'entità  dell'azienda  affidata  alla  com- 
missione appare  dalle  tabelle  n.  1,   2,  3 
poste  in  fine  della  Memoria.  Dimostra  la 
i."  r  asse  attivo  e  passivo  proprio  della 
commissione,  riferibile  cioè  alla  sostanza 
appartenente;  rappresenta   la  2.''  la  so- 
stanza procedente  dalle  così  dette  Com- 
missarie,  cioè  amministrazioni  di  beni  e 
rendite  applicabili  per   volontà  degl'  isti- 
tutori  a  certe  classi  di  poveri,  od  a  scopi  e 
circondari  deleratinali, comprensiva cnen- 
te  alle  spettanze  proprie  delle  fraterne;  la 
3." espone  la  consistenza  dell'istituto  Ma- 
nin. Deducendo  le  passività  dalle  attivi- 
vilà,  residuerà  una  totale  rendita  depu- 
rala di   lire  283, 1  oSi'jy;  ed   il  capitale 
pur  depuralo  di  Ine  5,454, o58. Nella  ren- 
dita non  sono  comprese  il  percetto  da' 
parrochi  e  dalle  deputazioni  fraternali,  né 
l'annue  contribuzioni  e  né  le  straordina- 
rie limosine,  ed  i  prodotti  delle  tasse  sugli 
spettacoli,  multe,  tombole,  limosine  rac- 
colte nelle  chiese,  legati  per  una   volta, 
^ìel  1 836  dopo  pubblicato  il  riformatore- 
gelamento  fraternale,  il  numero  de' po- 
veri ascese  a  4 1  )3oo,  compresi  circa  44? 
poveri   israeliti,  soccorsi  da  apposita  fra- 
terna, a  cui  la  commissione  corrisponde 
awuue  lite  1000, figurando  nell'annue of- 


VEN 

fertecon  nobiliquote piìi famiglie  diqnel- 
lareligione.il  numero  de' poveri  venne 
indi  diminuito  sino  a  38,723  nel  1841. 
Per  la  riforma  generale  de'calaloghi  nel 
1847  diminuirono  a  34,477»  e  neh 856 
se  ne  contavano  35,43o,  JNel  resto  io  non 
posso  seguire  il  bel  lavoro;  e  neppure  nel- 
la parte  S."*  delle  riforme  praticale  nell'a- 
zienda della  commissionegenerale  e  delle 
fraterne  parrocchiali,  e  della  riforma  deU 
l'istituto  Manin,  come  della  savia  conclu- 
sione per  eliminare  la  questua  degli  accat- 
toni nelle  vie  e  nelle  chiese,  corruttrice  fu* 
nestissima  costumanza. 

18.  Islìluto  Manin  presso  s.  Gere- 
mia. Ricavo  dalla  Memoria  del  già  en- 
comiato conte  Fortunato  Sceriman.  L'ul- 
timo de'  veneti  dogi  Lodovico  Manin, 
se  poco  grato  ufficio  legava  a'posteri  nel 
giudicare  di  lui  come  principe  e  come 
uomo  di  stato,  non  vi  ha  dubbiezza  al- 
cuna nel  ricordarlo  qual  uomo  amante 
della  patria  e  d'animo  religioso  e  com- 
passionevole, tale  luminosamente  pale- 
satosi nel  grande  beneficio  che  preparò 
testando  a' miseri  alienati  di  mente  ed 
alla  classe  artigiana;  a  quella  classe  me- 
desima, la  quale  perchè  più  dell'  altre 
mancante  de'mezzi  di  sussistenza,  perla 
caduta  della  longeva  repubblica,  ed  igna- 
ra delle  crollanti  condizioni  di  quella,  fov- 
se  più  d'ogni  altra  a  lui  imprecava  quasi 
ad  unica  cagione  di  tanta  rovina,  A  ta- 
li imprecazioni  egli  però  dava  bella  esan- 
ta risposta,  poiché  col  testamento  del  i.° 
ottobre  1802,  dettato  cioè  5  anni,  4  me- 
si e  2  i  giorni  dacché  avea  deposto  il  cor- 
no ducale,  disponeva  il  benefico  Manin 
ducati  veneti  100  mila,  alììnché  fossero 
impiegati  i  loro  frutti  in  parte  nel  man- 
tenimento di  tanti  pazzi  furiosi,  ed  in 
mancanza  di  quelli  di  tanti  ragazzi  e 
ragazze  che  siano  abbandonati  o  non 
possano  avere  educazione  dalle  loro  fa- 
miglie^ preferendo  sempre  li  piìi  poveri. 
Voleva  poi  che  questi  fossero  trattenuti* 
nel  luogo  sino  a  che  fosse  loro  trovato  ini-\ 
piego  0  collocazione,  e  che  in  tal  casoi 


VEN 
fossero  contrihuiti  a' ragazzi  ducali  20 
per  un  piccolo  allc.stiinento,  ed  alle  ra- 
gazze ducati  5o  per  dote.  Piegava  di 
trovare  il  luogo,  per  collocare  dette  per- 
sone,che  sarebbe  bene  [aUceva)  fosse  uno 
degli  spedali,  in  riguardo  anclie  alla 
minore  spesa;  inoltre  lasciando  ducali 
IO  mila  per  l'allestimento.  Supplicava 
in  fine  gli  eredi  e  com  missari  suoi  tesla- 
nien tarli  ad  impiegare  la  loro  umanità 
e  religione  accio  li  pazzi  siano  trattati 
con  carità,  e  si  cerchi  di  risanarli,  e 
die  li  ragazzi  oltreché  nella  Religione 
siano  istruiti  in  qualche  mestiere,  ov- 
vero consegnati  a  qualche  onesto  villi' 
co.  Quale  ne  fosse  poi  la  cagione,  è  cer- 
to che  la  rendila  del  capitale  così  nobil- 
mente elargito  fu  per  lunghi  anni  desti- 
nata al  solo  istituto  de'pazzi,  di  cui  nel 
§  XVIII,  n.  IO.  Rivendicata  però  a  par- 
licolar  merito  della  commissione  genera- 
le di  pubblica  beneficenza,  discorsa  nel 
numero  precedente,  la  metà  del  legato, 
fu  nel  1829  cominciato  a  far  godere  al- 
la classe  povera  artigiana  di  tanto  bene- 
fica disposizione,  erigendosi  iir.  istituto, 
ben  giustamente  col  nome  del  pio  fonda- 
tore chiamato  Istituto  Manin,  e  (juindi 
disciplin;ito  con  Regolamento  del  i  ."mag- 
gio i833,  che  poscia  più  volte  si  modifi- 
cò, come  nel  novembre  i836  all'aper- 
tura dell'  istituto,  a  merito  della  lodata 
commissione,  con  Uegolamento  stampato 
dail'Andreola;  e  colla  riforma  del  1849 
si  stiibilì  di  consegnare  all'  istituto  del 
benemerito  mg."^  Daniele  Canal, del  (juale 
tenni  proposito  nei§  X,  n.  68,  le  fancivd- 
lechesi  andassero  raccogliendo,  per  quin- 
di spedirle  (come  già  prima  facevasi)  al- 
ia campagna,  ove  avessero  a  rimanere 
sino  all'età  d'anni  12,  onde  poi  collocarle 
De' diversi  istituti  pubblici  o  privati  di 
Venezia  e  fuori.  E  non  essendosi  trova- 
to conciliabile  ii  ricovero  de' fanciulli  in 
alcuno  degli  esistenti  opedali  o  ospizi, 
com'era  desiderio  del  testatore,  deter  mi- 
na vasi  di  mantenere  alla  campagna  quel- 
li al  di  sotto  d'unai  12,  per  iodi  iniziarli 


VEN  263 

ne'meslieri  presso  a  probi  e  idonei  arlie" 
ri  di  Venezia,  allogandoli  per  la  vita  in 
comune  nel  locale  già  della  fraterna  ge- 
nerale de'  poveri  in  s.  Antonino.  Qui  il 
conte  Sceriman  deplora  il  non  remoto 
perverli(nentodeI  popolo  nel  linguaggio, 
di  cui  egli  co'suoi  concittadini  veneziani 
si  dice  testimonio,  impregnatosi  d'impre- 
cazioni, di  bestemmie,  d'oscenità,  anche 
celiando;  trasfusosi  rapidamente  sino  a* 
fanciulli,  che  a  giudicarli  dalle  parole 
sembravano  già  eruditi  in  >gni  tnaniera 
di  sensualità  e  di  stravizzo,  appena  sciolti 
dello  scilinguagnolo.  Il  conte  già  avea  te- 
nuto non  dissimile  discorso  nelle  diverse 
scritture  concernenti  le  classi  popolari, 
rammentate  dal  eh.  conte  Agostino  Sa- 
gredo  ne'  suoi  pregevoli  Stiu/ii  storici 
sulle  Consorterie  dell'Arti  edificatorie 
in  Venezia,  con  queste  parole:  «  I  bam- 
bini, gli  adolescenti,  pronunziano  frasi  e 
voci,  che  in  priticipio  non  intendono,  ma 
intanto  cominciano  ad  insudiciare  quel- 
l'anime vergini  con  macchie,  segno  pre- 
cursore di  futura  gangrena.  E  nessuno  ci 
bada,  e  l'esempio  non  di  rado  viene  da' 
genitori.  E  pur  troppo  dobbiamo  con- 
fessare che  pessiuìo  esempio  e  assai  fre- 
quente di  codesta  bruttura,  a'garzoni,  lo 
danno  i  padroni  delle  botteghe,  i  lavo- 
ranti, e  al  parlare  laido,  all'ingiurie  sca- 
raventate specialmente  alla  madre  del 
garzone,  irosamente,  non  di  rado  si  ag- 
giùngono le  busse.  E  quel  parlare  e  be- 
stemmiare i  putti  ripetono  per  le  vie,  ne' 
giuochi  :  parlare  e  bestemmiareèora  con- 
tinuo. Triste  verità,  semente  di  mali  fu- 
turi, che  non  può  negarsi  che  vorrebbe 
rimedii  edicaci.  Ed  è  per  ciò  che  sareb- 
be desiderabile  sieno  per  crescere  gli  asi- 
li d'infanzia  ;  per  codesto  ch'è  desidera- 
bile che  presto  le  beneficenze  larghissi- 
me di  Giambattista  Sceriman  concedano 
che  nell'interno  dell*  istituto  Manin  sia- 
no educati  i  fanciulli  ricovrati,  anziché 
sparpagliali  per  le  botteghe,  nelle  qua- 
li, quand'anche  da  padroni  buoni  e  ca- 
l'italevoliaou  abbiano  tuali  esemplali  bua- 


264  V  E  N 

Ilo  da  allri  ".  E  il  voto  (.lell'illuslre  e  vir 
tuoso  veneziano  ebbe  adeai  pi  meato,  an- 
co con  restaurazione  e  impurlanlissima 
riforma  dell'  istituto  Manin,  che  reche- 
rà col  tempo  notabilissimo  miglioramen- 
to nelle  classi  artigiane.  Quella  Provvi- 
denza che  non  suole  lasciare  a  mezzo  le 
opere  proprie,  nell'insuflicienza  ni  gran- 
d'uopo  dell'  importante  lascilo  Manin, 
non  solo  condì&t,to  aveva  diverse  anime 
caritatevoli  si  a  donar  capitali  a  queil'i- 
slilulo  (ed  alla  commmissione  di  pubbli- 
ca beneficenza,  per  la  quale  tali  furono  i 
generosi  principe  Andrea  Erizzo,  nobile 
Matteo  Zambelli,  conte  Francesco  Calbo 
Crolla,  conte  Antonio  Giovauelli,  con- 
te Giuseppe  Boldù,  avv.  Pietro  Gaspari, 
conte  Giambattista  Sceriman,  avv.  Car- 
lo Martinelli.  E  si  sa  che  eguali  dispo- 
sizioni beueliche  hanno  disposte  a  favo- 
re dell'  istituto  Manin,  il  conte  Pietro 
Giovanelli,  il  cav.  JNicolò  Vendramio 
Calergi,  e  il  conte  Nicolò  Priuli.  Cosi  per 
questi  esimii  benefattori  in  vantaggio  de' 
poveii,  in  pochi  anni,  hanno  assegnato 
un  capitale  di  lire  389,738;  cioè  alla 
pubblica  beneficenza  325,338,  all' isti- 
tuto Manin  64,4oo)  come  a  dichiarar- 
selo erede,  ma  ispirava  nel  conte  Giam- 
battista Sceri  man,  vice-presidente  della 
commissione  generale  di  pubblica  bene- 
ficenza, un  di  que'magnidci  pensieri  pe' 
quali  illustravasi  la  di  lui  famiglia  quan- 
do, dalla  Persia  ove  avea  stanza,  abbrac- 
ciava co'suoi  ampii  commerci  Asia  e  Eu- 
ropa (i  fasti  della  quale, di  religione,  d'o- 
pulenza e  di  onorificenza  sono  dichiarati 
in  una  nota  illustrativa,  il  conte  avendo- 
ne scritto  Rlemoric  per  uso  del  cav.  Ci- 
cogna nell'immortale  sua  opera  òeWIii- 
scrizioni  f  cneziane).  Poiché  acquistava 
egli  coir  esborso  di  3o  mila  lire  austria- 
che il  vasto  e  nobile  fabbricato,  conosciu- 
to sotto  il  nome  di  Palazzo  di  Spagna, 
essendosi  edificalo  da  un  ambasciatore 
di  quella  corona  in  Venezia,  e  ne  fece 
dono  all' istituto  Manin;  ne  intraprese 
toslu  il  grandioso  ristauro,  inlerameule 


VE  N 

disposto  a  impiegarvi  una  somma  dop. 
pia  di  quella  (per  sì  belle  azioni  il  con- 
te Giambattista  venne  dal  munifico  so- 
vra no  ri  meri  lato  col  cavalierato  di  3."\'las- 
se  dell'ordine  imperiale  della  Corona 
ferrea),  e  con  teslamenlo  7  giugno  1 8 5o, 
anteriore  cioè  a  quell'acquisto,  avea  giù 
legala  all'isUtulo  stesso  tale  sostanza,  da 
cui  forse  8  volte  si  accresce  la  beneficen- 
za del  doge  Manin  ;  imperocché  dal  cal- 
colo il  più  moderato  essa  risulta  del  val- 
sente di  circa  un  milione  di  lire  austria- 
che, il  quale,  in  seguilo  alle  migliorie  e 
agli  appuramenli  di  cui  quella  sostanza 
è  suscettibile,  polrà  fors'anoo  aunietilar- 
si  della  metà  di  tanto.  Così  l' istituto  a 
cui  serviva  di  nucleo  e  radice  il  legato 
del  benemerito  doge,  e  che  progressiva- 
mente impingua  vasi  di  ben  45  fondazio- 
ni di  piazze,  disposte  da  leslatori,  o  da 
altre  pie  persone  in  vita,  oltre  che  pro- 
venienti dall'eredità  di  Elena  dall'Ostia, 
e  del  ctinsigliere  Giuseppe  Tosetti,  dan- 
ti, quella  il  valore  di  4  piazze,  questa  di 
io;  raggiunge  ormai,  per  la cos[)icua  ag- 
giunta del  legato  Sceriman,  la  ragguar- 
devole capitale  importanza  depurala  di, 
più  che  un  milione  e  3oq,ooo  lire  au- 
striache, aumentabile  per  le  indicate  pro- 
babilità a  quella  di  più  che  1,600,000; 
lire.  Intanto  neli856  manlenevansi  nel* 
r  istituto  44  fanciulli,  de'  quali  4  '»"'> 
campagna,  e  i  i  fanciulle  negli  ospizi  pri- 
vali. Per  la  riferita  felicità  di  condizio-, 
ni,  potè  la  commissione  generale  di  pub- 
blica beneficenza  condurre  a  perfetto  a- 
daltamento  il  locale  ricevuto  in  dono,  pei' 
modo,  che  negato  ogni  tributo  all'odier- 
na fatalissima  prevalenza  del  lu«so,  in« 
compatibile  affatto  collo  scopo  dell'edu- 
cazione, colla  semplice  vita  degli  educa-| 
tori  e  coll'origine  0  destino  degli  educa- 
ti, nulla  avesse  a  mancarvi  di  ciò  cbe^ 
vuoisi  dalle  comodità  più  essenziali,  dal- 
la decenza,  dall'opportuno  usodelle  scuo- 
le, e  dal  la  prontezza  ed  economia  del  ser-j 
vigio.  Il  conte  Fortunato  tutte  ne  descri-j 
ve  le  principiali  parli,  che  aell'ampia  sala 


V  EN 

del  piano  uol/ile,  su  d'un  torso  di  colon- 
na, li  busto  (iiiiruioreo  del  suo  consan- 
i^uineo  conte  Giainballìsta  renderà  o- 
^iior  presente  la  memoria  di  sua  beae- 
iicenzn,  mentre  alia  ricouocenza  de'  po- 
ileri  sarà  pur  segno  costante  la  viva  im- 
magine del  serenissimo  Manin  fondato- 
le, nobile  e  non  recente  dono  di  gentile 
eil  esperta  mano.  Vide  pertanto  ormai 
attuarsi  quel  radicale  provvedimento 
sulla  necessità  del  quale  più  volte  avea 
peroralo  col  suo  benemerito  congiunto, 
iillevaudo  i  Hgli  del  popolo  fra  quelle 
domestiche  pareli,  e  togliendoli  da  quel- 
le centine  di  vizii  che  kono  divenute  le 
strade  e  le  botteghe;  ed  ancora  quell'al- 
tro santissimo  d'unidarue  l'educazione  a' 
ligii  celebratissimi  del  santo  veneto  E- 
niiliani.  Questo  si  fece  con  solenne  con- 
tralto, in  cui  concedendosi  alla  veneran- 
da congregazione  de'somaschi  tolta  quel- 
la indipendenza  che  alla  dignità  sua  nd- 
dicevasi,  serbavasi  alla  connuissione  del- 
la pubblica  beneficenza  tutta  la  parte 
a  cui  per  quella  responsabilità  che  le  in- 
combe non  le  era  perujesso  rinunziare. 
Si  compilò  quindi  un  novello  Regola- 
mento a' IO  giugno  i856,  e  di  questo  e 
delle  disposizioni  più  interessanti,  e  del 
riferito  contratto,  darò  un  cenno  col  eh. 
co.  Fortunato  Sceriman.  L'  istituto  Ma- 
nin si  divide  in  due  sezioni,  maschile  e 
(culminile.  Sì  per  l'una  che  per  l'altra  si 
ricevono  offerte  di  capitali  producenti 
l'annua  rendita  netta  di  lire  600,  a  fa- 
vore d'un  ricovrando,  concedendone  la 
nomina  all'offerente  ed  a'suoi  successori, 
né  siriGutano  l'oflertedi  sole  lire  2,000, 
perchè  queste  si  porranno  a  frullo  onde 
averne  altre  piazze  dall'unione  de'  fruiti 
accumulali.  Viene  cosi  agevolala  di  tanto 
la  via  alla  carila  cittadina  a  favore  de* 
fanciulli  abbandonali,  ed  assicurato  l'ia- 
Cessante  prosperare  di  questa  bellissima 
creazione.  L'età  de'ricovrandi  star  deve 
fra  gli  anni  8  e  1 2  ;  l'educazione  è  di  6 
anni  pe'maschi,  e  di  8  per  le;  femmine; 
ma  quelli  uou  escono  dall'isiilulo  prima 


V  E  N  265 

de'  16  anni,  né  (pieste  innanzi  a'  18,  e 
ponno  gli  uni  e  l'altre  rimanervi  ancora 
per  speciali  circostanze.  Allorché  devo- 
no uscire,  la  commissione  di  beneficen- 
za procaccia  loro  un  collocamenlo,  trai- 
tenendoveli  finché  l'abbia  procurato.  Si 
accolgono  figli  abbandonati,  appartenen- 
ti a'cataloghi  parrocchiali  de'  poveri,  di 
morale  condotta,  non  mai  puniti  per  in- 
fedeltà o  depravazione  di  costume,  per- 
fettaaieute  sani  del  corpo  e  della  men- 
te, nonché  esenti  da  deformila  o  altri  fi- 
sici difelli  impedienti  l'applicazione  a' 
lavori  che  ncH'  istituto  s'  insegnano.  Se 
|>er  mancanze  specificale  nel  regolamen- 
to alcun  fanciullo  abbia  da  esser  allon- 
tanato, l'isliluto  non  1'  abbandona,  ma 
l'aflìda  a  qualche  altra  istituzione  da  cui 
oll'emenda  de'discoli  si  provvedesse.  La 
direzione  e  1'  amministrazione  inlerna 
dello  stabilimento  perla  sezione  maschi- 
le é  afiidata  a'pp.  Somascìii.  Le  femmi- 
ne sono  collocate  nell'anlico  convento  di 
s.  Sebastiano,  di  cui  nel  §  X,  n.  42,  sot- 
to la  sorveglianza  de!  parroco  di  s.  Gia- 
como dall'  Orio,  ed  in  cura  delle  suore 
Figlie  di  s.  Giuseppe.  Oltre  all'  insegna- 
mento religioso  obbligatorio  così  pe'ma- 
.schi  che  per  le  femmine,  vengono  istrui- 
ti i  prinù  ne'  principii  del  diseguo  e  della 
meccanica  industriale,  o  di  altra  tecnica 
disciplina  che  li  guidi  razionalmente  al 
pratico  perlézionainento  dell'arte  o  me- 
stiere prescelto,  nonché  nel  leggere,  nel- 
lo scrivere  e  nel  conteggiare,  limitata- 
mente però  al  bisogno  d'  un  intelligente 
operaio;  le  femuìine  losono  nel  leggere, 
scrivere  e  conteggiare,  limitatamente  al 
bisogno  della  condizione  a  cui  sono  de- 
stinale; né  quelli  né  queste  ponno  de- 
dicarsi a  studi  diversi  da  quelli  che  in- 
segoansi  nell'  istituto.  I  maschi  ricevono 
l'educazione  artigiana  nell'ofiicine  inter- 
ne per  ora  istituite:  di  fabbroferraio, 
compresoli  torno;  di  falegname  e  ri- 
me;saio,  di  tornitore,  di  sarto  e  calzola- 
io ;  per  le  prime  sino  a'Iavori  più  fini,  e 
per  le  due  ullimecon  riguardo  alla  per- 


266  V  E  N 

fcUibilità  lìell'arfe  ((jiiesle  però  pe'  non 
atti  all'altre),  mirandosi  anzitutto  a  se- 
condare le  loro  inclinazioni  e  disposizioni, 
e  procurando  che  il  genio  naturale  ven- 
ga coadiuvato  e  sviluppato;  ma  non  pon- 
no  attendere  conlemporaneamenle  a  più 
arti  e  mestieri.  Per  una  scuola  di  nuoto, 
vena  provveduto  in  appresso,  siccome 
utile  al  veneziano,  specialmente  per  la 
struttura  della  cillà,e  favorevole  alla  net- 
tezza della  pei  sona.  Le  femmine  appren- 
dono lavori  d'ago  e  di  guccbia  (o  rica- 
mo, lavoro  d'ago),  e  il  disimpegno  delle 
domestiche  faccende.  Aumentandosi  il 
numero  de'masclii, si  procurerà  cosV  au- 
mentare quello  dell'olìicine  ede'labora- 
toi,  come  di  aggiungere  qualche  altra 
scuola,  sia  di  chimica,  sia  di  fisica  indù- 
itiìale.  Quelli  che  non  riescono  nell'arti 
che  s'insegnano,  sono  collocali  presso 
onesti  campagnoli.  Vi  sono  esami  e  pre- 
mi annuali:  questi  consistono  pe'maschi 
in  libretti  d'investita  sulla  cassa  di  rispar- 
mio, e  per  le  femmine  in  medaglie  e  cro- 
ci d' argento.  Le  punizioni  sono  della 
parziale  privazione  del  cibo,  del  giuoco, 
ilei  passeggio  e  simili,  tendenti  a  correg- 
gere e  non  ad  avvilire.  Il  vestilo  è  uni- 
forme e  non  distante  dalla  condizione 
artigiana.  All'uscire  per  compiuta  edu- 
cazione ricevonsi  da'maschi  veneti  duca- 
li 20,  eguali  a  lire  72  :  92  in  edetti  nuo- 
vi di  vestiario  :  e  dalle  femmine  ducati 
simili  5o,  ossianolire  182:  38  in  vesti  o 
denaro,  a  seconda  delle  circostanze.  Si 
ritenne  nel  contralto  che  il  numero  de' 
frtnciulli  maschi  stia  per  ora  nel  «nedio 
de'  5o;  probabilmente  ad  altrettante  po- 
tranno ascendere  le  feramine.  Abbiamo 
pel  ricordato  nuovo  slabilimenlo:  Allo- 
emione  per  il  trasfcrimenlo  nel  palazzo 
Spagna  dell'  Istituto  Manin  -  Sezione 
Maschile,  e  V Inaugurazione  del  busto 
del  conte  Giambattista  Scerinian,  del- 
l'avv.  Giuseppe  Maria  Malvezzi  depu- 
tato della  Commissione  generale  di 
pubblica  beneficenza  in  Fenezia,  diret- 
trice e  anuninislralrice   dell'  /stilalo 


VEN 

medesimo,  Venezia  dalla  tipografia  di 
Pietro  Naratovichi  858, edizione  di  200 
esemplari,  di  cui  fui  graziosamente  ono- 
rato dal  dotto  e  gentile  autore,  e  valga 
questo  a  verace  ringraziamento.  E"  in- 
titolato da  detta  Commissione  all'  A.  !. 
R.  delTarciduca  Ferdinando  Massimilia- 
no Giuseppe,  per  essere  la  medesima  sot- 
to r  alla  sua  protezione,  e  per  gratitu- 
dine per  aver  commesso  il  20  ottobre 
1857  le  proprie  rappresentante  alla  sua 
augusta  sposa  l'arciduchessa  Carlotta. 
L' eloquente  e  benemerito  oratore,  co- 
mincia col  dire:  Questa  è  patria  solen- 
nità. L'apertura  d'un  pubblico  stabili- 
mento, quanluiique  non  destinato  che  a 
conforto  di  quella  sventurata  parte  del- 
l'umanità, che  siede  in  su  gli  ultimi  gra- 
dini della  scala  sociale,  è  sempre  un  av- 
venimento notevole  negli  annoili  del  pae- 
se in  cui  avviene.  Ma  se  l'istituzione  sta 
già  in  amore  de'ciltadini,  ed  essa  si  tra- 
smula per  incontrare  modificazioni  es- 
senziali, r  importanza  dell'  occasione  si 
rende  di  comune  interesse.  Soggiunse  poi: 
L'istituto  Manin  che,  pupilla  dell'occhio 
de' veneziani,  andava  superbo  un  tem- 
po della  protezione  dell'arciduca  Pianie- 
ri  viceré  del  regno  Lombardo- Veneto, 
ed  ora  lo  va  di  quella  del  serenissimo  ar- 
ciduca Ferdinando  Massimiliano,  che  ha 
del  pari  a  governo  questo  regno,  un'era 
novella  comincia  per  esso  ;  era  per  cui 
si  ripromette  conseguire  il  fine  bramato, 
di  essere,  fra  le  isliluzioni  di  pubblica 
beneficenza,  a  ninno  secondo.  Dì  volo 
accennerò  nella  parte  slorica  la  facon- 
da ed  elegante  orazione.  Se  la  storia  noa 
per  anco  pronunziò  giudizio  su  Lodovi- 
co Manin  ultimo  doge,  che  altri  pone 
in  parallelo  con  Luigi  XVI,  certo  è  che 
patria  carità  intelligente  ed  operosa  ne 
infiammò  il  petto  (additandone  relligie 
pendente  dalle  pareti),  e  lo  dimostrò 
col  testamento,  ch'è  lo  specchio  rivela- 
tore de'  costuniid'un  uomo,  per  senten- 
za di  Plinio.  Egli  con  esso  provvide  alla 
massima  Ila  le  sventure,  al  sollievo  cioè 


V  E  N  V  E  N  a67 
degli  alienali  di  mente,  ed  a  favore  de'  dreagrancancellieredellarepubblica.clie 
ragazzi  e  ragazze  alibandonali,  con  le-  nel  1478  dispose  fra*  legali  pii,  doversi 
gate  di  ceiilomiia  ducati.  Fu  però  lui-  vestire  di  lutto  punto  perle  feste  d'ogni 
to  assegnalo  al  manicomio  di  s.  Servolo,  k.  Natale,  12  poveri  della  contrada  di  s. 
Ma  istituita  il  i.°  dicembre i8i6la  Coni-  Geremia)  non  per  resilienza  della  sua 
missione  generale  di  pubblica  benefìcen-  ambasciata,  ma  per  uso  di  sua  fimiglia. 
za,  colla  didicile  n)issione  di  provvedere  Mentre  si  restaurava  e  riduceva  l'ampio 
(ulti  i  poveri  di  Venezia,  invalidi  o  im-  paIa?.zo  per  casa  di  tecnica  istruzione, 
potenti  a  piucm'arsi  il  sostentamento,  mori  il  generoso  donatore,  il  quale  no- 
reclaniò  i  capitali  destinati  a  vantaggio  bilissimo  emulo  del  fondatore  Manin,  Ha 
deVagazzi  e  ragazze  abbandonati,  per  da' 7  giugno  1  85o,  con  testamento  pub* 
mantenerli  e  educarli,  e  gli  ottenne  a'24  b'icato  a' 1  3  gennaio  i8i4)  lasciò  all' i- 
«eltembree  23  ottobre  1829,  onde  pre-  stitulo  l'annua  rendita  netta  di  circa 
sto  fu  in  grado  d' erigere  r/.»;//»/o  il/rt-  5o,ooo  lire  austriacbe,  ossia  gli  atlri-' 
nìn.  L'  inaugurò  il  patriarca  C'udinale  bui  quella  ragguardevole  porzione  di 
Slonico  a' 29  aprile  i833  nella  slorica  sostanze  ereditata  dalla  cugina  d.  Te- 
sala de'  Banchetti,  che  forma  parte  del  resa  Corner  Duodo,  anche  per  seguire 
palazzo  patriarcale;  e  la  breve  schiera  la  primitiva  disposizione  della  legataria, 
de'primi  allievi  d'au)bo  i  sessi  venne  ac-  poi  resa  libera  e  incondizionata  ;  dichia- 
colta  e  ricoverata  in  alcune  sale,  sepa-  rando  ciò  fare  per  riguardare  il  pio  luo- 
rate  e  allestite  all'tmpo,  della  casa  degli  go  il  piìi  utile  fra  gl'istituti  patrii.  A. 
esposti  detta  la  Pietà,  di  cui  più  sopra  questo  punto  i\t\\'  Allocuzìoiìf,  1' avv, 
nel  n.  6,  sotto  l'osservanza  di  apposito  Malvezzi,  nella  stessa  aula  magna  fece 
Hegolamenlo.  Di  venula  la  pia  opera  se-  discoprire  il  busto  condotto  in  marmo 
gno  alla  comune  beneficenza,  sia  per  di  Carrara  dal  prof.  Luigi  Ferrari,  che 
accrescerne  gli  allievi  e  sia  per  appresta-  poggia  su  fusto  di  colonna  di  marmo  gre- 
re  un'appartata  dimora  alla  sezione  ma-  co,  espriujente  il  conte  Sceriman,  dono 
schile,  questa  l'oltenne  nel  1 835  dall'in-  del  pronipote  Felice  de'conti  !\li;ui  fatto 
fiigne  carità  di  Giauibartolomeo  Borei'  nel  1857  e  con  analoga  iscrizione.  li)  qui 
lo  colla  residenza  delia  già  Fraterna  gran-  l'oratore  si  sciolse  in  lodi  del  benefatlo- 
de  o  di  s.  Antonino  soppressa  nel  1807,  re,  dell'edifjzio  e  delle  stabilite  diverso 
falla  a  favore  de'poveri  vergognosi,  on-  scuole,  dirette  dal  Regolamento  io  giu- 
de  r  islilulo  cominciò  a  godere  il  luogo  gno  1837  e  attivato  a'  g  del  successivo 
da'23  novembre  1 836.  Adonta  delle  ri-  settembre;  rilevando  i  beni  che  dall'i- 
forme  óe' Regolamenti,  l' istituzione  a-  stitulo  provenivano  a'fanciulli  derelitti, 
vendo  il  radicale  difetto  di  mandar  gli  afljdali  alle  solerli  cure  de'somaschi,  e 
allievi  ad  apprender  l'arti  e  i  mestieri  laudati  questi  ed  esorlati  quelli  a  lasciar- 
qua  e  là,  il  conte  Giambattista  Sceri-  si  guidare  dalla  Religione  e  dedicarsi  al 
man,  vero  modello  di  pietà  e  di  be-  lavoro;  terminò  con  raccomandare  a 
neficenza,  vi  sopperì  col  magnanimo  ao-  tutti  e  a  Dio,  con  quel  zelo  che  l'infor- 
quislo,  fatto  a'  23  maggio  1 853,  del  pa-  ma  pel  pubblico  bene,  l'islilulo  Manin  e 
lazzo  magnifico  che  nel  secolo  XVIII  la  sezione  femminile  per  l'abbandonate 
ìì  conte  di  Monteallegre  ambasciatore  fanciulle  onde  ridursi  a  corrispondente 
di  Spagna,  edificò  (ove  nel  secolo  XV  stabilimento.  «  E  la  Coraiuissione  gene- 
sorgevii  l'antica  casa  de'  Frigerio,  il  cui  rale  di  pubblica  beneficenza,  che  tanto 
stemma  è  scuUo  sulla  sponda  del  po/zo  si  rallegrò  oggidì  dello  slato  pieno  di 
esistente  nel  cortile  del  palazzo;  della  speranze,  a  cui  le  è  riuscito  di  poter  por- 
qual  famiglia  segietaresca  fu  quell'Ao-  tare  la  fondazione  pe'raaschi,  esulterà  di 


268  YEN 

nuova  e  maggior  gioia,  quando  polrà 
olIVirea  Venezia  un  asilo,altieHantoso(l- 
cliifiicente,  per  quel  sesso  al  quale  appar- 
tiene la  i/etlucazione  dell'unianilà."  Le 
32  noie  (ieW /Jllocitzione  sono  erudite  e 
inleiessiinli.  Vi  sono  le  date  degli  atti.i  ti« 
Ioli  de' /iVgo/rtWf'j//' stampali,  le  date  del- 
le premiazioni,  e  quelle  nelle  quali  uno  de' 
più  eloquenti  e  dotti  scrittori  d'Italia,  il 
patriarca  cardinal  Monico,  recitò  allocu- 
zioni (a'  i5  aprile  i83q,  Sulle  finalità 
ìicccssarie  adiincristiano  ^/rf/er<?,di  mo- 
strando esserne  l'essenziali  prerogative 
l'abdilà,  l'onoratezza  e  la  parsimonia);  ed 
olire  altre  nozioni,  i!  prospetto  nominale 
de'benefattoricliein  vita  o  in  morte  ricor- 
darono l'istituto  ìManin,dali835  al  i854, 
coll'offerla  di  lire  408,877,  oltre  l'acqui- 
sto del  palazzo  di  Spagna,  e  del  magazzi- 
no a  s.  Antonino  della  nobile  Alessandri- 
na SumarokolF-Maruzzi.  Si  dice  cbe  pen- 
de nella  sala  dell'adunanza  il  ritratto  di 
Lodovico  Manin,  figura  intera,  ma  mino- 
re del  naturale,  in  piedi  e  coll'insegne  du- 
cali, opera  e  dono  della  contessa  diThurn. 
E  die  I  12,  Fra  mascliie  femmine,  sono 
gli  allievi  attualmente  mantenuti  ed  e- 
ducati  dall'istituto  Manin,  ma  de'58  ap- 
partenenti alla  sezione  maschile,  non  pon- 
no  esser  accolti  nello  stabilimento,  che 
37  j  io  complesso  poi,  dal  princìpio  della 
fondazione  ad  oggi,  furono  raccolti  585 
individui,  de'quali,  233  a  peso  del  patri- 
monio particolare  dell'istituto  Manin,  e 
352  a  carico  del  fondo  generale  de'pove- 
ri.  Dichiara  lo  Sialo  personale,  l'istitu- 
to Manin  esiste  e  prospera  per  edetlo  del- 
le zelanti  e  indefesse  cure  della  commis- 
sione generale  di  pubblica  benelìcenza, 
e  fruisce  della  prolezione  di  S.  A.  L  R.  il 
serenissimo  arciduca  Ferdinando  Massi- 
miliano, governatore  generale  del  regno 
Lombardo-Veneto.  E'  diviso  in  due  se- 
zioni, una  pe'  maschi  ricoverati  nel  pa- 
lazzo detto  di  Spagna,  aperto  a"'25  otto- 
bre 1857,  ed  adidato  alla  rev.  congrega- 
zione Somasca,  con  iscuole  ed  officine  in» 
teme  ^ev  la  furiuazioue  d'intelligenti  o- 


VEN 

perai  (leggo  nella  Giwllà  Cattolica  del 
21  agosto  I  858,  scriversi  da  V^enezia:  Lo 
stabilimento  fondato  dal  doge  Manin,  e 
arricchito  da  un  milione  e  mezzodì  lire 
austriache  dal  conte  Scerimao,  è  ora 
risorto  in  soli  6  mesi  dacché  i  pp.  Soma- 
sebi  ne  assunsero  il  governo,  dalla  deca- 
denza in  cui  era  venuto;  essi  lo  fecero 
rifiorire  in  guisa  da  formare  Tarn  mira- 
zione  di  quanti  si  recanoa  visitarlo); 
l'altra  delle  femmine,  accolte  al  momen- 
to in  luogo  bensì  apposito  (s.  Sebastiano) 
ma  provvisorio,  ed  istruite  specialmente 
tiel  modo  di  disimpegnare  le  domestiche 
faccende  per  lo  scopo  di  divenire  buone 
servette  e  diligenti  finticelle.  Fanciulli 
ricoverati  in  città  5o,  fuori  22.  Fan- 
ciulle in  città  3o,  fuori  20.  In  lutti  122 
ricoverati. 

1 9.  /^sili  per  l' Infanzia  j-  e  Pia  socie- 
tà della s.  Infanzia.  Apprendo  dMoSta' 
to  personale,  che  n'  esistono  5  nelle  par- 
rocchie di  s.  Gio.  Ballista  in  Bragora,  del- 
l'Angelo Raffaele,  di  s.  Marziale,  di  S.Ste- 
fano e  di  s.  Giacomo  dall'Orio,  capaci  cia- 
scuno dÌ25o  individui, e  conteneiili  scuo- 
le separale  pe'  fanciulli  e  per  le  fanciulle, 
che  vi  si  accolgono  dagli  anni  due  e  mez- 
zo a'quatlro  e  mezzo,  e  si  mantengono  si- 
noall'elà  d'anni  io  compiuti,  ricoveran- 
doli durante  il  giorno,  alimentandoli  ed 
istruendoli  analogamente  alla  loro  tenera 
età  nella  religione,  nelle  cognizioni  ele- 
mentari più  indispensabili,e  ne'iavori  ma- 
teriali adattati  al  loro  sesso.  Uno  de'  be- 
nefìzi degli  asili  infantili  è  quello  di  con- 
cedere libertà  alle  povere  madri  di  pro- 
curarsi un  giornaliero  guadagno  fuori  del 
proprio  letto,  dal  che  ne  viene  minorala 
la  povertà.  Che  se  il  lavoro  delle  madri 
minora  la  povertà,  viemmaggiormente 
può  minorarla  il  lavoro  de'  fanciulli  abi- 
tuati già  negli  asili  al  giornaliero  opera- 
re. Itegli  asili  infantili,  inclusivamcnte  a 
questi  di  Venezia,  e  dando  contezza  pure 
del  Discorso  de!  benemerito  conte  Friu- 
li, parlai  in  più  lunghi  e  precipuamente 
ne'vol.  LXII,  p.  245,  LXilLp-  65  e  seg., 


VE  N 

LXXVn,p.i5o.  Leggo  negli  Annali  (ìel- 
leProvitice  Fende  ilei  cav.  Mulinelli, die 
ne'piimi  giorni  dell'aprile  i836,  Treviso 
fregiata  del  merito,  fra  le  città  dì  dette 
Provincie,  di  aver  mutata  per  la  t .'  in  A- 
leneo  la  propria  accademia,  al  modo  rife- 
rito nel  §  Vili,  n.  23,  parimenti  per  i/ 
nelle  medesime  invitava  la  pubblica  nt* 
tenzione  ad  una  nuova  opera  di  carità  e- 
vangelica;  poiché  sorlo  il  pensiero  nobilis- 
simo dal  seno  del  di  lei  stesso  Ateneo,  uti- 
le trovavasi,  dietro  gli  esempi  dati  dalla 
Scozia^  dalla  Francia,  dalla  Germania,  e 
da  multe  città  pure  della  nostra  Italia,  di 
l'accorre  in  unastanza,detloy^y/VoOi'f»o- 
In  (li  carila  per  la  infanzia,  tutti  que'lì- 
gliuolelti  del  povero  che  vedevansi  vaga- 
bondare nelle  pubbliche  vie,o  perinterle- 
nersi  in  giuochi,  o  per  azzuffarsi  operbat» 
tersi,  o  per  insultare  il  passeggiero,  o  per 
chiedergli  limosina,  e  poi  gettarla  al  giuo- 
co, radicandosi  intanto  un  ozio  funesta- 
mente operosa  in  quell'inerte  pauperi- 
smo, dal  quale  a  mano  a  mano  di  consue- 
to sogliono  scaturire  e  i  litigi  e  le  rube- 
rie, e  le  frodi  e  tanti  altri  eccessi  e  lauti 
altri  delitti.  Meditava  Treviso  sopra  l'u- 
tilità dell'  istituzione,  e  sopra  i  mezzi  ac- 
conci per  mandarla  sollecitamente  e  felice- 
mente ad  elFetlo,  egià  Venezia,  nella  con- 
vinzione che  le  scuole  infantili  dovessero 
procurare  una  ben  intesa  educazione  mo- 
rale ,  fisica  ed  intellettuale  a' giovanetti 
del  popolo,  e  ne  dovessero  migliorare  i  co- 
stumi e  la  salute,  apriva  per  le  sollecitu- 
dini di  benemerita  commissione,  gover- 
nala con  un  amore  e  una  sollecitudine 
indicibili  dall'operosissimo  barone  Carlo 
Pascolini,nel  novembre  delloslessoi836, 
presso  l'ospedale  de'lrovalelli  detto  della 
Pietà,  una  i.*  scuola  infantile,  e  già  un 
pietoso  sacerdote  donava  a  benefizio  del- 
la novella  istituzione  la  somma  di  3ooo 
lire.  Veduto  il  gran  frutto  ritrattosi  da 
quella I.'  scuola,  accresciutesi  le  largizio- 
ni de'ciltadini,  altre  subito  appresso  se 
ne  istituirono,  esempio  imitato  con  no- 
bilissinia  gara  da  alcune  città  delle  prò- 


V  E  N  2G9 

vlncie.  Nel  seguente  anno  fu  pidiblicalo 
dal  cav.  ab.  Ferrante  Aporli  di  Cremo- 
na l'opuscolo:  Cenni  sull'indole  propria 
delle  seiiole  infantili  di  carità  e  sul  loro 
scopo,  Venezia  tipografìa  di  G.  B.  Merlo 
1837.  E  neh 838  ivi  co'lipi  del  Gondo- 
liere fu  stampalo:  Esposizione  dell'  an- 
damento degli  y4  si  li  di  carità  per  l'in  fan- 
zia  in  Venezia.  Nel  seguente  poi  abbia- 
mo il  ricordalo  eruditissimo  Discorso  su' 
gli  Asili  infantili  e  sulla  loro  ulilitàpar- 
ticolarmenle  in  Venezia,  del  conte  Nico- 
lo  Friuli j  letto  nella  pubblica  sessione 
tenutasi  li\6  giugno  1 839  in  sala  del  se- 
nato nel  palazzo  ducale,  con  annotazio- 
ni, Venezia  dalla  tipografia  di  Francesco 
Aridreolai84o.  Avendo  assunto  il  titolo 
di  protettore  degli  asili  infantili  di  Vene- 
zia il  serenissimo  arciduca  Ranieri  vice- 
rè  del  regno  Lombardo- Veneto,  a  lui 
l'intitolò  il  eh.  autore.  Dopo  il  riferito  e 
il  rammentato,  di  questo  pregevolissimo 
Discorso,  òthho  limitarmi  appena  ad  un 
semplice  cenno,  delle  due  parti  in  cui  è 
diviso,  cominciando  dalla  i.'  Là  difesa 
dell'  onor  nazionale  delta  nostra  cele- 
berrima e  nobilissima  Italia,  giustamen- 
te indusse  l'autore  a  premettere  nozioni 
snll'oi'igine  delle  scuole  o  asili  inlanlilì. 
L'Inghilterra  o  meglio  la  Scozia  la  vuo- 
le sua,  per  onorare  ai."  fondatore  l'acat- 
tolico sir  lioberto  Owen  proprietario 
d'un  grande  stabilimento  di  filali  in  co- 
tone a  New-Lauarck  sul  margine  della 
Clida  in  iscozia,  che  neh  8  16  in  ampia 
sala  raccolse  tutti  i  fanciulli  degli  operai 
quotidiani  di  sue  fabbriche.  La  Francia 
anche  in  quest'opera  di  carità  vuole  la 
I. Spalma,  con  vantare  Gio.  Fedeiico 
Oberlin  ,  zelante  spirituale  pastore  ele- 
rodosso  di  Bande-Ia-Roche,  piccolo  luo- 
go d'Alsazia;  imperocché  sin  dal  1770  in- 
trodusse nella  sua  parrocchia  le  scuole 
da  lavoro  pe'giovani  d'ambo  i  sessi,  i  qua- 
li ivi  ricevevano  nudrimento,  istruzione 
religiosa  e  morale,  ed  i  primi  elementi 
d'un  mestiere.  »  Ma  l'Italia,  con  vero  lìi- 
lillo,  riou  vuole  iiuunziare  la  gloria  alla 


270  V  E  N 

I."  islitiizìone  dovuta.  Il  nazionale  orgo- 
glio la  litoglie  al  britanno  ed   al  gallo,  e 
lo  spirito  religioso  ne  spoglia  la  conili- 
nione  Pro/cs/fl///c, ed  accenna  peri,"  isti- 
tutore s.GiuseppediCalasanzio,  fondato- 
re della  benemerentissima  congregazione 
delle  Scuole  Pie  (A.).  Che  se  all'iberico 
suolo  dovette  il  santo  i  natali,   fa   nella 
capitale  del  cattolico  mondo  e  nel  secolo 
XV I,  e  precisamente  nel  1 5g7,  ch'egli  a- 
perse  lai."  scuoia  infantile.  Ivi  raccoglie- 
va la  povera  gioveulìi,  ivi  la  istruiva,  ivi 
la  alimentava  ,  ed  al  cader  del  sole  la 
rimandava  alle  domestiche  mura.  Cosi 
scorresse  facile  dal  mio  labbro  una  ro- 
busta eloquenza  ,  né  mi   trovassi   circo- 
scritto nel  dire  a  brevi  confini,  come   io 
potrei  provarvi,  che  1'  Italia  fu  la  i.     a 
soccorrere  ed  allevare  il  figlio  del  Pok'C- 
ro  (f^.),  e  che  le  prime  scuole  istituite 
dal  Calasanzio  eran  sorelle  per  ogni  con- 
to olle  nostre".  Questo  argomento,  dice 
il  conte  Friuli,  fu  già  valorosamente  trat- 
talo da  veronese  penna  sacerdotale,  con 
l'orazione  di  d.  Gio.  Battista   Zecchini: 
Nella  festa  di  s.  Giuseppe  Calasanzio 
calibrata  Vanno  1 838  nella  chiesa  par- 
rocchiale eli  s.  Eufemia  in  Verona,  ivi 
1839,  tipografia  Libanti.   Passa   quimli 
l'oratore  a  rilevare  i  vantaggi  e  l'utilità 
che  debbono  derivare  dalla   nuova  isti- 
tuzione; ed  insieme  a  ricordare  gli  sca- 
piti e  i  dannij  che  dalla  domestica  edu- 
cazione del   popolo  sogliono  provenire. 
Divise  in  3  classi  le  madri  della  nume- 
rosa famiglia  del  povero  e  del  meschino 
artigiano.  Pone  nella   i."  le  poche,  che  a 
disonore  dell'  umanità  ,  più  somiglianti 
al  bruto  che  all' essere  ragionevole,  ab- 
bandonano i  loro  figli,  cessata  appena  la 
necessità  di    nutrirli  coli'  alimento  del 
proprio  petto.  Pone  nella  2."  quelle  sven- 
turate^ cui  la  necessità  e  il  bisogno  sforza- 
no ad  abbandonarli  [)er  lunghe  ore,  a  fi- 
ne di  procacciare  il  giornaliero  villo  a  se 
slesse  ed  a'  loro  figli.  Comprende  nella 
3."  quelle,  che  attendendo  alle  domesti- 
che faccende  pouno  però  occuparsi  nella 


VEN 

I.»  educazione  di  lor  prole.  Quindi  esa« 
mina  la  base  di  questi  nuovi  slabiliraen* 
li,  che  quasi  chiama  di  religiosa  e  mora- 
le agricoltura,  cioè  l'atuore  di  fratellevo- 
le  società  comandato  da  Dio.  Discende 
poscia  ad  esaminarne  lo  scopo  ,  l' istru- 
zione ,  i  metodi  per  conseguirlo;  impu- 
gnando le  declamazioni   pel  ritorno   ve-* 
spertino  dell'infanzia  ne'  propri   letti  ,  e 
come  la  carità  veneziana  portò  l'amoro- 
se sue  cure  oltre   l'epoca  della   perma- 
nenza negli  asili,  estendendo   una  qual- 
che vigilanza  al  di  là  dell'uscita  dall'asi' 
lo  infantile;  e  quanto  generosamente  cou- 
lribu\  per  la  loro  stabde  esistenza,  se-*! 
guendo  l'esempio  del  conte  Giuseppe  Bol- 
dù  già  podestà  di  Venezia,  che  ne  au- 
mentò il  patrimonio,  il  quale  nel  1887  e 
neh  838  era  (|uale  si  produce  ne'bilanci 
consuntivi  e  nello  stato  patrimoniale.  Né 
meno  importante  e  faconda  è  la  parte, 
2.°,  massime  per  la  storia  urbana  di  Ve* 
nezia  sulla  pubblica  carità  e  le  questuej 
Per  la  deplorabile  legge  de'20  settembre 
1767,  il  maggior  consiglio  [ìroib"!  a'seco 
lari  disporre  de'  loro  beni  a  beneficio  di 
qualuiHjue  religiosa  comunità  regolare 
ma  la  curila  veneta  e  specialmente  la  pa 
Irizia  ,   non    polendo  frenar  gli  stiiuol 
d'una  quasi  innata  pia  beneficenza,  pro- 
digò gran  parte  de'suoi  tesori  a  soccorso 
della  povertà.  Tacendo  il  disserente  141 
generose  annue  distribuzioni  di  denaro|| 
di  vettovaglie,  di  combustibili  nelle  ricor- 
renze delle  feste  di  Natale  e  Pasqua,  lar- 
gite da'privati  e  dalle  comunità  religiose 
de'due  sessi;  tacendo  il  beneficio  di  tanti 
privati   ospizi  istituiti  ad  asilo  della  mi- 
seria, ricorda  che  la  sola  fraterna  grande 
de'poveri  vergognosi  di  s.  Antonino  mi- 
nistrava gratuitamente  medicinali  a  tul- 
li gl'indigenti  della  città,  che  pe'gravissi- 
mi  abusi  introdotti  si  presero  rigorose  i 
provvidenze  nel  1790;  accenna  solamen- 
te, che  il  patrimonio  di  questa  e  dell'al-l 
Ire  69  fraterne  parrocchiali  ammontava 
all'immenso  capitale  di  circa  quattordici 
milioni  di  lire  veuete.  Ma  la  generosilà 


VEN 
(leir elemosina  bene  spesso  non  essendo 
rugiada  che  inori  la  vera  miseria,  e  in- 
vece una  pioggiii  che  rie  sprigiona  più 
fecondo  il  germoglio,  la  povertà  eiasi  ri- 
dona a  mestiere  (i  figgi-falica  e  mendi- 
canti sani,  Giustiniano  1  li  chiamò  peso 
della  terra],  e  quindi  ora  vestiva  cenci 
non  suoi  ,  ora  allorniavasi  di  prole  al- 
trui, ora  mentiva  piaghe  e  infermità,  ed 
ora  accarezzava  le  vere.  JNelle  strade,  nel- 
le piazze  e  persino  iselle  chiese  strappava 
dalla  cittadina  carità  tale. copia  di  limo- 
sine,  che  bene  spesso  vinceva  hi  niri ita- 
la mercede  del  più  indnslre  e  diligente 
artigiano.  La  fraterna  di  s.  Basso,  ricca 
dì  niezzi,  scarsa  di  poveri,  poteva  somn)i. 
nistrare  talora  a  più  d'un  individuo  de- 
scritto nel  suo  breve  catalogo  un  giorna- 
liero soccorso  di  due  lire  venete,  anzi  ad 
altio  per  lungo  periodo  1 6  per  settimana, 
e  a  degrinferroicci  20  settimanali.  1  pove- 
ri che  contornavano  i  marmorei  pili  del- 
l'acqua  santa  nella  basilica  di  s.  Marco, 
fruivano  almeno  quotidiane  lire  8.  Spet- 
tava ai  dogi  la  concessioiie  d'aocallare  in 
quel  tempio,  anche  poveri  ciechi.  La  tol- 
leranzaoconcessioneescltisiva  della  que- 
stua in  certi  luoghi,  giungeva  a  formare 
nn  capitale  di  varie  migliaia  di  lire.  Una 
giovinetta  costituì  quasi  in  dote  al  suo 
sposo  la  concessione  di  questuare  dopo 
la  I.*  ora  di  notte  fìnu  alle  3  a  pie  del 
ponte  della  Canonica,  e  ne  venne  calco- 
lato il  provento  in  venete  lire  12  per  vol- 
ta. 1  luoghi  principali  ne'  quali  o  si  per- 
metteva 0  si  tollerava  una  questua  esclu- 
siva erano  il  ponte  della  Pietà,  quello  di 
Cà  di  Dio  sulla  riva  degli  Schiavoni,  di 
llivoalto,  de'Pignoli  a  s.  Salvatore,  di  Ca- 
nonica a  s.  Marco,  l'atrio  di  questa  basili- 
ca e  sotto  l'arcate  cslernedella  medesima. 
Il  ponte  della  Canonica  era  uno  de'  più 
prohcui  pe'quesluanti,  peresser  l'appro- 
do vicino  al  palazzo  ducale  residenza  del- 
le principali  magistrature,  e  presso  al  più 
frequentato  quartiere  della  città  ,  accor- 
rendovi gran  numero  di  gondole  parli- 
colarmeule  de'  patrizi.  I  questuami  ap- 


VEN  27  e 

pena  figuravano  ne'cataloghi  de' poveri 
(Ielle  fraterne  parrocchiali.  Nel  I  787  dal 
Pinelli  tipografo  ducale  fu  impresso:  Il 
Capitolare  per  le  Fraterne  dei  poveri 
stampato  e  pubblicato  per  online  del 
Magistrato  alla  Sanità.  In  esso  si  divi- 
dono  gl'infermi,  impolenti,  vergognosi, 
poveri  artisti  meritevoli  di  soccorso,  i 
r|uestuanti  per  lume.  Sono  esclusi  dalle 
beneficenze  delle  fraterne  gli  afllttaletti, 
i  questuanti,  e  que'  che  non  avendo  mai 
«'sercitato  mestiere,  non  potevano  esser 
r-ompresi  nella  categoria  di  poveri  arti- 
sti, masi  riguardavano  come  miseri  ozio- 
si, immeiitevoli  d'assistenza.  Conseguen- 
ze fatali  e  inevitabili  della  carità  largita 
ad  una  simulata  n)iseria,o  troppo  gene- 
rosamente accordata  alla  vera,  erano  la 
perdita  del  decoro,  l'odio  al  travaglio,rab- 
bandonoall'ozio,  e  quindi  alla  crapula  e 
«1  vizio.  Introdotti  parecchi  abusi  nella 
libertà  del  questuare  negli  estremi  anni 
(iella  repubblica  ,  il  governo  richiamò 
sovente  le  provvide  leggi  anteriormente 
emanale,  e  ne  fornisce  prova  ridlima7Vr. 
minazioiie  del  magistrato  allaSanità, a 
cui  era  addetta  la  sorveglianza  sulla  que- 
stua, in  data  de'7  gitiguo  lyq^.Dì  que- 
ste leggi  il  conte  Friuli  ne  riporta  un 
bel  numero  dal  i5o5  in  poi,  con  altre  di- 
sposizioni da  cui  si  vede  (pianto  al  gover- 
no sta  va  a  cuore  la  causa  de'poveri,pe'qua- 
li  emanò  mirabili  provvidenze.  I  bandi 
della  questua,  se  non  la  vinsero,  almeno 
ne  frenarono  i  gravi  disordini;  e  tali  si 
rinnovarono  nel  r  798,  nel  1 800,  nel  1 8  i  i 
e  nel  1817  per  l'istiluita  commissione  di 
pubblica  beneficenza  che  la  sorveglia,  e 
con  una  mano  respinge  il  povero  simula- 
to, e  coll'altra  soccorre  il  vero,  dirigend  1 
la  carila  cittadina.»  Ma  questo  salutare 
provvedimento,  quaiilini(|uesoccorso  dal 
braccio  della  pubblica  autorità,  opponen- 
dosi al  grave  scandalo  del  furto  commes- 
so contro  la  povertà  da  una  finta  mise- 
ria, non  può  giimgere  ad  impedire,  che 
talora  si  eserciti  clandestinamente,  o  nel- 
le sliade  remote,  o  ueiroscurità  delle  te- 


2-2  V  E  N 

neljie.o  nella  divozione  de' templi.  Per 
sopprinieilo,  per  distruggerlo,  per  estir- 
pai lo  biiogna  svellere  la  radice,  bisoi-na 
impedirne  il  i."  germe,  ed  eccovi  uno  de' 
beneficii  maggiori  de'nostri  asili.  Raccol- 
ta la  povera  gioventù  in  questi  ritrovi  di 
carità  si  abitua  giornalmente  al  lavoro, 
e  poco  a  poco  ne  conosce  l'importanza  e 
la  necessità  ...  La  carità  veneziana  colla 
istituzione  de'nuovi  asili  prepara  al  com- 
mercio e  all'industria  braccia  onorate  e 
•valenti".  In  queste  poche  parole  v'inne- 
stai alcun  che  dell'eruditissime  28  anno- 
tazioni, nell'idtima  delie  quali  è  rimar- 
chevole quanto  dicesi  sulTorigine  degli 
asili  infijntili.  Si  dice  che  la  i  ."*  mossa  a 
raccogliere  e  istruire  in  Venezia  i  fan- 
ciulli del  povero  negli  asili  infantili,  ad 
imitazione  della  città  di  Cremona,  dove 
l'ab.  Aporti  fu  il  i.°  a  dischiuderli  nel  re- 
gno Lombardo- Veneto,  derivò  dal  patrio 
interessedel  nobile  veneto  conte  cav.  Ven» 
ceslao  JMartinengo  in  allora  assessore  mu- 
nicipale e  poi  deputato  provinciale.  Le  di 
lui  piemure  vennero  secondate  dalla  ce- 
sarea regia  delegazione  e  dall'eccelso  go- 
verno ,  dietro  a  che  fu  nominala  una 
commissione  per  attuare  anche  in  Ve- 
ntzia  i  suddetti  istituti,  e  ne  fece  patte 
anche  il  lodalo  conte  Martinengo.  La 
commissione  compilò  il  Regolamento  per 
le  scuole  infardili  di  Carila  in  l'enezia, 
pubblicato  a' 5  settembre  1834  co' tipi 
dell'Andrcola.  Leggo  nel  Giornale  di  Ro- 
tila del  1853  a  p.  146,  in  data  di  Venezia 
I  o  febbraio.  Volge  ormai  il  i6,°  anno,  da 
che  Venezia,  modello  di  pietà  e  di  benefi- 
cenza, tiene  raccolti  in  5  diversi  locali  un 
migliaio  di  bamboli,  sui  quali  non  può,  e 
l;'l  volta  pur  troppo  non  sa  o  non  vuole  la 
materna  sollecitudine  praticare  i  propri 
amorosi  doveri,  con  grave  danno  della  so- 
cietà, e  con  disdoro  del  nome  veneziano. 
Sono  questi  gli  asili  infantili,  che  è  a  dire 
il  supplemento  materno,  i  quali  prospe- 
rano mercè  le  spontanee  largizioni  di 
que'saggi,  che  veggono  in  essi  la  sociale 
riunovazioBe.  La  lotterìa  del  1846  a  fa- 


V  E  N 
vore  di  questi  asili,  nella  quale  i  tanti  e 
ricchi  doni  fiuono parlanti  testitnonianze 
dell'amore  e  della  persuasione  verso  que- 
sti pii  istituti, recò  non  lieve  sussidio  alle 
loro  bisogne;  e  molti  di  essi,  rimasti  non 
graziati,  voglionsi  esitare  a  soccorso  del- 
l'anno corrente.  Pertanto  notificò  la  Co^/i- 
viissione  direttrice  ed  animinìstralrice 
degli  Asili  di  carità  per  l'infanzia,  e  per 
essa  il  presidente  conte  Nicolò  Priuli  sul- 
lodato,  previo  il  superiore  permesso,  che 
avrebbe  tenuto  nelle  sale  del  casino  A- 
poi  lineo  un'asta  per  la  vendita  di  essi 
doni,  altri  de'quali  erano  in  argento,  in 
porcellana,  in  dipinti,  in  cristalli ,  in  ri- 
cami, in  libri,  in  tessuti. «Buoni  venezia- 
ni duemila  braccia  innocenti  rivolte  al 
cielo,  e  mille  balbettanti  lingue  implo- 
rano per  voi  benedizioni,  e  per  essi  pa- 
ne ".   —  Come  nel  voi.  LXIII,  p.  69, 
avvertii,  che  gli  asili   infantili  non  van- 
no confusi  col  santo  istituto  della  Santa 
Infanzia  pel  battesimo  e  raccoglimento 
in  asili  de'bambini  cinesi,  de'quali  trat- 
tai a  p.  125,  e  riparlai  nel  voi.  LXXXI, 
p.i34,  qui  fo  altrettanto.  Imperocché  an- 
co in  Venezia  esiste  la  benefica  istitu- 
zione. Trovo  nello  Slato  personale,  che 
appartiene  alla  cancelleria  patriarcale  il 
consiglio  di  direzione  della  Pia  Società 
della  Sagra  Infanzia.  Tal  pia  società  fu 
costituita  con  patriarcale  decreto  di  mg. 
Multi  20  dicembre  1854,  ed  ha  per  isco- 
pò  di  salvare,  mediante  le  liraosine  e  le 
preghiere  degli  associati  (che  sono  spe- 
cialmente bambini  e  giovanetti),  la  vita 
temporale  ed  eterna  di  milioni  di  bam- 
bini nelle  vastissime  regioni  della  Cina  e 
de'  vicini  regni.  Si  costituisce  il  consiglio 
di  direzione  del  presidente  generale,  del 
tesoriere  generale,  di  6  consiglieri   metà 
ecclesiastici  e  mela  nobili  laici,  del  segre- 
tario, del  vice-segretario,  dell'assistente. 
I  parrochi  in  ogni  parrocchia  sono  i  na- 
turali promotori  dell'opera,  e  di  concer- 
to con  essi  in  ogni   parrocchia  il  consi- 
glio stabilisce  un  tesoriere  parrocchiale, 
possibilooeute  ecclesiast  co,  il  quale  rac- 


VEN 

coglie  lolle  le  qùole  ed  ofTiMle  dogli  as- 
sociali e  beiiefaltoi'i ,  distribuisce  gli  an- 
nali e  gli  altri  oggetti  a'colleltoii,  e  co- 
munica coll'ufllzio  del  consiglio.  Nel  ca- 
talogo del  clero  d'ogni  parrocchia,  lo  Sta- 
to persooale  indica  chi  n'è  il  tesoriere.  Si 
può  vedere,  la  Lìtterae  Ponlificinc^  qui- 
bus  ss.  Plus  Papa  IX  laudibus  Operam 
s.  Infanliae  ex  stilli  t  indulgentiae  et  pri- 
vilegia spirititalia  a  Summit  Pon/i/ìcis 
conccssae  operi  s.  Infanliae,  Veneliis 
i856  typis  Cordella. 

Sono  i  pii  istituii.  —  20.  Istituto  del- 
le scuole  femminili  di  Carità  all'  Eremi- 
te,  la  cui  chiesa  è  dedicala  a  s.  Giuseppe 
sposo  di  Maria  Vergine.  Il  Corner  osser- 
va ,  che  tanto  antico  fu  l' istituto  delle 
donne  recluse  in  angusti  ritiri  presso   le 
chiese  ,  che  il  dottissimo  Pietro  Canisio 
non  dubita  riportarne  l'origine  a'tenipi 
della  legge  scritta,  fondata  sull'esempio 
della  santa  profetessa  Anna,  di  cui  atte- 
sta s.  Luca,c//e  non  partiva  giammai  dal 
tempio  servendo  al  Signore  in  digiunied 
orazioni.  Tali  pure  è   probabile  che  fos- 
sero le  tre  sante  figlie  di  s.  Filippo  tan- 
to celebre  fra'primi  7  diaconi,  l'anguste 
cellette  delle  quali   furono  divotamenle 
•visitale  da  s.  Paola  romana  nel  suo  pel- 
legrinaggio pe'Luoghi  santi  della  Palesti- 
na. D'  altre  molle  di  simili  recluse,  così 
l  ergini,  che  Vedove  (F.),  ne  fanno  fre- 
quente menzione  il  Martirologio  romano 
e  le  storie  ecclesiastiche.  Una  così  severa 
forma  di  vivere  introdotta  in  Venezia 
circa  il  secolo  XIII  ,  fu  abbracciata  da 
molte  ,  e   restarono   stabiliti  molli  an- 
gusti romitaggi,  come  sono  andato  dicen- 
do ne' §§  Vili  e  X,  o  negli  atrii  o  sui 
letti  delle  chiese  o  in  contigue  cellelle, 
come  di  Sofia  piissima  vergine  racconta 
il  Sabellico,  la  quale  dopo  avere  nell'an- 
tico monastero  di  s.  Croce  di  Venezia 
fondato  l'istituto  di  monache  serafiche, 
passò  a  chiudersi  nell'atrio  della  chiesa 
parrocchiale  di  s.  Nicolò  de' Mendicoli, 
ove  in  solitudine  e  silenzio  chiuse  san- 
tamente i  suoi  giorni.  Si  ha  pure  daau- 
VOL.  xci. 


V  E  N  7.73 

tentici  documenti,  che  di  tali  recluse  o  so- 
litarie, ne  al)itassero  in  angusti  romitaggi 
accanto  le  chiese  di  s.  Gio.  Evangelista 
dello  2V«0i'O,  di  s.  Maurizio,  di  s.  Agnese, 
di  cui  uscì  Caterina  fondatrice  del  mona- 
stero di  s.  Maria  Maggiore,  di  s,  Samuele, 
di  s.  Margherita,  de'ss.  Gervasio  e  Prola- 
sio,  dis.  Ubaldo,  de'ss.  Apostoli,  di  s.Can- 
ziano,  di  s.  Maria  Nuova,  di  s.  Francesco 
della  Vigna,  e  di  s.  Angelo,  in  cui  qual- 
che tempo  visse  Caterina,  una  delle  fon- 
datrici del  monastero  di  s.  Girolamo.  Nar- 
ra il  cav.  Mulinelli,  Del  Costume  Vene- 
ziano, che  sopra  i  tetti  e  ne'portici  delle 
chiese  sursero  nel  Xlll   secolo  delle  cel- 
lette povere  ed  anguste.  Alcune  vedove 
e  altre  divole  donne  infastidite  del  mon- 
do ,  e  per  amore  verso  Dio  accese  di 
grandissima  carità ,  si  chiudevano  per 
sempre  in  esse,  invisìbili  a'profani,  pas- 
savano i  giorni  inconlinuepreghiere,  ma- 
cerando severamente  il  corpo  con  peni- 
tenze e  digiuni.  Da  colà  mediante  un  fi- 
nestrino, rispondente  alla  chiesa,  assiste- 
vano a'divini  uffizi,  ricevevano  gli  augu- 
sti sagramenli,  e  l'elemosine  che  lorore- 
cavansi,  massime  dalle  venete  matrone,  le 
quali  tenendole  in  giusto  concetto  di  san- 
tità le  visitavano  spesso  e  l'impegnavano 
a  presagir  loro  il  futuio.  Queste  donne 
penitenti  si  chiamavano  Recluse  o  Ere- 
mite.  Venuto  poi  forse  meno  il  religioso 
fervore,  e  demoliti  i  portici,  snidarono  le 
recluse  e  si  trasformarono  in  pinzoche- 
re, le  quali  per  il  soggolo  che  loro  pen- 
deva sotto  il  mento  furono  appellale  e- 
ziandio  Boccole,  giacché  boccola  si  di- 
ceva dagli  antichi  veneziani  la  soggiogala, 
che  in  vecchia  persona  si  avvicina  di  mol- 
to al  soggolo  per  essere  tutta  come  quel- 
lo increspata.   Vestivano  le  pinzochere 
povero  abito  del  colore  di  quello  dell'or- 
dine mendicante  cui  erano  ascritte,  e  ac- 
compagnavano i  trapassati  alla  tomba, 
con  torcia  accesa  nella  destra,  colla  sini- 
stra contando  le  Ave  Maria  della  corona 
divozionale.  Tornandoal  Corner, egli  di- 
ce, convien  però  credere,  che  oltre  a'sud. 
18 


274  VEN 

tlelli  ri'iil  alni  ve  ne  fossero  non  nomi- 
nali ne'documenti,  neNjiiali  neppur  si  fa 
menzionedel  ioniilaj5giogÌH  sopra  la  chie- 
sa panocrhiale  de'ss.  Ermogora  e  For- 
lunalQ,  l)eticliè  il  più  fan)oso  di  tiitli  e 
forse  il  più  antico,  comecliè  a' tempi  di 
Leone  X  già  riferiva  i  suoi  principii  ad 
epoca  reixiolissinja  e  iDomemorabile.  Le 
antiche  carie  di  tpieslo  sagro  luogo  fa- 
laitr.enle  si  perderono ,  e  il  più  antico 
documento  che  ci  resta  è  il  diploma  pon- 
tificio, con  cui  nel  i486  Innocenzo  Vili 
concede  a  Benedetta  eremita  abitante  a}> 
presso  la  chiesa  (li  s.  Ermagora  di  Vene- 
zia il  poter  eleggere  un  sacerdote  0  seco- 
lare o  regolare,  per  amministrar  ad  essa 
e  all'altre  due  eremile  di  lei  coinpygne 
Lucia  e  Caterina  gli  ecclesiastici  sagra- 
inenti.  Passate  poi  a  miglior  vita  le  due 
eremile  Lucia  e  Caterina  ,  e  subentrale 
in  loro  luogo  nell'austero  ritiro  altre  tlue, 
Giovanna  e  Margherita,  la  1.'  impetrò  nel 
i5o6  dalla  pontificia  autoiità  di  Giulio 
Il  di  poter  vivere  nel  povero  roaiitaggio 
nuche  dopo  la  morte  di  Benedetta  sun- 
nominata, con  una  o  due  compagne,  go- 
dendo la  continuazione  del  privilegio  cir- 
ca I'  elezione  dei  sacerdote,  che  ne  avesse 
la  spirituale  direzione.  Nell'anno  slesso 
concesse  con  parlicolar  indulto  il  Papa  a 
JliJargarita  da  Cataro  conversa  professa 
del  monastero  osservante  de'ss.  Rocco  e 
Margherita  il  poter  trasferirsi  al  romi- 
taggio di  s.  Ermagora,  per  ivi,  sinché  vi' 
vesse,  ritenendo  il  suo  abito,  servir  di- 
votamente  in  quiete  al  Signore.  Nel  1 5 1 8 
volò  al  cielo  la  buona  superiora  Benedet- 
ta, dopo  il  cui  felice  passaggio  volen- 
do le  due  superstiti  ereroite,  secondo  la 
facoltà  loro  impartita  dall'indulto  apo- 
stolico, associarsi  un'altra  compagna,  lo- 
ro si  opposero  il  pievano  e  i  titolati  del- 
la chiesa,  onde  convenne  alle  buone  don- 
ne rivolgersi  all'autorità  suprema  delia 
s.  Sede,  acciocché  le  conservasse  nel  pos- 
sesso del  loro  piivilcgio.  Rimise  Leone  X 
la  cognizione  delia  causa  al  cardinal  del- 
la lioveic  penitenziere  maggiore,  il  qua- 


I 


VE  N 

le  con  lettera  de'aS  luglio  di  detto  anno 
incaricò  il  patriarca  Conlaiini,  di  dovere 
stabilire  le  due  cremile,  da  luichia(nate 
monache  sotto  la  regola   di  s.  Agostino, 
nell'uso  ed  esercizio  de'privilegi  loro  con- 
ceduti dalla   s.   Sede.  Col  nome  pure  di 
Afouache  eremite  recluse  nel  porticale 
de'ss.  Ermagora  e  Fortunato  di  /  enc- 
zia  dell' ordine  di  s.  Agostino  le  chiamò  ^ 
nel  1539  Papa  Paolo  MI  in  un  suo  di- 
ploma di  conf«rma  a'  loro  privilegi;  dal 
che  si  desume,  che  sin  d'allora  si  avesse- 
ro le  recluse  scelta  per  direzione  del  lo- 
ro vivere  religioso  la  regola  di    s.    Ago- 
stino. Mentre    dunque  a  Dio  servivano 
professando  rislitulo  delle  suore  agosti- 
niane, insorsero  contro  di   esse   nuova- 
mente i  titolali  dis.  Ermagora,  e  presen- 
tarono le  loro  doglianze  a  s.  Fio  V  per 
la  loro  giurisdizione  olìesa  dalle  recluse, 
che  ricusavano  di   ricevere  i   sagrameuli 
da' sacerdoti   di    loro  parroccliia.    Ne   fu 
dal  Papa  rimessa  la  decisione  nel  i5']i 
al  patriaica  Trevisan,  che  con   sua   seo- 
lenza  decise  a  favoie  del  collegio  capito- 
lare della  chiesa.   Ricorsero  con  appella- 
zione r  cremile  al  legalo  o  nunzio  apo- 
stolico residente  in    Venezia,  e  per  giu- 
dizio del  di   lui   uditore   generale   Silvio 
Gallasse,  annullala  la  sentenza   patriar- 
cale,  restò  deciso  che  1' eremite  attual- 
mente esistenti  sotto  la  giurisdizione  del 
patriarca,  in  un  luogo  da  imtnemorftbile 
tempo  riputato   per  religioso,  dovessero 
godcie  degl'indulti  e  privilegi  loro  con- 
ceduti da'  Papi.   Fu   poi   confermata   la 
sentenza  dell'uditore  nel  iSyG  da  Nicolò 
Gaierio  vicario  generale  di  Padova  e  de- 
legalo apostolico,  ordinando  poi  il  nun- 
zio pontificio  nel  iSyS  che  le  due  uni- 
formi sentenze  dovessero  puntualmente 
ed  interamente  eseguirsi.  Liberate  «la  la- 
li  angustie  le  buone  religiose,  si  slabili- 
lono  con  tal  fervore  nell'iutrapresa  ma- 
niera di  vivere  austero,  che  quanftuKjue 
in  ristrettissimo   luogo   provassero  tutti 
gl'incomodi  d'un'eslremn  povertà,  pure 
ivi  vollero  fare  a  Dio  un  nuovo  sognfizio 


V  EN 

di  se  stesse,  obbligaiulosi  con  voto  a  per- 
petua claiisui'cl.  l'er  mngyior  decoro  dì  co- 
sì esemplare  liliio  permise  il  patriarca 
Veiidraiiiin,  mentre  lo  visitava  a' i  7  gcU' 
iiaioiGio,  che  il  vescovo  d'Ailria  Porzia 
potesse  consagrare  l'altare  dedicato  a  s. 
Agostino  nel  iorooratorio,ilcl>efu  esegui- 
lo dal  vescovo  a'  24  ^'ello  stesso  mese. 
Divenuto  poi  cogli  anni  rovinoso  l'ora- 
torio, allorché  le  monache  pensavano  a 
rinnovarlo  incontrarono  nuove  opposi- 
zioni dui  capitolo  della  chiesa,  le  quali 
pelò  essendo  stale  da  sentenza  de'giudici 
rìpulsate  ed  escluse,  fu  colle  pie  oll'erte 
de'Cedeli  rinnovato  e  ampliato  il  vecchio. 
A  fine  poi  d'interamente  liberar>i  da  ves- 
sazioni culiiiito  moleste,  impetrarono  nel 
1669  da  Clemente  IX,  che  le  loro  pci'so- 
ne  e  il  sagro  luogo  che  abitavano,  fosse- 
ro interamente  e  in  perpetuo  esenti  da 
qualunque  giurisdizione  della  chiesa  par- 
rocchiale, con  che  fu  loro  ridonata  la  quie- 
te. Servì  questa  in  seguito  perchè  molte 
oneste  giovani,  desiderose  di  servire  a  Dio 
io  rigido  ritiro,  cercassero  d'esser  ammes- 
se neir  angusto  luogo;  onde  fu  stabilito 
che  l'antico  numero  delle  3  recluse  do- 
vesse accrescersi  fino  a  6,  che  ivi  conti- 
nuarono fid  abitare  fin  al  declinare  del 
XVII  secolo.  Come  però  frequenti  sem- 
pre più  si  rendevano  l'istanze  delle  ver- 
gini desiderose  di  ritirarsi,  e  già  la  chie- 
sa di  >.  Ermagora,  sulla  quale  innalza- 
vasi  il  romitaggio,  dava  segni  evidenti  di 
non  lontana  rovina, così  i  procuratori  del 
religioso  luogo  sapendo  ch'era  divena- 
^  lo  vuoto  1'  ospizio  de'  minori  francesca- 
I  ni  nel  borgo  di  s.  Trova  so ,  chiamalo 
'  in  alcuni  decreti  del  senato  di  s.  Nicolò, 
nel  sestiere  di  Dorsoduro,  per  essersi  tra- 
dotti al  nuovo  convento  di  s.  Conaven- 
lura, deliberarono  d'acquistare  quel  luo- 

■  go  capace  per  abitazione  dell'eremite.  A' 
i    13  agosto  1693  ottennero  facoltà  dal  se- 

■  nato  d'ivi  fondare  un  nuovo  monastero, 
colla  condizione  che  6  solamente  dovesse- 
ro essere  le  monache,  e  dierono  tosto  ma- 
no i  procuratori  all'  ereziouc  del  mona- 


V  E  N  275 

stero,  che  per  la  maggior  parte  fu  per- 
fezionato per  un  pio  e  grandioso  legato 
di  Santo  Donadoni,  il  più  insigne  bene- 
fattore del  nuovo  chiostro.  Anche  la  chie- 
sa sotto  il  titolo  glorioso  di  Gesù,  Maria 
e  Giuseppe,  chiamata  ora  però  comune- 
mente di  s.  Giuseppe  o  V  Eremile,  fu  in 
breve  tempo  e  con  ben  ornata  struttura 
fabbricala  col  soccorso  di  detto  generoso 
legato,  essendo  slata  ne'foudamenti  ripo- 
stala medaglia  riprodotta  dal  Corner,  con 
l'immagine  di  Gesù  e  nel  rovescio  con  l'i- 
scrizione e  l'annoi  698,  leggendosi  in  gi- 
ro: S.  Augusti/li  TrcindaLìo  Ereinila- 
rum.  Tanta  fu  la  §olleciludiiie  della  fab- 
brica, che  potè  nel  seguente  1  694  'I  pa- 
triarca Badoaro  trasferir  1'  cremile  dal 
vecchio  e  angusto  ritiro  di  s.  Ermagora 
olla  nuova  religiosa  abitazione;  né  molto 
dopo  il  senato  permise  ,  che  ampliar  si 
potesse  il  numero  delle  monache  per 
soddisftre  a'pii  desiderii  di  molle  vergini 
supplicanti.  Perchè  però  la  religiosa  ca- 
sa avesse  canonicamente  il  nome  e  la  qua- 
lità di  monastero,  furono  a  nome  delle 
suoi  e  presentale  istanze  a  Clemente  XI, 
ed  ottenuto  poi  dalla  s.  congregazione  de' 
vescovi  e  regolari  favorevole  rescritto,  il 
patriarca  Baibarigo  a'3  giugno  1722  ia 
solenne  forma  stabilì  ne'nuovi  fabbrica- 
ti chiostri  il  titolo  di  monastero  con  clau- 
sura, e  la  più  rìgida  osservanza  della  re- 
gola di  s.  Agostino,  le  monache  pren- 
dendo il  nome  d'  Ereinile  Agostiniane 
.scalze.  Restò  poi  arricchita  la  nuova  chie- 
sa di  molte  e  preziose  Relìquie,  e  fra  que- 
ste una  ss.  Spina  veduta  molte  volle  dal- 
le monache  nel  venerdì  santo  rosseggia- 
re di  vivo  sangue;  de'corpi  de'ss.  Agapi- 
to, Dasilio,  Benedetto  e  Filomeno  marti- 
ri tratti  dalle  romane  catacombe,  e  col- 
locati negli  altari  della  chiesa;  una  ma- 
no incorrotta  dì  s.  Giuliana  vergine  e 
martire,  e  le  teste  delle  ss.  Cornelia,  Fau- 
sta, Vittoria  e  Vincenza  martiri.  Dichia- 
ra lo  Sfato persoìiatcy  che  la  chiesa  col- 
l'unito  monastero  restò  sino  al  i8(o  al- 
l'ereinite  agostiniane  scalze,  e  dopo  ulcu- 


irjQ  V  E  N 

dì  anni  i  viiluosi  (rateili  Aiilon'Angelo  e 
Maic'Anlonio  conti  de  Cavatiis,  fondalo- 
l'i  della  congregazione  delle  Scuoledi  Ca- 
rila, avendo  pure  fondalo  Tistili^o  delle 
scuole  femminili  di  Carità  ,  che  già  dal 
1808  aveano  collocato  nel  chiuso  mona- 
stero dello  Spirilo  Santo,  lo  trasferirono 
in  questo,  dove  tuttora  si  trova  fiorente. 
N'è  direttore  il  r.  p.  Sebastiano  Casara 
preposito  delle  scuole  di  Carità.  Vi  risie- 
dono la  priora,  19  maestre  che  attendo- 
no nll'ediicazione  a(Tatto  gratuita,  sì  spi- 
riUiale  che  civile,  d'oltre  100  fanciulle  e- 
sterne  e  povere,  li  Moschi  ni  nota  non  es- 
servi nella  chiesa  di  s.  Giuseppe  dell'  E- 
rentitecosa  osservabile  d'arte.  Nella  sop- 
pressione di  questo  monastero  andaron 
disperse  le  sagre  Reliquie  accennale;  ma 
allorché  si  riaperse,  a  merito  de'sulloda- 
li  Cavanis^  si  recò  la  cassa  lignea  in  cui 
si  tumulò  la  beata  Giuliana  Cullalto,  pri- 
ma esistente  in  s.  Biagio  della  Giudec- 
cn  ;  monumento  prezioso  di  religione  e 
di  arte,  incisa  nell'opera  del  Corner,  co- 
me già  dissi  nel  §  X,  n.  22,  ed  ampia- 
mente illustrala  nella  Storia  della  Pit- 
tura ili  l  enezia  dal  ch.Zanotto.  La  pit- 
tura di  detta  cassa  o  arca,  esprimente 
alcuni  falli  della  vita  delia  Beata  e  la  di 
lei  immagine,  è  la  più  antica  opera  pit- 
torica della  veneta  scuola,  che  si  conser- 
vi in  Venezia.  Nel  §  Vili,  n.  G'j,  tornai  a 
celebrare  rutilissima  congregazione  delle 
scuole  di  Carità  (  i  suoi  progressi,  la  re- 
cente casa  aperta  in  Possagno  per  la  mu- 
nificenza di  mg.'  Sartori-Canova,  le  cui 
lodi  pronunziò  e  pubblicò  l'egregio  au- 
tore dell'  Orazione  letta  nel  tempio  di 
Possagno  neyunerali  dell' lllni°e  Rni° 
Mg.^ Giambattista  Sartori-Canova^  ve- 
scovo  di  M indo, da  3fgJ  Domenico  cav. 
Villa  arciprete  abbate  mitrato  di  Das- 
sano  nel  24  luglio  i858,  Bassano  dalla 
tipografia  di  A.  Roberti  i858),  e  i  be- 
nemerentissimi e  venerandi  due  fratelli 
fondatori  ,  massime  il  r.  p.  Marc'  Anto- 
nio, riserbandomi  di  encomiare  partico- 
iarmeulc  iu  questo  il  r.  p.  Anton'Ange- 


VEN 
lo.  Procederò  brevemente  col  commo- 
venie  ed  eloquente:  Elogio  funebre  del 
m.  r.  padre  Antonangclo  conte  de  Ca- 
vanisfondaloie  della  congregazione  del- 
le Scuole  di  Carità,  e  di  un  simile  fem- 
minile istituto,  letto  nelle  solenni esct/uie 
di  lui, e  per  V auspicalis'iimo  ingresso  del- 
l' I  Uni."  e  Rm°  M.g  Angelo  Raniazzolti 
alla  patriarcale  veneta  sede,con  aggiun- 
ta copiosa  di  note  biografìchee  storiche 
pubblicato ,y Qntna  dalla  tipografia  di  G. 
n.  Merini  858.  Quest'elogio,  che  io  chia- 
merò vita  edificante  ,  onora  non  meno 
l'illuslre  e  facondo  e  alTeltuoso  biografo, 
cioè  il  lodato  r.  p.  Sebastiano  Casara, 
che  lo  splendore  delle  virtù  di  chi  n'è 
subbielto,  e  riesce  di  grande  decoro  alla 
congregazione  e  a'due  istituti,  i  quali  se 
piansero  un  padre  tenero  perduto  in  ter- 
ra, si  consolino  e  confortino  d'averlo  ac- 
quistato in  cielo,  ed  insieme  efficace  pa- 
trono. Angelo  di  nome  e  di  fatto,  uomo 
tulta  bontà,  anima  tutta  di  Dio,  atlorno 
e  ricolmo  d'ogni  più  bella  virtù,  era  un 
santo,  e  tale  l'acclamò  il  popolo  appena, 
che  coir  innocenza  battesimale,  rese  soa- 
vemente il  suo  spirito  al  Creatore,  e  ne'fu- 
nerali.  Tale  è  l'identica  convinzione  de' 
confratelli  e  delle  figlie  de'due  istituti, e 
di  quanti  il  conobbero.  L'amore  singola- 
re al  proprio  nascondimento  cominciò  in 
lui  quasi  dalla  fanciullezza;  educato  da' 
piissimi  genitori,  come  il  vutuoso  e  san- 
tofratello,  a'sodi  principi!  di  religione, eb- 
be a  precettori  dottissimi  domenicani.  F^a 
sua  profonda  umiltà,  appena  elevato  al 
sacerdozio,  per  consiglio  dell'  ab.  Giorgi 
ex  gesuita,  mostrò  la  sua  ripugnanza  al- 
l'episcopato, di  cui  alcuni  gratuli  della  re- 
pubblica Io  reputavano  maturo  e  degno; 
anzi  divisò  feruian)ente  rinchiudersi  in 
qualche  chiostro  e  involarsi  al  mondo, 
ma  trovò  assolutamente  contrarii  e  af- 
fatto inflessibili  di  assenso  i  genitori, 
quantunque  esemplari  cristiani.  Rima- 
nendo al  secolo,  mantenne  vivo  e  infe- 
rissimo il  primo  amor  suo,  e  procurava 
di  vivere  a  tutti  occulto  e  iguolo,  e  pos 


YEN 

sibilmenfennclie  di-.piezzafo.Fn  per  que- 
sto cli'eglisi  inostiò  liluIjiuUe  a  impren- 
der pubblica  opera  in  bene  de'giovanet- 
ti,  a  cui  sentivasi  furterueule  inclinato, 
mentre  andava   intanto  informando    il 
cuore  e  la  mente  a  s"i  nuova  e  sublicne 
vita.  Ma  Dioavea  preparalo  nel  suo  Mar- 
cautoiiio  un  fratello  di  egurd  pietà  e  ani- 
mo, di  medesimi  seutimeuti  e  amore  pe' 
giovanetti.  Il  quale  mal  solFrendo  die  for- 
se sopra  lo  zelo  avesse  a  vincerla  l'uinil- 
là,  e  cbe  un  tesoro  di  tante  doti  avesse  a 
starsene  con  sommo  danno  dell'anime 
sem[)re  in  occulto;  tanto  parlò,  tanto  fe- 
ce, interponendo  anche  persone  piissime 
e  autorevoli,  precipuamente  il  celebre  e 
dolio  ex.  gesuita  Luigi  can.  Mozzi  di  Ber- 
gamo, cbe  dandogli  l' ultima   scossa   lo 
vinse  nell'umili  ritrosie,  e  l'opera  fu  co- 
minciata. Se  il  fratello  negl'inizi  n'ebbe 
la  parte  principale,  egli  infiammato  di 
zelo  vi  die'ruano,  e  sempre  poi  gli  pre- 
stò assistenza  efGcacissima  e  instancabile; 
la  sua  ingegnosa  uoiiltà  traendone  con- 
forto ,  con  ingenuamente  persuadersi   e 
parendogli  di  poter  far  credere  anche  ad 
altrui,  non  punto  esso  ma  il  fratello  aver 
lutto  il  merito  di  quanto  ben  si  operava; 
non  punto  a  lui  ma  si  allo  zelo,  all'opero- 
sità, alle  fatiche,  alle  pene  del  generoso 
e  piissimo  fratello  tutto  doversi,  se  l'ope- 
ra in  mezzo  all'angustie,  travagli,  perico- 
li, contraddizioni,  non  pure  reggevasi  im- 
motaj  ma  prosperava  altresì  vigoi'osa,  e 
diveniva  ognor  più  feconda.  Non  pertan 
lo  il  suo  nome,  i  suoi  meliti  furono  cono- 
sciuti,  ammirate   le  virtù  splendenti  di 
fulgida  luce  dalla  gerarchia. ecclesiastica 
e  civile.  All'umiltà  accoppiò  vivo  e  pra- 
tico amore  di  povertà,  distacco  e  disprez- 
zo per  ogni  cosa  di  questa  terra,  per  es- 
ser tutto  amore  per  le  cose  celesti,  e  tut- 
to ardore  nell'amar  Dio.  Persino  il  cibo 
prendeva  per  la  necessità  di  sostentarla 
vita,  ma  non  per  gusto  giiimmai,  benché 
nato  nobiltuente  ricco,  allevato  ne^ili  ai»i 
e  nelle  lautezze,  alle  quali  rinunziò  spun- 
Ifuieo  e  lietissimo  se  uè  spogliò,  impovc- 


V  E  N  277 

rendo  per  alleviar  l'altrui  miseria,  toglier 
d'angustia  e  mutar  la  condizione  degl'in- 
digenti. Proclamava  la  povertà  base  sicu- 
ra, fortissimo  antemurale  dell'  istituto; 
trepidando  con  pena  della  futura  ricchez- 
za  possibile  della  congregazione.   Altro 
ossetto  di  tenerissime  sollecitudini  erano 
al  cuore  tlel  p.  Anlonangelo  gli  ammala- 
ti, ed  ebbe  frequenti  occasioni  disfogar- 
le. Voleva  che  si  lasciasse  ogni  cosa,  ma 
che  l'infernio  fosse  assistilo,  e  per  lui  do- 
versi fare  qualunque  sagrifizio.  Frequen- 
tò tanto  l'ospedale  degl'Incurabili  e  con 
tale  zelo  e  successo  spirituale,  che  il  tem- 
peramento eccitabile  de'suoi  nervi  gli  fe- 
ce   patire   incredibili    sofferenze.  In    uu 
coir  opera  de' giovanetti,  aperse  la   ca- 
sa di   pio   rifugio   a  donzelle,  end' ebbe 
origine  questo  femminile  istituto,  che  or- 
mai conta  IO  lustri  di  esistenza.  Or  que- 
ste figlie  aveano  da  luì  pascolo  non  solo 
al  corpo,  ma  ancora  all'anima,  con  dol- 
cissima carità.  Cominciò  la  cura  de'  gio- 
vanetti con  accoglierli  in  pubblico  in  nu- 
mero ristrettissimo,  non  più  che  9  furo- 
no i  primi,  i  quali  divennero  altrettanti 
apostoli  zelanti  di  attirar  altri  a  quel  pa- 
dre, subito  che  n'ebbero  provata  la  cari- 
tà. Chi  mai  potrebbe  descrivere  sì  vero 
padre  tenerissimo  in  mezzo  a'suoi  giova- 
netti !  Mai  sempre  grave,  comporto,  mo- 
ilestissimo  in  ogni  suo  atto  e  parola  ,  sic- 
ché metteva  il  solo  vederlo  altissima  ri- 
verenza; pure  era  amabile,  attraente,  on- 
de la  8ua  presenza  era  di  gioia  a   tutti, 
era  un  contento  ineifabile  l'essergli  ap- 
presso, una  beatitudine  lo  stringersi  d'in- 
torno a  lui,   il  baciargli  la  sagra  mano, 
riceverne  gli   sguardi   amorosi  ,   udirne 
l'alfeltuose  piacevoli  e  sante  parole.  Ma 
troppo  vasto  è  il  campo  da  spigolare,  e 
con  pena  conviene  che  l'abbandoni,  non 
essenilo  un   elogio  funebre,  ma  una  vera 
vita,  come  già  dissi:  la  messe  preziosa  si 
moltiplica  sotto  la  falce,  più  se  ne  coglie 
e  più  sovrabbonda.  Insomma  il  facondo 
e  dotto  dicitore  dimostrò  che  la  vita  del 
p.  Autouangelo  de  Cavanis  fu  quella  di 


278  V  E  N 

uuiuo  santo;  per  un  amor  singolare  ni 
proprio  nasconclinieiilOj  per  un  esercizio 
ili  cnrità  che  il  fece  situile  a  Cristo,  per 
una  continua  e  intima  unione  del  suo 
spirito  in  Dio.  Ed  a  lui  lo  rese  a'  i:» 
marzo! 858.  Generale  fu  quindi  l'entu- 
siasmo di  venerazione  e  di  pietà  mani- 
festatosi dopo  la  beata  sua  morie,  liti», 
cav.  Scolari  avendo  colla  sua  ficil  vena, 
In  argomento  di  venerazione  e  di  vivo 
alfetlo,  dettato  un  sonetto  nello  stesso  d'i 
dtll'onorevolissime  esequie,  con  quella 
sincera  religione  che  l'informa,  cordial- 
mente lo  presentò  al  r.  p.  Casara,  e  que- 
sti con  esso  die'  termine  alle  sloriche  e 
pregievolissime  annotazioni.  Suona  l'ul- 
tima terzina.  Ne  alla  salma  di  Lui  s'ad- 
dice il  pianto,  ■  O  difiini'bri  tube  il  tristo 
suono,  -  3Ja  d'inni,  e  laudi,  e  di  letizia 
il  canto. 

ai.  Istituto  Ci  Ho  la  in  ss.  Rocco  e 
Margherita  a  s.  Stefano,  nel  §  X,  u. 
5i,  ne  parlai, 

22.  Istituto  Canal  in  s.  Maria  del 
Pianto,  nel  §  X,  n,  68,  ne  ragionai. 

23.  Istituto  di  s.  Maria  da  Fanzo 
in  s.  Cassiano.  Di  questa  chiesa  parroc- 
chiale tenni  proposito  nel  §  Vlll,n.  49 
L'istituto  ha  il  direttore  spirituale,  la 
superiora,  la  maestra,  altra  suora,  e  com- 
prende 33  educande. 

24.  Istituto  di  Soccorso  per  le  Peri- 
colanti a  s.  Francesco  di  Paola.  Dallo 
Stato  personale  ricavo  eh*  ebbe  princi- 
pio a' 2  febbraio  i853,  e  sussiste  colle 
hmosine  de'  fedeli,  e  col  ricavato  de'  la- 
vori. Ha  per  iscopo  d'  accogliere  special- 
mente quelle  ragazze,  che  per  mancanza 
di  custodia  o  per  prava  indole  versano 
nel  pericolo  di  morale  depravazione,  o 
già  vi  sono  incorse,  ma  non  inoltrale. 
W  è  direttore  e  fondatore  il  sacerdote 
veneto  d.  Gìo. Maria  Gregorelti,  arcipre- 
te parroco  dis.  Pietro  di  Castello,  Vi  è  il 
confessore  delle  maestre  e  quello  delle 
figlie  j  la  superiora,  l'economa,  3  n)ae- 
itre,  3  assistenti,  ragazze  maggiori  18, 
ragazze  minori  22. 


V  E  N 

5  XIII.  Confraternite  f!  Scuole  grandi; 
Chiese  varie, comedi  quella  de' Gre- 
ci e  loro  arcivescovi,  con  notizie  sto- 
riche, artistiche  e  sagre. 

Antica  è  anche  in  Venezia  l'origina 
delle  benefiche  e  di  vote  Confraternite,  o 
Scuole  o  Sodalizi,  e  giunsero  a  gran- 
dissimo numero,  anche  con  ospizi,  spe- 
duli, e  chiese,  diverse  delle  quali,  come 
delle  scuole  grandi  e  co'loro  oralorii  fan- 
no piena  fede  quan'o  la  grandezza  del- 
l'antiche corporazioni  abbia  mai  sempre 
gareggialo  in  magnificenza  e  splendore, 
colla  sonluosità  e  buon  gusto  del  princi- 
pato. Di  molle  confraternite  e  scuole  giù 
ragionai  ne'§§  VIIJ,  X,  XI,  e  altri,  de- 
scrivendo quasi  tulle  le  chiese  di  Vene- 
zia, anche  non  più  esistenti,  I\Ia  nel  ne- 
fasto anno  1797  le  rendile  delle  scuole 
grandi  e  d'  ogni  altro  sodalizio  vennero 
incamerate  nel  demanio.  Indi  il  fatale  e 
distruttore  decreto  de' 23  aprile  1810 
soppresse  ancora  le  scuole  grandi,  le  con- 
fraternite co'  loro  benefici  e  ricchi  stabi- 
limenli,  di  qualunque  natura  eilenomi- 
nazione,  inclusivamenlc  a*  sodalizi  del- 
l' Università'  artistiche,  o  consorterie 
delle  arti.  In  Venezia  prima  della  de- 
plorabile soppressione  delle  pie  corpo- 
razioni, non  eravj  classe  d'indigenti,  o 
di  pellegrini,  o  d'infermi,  o  di  bisognosi 
a  cui  non  fosse  aperto  un  asilo;  non  e- 
ravi  stadio  dell'umana  vita,  o  condizio- 
ne o  arte  o  meslierej  che  non  avesse  par- 
ticolare luogoove  radunarsi  per  attende- 
re air  opere  di  pietà,  o  per  ottenere  so- 
stentamento o  ristoro.  De'(|uali  pii  luo- 
ghi, monumenti  onorevoli  della  religio- 
ne de'  veneziani,  le  pingui  rendile  furo- 
no avvolte  neir  incalcolabile  massa  de' 
beni,  che  in  sul  principio  del  nostro  me- 
morabile secolo  il  funesto  rovesciamento 
delle  politiche  cose  assorbì,  coyie  altro- 
ve, nell'  ampio  vortice  della  piii  sacrile- 
ga avidità.  Delle  70  fraterne  parrocchia- 
li soccorritrici  de'  pev«ri,  pai  colle  par- 


V  EN 

roccliie  ktesse  lidolte  a  3o,nepni!ai  nel 
§  XII,  n.  17  e  19,  sulle  quali  meglio  è 
vrilere  la  Mtinoria  intorno  all' ntnmini- 
stnizioiie  della  pubblica  beneficenza, 
(lei  eli.  colile  Forluiialo  Sceiimjin.  Diiò 
qtii  soliiiiieule,  die  pei"  le  illodi/ìcdzio- 
ni  al  Piano  organico  della  Co  ni  mi. si  io- 
ne di  Beneficenza,  ed  al  Regolamento 
delle  Fraterne,  approvate  col  lui>gote- 
iieiiziale decreto  23  aprilei856,  vennero 
saviiiineiile  eslese  le  altribiizioni  delle 
pieposilnre  fialeinali,  cambiale  in  De- 
putazioni, a  spese  ili  quelle  della  com- 
nn.s>ìone.  m  Con  alUetlaiito  savio  consi- 
glio, cosliluendo  le  novelle  depiiluzioni 
di  5  individui  anziché  di  3  soli,  si  volle 
fra  quelli  il  parroco  col  caiallere  di  pre- 
siilciite,  liitcìpieti  e  dispensatoli  della 
pubblica  carila  pel  sanlo  loro  nflizio, 
sembrar  doveva  a'  parioclii  assai  strano 
1'  essere  calcolati  dal  vecchio  regolamen- 
to non  più  che  semplici  cooperatori  delle 
prepositnre  fraternali,  e  da  ciò  fece  sur- 
gere fra  pai  rochi  e  promotori,  in  qual- 
che parrocchia,  un  non  edilicanle  disac- 
cordo :  e  spesso  accadeva  che  l'elemosina 
si  facesse  respelti  vamenle  all'insaputa  del- 
l' uno  o  degli  allri,  con  iscialacciuo  del 
denaro  di  carila;  disordine,  che  non  do- 
vrebbe più  verificarsi.  Le  rendite,  pro- 
prie delle  fraterne  e  le  aggiunte  Iralte 
da'fondi  generali  della  commissione  si  ri- 
dussero a  mensilità,  con  qualche  lispar- 
uiio  di  lavori  e  più  regolato  andamento 
dell'  aziende  fraternali."  Del  resto  non 
mancano  in  diverse  chiese  pie  unioni  e 
divote  confraternite,  ma  senza  gli  antichi 
beni.  JN'otai  ne'citati  §,  e  n.  19,  ragionan- 
do degli  asili  per  l'intaiizia,  col  Discorso 
del  eh.  conte  Nicolò  Friuli,  che  il  patri- 
uionio  delle  70  fraterne  parrocchiali  a- 
scendeva  all' imponente  capitale  di  qua* 
si  i4  milioni  di  lire  venete!  Quanto  al- 
l' origine  delle  confraternite  o  scuole  in 
Venezia,  osserva  il  Corner,  che  ad  esem- 
pio delle  IX  Congregazioni  del  clero  di 
Venezia,  istituite  ne' secoli  XI]  e  XIII, 
e  delle  quali  trattai  nel  §  VII,  furono 


VEN  279 

eccitale  le  persone  laiche  od  imitai  le  co'i 
alcun  somigliante  istituto.  In  falli  nel 
secolo  XIll  si  fondarono  le  quattro  pri- 
me compagnie  di  persone  di  vote,  per  ini* 
piegarsi  in  atti  frequenti  di  religione  e 
di  pubblica  penitenza,  portandosi  con  di- 
vola forma  alla  visita  de'  santuari  nelle 
maggiori  solennità,  e  tligelhiiidosi  in  quel 
tempo  le  nude  spalle,  onde  ne  derivò  ad 
esse  la  denominazioue  di  Scuole  de' Bat- 
ludi,  finché  cresciute  di  numero  e  di 
rendite,  furono  chiamate  Scuole  Gran- 
di, e  il  consiglio  de'Dieci  le  prese  sotto 
la  sua  parlicijlare  protezione.  Attesta  una 
Cronaca  antica,  che  fin  dal  principio  si 
distinsero  tra  loro  non  solamente  col  di- 
verso titolo  del  s.  Protettore,  ma  ancora 
col  diverso  colore  delle  cere  che  portava- 
no. Lai.*,ch'è  (|uella  di  s.  lUaria  della 
Carità,  fu  istituita  nel  1  260,  e  portava  il 
colore  rosso  sulle  cere,  come  si.-nbolo  del- 
la fiamma  e  ardore  della  carità.  La  2. 
sotto  l'invocazione  di  s.  Gioi'anni  Apo- 
stolo ed  Evangelista^  avea  il  colore  gial- 
lo per  dinotare  la  fede.  La  3."  intitolata 
di  s.  Maria  della  Misericordia  dell;» 
della  VaU'crde,  assunse  il  color  verde 
che  significa  la  speranza.  E  [lerchè  ninna 
di  queste  3  prime  scuole  aveva  relazione 
d'  amore  e  d'  ossequio  alla  repubblica  di 
Venezia,  asserisce  la  citala  Cronaca,  che 
si  unirono  alcuni  divoli  a  stabilire  la  4-' 
sotto  la  protezione  di  s.  Marco  lu'an- 
gelista,  e  questa  per  denotare  la  candi- 
dezza deiraffelto,  che  avevano  i  confra- 
telli verso  il  principe  e  la  città  di  Vene- 
zia, ritenne  nelle  cere  il  colore  bianco. 
A  queste  4  scuole  grandi  furono  aggiun- 
te ed  ebbero  comuni  i  medesimi  privi- 
legi la  scuola  di  s.  Rocco  confessore,  e 
la  scuola  di  s.  Teodoro  martire.  Il  cav. 
Mulinelli,  annali  Urbani  di  f^enezia, 
ecco  quanto  riferisce  sulle  primitive  con- 
fraternite o  scuole  di  Venezia.  Senza  par- 
lare della  Società  de'  Parabolaiù  od  A- 
stanti,  in  Alessandria  nel  secolo  V  stabi- 
lita per  aiutare  gì'  infermi,  senza  parla- 
re dell'  alUa  de'  Lettigarù^  istituita  per 


a8o  V  E  N 

seppellire  i  morti,  senza  parlare  di  tutte 
quelle  die  in  Francia  nel  secolo  IX,  e 
forse  pure  a'  tempi  di  Carlo  Magno,  tro- 
va vansi  all'oggetto  di  sulìVagare  con  mes- 
se e  con  altre  pie  opere  1'  aniitie  de'tra- 
passali,  ma  risalendo  piuttosto  alle  scuole 
(e  Sclio las  gvecamenle  denota  una  unio- 
ne di  persone,  die  danno  opera  e  a  (|ual- 
che  cosa  attendono)  de'  cantori,  de'  ca- 
merieri, de'  fabbri,,  degli  addobbatori 
dell' antica  Roma,  r  annalista  vede  ad 
esempio  di  quelle,  per  effetto  certamente 
del  moto  e  della  piosperità  del  commer- 
cio e  delle  arti  in  Venezia,  avere  avuto 
principio  in  essa  altre  scuole,  le  quali  poi 
collo  stesso  nome,  o  con  quello  di  con- 
fraternite e  di  compagnie,  con  leggi,  con 
vesti  e  con  particolari  adunanze  in  ogni 
citià,  in  ogni  terra  e  in  ogni  villa  presso- 
ché di  mezza  Europa  anche  adesso  si  tro- 
vano j  dir  dovendosi  però, che  prima  deU 
l'islituzionc  della  scuola  della  Carità  di 
Venezia  non  havvi  memoria  alcuna  nel- 
la città  di  simili  confraternite.  Or,  molli 
essendo  a  Venezia  coloro  che  un' arte  e- 
sercitavano,  stabilivasi  che  ciascuno  a 
quella  attendere  liberamente  bensì  po- 
tesse, ma  che  però  si  dovesse  ascrivere  ad 
un  collegio,  composto  di  persone  della 
medesima  arte,  con  leggi  e  costituzioni 
speciali,  come  le  Unwersità  artistiche 
d'altri  luoghi,  con  immensi  pubblici  van- 
taggi religiosi,  civili  e  morali.  Fissata  la 
massima  nel  1260,  adunatisi  alcuni  cit- 
tadini il  giorno  di  s.  Leonardo  nella  chie- 
sa a  lui  dedicata,  della  quale  parlai  nel 
§  VII],  n.  3i,  istituirono  una  scuola  col 
nome  di  Carità.  Ndl'isola  della  Giudec- 
ca  fu  la  I.'  sua  sede  nel  povero  oratorio 
di  s.  Giacomo  Apostolo,  indi  e  stabil- 
mente presso  la  chiesa  de'  canonici  re- 
golari di  s.  Maria  della  Carità,  ovea  be- 
nefìzio de'  conli-atelli  poveri  e  infermi 
s'  innalzava  spazioso  spedale.  Plaudendo 
Inlla  la  città  alla  nuova  istituzione,  né 
mancandosi  d' imitarla,  altre  scuole  ben 
presto  furono  istituite  sotto  il  titolo  de- 
gli Evangelisti  s.    Giovanni  e  s.  Marco, 


VEN 

sotto  l'altro  del  martire  s.  Teodoro,  le 
quali  o  per  essere  di  compagni  più  ab- 
bondanti, o  per  essere  più  ricche,  Scuo- 
le Gr, indi, qA  anqhe  Disciplinarie,  eva- 
no appellate,  a  differenza  dell'altre,  che 
più  umilmente  e  più  poveramente  na- 
sct:iido,Scuole  Minori,  o  veramenteFrrx- 
glìe,  dicevansi,  scuole  però  e  fraglie  tutte 
(a  me  sembra  chetali  vocaboli  corrispoa- 
dino,  le  scuole  grandi  alle  Arciconfra' 
temile,  le  scuole  minori  alle  Coiifralerni' 
te),  che  annualmente  molte  e  molte  don- 
zelle dotavano,  che  vesti,  denaro  e  case 
(sic)  a  larga  mano  dispensavano  in  do- 
no, e  dalle  quali,  in  caso  di  bisogno,  sol- 
dati traevansi.  Da  tutte  queste  liberali, 
provvide  ed  utilissime  istituzioni  non 
può  certamente  non  ravvisarsi  come  da 
Venezia  anche  la  ruggine  della  rozzezza 
antica  incominciasse  a  sparire,  e  come  la 
civiltà  a  passi  grandi  avanzò  verso  un 
perfezionamento  maggiore.  Per  effetto 
adunque  di  quella  migliorata  condizione 
sociale,  erano  pure  sistemati  que'tanti  o- 
spizi,  i  quali  destinati  a  raccogliere  pove- 
ri infermi,  o  pellegrini  avviali  per  Pale- 
stina, denominavansi  Case  di  Dio  o  alla 
veneziana  Cade Dio,pev  le  misericordio- 
se opere  ivi  esercitate.  Tali  furono  an- 
che in  Venezia  le  confraternite  e  l'uni- 
versità artistiche,  distrutte  ne'priraordii 
del  corrente  secolo.  Qui  specialmente  di-; 
rò  almeno  delle  6  scuole  grandi  tanto  ce- 
lebrate, della  cui  magnificenza  ci  restano 
nobilissimi  avanzi. 

I.  Scuola  grande  di  s.  Maria  della 
Carità  :   nel  §  X,  n.  i  i  ne  ho  trattato. 

■2.  Scuola  grande  dis.  Giovanni  E- 
vangeliòta.  Narra  il  Corner,  della  chie- 
sa di  s.  Gio.  Evangelista  Scuola  gran- 
de, che  fra  gl'illustri  attestati  che  diede 
al  pubblico  di  sua  pietà  la  nobile  fami- 
glia Badoaro,   uno  fu   I'  erezione    dclla.i 
medesima  da  lei  fondata  nell'anno  970] 
nel  sestiere  dis.  Croce.  Contiguo  poi  al 
questa  chiesa  vi  aggiunse  Marco  I3adoa-j 
IO  nel  secolo  Xlil   un  ospedale,  istituen- 
dovi uu  priore,  la  di  cui  elezione  l'osse  ini 


VEN 

perpetuo  padronato  tie'suoi  discendeuli. 
Libera  cluiujue  essendo  de'nubili  Dadoa- 
IO  la  facoltà  di  eleggere  il  priore,  qiial- 
elle  vultu  vi  ilesttnarono  uomini  d'estra- 
nea fiiMiiglia,  come  fu  Ruggero  Cortesi, 
die  poi  in  grata  riconoscenza  lasciò  al- 
l' ospedale  stesso  alcuni  beni  da  lui  pos- 
seduti nel  territorio  di  Padova.  Dopo  la 
morie  di  Ruggero  fu  chiamalo  dalla  fa- 
n)ìglia  patrona  ni  priorato  Geremia  Ba* 
doaro,  la  cui  elezione  in)pugiiata  dal  ve* 
scovo  di  Castello  Morosiui,  che  la  pre- 
tendeva come  diritto  di  sua  dignità,  fu 
con  solenne  giudizio  di  Andrea  patriar- 
ca di  Grado  dell*  i  i  dicembre  iSSg,  di- 
chiarata  giusta  e  legittima,  siccome  ap- 
partenente al  solo  p^idrunalo  de' nobili 
della  fdMUglia  Dadoaro.  Continuò  sem- 
pre, dopo  la  morte  di  Geremia,  il  prio- 
rato fra  gli  uomini  della  di  luì  famiglia, 
de'  quali  Reniero  priore  del  i47^  otten- 
ne da  Sisto  IV  a'  i3  luglio  il  sìngolar 
privilegio,  che  i  priori  e  la  loro  f.imi- 
glia,  ed  anco  le  povere  abitanti  nell'o- 
spedale potessero  ricevere  la  ss.  Eucari- 
stia e  gli  altri  ecclesiastici  sagramenti  an- 
che nel  tempo  pasquale  da  un  sacerdote 
udiciante  nella  loro  chiesa.  Fu  poi  il  prio- 
rato, per  concordi  voli  della  famiglia,  ri- 
dotto nel  1 582  al  solo  termine  d'un  bien- 
nio, sebbene  perpeluo.Fraltanlo  per  con- 
cessione de'  Dadoaro,  avea  posto  la  sua 
sede  presso  questa  chiesa  la  pia  e  celebre 
confraternita,  istituita  fin  dal  1261  nella 
chiesa  parrocchiale  di  s.  Apollinare.  Da 
questo  luogOjforse  men  adattato  agli  eser- 
cizi di  loro  pietà,  si  erano  trasferiti  i  con- 
fratelli con  facoltà  ottenuta  da'nobili  Ba- 
doaro,  e  da  Ruggero  Cortesi  allora  prio- 
re dell'  ospedale,  nel  i  807  alla  chiesa  di 
s.  Giovanni  Evangelista.  Concesse  poi  a' 
confrati,  Geremia  Badoaro  priore  nel 
l34o  una  porzione  de'luoghi  dell'ospe- 
dale per  innalzarvi  un  ospizio  adattato 
alle  riduzioni  della  confraternita,  il  quale 
incntre  si  andava  raagnificamente  fab- 
bricando, mortoli  priore  Geremia,  il  sue- 
<:e6sure  Giacomo  Badoaro,  di  consenso  u- 


VEN  281 

nanlme  di  tutta  la  famiglia,  confermò  le 
convenzioni  prestabilite,  e  pose  la  scuola 
in  perfetto  possesso  de'luoghi  ad  essa  ac- 
cordati. Eretto  dunque  nel  i344  l'ospi- 
zio nella  parte  superiore  dell'  ospedale, 
fu  riservata  la  parte  inferiore  per  l'abi- 
tazione delle  donne,  che  in  ntunerodi  i  2 
secondo  la  disposizione  del  fondatore  ivi 
erano  raccolte.  Ma  questa  unione  di  di- 
versi istituti  riuscendo  incomoda  e  mole- 
sta ad  ambedue,  fu  con  nuova  conven- 
zione stabilito,  che  anco  le  stanze  sog- 
gette all'ospizio  si  cedessero  io  benefìcio 
e  dominio  della  scuola,  con  obbligo  a 
questa  d'  erigere  in  altro  contiguo  sito 
e  tener  conservalo  l'ospedale  per  le  J2 
povere  femmine.  Ottenuto  dunque  il  pos- 
sesso dell'  intera  fabbrica  e  dell'ospizio, 
i  confratelli  nel  seguente  secolo  volevano 
innalzare  nel  suo  luogo  inferiore  un  al- 
tare per  la  celebrazione  delle  messe;  ma 
il  priore  Lodovico  Badoaro  opponendosi, 
il  patriarca  Girardi  a*  3i  marzo  i493 
slabiPi  che  solo  nella  parte  superiore  del- 
l' ospizio  sì  dovessero  celebrare  i  divini 
ulll/.i.  Mentre  in  esso  i  confrati  s'  impie- 
gavano esemplarmente  in  di  voti  esercizi, 
pel  zelo  che  gì'  informava  vollero  dedi- 
carsi alla  santificazione  dell'animeallrui, 
cominciando  ne'dì  festivi  ad  istruire  ne' 
misteri  e  precetti  dì  nostra  s.  Religione 
i  poveri  fanciulli  della  città,  allettandoli 
con  piccoli  donativi  a  profittarne,  trala- 
sciando l'ozio  e  i  divertimenti.  Da  que- 
st'  insegnamento  de'  rudimenti  dì  nostra 
fede,  ebbe  origine  l'  utilissimo  istituto 
della  dottrina  cristiana  insegnata  in  tante 
parrocchie  della  città.  Ammirando  tanto 
fervore  Filippo  Masserio  cavaliere  e  gran 
cancelliere  del  regno  dì  Cipro,  volle  es- 
serer  aggregato  al  sodalìzio,  e  a  suo  de- 
coro olfrì  un'  insigne  porzione  del  Legno 
della  ss.  Croce,  a  lui  donata  dal  santo  pa- 
triarca di  Costantinopoli  Pietro  Tom- 
maso carmelitano,  di  che  il  Corner  ri- 
porta un  j)regevoIe  documento  (ora  si  ve- 
nera questa  preziosa  reliquia  nella  chiesa 
vicina).  VolIeDioaulenlicare  con  ispleudi- 


a8a  V  E  W 

ile  testimonianze  <ii  mirabili  prodigi  l'i- 
cl«ntitìi  di  tanto  tesoro,  parimenti  narrali 
da  queU'insiguestorico.lii  seguito  la  scuo- 
];ifu  [)ure  arricchita  d'iinnss.  Spina, d'uu 
j'ramnienlo  della  s.  Culotina,  d'una  gatn- 
ba  di  s.  Martino,  delle  teste  delle  ss.  Man- 
lina  e  Angelina  martiri, d'un  dente  di  s. 
Luca  Evangelista.  Nella  chiesa  si  venera 
il  corpo  di  s.  Valentino  martire,  trovato 
nelle  catacombe  di  Uoina.  Lo  Stato  per- 
.sonale  parla  della  chiesa  di  s.  Giovanni 
Evangelista  e  della  scuola  omoninin,chia- 
ina  la  prima  priorato  laicale  tuttora  del- 
la nol)ile  famiglia  Badoerj  rifabbricata 
nel  secolo  XVII  e  dopo  il  r  8 io  destina- 
la a  sussidio  della  parrocchia  de'  Frari, 
con  proprio  rettore.  Dice  il  Moschini  che 
si  perviene  alla  chiesa  passando  per  i\n 
grandioso  e  ornatissimo  arco,  creduto  la- 
voro di  alcuno  della  famiglia  Lombardi 
(edècertooperadi  Pietro  Lombardo,  co- 
me lo  comprovano!  documenti,  ora  fratti 
a  luce).  Sopra  le  due  porte  laterali  iedue 
urne  a'badoari  si  condussero  dal  Catta- 
neo, discepolo  del  Sansovino.  Nella  sagre- 
stia vi  ha  grazioso  lavatoio  col  iSg-z  e  il 
nome  di  Nicolò  Pellegrini  che  lo  scolpì. 
Non  vi  sono  pitture  degne  d'osservazio- 
ne. Della  scuola  di  s.  Giovanni  Evange- 
lista, con  annessovi  oratorio  non  sagra- 
mentale,  dice  lo  Stato  personale^  che 
serviva  d'albergo  alla  scuola  grande  dello 
stesso  nome,  una  delle  6  che  decorava- 
no un  tempo  Venezia.  Si  cominciò  ad  e- 
l'igere  nel  i  34o  e  mano  mano  fu  con- 
dotta a  quella  gran  magnilioanza,  che 
ognuno  può  ancora  ammirare.  Chiusa 
insieme  colle  altre  nel  1797,  una  società 
artistica  si  pose  in  animo  ila  dal  i83o 
di  ridonarla  all'  antico  s[>lendoi'e,  e  fi- 
nalmente dopo  25  anni  d'  inutili  prati- 
che onde  ottenerla  in  conduzione  del  r. 
demanio,  l'acquistò  mediante  l'emis- 
sione d'azioni  non  fruttanti  interesse,  con- 
cedendone l'uso  alla  Corporazione  del- 
l' Arti  Edifìcalorie  di  mutuo  Soccor- 
so a'  poveri  artieri^  novellamente  isti- 
tuita per  le  cure  indefesse  dal   capo- 


V  Eri 
mastro  Gaspare  Diondelli-Crovalo,  ed 
approvata  dall'eccelsa  i.  r.  luogotenen- 
za con  decreto  ai  aprile  f85G,  la  qua- 
le cojporazione  ne  acquistò  l'intera  pro- 
prietà mediante  1'  estinzione  dell'  azio- 
ni suddette.  Intanto  niagniricamente  re- 
staurata questa  scuola  si  riaprì  a'  27 
dicembre  1857,  benedicendone  l'ora- 
torio mg.*^  Vincenzo  Moro  vicario  gene- 
rale capitolare,  protonotario  apostolico, 
cav.  della  corona  di  ferro,  arcidiacono 
del  capitolo  metropolitano.  Nel  i856 
pubblicò  la  Gazzella  di  Fenezia  dell'B 
febbraio,  e  riprodusse  la  Cronaca  di 
Milano  del  eh.  cav.  Ignazio  Canth,  mio 
amorevole  e  fior  d'ingegno,  anno  2.°,  p. 
142.  L'acquisto  della  scuola  di  s.  Gio. 
Evangelista,  insigne  edifizio,  per  parte 
degli  artisti  veneti,  è  un  fatto  compiuto. 
Dopo  5o  anni  d'abbandono  poterono  ot- 
tenerne il  possesso,  adìnchè  sia  ridonato 
al  cullo,  all'arti  belle,  ed  istituita  sia  la 
pia  opera  della  società  di  mutuo  soccor- 
so a'  poveri  artieri.  Nel  trattarsi  nell'a- 
dunanza de'  16  gtMuiaio  di  provvedere 
a' bisogni  piìi  urgenti  della  scuola,  ur» 
valente  scar[)ellino  si  esibì  riparare  il 
pavimento  della  sala,  considerato  tra'più 
magnifici  d'  Italia;  altro  a  rimettere  in 
assetto  i  sontuosi  rami  di  scala  alla  ro- 
mana. Vari  distinti  fabbri-ferrai  accet- 
tarono il  carico  di  somministrare  gra- 
tuitamente lefarramenta  occorrenti.  Un 
benemerito  dichiarò  fare  il  restauro  delle 
facciate.  Un  altro  imprese  la  costruzio- 
ne delle  panche  di  noce.  Chi  olFrì  i  pro- 
pri lavoratori,  chi  le  barche  pel  traspor- 
lo di  materiali;  ed  infine  lutti  gli  altri 
si  prolFersero  di  dar  mano  agli  altri  ri- 
manenti lavori.  In  questa  generosa  e  edi- 
ficante gara,  io  ci  vedo  con  ammirazio*  il 
ne  altra  pubblica  prova  dello  spirito  re-  " 
ligioso,  magnifico  e  patrio  degli  antichi 
veneziani,  trasfuso  in  ogni  classe  degli 
odierni;  ed  una  lodevole  tendenza  al  ri- 
stabilimento felice  dell'  utilissime  e  mai 
abbastanza  lodale  Università  Artisticlie 
(F),  11  conte  Agostino  Sagredo  pubbli- 


VE  W 

et),  Studi  sforici  delle  Consorlcric  del- 
l' Arti  edificatorie,  già  ricordati  nel  § 
XII,  n.  i8.  Le  Fabbriche  di  f^entzia 
pubblicarono  il  disegno  clelln  porla  d'iei- 
gresso  airoratorio  di  s.  Giovanni  Evan- 
gelista, illustrata  dal  eh.  Antonio  Diedo. 
Ancorché  non  del  tutto  commendevole, 
egli  dice,  pure  intende  offrire  un  ulte- 
riore saggio  della  sontuosità,  non  però 
scompagnata  dui  buon  gusto,  con  cui  i 
veneziani,  e  in  ispecie  gl'istituti  religiosi 
e  le  confralernile,  hamio  in  ogni  tempo 
data  mano  all'  erezione  di  grandiosi  edi- 
fizi,  e  contribuito  non  meno  allo  splen- 
dore di  Venezia  che  al  perfezionamento 
dell'arlì  patrie.  Altri,  meno  animosi,  non 
si  sarebbero  neppur  sognali  d'  accumu- 
lare tanta  dovizia  di  maruii  e  di  orna- 
menti in  una  semplice  porta  d'ingresso, 
quant(U)que  il  luogo,  al  quale  introduce, 
meritasse  un  particolare  riguardo.  Pro- 
fuso r  intaglio,  non  produce  confusione, 
indizio  evidente  della  semplicità  con  cui 
è  concetta  l'opera,  la  quale  consiste  in  3 
intercolunni,  o  comparti  a  pilastrate  co- 
rintie: quello  di  mezzo  si  distingue  per 
l'uscio  che  dà  ingresso  alla  corte,  e  per 
l'arcuato  magnifico  finimento  che  coro- 
na la  descritta  porzione.  1  due  laterali 
abbracciano  ne'  campi  due  ricche  fine- 
stre. L'opera  fatta  nel  i48i  a  spese  del 
sodalizio  è  di  Pietro  Lombardo  aiutato 
da'  figli,  come  fu  provato  ora  nella  3." 
edizione  dell'opera  detta  delle  Fabbri- 
che, impressa  dall'Antonelli,  con  aggiun- 
te di  tavole  e  di  testo,  per  cura  del  eh. 
Zanolto. 

3.  Scuola  grande  di  s.  Maria  della 
Misericordia:  nel  §  IX,  n.i  la  descrissi. 

4-  Scuola  grande  di  s.  Marco  :  nel  S 
XII,  n.  i3  ne  trattai. 

5.  Scuola  grande  di  s.  Rocco.  Ap- 
prendo dal  Corner,  che  riconosciuta  nel 
làrnoso  concilio  <li  Costanza,  adunato  nel 
j4'4»  <^0"f'^stevole  pompa  la  venerazio- 
ne del  glorioso  s.  Rocco,  e  sperimentata 
ellìcace  presso  Dio  l' invocala  sua  inter- 
cessione contro  i  pericoli  terribili  delle 


V  E  i\  a83 

funeste  pestilenze,  molte  città  d'Italia  eoa 
pubbliche  dimostrazioni  di  religioso  os- 
sequio procurarono  di  meritarsi  il  suo 
valido  patrocinio,  erigendo  a  di  luiono* 
re  altari  e  chiese,  e  istituendo  confi ater- 
nite  che  promuovessero  il  di  lui  culto. 
Una  di  queste  fu  fond. ita  in  Venezia,  che 
umilmente  nata,  divenne  poi  celebratis- 
sima  per  co[)ia  d'entrate,  raagnificeuza 
di  fabbriche,  sontuosità  di  suppellettili, 
molti  e  rari  dipinti,  e  per  collezione  pre- 
ziosissima di  ss.  Reliquie.  Venne  eretta 
nella  chiesa  parrocchiale  di  s.  Giuliano, 
ove  radunatesi  alcune  di  vote  persone 
r  incominciarono  con  licenza  ottenuta 
a'  IO  giugno  1478  <^'^'  consiglio  de'Die- 
ci,  sotto  l'invocazione  di  s.  Rocco,  po- 
tendovisi  allora  ascrivere  persone  di  qua- 
lunque sesso  e  condizione.  Da  sì  tenui 
principi!  ebbe  origine  l'illustre  scuola, 
poi  annoverata  fra  le  grandi  di  Venezia, 
di  cui  formò  uno  de'principali ornamen- 
ti. In  pochi  giorni  tanto  rapido  ne  fu 
r  incremento,  che  il  sodalizio  a'  3o  no- 
vembre impetrò  dal  concilio  de'  Dieci  la 
licenza  di  poter  incedere  in  numero  di 
100  fratelli  e  sotto  l'adorabile  insegna 
del  Crocefisso  alle  sue  divozioni,  ed  alla 
sepoltura  de' confratelli  coli' abito  pro- 
prio e  le  discipline,  però  in  guisa  che  re- 
stando i  fratelli  col  volto  scoperto,  qùe' 
soli  potessero  coprirsi  la  faccia  col  cap- 
puccio, che  nudi  gli  omeri  fliigellavansi 
a  sangue  pei'  mitigare  Io  sdegno  divino 
irritato  da'  peccati  del  popolo.  Perciò  la 
scuola  venne  dichiarata  del  numero  delle 
disciplinane,  poi  chiamate  Scuolcgran- 
di.  Mentre  dunque  con  esercizi  così  esem- 
plari di  cristiana  penitenza  si  conciliava 
quesla  pia  adunanza  l'  amore  e  l'ammi- 
razione della  città,  un'altra  confraternita 
che  sotto  il  titolo  di  s.  Rocco  era  stata 
precedentemente  fondata  nella  chiesa  di 
s.  Miuia  Gloriosa  de*  Frari,  ricercò  e 
ottenne  d'  unirsi,  e  formare  un  sol  cor- 
po con  questa  istituita  nella  chiesa  di 
s.  Giuliano,  a  cui  concesse  nel  1480  il 
consiglio  de'  Dieci  ruutorizzazione  dipo- 


9.84  V  E  N 

ter  Irasferlrsi  ed  unirsi  con  quella  cire- 
ra  nella  chiesa  de* frali  ininoiì,  e  ne  eoa- 
fermò  poi  nel  seguente  anno  le  proprie 
costituzioni.  Per  circa  4  anni  rimasero  i 
(livoti  confratelli  nella  chiesa  de'frati  mi- 
nori; donde  poi  per  gravissime  cause  ri- 
solsero di  partirsi;  e  quanlunqueavessQ- 
ro  già  cominciato  ad  innnlzare  per  loro 
uso  una  chiesa,  pure  ottennero  neli4yT' 
facoltà  dal  patriaica  Girardi  d'atterrare 
il  già  fabhricato  per  costruire  in  luogo  più 
opportuno  altro  sagro  edilìzio  porporzio- 
natualla  uecessitàdi  loroadunanze. Simi- 
le licenza  accordò  al  sodalizio  il  consiglio 
de'Dieci, insieme  all'aumento  de'  i  oo  fra- 
telli con  altrettanti, a  condizione  però  che 
non  fossero  pricna  aggregati  ad  alcuna 
delle  4  scuole  dette  de'  Battuti  o  Dìsci- 
jìlitianti.  Mentre  si  operava  il  traspor- 
lo del  luogo,  la  divozione  de' confrali  fu 
premiata  da  Dio  col  tesoro  e  acquisto 
«lei  ven.  corpo  del  titolare  e  patrono  s. 
Hocco:  ciò  avvenne  nel  modo  che  va- 
ilo a  riferire.  Nel  mese  di  agosto  14B4 
d.  Mauro  monaco  camaldolese  trovan- 
tlosi  per  calunnie  in  una  delle  carceri  di 
Venezia,  s'obbligò  con  voto  di  portarsi  a 
visitare  il  corpo  di  s.llocco  in  Voghera,  ca- 
Ktello  di  Lombardia,  allora  posseduto  dal 
conte  Pietro  del  Verme  (ma  sull'identità 
«lei  cor()o  di  s.  Rocco  va  tenuto  presente 
«pianto  nella  biografia  notai  colDuller,im« 
presso  con  questi  tipi,  cioè  che  il  veneran- 
do corpo  fu  prima  trasportato  forse  dalla 
patria  Montpellier,  in  Arles,  da  dove  si 
fece  la  distribuzione  delle  principali  sue 
reli(|uie,  equi  con  esso  aggiungerò,  in 
Ispagna,  in  Fiandra,  a  Roma,  a  Torino, 
in  Alemagna,  a  Parigi,  a  Marsiglia  e  in 
molli  allri  luoghi.  Dice  inoltre  il  Buller, 
che  la  regina  Maria  ujoglie  del  re  Luigi 
XV  avendo  eretto  una  cappella  al  santo 
in  s.  Luigi  di  Versailles,  ne  domandò  le 
reliquie  all'arcivescovo  d'Arles  Jumil- 
hac  nel  1764,  il  quale  aperta  la  cassa 
in  cui  sono  rinchiuse  ne  Irasse  uno  de- 
gli ossi  maggiori  e  lo  mandò  alla  regina. 
Nuu  tace  il  Dutler,  che  vuoisi  il  corpo 


VEN 

di  s.  Rocco  trasportato  a  Venezia,  onda 
io  dicliiarai,  almeno  considerevole  por- 
zione). Non  senza  divina  grazia  liberato 
dalla  prigione,  si  portò  tosto  alla  piccola 
chiesa  di  s.  Rocco,  a  quell'  epoca  conti- 
gua alla  chiesa  de'  frati  minori,  per  rin- 
graziare il  santodi  sua  ricuperata  bber- 
tà.  Nel  vedere  il  guardiano  della  scuola, 
Tommaso  Alberto,  gli  manifestò  il  pro- 
ponimento di  recarsi  pure  nel  castello  di 
Voghera  a  visitare  il  corpo  del  saeito.  Al- 
lora il  guardiano  l'animò  a  ra[)4rlo.  Par- 
tito il  monaco  a'  12  ottobre  da  Venezia 
e  a'20  arrivato  in  Voghera,  tosto  si  por- 
tò all'  ospedale  di  s.  Rocco,  ove  propin- 
(juo  era  1'  oratorio  nel  cui  altare  sotto 
furie  custodia  di  due  porte  e  di  ben  chiu- 
sa cassa  riposava  il  corpo  di  s.  Rocco, 
conservandone  gelosamente  le  chiavi  4 
persone.  Vedendo  il  monaco  l'  impossi- 
bilità dell'impresa, dispiacente  e  senza  la 
consolazione  d'aver  veduto  il  sagro  de- 
posito, tornò  a  Venezia.  Ivi  riveduto  il 
guardiano  e  rimproverato  da  lui  di  suu 
pusillanimità,  si  sentì  in(Iau)mato  di  ri- 
tornare a  Vog  hera  per  eseguire  l'impre- 
sa, nel  riflesso  che  il  s.  Corpo  non  avea 
personali  custodie.  A'24  febbra  io  i48? 
giunto  animoso  in  Voghera,  dopo  due 
giorni  nottetempo  penetrò  in  chiesa  f(U"- 
livamenfe,  ed  aperta  con  grimaldello  la 
I.'  portella  di  legno  e  schiodata  colle  te- 
naglie la  2."  di  ferro,  rapì  la  cassa  e  eoa 
falsa  chiave  aperta  una  porta  la  portò 
via  dalla  chiesa.  Fermanilosi  poi  in  luo- 
go remolo  ne  cavò  il  capo  e  1'  altre  sa- 
gre ossa,  lasciandone  solo  due  nella  cassa 
che  riportò  al  suo  luogo,  ed  appena  al- 
l'albi del  giorno  si  apiirono  le  porte  del 
castello,  nascostamente  in  un  sacco  in- 
volte fra  pannilioi  esultante  portò  le  ss. 
Reliquie  a  Venezia.  Il  guardiano  ne  pro- 
vò indicibile  giubilo,  e  le  collocò  in  de- 
posito nella  chiesa  di  s.  Geminiano,  su- 
bito dandone  avviso  al  patriarca  Gi- 
rardi. Questo  prelato  fattane  verifica 
con  rogito  de'  29  aprile  14^^.  "e  die' 
partecipazione  al  consiglio  de'  Dieci,  iu 


VEN 

uno  al  permesso  dalo  al  guardiiino  d'nb- 
haltere  la  coiniuciata  chiesa,  per  edi- 
flcaine  a! Ira  in  luogo  più  oppoiluno 
e  veramente  degna  del  sagro  Corpo  che 
dovea  custodire.  Nello  stesso  anno  del- 
l' ottenuta  licenza,  si  trasferì  la  scuola  in 
sito  spazioso  del  sestiere  di  s.  Marco,  dove 
era  un'  antica  chiesa  di  S.Susanna  nella 
parrocchia  di  s.  Samuele,  ed  ivi  acqui- 
state prima  e  poi  atterrale  molte  casette, 
alcune  delle  quali  servivano  ad  uso  d'in- 
fame lupanare,  destinarono  i  confratelli 
d' innalzar  la  nuova  magnifica  chiesa,  a- 
vendo  ottenuto  dalla  pubblica  pietà  il 
divieto  che  nelle  vicine  abitazioni  dimo- 
rassero meretrici.  Ma  perchè  la  divina 
provvidenza  avea  destinato  che  quei  si- 
to, già  da  tante  impurità  contaminato, 
si  santificiisse  convertendolo  in  abitazio- 
ne di  purissime  vergini,  fece  che  i  diret- 
tori della  scuola  mutato  consìglio  cedcs« 
sero  il  luogo  colle  cominciate  fibbriche 
pel  monastero  de' ss.  Rocco  e  Margheri- 
ta, di  cui  nel  §  X,  n.  52,  e  si  risolvessero 
a  fissare  la  loro  dimora  presso  la  chiesa 
di  s.  Silvestro,  nell'antico  palazzo  de'pa- 
Iriarchi  di  Grado,  ottenuto  a  livello  per- 
petuo dal  patriarca  di  Venezia  Girardi. 
Ivi  dunque  con  solenne  pompa  e  l'in- 
tervento di  tutte  le  scuole,  processional- 
niente  fu  portato  il  corpo  di  s.  Rocco 
dalla  chiesa  di  s.  Geminìano,  e  sontuo- 
samente adattata  a  forma  di  cappella 
una  porzione  del  palazzo,  fu  in  essa  con 
decoro  riposto.  Sebbene  i  confrati  aves- 
sero stabilito  di  fermarsi  per  sempre  in 
detto  luogo,  stanchi  ormai  di  tante  edi- 
spendiose mutazioni;  ma  promossi  dal 
pievano  di  s,  Sdvestro  contro  la  confra- 
ternita molesti  litigi,  essa  per  goder  quie- 
te abbandonò  il  da  lei  risarcito  palazzo, 
e  reso  adorno  con  gravi  dispendi,  ritor- 
nando all'antica  stazione  nella  parrocchia 
di  s.  Panlaleone,  ove  avea  molti  anni 
prima  intrapresa  la  fabbrica  di  nuova 
chiesa,  che  tanto  piagli  si  rendeva  ne- 
cessaria dopo  r  acquisto  del  s.  Corpo, 
luipelrò  dunque  uel  14^9   ouovo  per- 


V  E  N  285 

messo  dal  consiglio  de'Dieci  di  restituirsi 
al  I. "luogo  presso  santa  Maria  Gloriosa 
nel  sestiere  di  s.  Paolo,  ed  ivi  dietro  tale 
tempio  fare  ristabilire  la  chiesa  col  lito- 
Io  di  s.  Rocco  già  ne'precedentianni  ab- 
battuta, approvando  le  convenzioni  falle 
fra  il  guardiano  e  i  confratelli,  ed  i  frali 
minori.  Con  tal  fervore  i  fratelli  si  ado- 
perarono per  l'erezione  della  nuova  chie- 
sa, vicina  alla  scuola  dello  stesso  nome, 
che  ridotta  in  pochi  mesi  a  potersi  uHi- 
ziare,  con  nuova  solenne  traslazione  il  d\ 
28  marzo  1490, accompagnali  dall'altre 
4scuole  de'baltutì,  levarono  dal  palazzo 
di  s.  Silvestro  il  corpo  del  patrono  s. 
Rocco,  e  onorevolmente  lo  collocarono 
nella  nuova  chiesa,  la  quale  fu  poi  con- 
sagrata il  1. "gennaio  i5o8  da  Domenico 
Aierio  vescovo  di  Chisamo  o  Cissamo. 
Lo  Stato  personale  ecco  come  couìpen- 
dia  tulli  questi  pai^saggi,  e  pare  dia  più. 
antica  origine  al  sodalizio.  La  chiesa  di 
s.  Rocco  eretta  nel  1478  fu  sempre  del- 
l'arciconfraternita  di  tal  nom^,  la  quale 
esistente  dal  i4i  5  nella  chiesa  di  s.  Giu- 
liano, ne  avea  già  una  filiale  in  questo 
sito,  donde  dopo  il  i485,  demolita  la 
chiesetta  già  erettavi,  passò  a  stabilirsi 
a  s.  Samuele,  e  poco  di  poi  a  s.  Silvestro, 
per  ritornare  nel  1 489  a'  Frari,  rico- 
struendo la  chiesa  nel  luogo  primiero,  e 
compiendola  nel  i520.  Quantunque  pe- 
rò i  divini  uflìzi,  osserva  il  Corner,  e  le 
più  solenni  funzioni  si  celebrassero  nella 
nuova  chiesa,  pure  le  adunanze  de'con- 
fralelli  seguivano  a  convocarsi  nel  palaz- 
zo già  patriarcale  di  s.  Silvestro,  il  che 
riuscendo  troppo  d' incomodo,  l'  8  ago- 
•sto  i5i6  fu  acquistato  dal  capitolo  di  s. 
Pautaleone  alcuni  edilìzi,  e  sul  suolo  di 
essi  fu  eretto  l'ospizio  più  comodo  e  con- 
veniente, con  autorità  apostolica  di  Leo- 
ne X.  In  esso  dunque  sì  disposero  i  prin- 
cipii  dell'ospizio  o  scuola, che  prima  sot- 
to la  direzione  di  Mastro  Buono,  protu 
della  chiesa  di  s.  Marco,  e  poi  con  quel- 
la di  Sante  Lombardo,  figlio  di  Giulio, 
e  quindi  con  quella  dello    Scarpagnì- 


286  YEN 

no  s*  innalzò  con  lai  tnognificenia,  die 
ridotta  a  perfezione  non  cede  in  mae- 
slù  a  niunn  delle  fld)liriche  più  sontuo- 
se di  Venezia,  Dicliiara  il  cav.  Mulinel- 
li, negli  yhiiiali  Urbani,  che  nella  scuo- 
la di  s.  Hocco,  fdhbiica  cominciala  nel 
1  5i6  e  leiiniiiala  nel  i53o,  vi  opera- 
rono Mastro  Buono,  Sanlee  Tullio  Lom- 
bardo, e  lo  Scaipagnino,  celebri  archilet- 
li.  Costrutta  di  pietra  istriana,  dentro  e 
fuori  incrostata  di  marmi  greci  e  orien- 
tali, ha  due  sale,  una  terrena  e  l'altra  su- 
periore, tanfo  magnifiche  che  forse  altre 
non  ve  n'hanno  in  Italia  che  le  pareg- 
gino, corrispondendo  appieno  a  questa 
magnificenza  le  scale,  i  pianerottoli  e  lo 
sbocco  delle  scale  slesse.  Noterò  col  Cor- 
ner, che  non  eguale  però  né  in  decoro  né 
in  consistenza  fu  la  struttura  della  chiesa 
innalzala  in  ristrettezze  di  tempo,  la  rpia- 
le  danilo  manifesti  segni  di  sua  debolez- 
za, ne'  principii  del  secolo  passalo,  si 
\olle  riedificare  nel  ly^S,  e  ridotta  nel 
corso  di  qualche  anno  a  perfezione,  in 
gran  parte  coll'anlico disegno,  riuscì  più 
maestosa  e  adorna.  Puconosceudo  Vene- 
zia dall' intercessione  di  Maria  Vergine 
e  dalla  protezione  di  s.  Fiocco  1'  essere 
slata  dalla  clemenza  divina  liberata  dalla 
fìerissi ma  peste  che  r  afflisse  nel  1376, 
decretò  il  senato  di  doversi  ogni  anno 
con  pompa  festiva  nella  solennità  del 
Santo  a'  i6  agosto  visitare  da  lui  e  dal 
doge  il  venerabile  Corpo,  che  in  un'  ar- 
ca di  scello  marmo  riposa  nell'  aliare 
maggiore  della  chiesa,  e  ivi  nel  i520  o- 
iiorevobnenle  collocato.  La  magnificen- 
za sua,  e  della  scuola  vicina, furono  cau- 
sa che  sopravvissero  al  comune  naufra- 
gio delle  coiporazioni  pie  avvenuto  nel 
18 IO, e  tuttora conservinsi.  La  chiesa  ha 
il  rettore  e  il  sagrisla.  Descrive  il  Mu- 
schini  la  chiesa  di  s.  Fiocco  cou  facciata 
ricca,  ma  di  nessun  merito,  archileltata 
dal  Maccarucci,  il  quale  più  mirò  alla 
\icina  scuola  che  al  tempio.  Censì  entro 
di  c|uesto  lodasi  lo  Scalfarotto,  il  quale 
duveado  couduiio  lasciaado  in  piedi  le  3 


V  EN 

cappelle  di  pro^pello,  di  semplice  manie- 
ra,erette  con  disegno  del  Buono,  vi  ridus- 
,se  tale  un'  opera,  la  quale  seojbra  d'  un 
solo  tenipo  e  d'un  solo  maestro.  Le  due 
slulue  a'  fianchi  della  porla,  David  e  s. 
Cecilia,  fanno  onore  a    Gio.  Marchioni. 
J.  Tinloretto  lavorò  i  due  quadri  late- 
rali all'  organo  e  al  coro  con  l'  Annun- 
ziala, e  s.  Rocco  innanzi  al  Papa.  Egli, 
dopo  il  i."  altare  con  tavola  del   Fvizzi, 
fece  il  s.  Rocco  in  solitudine  e  la  Proba- 
tica  Piscina  ;  dipinto  questo   de'  più  fe- 
lici del  suo  autore,  che  vi  ebbe  sua  pron- 
ta e  dotta  mano  ubbidiente  al  giudizio- 
so e  vigoroso  intelletto.  Gli  si  dà  il  rim- 
provero di   troppe  figure  ;  rimprovero 
che  Tinloretto  poche  volte  non  meri- 
tò. Neil'  allro  altare  il  s".  Antonio  di  Pa- 
dova  è  del  Trevisani,  che  allora  ope- 
rava a  Fioma.  Nella  cappellina   laterale 
alla  maggiore,  la  figura  del  Salvatore  stra- 
scinato da  un  manigoldo  è  cosa  pregia- 
bile  di    Tiziano,   imitala   e  copiata   più 
volle,  equi  tradotta  anche  in  marmo  nel 
pilastro  all'altra  parledella  cappella  mag- 
giore. Il  magiiificoed elegantissimo  mag- 
giore aliare,  assai  ricco  di  marmi,  ha  sta- 
tue di  stile  alquanlo  secco,  travagliate  dal 
Mosca;  quantunque  quella  del  Santo  si 
trovi  attribuita  al  Buono.  1  3  comparli, 
onde  n'è  dipinta  la  cassa  col  corpo  di  s. 
Rocco,  sono  graziosi  e  di  tinta  soave,  ma 
d'  ignoto  pennello.  I  4  quadri  del  coro 
sono  del  ricordato  Tinloretto  :   de'qua- 
li  i  più  grandi,  con  il  Santo,  e  medico  ef- 
ficace allo  spedale  ,  e  confortalo   da   uu 
Angelo  in  prigione,  ci  mostrano  nel  pit- 
tore lo  studioso  di  Tiziano  e  di  Michelan- 
gelo, che  sa  conservarsi  vigoroso  eziandio 
nella  sua  diligenza.  Nell'andito  della  sa- 
grestia, s.  Sebastiano,  figura  a  fresco  ,  è 
del  Pordenone:  del  quale  pittore  sono 
anche  le  due  storie  de'ss.  Martino  e  Cri- 
stoforo, opera  di  molta  forzaedigrandio 
so  carallere,  tra'due altari:  ili. "con  l'An 
nunziata,  del  Solimene,  l'altro,  con  l' In 
venzioue  della  Croce ,  del  Rizzi.   Se  la 
scuola  di  s.  Rocco,  la  quale  può  dirsi  uao 


J 


V  EN 

t1e'(.iùnoclii  egiiiniliosisagri  monumen- 
ti die  abbia  l'itaiin,  cium  tiiltfivia,  e  noti 
provola  comune  sorle  «Itile  ifligiosccon- 
fValernite,  ciò  si  deve  all'inlelligenlee  col- 
to amore  che  avea  delle  cose  «Ielle  belle 
arti  il  viceré  principe  Eugenio.  Il  pro- 
spetto, solido,  semplice,  ornato  e  ben  di- 
segnalo, è  opera  dello  Scarpagnino.  L'in- 
terno fu  comincialo  dal  Buono, prosegui- 
to (la  Sante  e  Giulio  Lombardi,  compito 
colla  soprintendenza  del  Sansovino.  Wel- 
l'andito  il  Gonfalone  in  seta  colla  figura 
di  s.  Rocco  fu  disegnato  da  Lodotico  Ca- 
racci,  ed  eseguito  dal  Galanipo.  La  sala 
inferiore  è  lulla  coperta  di  pitture  di  J. 
Tintotelio.  Veramente  piegevoli  ne  so- 
no due:  l'Annunziata  e  la  Strade  deaTln- 
nocenti.  Nella  i."  l'intelletto  si  appaga, 
che  l'Angelo  entri  a  volo  per  una  porla, 
e  r  occliio  rimane  volonlieri  ingannalo 
da  quella  tanta  scienza  di  proS|)etliva  e 
di  ombre.  Nell'altra  sono  bene  distribui- 
ti i  giuppi,  ben  concepiti  e  variali  i  casi, 
e  benissimo  rappresentati.  Ascesa  la  i.' 
magnincenlissìmn  scala,  il  qua<lro  colla 
Visita  0(1  Elisabetta  è  del  medesiuioTin- 
torello;  l'allro  cull'Annuu/iala  è  di  Ti- 
ziano: opera  del  suo  tempo  migliore,  ove 
sparse  ogni  sua  bellezza,  l  due  grandi  «pia- 
dri  del  la  scala  superiore  si  dipinsero  da  due 
Tenebrosi.  Eraue  acconcio  il  soggetto  del- 
la Peste  dal  il")3o,  che  toccò  al  Zancbi, 
non  l'altro  della  fuga  di  quella  ,  che  fu 
dolo  al  Negli.  Però  questi  rivaleggiò  col- 
l'alho  tbe  ci  die  la  sua  più  bell'opera. 
Anche  la  sala  superioie  è  tutta  coperta 
d'opere  di  J.  Tinlorello.  Il  Miracolo  de' 
pani  e  pesci,  la  Cena  cogli  Apostoli,  la  Ri- 
surrezione eia  Nascita  di  K.  S.,  fra  "li  al- 
tri  delle  pareli, mostrano  la  ricca  e  pron- 

I  ta  fantasia  del  pittore.  Questa  vi  si  ammi- 
ra eziandio  nell'opere  del  soflìllo,  ad  on- 

'  ta  die  vi  si  ravvisino  certe  libertà  ,  die 
vogliono  essere  perdonale  all'  arditezza 

',  del  genio.  Que'fatli  ddla  "vita  del  Santo, 
Inlegnr),  s'intagliarono  da  Giovanni  Mar- 

,  chioii,  e  quegli  altri  Capricci  intorno  alla 

,  sala,  che  fanno  iuarcare  al  volgo  e  boc- 


V  E  N  287 

ca  e  ciglia,  dal  Pianla  giovane.  L'altare 
è  bell'opera  di  Francesco  di  l'ernardina, 
eretto  neh  588;  le  statue  laterali  delCam- 
pagna,  rappresentano  i  ss.  Gio.  Callista  e 
Sebastiano,  olire  due  altre  che  chiudono 
la  balaustra.  La  tavola  dell'altare,  pure 
del  Tintorello,  offre  il  s.  Titolare  in  glo- 
ria, e  al  basso  persone  inferme.  Nell'ope- 
re della  sala,  detta  1'  Albergo  o  ospizio, 
sulla  cui  porta  eslernamenle  nel  i  SyS  col- 
locò il  proprio  ritratto,  Tmiorelto  mise 
niaggior  studio:  forse  pei  che  in  uno  spa- 
zio piùristrello l'occbio l'osserva  piùlran- 
quillamente,  e  tulle  riuscirono  eccellenti. 
11  grande  quadro  della  Crocifissione  già 
è  una  deiro|)('ie  migliori  e  ca[)ola\oro  in 
SI  gran  numero  che  ne  fece  :  dove  non 
desideri  aiaggioie  né  l'  ingegno  ,  né  il 
sapere.  In  argomento  si  comune  seppe 
avere  sua  novità:  cosa  che  disse  difficile  lo 
slesso  lalinoditlalore  del  codice  del  buon 
guslo.F'u  con  mirabile  magistero  intaglia- 
ta da  Agostino  Caiacci.  La  figura  del  Sal- 
vatore innanziPilatoa  ragione  vienechia- 
inala  sublime;  1'  Ecce  Homo  è  una  me- 
raviglia: e  jiella  Salita  al  Calvario  si  lo- 
derà la  novità  del  modo  che  i  due  ladro- 
ni vi  seguono  il  Salvatore,  colla  croce  le- 
gala sugli  omeri.  Nel  soflìllo  la  figura  di 
s.  Rocco  é  bella,  vaga  e  ben  intesa.  Nel- 
la Cancelleria  il  s.  Piocco  è  del  Prete  Ge- 
novese; il  s.  Pietro,  in  arazzo,  é  della  scuo- 
la romana;  il  Cristo  paziente,  della  ma- 
niera tizianesca.  Neil'  Archivio  piccolo  è 
tli  Gio.  Novelli  l'antico  musaico  dell'An- 
nunziala. La  scuola  dell'arciconfraternila 
di  s.  Rocco  è  un  complesso  di  cose  peregri- 
ne e  preziose,  piena  d'inestimabili  oggetti 
dell'arte  veneziana,  nésidevelasciaresen- 
za  ricordo  il  lialdacchino  d'oro, opera  tut- 
ta di  soprarricciOjOssia  lavoro  sopra  lavoro 
ne'drappi  d'oro.  Le  Fabbriche  di  J^eiie- 
zia  ci  dierono  6  tavole  della  Confrater- 
nita di  s.  Rocco,  illustrate  dal  Die.do  an- 
che con  annotazioni,  ed  eziandio  con  ag- 
giunta e  annotazioni  del  Zannilo.  Tanta 
è  la  diffusione,  il  sapere  artistico,  l'erudi- 
zione, il  j,"  nella  parte  archilellouica  e 


288  V  E  N 

ornamenlaIejil2.°nelle  dlcliiaiazioni  de' 
dipinti,  che  non  mi  è  dato  con  poche  pa- 
role compendiarli.  Non  posso  lacere,  che 
per  la  ragionata  lettera  scritta  al  Diedo 
da  d.  Sante  delia  Valentina,  già  cappel- 
lano del  sodalizio  e  rettore  della  chiesa, 
benemerito  delle  patrie  memorie  pe'do- 
cumenti  che  seppe  disolterrare  dalla  pol- 
vere degli  archivi ,  si  trae  che  il  Buo- 
no e  il  Lombardo  furono  non  inventori 
ina  proti  esecutori  e  soprintendenti  del- 
la grandiosa  fabbrica;  e  che  allo  Scarpa- 
gnino  furono  commesse  e  da  lui  esegui- 
te molte  cose  di  più  che  gli  altri  non  fe- 
cero, né  ordinarono,  mentre  a  lui  il  Te- 
manza  non  avea  dato  altro  merito  che  di 
proto  e  d'aver  dato  l'ultima  mano.  La 
i."  pietra,  coir  intervento  del  palliare» 
Antonio  il  Centanni,  si  pose  soltanto  a' 
25  marzo  iSi^,  Il  modello  sembra  do- 
'«ersi  ad  alcuno  de'  maggiori  di  Sante 
Lombardo,  probabilmente  il  di  lui  avo. 
La  serie  delle  cose  operate  dallo  Scarpa- 
gnino  sono  riferite  nelle  ricordale  anno- 
tazioni, e  da'fondamenti  il  così  detto  Al- 
bergo con  pilli  stanze  a  custodia  delle  pre- 
ziose suppellettili;  è  incerto  se  disegnasse 
la  bella  porta.  Terminò  la  facciata  poste- 
riore della  fabbrica  lasciata  neliSay  dal 
Lombardo,  ridusse  le  scale  a  miglior  di- 
segno e  più  maestose,  fece  la  facciata  da- 
vanti che  lo  dimostra  uomo  distinto  e  di 
molta  dottrina,  valoroso  artista.  Di  più, 
genericamente  dirò  pure,  a  schiarimento 
del  narralo.  La  sala  inferiore  è  a  3  navi 
formale  da  due  fila  di  colonne  corinlie; 
queste  non  sono  nella  superiore,  nel  re- 
sto ripetizione  della  terrena.  La  facciala 
dinanzi,  che  guarda  la  piazza  di  s.  R.occo, 
è  divisa  in  due  parti;  quella  a  manca,  che 
abbraccia  3  inlercolunnii  colle  colonne 
spiccale,  ch'è  la  più  nobile,  e  l'altra  a  pi- 
lastri, che  fa  l'uffizio  di  ala.  La  facciala 
di  dietro,  che  guarda  il  canale,  è  anch'es- 
sa ornalissima,se  non  anche  troppo:  lut- 
to l'edifizio  viene  degnamente  terminalo 
da  una  maestosa  cornice.  Lo  spaccato  dà 
inaggiormeote  a  conoscere  la  singolarità 


V  EN 

e  decantala  magnificenza  di  questo  edifi- 
zio,  costruito  senza  risparmio.  Sontuosis- 
sime le  superbe  e  ben  ordinale  scale,  va- 
sto e  illuminato  il  pianerottolo,  per  cui 
si  monta  alla  branca  di  mezzo.  La  figura 
de'capilellicorinlii  o  compositi,  comiuoiò 
qui  a  svilupparsi  in  meglio,  ed  a  prender 
forme  più  disinvolte  e  più  gaie.  11  eh.  Za- 
notlo  egregiameole  descrive  tulli  i  dipin- 
ti, ne  fa  rilevare  le  bellezze,  e  perciò  anche 
di  quelli  non  ricordali  dalMoschini.J. Tin- 
lorello  in  questa  superba  fabbrica,  perol 
tre  20  anni  v'impiegò  il  suo  terribile  pen- 
nello, superando  quasi  se  stesso  in  alcu-^ 
na  tela,  onde  qui  più  che  in  altro  luogo 
si  ammira   1'  ingegno  magistrale  del/fi/-: 
m/He rfeZZ^^i^Hr^, com'è  soprannomina- 
to. L'indicalo  serico  gonfalone  neli6o5 
fu  lascialo  in  dono  dalla  confraternita  di 
s.  Rocco  di  Bologna,  quando  venne  a  ve- 
nerare il  corpo  del  comune  patrono.  Nel- 
la sala  terrena,  le  pareti  sono  pure  orna- 
le da'dipinti  esprimenti  l'Adorazione  de* 
Magi,  la  Fuga  in  Egitto,  Maria  Madda 
lena,  Maria  Egiziaca  ,  la  Circoncisione 
i'  Assunta:  tutte  opere  di  Tintorello.  I 
nobile  altare,  che  fa  testa»*!  questa  salai 
reca  la  statua  colossale  di  s.  Rocco  dfl 
Campagna.  Questo  egualmente  l'impan 
dal  Zanolto,  come  quaul'altro  vado  a( 
accennare.  L'ingresso  e  i  pilastri  delle  ma 
gnifiche  scale  sono  decorali  da  aiquanl 
sculture  figurale  e  ornamentali  di  squisi 
lo  scarpello.  La  cupola  maestosa  e  in  un» 
elegante,  è  dipinta  a  fresco  da  Girolam|| 
Pellegrini,  e  rappresenta  la  Carità  che  ri- 
ceve dalla  Religione  la  fiamma,  simbolo 
del  suo  ardente  amore  verso  Dio  e  verso 
gli  uomini,  e  s.  Rocco  che  a  lei  geuuflesso 
presenta  la  confraternita,  figurala  da  una 
donna   in  candida  veste.   Tralascio  per 
l'imperiosa  brevità  il  resto.  Nella  supe- 
riore magnifica  e  spaziosa  sala,  piena  del- 1 
le  prodigiose  tele  del  Tintorello,  fra  qua-; 
sle sono  altresì  l'esprimenti  Lazzaro  ri- 
sorto, il  Precursore  che  ministra  il  batte- 
simo a  Cristo,  le  grandiose  figure  de'  ss 
Rocco  e  Sebastiano  fra  le  finestre  di  fron- 


VEiN 
leali'  aliare  magnifico,  che  fa  lesta  alla 
slesso  sala  e  descritto  di  sopra  col  Mo« 
sellini,  Cristo  tentato  da  Satana;  seguono 
altri  dipinti  nelle  pareti.  In  quelli  del 
soppalco  o  soflilto,  lutto  intagli  messo  a 
oro  con  ogni  splendidezza,  cominciando 
da  Adorno  ed  Eva,  sono  espressi  i  3  Fan- 
ciulli nella  fornace  di  Babilonia,  Mosè 
salvato  dalle  acqu  e  e  le  principali  sue  ge- 
sto, Giona  uscito  dalla  balena,  Sansone 
elle  si  disseta,  Samuele  che  unge  David, 
il  Castigo  de'serpi,  la  visione  d'Ezechiele, 
Abramo  immolante  Isacco,  Daniele  fra  i 
leoni,  Elia  sull'igneo  carro,  la.Manna,E- 
lia  perseguitalo  da  Jezabele,  gii  Ebrei  ce- 
lebranti la  Pasqua,  Melchisedech  offrente 
pance  vino,  gl'Israeliti  trucidati  nella  vi- 
sione d'Ezechiele.  Da  questa  passando  al- 
l'altra sala  denominata  l'Albergo  ,  sulla 
porla  e  fra  le  finestre  si  vede  Cristo  co- 
ronalo di  spine  e  due  Profeti,  parimenti 
opere  commendevoli  diTiuloretlo. Ne' va- 
ni all'intorno  sono  rappresentate  le  5  al- 
tre scuole  maggiori;  e  sopra  il  quadro  del- 
la Crocefissione,  miracolo  della  venezia- 
na pittura  e  già  descritto  col  Moschini,  è 
Maria  Misericordiosa  io  atto  d'accoglie- 
re sotto  al  suo  manto  alcuni  coufrati.  A' 
fianchi  di  essa  sono  figurali  gli  evangeli- 
sti ss.  Giovanni  e  Marco.  Gli  altri  spazi 
che  rimangono  accolgono  e  la  Vergine  co- 
ronata di  rose,  e  s.  Teodoro,  fanciulli  va- 
ghissimi, stemmi  e  ornati  di  gusto  squi- 
silo.  Inoltre  sotto  il  quadro  della  Croce- 
fissione,  il  bolognese  F.  Tesoli  n  espresse 
nei  I  780  a  chiaroscuro  sul  cuoio  alcune 
azioni  della  vita  di  s.  Rocco,  con  tal  di- 
ligenza che  inganna  l'occhio.  Finalmen- 
te il  real  pavimento  ,  con  vago  diseguo 
ha  disposti  eletti  marmi,  come  il  porfido, 
il  diaspro  sanguigno,  il  verde  antico.  Le 
porte  poi  sono  tutte  ornate  d*  intagli  in 
marmo,  e  di  colonne  e  di  stucchi  degni 
d'ugni  considerazione. 

6.  Scuola  grande  di  s.  Teodoro:  nel 
§  Vili,  D.  28,  ne  tenni  proposilo. 

'^  .Scuola  della  Confralernila  di  s. Ma- 
ria del  Carmelo^  cou  auuessovi  oialorio 
VOI.  xcr. 


V  E  N  289 

non  sagraraentale.  Questo  sodalizio,  esi- 
stente fino  dal  1 504,  presso  la  chiesa  par- 
rocchiale di  s.  Maria  del  Carmelo,  volgar- 
mente i  Carmini,  di  cui  nel  §  X,  n.  69,  e 
dove  già  ne  feci  parola,  nel  sestiere  di 
Dorsoduro,  divenne  in  breve  assai  forte 
di  ricchezze,  e  tale  da  poter  edificare  nel 
secolo  XVII  questo  nobile  edifizio  per 
farvi  le  sue  divote  funzioni,  e  del  quale  . 
pure  parlai  nel  citato  luogo.  Le  rendite 
della  confraternita  vennero  nel  1797  in- 
camerate come  le  altre,  "ma  il  sodalizio 
seguitò  a  sussistere  in  fatto,  ed  ora  anche 
legalmente,  avendo  ottenutola  debita  ap- 
provazione col  decreto  7  dicembre  1 853 
dall'i,  r.  Luogotenenza.  Le  due  fronti  so- 
no costrutte  in  pietra  istriana.  Le  pareti 
SI  della  sala  inferiore  come  delle  scale  e 
de'luoghi  superiori  si  decorano  di  pittu- 
re eseguile  da  Nicolò  Bambini,  Sante 
Piatti,  Gio.  Battista  Tiepolo,  Antonio 
Zanchi,  Gregorio  Lazzarini,  dal  Pado- 
vanino,  da  Antonio  Balestra,  e  da  altri 
di  quel  secolo  e  del  posteriore.  N'è  cap- 
pellano il  parroco^ro  tempore  della  chie- 
sa de'  Carmini. 

8.  Chiesa  de' ss,  Giorgio  e  Trifone  de- 
gli Scldavoni.  Nel  §  IX,  n.  3, ragionando 
del  gran  priorato  gerosolimitano  di  Mal- 
ta, narrai,  che  neh 45 1  il  priore  Marcel- 
lo concesse  alla  confraternita  de'  dalmati 
o  illirici  o  schiavoni  il  comodo  d'  un  o- 
spizio  nelle  fabbriche  del  priorato,  e  la  fa- 
coltà d'  innalzare  un  altare  a'  ss.  Martiri 
loro  protettori  nella  chiesa  di  s.  Gio.  Bal- 
lista; che  circa  la  fine  del  secolo  XV  mi- 
nacciando cadere  il  vecchio  ospizio  lo  rie- 
dificarono in  miglior  forma.  Poscia  nel 
1 55 1  terminarono  di  fabbricare  da'  fon- 
damenti la  chiesa  de'ss.  Giorgio  e  Trifo- 
ne, e  restò  sempre  ad  uso  della  nazione 
illirica,  che  ha  il  suo  proprio  cappellano; 
dicendo  pure  delle  sue  ss.  Reliquie. Rica- 
vo dal  Moschini,  essere  la  scuola  nel  se- 
stiere di  Castello,  decorosamente  disegna- 
la dal  Sansovìno  (meglio  di  stile  sansovi- 
nesco),  la  quale  nella  sala  inferiore  (me- 
glio l'iuteruo  della  chiesa)  ha  egregi  dìli- 
'9 


ago  V  E  N 

genlissimi  lavori  del  Carpaccio  con  falli 
di  Gesù  Cristo,  e  de'ss.  Giorgio,  Trifone 
e  Girolamo. 

9.  Chiesa  di  s.  Giorgio  de  Greci,  e 
loro  arcivescovi.  Il  Rodotà,  Dell'erigi- 
ìie,  progresso  e  staio  presente  del  rito 
greco  in  Italia,  t.  3,  cap.  g  :  Della  chie- 
sa di  s.  Giorgio,  e  delle  monache  greche 
di  Venezia,  dichiara. Se  la  tuagnìfìcenzae 
maestà  de'rili  greci  è  comparsa  mai  con 
isplendore  in  alcuna  città  d' Italia,  fe- 
ce certamente  pompa  superiore  ad  ogni 
altra  nella  chiesa  di  s.  Giorgio  di  Vene- 
«ia,  dove  non  solamente  è  prezioso  (egli 
parla  del  suo  leropo  e  pubblicò  l'opera 
nel  1758-63),  ricco  e  sontuoso  tultocìò 
che  serve  all'altare;  ma  i  suoi  ministri 
nulla  ommetlendo  di  quanto  poteva  con- 
tribuire allo  stabilimento  del  culto  divi- 
no esteriore,  procuravano  tutta  l'esten- 
sione che  gli  è  dovuta,  e  mettevano  in  uso 
'{uanto  altrove  si  osserva  di  maggior  edi- 
ficazione e  di  più  perfetto.  Lacerato  il 
greco  impero  da  Maometto  11  impe- 
ratore de'  turchi  nel  i^53,  e  caduta  do- 
po la  metà  del  XVII  secolo  Candia  in 
loro  potere,  molle  famiglie  che  la  cat- 
tolica religione  bramavano  serbar  pu- 
ra ed  illesa  ne'  loro  cuoii,  oltre  i  let- 
terali che  ricordo  nel  §  XVI,  n.  3,  si  ri- 
tirarono a  Venezia,  dove,  quanto  alla 
prima  epoca,  coli'  interposizione  del  car- 
dinal Isidoro,  ruteno,  che  opportuna- 
mente ivi  si  trovava  nel  i^56,  ollenne- 
10  dalla  serenissima  repubblica  d'  eser- 
citare il  propiio  cullo  e  rito  in  una  cap- 
pella della  chiesa  latina  di  s.  Biagio,  co- 
me già  narrai  col  Corner  nel  §  Vili,  n. 
2,  eoo  autorità  di  Sisto  IV  manifestata 
con  brevedel  1  ."aprile  1 473. Conviene  che 
io  qui  rammenti  d'avere  riferito  nel  voi. 
LXXXI,p.  3o7  e  3o8,  che  espugnata  Co- 
stantinopoli da'turchi  nel  1 45^3,11  patriar- 
ca de'latìni  soleva  risiedere  in  Venezia, 
ed  esercitava  la  giurisdizione  in  Costanti- 
nopoli a  uìezzo  d'un  vicario  o  sulFraga- 
neo.  Pel  suo  mantenimento  gli  furono 
assegnale  1  S^ooo  lire  veaele  sopra  Can» 


YEN 

dia,  dovendo  però  con  esse  mantenere  il 
suo  clero  e  il  detto  vicario.  Caduta  Can- 
dia nel  1669  in  polere  de'tnrchi,  il  pa- 
triarca latino  di  Costantinopoli,  non  più 
io  Venezia,  ma  in  Roma  fermò  la  sua 
residenza.  Imparo  poi  dal  eh.  Zanollo, 
che  le  benemerenze  de""  greci  slati  a  Ve- 
nezia, in  riguardo  olle  lettere,  alle  arti  ed 
alla  civiltà,  si  ponuo  conoscere  da  ciò  che 
ne  ha  scritto  il  oh.  Giovanni  Veludo,  nel« 
l'opera:  Fenczia  e  le  sue  Lagune, nn'  Ce  n» 
ni  sulla  Colonia  Greca  orientale.  Ed  ap- 
prendo dal  prof  Samuele  Romanin,che  il 
lodato  Veludo,  intorno  la  chiesa  de'gre- 
ci,  le  loro  scuole  in  Venezia,  gli  notni- 
ni  distinti  nelle  lettere,  scienze  ed  arti 
che  in  gran  numero  fiorirono,  ha  raccol-; 
lo  abbondantissime  notizie,  ch'è  a  deside 
rarsi  vedano  la  luce.  Dovendo  proce 
dere  anche  col  Corner,  egli  dice.  Quan 
tunque  per  ragione  di  commercio,  che 
veneziani  sin  dalla  loro  i.^  origine  intra 
presero  colle  Provincie  d'oriente,  sia  sta 
la  sempre  guande  l'affluenza  de'greci  ia 
Venezia,  pure  ella  divenne  maggiore  dac 
che  Costantinopoli  nel  i453  fu  misera 
mente  occupata  dagli  ottomani.  Rifugia 
tisi  perciò  molli  de'greci  in  Venezia,  ivi 
desiderarono  di  fissare  la  loro  dimora 
purché  aver  potessero  una  chiesa,  nella 
quale  si  celebrassero  i  divini  udizi,  e  s 
amministrassero  i  sagramenti  secondo  ii 
rito  callolico  di  loro  nazione.  Il  cardina 
Isidoro  con  ardore  si  adoprò  a  favore  de 
suoi  nazionali,  ed  avendo  per  lo  stesso 
oggetto  Papa  Nicolò  V  scritto  un  breve 
al  patriarca  di  Venezia,  acconsenli  il  se 
iiato  che  per  uso  de'greci  cattolici  fossi 
destinata  dal  putriaica  una  chiesa,  e  chi 
nel  casothe  fljssevi  diHìcoltàdi  rinvenirla 
potessero  i  greci  fabbricarsela,  ed  ivi  cele 
brare  secondo  i  loro  riti  i  divini  uflizi.  Il 
decreto  fu  emanato  dal  senaloa'i4  luglio 
i456,  e  convien  dire  che  fosse  tosto  de 
stinata  la  memorala  chiesa  parrocchiale 
di  s.  Biagio  nel  sestiere  di  Castello;  poi 
che  nel  i^'jo  con  altro  decreto  il  consi- 
glio de'  Dieci  stabilì,  che  in  ni  un' altra 


VE  N 
ctiiesa  fuorché  in  s.  Biagio,  di  gih  a  late 
oggello  assegnala,  potesse  celebrarsi  se 
conilo  lecoslutuanze  ilei  rito  greco.  Un.i 
mela  dunque  di  detta  chiesa  fu  per  qual- 
che tempo  ufllziata  da'  sacerdoti  e  fre- 
quentiilii  da'nazionali  greci  ;  ma  riuscen- 
do ciò  e  per  la  diversità  dell'  idioma  e 
per  la  difl'eienza  delie  cereoionie  eccle- 
siastiche di  disturbo  e  incomodo  non  me- 
no a'parrocthiani  che  a*  greci,  determi' 
iiarou.si  questi  di  cercare  una  chiesa,,  ove 
hberamente  potessero  soli  esercitar  la 
greca  ufiiziatura.  Furono  le  loro  prime 
mire  per  la  cappella  di  s.  Oi"Sola,  conti- 
gua alla  chiesa  de'ss.  Gio.  e  Paolo,  ed  a- 
■tcndone  nel  i^yS  ottenuto  permesso  da 
Sisto  IV,  maneggiarono  co' domenicani 
di  essa  qualche  accordo.  Non  avendo  tut- 
lociò  avuto  elfelto,  continuarono  i  greci  a 
dimorare  in  s.  Biagio,  ove  previa  licenza 
del  consiglio  de'Dieci,nel  1 4()8  istituirono 
ia  confraternita  nazionale  di  s.  Nicolò, 
composta  di  25ogreci,con  legge  inviolabi- 
le d'esserne  allontanato  chiunijue  avesse 
osato  di  coltivare  sentimenti  opposti  alla 
religione  ortodossa  :  chiaro  argomento, 
rileva  Rodotà,  dell'impegno  in  cui  erano 
entrati  que'primi  fondatori,  d'esser  sem- 
pre uniti  in  comunione  colla  s.  Sede. 
Frattanto crescendosemprepiìi  il  nume- 
ro de'greci  abitanti  in  Venezia,  seriamen- 
te si  proposero  fabbricare  in  sito  oppor- 
tuno la  propria  chiesa.  Ne  fecero  rive- 
rente istanza,  a  nome  de'soldati  greci 
detti  stradioti  (o  stradiotti,  cavalieggie- 
ri  albanesi  o  delle  circostanti  provincie 
della  Grecia,  che  servivano  i  veneziani 
quando  la  repubblica  dominava  in  quel- 
le regioni),  al  consiglio  de*  Dieci,  e  ne 
ottennero  favorevole  decieto  a'  i4  ot- 
tobre i5i  I,  purché  vi  concorresse  il  be- 
neplacito della  Sede  apostolica.  Implo- 
rarono perciò  i  greci  l'autorità  di  Leone 
X,  il  quale  col  breve  Pro  parte  vestra, 
de'  3  giugno  r  5 1 4,  presso  l' Ughelli,  Ita- 
lia sacra,  l.  5,  p.  1 3 1 1 ,  ed  il  Bull.  Font, 
de  Propaganda  JIdc,  Appendix,  t.  i, 
p.  1 4»  statuii  ut  Graeci  f^tnetiis  Eccle- 


VEN  291 

siam  propriam  haheant,  col  suo  cam- 
panile e  cimilerio,  sotto  l'invocazione  di 
s.  Giorgio  martire,  e  di  potersi  eleggere 
e  rimuovere  un  sacerdote  cattolico,  che 
esente  da  quahuique  giurisdizione  del- 
l'ordinario, amministrasse  loro  i  sagra» 
menti,  facesse  ogni  altra  funzione,  e  fos- 
se immediatamente  soggetto  alla  s.  Sq- 
de,  la  di  cui  superiorità  dovesse  essere 
riconosciuta  col  censo  annuo  di  5  libbre 
di  cera  alla  Chiesa  romana  in  argomento 
di  subordinazione;  censo  che  non  fu  paga- 
to mai,  né  richiesto.  Per  innalzar  duncpie 
una  magnifica  chiesa  e  per  disporvi  l'a- 
bitazioni de'  sacerdoti,  acquistarono  i 
greci  un  dilatato  fondo  di  terreno  nella 
parrocchia  di  s.  Antonino  nel  sestiere  di 
Castello,  deputando  5  uomini  di  senno 
della  confraternita  di  s.  Nicolò,  perché 
avessero  cura  dell'erezione,  avanzamen- 
to e  direzione  della  fabbrica.  Concorse- 
ro a  gara  i  greci  così  abitanti  in  Vene- 
zia che  altrove  a  promuovere  il  sagro 
edifizio,  di  cui  die  il  modello  Sante  Lom- 
bardo, il  quale  attese  alla  fabbrica  dal  i.° 
di  novembre  1539,  in  cui  si  gittò  la  pri- 
ma pietra,  fino  al  i548,  nel  quale  gli 
fu  sostituito  Giannantonio  Chiona,  lom- 
bardo, come  provò,  co'  documenti  del- 
l'archivio greco,  il  prefato  Giovanni  Ve- 
ludo.  La  disposizione  e  ordine  sono  tali 
che  niente  più  di  meglio  avrebbe  potu- 
to ideare  un  architetto  di  nazione  e  ri- 
to greco.  Diviso  il  sagrario  dal  resto  della 
chiesa,  sopra  l'interno  ahai  e  di  quello  fu 
collocata  un'immagine  della  B.  Vergine 
celebre  per  molli  miracoli.  Inoltre  vici- 
no alle  porte  del  santuario  furono  succes- 
sivamente riposte  le  ss.  Reliquie  della 
vera  Croce,  una  mano  di  s.  Basilio  Ma- 
gno proveniente  daCostanlinopoli,  un  os- 
so di  s.  Quirico  martire  alessandrino,  un 
dito  di  s.  Simeone  Stilila,  altro  dis.  Gio. 
Damasceno,  un  osso  di  s.  Macario  egizio 
abbate,  altro  di  s.Gio.Crisostomo,altro  di 
s.  Teodora  imperatrice  vedova,  altro  di  s. 
Teodora  alessandrina  solitaria  penitente, 
altra  di  s.  Policarpo  vescovo  di  Smirne  e 


292  V  lì  N 

martire,  ed  allre  s.  Reliquie,  tulle  porta- 
le dall'orieiile.  Nella  fabbi Ica  s'impiega- 
rono 34  anni  e  si  ville  perfezionata  nel 
i5j3,  avendo  la  confraternita  sin  dal 
i527  eletto  al  cuinistero  della  chiesa  un 
sacerdote,  assegnandogli  per  stipendio  i 
proventi  de'batlesimi  e  sposalizi.  Crescen- 
do poi  il  numero  de'  greci,  né  bastando 
alle  loro  spirituali  urgenze  un  solo|sacer- 
dole,  nel  1 534  stabiPi  il  consiglio  de'Die- 
ci,  che  da  Arsenio  arcivescovo  greco  cat- 
tolico di  Malvasia  nella  Morea,  caccialo 
da'lurchi  dalla  sua  sede,  e  allora  abitan- 
te  in  Venezia  e  di  sana  dottrina,  fossero 
eletti  d'accordo  col  vicario  patriarcale 
due  sacerdoti  greci  cattolici,  che  servisse- 
ro nella  chiesa  di  s.  Giorgio  al  culto  divi- 
no e  alla  cura  dell'anime.  Prima  di  tale 
tempo  essendosi  sparso  che  alcuni  della 
nazione  greca  parlassero  ingiuriosamente 
de'dogmi  cattolici,  Papa  Clemente  VII 
per  avviso  del  patriarca  di  Venezia  Qui- 
rini,  col  breve  Provisionis  nostrae,  de' 
26  maggio  i526,  presso  l'Ughelli  loc. 
cil.,  sospese  e  ritirò  da'  greci  la  protezio- 
ne della  santa  Sede  loro  accordata  da 
Leone  X.  Per  cui  il  consiglio  de'Dieci  per 
ovviare  a' futuri  disordini  dell'inflessi- 
bile durezza  degli  scismatici,  e  rimuove- 
re le  loro  finzioni  e  ipocrisie,  trovò  op- 
portuno di  stabilire  1'  i  i  maggio  1 54^, 
che  i  sacerdoti  greci  eletti  al  governo  del- 
la chiesa  di  s.  Giorgio  dovessero  esser  pri- 
ma esaminati  e  riconosciuti  per  cattolici 
dal  patriarca  di  Venezia,  o  dal  nunzio  a- 
postolico,  colla  professione  della  fede 
ortodossa  nelle  consuete  forme.  11  Rodo- 
tà più  gravemente  rimprovera  a'  greci 
di  Venezia  il  loro  contegno  ingrato  e  ir- 
riverente verso  la  s.  Sede,  ad  onta  delle 
risoluzioni  capitolari  da  loro  falle  nel 
i5i6  e  nel  1527;  poiché  alcuni  greci 
inquieti,  agitati  dallo  spirito  di  vertigine, 
osarono  ribellarsi  alla  s.  Sede,  ed  acceso  il 
fuoco  della  discordia^  detestavano  i  latini 
e  que'ch'ei'auo  a  lei  uniti  in  comunione; 
li  perseguitavano  con  mordaci  censure,  e 
sparsero  nel  volgo  molli  fertili  pieni  di  a- 


VEN 
Iroci  ingiurie  contro  il  nome  latino,  ond 
Clemente  Vll,giustanienle  irrilato,rivocò15 
le  beneficenze  del  predecessore.  Tuttociò 
non   impedì  la  continuazione  della  liib-i 
brica  del  tempio  a  spese  de'greci  orienta 
li  e  de'residenti  in  Venezia,  facendo  spic- 
care la  sua  liberalità  il  principe  di  Vaiac- .. 
chia.  Di  sua  eleganza,  il  Rodotà  riporta 
la  testimonianza  del  Diario  Italico  del 
p.  Montfaucon  :  Ecclesia  parva  est,  ni 
tida,  graeco  more  constructa . . .  veterern 
morelli  Ecclesiae  olet,  quod  una  soluiti 
liturgia  quotidie  celebralur.  Accettato, 
da'greci  di  Venezia  il  riferito  decreto  del 
1542,  io  uno  al  rigore  delle  pene  minac- 
ciate a'trasgressori,  lo  registrarono  ue'li- 
bri  della  confraternita  di  s.  Nicolò.  Con 
quesl'  alto  solenne  convenendo  i  greci 
veneti   in    un  medesimo  sentimento,  e 
palesata  la  comune  volontà  a  Paolo  IH, 
d'esser  cioè  disposti  ad  ammettere  eoa 
cuore  verace,  ed   esattamente  osservare 
le  definizioni  del  concilio  di  Firenze, 
di  riconoscere  la  suprema  autorità  del 
Pontefice  romano,  nel  i549  impetraro- 
no dalla  s.  Sede  d'essere  reintegrati  de 
privilegi  concessi  da  Leone  X.  Laoude 
Paolo  111  col  breve  Dudurn  postquani 
de'22  giugno  i549,  Bull.  cit.   de  Pro- 
pagandajìde,  p.  32,  commise  al  nunzio 
di  Venezia  Giovanni  Patrizi  fiorentino 
e  arcivescovo  di  Benevento,  che  presa 
diligente  informazione  della  verità  delle 
cose,  dovesse  con  autorità  pontificia  con- 
fermare e   rinnovare  a'greci  gli  antichi 
privilegi  accordati  loro  da  Leone  X.  Di- 
venuta la  chiesa  di  s.  Giorgio  io  florido 
stalo  e  doviziosa  d'utensili  sagri,  accioc- 
ché con   maggior  decoro   fossero   nelle 
principali  solennità  celebrati  i  divini  mi- 
steri, della  cui  pompa  i  greci  sono  aman- 
tissimi, si  volle  provvederla  d'un  vesco- 
vo, non   perché   pretendesse  acquistare  ! 
titolo  di  vescovato,  né  di  stabilirvi  sede 
vescovile,  ma  soltanto  per  facilitare  al- 
tresì alla  nazione  il  conseguimento  degli 
ordini  sagri,  altrimeuli  avrebbero  do 
vuto  l'ecat'si  ia  Roma  a  riceverli  dal  ve 


VEN 
SCOTO  ordinanle  in  s.  Anastasio.  Così  la 
s.  Sede  distinse  i  greci  di  Venezia,  come 
quelli  delle  due  Sicilie  a  cuiavea  accor- 
dalo un  vescovo  per  le  sagre  ordinazio- 
ni, e  per  tener  viva  la  maestà  delle  cere- 
niuiiie  pontincali  nelle  principali  feste, 
lasciata  lu  ctna  dell'anime  a  due  sacer- 
doti deputati.  Fra'prelati  a  ciò  destinali, 
III  il  I ."  nel  I  557  Pacoinio  vescovo  greco 
diZaiite  eCefalonia.In  tal  modo  Venezia 
divenne  residenza  di  4  vescovi  :  il  nun- 
zio apostolico,  il  patriarca  di  Venezia,  il 
patriarca   de'Iatini   di  Costantinopoli,  il 
vescovo  greco,  e  dal    i8o4  anche  tlel- 
l'armeno,  tuttora  esistente,   come  noto 
nel  §  XVIII,  n.  9.  Indi    Gabriele  Scve- 
10  o  Seviro  di  iVlalvasia,  già  cappellano 
con  cura  d'anime  nel    iSyS  in  questa 
chiesa  di  s.  Giorgio.  Portatosi  in  Costan- 
tinopoli, fu  ordinato  arcivescovo  di  Fila- 
delfia dal  patriarca  Geremia  nel  iS'j'j. 
invitalo  dalla  nazione  dimorante  in  Ve- 
nezia nel  1082  all'esercizio  de' pontifi- 
cali e  delle  sagre  ordinazioni,  ritenuto 
il  titolo  abbandonò  la  sede  di  Filadelfia. 
A  tale  scella  mollo  contribuì  il  credilo 
e  l'opinione  che  godeva  d'esser  beo  for- 
nito nella  latina  e  greca  erudizione.   Po- 
chi pari  de^greciavea  che  potessero  star- 
gli a  fronte,  avendo  piìx  d'ogni  altro  col- 
tivalo i  suoi  talenti  collo  studio  delle  lei- 
tere,onde  pubblicò  nel  1 600  il  trattalo  De 
Sacraincniis;  nel  i6o4  1'  Apologia  del 
culto  esibito  da'greci  al  pane  e  vino  nella 
messa,  innanzi  alla  Transustanziazione  ; 
De  particiilis  a  graeeis  e  uni  Eucharistia 
in  honorem  SS.  offerri  solids  j  De  uso 
Colyborum.  Riccardo  Simone  nel  167  i 
stampò  in  Parigi  la  raccolta  de'suoi  opu- 
scoli con  note.  La  confraternita  di  s.  Ni- 
colò lo  costituì  rettore  e  amministratore 
della  chiesa  nazionale;  ed  il  senato  nel 
1  584  S''  assegnò  d'annuo  stipendio  1 80 
ducuti  d'oro,  chiamati  da'  veneziani  zec- 
chini. Questo  illustre  preiato  istituì  io 
vicinanza  della  chiesa  di  s.    Giorgio  un 
monastero  di   monache  greche  sotto  la 
regola  di  s.  i3asilio,  e  vi  ricovrò  le  duu- 


V  E  N  2():s 

zellechedopbla  perdila  del  regno  diCaii- 
dia  erano  venute  in  Venezia  nel   i57i, 
per  trovare  sicuro  asilo  al  virginale  loro 
candore.  A  tale  effetto  neh  6og  con  per- 
messo del  senato  comprò  un  sufTicieute 
sito,  v'innalzò  un  ristretto  monastero,  ove 
le  religiose  vissero  in  rigida  osservanza  e 
perpetua  clausura,  non  mai  da  esso  uscen* 
do  se  non  per  intervenire  alla  chiesa  di  s. 
Giorgio  alla  partecipazione  de'divioi  mi- 
steri e  per  ricevere  i  sagramenli.  Le  mo- 
nache vi  rimasero  sino  al  1829,  ed  il  mo- 
nastero che  dicesi  disegno  di  Treioigoano 
Tremignon,  io  parteè  ora  convertito  in  o- 
spizio  di  povere.  Il  vescovo  greco,  e  in  sua 
assenza  il  vicario,  o  uno  de' cappellani, 
facevano  la  solenne  ceremonia  della  loro 
vestizione.  Le  rendite  pel  mantenimento 
del   monastero  si  ritraevano  da'capitali 
somministrati  dalla  pia  generosità  della 
nazione  ,    particolarmente   da'  cavalieri 
caad lotti.  Erano  governale  con  opportu- 
ne leggi,  e  di    fiequenle    accoglievano 
dalla  Grecia  altre  nazionali,  oltre  quelle 
che  educavano  e  istruivano  nella   pietà. 
II  vescovo  Severo  portatosi  in  Lesina  pe' 
suoi  alTari,  ivi  morì  a'2  t  oltobrei6i6.In 
questo  i  nazionali  diedero  la  direzione 
della  chiesa  greca  e  pure  col  titolo  d'ar- 
civescovo di  Filadelfia,  a  Teofane  Sena- 
chi  o  Xenachi,  soggetto   dottissimo    e 
di  morigerata  semplicità:  la  repubblica 
lo  provvide  dello  stipendio  concesso  al 
predecessore,  e  di  più  lo  donò  di  una 
croce  d'oro  del  valore  di  200  zecchini, 
da  essere  portata  da  successore  a  suc- 
cessore. Lui  defunto,  nel   i632  gli  fu 
sostituito  Nicodenw  Metaxà  arcivesco- 
vo greco  di  Zaute  e  Cefalonia  ;  ma  non 
avendo  potuto  ottenere  il  titolo  d'arcive- 
scovo di  Filadelfia,   ritenendo   l' antico 
dopo  3  anni  d'amministrazione  ritornò 
alla  sua  diocesi.  La    confraternita  con 
nuova  elezione  nel   i635  nominò  Ata- 
nasio  Faleriano  vescovo  di  Citerà  o 
Cerigo  col  titolo  d'arcivescovo  di  Fila- 
delfia, di  spirito  vivace  e  di  buon  talen- 
to. Per  decreto  del  senato  fu  dichiarato 


294  V  E  N 

abbate  del  ricco  monastero  d'Angarato 
nell'isola  di  Candia  e  la  chiesa  della  ver- 
{»ine  Odigitria  in  Zanle,  l'una  e  l'altra 
giuspalronato  della  repubblica.  Neil 657 
gli  successe  nel  titolo  e  nel  governo  Me- 
lezio  Cortacì'o  di  Retimo,  il  quale  di- 
mostrò distinta  inclinazione  e  dispensò 
favori  a  que'  che  aveano  fiitto  la  carrie- 
ra degli  sludi  nel  Collegio  greco  di  Ro- 
ma.La  repubblica  a  lui  accordò, in  luogo 
dell'annuale  pensione  dei  zecchini  i8o, 
il  frutto  a  vita  tlell'abbazia  di  s.  Giovanni 
de'Moraiti  in  Can dia,  ch'era  di  oltre  1 3o 
zecchini  annui.  Governò  20  anni  e  morì 
nel  1 677.  La  nazione  pose  allora  gli  occhi 
sopra  Mclodio  Moroni  0  Moronio,  cido- 
niescjsbalzalo  dalla  sede  palriarcalediCo- 
stantìnopoli  dal  sidtano,  mentre  menava 
vita  privata  in  Venezia.  A  suo  tempo  e 
dopo  la  sua  morte,  trovo  nel  Bull.  cit. 
de  Propaganda  fide,  a  p.  3o6  e  807, 
due  brevi  d'iimocenzo  XI.  Il  i.°  Mole- 
stimi sìipra,  de'28  maggio  1678,  diret- 
to: Dileclis  Filiis  Nohilibus  vìris  Du- 
ci, et  Reipublicae  Venetiarwn,  In  grae- 
cos  Venetiis  degentes,  qui  sibi  schisma- 
iicum  Episcopiini  praesuniunt  assume' 
re,  ut  in  ecclesia  s.  Georgii  episcopali 
munere  fuugantur.  Inde  Ponti/ex  nobi- 
lem  Reip.  Ducem  ìiortatur,  utniagistra- 
tuni  laicuin  a  blasphemia  nuncupatum, 
cid  nulla  in  spiritualia  potest  auctori- 
tas  competere,  re\>ocet.  Il  2.°  Acceplo 
Nuntio  de  obitupseudo  Episcopi,  de'  1 6 
settembre  1679,  diretto:  Venerabili  Fra- 
tri  Aloysio  Palriarchae  Fenetiaruni. 
Cum  viam  wiiversae  carnis  sit  ingres- 
sus  pseudo  Epicopus,  qui  Fenetiis  grae- 
cis  schismalìci  praeerat,  virililer  con- 
tendi  t  Ponti f ex.  ne  alcer  illi  sdii  smali- 
CHS  siiJJJciatur.  Metodio  morendo  nel 
1679,  lasciò  mollo  denaro  raccolto  nel- 
la dignità  patriarcale,  da  distribuirsi  a' 
greci  piìi  bisognosi,  ed  un  valore  consi- 
derabile di  gioie.  JNel  medesimo  1679  fu 
assunto  al  governo  della  chiesa  di  s. 
Giorgio,  Gerasimo  Blaco,  crelense,  sa- 
cerdote cappellano  della  taedesiiua,  che 


VEN 
ad  esempio  degli  antecessori  Fu  onora 
del  titolo  arcivescovile  di  Filadelfia  in 
partibus j  uomo  fornito  di  lettere,  d'e- 
rudizione e  di  genio  docile.  L'ultimo  de- 
gli arcivescovi  di  Filadelfia  residenziale 
in  Venezia,  che  amministrassero  questa 
chiesa  greca  fu  M elezio  Tipaldo  di  Ce- 
falonìa,  eletto  dalla  nazione  nel  i685, 
cui  avea  dato  saggio  di  sue  virtìi  nelle 
pubbliche  concioni  recitale  nella  stessa 
chiesa;  che  governò  per  28  anni  con  ze- 
lo pastorale  in  uno  alla  cura  dell'anime. 
La  regolarità  de'  costumi,  la  saviezza 
nelle  più  ardue  deliberazioni,  l'erudizio- 
ne sagra  e  profana,  e  l'amore  del  vero  lo 
resero  oggetto  della  comune  ammira- 
zione. Ammesso  all'esercizio  de'pontifi- 
cali,  divenne  il  modello  de'  prelati,  ne 
si  vedeva  fra'  greci  un  ecclesiiislico  più 
esemplare.  Soddisfece  piìi  lardi  a'dove- 
ri  con  Papa  Clemente  XI,  e  fu  consagra- 
to con  pompa  solenne  nella  stessa  chie- 
sa di  s.  Giorgio.  L'arcivescovo  Tipaldo 
confermando  ogni  giorno  col  proprio 
zelo  l'idea  vantaggiosa,  che  il  Papa  avea 
di  sua  virtù,  applicato  alla  riforma  de- 
gli abusi  introdotti  in  questa  chiesa  dal 
coiso  del  tempo,  vi  soddisfece  con  mol- 
ta edificazione  e  felice  esito.  Restituì  al- 
la religione  cattolica  molti  di  que'che  se 
n'erano  allontanati.  Impiegò  la  sua  ope- 
ra per  fare  ristabilire  dal  pubblicogoser- 
no  rigorose  pene  contro  gli  scismatici, 
se  vi  sì  fossero  intrusi.  Ottenne  che  gli 
ordini  pubblicati  pel  buon  regolamento 
della  chiesa  greca,  fossero  confermati  nel 
1708  da!  senato  a'a  gennaio,  e  dal  con- 
glio  de'Dieci  a' 18.  Di  più,  a  togliere  a' 
sacerdoti  scismatici  ogni  remota  speran* 
za  d'  essere  ammessi  all'esercizio  delle 
sagre  ceremonie,  prescrisse  che  i  cappel- 
lani fossero  inabili  a  concorrere,  se  non 
fossero  approvati  cattolici  dal  nunzio  a- 
poslolico  o  dal  patriarca  di  Venezia,  o 
da'  loro  vicari,  di  che  ne  dovevano  pre- 
sentar fede  allo  slesso  tribunale.  Ed  af- 
finchè questa  disposizione  non  si  rendes- 
se mai  vana  incaricò  lo  zelo  de'capi  sue- 


,10    I 


VEN 

cessoti  (rinvigilnre  con  tutto  lo  studio, 
acciocché  i'eleUo  alla  cura  della  chiesa, 
se  co'  rei  senti uieiili  risvegliasse  lo  sci- 
«rna,  ne  fììsse  rimosso  e  surrogalo  altro 
fornito  de'prescrittr  requisiti.  Alla  fine 
carico  t!i  meriti  pel  glorioso  governo, 
consumato  dalle  fatiche,  nel  lyiS  fu 
da  Dio  chi;iaiato  all'eterna  retribuzione 
de'giusti.  Gli  onori  a  lui  resi  dopo  morto, 
corrisposero  alla  veneraiione  eh'  erasi 
guadagnala  nel  decorso  della  vita.  I  suoi 
funerali  celebrati  nella  chiesa  di  S.Giorgio 
ebbero  tutta  la  pompa  e  maestà.  Recitò 
l'elogio  a  suo  onore  il  conte  A'ntonio  Gi- 
rolamo Landò  nobile  candiotto.  La  san- 
tità de'costumi,  e  l'ardente  zelo  pel  bene 
della  religione,  furono  i  due  argomenti 
che  oiTrirono  al  facondo  oratore  vastissi- 
mo campo  da  celebrarle  sue  azioni.  L'e- 
logio più  nobile  è  quello,  che  formò  di 
lui  il  gran  l^apa  Clemeute  XI,  allorché 
col  breve  Trìstad  non  parwn,  presso 
CLemeatis  Xf,  EpUlolae  et  Brevia  se- 
lecliora,  p.  i84'ij  in  data  i3  maggio 
1713,  si  dolse  colla  serenissima  repub- 
blica della  morte  di  si  degno  prelato. 
Bramava  Clemente  XI  che  gli  si  das- 
se  un  successore,  il  quale  camminas- 
se dietro  le  sue  vestigie,  e  non  lasciò 
di  eccitarne  il  religioso  zelo  della  repub- 
blica. Non  essendo  stato  eletto  veruo 
altro,  ne  avvenne  che  corsi  appena  3  an- 
ni dalla  morte  di  lui,  restata  la  chiesa  di 
s.  Giorgio  sotto  la  direzione  de* sacerdoti 
greci,  eletti  amovibili  a  beneplacito  del- 
la confraternita  di  s.  Nicolò  che  ne  posse- 
deva il  padronato,  si  rallentò  il  vigore 
dell'ecclesiastica  disciplina.  Il  patriarca 
Pietro  Barbarigo  pieno  di  zelo  estirpò 
gli  abusici  disordini,  che  l'aveano  de' 
formata,  rimise  in  piedi  i  savi  regolamen- 
ti per  cui  avea  prima  fiorito,  ed  intimò 
a  tutti  di  doversi  onninamente  conforma- 
re a'suoi  decreti,  sotto  pena  di  soggiace- 
re a  gravi  castighi.  Per  le  quali  cose  me- 
ritò il  sovrano  gradimento  di  demento 
XI,  col  breve  Nihilprofeclo  est^  de'  i5 
lujjlio  1718,  loc.  cit.  p.  aSoo,  Epistolae 


VEN  295 

et  Brevìa  (questa  data  conferma,  che 
sono  errale  quelle  di  Corner  e  di  Rodo- 
tà che  fanno  morto  nel  1718  l'arcive- 
scovo Ti  pai  do,  per  cui  le  corressi,  men- 
tre è  certo  che  ciò  avvenne  nel  1713, 
anche  secondo  i  registri  mortuarii  della 
chiesa  di  s.  Giorgio);  e  fu  secondato  dille 
rette  intenzioni  del  governo  veneto,il  qua- 
le istruito  de' tiotabili  raaftcaraenti  d'alcu- 
ni nazionali,  tosto  li  bandi  dalla  chiesa. 
Per  impedire  il  germoglio  di  nuovi  abusi 
volle  la  signoria  veneta  fino  dal  1751, 
che  la  chiesa  dis.  Giorgio  fosse  governata 
da  un  sacerdote  col  titolo  di  Vicario, 
sinché  si  presentasse  opportuna  occasione 
di  provvederla  di  degno  prelato.  Le  qua- 
lità di  cui  dovea  esser  fornito,  furono  pre- 
scritte dal  consiglio  de'Dieci.  Primiera- 
mente, dover  egli  essere  notoriamente 
cattolico;  e  mancando  la  notorietà,  a- 
vesse  giurata  la  professione  del  Sim- 
boloapostolico  edelle  definizioni  del  con- 
cilio Fiorentino.  In  1."  luogo,  cheesatla- 
mente  dirigesse  gli  alF.iri  ecclesiastici  del- 
la chiesa.  Di  vantaggio,  che  oltre  al  pa- 
triarca, nunzio  apostolico  e  loro  vicari, 
potesse  anch'egli  esaminare  e  approvare, 
eoo  attestato  giurato  da  presentarsi  a 
detto  consiglio,  la  cattolicità  de'cappella- 
ni.  Finalmente,  dover  esser  sua  cura  e 
pensiere,che  da  questi  siano  amministra- 
ti i  sagramenti,  ed  esercitare  le  funzioni 
secondo  il  rito  e  costituzioni  approvate. 
In  seguito  d'un  decreto  si  plausibile,  nel 
1751  fu  eletto  in  vicario  l'ab,  IMuazzo,  e 
dopo  la  morte  di  lui  nel  1  758  Milia.  Am- 
bedue fecero  le  prove  nelle  mani  del  pa- 
triarca diVeaezia,e  adempirono  alle  prov- 
vide leggi  prescritte  dal  pubblico  gover- 
no. Frattanto  la  greca  nazione  riandando 
colla  memoria  la  maestà  delle  funzioni 
pontificali,  della  cui  pompa  risplendeva 
una  volta  la  sua  chiesa,  e  del  cui  grato 
aspetto  n'era  stata  priva  49  ai"',  non 
senza  grave  e  universale  cordoglio,  risve- 
gliossi  in  lei  il  pensiero  nel  1 762  di  resti- 
tuirle l'antico  decoro,  ed  eleggere  nuovo 
vescovo.   Avendo  iucara minato  le  pre- 


ayG  V  E  N 

mure,  non  si  è  veduto  il  bramato  e  oom- 
pitito effetto  fino  a  questo  tempo  in  cui 
scriviamo,  dice  ilRodotà.Egli  non  conob- 
be i  seguenti  brevi  che  ricorderò  io,  beo- 
cliè  il  3.°  tomo  di  sua  pregievolissima 
opera,  che  contiene  il  riportalo,  fu  im- 
presso nel  1763.  Leggo  nel  Bull.  Rom. 
cont.y  t.  2,  p.  224  e  225,  questi  due 
brevi  di  Clemente  XIII.  Ecsi  Fenerabi- 
lix  Frater,dei'j  febbraio  1762,  diret- 
to al  patriarca  di  Venezia  Giovanni  Bra- 
gadino:  Qnod  ad  regendntn  ecclesiam 
s.  Georgei  Venetiarum  Episcnpus  e.le- 
ctiis  fuerit  a  graecis  extra  Ecclesiam 
Catholicam  ordinatus,  vehementer  con- 
fj  neri  tur  cum  Patriarcha  V^eneliarum, 
eumque  rogai  ut  hujusmodi  electioni 
prò  viribus  obsislat.  L'altro  breve,  Ad 
assiduos  moerores,  dello  stesso  giorno, 
diretto  al  doge  e  repubblica  di  Venezia  : 
De  eodeni  argumento  agit  cum  Duce 
et  Senatn  reipublicae  Venetae,  eorum- 
que  religionem  provocai  ad  impedien- 
durn  schisma  a  graecis  cathollcis  mini- 
talum.  II  solo  i,°  breve  viene  riportato 
dal  Bull,  de  Propaganda  fide^  t,  4)  p- 
54.  Inoltre  nel  Bull.  Rom.  cont.,  t.  a, 
p.  334  «433,  trovo  questi  altri  due  bre- 
vi. Ubi  primum,  de'22  gennaio  1763: 
Cum  Duce  atqne  Veneta  rcipubliea 
grai'iter  condolei  de  schismaticoEpisco- 
pò  graeci  rilus  in  ecclesia  s.  Georgeiin- 
truso,  monetque  ut  statini  eiiciatur  ad 
majores  scandalos  vitandos.  L'altro  bre- 
ve è  Saepe  antea,  de'3 1  dicembre  1 763; 
Novas  Duci,  et  Venetae  reipublicae 
quaerelas  dirigil,  quod  nondnni  eX' 
pulerint  ab  ecclesia  s.  Georgei  schisma- 
ticum  Episcopum,  iterumque  horialur, 
ut  catholicae  religioni  consulani,  ncque 
sinant,  apostolicam  Sedem  ad  suam  in- 
terponendam  auctoritateni  compelli. 
Ambo  questi  brevi  si  trovano  pure  nel 
citato  Bull,  de  Propaganda  fide,  l.  4> 
p.  72  e  81.  Imparo  dalle  iVb/z"z;e  Ó7rt^i- 
stiche  delle  Missioni  dì  tutto  il  mondo 
dipendenti  dalla  s.  congregazione  de 
Propaganda ^de,  co' suoi  tipi  impresse 


V  E  N 

nel  i844-  Che  nel  secolo  XV  occupate 
dall'armi  ottomane  la  capitale  dell'  im- 
pero d'oriente,  non  che  le  provincie  vi- 
cine a  quella,  ne'primi  del  secolo  seguen- 
te Selim  I  invase  anche  l'Epiro  e  il  [Pelo- 
ponneso. I  popoli  abbattuti  e  oppressi, 
fecero  risolvere  molti  di  loro  ad  abban- 
donare beni,  case,  chiese,  patria,  fuggen- 
do in  molti  porli  d'Italia,  dove  furono 
accolti  con  cristiana  carità.  Le  cillà  di 
Venezia,  Ancona,  Livorno,  anzi  la  Corsi- 
ca, la  Toscana,  le  due  Sicilie  Me  furono 
ingombre,  non  essendo  minore  d'  mi 
100,000  greci  il  numero  di  quelli  che 
cercarono  un  asilo  in  Italia.  Forse  d'un 
tanto  numero  oggi  non  esiste  la  metà, 
perchè  tante  famiglie  si  estinsero,  perchè 
molli  emigrarono,  perchè  molti  passaro- 
no al  rito  latino.  In  quanto  a'greci  della 
cillà  di  Venezia  basii  dare  di  loro  un 
cenno  col  dire,  che  vi  giunsero  mendici 
(  veramente  non  lutti,  poiché  tra  loro  e- 
ranvi  de'mercanli  e  altre  persone  qualifi- 
cate cui  riuscì  salvare  qualche  cosa  nel- 
l'emigrazione), vi  furono  accolti,  vi  ot- 
l£nneio  sicurezza  e  protezione.  I  Papi 
loro  diedero  (cioè  permisero  l'edificazio- 
ne) la  chiesa  nazionale  di  s.  Giorgio,  l'in- 
dipendenza dall'  ordinario,  la  facoltà  di 
scegliersi  un  parroco,  che  loro  ammi- 
nistrasse i  sagramenti  nel  proprio  rito. 
«  Non  furono  essi  d'animo  ben  fallo  e  gra- 
to a  tanti  beneficii.  Basti  il  dire,  che  chia- 
marono dal  Levante  un  vescovo  scisma- 
tico, che  di  loro  prendesse  il  regime,  e 
ciò  avvenne  da  quasi  due  secoli  io  qua 
(questa  proposizione  è  inesatta,  secondo 
la  storia  riportata).  De' greci  stanziati 
in  Venezia  da  una  lunga  serie  di  anni 
più  non  si  trova  fatta  menzione,  la  qual 
cosa  fa  supporre,  che  più  non  vi  esistano, 

0  che  siano  altrove  emigrati,  o  diesi  sia- 
no dichiarati  scismatici.  E'  certo  che  nel 

1  780  vi  fu  eletto  da  essi,  e  dovea  esservi 
istallato,  un  arcivescovo  scismatico  di 
Zaiile  ad  istanza  d'un  tal  Papasso  venu- 
to da  Pietrobiugo,  in  quella  chiesa  me- 
desima che  aveano  ricevuto  da'Papi  (al- 


V  E  N 

tia  inesntlerza),  quando  i  delli  greci  ti 
approtlaroiio  dal  Levante."  Rilornanclo 
n!  Corner,  oi'islruisce  che  contiguo  alla 
chieì^a  di  s.  Giorgio  fu  eretto  per  pio  le- 
galo di  Tommaso  Flangini  mercante  di 
i-orlu,  ojorto  nel  1648,  un  collegio  per 
l'educazione  di  giovani  greci,  avendovi  il 
pio  fondatore  destinatesuflìcienti  rendite 
per  il  loro  alimento,  e  per  la  mercede  di 
due  maestri.  Per  la  redenzione  [nire  degli 
schiavi  greci  e  per  la  collocazione  in  ma- 
trimonio di  vergini  della  stessa  nazione, 
assegnò  il  pietoso  testatore  ricchi  annui 
legali,  e  comandò  che  i  sacerdoti  greci 
dovessero  ogni  anno  nel  giorno  festi- 
vo di  s.  Atanasio  portarsi  alla  chiesa  di 
s.  Croce  della  Giudecca  per  venerarvi  il 
corpo  del  s.  Patriarca,  che  ivi  riposa,  e 
cantarvi  solennemente  i  vesperi  secondo 
il  rito  della  chiesa  orientale.  Nel  locale 
vi  è  una  biblioteca,  con  parecchi  codici 
greci.  Dice  ilMoschini:  La  cliiesa  de' 
greci  architettata  dal  Sansovino  (  do- 
vea  dire  da  Sanie  Lombardo),  con  ele- 
ganza, ricchezza  e  solidità, ha  contiguo  il 
collegio  greco,  detto  Flaiìgiiii  dal  cogno- 
me del  suo  istitutore.  E  il  Dizionario 
geografico  veneto  aggiunge,  essere  se- 
condo il  rito  greco,  con  ornalissima  por- 
ta dorica,  tanto  di  dentro  che  di  fuori 
la  fregiano  alcuni  buoni  musaici.  11  eh. 
Antonio  Diedo  della  chiesa  di  s.  Gior- 
gio pubblicò  illustrate  6  tavole  nella 
classica  opera  Le  Fabbriche  di  Fenc- 
zia.  Ripete,  erroneamente,  al  Sansovi- 
no l'elogio  del  Temanza  :  Pare  piutto- 
sto architettata  da  un  greco  che  da  un 
latino  artefice.  Questi  n'ebbe  1'  incarico 
nel  i532.  La  pianta  presenta  un  lungo 
rettangolo  cinto  da  grossa  muraglia,  ed 
avente  nel  centro  l'elegantissima  cupola, 
la  quale  divide  il  tempio  in  3  comparti, 
correggendone  la  lunghezza.  Se  essa  ap- 
parisce nel  mezzo  dell' edilìzio  veduta  al 
di  fuori,  tale  non  risulta  al  di  dentro, 
per  le  3  cappelle  di  fronte  cavale  dal 
corpo  della  chiesa,  che  rendono  disegua- 
1)  fra  loro  i  lati  fiaucheggiauti  la  cupo- 


V  E  iV  297 

la  con  iscansabileiliftitlo  d'euritmia.  En- 
tro al  i."  ingresso  s'incontra  un  vestibo- 
lo, che  sostiene  una  tribuna  a  cui  simon- 
ia per  due  scalette  l'una  dirimpetto  al- 
l'altra, le  quali  precedono  il  detto  vesti- 
bolo. Vi  si  raccolgono  le  donne  per  la 
recita  di  loro  preci.  Le  pareti  de'  due 
lati  maggiori  vengono  sontuosamente  de- 
corate dall'ornalissime  finestre  e  da  al- 
cuni quadri  coloriti  disposti  ne'  campi 
intermedii.  Magnifica  è  la  facciata  prin- 
cipale, composta  di  3  ordini,  e  le  pila- 
strate di  ciascuno  vi  figurano  vantaggio- 
samente :  superba  è  la  porla,  nobilissi- 
me le  nicchie,  non  senza  ridondanza 
d'  ornamenti.  Legano  a  meraviglia  col 
prospetto  principale  i  due  di  fianco,  in 
cui  regna  una  bella  semplicità  unita  a 
molta  ricchezza,  con  piacevole  sensazio- 
ne pegli  oggetti  che  latito  piti  vi  Irion- 
fìjuo.  Tutta  la  fabbrica  è  murata  di  pie- 
Ira  d'Istria,  e  sembra  piuttosto  unorna- 
tissimo  castello  che  un  tempio.  In  tal 
produzione  Sansovino  (Lond^ardo)  su- 
però se  stesso,  toccò  l'apice  della  venu- 
stà, l'esecuzione  essendo  d'una  rara  bel- 
lezza. 

I  o.  Oratorio  della  ss.  Trinità,  detto 
Scuola  Maggiore,  sulle  Zattere.  Tale 
scuola  già  era  de'  confratelli  delle  scuole 
della  Dottrina  cristiana  sparse  nelle  va- 
rie chiese  di  Venezia. 

§  XIV.  Escursione  per  Venezia  e  site 
vie  pubbliche.  Descrizione  del  Canal 
Grande,  delle  Dogane,  del  Ponte  di 
Rialto  e  sue  Fabbriche  j  de'  Fonda- 
chi de'  Tedeschi  e  de'  Inarchi:  di' 
principali  passeggi  e  Giardini  pub- 
blici j  dell'  Arsenale  j-  de'^  maggio- 
ri alberghi  j  del  Ghetto;  delle  prin- 
cipali strade;  de' palazzi  Corner^ 
Contarini  dagli  Scrigni , Pisani,  Spi- 
nelli-Comari, G rimani  a  s.  Luca, 
Farsetti  ora  residenza  del  3Iunici- 
plo, Camerlenghi,  Cà  d'Oro,  Corner 
della  Regina,  Fendraniin-Calergi 
ora  della  duchessa  di  Berry,  Sa- 


298  V  E  N 

torgitnt/o  ora  del  duca  di  Modena, 
Mocciiigo-Cornaro,  Trevisan-Cap- 
pello.  Gli  inani  a  s.  Ilaria  Formosa, 
Conlari  ni  a  s.  Luca,  eZanobrio.  No- 
tizie  di  circa  altri  sessanta  palazzi. 
Raccolte  e  collezioni  di  pitture ,  scul' 
ture,  antichità,  libri  e  stampe,  odier- 
ìie  e  non  piìc  esistenti.  Ricordi  di  chie- 
se, pubblici  uffìzi  e  stabilimenti  al- 
trove descritti. 

I.  Condotto  in  gondola  o  a  piedi  per 
Djano  dall'  articolo  Fenezia  del  repufa- 
I  issi  tuo  Nuovo  Dizionario  geografico- 
storico  ivi  iojpresso;  fiancheggiato  dal 
Moschini  colla  Nuova  Guida  per  Vene- 
zia, e  dall'  opci-a  Le  Fabbriche  e  i  Mo- 
numenti cospicui  di  Fenezia,  non  che 
da  alili  che  nominerò  alla  sua  volta, 
intraprendo  l'escursione  per  la  mera- 
vigliosa città.  Di  quando  in  quando  mi 
fermerò  alquanto  a  descrivere  più  o 
meno  in  breve,  quanto  ancora  mi  re- 
sta a  dire  del  suo  più  splendido  mate- 
riale e  formale.  Mi  è  noto  senza  cono- 
scerlo un  libro  del  p.  Coronelii  cosmo- 
grafo della  repubblica  intitolato:  Guida 
de'  forestieri  per  passeggiare  la  città 
di  Fenezia  in  gondola  e  per  terra.  Ri- 
corderò, secondo  la  posizione  topografi- 
ca, una  buona  parie  dell'imponente  com- 
plesso del  già  descritto  ne'  precedenti  e 
propri  §§,  che  per  l'ordine  numerico 
agevole  n'è  il  riscontro.  Dissi  nel  princi- 
pio di  quest'  articolo  che  Venezia  è  for- 
mata da  120  isolette  (cui  fan  corona  l'iso- 
le ilella  Laguna, delle  quali  ragiono  nel  § 
XVlll)  disgiunte  da  infiniti  canali  e  in- 
sieme unite  da  4o8  ponti  circa,  per  cui  le 
strade  principali  sono  gli  stessi  canali  col- 
le loro  tortuosità  ;  onde  non  potendosi 
descriveie  regolarmente,  a  darne  un*  i- 
dea  conviene  balzar  da  un  luogo  all'  al- 
tro dove  ne  chiamano  gli  oggetti  più 
ragguardevoli  e  di  maggior  importanza. 
Notai  eziandio  che  tali  isolette  si  divi- 
dono in  due  grandi  gruppi,  denominati 
di  qua  dell'  acqua,  e  di  là  dell'  acquei^ 


VEN 

e  civilmente  in  6  parti    o  sestieri.  Da 
principio  le  strade  non  si  chiamarono 
cali  o  calli  e  rughe,  ma  bensì  funda- 
rnentnni,  ch'equivale  appunto  a  quella 
via,  la  quale  stendendosi  fra  il  canale  e  le 
case  dicesi  anche  presentemente  fonda' 
menta.  Neil'  infanzia  di  Venezia   le  sue 
strade  di  tratto  in  tratto  avea  dirimpet- 
to all'  abitazione  il  Jiinctorio,  cioè  il  luO' 
go  dello  sbarco,    venendo  questo   nome 
da  fungere,  che  nel  Ialino  de'bassi  lem- 
pi  suonava  arrivare.    Attaccata  poi  al 
junctorio  stava  la  gradata,  ed  era  una 
specie  di  scala  con  gradini  di  legno,  per 
cui  nelle  basse  maree  dalla  barca  si  mou- 
tava  in  terra,  di  maniera  che  i\  juncto- 
rio e  la  gradata  formavano  uniti  quel- 
la coslruttura,  che  più  brevemente  e  con 
un  solo  vocabolo  a[)pellasi  oggidì  riva. 
JVè  più  lusso  vi  aveva  ne'  ponti;  spessi 
di  necessità,  perchè  servivano  a  congiun- 
gere un'  isoletta  con  1'  altra,  erano  però 
di  legno,  rozzi  totalmente,   piani   e  con 
breve  arco,    addossata  essendo  a'  con  vi- 
cidi  la  cura  del  loro  mantenimento.  In- 
cominciarono alcune  strade  ad  avere  un 
pavimento  di  mattoni  posti  in  piano  ed 
in  taglio  aWii  metà  del  XIII  secolo;  mol- 
to più  tardi,  cioè  alla  fine  del  XV,    fu- 
rono fabbricati   alcuni  ponti   di  pietra; 
ma  veramente  non  si   videro  le  strade 
tulle  selciate  di  macigni,  né  fatti  i  ponti 
di  pietra  se  non  nel    XVII    secolo,  e  ad 
onta  di  questo,  Venezia  avea  progressi- 
vamente prosperato, ed  erasi  ingrandita. 
Atlendevasi  quindi,  oltre  che  ad  ammat- 
tonare alcune  vie,  le  quali  per   esser   le 
prime  selciate  conservarono   il  nome  di 
Salizzada,  e  ad  interrare  specialmente 
le  piscine,  poiché  per  1'  aumentato  po- 
polo era  divenuto  meno  il  terreno,  ser- 
bando però  sempre  le  piscine  l*  antica 
loro  denominazione;  e  case  e  fondachi  e 
botteghe  a  dismisura  fabbricandosi  in- 
tanto, ed  abbreviandosi  per  questo  ognor 
più  lo  spazio,  vennero  a  formarsi  a  poco 
a  poco  quell'  infinite  strade,  più  giusta - 
stuiueute  viottoli,  che  si  chiamarouo  cale 


V  EN 

e  cnlesele.  Quando  la  strada  alquanlosi 
allargava,  ed  a'fianchi  avea  degli  ordini 
lunghi  di  bolleghe,  con  voce  barbara  e 
derivante  dalla  gallica  r//e,  dicevasi  rih 
ga.  RIollipIicate  e  rese  anguste  le  strade, 
anche  pel  narrato  superiormente,  richia- 
marono il  provvedimento  dell'illnmina- 
zione  notturna,  di  che  pure  nel  §  XVI, 
n.  I.  Da  tali  piccoli  sentieri,  afracciandosi 
degli  anipii  spazii,  eh' erano  gli  antichi 
campi  erbifeii,  giìi  pascoli  di  bovi  e  di 
fecondissime  [lecore,  fiu'ono  detti  campi 
e  piazze.  Appiodando  dunque  alla  Piaz- 
zetta (li  s.  Marco,  che  foriiia  un  brac- 
cio e  si  unisce  alla  vasta  piazza  omoni- 
oa,  sembra  che  ne  aprano  l' ingresso 
due  colossali  Colonne,  lutto  nel  §  l  de- 
scritto. S'incontra  ulla  destra  il  sontuoso 
e  pubblico  PalazzoDncale,  la  Biblioteca 
Marciana  e  suo  Museo.  Alla  sinistra  ti 
elevano  gli  edifizi  della  Zecca  e  «Iella 
Biblioteca  vecchia.  Di  tutto  ne'  §§  11  e 
111  ragionai.  Passando  alla  Piazza  mag- 
giore di  s.  Marco,  trovasi  cinta  di  ma- 
gnifici edifizi  :  tali  sono  il  Campanile  e 
la  Loggia  che  gli  sta  a'  piedi,  i  Pili pé* 
Stendardi,  le  Proriiratie Nuove oia  Pa- 
lazzo Regio,  le  Procnratie  f^ecchie,  la 
Torre  dell'  Orologio,  la  facciata  della 
soppressa  chiesa  di  s.  Basso.  Nel  §  IV  di 
ciascuno  tenni  proposilo.  In  sì  incante- 
vole piazza,  punto  centrale  della  città 
per  la  fiequenza  della  moltitudine,  però 
primeggia  la  Basilica  Patriarcale  di  s. 
Marco  Evangelista,  compìeiio  di  mera- 
viglie, col  contiguo  Tesoro  dì  s.  Marco. 
Impiegai  i  G§  V  e  VI  trattandone.  Stac- 
candosi dalia  Piazza  di  s.  Marco,  non  del 
lutto  se  ne  abbia  rammarico,  poiché 
vuoisi  passare  in  altro  campo  uou  meno 
copioso  d'  edifizi  sorprendenti,  e  alcuni 
contenenti  oggetti  rari  e  preziosi,  il  Ca- 
nal Grande  o  Maggiore,  E'  questo  per 
Venezia  la  sua  via  maggiore,  il  nobile 
suo  Corso,  dove  tulli  au)anoaver  alber- 
go, dove  tutti  corrono  a  pascere  la  vista 
delle  più  singolari  ed  eccellenti  opere  del- 
l'architeltuia.  Il cb. Quadri  diedesu  que- 


V  E  N  299 

slo  canale  un'opera  appesila,  accom- 
pagnata da  Go  tavole  inlngliate  in  rame, 
e  fu  buon  consiglio,  che  gli  oggetti  sulle 
tue  sponde  schierati  meritavano  un'at- 
tenzione tutta  particolare.  A  partire dallt» 
Piazzetta  di  s.  Marco,  imboccasi  il  Ca- 
nal grande,  volgarmente  chiamato  Ca- 
nalaczOj  tra  la  punta  della  Dogana  e 
r  antica  Accademia  di  pittura,  poi  resi- 
denza della  Sanità  marittima,  prossima 
a' giardini  del  Pidazzo  Uegio,  e  segui- 
tando a  percorrerlo  in  tal  direzione,  vie- 
ne ad  artinzialmcnte  formarsi  una  sini- 
stra del  canale  dalla  parte  di  quella,  ed 
una  destra  dalla  parte  di  questi,  che  gio- 
veranno a  descriverlo.  La  sua  lunghezza 
a  sinistra  è  di  circa  metri  3, 800,  a  destra 
di  metri  circa  3,700,  cosicché  prendendo 
il  suo  corso  mediano,  ha  di  lunghezza 
circa  metri  3,7 5o,  Varia  d'assai  n' è  la 
larghezza,  la  (piale  presso  il  ponte  di  Uial- 
to  si  limila  a  circa  metri  4o,  e  ne'  siti 
più  ampii  estendasi  a  metri  70.  Giralo 
a  barca  scoperta  olire  uno  spettacolo  del 
tutto  nuovo  e  sorprendente.  Meritano  ri- 
cordarsi i  luoghi  })rincipali.  A  sinistra 
dunque  principia  d  Canala/zo  coWaDogn- 
nada  I\Iare,&o\\(\o  e  magnifico  edifizio, 
lutto  coperto  di  risentito  bugriato,  con 
molto  etìelto  adattato  al  sito  che  occupa, 
per  opera  dell'architetto  Giuseppe  Beno- 
ni  che  l'eresse  nel  1676.  L'adorna  uà 
beli*  ordine  dorico,  e  l'incorona  un  glo- 
bo grandioso  di  metallo  dorato  sostenuto 
da  due  Atlanti,  cui  sovrasta  il  simulacro 
della  volubile  Fortuna,  che  si  aggira  a  se- 
conda del  vento  predouìinante.  Annessi 
sono  grandiosi  magazzini  per  la  conserva- 
zione del  sale  (del  quale  riparlo  in  tìnedel 
n.23  del  §KV1I1),  eretti  questi  nel  XIV 
secolo.  Sentenzia  Moschini:  fabbrica  che 
se  mantiene  il  gusto  del  tristo  tempo  che 
fu  fatta,  è  tuttavia  da  lodare  poiché  n'é 
pittoresco  1'  effetto  da  qualunque  parte 
si  osservi.  In  fatti  è  compresa  tra  Lq 
Fabbriche  di  Venezia,  colla  tavola  del 
prospetto  e  le  illustrazioni  de'chiarissinii 
Selva  e  Zanolto.  Questa  dogaoa  da  vari 


3oo  YEN 

set;(»li  quivi  esisteva,  i  cui  fondamenli  e 
(le'inagnzziiii  oomiiiciaionr)  a  costruirsi 
liti  gentiiiio  I  3  I  3,  quando  si  uobiiìlò  e 
nlihelli  Cdir  odierno  edifizio.  >opra  le  3 
loiji^e  nel  mezzo  sori»e  il  dado  a  guisa  di 
torre,  sul  cui  attico  sono  "li  Atlanti,  e  nel- 
la citila  de'  4  angoli  della  torre  doveansi 
collocare  4  statue  <li  deità  o  noostri  ma- 
rini o  Tritoni,  per  indicare  ci»'  è  la  Do- 
gana da  mare.  Tanto  i  due  Alianti  che 
la  statua  della  Fortuna,  si  eseguirono 
dal  cav.  Bernardo  Falconi.  Quasi  dirim- 
petto a  destra  tiel  canale,  giace  un  mae- 
stoso palazzo  dello  stile  del  medio  evo, 
spettante  alla  famiglia  Giustiniani,  ed 
uia  grande  albergo  dell'  Europa.  Tor- 
nando sulla  sinistra,  si  vede  il  magnifi- 
co tempio  di  s.  M.rn'n  della  Salute,  di 
CUI  nel  §  X,  n.  65,  al  presente  del  semi- 
nario patriarcale,  che  occupa  il  contiguo 
nobile  edilizio.  Incuntransi  quindi  alla 
tiestra  del  canale,  il  palazzo  Barozzi,  ora 
Treves,  architettato  dal  Longhena,  poi 
il  bellissimo  palazzo  Contarini  Fasan  ; 
indi  quello  dei  Fini,  d*  architettura  di 
Andrea  Tiemignou.  Quindi  il  già  Pa- 
lazzo Corner  della  Cà  grande,  a  s. 
Rlaurizio,  grande,  ricco,  magnifico  ed 
eleganfe,  eretto  nell'anno  loSa,  dal- 
l' architetto  Jacopo  Sansovino,  colla  fac- 
ciata in  3  ordini,  dorico  bugnato,  ionico 
e  composilo.  Per  capacità,  ricchezza  di 
pietra,  struttura  e  simmetria,  è  uno  de' 
migliori  della  città.  Di  presente  serve  di 
residenza  all'i,  r.  Luogotenenza,  essendo 
stata  traslocata  nel  palazzo  Loredan,  co- 
me dirò  nel  n.  6  del  presente  §,  la  regia 
Delegazione  provinciale  che  vi  avea  stan- 
za. Nientemeno  che  Le  Fabbriche  di 
l'  eiiezia  olirono  q  tavole  di  questo  gi- 
gantesco palazzo  Cornalo  sul  Canal  gran- 
ile, con  r  illustrazione  del  Diedo.  Questi 
lo  qualifica  una  delle  4p'ùsouluose  moli 
di  privala  proprietà  che  adornano  que- 
sto canale,  e  una  fabbrica  che  primeggia 
Ira  le  più  signorili  che  sorgono  sulle  ve- 
nete acque,  magnifica  nell'insiecue,  no- 
bile uelle  parli,  fatta  innalzare  da  Gior- 


V  E  ?f 

gio  Cornai'o  figlio  di  Jacopo  pcocuralow' 
re  di  s.  Marco  con  un'aria  di  maestà  e 
grandezza  da  colpire  chiun(|ue,  e  farsi 
pienamente  perdonare  le  ivnperfezioni  da 
lui  rilevate.  Inoltre  rimarca  il  simmetri- 
co atrio:  la  comodità,  che  consiste  nella 
savia  e  giudiziosa  applicazione  de'  luo- 
ghi pe'  vari  usi  dell'amplissimo  palazzo, 
destinato  alla  residenza  d'una  veramente 
nobile  e  cospicua  famiglia;  la  pianta  nao* 
dello.  Io  spaccato  grandioso;  l'elegan- 
tissima nicchia  che  elevasi  sulla  cisterna 
in  faccia  all'  ingresso  d'acqua,  la  statua, 
la  vasca.  In  breve  :  è  questa  un'  ope- 
ra attestatrice  non  meno  il  raro  talento 
dell'  architetto,  che  il  genio  signorile  del- 
l' illustre  suo  fondatore.  Nel  1817  uno 
spaventoso  incendio  minacciò  la  quasi  to- 
tale distruzione  di  sì  superbo  edilizio. Non 
si  potè  impedire  il  saccheggio  e  il  gua- 
sto delle  piìi  preziose  suppellettili,  conse- 
guenza quasi  inevitabile  disiatili  luttuo- 
se sciagure.  Mercè  le  provvide  cure  del 
governo,  animate  dalla  sollecitudine  del 
governatore  conte  di  Goess,  non  resta 
traccia  dell'  infortunio.  Più  innanzi  tro- 
vasi il  palazzo  Cavalli, d'architettura  del 
medio  evo.  in  faccia  a  questi  sulla  sini- 
stra viene  prima  il  magnifico  palazzo 
Dario,  incrostalo  di  fini  marmi  e  con  bei 
profili  nella  cornice,d'uu'architettura  del- 
la maniera  e  dell'epoca  de'  Lombardi, 
che  mostra  il  gusto  de'terapi  vicini  al  ri- 
sorgimento dell'architettura  migliore. 
Segue  il  palazzo  pur  magnifico  Venier, 
la  cui  famiglia  soltanto  l'incominciò  col 
basamento;  indi  il  palazzo  Da  Mula. 
Poscia  il  palazzo  Angarani  o  Manzo- 
ni, che  si  avvicina  al  gusto  del  palaz- 
zo Dario,  fa  strada  all'  Accademia  del- 
le Belle  Arti,  di  cui  nel  §  X,  n.  11, 
già  scuola  grande  della  Carità  e  mona- 
stero de'  canonici  regolari  di  s.  Agostino. 
A  questo  punto  fu  eretto  ora  un  ponte 
di  ferro  che  traversa  il  canale  dal  cam- 
po di  s.  Vitale  a  quello  della  Carità. 
Continuando  a  percorrere  il  Canal  mag- 
giore, poco  più  innanzi  di  tal  regia  Ac- 


VE  re 

radcinici  e  sulla  ilcslta  soigc  il  paiarr.o 
Giustiniani  Lulin  aichitelloto  da  Lon> 
ghena,  suggiorno  già  elei  medico  illustre 
e  lelleialo  Francesco  Aglietti,  eil  ove 
formò  una  i accolla  d'elette  stampe  anti* 
che  e  moderne,  d'originali  tlisegni  d'insi- 
gni maestri,  e  di  IiIjii  ben  a  lui  conve* 
nienti.  Dello  slesso  Longbena  è  il  palaz- 
zo liezzonico  di  gran  mole,  colla  fcicciata 
in  3  ordini,  r  ullinio  aggiunto  itall'altro 
arcliiletlo  Giorgio  JMassarì.  Questo  tdi- 
fjzio  s'incontra  alla  sinistra  subito  dopo  il 
Palazzo  Conlariìù  dagli  Scrigni,  a'  »s. 
Gervasio  eProtasio,clie  si  tiene  arcliitella- 
to  dalloScamozziin3ordini  anche  questo, 
rustico,  ionico,  corintio,  edilizio  di  inulta 
eleganza,  di  rorn)a  ben  composta  e  rego- 
lare. Le  Fabbriche  di  Fintzia  ne  pub- 
blicarono il  prospetto,  colle  dichiaraziini 
delDiedo,  cioè  che  la  maestà  e  l'eleganza 
vi  spiccano  egualmente.  11  pianterreno 
offre  cerl'aria  di  singolarità  che  lo  toglie 
dal  comune  e  v'imprime  un  misto  di 
leggiadria  e  robustezza.  Pegli  altri  pregi 
che  descrive,  conclude  che  questo  paluz- 
to  non  solo  può  sostenere  il  confronto  de* 
tanti  bellissimi  che  si  specchiano  in  que- 
st'acque, ma  ha  ancora  un  giusto  diritto 
alla  primazia.  11  palazzo  Grassi,  ora  del 
baione  de'Siua,  alla  destra,  presso  s.  Sa- 
muele,è  disegno  delMassari. Fu  compreso 
anche  questo  nella  terza  edizione  della 
più  volle  citala  opera  delle  tenete  Fab- 
briche, in  due  lavole,  illustrate  dal  eh. 
Zanotto.  CoWaNuoK'issiina  Guida ù\  que- 
sti aggiungerò.  Io  Ire  ordini,  rustico,  io- 
nico e  corintio,  è  grandioso  nelle  pio- 
porzioni,  non  che  magnifico.  L'  interno 
vestibolo  è  maestoso  per  colonne,  per 
pogginoli,  ed  alln  ornamenti  nobilissimi. 
La  scala  presenta  una  scena  incantevole, 
per  ogni  maniera  di  ornameoli  figurati 
ed  ornamentali,  con  pitture  e  sculture. 
La  distribuzione  de'  piani,  il  lusso  de'fie- 
gi  e  lo  sfarzo  de' materiali,  spirano  da 
ogni  parte  magnificenza.  Viene  poi  dalla 
stessa  parte  il  palazzo  Moro-Lin,  archi- 
lellura  d»  ^  Sebastiano  Mazzoni  fioreali- 


V  E  N  So  e 

IK),  colla  facciata  in  4  ordini.  Prospetta- 
no a  questi,  2  palazzi  d'architetluia  del 
medio  evo  spettanti  alla  famiglia  Giusli- 
niani,  e  vi  fa  seguilo  il  Palazzo  Fosca- 
r/.Tale  edifi/io  di  steruiinata  nioie,  gran- 
dioso e  di  architettura  tielta  tedesca, 
fu  molto  slimato  e  lodato  dallo  storico 
Sansovino  con  tale  qualifica.  Eretto  sul 
declinar  del  secolo  XV,  sembra  opera 
di  Mastro  Bartolomeo,  ed  in  esso  sole- 
va la  repubblica  veneta  albergare  i  ^o- 
vrani  che  visitavano  la  cillà.  Imperoc- 
ché situato  nel  cantonale  del  rio  di  s. 
Paiilaleone,  scuopie  nello  svolgere  del 
Canal  grande,  dalla  sinistra  finoaRialto, 
dalla  destra  fino  alla  Carità.  Laonde  per 
la  sua  singolarità  di  posizione  nel  i5j^ 
fu  scello  per  cosuara  e  nobil  veduta  a 
condegna  abitazione  del  re  di  Plancia 
Enrico  111.  Le  Fabbriche  di  Venezia  ne 
presentano  la  facciata,  colla  descrizione 
del  celebre  Cicoguara.  Lo  dice  magnifi- 
co e  già  de'Giustiniani.da'quali  nel  1 4'^^ 
rjiC(|uistò  il  senato,  che  ne  fece  dono  al 
marchese  di  Mantova;  ma  ritornalo  alla 
signoria,  questa  lo  vendè  al  principe  Fo- 
scari.  iNola,  che  la  bellezza  del  luogo  ove 
è  posto,  e  la  grandiosità  della  mole  lo 
costituii ono  fra'  più  insigni  di  Venezia; 
e  lo  sarebbe  forse  ancora  per  alcuni  se- 
coli, se,  nido  a'gufi  e  alle  notturne  strigi 
e  vuoto  d'  abitatori,  non  fosse  esposto  a 
crollare  più  per  abbandono  the  per  ve- 
tustà. L'  aggiunto  3."  orditie  nobile,  lo 
fa  superbamente  torreggiare  sull'altre 
fabbriche  circostatiti,  per  maestose  che 
sieuo.  Si  deve  al  Foscari,  perchè  non  pa- 
resse più  della  casaGiusliniani,  della  qua- 
le sono  i  ricoidali  vicini  suoi  palazzi  con- 
simili nello  stile,  però  più  bassi  d'un  or- 
dine, com'  era  questo.  Il  Cicoguara  im- 
pugnò r  abusivo  nome  di  gotico  o  tede- 
sco dato  a  lutti  gli  edilizi  di  vecchia  da- 
ta, il  cui  stile  non  sia  greco  o  romano. 
Sostiene  che  in  Venezia  appena  molto 
tardi  trapelò  il  gusto  tedesco,  dopoché 
era  slato  diffuso  per  tutta  l' Italia  più 
nordica:  ivi  essere  tulio  di  gusto oricn- 


3o2  V  E  N 

tale,  bizantino  o  aialjo,  e  che  nulla  di 
assolnlainenle  gotico  si  può  riconoscere 
a  Venezia  fuorché  l'abusiva  tlenomina- 
7.ione.  Ristaurato questo  palazzo  nel  1 847 
(lestinavasi  dal  municipio  a  sede  delle 
scuole  tecniche  ;  ma  sorvenulo  il  malau- 
gurato anno  1848,  fu  poscia  destinato 
a  caserma  militare,  a  cui  tuttavia  ser- 
ve. Piegando  in  questo  punto  il  Ca- 
nal grande  verso  Tesi,  tiene  pure  alla 
sinistra  il  palazzo  Balbi,  eretto  in  3  or- 
dini dall'architetto  Alessandro  Vitto- 
ria nell'anno  i582,  edifìzio  magnifico  e 
opera  grandiosa,  se  non  che  fi»  deside- 
rare alquanto  maggiore  castigatezza  ne- 
gli ornamenti.  Di  qui  i  principi  sole- 
vano vedere  le  regale.  L'  elegante  edi- 
fìzio, adorno  di  3  ordini  e  di  gentilissi- 
me scidture,  che  sta  sulla  destra  del  ca- 
nale appena  voltato,  è  il  Palazzo  Con- 
tarini  a  s.  Samuele.  Si  avvicina  alia 
maniera  de'Lonibardi,  fors' anche  della 
scuola  6rau)antesca;  di  scompartimento 
ragionevole  e  coronato  di  frontespizio, 
mostra  il  risorgimento  della  bella  archi- 
tettura. Nel  rilevarne  il  Diedo  i  pregi, 
col  prospetto  presso  Le  Fabbriche  di 
J'enezia,  ecco  come  si  esprime. Siccome 
gli  occhi  hanno  la  loro  musica,  cosi  an- 
che l'architettura  ha  la  sua  poesia;  quin- 
di somiglia  questa  fabbrica  al  genere  epi- 
grammatico, poiché  la  leggiadria  più  che 
la  magnificenza,  e  la  giazia  più  che  la 
ricchezza  costituiscono  il  distintivo  di 
questo  edifizio,  che  senza  fasto  pur  si 
raccomanda  perla  preziosità  della  male- 
ria.  L'  opera  appartiene  a'  buoni  tempi 
dell'arte,  se  non  per  anco  salita  al  pie- 
no meriggio,  certo  avanzata  non  poco 
oltre  r  aurora,  per  sapersi  cominciAta 
circa  ili5o4  e  terminata  nel  i54^-  Tor- 
nando alla  sinistra ,  vedesi  il  palazzo 
Grimani  di  buona  fornja,  che  fu  dato 
inciso  come  opera  di  Lodovico  Lom- 
bardo. Poscia  alla  destra  uno  dietro  l'al- 
tro 4  palazzi  della  famiglia  Moceuigo, 
ne'  quali  sono  buoni  quadri,  primeggian- 
dovi il  modello  del  celebre  JParadiso  di- 


VEN 

pinto  dal  Tinloretto  nella  sala  massima 
del  palazzo  ducale;  modello  tanto  più 
prezioso  che  di  mano  del  grande  artista, 
non  patì,  come  il  quadto,  i  danni  della 
restaurazione.  Così  i  I  sullodalo  veneto 
Dizionario.  Ma  il  eh.  Moschini  nomina 
3  soli  palazzi  Mocenigo, dicendoli  di  buon 
disegno;  mentre  il4.°l>as8Ò  in  proprietà 
de'Charmet.  Un  altro  poi  ricorda  presso 
s.  Polo  e  già  Cornare,  architettato  eoa 
molto  ingegno  del  Sanmicheli,  che  lo  fe- 
ce apparire  regolare  ad  onta  di  sua  pianta 
irregolarissiina.  Dirimpetto  alla  sinistra 
del  Caiialazzo  è  il  Palazzo  Pisani  a  s. 
Polo,  d'architettura  della  i.*  metà  del 
secolo  XV,  della  maniera  tedesca,  in 
principio  del  quale  fu  edificato,  che  an- 
nunzia vicino  il  rinascimento  del  buoa 
gusto,  l'epoca  più  vicina  all'ottimo;  e  con- 
servava il  celebratissimo  quadro  di  Pao- 
lo Veronese  rappresentante  la  Famiglia 
di  Dario  innanzi  ad  Alessandro  Magno, 
uno  de'più  insigni  resti  del  veneto  splen- 
dore e  dell' arte  del  pennello,  il  quale 
deplorabilmente  per  nessuno  spirilo  di 
amor  patrio,  da  chi  men  doveva  fu  ora 
venduto  e  pas>ò  nell'accademia  di  Lon- 
dra. Il  Piazzetta  dipinse  in  faccia  al  sud- 
detlo,lajMortediDario.Condue  tavole,del 
prospetto  e  colle  parti  degli  ornati, si  vede 
nella  bell'opera,  Le  Fabhricìie  di  PeiiC' 
zia,  con  degne  parole  delCicognara,che 
magistrahneiile  tutto  compendia.  Nel  pa- 
lazzoBarbarigochesusseguita,edha  lafac 
eia  sul  riodis.PolOjtrovavasi  sino  al  i85i 
una  delle  più  scelte  gallerie,sopraltutto  di 
tavole  della  scuola  veneta;  tra' preziosi 
quadri  ve  n'erano  delle  3  maniere  di  Ti- 
ziano, opere  che  gì'  intelligenti  non  era- 
no mai  sazi  di  contemplare,  le  quali 
cose  tutte  passarono  a  Pietroburgo  nel- 
la galleria  imperiale  :  eravi  ancora  il 
gruppo  d'Icaro  e  Dedalo,  uno  tra'primi 
parti  del  nascente  genio  di  Canova,  mo- 
dellalo prima  che  di  Venezia  andasse  agli 
sludi  inLÌoma,la  quale  tosto  divenne  tea- 
tro di  sua  gloria.  In  faccia  a  questo  è  ilP^- 
lazzo  Spinelli  e  già  Comari,  molto  eie- 


VEPr 

gante,  Ji  finissimo  gusto  nello  siile  de' 
Lntnbanli,  chiede  particolare  ntlenzio- 
ne  per  «Icnue  palli  interne  oidinitle  con 
niello  gusto  e  leggiadria  (In  Michele 
Saiimichieli,  e  couiincialo  da'Lon»bar- 
di  al  dire  di  Meschini.  Con  due  tavo- 
le Le  Fohbrichc  di  Venezia  ne  fan- 
no godere  il  prospello,  porzione  del- 
la pianta  e  lo  spaccalo,  il  lutto  chiarilo 
dal  supere  di  Diedo,  anch' egli  riteuen- 
ilone  autore  Pietro  Louiburdo ,  e  la 
riforma  interna,  eh'  è  la  più  degna, di 
Sanmichieli.  Chiude  il  suo  opinantento  : 
Lo  saviezza,  la  regolarità,  il  l)uon  gusto 
si  danno  mano  in  quesl' opera,  e  si  con- 
trtistan  la  lode.  Viene  poi  alla  sinistra  il 
palazzo  Griniani  a  s.  Polo,  d'archilettura 
che  s'avvicina  alla  moderna;  poi  quello 
de'  Bernardo,  d'insigne  orchiletttua  ogi- 
vale, con  ornamenti  e  capitelli  hellissi- 
nti.  Ed  alla  destra  è  il  palazzo  Martinen» 
go,  che  serba  tuttavia  alcuni  resti  di 
quelle  meravig!io>e  pitture  «lei  Porde- 
notie,  SI  decantate  dal  Piidolfi.  Quin- 
di sorge  quel  capolavoro  di  magnificen- 
za, ricchezza  e  sodezza  del  Palazzo  Cri- 
mani  a  s.  Luca,  ed  ora  residenza  e  ullì- 
tio  della  direzione  delle  Regie  Poste,  ar- 
chitettalo da  Sanmicheli  con  bellissima 
lacciaia  in  3  ordini  corinlii  ;  palazzo  di 
gran  mole,  ove  il  suo  autore  è  eziandio 
mirabile  per  ledinicollà  che  vi  seppe  su- 
perare nell'  iriegolarilà  del  silo.  JNulla  di 
più  frequente  in  una  città  siccome  è  Ve- 
nezia tagliata  da  tanti  rivi,  e  rotta  si 
spesso  da  sentieri  angusti  e  tortuosi  ;  e 
nulla  ad  un  ten>po  di  più  sfavorevole  per 
«u>  arihiìetlo,  obbligato  a  dare  su  d'  un 
fondo  e  area  di  tal  figura  una  nobile  di- 
slribnzicne.  Avverte  Meschini,  dopo  tale 
encomio,  non  è  colpa  di  Sanmicheli,  ma 
dell'architetto  che  gli  successe,  il  pesante 
e  mal  grazialo  sopra  ornato  nel  2.°  or- 
dine.Lt  Fabbriche  di  Fenezia  con  6  ta- 
vole, la  desciizioue  e  le  dimostrazioni 
del  Diedo,  ne  dierono  contezza.  L*  illu- 
stratole chiama  il  palazzo  superba  mole 
the  siguoreggra  il  Canale,  e  gigante  fra 


VEN  3()3 

r  altre  maestosamente  si  sublima.  Ope- 
ra Sammichelesca  la  dinota  abbastanza 
la  fierezza  del  carattere,  la  severità  de' 
profili,  e  la  nobile  sprezzatura  di  certe 
regole  divenute  quasi  per  altri  di  conven- 
zione. Il  senatoreGirolanjo  Grimaui,  pa- 
dre di  Marino  poi  doge, commise ((uest'o- 
peia  al  principe  fra  gli  architetti  militari, 
ed  uno  de'più  distinti  celebrali  fra'civili; 
i!  (jua  le  si  accinse  al  grand'uopo.dellecir- 
coslanzesconforlanti  dell'irregolare  pian- 
ta, con  quella  fiducia  the  gì'  inspirava  il 
suo  itigegno  avvezzo  a  lottare  ed  a  vin- 
cere con  tanta  gloria  contro  le  più  sca- 
brose imprese.  S'industriò  il  valentuo- 
mo di  configurare  la  pianta  in  moilo 
che  i  luoghi  principali  riuscissero  dilati 
eguali,  e  le  irregolarità  si  perdessero  mer- 
cè r  industria  d'  artificioso  e  saggio  ri- 
parliraenlo.  Nobilissimo  è  1' atrio,  che  si 
presenta  approdando  alla  magnifica  ri- 
va :  è  diviso  in  3  porticati  da  due  file  di 
doppie  colonne,  e  ciasctma  fila  è  com- 
posta di  3  inlercolunnii.  Imponente  la 
grandiosa  facciala  sull'  acqua.  In  questo 
palazzo  duncpie  sono  tutti  gli  uffizi  della 
direzione  delle  poste  delle  provincie  ve- 
nete. Il  già  direttore  delle  medesime  il  eh. 
cav.  Antonio  Federico  Botte  compilò  e 
pubblicò  nel  1 838  la  bellissitna  Cartapo- 
siale  ed  itineraria  dell'  Italia^  dedicala 
alcav.RLOtlodeOtlenfeld  supremo  aiLr 
lieo  ar/imi/ìistralore  delle  Poste  in  Fieri' 
ria.  Altra  più  ricca,  diligente  ed  elegante 
Carla  postale  ed  itineraria  d' Ilalia^ 
dedito  all'imperatore  d'Austria  Ferdi- 
nando I,  re  d'Uugheria,  Boemia,  Lom- 
bardia, Venezia,  ec.  Vi  è  pure  la  veduta 
del  gran  l'onlesulla  Veneta  Laguna,  pre- 
so dalla  parte  di  Mestre;  e  il  movimenlo 
generale  de'paccheboli  a  vapore.  L'auto- 
re defunto,  già  mio  amorevole,  graziosa- 
mente d'entrambi  mi  fece  dono.  Anto- 
nio Lupis  scrisse,  Pallade  su  le  Poste, 
Venetia  1691.  Nell'articolo  Poste  pon- 
tificie,© voi.  LIV,  p.  3o5e  307, dissi  che 
ce*  primi  del  secolo  XVI  già  era  vi  il  pro- 
caccio di  Venezia  che  portava  le  lettere 


3()4  V  E  N  V  i:  N 

:i  Uoma.  Indi  s' iiilrodusse  in    Venezia  ducali;  pollavano  l'insegna  di  s.  Marco, 

\i)   compaf^nia   de'  corrieri   beigamaschi  il  loro  capo  era  obbligalo  a   tenere  una 

per  recare  le  lellerea  Pio  ma  e  viceversa,  volta  o  cancello   a  Rialto,  secondo  1'  u- 

f  g/Y/V/y  (pielle  del  nunzio  pontificio.  Ma  sanza  antica;  erano  lanuti  a  scrupolosa 

s.  Pio  V  non  volle  permtllerlo,  il  succes-  fedeltà  ed  esattezza   tiell' adeoipintenlu 

^ore  Gregorio  Xlll  l'accordò  nel  i^jo.  degli  obblighi  loro.  11   palazzo  Tiepolo, 

e  poi  lo  revocò.  Si  tornò  a  darne  licen-  ora  d'altrui  proprietà,  incontro  a  questo 

Zìi,  rivocata  nel  1597.  Indi  Urbano  Vili  delle  Poste,  ed  a  sinistra  del  Canale,  mal 

stabilì  un  corriere  per  portare  da  Uoma  attribuito  al  Palladio,  è  in  vece  d'arcbi- 

a  Venezia  le  lettere  al  nunzio  e  prende-  lettura  sansovinesca  in  3  ordini.  Ivi  e- 

re  le  sue  risposte,  e  quelle  pure  de'par-  ravi  un  museo   molto  slimato  di  statue, 

ticolari.   Il   predecessore   Gregorio   XV  bassirilievi,  iscrizioni  anticbe  e  altre  cose 

od  istanza  dell'  andjasciatore  veneto  So-  pregievoli,  ora  disperso.  Non  è  da  la- 

ranzo  avea  concesso  di  poter  tenere  in  cersi  sulla  destra  il  palazzo  Marlinea- 

Boma  la  propria  posta  gli  ambasciatori  go  a  s.  Luca,  di  siile   del   decadimento 

della  repid)blica,  il  che  durò  sino  al  suo  del  secolo  XVII,  già  albergo  del  Leone 

termine.  Nondimeno  continuando  in  I\o-  Bianco,  gradilo  a' forestieri  per  la  sua 

ma  ad  agiie  la  particolare  posta  di  Ve-  situazione.  Né  il  Palazzo  FarseUi,  nuo- 

nezia.  Pio  VII  non  volle  piti  ammettere  vamente  residenza  della  congregazione 

in  Roma  il  corriere  veneto  per  prudeo-  municipale,  poiché  temporanea  fu  quel- 

ziali  ragioni,  che  riportai,  e  per  le  stesse  la  nel  palazzo  ducale,  e  dove  sulla  gran- 

fece  cessare  in  Roma  le  altre  poste  stra-  de  scala  si  vedono  due  canestri  o  cestella 

niere,  d'  altri  diplomatici.  Ma  l'origine  di  fruita,  opere  quasi  infantili  del  Cane- 

delle  Poste  in  Venezia  è  antichissima,  va,  il  quale  quivi  apprese  i  primi  rudi- 

Leggo  nel  eh.  R^omanin,che  spettava  a'  menti  dell'arte  che  l'immortalò,  poiché  i 

provi'tdilori  di  Comun  nnclie  V  oì^\n^a-  Farsetti  benemeriti  delle  arti  vi  aveano 

mento  delle  poste,la  cui  istituzione  in  uno  aperto  uno  studio  pe'pillori  e  scultori  :  di 

slato  tanto  commerciante  ([ual  et  a  Vene-  stile  bizantino-lombardo,si  attribuisce  al 

ria  doveadi  necessità  introdursi  prima  che  secoloXI,  componendosi  il  piano  nobile 

altrove;  ed  in  fatti,  mentre  si  ricordano  di  colonne  binate  su  cui  girano  archi  di 

solo  nel  secolo  XV  in  Francia  e  inGertna-  gusto  arabo;   le  colonne  poi    dell'atrio 

uia,  trovasi  già  nel  trattato  con  Lotario  I  hanno  per  basi  capitelli   corinlii  rove- 

deir 840  pattuita  la  sicurezza  degli  Zi/ji-  sciati,    tolti  da   edifizi  romani    de' bassi 

slolari j  à\  più' trovasi  forse  cenno  di  tempi.  Neppure  è  da  tacersi,  né  il  palaz- 

poste  regolari  per  conto  pubblico  nel  di-  20  Loredan,  ora  grande  albergo  Hotel 

vieto  del  doge  l'ietro  Candiano  IV   del  de  la  Villej  né  l'albergo  dello  Scudo 

960   a'  mercanti    veneziani  di   ricevere  di  Francia,  perchè  fu  già  casa  del  cele- 

Jellere  per  la  Grecia  dagli  abitanti  della  bre  Enrico  Dandolo  doge  di  Venezia  e 

Baviera  e  della  Sassonia  o  d'altro  luogo  conquistatore  di  Costantinopoli  nel£2o4i 

con  grave  danno  e  disonore  della  patria;  e  di  stile  bizantiuo-lombardo,  con  iscul- 

in  fine  é  certo  che  nel  libroCerZ'eru.y  ver-  ture  e  marmi  orientali;   né  il   palazzo 

sola  fine  del  secoloXlU  sono  nominali  i  Bembo  d' architettura   del    medioevo; 

Soprantendenti a' Corrieri, c\\e^o\v\t\  né  finalmente  il  palazzo   Manin,  lavo- 

i3o8  furono  sottoposti   s^^ provveditori  rato  in  3  ordini  dal  Sansovino,  di  cui 

di  Commi.  Essi  formarono  più  tardi  nel  conserva  1'  antica  facciata  verso  il  cana- 

1490  una  scuola  o  corporazione  religio-  le,  e  quindi   ristaurato    dall' architetto 

.sa  dedicata  a  s.  Caterina:  erano   in  uu-  Selva.  Quest'ultimo  possiede  copiosa  bi- 

uiero  di  4o,  davano  raallevaria   di  200  blioleca  pailicolarmeule   ricca  di  libri 


YEN 
e  scrini  liguardanli  le  cose   paliie  ve- 
ueziane. 

1.  Alla  siuistia  del  Canal  grande  s'in- 
contrano le  Fabbriche  Vecchie  e  Nuo- 
ve di  Rialto.  Con  7  tavole  Le  Fabbriche 
di  Venezia  e  la  descrizione  del  celebre 
Selva,  offrono  la  pianta  dell'  isola  di 
Rialto,  il  prospetto  delle  fabbriche  che 
girano  intorno  alla  sue  piazze  e  strade, 
la  pianta  e  lo  spaccato  di  s.  Giovanni  E- 
Jemosinario,  il  prospetto  maggiore  e  mi- 
nore del  Palazzo  de'  Camerlenghi  a' 
piedi  del  ponte  di  Rialto,  la  pianta  del 
medesinjo  e  la  porla  del  prospello  dal  la- 
to maggiore;  per  ultimo  il  prospetto  delle 
fabbriche  dette  Nuove  sul  Canal  grande 
medesimo,  che  traversalo  dal  ponte  di 
Rialto,  da  questo  si  congiunge  le  due 
parti  in  cui  è  divisa  la  città.  Dice  pertan- 
to il  Selva,  r  isola  di  Rialto,  la  prima 
abitata  fra  le  molte  che  ora  costitui- 
scono la  città  di  Venezia,  la  prima  in  cui 
da  Malamocco  fu  trasferita  la  sede  del 
principato,  quella  che  per  molti  seco- 
li fu  il  centro  della  piazza,  nel  com- 
mercio, superiore  a  qualunque  altra  di 
Europa,  è  r  isola  contenente  l'esistenti 
indicale  fabbriche.  Quanto  al  nome  di 
Rialio,  osserva  il  Mulinelli,  Z^eZ  Costu- 
me Veneziano,  non  derivò  dal  fiumi- 
cello  detto  Praealtiis,  voce  usata  da'la- 
tini  per  indicare  un  fiume,  che  passa- 
'va  presso  le  circostanti  isoletle,  ed  era  il 
Brenta,  ma  bensì  per  l'altezza  delle  spon- 
de o  rive,  da  cui  può  yen'ìve  Rivalla,  si 
dissero  pure  tulle  quelle  contrade  e  cir- 
condari conosciuti  adesso  col  nome  di 
Rialto  propriamente. L'isola  è  situata  alla 
metà  e  nella  maggior  prominenza  della 
linea  che  percorre  il  gran  Canale,  dal  suo 
ingi  esso  all'uscita  dalla  città,  in  nioiloche 
co'due  lati  a  levante  ed  a  mezzodì  fron- 
teggia esso  canale,  e  ne'  due  altri  è  cir- 
coscrilla  a  tramontana  dal  rivo  delle  Bec- 
carie,  ed  a  ponente  da  quello  del  Fonda- 
co della  Farina.  A  dare  un'idea  dell'im- 
portanza di  Rialto  nel  149^9  il  Selva  ri- 
porta la  descrizione  del  Sabellico,  dì  cui 
VOI.  xci. 


YEN  3:05 

scrivo  un  sunto.  Tutto  lo  spazio  lungo 
l'acqua,  dalla  riva  di  s.  Silvestro  fino  a 
quella  di  s.  Cassiano,  di  qua  e  di  là  dal- 
la piegatura  del  Canal  grande,  era  co- 
perto di  navigli  mercanldi.  Per  scorrere 
il  di  lui  margine,  s'incontrava  prima, do- 
po il  detto  rivo  (ch'è  quello  del  nomina- 
lo fondaco),  la  piazza  del  mercato  della 
Farine  (il  mercato  non  più  esiste,  bensì 
il  pubblico  fondaco  della  farina  ,  in  cui 
non  ha  molti  anni  fu  eretta  un'abitazio- 
ne. Di  questi  pubblici  fondachi  ve  n'era- 
no 6  nella  città,  uno  per  sestiere,  e  altri 
nelle  principali  isole  dell'  Estuario  ,  ne' 
quali  sino  al  cader  della  repubblica  il  po- 
polo trovava  la  farina  a  limitato  prezzo, 
sovente  con  perdita  dell'erario).  E  incre- 
dibile il  dire  quanta  abbondanza  sempre 
in  esso  era  di  vettovaglie.  Le  fabbriche 
più  elevale  ,  tra  il  fondaco  e  il  ponte, 
che  di  tulli  è  il  più  grande,  erano  occu- 
pale da'magistrati.  In  queste  fabbriche  o 
dogana,  si  riscuotevano  i  dazi  più  ricchi 
della  città,  del  vino  e  delle  merci  prove- 
nienti dalcootinente.  Continuavano  spes- 
se botteghe  da  olio,  e  di  fianco  il  pubbli- 
co Carcere.  Nelle  vie  trasversali  stavano 
magazzini  ripieni  di  merci,  e  con  tante 
droghe  bastanti  per  un  decennio  non  so- 
lo all'Italia,  ma  a  tutta  l'Europa.  Dopo 
le  Prigioni,  eravi  la  piazza  dove  si  prepa- 
ravano le  trame  di  seta,  d'argento  e  d'o- 
ro per  la  tessitura  delle  stoffe;  a  destra 
il  magistrato  pel  dazio  del  sale,  nella  fron- 
te il  Ginnasio.  Tornati  alla  riva  del  Ca- 
nale, prima  del  ponte  eravi  il  Portico 
per  la  vendita  del  ferro  e  altre  merci,  cou 
molti  magistrali  urbani,  e  perciò  tutta  la 
ri  va  dicevasi  delFeiro, e  quell'opposta  del 
Vino.  Il  ponte  che  vi  si  appoggia,  ripeto,  è 
il  più  grande  della  città  e  insieme  il  più 
frequentato,  con  andirivieni  del  popolo 
in  folla  in  quasi  tutte  l'ore  del  giorno. 
Sorgevano  dall'altra  parte  le  pubbliche 
Fabbriche  occupate  da'civici  magistrali; 
a  destra  il  Portico  sull'acqua,  e  dietro  i 
nuovi  edifizì,  con  a  sinistra  la  primitiva 
chiesa  dis.  Jacopo.  Dinanzi  era  una  pub- 


3Ó6  V  E  N 

blica  piazza  nobilissima  in  cui  si  Iralta- 
vano  tulli  gli  affari  nieicaiilili  della  cil- 
là,  anzi  si  può  dire  del  mondo,  e  senza 
clamori,  ne'porlici  essendo  molli  Bandii 
pronti  a  qualunque  pagamento.  Amplis- 
sime sale  soprapposle  a'due  l'orlici,  nel- 
la più  parie  servivano  ad  uso  del  Foro. 
Seguiva  altro  portico  meno  elevato,  ma 
assai  lungo,  con  numerose  bollcglie  pie- 
ne di  panni.  Nella  sua  fronte  era  il  cele- 
bre quadrivio:  sino  a  s.  Giovanni  Elemo- 
sìnorio  ed  a  s.  Apollinare  spesse  erano 
le  officine  facenti  strepilo;  la  via  degli  A- 
nelli  colle  botteghe  in  cui  si  lavoravano, 
\eniva  seguila  da  quella  degli  Argentie- 
ri con  molli  orefici  doviziosi  di  preziose 
gemme,  delle  quali  piU  d'ogni  altra  co- 
sa si  compiacevano  i  veneziani,  e  talvolta 
una  donna  portava  due  ricchi  patrimoni 
in  una  sola  mano.  A  destra  del  quadrì- 
vio in  mezzo  a  folle  botteghe  si  passava 
alla  piazza  dell'Elbe,  situala  dietro  quel- 
la di  Iliallojda  qui  per  la  calle  de'Pizzi- 
cagnoli  si  andava  alla  Pescheria  ,  antbo 
prossime  alla  riva.  Il  luogo  della  Pesche- 
ria fu  ivi  slobililo  nel  1822,  indi  selcialo 
e  fondamentalo  nel  i  SgS  :  quotidiana- 
mente  vi  si  porta  il  peste  da  tulli  i  lidi  e 
dal  mare.  E  qui  noterò,  the  la  Cronaca 
di  3Jilano  pubblicata  dal  cav.  Ignazio 
Canlù  a'3o  luglio  iSSy,  notifica  il  pre- 
mio di  austriache  lire  i  800,  promesso  dal- 
l'i, r.  Islilulo  di  Venezia  pel  i5  marzo 
1859,  all'autore  di  quello  scrillo  die  e- 
sp.orrà  meglio  il  modo  di  rendere  più 
lucrose  e  prodiillrici  le  valli  salse  chiu- 
se da  pesca  del  veneto  Litorale  (sia  per 
esservi  introdotti  e  allevali  i  pescialelli 
con  successo  nelle  valli  salse  chiuse  del- 
l'Estuario senza  datino  de'le  specie  che 
già  vi  sono;  sia  per  insegnare  la  manie- 
ra più  facile  e  opportuna  d'  operare  la 
fecondazione  artificiale  de'pesci  e  le  cure 
necessarie  dello  sviluppo  sinciiè  divenga- 
no adulti;  sia  per  esporre  i  melodi  mi- 
gliori di  moltiplicare  i  pesci  e  altri  ani- 
mali marini  utili,  che  ora  vivono  nell'ac- 
qua del  veneto  Litorale;  sia  per  rilevare 


V  E 


1 


l'imperfezioni  della  pescicullura  nel  Ve' 
mio,  onde  correggerle  e  sradicarle).  Dal- 
la Pescheria  lungo  il  Macello,  si  perve- 
niva al  ponte  di  pietra  ch'era  appoggia- 
lo al  mercato  delle  Legna,  confine  della 
regione.  Avverte  il  Selva,  non  essere  esa- 
gerala questa  descrÌ7Ìonedel  Sabellico,  se 
si  leggf;  il  Filiasi  suU' antico  commercio, 
sull'alti  e  sulla  marina  de'venezianì. Men- 
ti e  la  veneta  repubblica  sola  (esisteva 
alle  forze  contro  essa  unite,  nella  lega 
fornsidabile  di  Caml.'ray,  in  aumento  di 
sue  sventure  nella  nolte  de'  io  gennaio 
i5i3,si  manifestò  il  fuoco, non  senza  so« 
spetto  d'abbominevole  trama,  nelle  sun- 
nominate fabbriche.  Il  gagliardo  vento 
dilatò  le  fiamme  per  modo,  che  distrus- 
sero gran  parie  delle  sale,  botteghe  e  ma- 
gazzini ov'erano  rinserrali  tanti  preziosi 
effetti.  Il  senato  coU'esempio  della  roma- 
na costanza,  d'animo  fermo  e  intrepido 
nel  pazientare  i  mali,  e  prudente  e  saggio 
nell'apporvi  opportuni  provvedimenti, ri- 
conoscendo di  somma  importanza  l'arre- 
nare il  meno  possibile  l'alfluenza  di  quel 
commercio  dal  quale  n'era  derivala  b 
grandezza  della  repubblica,  decretò  l'e- 
rezione di  nuovi  edifizi,  cominciando  da* 
più  urgenti;  per  cui  in  c)  anni  fu  riedifi- 
cato con  ordinata  e  magnifica  forma  ciò 
che  il  fuoco  quasi  in  egual  numero  d'ore 
avea  consunto,  come  dinolano  le  varie 
iscrizioni  disposte  ne'  loro  prospetti,  li 
modello  fu  d'Antonio  Scarpagni  detto 
Scaipagnino  ,  eccellente  archilello  del 
magistrato  che  presiedeva  alle  pubbliche 
fabbriche  di  s.  Marco  e  dì  Rialto.  La 
pianta  dell'isola  fa  vedere  la  disposizione 
degli  edifizi  detti  le  Fabbriche  eli  Rialto, 
ed  anche  Fahhiiclic  J^cccliic  per  distin- 
guerle dalle  fabbriche  poi  erette  e  dette 
perciò  Nuosx'.  Sono  esse  fronteggiate  da 
am[)i  e  lunghi  portici  agli  archi  de'qua- 
li  corrispondono  altrettante  botteghe  eoa 
soprapposli  mezzanini.  I  due  piani  supe- 
riori, che  com[>reudono  magazzini,  sale  e 
gallerie  e  stanze  tulle  coperte  da  volle, 
servivano  a' vari  \.m  dal  Sabellico  descrit* 


V  EN 
ti,  e  grandiose  e  comode  scale  sono  di- 
sposte ne'separati  corpi.  Non  inancnno 
di  simmetria  ,  né  spregevoli  ne  sono  i 
profili  delle  parli  decorative  ,  dovendosi 
aver  presente  che  quando  si  die'  mano 
all'opera,  Palladio  non  conlava  che  ili.° 
lustro,  ed  il  Sansovino  non  erasi  ancora 
domicilialo  in  Venezia;  ed  inoltre,  che  in 
tanta  estensione  d'  uniformi  edifizi ,  che 
nel  loro  contorno  girano  quasi  3ooo  pie- 
di, destinati  principalmente  ad  oggetti  di 
commercio,  non  vi  si  richiedeva  una  son- 
tuosa decorazione,  ma  una  decente  sem- 
plicità della  quale  non  mancaiio.  Qui  il 
iJelva  descrive  la  rifabbrica  fatta  dallo 
Soarpagnino,  della  chiesa  di  s.  Giovanni 
Elemosiiiario,  restata  preda  delle  fiam- 
me, della  qoale  parlai  nel  §  Vili,  n.  58. 
Presso  le  Fabbriche  Vecchie  è  la  pubbli- 
ca Erberia  o  mercato  degli  erbaggi,  de' 
fruiti,  e  anche  di  fiori,  portati  con  barche 
d'ogni  genere  quotidianamente  dalle  vi- 
cine isole  e  da'oiargini  delle  lagune,  in 
sorprendente  varietà  e  abbondanza.  Con- 
temporaneamente alle  ricordale  fabbri- 
che dello  Scarpagnino,  si  ricostruì  a  pie 
del  ponte  di  llialto  ,  con  regia  magnifi- 
cenz!j  ,  il  pubblico  Palazzo  de'  Caniet'' 
lenghi,  condotto  a  fine  nel  1 525  nel  do- 
gado  di  Grilli,  di  cui  sembra  autore  Gu- 
glielmo Pergamasco.  Convien  credere  che 
il  terreno  a  quel  tempo  fosse  assai  pre- 
zioso, perchè  niente  se  ne  voleva  perde- 
re a  maggior  regolarità  delle  piazzeedel- 
Je  strade,  o  per  la  conveniente  corrispon- 
denza a'conligui  stabili,  il  che  puòdedur- 
si  anche  dall'irregolare  figura  e  colloca- 
mento di  questo  importante  edifizio,  co- 
struito di  marmo  istriano,  con  ornaaien- 
ti  di  squisito  e  ben  inleso  lavoro.  La  sua 
sontuosa  magnificenza  può  alquanto  ve- 
lare i  difetti  d'euritmia  e  di  simmetria. 
he  Fabbriche  Nuove  cominciale  nel  1 552 
e  terminate  nel  1 555  dal  pubblico  teso- 
ro col  disegno  di  Jacopo  Sansovino,  pur 
a  vantaggio  e  comodo  del  commercio, 
si  estendono  in  lunghezza  piedi  25o, 
con  45  circa  d'altezza,  compartile  ia  3 


V  E  N  307 

ordini,  rustico,  dorico  e  ionico.  Il  r .   com- 
prende 25  archi  che  formano  un  portico, 
dopo  il  quale  la   di  lui  altezza   è  divisa 
per  botteghe  e  soprapposli    mezzanini. 
Questo  portico  si   unisce  in  una  testata 
con  quelli  già   memorati   fabbricati  da 
Scarpagnino;  i  due  piani  sono  distribui- 
ti d'ambi  i  lati  in  camere  separate  da  un 
corridoio  nel  mezzo.  Ma  in   un  edifizio 
tanto  esteso  e  decoroso,  benché  eseguilo 
il  bugnato  di  due  ordini  in  marmo  d'I- 
stria, non  corrispose  la  solidità.  Laonde 
notò  il  Selva,  che  divenute  le  fabbriche 
dette  Fecchie  di  Scarpagnino,  e  le  deno- 
minate Nuove  di  Sansovino  sul  gran  Ca- 
nale, di  privata  proprietà,  furono  ed  era- 
no a  suo  tempo  lasciate  in  tale  abban- 
dono da  fargli  temere  la  sussistenza,  per 
essersene  demolita  una  porzione,  se  non 
si  accorreva  a  ripararle.   Che  sieno  esse 
rassetlabili,  n'é  prova  la  parte  contigua 
al  ponte  di  Rialto  di  pubblica  apparte- 
nenza, ridotta  nel  i838  ad  uso  di  regio 
Demanio,  ed  ora  più  Io  prova  il  largo  ri- 
stauro,  anzi  la  quasi  totale  riedificazione 
che  si  sta  operando.  Del  pari  fu  assai  bene 
riordinalo  dal  pubblico  tesoro  il  palazzo 
de'Camerlenghi.Inollre  il  dolio  Selva,coa 
osservazioni  storico-artistiche  corregge  il 
Vasari ,  che  mordace  e  forse  ingannalo 
dall'altrui  asserzione,  nella  Vita  di fr. 
Giocondo  volle  far  credere  che  questi  a- 
vesse  idealo  un  grandioso  disegno  per  la 
rifabbrica  di  tutta  1'  isola  ,  seguilo  erro- 
neamente da  Bollar!,  Maratta  e  altri,  in- 
consideratamente, a  discapilo  precipua- 
mente di  Scarpagnino.  E  ciò  in  onta  al 
presentimento  dello  stesso  Vasari,  che  nel 
suo  abbaglio  dichiarò:  Se  gli  scrittori  del- 
le Storie  vivessero  qualche  anno  di  più 
del  concesso  al  corso  della   vita  umana, 
avrebbero  molto  da  aggiungere  al  da  lo- 
ro scritto;  poiché  non  è  possibile,  c/te  un 
solo,  per  diligentissimo  che  sia  ,  sappia 
a  un  tratto  così  appunto  il  vero,  e  in  pio- 
col  tempo  i  particolari  delle  cose  che  scrì- 
ve (applico  a  me  pure  il  grave  e  giusto 
riflesso,  appunto  per  esser  solo  nel  con- 


3o8  V  E  IV 

cepimenlo  e  sviluppo  di  Uitla  questn  mia 
npeia);  così  è  chiaro,  come  il  sole,  che  il 
tempo,  il  quale  si  dice  padre  della  veri- 
tà, va  giornalmentf  scuoprendo  agli  stu- 
diosi cose  nuove.  Se  potessi  più  oltre 
lin/tenermi  in  Rialto,  dovendo  parlare 
anche  del  celebre  ponte,  darei  un  cenno 
col  Selva  del  disegno  fatto  da  Palladio 
d'un  ponte  a  3  aichi  per  una  gran  ca- 
pitale, probabilmente  per  quest'isola,  ma 
non  eseguibile  nello  spazio  ove  trovasi 
il  presente,  ch'è  la  comunicazione  fra  le 
due  piti  nobili  parti  della  città,  Rialto  e 
s.  Marco,  divise  dal  gran  Canale,  e  dalle 
piazze  di  s.  Jacopo  e  di  s.  Bartolomeo, 
congiunte  nel  sito  più  conveniente  e  co- 
modo, per  essere  nel  punto  medio  e  più 
ristretto  di  esso  canale.  Ne'primi  tempi 
vi  si  tragittava  con  barche;  circa  ili4oo 
fu  costruito  un  ponte  di  legno,  nominato 
prima  della  Moneta,  poi  di  Rialto;  fin- 
ché nel  i588  si  decretò  d'erigerlo  in 
pietra,  ed  è  a  un  solo  arco,  la  cui  este- 
sa mole  e  mirabile  solidità  fa  scusare 
r  ineleganza.  Però  riesce  assai  più  im- 
ponente di  qualunque  a  3  archi,  che  la 
sì  limitata  situazione  si  fosse  eretto.  Tan- 
to narra  il  Selva.  Ma  il  cav.  Mulinelli, 
Annali  Urbani,  riferisce,  che  riuscendo 
incomodo  il  tragitto  del  maggior  Canale, 
nel  sito  ch'è  tra  l'isola  di  Rialto  e  l'altra 
opposta  di  s.  Bartolomeo^  nelle  barchet- 
itsceole,  nel  secolo  XII  (o  neh  180  per 
opera  dell'ingegnere  Barattieri)  ivi  si  co- 
struì un  ponte  sulle  barche,  il  quale  per 
l'antico  pagamento  dellesceoled'uuqnar- 
'"taroloo4'°  di  denaro,  fu  detto  Po/z/cdella 
Moneta  e  del  Qnartarolo.  Eretto  nel 
seguente  secolo  stabilmente  di  legno  (nel 
1264  e  su  pali),  rotto  quindi  più  volte, 
ecl  a  bella  posta  neliSioda  Boemondo 
Tiepolo  per  la  sua  congiura,  fu  rifatto 
neIi4'>o  levatoio  nel  mezzo  con  cancelli 
che  si  chiudevano  a  chiave  e  con  botte- 
ghe a'Iali.  Com'era  il  ponte  di  Rialto  in 
legno,  si  può  vedere  nel  Costume  Vene' 
ziano,  ùeWo  stesso  Mutinetli,  a  p.  44-  ^^' 
dula  nuovaraeDte  nel  i5si3  la  metà  del 


V  E  IV 
ponte ,  con  grave  perdita  delle  preziose 
merci  riposte  nelle  botteghe,  fu  stabilito 
di  fabbrica  rio  di  pietia,  e  che  per  magni- 
(ìceuza  dovesse  adeguare  i  tanti  altri  no- 
bilissimi edifìzi  diesi  specchiano  in  quel- 
l'acque placidissime.  Il  conte  Cico{:;nara 
nella  laudata  opera.  Le  Fabbriche  di  F" e- 
nczia,  illustra  due  tavole  ch'esprimono 
il  prospeltodell'arcodel  Ponte  di  liialto, 
la  sua  pianta  e  parti  più  importanti.  E- 
gli  niagistralmente  dice.  L'  utilità,  la  so- 
lidità,  la  maestà  d*  un  edificio  procura- 
rono alcuna  volta  un  merito,  sì  segnala* 
to  all'architetto  che  n'è  autore,  da  dover- 
gli perdonare  il  difetto  di  eleganza  e  di 
gusto,  riguardando  tutta  la  sua  opera  co- 
me ornamento  cospicuo  d'una  città.  Ta» 
le  è  il  Ponte  di  Rialto  in  Venezia,  co- 
minciato nel  1589  (dovea  dire  i588), 
regnando  il  doge  Cicogna,  e  compito  ia 
3  anni,  come  apparisce  dall'  iscrizione. 
Ne  fu  architetto  Antonio  da  Ponte,  pe- 
rito neir  arte  di  costruire  solidamente, 
e  di  assicurare  alle  fabbriche  quella  per- 
petuità che  non  senza  stento  può  otte- 
nersi in  Venezia,  dove  1'  incertezza  del 
suolo  obbliga  ad  ingegnosi  e  dispendiosis- 
simi artificii  ne'fondamenli.  Riunendo  le 
due  ricordate  parli  della  città  un  ponte  di 
legno,  già  e  fin  dal  principio  del  secolo 
XVI  diede  il  celebre  fra  Giocondo  le  pri- 
me idee  di  sostituirgli  altro  di  pietra  ,  ed 
il  Buonarroti  trovandosi  in  Venezia  nel 
dogado  del  Grilli  ne  abbozzò  un  disegno. 
Neil 52 3  caduta  parte  del  ponte,  venne 
allora  decretato  di  murarne  altro  di  pie- 
tra, senza  però  che  ciò  potesse  effettuarsi 
per  lungo  corso  di  anni,  fors' anche  pe' 
vali  progetti  fatti  da'più  linomali  archi- 
letti  d'Italia,  come  del  discorso  magnifi- 
co diseguo  di  Palladio  e  da  lui  pubblica- 
to nel  iS'jo.  Dichiara  il  Cicognara,  che 
tale  opera  avrebbe  prodotto  meraviglio- 
so elfelto  nel  sito  più  frequentato  d'  una 
stupenda  città  dominante  che  sorge  mira- 
colosamente dall'  acque.  Anche  lo  Sca- 
mozzi  nella  sua  opera  narra,  che  il  Vi- 
guola  e  ilSausovino  fecero  disegui  pel  poo- 


VE  N 

le  (li  Ridilo,  ed  oggiugne  d'aver  egli  pu- 
le- iintnoginatu  due  invenzioni,  una  in  3 
urclii  come  il  Palladiano,  altra  in  un  arco 
solo  ;  e  l'nna  e  l'altra  brevemente  descri- 
ve. Parlando  di  quest'ultima,  singolare  è 
la  sua  maniera  di  esprimersi,  volendoqiia* 
si  persuadere  il  lettore  che  il  ponte  attua- 
le fosse  costrutto  di  sua  invenzione,  salve 
alcune  modificazioni;  cioè  risparmiando- 
si gli  ornali  e  le  statue  nelle  logge,  per  di- 
minuire le  spese  che  la  repubblica  non 
poteva  allora  sostenere  facilmente,  essen- 
do impegnata  co'nemici  esterni  in  guer- 
redispendiosissitue, come  puòdedursi dal 
riferito  dallo  Scnmozzi.  11  cav.  Mulinel- 
li chiama  il  disegno  di  Palladio  il  più  gran- 
dioso e  il  più  acconcio,  e  nota  che  la  pre- 
ferenza diita  a  quello  di  Da  Ponte,  forse 
derivò  da  singolare  protezione  verso  di  lui 
d'alcun  patrizio,  e  non  propriamente  da 
economia,  poiché  col  suo  progetto  si  an- 
dava a  spendere  25o,ooo  ducati.  Final- 
mente a'c)  giugno  i588  fra  il  suonar  a 
gloria  delle  campane  e  lo  strepito  de'ma- 
stii  o  mortaretti  si  pose  la  i."  pietra  con 
lucila  solennilàdal  sagrestano  della  chie- 
sa di  s.  Jacopo  di  Riallo, cosparsa  d'acqua 
benedetta.  Dichiara  inoltre  il  Gicognara  : 
L'edifizio,  sebbene  maestosa  mole,  non 
presenta  sveltezza  e  grazia  ornamentale, 
producendo  all'occhio  disaggradevole  ef- 
fetto le  botteghe  che  sono  sul  suo  dorso 
ne'due  lati  decorate  con  pilastri  a  bugne, 
e  l'ineleganti  cornici  sulle  quali  poggia  il 
!<'lto  coperto  di  piombo;  per  cui  un  pon- 
te così  magnifico  deve  solo  la  sua  fama 
alla  sua  larghezza,  alla  grandiosa  corda 
dell'arco,  ed  alla  solidità  e  connessione 
delle  pietre  tagliate  che  lo  compongono. 
Le  fondamenta  ed  i  fianchi  dovettero  cer- 
tamente essere  robustissimi  onde  regge- 
re alla  spinta  d'  un  arco  sì  imponente. 
Nel  fondarsi  le  pahifitte  si  rinfiancarono 
con  opere  solidissime  a  salvezza  anche 
de'vicini  edifizi ,  i  quali  sono  presso  che  in 
contatto  colla  coscia  del  ponte  ,  calman- 
doci per  tal  modo  ogni  palpitazione  iii- 
turno  a  danni  otinacciati  da  questo  cu- 


YEN  3o<) 

losso.  Le  botteghe  che  ne  dividono  la  su- 
perficie sono  24»  sei  per  parte  tanto  al  sa- 
lire che  al  discendere.  Un  cornicione  ri- 
corre lungo  i  lati  del  ponte,  e  sorregge  i 
balaustri  che  fanno  sponda  allestrade  mi- 
nori. Sulle  cosce  dell'arco  furono  scolpiti 
da  Agostino  Rubini, l'Augeloela  Vergine 
Annunziata  da  una  parte,  e  dall'altra 
i  ss.  Marco  e  Teodoro  protettori  della 
città  sono  lavori  di  Tiziano  Aspetti.  La 
luce  dell'  arco  è  di  metri  2770,  la  gros- 
sezza 1 ,32,  l'altezza  o  freccia  dell'arco  7,5 
sul  pelo  medio  dell'acqua,  la  larghezza 
metri  22, 10. Tre  sono  lestrade,la  più  lar- 
ga in  mezzo  alle  botteghe,  e  tra  queste  e 
le  nobili  balaustrate  o  parapetti.  Esse  so- 
no unite  da  due  archi  con  pilastri  dorici. 
La  via  più  larga  ha  metri  6,54;  le  nii- 
nori  e  laterali  metri  3,28  ;  le  botteghe 
4,70.  Anche  il  cav.  Mulinelli  conviene 
che  la  gran  mole  non  ha  garbo  e  perfe- 
zione, però  vi  riconosce  somma  scienza 
meccanica  adoperata  nell'  iunalzarla,  in 
un  terreno  soffice  e  limaccioso,  facendosi 
profondissime  fondamenta  senza  che  re- 
stassero sfiancatele  fabbriche  circostanti. 
Il  terreno  si  cavò  metri  5,33,  e  nel  fondo 
sì  fissarono  12  mila  pali  d'  olmo,  6  mila 
per  parte,  lunghi  piedi  io;  e  sopra  quel 
battuto  vi  posero  tavoloni  di  larice  grossi 
un  palmo,  e  fatto  il  suolo  con  bordonali 
pur  di  larice  lunghi  piedi  4<>-  "  eh.  Za- 
netto  alla  descrizione  fece  un'aggiunta, 
per  dimostrare  e  sostenere  Antonio  da 
l'onte  solo  e  vero  autore  del  ponte  di 
Rialto,  perchè  il  cav.  Scolari  nel  Com- 
mentario della  vita  e  dell' operedi  Sca^ 
mozzi,  a  questi  tentò  d'ingegnarsi  riven- 
dicarne l'invenzione ,  seguendo  il  da  lui 
medesimo  asserto  nella  sua  opera  di  ar- 
chitettura ossia  V  Idea  dell'  Architettura 
universale,  stampata  nel  i6l5,  p.  2.'',  lib. 
8,  e.  1 6,  che  notai  più  sopra.  I noltre  il  Za- 
notto  nella  Nuovissima  Guida  di  Vene- 
zìa,  ripetendo  per  architetto  del  ponte  di 
Rialto  Antonio  da  Ponte,  non  senza  il 
consiglio  del  patrizio  Gio.  Alvise  Boldù, 
e  la  conseguente  sua  assistenza,  fa  osser- 


3io  VEN 

\are  che  quantunque  i!  eh.  ab.  Antonio 
Magrini  coll'erudila  elucubrazione  (ioli- 
lolala,  Intorno  al  viro  architetto  delPoii- 
ie  di  Riatto,  Vicenza  1 854),  volle  prova- 
re essere  inventore  tlel   ponte  il  Boldù, 
egli  non  conviene  a  tale  giudizio,  unen- 
dosi soltanto  a  quello  che  ne  esclude  au- 
tore io  Scamozzi.  il  prof.  Rouianin  nel- 
la Storia  documentata  di  f^cnczia,  cele- 
brando il  dogado  88.°  di  Pasquale  Cico- 
gna, il  cui  nome  si  rese  immortale  per  la 
costruzione  de!  ponte  di  Rialto  in  pietra, 
ragiona  delle  disposizioni    per  edificarlo 
e  de' 24  architetti  che  gareggiarono  nel- 
I  impresa,  per  cui  non  ha  guari  fu  a  lun- 
go dispulalo  sul  vero  autore,  attribuendo- 
Jo  chi  allo  Scamozzi,  e  chi  al  Da  Fonie, 
quindi  aggiunge.  Che  da  un  passo  notabi- 
lissimo, pel  I."  notato  dal  eh.  Giovanni 
Veludo  vice-bibliotecario  della   Marcia- 
na, dell' Or<7f/o«e//jy(mere<rZi  P.  Cicogna 
di  Enea  Piccolomini accademico  veneto, 
Venezia  iSgy,  si  venne  ad  aggiungere  il 
3.°  competitore  Gio.  Alvise  Boldìi.  Con- 
clude,achi  spelta  l'onore  dell'invenzione, 
sull'esecuzione  riconoscendosi    general- 
mente convenirsi  il  merito  al  Da  Ponte, 
non  esser  da  lui  il  giudicarlo,  né  appsu  te 
nere  alla  sua  storia;  altri  più  esercitati  e 
capaci  ingegni   tuttora    vi   si    affaticano, 
come  i  chiarissimi  cav.  Scolari  ,  F.   Za- 
netto  e  ab.  Magrini,  ond'è  bene  attende- 
re il  risultamento  di  loro  studi  e  di  loro 
indagini.  Ora  nell'  Omnibus  ,  periodico 
letterario  di  Venezia,  a  p.  3oo,  del  cor- 
rente i858,  il  cav.  Scolari  ci  die' la  sua 
lettera  del  i."  stnemhr  e:  SulV  archi  tetto 
del  Ponte  di  Pàalfo,  all'illustre  sig.'  cav. 
Emanuele  Cicogna,  il  P'arrone  delle  co- 
se venete.  \n  essa  sì  conferma  nell'opi- 
nione, che  l'attuale  ponte  di  Rialto  è  in- 
venzione dello  Scamozzi,  e  per  modello 
ed  esecuzione  lodevole   merito  del  suo 
padrino  Da  Ponte  ,  giacché  lo  Scamozzi 
sebbene  avesse  falli  i  disegni  del  ponte 
ad  un  arco  ed  a  tre  archi,  e  di  quest'ul- 
timo anche  il  modello,  premendogli  e  va- 
gheggiando fossedi  preferenza  approvalo; 


VEN 
ma  sebbene  il  fu  dal  senato,  con  decreto 
che  olh'e  ,  nondimeno  si   volle  eseguilo 
l'altro.  Il   perchè  indispettito,  parù  peP 
Sabbionelta  ,  lasciando  al  coni  pad  re  Da 
Ponte  il  pregio  di  fure  il  modello  e  l'è* 
secuzione  del  ponte  in  discorso  ad  un  er^ 
co  solo,  pur  da  lui  proposto.  Quindi  con4 
futa  una  recentissima  stampa  avversaria, 
che  porta  per  titolo  :  Nota  intorno  V  au- 
tore del  Ponte  di  Rialto,  la  quale  sostiene 
inventore  ed  esecutore  di  esso  Antonio  il 
Ponte,  e  sorvegliatore  tecnico  il  Boldù 
cav.  Scolari  basa  le  sue  asserzioni  altre 
sopra  l'altre  lettere  da  lui  pubblicale  n 
i853  e  nel  i857;non  che  sulla  propri 
traduzione  del  poemetto  di  Nussio  Nuss^' 
De  Rivoalti  Potile,  dall'  autore  dedicato 
al  doge  Cicogna  ,  ed  in  cui  non  si  fa  pa- 
rola del  Boldìi;  ed  eziandio  in  conseguen- 
za di  altri  sludi  da  lui  falli,  ed  è  perciò 
che  nel  Boldìi  riconosce  soltanto  il  rela- 
tore al  senato  della  fabbrica   del   ponte 
per  r  autorità   del   relativo  docunienl 
esistente  nell'archivio  generale  de'Frar 
e  non  quanto  prelese  il  Piccolomini,  s< 
guiloda  altri,  De  laudibus  Paschalis  C 
coniae.  Rimette  poi  la  questione   al  sa 
peie  e  alla  dottrina  de' lodati  cav.  CicC 
gna,  prof.  Romanin  e  prof.  Magrini,  sp« 
rando  che  quest'ultimo, come  si  è  propO 
sto,  la  svilupperà  con  particolari  più  e 
satti  e  compendiosi,  e  senza  togliere  il  me- 
rito dell'invenzione  allo  Scamozzi,  e  (juel- 
Io  pel  modello  ed  esecuzione  al  Da  Ponte, 
come  si  legge  nella  storia  esaltissima  che 
fece  del  ponte  di  Rialto,  dal  1  1 80  al  1  769, 
il  Gallicciolli  nelle  sue  Memorie,  lib.  i,p. 
143.  Così  nella  cólta  Venezia,  i  più  sve- 
gliati ingegni,  con  iscrupolosa  critica,  dot- 
tamente si  esercitano  nell'illustrare  i  mo- 
numenti che  la  rendono  cotanto  famige- 
rata. In  breve  riepilogo  col  Meschini  le 
descritte  fabbriche.  Il  Ponte  di Pù alto  di 
pietra  d'Istria,  condotto  in  soli  3  anni  da 
Antonio  da  Ponte,  non  ammirabile  per 
eleganza,  lo  è  per  solidità,  e  per  la  gran 
luce  del  suo  arco  di  veneti  piedi  82.  Qui 
intorno  vi  ha  le  cosi  dette  Fabbriche  di 


V  E  N 

gnmJe  rilievo  per soliditàjComotlità,  buo- 
na sitiinielrin,  iiobillà  e  opportuni»  ma- 
giiifìcetiza,  archilellale  tlallo  Sciiiji.igni- 
no.  Sono  anjpi  e  lunghi  portici  clieqtii  gi- 
rano intorno  le  piazze  e  vie  principali, con 
solai  eli  sopra  scompartiti  in  sale,  stanze, 
giilierie,con  graniliose  ecomode  scale. Fu- 
rono e  ancora  lo  divennero  ail  uso  di  ma- 
gistrati; e  dice  il  Dizionario  veneto,  di  re- 
sidenza al  Magìxlralo  camerale {lecenìe- 
niente  vi  fu  trasferita  laContabilità  centra- 
le), a'  Tribunali  di  prima  Istanza  e  di 
Coz/jz/jerc/o,  ead  altri  udizi  ancora,  li  loro 
giro  è  di  circa  2000  [)iedi  veneti.'Qnesleso- 
no  altra  cosa  che  le  Fabbriche  Nuove  sul 
maggior  Canale,  architettate  dal  Sansovi- 
no,  ad  uso  della  mercatura.  Sono  divise  in 
3  ordini,  di  tale  simmetria,  che  non  può 
desiderarsi  maggiore;  ma  pur  troppo  per 
varie  prove  mostrarono,  che  mancano 
della  solidità.  Presso  il  ponte  sorge  il  ric- 
co e  nobile  Palazzo  dello  de  Camerlen- 
ghi ora  Regio  tribunale  d'  appello,  di 
pianta  assai  irregolare,  e  non  pertanto  as- 
sai ben  compartita.  Si  crede  opera  di  Gu- 
glieliiso  Piergamasco.  I  fregi  de' capitelli 
Terso  il  ponte  sono  di  bizzarro  disegnato- 
re. Osserva  il  Dizionario,  essere  il  ponte 
di  Rialto  l'unico  che  sovrasti  al  Canal 
grande(raa  poifuerelloil  summentovato 
ponte  di  ferro,  che  attraversa  il  canale  dal 
campo  di  s.  Vitale  al  campo  della  Carità 
dalla  parte  opposta,  e  riesce  opportuno  a- 
gli  abitanti  del  sestiere  di  Dorsoduro,  ed 
altro  ponte  pure  di  ferro  ora  fu  costruito 
sullo  stesso  canale  dalla  stazione  della  fer- 
rovia all'opposta  fondamenta  di  s.  Simeo- 
ne piccolo),  e  congiunge  i  due  gi'uppi 
principali  d'  isole  che  costituiscono  Ve- 
nezia, dovendosi  in  tutti  gli  altri  punti  var- 
car l'acqua  in  barca,  al  quale  uopo  sono, 
a  brevi  distanze  determinate  ,  stabiliti  i 
cos'i  detti  traghetti ,  serviti  da  numero 
fìsso  di  gondole  preste  ad  ogni  esigenza 
dei  passeggieri.  Aggiunge  esser  impo- 
nente il  ponte  di  Rialto  veduto  dall'ac* 
qua;  ma  non  meno  gradilo  riesce  il  pas- 
sarvi sopra,  poiché  la  luoltitudiiie  di  chi 


VEN  3ii 

va  e  viene  da  una  parte  all'altra  della 
città,  il  concorso  alle  botteghe  che  l'ador- 
nano, il  subbuglio  delle  folte  barche  di 
sotto,  la  vista  che  porge  amenissima  da 
tutti  i  lati  la  sua  piazza  di  mezzo,  ne  for- 
mano una  scena  di  vita  e  di  movimento 
veraoiente  mirabile,  questo  pure  essen- 
do uno  de' centri  del  minuto  tralììco  de- 
gli oggetti  all'uso  della  vita  necessari. 

3.  A  ilesfra  del  Canal  grande  è  il  Fou' 
daco  dc'T(ideschi,QvaDogk\na  e  residen- 
za degli  uffizi  di  Finanza.  Le  Fabbriche 
di  f^cnezia  ci  danno  due  tavole  colla 
pianta  generale,  il  prospetto  e  il  taglio 
per  lungo.  11  Selva,  che  ne  fa  la  descri- 
zione artistica,  narra.  Sino  da  quando  i 
veneziani  provvedevano  di  droghe  tutta 
l'Europa, molti  tedeschi  facevano  soggior- 
no in  Venezia  a  solo  oggetto  di  trallico, 
e  divenendo  questo  ognor  più  esteso,  la 
repubblica  assegnò  loro  nel  secolo  XllI 
un  casamento  sul  Canal  grande,  conti- 
guo  al  ponte  di  P^ialto,  ad  uso  di  abita- 
zione, e  per  deposito  sì  delle  merci  che 
qui  acquistavano  per  trasportare  altro- 
ve, che  di  quelle  che  in  concambio  pro- 
venivano di  Germania.  Questo  edificio 
da  quell'epoca  s'  incominciò  a  denomi- 
nare Fondaco  de  Tedeschi.  Nel  febbra- 
io i5o5  violento  incendio  lo  ridusse  in 
cenere,  e  premendo  al  senato  d'allettare 
una  nazione,  che  molto  confluiva  alla 
prosperità  del  suo  commercio,  decretò 
che  fosse  ricostruito  in  più  nobile,  am- 
pia e  regolare  forma,  il  che  ebbe  efTetto 
vivente  il  doge  Leonardo  Loredao.  Au- 
tore della  grandiosa  mole  fu  il  verone- 
se fra  Giovanni  Giocondo,  anche  insigne 
letterato,  il  i.°  che  portò  la  risorta  ar- 
chitettura di  là  da'  (oonti,  chiamato  ili 
Francia  da  Luigi  XII,  che  lo  dichiarò 
suo  architetto;  e  consultato  dalla  vene- 
la  repubblica  in  oggetti  idraulici  di  som- 
ma importanza,  venne  da  essa  adopera- 
to nelle  fortificazioni  di  Treviso.  Il  Sel- 
va prova  che  fra  Giocondo  fu  il  vero 
architello  del  fondaco,  non  ostante  che 
il  Moschioi  Io  rivendicò  ed   a  ragione 


3 1 2  V  E  !V 

fil  suo  (legno  autore  Girolamo  Tedesco, 
temila  da  prima  opera   di  Pieiro  Lom- 
bardo. L'  edifizio  isolalo,  è  grave,  sem- 
plice e  solido,  con  or^   piedi  di  ciroon- 
féreiiza  ;  avendo  la  fronte  sul  Canale  con 
ampio  atrio,  al  quale  approdano  le  bar- 
•  lie  per  caricare  o  scaricare  le  merci.  Il 
cortile  è  nel  mezzo  circondalo  da'  porti- 
ci che  mcllono  a'magazzini  destinati  a 
custodia  de'  vari  effetti.    Nel   lato  sulla 
strada,  che  sbocca  al  tragitto  dello  del 
Buso,  si  trova  l'unico  ingresso  da  terra, 
decorato  di  magnifìca  porta.  Ne' 3  piani 
superiori,  a'quali  sì  monta  per  due  op- 
poste grandiose  scale,  girano    gallerie 
dintorno  al  cortile,  e  sonovi    circa  200 
stanze  compartite  in  abitazioni.  Giorgio- 
ne  fu  il    i.°  tra'veneti  inventore  di  quel- 
l'egregio stile  per  cui   le  pitture  comin- 
ciarono  con    dolce    violenza  a  rapire    i 
cuori,  e  piacendo  a  Tiziano  il  bel  mo- 
do (li  colorire  del  condiscepolo,  divenne 
fid  un  tempo  suo  imitatore  ed  emulo;  e 
furono  le  vaste  pareti  esterne  di  questo 
fondaco  i!  campo  in  cui  scese  egli  a  com- 
battere coll'istesso  esemplare,  ed  a  supe- 
rarlo: ma  poche  tracce  ora  quivi  si  con- 
servano delle  pitture  a  fresco  da  essi  fat- 
te nelle  due  facciate  principali.  In   Vene- 
zia conlavansi  molti   fabbricati   esterna- 
mente dipinti,  come  sì   ha   dal  Zanetti, 
Farle  pitture  a  fresco  de  principali 
maestri  venezi ani.  Scovvenùo^QV  le  piaz- 
ze e  pe' canali  ammiravansi   l'opere  di 
Giorgione,  di  Tiziano,  di  Paolo,  di  Tin- 
torello  e  de'loro  seguaci,  come  ne'  por- 
tici d'Atene  si  ammiravano  quelle    de' 
greci    pittori.    Dunque    Venezia,  anche 
nell'esterno  era   una  pinacoteca,  com'è 
un  museo  di  architetture  d'ogni   epoca 
e  di  sculture.   Nell'aggiunta,  notifica   il 
Zanotto,  pl^e  ottenuto  questo  fabbricato 
un  recente  rìstauro,  vennero  demolile 
per  tale  occasione  le  due  estreme  torri- 
celle,  e  a  queste  si  sostituirono  le  merla- 
ture, eguali  all'altre  esistenti.   Però  ven- 
ne alterato  il  disegno  del  prospetto.  Inol- 
^'e  si perderpQQ  di|e  isciizionì  storiche, 


VE  N 

e  due  figure  di  Giorgione,  forse  le  piìlj 
conservate  tra  le  superstiti.  Innanzi  di  la-ì 
sciare  questo  edifizio,  noterò  col  cav.  Mu- 
linelli, che  nel  fondaco  eravì  l'abitazione  I 
d'uno  de'  Fugger  d'Augusta,  ricchissimi 
e  opu  lenti  commercianti,  de'quali  parlai 
in  nitri  luoghi,  con  banco  e  quartiere 
meraviglioso,  ove  fu  visitato  da  Enrico 
111  re  di  Francia.  Di  recente  la  Cronaca 
di  Milano  del  i85r, semestre  1.°,  p.  3i, 
riportò  in  data  di  Venezia.  Nella  sezio- 
ne dell'accademia  imperiale  delle  scien- 
ze in  Vienna,  il  eh.  Cesare  Foucard,  pro- 
fesso re  di  paleografia  a  Venezia,  lesse 
l'introduzione  d'una  pubblicazione  che 
ha  per  titolo:  Regesla e  commento  de  Ca- 
pitolari de'  Visdomini  al  Fondaco  de* 
Tedeschi  a  ^enesw.Que' Visdomini  era- 
no pubblici  impiegali,  che  sorvegliavano 
e  proteggevano  il  commercio  de'tedeschi 
in  Venezia.  La  loro  attività  ebbe  luogo 
dal  1268,  in  cui  fu  crealq  quella  dignità, 
sino  alla  fine  del  secolo  XVI,  ultima  epo- 
ca, in  cui  sia  stala  fatta  menzione  dì  essi 
nel  mss.  Sono  studi  fondati  su  quel  mss. 
che  trovasi  in  possesso  del  cav.  Cicogna, e 
permetteranno  di  approfondare  la  storia, 
del  commercio  germanico  in  Venezia. — ■■ 
Dopo  il  fondaco  de'tedeschi  viene  il  palaz- 
zo Civran,  e  in  faccia  ad  essi  alla  sinistra, 
avanzandosi  un  tratto,  sorge  un  lato  delle 
Fabbriche  Vecchie  e  poi  seguitano  le 
Fabbriche  Nuove,  gii  descritte.  Tornan- 
do alla  destra  è  i."  il  palazzo  Sernagiotto 
costruito  recentemente,  e  quindi  segue 
quello  MangillijOra  Valuiarana, architet- 
tura d'Antonio  Visentini,  e  nel  secolo  de- 
corso riordinalo  dal  Selva:  pei  genio  del 
defunto  conte  Benedetto  Vairaarana  tro- 
vasi fornito  con  buona  collezione  d'ogni 
maniera  di  suppellettile  di  lettere  ed  arti, 
Poi  vengono  il  palazzo  Michìeli  del  Bru- 
sà,  così  detto  dall'  incendio  sofferto  nel 
1774,  pel  quale  furono  cagionate  altera- 
zioni; quindi  del  Michieli dalle  Colonne, 
nome  preso  dalle  colonne  che  reggono  il 
porticato  del  pianterreno,  ora  Martinen- 
gQ,  dove  sono  tre  stanze  tappezzale  di 


VEN 
pi-eilosi  arazzi  lessuti  sopra  disegni  tli 
Il;i(Iliele,  una  salail'aimi  earnesi  militari 
antichi, ed  altri  ornamenti  ;  il  palazzo  già 
(le'Morosini,  poi  de'  Sagredo,  di  stile  ar- 
chiacuto e  architettura  del  medioevo,  con 
una  scala  nobilissima  pregiata  d'Andrea 
Tirali  ;  ed  il  Palazzo  volgarmente  det- 
to la  Cà  d'  Oro  o  meglio  Doro.  Di  esso 
due  tavole  abbiamo  nell'opera,  Le  Fah- 
hriche  di  Venezia  ,  con  il  prospetto  e 
parte  ilegli  ordini,  illustrale  dal  Cicogiia- 
ra  e  annotazioni  del  Zanotto.  L'archi- 
tettura precipuameiile  è  greco-barba- 
ra, mi>ta  di  arabo.  Il  prospetto  non  è 
interaoìente  compito,  denominandosi  il 
palazzo  Caaa  d'  Oro,  non  pel  costume 
che  aveasi  anticamente  d'indorare  molla 
parte  degli  ornamenti  esterni  degli  edilì- 
zi, come  si  disse,  dal  vedere  the  ancor  ne 
resta  qualclie  traccia  ne' piccoli  leonci- 
ni posti  negli  angoli  del  tetto;  ma  ^^ 
dalla  famiglia  Doro,  a  cui  appartenne 
anticamente.  Tutti  gli  stili  si  vedono 
qui  riuniti  ed  ogni  forma  d'archi,  di 
colonne,  di  capitelli,  di  ornato:  il  gu- 
sto però  che  douìina  è  l'arabo.  I  gran- 
di spazi,  i  meandii,  gli  arabeschi,  la  n)er- 
lalura  dei  tetto  e  i  cordoni  che  corrono 
al  vivo  degli  angoli,  sono  interamente 
propri  dell'antico  stile  orientale,  non  me- 
no che  certe  quadrature  grandiose  nelle 
foime  d'ornato  là  dove  i  quadrilunghi  a- 
^rebbero  piìi  adequalamente  ricoperti  i 
vani  tra  le  finestre.  Sembra  l'edifizio  ap- 
partenere ad  un'epoca  posteriore  alla  ri- 
costruzione del  palazzo  ducale  eseguita 
da  Filippo  Calendario,  a  cui  si  attribui- 
sce, poiché  non  si  parla  dell'autore  dagli 
scrittori  delle  cose  venete.  Eppure  non 
solo  è  ricchissimo  e  vasto,  ma  singolare 
per  la  sua  costruzione,  diversa  in  tutto 
da  quella  degli  altri  palazzi  in  Venezia  e- 
sistenti.  Il  Dizionario  veneto,  oltre  il  ri- 
levare che  il  palazzo  fu  edificato  nel  se- 
colo XIV,  restando  incompiuto, dice  che 
per  un  documento  da  non  mollo  venuto 
in  luce,  chiaro  apparisce  che  un  tempo  ap- 
parteneva alla  nobile  famiglia  Doro,  da 


VEN  3i3 

rni  certo  el>be  il  nome;  ciò  provò  il  eh. 
Zanollo,  il  quale  nell'aggiunta  che  fece 
alla  3.*  edizione  delle  Fabbriche  FenelCy 
rileva  il  vero  lempojn  cui  fu  edificalo, 
che  è  prima  del  i  3  i  o.  Alla  sinistra  ve- 
desi  il  Palazzo  Corner ^dc Ila  Hegina, 
ora  Monte  di  Pietà  :  ne  parlai  nel  § 
XII,  n.  ì6.  Segue  poi  il  palazzo  Pesa- 
ro, ora  Bevilacqua,  magnifico  per  la  va- 
stità, solidità  e  ric.cljeZ7.a,  eietto  dall' ar- 
chitetto Longhena;  ricchissima  pure  è 
la  facciata  in  3  ordini,  rustico  diamanta- 
to,  ionico  e  composito,  ma  molti  le  pre- 
feriscono la  facciata  più  semplice  ed  ele- 
gantissima che  guarda  sul  rivo.  Viene 
indi  la  chiesa  di  s.  Eustachio,  di  cui  nel 
§  Vili,  n.  47-  H^  '"  faccia  il  palazzo 
Fontana,  poi  Kech,  ora  Braganze,  ove 
naccpie  nel  1693  Papa  Clemente  XIII 
Rezzonico;  indi  quello Grimani, già  Gus- 
soni,  che  si  reputa  architettato  dal  San- 
micheli.  Dopo  la  chiesa  di  s.  Eustachio 
sono  i  3  seguenti  palazzi:  Contarini,  di 
stile  de'  Lombai'di,  di  scompartimento 
ragionevole,  e  coronato  di  frontespizio; 
Tron,  ora  Dona  ;  Oattaggia,  in  (.[ut  ordini 
d'architettura  diLonghena,dicendo  ilMo- 
schini  che  vi  soggiornava  Jacopo  Tarma 
padrone  d'una  collezione  di  scelle  stam- 
pe e  pitture.  In  questo  tratto  del  Cana- 
lazzo,  alla  destra  è  il  palazzo  Marcello, 
ove  nacquero  il  celebre  Benedetto,  auto- 
re de'Sahni  musicati,  ed  Alessandro  Mar- 
cello che  esercitò  la  pittura  con  buon 
successo,  ora  proprietà  della  duchessa 
di  Berry.  Segue  il  Palazzo  Fendra- 
mini  Calergi,  a' ss.  Ermagora  e  Fortu- 
nato, dal  Moschini  chiamato  il  i."  tra  i 
magnifici  della  città  per  ampiezza,  sim- 
metria, ricchezza  di  marmi  e  comodità. 
N'è  ignoto  il  valoroso  architetto,  il  quale 
certamente  non  fu  Sante  Lombardo,  co- 
me il  Temanza  sospettava.  Sante  allora 
non  era  nato,  perchè  eretto  nel  i48i, 
quello  vide  la  luce  nel  i5o4.  Qui  vi  ha 
liue  pregiatissime  colonne  di  diaspro  ; 
le  i\ue  statue  di  Adamo  ed  Eva,  di  Tul- 
lio Lombardo,  le  quali  erano  nel  depo- 


3i4  VEN 

sito  a*  ss.  Glo.  e  Paolo;  ed  una  pina- 
coteca. Il  Dizionario  veneto  io  qualifica 
capolavoro  di  sicumelria,  eiigmiza  e  rna- 
ciiifìcenza,  culla  facciata  in  3  ordini  co- 
liiili,  lotta  di  pietra  delle  migliori  cave 
d'Istria,  adorna  di  colonne  di  niarinogre- 
co  venato,  ed  incrostata  di  porfido  ,  ser- 
pentino e  altri  marmi  anlidii  e  finissimi. 
Se  ne  vede  il  prospetto  colle  parli  degli 
ordini  in  3  lin\(.Ae  neW^  Fabì>riclit  di  Ve- 
nezia^ con  illustrazioni  di  Giannanlonio 
Selva,  Imparo  da  lui  che  fu  edificato 
d'ordiiied'AndreaLoredaii,onde  per  lun- 
go tempo  fu  denominalo  Palazzo  Lore- 
dano,  e  fino  dal  suo  nascere  sempre  ven- 
ne riguardato  come  uno  de'  principali 
della  città.  Pe'documenti  favoritigli  dal- 
la patrizia  famiglia  Vendramin,  l'ascrive 
piuttosto  a  Pietro  che  a  Martino  Lom- 
bardo. I  Loredan  lo  alienarono  nel  i58t 
al  duca  di  Brunswick  per  ducati  60,000, 
somma  ragguardevole  particolarmente  a 
quell'epoca.  Pochi  anni  dopo  1'  acquistò 
il  duca  di  Mantova,  e  nel  1  589  lo  comprò 
per  36,ooo  ducati  il  patrizio  veneto  Vit- 
tore Calergi.  Estinta  la  di  lui  fimiglia, 
passò  iu  f]uella  de'Grimaiìi,  e  da  questa 
a  (jnelia  de'  nobili  Vendramini  Caler- 
gi, dalla  quale  lo  comprò  1'  odierna  pro- 
prietaria S.  A.  Pi.  Carolina  di  Borbone 
duchessa  di  Berry  ,  la  quale  facendovi 
l'ordinaria  sua  residenza,  vi  ha  collocato 
una  preziosa  raccolta  di  oggetti  d'  arte, 
d'insigni  pitture  di  tutte  le  scuole,massi(ntì 
della  francese  antica  e  moderna;  oltre  la 
collezione  storica  di  oggetti  appartenenti 
alia  casa  de'Borboni  di  Francia,  con  me- 
morie di  molti  di  que're.  Ponendo  den- 
te a'rapidi  progressi  che  si  scorgono  in 
questo  nobile  edifizio  dalla  gotica  archi- 
tettura verso  la  romana,  si  riconoscerà 
l'autore  ben  meritevole  d'essere  associa- 
lo a  que' sommi  uomini  del  XV  secolo 
che  nell'arti  belle  diffusero  cotanta  luce 
a  vantaggio  di  coloro  che  nella  susseguen- 
te età  salirono  al  più  alto  grado  di  per- 
fezione. Questo  palazzo  ha  incontro  il 
Foudaco  de'Tuichi  d'architettura  bar- 


V  EN 

baro  greca,  mista  di  arabo,  una  delle  più 
antiche  fabbriche  di  Venezia,  che  eretto 
dalla  fimiglia  Pesaro,  fu  quindi  da  lei 
ceduto  alla  repubblica,  nel  i38o,  e  dal- 
la slessa  donato  al  duca  di  Ferrara,  e  fu 
da  esso  offerto  all'imperatore  greco  Gio- 
vanni Paleologo  quando  nel  febbraio  i438 
approdò  a  Venezia  per  recarsi  al  concilio 
generaledi  Ferrara,  eà  ivi  fece  il  suo  sog- 
giorno.Questo  palazzo  posto  nella  contra- 
da di  s.  Gio.  Decollato,  pervenne  in  do- 
minio di  Michele  Priuli  vescovo  di  Vicen- 
za, quando  fu  nel  162 1  dalla  venezia- 
na re[)ubblica  destinato  ad  ospizio  de'na- 
viganli  turchi  che  freiptentavano  questo 
porto,  il  motivo  lo  narra  il  cav.  Muli- 
nelli negli  JiDiali  Urbani  di  Fcnezin. 
Dopo  la  scoperta  della  terribile  congiu- 
ra, ordita  contro  Venezia  e  il  suo  domi- 
nio dal  fellone  De  la  Queva  ambasciato- 
re di  Spagna,  il  governo  raddoppiando 
giustamente  le  diligenze  alTme  di  preser- 
vare dopo  <piel  gravissimo  e  crudele  at- 
tentato maggiormente  la  pubblica  sicu- 
rezza e  (|uella  della  città,  prese  fra  1'  al- 
tre provvidenze  la  misura  di  racchiude- 
re i  turchi  in  un  espresso  ricinto.  I  tur- 
chi, di  costumi  in  que' di  più  che  mai 
imbrutiti,  co'tjuali  se  aveansi  grossi  traf- 
fici, pur  grosse  guerre  di  continuo  si  a- 
vevano,  andavano  dispersi  in  assai  gran- 
de numero  per  le  contrade  della  città. 
Conosciutosi  per  l'  indicato  riprovevole 
avvenimento  come  si  potesse  insidiar  gli 
stati  non  più  coli' armi  pubbliche,  ma 
co' tradimenti  occulti,  si  decretò  a'  2  i 
marzo  1 621  che  il  suddetto  palazzo  fosse 
destinalo  e  accomodato  per  la  sola  abi- 
tazione de'turchi  e  di  tutte  le  loro  mer- 
canzie che  approdavano  in  Venezia,  do- 
vendo esser  custodito  per  il  fedele  Gio. 
Battista  Littino,  nipote  dell'altro  cristia- 
no Francesco  di  Demitri  Littino  suo  avo 
paterno,  secondo  il  suo  progetto  di  ridur- 
re tulli  i  turchi  e  loro  mercanzie  in  una 
sola  abitazione,  ed  era  stato  approvato 
co»)  deliberazione  del  senato  a'28  marzo 
1 58g.  Demolitesi  le  due  torricelle  iatera» 


YEN 
li,  cliitisesi  tulle  le  finestre  che  risponde- 
vano nellii  via,  ed  alzalovisi  un  gran  mu- 
ro di  cinla  ,  si  allidò  la  guardia  del  luo- 
go, che  fu  appellato  Fondaco,  al  mede- 
simo Gio.  Ballista  Litlinu,  incaricalo  di 
chiuderne  le  porle  al  tranioulodei  sole, 
e  di  non  lasciar  mai  peueliarvi  femmine 
e  putti, e  molto  meno  armi  e  polvere  da 
archibugio.  Aggiunge  il  Mulinelli,  ad  on- 
ta delle  gagliarde  opposizioni  spiegate  da 
Saddo  Distri,  ultimo  turco  che  fino  al 
1840  abitò  nel  fondaco,  uno  di  Venezia 
nediveone  possessore  (l'imprenditore  di 
fabbriche  Pelechie,  il  quale  ridusse  l'in- 
terno a  magazzini).  Non  tanto  l'annalista 
si  meraviglia  del  passaggio  dcU'autica  pro- 
prietà de'duclii  di  Ferrara,  e  ch'egli  abi- 
tar possa  ove  alloggiò  un  imperatore  d'o- 
rieule,cpianto  e  con  dolore  deplora  la  bia- 
simevole idea  di  volersi  distruggere  e  ab- 
battere il  palazzo,  r  unico  monumento 
d'architettura  moresca  che  adorna  il  gran 
Canale,  e  che  ricorda  solenni  fatti  storici; 
tnonumento  che  ove  sia  conservato,  po- 
trà alcuna  volta  far  ricordare  a  un  tem- 
po co'  nomi  d'Alfonso  ed  Eleonora  d'E- 
ste,  e  di  Torcpjato  Tasso,  quello  pure 
dell'  odierno  proprietario.  Ora  serve  a 
deposito  della  i.  r.  Fabbrica  de'labacchi. 
Alla  stessa  parte  sinistra  del  Canal  gran- 
de, dopo  il  Fondaco  de'  Turchi,  sorge 
il  palazzo  Correr,  rispondente  a  s.  Gm. 
Decollato,  dove  1'  ultimo  suo  possesso- 
re il  nobile  Teodoro  Correr,  adunò  una 
copiosissima  suppelletlde  di  cammei,  in- 
tagli, medaglie,  pitture,  manoscritti,  me- 
moriepatrie, smaltì,  avorii,  armi,  scultu- 
re in  marmo  e  in  bronzo  ,  disegni,  libri 
iilampali,monele,  cristalli, porcellane,  an- 
ticaglie e  rarità  d'  ogni  fatta  e  d'  ogni  ge- 
uerazione,  nella  cui  farragine  sono  molte 
e  moltissime  cose  di  grandissimo  pregio  e 
valore.  Leggo  nella  sua  biografia  del  eh. 
conte  Girolamo  Dandolo:  perlai  guisa  un 
uomo  di  nonlargocenso,ragunòuna sup- 
pellettile degna  del  più  dovizioso  signo- 
re; non  però  tutto  ha  egual  pregio,  con- 
fondendo talvolta  l'oro  e  l'orpello.  Nou- 


VEN  3i5 

dimeno  vi  sono  cose  preziose,  ed  in  nu- 
mero grande.  Di  tanta  lautezza  ,  come 
del  |)ala7zo  e  di  tutto  il  suo  a  vere,  egli  nel 
morire  l'anno  i83o  fece  erede  il  Comu- 
ne; porgendo  così  un  nobilissimo  esem- 
pio del  gran  bene  che  la  patria  può  ri- 
promettersi anche  da'  mezzani  ingegni, 
quando  indirizzino  costantefuente  ad  un 
unico  e  lodevole  fine  l'  opera  loro.  iNè 
questo  esempio  cadde  infruttuoso.  La  pa- 
tria raccolta  che  dal  Correr  |)rende  il  no- 
me, è  falla  oggidì  assai  più  doviziosa  pe* 
cospicui  legati  dell'  illu»(tre  naturalista 
conte  Nicola  Contarinì,  e  de'  benemeriti 
Giuseppe  Roldù  già  podestà  di  Venezia, 
di  mg."^  Sartori-Canova,  di  DomenicoZop- 
pelti  e  Pietro  Tironi.  Colla  dotazione 
provvide  eziandio  il  Correr,  onde  la  ma- 
gnifica collezione  si  custodisse  ben  ordi- 
nata per  servire  alla  erudita  cuiiosilà, 
non  meno  che  all'istruzione  de'suoi  con- 
cittadini, aprendo  al  pubblico  lo  stabili- 
mento. Aggiungeròcolcav.  Mulinelli, .-^/z- 
nali  delle  Province  ^e/iefe,  aver  dispo- 
sto il  Corraro  doversi  conservare  la  colle- 
zione per  lui  falla,  e  sotto  il  nome  di  RaC' 
colla  Corraro  fosse  nella  sua  abitazione 
aperta  a  con)odo  del  pubblico;  assegnan- 
do stipendio  al  soprinlendente  della  rac- 
colta e  a  due  impiegati,  e  una  dotazione 
per  incremento  e  patrocinio  di  sua  isti- 
tuzione, posta  sotto  la  tutela  della  città  di 
Venezia.  E  che,  qualora  poi  la  raccolta 
per  impensati  molivi  avesse  a  soggiacere 
a  tali  accidenti,  da  non  poter  servire  più 
alla  pubblica  istruzione,  dispose  che  la 
dotazione  si  dovesse  convertire  a  benefì- 
zio de'poveri  di  Venezia.  Per  ultima  il 
Mulinelli  deplora,  perequila  ed  a  [)alrio 
decoro,  non  senza  speranza  che  si  ripa- 
rasse da  essa  alla  disconoscenza  verso  le 
sue  onorale  ceneri,con  erigergli  una  me- 
moria; come  altrove  bramò  in  onore  d'un 
Filiasi  e  d'un  Aglietti,  per  Io  meno  con 
lapide,  cipresso  o  alloro,  in  riparazione 
dell'  ignobile  Irascuranza  verso  que'  be- 
nemeriti di  Venezia,  anche  per  non  i>.can- 
dalezzure  lo  straniero  e  per  uon  essere 


3i6  VEN 

irifèi'iori  a  piti  magnanime  vicine  ciltà. 
Jnollie  sulla  raccolta  Correr,  ora  Muiii- 
pale,  pubblicò  il  Corriere  italiano  in  Ve- 
iie7Ìa  a'29  mar/o  1 852,  e  riprodussero  il 
Giornale  di  Roma  a  p.  822,  e  VOsser- 
valore  Roinarìo  a  p.  Sa 3  di  dello  anno. 
La  raccolta  lasciata  in  legalo  a  Venezia 
dal  conte  Correr  si  va  accrescendo  e  rior- 
dinando, e  non  andrà  soggetta  come  le 
fdtre  alle  vicende  di  fortuna,  od  al  ca- 
priccio o  all'ignoranza  de'privali,  ma  ri- 
marrà sempre  in  Venezia.  Quantunque 
da  vari  anni  simile  raccolta  trovavasi  in 
possesso  del  Comune  di  Venezia,  ora  sol- 
tanto le  si  può  dare  veramente  il  nome  di 
Museo,  essendo  state  prima  le  sue  ricche 
sale  decorate  di  stupende  opere  di  pittura 
e  di  scidlura,  e  piene  d'ogni  preziosità  in 
fatto  d'arti  edi  palrii  monuu)enli,  ma  te- 
mile con  poco  ordine  e  con  poco  amore. 
JNèciò  avveniva  per  ignoranza  o  mala  fe- 
de,ma  all'opposto  l'illustre  Carrer  era  sta- 
to preposto  alla  cura  del  museo;  e  l'infer- 
ma salute  di  quel  letterato  non  permette- 
va ch'egli  si  dedicasse  interamente  a  rior- 
dinarlo. Il  conte  istitutore,  benemerito 
<p)anli  altri  mai  del  suo  paese,  spese  tut- 
ta la  vita  e  il  suo  patrimonio  in  radu- 
nar tullociò  che  poteva,  formandone  una 
raccolta  tale  da  considerarsi  un  vero  te- 
soro di  palrii  monumenti.  Ora  un  empo- 
rio simile  d'oggetti  preziosi,  senza  un  or- 
tline  conveniente,  assomigliava  a  un  te- 
soro nascosto,  che  non  giova  a  chi  lo  pos- 
siede nelle  mura  della  propria  casa.  Ol- 
tre ad  una  raccolta  di  quadri  storici  ve- 
neziani, e  de'piìi  rinomati,  oltre  a  pre- 
ziosa e  numerosa  raccolta  di  slampe  an- 
tiche, e  de'disegni  de' più  grandi  italiani, 
possedendone  persino  di  Ralìaele,  Leo- 
nardo, Tiziano ,  ec,  va  ricco  il  museo 
Correr  d'una  raccolta  d'armi  magnifiche 
<la  taglio  e  da  fuoco,  del  medio  evo,  qua- 
si tutte  che  si  legano  colla  storia  del  do- 
minio veneto,  provenendo  da  vari  ca- 
stelli della  terraferma  e  de'possedimenti 
■Veneziani  nell'isole  del  Mar  greco.  Vi  si 
aggiunge  una  preziosa  raccolta  di  mss,, 


VEN 
derivanti  in  parte  dalla  dispersa  libreria 
della  famiglia  Soranzo,  di  cui  ivi  esiste 
un  erudito  catalogo  degno  di  veder  la  lu- 
ce, per  le  notizie  bibliografiche  di  cui  è 
ripieno.  Nulla  dirò  de' marmi  antichi  e 
del  medio  evo,  raccolti  dallo  spoglio  di 
tante  chiese,  edagli  scavi  delle  prischecit- 
tà  venete  che  esistevano  in  riva  al  ma- 
re. Nulla  dirò  de'bronzi,  delie  cesellatu- 
re ,  degli  intagli  in  avorio  fra  cui  se  ne 
noverano  de' preziosissimi,  e  nulla  della 
raccolta  di  cammei,  pietre  incise  e  gem- 
me in  tanta  profusione,  f|ual  solo  in  una 
città  stala  regina  de'  mari  e  padrona  di 
tante  ricche  terre,  potevano  raccogliersi 
nelle  case  de'suoi  privati  cittadini.  Una 
biblioteca  di  libri  a  slampa,  rarissimi,  di 
scienze  non  solo,  ma  riguardanti  in  mol- 
la parte  la  storia  dell'arte  tipografica  co- 
s'i in  fiore  in  Venezia;  aggiungasi  frainfi- 
niteallre cose, una  raccolta  zoologica  d'uc- 
celli e  di  pesci  de'veneti  climi,  di  crosta- 
cei, di  mineiali,  an  tesoro  insomma  da 
interessare  egualmente  I' artista,  che  il 
dotto  archeologo,  il  letlerato,  il  nalura- 
lixt.'i.  Qtielld  che  rende  però  più  insigne  il 
museo  Correr,  si  é  la  raccolta  delle  mo- 
nete, collezione  la  più  completa  e  nume- 
rosa forse  che  si  conosca  ,  che  possiede 
pezzi  unici,  ed  a  cui  ebbero  ad  attinge- 
re notizie  i  più  dotti  archeologi  della  Ger- 
iMania.  Un  tesoro,  che  molteplici  e  sva- 
riate cose  racchiude,  difiicilmente  si  po- 
teva in  poco  tenapo  riordinare,  e  porsi  in 
istato  di  venir  con  frutto  visitato  e  stu- 
diato dal  pubblico.  Eppure  nell'  eslate 
del  i852  si  dispose  per  aprirlo  alla  vista 
del  pubblico,  mentre  era  trascorso  un  so- 
lo anno  dacché  al  nuovo  direttore  eh. 
Lazzari  fu  allidato  il  riordinamento  del 
museo  slesso.  Questo  non  ha  guari  era 
stalo  arricchito  della  ricordata  preziosis- 
sima raccolta  Zoppetli,  insigne  amatore 
del  suo  paese,  il  quale  non  volle  che  i  frut- 
ti di  forti  dispendi  andassero  dopo  la  sua 
morte  in  mille  guise  dispersi,  ma  li  lasciò 
in  legato  parimenti  alla  sua  patria,  ag- 
giungendoli al  rauseoCoriei',aI  quale  con- 


YEN 

liniinnieDte  aldi  cìlluiliiii  fanno  lotlnd'i 
preziose  ofl'erle;  imperciocché  molti  alla 
loro  morte  e  molli  altri  ancora  vivendo, 
fan  dono  de'cnpolavori  dell'arti  italiane, 
de'  (juali  ancora,  ad  onta  di  tanti  patiti 
spogli,  va  si  può  dire  inesausta  la  gran 
Venezia.  Di  faccia  al  palazzo  Correr,  sul- 
la destra  del  Canal  grande,  è  il  palazzo 
Martìnengo,di  stile  della  decadenza,  cioè 
del  secolo  XV 111,  addobbato  decorosa- 
mente di  buone  pitture,  il  di  cui  nobile 
proprietario  conserva  molte  scritture  o- 
liginali  preziose, fra  cui  il  testamento  del 
celebre  generale  della  repubblica  Bar- 
tolomeo Colleoni.  Dopo  i  palazzi  Grit- 
ti  e  Contarini,  e  dopo  la  bocca  del  ri- 
TO  detto  di  Cannaregio,  e  passato  il  pa- 
lazzo Flangini,  ergesi  il  tempio  degli  Scal- 
zi, di  cui  nel  §  X,  u.  69,  indi  quello  di 
s.  Lucia  del  (juale  parlai  nel  §  Vili, 
n.  4i-  A  sinistra  del  Canale,  dirimpetto 
a  s.  Lucia,  è  la  cliiesade'ss.  Simone  e  Giu< 
da  ,  e  di  essa  nel  detto  §,  n.  44.  1^' «se- 
guendo l'incominciato  corso  del  Canalaz- 
zo  fino  al  suo  termine,  si  piega  a  destra, 
lasciata  pur  a  destra  s.  Cbiàra  ,  del  cui 
monastero  convertito  in  ospedale  mili- 
tare può  vedersi  il  §  X,  n.  23,  e  per  la' 
Laguna  superiore  si  procede  marina  ma- 
rina verso  l'ovest  fino  alla  punta  di  s.  Mar- 
ta, sul  margine  essendo  la  chiesa  del  No- 
me di  Ge>ìi,  discorsa  nel  §  XI,  n.i5.  Più 
innanzi  la  chiesa  di  s.  Andrea  de  Zirada, 
di  cui  nel  §  X,  n.  Sy;  poi  la  fabbrica  de' 
Tabacchi,  grandioso  stabilimento,  egual- 
mente nel  citalo  §,  n.  55;  e  finalmente 
il  Campo  di  Marie,  da  ultimo  oniinato 
sopra  aulico  ind:)oni mento.  Altre  chiese 
sono  a  destra  e  sinistra  del  Canal  gran- 
de ,  notate  dal  Moschini  che  ricordai  e 
descrissi  a'Ioro  luoghi,  qui  soltanto  aven- 
do nominate  le  riferite  dal  Dizionario 
veneto,  pre^o  a  principale  guida  in  que- 
sta escursione,  lo  vado  ricordando  i  §§ 
ed  i  numeri  de'templi  e  altri  edifizi  ove 
ne  tenni  proposito,  non  solamente  per  non 
ripetere  il  detto,  ma  per  indicarlo  a  chi 
bramasse  di  leggerne  le  descrizioni,  e  lut- 


YEN  3.7 

lo  questo  scuserà  la  monotonia  delle  ci- 
tazioni, che  a  me  costano  diligenza  e  pa- 
zienza. —  Dalla  punta  di  s.  Maria  ,  vol- 
tando al  sud-est  entrasi  nell'ampio  Ca- 
nale della  Giudecca,  tenendo  alla  deslia 
r  isola  di  tal  nome  ,  della  quale  nel  § 
XVIII,  n.  ?.,  ed  alla  sinistra  le  Zattere, 
bellissin)a  riviera  che  olire  ameno  passeg- 
gio frequentalo  nell'  inverno,  e  ne  ragio- 
nai descrivendone  le  sue  chiese  e  chio- 
stri. Su  questa  riviera  e  alquanto  inter- 
nandosi fra  terra,  meritano  molti  ogget- 
ti d'  essere  osservati.  Primicramenle  la 
chiesa  di  s.  Nicolò  de'Mendicoli,  e  ne  par- 
lai nel  §  Vili,  n.  60, mentre  nel  n.  61  fe- 
ci altrettanto  della  vicina  di  s.  Raifaele 
Arcangelo;  indi  s'incontra  la  chiesa  dis. 
Sebastiano,  di  cui  nel  §  X,  n.  4^  ;  poi  il 
palazzo  Giustiniani  lìeciuiati  con  pregia* 
ta  galleria  di  quadri,  fra'qiiali  si  fa  distin- 
guere il  Ganimede,  opera  preziosa  del  Va- 
rottari  detto  il  Padoauino  ,  con  copiosa 
biblioteca  ricca  di  codici  patrii,  doviziosa 
collezione  di  medaglie  s'i  antiche  e  sì  mo- 
derne, interessafitissimo  museo  d'antiche 
opere  di  scultura,  eziandio  greche,  e  vi  si 
custodiscono  divotamente  le  suppellettili 
che  servirono  di  uso  a  s.  Lorenzo  Giusti- 
niani, i.°  patriarca  di  Venezia  e  discen- 
dente da  questa  nobilissima  famiglia,  ed 
il  corpo  della  beata  Giustiniani,  già  ab- 
bades»a  del  monastero  di  s.  Croce  del- 
la Giudecca.  Si  vede  poscia  la  chiesa 
de'  ss.  Gervasio  e  Protasio,  descritta  nel 
§  Vili,  n.  66;  quella  di  s.  Maria  del 
Kosario  o  Gesuali,  della  quale  nel  §  X, 
n.  ^5.  Sorge  indi  una  delle  caserme 
militari,  nel  luogo  del  celebi e  spedale 
degl'Incurabili  quando  esisteva;  poi- 
ché nel  1807  divenne  spedale  civico  e 
neliBiq  si  ridusse  a  caserma  militare,  e 
tale  è  oggidì:  la  chiesa  del  ss.  Salvatore 
chiusa  in  detto  181Q,  divenne  deposito 
de'maleriali  del  genio,  e  nel  1 825  fu  spo- 
gliala di  tutti  gli  ornamenti  ,  indi  del 
lutto  den)olila  neli83i.  L'origine  dello 
spedale  risale  al  i522  per  opera  di  Ma- 
via  Malipiei'o  e  Marina  Grimaui,  arabo 


3.8  VEN 

palrizie  venete,  per  curare  specialmente 
i  mali  procioni  dal  vizio  e  dal  libertinag- 
gio, gli  aiFclti  da  mali  incurabili;  dipoi  in 
proprio  locale  vi  si  accettarono  orfani  e 
pulii  de'due  sessi,  per  istruirli  nelle  dot- 
trine crisliane  e  nell'  arti  e  mestieri.  Le 
orfane  o  figlie  di  bisognosi  genitori,  ve- 
stivano di  turchino,  si  occupavano  ne' 
femminili  lavori,  e  dalla  metà  del  secolo 
XVII  riceverono  1'  insegnamento  della 
iTìusica  vocale  e  instrumenlale ,  in  che 
divennero  celebri  e  famosi  i  loro  oratori! 
in  musica  che  facevano  udiie  dalle  can- 
torie della  chiesa.  Nel  i  5'ì3  fu  concesso 
di  fabbricare  un  oratorio  o  cappella,  poi 
Irasforoiata  in  chiesa  solida,  contpita  nel 
1  566  e  consagrala  in  onore  del  ss.  Salva- 
tore nel  I  6oo  e  successivamente  assai  ab- 
bellita. La  direzione  del  pio  luogo,  quan- 
to allo  spirituale,  era  prima  appoggiata 
a'iealini  ed  a'gesuiti,  per  avers.  Gaetano 
fondatore  de'prinii  consigliata  l'erezione 
dell'ospedale,  e  per  avere  s.  Ignazio  isti- 
tutore de' secondi  con  s.  Francesco  Sa- 
verio e  altri  compagni  impiegato  la  loro 
assistenza  agl'infermi.  Uliimamenle  la 
delta  direzione  fu  adìdala  a'soraaschi,  per 
aver  il  loro  fondatore  s.  Girolamo  Emi- 
liani avuto  in  cura  i  putti  ed  i  malati, 
recandovi  gli  orfani  che  avea  radunati  e 
istruiva  in  una  casa  contigua  a  s.  Rocco. 
Dello  spedale  e  della  chiesa,  trattano  il 
Corner  nelle  Notizie  storiche,  p.  55o,  ed 
il  cav.  Cicogna  dilFusa mente  con  prezio- 
se nozioni  neWJnscrizioni  P'eneziane,  t. 
5,  p.  299  e  seg.  6760.  Dell'ospedale  eret- 
to bollo  la  direzione  di  Antonio  da  Pon- 
te, non  vi  è  restalo  che  la  porta  princi- 
pale. —  Seguitando  il  cammino  si  giun- 
ge alla  punta  della  Dogana,  e  di  qui  tor- 
nasi alla  Piazzetta  di  s.  Marco,  per  fare 
vm'acnenae  sorprendente  passeggiata, 
s'intende  parte  a  piedi  e  parte  iu  gondo- 
la, a  piacere. 

4.  Dopo  l'incantevole  passeggio  della 
maggifjr  piazza  di  s.  Marco,  il  principa- 
le [iasseggio  a  Venezia  è  la  Riva  degli 
Schiavoni  co'  G iardini  pubblici  a'  quali 


VEN 

conduce;  passeggio  deliziosissimo  e  per  la 
sua  plaga  e  pe'  molli  punti  singolari  di 
vista  che  offresvariatissimi, doviziosi  d'o- 
gni bell'ornamento  che  arte  e  natura 
ponilo  insieme  adunare,  e  sommamente 
frequentato  alla  sera  in  eslate,  e  la  malti* 
na  nell' invernale  stagione.  Forma  una 
curva  la  cui  centrai  prospettiva  è  l'isola 
di  s.  Giorgio ,  correndo  dal  ponte  della 
Paglia  fino  alla  punta,  una  volta  appel- 
lala di  s.  Antonio,  ora  de'  Giardini  me- 
desimi. A  questa  riviera  degli  Schiavoni 
approdano  quasi  tutti  i  legni  che  per  le 
Lagune  veleggiano  e  in  altomare,  e  di 
qui  si  scorgono  gli  altri  che  stanziano  ne* 
vari  punti  della  Laguna  slessa  a  ciò  de- 
stinati; un  moto  continuo  è  nell'acqua 
che  la  fronteggia,  e  continuo  pure  è  l'an- 
dirivieni della  gente.  Dal  ponte  della  Pa- 
glia ora  detto,  che  tocca  al  Palazzo  du- 
cale da  un  lato  e  tlall'  altro  alle  Carceri  , 
osservasi  l'altro  de'Sospiri  che  in  allo  con- 
giunge i  due  mentovali  edifizi.Di  tali  pon- 
ti e  delle  carceri  ragionai  nel  §  II,  n.  2,  e 
§  XII,  n.  2,  Quanto  a'Giardini  pubblici  a 
Castello,  Le  Fabbriche  di  Fenezia  ne 
olirono  la  pianta,  colla  descrizione  del  eh. 
Antonio  Diedo.  Racconta,  che  il  celebre 
architetto  Gio.  Antonio  Selva,  collabora- 
tore delia  stessa  opera,  incaricalo  dal  go- 
verno del  regno  Italico  dell'erezione  de' 
pubblici  giardini  nel  sestiere  di  Castello, 
ne  concepì  il  divisamento,  proibito  dalla 
limitazione  del  terreno,  dalla  natura  e 
dall'oggetto  dell'opei-a,  di  far  pompa  de- 
gli artifizi  romanzeschi  e  della  poesia  del 
giardinaggio  inglese. Doveva  egli  attener- 
si a  divisioni  semplici  e  grandiose,  quali 
convenivano  ad  un  giardino  di  passeggio 
che  domanda  larghi  e  dirilti  viali, epro- 
scrive  ciò  lutto  che  tiene  del  diflicile  e 
complicalo.  D'altronde  il  pretendere  di 
dislrar  l'occhio  da  questa  scena  inelTabi- 
le  e  veramente  magica  per  divertirlo  di 
tali  frivolezze,  sarebbe  stato  delirio  di 
mente  travolta.  E  di  falli  chi  porta  il 
piede  per  entro  al  giardino,  di  cui  par- 
lasi, aoo  si  perde  nell' osservare  la  di- 


VErf 

Sliilnizìone  delle  vie  e  degli  alberi  ;  non 
si  occupa  (Ielle  varie  famiglie  delle  pian- 
te, o  la  scala  iiifìnita  de'  verdi    contem- 
pla che  popola  questo   luogo  ;   ma  anr»- 
mira  bensì  la  singolare  veduta  che  cinge 
questo  luogo  beato,  il  quale  non  invidia 
certo    alcun  altro   de'  molti   che  fanno 
chiamare  l'Italia  Giardino  chi  HJondo. 
«  A  destra  si  stende  la  lunata  riviera  de- 
gli Schiavoni,  la  qualedopo  averti  schie- 
ralo dinanzi  una  linea  di  caseggiati  e  di 
templi  di  stili  vari,  mette  capo  alle  Pri- 
gioni, al  Palazzo  ducale,    alla   Piazzetta 
di  s.  Marco,  alla  Biblioteca;  alla  Zecca, 
a' reali  Giardini,  ove  incomincia  a  ser- 
peggiare il  maggior  Canale,  die  fin  dal 
suo  nascere  ollìe   le   fabbriche  più  stu- 
pende di  cui  si  vanti  Venezia.  Laonde  e 
la  Dogana  da    mare,  e  gli  emporii  del 
Sale,  e  il  tempio  di  s.  Maria  della  Salu- 
te, si  preseiilano  nel  loro  più  bello  aspet- 
to. Poi,  al  mezzogiorno  l'isola  della  Giu- 
decca,  ove  grandeggiano  i  templi  del  Re- 
dentore e  di  s.  Maria   delle  Zitelle,  ope- 
re divine  del  divino   Palladio.   Poi^  an- 
cora Palladio   ti   spiega  la    sua  valentìa 
nel    tempio   di   s.  Giorgio  Maggiore,   la 
quale  isola  si  abbella  ancora  perla  fab- 
brica della  nuova  Dogana.  E  se  da  questo 
punto  tu  porti  l'ala  dell'occhio  più  al  sor- 
ger del  sole,  e  la  spingi  fin  quanto  può 
giungere  il  suo  volo,  per  lo  specchio  della 
placida  Laguna,  vedrai  qua  e  là  sorgeie 
l'isoledis.  Servolo, degli  Armeni, de'Laz- 
zaretti,  di  s.  Maria  delle  Grazie,di  s.  Cle- 
mente, della   Certosa,  e  più   lungi   Po- 
veglia,  e  la  proli  atta  lingua  del  Litorale 
fino  a  Malamocco,  antica  f^^fSe  del  piin- 
cipato.  Di  fronte  appunto  In  scorgi  in- 
cominciar questa  lingua  del  Lido,  sul  di 
cui  terreno  sorgono  uoiili   fiibbriche  e 
fortezze  e  templi  :   quali  lutti  li  ricliia- 
oano  alla  memoria  giocondissime  idee 
e  fatti  preclari  del  veneto  popolo,  men- 
tre qui  iu  accollo  Enrico  III  allorché  pas- 
sava da  Polonia  in  Francia  a  ricevere  il 
regale  diadema  ;  qui  fu  incontrata  la  re- 
gina Cornavo,  quando  lascialo  Cipro, 


YEN  3r9 

veniva  a  deporre  in  mano  della  repub- 
blica lo  scettro,  onde  vivere  in  pace  fra 
le  doniestiche  mura  ;  qui  si  fugarono  le 
confederale  armi  di  Canibray;  e  qui  fi- 
nalmente ne'prischi  tempi  7  chiese  esi- 
stevano, ricche  per  elette  colonne  e  per 
musaici,  celebratissime  ancora  nelle  car- 
te di  Marco  Cornare.  Che  se  giri  lo 
sguardo  a  sinistra  del  luogo  ove  tu  posi, 
d«ipo  aver  ammirato  il  famoso  Castello 
che  il  Sanmicheli  erigeva  a  terror  de'ne- 
mici,  e  a  scherno  dell'infuriale  onde  del- 
l'Adi iatico  che  frangono  in  que'sassi  l'in- 
domite ire,  vedrai  stendersi  un  altro  li- 
do ove  si  accolgono  fiorenti  vigneti,  e 
alla  di  cui  on>bra  sollevan  la  testa  sul- 
l'acqua altre  isole. prima  delle  quali  scor- 
gerai quella  sagra  alla  pia  madre  del 
gran  Costantino.  Allorquando  il  sole  s'al- 
za dal  mare,  o  allorché  verge  all'occaNO, 
ofire  questa  veduta  al  pennello  de'  Ca- 
naletti e  de'  Borsaio  uno  studio  finitissi- 
mo di  cerulee  lontananze,  e  di  varietà  di 
forme  e  dì  colori  con  somma  armonia 
distribuiti,  e  di  fughe  e  (legradazioni  di 
luceehe  fanno  pas>eggiar  l'occhio  di  fab- 
brica in  fabbrica  per  lungo  spazio,  e  sem- 
pre I*  allettano  con  nuove  prospettive, 
finché  da  un  lato  sui  colli  Euganei  ar- 
restandosi, e  dall'altro  sulla  dislesa  ma- 
rina, par  che  riposi  da  ultimo  e  si  ricrei 
nell'uniformilà  dell'immenso  piano".  Fu 
quindi  che  il  saggio  Selva,  cercando  di 
trarre  vantaggio  dagl'ingrati  confini  del- 
l'area prescrittagli,^  pose  ogni  sua  indu; 
stria  nel  ripartirla  con  facile  regolarità 
e  con  intelligenza  di  effetto.  Formò  un 
corpo  a  parie  dell. "trailo  di  terreno  che 
da*  portoni  d'ingresso  mette  fino  al  pon- 
te, e  lo  dislribuì  in  3  viali,  rompendoli 
con  piazzetta  esagonaalla  loro  metà.  Im- 
piegò l'altro  tratto,  molto  più  esleso,  in 
doppi  viali  a  più  direzioni,  divisi  da  bei 
tappeti  di  verde,  con  piazze  e  slradelle 
di  comunicazione,  studiando  di  variarvi 
le  forme;  e  nascose  tutte  l*  irregolaiilà 
ove  entro  il  dolce  clivo  d'una  facile  col- 
linetta, ove  fra'  vaghi  errori  d'uu  verde 


320  V  E  N 

ritagliato  tlaireslreine  linee  del  circon- 
dario. Sulla  sommità  della  collinetta  è 
piantato  un  edifizio  rotondo  ad  uso  di 
caifè.  In  direzione  del  viale,  dirimpetto 
all'  acqua  e  precisamente  sul  lato  die 
bordeggia  il  canale,  vi  sono  le  rive  d'ap- 
prodo. Non  mancano  fabbrichetle  a  fi- 
ne di  comodo  e  di  piacere,  ed  havvi  pu- 
re  una  fabbrica  ad  uso  di  cavallerizza, 
architettala  da  Gio.  Battista  Meduua. 
Sull'urea  de'  Giardini  sorgevano  ['  ospe- 
dale de'  marinari,  la  chiesa  e  il  semi- 
nario di  s.  Nicolò  di  Castello,  di  cui 
nel  §  X,  n.  65  ;  e  nel  n.  36  descrissi  la 
chiesa  e  monastero  di  s.  Antonio  di  Ca- 
stello, de' canonici  regolari,  che  su  que- 
sto suolo  eziandio  esisterono.  Si  salvò 
dalla  distruzione  il  grande  arco  della 
cappella  Laudo  die  ornava  la  chiesa  di 
s.  Antonio,  creduta  opera  del  Sauutiche- 
li,  e  qui  fu  eretto  di  fronte  all'  approdo 
nel  rivo  che  divide  il  giardino.  Esso  ri- 
corda che  nel  luogo  sagro  riposavano  le 
ceneri  celebri  di  Cappello,  di  Pasquuli- 
go,  di  Landò,  di  Vittor  Pisani,  e  per  non 
dir  d'altri,  parimenti  secomlo  il  Diedo,  di 
Cassandra  Fedele,  che  celebrai  nel  §  X, 
n.  3o,  nel  parlare  della  chiesa  di  s,  Dome- 
nico ove  fu  sepolta,  la  quale  col  convento 
de'  domenicani  qui  pure  erano  edificati. 
Per  le  demolizioni  de'  nominali  edifizi  sì 
perderono  nobilissimi  monumenti  e  pit- 
ture meravigliose  nel  1807;  mai  giardini, 
decretali  in  quell'anno,  furono  disegnati 
nel  1810.  Di  questi  amplissimi  giardini 
e  di  loro  amena  situazione  si  ha  il  poe- 
metto di  Pasquale  Negri  :  Giardini  di 
Fenezia,  ivi  pel  Picotti  1818.  E  le  Let- 
tere sui  pubblici  Giardini  di  f^ciiczia, 
Milano  pel  Bettoni  i8?.o.  NeliSSy  il  uju- 
nicipio  decretò  il  riordinamento  de'  pub- 
blici giardini,  e  la  loro  riduzione  a  mi- 
glior forma.  —  Poco  discosto  dalle  ri- 
cordale Carceri  è  il  così  detto  Grande 
Albergo  Beale,  stabilito  nel  palazzo  Ber- 
nardo, di  architettura  archiacuta  del- 
l'epoca migliore  del  medio  evo.  Più 
iaaau£i  iacoulrasi  la  chiesa  di  s.  Maria 


YEN 
della  Pietà,  di  cui  nel  §  XII,  n,  6.  Adia- 
cente alla  riviera,  in  capo  a  breve  vìa 
sorge  la  chiesa  di  s.  Giovanni  in  Brago- 
ra,  descritta  nel  §  Vili,  n,  4-  Al  ponte 
cos'i  detto  della  Veneta  Marina  ha  ter- 
mine la  Biva  degli  Schiavoni  e  s'  infila 
colla  via  de'  Giardini,  larga  e  ben  edifi- 
cala, che  conduce  a  questo  descritto  ame- 
no passeggio  pubblico,  bagnato  da  due 
lati  dalla  Laguna  e  piantato  di  rigoglio- 
si alberi,  ed  ha  contigua  la  chiesa  di  s. 
Giuseppe  delle  Salesiane,  della  quale  par- 
lai nel  §  X,  n.  SQ>.  Dalla  via  de'  Giardi- 
ni per  tortuose  calli  si  va  alla  conculle- 
drale  basilica  di  s.  Pietro  di  Castello  già 
cattedrale  della  città,  che  descrìssi  nel  § 
VII!,  n.  I.  Presso  al  termine  della  Biva 
degli  Schiavoni,  è  la  chiesa  dì  s.  Biagio 
parrocchiale  della  regia  marineria,  di  cui 
nel  §  L'i,  n.  2.  Di  qui  prendendo  le  mosse, 
procedesi  all'imperiai  regio  Arsenale  nel 
sestiere  di  Castello,  il  cui  esame  ne  do- 
manda più  ore  di  tempo,  dice  Moschini. 
Questo  magnifico  e  vasto  stabilimento 
ad  uso  militare  terrestre  e  marittimo, 
fondato  circa  ili  io4,  ed  ingrandito  poi 
verso  ìli3o4  da  Andrea  Pisano,  sotto  il 
doare  Oidelafo  Fallerò,  fu  ingrandito  an- 
Cora  in  epoche  diverse  da'più  accreditali 
architetti  sino  a  quesli  ullirai:tempi.  An- 
che la  Biografia  degli  Artisti,  in  quella 
d'  Andrea  Pisano  lo  dice  venuto  in  Ve- 
nezia nel  i3o3,eche  fitto  il  disegno 
per  r  Arsenale,  nel  i3o4  si  cominciò. 
Ma  Ordelafo  Fallerò  divenne  doge  nel 
I  102,  e  nel  i3o4  lo  era  Pietro  Giade- 
nigo.  Il  Moschini  nel  1828  disse  l'Arse- 
nale incomincialo  da  cinque  secoli,  ed 
avere  due  miglia  di  circonferenza.  Sa- 
rà meglio  dire,  come  accennai,  che  il 
primo  ingrandimento  dell'  Arsenale  av- 
venne circa  il  i3o4  per  opera  di  An 
drea  Pisano  nel  dogado  di  Gradenigo 
il  secondo  nel  ìZi5,  cioè  quella  parti 
delta  l'Arsenale  Nuovo,  In  origine  anti 
chisslino  lago  di  S.Daniele  acquistato  net 
precedente  anno  dalla  repubblica.  La  3. 
aggiuula  ebbe  luogo  coll'ingraodimeula 


V  E  N 

tlel  1473,  e  denominato  riparto  Novis- 
siaio  glande  e  darsena  di  Novissimetln, 
oltre  il  ripriito  Nappe.  Il  canaio  delle 
Galeazze,  e  fabbrica  delle  seghe,  era  an- 
ticarnenle  ortaglia  annessa  al  vicino  mo- 
naslei'O  della  Celeslia,  e  costituisce  la  4- 
aggiunta  falla  all'  Arsenale  poco  piinia 
del  i53q,  conoscinta  ptr  riparlo  del- 
le Galeazze.  La  vasca  alle  Galeazze  ap- 
partiene ad  un  5."  ingrandiinei,ito  del- 
l'Arsenale  operalo  nell'anno  i56^.  Il 
Ponte  del  Molo  è  illimite  dell'aulico  Ar- 
zanà,  ramiDentalo  da  Dante  nel  e.  2i 
óeW'I/ìferno.  E'  i'Arzanà  la  darsena  del- 
l'Arsenale Vecchio,  ossia  quello  spazio  di 
ac(|ua  chesubilo  si  presenta  allo  spettato- 
re tosto  entralo  nell'Arsenale.  Qui  lo  sta- 
bilì neh  io4  il  doge  Ordelafu  Falier,  co- 
me alTerina  il  eh.  Casoni  nella  sua  bella 
Guida.  Altre  aggiunte  ebbe  l'Arsenale 
nel  1810  e  fu  il  6."  ingrandimento,  il 
7.°  nel  1820  e  nel  1828.  Le  Fabbriche 
di  ycnezia  contengono  4  tavole  :  la 
pianta  dell'  Arsenale  e  la  porla  del  de- 
posito dei  Bucintoro,  colle  dichiarazioni 
del  eh.  Zanotto;  e  la  porta  d'ingresso  del- 
l'/\rsenale,  e  la  pianta  dell'ingresso  da 
terra  al  medesimo,  illustrate  dal  eh.  Sel- 
va. Da  questi  comincerò  i  miei  cenni.  I 
veneziani  furono  i  soli  che  trasportarono 
in  questo  Estuario  gran  parte  dell'  arti 
de'romanijda'quali derivavano,  e  ad  essi 
pure  si  deve,  per  consenso  delle  colte 
nazioni,  l'avere  conservata  e  ristabilita 
la  pratica  della  navigazione;  e  fu  per 
j  l'estese  loro  cognizioni  in  quest'arie  che 
i  la  repubblica,  nella  quale  eglino  si  co- 
stituirono, pervenne  a  quel  grado  di 
I  grandezza  che  la  fece  primeggiare,  poi- 
;  che  per  otto  o  nove  secoli  il  commercio 
de'  veneziani  fu  il  più  florido  di  tutta 
r  Europa.  E'  pur  noto  nella  storia  illoro 
valore  nella  marina  militare,  le  molle 
guerre  ch'ebbero  gloriosamente  a  soste- 
nere, tanto  a  propria  difesa  chea  quella 
di  tutta  l'Italia,  la  quale  più  volte  sareb- 
be stala  invasa  da'  barbari  se  non  si  fos- 
''  ^0  opposte  le  flotte  de'veuezianr.  11  fou- 
VOL.  xci. 


YEN  32  r 

damenlo  adunque  delle  imponenti  loro 
matittime  forze  doveva  essere  un  Arse- 
nale, ed  in  fatti  l'ebbe  la  repubblica  fia 
dal  suo  nascere,  e  mediante  i  più  intensi 
stuili  e  la  maggior  profusione   dell'  oro, 
lo  portò  a  quel  grado  che  lo  fece  mai 
sempre   riconoscere   per  il   migliore  di 
quanti  mostrare  uè  potesse  l'Europa.  E' 
creilo  questo  Arsenale  all' eslremità  o- 
rienlale  della  città.  La  sua  prima  fonda» 
zione  rimonta,  ripete  il  Selva,  ad  epoca 
assai  lontana,  ed  il  suo  compimento,  per 
quanto  rilevasi  dall'interne  iscrizioni,  eb- 
be luogo  nel  secolo  XIV;  né  è  fuor  di 
ragione  il  credere  che  abbia  avuto  parte 
Andrea  Pisano.  Il  vasto  suo  recinto  è  tut- 
to contornalo  di  forti  mura  alte  piedi  60 
veneti,  fiancheggiate  internamente  da  i  4 
piccole  torri,  nelle  quali  stanziano  ripar- 
titamente  le  guardie  notturne.  Precede 
questo  classico  stabilimento  una  piazzetta 
sulla  quale  ergesi  un'antenna  sostenuta 
da  piedistallo  di  bronzo  con  bassirilievi 
allusivi  alla  potenza  marittima  de' vene- 
ziani.  Due   sono  gì'  ingressi   tnaritlìmi, 
r  uno  al  sud,  e  l'  altro  all'  est.  Il    i.°  è 
framezzo  a  due  torri,  alle  quali  poggia  un 
massiccio  rastrello  che  con  ben  inteso  e 
semplice  meccanismo  apre  e  chiude  con 
facilità  l'ingresso  e  la  sorlila  a'baslimenli 
da  trasporto  e  da  guerra.  Il   2."  fu  co- 
struito dal  governo  del  regno  Italico  onde 
agevolare  a  quella  parte  1'  uscita  e  l'en- 
trala de'grossi  vascelli  da  guerra.  Accanto 
del  medesimo  vi  è  una  grandissima  torre, 
alta  dal  livello  comune  dell'acqua  piedi 
parigini  106  (diversificano  questi  da've- 
neli  come  i44o  ^  1 537)  ;  e  siccome  l'og- 
getto essenziale  di  questa  è  di  sostenere 
appesa  la  gran  mole  degli  alberi  da  va- 
scello nell'alberarli  e  disalberarli,  così  si 
è  costruita  con    tale  solidità  da   potere 
far  fronte  al  più  lungo    ivvenire.   In  li- 
nea dell'  entrala  marittima  al  sud  vi  è  \n 
porla  principale  terrestre  per  l'ingresso  e 
regresso  personale,  d'ordinecoriutio,ch'è 
appunto  quella  espressa  nella  memorata 
tavola.  Figura  essa  un  arco  di  trionfo^sor- 

21 


322  V  E  N 

montalo  nel  mezzo  da  un  attico,  collo 
stemma  della  repubblica  veneziana,  cioè 
il  Leone  alalo.  Le  4  colonne  son»  di  gieco 
lavoro  in  D)at'uio, come  din)ostiano  i  lo- 
ro capitelli  ornati  di  foglie  d'acanto  spi- 
noso, simili  a'  molli  clic  veggonsi  nella 
chiesa  di  s.  Marco;  tulio  il  resto  dell'o- 
pera è  di  pietra  istriana.  L'epoca  preci- 
sa dell'  erezione  della  porta  è  scolpii^  ne' 
zoccoli  delle  colonne:  in  uno  si  legge: 
Ab  Urbe  Coiiditn  MXXXFiiii:  iiell'  al- 
tro Chrisli  lucarnalionc  mcccclx.  L'ar 
co  d'  ingiesso  fra  le  colonne,  adorno  di 
belle  sculture  e  di  statue  di  Girolamo 
Campagna,  stato  sostituito  all'antico  per 
segnalare  la  gloriosa  vittoria  navale  ri- 
portata co'cotiR-derati  neliSyi  a  Lepan- 
to contro  i  turchi, come  lo  dimostra  l'm- 
cisa  iscrizione  nel  mezzo  del  fregio:  Pi- 
ctoviae.  Na^'filis  Rloninieniitni  mdlxxi. 
Contemporaneamente  si  sono  pure  in- 
seriti i  due  Leoni  a  bassorilievo  ne'  dadi 
de'  piccoli  piedistalli  sottoposti  alle  co- 
lonne, e  collocata  la  statua  di  s.  Giusti- 
na nella  soannità  dell'  attico,  poiché  il 
giorno  di  delta  vittoria  era  sagro  a  delta 
saula,  i'recede  a  questa  porta  un  atrio 
scoperto,  recinto  nel  1688  da  rastrelli 
di  bronzo  interposli  ad  8  pilastri  di  mar- 
0)0  sui  quali  poggiano  allrellanle  statue 
di  poco  merito;  ma  di  sorprendente  bel- 
lezza sono  i  lìue  Leoni  colossali  di  mar- 
mo pentelico  che  sono  a'  [ianchi  di  esso 
atrio,  trasportati  dal  Pireo  d'Alene,  dopo 
la  sua  espugnazione,  da  Francesco  Moro- 
sini  il  Peloponnesiaco,  insienje  a  due  al- 
ili ivi  pure  eretti,  come  leggo  nel  Mo- 
nchini. Egli  dice:  I  4  Leoni  che  vi  »ono 
al  di  fuori  vennero  recati  di  Grecia  dal 
Moiosini.  1  luoghij  onde  vennero,  danno 
il  pregio  a  que'  due  alla  destra  :  all'altra 
parte  il  i.°  recalo  dal  Pireo,  con  epigralì 
alla  chioma  allurligliate,  creilute  e  runi- 
che e  pelasgie,  è  di  buon  urlellce,  ma 
non  de' bei  tempi  tiella  Grecia;  l'altro 
è  meno  pregiabde,  eziandio  pel  molto 
moderno  restauro.  Questi  simulacri  e  le 
delle  iscrizioni  che  |Jortuuo  scolpile  ad- 


V  EN 
dosso,  somministrarono  argomento  di 
studio  a  parecchi  dotti.  Ne  parlano  an- 
cora La  Guilleliere,  Jthencs  Ancienne 
etNom'elh',Vav\?,  iGyS;  Cornelio  Ma- 
gni nella  sua  lettera  6.'  de'  suoi  Viaggi 
per  la  Turcìiia,  Parina  1692.  E  meglio 
forse  d'ogni  altro  M.  Akeiblfuid  che  fu 
il  (."a  scuoprirvi  ed  a  prodture  con  rami 
due  Inscrizioni  Runiche  illustrale  nella 
sua  :  Nolice  sur  deiix  iiiscriplions  en 
caraclercs  runiques,  Irouvées  à  /-  enise, 
avec  les  reniarqucs  de  HJ."  d'Ansse  de 
Villoìson,,  Paris  i8o4-  Trovo  nel  cav. 
Mulinelli,  .^/^/;<3/i  L/Z»^?»/",  che  frullo  del 
conquisto  d'Alene,  fallo  dal  valoroso  Alo- 
rosiui,  furono  anche  4  leoni,  indi  collo- 
cati all'  ingresso  del  famoso  Arsenale.  Il 
più  grande,  ritto  su  ilue  zampe,  trova - 
vasi  al  Pirer),  e  lungo  la  giubba  e  le  spalle 
porla  seol[)ile  iscrizioni  o  piuttosto  sigle, 
che  hanno  stuzzicalo  la  curiosità,  ed  e- 
sercitalo  la  penna  di  tnolti  dotti  d'Italia 
e  di  altre  nazioni,  il  maggiore  degli  altri 
due  leoni  sdraialo,  era  sopra  la  via,  che 
dal  Pireo  conduceva  ad  /\tene,  già  bel- 
lissima via  lunga  l\o  stadi,  fiancheggiala 
da  mura;e  nella  (pjale  so[)ra  un  cenolafio 
postovi  dagli  ateniesi  leggevasi  scritto:  Ltl 
gloria  d  /ùiripide  lui  per  inoiìuniento  la 
Ciccia  intera.  V\.\h\ì\\eò\a  Cronaca  di 
7l//7rt/io  del  1837,1. "seuìestre,  p.  37,il  ti- 
tolo dell'opera  :  //  Lione  deli' Arsenale 
di  Venezia,  Inscriplion  rnuiquc  du  Pi' 
l'ée  inlerprélée  par  C.  C.  Rafn,  elpu/dice 
parla  sociélt  Royale  des  Aniiiiuaires 
da  Nord,  Copenaghen  i856.  Il  d.' 
Uafu  porta  le  sue  indagini  sul  Lione  che 
il  Peloponnesiaco  \.\i\9,^oi\.  0  àn\  Pireo  a 
Venezia  nel  1687  (che  appunto  per  esso 
il  Pireo  si  distingue  ajicora  col  nome  di 
Porto  Leone),  e  delle  parole  runiche  che 
porla  sulla  fascia,  le  quali  avendo  eserci- 
talo già  r  attenzione  di  molti,  al  solo 
Ivafn  fu  dato  leggerle  per  intero,  al  dire 
della  stessa  Cronaca.So^na  la  porta  inter- 
na dell'atrio  che  mette  nell'Arsenale,  ve- 
desi  una  bellissima  statua  della  B.  \  ergi- 
ne,scuUuradi  J.Sansovino.  Passando  <*! 


V  EN 

air  inlenin,  lo  sguardo  umano  non  può 
che  rimanere  sorpreso  nell'aiumirare  il 
complesso  di  tutta  l'opera.  Si  vedono  e- 
ietti  e  disposti  a  (ila  a  fda  e  colla  mag- 
gior sitnnietria  i  cantieri  da  costruzione, 
da  poter  lavorare  al  copèrto  tanto i  grossi 
che  i  piccoli  legni  da  guerra.  Nella  va- 
sta area  dirimpetto  «'cantieri  dell'Arse- 
nale Novissimo,  nove  de' più  grandi  fu- 
rono spianali  dal  governo  Italico,  eri- 
gendo negli  spazi  che  occupavano  de- 
gli scali  di  pietra  viva,  cioè  4  P'^gevolissi- 
ini  marmorei  piani  inclinati,  suscettibili 
della  costruzione  de'vascelli  dì  qualunque 
grandezza.  Fu  lo  spirito  d'  innovazione  e 
quella  specie  dinquietitudine  che  f<\  tro 
v;\r  cattivo  tuttociò  che  si  solleva  dall'or- 
dinario, che  risolsero  la  demolizione  de'c) 
grandi  cantieri  da  vascello,  pe'  consigli 
inconsiderali  e  prevenuti  di  certo  For- 
fait mal  a  proposito  spiegali  intorno  al- 
l' Arsenale  di  Venezia.  Lungo  il  lato  co- 
mune d'una  fila  de'  più  alti  cantieri,  esi- 
ste un  Tesone  o  Tezzone  denominato 
Fahbrica,destinato  pel  segamento  e  squa- 
dratura del  legni» me,  lui/go  piedi  44?) 
largo  56  e  alto  4^-  Reca  esso  sorpresa  sia 
per  r  estesa  sua  grandezza,  sia  peri'  in- 
gegnosa concatenazione  de'legni  che  for- 
mano il  letto.  Nelle  situazioni  più  oppor- 
tune esistono  pure  regolarmente  dispo- 
ste r  ollicine  di  tutte  le  meccaniche  pro- 
fessioni dell'  Arsenale, cioè  falegnami,  al- 
beranti, remeri,  taglieri,  tornitori,  coi - 
daiuoli,  velcri,  fabbri  d'  ancore  e  di  mi- 
nuti lavori,  modellisti,  scultori,  pittori, 
vetrai,  lattai,  bollai  ec.  ;  ciascuna  delle 
quali  arti  ha  il  suo  maestro,  che  dirige 
l'andamento  de' lavori  sotto  la  sorve- 
glianza del  rispettivo  militare  :  e  tutte 
<li  concerto  confluiscono  simultaneamen- 
le  alla  perfetta  armonia  del  buon  servi- 
gio. La  più  distinta  fra  le  delle  o/ììcine 
è  quella  Sella  corderia,  denominala  Ta- 
na (ilalla  città  omuniuia  di  Crimea,  don- 
de in  abbondanza  riti^evasi  la  canapa), 
dove  si  formano  tulli  i  cavie  le  gouìe- 
•e  d'ogni  diuiensioue,   funi  e  coidamì. 


V  E  N  323 

Irrotta  da  Antonio  da  Ponte  nel  1079, 
essa  ha  gSo  piedi  di  lunghezza,  70  di 
larghez«a  e  3-2  d'allezza.  La  laighezzaè 
divisa  da  due  file  di  grosse  colonne  in 
islile  toscano,  che  formano  nel  pianter- 
reno 3  corridoi,  e  due  altri  ne'  solai  de* 
(innchi  soprapposti  alle  stesse  colonne, 
formanti  ampie  gallerie  poste  in  comu- 
nicazione da  alcuni  ponti  lanciali  sull.i 
nave  di  mezzo.  Il  corridore  centrale,  di 
tutta  altezza,  serve  per  la  lorcitiu-a  e  co- 
struzione delle  gomene  e  de'  ca«i,  e  gli 
altri  quattro  sono  destinati  per  le  filan- 
de. Le  gomene  massime  pe'vascelli  sono 
composte  di  igo8  piccole  funicelle  in- 
sieme attortigliate.  Appresso  lo  stesso 
luogo  vi  sono  in  varie  stanze  i  pettini  pol- 
la pettinatura  del  oanapp,-ed  isolatamen- 
te un  apposito  luogo  per  i'incatramazio- 
ne.  In  altro  sito  veggonsi  5  grandi  fon- 
derie nelle  quali  si  foimano  i  cannoni 
di  bronzo,  e  tulli  i  relativi  oggetti  occor  • 
ribili  per  qualun<pie  armamento.  Vi  e- 
si>lono  moltissimi  deposili  di  grandissi- 
ma tenuta,  i  quali  contengono  separata- 
mente tull'i  materiali  d'ogni  specie  ch'en- 
trano ne'medesinji  in  natura,  e  passano 
indi  néir  accennate  oltìcine  e  canlieri  a 
convertirsi  in  bastimenti  di  qualsivoglia 
grantlezza,  pronti  a  battersi  in  guerra. 
Gli  spazi  poi  intermedi  a'  descritti  fab- 
bricati costituiscono  4  ai^pie  darsene, 
tlisgiuiite  l'una  dall'altra,  nelle  quali  ven- 
gono tenuti  galleggianti  i  bastimenti  da 
guerra  fino  alla  loro  uscita.  In  un-a  di 
esse  si  conservano  sommerse  le  piante  di 
rovere,  giacché  questa  specie  di  legna- 
me si  mantienepiùlungainente  in  acqua 
che  sopra  terra.  Colle  medesime  comu- 
nicano i  grandi  canlieri  acquatici,  desti- 
nali a  tenere  al  coperto  le  iVegate,  i  brick, 
le  golette  ec.  rientrate  io  disarmo.  Fi-- 
natmenle  fra'Iuoghi  degni  d'ammirazio- 
ne si  ponno  annoverare  5  assai  vaste  sa- 
le. Una  di  esse,  che  misura  1 80  pieJi  pei* 
lungo,  60  per  largo,  e  20  per  altezza, 
contiene,  disposti  iu  bell'ordine,  i  modelli 
di  qualunque  coslruzioue,  e  serve  iaul- 


3^4 


V  E  N 


Ire  al  genio  marillin»o  per  delinenre  sul 
suolo  nella  forma  naturale  d'ogni  gran- 
dezza lutti  i  piani  de'bastimenti  da  guer- 
ra clie  devonsi  costruire.  La  sala  de'uio. 
delli  fu  eseguila  nel  1778  secondo  l'idea 
del  prof.  MaHluletti:  i  piìi  anliclii  modelli 
vennero  depredati  nel  i  797  dall'invidia 
straniera.  Fra'  rimasti  sono  da  conside- 
rare ilcelebregaleone  VitloreFausto,no- 
lue  del  suo  inventore;  le  navi  Brillante, 
^iircna  e  Fama,  impiegate  nella   guerra 
contro  le  reggenze  barbaresche,  sull'ulti- 
ma  delle  quali   morì  il  celebre  Emo  ; 
la  nave  Arpa  d'  80  cannoni,  uno  de'  più 
grossi  legni  da  guerra  costruiti  ne'tempi 
veneziani;  ed  il  Bucintoro  fatto  eseguire 
dalla  solerzia  del  vice-ammiraglio   mar- 
chese Calducci,  sulla  descrizione  che  se 
ne  avea  del  famoso  naviglio  omunimo. 
Nelle  altre  4i  denominate  sale  iV  armiy 
esistono  armi  in  gran  copia  per  fornire 
r  armata,  e  in  mezzo  a  queste  furono  re- 
golarmente appese  quelle  d'  alcuni  cele- 
bri guerrieri  italiani,  e  varie  altre  di  ve- 
neziani patrizi  che  si  sono  distinti  in  com- 
battimenti navali.  Fra'  monumenti  pri- 
meggia e  visi  ammira  il  monumento  bel- 
lissimo eretto  dal  senato  ad  Angelo  E- 
ino, ultimo  rinomato  gratide  ammiraglio 
della  repubblica,  scolpito  dall'insigne  Ca- 
nova nel  1794  '"  Roma.  Ha  dìrimpello 
l'armatura  d'Enrico  IV  re  di  Francia,  da 
luì  donata  nel  i6o3  alla  repubblica  quan- 
do chiese  d'  essere  aggregalo  al  corpo  de' 
patrizi  veneti,  equi  trasportata  dal  pa- 
lazzo ducale  ;  e  d'intorno  il  monumea- 
lo  antico  di  Viltore  Pisani,  qui  traspor- 
tato da  s.  Antonio  di  Castello.  Altre  armi 
antiche  sono  quelle  di  Erasmo  da  Narni, 
detto  Gattamelata,  cioè  un  cavallo  bar- 
dato con  l'armatura  equestre  di  finissi- 
mo lavoro;  quelle  credute  di  Attila  re 
degli  unni,  consistenti  in  elmo  e  celata 
di  bronzo;  quelle  del  doge  Sebastiano 
Ziani,  ossia  lo  scudo,  la  spada  e  1'  eitno 
che  diconsi  a  lui  appartenuti,  ed  altri 
preziosissimi  arredi  e  bandiere  turche, 
prese  da'  veueziani  iu  battaglia.  Fu  poi 


V  EN 
nel  I  8  I  7  maggiormente  decorala  la  sala 
principale  del  busto  colossale  in^bronzo, 
opera  del   valente  scultore  Bartolomeo 
Ferrari,   esprimente  \'  imperatore  e   re 
Francesco  I,  fondatore  del  regnoLombar- 
do-Veneto.  Monumenti  tulli  che  attrag- 
gono l'universale  curiosità,  e  che  ricor- 
deranno mai  sempre  la  grandezza   e    la 
preziosità  di  questo  rinomatissimo  e  glo- 
rioso stabilimento.  Imperocché  infinite 
sono  le  cose  che  contiene,  tulle  grandio» 
se,  ideale  ed  eseguite  con  magnificenza 
pari  all'ardire  dell'impresa,  che  fui."  in 
lai  genere  in  liilta  Europa.  Innumera- 
bili  pure  sono  le  macchine,  gli  ordigni, 
i  trovati  ingegnosi,  che  in  questi  luoghi 
si  ammirano,  e  che  non  cessano  di  mol- 
tiplicarsi dal  vigile  governo.  Avendo    il 
vice-ammiraglio,  comandante  superio- 
re dell'i,  r.  marina  da  guerra,  Amilcare 
Paulucci,  aiumito  a'  voti  del  Zanoilo, 
col  fargli  tener  la  pianta  dell'Arsenale  de  - 
lineala  per  cura  del  più  volle  lodalo  in* 
gegnere  e  direttore  delle  fabbriche  civili 
e  dell'i,  r.  marina  Giovanni   Casoni,  per 
la  I.'  volta  con  ogni  esattezza  la  pubbli- 
cò. Egli  che  in  Venezia  sua  patria   con 
vaslecognizioni  sostiene  colla  robusta  sua 
penna  l'onore  dell'arti  belle,  nelle  Fai' 
brichc  di  f'^enezia  propriamente  non  in- 
lese  descrivere  la  storia  dell'Arsenale,  la 
diversità  de'Iavori  che  in  esso  si  compio- 
no, la  copia  delle  cose  pregevolissime  che 
ancora  vi  si  ammirano,  potendosi  lutto* 
ciò  vedere  nella  Guida  per  V  Arsenale 
di  Fenezia,  ivi  nel  1829  impressa   dal- 
l'Antonelli,  eslesa  con  molla  cura  dall'en- 
comiato  Casoni;  il  quale  Zanoilo,  infati- 
cabile illustratore  delle  copiosissime  pa- 
trie cose,  dell'Arsenale  inoltre  ne  trattò 
pure  nell'opera  Venezia  e  le  sue  Lagu- 
ne. Volle  limitarsi  soltanto,  colla  scorta 
di  essa  ,  a  dire  alcunché  nel  dichiarare 
con  ispiegazioni  interessanti  'ndn  nume- 
ri, che  nel  disegno  della  pianta  pose  ad 
ogni  locale.  E'  impossibile  che  lo  segua; 
appena  ricaverò  qua  e  là  alcuna  generi- 
ca uoziooe,  altre  avendone  lutrecciute  di 


V  EN 
sopra.  La  piazza  Francesco  I,  vasta  e  !r« 
regolare  con  molte  officine  all'intorno, 
con  tuttociò  oh*  estendesi  verso  oriente, 
appartiene  ali.°  ingrandimento  dell'Ar- 
senale, avvenuto  neli  3o4  oi3o5.  11  cor- 
podi  guardia  esternii  è  d'architettura  pe- 
stana,  e  decora  il  margine  del  rive  che 
guida  all'Arsenale.  La  grande  officina  cor- 
deria della  Tana  è  un  itnponente  fabbri- 
cato di  cui  l'eguale,  per  grandiosità  e  co- 
lossale struttura,  non  mostra  verun  altro 
arsenale  d'Europa.  La  porta  dorica  di 
prospetto  allo  stradale  di  Campagna,  ha 
il  carattere  del  Santnicheli,  ma  non  pa- 
re: il  Leone  dell'  attico  è  d'infelice  dise- 
gno e  meschina  scultura.  Anche  a  quel  va- 
loroso architetto  si  attribuisce  la  loggia 
del  prospetto  dalla  parte  di  levante  sulla 
darsena  dell'  Arsenale  iVuovo,  ma  con- 
viene por  mente  allo  scolpito  anno  1 53/ 
sur  un  piloiie,<Iice  il  eh.  Zanotto;  nondi- 
meno Santnicheli  morì  neli55c).  Certa- 
mente è  sua  la  fronte  dell'edifizio  del  de- 
posito ove  si  custodiva  il  famoso  Bucinto- 
ro, di  cui  parlo  nel  §  XVI II  ,  n.  r3.  Ivi 
e  (piale  stia  reliquia  si  conserva  ancora 
il  tronco  dorato  dell'albero  che  ad  esso 
apparteneva.  I  due  grandi  cantieri  detti 
alla  Canna,  fondali  con  rara  industria  e 
diligenza,  si  vogliono  disegno  del  Sanso- 
viiio,  ma  costruiti  dopo  la  sua  morte  nel 
l568  e  neliSyS.  Il  fiibbricalo  pe' squa- 
draluri  di  legnami,  grandioso  e  colossa- 
le edilìzio  eretto  nella  i.*  metà  del  seco- 
lo passato  con  architettura  di  Giuseppe 
Sculfarotto.  La  maggior  fronte  è  rivolta 
a  ponente:  un  robusto  basamento  inette 
piede  nell'acque,  ei3  arcale  gigantesche, 
decorale  di  semplici  e  solide  parli  archi- 
tetlonithe,  costituiscono  quel  maestoso 
prospetto.  Nel  riparto  Galeazze  si  costrui- 
vano i  navigli  a  reu)i  di  tal  nome,  inventa- 
ti nel  secolo  XVI  dal  celebre  Gio.  Andrea 
lìadoiro  patrizio  veneto,  e  6  di  esse  deci- 
sero della  sunnominata  strepitosa  batta- 
glia data  alleCurzolari  a'j  ottobre iSy  i. 
Nel  i8io  fu  aggregala  all'Arsenale  la 
chiesa  di  s.   Maria  della  Celestia,  di  cui 


VEN  3i5 

nel  §  X,  n.  i^,  ora  magazzino.  L'offici- 
na scultura  fu  stabilita  nel  iSao.  Ivi  si 
eseguiscono  tutti  gì'  intagli,  busti,  statue 
e  altri  oggetti  servienti  a  decorare  le  va- 
rie parti  interne  ed  esternede'na  vigli.  Nel- 
la parte  più  interna  dell'officina  de'  tor- 
nitori sorge  un  altare  con  ispalliere  e  gi- 
necei, e  vi  si  celebra  la  s.  Messa coll'inter- 
vento  di  tutti  gli  operai.  La  t.^  sala  d'ar- 
mi fu  così  ridotta  nel  iSiS:  essa  è  guer- 
nila  d'antiche  armi,  scarsi  avanzi  delle 
depredazioni  accadute  ne'  torbidi  tempi 
del  1797.  Fra'vari  oggetti  sono  da  os- 
servarsi. L'  armatura  di  ferro  di  Carlo 
Zeno  celebre  condolliere  delle  venete  ar- 
mi ,  cui  la  patria  ascrive  la  propria  sal- 
vezza nella  guerra  di  Chioggia  neli38o. 
L'armatura  del  senatore  BVancesco  Duo* 
do,  che  tanto  si  distinse  nella  guerra  di 
Cipro,  e  nobile  parte  ebbe  nella  ricorda- 
ta battaglia  di  Lepanto,  in  cui  comanda- 
va le  suddette  galeazze.  Il  raortaro  a 
bomba  costruito  di  corde,  cinto  di  ferro, 
e  foderato  di  cuoio:  è  questi  un  i.°  sag- 
gio dell'artigl  ieria,  dicesi, adoprato  da  Vit- 
tore Pisani  e  Carlo  Zeno  nell'espugna- 
zione di  Chioggia,  ma  forse  ha  servito 
anco  prima,  quando  neh 349  i  venezia- 
ni comandati  da  Nicolò  Pisani  presen- 
tnronsi  a'genovesi  presso  il  Capo  Alger  o 
Alghero  nel  marediSardegna,ed  ivi  speri- 
mentarono per  la  i  .^volta  gli  effiitli  dell'ar- 
tiglierie (dice  il  Cancellieri  neWeDisserta' 
zioni  epistolari  bibliografiche,  a  p.  232, 
che  si  conoscono  cannoni  di  sòia,  ed  a  Pe- 
rugia ve  n'erano  di  corda.  E  che  dimo- 
stra il  Fantuzzi  nt  Monumenti  Ravenna- 
ti, che  l'esercito  pontifìcio  faceva  uso  delle 
bombarde  neh 358,  più  anni  prima  del- 
la guerra  di  Chioggia,  nella  quale  certa- 
mente' le  praticarono  i  veneziani.  Delle 
bombardelle  usate  nella  guerra  contro  i 
duchi  d'Austria  nel  1 376,egualmente  po- 
co innanzi  alla  famosa  guerra  di  Chiog- 
gia, ne  fo  parola  nel  voi.  XIX,  n.i6).  Al- 
cuni oggetti  che  servirono  alla  barbara 
sevizie  di  Francesco  1  da  Carrara  signore 
di  Padova.  Spingarda  bellissicna  d'  esal- 


326  V  E  N 

lo,  diligeiile  e  penoso  lavoro,  clie  vuoisi 
opera  ci'  un  figlio  del  doge  Cicogna  ,  già 
nella  sala  d'anni  del  palazzo  ducale. 
Quallro  finissimi  bassorilievi  in  bronzo 
che  decoravano  il  sarcofiigo  dell'ammi- 
raglio Emo  nella  demolila  chiesa  de'Ser- 
vi.  Lama  dello  stocco  ,  che  col  berretto- 
ne benedetti  IN^icolò  V  mandò  in  dono  al 
doge  Foscari.  Altro  dello  Stocco  che  col 
lìerrellone  benedetti,  e  lo  ricordai  in 
quell'articolo,  furono  dati  da  Pio  II  al  do- 
ge Moro.  Vessillo  turco  preso  da'  veneti 
sidla  galea  del  comandaule  Ali  pascià  al 
combattimento  di  Lepanto. Lo  stabili  men- 
to di  s.  Daniele  nell'Arsenale,  è  una  casa 
d'educazione  marittima. L'isola  delleVer 
gini  era  il  bagno  marittimo  (ora  non  è 
più).  L'  Arsenale  per  l'artiglieria  di  ter- 
ra, neliSog  venne  segregalo  dal  reslan- 
le  dello  stabilimento.  Vi  è  un  parco  a 
palle  con  prospetto  architettonico,  ope- 
ra deli  58o.  Sei  vaste  sale  d'armi  sono 
decorate  a  dovizia  d'  ogni  maniera  d'ar- 
meria, alta  a  fornire  da  60,000  uomini. 
Quella  di  mezzo  è  da  riguardarsi  come 
sala  storica,  giacché  ivi  si  accoglievano  e 
festeggiavano  con  lauti  rinfreschi  i  sovra- 
ni e  altri  distinti  personaggi.  Mentre  il  se- 
nato slava  deliberando  sulla  guerra  inti- 
matagli dalla  lega  diCandjray,a't4  mar- 
zoiSog  l'Arsenale  soggiacque  a  terribile 
incendio,  avendo  preso  fuoco  la  munizio- 
ne da  guerra,  dando  fuori  con  ispaven- 
tosa  furia  e  tieoiendo  scoppio  e  fracasso, 
la  gran  quantità  di  polvere  che  vi  si  tro- 
vava. Arse  pertanto  nell'  Arsenale,  cana- 
pi, corde  e  pece;  arse  quantità  grande  di 
legname  da  galee  e  da  navi;  si  spezzarono 
molti  bei  pezzi  d'artiglieria,  e  molle  moli 
ed  artifizi  meravigliosi;arsero  miseramen- 
te uomini  e  cavalli  che  ivi  stavano  per  la- 
vorare le  polveri.  Dal  centro  di  si  orribile 
fornace  partendo  infiniti  grossi  ferri  e 
travi  accese  ,  andiuono  quelli  e  cjueste 
dal  furoie  del  fuoco  sospinte,  assai  lon- 
'  lane  a  cadere  sugli  altrui  tetti  delle  case, 
e  quale  accendevano  e  quale  sfondavano. 
Immensa  fu  la  costernazione  del  popolo, 


V  E  N 
immenso  il  danno  dell'erario;  e  quale  tri- 
ste augurio  assai  contristali  restarono  gli 
animi  de'veneziani.  Altro  memorabile  di- 
sastro d'  incendio  dell'Arsenale  avvenne 
nel  silenzio  della  notte  de'i  3  venendoli  i4 
settembre  1  56g,  che  ricavo  come  il  pre- 
cedente dagli/^/i«<^/Zi  Urbanìàe\cay.  Mu- 
linelli. Lo  scoppio  terribile  si  udì  all'  im- 
provviso, e  fu  così  strepitoso  che  s'intese 
oltremare  nell'opposta  costiera  d'  Istria. 
Apparvero  in  cielo  fiamme,  tremola  ter- 
ra, traballarono  le  case,si  aprirono  le  por- 
te, si  triturarono  i  vetri.  Tutti  spaventa- 
ti balzarono  da'Ietti,  i  più  timidi  piangen- 
do e  gridando  misericordia,  credendo  av- 
verato il  prognostico  in  antecedenza  pro- 
palato, che  in  Venezia  dovea  a  mezzo  set- 
lembie  accader  il  finimondo.  Molte  don- 
ne aborlirono,  altre  istupidirono,  altre 
impazzirono.  Cagione  di  (anta  sventura  fu 
il  caso,  il  quale  fece  accendere  200,000 
libbre  di  polvere  nelle  3  conserve  del  l'Ar- 
senale, benché  costrutte  di  pietra  viva.  Si 
accorse  all'Arsenale  per  frenar  l'impeto 
delle  fiamme  che  minacciavano  di  total 
distruzione  questo  nobilissimo  e  stupen- 
do edifizio.  Era  tutto  già  desolalo,  trovan- 
dosi le  conserve  convertite  in  profonda 
e  ampia  voragine;  rovinate  in  grin  parte 
dalle  fondamenta  le  mura  alti-sioìe  di 
cinta  che  guardavano  settentrione,  e  con 
esse  due  torricelle  da  vedetta;  distrutte 
le  tettoie  de' cantieri  delle  galere,  e  non 
poche  di  queste  incenerite  ,  dappertutto 
njucchi  di  rovine.  Rovinale  le  circostanti 
case,  in  uno  alla  chiesa  e  monastero  di  s. 
Maria  Assunta  della  Celestia;  gravi  danni 
patirono  i  conventi  di  s.  Francesco  della 
Vigna  ede'ss.  Gio.  e  l^aolo.  Morirono  cir- 
ca 6  persone.  Riparatosi  con  grandissima 
spesa  e  con  sollecitudine  all'inestimabile 
danno,  per  ovviare  simili  futuri  casi  ven- 
ne ordinato  di  non  più  conservarsi  la 
polvere  nell'  Arsenale,  onde  non  esporlo 
alla  totale  distruzione,  ma  bensì  nelle  va- 
rie isole  delia  Laguna  in  ajjposite  loriet- 
te,  come  dico  nel  descriveile.  Da  ulti(no 
fu  regolarizzala  la  comunicazione  del  por- 


VE  N  V  E  N                   327 

trKli  l\l.il:imocco,  ili  cui  nel  §  XVIII,  n.  verenfe  e  grato  dinanzi  a^Ii  eniinenli  per" 
38,  coir  Al  sellale;  mentre  nel  n.  3  del  §  sonaf^gi  che  vollero  ricord-ita  In  memo* 
}LVII  l'iuìr)  del  gran  can-ile  di  navigizic»-  ria  d'un  fedelissima  servitore  della  casa 
ne  militine  e  mercantile,  la  cui  linea  cor-  d'Austria.  La  marcia  Oanriolo  ,  espres- 
re  da  Porta  Nuova  deli'Arsenalestesso  fi-  sameute  composta  dalla  banda  di  mari- 
no a  Middmooco.  Si  legge  nella  Gazzella  na,  cliìiise  lo  spettacolo.  Gli  arsenalotti, 
di  J'enczhi  {.W  Itmedì  c)  agosto  18Ò8,  ri-  in  genei'ale,  furono  regalati  con  mezza 
prodotla-dd  n.  i83  del  Giornale  ili  Ilo-  giornata  di  pig^i;  ed  in  particolare,  con 
ina.  »  Nel  periodo  di  tre  anni,  oltre  varie  gralifioazioiii  largite  da  S.  A.  I.  Tutti  poi 
iniportaiili  costruzioni  e  lavori,  furonoco-  i  capi  de'diversi  rami  del  servizio  di  ma- 
sfruile  in  ((uesto  I.  U.  Arsenale  due  cor-  rina,  non  che  gli  ndiziali  generali  e  sta- 
vette  di  i."  rango  ad  elice,  della  forza  di  bali  in  pensione,  e  loslesso  sig."^  Girolamo 
23o  cavalli,  portanti  22  pezzi  in  batteria,  conte  Dandolo  (autore  della  lodata  ope- 
denominate  T  una  Arciduca  '  Federico,  ra,  La,  caduta  della  liepiibhlicadi  /'c/ze- 
d'indelebile  memoria  (nella  galleria  che  z/'/7J,(igliodidrillnstreammiragIio,eI)bero 
fiancheggia  la  chiesa  ile'cavalieri  iliMalla,  l'alto  onore  di  essere  ammessi  alla  men- 
ai cui  ordine  appartenne,  non  ha  molto  sa  imperiale,  e  colmati  da  quella  eccelsa 
si  collocò  un  monumento  a  suo  onore,  Coppia  delle  più  delicate  gentilezze  ". 
perchè  in  Venezia  visse  caro  a  tulli,  e  ivi  5.  Contigua  all'Arsenale  sorge  la  chie- 
pure  morì  compianto),  già  in  armamen-  sa  di  s.  Martino,  di  cui  nel  §  Vili,  n.  3. 
to;  l'altra,  Silvestro  conte  Dandolo,  lau-  Da  questa  chiesa,  costeggiando  le  mura 
ciata  in  acqua  sabato  scorso,  alla  presen-  dell'  Arsenale  ,  per  intricato  cammino  si 
za  delle  LL.  AA,  li.  l'arciduca  Ferdinan-  sbocca  sopra  altro  passeggio,  ottimo  per 
do  Massinuliaiio,  governatore  generale  l'ore  vespertine  nella  stagione  d'estate, 
del  regno  Lombardo- Veneto,  comamlan-  poiché  guardi  all'est,  ed  è  sempre  gio- 
ie superiore  di  marina,  della  serenissima  vato  dalle  brezze  del  mare.  Intendo  par- 
sila Sposa,  ilei  conte  di  Fiandra  (Filippo  lare  delle  cosi  dette  Fondamenta  Nuove, 
fratello  dell'arciduchessa),  ed  altri  distin-  prima  di  giungere  alle  (juali  incontrasi  la 
ti  personaggi  di  corteggio,  nonché  di  di-  vasta  chiesa  di  s.  Francesco  della  Vigna, 
verse  autorità  civili,  ecclesiastiche  e  mili-  presso  la  quale  era  il  palazzo  Gritti  ^ià 
lari.  Se  in  ogni  consimile  occasione  1'  Ar-  residenza  dell'apostolica  nunziatura:  ani- 
senale  era  aperto  al  pubblico  concorso,  bedue  descrissi  nel  §  K,  n.  27.  Poco  lun- 
in  questa,  per  ordine  di  S.  A.  I.  apposi-  gi  da  tale  chiesa  vi  ha  parecchie  fabbri- 
to  fu  l'invilo  a  condegnamente  festeggia-  che  di  conterie  degne  d'essere  visitate. 
re  il  nome  di  quel  patrizio  veneto  e  vice-  Ora, seguitando  per  le  Fondamenta  Nuo- 
ainmiraglio,  cotanto  stimato  pe'segnalali  ve,  per  una  angusta  calle  solitaria  si  vie- 
suoi  servigi  e  come  fermo  soldato,  e  co-  ne  a  sboccare,  per  la  via  della  Cirbaria 
me  i(nperltububile  marino,  e  come  finis-  delle  Tavole,  alla  Casa  di  Ricovero,  voi- 
Simo  diplomatico.  L'alto  e  delicato  con-  garmente  Ospedalelto,  ins.  Maria  de'Da- 
cc[)iuiento  non  poteva  in  fatto  meglio  relitti,  luoghi  iliscorsi  nel  §  XII,  n.  r4- 
soddisfare  a  tutto;  e  pienamente  il  coin-  Più  innanzi  e  sulla  piazza  de'S'*.  Gio.  e 
plesso  della  festa  vi  corrispose  perchè  scel-  P.ioto  ergesi  il  bel  monumento  equestre 
to  e  numeroso  fu  il  concorso,  decorosi  gli  di  Bartolomeo  Colleoni,  coli'ampio  e  ma- 
addubbi,  e  cosi  esalto  e  puntuale  il  varo,  gnidco  tempio  sagro  a  detti  santi  ,  oh' è 
da  ridestare  l'idea  che  perfino  quello  sca-  quasi  il  l^antheon  di  Venezia  pe' monu- 
fu,  nella  maestosa  sua  discesa  dallo  scalo,  menti  d'illustri  che  racchiude,  col  conti- 
fra  il  fragore  dell'inno  nazionale  e  de' re-  guo  convento,  convertito  in  ospedale  ci vi- 
pticali  urrà  degli  astanti,  si  inoslrasse  ri-  co,  insieinealla  propinqua  sontuosa  seno- 


328  V  E  N 

l>i  glande  di  s.  Marco,  ed  all'ospedale  di 
s.  Lazzaro  de*  Mendicanti.  Il  moniunen- 
fo,  le  3  chiese,  ed  i  pii  luoghi  descrissi  nel 
§  Xjn.ig, e  nel  §  XH,  n,i3.  Inoltre  lun- 
go le  Fondamenta  Nuove  s'innalza  la  no- 
bile chiesa  di  s.  Maria  Assunta  de'gesui- 
ti,  di  cui  nel  §  X,  n,  63.  Dalle  Fonda- 
menta Nuove,  ai  termine  loro  sulla  cos'i 
delta  Sacca  della  Misericordia,  insinuan- 
dosi fra  terra  trovasi  la  chiesa  di  s.  Cateri- 
na col  Liceo  Convilto,e  di  questo  e  quella 
parlai  nel  §  X,  n.  9.  Una  via  principale 
di  Venezia  è  quella  che  dalla  piazza  di  s. 
Marco  mena  al  ponte  di  Rialto,  congi un- 
gendo così  i  due  gran  centri  del  movi- 
n/ento  di  questa  città.  Appellasi  Merce- 
ria, perchè  da  ambo  i  lati  fiancheggiati 
da  botteghe  da  un  capo  all'altro,  le  più 
sono  di  merci,  coii>e  molte  di  mode,  mi- 
nuterie ed  altri  oggetti  di  lusso  o  di  co- 
modo. Continua  è  quivi  la  frequenza  del- 
la gente,  chi  per  provvedere  a'propri  bi- 
sogni e  capricci,  chi  passeggiando  per  di- 
letto ed  appagando  la  propria  curiosità 
nel  mirare  un'infinità  di  svariati  prodot- 
ti dell'industria  umana,  chi  semplicenjen- 
te  passando  per  quinci  dirigersi  per  le 
molle  vie  minori  ciie  in  questa  meUono 
capo,  o  per  varcare  il  ponte  di  Uialto  e 
procedere  all'altra  parte  della  città.  Per 
questa  via  incontrasi  primieramente  la 
chiesa  di  s.  Giuliano,  di  cui  nel  §  Vili, 
n.  26.  Una  porta  laterale,  dalla  Merceria 
inette  in  chiesa  s.  Salvatore,  che  sul  pic- 
colo campo  o  piazzetta,  che  si  voglia  di- 
re, del  suo  nome,  ha  la  facciata:  ne  tenni 
proposito  nel  detto  §,  n.  28.  Il  già  mona- 
stero attiguo,  ora  serve  di  caserma.  Qui- 
vi appresso  sorge  la  scuola  grande  di  s. 
Teodoro,  di  cui  nel  citato  numero.  Ter- 
n)ina  la  Merceria  col  campo  0  piazzetta  di 
s.  Bartolomeo,  che  giace  a  pie  del  ponte 
di  Riulto,  e  sul  quale  è  la  chiesa  allo  stes- 
so santo  dedicala,  descritta  nel  §  Vili,  n. 
25.  Da  tietto  campo  una  via  principale, 
che  a  certa  distanza  segue  il  corso  tortuo- 
so del  Canale  Maggiore  o  Canalazzo,  gui- 
da a  Caunaregio  o  CanaUegio,  sestiere 


V  E  N 

popolatissimo  e  quanto  mai  ameno  della 
città,  il  quale  colla  sua  punta  estrema 
guarda  a  tramontana  e  manda  al  margi- 
ne della  Laguna  per  Malghera  a  Mestre 
grossa  terra  e  capoluogo  di  disi  retto  a 
2  leghe  nord-ov(jst  da  Venezia.  Malghe- 
ra era  un  villaggio  fra  il  canale  dell'Ose- 
liiio  e  quello  di  Mestre,  presso  le  Lagune  : 
i  francesi, sotto  il  regno  Italico,  vi  eresse- 
ro un  folte.  Nell'anzidetta  strada  sem- 
pre folla  di  gente,  prima  s'  incontra  la 
chiesa  di  s.  Gio.  Crisostomo,  di  cui  nel  § 
Vili,  n.  40'  Più  innanzi  sorge  la  chiesi 
de'ss.  Apostoli,  descritta  nel  ricordato  g, 
n.  37.  Le  è  vicina  la  chiesa  della  Coiìfes- 
sione  Aiigitstana  eterodossa,  ossia  della 
comnnìùi  Evangelica  Protesta/ile.  Ne  fu 
architetto  il  Tirali,  e  fu  già  scuola  o  con- 
fraternita del  santo  Angelo  Ualfaello.  Ol- 
tre la  tavola  dell'altare,  beli'  opera  del 
R^izzi,  con  l'Angelo  Custode,  vi  è  un  qua- 
dro del  Salvatore;  figura  bellissima,  con- 
dotta da  Tiziano  in  avanzata  età,  secon- 
do il  Moschiiii.  Seguitando  incontrasi  la 
chiesa  di  s.  Sofia,  poi  quella  di  s.  Felice,  di 
cui  nel  §  Vili,  n.  36  e  35.  Viene  poi  la 
chiesa  di  s.  Fosca,  cui  succede  cpiella  di 
s.  Maria  Maddalena,  ambedue  desciitte 
nello  slesso  §  ai  n.  34  e  32.  Indi  s'in- 
contra la  chiesa  de'ss.  Ermagora  e  For- 
lunato,  volgarmente  s.  Marcuola,  e  l'al- 
tra di  s.  Geremia,  discorse  nel  §  Vili,  n. 
3o  e  2q.  A  ridosso  a  quest'  ultima  è  il 
palazzo  Labia  architettato  dal  Cominci- 
li, con  sala  dipinta  a  fresco  dal  Tiepo- 
letto,  di  paolesca  fantasia  e  felicità  d'ese- 
cuzione ,  fra  architetture  di  Girolamo 
Mingozzi  Colotmn.  Appresso  il  palazzo 
Manfrin,  con  ricca  galleria  di  scelle  ope- 
re de'più  glandi  maestri  d'ogni  scuola, 
ben  disposte  e  decorosamente  collocate 
imo  stanze,  la  più  cospicua  galleria  par- 
ticolare che  vanti  la  città,  formata  dal 
marchese  Girolamo.  Meritano  ricordo 
ora  soltanto  (giacché  è  posta  in  vendita, 
e  già  furono  alienati  vari  capi  d'opera), 
j  celebrati  dipinti  della  Deposizione  di 
Tiziano,  un  sollillo  di  Paolo,  un  cartone 


V  E  l\ 

ili  IiiìfTielIn  ec.  Le-^si  nel  Corriere  Ita- 
liano di  Veiie/.if»  ilei  i85a  de'  29  marzo. 
«  Menile  la  lìelln  Venezia  d'ora  in  ora 
si  va  spogliando  de'  capolavori  della  sua 
scuola  di  pittura,  passato  essendo  poco 
|)iìi  d'un  anno,  dacché  vedevasi  uscire 
dalla  nostra  città  lu  famosa  galleria  Gar- 
barigo,  edora  standosi  anche  per  perdere 
la  preziosa  raccolta  Manfrin,  riesce  pu- 
re di  conforto  vedere  che  uìenlre  dal- 
l'una parte  si  atterra,  dall'  altra  si  edi- 
fica . . .  vogliamo  dire  della  raccolta  Cor- 
rer ".  Della  quale  e  del  palazzo  che  la 
contiene,  ragionai  nel  n.  3  d1  questo  stes- 
so §.  Dopo  il  palazzo  Manfru»,  trovasi 
il  Palrizzo  Savorgnan,  poi  del  barone 
Gaivagna  (al  quale  stalo  presidente  del 
nuigistiato  camerale,  pel  suo  attivo  ze- 
lo, Venezia  dovette  in  altri  tempi  la  con- 
servazione di  tanti  capi  d'arie:  questa  è 
autorevole  testimonianza  d'un  Moschini), 
ed  ora  di  S.  A.  I.  il  duca  di  Modena,  che 
l'acquistò  da  e^^so,  architettalo  dal  Sardi 
nel  secolo  XV  11,  fu  quindi  dopo  ilr.°qt»ar- 
to  del  secolo  corrente  restaurato,  ed  ele- 
gaiilemente  abbellito,  anche  con  iscelta 
pinacoteca.  La  fronte  costruita  di  pietra 
istriana,  è  di  stile  secondo  il  gusto  dege- 
nerato nell'epoca  di  sua  erezione.  Però 
Sono  veramente  nobilissimi  1'  atrio  e  le 
scale.  Il  contiguo  gianlino  è  loilevole  per 
la  sua  ampiezza,  per  la  sua  bella  disposi- 
zione e  per  ricchezza  di  piante,  essendo 
imo  de'3  maggiori  giardini  di  Venezia, 
luenlie  gli  altri  due  sono  l'orlo  botanico, 
(li  cui  nel  X,  n.  47»  6  il  giardino  Papa- 
(lupoli,  discorso  nel  §  Vili,  n.  ^1  (in  os- 
>-c'quio  all'indimenticabile  Francesco  IV, 
il  cui  fu  intitolato  questo  mio  Diziona- 
rio ,  io  non  lascio  le  opporlunilà  per 
iiggiungere  nozioni  a  tuttociò  che  riguar- 
(1  1  l'illustre  Modena ,  come  per  ultimo 
l'i.'ci  nel  voi.  LXXXVI  ,  p.  49>  per  cui 
qui  registro  il  riferito  dal  Messaggere  di 
Modena  iWj  novembre  1 856,  riportato 
dal  n.  25f)  del  Giornale  di  Roma.  Nel 
d"i  precedente  mg."^  Alessandro  Franchi 
urcivescovo  di  Tessalonìca ,  internunzio 


V  E  iV  329 

apostolico  a  Firenze,  presentò  in  udien- 
za di  forokalità  all'arciduca  Francesco  V 
duca  di  Modena  il  breve  ponlilicio  coi 
quale  viene  accreditato  nella  medesima 
qualità  anche  presso  la  real  coi  le  Esten- 
se). All'  estremità  dì  questa  fonduinenla 
e  proprio  presso  al  margine  della  Lagu- 
na sta  edificata  lachiesa  dis.  Giobbe, una 
delle  più  pregevoli  di  Venezia,  che  de- 
scrissi, sempre  colle  proporzioni  di  que* 
st'arlicolo,  nel  §  X,  n.  47>  Uscendo  da 
essa,  passalo  il  ponte  di  tre  archi  che 
sovrasta  al  largo  rivo  di  Cannaregio  , 
s'incontra  il  Ghetto  degli  ebrei.  —  Su- 
periormente col  eh.  Meschini,  parlando 
dell'  isola  della  Giudecca,  dichiarai  che 
ivi  non  vi  ebbero  mai  soggiorno  i  giudei, 
benché  altrove  col  vocabolo  Giudecca  si 
disse  il  luogo  abitato  dagli  ebrei, e  lo  rile- 
vai nel  voi.  XXI,  p.  i8,elors'anchein  allri 
luoghi.  Sull' origine  dello  stesso  vocabo- 
lo può  vedersi  il  prof.  Piomanin,  Sloriadi 
Fenezia,  1. 1,  p.  46  ei5i.  Della  casa  in 
Venezia  de'catecumeni  discorsi  nel  §  XI 1, 
n.  7.  Della  slabile  dimora  degli  ebrei  in 
Venezia,  e  ilelle  leggi  loro  prescritte,  ri- 
peterò il  riferito  dal  Mulinelli  negli  Au' 
unii  Urbani  dì  ì'^enezia,  il  quale  ripro- 
dusse quanto  in  argOfnenlo  pubblicò  il 
Tentori:  Saggio  sulla  storia  civile^ poli- 
tica,ec.  degli  stati  della  repubblica  di 
J^enezia,  nel  t.  2,  dissert.  20.  Narrandoli 
cav.  Mulinelli  i  costumi  della  metà  del 
secolo  XV,  e  l'eccessivo  lusso,  tarlo  tre- 
mendo della  società,  la  repubblica  volle 
frenarlo  a  vantaggio  delle  famiglie  che 
si  depauperavano.  Fu  allora  che  gli  ebrei, 
nelle  cui  sole  mani  era  caduta  l'usura,  la 
cui  diligenza  e  destrezza  in  ogni  pecunia- 
ria operazione  erano  ben  note,  mostran- 
dosi sempre  solleciti  d'accorrere  là  dove 
avessero  potuto  ingrandire  le  loro  entra- 
te, si  permisero  di  fermar  stanza  in  Ve- 
nezia, sorvegliali  però  particolarmente  e 
retti  con  particolari  l<^ggi,  alìlnchè  ne'bi- 
sogni  de' cittadini  li  potessero  sovvenire 
dando  loro  denaro  ad  usura.  Fu  allora 
che  la  repubblica,  non  essendovi  ancora 


33o  V  E  N  V  E  ^' 
i  Dioriti  di  pietà  (f.),  uè  pubblici  ban-  venm  già,  come  taluni  Mciisaiio,  rial  gel- 
chi,  i  quali  (lessero  denaro  a  pieslito,  né  to  che  ivi  facevasi  di  mortai  e  di  canno- 
usurai  trovandosi  commiemerite  Ira'siioi  ni,  ma  forse  o  da  gheth,  che  presso  icai- 
cilladiiii,  deliberòe  per  sovvenire  i  [)Ove-  dei  e  i  rabbini  suona  gregge,  o  da  nglie- 
ri  ne'loro  bisogni,  e  ove  fosse  stalo  uopo  d/ili  in  ebraico,  e  in  siriaco  iighelto,  che 
anche  l'erario,  e  per  animare  il  giro  tan-  vale  Si/ingoga  o  Congregazione  (f.). 
todel  piccolo  qtiantodel  graiideconimer-  Questo  ri(lesso,ch'è(lell'eruditissimoGal- 
cio,di  richiamare  dall'esilio  l'ebraica  gen-  Iicciolli,  pure  celeL>rato  orienlalista,  sog- 
le:  ma  perchè  dovesse  riu)anere  sempre  giunge  il  Mulinelli,  viene  maggiorinen- 
incerta  di  sua  ventura,  e  in  questa  guisa  te  confermalo  nel  vedere,  che  peri'  Ita- 
non  potesse  ingrandirsi  né  commettere  lia  tutta  si  chiamò  sempre  il  recinto  as- 
l)arocchi,stabih  di  condurla  inVenezia  per  segnalo  agii  ebrei  col  nome  di  ghetto; 
un  determinato  tempo  chianialo <•o«r/o^  dalla  (pxai  voce  dinotante  il  giudaico  do- 
</7j' avveduta  misura  chedoveviuidonda-  micilio,  sempre  sozzo,  sempre  povero  iti 
leagrandissimogiovamentodella  repub-  apparenza  e  sempre  pulente  di  tai>fa,es- 
blica.Aiìlnchè  poi  gli  ebrei  fosserodislinli  ser  deve  certamente  venuta  l'italiana 
tla'cristiani,  venne  ordinato  che  dovesse-  guitto,  che  equivale  appunto  a  sucido,  a 
IO  portare  nel  mezzo  del  petto  im  segno  sciatto  e  a  sciamannato.  Sul  voi;abolo 
giallo,  mutato  poi  ora  in  una  berretta  G/ie«o,recintoo claustro israelitico, si  può 
gialla,  ora  in  un  cappello  coperto  di  ros-  vedere  il  voi.  XKI,  p.  33  :  certamente  ne 
so,  e  nnalmenle  in  un  altro  di  tela  cera-  riparlai  anche  in  altri  luoghi,  Piissati  a  • 
ta  (dunque  non  furono  i  soli  Papi  ad  e-  dunque  gli  ebrei  ad  alloggiare  nella  Gor- 
8Ìgere  tale  segno:  anzi  si  h'gge  nel  No-  tede  Calli,  s'impose  loro  di  pagare  a'{)ro- 
\aes.  Storia  di  Paolo  [V :  >■>  In  lloma  prielari  di  quelle  case  un  3.°  di  più  della 
separò  gli  ebrei  da'crisliani,  costringeu-  solita  pigione;  rimetlevasi  all'opposlo  a' 
doli  atl  abitare  rinchiusi  in  una  strada  padroni  disile  cise  stesse  il  pagamento 
conligua,  toa  divisa  dalla  città,  e  si  chia-  della  dt-cima  sopra  quel  3."  (nel  citato 
ina  il  Ghetto,  come  aveva  fatto  nella  sua  articolo  Ebuei,  dissi  del  /«v  gazagà  nelle 
capitale  la  repubblica  di  Venezia'.  vSi  può  case  chi?  godono  gl'israeliti  di  Roma,  il 
•vedere  pel  restola  biogratia  di  quel  ve-  quale  importa  non  solo  un  diritto  d'in- 
nerando  Sommo  Pontehce,  massime  nel  quilinato  ereditario,  ma  ancora  la  pen- 
Cne).iNon  potessero,  in  riverenza  d'Iddio  sione  regolata  che  non  può  accrescersi  a 
e  per  i'mleresse  della  città,  acquistar  uè  capriccio.  Questo  lo  notai  pure  nel  voi. 
case  uè  altri  possessi;  non  potessero  esercì-  L,  p.  293.  Ivi  e  nel  voi.  LX.XXlV,p.67 
tar  nessuna  arte  nobile,  fuorché  la  medi-  hunentai  1'  eccesso  dell'  odierne  pigioni 
Cina,  nessuna  manuale.  vSorpresotm  ebreo  senza  limite,  con  cui  sono  gravati  i  cri- 
a  giacere  con  donna  cristiana  ,  se  quella  stiani  ;  perciò  in  questo  inferiori  agli  e- 
fosse  stata  a)eretrice  di  liialto  ,  dovesse  brei,  a'quali  i  Papi  concessero  e  sosten* 
pagar  5oo  lire  e  rimaner  prigione  per  6  gono  il  jus  gazagà,  e  non  pertanto  so- 
mesi;  se  non  fosse  stata  donna  di  parli-  no  malmenati  ingiustamente  e  con  a- 
to,  dovesse  slare  in  carcere  per  un  anno  perla  ingratiludiue  da  qualche  scritto- 
e  pagare  parimenti  lire  5oo.  l'erdimo-  re).  Quiiidi  si  edificò  un  alto  muro  di 
ra  degli  Ebrei  (y.)  si  assegnò  loro  uno  cinta,  che  li  sep;irasse  allatto  dal  consor- 
de'piìi  pantanosi  luoghi  della  città,  cioè  zio  degli  altri  cittadini;  ivi  chiudevan- 
cerla  Corte  delle  C«///siluata  fra  le  con-  si  dal  Iramuuto  al  levar  del  sole,  allìdan- 
trade  di  s.  Girolamo  e  di  s.  Geremia,  nel  dosi  la  custodia  delle  due  porte  a  guar- 
sesliere  di  Canuaregio  ,  avvertendo  che  die  ciistiane  da  pagarsi  dagli  ebrei;  era 
il  uoine  di  G /ietto  dato  a  quel  sito,  nou     interdetto  che  uscissero  ne'  nostri  giorni 


VEN  VEN  3^1 
tuni'i  (la  quel  quarllere,  ne'di  cui  circo-  quelle  delle  scuole  clenoniinate  Spagnuo- 
stilliti  canali  si  facevauo  girare,  per  niag-  laeLevanlina.  Fal:)bricata  lai."  nel  i  6 55, 
gifjf  cautela,  notte  e  giorno  due  barche  forse  con  ilisegno  di  Longhena,  anibetlue 
armate;  non  potevano  avere  sinagoga  a  trovansi  nel  loro  interno  in  buona  forma, 
Venezia,  !)ensì  a  Mestre,  e  dar  dovevano  avendo  la  2.' decorazioni  di  alarmi  orien- 
sepoltura  a*  loro  cadaveri  in  un  incullo  tali.  Tutte  poi  sono  fornite  di  preziosi 
tratto  di  spiaggia  (le  tombe  degli  ebrei  paramenti,  e  di  copiose  Hibbie  tnss.,  an- 
sono  al  Lido,  poco  liuige  dulia  chiesa  di  co  antiche  e  assai  pregevoli.  Del  resto, 
s.  Nicolò,  e  niuna  merita  osservnzione.  alFerma  il  lodato  prof,  [iomanin,  gli  e- 
Da  ulluno  formarono  un  chiuso  di  tavo-  biei  furono  trattali  con  giustizia  e  difesi 
le  per  seppellirvi  i  loro  morti.  Non  man-  dalla  repubblica,  come  con  lui  dirò 
caiio  sparse  pel  Lido  antiche  lapidi  se-  nel  fine  del  dogado  yS."  nel  §  XIX,  nar- 
polcrali,  anzi  ve  ne  sono  pure  di  prote-  rando  pure  che  il  decreto  di  e-ipulsione 
stanti  che  vi  hanno  il  loro  ciniilerio).  Fa-  deli  571  fu  rivocato  nel  15^3.  Attraver- 
cendosi  però  dal  popolo  miserabile  ludi-  sato  il  Ghetto,  trovansi  3  rivi  quasi  dirit- 
brio  di  que' corpi  morti,  si  permise  che  il  ti  e  paralleli  ,  fiancheggiali  da  spaziose 
carnaio  fosse  chiuso  da  uno  stecconato.Ma  fondamenta  che  somministrano  amenis- 
rotta  la  barriera,  ne'Ninedì  di  settembre  simi  passeggi.  Su  queste  si  vede  la  chie» 
(che  descrivo  nel  §  XVill,  n.  i  i),  stando  sa  di  s.  Maria  Madre  dtd  Uedenlore,  cioè 
il  volgo  giocondo  in  gozzoviglia  in  quel-  delle  Cìippuccine  a  s.  Girolamo,  di  cui 
l'antico  cimiterio,  l'ebie  donne  cogli  e-  nel  §  X,  n.  66;  la  chiesa  di  s.  Alvise  di- 
bri  uomini  menavano  carole  disdioevoli  scorsa  in  dello  §,  n.  4'i  e  l'oniatissima 
sopra  quelle  lombe,  essendo  sempre  irri-  chiesa  di  s.  Maria  dell'Orlo  descritta  nel 
veienle  il  violare  le  spoglie  de'defunli  n,  38  del  medesimo  §.  Segue  la  già  scuo- 
(massime  alla  carila  cristiana  e  alla  sles-  la  grande  di  s.  Maiii  della  Misericor- 
sa  civiltà).  Oltre  tutte  (juesle  vessazioni  dia,  ora  deposilo  de' vestiti  militari,  e  la 
durissime,  e  altre  che  dirò,  pagavano  gli  prossima  chiesa  pi-iorale  e  ai)b;iziale  di 
ebrei  ogni  qualvolta  erano  nuovamente  tal  nome,  di  cui  ragionai  nel  §  IX,  n.  i. 
condotti,  ed  avveniva  ora  ogni  triennio.  Dal  suddetlocampodis.BartT)lomeo,var- 
or  ogni  quinquennio,  ed  ora  ogni  decen-  calo  il  ponte  di  Iiialto,  trovasi  a  piedi  di 
dìo,  grosse  somme;  però  dal  canto  loro  esso  la  chiesa  di  s.  Giacomo,  che  vuoisi  la 
non  cessavano,  come  dice  una  cronichet-  i.'  fondata  in  Venezia,  di  cui  nel  §  Vili, 
ta,  di  mangiare  tutto  il  paese,  lauta  uti-  n.  5g,  e  nel  §  XIX,  n.  2.  Di  fronte  a 
lilà  cogliendo  da  poter  bene  paziente-  questa  chiesa  è  la  rinoniata  statua  del 
mente  comportare  le  angherie  molle  di  così  dello  Gobbo  di  Ridilo  sorreggente 
cui  venivano  gravali.  Ma  se  costoro  ec-  una  scalcila  che  mette  alia  sommità 
cessivamentelucr.'ivnno, nonrislavunogià  d'  una  colonna  corta,  sulla  cpuile  un  co- 
i  veneziani  di  rifarsi  alle  loro  spese,  giac-  mandador  a  teiu\w  óeììa  repnldjlica  ne 
elle  facendo  legge,  dato  il  bisogno  e  Toc-  bandiva  le  leggi,  facendo  il  simile  altro 
e. isione,  di  non  condurli  più,  terminala  coinandador  sulla  Piazzetta,  montalo 
che  fòsse  la  condotta,  accadeva  che  poco  sulla  pietra  perciò  della  del  bando.  La 
dopo  si  abrogasse  il  decreto,  e  che  gli  e-  spaziosa  via  che  fiancheggia  il  campo  o 
brei  fossero  ricondotti  per  una  maggior  piazza  aperta  dinanzi  a  questa  chiesa,  e 
somma  di  quella  che  aveano  sborsalo  corre  fra  le  cosi  dette  Fabbriche  eret- 
perlacondolta  precedente.  Il  Ghetto  dou'  te  dallo  Scarpagnino,  là  dove  queste  (i- 
que,  ove  fin  dal  i5i6  dimorano  gli  ebrei,  niscono  si  divide  in  due  che  sono  delle 
è  diviso  in  Nuovo  ^  Nnovissimo  e  ree-  principali  dellacitlà;  seguendo  quella  che 
c/wo.Vi  sono  7  j/Wg^og/ie,  primeggiando  piega  a  ruau  sinistra,  presto  trovasi  la 


33.1  YEN  YEN 
chiesa  fli  «.  Gin,  Elemosinano,  tlella  qua-  siano  (nella  conliada  di  tal  nome  vi  nyen 
Je  nel  §  Vili,  n.  5b  tiallai.  Poco  da  qne-  il  palazzo  di  Caterina  Cornalo  regina  di 
sia  di^coMto  sorge  la  chiesa  di  s.  SiUe-  Cipro,  ove  mori  neli5to:  una  delle  vie 
suo,  già  di  giurisdizione  del  patriarca  di  della  contrada  slessa,  in  sua  memoria  fu 
(ìiiido,  che  risiedeva  nel  propinquo  pa-  chiomata  calle  della  Regina,  e.  \o  è  tut- 
Iriaichio,  lutto  narrato  nel  dello  §,n.  56.  torà);  poi  a  quella  di  s.  Maria  /Mater  Do- 
V\\\  innanzi  s'  incontra  la  chiesa  di  s.  A-  mini,  ed'arobedue  si  può  vedereil  §  YllI, 
poDinare,  recenteuieiite  riaperta,  di  cui  n.  49  e4B.  Benché  più  lungi  questa  via 
nel  §  Vili,  n.55;  ecpiindi  d  leinpiodi  s.  prosegue,  l'afiluenza  del  popolo  si  alien- 
Paolo,  di  cui  pure  nel  §  Vili,  u.  5o.  In  la  in  campo  a  s.  Giacomo  dall'Orio,  la 
que&lo campo  di  s.  Poloesid  suo  rivo  vi  è  cui  chiesa  descrissi  nel  §  Vili,  n.  46. 
il  Palazzo Mocenigo  già  Coinaro,-Avdì\-  6.  Dalhi  piazza  maggiore  tli  s.  Marco 
Iellato  con  mollo  ingegno  da  Sanmiche*  partono  due  altre  vie  principali.  L'una, 
li,  che  lo  fece  apparire  regolare,  ad  onta  uscendo  pel  così  dello  Campiello  o  Piaz- 
che  di  pianta  irregolarissima  ,  circa  il  zelta  de'  Leoni,  verso  sud-est,  incammi- 
I  548.  [jC  Fahbriche.  di  Venezia  ci  dan-  nasi  al  ponte  dello  di  Canonica  o  di  s.  A- 
no  due  tavole  col  prospello  e  le  parti  e-  pollonia  ,  presso  al  quale  elevasi  il  Po- 
steme spiegale  dal  Dieilo.  Lo  dice  magni-  lazzo  Trevixan  poi  de' Crz/^je/Zo,  magni- 
fico, d  aspello  maestoso  e  imponente,  il  fico  e  grande  edifizio,  disposto  con  cnol- 
quale  hen  più  che  in  disegno,  si  fa  co-  ta  eleganza, ed  incrostato  di  marnji  orien- 
spicuo  in  natura  per  la  forza  de'  rilievi  tali:  annunzia  l'epoca  delia  buona  archi- 
che  nefannospiicaiesopramniodo  le  par.  lettura,  come  si  vede  nel  prospetto  sul 
ti.  A  malgrado  del  molto  nunierode'pia-  rivo  della  Canonica,  presso  le  Fabbriche 
ni  ne'quali  è  ili  viso,  cioè  6,  serba  non  per-  f// /^c«ez?'«,  illustralo  dal  Selva.  Dalla 
tanto  un  carattere  di  grandiosità  non  co-  patrizia  famiglia  Trevisan  passò  in  quel- 
iMune,  prodotta  dalla  ben  inlesa  distri-  la  de'Cappello,  ma  non  fu  domicilio  del- 
buzione  delle  parli,  e  dalla  convenienza  la  famosa  Bianca  Cappello  figlia  dell'ac- 
de'Ioro  ornamenti.  Procedendo  più  oltre  (piirenle  Bortolo,  come  avverte  il  Zanot- 
eccoil  vasto  e  magnifico  tempio  di  s.  Ma-  lo  contro  l'asserzione  del  Selva.  Bortolo 
ria  Gloriosa  de'Frari,  fra 'cui  monumen-  prima  abitava  a  s.  Cassiano  in  un  palaz- 
ti  sonovi  quelli  di  Canova  e  Tiziano:  l'a-  zo  di  stile  lombardo,  che  si  vede  di  die- 
diacenle  amplissimo  convento  serve  ora  tro  nel  rivo  di  Carampane.  Ivi  Bianca  fug- 
ali' Archivio  generale.  Di  tutto  feci  de-  gì  con  Pietro  Bonavenluri,  che  avea  l'a- 
scrizione nel  §  X,  n.  21.  Dietro  la  chie-  hitazioue  vicina.  Bortolo  comprò  poi  nel 
sa  sorge  l'altra  di  s.  Rocco,  e  la  prossima  i577,  o  meglio  Bianca  slessa,  il  palazzo 
omonima  scuola  grande,  meraviglioso  e-  Trevisan,  e  [)erciòiimanzi  ch'essa  divenu- 
difizio:  d'ambedue  ragionai  nel  §  XIII,  la  mogi  ledi  Francesco  M.', nel  iSyg  fosse 
n.  5.  Poco  lontano  s'  incontra  la  chiesa  coronala  granduchessa  di  Toscana  (F.). 
d'i  s.  Panlaleone,  di  cui  nel  §  Vili,  n.  64.  Laonde  ella  qui  non  abitò  mai,  per  non 
Pi  ocedendo  per  lo  spazioso  e  allegro  cam-  cser  toinala  a  Venezia  mai  più,  moren- 
po  di  s.  Margherita,  trovasi  la  chiesa  di  do  in  Fnenze  nel  1587,  do()0  averlo  do- 
s.  Maria  de!  Carmine,  e  la  contigua  seno-  nato  al  fratello  Vittore,  e  Bortolo  mancò 
la  della  confraternita  dello  slesso  nome,  poi  a'vivi  nel  1 5q4.  Bianca  dichiarata  fi- 
descritla  questa  nel  §  XIII,  n.  7,  e  quel-  glia  della  repubi)lica  di  Venezia,  donata 
la  nel  §  X,  u.  69.  Ripigliata  la  via  priu-  dal  Papa  della  Rosa  d'oro  benedella,  dì' 
eipale,  al  termine  delle  Fabbriche  di  Rial-  venne  favorito  argomento  alle  narrazio- 
to,  conduce  essa,  pel  campo  delle  Becche-  ni  e  fantasie  degli  storici,  de'poeli  e  de' 
rie,  priraieramente  alla  chiesa  di  s.  Cas-  novellieri.  Questo  edifizio  è  diviso  in  due 


V  EN 

separate  nbitazìoni;  quindi  duplici  sono 
gl'iiigi essi  da  lena  e  d'acqua;  questo  dal- 
1  arcu  di  mezzo  e  da  quello  a  dettra;  gli 
altri  da' due  furi  rettangolari,  frapposti 
ad  essi  due  ardii,  uiediante  un  ponte  che 
attraversa  il  rivo.  Il  3. °a  sinistra  introdu- 
ce ad  una  vasca,  delta  vulgartnente  Ca- 
vana, profonda  quanto  il  rivu,  e  ch'è  un 
utile  ricetto  per  custodire  le  burelle.   Il 
prospello  che  Le  Fabbriche  di  f  eneiia 
produssero  nel  t.i,è  pioptìaniente  quel- 
lo il  quale  si  eleva  sul  rivo  dello  fZ/Prt- 
^</zzo,  e  così  denominalodal  palazzo  Du- 
cale die  s'innalza  al  margine  destro  di  es- 
so rivo.  Ora  il  basamento,  le  cornici  prin- 
cipali e  secondarie,  i  ballatoi  molto  spar- 
genti sostenuti  da  mensoloni,  ed  ogni  al- 
tra parte  aggettante  di  (juesto  prospetto 
è  di  mai  ino  istriano  lavorato  con  somma 
diligenza,  e  gl'inlerposli  spazi  sono  inve- 
stili degi  accennati  marmi  greci  ed  orien- 
tali. A  cotanta  sontuosità  si  bramava  dal 
Selva  congiunta  una  più  esatta  simme- 
tria ed  euritmia  ;  ma  riflettendo  che  il 
passaggro  dal  pessimo  al  perfetto  non  può 
eirettuarsicheagradi,  volle  scusarne  l'au- 
tore, eh'  esser  deve  uno  de'Lombardi,  o 
Guglielmo  Bergamasco,  ed  anzi  essere  a 
tali  autori  obbligati  d'aver  i  primi  scosso 
il  giogo  della  barbarie  nella  quale  sta- 
vasi  involta  la  bell'arte  deirarchitellura. 
Inoltre  Le  Fabbriche  di  Fenezia,  del  pa- 
lazzo già  de'Trevisani  a  s.  Maria  Formo- 
sa ci  dierono  nel  l.  2  una  tavola  aggiun- 
ta, illustrata  dal  Diedo.  Dice  questo  sa- 
piente: »  La  bellissima  nostra  patria  Ve- 
nezia, solo  pari  a  se  stessa,  olTre  nella  co- 
pia de'fabbricati  suoi,  per  istile  e  caratte- 
re fra  se  diversi,  una  varietà  meraviglio- 
sa, per  cui  a  parlare  il  linguaggio  poe- 
tico, si  direbbe  che  ove  trionfa   la   ma- 
gnificenza  del  carme,  ove  la  gentilezza 
dell'idillio:  varietà  che  diverte  e  trattie- 
ne l'occhio  mai  stanco  ed  occupalo  dalla 
noia,  essendo  certo  che  niuno  spettacolo 
può  tornare  più  gradilo  del  veder  succe- 
dere nella  lunga  fila  degli  edifizi  che 
quinci  e  quindi  si  specdiiauo  nell'acque 


YEN  333 

del  gran  Canale,  l'arabo  gusto  al  more- 
sco, il  saiisovitiiuno  al  lombardo,  la  gret- 
tezza dar  luogo  all'iiiiiea  liiidura  e  sem- 
plicità, e  questa  confondersi   e   perdersi 
nel  nien  talor  castigato,  ma   non  i.neno 
incantevole  per  estrema  dovizia  che  in- 
clina  al   decadimento.  11  pros|)etto   che 
andiamo  a  descrivere  è  di  <piel   genere 
temperalo,  su  cui,  dopo  aver  sospese  le 
ciglia  per  lo  stupore  mirando  le  moli  co- 
spicue e  imponenti  de'Grimani,  de'Cor- 
naro,  de'Contarini,  de'Foscari,  giova  ab- 
basscirle  e  rivolgerle  come  a  dolce  ripo- 
so, suir  inimitiibdi  grazie  lombardesche. 
E  di  tali  grazie  ci  sembra  ne  dia  un  bel- 
l'esempio que>ta  leggiadra  facciata,  ope- 
ra appunto   di  Sanie  Lombardo".   Co- 
mincia dal  lodare  la  porta  d'ingresso  al- 
la casa  appiedi  del  poule  traversante  il 
rivo  che  ad  essa  vi  mette  dal  campo,  e 
provvede  del  pari  all'ingresso  per  la  par- 
te d'acqua,  insieme  congiungendo  le  3  di- 
verse aperture,  e  forma  tale  un  comples- 
so che,  senza  deviar  dalle  regole  dell'u- 
nità, fornisce  soggetto  a  un  contrasto  non 
disaggradevole  di  forme.  Ornalissime  so- 
no le  finestre  tutte  de'piani;  magnifica  la 
modiglionala  cornice  che  corona  degna- 
mente la  fabbrica. Tuttocompartealgen- 
tile  prospetto  il  carattere  della  più  squi- 
sita eleganza.  Procede  poi  la  via  diretta- 
mente al  campo  di  s.  Zaccaria,  sul  quale 
innalzasi  la  chiesa  a  (piel  santo  dedicata, 
di  cui  nel  §  X,  n.  3,  una  delle  migliori  del- 
ia cillà.  Quindi  succede  la  chiesa   di  s. 
Giorgio  de'greci,  già  residenza  dell'arci- 
vescovo di  quella  nazione   e  rito,  come 
narrai  nel  §  XIII,  n.  g.  Poi  viene  la  chie- 
sa di   s.  Àntoniuo  discorsa  nel  §  Vili,  n. 
5]  e  indi  la  chiesa  de'ss.  Giorgio  e  Tri- 
fone della  scuola  e  nazione  degli  schiavo- 
ni,  descrilta  nel  §  XIII,  n.  8. Retroceden- 
do è  la  chiesa  di  s.  Lorenzo  col  contìguo 
stabilimento  della  Casa  d'  Industria,  co- 
me dichiarai  nei  §  X,  n.  4-  Finalmente 
si   giunge  al  campo  di  s.  Maria  Formo- 
sa, sul  cjuale  sorge   la  chiesa  di  tal   no- 
me, della  quale  tenui  proposito  nel  §  V 11 1, 


334  V  E  N 

u.  y.  Il  suocainpo  contiene  il  pa Lizzo Priu- 
li,  archilettiira  del  Manopola  con  faccia- 
la eieganleniente  adorna;  ed  il  palazzo 
MaIipiero,arcliiletluia  di  Sante  Lombar- 
do ,  pure  con  prospello  mollo  elegante, 
incrostato  di  fini  marmi.  Passalo  un  pon- 
te si  arriva  al  Palazzo  Griinanì  a  s.  Ma- 
lia Formosa,  con  ampio  cortile  di  stile 
sanmiclielesco,  lutto  adorno  d'antiche  o- 
pere  d'arte  e  di  greche  e  Ialine  iscrizioni, 
ed  in  cui  si  ammira  la  statua  colossale 
di  Marco  Agrippa,  argomento  a  tante  dot- 
te ricerche  ,  ed  eziandio  celebrata  e  de- 
scritta dal  celebre  E.  Q.  Visconti.  Porta 
scolpito  in  lettere  latine  il  greco  nome 
del  suo  arlefice  che  fuEro,nome  non  igno  • 
to  alla  storia  dell'arti  greche.  Molle  ric- 
chezze d'aite  erano  in  cpiesto  palazzo, 
che  poteva  chiamarsi  tempio  o  museo 
delle  belle  aiti,  eil  altrove  recate;  tutta- 
via ne  conserva  ancora  alcune  altre,  non 
più  essendovi  la  maggior  parte  delle  rife- 
rite dal  Moschini.Pertanto,ascesa  la  scala 
a  lumaca, nel  i.°luogo  vi  èammirabile  una 
belli«isima  statua  greca,  che  sembra  rap- 
pre'sentare  un  oratore  nell'atto  di  rispon- 
dere dalla  tribuna.  Sorprendono,  sì  per 
l'eleganza,  si  per  la  bellezza,  in  una  stan- 
za, gli  slucciii  e  dipinti  che  si  condussero 
da  Giovanni  da  Udine.  Vi  è  presso  uno 
stanzino  pure  d'ornalissimi  stucchi,  con- 
dotto dal  medesimo  Giovanni  da  Udine 
nel  I  5.^9.  La  scala  ha  il  so(ììllo  condotto  e 
dipinto  dal  Zucca ro.  Va  però  rammentala 
con  Le  Fabbrìclie  di  ì'eaezìa  la  porta 
d'ingresso  del  palazzo  dichiarata  dal  Die- 
do,  il  quale  parla  di  questo  celebralissimo 
edifizio,  limitandosi  alla  descrizione  della 
porta  d'ingresso,  del  Sanmicheli,  per  co- 
inun  consenso.  Nobilissimo  n'è  l'insieme, 
regolari  le  sue  proporzioni ,  ingegnoso 
l'innesto  delle  parti  ornale  alle  rustiche; 
tulio  elegante  e  decoroso.  Leggiadra  è  la 
(Ineslra  sovrapposta,  ingentilita  da  due 
colonne corinlieco'loro  sopra-ornati.  L'o- 
pere di  scultura  sono  messe  acconciamen- 
te a  tributo,  su'  lati  per  dilatare,  e  sulla 
cima  per  beu  concludere  la  corjaposìzio* 


V  ÌE  iV 
ne,co'3  busti  che  vi  sono  locati.  Loslem- 
ma  Grimanì,  ornato  dell'insegne  car- 
dinalizie,  è  circoscritto  da  ricca  corni- 
ce a  intaglio,  e  non  può  meglio  figu- 
rare. —  L'altra  via  che  esce  dalla  piaz- 
za di  s.  Marco  all'angolo  tra  le  Hro'.:ura- 
lie  nuove,  e  la  nuova  fabbrica  del  Palaz- 
zo Pieale  ,  dirigendosi  a  ponente,  mena 
primieramente  alla  chiesa  di  s.  Moisè,  di 
cui  nel  §  Vili,  n.  I  5.  Più  avanti  sorge  la 
chiesa  di  s.  Maria  Zobenigo,  poco  distan- 
te quella  di  s.  Maurizio  ,  alquanto  più 
lungi  l'altra  di  s.  Stefano,  e  da  questa 
poco  discosta  la  chiesa  di  s.  Vitale,  lutte 
descritte  nel  §  Vili,  ne'o.  16,  1 7,  52, 1 8. 
Tornando  di  colà  pel  campo  di  s.  Angelo, 
e  per  la  chiesa  di  s.  Benedetto,  di  cui  nel 
n.  2  I  di  dello  §,  si  viene  a  s.  Luca,  chiesa 
pure  in  esso  discorsa  nel  n.  1^;  e  per  tor- 
tuosi calli  si  giunge  al  campo  di  s.  Fanti- 
no, sul  quale  sorgono  3  cospicui  edilizi, 
il  teatro  la  Fenice,  che  descrivo  nel  §  X.V, 
n.  t,  la  già  scuola  dis.  Girolamo,  ora  re- 
sidenza (lell'Aleneo,  e  la  chiesa  di  s.  Fan- 
lino,  fabbriche  e  scientifico  stabilimento 
de'quali  ragionai  nel  §  Vili,  n.  23.  Ma 
percorrendo  le  vie  principali,  dice  il  ve- 
neto Dizionario,  non  tulli  i  principali 
monumenti  di  Venezia  cadono  solt'  oc- 
chio, ned  è  possibile  in  una  escursione 
raccoglierne  le  notizie;  imperocché  giuita- 
menle  osservarono  intelligentissimi  e  il- 
lustri viaggiatori,  esser  nell'altre  città  i 
parli  dell'arti  belle  con  parca  mano  di- 
stn!:)uiti,  ma  in  Venezia  sono  ammontic- 
chiali e  tale  da  confondere  pel  numero, 
la  varietà  e  l'importanza  la  mente  più 
capace.  .Se  nonché  molto  pur  dovendosi 
passare  sotto  silenzio,  in  questa  escursio- 
ne per  la  topografia  de'Iuoghi  che  non  si 
percorrono,  ne'quali  già  ne  descrissi  gli  e- 
difizi  sagri  esistenti  e  non  più  esistenti, 
dirò  col  medesimo  Dizionario,  non  do- 
versi tacere  di  ricordo  la  chiesa  dis.  Ni- 
colò di  Tolentino,  il  cui  convento  ora  è 
caseroja  militare,  discorsi  nel§  X,  n.  58  ; 
le  chiese  di  s.  Marziale,di  s.  Barnaba, del- 
le quali  può  vedersi  il  §  Vlil  ne'u.  33  e 


VE  N 
65;  quella  di  s.  Gio.  Evangelisln,  dì  cui 
liei  §  XIII,  n.  2;  dis.  ToiDinaso,  descrit- 
ta nel  §  Vili,  n.  5i;  di  s.  Maria  de'  Mi- 
racoli, delia  quale  nel§  X,n.  53;  di  s.  Gio. 
Laltisla  de'Calecumeiii,  col  pio  luogo  nar- 
ralo nel  §  XII,  n.  7  ;  di  s.  Gio.  in  Oleo, 
e  dis.  Gio,  Decollalo,  descrille  nel  §  Vili 
ne'n.  i  1  e  45;  di  s.  Maria  della  Consola- 
zione, della  la  Fava,  di  s.  Francesco  di 
l'aola,  di  s.  Teresa,  dello  Spirilo  S.uito, 
tulle  descrilte  nel  §  X,  ne'n.  78,  64,  70 
e  5i.  Inollre  devon.si  in  hreve  descrive- 
re i  scgiienli  palazzi.  Quello  àc  Contai  ì- 
ìd  a  s.  Liua,  nel  sesliere  di  s.  Marco,  è 
un  ediCzio  di  mollo  pregio  per  l'elegan- 
za, purità  di  lavoro,  e  finezza  de'niuiuii, 
dello  siile  de'  Lombardi  e  che  manifesta 
il  risorgimento  del  buon  gusto.  Le  Fab- 
briche (li  f'enezia  olTiono  il  pruspelloilel 
pala7zo  sul  livo  delle  Poste,  il  Diedo  fa- 
cendone rilevare  i  pregi,  dice:  >»  All'  e- 
k'ganza  delle  parti, alla  venustà  degli  ac- 
cessorii,  alla  manieia  dì  legare  le  cor- 
nici col  parapetto  de'poggiuoli,  agli  uni- 
ci pilasiii  posti  in  ciascun  piano  sugli  an- 
goli a  fiancheggiar  V  edilizio  ,  alla  ric- 
chezza degl'intarsi  nobduiente  sparsi  a 
foggia  di  cammei  e  di  labelle  ne'  fregi  e 
iie'campi,  all'insegne  gentilizie,  corredale 
(la  emblematici  ornauienti,  scorgi  senza 
inganno  un'opera  sorella  a  molle  altre, 
ammirate  quali  foriere  del  leggiadro  cin- 
quecento". La  distribuzione  n'è  regolaris- 
sima,  né  per  questo  esclude  l'amabile  ;/&- 
lieta.  Tulio  questo  prospelto  riluce  di 
iGni  marmi,  e  si  dislingue  per  isquisilez- 
sa  d'esecuzione  che  lo  fa  vieppiù  gustare 
in  natura  ove  le  parti  si  vestono  di  mag- 
giore rotondità,  e  spariscono  quelle  che 
ia  disegno  sembrano  secchezze.  Le  Fab- 
briche di  fentzia,  con  illustrazione  del- 
lo sfesso  Diedo,  ci  danno  la  loggia  nel 
giardino  del  palazzo  Zanobrio  a'Carmi- 
ni*  La  doviziosa  fumi"lia  di  Jal  cognome 
ad  ofiiire  il  disegno  d'  un  edifizio  ,  che 
posto  nel  fondo  del  suogioidino  facesse 
scena  e  insieme  prospcllo  alla  casa,  vi  e- 
reisc  UD  paiazziuochc  accoppia  per  ruta 


V  E  N  335 

guisa  la  comodità  all'eleganza.  Perchè  di- 
viso a  due  piani  con  sala  nel  mezzo  ,  lar- 
pa  quanto  la  loggia,  e  quindi  nel  bassu 
un'ampia  stanza  quadrala  pel  giardinie- 
re ,  indi  la  scala  e  altri  luoghi  fornisce 
al  giardiniere  un  asilo,  ed  un  ricello  alte 
cose  perliiienli  al  giardino.  Nel  pianter- 
reno sporge  una  loggia  adorna  di  6  co- 
lonne d'ordine  ionico.  Il  piano  superiore 
presenta  un'amena  terrazza.  La  parte  di 
mezzo  fa  di  se  gentil  mostra  con  4  lesene 
corintie  addossale  al  muro.  Non  n)ancaa 
sì  bel  complesso  la  decorazione  d'alcune 
slalue  ,  che  giudiziosamente  inlrodolle 
corredano  la  parie  più  ornata  dell'edifi- 
zio.  Il  palazzo  Dona  sulle  Fondamen- 
ta Nuove,  che  si  crede  disegnato  da  fia 
Paolo  Sarpi.  fi  palazzo  Emo,  ora  Treves 
as.  Moisè,  ornalissimo  per  dipinti  e  su- 
perbo di  due  slalue  in  marmo  ccjlossali 
ti' Aiace  ed  Ellore,oscile  dallo  scarpello  di 
Canova.  Il  pala?.zo  Loredan  a  s.  Stefano, 
eretto  intorno  alla  metà  del  secolo  XI V  e 
rifabbricalo  nel  fine  del  XVI,  in  cui  ri- 
sietleva  il  comando  generale  della  cillà  e 
fortezza  di  Venezia,  il  quale  da  ullimo  fti 
Irasferilo  sulla  riva  degli  Schiavoni  (es- 
sendo ora  con)andaule  della  cillà  e  ibr- 
lezza  di  Venezia  il  barone  Lcderer),  ed 
invece  l'occupò  la  regia  delegazione  pro- 
vinciale, che  prima  stava  nel  palazzo  Cor- 
rer della  Cà  Grande,  come  dissi  nel  n.  [ 
di  questo  §.  Il  palazzo  Pisani  a  s.  Stefano 
pure,  edifizio  magnifico,  vasto  e  ricco.  Il 
già  palazzo  Minclli  a  s.  Palerniano,  nel 
sestiere  di  s.  Marco,  con  rinomatissima 
scala.  E  questa  un  cilind  ro  di  1 3  piedi  di 
diaHieIrocon  nocciuolonel  mezzo,  como- 
da della  salila,  con  pianerottoli  ad  ogni 
appartamento,  la  cjuale  finisce  in  cupola. 
La  metà  di  sua  circonferenza  verso  la  cor- 
te è  traforata  a  piccole  arcale,  sostenute 
da  colonne,  che  seguono  l' inclinazione 
della  scala.  L'  opera  lulla  di  pietra  d'I- 
stria, è  del  secolo  XV:  sì  esalta,  sì  solida, 
che  non  ne  traspare  alcun  danno.  Qui 
presso  è  il  campo  di  s.  Luca,  che  dicono 
i'  omhilico  di  J  c/it2i/V/,ossia  il  centro  della 


336  V  E  N 

città,e  dal  vicino  ponte  del  Lovo  sì  arriva  a 
s.  Salvatore. — Possiede  Venezia  in  gran- 
dissima (juantità  rare  pitture,  sculture, 
libri,  stampe,  antichità,  collezioni,  rac- 
colte d'  ogni  genere  :  oltre  alle  copiose 
già  roentovale,  ricorderò  quelle  die  sono 
iie'seguenli  palazzi  e  case,  (iiovanelli,  gal- 
leria con  copia  di  scelti  dipinti  d'  ollioii 
maestri.  Gradenigo,  ricchissima  raccolta 
di  medaglie  greche  e  romane,  ed  alcune 
sorprendenti  per  la  loro  rarità. Scliiavoni, 
Teotochi-Albrizzi  (poco  distante  dal  già 
soggiorno  del  conte  Cicognara,  e  perciò 
già  ricchissin)o  di  pregiale  cose  di  belle 
arti,  fi  a  le  quali  due  busti  in  marmo  scol- 
piti da  Canova),  dove  s' ammira  la  testa 
d'  Elena  in  niarmo,  dono  di  Canova  alla 
conlessa  Isabella  Teotochi-Albrizzi,  che 
ne  avea  descritte  le  opere,  siccome  lette- 
rata slin)ata.  Giova  ricordare  eziandio  la 
copiosa  raccolta  di  C.Piicchetti  nel  palazzo 
Marcelloalla  Maddalena,  e  quella  di  Cle- 
luenleBerdutoa  S.Zaccaria. Eguali  raccol- 
te,mu8ei  e  gallerie  sono  in  cenl'altri  luo- 
ghi della  feconda  città  delle  cose  meravi- 
gliose, oltrequelle  cheaiidai  descrivendo. 
Il  Sansovino  nella  sua  Vciielìa ^cilici  no- 
Ijilisiiijìaet  singolare, co\\'ai^'^\iiiile  dello 
Stringa  e  del  Martinioni,  riporta  la  de- 
scrizione dell'  antiche  raccolte  o  sludi 
d'anticaglie,  gallerie,  musei,  sludi  di  mu- 
sica e  di  arme,  riprodotta  a  p.  435  e  seg. 
dal  Mulinelli  ne'suoi  Aimali  Lrbanidi 
Venezia.  Principalissimo  a'tempi  de'no- 
minali  scrittori  era  lo  studio  d'anticaglie 
e  medaglie  del  patriarca  di  Atjuileia  Gio- 
vanni Gì  imani,  formato  da'cardinali  suoi 
antenati  colleislatue  e  medaglie  avute  da 
Roma,  Coslantinopoli,  Atene  e  da  tutta 
Ja  Grecia,  per  cui  vi  fabbricò  apposito 
luogo  pirchè  si  godessero  degnameli  le, 
pieno  di  bellezze  e  rarità  di  sculture  in 
ojarmo  e  di  bronzo,  studio  di  medaglie 
d'oro,  d'  argento  e  di  rame.  Nel  visitar- 
lo r  anno  iSj^  Alfonso  11  duca  di  Fer- 
rara ed  Enrico  111  re  di  Francia,  v'im- 
piegarono un  giorno.  Pdnoniati  erano  gli 
6tudi,  gallerie  e  tuusei   Loicdauo,  Veu« 


V  EN 

dramino,di  dueMocenigo,Duod(),(li  diio 
Erizzo,  Zeno,  Grilli,  Bernardo,  C(ji  ii.i- 
ro.  Gambacorta,  Ainadi,  Soperchio,  Ca- 
listano,  Domenico  dalle  due  Regine, Dia- 
manlaro  ed  altri  molti.  Celebra  lo  Strin- 
ga lo  studio  di  Federico  Coularini  com- 
posto di  oggetti  provenienti  d'  Alene,  ila 
Costanlinopoli,  dalla  Morea  e  dall'  isole 
dell'  Arcipelago,  e  statue  pregiatissime, 
fra  le  quali  della  famosa  Cleopatra  re- 
gina d'  Egitto,  in  due  pezzi;  quella  però 
dall'umbilico  in  giìiapparteneiuloal  sud- 
detto patriarca  Grimani,  questi  otlenne 
l'altro  pezzo  più  nobile  dal  Contarini, 
a  patio  di  goderlo  finché  viveva,  e  alla 
sua  morie  tornasse  all' altro.  Possedeva 
pure  studio  con  infinite  medaglie  d'  o- 
ro,  d'  argento  e  di  bronzo;  oltre  una 
raccolta  di  pesci  di  lontani  paesi.  Avea 
quadri  d'eccellenti  pittori  antichi,  anche 
di  musaico,  come  il  ritrailo  di  Sisto  V. 
Il  nobile  studio  passò  per  eredità  a  Carlo 
Ruzzini,  il  quale  avea  anch'egli  stupende 
pitture,  quantità  copiosa  di  medaglie  e  di 
cose  impietrile,  di  pietre  preziose  e  di 
gioie;  laonde  divenne  uno  de'  musei  più 
ragguardevoli  d'Italia,  perciò  visitato  da* 
principi  e  altri  personaggi  che  si  reca- 
vano a  Venezia.  Rinomala  eziandio  fu  la 
raccolta  di  quadri  e  sculture  d'  Ollavio 
Fabri,  oltre  le  collezione  di  superbe  pie- 
tre, e  di  strumenti  geometrici  e  mate- 
matici. Gallerie  di  quadri  possedevano 
Lqigi  Barbarigo,  Angelo  Morosini,  Ni- 
colò Corner  nel  palazzo  a  s.  Maurizio, 
Leonardo  Pesaro,  Luigi  Molin,  Luigi 
Pisani,  i  fratelli  Grimani,  Francesco  Pi- 
sani, Giulio  Giustiniani,  NiculòSagredo, 
LorenzoDelfinonel  palazzo  a  s.  Salvatore 
con  diverse  statue  anliche,GirolamoCon- 
tarini  anco  con  medaglie  e  curiosità,  Gi- 
rolamo e  Barbon  Pesaro,  Morosini  a  s. 
Moisè  con  medagliere,  preziosissimo  e  co- 
pioso essendo  quello  di  Valerio  da  Riva. 
Le  gallerie  de' Vidman,  di  Giuseppe  Bon- 
fadini,  Donalo,  Ottavio  de  Tassis  gene- 
rale delle  poste  imperiali  e  con  medaglie, 
Giovanni  Crivelli  olire  la  libreria  e l'an- 


V  EN 

liiraglie,  Bailolomeo  Borgliesalio,  e  di 
Kicolò  Keuieii  con  grandiosa  e  stupenda 
raccolta  di  dipinti  classici  ed  anche  falli 
(la  lui.  Sigismondo  Alberghetti,  fonda- 
tore deirartiglieria,  avea  una  singolare 
raccolti)  di  macchine  e  strumenti  fisici  e 
matematici.  Non  meno  ragguardevoli  fu- 
rono gli  studi  d'armi  in  diverse  case  no- 
bili, fra' quali  primeggiarono  per  quan- 
tità e  qualità  di  cosilfalti  arnesi,  i  pus- 
seduli  da  Zaccaria  Salanione,  Nicolò  So- 
riano, Giambattista  Quirini,  Caterina 
Zen,  Luigi  Pasqualigo,  Fabio  Canal  , 
Pietro  Civrano  e  altri.  JNè  mancarono 
studi  e  raccolte  di  musica,  sia  per  opere  e 
.sia  per  strumenti,  1'  une  e  gli  altri  eccel- 
lenti, essendo  in  rinomanza  quelli  del  cav. 
Sanuto,  della  mentovata  Caterina  Zen, 
Luigi  Balbi,  Agostino  Amadi,  ed  altri, 
rilcnenilcsi  che  la  musica  aveu  la  sua 
propria  e  vera  sede  in  Venezia. 

§  XV.  Teatri  arUichi.  Musica  vocale  e 
istrunwntale  negli  spedali.  Teatro 
(Iella  Fenice  :  altri  sei  teatri.  Istru- 
zione pubblica.  Slaìnliiiienti  scienti- 
fici. Accademia  di  Belle  Arti.  Istituto 
di  scienze^  lettere  e  arti.  Ateneo.  Fi- 
larmonica. Accademie  antiche.  Bi- 
blioteche. Librerie  antiche.  Giornali 
periodici  politici,  letterari  ec. 

I.  La  prima  islituzione  de'teatri  slabili 
in  Venezia,  secondo  il  cav.  Mutineili, 
jinnali  Urbani,  risale  al  principio  del 
XVI I  secolo.  Conviene  però  tener  presen- 
te quanto  dico  con  lui  sugli  Spettacoli  ve- 
ueli  e  del  teatro  nel  g  XVI,  u.  5.  Erano 
slate  fin  allora  ra[)presentate  le  comme- 
die nelle  sale  d'  alcun  palazzo,  o  in  un 
qualche  transitorio  teatro  di  legno, come 
quello  costrutto  da  Palladio  pel  i ."  nel 
1 565,  per  incarico  della  famigerata  com- 
pagnia della  Calza,  di  cui  ragiono  nel 
memorato  luogo.  Indi  nella  detta  epoca 
SI  rappresenlarono  pure  in  due  stabili 
teatri,  di  pioprietà  uno  della  famiglia 
Trun.  nella  contrada  di  s.  Casìiiauo  ia 
sol.  XCI. 


V  E  N  337 

certa  Corte  Micheli,  Taltro  a  s.  Salvato- 
re posseduto  da  Andrea  Vendramino.  In- 
cendiati pressoché  nel  medesimo  tempo 
ambedue  questi    teatri,  che   pure  erano 
come  ttransitoriidì  legname, si  costruì  in 
pietra  e  con  palchetti,  come  si  costuma 
al  presente,  quello  de'  Tron  «lel  1G37,  il 
quale  perciò  si  deve  considerare  come  il 
I  ."leatroslabilmeule  edificato  nella  città. 
Intanto  seguendosi  le  orme  del  celebre 
Giuseppe  Zarlino (illustre  prete  di  Cbiog- 
gia,compositore  di  Musica,c\ìea\  dire  del 
Mulinelli, compose  ili.°  dramma  in  mu- 
sica che  siasi  dato  in  Italia,    ed  in  occa- 
sione del  so^i-iorno  in  Venezia  d'Enrico 
Ili  redi  Francia, diche  riparlonel§  X!X, 
dugado85.°:  si  può  vedere  quell'articolo 
e  l'altro  di  Teatro,ne\  quale  non  solodissi 
col  Calli  che  la  i.^  opera  in  musica   fu 
rappresentata  in  Venezia  nel  148^  e  col 
suo  titolo,  ma  riportai   i   titoli   di   altre 
rappresentazioni  ivi  successivamente  fat- 
te, e  quanto  Venezia  colla  splendidezza 
di  sue  opere  in  musica,  colla  commedia 
veneziana  che  riguardossi  ne'primi  tem- 
pi  come  lo  spettacolo  piìi    piacevole   e 
perciò  tosto  imitato,  e  altri  divertimen- 
ti, attraeva  a  se  un  incredibile  numero 
di  stranieri  nel  Crtmci'tì/e,  essendo  sem- 
pre in  Italia   i   più  brillanti  il  carnevale 
di  Venezia  e  il  Carnevale  di  Ro/na),  si 
cominciò  ad  unire  anche  pel  teatro  la  mu- 
sica alla  poesia,  e  nato  quindi  il  I.  dram- 
ma, comparve  pel  i."  nello  stesso  1637, 
sopra  le  scene  del  nuovo   teatro  quello 
dell'  Andromeda,  di  cui  la  poesia  era  di 
Benedetto  Ferrari,  eccellente  suonatore 
di  tiorba,  perciò  detto  Tiorba  (come  par- 
landone colTiraboschi  notai  nel  ricorda- 
to articolo),  strumento  simile  al  liuto,  la 
musica  di  Francesco  Mauelli. Salito  quin- 
di subito  in  grande  stima  questo  genere 
di  tralleuimento,e  avuti  a  schifo  i  Gian- 
gurgoli,  i  capitani  Spavento,  i  Coviello, 
gli  Scaramuccia  e  gli  Spezzaferri,  già  po- 
co innanzi  tanto  ammirati  nelle  cumu)e- 
die,  il  patrizio  Giovanni    Grimanì  frd)- 
biicò  pur  subilo  e  parimente  in  pietra, 
22 


338  V  E  N 

nella  contrada  de'  ss.  Gio.e  Paolo  un  2," 
teatro  unicaroente  per  le  rappieseutazio- 
ni  de'  draiumi  in  musica;  i  quali  e  per 
la  frequente  aiutazione  e  varietà  di  scene 
bellissime,  e  per  gli  adoperativi  ingegni, 
e  per  la  ricchezza  delle  vesti,  ma  ben  più 
per  la  squisitezza  della  musica,  per  la  leg- 
gerezza della  danza  e  per  l' eccellen- 
za delle  voci  degli  attorie  delle  attrici, 
che  non  solamente  sceglievansi  tia'  citta- 
dini, ma  da  Roma  si  conducevano  e  da 
altri  paesi  d'  Italia,  molto  diletto  e  ma- 
raviglia recavano.  Allora  i  magistrali  co- 
minciarono ad  esercitare  una  particolare 
vigilanza  sopra  i  teatri,  e  perciò  quello  de' 
Provveditori diComiin  si  assicurava  sem- 
pre pel  suo  archilello  della  saldezza  del- 
J'edifìzio,  prima  the  si  desse  principio  al 
corso  delle  rappresentazioni,delerminaa- 
doii  prezzode'librelti  impressi  del  dram • 
iDa  ;  i  capi  de'Dieci  occupavansi  poi  del- 
l'esame  del  dramma  stesso,  determina- 
vano r  ora  per  l' incominciamenlo  e  pel 
termine  dello  spettacolo,  e  pronunziava- 
no sentenza  sopra  qualsivoglia  differen- 
za,la  quale  quasi  sempre  lerminavasi  con 
ripieghi  al  teatro  favorevoli,  l'iodigioso 
ne'  veneziani  il  progresso  per  la  musica, 
rapidamente  essa  da'  teatri  penetrò  fino 
ne' ricoveri  de'  trovatelli, de'fanciulli  de- 
relitti e  degli  uomini  piagati,  a  confortar 
alquanto  gli  animi  di  que'tribolati,  ed  a 
trattenere  per  alcun  poco  il  corso  di  loro 
pene.  Per  la  virtuosa  pietà  degli  amanti 
del  prossimo,  erano  stati  istituiti  gli  spe- 
dali de'  trovatelli,  de'  piagati  e  de'  dere- 
litti, cui  si  aggiunse  il  ^°  di  s.  Lazzaro 
de' Mendicanti,  discorsi  a' loro  luoghi. 
Conosciuti  questi  4  spedali  col  nome  di 
maggioii,  e  in  tutti  e  4  accoltevi,  0  per 
esser  figlie  d'un  amore  illegittimo,  o  per 
esser  senza  parenti,  alcune  donzelle  più 
atte  imprendevano  ad  educare  nella 
musica  vocale  e  strumentale,  e  ciò  per 
disacerbare  possibilmente  con  quell' in- 
lertenimento  la  condizione  loro  ntisera- 
bilissima,  e  per  combinare  più  agevol- 
denle  le  nozze  loro, e  per  impegnar  viep- 


V  E  N 

più  con  queir  allettamento  i  cittadini  a 
ricordarsi  ne'  testamenti  loro  di  qtie'he- 
neficislabilimenti,  e  per  eccitare  alla  fine 
l'emulazione  tra' molli  maestri  di  mu- 
sica, e  quindi  trarne  un  più  grande  pia- 
cere. Gli  strumenti  usati  allora  dalle  don- 
zelle nelle  musiche  degli  ospedali  erano 
gli  organi,!  salterii,  le  mandole,!  liuti, le 
tiorbe,  le  viole  d' amore,  gli  oboe,  i  flau- 
ti, i  corni  da  caccia  e  le  trombe  marine. 
Con  essi  maraviglìusamente  si  accom- 
pagnavano i  dranuui  sempre  sagri,  con 
argomenti  tratti  dall'antico  Testamento, 
Ialinamente  scritti  e  senza  alcuna  sceni- 
ca decorazione  cantali  negli  alti  cori 
delle  loro  chiese.  1  più  grandi  applausi 
per  la  soavità  della  voce  e  per  la  mae- 
stria dell'esecuzione  ottennero  parecchie 
venute  in  rinomanza.  E  ciò  ad  onta  che 
cantavano  parole  che  non  intendevano, 
per  cui  forse  fredda  e  insipida  riusciva  la 
maniera  del  loro  canto,  anco  quando  can- 
tavamo in  italiano  le  più  tenere  arie,  e 
quando  pure  si  sforzavano  di  dare  al  lo- 
ro canto  ogni  maggior  espressione.  Di- 
versi maestri  si  resero  illustri  indetti  spe- 
dali pe'  loro  componimenti.  Osserva  lo 
stesso  cav.  Mutinelli,  che  di  tutti  questi 
famosi  conservatori!  non  rimane  ora  che 
una  mìsera  reliquia  nel  solo  coro  delle 
donne  che  cantano  e  in  alcune  che  suo* 
nano  nella  casa  degli  esposti  o  la  Pietà, 
di  cui  nel  §  XII,  n.  6.  Nel  i652  Mar- 
c' Antonio  Corraro  nella  contrada  di  s. 
Apollinare  edificò  un  4-°  teatro;  un  5.° 
eressero  nell'  anno  stesso  alcuni  accade- 
mici nell'altra  contrada  di  s.  Gregorio 
nel  sito  appellalo  Saloni  ;  un  6,°  poco  ap- 
presso fabbricò  nel  i655  Giovanni  Gri- 
mani  a  s.  Samuele,  destinato  alle  sole 
commedie,  già  tornale  in  voga;  e  nel 
1660  risorse  per  7.°  quello  di  Andrea 
Vendramiiio  a  s.  Salvatore,  eh' è  quello 
odierno  d*  Apollo,  aperto  nel  i6(3i  colla 
musica  intilolata  PéZiZ/àe  di  Caslrovilla- 
ri.  L'8.°  surse  nella  contrada  di  s.  Woi- 
sè  quando  fece  costruire  un  altro  teatro 
Ermolao  Zane  per  musiche.  Nel  teatro  del 


VE  N 

Corraro  si  rappresentarono  drammi  in 
musica,  e  in  quello  de'  Saloni  con  pro- 
Ioghi  e  iiileroiezzi  in  musica.  Nell'anno 
J677  i  patrizi  Francesco,  Pietro, Vitto- 
re e  Jacopo  fratelli  Marcello,  Bartolo- 
meo, Andrea  eGiovanni  Cap[)ello  veden- 
do i  teatri  ridondare  di  spellulori  pel 
moderato  prezzo  d*  ingresso,  e  senten- 
dosi il  bisoi^no  di  novelli  teatri,  tempo- 
raneamente cederono  una  magione  loro 
vastissima  nella  contrada  di  s.  Angelo,  a 
Francesco  Santurini,  aflincliè  egli  la  ri- 
ducesse a  teatro. Risuonava  questo  c).°lea- 
troappena  di  sue  melodie,qaandoG. Carlo 
e  Vincenzo  Grìmani,  nipoti  di  quel  Gio- 
vanni già  autore  de'  teatri  de' ss.  Gio.  e 
Paolo  e  di  s.  Samuele,  nel  1677  edifica- 
rono un  I  0.°  teatro,  appellalo  dal  silo  in 
cui  s'innalzò  s.  Gio.  Grisostomo,  ora  det- 
to Malibran,  aperto  nel  1678:  dopo  il 
1746  non  servì  che  per  recitare  comme- 
die, e  caduto  in  rovina,  la  famiglia  Gallo 
proprietaria  lo  fece  ridurre  in  nuova 
forma  da  Giuseppe  Salvador!,  perchè 
servisse  anco  a  rappresentazioni  diurne. 
Ruinato  già  nel  1748  il  teatro  de' ss. 
Gio.  e  Paolo,  sostitnironlo  tosto  i  Gri- 
mani  coll'altro  di  s.  Benedetto  nel  17^5, 
con  disegno  di  Francesco  Costa  :  arse  po- 
co dopo  e  fu  tosto  ricostruito.  Incendia- 
to nel  1750  quello  d'  Apollo,  fu  subito 
riedidcalo  con  disegno  di  Pietro  Chezia, 
e  dopo  quello  della  Fenice  di  cui  dire- 
mo, e  quello  di  s.  Benedetto,  che  no- 
bilissimo ha  4  ordini  di  logge  ,  occupa 
i  in  Venezia  il  i.°  posto.  Il  ricordato  lea- 
1  Irò  di  s.  Samuele,  così  chiamato  dalia 
\  prossima  chiesa  di  tal  nome,  fu  rifabbri- 
cato nel  1 747  con  architettura  e  colla 
'direzione  de' fratelli  Alessandro  e  Ro- 
!  mualdo  Mauro,  anche  pittori  teatrali:  re- 
'  stalo  lungamente  inuperosodopoil  1  797, 
fu  riaperto  nel  1817.  Mentre  in  Fran- 
cia si  addensava  il  turbine  desolalore 
che  presto  doveva  stravolgere  gran  par- 
te d'Europa,  ed  estinguere  la  repubblica 
di  Venezia,  in  questa  città  a'  i4  dicem» 
Ine  1788  ebbe  luogo  ili. "convocamenlo 


V  E  N  339 

sociale  per  deliberare  sul  vasto  progetto 
di  spendere  260,400  lire  per  procurarsi 
un  nuovo  sollazzo,  di  edificare  cioè  anco- 
ra un  altro  teatro,  il  quale  intitolato  la 
Fenice,  dovesse  divenire  per  ampiezza  e 
magnificenza  il  i.°  della  città,  e  pareg- 
giare i  più  famigerati  d'Italia.  Ne  fu  ar- 
chitetto Gio.  Antonio  Selva  e  l'eresse  con 
tutte  le  squisitezze  dell'arte,  riuscendo  e- 
difizio  di  decoro  alla  città,  sebbene  l'in- 
vidia e  la  gelosia  per  quasi  mezzo  secolo 
lo  fece  segno  delle  più  amare  censure.  La 
Gazzetta  Urbana  Fenda  del  1792  an- 
nunciò ,  che  il  leatio  della  Fenice  per  la 
i.^  volta  si  apriva  la  sera  de'iG  maggio, 
col  dramma  i  Giuochi  d'Jgrigenlo,  poe- 
sia del  conte  Alessandro  Pepoli,  e  musi- 
ca di  Giovanni  Paisiello,  e  balli  di  Salva- 
tore Vigano.  Le  Fabbriche  di  Fenezia^ 
del  teatro  la  Fenice  a  s.  Fantino  ,  eoo 
descrizione  e  dichiarazioni  d' A  ntonio  Die- 
do,  pubblicarono  6  tavole.  Esse  offrono  : 
il  prospetto  rispondente  alla  piazzetta  di 
s.  Fantino,  il  prospetto  sul  rivo  del  teatro 
stesso,  lo  spaccato  per  lungo  con  5  ordi- 
ni di  palchetti,  le  parti  ornamentali  del 
prospetto  ,  la  pianta,  quella  della  nuova 
riduzione  dopo  l'incendio,  il  Diedo  co- 
mincia la  desciizionee  disamina  della  fab- 
brica quale  la  costruì  il  Selva,  protestan- 
do che  nel  presentare  quella  fabbrica  già 
soggetto  di  tante  contese,  ludibrio  di  tan- 
te censuie,  scopo  di  tanta  persecuzione, 
nel  far  l'uflìcio  di  storico  con  descriver- 
la, sarebbe  imparziale  e  solo  permettersi 
alcun  cenno  nell'esame  del  merito,  pe' 
savi  riflessi,  di  trovare  del  pari  ingiusto 
e  inopportuno  il  fraudare  de'dovuti  elo- 
gi l'autore,  come  il  trattenersi  da  quelle 
modeste  osservazioni,  le  quali  potrebbero 
servire  di  lume  agli  artisti  e  studiosi.  Ma 
non  essendo  la  mia  opera  d'arte  e  doven- 
do limitarmi  al  compendioso,  con  que- 
sto in  tutto  debbo  osservare  sobrietà.  Pre- 
mise ancora  il  Diedo  un  cenno  sull'ori- 
gine del  teatro  della  Fenice,  e  giova  in 
parte  ripeterlo.  Una  nobile  società,  pro- 
prietaria del  teatro  di  s.  fienedclto ,  e$- 


3:io 


YEN 


seiulosi  accinla  ai!  erigerne  mio  luiovo 
sfipia  fondi  da  essa  accjuisiali  nelle  con- 
liade  di  s.  Angelo  e  di  s.  Rliiria  Zobeni- 
go  ,  il  novembre  1789  jiuliblicò  il  pio- 
granìma  d'invilo  agli  aiclìilelti  stranieri 
e  nazionali,  con  premio  alì'anlore  del  mi- 
glior modello.  Se  ne  j)reseiilaiono  29,  e 
i3  intelligenti  deputali  alla  scella  piefe- 
riiono  quello  di  Selva,  per  le  ragioni  che 
espone  ,  con  modificazioni  poi  eseguite. 
Qui  lo  scrillore  arlislico,  con  diverse  no- 
zioni sulla  pianta,  rende  chiiiia  l'inlelli- 
genza  di  sua  esposizione,  indi  ne  dichia- 
la  giudiziosa  la  distribuzione  della  pian- 
ta nel  numero  e  oj)porlnnità  degl'ingres- 
si, nella  posizione, nun)ero  econ)odità  de- 
gli approdi  alle  barche,  nella  non  avara 
dimensione  e  nel  facile  passaggio  dogli  a- 
trii,  nella  laighezza  delle  scale,  passalizii, 
canali,  nella  configurazione  e  connessione 
delle  [)arli  e  adiacenze,  nel  complesso  e 
situazione  degli  stabili  riservali  a  profit- 
to della  società.  Ben  si  presenta  il  2.°  in- 
gresso da  terra  in  faccia  alla  porta  del- 
l'atrio nobile,  e  meglio  ancora  si  annun- 
zia dalle  colonne,  e  dalla  nicchia  entro 
cui  si  raccoglie  (al  pi  esente  una  [)arledi 
esso  è  convertila  a  stanzino  per  la  dislri- 
buzione  de'biglielli).  L'atrio  è  superba- 
mente diviso  da  colonne  in  3  spazii  ,  di 
cui  cpjel  di  mezzo  serve  al  solo  passag- 
gio, e  quelli  alle  parti  conducono,  uno  al- 
la scala  che  mette  al  pipiano,  e  l'altro  al 
calle.  La  laighezza  della  piazza  di  mez- 
zo sia  alla  sua  lunghezza  nella  propoizio- 
ue  di  due  a  tre.  L'autore  si  propose  pier 
norma  delle  piincipali  dimensioni  da  at- 
tribuirsi alla  sala  musicale  le  usate  nel  bel 
Icalio  d'Ar^eiilina  (F.)  di  Roma  (lut- 
tavolta  rileva  il  Diedo,  che  se  1'  aulore 
avesse  innalzalo  d'  alquanti  piedi  il  co- 
perto della  sàia  musicale,  eguagliandolo 
a  quello  della  scena,  si  sarebbe  ottenuta 
una  comodissima  sala  superiore  al  solìit- 
to  per  la  pitlurazione  degli  scenari  ,  og- 
getto di  somma  importanza  per  un  tea- 
tro). Tali  sono  appunto  quella  della  mag- 
gior larghezza  del  parterre,  quella  delia 


YEN 

sua  lunghezza,  e  quella  dsH'apertma  del- 
la scena,  con  piccola  differenza  dall'al- 
tra della  laighezza  totale  del  palcosceni- 
co, che  in  piedi  80,  scade  soltanto  3  da 
quella  del  teatro  romano.  Al  medesimo 
[)uie  si  attenne  rispello  alla  fnassima  del- 
la  cMiva.  ben  rileva  il  Diedo,  l'artifizio 
praticato  nella  curva  e  nelle  [lareli  delle 
logge,  in  cui  a  discolpa  dell'autore,  è  giu- 
sto ossei",  are,  ch'essendo  pi  escritlo  il  pal- 
co, in  luogo  del  quale  doveva  cadere  la 
porta  d'ingresso  alla  sala;  prescrizioneché 
segnava  la  sentenza  di  esilio  della  porla 
dal  punto  medio,  non  poteva  essa  ubbi- 
dire alla  legge  d'una  regolare  eurilmia. 
Anzi  si  prescrisse  persino  il  numero  de' 
palchetti,  avendo  \oluto  ognuno  de' così 
detti  azionisti  del  teatro  di  s.  Benedetto 
serbare  inviolalo  il  proprio  diritto.  Di 
più  si  volle  convertire  a  fruì  lo  gran  par- 
te del  fabl)i  icato,  riducendolo  a  case  [)»- 
gionabili,  edera  richiesta  una  sala  da  bal- 
lo con  più  stanze  contigue  ad  uso  di 
spettacoli  e  di  noUurni  iraltenimenti.  Av- 
vinto il  Selva  da  cpieste  e  allie  prescri- 
zionij  non  potè  in  tulio  sbarazzarsi  dal- 
la loro  relè,  e  per  l'area  irregolare,  onda 
merita  compatimento  ne'difelli.  Ad  onta 
del  detto  sulla  primaria  facciala  riguar- 
dante la  piazza  di  s.  Fantino,  dice  il  Die- 
do non  potersi  contendere  due  pregi  es- 
senziali: il  i.°  d'annunziare  chiaramente 
la  sua  destinazione  (coll'iscrizione  Socie- 
tas  Mvccxcii),i\on  potendo  al  certo  con- 
fondersi con  alcun  edifizio  d'altra  natu- 
ra; il  2.°  di  venir  corredata  da  bellissi- 
me parti.  Non  manca  però  di  esporre  il 
censurabile.  Semplicissinia  e  caratteristi* 
ca  trova  l'altra  facciala  sul  rivo,  adorna 
pur  essa  di  bei  profili.  Dice  un  poco  ec» 
cedenti  le  belle  finestre,  né  tace  a  difesa 
del  Selva,  che  qui  il  bisogno  di  provve- 
der la  scena  di  molta  luce  esigeva  d'ac- 
crescerle oltre  la  misura  ordinaria  ,  in 
ispecie  per  le  prove  diurne  de'balli,  e  pei* 
la  dipintura  di  qualche  telone  nell'  ore 
libere  da  tali  esercizi;  che  anzi  si  trovò 
Iru'  di  lui  studi  un  abbozzo,  iu  cui  alle 


V  E  N 
finestre  ristrette  alcun  poco,  avea  quasi 
per  cotupenso  interposto  le  nicchie.  La 
«azione  longitudinale  presenta  l'interne 
parti,  più  nobili  dell'edifizio.   L'atrio  è 
bellissimo,  e  piìi  bello  ancora  compari- 
sce in  natura  pel  meraviglioso  eifello  che 
vi  protluce  l'isolameiilo  delle  sue  colon- 
ne. Una  generale  armonia  che  vi  regna, 
e  lega  in  dolcissimo  accordo  non  solo  le 
parli  ma  persino  la  tinta  de'marini,  ap- 
paga l'occhio  anco  del  più  incontentabi- 
le. La  magnilìca  decorazione  della   log- 
gia sovrana   (eiella   posteriormente  nel 
i8o7  ,  prima  della  cpiale  epoca  non  re- 
gnava in  tutti  gli  ordini  della  sala  altro 
che  una  serie  continuata  di  uniformi  pal- 
chetti, come  esigeva  il  sisfen»a  repubbli- 
cano), l'avvenente  semplicità  de'palchet- 
ti,  la  forma  regolarissima  della  sala  tea- 
trale, non  rotta  da  risalti  o  da  prominen- 
ze, nemiche  non  meno  della  bellezza  che 
dell'armonia,  ed  egregiamente  dipinta 
dal  pennello  del  prof.  Borsaio,  si  racco- 
manda per  una  particolare  eleganza,  e 
dimostra  il  buon  gustodeH'architello.La 
grandezza  poi  della  sala  da  ballo,  la  no- 
biltà delle  stanze  che  la  corredano  ,  e  il 
ben  inteso  riparto  delle  soprapposte  abi- 
la7Ìoni  meritano  tutta  la  lode.  Le  scale 
che  conducono  agli  anditi  sono  pillo- 
lesche,  disposte  con  chiarezza  e  novità  di 
pensiero,  partecipantesi  il  Uune  e  la  vista, 
e  perchè  costrutte  a  vòlti,  in  qualunque  e- 
>enlo  sicure.  iVIaeslosa  e  ben  decorata  è 
<|uc-lla  che  ad  un  solo  ramo  introduce  al- 
la sala  tla  ballo.  Non  può  peraltro  sfug- 
gire la  taccia,  a  cui  soggiacciono  pure  l'al- 
tre, di  presentarsi  con  qualche  didìcollà. 
Conclude  i\  Dieilo,  ad  ogni  modo  sareb- 
be una  somma    ingiustizia  il   far  conto 
d'  alcuni  difetti  in  gran  parte  scusabili, 
per  non  ammirare  le  molte   bellezze  di 
questo  teatro,  che  se  non  prevale  ad  o- 
gnuno  per  pregio  di  mole,  è  però  de'più 
splendidi  e  de'più  leggiadri.  Lasciò  scrit- 
to il  Moschini  su  questo  teatro:  E  opera 
nrchitetlata  dal  Selva  in  sua  gioventù,  e 
la  slessa  critica  piìisevera  vi  troverà  tuoi- 


\-  E  N  3  M 

loda  lodare.  Il  Dizionario  veneto  disse 
nel  1 834-  H  più  bello  e  più  vasto  teatro 
di  Venezia  è  quello  intitolato  la  Fenice, 
che  si  considera  (juale  uno  de'  migliori 
d'Italia  per  l'ampiezza,  ricchezza  e  soli- 
«lilà.  Architellura  di  G.  A.  Selva  che 
l'erigeva  nel  i  79  i  j  con  bellissime  pro- 
porzioni, e  la  slessa  critica  più  severa  vi 
trova  mollo  da  lodare;  oltre  la  facciata 
princi()ale,  con  loggia  corintia,  ha  un  al- 
tro prospetto  di  buon  gusto  sul  rivo  che 
gli  corre  di  dietro,  e  misura  2  36  piedi 
parigini  di  Umghezza  ei  18  di  larghezza, 
essenilo  capace  di  circa  3, eoo  persone. 
Narra  il  cav.  iMutinelli  negli  Annali  del- 
le Province  Fenelc,  che  alquanti  gene- 
rosi veneziani,  indignati  di  veder  trascu- 
rata la  memoria  del  veneto  Carlo  Goldo- 
ni, vollero  innalzare  ^XXilaliano  Moliè- 
re un  monumento  condegno.  Il  vecchio 
Zandomeneghi  condusse  il  cenolafio  ,  e 
Pielro  Giordani  dettò  l' iscrizione  cele- 
jìra  ndolo:  Principe  della  Commedia  Ita- 
liana, piìi  glorioso  che  fortunato.  Nel 
i83o  il  monumento  fu  collocalo  nell'a- 
trio dei  teatro  della  Fenice,  inaugurato 
a'  iCì  dicembre  con  eloquente  orazione 
(li  Pier  Alessandro  Paravia.  Ripiglio  il 
Diedo  e  la  sua  illustrazione  della  tavola 
aggiunta,  colla  pianta  della  ;)U0va  indu- 
zione del  teatro  la  Fenice  dopo  l'incen- 
dio. Dopo  che  nella  noUe  de' 1  2  diceui- 
brei837  mi  incendio  devastatore  ridus- 
se in  cenere  (juesto  teatro  per  lulla  la  va- 
sta superficie  che  comprendeva  la  sala 
teatrale,  le  logge  e  la  soeoa,  la  nobile  so- 
cietà del  medesimo,  non  polendo  compor- 
tar l'idea cheqiiesto  bel  monumento  del- 
l'arte, che  dava  lustro  alla  patria,  ed  era 
dilania  utilità  al  comune,  fosse  sparito 
dal  mondo,  si  diede  tutta  ai  pensiero  di 
ripararvi,  e  con  coraggio  pari  allo  zelo 
ne  deliberò  la  ricostruzione.  E  ben  fu 
ventura  che  a  quel  momento  la  conser- 
vazione della  fabbrica  fosse  affidata  al 
eh.  ingegnere  Tommaso  Meduna,  pre- 
scelto già  prima  a  servire  in  qualità  d'ar- 
chitetto, e  che  questi  si  associasse  a'suoi 


342  V  E  N 

sludi  per  la  decretata  ricostruzione  del 
tea  (io,  il  proprio  fratello  Gio.  Ballista, 
pur  egli  versati>simo  nelle  teorie  e  nelle 
pratiche  della  difììcile  arie  edificatoria. 
Presa  saviamente  la  massima  di  ricoo)- 
por  lagrand'opeia  sul  prirnillivo  model- 
lo del  defunto  prof.  Selva,  non  s'intese 
con  ciò  d'escludervi  quelle  variazioni  die, 
o  colla  mira  di  migliorare,  o  per  cpielle  e- 
sigenze  che  richiedessero  i  nuovi  usi,  fos- 
sero consigliate  dal  comodo  e  dalla  bel- 
lezza. Le  modilicazioni  proposte  dal  Rle- 
duna,  e  accettate  dalla  commissione  di 
doUi  preposta  dalla  presidenza  del  teatro 
all'esame  di  esse,  furono  precipuamente. 
La  rimozione  degl'  ingombri  che  impedi- 
van  la  scena,  la  quale  guad.ngnò  uno  spa- 
2Ìo  maggiore  a  vantaggio  dello  spettaco- 
lo, soprattutto  nelle  popolatissime  dan- 
ze ;  l'innal/ainento  di  lutto  il  coperto  per- 
fezionalo nel  suo  costrutto,  onde  si  rese 
capace  al  dipiiigimento  delle  tele  pe' sce- 
nari; i  rifoimali  e  migliorali  stanzini; 
l'accresciuta  ventilazione;  la  miglior  pu- 
litezza negli  ambulacri  delle  soflìlle;  i 
nuovi  terrazzi  a  qualunque  parte  de!  tea- 
trale recinto  in  sostituzione  di  rozzi  bat- 
tuti; la  costruzione  a  miglior  uso  delle 
macchine  dirette  non  solo  all'estinzione 
degl*  incendi,  ma  a  far  girar  l'arqua  per 
lutti  i  piani.  Tra  i  maggiori  migliora- 
menti, il  Diedo  fermò  le  sue  osservazioni 
su  due.  Si  potè  aprire  la  porta  risponden- 
te alla  sala  teatrale,  acquistandosi  la  co- 
municazione diretta  tra  la  sala  e  l'andi- 
to del  pepiano,  risparmiandosi  un  giro 
lungo  e  penoso,  in  ispecie  quando  il  par- 
terre è  affollato  di  spettatori.  Fu  ripa- 
rato allo  sconcio  della  scala,  costruendo- 
si agiatissima,  e  in  modo  d'aggirarsi  o- 
gnora  entro  al  suo  vaso,  si  comunica  a 
tutti  i  piani  senza  render  dipendenti  co- 
me prima  gli  ambulacri.  Alcuni  abbelli- 
menti d'ottimo  gusto  vennero  aggiunti, 
a  maggior  eleganza  e  splendore  di  cia- 
scuna parte,  e  singolarmente  nelle  sca- 
le, e  nello  stupendissimo  atrio  arricchi- 
to di   stucchi  ne'suoi  lacunari,   il    prof. 


VEN 
Orsi  nella  leggiadra  pittura  della  sala  tea- 
Irale,  e  nella  sontuosa  decora7Ìone  del- 
l'aurato soflìlto  e  pilastrate  della  bocca- 
scena, die  bel  saggio  del  suo  sapere  e 
buon  gusto,  onde  in  chi  entra  sorge  un 
ineffabde  rallegramento  e  diletto  che  lo 
dispone  in  favore  del  preparato  spetta- 
colo. Si  riaprirono  tutte  le  porte  esisten- 
ti fin  dall'erezione  della  fabbrica,  e  di  cui 
prima  dell'incendio  era  abbandonato  l'u- 
so, per  la  libera  uscita  dal  teatro  al  fine 
dello  spettacolo;  e  sono  le  confinanti  col- 
l'orcheslra,  e  quella  sul  piccolo  atrio  che 
mette  alla  pubblica  via.  Nel  vestibolo  del 
teatro  dalla  parte  di  terra  si  aggiunsero! 
motituìienti  innalzati  in  onore  del  Goldo< 
ni  e  del  Selva,  e  le  due  iscrizioni  laterali 
alla  porta  d'ingresso.  Gioverà  riportare 
sul  disastro  del  precedente  edifizio,  alcuni 
de""  principali  particolari  riferiti  dal  Mu- 
linelli negli  ninnali  delk  Proi'i'nce  Ve- 
nete. »  Propiiamente  alle  ore  3  circa  del 
mattino  de'i  3  dicembre  iSSy.il  teatro 
era  dalle  fiamme  in  cenere  roiivertito. 
Sebbene  ignota  la  cagione  dell'incendio, 
certo  è  peiò  che  il  fuoco  da  parecchi 
gioini  occultamente  avea  lavoralo  nel- 
l'interne travi  del  soflitlo,  finché  giunto 
alle  materie  più  fìicili  ad  accendersi  e  a 
divampare,  in  detta  ora  proruppe  con 
empito  e  furore  di  loggia  in  loggia,  e 
invase  tutte  l'interne  pareti.  Precipitò 
allora  nel  centro  della  sala  il  letto  ar- 
dente, e  contuso  in  una  sola  fiamuia,  si 
convertì  in  un  immenso  orrendo  pozzo 
di  fuoco.  Riuscì  inutile  ogni  umana  in- 
dustria per  salvare  dall'irreparabile  per- 
dita redifizio,  solo  potè  limitar  la  rapi- 
na e  la  furia  delle  fiamme  sulle  case  ad- 
dossate all' ardenti  pareli.  11  principale 
prospetto  non  sollrì  alcun  danno,  le  mu- 
raglie e  l'arco  della  scena  poterono  ezian- 
dio resistere  all'urto  di  tanta  rovina,  che 
calcinò  le  magnifiche  colonne  di  marmo. 
1  preparati  spettacoli  d'opera  e  di  ballo, 
dal  Comune  si  trasportarono  tempora- 
neamente al  teatro  d'  Apollo.  Tosto  il 
municipio  si  occupò  del  pensiero  di  far 


V  EN 

risei  gereJalle  fiamme  la  Fenice  più  bel- 
li, e  tli  correggere  così  l'ingiurie  dell'av- 
versa fortuna.  Ma  l' incendio  valse  me- 
ravigliosaroente  a  riparar  rolTesa  riputa- 
zione del  valentissimo  Selva,  poiché  nel- 
la riedificazione  i  dodi  ad  essa  preposti, 
conoscendo  i  difetti  derivati  dalle  spino- 
se dillìcoltà  locali,  con  unanime  senten* 
la  decretarono  che  nella  costruzione  del 
nuovo  teatro  si  dovessero  seguire  intera- 
ruenle  e  perfettamente  le  tracce  dell'ar- 
so, tranne  le  sunnotate  modificazioni  e 
migliorie.  »  In  questa  guisa,  come  dice- 
va uno  scrittore  e  artista  gentile,  il  vec- 
chio teatro  della  Fenice  non  ebbe,  in 
quanto  a  fama,  ventura  dissimile  a  quel- 
la di  uomini  il  cui  merito,  meno  gene- 
ralmente noto  in  patria  (  ove  ordinaria- 
mente si  vuol  disconoscere  dalle  mise- 
re passioni,  figlie  dell'orgoglio  e  dell'  i- 
gnoranza,  dell'  invidia  e  gelosia,  e  per 
quanto  coi  cardinal  De  Luca  dissi  nel 
voi,  LXXIX,  p.  272)  che  fuori,  vie- 
ne nella  debita  estimazione  soltanto  do- 
po la  morte  loro;  e  se  l'ottimo  Selva 
fosse  stato  ancor  vivo,  tolto  il  primo  do- 
lore nel  vedere  in  un  momento  distrut- 
ta l'opera  in  cui  aveva  posto  tante  solle- 
citudini e  tante  speranze  d'onore,  avreb- 
be avuto  almeno  nella  conseguenza  di 
quella  tanta  disgrazia  il  compenso  di  tut- 
te le  molte  e  non  meritate  amarezze. 
Chevalier,  Brevi  cenni  intorno  il  teatro 
della  Fenice,  Venezia  co'tipi  di  Luigi 
Plet  1837."  Aodavasi  intanto  e  di  con- 
tinuo per  la  città  dicendo:  Sorga,  deh  ! 
sorga  bello  delle  prime  sue  forme  il  tea* 
tro  della  Fenice  ,  gloria  e  decoro  della 
nazione,  Parnaso  cui  s'inspirano  pres- 
socUÌ'  tutte  le  nove  Sorelle,  e  si  riveggan 
ancora  quegli  atrii,  quelle  logge,  quelle 
colonne,  e  non  rimanga  della  passeggie- 
ra  sventura  altra  traccia  che  la  memo- 
ria indelebile  delle  prove  di  cittadino 
coraggio  e  di  zelo  del  patrio  decoro  (!!!) 
di  cui  ella  fu  triste  occasione.  In  poco 
più  di  7  mesi  esnuditi  furono  que'voti; 
e  per  l'architellouica  sapienza  di  Tom- 


V  E  N  343 

maso  e  Giambattista  Mednna,  e  per  quel- 
la pittorica  di  Tranquillo  Orsi,  di  Seba- 
stiano Santi  e  di  Giuseppe  Borsato,  e  per 
le  sollecitudini  di  Gaspare  Biondettì,  il 
quale  con  finitezza  somma  condusse  tut- 
ti i  lavori  del  muratore,  già  un  nnnoap- 
pena  dopo  le  fiamme,  quasi  incredibil- 
mente risorgeva  più  bello  dell'antico  il 
teatro;  per  la  qual  opera  occorsero  mez- 
zo milione  di  lire.  Riedificato  sul  model- 
lo del  i.°  architetto,  prodigossi  alla  me- 
moria di  Selva  smisurati  encomii,  e  nel- 
l'applaudirlo  si  volle  che  fosse  traman- 
dato a'posteri  il  nome  del  preclaro  arti- 
sta con  un  monumento  da  erigersi  nel 
campo  stesso  delle  sue  glorie.  Stabilitosi 
pertanto  che  l'altro  monumento  di  Carlo 
Goldoni  si  dovesse  trasferire  dal  luogo 
che  prima  occupava  nell'arso  teatro  so- 
pra uno  de'minori  lati  del  vestìbolo,  su- 
bitamente si  pensò  di  collocarvi  nell'op- 
posta faccia  anche  quello  da  innalzarsi 
al  Selva,  a  spese  di  molti  amici  e  ammi- 
ratori di  lui.  Il  monumento  con  diligen- 
za lo  condusse  il  capomastro  scarpelli- 
no  Vincenzo  Fadiga,  coronato  da  un  me- 
daglione, egregia  opera  dello  scultore 
Antonio  Giaccarelli,  sopra  cui  si  legge 
l'iscrizione  dettata  dal  ca  v.  Cicogna,  in  cui 
è  la  storia  delle  vicende  del  teatro  da  lui 
eretto  esul  suo  modello  rinnovalo.  Pubbli- 
cò la  tipografia  veneta  del  Commercio  nel 
1 855:  Capitoli  normali  per  l'appalto  de- 
gli  spettacoli  del  gran  teatro  la  Fenice 
nel  quinquennio  1 858-59  *^  '"^^^  /7i  862- 
63. Dopo  il  primario  teatro  della  Fenice,' 
vengono  il  teatro  Gallo  a  s.  Benedetto, 
ed  il  teatro  d'apollo  a  s.  Luca,  di  cui 
un  tempo  portò  il  nome,  detto  dappri- 
ma di  s.  Salvatore:  ambedue  rimoder- 
nali dopo  il  I .°  quarto  del  corrente  se- 
colo, e  di  bellissimo  effetto.  Sono  situati, 
il  1."^  presso  la  chiesa  di  s.  Benedetto,  il 
2."  poco  distante  da  quella  di  s.  Luca.  Il 
teatro  pur  Gallo  o  Malibran,  a  s.  Gio. 
Gì  isoslomo,  vastissimo  e  che  si  ricostruì 
dopo  la  suddetta  epoca,  per  servire  di 
giorno  e  di  aolte,eriuscì  beli'edifizio.  In- 


34  i  VTN 

oltre  vonnoricoidnti  il  tpntroas.  Snmue- 
le,  poco  frer|uenlalo  per  lii  sua  loiilannn- 
7a;  ed  uno  novello  e  molto  elegante  a  s. 
Moi-^è  per  le  marionette.  Non  si  deve  poi 
lacere  il  così  dello  ludollo,  hello  e  co- 
modo fnhbiicatOj^el  quale  si  suole  dare 
pui)blicì  trattenimenti  e  principalmente 
fi?ste  da  hallo  nel  carnevale  frequentatis- 
sime e  hrillanli.  Fu  edificato  nella  pri- 
ma metà  del  secolo  passalo,  co'  disegni 
tli  Bernardino  Maccarucci,  e  destinalo 
ne'  tempi  della  repubblica  e  de!  governo 
italico  pe' giuochi  d'azzardo,  presso  la 
chiesa  di  s.  Moiìè.  Trovo  a  p.  i38  del 
Giornale  di  Roma  de  i3  marzo  i852 
in  data  di  Venezia.»»  Ne  piace  di  vede- 
re uno  de'  nostri  teatri  di  Venezia  ave- 
re asgiinto  il  nome  di  Teatro  Goldoìd. 
Quantunque  piccolo  e  da  non  poter  ga- 
reggiare con  gli  altri  secondari  per  le 
compagnie  che  vi  recitano,  tuttavia  è  bel- 
lo il  pensiero  di  far  s"i  che  non  piìi  si  po- 
trà direda'forastieri  che  si  fanno  a  visi- 
tar Venezia,  che  questo  sommo  comico, 
questo  rislniiratore  del  Teatro  Italia' 
no,  non  ne  abbia  neppiu"  uno  che  dal  suo 
nome  si  addomandi,  nella  stessa  sua  città 
naiale."  Ma  questo  teatro  però  che  erasi 
aj)erto  nell*  antica  scuola  de'  pizzicagnoli 
sulle  Zattere,  non  più  esiste. 

2.  La  ptibblica  istruzione,  al  dire  del 
Dizionario  ■veneio,  è  a  Venezia  giovata 
pricnieramenle  da  un  Liceo  con  annesso 
Collegio  Convitto,  di  cui  nel  §  X,  n.  g; 
d;i  ilue Ginnasi,  uno  de'quali  unito  al  Li- 
ceo slesso;  da  una  Scuola  maggiore  ma- 
schile normale  (invece  delia  (juale  fu  poi 
isliluila  la  Scuola  reale  superiore  e  di 
•Nautica  );  da  una  Scuola  maggiore  fem- 
minile; dal  Seminario  patriarcale,  e  dal- 
l'unito  Ginnasio  patriarcale,  de'quali 
parlai  nel  §X,  n.  65;  da  molle  Scuole  e- 
lementari  pe'maschi  e  per  le  (emnime 
(Il  Cronaca  di  Milano  del  i  SSj  fa  ricor- 
do nella  disp.  20  àeW Orazione  recitata 
da  Ciovanni  Paolelti  direttore  scolasti- 
~  co,  /iella  solenne  distribuzione  de' pre- 
mi delle  scuole  elementari  ma^^iori  e 


VE  N 

minori  mnsch'di della  R.  città  di  Vene- 
zia jalta  dal  nobile  sig.^  Francesco  ca\>. 
tli  Allan  i.  r.  delegalo  nel  giorno  i  q  set- 
lehre  1 807.  Venezia  tipografia  Marti- 
iiengo  1857);  dalle  Scuole  di  Carità,  de- 
scritte nel  §  VIII,n.  67.  Di  altri  stabili- 
menti di  pubblica  istruzione  maschile  ra- 
gionai superiormente  a'ioro  luoghi.  Le 
fmciulle  h.inno  pure  educazione  e  istru- 
zione nel  collegio  delle  Salesiane  a  s.  Giu- 
seppe, come  dissi  nel  §  X,  n.  56;  nel 
collegio  delle  cappuccine  Concette,  di- 
.scorso  nello  stesso  §,  n.  49»  "s' colle- 
gio delle  Terese,  egualmente  descrittoi 
nel  §  X,  n.  70  ;  nel  collegio  già  di  s.  Lu- 
cia, ed  ora  di  s.  Alvise,  di  cui  parlai 
nel  §  X,  n.  4'  j  in  quello  delle  scuole 
di  Carità,  riferito  nel  §  XII,  n.  20;  nel- 
l'altro delle  Zitelle  alla  Giudecca,  pure 
discorso  in  ta!e§,  n.  8.  Di  altri  stabilimen- 
ti di  pubblica  istruzione  femminile,  an- 
che per  essere  stati  istituiti  dopo  la  pub- 
blicazione del  veneto  Dizionario^  tenni 
di  sopra  proposito  a*  loro  luoghi,  come 
ne'§§  XI  e  Xli.  Vi  è  l'Accademia  delle 
Belle  Arti,  che  celebrai  nel  §  X,  n.  ir. 
E?>sa  fu  sostituita  all'  angusto  locale  che 
serviva  all'  antica  accademia  di  pittu- 
ra, ora  residenza  dell'  U/Kcio  centrale 
di  porto  e  Sanità  marittima.  Dice  il  eh. 
Zanollo  nella  sua  Nuovissima  Guida 
di  Venezia,  se  crediamo  al  Boschini, 
Le  ricche  miniere  della  pittura,  intor- 
no al  1670  veniva  fondata  da  un  nobi- 
le un'accademia  nella  sua  casa  a  s.  Tre- 
vaso,  ove  nel  pianterreno  si  radunavano 
i  pittori  a  disegnare  il  nudo  e  le  statue 
Biitiche,  ch'egli  faceva  gettare;  e  ne' di 
festivi  a  ragionare  intorno  alle  arti  e  alle 
scienze.  S'ignora  quanto  durasse  questa 
particolare  accademia.  Si  decretò  poi  a' 
i4  dicembre  1724  l'istituzione  d'  una 
pubblica  accademia  di  pittura, assegnan- 
dosi ad  essa  un  luogo  decoroso.  Quest'ac- 
cademia fu  poi  confermata  a'  24  dicem- 
bre f  750,  e  finalmente  per  nuovo  decre- 
to de'  27  dicembre  1766  fu  eretta  un'ac- 
cademia di  pittura,  scultura  e  archilettu- 


VE  N 

rn  f)  «iinilitii(1ine_,  cornei!  (Iccielooitlina- 
Vìi,  (Ielle  principali  d'Italia  e  d'Europa,  e 
lo  stalo  e  le  presciizioni  di  qtiest'accade- 
iiii;i  s'impressero  dal  Snvioni  nel  1782, 
es«;ndone  già  stala  approvala  la  slam- 
pa con  decreto  de'io  novembre  1771. 
A  vea  sua  sede  essa  accndeinìa  nel  luos;o 
siinuoniinalo,  ed  essendo  in  grati 'parte 
spi  ovvedula  di  gessi  tratti  dall'antiche 
statue,  vi  sopperii  l'ah.  Filippo  P'arsetti, 
raccogliendo  ne'snoi  viaggi  d'Italia  lepla- 
sticlie  dell'  antiche  migliori  sculture,  e 
queste  dispose  nel  suo  palazzo  allìnchè  ne 
traessero  vantaggio  gii  studiosi,  copian- 
dole. ("oȓ  pure  la  nobile  faiuiglia  Pisa- 
ni di  s.  Stefano  avea  aperto  un  accade- 
mia di  disegfionel  proprio  palazzo  a  van- 
taggio del  giovane  Ahnoròdi  rpiella  casa, 
ove  eiavi  a  direttore  Pietro  Longhi  e  al- 
tri maestri,  i  di  cui  alunni  sono  descritti 
sur  un  foglio  allora  impresso.  IMorto  poi 
il  hcMiemerito  Farselli,  il  di  lui  evede.  D-i- 
ni^ie  continuò  a  mantenere  aperto  lo 
studio.  Decesso  pur  esso,  il  di  lui  figlio 
Anton  Francesco  tentava  vendere  quel- 
la raccolta  cospicua,  ma  non  essendogli 
riuscito,  caduta  la  repubblica,  donò  le 
foriiìedi  que'gessi  e  alienò  i  dipinti  a 
l'aolo  I  imperatore  di  Russia,  lasciando 
in  Venezia  i  getti.  Questi  ad  istanza  del 
prof.  Teodoro  Matteini, gli  acquistò  l'im- 
peratore Francesco  11,  donandoli  a  pro- 
fitto dell'accademiajche raccoglievasi  tut- 
tavia nelle  sale  del  palazzo  Farsetti.  Isli- 
liiita  poi  dal  governo  Italico  nel  1807 
l'attuale  accademia  delle  belle  arti,  po- 
co dopo  si  trasportarono  in  essa,  ove  Iut- 
iera si  conservano.  Durò  l'ordinaniento 
Italiano  lino  al  i838,  e  fu  allora  regola- 
la l'accademia  com'è  di  presente.  Il  col- 
legio Armeno  Raphael,  di  cuinel  §  XVIII, 
n.  9.  Il  collegio  Greco  Fiangini  discor- 
so nel  §  XIII,  n.  g.  Il  collegio  di  ma- 
rina (che  poi  fu  trasferito  a  Trieste), 
oltre  1'  istruzione  religiosa,  insegnava 
n'  suoi  allievi,  che  alla  carriera  del  n)a- 
le  si  dedicavano,  la  storia,  il  diritto  e 
la  polizia   ruarittima,  le  malemaliclie , 


V  E  N  34^: 

l'idrografia  eia  tattica  navale,  la  ma- 
lenialicn  e  costruzione  navale,  la  pra- 
tica del  fucile,  quella  dell'artiglieria,  per 
tutte  le  quali  pai  ti  avea  i  suoi  propri  pro- 
fessori ;ed  inoltre  per  mezzo  d'altri  mae- 
stii  insegnava  pure  il  diseguo,  le  lingue 
italiana,  tedesca,  inglese,  francese,  la  cal- 
ligrafia, la  scherma,  la  manovra  pratica 
e  il  nuoto.  Sparse  poi  sono  per  la  città 
mollesciiole  private  sostenute  da  maestri 
e  niaestie  approvati.  Per  le  società  acca- 
demiche, oltre  ad  una  sezione  dell'  Isti- 
tuto del  regnoLombardo-Veneto  di  scien- 
ze, lettere  ed  arti,  ed  un  Ateneo  di  cui  nel 
S  Vili,  n.  23,  niun'altra  ne  possiede  Ve- 
nezia, benché  in  essa  vivano  non  pochi 
uomini  d'altissimo  merito,  dice  il  Dizio- 
nario veneto,  su  di  che  mi  riservo  aji- 
giùngere  alcune  mie  parole.  Quanto  al- 
l'Istituto di  scienze,  lettere  ed  arti,  la  cui 
residenza  da  ultimo  fu  assegnata  nell'an- 
tiche saie  d'armi  del  consiglio  de'  Dieci 
nel  palazzo  ducale,  rilevo  dagli  Annali 
(li'llf  Pro\'ince  Fcnete  del  cav.  Mulinel- 
li, e<iso  venne  fondato  con  sovrana  riso- 
luzione de' I  5  aprile  i838,  insieme  a 
quello  residente  in  Milano,  eh' è  l'altra 
sezione,  collo  «copo  di  promuovere  gli 
sludi  che  haiuio  immediata  e  principale 
infliien/i  sopra  la  prosperità  e  la  coltu- 
ra scientifica  generale  delle  provincie 
componenti  il  regno  Lombardo- Veneto, 
essendo  composto  di  3  classi,  cioè  di  20 
niembri  onorari  ;  di  4o  membri  effettivi, 
20  de'  quali  con  annua  |)ensione  di  lire 
austriache  1200;  e  di  soci  corrisponden- 
ti, d  ili  cui  numero  è  indeterminato,  ve- 
nendo però  scelti  tra'dotti  del  regnoLom- 
bardo-Veneto  e  degli  altri  slati  della  mo- 
narchia, non  dell'estero,  i  quali  sieno  in 
istalo  di  concorrere  e  contribuire  co'Ioro 
lavori  allo  scopo  scientifico  dell'istituto, 
o  siensi  resi  benemeriti  dello  stesso,  o  gli 
servano  di  lustro  colla  loro  ammissione. 
Il  Hcgolamento  organico  è  riportato  dal 
Mulinelli.  Nello  stabilimento  Antonelli 
si  stampano  gli  annui,  Atti  dell'  I.  R. 
Istituto   Feneto  di  scienze,  lettere  ed 


246  V  E  N 

arti.  Cosa  sono  i  due  Istituii  cì«I  regno 
Lombardo-Veneto,  ossia  di  Milano  e  di 
Venezia,  lo  dichiara  la  Cronaca  di  Mi- 
Inno  del  1857  nella  disp.  i  1.'  Già  disse 
nella  1/  gli  Aid  che  publ^licano  i  due 
Istituti,  sono  giornali  che  alte  tano  fino 
a  qual  punto  ciihuinante  s'elevano  og- 
gidì gli  sludi  collettivi,  e  come  la  scienza 
dalle  sue  aslrazioni  sappia  entrare  util- 
mente operosa  nel  campo  dell'applica- 
zione. Nell'Istituto  di  Venezia  »  fra'cul- 
lori  tielle  dottrine  letterarie  vi  si  contano 
i  due  Cittadella,  il  Bianchetti,  il  Poli,  il 
Wenin,  il  Sagredo,  l'ab.  Canal,  il  conte 
Cavallijild.' Pasini, il  Zannini,  il  Cicogna, 
il  conte  Miuiscalchi,il  C.ippellello  ;  a'qua- 
li  si  ponno  aggiungere  per  la  natura  di 
alcuni  loro  scritti,  anche  i  dottori  Nar- 
do e  Namias.  Quindi  gli  Atti  dell'Istitu- 
to di  Venezia  alla  gravila  della  scienza 
aggiungono  molta  amenità  di  letteratura 
e  di  storia,  mentre  agli  Alti  dell'  Istituto 
di  Milano,  la  quasi  esclusiva  austerità 
scientilica,  toglie  ogni  lato  accessibile  a' 
profani  della  scienza  e  dell'arti.  E"  quin- 
di a  desiderarsi  che  anche  l'htilulo  Lom- 
bardo non  apra  le  sue  porle  alle  sole  spe- 
cialità, se  pur  ama  che  la  fronte  acciglia- 
ta del  Sofo  si  spiani  qualche  volta  dinau- 
zi  alle  grazie  della  lelleralura".  Il  Gior- 
nale di  Roma  del  i858,co'n.  i6g  e  170, 
riprodusse  il  pubblicato  dalla  Gazzella 
ujjiciale  di  Mitano,  col  rescritto  dell'im- 
peratore Francesco  Giuseppe  I,  indiriz- 
zalo air  augusto  fratello  l'arciduca  Fer- 
dinando Massimiliano  governatore  gene- 
rale del  regno  Lombardo-Veneto,  in  da- 
ta de'24  luglio.  Con  esso  dispose  il  so- 
vrano una  giusta  proporzione  dell'impo- 
sta prediale  nel  dello  regno  ;  ordinò  che 
il  privilegio  fiscale  sia  ristretto  a'crediti 
erariali  di  diritto  pubblico;  approvò  le 
proposte  per  migliorar  la  condizione  de' 
medici  di  condotta;  graziò  e  condonò  il  re- 
siduo del  contingente  di  reclute  peli 858, 
accordando  all'imperiai  fratello  laPicollà 
di  dispensare  dal  servizio  militare  gli  stu- 
denti di  anuo  in  anno;  ed  approvò  che  le 


VEN 

accademie  di  Milano  e  di  Venezia  sieno 
couvertilein  sezioni  degl'Istiluli  di  scien- 
ze,lettere  ed  arti  ivi  eretti.»» Avuto  riguar- 
do a'peculiari  interessi  delle  belle  arti  ia 
Italia,  approvo  che  le  Aocade(nie  di  Mi- 
lano e  Venezia  sieno  convertite  in  sezio- 
ni degl'lslituti  di  scienze,  lettere  ed  arti, 
ivi  eretti.  L'ordinamento  di  queste  nuo- 
ve sezioni  degl'Istituti,  da  sottoporsi  al- 
la mia  sovrana  decisione,  dovrà  collegar- 
si all'organismo  di  entrambi  quegli  I- 
stiluli.  Avranno  quindi  un  presidente, 
un  numero  conveniente  di  membri  elfet- 
livi,  per  metà  stipendiati,  e  per  1'  altra 
metà  senza  stipendio,  ed  inoltre  mem- 
bri onorari  e  soci  d'arte.  Sarà  in  gene- 
rale debito  di  queste  sezioni,  siccome  au- 
torità nel  campo  delle  belle  arti,  di  usa- 
re i  loro  lumi  alfine  di  porgere  all'  eser- 
cizio delle  arti  belle  e  ai  giudizi  relativi 
un  indirizzo  che  valga  a  far  rivivere  le 
antiche  glorie  dell'  Italia  nel  fitto  del- 
l*arti;eslenderà  Sj)ecialmenle  i  program- 
mi per  i  concorsi  a'  premi  accordati  da 
me,  e  pronuni:ierà  il  giudizio  sui  lavori 
che  si  presenteranno  a  concorso;  darà 
parereinlornoa'Iavori  artistici  daeseguir- 
si  per  commissione  imperiale,  o  a  que- 
siti artistici,  e  proporrà  a  lei  il  conferi- 
mento di  stipendi  a'più  valenti  discepoli. 
Gli  sludi  elementari  d'ora  in  poi  avran- 
no a  farsi  alle  Scuole  Reali,  ma  quanto 
all'istruzione  superiore,  i  giovani  alun- 
ni r  attingeranno  presso  rinomati  mae- 
stri di  loro  scella.  Ai  bisogni  dell'archi» 
tellura  sarà  soddisfatto  mediante  specia- 
le ordinamento  dell'istruzione  in  questo 
ramo  dell'arte.  In  causa  di  tale  riforma 
delle  Accademie,nessuoo sarà  pregiudica- 
to nello  sii  pendio  che  gode  col  la  definiti  va 
nomina  ad  un  impiego.  I  risparmi  che  pei' 
queste  nuove  disposizioni  risulteranno 
nell'assegno  di  dotazionedell'Accademie, 
concedo  vengano  impiegati  in  opered'ar- 
le  che  illustrino  la  storia  dell'  impero  e 
del  paese,  e  tornino  ad  onore  e  vantag- 
gio sì  degli  artisti  lombardo-veneti,  co- 
me di  esso  paese."  Altre  analoghe  paro- 


I 


V  E  N 

le  Ito  lifeiilo  nel  §  X,  n.  i  i,  ragionando 
dell'accaileniia  delle  belle  arti,  alla  qua- 
le si  rannoda  quanto  dirò  nel  §  XVI,  n.  g. 
Imparo  dal  cav.  IMutinelli  ne'suoi  Anna- 
li Urbani  di  J'cnezia,  come  qtiesla  cil- 
lìi  costantemente  tenerissima  dell'armo» 
nie  musicali,  trovò  opportuno  nel  iSSy 
d'istituire  nella  chiesa  di  s.  Martino,  di 
cui  nel  §  Vili,  n.  3,  sotto  i'uivocazione 
di  s.  Cecdia,  una  nuova  Società  filarmo- 
nica coo)[)osta  di  professori  di  canto  e  di 
euooo,  di  cui  doppio  oggetto  esser  duvea 
quelli,  di  dar  maggior  decoro  all'arte 
musicale,  richiamandola  al  .più  nobile 
de' suoi  uffìzi,  eh' è  il  servigio  del  cullo 
r\e\\'  Viziatura  dii'ina  (I  •),  e  di  porge- 
re un  SOCCO!  so  a'confratelli  musici  che  se 
ne  mostiassero  in  bisogno;  perciò  collo 
stesso  duplice  scopo  di  quella  pontificia 
di  Ronta,  a  cui  mi  pregio  appartenere,  e 
di  essa  riparlai  nel  vol.LXXXV,  p.  i(ì3. 
Ne'medesimi  Annali  t/Z><7/j/ il  cav.  Mu- 
linelli tratta  dell'  antico  collegio  medico 
e  dell'antiche  accademie  di  Venezia,  e 
con  esso  vado  a  darne  notizia.  Rifiorita 
nel  secolo  XIII  per  non  pochi  principi 
italiani  la  medicina,  in  varie  città  cospi- 
cue furono  istituiti  collegi  medici.  Per 
effetto  di  tali  nobilissimi  esempi,  e  mollo 
più  per  doversi  stimare  la  Medicina  co- 
me  arte  indispensabile  all'umana  socie- 
tà, anche  a  Venezia  verso  il  i  3o6  si  con- 
dusse un  medico  con  provvisione,  da  cui 
altri  I  2  edaltreltanli  chirurghi,  parimen- 
ti dall'erario  sli|)endiati,  dovevano  di- 
pendere, formando  com  essi  un  collegio, 
al  quale  presiedeva  il  detto  i.°  medico 
intitolato  priore.  Era  questi,  oltre  la 
provvisione,  alloggialo  in  una  casa  del 
pubblico,  e  vuoisi  che  fosse  ove  poi  fu 
fabbricalo  il  palazzo  de'Camerlenghi.  Il 
priore,  quanto  i  suoi  compagni,  saliro- 
no a  tanta  riputazione,  che  si  permise 
loro  d'usar  veste  pari  a  quella  de'nobili. 
Nel  i5oi  in  Venezia  fu  fondalo  un  let- 
terario istituto  da  Teobaldo  Pio  Manu- 
zio, più  conosciuto  col  nome  di  Aldo,  di* 
rainutivo  di  Teobaldo,  cittadino  romano 


V  E  N  347 

e  nato  a  Bassiano  nel  ducato  di  Sermo- 
neta,  come  narrai  celebrandone  le  gesta, 
descrivendo  quel  luogo  eie  benemeren- 
ze con  Venezia  per  l'arte  della  stampa 
e  per  l'accademia  ivi  istituita,  cioè  ne'vol. 
LXIX,  p.  202  e  9.32,  LXXXIX,  p.  102, 
ove  pure  parlai  del  figlio  Paolo  e  del  ni- 
pote Aldo  il  Giovine  nali  in  \'enezifi(alla 
quali!  quesl'  ullimo  destinava  la  libreria 
paterna  se  non  l'avessero  impedito  i  de- 
biti che  lasciò  morendo  in  Roma).  Iti 
questa  città  erasi  portato  Aldo  il  f^ec- 
cliio  nel  1488  per  fondarvi  una  stam- 
peria, onde  moltiplicarvi  le  migliori  o- 
pere  greche  e  Ialine,  con  corrette  ed  e- 
leganli  edizioni,  siccome  versato  in  am» 
bo  quelle  letterature.  Aperta  la  stam- 
peria, adoperò  bellissimi  caratteri  greci, 
modellati  su  quelli  de'  uìigliori  mss.,  e 
inventando  il  carattere  minuto  italico, 
per  lui  dello  allora  Aldino,  e  comune- 
mente corsivo  (mi(  come  rilevai  nel  voi. 
LXiX,  p.  igg,  il  eh.  Rambelli  attribui- 
sce l'invenzione  a  Francesco  ila  Bologna, 
o  meglio  ne  fu  il  disegnatore  e  l'incisore, 
e  lo  notai  poi  nel  voi.  LXXXIX,p.  io3). 
Non  poteva  però  Aldo  bastar  da  se  solo 
a  COSI  vasta  impresa,  gificchèera  uopo  di 
collazionare  e  di  correi^gere  molli  e  di- 
versi testi;  chiamò  quindi  in  soccorso, 
perchè  secondassero  i  suoi  nobili  sfoizi, 
u)olli  illustri  uomini,  alcuni  de'quali  si 
unirono  a  lui  per  la  sola  gloria  di  servire 
all'amico  e  alle  lettere,  allri  per  riceve- 
re eziandio  uno  stipendio.  Tuttavolla  as- 
sembrati non  pochi  di  questi  dolli,  Al- 
do nella  sua  casa  posta  nella  contrada  di 
s.Palerniano,  volle  formarvi  un'  Accade- 
mia, della  da  lui  Neo-Accademia,  allu- 
dendo a  quella  di  Platone,  presa  ad  e- 
sempio,  ma  che  Aldina  dal  nome  del 
suo  fondatore  fu  presto  appellata.  la 
essa  fuor  del  greco  non  potevasi  parlare 
altra  lingua,e  prima  che  ì  soci  si  accinges- 
sero a  trattarvi  letterarie  questioni,  do- 
veano  sempre  occuparsi  della  correzione 
de'testi,  confrontandoli, emendandoli  e  a 
buona   lezione  rìduceudoli,  di  maniera 


348  V  E  N         ' 

file  non  solamente  al  genio  di  Aldo,  ma 
eziandio  alle  penose  ricerche  e  agli  stu- 
di di  que' grandi  uotnini  l'intero  mondo 
esser  deve  deiiitore  dell' impressione  de' 
«lussici  restituiti  alla  natale  loro  integri- 
tà e  purezza.  La  virtù  però  di  Aldo  era 
tale,  che  ben  lontano  di  attribuire  a  se 
slesso  tutto  il  inerito,  non  lasciava  di  ri- 
cordare onorevolmente  il  nome  de' suoi 
colleghi  nelle  prefazioni  di  que'uiolti  li- 
bri a'  quali  essi  aveano  posta  la  mano. 
Aldo  morì  a  Venezia  a'6  febbraioi5i5 
d'accademia  durò  ancora  due  anni.  Ciò 
il  Mulinelli  afFerma,citando  Michele  Bat- 
ti)gs^\a, Dissertazione  storica  deW Acca- 
demie Penezia!ie,\ enena  187.6.  Co'suoi 
biografi  dissi,  ne'Iuoghi  citali,  Aldo  mor- 
to nel  iSiy,  e  che  il  figlio  Paolo  tentò 
eli  vivificare  l'estinta  accademia  Aldina 
Mamizia/ia,  ne  raccolse  i  dotti  e  pub- 
blicò molti  classici  latini  illustrali.  In 
tempo  di  Aldo  il  Secchio  e  prima  della 
Jega  di  Cambray  del  i5o8,  ebbe  origi- 
ne l'accademia  de' f<//f'gn«/,  in  una  vil- 
la alquanto  selvatica,  poco  discosta  dalla 
Laguna,  villa  che  fu  distrutta  nel  fervo- 
re delle  guerre  derivate  dalla  lega,  ces- 
sando così  pure  1'  accadeuìia.  Nel  i  55o 
non  bastando  alla  moltitudine  degl'm- 
gegni  il  conversare  de'privati  cerchi,  op- 
portunamente si  pensò  (li  ravvivar  l\'icca- 
tleniia  de'Pellegriui.  Conoscendosi  però 
che  alla  celebrità  d'  un'accademia  oltre 
la  virtù  e  l'opere  de'  soci,  non  poco  gio- 
va anche  il  denaro  ed  un'entrata  peren- 
ne, 6  onorali  cittadini  furoro  generosi  di 
fornir  i  mezzi  a  mandar  ad  elletto  i  gran- 
iliosi  progetti  della  rinata  accademia, 
largamente  donandole  poderi  e  capitali. 
Spiegò  essa  per  impresa  nn  falcone  pel- 
legrino, che  teneva  fra  gli  artigli  tm  dia- 
mante; ed  i  soci  adottarono  per  impre- 
sa uno  scudo  in  cui  era  dipinto  un  cap- 
pelletto, un  bordone,  un  nicchio,  un  su- 
dario e  altre  cose  usate  da'pellegrini.  Il 
motto  dell'  impresa  dell'accademia  fu: 
JStiluraeet  Artis  opus.  Quello  de'  soci  : 
Fininnt  pariler  rcnovant'jue   laborcs. 


V  E  N 
Era  presieduta  a  tempo  da  uno  de*  G 
anzidetti  benemeriti  cittadini,  cui  dagli 
altri  5  nell'elezione  presentavasi  d'una 
gian  coppa  d'argento,  con  entro  scolpi- 
te l'arme  della  città  e  l'impresa  dell'ac- 
cademia. Questa  era  provveduta  di  pre- 
gevole biblioteca,  e  di  due  stamperie  per 
pubblicare  oltre  1'  opere  de'  soci  anche 
l'altrui,  di  que'  letterati  cioè  impotenti 
di  pubblicarle,  dandosi  in  dono  così  alla 
repubblica  letteraria  quanto,  senza  que- 
ste cure  generose,  sarebbe  rimasto  mi- 
seramente sconosciuto.  Le  tornate  si  te- 
nevano nelle  case  de'  soci,  e  negli  ame- 
nissimi  giardini  dell'  isole  di  Murano, 
della  Giudecca  edis.  Giorgio  Maggiore. 
Si  leggevano  nelle  pubbliche  tornate  i 
poeti  e i  prosatori  greci  e  latini;  nelle  pri- 
vate, i  poeti  e  i  prosatori  italiani.  Tra  lo- 
ro regnava  perfetta  amicizia  senza  eti- 
chette di  convenienza,  ed  aveano  conju- 
ni  i  sollazzi  e  gli  stravizzi.  Principal  do- 
vere degli  accademici  era  quello  di  noi» 
palesar  mai  di  fune  parte,  e  di  vicende- 
volmente aiutarsi  co'  lumi  letterari  e  coi 
denaro  i  bisognosi.  Aiutavano  ancora 
qtie'letterati  che  ne  peniu'iavano,  senza 
farne  conoscere  la  piovenienza,  esercitan- 
do così  la  liberalilà  senza  fasto.  Dotava- 
no le  donzelle  misere  per  agevolar  loro 
il  matrimonio,  e  provvedevano  i  poveri 
di  nudrimento  e  di  educazione,  un  prov- 
visionato dell'accademia  istruendo  i  fan- 
ciulli poveri  nella  volgare  e  latina  favel- 
la. Venuto  a  morte  un  socio,  addobbava- 
si  con  tappezzerie  nere  la  sala  dell'  acca- 
demia, con  eud>!eu)i  alle  virtìi  morali 
dell'estinto,  nel  mezzo  della  quale  posa- 
vasi  la  bara,  collocandosi  dirimpetto  ac 
essa  sotto  un  magnifico  baldacchino  l'ef 
fìgie  del  defunto;  si  recitava  l'orazione 
funebre,  e  si  scolpiva  in  pietra  l'epilaflìol 
Tiziano  e  Sausovino  erano  dell'  accade- 
mia, la  quale  a  prezzo  generoso  acqui-1 
stava  le  loro  opere,  sì  per  animare  quel 
sommi  a  più  grandi  cose,  sì  per  sollevare 
maggiormente  con  ciò  la  propria  fama^ 
come  si  hadaOiaxich,  ì)Ievwria  dell' aci, 


VEN 

cadctnia  de'  l'tUfi^nni.  Senza  pai  Ini  e 
il'AiiloiifiaiicescoDoni  IcUeialofioieiili- 
no, die  fu  aggregalo  airnccadeinia  dopo 
il  suo  stabilimento  a  Venezia,  avvenuto 
nel  i547,e  uioilo  poi  a  Monselice  nel 
i574i  solo  degno  di  curiosa  menioiia 
pel  suo  capriccioso  e  fantastico  umore  ; 
sarà  meglio  ricordare  come  nel  medesi- 
mo tempo  dell'accademia  de'  Pellegrini, 
fu  istituita  quella  degli  Unili.  Se  ne  de- 
ve il  merito  a  Pietro  da  Mosto  famoso 
per  eloquenza,  e  per  altre  doti  assai  chia- 
ro. INeir  accademia  degli  Uniti  Irattava- 
si,  e  non  di  rado  all'improvviso,  diversi 
eruditi  argomenti  ;  e  nel  1 55 1  ne  fu  elet- 
to per  uno  de'conservatori  perpetuiFian- 
Cesco  Veniero,  poi  doge  di  Venezia.  Fio- 
rirono pure  in  Venezia  l'accademie  de- 
gl'  Incruscabilì,  de'  lUcovrati,  degli  A- 
dorni.  degli  Uranici,  iW Celesti,  de'óV- 
rafivi,  òt  Ri  uni  ti, Ati  Rinvigoriti.  Di  que- 
st'ultima nel  1722  un  accademico  cele- 
brò l'esaltazione  al  dogado  d'Alvise  III 
Sel)asliano  Mocenigo.  L'accademia  però 
che  dopo  \' Aldina  oltrepassò  di  gran 
lunga  la  rinomanza  di  tutte  l'altre,  pei* 
la  sublimità  degli  oggetti  e  per  la  vastità 
dell'idee,  è  quella  certamente  la  quale 
col  nome  di  Veneziana  della  Fama 
venne  istituita  nella  propria  casa  da  Fe- 
derico Badoaro.  Sostenuti  da  questo  di- 
stinto patrìzio  i  più  luminosi  uflici  della 
sua  repubblica,  non  che  \i.rie  ambasce- 
vie,  fra  cui  quella  presso  il  duca  d'Ur- 
bino, e  l'altra  presso  Carlo  V,  datosi  fi- 
nalmente ad  una  vita  riposata  e  tranquil- 
la, concepì  il  pensiero  di  fondare  un'ac- 
cademia in  cui  nessuna  dell'  umane  co- 
gnizioni fosse  trascurata.  Agevolmente 
potè  il  Badoaro  mandare  ed  effetto  il  suo 
divisamento,  perchè  ricchissimo,  e  per- 
chè uno  de'più  eruditi  escienziali  uomi- 
ni che  allora  vivessero  in  Venezia.  Pie- 
se  per  accademica  impresa  la  figura  d<i- 
la  Fama,  col  motto: /o  ro/o  «/  Cicl per 
rifìosanni  in  Dio.  Stabilì  che  de' 100  e 
più  individui  ond'era  composta,  alciuii 
leggeitscru  teologia,  altri  filosofia  ;  che 


V  E  iN  349 

vi  fossero  professori  di  geometria,  d'arit- 
metica, d'astrologia,  di  musica  e  di  co- 
smografia; che  le  leggi  aver  dovessero 
eziandio  professori  di  diritto  canonico  e 
civile  ;  che  maestri  vi  si  trovassero  d'ora- 
toria, di  poesia,  di  storia  e  di  grammati- 
ca. Siccome  poi  Badoaro  avea  per  isco- 
pò  di  propagare  colle  stampe  libri  in  o- 
gni  tnateria,  così  a  Paolo  figlio  d'Aldo 
Manuzio,  il  quale  teneva  nell'accademia 
cattedra  d'eloquenza,  alfidò  la  soprioteii- 
denza  della  slami)eria  :  laonde  i  libri  che 
ne  uscirono, benché  in  assai  poca  quan- 
tità, vennero  sen>pre  riputati  bellissimi, 
facendo  anco  al  presente  preziosa  e  rara 
comparsa  negli  scadali  delle  migliori  bi- 
blioteche. Né  le  fatiche  di  Badoaro  e  de- 
gli accademici  si  limitavano  alla  sola  col- 
tura delle scienzeedellelettere;  im[)eroc- 
che,  accesi  di  vera  carità  per  la  patria, 
intendevano  pure,  coll'autorità  de'  Die- 
ci, a  dare  un  miglior  ordine  alle  promul- 
gate leggi  della  repubblica,  promovendo 
e  illustrando  tultociò  che  avesse  potuto 
tornar  a  maggior  gloria  di  quella.  Aper- 
ta ad  uso  degli  accademici,  e  di  qualun- 
que altro  avesse  voluto  profittarne,  una 
biblioteca  sceltissima,  molto  dilettevoli 
e  molto  istruttive  erano  le  tornate  per 
la  lettura  delle  più  curiose  notizie  che  i 
soci  cercavano  d'avere  da  tutte  le  par- 
ti del  mondo,  afHne  di  conoscere  le  più 
utili  scoperte  e  invenzioni,  istruirsi  nef^li 
alFari  politici  degli  altri  stali,  e  ne'  meto- 
di tenuti  dalle  nazioni  più  colte  per  di- 
latar le  scienze  e  le  lettere.  La  rigidezza 
poi  delle  continue  studiose  occupazioni, 
era  rallegrata  sovente  da  ilarità  di  con- 
viti,  dati  con  singoiar  magnificenza  dal- 
l'istitutore libéralissimo.  Ma  un'opera  co- 
sì grande,  così  eccellente,  così  utile  e  co- 
sì bene  istituita  doveva  esser  3  anni  do- 
po il  suo  nascimento  affatto  distrutta,  e 
vuoisi  che  ciò  accadesse  per  fallimento, 
o  per  gravi  infedeltà  dal  Badoaro  com- 
messe nell'amministrazione.  Un  decreto 
del  senato  de'29  agosto  i56i,  non  sola- 
uieule  abolì  per  sempre  l'accademia^  e 


35o  V  E  N 

minacciò  perpetuo  confine  da  tulli  i  ve- 
neti ilomìnii  a  colui  che  avesse  tentato  rin- 
novarla, ma  ordinò  eziandio  la  carcera- 
zione dello  stesso  celebre  suo  islilulore. 
Pare  assai  dubbioso,  anzi  incredibile,  co- 
n)eBadoar<i,  doviziosissimo  com'era,  pre- 
cipitasse nella  sua  condizione  economica 
in  maniera  da  fallire  e  da  ridursi  a  un 
trailo  in  povertà  tale  da  profittare  delle 
sostanze  dell' accademia,  cbe  potevansi 
considerare  sue,  onde  quaud^mclle  l'a- 
vesse sciupale,  non  avjvbbe  che  a  se  solo 
recalo  pregiudizio.  Deplora  il  Mulinelli 
come  per  tale  motivo  fosse  rigorosamen- 
te soppressa  l'  Accademia  Feneziana 
lento  illustre,  e  di  tanto  onore  alla  cit- 
tà e  alla  repubblica,  senz'almeno  rifor- 
marla ne'dispendi.«  Impari  a  qualunque 
altro  il  governo  di  Venezia  nel  saper  na- 
scondere e  celare  sagacemente  i  suoi  po- 
litici provvedimenti,  è  adunque  più  pro- 
babile e  verosimile,  che  ranniillamento 
dell'accademia  avvenisse  per  assai  dille- 
lente  cagione,  per  rpjella  cioè  piultoslo 
della  gelosia  e  del  sospetto,  die  gli  acca- 
demici per  le  così  bene  dilatate  e  cosVbe- 
ne  mantenute  corrispondenze  loro  con 
persone  di  foraslieri  dominii,  anche  in 
oggetti  di  stato,  aveano  potuto  inspirate, 
poco  intportando  alla  repidjblica,  a  pet- 
to della  conservazione  della  sua  tranquil- 
lità e  del  bene  de'  suoi  cittadini,  il  faine 
comparire  uno  di  essi  fallito  o  imprigio- 
nato." Intorno  allo  scioglimento  tli  que- 
sta celelne  accademia  sono  a  le""ersi  te- 
slualmente  i  decreti  riportali  dal  cav.  Ci- 
cogna a  p.  53  e  54  dei  voi.  3,  e  a  p. 
5i  I  e  5 il  del  voi.  5  delle  Inscrizioni 
Veneziane^  e  specialmente  una  lettera 
del  contemporaneo  accademico  Luca 
Contile,  nella  quale  si  duole  del  suc- 
cesso fallimenlo  de^  Badoeri.  L'  ac- 
cademia pure  de'  Pellegrini,  4^  s""' 
dopo  la  sua  istituzione,  veniva  improv- 
visamente annullata  nel  iSgS,  senza  mai 
aversene  sapulo  la  cagione.  «  Facendo- 
si però  considerazione  a  questo  misterio- 
so e  subitaneo  dlscioglimeolo,   a  quel 


V  EN 

segreto  scrupolosamente  mantenuto  da' 
soci,  a  quelle  ragimanze  loro  in  luoghi 
ameni  bensì,  ma  solitari  e  variati,  a  quel- 
la perfetta  uguaglianza  osservata  Ira  lo- 
ro, a  quella  reciprocazione  di  soccorsi,  a 
queir  arcane  elemosine,  a  quelle  agapi, 
a  quelle  solenni  funebri  pon)pe,  e  a  que' 
panegirici  de'  trapassati,  non  possiamo 
non  accordarci  nell'opinione  di  chi  volle 
ravvisare  nell'  accademia  de'  Pellegrini 
l'origine  d'un'  altra  società,  cbe  a'giorni 
nostri  seppe  egiudmente  imporre  e  colla 
medesima  segretezza  delle  sue  leggi,  e 
colle  medesime  sue  occulte  beneficenze. 
Ad  ogni  modo  concbiuder  devesi  che  tan- 
to l'accademia  de' Pellegrini,  quanto  l'al- 
tra Veneziana  della  Fama,ollre  d'aver  a- 
vulo  uno  scopo  letterario,  possono  aver- 
ne avnlo  eziandio  un  di  politico".  Oltre 
le  ricordale  illusili  accademie,  in  Vene- 
zia erano  nelle  discorse  epoche  molte  in- 
signi biblioteche,  gallerie,  musei,  studi 
di  musica  e  d'arme,  cbe  vado  ricordando 
airopportuiiilà.  Nel  declinar  del  i.°  ven- 
tennio del  secolo  XVII  fu  istituito  nell'i- 
sola della  Giudecca  un  collegio,  appel- 
lato Jccademia  dt^ Nobili,  nel  quale  4^ 
giovanetti  patrizi  di  povere  famiglie, 
mantenuti  dall'erario,  esser  dovevano  e- 
ducali  nelle  lettere,  nelle  scienze  e  nel  ci- 
vile diritto.  Ma  il  Mulinelli  osserva,  che 
per  la  poca  sollecitudine  presa  per  sì  san- 
ta istituzione,  ben  rari  furono  i  cittadini 
che  usciti  dall'accademia  abbiano  recato 
segnalali  servigi  alla  patria.  Ne  trattano 
il  Ballaggia,  ne  Cenni  storici  sopra  l'isO' 
la  della  Giudecca  j  tA  il  Meschini,  Del- 
la Letteratura  Veneziana  del  secolo 
XV III.  Nella  I.'  metà  di  tale  secolo  fio- 
rì il  famoso  veneziano  conte  Gaspare 
Gozzi,  gridatore  critico  contro  i  costumi 
de'suoi  concittadini,  e  autore  del  feste- 
volissimo Osservatore  Veneto,  e  della 
pur  festevole  Gazzetta  Veneta,  ne' quali 
periodici  lavori,  scritti  sempre  con  islile 
purgato  e  nervoso,  sbandila  ogni  politi- 
ca notizia,  aveau  luogo  soltanto  l'urba- 
ue,  ì  curiosi  aocddoli, gli  ameni  racconti, 


VEN 
i  casi  veri  e  invfulali.  Invogliltosl  ili  Lui- 
gia Bergaili,  Ira  gli  Arcadi  Inn'mda 
Parlcnide ,  già  discepola  di  Apostolo 
Zeno,  somma  nel  poetare,  la  sposò.  Il 
parlare  e  lo  scrivere  del  Gozzi  fu  elet- 
trica favilla,  che  sebbene  per  poco  spa- 
zio, scosse  l'addormentato  fiore  de'poclii 
veneziani  studiosi,  e  fu  remota  causa  nei 
1^47  ^t^"*  istituzione  della  capriccioa 
accademia  de'  Granelleschi,  di  cui  fece 
sncli'egli  parte,  la  quale  doveva  fare  ri- 
fiorire tanto  felicemente  la  poesia  Berne- 
sca, da  contender  la  lode  a"'padri  e  a'n)ae- 
stri  di  essa,  non  solamente  nella  vivezza 
de' pensieri,  ma  eziandio  nel  maneggio 
delle  frasi  e  dello  .siile;  al  modo  descrit- 
to dal  Morelli,  Dissertazione  storica 
della  cultura  della  poesia  presso  i  ir- 
ntzianij  e  dalla  Biogrnjìa  universale, 
Venezia  pel  Missiaglia,  in  quella  di  Ga- 
spare Gozzi,  celebre  letterato,  poeta  e 
critico.  Piitrovandosi  il  patrizio  Daniele 
Farsetti  per  la  via  di  Castello  con  p  irec- 
chi  giovani,  giunti  al  convento  di  s.  Oo> 
menico  videro  entrare  una  brigala,  e  do- 
mandatone il  perchè,  fu  risposto  esser  co- 
stume de'  frali  domenicani  onorare  in 
qiiel  giorno  annualmente  s.  Vmcenzo 
Ferrei  con  accademia,  potendovi  ciascu- 
no recitarvi  le  sue  composizioni.  Allora 
vi  entrarono  anch'essi,  e  fia  l'allre  com- 
posizioni udirono  quella  diGiuseppe  Sac- 
chellari,  una  vera  canzonacela.  Avendo- 
lo poi  incontrato,  con  esagerate  e  ironi- 
che lodi  lo  burlarono,  ed  egli  semplicio- 
ne e  pieno  di  pretensione  le  prese  per 
•vere.  Allora  il  Farsetti  co' compagni  gli 
dissero  aver  nell'animo  di  fondar  un'ac- 
cademia e  lui  volerne  a  principe.  Rac- 
coltisi dunque  nella  bottega  di  caffè  di 
Menicazzo  in  Merceria,  ivi  deliberarono 
che  l'accademia  s'intitolasse  col  vocabo- 
lo ridicolo  de'Gra/ie//e.5f/i/,  ed  il  princi- 
pe Arcigranellonel  Adottarono  per  im- 
presa un  Gufo  o  Barbagianni  tenente  in 
una  zampa  alzata  un  paio  di  sodi  gra- 
nelli, circondata  da  bietole,  cavoli,  lat- 
tughe e  susine.  Sotto  il  Gufo  era  questo 


VEN  35i 

mollo:  Totc^plnros  sunt  certe  quain  ho» 
mincsl  Quindi  in  un  giardino  a'ToIen* 
lini  si  volle  a'2  i  giugno  con  molta  so- 
lennità celebrare  la  ceremonia  per  cui  il 
nuovo  presidente  ^acchellari  entrava  in 
carica  d'  Jrcigrancllonc,  con  bagordo 
grandissimo.  Avea  per  trono  un  seggio- 
lone antico  allissin)0,  sul  quale  lo  stupi- 
do per  sedervi,  essendo  nano  di  statura, 
gli  convenne  far  due  o  tre  salti  burle- 
chi.  Ivi  pavoneggiandosi,  perchè  eragli 
stato  dello  aver  appartenuto  al  celebre 
cardinal  Bembo.  E  sul  dorso  del  seggio- 
lone sorgeva  1'  impresa  del  Gufo.  Gli 
si  pose  in  capo  una  corona  di  radici 
e  di  lattuga,  intorno  alla  quale  pende- 
vano acerbe  susine.  Gli  furono  indiriz- 
zati discorsie  poesie,  d'una  serietà  la 
più  comica,  piene  d'  elogi  ironici,  di  cui 
egli  andava  superbo  quanto  della  sua 
ghiilanda.  L'arcigranellune  non  mancò 
mai  poi  d'aprire  1'  adunaze  con  una  di 
quelle  composizioni  d'un  ridicolo  da  non 
potersi  figurare,  di  cui  avea  esibilo  for- 
se il  I .°  modello.  Veniva  inlerrolto  ogni 
momento  a  forza  d'applausi  :  si  decreta- 
va l'inserzione  del  capolavoro  negli  atti 
dell'accademia,  ed  egli  consegnava  con 
tutta  gravila  il  suo  mss.  al  segretario. 
Cosi  per  celia  istituita  l'accademia  de* 
Granelleschi,  quando  in  una  stanza, 
quando  in  un  orto,  quando  in  un  cor- 
tile teneva  le  sue  sedute,  le  quali  bene 
spesso  terminavano  in  una  cena  o  in  un 
pranzo  giocondissimo;  ma  poi  assodala 
da  Gaspare  Gozzi,  ben  seppe  tener  fi  on- 
te, ed  era  questo  lo  scopo  suo  principa- 
le, alla  soverchiante  piena  degli  scrittori 
poco  accurati  e  dozzinali,  che  sciagura- 
tamente aveano  portato  e  portavano  al- 
la barbarie  ed  al  guasto  la  bellissima 
lingua  italiana,  togliendole  la  venustà 
nativa.  Servi  l'accademia  ad  alimentare 
il  fuoco  sagro  del  buon  gusto.  Ebbe  a 
soci  gravi  letterali  e  persone  d'ingegno: 
tali  erano  tra  gli  altri  ì  (rateili  Giuseppe 
e  Daniele  Farsetti,  un  Crolla,  un  Balbi, 
il  dotto  abbate  Natale  dalle  Lasle  lumi- 


35a  V  E  N 

naie  d'erudizione  e  del  vero  sapete  in 
c|tieire|)oca,  i  3  (rateili  Marsili,  il  coiile 
Campo  s.  Pietro,  il  dotto  Forcelliiii,  i 
due  Ihitelli  Gaspare  e  Carlo  Gozzi,  e  pa- 
recchi altri.  Meglio  è  vedere:  Nuoiui  rac- 
colta (li  operette  italidiic  in  prosa  e  in 
verso  inedite  o  rare,  Treviso  i79'5-  Ivi 
trovatisi  le  Memorie  dell'  Accademia 
Granellesca  scritte  da  Daniele  Farsetti 
Ira  gli  accademici  Granellcschi  detto 
il  Cognito.  Battaggia,  Dell'  Accademie 
Veneziane,  dissertazione  storica.  E  di 
]Marco  Foscarinij  La  Storia  della  let- 
teratura /'emziana.  Dice  il  Mulitielli 
dell' accademia,  che  leriiìiuò  nel  1761. 
«Oasi  vero  nel  deserto  l'accademia,  sveii- 
luralacueiite  anche  l'oasi  dovea  isterili- 
te, e  diventar  heu  presto  pur  e»so  deser- 
to". Nelle  sue  Accademie  l'encziane  il 
Baltaggia  tratta  pure  dell'accadeaìiaCac- 
ciatrice  fondala  già  nel  seminario  di  s. 
Marco;  e  de'componinienti  slanipali  nel 
1607  e  nel  1611,  ragiona  il  cav.  Cico- 
gna, Inscrizioni  Veneziane,  t.  3,  p.  5o5, 
e  t.  4,  p.  685.  11  conte  Paolino  Mastai 
Ferretti,  Notìzie  storiche  dell'  accade- 
mie d' Europa,  discorre  nel  cìj[).  XV  del- 
le Accademie  erette  in  Venezia  e  nello 
Stato.  Riferisce  che  grande  fu  il  nume- 
ro dell'accademie  fiorile  in  Venezia,  in- 
trodotte già  da  Aldo  Manuzio  lino  dal 
secolo  XV.  Si  ha  una  confusa  notizia 
dell'accademia  Storico- Teologica,  e  di 
quella  di  Savotti,  de  Circiilalione  san- 
gninis,  e  di  quella  Geograftca  degli 
Argonauti,  e  cita  Wesseling,  Aurif. 
Jiir.  Il  Doni,  Marmi  Venet.,  racconta 
l'origine  dell'accademie  Aa'  PI  atonie  i,ù<ì 
Pellegrini,  degl'  fnduslriosij  ina  sopra 
tutte  (ioli  l'accademia  delta  Veneziana 
o  della  Fama  fondata  da  Federico  Ba- 
doaro  nel  principio  del  i558,  e  lo  rileva 
dalle  Lettere  dì  Bernardo  Tasso.  Tra  que- 
sti accademici  si  annoveranoPaolo  Manu- 
zio ed  ilTasso.  il  principal  protettore  era 
il  cardinal  MicheIeGhisIìeri,poi  neliSGG 
s.  Pio  V.  L'accademia  rimase  annullata, 
previa  la  catceiaziuue  del  Budoaio,  a'19 


V  E  N 
agosto  i'jGi  per  puhbiicd  decreto.  Non 
(i  uneiio  aggiunge,  coll'aulorilàd' A  |)osto 
lo  Zeno,  iTo/.  al  Fonlnn.,  t.  1 ,  p.  353,  e 
t.  2,  p.  86, dopo  3o  anni  risorse,  e  fu  pie 
sa  sotto  la  prolezione  del  senalo  veneto, 
e  (ielisario  Buigarini  accademico  dedica 
all'accademia  nel   1608  le  sue  Annoia 
zioni  sulla  i."  parie  della  Difesa  di  Dan 
te  di  Jacopo  Mazzoni.    In   Venezia   nel 
1617  fu   pubblicalo  e   con   ritratti:  Là 
glorie  degl'  Incogniti,  oin>ero  gli  Uonii\ 
ni  illuslri  dell'  Accademia  f'eneziana 
Possiede  Venezia  scelte  e  rare   biblioteJ 
che,  primeggiando  la  Famosa   Marciana 
nel  palazzo  ducale,  di  cui  ucl  §  ll,n.  3;  la 
biblioteca  de'uionaci  tnechitaristi,  di  cui 
nel  §  XV  111,  n.  9;  quella  del  Liceo,  e  ne 
parlai  nel  §  X,   n.  9;    la   biblioteca  del 
MCininario  patriarcale,   della   quale   può 
vedersi  il  n.  65,  pure  del  §  X;  del    mu- 
seo municipale  Correr,  di  cui  nel  §  XIV, 
n.  3;  di  s.  Giorgio  de'Greci,  de'quali  ra- 
gionai nel  §  XIII,  n.  9;  l'ha  altresì  l'Ale 
lieo,  di  cui  nel  §  Vili,  n.  23:  più  altr* 
se  ne  trovano  in  case  religiose  e  parlicO' 
lari,  di  diverse  delle  quali  già  feci  ricoi' 
do.  Più   numerose  erano   le  librerie  d 
Venezia, e  delle  sue  isole  come  in  s.Gioi' 
gio  Maggiore  e  in  s.  Michele  di  Murano 
in  tempo  della  repubblica,  e  prima  de 
fatale  e  generalesoppressione  de'conven 
ti  e  monasteri  nel  nefasto   18  io,  andai 
disperse  e  nella  più  parie  all'  estero,  o( 
incorporale  con  la  Marciana  (fra  cui  quel 
la  de'padri  domenicani  alle  Zattere,  chi 
conteneva  i  libri  lasciali  da  A  postolo  Zei 
no),  anche  per  avere  n»o!li  religiosi  neldr 
sciogliersi  portati  i  libri  ne'Iuoghi  dovasi 
trasferirono.  Le  librerie  antiche  esisteO'- 
ti  a  tempo  del  Sansovino  e  ricordate  nel- 
la sua  Veiietia  cillà  nobilissima  et  sin 
golare,  colle  giùnte  dello  Stringa  e  dfi 
Martinioni,  sono  le  seguenti.  11  Sansovini 
inlese  di  parlare  delle  librerie  particola!^ 
degne  di  singoiar   menzione  e  d'esser 
ricordale,  protestando   di    lacere    delle 
pubbliche  e  comuni  de'coovenli   e  mo- 
uaslei  i,  dc'is.  Gio.  e  Paolo,  di  s.  Ftauce- 


V  E  N 

SCO  (IcTiali  minori  di  s.  Stefano  de*  ser- 
vi tli  Maria,  di  s.  Giorgio  Maggiore,  di 
s.  Domenico,  di  s.  Antonio  per  dono  del 
cardinal  Marino  Griniaoi  e  già  di  Ciò. 
Pico  delia    Mirandola.    Adunque  erano 
notabili  in  Venezia  queste   librerie.  Di 
Jacopo  Conlarini  a  s.  Samuele,  il  quale 
con   ispesa  indicibile  pose  insieme  quasi 
tutte  le  storie  stampate  e  le  scritte  a  pen- 
na, non  pure    universali   ma   particolari 
delle  città,  con  diversi  altri  libri  ein  gran 
copia  di  scienze.  Alla  libreria  erano  uniti 
disegni  e  strumenti  matematici,  e  altre 
cose  di  mano  de'più  chiari  artéfici   nella 
pittura,  nella   scultura   e   neli' architet- 
;  tura  :  parte  di  questa,  era  da  lui  lasciata, 
i  in    morte,  alla   repubblica.  Degnissima 
!  la  libreria  dì  Daniele  Barbaro  eletto  pa- 
triarca d'Aquileia;  così  quelle  di  Gio- 
vanni   Delfino  vescovo  di    Torcello,   di 
Valiero  vescovo  di  Cividale,  di  Delfino 
vescovo  della  Canea,  di    v  ielmo  vescovo 
di  Città  Nova,  e  di  Rocco  Calanco  udito- 
:  re  generale  di  diversi  nunzi  pontificii  di 
Venezia,  Era  nobile   eziandio  per    libri 
greci  e  latini   la  biblioteca  di   Sebastia- 
no Erizzo;   ed   egualmente   gli  studi  e 
le  librerie  di  Luigi  e  Marc'  Antonio  Mo- 
.cenigo,  di  Girolamo   da  Mula,  di  Pao- 
ijo  Paruta,  di  Luigi  Gradenigo,  diFran- 
:cesco  da  Ponte,  di  Luigi   Michele  Mar- 
icello,  di  Luigi  Lolin,   di   Francesco  So- 
■ranzo,  di  Luigi  Malipiero  avuta  dal  car- 
fdinal  Amulio  o  da  Mula,  e  di  molli  no- 
bili  studiosi   delle   lìngue  e  delle  scien- 
'ze.  Si   annoverò  fra  queste  la  libreria  di 
-Luigi  Balbi  facondissimo, la  copiosissima 
p d'Aldo  Manuzio  il  Giovane  piena  di  cose 
.singolari,  quella  di    mg/  Giuseppe  Zar- 
ìhno  maestro  di  cappella  di  s.lMarco,  del 
^•"edico  Uino,  d'Agostino  Amai  e  di  mol- 
iti àTi  ri.  Lo  Stringa  registrò  per  librerie 
singolairi,qnelle  di    Domenico  Morosiui, 
di  Luigi    Pesaro,  di  Paolo  Loredano.   A 
suo  temp>o  erano  celebrate    le  seguenti, 
tìi  Giovaloni  Delfino  eletto  patriarca  d'A- 
fjnileia  e\  del    fratello,  specialmente  co- 
piosa d'o|4)ere  de'  ss.  Padri.  Slimalissiaia 
vo.  L.  xci. 


V  E  N  353 

quella  di  Girolamo  Delfino  primicerio 
di  s.  Marco,  per  la  quantità  e  qualità 
di  libri  d'  ogni  materia.  Ragguardevo- 
le e  regia  quella  di  Gio.  Battista  Cor- 
uaro  Piscopia,  procuratore  di  s.  Mar- 
co studiosissimo,  per  la  quantità,  per  le 
materie  specialmente  di  storia  e  di  poli- 
tica, disposti  i  libri  con  bellissimo  ordi- 
ne; fornita  anche  di  scelti  va%%.,  massi- 
me sulle  cose  venete.  Erunvi  strumenti 
matematici  e  geometrici,  con  singolaris- 
sima sfera  celebrata  dai  Sansovino.  Insi- 
gne quella  di  Luigi  Duodo  procuratore 
di  s.  Marco,  per  quantità  e  qualità,  es- 
sendovi molti  libri  e  mss.  greci  pregiati. 
Nobilissima  quella  di  Giulio  Giustiniani 
procuratore  di  s.  Marco,  virtuoso  e  stu- 
diosissimo, copiosa  d'  ogni  materia  e  di 
stampe  singolari.Di  Domenico  e  Leonar- 
do Zane,  mirabile  per  quantità  e  varietà 
di  materie,  con  bellissime  legature  e 
stampe  forastiere.  Di  Nicolò  Cornaro  pro- 
curatore di  s.  Marco,  con  libri  vagamen- 
te legati  alla  francese.  Di  Girolamo  e 
Barbun  Pesaro,  copiosa  e  varia,  special- 
mente di  storie  universali  e  particolari. 
Stimabilissima  quella  di  Vincenzo  Con- 
larini virtuoso  senatore.  Di  Sebastiano 
Padavino,numerosissima  e  scelta, con  edi- 
zioni de'Giolili,  Valgrisi,  Pozzo,  Tramesi- 
no,  Griffo  e  altre  eccellenti  di  Venezia  e  ol- 
tramontane, con  bellissime  legature.  De» 
gnissima  quella  di  Bernardo  Colle  famoso 
medico,  massime  di  filosofia  e  di  medici- 
na, e  dì  altre  materie  e  scienze.  Insigne 
quella  del  nipote  Girolamo  Colle  medico 
valoroso,  letterato  ed  eruditissimo,  piena 
di  Q)ss,  così  in  medicina  come  d'altre  ma- 
terie. Considerabile  quella  d'  Altobello 
Buono  per  quantilà  e  qualità  di  rarissi- 
me stampe,  benissimo  registrala  e  con- 
servata. Di  Pietro  Paolo  Arduino,  li- 
breria universale  stimata  delle  maggio- 
ri d'Italia,  con  opere  scelte,  ordinata  e  di- 
stribuita per  materie.  Di  Carlo  Grade- 
nigo studiosissimo,  bella  e  formata  di 
libri  squisiti  e  singolari  e  in  particolare 
di  sione  e  dì  mss.  Dell'orìgine  de'pubbiici 

23 


35:4  V  E  N 

periodici  Giornali,  Diari,  Notizie,  Gaz- 
zelle, ec,  di  avvisi,  di  novelle,  di  politi- 
co, di   scienze,  di  lettere,  d'arti  ec,  ne 
parlai  ne' voi.  XX,  p.  7,   XXII,  p.  65, 
XLVllI,  p.137,  LXXXV.p.  42,  ed  al- 
trove. Quanto  al  vocabolo  Gazzetta  se 
derivolo  da  Venezia  per  pagarsi  i  primi- 
livi  periodici  una  gcizzetta,  antica  mo- 
neta veneziana,  da  gran  tempo  proibita 
e  fuori  di  corso,  equi  valente  ad  una  crazia 
di  Firenze,  di   valore  di    5  (|uallrini,  si 
ponno  vedere  il  i.'ed  il  3.°  de'citati  vo- 
lumi. Ora  si  pubblicano  a  Venezia  i  se- 
guenti giornali    che  trattano   di  oggetti 
scientifici,  letterari,  di  belle  arti,  e  poli- 
tici, cioè  nell'ottobre  deli 858,  poiché  i 
periodici  in  Venezia  nascono  e  oiuoiono, 
continuamente  come  da   per  tutto,  e  di 
recente  V Artiere,  i.  Gazzetta    Vffìzia- 
le  di   P'eiiezia.   D/  Tonìmaso  Lucatel- 
li   (eccellente  scrittore,  en)ulo  del  Goz- 
zi) proprietario  e  compilatore:   giornale 
quotidiano,  eccetto  quasi  tutti  i  dì  festi- 
vi. 2.  L'  Awisalore  Mercantile ,  foglio 
uflìziale  della  Camera  di  Commercio  ec. 
D/  Tommaso   Loratelli   proprietario   e 
compilatore:  settimanale,  e  un    Bollet- 
*tino  gli  altri  dì  non  festivi.  3.  V  Eco 
ile'  Tribunali,    sezione    l ,    giornale  di 
giurisprudenza  penale.  Avv.  Paride  Za- 
jotti  compilatore:  ogni  giovedì  e  dome- 
nica. 4-   Lo  stesso,  sezione  11  ,  giornale 
digiuri>>prudenza  civile.  Avvocali  Paride 
Zajotli  ed  Eduardo  Deodati   redattori: 
settimanale.  5.  L'  Indicatore,  foglio  di 
commercio,  d'interessi  municipali,  indu- 
striali ec,  del  Bureau  generale  iraffart  in 
Venezia.  G.  Porta  editore  proprietario  : 
setlitnanale.  6.  La  Sferza,  gazzella  lom- 
bardo-veneta. L.  Mazzoldi  direttore  re- 
sponsabile: ogni  martedì,  giovedì  e  sab- 
baio  non   festivi.   7,  La   Fenice,  foglio 
di  lellere  ed  arti,  con  appendice  teatrale. 
P.  Perego  redattole   responsabile:  set- 
timanaie.   8.  L' Istitutore ,  giornale  pe- 
dagogico per  le  scuole  e  per  le  famiglie. 
G.   Codemo  compilatore  garante:  ogni 
i5  di.  g.  L'Età  presente,  giornale  pò* 


V  E  N 

laico- letterario.  A.  Dall'  Acqua  Giusti 
editore  responsabile:  sellitnanale.  10. 
L'Omnibus,  raccolta  di  letture  di  storia, 
letteratura,  belle  arti,  curiosità.  Nobile 
Gianjacopo  Fontana  redattore  editore: 
per  ordinario  mensile,  i  1.  Giornale  del' 
le  scienze  mediche.  Dottori  Giacinto  Na- 
miase  Paolo  L.  Fario  redattori  :  iviensile. 
I  i.Gazzcttadi farmacia  e  chimica.  Dal- 
la Torre  e  Fasoli  redattori  :  settimanale, 

^W  \.  Illuminazione  notturna,  Acqua 
cisterne  e  pozzi.  Statistiche  varie  de 
formale  e  materiale  di  Venezia.    A 
ria,  clima,  soggiorno  e  carattere  di 
veneziani.  Loro  costumi  sino  al  s 
colo  XP'II:  loro  fisico  e  morale^ 
metodo  giornaliero  e  vesti.  Educa- 
zione dello  spirilo  e   del  corpo  :  e* 
sercizi  della  caccia,  bersaglio,  corse 
di  barche,  piigillato,  forze  d'Ercole^ 
moresca  j  principali  viaggiatori  t 
neziani.    Ceremonie   de'  matrimoni 
nascite  e  morti:  degli  schiavi.  Spe\ 
tacoli  e  Compagnie:  dì  quella  del 
Calza,  e  de'  cavalieri  di  essa,  di 
3Iarco,  della  Stola  d'oro  e  del  Doge! 
Primo  teatro,  tornei,  regala.  Dia  letto 
veneziano.  Nobili  e  patrizi.  Illustri 
Architettura,  pittura  e  altre  arti, 
loro  illustri  cultori. 


I.  Fabbricala  Venezia  in  mezzo  ali 
acque,  di  grave  spesa  riesce  il  mantene^ 
ne  gli  edilìzi,  le  vie,  le  riviere;  ed  essei^ 
do  poi  formala  in  gran  parte  di   strade 
brevi,  spezzale,  tortuose,  e   frequenti  di 
ponti,  ha  d'uopo  alla  notte  di  molta  illi 
minazione  ,  per  cui  avanti   al    i843  il 
cui  s'introdusse  la   illuminazione  a  gal 
(della  quale  dissi  alquante  parole  nel  vo^ 
LXX,  p.  148),  con  magici  elicili  io  nio 
tcpiici  punti  di  vista  al  chiarore  del  ^:iz 
(altro  spettacolo  olfre  Venezia  a'  chiaro- 
re della  luna), si  annoveravano  Circa  3ooo 
fanali,  dell'  annuo  costo  di  quiasi  fran- 
chi i5o,ooo.  L' illuminazione' ntpUtuna 
cominciò  in  Venezia  nel  secolo-  XII  a  cu- 


VE  IV 

1,1  (le*  pnrrochi  delle  conlrade;  ed  in  fai 
t;iiisa,  e  pe' molivi  accennali  nel  §  X,  n. 
53,  Venezia  era  illuminata  nella  nolle, 
quando  alcime  cillà  che  ora  vantano  co- 
moda e  splendida  illuminazione,  giace- 
vano immerse  in  profotida  oscurila.  Non 
però  sì  estese  subito  per  tutta  la  città,  ma 
in  principio  fu  ordinata  per  le  vie  mal 
sicure.  Si  dilatò  nel  i4oo,  e  più  nel 
t4o3,  in  altri  luoghi,  precipuamente  a 
Rialto,  finché  il  governo  la  decretò  nel 
1782  per  tutta  la  città,  con  obbligare  gli 
abitanti  a  contribuirvi,  tranne  i  poveri. 
Venezia  come  fu  la  r."  a  dar  l'esempio  di 
lìoUurna  regolare  illuminazione,  cos'i  pur 
essa  fu  la  i.'  ad  adottare  in  Italia  il  gaz, 
trovandosi  stabilito  il  gazomelro  nel  se- 
stiere di  Castello  presso  la  chiesa  di  s. 
Francesco  della  Vigna. —  Articolo  im- 
portante per  Venezia  è  l'acqua  dolce,  che 
non  si  può  avere  altrimenti  che  o  dalle 
pioggie  del  cielo  0  dal  corso  della  Bren- 
ta :  quella  prima  viene  conservata  in  ci- 
sterne, che  colà  chiamano  pozzi,  de'  qua- 
li Tanno  le  case  per  la  maggior  parte 
provvedute,  ed  inoltre  ne  sono  da  176  di 
pubblica  ricorrenza  e  mantenuti  dal  pub- 
blico tanto  pel  fabbricato  quanto  per  la 
provvisione  dell'acqua;  questa,  dalla 
Brenta  viene  navigata  in  gran  tinipe'rivi 
della  città  ed  a  prezzo  ne  soccorre  quanti 
vi  abitano  o  pegli  usi  domestici,  o  per 
le  fabbriche  ed  altro,  A  sostenerla  con- 
tinua, un  acquedotto  scoperto,  formato 
e  mantenuto  dal  pubblico  staccasi  dalla 
Brenta  viva  al  Dolo  (la  cui  riviera  è  una 
delle  più  deliziose  d' Italia  pel  numero 
e  magnificenza  de'  suoi  edifizi,  fra'quali 
è  rimarcabile  il  reale  palazzo  di  Stra  per 
r  eleganza  e  simmetria  de'  suoi  giardi- 
ni, e  pel  continuo  passeggio  sulla  bella 
strada  postale  che  da  Fusina  va  a'con- 
fìni  della  Lombardia)  e  per  8  miglia  la 
conduce  al  Moranzano,  dove  per  3  boc- 
che o  scaricatori, la  versa  ne' recipienti  che 
vi  si  sottopongono.  Talvolta  si  ricoire 
eziandio  a  quella  lista  di  terra  che  chia- 
masi il  Lido,  dove  pozzi  o  vasche  nesoni- 


ministrano  di  buona.  Apprendo  dal  caT. 
INI  u  li  nel  li.  Del  Coslutne  f^eneziano.  L'a- 
more alla  propria  conservazione  ispira 
l*  nomo  di  f-ire  acquisto  de' mezzi  desti- 
nati a  soddisfare  i  naturali  bisogni;  così 
trovandosi  i  veneziani,  quasi  navigatori 
sopra  il  mare,  senz'acqua  potabile,  se  si 
eccettui  la  torbida  di  quel  fiume,  che  lor 
da  vicino  passava,  esaminarono  e  livol- 
serocome  ne  potessero  avere.  Scavarono 
dunque  sotterra  un  ampio  serbatoio  qua- 
drato, e  intonacandolo  accuratamente  di 
creta  e  di  sabbia  onde  non  vi  trapelasse 
mai  polla  d'acqua  marina,  raccolsero  in 
esso  quella  caduta  dal  cielo.  Innalzando 
poi  nel  centro  del  serbatoio  una  gola  di 
cinvi  mattoncelli,  e   lasciando  fra  quelli 
alcuni  interstizi,  pe' quali  potesse  stillai* 
nella  gola  l'acqua, già  depurata  nel  passag- 
gio fatto  per  la  sabbia  del  serbatoio,  giun- 
sero a  foimareil  pozzo.  In  tal  modo  otten- 
nero un'acqua  forse  più  limpida  e  più  pu- 
ra di  quella  delle  naliuali    sorgenti.   Vi 
sono  anche  i  pozzi  artesiani,  o  modenesi 
o  italiani,  sui  quali    il  Mabillon   scrisse, 
De  fontibuf!  Mutinensibiis,  uno  de'  non 
pochi  furti  fatti  all'Italia  dagli  stranieri, 
come  prova  il  Rambelli,  Lettere  intor- 
no  invenzioni  e  scoperte  italiane,   lett. 
24:  Pozzi  Modenesi  detti  Artesiani.  Fa 
a  proposilo  il  riprodurre  il  riferito  dal 
Corriere  Italiano  in  data  di  Venezia  8 
aprile  1 852,  che  ricavo  dal  Giornale  di 
Roma  n.  91,  «Soltanto  nelle  stagioni  di 
straordinaria  siccità,  come  ci  troviamo  al 
presente,  si  possono  apprezzare  come  lo 
meritano  i  benefizi  che  arrecano  alla  cit- 
tà i  pozzi   artesiani.  Gli  altri  pozzi  e  le 
cisterne  che  si   trovano    in   molto   nu- 
mero in    Venezia,  mancando  d' alimen- 
to per  di  fello    d'  acqua  piovana,  rimar- 
rebbero quasi  asciutti  se  non  si  prov- 
vedesse di    compensarli  artificialmente 
con  acqua  che  viene  in  alcuni  trasportata 
in  grosse  barche  fino  dal  Brenta.  La  qual 
cosa  però  riesce  di  non  lieve  dispendio 
al  municipio,  e  presto  viene  esaurita.  Su 
que'  luoghi  duuque,  dove  vicino  alle  ci- 


356  V  E  N 

slenie  hovansi  scavali  cle'pozzi  artesiani, 
cui  merilameute  il  popolo  cliiamario  lon- 
tane, avendo  essi  un  perenne  zampillo 
d'acqua  che  rallegra,  viene  falla  deviare 
con  un  canale  di  legno  questa  vena  d'ac- 
qua, falla  scorrere  ne'  serbaloi  de'pozzi 
in  tempo  di  notte,  in  guisa  che  lu  matlina 
trovasi  raccolta  una  sufìicienle  quantità 
d'acqua,  abbastanza  purificata  e  buona  a 
beversi.  Non  già  che  l'acqua  de'pozzi  ar- 
tesiani sia  nociva  (che  l'esperienza  ne 
prova  il  contrario),  ina  non  a  tulli  è  gra- 
dito quel  certo  sapore  ferrigno  o  sulfureo 
che  ritiene,onde  s'auìa  meglio  di  farla  fil- 
trare pe' sabbioni  de'pozzi  comuni.  Se 
non  si  avesse  il  beneficio  di  quest'  accpia 
perenne,  continuando  per  qualche  tem- 
po ancoi'a  la  siccità,  farebbesi  sentire  più 
grave  il  difetto  d' acqua,  senza  un  ali- 
mento che  in  qualche  modo  li  mante- 
nesse, e  non  permettesse  che  quel!'  ac- 
qua abbassandosi  notabilmente  s'  intor- 
bidasse. In  questi  soli  momenti  di  sicci> 
tà,  quando  si  vedono  alTollate  le  donne 
intorno  all'acqua  (e  dove  vi  concorrono 
donne  la  scena  è  sempre  animalissima), 
aifaccendandosi  quasiché  all'ultima  non 
avessea  toccarne  goccia,  si  prova  il  desi- 
derio che  un  maggior  numero  di  pozzi 
artesiani  vengano  cavali  nella  nostra 
citlà".  llcav.  Scolari  nel  i84o  stampò  in 
Treviso,  Memoria  delle  lodi  dell'  ac- 
uita comune  e  del  saper  beveria  e  farne 
uso  a  presidio  e  riparo  dell'umana  sa- 
/jt/e.R.icordo  questa  dotta  operetta,  dedi- 
cata al  comune  rispettabile  amico  ab. 
Giuseppe  Piolanli,  dottissimo  comesi  am- 
mira nelle  diverse  sue  opere  anche  filoso- 
fiche, delle  mediche  discipline  conosci' 
tove  profondo,delV arte  di  conservare  la 
salute  a  lungo  e  di  curarsi  da  se  mede- 
simo indicatore  peritissimo  e  sagacissi- 
mo, perchè  leggo  a  p.  loo.»»  In  Trieste 
con  atto  pubblico  de'  27  febbraio  i84o 
è  slato  autenticalo  il  buon  esilo  dell'espe- 
limento,  nel  quale  il  sig.'  Dielricii  Gio- 
vanni di  Gralz,  mediante  un  suo  parti-^ 
colare  processo,  avrebbe  reso  potabile 


V  E  N 

una  quantità  d'  ncqua  di  mai  e^  ed  al-, 
la  a  tulli  quegli  usi  a'  (juali  suole  ser- 
vire ogni  buon'acqua  di  fonte.  Chi  po- 
trebbe degnamente  apprezzare  e  rimeri- a, 
lare  una  scoperta  di  tal  importanza,  [»o- 1 
scia  che  fosse  al  coperto  di  qualsivoglia 
eccciiione,  e  fatta  che  fosse  di  comune 
uso  e  diritto?  "  Cerlamente  riuscirebbe 
d'immenso  utile  alla  marittima  Venezia. 
Nella  Cronaca  di  Milano^  del  \  8.57,  di 
sp.  4-'>  si  parla  in  dala  di  Venezia,  che  il 
consiglio  municipale  di  Venezia  deliberò; 
sopra  un  progetto  di  transazione  colla  so- 
cietà de'pozzi  artesiani. — Il  Dizionario 
veneto  pubblicò  nel  i834-  Sono  a  Ve- 
nezia 2,55o  vie  o  calli  o  riviere  o  fon- 
damenta; So  piazze  o  campi  maggiori; 
180  tra  piazzette  minori, campielli  e  cor- 
ti ;  320  ponti  pubblici;  100  chiese  cat- 
toliche; 2  acattoliche;  7  sinagoghe;  20 
comunità  religiose  e  secolari  ;  100  sta-; 
bìlimenli  d'  istruzione  tra  pubblici  e  pri- 
vati ;  28  tra  ospedali  ed  ospizi; 7  carce- 
ri e  case  di  pena;  22  caserme;  7  tea-, 
tri;  un  pubblico  giardino;!  76  pozzi  pub- 
blici; 96  torri  o  campanili;  1  3o  palazzi 
cospicui;  900  palazzi  minori;  16  alber- 
ghi; 5o  osterie  che  albergano;  18,000 
case  che  formano  19,500  abitazioni,  e 
8,4oo  botteghe;  2  macelli,  mentovati 
soltanto  per  dire  che  stava  per  essere  ad 
essi  sostituito  un  ampio  e  grandioso  e- 
difizio,  in  cui  concentrare  la  macellazio- 
ne degli  animali  d'ogni  natura.  In  fat- 
ti nel  sestiere  di  Cannaregio  fu  pòscia 
fabbricalo  il  pubblico  macello  presso  le 
fondamenta  di  s.  Giobbe,  incontro  alla 
Laguna  dal  lato  del  gran  ponte.  In  6  se- 
stieri, come  dissi  in  principio,  è  divisa 
Venezia,  ed  in  ciascuno  è  un  commissario 
di  polizia,  incaricato  di  vegliare  alla  sicu- 
rezza pubblica  ed  a  tutti  gli  oggetti  di  sa». 
lubrità,  sotlo  la  dipendenza  della  Dire- 
zione generale  di  polizia,  ed  in  assistenza 
dell'altre  uulorilà,  nelle  sue  attribuzioni 
valendosi  tanto  delle  guardie  di  polizia», 
come  delleguardie  di  sicurezza,  ch'erano 
allora   due  corpi  regolartneute  sistema'. 


I 


V  E  ÌV 

ti.  Vi  è  inoltre  In  guardia  di  finanza  pe- 
gli  oggetti   alle  finanze   risgiiardanti.    il 
corpo  de'  pompieri  civici,  egregiamente 
tenuto  e  disciplinato,  numeroso  e  ben  di- 
retto, rende  i  maggiori  servigi.  La  guar- 
nigione ordinaria  è  di  circa   4}000   uo- 
mini. La  popolazione  che  ne'  tempi  flo- 
ridi di  questa  città  eccedette  i  iqo,ooo 
abitatiti,  e  che  nel  1761   componessi  di 
i49,ooo,sul  principio  del  presente  secolo 
era  diminuita  a  96,000,  nel  i834  com- 
prese l'adiacenze  ascendeva  a  106,000 
e  prometteva  continuazione  d'incremen- 
to. Leggo  nel  n.  1 27  dei  Giornale,  di  Ro' 
mrt  tlel  i853:   Le  provincie   venete  no- 
verano al  presente  2,82  t,525abitanti  ; 
ia  sola  città  di  Venezia  ne  ha  i  17,283. 
La  Cronaca  di  Milano,  de'  3o  gennaio 
18 56,  riferisce  il  pubbbcato  nel   prece- 
dente dalia  Direzione  di  statistica  sul  mo- 
'    vimenlo  della  popolazione  de' vari  stati 
componenti  l'impero  Austriaco  dal  i85o 
al  i854)  in  quest'ultimo  contando  il  re- 
!   gno  Lombardo- Veneto,  e  le  sue  29  città 
!   5,5o3,47i  abitanti,  corrispondenlecirca 
I  a  un  7.°della  popolazione  di  tutta  la  mo- 
narchia, sebbene  esso  non  abbia  che  una 
,  superficie  d'  800  leghe  quadrale  sopra 
I    1  1 ,5g3,chequella  contiene.Si  osserva  che 
j  Venezia/frieste  e  altre  videro  scemata  la 
.  loro  popolazione  :  Trieste  di  307  I  anime, 
e  Venezia  che  ancora  neh  85 1  ne  conla- 
va I  23,290,  scese  nel  i853  a  106, 353, 
ossia  vide  minorata  la   sua   popolazione 
di  ben  16,937  persone.  »  Se  noi  ci   fac- 
ciamo ad  indagare  le  cause  dello  spopo- 
lamento di  Venezia  ricorderemo  innan- 
zi tutto  che  il  numero  de'  suoi  abitanti 
prima  del  1848  non  era  gran  fallo  diver- 
bij  da  quello  di  i23,2qo  che  avea  anco- 
ra alla  line  deli85i.  Se  la  diminuzione 
i  della  popolazione  di  Venezia  fosse  av- 
I  venuta  unicamente  pegli  sconvolgimenti 
I  del  1848  e  dei  1849,  ciò  avrebbe  dovuto 
accadere  negli  anni   immediatamente  a 
quelli  successi,  cioè  nel  1 85o  e  1 85 1 ,  Pus- 
;  sibile  che  tale  causa  abbia  agito  nella  sua 
\  pienezza  più  lardi,  ma  ritleltendoche  an- 


V  E  iV  357 

co  Trieste  ha  veduto  calare  in  modo  sen- 
sibile la  sua  popolazione  dal  1 85 1  al  i853, 
noi  aliamo  piuttosto  portati  a  credere  che 
qui  abbia  operalo  un'altra  causa,  comu- 
ne all'una  ed  all'altra  delle  suddette  due 
piazze.  Trieste,  come  Venezia,  vive  in 
particolarità  del  commercio;  se  questo 
langiie,  amendue  ne  soffrono,  e  Venezia 
di  più  di  Trieste  perchè  il  suo  commer- 
cio non  ha  la  portata  diquellodell'altra". 
Si  conclude,  che  il  rimedio  dovrà  con- 
sistere nelle  ferrovie  che  cotigiungeranno 
Trieste  a  Lubiana  e  Vienna;  e  Venezin 
a  Bolzano  e  Innsbruck,  e  soprattutto  n 
Milano  ,  al  Piemonte  e  alla  Svizzera;  e 
che  renderanno  possibile  al  commercia 
dell'  Adriatico  di  lottare  con  quello  del 
nord  della  Germania  nelle  parti  meridio- 
nali di  questa  e  negli  altri  paesi  conter- 
mini. Di  cjui  si  scorge  di  quanta  impor- 
tanza è  pe'fuluri  destini  del  commercio 
in  argomento,  e  per  non  veder  la  deca- 
denza delle  città  marittime,  di  compie- 
re al  più  presto  possibile  la  rete  delle 
strade  ferrate  lombardo-venete.  Certo  è, 
clu;  la  popolazione  di  Venezia  indi  no- 
tabilmente si  accrebbe,  come  può  desu- 
mersi da  quanto  vado  a  riprodurre  col 
Prospetto  riassuntivo,  dello  Slato  per- 
sonale del  Clero  della  Città  e  Diocesi 
di  P^eneziaper l'anno iS^S, coi  qualegià 
ne'5§  Vili  e  X  riportai  quella  d'ogni  par- 
rocchia, non  ostante  che  nella  proposi- 
zione concistoriale  pel  concistoro  de'  i5 
marzo  18 58,  per  provvedere  la  sede  va- 
cante patriarcale,  per  non  avere  calcola- 
lo gli  abitanti  delle  Foranie,  della  città  si 
dica  :  In  cuius  ambila  sepleni  circiler 
milliarium  sexdecini  mille  pene  donius, 
etcentum  vigintiincolarum  milliaadnu- 
meranlur.  Debbo  inoltre  avvertire,  che 
essendomi  proposto  di  riprodurre  qui  la 
stalisltca  àeWoStato personak^xQ  ognuna 
delle  suddette  parrocchie  ripetei  le  sue 
cifre  degli  abitanti  che  conteneva  al  3  i 
ottobre  1857,  ma  nel  complesso  si  pos- 
sono aggiungere  circa  altri  10,000  a- 
bitanti.  Si  divide  il  Prospetto  lo  5  ca- 


35b  V  E  N 

tegoiie  o  classificazioni,  per  seslierl  e  per 
foranie,  comprese  risole.!.'  Chiese.  Vai-- 
loccliiali  uiljaiie.cotuprese  quella  del  Li- 
do sul  Litorale  e  quella  di  Gambarare 
nella  prossima  terraferuia,  02;  oltre  12 
delle  foranie.  Succursali  2  5.  Oratorii  sa- 
granieutaliiS.  Oratorii  non  sagrauienta- 
li  36.  Curaziali  2.  Di  Regolari  25:  delle 
quali  però  2  figurano  anche  nelle  parroc- 
chiali, ed  una  Ira  le  succursali.  Varie  26. 
In  complesso I  76,  che  già  liilte  descrissi 
(oltre  un  copioso  numero  delle  non  più 
esistenti),meno  alcune  di  cui  dovrò  parla 
le  dicendo  deSe  vicarie  foranee  di  Tor- 
cello  ,  di  Caorle  e  di  Murano,  e  di  altre 
isole.  2.'  Sacerdoti  secolari  4o6.  Chie- 
rici 52.3.'  Regolari.  Sacerdoti, compre- 
sì  i  chierici  professi  e  novizi,  224.  Laici 

0  Conversi  122.  Monache  44^-  'u  com- 
plesso 794-  4'^  Stabilimenti  pubblici  e 
privati^  27.  5."  Abitanti  al   3i    ottobre 

1857,  Cattolici:  latini  (34,49 'i'j  8''^^'  ^7' 
armeni  2.  JNon  uniti:  greci  35 1,  armeui 
3.  Protestanti:  luleraui   281  ,  riformati 

1  12,  unitari  17.  Ebrei  in  tutti  i  sestieri,  il 
cui  maggior  numero  è  nella  decania  de'ss. 
Apostoli  nel sestierediCannaregio,e com- 
presi 9  della  forania  di  Caorle,  2207.  Di 
altre  religioni  o  confessioni  25.  In  com- 
plesso sommano  gli  abitanti  di  Venezia 
ai37,56o,  de'quali  i  7,232  appartengo- 
Doalle  3  foranie,  e  così  la  cifra  corrispon- 
de alla  detta  dalla  proposizione  concisto- 
riale. Noterò,  elle  della  tolleranza  del- 
la repubblica  di  Venezia  cogl'  indivi- 
dui delle  nazìuni  straniere  d'  og'ii  reli- 
j;iooe,  uè  parlo  verso  il  fine  del  doga- 
do  75."  e  nel  dogado  79.°  del  §  XIX. 
—  In  Venezia  anche  l'aria  vi  è  favore- 
volissima e  sana  ;  mite  la  temperatura 
che  di  rado  va  sopra  il  26°  di  R.  o  scen- 
de sotto  3",  lungamente  fermandosi  allo 
stato  medio  ch'è  di  11°;  il  clima  delizio- 
so, se  non  fosse  quel  vento  di  scirocco,  che 
iiou  di  rado  predomina,  umido  e  spos- 
sante, detto  dal  gran  Torquato  ;  Vento 
the  muove  dall'  arene  niaure  -  Ed  umi- 
do e  pai  ante  ambo  le  gote-  Con  lenti 


V  EN 


I 


fiati  ad  or  ad  or  percuote.  Le  brezze 
n)arine  conservano  dall'altro  canto  una 
certa  eguaglianza  nell'  atmosfera,  e  s 
ne    ha    1'  invidiabile    risultato    che    ì< 
donne  più  lardi  invecchiano  qui  die  al 
Irove,  e  più  a  lungo  conservano  gli  uo 
mini  forza  e  freschezza.  Cadono  circa  3o 
pollici  di  pioggia  all'anno;  ed  il  baronie 
Irò  dà  l'altezza  media  di  28°  i.  Scrisi 
Lodovico  Testi,  Disinganni,  ovvero  ra~^ 
gioiti  fìsiche  sopra  l'aria  di  Venezia  in^ 
tiera/ìientesalubre,Co\oa\a  per  Gio.WilJ 
lelmo  Schell  1694.  H  veneto  conte  Gia- 
como Filiasi,  Dissertazione  sopra  leva- 
riazioni  annuali  dell'  atmosfera  a  Pene- 
zia,  ivi  1800.  Abbiamo  ancora.  Da   eli- 
ìuat  de   Venise  et  des  ressources  salu- 
taires  quii  offre,  Réflexions  du  d.'  A- 
lexandre  Tassinari  ancien  médccin  en 
second,et  médecin  en  chef  par  interim 
de  Vhópital  Civil  de  Venise,  et  médecin 
ordinaire  de  l'ho.;pice  Ca  di  Dio  de  cet 
te  ville,  Venise  chez  Cecchini  et  Narato 
vich  1845.  Sono  dedicate  a  S.  A.  S.il  duci 
Guglielmo  de  Brunswich,  per  l'amorechi 
avea  per  Venezia.  Divise  in  6  capi,  l'ulti 
mo  contiene  la  seguente  Conclusion.  Fi 
nise  offre  un  climat  tempere  en  hiver  < 
en  éléjellejouildepropriétés  tout-à-fa 
particulières  cantre  certaines  maladte 
dans  ioutes  les  saisonsj  dans  toutes  le 
saisons  aussi  on  y  trouve  des  aliment 
quii  est  malaisé  ou  incme  inipossibl 
de  se  procurer  ailleursj  on  n  y  souffn 
point  de  la  poussiere  en  été j  duran 
tonte  l'année,  ony  trouve  les  moyens  di 
passer  le  tempsfort  agréablementjcet 
le  ville  a  des  Communications  continueh 
les  par  terre  et  par  mer  avec  tout  le  re- 
ste du  monde j  et  enfin  dans  cetle  cité 
oìi  n'existe  pas  la  nécessité dispendieuse 
des  éqnipages  et  des  chevaux,  une  fno- 
deste  gondole  égale  le  plus  simple  parm 
ticulier  aiix  plus  grands  seigneurs.  Voi'^ 
là  certes  de  bien  justes  motifs  de  do/iner 
la  prcfcrence  à  cette  capitale,  et  de  L 
recommander  aux  étrangers  qui  desi 
rcnt  trouver  un  soula^ement  à  lem: 


YEN 

;  rnnax  ai'cc  le  iiioins  dtfrais  possìble. 
[  Un  scj'oiir  siriani  et  si  tranquille,  ou 
!  ahonilent  tonles  les  conimodilés  de  la 
(  vie,  emìiclli  par  les  arts,  et  que  contri- 
biieiit  a  rendre  encore  plus  agrcable  et 
pre'cieux  le  caractere  de  set  habilarUs 
et  la  sagtsse  du  ^ouvernenient  quiy  est 
.  établi,  trouvera  difflcilententdes  ri\'aux 
j  dansaucwi  autre  pars. — Nou  meno  che 
.  a'nalivi,  il  soggiorno  tli  V^ene/.ia,  lieto  ed 
.  aiiieiio,  piace  al  foiasliero,  feslevoljDeiile 
e  coiclialiueiile  accoltovi  da  ogni  ordine 
:  di  [)ei>oue.  Coi  tesissimi  gli  uoniiui,  ino- 
'.  delio  di  gentilezza  il  bel  sesso,  i-veneziani 
.  benefici, socievoli, univeisalmenle  disin- 
.  volti,  adunano  in  se  un  complesso  di  bel- 
;  le  doli  che  incanta  chiunc|ue  giunga  a  Ve- 
.  iiezia;  poscia  piacevolmente  tratlenendo- 
I  lei  casini,  le  conversazioni,  i  divettimen- 
;  ti  cittadineschi  e  popolani.  JNon  vi  è  allet- 
:  tuzione  nella  loro  civiltà,  oqu  ^ele  negli 

■  scherzi  e  piacevolezze;  né  la  rontorosa  al- 
;  legiia  della  bassa  classe  degenera  in  di- 
I  iorduie  o  dà  negli  eccessi  in  que'frequen- 

■  li  ritrovi,  ne'  quali  l'artigiano,  poco  eco- 
i  uuiuu,  scialacqua  bagordando  tutto  il 
;  prodotto  delle  sue  fatiche.  I  lunedi  d'a- 

I  gusto  a  s.  Marta  (delti  garanglieli,  cioi 
,  lesteggiauienli  ed  allegrie  che  aveano  luo- 
;  go  per  il  suo  anniversario  festivo,  di  che 
:  feci  parola  nel  §  X,  n.  3i),  i  lunedi  di 
I  settembre  al  Lido  (di  che  ragiono  nel  § 
;  XV HI,  n.  I  3),  ed  a'Giardini;  le  feste,  det- 
te Sagre,  d'ogni  Santo  ne'dinlorni  delle 
rispettive  chiese,  olire  quelle  per  le  sagre 
Imu)agini  delle  pubbliche  vie,  di  sopra 
ricordate;  il  Carne^'ale  i\a  [ìev  lutto,  so- 
no punti  importanti  nel  calendario  de' 
buontemponi,  e  quivi  a  que' dati   tempi 
trovasi  bel  numero  di  brigate  iulente  al 
di  verlimenlo  ed  a'sollazzi,  che  deslan  pia- 
cere in  chi  si  compiace  d'osservarle.  No- 
lo ì\  Castellano  nello  Speccìiio  geogra- 
fico-storico-politico ,  articolo  ^euezia: 
A  fronte  dell'altissime  sventure,  di   che 
Sono  stali  fdneslo  bersaglio,  serbduoi  ve- 
neziani la  nativa  gaiezza  ,  ed   attendono 
risluruscuip'e  maggiore  dall'udiuruo  pu- 


V  E  i?i  359 

cìfico  reggiuiento. — Pergli  antichi  costu- 
mi de' veneziani  e  loro  consuetudini,  sa» 
rà  bene  che  io  faccia  un  estratto  del  li- 
bro intilohito:  Did  Costume  f'^eneziano 
.sino  al  secolo  deciinosi'tlimo,  Saggio  di 
Fabio  Mulinelli,  Venezia  dalla  tipogra- 
fìa del  Commercio  1 83  1  con  figure,  dedi- 
calo al  |)atriarca  cardinal  Monico  qua! 
presidente  della  couimissiune  di  pubblica 
beneficenza,  per  averne  a  sollievo  di  quel- 
la generosamente  l'autore  destinato  1' U' 
lile,  siccome  argomento  vagheggialo  da- 
gli amatori  d'  una  patria  di  tanta  rino- 
manza, non  meno  che  da'suoi  stranieri 
ammiratori.  Imperocché  troppo  agli  uni 
ed  agli  altri  riesce  dilettevole  d  conosce- 
re le  private  abitudini  e  gli  usi  di  que've- 
neziani,  molte  dellequali  assai  diversifica- 
no da  quelle  degli  altri  popoli  anche  ita- 
liani, perchè  nella  massima  parte  dipen- 
denti dall'unica  posizione  della  loro  città 
e  dalla  forma  particolare  del  loro  gover- 
no, che  li  rese  possenti,  opulenti,  glorio- 
si, per  Sempre  celebri.  Il  cav.  Mulinelli 
colle  sue  laboriose  ricerche  ,  giovandosi 
dell'eccellenti  opere  di  M.  Francesco  San- 
sovino,  f^'eaelia  nobilissima  e  singolare j 
di  Gallicciolli,  Memorie  Fcnete  antiche 
profane  ed  ecclesiaslichei  ò.\  Fdiasi,  Ma* 
morie  storiche  de'  Veneti  primi  e  secon- 
ilij  oltre  altre  e  massime  di  vari  bene- 
meriti delle  patrie  cose,  tutte  ricordate, 
propriamente  si  propose  di  condurre  il 
sito  lavoro  >»  sino  alla  fine  del  secolo  se- 
sludeciino  soltanto, epoca  nella  quale  pas- 
sando Venezia  dalle  ricchezze  al  lusso  e 
dal  lusso  alla  corruttela,  degenerava  già 
dall'antiche  virtù  e  si  avvicinava  a  gran 
passi  all'istante  del  suo  annientamento". 
Mi  è  poi  nolo  aver  egli,  sempre  operoso 
scrittore  patrio,  pubblicato  neli85i  un 
Lessico  l^eneto,  ch'é  un  pregevole  reper- 
torio alfabetico  di  cose  appartenenti  alla 
storia  e  a' costumi  di  Venezia;  però  non 
ho  il  piacere  di  conoscerlo.  Ma  in  quanta 
a'  costumi  de'  veneziani  negli  antichi  e 
ne'  moderni  tempi  occupò  gran  parte 
delia  vita  u  descriverli  e  documeularli  il 


3f>o  V  E  N 

consigliere  Giovanni  doltore  Rossi  vene- 
ziano ;  e  l'opera  sua  in  più  di  centoventi 
■voliuni  in  4-"  manoscritta  giace  per  suo 
totamento  nella  biblioteca  Marciana  fi- 
no dall'anno! 85 1  in  cui  morì.  Essa  vie- 
ne consultata  con  molto  profitto  da'  na- 
zionali e  da'  forestieri. 

2.  Il  patrio  scrittore  Mulinelli  erudita- 
mente impiegò  i  primi  4  capi  su  diversi  in- 
teressanti argomenti  riguardanti. i.°  L'i- 
sole su  cui  è  fondata  Venezia,  loro  stato 
fisico  e  bonificazione;  origine  delle  con- 
trade e  divisione  della  città.  2.°  Religio- 
ne, chiese,  recluse  e  rito  patriarchi- 
nò.  3.°  Strade,  ponti  e  piazze,  cavalli  e 
gondole.  4-°  Case,  pozzi,  giardini  e  scliia- 
■vi.  Di  questi  capi  feci  spigolature,  che  al- 
l'opportunità sparsi  qua  e  là;  onde  solo 
mi  rimane  in  breve  a  dar  contezza  di 
qiiella  parte  del  costume  veneziano  di  cui 
intraprendo  il  ragionamento,  l'ero  col 
medesimo  scrittore  avverto  ,  che  nelle 
■voluminose  opere  de*  tre  surnmentovati 
nutori,  in  più  luoghi  alquanto  si  ragiona 
de'  privati  costumi  e  delle  consuetudini 
de' veneziani.  Capo  V:  Del  caratlere  fi- 
sico e  morale  (Je  veneziani:  loro  metodo 
giornaliero  di  vita:  delle  vesti.  Secondo 
l'asserzione  di  riputati  storici,  erano  i  ve- 
neziani d'alta  statura,  di  pelo  e  capelli 
biondi  (  come  di  tal  colore  le  donne 
rendevano  arlifìciosamente  i  propri,  lo 
dico  nel  g  XIX  nel  dogado  85.°),  on- 
de incanutivano  presto,  sebbene  am- 
bo i  sessi  fossero  longevi ,  forse  per  la 
piacevolezza  ed  egualità  della  tempera- 
tura così  mantenuta  dall'aria  salsa,  che 
di  sua  natura  si  vuole  meno  umida  e  più 
calda  di  qualunque  altra:  pertanto  con 
infinita  meraviglia  molti  e  molti  vecchi 
si  vedevano  procedere  carnuti,  ritti  e  ro- 
busti. Le  donne  tutte  di  bell'aspetto  in- 
clinavano al  pingue:  erano  d'ingegno  mi- 
rabilmente svariato,  usando  nel  discorso, 
in  aggiunta  ad  una  favella,  la  quale  si 
rende  atta  per  la  copia  delle  vocali  e  per 
la  prestezza  nel  proferirle  all'espressione 
della  passione,  di  placidi  modi  e  lusio- 


V  EN 

ghieri.  Gli  uomini  per  lo  contrarlo  d'in- 
gegno docile,  di  grande  animo,  di  mansue- 
ti costumi,  si  mostravano  generosi  verso 
le  chiese  (come  ampiamente  ho  narrato 

oe'§§  V,  Vili,  IX,  x,xi,xn,xiii),  né 

gperdevano  punto  il  tempo.  Componeva- 
no il  gesto  e  la  voce  a  gravità  eziandio 
ne'dialoghi  famigliari,  erano  di  maniere 
e  di  parole  corlesi."  Vuoisi  che  fingessero 
di  perdonare,  ma  che  loro  venuto  il  de- 
stro si  vendicassero  crudelmente;  che  a- 
alassero  senza  scelta  struggendosi  or  di 
questa  or  di  quella,  e  che  niuna  costan- 
za nell'amore  serbassero  (n'è  prova  il  n, 
6  del  §X1!).  Però  nelle  sventure  abbon- 
davano d'  animo  invitto  ,  e  ridondando 
già  di  gloriose  memorie  le  pagine  di  lo- 
ro storia,  che  anzi  spinsero  nell'avversità 
la  fermezza  ad  assumer  talvolta  l'aspet- 
to di  stolta  indilferenza,  come  nel  secolo 
XV 1  in  tempo  che  infuriando  la  peste 
desolatrice  uccise  70,000  persone.  A  qu« 
sle  varie  prerogative  dell'animo,  debbe^ 
si  aggiungere  quella  della  giocondità,  U 
quale  né  pe'tempi  e  né  per  le  molte  vi« 
ci><situdini  mai  scemò;  mentre  anco  nel 
secolo  decorso,  all'epoca  di  quel  gran  co- 
noscitore del  cuore  umano  Goldoni  e  so- 
lerle ricercatore  degli  usi  del  proprio  pae- 
se, si  cantava  per  le  piazze,  per  le  strade, 
pe'  canali;  essendo  il  fondo  del  carattere 
della  Dazione  l'allegria,  e  il  fondo  del 
linguaggio  veneto  la  lepidezza.  Confor- 
me all' incirca  a  questi  svariati  istinti  si 
regolava  giornalmente  il  metodo  della 
vita.  All'aiu'ora,  già  folte  di  popolo  era- 
no le  chiese,  e  non  pochi  testando  lascia- 
vano fondi  pel  mantenimento  de'limji,  e 
pel  suffragio  de'defunti  con  preghiere  e 
benedizione  olle  tombe.  Il  pio  costume 
d'assistere  all'  ullìzialure  notturne  si  os- 
servava pure  da'dogi  nella  propria  cap- 
pella, a  somiglianza  degl'imperatori  gre- 
ci, e  de're  franchi  e  longobardi  (mi  piace 
qui  riferire  quanto  pubblicò  in  Venezia  a' 
f)  api  ile  i852  il  Corriere  Italiano*:  ri- 
produsse il  n.  g'z  del  Giornale  di  Roma. 
^Coiue  tante  altre  costumanze  andate  iti 


V  L  N  V  E  N  3(3  r 
tli^itso  in  Venezia  da  qualche  anno,  tor-  z'oru  dopo  la  campana  del  inezzogionio, 
nano  ora  nuovamente  a  risoigere;  videsi  che  avea  a  quello  invitalo,  un'aUia  suo- 
(piinch  in  questi  giorni  della  settimana  na va  e  della  r/o/jo /20/^<7,  la  quale  lichia- 
sunta  formarsi  più  numerose  le  compa-  mava  al  lavoro,  e  siccome  durava  mez- 
giiie  de'dileltanti  di  musica,  i  quali  si  pre-  z'oia,  il  tempo  accordalo  al  nudrimeuto 
siano  a  cantare  il  Afiserere  negli  Ullizi  e  al  riposo  si  riduceva  ad  un'ora.  Falla 
delle  Tenehre,  in  pressoché  tutte  le  chic-  notte,  di  necessità  si  abbandonavano  i  la- 
se  di  questa  città.  Vengono  eseguili  squi-  vori  e  le  faccende,  quantunque  non  di 
sitamente  e  si  ha  luogo  d'  anunirare  le  rado,  ne'  bisogni,  conti nuassei'o  i  magi- 
più  stupende  voci  ,  che  ne  fanno  lede  strali  a  tener  ragione  e  ad  occuparsi  dcl- 
qunnto  i'ar.'e  musicale,  stala  cosi  in  fa-  le  cose  di  slato.  Finaluienle  alla  3.'  ora 
\^ve  Ira  noi,  si  mantenga  ancora  e  formi  della  nottesuonava  un'altra  catnpana,ap- 
anzi  una  delle  più  gradile  ricreazioni  del-  pellnla  appunto  tersa^dopo  la  (piale  non 
Ja  gioventù  veneziana  ').  Sorto  il  sole,  si  poteva  più  girare  per  la  città,  né  po- 
dall' alla  torre  di  s.  Marco  il  suono  della  levasi  più  tener  fuoco  acceso  nelle  bot- 
cauìpana  eccitava  ogni  ordine  di  perso-  leghe  e  nelle  case  sotto  pena  diioo  sui- 
ne al  lavoro;  e  siccome  fra  gli  artigiani  i  di,  onde  preservar  gli  edifizi  da  incendio, 
più  numerosi  evano  i  falegnami,  appella-  essendo  di  legno.  iNel  secolo  XIV  a'  soli 
li  marangoni,  così  Marangona  si  chia-  barbieri  e  pizzicagnoli  fu  permesso  alle 
mò  tal  campana.  Fervendo  già  l'opere  loro  botteghe  lume  e  fuoco  ,  anco  dopo 
nell'ollicine,  e  sedendo  i  magistrati  negli  la  terza.  Nelle  lunghe  notti,  non  esseud«j 
ullizi,  non  pochi  patrizi  in  sull'ora  6.  si  in  uso  gli  spettacoli  scenici  ,  cominciali 
adunavano  a  Rialto  sotto  i  portici,  uni-  ne'primordi  del  secolo  XVI,  come  r.iccon- 
!  camente  per  vedersi  e  trattenersi  in  ami-  tai  nel  §  XV,  n.  i ,  i  veneziani  per  ovviare 
chevoli  discorsi;  mentre  nel  rimanente  di  la  noia  stavano  a  crocchio  in  famiglia  u 
I  que' portici  una  turba  di  mercanti  fio-  cogli  amici,  con  parlari  che  servivano  di 
t  renlini,  genovesi,  lonrbardi,  spagnuoii,  utde  ammaestramento  a'giovani.  Erano 
[  turchi  e  d'altre  nazioni  intendeva  a  gros-  nell'estate  ridotto  di  tali  adunanze  gli 
f  si  traffici.  Facevasi  sosia  a  mezzodì  pel  spaziosi  canali  e  la  Laguna,  dopo  l'ore 
pranzo,  comunemente  frugale,  massime  vespertine  andandosi  in  cerca  della  brez- 
ne'più  rimoti  tempi,  di  solo  pesce  e  sei-  za  notturna  ,  rifocillando  poi  con  parca 
vaggina,  non  permettendosi  più  di  3  vi-  cena  l'affievolito  corpo.  La  bellezza  del 
vande  anche  ne'fesleggiamenti,  eziandio  firmamento  e  la  freschezza  dell'aura,  su- 
nelle  nozze,  proibendosi  i  pavoni  con  leg-  scitava  la  naturale  allegria  con  canile 
gè  del  1472.  Senza  dubbio  questa  sobrie-  suoni.  Altri  facevano  omaggio  a'ioro  a- 
là  contribuiva  a  guarentire  i  veneziani  mori  con  serenale  e  canzoni ,  accompa- 
da  frequenti  malattie,  per  farli  giungere  gnale  dal  liuto  e  altri  strutnenti.  Quan- 
a  prospera  vecchiezza.  Sembra  nondime-  do  il  Tasso  rese  di  pubblico  diritto  la  Ge- 
no che  nel  secolo  XVI,  quando  già  il  de-  rusalemme  /<(0e/vi^<7,(jue'sublimi  earnio- 
plorabile  lusso  filalmente  cominciava  a  niosi  concetti  furono  i  soli  che  nella  nol- 
vincerla  sull'antiche  usanze,  di  mollo  si  te  rompevano  il  silenzio  delle  vie,  de'ca- 
largheggiasse  nel  nutrimento,  macellao-  naii,  della  Laguna.  La  Gerusalemme  di- 
«losi  ogni  settimana  5oo  bovi  e  "ìSo  vi-  venne  il  canto  preddetto  del  gondoliere, 
felli,  oltre  un  infinito  numero  di  caprino-  alternandosi  tra  loro  le  stanze  del  mela- 
li e  di  polli,  l'ertanto,  sì  per  la  scarsità  de'  viglioso  poema.  Venendo  alle  vestimen- 
cibi  e  sì  per  l'amore  grandissimo  che  a-  la,  i  veneziani  vestirono  alla  foggia  d' 6- 
veasi  all'economia  del  prezioso  tempo,  il  riente,  finché  le  loro  relazioni  politiche  e 
pranzo  era  di  breve  durata;  onde  niez-  commerciali  si  limitarono  all'itupero  gì  e- 


362  V  E  N 

co;  vesliiono  alla  moda  dell'altre  nazio- 
ni ilaliane,  quando  eslcseto  ad  esse  le  re- 
lazioni medesime.  Allorché  usavano  le 
\esli  giavi  e  maestose  dell'oriente,  il  co- 
lore di  esse  fu  generalmente  l'azzurro  o 
turchino,  il  quale  era  già  stalo  il  favori- 
to degli  antichi  veneti  primi  abitatori  del- 
le Venezie  loro  maggiori,  iu  guisa  che 
presso  i  romani  anliclii  azzurro  e  vene- 
to erano  sinonimi,  e  veneta  chiamavasi  a 
Roma  quella  fazione  del  circo,  la  quale 
vestiva  di  questo  colore  (nel  ragionare  de' 
Tealri,  descrissi  pure  gli  Jnfìleatri ed  i 
Circhi,  cogli  spettacoli  che  vi  si  celebra- 
vano,ed  in  più  luoghi  delle  fazioni  diver- 
se ne'giuochi  circensi:  esse  erano  la  P^e- 
lieta,  V Albata,  la  Russala^  la  Prasina. 
Bernardo  Menegucci  scrisse  la  Disserta- 
zione sopra  il  f^^eiielo  Colore,  che  il  p. 
Calogeri»  pubblicò  nel  I.  22,  p.  i  o3,  del- 
la i\^«oi'rt  Raccolta.  Il  Cancellieri  nel  suo 
Mercato  eruditamente  tratta  delle  4  no- 
bili fazioni  e  loro  colori  a  p.  24  Solo  mi 
limiterò  a  riferire  l'origine  e  il  significa- 
lo de'colori  delle  medesime,  per  le  quali 
presero  partito  anche  gl'imperatori  10- 
n)ani,  sino  a  vestirsi  anch'essi  del  colore 
della  fazione  che  favorivano;  e  le  matro- 
ne dil'endevansi  dal  sole  con  ombrelli  del 
colore  prediletto.  Marziale  dice:  si  Vene- 
to, Prasinoquefavesj  e  altrove:  de  Pra- 
sina Conviva  meus,  Venetoque  loquatur. 
Indidit  Roniulus  his  quntiior  Eleinentis 
haec  nomina.  A  Terra  Frasinam^ìzc^/o- 
neni  apj)eltavit,y\ndeaì  nenipecolorenij 
IMaiis  Venelam  ab  Aquis,  nempeCacvyx- 
leum;  Ignis  Russatam,  quod  l'urpura  1- 
gnis  coloreni  exprimat;  Aeris  Albalam; 
et  inde  quaiuor  in  Urbe  factiones  exti- 
terunt.  Quindi  il  color  Pr^smo, ossia  Ver- 
de, sagro  era  alla  Terra  ed  a  Cerere;  il 
Veneto,  ossia  Ceridco,  all'Acqua  ed  a 
IVettuno;  il  Rosso,  al  Fuoco;  ed  il  Bian- 
co, all'Aria.  Queste  fazioni  furono  pure 
rassomigliate  alle  4  stagioni,  cioè  \'  Al- 
iala, all'Autunno;  la  Russata,  all'Esta- 
te; la  Prasina,  aUa  Primavera;  la  Vene- 
ta, all'In  verno.  Colores  viceni  Tempo- 


VE  i\ 

rum  quadri/aria  divisione  fundunlnr. 
Prasinus  virenti  Verno,  Fenetus  nubi- 
lae  [lyemi,  Russeus  Aestati  Jlammeae, 
Albus  pruinoso  Autumno  dicatusest.Pe' 
rò  queste  fazioni  in  principio  furono  due 
sole,  cioè  r  Albata  e  la  Russata  j  alle 
quali  furono  poi  aggiunte  allre  due,  Iu 
Prasina  e  la  Veneta.  Inoltre  Domizia- 
no le  accrebbe  con  due  allre,  V Aurata  e 
la  Purpurea:  aurati,  purpureiqdc  pan- 
ni). L'abito  de'nobili  veneziani  si  avvici- 
nava di  molto  a  quello  de'patrizi  della 
corte  Bizantina.  La  loro  veste  era  talare 
di  drappo  operato  o  con  ricamo  ,  ferma 
a'fianchi  da  una  cintura.  Di  sopra  aveva-- 
no  un  manto  allibbiato  con  borchia  d'o- 
ro, in  capo  portavano  una  berretta,  sul- 
la quale  dalla  parte  della  fronte  veniva- 
no a  congiuugeisi  due  fettuccie  in  guisa 
da  formare  una  croce  di  s.  Andrea,  il 
Mutinelli  ne  ùlììe  la  figura  nella  tavola 
8.'  11  doge  non  solo  seguiva  questo  co- 
stume, avendo  però  soventi  volle  pur- 
purea Iu  tunica  o  la  dalmatica  alla  con-; 
solare,  e  sempre  purpurei  i  calzari,  ma 
ben  anche  in  alcuni  adornamenti  quello 
usalo  dagl'imperatori  e  da're  d'occiden- 
te. Si  fregiava  quindi  com'essi  d'un  cor- 
to bavero  di  vai  o  di  ermellini,  che  gli 
scendeva  sopra  il  manlOj  e  d'una  berret- 
ta di  velluto  rosso  foggiala  come  1'  anti- 
che mitre,  la  quale  sel)bene  alcuni  la  vo- 
gliono derivata  dal  pileo  de'troiani  e  de' 
frigi  ,  non  era  poi  che  quella  usata  da* 
duchi  franchi  e  longobardi,  e  forse  anco 
da'consoli  o  ipati  greci;  questa  berretta^ 
equivalente  a  un  Diadema,  fu  comune- 
mente appellata  Corno  (delle  vesti  e 
prerogative  de'  dogi,  trattando  di  loro, 
ragiono  nel  §  XIX,  n.  3,  ed  iu  pro- 
gresso del  §),  Lhi  tavola  g.'  esprime  la 
(ìgiira  del  doge.  Era  la  vc'^le  delle  don- 
ne serica,  lunga  sino  a  terra,  scollata, 
chiusa  tutta  da  sembrare  quasi  incou- 
sutile,  assettala  e  adorna  di  ricami.  Scen- 
deva loro  dagli  omeri  con  due  corte 
strisele  dì  zibellino  un  ampio  maulo  li- 
stalo d'uio  con  ali|uanlo  di  strascico,  e 


I 


V  EN 
pur  esse  portavano  in  capo  una  berret- 
luccia  con  aureo  fregio  ,  da  cui  fuggiva 
sciolta  e  inanellata  la  chioma  ,  C0Q)e  si 
vede  nella  figura  della  tavola  i  o/  Tutto- 
ciò  sino  a  tanto  che  non  furono  i  vene- 
ziani a  contatto  cogli  altri  italiani  ;  ma 
quando  ciò  avvenne,  abbracciarono  colle 
loro  mode  eziandio  quelle  dell'altre  na- 
zioni d'Europa,  giacché  al  principio  del 
XIV  secolo  l'usanze  di  Francia,  di  Ger- 
mania e  di  Spagna  erano  già  in  »oga  per 
tutta  l'Italia.  Nella  tavola  i  i .'  si  ha  la  fi- 
gura d'  una  donna  del  secolo  XIV,  sul 
custun)e  delle  donne  veneziane  in  quel 
secolo  avendone  scritto  Cesare  Vecellio. 
Sono  le  aiedesinie  vesti  delle  piacentine, 
allacciate  con  cintura,  ampie,  colle  mani- 
che fatte  a  fogciia  dello  scudo  catalano, 
co'bugoli  o  reticelle  d'oro  per  acconcia- 
tura del  capo.  11  vestito  e  l'altre  persona- 
li usanze  de'veneziani,  sia  de' giovani  e 
garzonastrì  nobili  e  plebei,  sia  degli  spa- 
daccini, de'bravi  e  delle  femmine,  sì  in 
queir  età  che  dopo  ,  non  furono  punto 
diverse  da  quelle  degli  altri  italiani  ,  de' 
quali  da  per  tutto  ne  abbiamo  i  monu- 
unenti.  II  medesimo  Mulinelli  negli  An- 
ìtali  Lrhaiii  di  Fenezia,  parlando  delle 
costumanze  della  I.' metà  del  secolo  XIV, 
dice  che  abbandonata  nelle  vesti  la  fog- 
gia degli  orientali,  rna  serbcindone  la  lun- 
ghezza, alcuni  usavano  strette  maniche, 
e  allora  doga  lina  tal  veste  dicevasi;  quel- 
la colle  maniche  larghe  si  appellava  dii' 
<<//ej- portando  poi  lutti  il  cappuccio, che 
lateralnieute  e  sopra  la  sinistra  spalla 
pendeva,  o  coprendosi  la  testa  con  certa 
berretta  a  cartoccio,  che  ber  re  Un  a  tozzo 
ed  anco  alla  sforzesca  chiamiivasi.  Nel 
principio  del  secolo  XVI  i  vesti(nenti  al- 
la francese  erano  cofiuni  tra'  veneziani, 
ed  alla  fine  del  medesimo,  dimentichi  di 
esser  nati  in  Italia,  imitavano  le  foggia 
de'  francesi  e  degli  spagnuoli.  Con  tali 
mode  si  adottò  pure  la  magnificenza  e 
Ja  preziosità  de' drappi  ond'erano  i'or- 
luate  le  vesti.  Ne  portavano  peraò  le 
duuue  alcuue  cuuleste  d'oro,  aduruute  di 


V  E  N  3G3 

pelli  rare  e  con  lunghi  strascichi;  smisu- 
ratamente si  fregiavano  di  monili  e  d'ar- 
mille  d'oro  e  di  gioie  ricchissime,  rilucen- 
do le  dita  delle  loro  mani  di  molte  anel- 
la  di  balasci.  Tanto  scialacquo  di  de* 
naro  per  un  oggetto  cos'i  frivolo  chia- 
mò più  volte  l'attenzione  e  il  rigore 
d'  un  governo,  il  quale  era  istituito  so- 
pra semplici  e  austeri  [)rincipii,  di  che 
dovrò  in  più  luoghi  riparlarne.  Quin- 
di ne'  secoli  XIV,  XV  e  XVI  venne- 
ro fatte  più  leggi  suntuarie  di  pramma- 
tica, riportate  dal  Mutinelli  a  p.  3oc)  de- 
gli Annali  Urbani,  per  le  quali  si  pre- 
scrisse un  limile  al  valore  de'paimi  delle 
vesti,  ed  a  quello  delle  minuterie;  per  cui 
alla  fine  del  XVl  s'era  ridotta  la  cosa  a  fer- 
mine assai  comportabile  e  onesto,  vesten- 
do allora  le  donne  di  soprabito  nero  in 
ogni  tempo  alla  greca. Da  quest'ultimo  co- 
stume deve  aver  tratto  origine  quell'id)!- 
to  nero  di  seta  appellato  vesta  e  zendà, 
il  quale  si  portava  unicamente  a^  Vene- 
zia nella  mattina  dalle  dame  e  dalle  fem- 
mine di  condizione  civile,  (juasi  abbiglia- 
mento alla  domestica,  e  che  usalo  venne 
costanleinente  sino  al  termine  della  re- 
pubblica. In  mezzo  a  tanto  dissipamento, 
però  incorrotto  si  mantenne  l'uso  del  ve- 
lo bianco  di  seta,  di  cui  s'abbellivano  le 
donzelle  venete,  e  di  punizioni  severissi- 
me si  minacciarono  quelle  sfacciate  me- 
retrici, che  avessero  osatodi  va!er^i  di  que- 
st'ornamento unicamente  destinalo  a  sim- 
boleggiare la  verginità  e  la  candidezza  del 
costume.  Del  pari  si  mantenne  tutta  pro- 
pria delle  donne  veneziane  la  foggia  del 
calzamcnto  sinché  verniero  in  moda  le 
gondole.  I  m  perocché  a  vanti  che  si  selcias- 
sero le  strade,  essendo  tutte  polverose  e 
coperte  di  fango,  se  gli  uomini  cavalcan- 
do si  potevano  schermire,  le  donne  ob- 
bligale a  incedere  a  piedi,  per  non  im- 
brattarsi portavano  altissimi  zoccoli,  lar- 
ghi e  senza  calcagnino,  al  modo  espresso 
nella  ricordata  tavola  i  i."  E  pare  che  li 
lasciassero  entrate  nelle  case  loro,  per 
prendere  uu  calzamenlo  più  leggero.  Ve- 


364  V  E  N  V  E  N 
iieziii  resiò  *olo  incoiilaininafn  soltanto  tìa'Fiipi,  com'è  possibile  ch'eglino  accor- 
(liiile  mode  sli'.'iiiiere  nella  foggia  delle  ve-  dassero  ad  un  laico  fjuanlo  da  toro  non 
sii  de'oiagislrali,  benché  col  lempo  an-  praticasi?  So  bene,  e  lo  notai  ne'rispellivi 
di'esse  provarono  nlctin  cambiamento,  articoli,  che  a' principi  laici  accordarono 
l^er  cominciare  dull' abbigliamento  del  varie  l'elfi  .?tìfg:re,  comedi  ministrare  nella 
doge,  la  forma  di  sua  berretta  notabil-  messa  daglistessiPapi  celebrata;anzi  quasi 
mente  si  alterò  da  RenieroZen  del  laSa,  pare  che  dichiarassero  i  dogi  accoliti  della 
rbe  la  fregiò  d'aurea  corona;  nel  i  36i  da  cappella  pontificia, come  dirò  alla  sua  voi- 
Lorenzo  Celsi  che  vi  aggiunse  la  croce;  nel  la.  Piuttosto  io  forse  trovo  piii  plausibile 
1473  da  Nicolò  Marcello, che  la  volle  tut-  ragione  ,  che  imitando  i  primitivi  dogi 
tacroro;e(ìnaimenlenelXVl  secolo,incui  pure  le  foggie  orientali,  e  questi  insegno 
si  [)or!Òa  tale  la  ricchezza  di  questa  ber-  di  rispetto  lenendo  coperto  il  capo,  come 
iella  o  corno  ducale, che  il  valoredi  quel-  rilevai  in  tanti  luoghi,  anco  in  questo  l'a- 
lo, col  quale  s'incoronavano  idogi,mon-  vranno  imitati  i  dogi.  Valga  per  tutti  la 
lava  alla  somma  di  ben  i  5o, eoo  ducati,  liturgia  de' siri  ,  i  coi  vescovi  celebrano 
t?  si  custodiva  diligentemente  nel  tesorodi  col  capo  coperto  sempre  da  una  specie 
s.  IMarco.  Indi  sotto  cpiesla  berretta  si  di  camauro  ,  che  pure  ritengono  nella 
oggiunse  un  6V?///rt;<ro  di  rensa  (sorla  di  cap|)ella  pontificia,  anzi  assistendo  il  Pa- 
telci  di  lino  bianca  e  assai  fina  a  opera,  de-  pa  col  capo  denud  ito,  il  che  vidi  per  mol- 
nominata  anche /r/rsOj- fu  cos'i  detta  dal-  li  anni,  e  registrai  ne' luoghi  citati  nel 
Ja  cillà  di  l\ens  in  Francia,  o  tleims,  ove  voi.  LXVII,  p.  So).  Il  bavero  di  pelli 
probabilmente  si  fabbricava:  talecamau-  d' ermellini  allungato  venne  a  guisa  di 
10  si  disse  anche  cuffia  e  ne  riparleiò  nel  niozzetta ,  la  quale  afììbbiavasi  con  bot- 
ricoidato  n.  3  ilei  §  XIX)  che  ricuopriva  toni  d'oro;  e  di  panno  pur  d'  oro  si  sta- 
con  accuratezza  il  capo  del  doge  (dice  il  bili  che  nelle  .solennità  dovesse  essere  il 
Sansovino,  che  si  considerava  questo  ca-  manto,  sempre  però  conservandosi  pur- 
mauro  come  insegna  di  persona  sagra,  pureo  il  calzare  (come  altri  principi,  a- 
lappresentandosi  con  quella  una  certa  vendone  riparlato  negli  articoli  Sandah 
memoria  del  s.  olio  col  quale  s'  ungono  e  Scarpe).  Il  descritto  vestiario  del  doge 
aUuni  re  cristiani,  non  altrimenti  come  è  prodotto  nella  tavola  12.*  I  nobili  ab- 
se  questo  principe  fosse  del  corpo  loro,  bandonato  l'abito  orientale  assunsero, 
La  quale  cùllia,  oltreché  avea  sembian-  specialmente  i  magistrati,  la  Toga  con 
za  di  quella  (ascia  ch'era  giàantica  Coro-  larghe  maniche  e  col  cappuccio,  con  fo- 
iia  ^e' A'e,  aggiungeva  molta  grazia  alla  ilere  nell'inverno  di  pelli  di  vai,  di  dossi 
testa  sotto  il  corno,  il  quale  prendeva  per  e  di  faine,  e  di  ermesino  nell'estate.  Dif- 
quella  molto  piti  fermezza  pel  suo  ripo-  feriva  però  il  colore  di  queste  toghe  se- 
so.  Per  singolarissimo  privilegio  poi  assi-  condola  varielà  degli  uffizi;  come  pei* 
stendo  il  doge  alla  messa  non  si  toglieva  esempio  era  purpurea  quella  de' senato- 
dal  c.ipo  il  camauro  neppure  ai  momen-  ri,  violacea  quella  de'savi  granili  e  con- 
to della  consagrazione.  Farò  un' osserva-  siglleri,  rossa  quella  de'capi  del  consiglio 
zinne:  il  Camauro  è  una  delle  coperture  de'Dieci,  degli  avogadori  e  del  cancellie- 
del  capode'Papi,  ma  di  que'drappi  e  co-  re  grande.  Venuto  poi  in  disuso  il  cap- 
lori  tlescrilli  in  quell'articolo.  Se  l'usano,  piiccio  ,  si  sostituì  ad  esso  una  berretta 
lo  depongono  non  solamente  nella  consa-  rotonda  alquanto  larga,  perciò  appellata 
gì  azione,  ma  anco  venerando  il  ss.  Sagra-  col  ricordalo  nome  di  berretta  a  tozzo. 
mento  esposto,  come  fanno  del  Berretti'  L' efllgie  è  nella  tavola  1 3.^,  e  collo  sto- 
zzo usuale.  Se  tulle  le  concessioni  che  han-  Ione  pendente  sulla  spalla  sinistra  ,  del 
no  relazione  colle  cose  sagre  derivarono  quale  a  suo  luogo  parlerò,  cioè  nel  u.  5 


V  E  N 

di  questo  slesso  §.  I  cittadini  più  assen- 
uali  ,  gli  avvocati  ed  i  medici  usarono 
pure  di  lai  veste  (soprannotniniiti  laba- 
ri, per  portare  il  tabarro  o  mantello  che 
sì  sovi appone  agli  altri  vestimenti  ,  per 
usare  i  patrizi  abitualmente  la  Ioga,  e  lut* 
ti  gli  altri  il  tabarro  benché  deli'  ordine 
civile);  ma  la  toga  loro  fu  sempre  di  pati- 
no o  di  rascia  (specie  di  panno  di  lana  o 
di  saio)  di  color  nero,  allocciata  con  ma- 
gliette di  ferro  al  eqllare,  d'onde  usciva 
bene  accomodata  la  camicia,  il  clero  ve- 
stiva del  pari.  I  sacerdoti  semplici  por- 
tavano la  toga  nera,  i  parrochi  azzurra 
o  paonazza,  i  chierici  bigia  o  cenerogno- 
la, non  lasciando  d'ostentare  uno  sfarzoso 
soppanno  di  pelli  e  di  seta  ,  cingendosi 
con  aurea  fascia  o  d'argento.  Negli  An- 
nali Urbani,  aggiunge  il  Mutinelli,  che 
le  loro  maniche  amplissime,  dette  «/■/o^ 
/{',  erano  foderate  di  vai  e  sulle  spalle  e- 
vano  increspate.  Siccome  poi  presso  i  lon- 
gobardi gli  schiavi  andavano  tutti  ra- 
si, cosi  ne'primi  tempi  anche  i  preti  ve- 
neti, per  dimostrare  colla  Tonsura  (1^.) 
ch'essi  erano  servi  del  Signore,  portava- 
no rasa  la  testa  ed  il  mento  ;  ma  si  la- 
sciarono  in  appresso  crescere  la  Barba 
(ne  riparlai  nel  voi.  LXXXl  V,  p.  74).  ed 
anzi  con  ogni  diligenza  la  nudrivuno  e 
l'accarezzavano  dandole  colle  forbici  o 
col  rasoio  la  forma  voluta  dalla  moda, 
in  guisa  che  non  poco  alTaticarono  i  pa- 
triarchi con  I  3o  anni  di  replicali  decreti, 
onde  sradicare  questa  vana  e  secolaresca 
usanza.  Tale  abbigliamento  de'preti  eb- 
be durata  sino  al  secolo  XVI,  poiché  in- 
trodotti ^ià  nella  chiesa  di  Venezia  i  riti 
di  quella  di  Roma  ,  venne  consigliato  il 
clero  ad  assumere  con  essi  eziandio  le  ve- 
sti niodetile  e  talari  usale  dal  romano,che 
furono  poi  quelle  stesse,  di  cui  si  vale  pre- 
sentemente. Il  costume  degli  uomini  d'ar- 
me, de'cavalieri,  degli  scudieri  e  de'gie- 
gai  i  andò  pur  sempre  di  pari  passo  eoa 
quello  degli  altri  italiani.  Per  conseguen- 
za nc'giorni  da  noi  più  lontani,  le  mede- 
sioie  i'oime  di  celate  e  di  cimieri ,  gli 


V  E  N  36  > 

stensi  camagìi  e  gli  slessi  scliinieri;  e  nel 
secolo  XVI  la  medesima  camicia  dima- 
glia  col  sovrappostovi  corsaletto  di  fer- 
ro, e  le  medesime  brache  alla  spagnuolt 
corte  e  gonlìe  a  dismisura.  Più  leggera  e 
più  snella  era  l'armatura  de'  marinimi, 
cui  dannosa  poteva  riuscire  nell'altìior- 
daggio  una  «opiabbondanza  d'armi.  Por- 
tavano dunque  costoro  un  elmo  di  ferro 
o  di  cuoio,  e  una  corta  lorica  ,  imbrac- 
ciando uno  scudo,  ed  avevano  una  spa- 
da, 3  lancie  e  un  coltello,  il  general  dii 
Mar  che  li  reggeva  e  imperava  alla  flot- 
ta ,  avea  in  capo  la  berretta  a  tozzo  ,  « 
sull'intera  armatura  di  cui  era  coperto, 
teneva  un  ampio  manto  o  paludamento 
di  drappo  d'  oro  allacciato  sulla  spalla 
destra  con  alcuni  bottoni  pur  d'oro  mas- 
siccio. La  tavola  i4'  ne  offre  la  figura. 
Dell'antiche  e  posteriori  vesti  de'  vene- 
ziani, ne  parlai  nel  voi.  LXX,  p.  8g. 

3.  Capo  VI.  Educazione  dello  spi- 
rito e  del  corpo.  Caccia,  esercizio  al 
bersaglio.  Corse  di  barrite,  Piigillato, 
Forze  d' Ercole,  Moresca.  Per  molli  se- 
coli fu  assai  trascurata  da'veneziani  l'e- 
ducazione dello  spirito,  e  ninno  amore 
pegli  studi,  e  niun  genio  per  la  letteratu- 
ra dal  secolo  X  al  XI  li,  tranne  qualche 
raro  lettore  di  grammatica  (sotto  il  qual 
nume  si  comprendevano  allora  l'umane 
lettele  e  1'  altre  facoltà),  qualche  greci- 
sta e  qualche  teologo;  l' aritmetica  e 
l'algebra,  come  indispensabili  ad  uomini 
dati  al  troUlco  e  alla  navigazione,  avea- 
no  soltanto  maestri  e  coltivatori.  Preci- 
pua causa  di  tanto  abbandono  delle  scien- 
ze e  delle  lettere  fu  la  premura  e  l' in- 
tendimento di  consolidare,  di  reggere  e 
d'ampliare  poscia  una  sovranità  nascen- 
te, e  ciò  accadendo  in  secoli  d'ignoran- 
za, comune  a  tutti  gli  altri  popoli  d'Eu- 
ropa (meno  l'eccezioni  fatte  altrove,  nel 
dire  il  bene  operato  ne'secoii  barbari), 
occupati  i  veneziani  di  questo  per  loro 
ben  più  importante  soggetto,  non  pote- 
vano rivolgere  in  pari  tempo  i  naluiaii 
perspicaci  loro  ini>t:^iii  aj^li  studi.  Sorse 


366  V  E  N  VE  N 
n  Venezia  la  fortunata  aurora  dcll'epo-  rito  de*  giovani,  lo  fu  assai  più  f|iiella 
ca  della  col  Ima  delle  scienze  e  delle  lei-  delle  donzelle.  Unico  studio  era  il  tener- 
tele, (jtiando  minacciato  di  quella  turca  le  segregale  da  ogni  commercio  sociale, 
invasione,  per  cui  poi  cadde  1'  impero  afllnchè  la  loro  innocenza  non  fosse  lesa 
d'  Oriente,  in  Venezia  a  mano  a  roano  o  macchiata  dalla  sfrenatezza  de*  coslu- 
non  pochi  savi  e  dotti  greci  rifuggiva-  mi;  laonde  non  uscivano  di  casa  che  nel 
no  ;  e  quando  inalberato  finalmente  sulle  giornodiPasqua  e  in  quello  delNalah;  per 
torri  dell'  espugnala  Costantinopoli  nel  ricevere  la  ss.  Eucaristia,  accompagnate 
1453  lo  slendardodi  Maometto, un  Bes-  da  vigili  custodi,  e  velate  nella  faccia  e 
sarione,  un  Mannello  Grisolora,  un  Gè-  in  gran  parte  nella  persona;  affatto  non 
misto  lMetone,unDeuielrioCalcon(lila, un  recandosi  nell'altre  feste  alla  chiesa  per 
Giovanni  e  un  Demetrio  Mosco  di  Lace-  assistere  alla  messa  e  a'divini  uHìzi.  Con- 
demone pubblico  precettore  di  greca  eie-  dannate  la  donzelle  a  si  perpetua  clausu- 
quenza,  un  Nicolò  Sagundino,  im  Gior-  ra,  ove  per  mancanza  d'educazione  e  di 
gio Franza, un  Costantino Lascari, un  Ar-  movimento  l'ingegno  il  più  acuto  veni- 
senio  vescovo  di  Malvasia,  uu  Giustino  va  a  intorpidirsi,  ed  il  corpo  pivi  vegeto 
Decadiocorcirese,  un  A ristobulo  Apostoli  a  fiaccarsi;  inoltre  la  severità  vietava 
bizantino,  un  Demetrio  Ducas,  un  Gio»  loro  d'  ammettere  in  quel  ritiro  perso- 
vanni  Gregoropulo  crelense,  ed  un  An-  ne  straniere,appeua  talvolta  concedendo- 
tonio  Eparco,  uomini  tutti  sapientissimi,  si  a'parenti. —  Riflettendo  in  seguilo  sag. 
seco  portando  uu  gran  numero  di  pre-  giamente  i  veneziani,  che  pel  gran  Cine 
zìosi  libri,  per  non  dire  di  molli  al-  cui  essi  tendevano,di  consolidare  cioè  il 
tri,  Venezia  elessero  a  stanza  loro,  co-  proprio  governo,  molto  più  necessaria 
me  di  sopra  andai  indicando,  massime  dell' educazione  dell' intelletto  si  rende- 
nel  §  Xlll,  n.  g.  Allora  si  vide  istitui-  va  allora  quella  del  corpo  ;  per  tanto  sta- 
ta una  scuola  d'  umanità  pe'  giovani  del-  luirono  che  tutti  i  cittadini  si  dovessero 
la  cancelleria  del  doge,  ed  una  pubbli  addestrare  in  esercizi  di  fatica,  d'agilità 
ca  scuola  di  simile  insegnamento  in  eia  edi  forza,  per  rendersi  o  conservarsi  abili 
scun  sestiere  della  città;  i  patrizi  più  alle  nulilari  funzioni.  Fra'  vari  esercizi 
eruditi  impresero  essi  stessi  ad  addoltri-  di  tal  fatta,  il  principale  fu  quello  della 
nare,  non  isdegnando  salir  la  cattedra  di-  caccia.  S|)essi  boschi  di  querele,  di  car- 
scesi  appena  dalla  ringhiera  o  dal  naviglio  pini,  di  larici,  d'  abeti,  d'  orni,  di  pini, 
sid  quale  aveano  Irionfa'o;  tutte  lescien-  di  pioppi  tremuli  e  di  tamarisci,  avan- 
ze,  tutte  le  arti  ebbero  maestri,  discepoli  zo  dell'  antica  e  vasta  selva  di  Fetonte, 
e  protettori;  si  fondarono  accademie  ed  rigogliosi  vegetavano  ne'passati  secoli  so- 
altre  letterarie  adunanze,  e  si  raccolsero  pra  i  lidi  circostanti  a  Venezia,  e  dagli 
biblioteche,  il  che  narrai  nel  §  XV,  n.  2;  astrami  che  guardano  il  settentrione  sino 
onde  i  veneziani  anche  in  dottrina  repu-  agli  altri  orientali  di  Chioggia]  maeslor 
tatissimi,  vennero  poi  per  3  secoli  non  in-  samenle  coronavano  le  Lagune  e  la  cit- 
terrotti  a  gareggiare  in  cultura  con  qua-  là.  In  copia  vi  nidavano  gli  alcioni,  i  fd- 
lunque  altra  nazione  d'  Europa  :  come  giani,  le  pernici,  i  feniconteri,  gli  aghi- 
può  leggersi  nella  celebre  opera,  Della  roni,  i  cervi,  i  cinghiali,  i  lupi,  le  volpi, 
Lelteratura  Feneziana^  del  eh.  Marco  i  martori  e  gli  stambecchi, ocapie  seìva- 
Foscarini,  che  descrisse  le  glorie  lette-  tiche;  animali  tutti,  che  per  1'  accaduto 
rarie  de' veneziaY)i,  oltre  i  ricordali  nel  svellimenlo  di  que'boschi  eper  la  succes- 
§  XV,  n.  I  e  2,  e  nel  n.  8  del  presente,  siva  coltivazione  de'  terreni  sipariiiono 
con  analoghe  nozioni.Seper  lungo  tempo  poi  per  sempre  da  questa  regione.Dalme- 
ic8lò  uegligenlata  l'educazione  dello  spi-  se  d'agosto  a  tutto  quello  d'ottobre,  con- 


VE  IV 

dolli  nelle  loro  inisleiiose  peregri  nazioni 
ilair  invisibile  e  provvid.i  mano  di  Dio, 
venivRiio,  come  giungono  onclie  adesso, 
H  ('ipopolare  infailìltilniente  ogni  anno  la 
Laguna  e  le  valli  n)aieiniTìone  i  gernooni 
reali,  detti  niaztorini,  cioè  niaggioringhi, 
per  esserf  gli  uccelli  di  (|iiesto  genere  più 
grandi  de;:;li  altri.  U  Jlmanunco  perii 
cacciatori  ed  uccellatori  per  /'  anno 
1825,  tratta  particolarmente  della  caccia 
nelle  valli  e  nelle  venete  Lagtme.  Veni- 
vano le  cerole,  i  ciiitn  li  carenze, gli  smer- 
ghi o  baianli,  1'  allodole  di  n)are  o  hise- 
gliini,  le  cerceduìe  maggiori  n  zarcegne, 
i  ciossi,  i  Oslioni  n  Tofani,  i  colombi  mi- 
nori o  fisoli,  i  chersi,  le  folaghe,  le  gar- 
ze, le  ridenne  o  pignole,  le  gallinelle  ac- 
qualiclie  0  sforzane,  le  paonrelle,  i  to- 
tani, e  finalmente  le  giù,  le  cicogne,!  fal- 
coni ed  i  cigni.  Odierido  cos'i  a'venezia- 
ni  al  bondanlf  Dientenalnra  ildeslrod'in- 
(raltenersi  ed  in  varie  forme  nel  vagheg- 
gialo esercizio,  vedendo  già  essi  che  per 
questo  reso  più  fan)iliare  il  maneggio  del- 
l'ormi,ed  acciesciula  a'corpi  robiislezza, 
era  ormai  salita  in  gran  fima  la  perizia 
de'Ioro  arcieri;  vollerothe  la  caccia  for- 
mar dove.s»;e  una  delle  principali  occupa- 
zioni del  cittadino,  a  tanto  pregio  portan- 
dola, che  entravano  nelle  laudi  d'im  il- 
lustie  defunto  se  eravisi  distinto.  Per  tut- 
to questo  i  veneziani  divennero  caccia- 
toli espertissimi.  La  salvaggina  princi- 
palmente si  cacciava  ne'  querceti  del- 
la badia  de'  ss.  Ilario  e  Benedetto,  sul 
uiaigine  della  Laguna,  e  de'  predali  cin- 
ghiali, il  cacciatore  dovea  dare  a'  n)0- 
naci  il  capo  e  un  quarto  di  ciascuno.  Ai 
contrario  erano  obbligati  i  monaci  quan- 
«lo  vi  cacciava  il  doge  di  prestargli  carri  e 
cavalli,  e  di  mantenergli  i  falchi  e  i  brac- 
chi .  ÌVella  selva  Equiìiana,  che  esisteva 
sulla  spiaggia  del  Cavallitìo,  snpeiba  di 
pini  altissimi  protetti  nella  conservazio- 
ne da  severe  leggi,  si  cacciavano  in  co- 
pia i  fagiani  e  le  pernici.  Ne'  lidi  Capru- 
larii,  e  ncli'  isole  Saccagnana  e  Falcone- 
rà, esisleuli  nella  Loguna  superiore  verso 


VEN 


3G7 


il  Lido  maggiore,  si  eseguivano  ubertose 
cacce.  IS'ella  Lagtma  si  cacciavano  uccelli 
ncquBlici ,  su  barchette  hu)ghe,  leggeris- 
sime e  strette,  chiamale  dal  fisolo  o  co- 
lombo minore  ^.^o/<7rÉ'_,- le  quali  erano 
condotte  da  Gin  8  rematori  vestiti  or;i 
di  azzurro  e  ora  di  verde,  scelti  tali  colori 
avvedutamente  per  avvicinarsi  a  quello 
dell'  acqua,  onde  non  impaurire  gli  uc- 
celli, liilto  il  cacciatore  nella  ;?.9o/rtr<7,  e 
ben  presa  la  mira,  colpiva  l'uccello  con 
certe  pallottole  di  creta  rassodata, scaglia- 
te con  balestra  oarco.  Maggior  lode  ve- 
idva  a  quel  cacciatore,  che  avesse  ferito 
lo  smergo,  uccello  assai  scaltro  che  ra- 
pidamente si  tuffa  nell'acqua  per  tosto 
ricomparire  in  notabile  distanza  ;  laonde 
se  preso,  qual  trofeo  s'inchiodava  sullu 
porta  o  imposta  della  finestra  del  fortu- 
nato uccisore.  Fra  gli  ostacoli  di  questa 
caccia,  si  rimarca  quello  del  grosso  gab- 
biano o  martinazzo,  che  ha  per  istinto  <li 
tramezzarsi  tra  il  cacciatore  e  1'  uccello 
pieso  di  mira,  e  questo  salvare  colla  fu- 
ga, co'suoi  stridi  e  fare  luota.  Maggiori 
difficoltà  delle  caccie  sull' acqua  e  nelle 
valli  s'incontrava  nelle  terrestri,  lieve- 
mente compensale  nella  caccia  geueralti 
che  facevasi  vciso  Natale.  Dopo  questa  il 
doge  donava  ogni  magistrato  e  padre  di 
famiglia  di  5  capi  di  sai  vaticina,  presente 
che  nel  dogadodi  Grimani  del  i5ii  fu 
mutato  in  moneta  d' argento,  la  quale  da 
ciò  prese  il  nome  (.Vosella,  come  dissi  nel 
§111,  n.  2,  parlando  delle  monete  ve- 
nete, e  nel  §  XIX  precisamente  nel  fi- 
ne del  dogado  70.°,  il  vocabolo  osella  si- 
gnificando uccelli  silvestri.  —  A!  pregia- 
to e  cavalleresco  esercizio  della  caccia, 
ne  teneva  dietro  un  altro  più  milita- 
re, quello  cioè  di  colpire  colle  frecce 
dell'  arco  o  della  balestra  il  bersaglio. 
Questo  esercizio,  nel  quale  tanto  i  nobili 
che  i  popolani  si  dovevano  addestrare 
senza  distinzione  almeno  una  volta  per 
settimana,  facevasi  particolarmente  sul- 
la  spiaggia  del  Lido,  volgarmente  Lio, 
quauluoque  aves&e  luogo  auche  in  alcuni 


368  V  E  N 

campi  tlella  cillà,  come  ue'maggiori  di  s. 
Stefano  etlis.  Paolo  in  cui  si  escici  lava  no 
i  balestrieri.  Allineile  i  cillaciini  saettatoli 
potessero  recarsi  al  Lido,  stavano  dopo  il 
mezzodì  di  fronte  alla  riva  della  Piazzet- 
ta di  s.  Marco  certe  barche  da  3o  remi 
delle  ganzaruoli,  che  noti  dovevano  però 
esser  vogate  da  altri  se  non  che  dagli  stessi 
balestrieri.  Pervenuti  coA  sulla  spiaggia 
molli  di  sudore  pel  remigare,  tosto  si  ac- 
cingevano all'altra  dilllcile  prova,  e  cpiin- 
di  veniva  premiato  dal  pubblico  erario 
colui  che  avesse  dato  nel  segno  al  bersa- 
glio. Comuni  erano  le  corse  e  le  gare  di 
barche  a  vela  ed  a  remi  sul  more  e  sulla 
Laguna,  donde  ebbe  origine  la  f.unosa 
}ie(^ata,ò[  che  a  suo  luogo  più  avarili  nel 
n.  5;  e  comune  pur  era  d  pugillato,già 
in  uso  inaltrecittà  italiane, singolarmen- 
te a  Siena. Quei>\.a  feroce  lotta  si  eseguiva 
in  Venezia  da  settembre  sino  a  Natale,  e 
sopra  ponti  senza  parapelti,come  vediamo 
espresso  in  diversi  quadri,  onde  accadeva 
che  i  perdenti  ollressere  malconci  e  pesti 
fossero  per  giunta  rovesciati  nell'acqu;», 
in  che  consisteva  lo  spasso  del  popolo, che 
già  sapeva  essere  i  caduti  abili  nuotatori. 
Sì  vedono  ancora  nel  ripiano  di  qualche 
pontedi  Venezia  de'segni  marmorei  aven- 
ti la  forma  d'una  su()la,su'quali  venivano 
a  posar  le  piante  de'pugillatori  ;  anzi  nel 
circondario  di  s.  Barnaba,  co'segui  stessi, 
il  propriamente  detto  Ponte  de''  Pugni. 
Sì  chiamava  la  guerra  de'ponti,  ben  de- 
scritta nel  poemetto  d'incerto  autore,  ma 
curioso  monumento  di  storia  nazionale, 
intitolato  appunto,  La  guerra  de' Nieo- 
Ionie  Castellani  nell'anno  iSai,  resti- 
tuito a  buona  lezione  dal  eh.  Bartolo- 
meo Gamba  e  per  esso  pubblicato  nel 
t.  I  òe  Poeti  antichi  veneziani,  Venezia 
1817  tipografia  Alvisopoli.  Le  due  fa- 
zioni eraho  armate  e  difese  da  morioni, 
da  celate  e  da  giachi,  con  bastoni  di 
canna  indiana,  con  punte  indurate  col- 
r  olio  bollente,  e  perciò  rese  acute  co- 
me stili,  e  così  usavano  di  contendersi  per 
giuoco  il   possesso  d'  un  punte.  Queste 


V  E  N 
battaglie  simulate  con  bastoni, delle  bai- 
tagliole,  si  proibirono  dal  consiglio  de' 
Dieci  a'2  I  ottobre  i52  i  ;  ma  poi  sembra 
che  si  tornassero  a  fare  nel  i  574  ha'fesleg- 
giamenti  dati  ad  Eiu'ico  111  re  di  Francia. 
Un  esercizio  però  pili  forse  d'equilibrio 
che  di  forza, la  cui  istituzione  risale  al  XI  il 
secolo,conosciuto  col  nome  di  forze  d' Er- 
cole, formava  l'occupazione  favorita  del- 
la bassa  classci  eh'  era  sparlila  in  due  fa- 
zioni, contrassegnate  da  particolari  assise, 
e  chiamate  l'una  (ie'caslellani ,\'a\{va  de' 
nicoloLli.  Nella  i.^si  comprendevano  tutti 
quelli  che  abitavano  di  là  del  Canale' 
maggiore,  verso  oriente,  e  ros^rt  avevano 
l'assisa;  nella  2.",  che  nera  l'avevano, 
fpielli  che  abitavano  verso  occidente. 
Mantenuta  a  bello  studio  dal  governo  tal 
divisione,  forse  ad  imitazione de'greci  che 
dominando  in  Piavenna  fomentavano  la 
discordia  del  popolo  per  meglio  signo- 
reggiar la  città,  le  due  opposte  fazioni 
spesso  si  sfidavano  colle yòr:;e  d'  Ercole^ 
in  che  pare  consistesse  tutta  la  loro  ani- 
niosilà  (però  negli  Annali  Urbani,\'aU' 
tore,  nel  raccontare  1'  origine  delle  due 
fazioni,  le  dice  derivate  da  quelle  più  an- 
tiche degli  Eracleani  e  òes^V Isolani,  per 
aver  i  primi  veduto  a  malincuore  trasfe- 
rire da  Eraclea  a  Malamocco  la  su- 
prema sede  del  governo;  laonde  a  po- 
co a  poco  insorsero  liti  e  avversioni  re- 
ciproche tra  gli  abitatori  de'Lidi  e  quel- 
li dell'  Isole,  quindi  verso  1*800  gli  E- 
racleani  e  gì'  Isolani  cominciarono,  e 
poi  spesso  si  sfidarono  e  cimentarono 
con  le  dette  canne  d'India,  battendosi. 
Dipoi  si  ti'amutarono  quell'avvisaglie  in 
un  giuoco  adatto  innocente,  delle  forze 
et  Ercole,  nelle  fazioni  de'  castellani  e 
de'  nicolotti.  Imperocché  osserva,  che  la 
ruggine  antica,  benché  in  semplice  anti- 
patia degenerata,  mai  cessò  fra  le  due  op- 
poste fazioni  ;  che  in  seguilo  insensibil- 
mente cambiarono  in  detti  passatempi, 
già  ardentemente  fino  all'  ultimo  giorno 
di  Venezia  dal  suo  popolo  vagbeggiali 
e  applauditi;  come  le  cacce  o  giostre  Ira' 


V  E  N  V  E  N  3G9 
cani  e  i  lori  che  si  facevano  iicirorepo-  steniili  dalle  loro  spalle.  Sopra  queblire- 
meiidianeiiel  carnevaie  ne'campi  o  piaz-  geli  e  per  conseguenza  sugli  ooieii  <li  chi 
te  delle  diverse  contrade,  che  de.scnve  a  li  reggeva,  saliva  un*  altra  mano  d'  uo- 
p.  64' •!  "'<'o/of//avevano il  proprio  doge  mini,  quindi  una3/,  una  4-''j""a  ^-^j 'e 
ogastalilo,  ch'era  un  capopo|)olu  godenle  quali  rinnovando  il  utaneggio  de' primi, 
distinzioni  e  prerogative,  la  cui  origine  si  o  alle  volle  accosciandosi  senza  regoli, 
ripete  dagli  antichi  tribuni  del  sestiere  di  posizioni  che  dicevansi  i  Laitchelli,  si  ve- 
Dorsoduro.  La  sua  elezione,  con  portico-  nivano  a  formare  diversi  piani  appellati 
lari  ceremonie,  procedeva  nella  chiesa  di  aguri.  Ad  ogni  piano  però  andava  gra- 
s.  jNicolòde'Mendicoli,  un  tempo  la  prin-  datamente  a  duninuirsi  la  massa  delle 
cipale  di  ilelto  sestiere,  e  ne  parlai  nel  personeinguisa  chel'idliiuojchediveniva 
§  V'Ill,  n.  60.  11  doge  de'  nuololti  ri-  come  il  coongiiulo  delia  fabbrica,  ed  era 
spendeva  degli  abitanti  della  contrada,  il  6.",  il  7.°  o  l'S.", finiva  con  un  solo  fan- 
composta  quasi  di  soli  e  misenJjili  pesca-  ciuUo  appellato  ciiniereto,  il  (juale  in  si- 
lori,  e  godeva  il  diritto  di  vestireal  nio-  Inazione  tanto  elevata  non  mancava  di 
do  de'  patrizi,  cioè  lunga  sopravveste  fai  e  un  caporovescio.  Quantunque  que- 
rossa  di  damasco  a  maniche  larghe,  cin-  sto  giuoco  necessariamente  per  legge  di 
la  a'  lombi  con  fiocchi  di  seta  dello  »tes-  gravità  non  potesse  offrire  una  forma  di- 
so  colore;  il  diritto  di  esigere  una  lassa  versa  dalla  piiamidale,  pure  alcun  poco 
soj)ra  tutte  le  barche  pescheiecce  di  del-  variando  alle  volte  in  conseguenza  del- 
ta sua  parrocchia,  di  tenere  due  panche  l'arrischiate  inodiljcazioni,che  sempre  vi 
da  pesciaiuolo  nelle  due  grandi  pescherie  s'introducevano  da'giuocatori  per  sopra- 
di  s.  Marco  e  di  Rialto;  ed  inoltre  dac-  stare  la  fazione  avversaria,  e  the  cousi- 
compagnare  nella  solennità  dell'  Ascen-  steva  soltanto  nel  maggiore  e  minore  nu- 
sione  il  bucintoro  in  un' apposita  bar-  mero  degli  tìfge;/ de'//<:7/R7ie<//,  e  nella  di- 
ca, legala  alla  poppa  di  quel  meravi-  versila  d' altri  scorci  e  positure,  accad- 
glioso  naviglio,  e  di  tenere  presso  la  de  che  ogni  giuoco  avesse  una  partico- 
sua  abitazione  il  vessillo  di  s.  Marco  lare  denominazione,  come  \' Unione,  la 
pendente  da  un'antenna,  la  quale  tut-  Cassa  di Maometlo,  Va  Bella  Jenezia, 
torà  si  eleva  in  mezzo  alla  via  situa-  \\  Leone,  \\  Colosso  di  Rodi,  la  Vcrgi- 
ta  a  manca  della  piazza  di  s.  Kicolò  de'  nella,  la  Gloria,  la  Fama,  ec.  L'ardi- 
jMendicoli,  appunto  perchè  in  questa  via  niento  di  questi  giuochi  giungeva  a  tan- 
il  gaslaldo  o  doge  abitava.  Scrisse  di  lui  to,  che  un  uomo  eseguiva  un  caporove- 
d.  Francesco  Bracolani,  Breve  notizia  scio  sulla  testa  d'un  altro,  che  ritto  era 
dell'isola  di  s.  Nieolo  de' ilJendieoli,\ e-  sulle  spalle  d'un  3.°,  i  di  cui  piedi  posa- 
neziai664  ^^'yog)-  Consisteva  l'esercizio  vano  soltanto  sopra  i  ferri  di  due  gon- 
gìnnaslico  in  questo.  Sleso  un  tavolato  su  dole.  Le  due  maniere  de' giuochi  ofor- 
alcune  botti,  se  il  giuoco  era  fattoio  ter-  ze  d  Ercole  sono  espresse  nelle  tavole 
ra,  o  sopra  due  chiatte  (specie  di  grosse  i5.^  e  16.'  Finiti  ch'erano,  sguainale 
barche  a  fondo  piatto, usate  per  trasportar  da'partigiani  medesimi  certe  daghe  spun- 
checchessia,  o  per  passar  l'acqua  in  man-  tale  e  senza  taglio,  simulavano  un  coiii- 
canza  de' ponti),  se  facevasi  in  un  canale,  battimento  a  corpo  a  corpo,  tirando  e 
ciò  ch'era  più  io  uso  e  avveniva  più  spes-  parando  colpi  a  passo  regolare  e  in  giro, 
so,  vi  s'innalzava  un  edilizio  cpjasi  vi-  Quest' armeggiamento,  che  in  parte  cor- 
vente  perchè  tutto  composto  d'  uomini,  rispondeva  a  quella  danza  armata  degli 
La  base,  in  gergo  fazionario  detta  5«o/'-  antichi,  detta  pyrrhica,  si  chiamava 
na,  eia  formata  da  più  individui  stretti  e  Tl/ore^c^,  perchè  da'veneti  forse  appresa 
uniti  fra  loro  mediaute  alcuni  regoli  so-  da'  mori  0  saiacetii.  Esercizi  siiralli,  a' 
VOI.  xcr.  24 


370  YEN 

fjnali  sempre  s'accoppiava  l'emulazione, 
non  sohnrieiilc  contribuivano  a  tltire  gu- 
iiei'osi  ed  esperimenlali  soldati,  ed  agili 
marini,  ma  inoltre,  e  in  modo  erficace,  ad 
indurare  i  corpi  ad  ogni  specie  di  fatica. 
Pevesi  avveiliie,  clie  se  la  repubblica 
manlener  volle  le  due  fazioni  de'  caslel- 
Jani  e  de*  nicoloKi,  per  una  politica  ve- 
duta, non  lasciava  però  di  castigare  e  se- 
veramente coloro  delle  due  fazione  stes- 
se, che  lascialo  si  avessero  trasportare 
ad  eccessi,  colla  pubblica  punizione  de' 
malfattori,  ossia  battuti  colla  frusta  o 
sferza  per  le  strade  della  città  a  pubbli- 
co esempio.  Ciò  era  ben  raro,  percbè 
ad  onta  della  diversità  de'  parliti,  delle 
gare,  delle  risse  e  delle  percosse,  vinti  o 
\incitori  cbe  fossero,  i  fazionari  non  ces- 
savano di  ripetere  dopo:  siamo  {)atriol- 
ti  d'  una  una  slessa  patria,  figli  di  s. 
Maico  e  della  repubblica.  Il  governo 
arislocralico  poi  di  essa,  avea  la  massi- 
ma riguardo  alla  classe  popolare:  Pa- 
ne in  piazza  ,  Giustizia  in  palazzo. 
Fu  certamente  in  conseguenza  di  detti 
esercizi  die  nel  secolo  Xlil  potè  Mar- 
co Polo  (già  ne'  viaggi  preceduto  da' 
fratelli  Nicolò  e  Matteo,  nel  dogado  di 
Marino  Morosini,  peiciò  ne  farò  ricor- 
do, con  altre  nozioni,  nel  §X1X  nel  doga- 
rlo 44'")  attraversar  le  sleppe  della  Tar- 
larla, e  solo  penetrare  nel  cuore  del- 
l'impero de'gelosi  cinesi  ;  che  nel  secolo 
seguente  Nicolò  e  Antonio  fratelli  Zeni, 
furono  i  primi  ad  annunziare  all'univer- 
so l'esistenza  dell'America  settentriona- 
le, p-otendo  reggere  all'algcnleclima  del- 
l'Islanda e  della  Groenlandia,  sprovve- 
duti di  que'mezzi  ch'ebbero  altri  ;  e  che 
finalmente,  per  lacere  de'Cabolto  (Gio- 
vanni Cabolta  fu  il  i."  che  fece  il  giro 
del  mondo,  essendo  rientrato  in  Sicilia 
I'8  settembre  iSaa,  dopo  un  triennio  e 
tre  mesi  di  navigazione.  Carlo  V  gli  fece 
donazione  d'un  globo  d'  oro,  col  mollo 
all'intorno  :  Piinnis  me  circiinidcdisti. 
Anche  i  suoi  figli  furono  celebri  naviga- 
tori e  scopritori  di  luoghi,  massime  Se- 


V  E  N 

basliano  e  con  bandiera  inglese.  Però  si 
vuole  immaginaria  l'opera  inlilolalu  : 
Navigazioni  nelle  pard  Sellentrionnli^ 
Venezia  I  583), de'Couti,  de'Barbaro,  de' 
Contarini  e  de'  Roncinollo,  viiiggialori 
veneti  tulli  famigerati,  potè  Alvise  da 
Cà  da  Mosto,  scoperto  già  il  Cambia  e 
calcale  l'ardenti  arene  del  Sahara,  visi- 
tale sin  dal  secolo  XV  Tonibulo  e  gli 
altri  [laesi  dell'Africa  centrale,  giornalie- 
ro oggetto  d' incessanti  ricerche,  senza 
che  gli  tornasse  nociva  la  fierezza  di  que' 
popoli  e  l'insalubrità  di  quell'aere  infuo- 
calo, funeste  tanto  ad  altri  intrepidi  stra- 
nieri. Laonde  il  Mulinelli  applica  a' suoi 
concittadini,  il  dello  di  Segur  nell'opera 
gì'  Italiani  in  Russia:  Con  essi  si  va  in 
capo  al  mondo.  In  argomento  si  ponno 
vedere  le  seguenti  opere.  Di  Marco  Po- 
lo e  degli  altri  viaggiatori  veneziani 
pili  illustri,  Dissertazioni  del p.  ab.  d. 
Placido  Zurla  camaldolese,  con  /4p- 
pendice  sopra  le  antiche  mappe  lavo- 
rate in  Fenezia  e  con  quattro  carte 
geografiche,  in  Venezia  presso  Gio.  Gia- 
como Fuchs  co'tipi  Picoltiani  1 8 1 8.  Que- 
sto doltissimo  personaggio,  poi  amplis- 
simo cardinale,  già  avea  pubblicalo  nel 
i8o6  in  Venezia  :  //  Mappamondo  di 
Fr.  Mauro,  ù'\  cui  feci  parola  nel  §  11, 
n.  3,  parlando  della  Marciana  bibliote- 
ca, nel  i8i5  ivi  trasferito  da  quella  di 
s.  Micliele  di  Murano, di  cui  nel  §  XV 111, 
n.  i8.  Fu  io  conseguenza  degli  studi  fat- 
ti su  questo  mappamondo  e  planisferio, 
nell'esemplare  cioè  spedilo  in  Portogal- 
lo, che  Vasco  di  Gama  potè  riconoscere 
il  Capo  delle  Tempeste,  dopo  Bartolo- 
meo Diaz  altro  portoghese,  a  cui  il  re 
di  Portogallo  canibiò  il  nome  in  quello 
che  porla  di  Capo  di  Buona  Speran- 
za, ed  esegtù  pel  primo  il  passaggio  per 
mare  all'  Indie  orientali  desideratissinto 
da'  portoghesi,  ma  riuscì  la  scoperta  fa- 
lalissima  a  Venezia.  Subilo  i  veneziani 
se  ne  afflissero,  conoscendone  le  pre- 
giudizievoli conseguenze,  come  dirò  nel 
§  XVil,  11.  2,  e  nel  §  XIX  nel  dog«do 


VEN 

fj^."  Fu  pel  mappamondo  di  fr.  Mau- 
ro che  si  fecero  olire  grandi  scopeile, 
anzi  si  vuole  che  Colombo  discopritore 
dell'  America,  lo  consultasse  in  Porto- 
gallo, e  vi  riscontrasse  tutto  l'adito  a  ten- 
tare il  vagheggialo  cammino.  De  viag- 
gi e  scoperte  africane  di  Ca-da-Mo- 
sto,  Venezia  tipografia  Alvisopoli.  Nel- 
lo slessoi8i8,  Coinnienlario  sulle  an- 
tiche mappe  idro-geografiche,  Venezia 
tipografia l'icotti. Con  esso  provò  l'illustre 
scrittore,  quanto  anche  in  simili  lavori 
Venezia  abbia  primeggialo.  Né  voglio  la- 
cere la  dissertazione  pubblicata  dal  cardi- 
nal Znrla,  di  cui  abbiamo  più  edizioni; 
ricorderò  la  ì  .':  De' vantaggi  recati  dal- 
la cattolica  religione  alla  geografìa  e 
scienze  annesse,  Torino  1824.  La  Ci- 
viltà Cattolica, serie  2.'',  t.  io,  p.  535  ci 
diede  dotta  contezza  dell'opera  :  Le  sco~ 
per  te  Artiche  narrate  dal  conte  France- 
sco Miniscalclii-Erizzo,  Venezia  i855. 
Nella  serie  3.',  l.  i,  p.  4^2  collo  stesso 
sapere  ci  diede  ragguaglio  dell'  opera  : 
Gea  ossia  la  Terra  descritta  secondo 
le  norme  di  Adriano  Balbi  e  le  ultime 
migliori  notizie.  Opera  originale  italia- 
na di  Eugenio  Balbi,  Trieste  Lìoyd  au- 
striaco 1 854-55.  Nella  tipografia  Mer- 
lo di  Venezia  si  pubblicò  nel  i856:  Ja- 
copo Lorenzo,  Diario  del  viaggio  da 
Venezia  a  Costantinopoli.  Il  Cancellieri, 
nelle  Dissertazioni  epistolari  bibliogra- 
fiche,  celebra  i  meriti  d»i'  veneziani  nel- 
l'astronomia. 11  vicentino  Giuseppe  Toal- 
do  trattò  del  merito  de' veneziani  verso 
l'astronomia  :  Saggio  degli  studi  veneti 
nell'astronomia  e  nella  marina,  Vene- 
tiaiySa.  Ivi  nel  seguente  1783  fu  pub- 
blicato il  Saggio  sulla  nautica  antica 
de'  veneziani.  Si  può  vedere  il  n.  2  del 
§  XVII.  Leggo  a  p.  120  del  Giornale 
di  Roma  del  1857  il  seguente  estratto 
ùaWa  Gazzetta  uffìziale  di  Milano.  L'im- 
peratore Francesco  Giuseppe  I  con  so- 
vrano biglietto  autografo  deir8  gennaio, 
diretto  al  ministro  dell'  istruzione,  si  è 
graziosaoienle  compiaciuto  di  ordinare 


VEN  371 

che  una  statua  di  bronzo,  rappresentan- 
te il  celebre  viaggiatore  veneziano  Mar- 
co Polo,  venga  eseguita  a  spese  dello 
slato  dal  prof,  di  scultura  presso  l' i.  r. 
accademia  delle  belle  arti  in  Venezia, 
Luigi  Ferrari,  e  trasmessa  qual  dono 
imperiale  al  comune  di  Venezia  perchè 
ne  faccia  ornamento  di  una  pubblica 
piazza. 

4.  Capo  VII.  Delle  ceremonie  usale 
ne'  matrimonii,  nelle  nascite  e  nelle 
morti.  I  primi  repubblicani  consideran- 
do, che  sola  conseguenza  d'un  recipro- 
co amore,  d'  una  scambievole  estima- 
zione, e  d'una  parità  di  sentimenti  ed  in- 
clinazioni dovesse  essere  l'imeneo,  lungi 
da  qualunque  violenza,  lasciavano  libero 
il  volere  e  libera  l'elezione.  A  questo  lo- 
devole fine  nell'ultimo  giorno  di  gennaio 
di  ciascup  anno  congregate  tutte  le  fan- 
ciulle sposerecce  nella  chiesa  di  s.  Pietro 
di  Castello,  ognuna  delle  quali  portava 
in  una  piccola  cassa,  latinamente  detta 
arcella,  la  propria  dote,  scelta  era  dal 
giovane  che  si  voleva  ammogliare  fra  la 
schiera  delie  molte  vergini  quella  le  cui 
grazie  e  avvenenza  avessero  colpito  il  suo 
cuore.  Colla  benedizione  quindi  della 
Chiesa,  e  pieno  di  gaudio  Io  sposo  intro- 
duceva la  sposa  nella  casa  paterna,  e  da 
quell'istante  cominciavano  per  entram- 
bi i  giorni  di  gioia  e  di  consolazione,  e  sì 
può  aggiungere  alternali  colle  vicende 
della  vita.  Ma  trascorsa  l'età  dell'oro,  si 
cambiò  la  savia  pratica  in  semplice  com- 
memorazione, e  questa  pure,  dopo  la  ri- 
cupera delle  rapite  donzelle,  fu  mutata 
nella  solenne  eclamorosa  festa  annua  del- 
le Marie,  che  narrai  nel  §  Vili,  n.  7.  Il 
matrimonio,  particolarmente  parlando 
de'nobili,  non  si  concludeva  punto  in  di- 
versa guisa  da  quella  di  qualunque  altro 
contratto  civile,  tale  essendo  oltre  la  di- 
gnità del  sagramenlo.  Fermalo  da  una 
terza  persona  lo  sposalizio  e  promuligato 
tosto  solennemente  nel  successivo  mattino 
nella  corte  del  palazzo  del  doge,  ivi  pure 
si  recava  iu  uaioiie  ai  propri  consaugui- 


372  VEN 

nei  Io  sposo,  il  quale  senza  avere  on- 
cor  vista  la  sua  fidanzata  riceveva  le 
congratulazioni,  venendogli  in  contrasse- 
gno tocca  amiclievolcuenle  la  destra.  In- 
di fissato  il  giorno  per  soltoìicrivere  l'at- 
to nuziale,  il  padre  della  sposa  invitava 
dopo  il  mezzodì  in  sua  casa  toltigli  ami- 
ci. Attesi  all'uscio  dallo  sposo  e  da'paren- 
ti  di  esso,  e  rinnovale  colà  le  congratula- 
zioni e  le  strette  di  mano,  venivano  accom- 
pagnati alla  sala,doveera  vietato  l'ingres- 
so alle  donne.  Raccolta  cosi  tutta  la  bri- 
gala, usciva  da  una  stanza  tratta  a  mano 
dal  paraninfo  la  sposa,  la  fpiale  era  vesti- 
ta di  candido  drappo,  ed  avea  le  chio< 
me  sparse  sugli  omeri  ed  intramesse  di 
lunghe  fila  d'oro.  Concluso  allora  il  con- 
tratto, che  non  rare  volle  slipulavasi  an- 
ticamente innanzi  al  doge,  davasi  fiato  in 
segno  di  giubilo  alle  trombe  ed  a'pilFeri, 
andando  in  quel  mezzo  la  sposa  passo  pas- 
so ad  inchinarsi  ad  ognuno  degl'invitati. 
Ciò  fattOjScendeva  essa  al  pianlerreno,ove 
ricevuta  da  più  matrone,  con  loro  passa- 
va in  una  barca,  in  cui  postasi  a  sedere 
sopra  una  scranna  elevala,  onde  così  a- 
gevolmente  veduta  da' cittadini  qtiesti 
pure  divenissero  testimoni  delle  di  lei 
sponsalizie,  si  recava  alla  visita  di  qual- 
che monastero  di  femmine.  Dipoi  venuto 
il  giorno  dello  Sposalizio,  giìi  accese  le 
lede  ed  eletti  i  pronubi,  ad  uno  de'quali 
affida  vasi  la  direzione  della  festa  nuziale, 
procedevano  gli  sposi  alla  chiesa  in  sul- 
l'albeggiare,  non  potendo  per  le  costitu- 
zioni della  chiesa  veneta  e  parlicolarmeu- 
te  pel  disposto  dal  sinodo  tenuto  dal,  pa- 
triarca Friuli,  celebrarsi  inora  diversa  il 
matrimonio.  I  fidanzati  erano  preceduli 
da  un  drappello  di  suonatori,  accompa- 
gnali e  seguili  da  matrone,  parenti  e 
amorevoli.  Lo  sposo,  se  patrizio,  anda- 
va togato,  la  sposa  era  sfarzosamente  v«- 
»lita  di  seta  bianca,  o  più  spesso  di  vel- 
luto chermesino,  essendo  ornali  di  ric- 
che gioie  e  di  perle  l'imbusto  e  il  capo, 
Sid  quale  le  gemme  eran  disposte  in  for- 
ma di  corona.  Finita  la  sagra  ceremouia 


V  E  N 
e  giunta  l'ora  del  desinare,  sì  banchetta- 
va più  lautamente  del  solito  per  quanto 
lo  comportavano  le  summenlovale  leggi, 
che  permettevano  cei  te  ciambelle  o  cial- 
de delle  scalele  (  onde  venne  scalcter, 
ciandjclloio  ),  e  i  confetli  purché  fosseio 
mimili.  Piimosse  indi  le  tavole  delle  noz- 
ze, eravi  chi  fingendo  un  personaggio 
eroico  facevasi  a  raccontare  con  enfatica 
amplificazione  r  imprese  degli  antenati 
degli  sposi,chiamandosi  queste  narrazioni 
tnomarie  e  hoinhnric.  Succedevano  liete 
danze,  riè  vi  mancava  larecita  di  orazio- 
ni nuziali  e  di  poesie  latine  e  volgari,  fra 
lequali  il  più  anlicoepilalamio  veiieloche 
si  conosca,  fu  quello  fatto  alla  metà  del 
secolo  XV  per  le  nozze  Balbi-Barbaro. 
Erano  questi  i  riti  e  le  pompe  d'ordina- 
rio usali  nelle  nozze,  festeggiandosi  con 
più  solennità  quelle  di  personaggi  straric- 
chi e  d'illustre  progenie,  come  si  ha  dal- 
le feste  celebrale  nelle  nozze  Foscari- 
Freschi,  narrale  dall'eruditissimo  Mo- 
relli nella  Dissertazione  delle  solennità 
e  pompe  iinziali  già  usale  presso  i  Pene- 
ziani,  pubblicata  coll'allre  sue  opere  dal 
eh.  Gamba  nel  1820.  Sorta  poi  l'auro- 
ra del  giorno  successivo  alle  nozze,si  reca- 
vano i  pronubi  dagli  sposi  onde  presentar- 
li di  ristoialivi,  che  consistevano  in  cer- 
te pastiglie  composte  di  pinocchi  e  di  zuc- 
chero, ed  in  uova  di  gallina  :  particolar- 
mente alla  sposa  regalavasi  in  un  panie- 
retto  d'argento  un  agoraio  simile  pieno 
di  spille  di  Damasco,  e  un  ditale  di  meia- 
vigliosi  rilievi.  Come  finalmente  la  spo- 
sa era  divenula  madre,  si  aggiungevano 
all'ordinarie  masserizie  della  stanza  in  cui 
giaceva  puerpera,  dipinti,  sculture  e  al- 
tri arredi  preziosi,  onde  onoratamente  ri- 
cevere le  donne,  che  si  portavano  seco  lei 
a  congratularsi. Dideri  vasi  peròl'anunini- 
strazione  del  battesimo  all'  infante,  ove 
questo  sano  e  vigoroso  non  avesse  punlo 
fallo  trepidare  di  sua  vita,  alla  vigilia  di 
Pasqua oàa  quella  di fcMfcrosYe, secondo 
gli  antichi  riti  del  catecumenato,  manle- 
uulosi  Uu'ven^lipiù  alungo  d'altrove.Per 


V  E  N 
in  ccremonia  ilei  battesimo  il  numero  de' 
compari  era  maggioredi  due,  anzi  talvol- 
ta giiniseru  all'eccessivo  numero  di  cen- 
tocinquanta (altro  che  gli  esempi  de'tre 
Padrini  liportato  nel  voi.  LXVII.p.  33). 
Costoro,  per  legge  flel  consiglio  de'Dieci 
del  i5o5,  non  potevano  però  malessere 
della  classe  patrizia,  qualora  si  fosse  trat- 
tato ilei  battesimo  del  figlio  d'un  patri- 
zio, e  ciò  allìnchè  la  parentela  spirituale 
del  comparatico  non  avesse  poscia  ad 
impedire  un  ìMatrimonio.  Circondato  da 
questo  stuolo  di  padrini,  il  bambino  era 
portato  al  s.  fonte  sulle  braccia'della  prò- 
prirt  nutrice,  la  quale  non  rare  volte  era 
una  $cliiiiva(al  due  di  (|uesto  numero  farò 
cennodegli  schiavi  ch'erano  un  tempo  an- 
co in  Venezia):  accadeva  peiianlo  da  ciò, 
die  il  bambino  schiudendo  con  essa  le 
prime  voci,  e  con  essa  soltanto  per  lungo 
tempo  conversando,  vedesse  tosto  favolo- 
se brigale.  Torco,  la  befana,  e  mille  storie 
di  lammie  imparasse,  onde  poi  faltoadul- 
to,  imbevuto-  di  Superstizione,  venisse 
così  più  facilmente  a  prestar  fede  alle  fat- 
tucchierìe attribuite  agli  schiavi.  Stando 
dunque  la  comitiva  presso  il  baltisterio, 
il  battezzante  prima  di  versar  Tacqua  sul 
capodel  bambino,  con  voce  alla  doman- 
dava se  fra'compari  vi  fosse  alcun  patri- 
zio, mentre  |)er  l'anzidetta  legge  sarebbe 
stulomandato  a  perpetuo  confine,  seam- 
ininistrato  avesse  il  sagramento  trovan- 
dosi fra'compari  un  patrizio.  Terminata 
lii  ceremonia,il  padre  faceva  alla  chiesa 
un'  ollerta  di  denaro  e  di  certe  piccole 
candele  formale  a  cerchio  e  per  questo 
appellate  cerae  rolae,  e  presentava  cia- 
scun conqjare  d'un  marzapane,  in  segno 
dell'aflìnilà  che  avea  contratta  con  esso. 
E  siccome  per  la  cortezza  della  mortale 
carriera  può  dirsi  che  appena  usciti  dal- 
1  utero  materno  a  piangolar  ci  fiicciamo 
sulla  tomba,  che  spalancala  ci  attende  a 
ora  incerta;  così  trapassando  tosto  a  par- 
lar di  chi  era  sugli  estremi,  veniva  esso 
trailo  dalle  morbide  coltrici  sulla  nuda 
terra  cospersa   di  cenere  benedetta.   In 


VEN  375 

quell'umile  posizione,  che  allaraenle  ri- 
cordava al  moribondo  e  agli  astanti  il 
nostro  imlla  e  la  caducità  delle  glorie  ter- 
rene, riceveva  egli,  munito  già  degli  al- 
tri sagramenti  dellaChiesa,  l'estrema  un- 
zione amministrala  secondo  il  rito  pa- 
triarchino  da  piìi  sacerdoti,  a' quali  da- 
vasi  in  offerta  4  soldi  per  ogni  sagramen- 
to. Questa  oblazione  dicevasi  dare  tipe- 
ri/io,  cioè  dare  con  che  bere  il  perino, 
bevanda  composta  di  pere  molto  usata 
dagli  antichi  veneziani.  Sprigionatasi  in- 
fine l'anima  dal  corpo,  involgevasi  que- 
sto semplicemente  in  un  lenzuolo  di  sta- 
migna, vestendosi  soltanto  quello  de'giu- 
reconsulli,  de' medici,  de'ca  vai  ieri  e  del- 
le persone  che  avessero  appartenuto  alla 
casa  del  doge,  degli  abiti  e  insegne  loro 
propri.  Così  accomodato  il  cadavere,  ve- 
niva condotto  sul  crepuscolo  vespertino 
del  giorno  susseguente  a  quello  della 
morie  alla  chiesa  per  la  Sepoltura,  con 
pompa  maggiore  o  minore  secondo  l'a- 
giatezza delia  famiglia,  formando  parte 
de'convogli  funebri  ordinari,  oltre  gli  ec- 
clesiastici secolari  e  molti  frati,  le  pin- 
zochere, i  gesuatì,  frali  laici  detti  tor- 
zoni e  di  cui  nel  §  X,  n.  ^5,  i  capi  di  na- 
ve o  capitani  di  bastimento,  i  marinari  e 
i  fauìigiiari  lutti  vestiti  a  bruno  e  eoa 
torcie  accese  in  mano.  Ma  scena  tenera, 
commovente  e  insieme  terribile  accade- 
va nell'istante  in  cui  si  riconsegnava  al- 
la terra  la  spoglia.  Imperocché  le  spose 
o  i  mariti,  i  genitori  o  i'  figli,  e  tutti  co- 
loro infine,  che  per  vincoli  d'amicizia  o 
di  parentela  strettamente  fossero  slati 
uniti  al  defunto,  si  facevano  a  piangere 
e  ad  ululare  alla  disperata,  si  strappa- 
vano i  capelli,  e  le  vesti  si  laceravano, 
allontanandosi  per  sempreda  quella  chie- 
sa, già  divenula  per  essi  hiogo  di  dolore. 
Quest'uso,  che  ricordava  le  lagrime  e  i 
prezzolati  gemiti  delle  prefiche  antiche, 
nel  secolo  XIV  venne  abolito.  Dato  luo- 
go così  alla  veemenza  della  passione  e 
già  resa  pubblica  la  mancanza  a'vivi  del- 
la persona  mediante  l'iscrizione  falla  iu 


374  VEN 

Apposite  tavolelle,  che  si  appendetano 
all'uscio  o  a'balconi  delle  boUeglie,  co- 
me tulloia  in  Venezia  si  costuma  di  f^i- 
le,  i  parenti  del  definito,  se  fjueslo  della 
classe  patrizia, raduna  vansi  nel  dì  seguen- 
te alla  sepoltura  nella  corte  del  palazzo 
ducale  e  ne'porlici  di  Rialto,  ed  in  iscliie- 
ra  disposti  ivi  ricevevano  le  universali 
condoglianze,  le  quali  consistevano  nel 
toccar  loro  la  mano  senza  proferir  paro- 
la. In  questa  luttuosa  circostanza  assu- 
mevano un  mantello  nero  afiìbbiato  sot- 
to la  gola  e  con  grande  strascico,  il  quale 
poi  in  delerniìnati  periodi  si  accorciava 
e  tagliava  in  guisa,  che  all'ultimo  rima- 
nevano col  mantello  assai  corto,  llipi- 
gliale  in  appresso  le  ordinarie  veslimen- 
la,  portavano  eziandio  per  alcun  tempo 
la  cintura  di  cuoio  in  luogo  di  quella 
usuale  di  velluto,  in  segno  di  duolo  e  di 
Lullo. —  Sebbene  il  cav.  Mulinelli  tratta 
degli  Scliiavi  al  capo  IV,  trovo  oppor- 
tuno qui  con  lui  parlarne.  Felice  è  l'età 
nostra,  se  dall'Europa  estirpala  la  schia- 
vitù, e  per  unanime  consenso  delle  na- 
zioni si  studia  d'abolirla  anche  nell'allre 
parti  del  n)ondo,  vedemmo  eziandio  un 
Gregorio  XVI  solennemente  riprovarla. 
Anco  in  Venezia  un  tempo  fu  1'  Uomo 
considerato  nulla  più  d'una  merce,  pri- 
vato del  godimento  de'  propri  diritti, 
trafTicalo  e  disposto  come  di  qualunque 
altra  masserizia.  Ivi  era  esteso  e  di  som- 
mo lucro  questo  inumano  e  degradante 
commercio,  e  la  Dalmazia,  la  Grecia,  la 
Homagna,  il  ducato  di  Bari,  quello  di 
Benevento  e  la  Toscana  erano  i  parchi 
ove  esegui  vasi  la  miserabile  e  obbrobrio- 
.sa  caccia.  Crudelmente  marchiate  le 
guancie  e  la  fronte  degl'infelici  con  ta- 
gliente ferro  onde  poterli  conoscere,  ve- 
nivano poi  venduti  a'pagani  dell'Africa. 
Invano  i  Sinodi  provinciali  e  altri  proi- 
birono severamente  quest'infame  com- 
mercio; invano  dal  J'aticano  si  scaglia- 
vano anatemi  contro  i  trafficatori  ;  il 
cupido  amore  del  guadagno  cedette  allo 
scrupolo,  in  onta  allo  stesso  regime  re- 


V  EN 

pubblicano,  e  nello  stesso  porlo  romano 
d'Ostia  tanto  vicino  all'alma  città  donde 
partivano  leponlificiescomuniche,i  vene- 
ziani caricavano  i  loro  navinfi  di  schiavi. 
o 

Né  questo  dannato  mercato,  né  l'uso  d'a- 
ver degli  schiavi  al  proprioservigiofurono 
di  breve  durata. Negli  archivi  veneti  vi  so- 
nocontrattidi  compra  e  vendita  di  schiavi 
che  giungono  al  XV  secolo.  Ogni  persona 
agiata  in  maggiore  o  minor  numero  ne 
possedeva  ;  tanfo  è  vero  che  fu  trovato 
come  un  ripiego  non  lieve  nell'esausto 
erario  per  la  guerra  di  Chioggia  l'impo- 
sizione di  3  lire  d'argento  al  mese  ad  ogni 
proprietario  di  schiavi.  Essendo  pertan- 
to costoro  numerosi,  e  malamente  pen- 
sandoli popolo  veneziano,  che  libero  na- 
to e  libero  cresciuto  sarebbe  stato  un  av- 
vilirsi occupandosi  d'opereabbiette  e  ser- 
vili, venivano  tutte  queste  eseguite  dagli 
schiavi.  Forse  non  è  improbabile  che  pu- 
re nelle  gondole  reniigassero,  come  si  ha 
da  un  quadro  del  Carpaccio  disegnatore 
fedele  de'pntrii  costumi  :  nato  nel  i45iO 
circa,  morì  nel  1 522.  Da  qui  forse  la  po- 
polaglia di  Venezia  può  aver  ereditato 
l'invincibile  ripugnanza  che  nutre  anco- 
ra per  I'  opere  faticose  e  propriamente 
servili  ;  misero  pregiudizio,  per  cui  si 
contenta  di  languire  colle  vesti  a  brani 
in  riprovata  miseria,  piuttosto  che  pro- 
cacciarsi quel  pane,  che  rapito  gli  viene 
dagl'industriosi  individui,  che  emigrano 
dall'alpi  Giulie  e  dalle  Caiiiiche,  i  quali 
sono  a  Venezia  come  i  galliziani  a  Ma- 
drid e  que'  d'Alvergna  a  Parigi.  Giovani 
t  robusti  erano  gli  schiavi;  dappoiché  non 
si  acquistava  uno  schiavo  che  non  fosse 
perfetlamenle  sano  di  mente  e  di  corpo, 
o  avesse  qualche  membro  offeso,  o  pa- 
tisse d'epilessia.  Il  padrone  lo  dominava 
con  pienissima  podestà  ;  poteva  vender- 
lo, darlo  in  pegno,  obbligarlo  altrui,  pi- 
gionarlo,  riprenderlo,  e  testando  legarlo. 
Era  però  in  suo  potere  1'  affrancarlo,  e 
così  appunto  fece  il  celebre  viaggiatore 
Marco  Polo, liberando  da  ogni  vincolo  di 
servitù  il  suo  schiavo  Pietro,  con  testa- 


V  E  iX 
mento  23  gennaio  i323.  Dal  Canio  loro 
gli  scliiavi,  onde  allczionaisi  l'aniniodel 
padrone,  e  possibilmente  addolcire  così 
la  barbara  situazione  in  cui  si  trovavano, 
non  oniiiìellevano  di  adoperare  fascini, 
atti  secondo  la  loro  malizia,  o  benancu 
buona  fede,  ad  oUerierc  per  forza  d'in- 
canto lo  scopo  cui  tendevano  le  passioni 
de'Ioro  signoii  :  v'erano  beveraggi  e  mi- 
sture per  appagar  l'odio,  la  vendetta  e 
l'umore.  Gli  orientali  lutti  e  i  greci  fu 
rono  sempre  conosciuti  come  sperlissimi 
nelle  malìe  e  inclinati  alla  superstizione, 
in  modo  che  giungono  a  credere  che  le 
persone,  gli  animali  e  le  cose  possano  ri- 
cever danno  ove  si  guardino  con  occhio 
invidioso  e  maligno;  credono  alla  ridi- 
cola e  degradante  iettatura,  come  tanti 
coltissimi  italiani  !  Ora  facendo  i  vene- 
ziani lunga  dimora  in  oriente,  natural- 
mente accrebbero  colle  superstizioni  di 
lutti  questi  popoli  il  corredo  di  quell'al- 
tre molle  di  cui  andavano  essi  slessi  giau- 
«leiiienle  imbevuti.  Imperocché  allora 
credevasi  in  Itulia  che  la  cattiva  raccol- 
ta, le  inondazioni  e  le  grandini  fossero  o- 
pera  del  Demonio,  che  una  Strega  o  un 
Mago  o  negromante  avesse  il  potere  di 
caodjiare  il  grano  buono  in  loglio  e  car- 
bone, e  che  la  massima  influenza  eserci- 
tassero sopra  alcune  mataltiespeciahnen- 
te  di  fanciulli.  I  principi  erano  circonda- 
ti da  maghi  e  da  astrologhi,  a'cui  consi- 
gli piegavasi  il  fiero  animo  d'Ezzelino  III 
da  Romano.  Da  tuttociò  agevolmente  si 
può  inferire,  come  e  quanto  esser  doves- 
se anche  in  Venezia  il  fascino,  e  nello 
s!e»so  tempo  si  devono  scusarci  venezia- 
ni, se  attorniali  da  incantatori  vi  prestas- 
sero ftde.  Ma  crescendo  le  fattucchierie 
in  eccesso,  o  cominciando  piuttosto  le 
menti  a  iiiuminarsi  e  a  conoscerne  tutta 
la  stoltezza,  una  legge  fatta  neli4io  dal 
maggior  consiglio  severamente  le  proibì, 
minacciando  gli  schiavi  di  turtiU'a  (altra 
prova  che  ancora  erauvi  schiavi  in  Ve- 
nezia), ove  interrogati  sulle  loro  malie 
avessero  guardalo  uu  ostinato  silenzio. 


VEN  375 

5.  Cupo  N\\\.  Digli  Spettacoli. Couif 
pagni  della  Calza.  Teatri.  Tor/tei.  lie- 
guta.  Nel  principio  del  secolo  XV  si  for- 
marono alcune  società  di  persone  benna- 
te e  gentilizie  quali  altro  scopo  non  aven- 
do che  di  festeggiare,  di  dare  concerti  di 
musica,  tornean)enli,  e  quelle  certe  far- 
se  che  si  appellavano  rappresciilazioni, 
l'aiMuia  erano  proprio  di  lutti  gli  Spetta- 
coli,  ne  accrescevano  il  decoro  e  la  ma- 
gnificenza, e   grandemente  il  po[>oIo  di- 
letta vano.  Queste  società,  nel  le  quali  sem- 
bra che  vi  fossero  pure  ascritte  delle  don- 
ne e  di  diritto  sempre  le  mogli  degl'indi- 
vidui che  le  componevano,  delle  furono 
Compagnie  della  Calza,  poiché  si  stabi- 
lì  che  l'inipresa  loro  dovesse  stare    nel 
colore  d'una  delle  bi-ache(le  quali  essendo 
lunghe  e  assettate  sì  chiamavano  in  Ve- 
nezia a  vicenda  eziandio  Calze),  diverso 
da  quello  dell'altra,  bizzarria  già  usata 
nelle  feste  anche  nel  resto  d'Italia;  ovve- 
ro nel  portare  una  di  queste  brache  a  più 
colori  partila  per  lungo  o  per  traverso, 
o  di  rabeschi  fregiata,  0  flnalmenlecou 
uno   scaglione  e  ricamo   sormontato  da 
stelle.  Ogni  società  assumeva  una  parti - 
ticolare  denominazione,  per  cui  vi  furono 
quelle  lW  Pavo/ii,  degli  /t  eoe  si,  de' Se  m^ 
piterni,  de  Cortesi,  degli  Elerci,  de  Flo- 
ridi, de*  Reali  ec.,  ed  ognuna  aveva  un 
capo  col  nome  di  priore,  uu  sindaco,  un 
segretario,  un  notaio,  un  cappellano,  un 
messaggio,  e  valenti  artisti  e  pittori   al 
proprio  stipendio.  Tiziano  Vecellio  fu  ai 
soldo  de'Senipilerni,  Palladio  e  Federi- 
co Zuccari,  come  dirò  in  appresso,  ope- 
rarono per  un'altra  compagnia,  di  ma- 
niera che  non  poco  all'incremento  delle 
belle  arti  contribuirono  anche  queste  so- 
cietà, e  più  agevolmente  si  corapiende 
couie  Venezia  fosse  tanto  ricca   di  pre- 
ziosi dipinti,  se  nell'esecuzione  dell'opere 
le  più  indilferenti  venivano  impiegati  t 
più  famosi  pennelli.  Non  potevasi  però 
ordinare  nessuna  compagnia  senza  il  per- 
messo del   consiglio  de'  Dieci,  ma  l'ap- 
provazione ottenuta,  erettosi  in   un  de' 


37^  V  E  N 

campi  appositamente  tm  tempio,  clavasi 
principio  colla  messa  dello  Spirito  santo 
con  soleimilìi  dal  cappellano  cantata, do[)o 
la  (piale  da'sodali  tulli  giiiravasi  in  niaiii 
«lei  notaio  l'osservanza  tlelle  regole  porta- 
le dallo  statuto,  e  ner  la  di  cui  esecuzio- 
ne vigilava  ezirtudio  il  Dlagisti-alo  de 
Provveditori  del  Coiivin.  In  conseguen- 
7-a  dcMKpie  di  queste  discipline,  ch'erano 
molte  e  diverse,  come  si  ha  dallo  statu- 
to de'  Stnipilenà,  compagnia  ordinala 
nel  I  541,  il  solo  che  ci  sia  rimasto,  erano 
handili  dalla  società  i  giuochi  di  sorte;  do- 
vevano! compagni  manlenersi  amore  re- 
ciproco e  concordia  ;  non  venire  {»ai  a 
contesa  nelle  feste  e  nell'assemblee;  né  si 
doveva  mai  propalare  il  deliberalo.  Auj- 
niogliaiidosi  un  compagno,  portava  egli 
per  3  giorni  la  veste  di  seta,  e  gli  altri  di 
scarlatto,  e  per  {\\\e  volte  banclieltava  i 
confratelli, una  cioè  in  sua  casa  con  n»usi- 
ca  e  colle ///o«/c;/7V,o  narra/ioni  onorevoli 
di  già  acrennate,  l'altra  in  casa  della  spo- 
sa. Era  pure  obbligato  lo  sposo  di  presen- 
tare ogni  compagno,  il  notaio,  il  cappel- 
lano e  il  messaggio  d'un  marzapane  di  6 
hbbre,  e  d'un  pane  di  zucchero,  ed  inol- 
tre di  donare  al  notaio  un  ducato  d'oro. 
Morendo  assumevano  tulli  gii  altri  com- 
pagni per  4  giorni  il  mantello  nero  da 
lutto,  e  al  conlraiio  accettandosi  «n  ini- 
ziato si  rinnovava  il  rallegramento,  do- 
vendo egli  imbandire  una  cena  magnifi- 
ca e  abbondante.  Accadendo  finalmente 
di  dover  festeggiare,  veniva  scello  un  de' 
compagnia  signore o  capo  della  festa, col- 
l'incarico  di  provvedervi  e  d'  invigilare, 
atlincliè  nella  sala  a  ciò  destinata  non  po- 
nessero piede  fantesche  e  meretrici.  Tut- 
te queste  discipline  erano  condizionate  a 
pene  pecuniarie,  le  quali  m  caso  d'om- 
missione  o  di  contravvenzione  doveano 
esigersi  nel  termine  d'8  giorni  da  un  ca- 
merlengo, volgendosi  poi  a  benefizio  del- 
ia compagnia  per  supplire  alle  spese  del- 
la festa  d  valsente  delle  pene  medesime. 
Olire  l'impresa  discorsa,  usavano  ezian- 
dio i  compagni  della  calza  un  abito  prò- 


V  E  N 

prlo  :  aveano  giubboni  di  velluto,  di  dra|>J 
pò  d'oro  odi  seta  colle  maniche  ritaglia- 
te, donde  usciva  alquanto  la  camicia,  ve 
nendo  poi  un  pezzo  della  manica  allaccia 
lo  aquello  dell'altra  per  mezzodi  lungh^ 
nastri  di  seta.  Portavano  una  berrettfi 
rossa  o  nera  tagliala  e  pendente  da  una' 
parte  verso  l'orecchio,  ed  i  capelli  sem- 
pre huiglii  e  folli  quanto  più  a  vesserò  po- 
tuto, legandoli  talvolta  bizzarramente 
con  una  fettuccia  in  una  sola  treccia.  Si 
avvolge  va  no  in  fine  in  ampio  e  lungo  man- 
tello con  cappuccio  appuntato,  il  quale 
a  bella  posta  negligentemente  in  sulla 
schiena  venendo  a  cadere,  lasciava  scor- 
gere nel  soppanno  di  esso  l'impresa  par- 
ticolare del  comi)agno  eseguita  a  trapun- 
to d'oro  o  di  seta.  Si  ponno  vedere  le  due 
figure  del  Compagno  dellaCalza  nelle  ta- 
vole 17  e  18.  Le  donne  portavano  sur 
una  delle  maniche  della  vesta  l'impresa 
della  compagnia. Cogli  scrittori  degli  ordi- 
ni equestri  parlando  di  quello  de'cavalie' 
ri  della  Stola  d'Oro  (f^.),  dissi  che  i  for- 
manti la  compagnia  della  Calza  fossero 
secondo  alcuni  un  ordine  equestre,  o  me- 
glio si  componeva  di  cavalieri.  La  repub- 
blica oltre  l'ordine  della  Stola  d'oro, &• 
vea  quelli  de'cavalieri  di  s.  Marco (F^.), e 
del  Doge  (/'^.),otlel  Principe  di  Venezia, 
dichiarandosi  cavalieri  dalia  repubblica 
e  dal  doge  i  cavalieri  con  tali  denomina- 
zioni, per  quanto  narrai  in  tali  articoli,  on- 
de qui  non  occorre  dirne  altro.  La  repub- 
blica in  generale  non  permetteva  che  nin- 
no de'  suoi  sudditi  fosse  decorato  d'ordini 
cavallereschi  da'sovrani  stranieri,  eccet- 
tualo il  Sommo  Pontefice, che  soleva  col- 
le sue  mani  insignire  con  solennità  gli 
ambasciatori  veneti  dell'  ordine  dello 
Speron d'oro  (/ ■);  diche  e  de'suoi  ce- 
lebri ambasciatori  terrò  proposito  in  fine 
del  §  XIX.  —  Tuttociò  premesso,  prima 
di  riportare  col  medesimo  cav.  Mulinelli 
la  brc  ve  descrizione  degli  spettacoli,  e  di 
chi  n'era  fautore  e  a  un  tempo  parte,  con 
lui  ripeto,  doversi  però  sapere,  che  le 
farse  0  rappresentazioni,  che  si  davaua 


1 


VEN 

da' COITI pngni  tlolln  Calza,  scbl'cnc  con 
]ioiii|)ii  e  con  magnifici  appaiali,  non  si 
potevano  considerale  come  vere  e  per- 
ii'! te  lappresenlarioni  lealiali,  mentre 
nella  composizione  non  erano  punto  os- 
servati i  precetti  dcH'arlc,  e  nella  Piaz- 
za di  s.  Marco, ne'campi  è  nel  Catini  gran- 
de si  eseguivano  sopra  mobili  palchi,  o 
come  pralicavasi  altrove, ne! le  salee  nel- 
le corti  de' palazzi,  ovvero  ne*  conventi, 
come  in  quello  di  s.  Stefìino,  in  cui  venne 
rappresentata  l'i  i  fehbraioi  5i4  V^si- 
Ilaria  di  Pianto,  d'anonimo  tradotta  in 
terza  rima.  Frattanto  nel  pontificato  di 
Leone  X,  ed  a  Roma,  ove  già  avea  il  ce- 
lebre Pomponio  Leto, edicacemente  coa- 
diuvalo dal  cardinal  Ralfaele  Riario,  ri- 
rliiamato  il  teatro  alle  regole  antiche  (il 
che  rilevai  nel  voi.  LXXIll,p.  i  74eseg.), 
recatosi  a  Venezia  Francesco  Ghereo,  va- 
loroso i-tiione,  tenuto  in  sommo  pregio 
dal  Papa,  si  fece  egli  ad  addottrinare  sulla 
vera  conur.edia  in  guisa,  che  ben  presto 
ne  fuiono  molle  rappresentate  da  slima- 
ti allori,  fraVpiali  i  più  rinomali  furono 
Antonio  da  Molino  soprannominato  Bur- 
cliiclUi  (probabilmente  per  allusione  al 
celebre  omonimo  di  cui  dissi  alquante 
parole  nel  voi.  LXXXlV,p.  82),  che  buf 
fonescamente  parlava  in  lingua  greca  e 
slava  corrotta  coll'italiano,  facendo  nìil- 
le  altre  giulleiie,  l'organista  di  s.  IMarco 
tv.  Armoniode'croùferi,  il  inusaicista  Va- 
lerio Zuccjito  e  Polonia  di  lui  moglie.  Ma 
rorrtlto  il  poema, mancava  ancora  quel- 
l;i  sala  destinata  espressamente  per  le  sce- 
niche rappresentazioni,  appellala  appun- 
to Teatro.  La  gloria  della  fondazione  del 
1."  teatro  era  serbata  ad  una  delle  com- 
pagnie della  Calza.  Nel  1 565  si  ordinò  da 
essa  al  sommo  vicentino  Palladio  l'ere- 
zione d'un  leali o  nel  grande  atrio  corin- 
tio del  monastero  della  Carità,  già  poco 
prima  dallo  stesso  Palladio  costrutto;  si 
commise  a  Federico  Zuccari  la  dipintu- 
ra di  1 1  quadri  o  scene,  e  finalmente  co- 
là rappresenta  vasi  1'  Jutigono,  tragedia 
di  Conte  dui   Monte  vicentino ,  che  fu 


YEN  377 

sinmpala  nrll'islesso  anno.  Il  teatro  fu 
condotto  sulla  (òrma  degli  antichi,  cioè 
a  mezzo  cerchio  e  colla  scena  dirimpet- 
to a'gradi  sui  quali  sedevano  gli  spetta- 
tori (in  questa  medesima  forma  fabbricò 
poi  Palladio  l'Olimpico,  che  tuttora  am- 
mirasi nella  sua  nobile  patria,  madre  di 
altri  molti  eletti  ingegni,  anche  viventi); 
ma  sebbene  Palladio  avesse  studiato  a 
fondo  le  fabbriche  de'greci  ede'romani, 
e  di  proposito  sapesse  i  precetti  di  Vitru- 
vio  da  non  temere  della  riuscita  di  que- 
st'impresa, pure  non  poco  fastidio  e  non 
lievi  sudori  ebbe  a  costargli;  poiché  com- 
pila l'opera  scrisse  al  magnifico  Vincen- 
zo Arnaldi  di  Campagnon  nella  provin- 
cia Vicentina,  che  avea  fallo  la  penitenza 
de'peccati  da  ìui  commessi  e  che  stava 
per  commettere. Questo  teatro,  fabbrica- 
lo però  di  legno,  per  luogo  tempo  fu  se- 
guo all'universale  ammirazione,  e  molti 
anni  a[)[)resso  divenne  causa  innocente 
dell'uuendio  d'una  gran  parte  del  mo- 
nastero della  Carità.  Dietro  quest'esem- 
pio sorsero  indi  altri  non  pochi  teatri,  di 
cui  il  Groppo  pubblicò  il  novero,  ed  io 
ne  parlai  nel  §  XV,  n.  1;  e  quindi  vieppiù 
si  Hcciebbe  l'amore  per  le  sceniche  rap- 
presentazioni, favoreggiato  grandemente 
dal  governo,  con  avvedutoaccorgimeulo. 
Giacché,  tolte  alcune  ore  al  vizio,  veni- 
vasi  ad  impedir  non  pochi  delitti,  che  più 
facilmente  si  avrebbero  potuto  commet- 
tere de)  quella  turba  d'oziosi,  che  sempre 
abbondano  nelle  città  grandi,  com'era  iu 
quel  tempo  Venezia.  Il  consiglio  de'Dieci 
e  più  particolarmente  il  M agistralo  de- 
gli esecutori  contro  In  bestemmia,  invi- 
gilavano però  con  tutta  diligenza  alBnchè 
nelle  commedie  e  nelle  tragedie  fosse  ri- 
spettala la  nostra  s.  Religione,  e  non  ve- 
nisse recala  olfesa  alla  decenza  del  co- 
slume;  e  se  a  Roma  si  rappresentava  la 
Passione  di  Cristo,  se  a  Firenze  VJbra- 
mo,  se  a  Modena  i  miracoli  di  s.  Gemi, 
niano,  da  valenti  ingegni  espresse;  se  Rer- 
nardo  Pulci  scriveva  il  Barlaam  e  il  Gio- 
aajatf  e  se  finalmente  l'Alamanni  com- 


37B 


VEiN 


pose  la  Com'crsioiie  di  s.  Maria  Bladda- 
lena;  si  proibiva  in  pari  tempo  a  Vene- 
zia ogni  rappresentazione  delle  storie  del 
\eccIiio  e  ilei  nuovo  Testamento,  e  pe- 
culiarmente vietate  cpielle  di  Giuditta, 
della  figlia  di  Jefte,  e  di  Sansone, —  Alla 
mitezza  di  questi  spettacoli  progressiva- 
Diente  davano  già  luogo  alcuni  altri  più 
strepilooi  e  guerrieri:  la  tromba  che  iu> 
vitava  al  Torneo  (nel  quale  articolo  ne 
feci  cenno),  squillò  pure  in  queste  Lagu- 
iie,ed  il  fiore  de'cavalieri  d'Italia  qui  spes- 
so accorse  a  misurarsi  coll'arme.La  piaz- 
za di  s.  IMarco,  sebbene  si  armeggiasse  di 
frequente  anche  ne'  campi  e  nelle  strade, 
fu  però  sempre  la  lizza  riservala  pe'gran- 
di  torneamentij  né  mai  al  mondo  ebbe- 
8Ì  forse  luogo  più  magnifico  di  questo,  do- 
ve oltre  la  maestà  e  la  splendidezza  de- 
gli edifizi,  slavano  quasi  a  testimonio  del 
valore  de'  combattenti  que'  4  cavalli  di 
prezioso  metallo,  che  furono  eziandio  più 
volle  testimoni  delle  grandi  vicende,  cui 
vanno  soggetti  gl'imperi  e  le  nazioni  an- 
corché possenti.  Sedeva  il  dogedi  consue- 
to a  spettatore  in  un  palco  iimalzato  di- 
rimpetto alla  basilica,  il  quale  veniva  co- 
sì a  rispondere  nel  mezzo  d'  un  de'capi 
della  trincea,  partendo  da'fianchi  di  es- 
so lungo  tutta  la  piazza  altri  palchi  ador- 
ni di  meravigliose  pitture,  di  ricchi  padi- 
glioni, di  bandiere  e  di  scudi,  che  anda- 
vano a  ricongiungersi  coll'altro  capo  vi- 
cino alla  basilica.  Su  questi  palchi  stava 
la  curiosa  moltitudine,  e  sepiiralainente 
da  essa  le  dame.  Né  queste  impailidi va- 
no punto  al  feroce  urtarsi  de'  cavalieri  e 
allo  scontrarsi  delle  loro  punte,  che  an- 
zi nell'altissimo  frastuono  prodotto  dallo 
scricchiolar  delle  lancie,  dal  nitrito  degli 
ardenti  destrieri, dalle  grida  inci  latrici  de' 
re  d'arme  e  degli  araldi,  e  dalle  gazzare 
festevoli  de'meuestrelli,si  facevano  ad  a- 
uiraare  colla  voce  e  col  gesto  i  loro  crim- 
pioni. — Mancando  poi  una  pianura  aVe- 
nezia  o  una  strada  bastamente  lunga  e 
lurgii  per  correre,  come  nell'  altre  città 
d'Italia,  il  ^a//(0,  chiamandosi  con  questa 


V  EiN 

denominazione  quelle  corse  di  Ca\'aUi  a 
«li  asini,  di  uomini  odi  femmine,  al  vin- 
citore delle  quali  davasi  a  premio  un 
drappo  0  pallio,  sostituirono  i  veneziani 
a  tali  corse,  onde  non  esser  inferiori  nep- 
pure in  questo  agli  altri  popoli,  quelle 
(Ielle  barche,  scegliendosi  per  agone  il 
Canal  grande,  lungo,  spazioso  e  di  edifi- 
zi in  ogni  tempo  ornalissimo,  che  tentai 
rappresentare  nel  §  XI V,  n.  i,  2  e  3.  Ab- 
bandonate quelle  gare  semplici  che  si  fa- 
cevano sul  mare  e  la  Laguna,  con  alta 
sapienza  istituite  per  addestrare  il  citta- 
dino ne'marinareschi  esercizi,  davasi  h 
1."  corsa  di  barche  ,  detta  Regata  nel 
i3i5.  Pigliavano  queste  barche  le  mos- 
se dall'estrema  punta  degli  odierni  Giar- 
dini pubblici,  e  trascorso  tutto  il  Canal 
grande,  giunte  al  termine  di  esso  incon- 
tro al  ponte  della  Croce,  giravano  attor- 
no un  palo,  espressamente  confitto  nel 
mezzo  dello  stesso  canale,  per  giungere, 
la  stessa  via  rifacendo  ,  alla  riparata  o 
Macchirta,  come  si  appellava,  che  si  eri- 
geva tra'palazzi  I^oscari  e  Balbi,  cioè  nel» 
la  volta  dello  stesso  Canal  grande  all'im- 
boccatura del  rio  di  s.  Pantaleone,  e  dalla 
quale  davasi  il  premio  a'vincitori.  I  pri- 
mi ad  entrare  in  tenzone  erano  certi  bat- 
telli appellali  a  un  remo,  lunghi  pie- 
di 28,  e  larghi  2  e  oncie  6  ;  i  secondi 
i  battelli  a  due  remi,  che  differivano 
da' primi  in  sole  2  oncie  in  più  di  lar- 
ghezza; indi  venivano  le  gondole  a  un 
remo,  poi  quelle  a  due  remi,  e  final- 
mente altri  battelli  a  due  remi  vogali  da 
donne  rematrici  (queste  vogarono  pure 
nel  1574  nella  splendida  regata  per  Eu- 
rico 111,  e  valorosamente  con  destrezza), 
le  quali  però  pigliavano  le  mosse  alla  Do- 
gana di  mare,  ossia  al  principio  del  Ca- 
nal grande.  In  questa  guisa  vi  avevano  5 
corse,  in  ognuna  dellequali  erano4  i  pie- 
miali.  Consistevano  i  premi  in  determi- 
nala somma  di  denaro  chiusa  in  un  bor- 
sellino appeso  all'asta  d'una  bandiera,  che 
ro*y^  era  pel  i.°  vincitore,  t^tWf  pel  2.  , 
celeste  pel  3.°  e  gialla  pel  4-°  Quest'  ul- 


V  E  N 
lima  portava  nel  mezzo  dipinto  un  por- 
cellino, e  un  porcellino  vivo  davasiachi 
l'avea  oieiitata.  Riuscendo  poche  pegli 
spettatori  le  finestre  de'  palazzi  e  delle 
case,  e  poche  le  rive  e  le  fondamenta,  su 
cui  slavano  stipati  in  guisa  da  iilfogare, 
era  d'uopo  che  nielli  si  contentassero  go- 
der la  festa  in  una  harca,  nella  quale  pe- 
rò potevano  seguire  i  lottatori,  e  giudi- 
care così  più  da  vicino  di  tutti  i  loro  ar- 
tifizi, perizia,  forza  e  destrezza.  Allineile 
poi  la  pressa  delle  barche  de'curiosi  non 
avesse  ad  imbarazzar  1'  agone  ,  ufiicio 
d'alcune  altre  era  di  far  ala  a  quelle  del- 
la corsa.  Queste  baiche  si  chiamavano 
lissorie,  margarole  e  haloline,  sulla  di  cui 
prora  stava  ginocchioni  un  patrizio  ,  il 
quale  sapeva  colla  balestra  alla  mano  con- 
lener  l'audace,  se  per  avventura  vi  fosse 
stato.  Erano  le  bissone  lunghe  piedi  ve- 
neti 36,  larghe  4  e  oncie  4,  lerniinando 
con  una  sola  oncia  di  larghezza  alla  ruo- 
ta di  prora  ed  a  quella  di  poppa,  ed  era- 
no vogale  da  8  rematori  ;  ie  margarote 
erano  minori  di  4  piedi  ,  ed  avevano  6 
rematori;  ie  haloline  di  6,  con  4  reutato- 
li.  Sorvolando  quasi  queste  bai  che  sulla 
superfìcie  dell'acqua,  tanto  per  la  forma 
della  loro  costruzione,  quanto  pel  pro- 
porzionato numero  di  vigorosi  remalori, 
i  quali  tutti  portavano  assise  vaghe  e  stra- 
ricche, aumentavano  esse  non  poco  la 
uiaguifìcenza  dello  spettacolo, e  tanto  ric- 
camente e  con  eleganti  capricci  erano 
guarnite,  che  la  seta,  il  velluto,  le  piume 
e  l'oro  de'gheroni  o  panneggiamenti,  che 
stavano  disposti  intorno  a'ioro  bordi,  an- 
davano ad  immergersi  nell'onda  e  coH'al- 
ga  marina  si  confondevano  :  così  la  ric- 
chezza degli  addobbi  d'  una  bissona  ve- 
niva in  pochi  istanti  a  guastarsi  per  sem- 
pre, quando  quella  degli  ornamenti  d'un 
cocchio  può  durare  più  anni.  La  tavola 
i()  riporta  le  figure  d'una  peota  e  d'  u- 
ua  bissona  nobilmente  ornate,  co'  rema- 
tori elegantemente  vestiti.  Avverte  il  cav. 
Mulinelli,  che  couseivatasi  sempre  la  for- 
ma della  costiuzioae  delle  bissone,  si  va- 


V  E  N  379 

riavano  ogni  volta  gli  addobbamenti  se- 
condo la  moda.  A' goffi  disegni  dell'an- 
tiche, preferì  d'  offrire  il  diseguo  della 
bissona  che  venne  fatta,  e  accresciuta  di 
4  rematori,  per  la  solenne  regala  dell'i  i 
dicembre  1807:  aggiungendovi  inoltre  il 
disegno  della  principale  fra  le  peole  ap- 
prestale in  quella  circostanza,  e  che  si  u- 
sano  a  maggior  ornamento  dello  spelta- 
colo.  Ma  per  avere  le  più  ampie  e  sin- 
cere notizie  intorno  alla  origine  delle  re- 
gate veneziane  e  all'  epoche  in  cui  se- 
guirono, cioè  dal  i3oo  al  1847,  coll'e- 
lenco  de' personaggi  che  vi  assistettero, 
degli  artefici  che  vi  lavorarono,  e  de- 
gli autori  che  ne  scrissero,  leggasi  :  Let- 
tera dì  Emmaniteie  Antonio  Cicogna  a 
Oleandro  Contedi  Prata  intorno  ad  al' 
cune  regale  veneziane  pubbliche  e  priva- 
/<',ediz.  2.', Venezia,  Merlo  [  856,  in  8.°  di 
pag.  96. Con  questi  diversi  spellacoli,cogli 
esercizi  del  pugillato,  delle  forze  d'Erco- 
le e  della  moresca,  destinati  dalla  prima 
istituzione  a  pubblico  tripudio  ,  e  come 
usavasi  altrove,  colle  iìlaschcre,  e  colle 
giostre  de'loiisollazzavasi  d'ordinarione' 
dì  del  Carnei'ale  {è  notissimo  che  anco 
fuori  di  tale  tempo  era  ordmaria  per  Ve- 
nezia,in  tempo  della  repubblica,  l'uso  del- 
la Bautta  o  Bauta.  Questa  era  un  man- 
tello di  cremesioo  o  di  velo,  nero  e  d'al- 
tri colori,  con  piccolo  cappuccio  nero  ad 
uso  di  maschera:  ne  riparlo  nel  §  XVI 1 
in  fine  del  n.  2.  Siffatta  mascherala  si 
chiama  in  Roma  Domino),  ed  in  quelli 
anniversari  per  la  commemorazione  di 
vittorie  e  di  altri  gloriosi  nazionali  avve- 
nimenti. Con  questi  medesimi  spettacoli 
festeggia  vasi  pure  l'arrivo  di  piincipi  e 
altri  illustri  personaggi,  facendosi  di  più 
allora  liete  danze  e  splendidissime  lumi- 
narie con  torchi  di  cera  e  con  fiaccole, 
come  andrò  dicendo  nel  §  XIX.  Alcuni 
de'medesinii  festeggiamenti  si  rinnovaro- 
no a'nostii  giorni,  e  nel  §  XX  li  riferirò. 
Termina  il  Mulinelli  l'inlcressaulissirao 
suo  libro  sul  Costume  Veneziano  a  lut- 
to il  XVI  secolo,  di  cui  mi  sono  libera- 


38o  V  E  N  V  E  N 
melile  giovalo, con  dichiarare  clie  nel  se-  Dizinnnio  (hi dialetto  Veneilano,\e- 
colo XVI  raiTiore  al  piacere  e  il  lusso  ne-  \\e:n,\  1829.  Nel  1 8^7  dalla  tipografia  Cec- 
glispellacoli  andaroiiogradalainenlecrw-  cliini  in  Venezia  si  cominciò  a  impri- 
fecendo,  enei  secolo  slesso  fu  d'uopo  a'  mere  In  2.' edizione,  migliorata, aumenla- 
iiiagistrali  ricorrere  per  ultimo  a'parro-  la  e  correità,  aggiuntovi  l'indice  italiano 
rlii,  onde  scuoprire  i  molli  ginocalori  di  veneto.  La  Cronaca  di  Milano  àe\iS5j, 
fortuna  d'ambo  i  sessi  (descrivendo  i  prin-  nella  disp.  3.",  dà  contezza  de"  Proverbi 
cipali  G/»oc/i/,  notai  in  qùell'articolojche  Veneti,  Padova  r  856,  tipografia  Sicca, 
la  1/  menzione  di  carte  da  giuoco  slam-  raccolti  da'ch.  Fanzago  e  Colelti.  E  nella 
pale  trovasi  in  un  decreto  pubblicato  a  disp. ■jo. "annunzia  del  eli. Dal!nedico,Pro- 
Venezia  neh 44')  proibitivo  dell'inlro-  verbi  f^eneziani  raffrontati  con  quel- 
duzione  dell'  estere,  onde  non  pregiodi-  //  di  Salomone  e  co' Francesi,  Venszia 
caie  i  fabbricalori),  che  in  delusione  del-  iSSy,  tipografia  Antonelli.  E"  ioiporlan- 
le  leggi  perseveravano  a  dilapidare  1' o-  le  che  io  riproduca  quanto  sul  dialetto 
iiorato  retaggio  degli  avi,  ammucchiati  de'primili  vi  veneti  riferiscali  prof.  Roma- 
iii  luoghi  reconditi,  e  incerte  piccole  ca-  nin  nella  Storia  documentata  di  Fene- 
se  inosservate,  dalle  quali  poi  ebbero  o-  r/a, dovendosi  lenerpresente  quanto  del* 
ligine  que'ridotti  da  giuoco  delti  ue'due  l'origini  de'veneti  dico  nel  §  XIX,  n.  i. 
seguenti  secoli  casini.  »  Mentre  la  lunga  peregrinazione,  il  dif- 
6.  Del  Dialetto  FencziannA  Venezia-  ferente  clima,  le  nuovecondizioniaveano 
Ili  parlano  e  scrivono  egregiamente  la  ritratto  i  veneti  dall'asiatiche  mollezze 
lingua  nazionale  italiana.  Usano  però  co-  (intende  parlare  di  quegli  eneli  che  dalla 
inuiìcmente  un  dialetto,  come  altri  popò-  Paflagonia  si  recarono  nel  paese  de'  ve- 
li d' Italia,  particolare  e  tutto  loro  prò-  neli  e  con  loro  si  confusero),  la  pronun- 
prio;  ed  anche  con  esso  compongono  poe-  zia,  distintivo  pressoché  indelebile  delle 
.Me,  fra  gli  altri  essendo  in  (|uesle  rino-  nazioni,conserva  va  pur  sempre  tracce  del- 
mali  i  veneziani  dorili  a' noNlri  giorni,  l'asiatica  origline,  le  quali  tanti  secoli  e 
Francesco  Grilli  che  oi;cupò  distinto  seg-  tante  vicende  fino  a  noi  non  poterono 
l;Ìo  tra'poeti  del  patrio  dialetto;  e  Pietro  tuttavia  cancellare.  Il  primo  linguaggio 
Biualli  autore  nel  veneziano  dialetto  di  de'veneti  derivar  dovea  dalla  Siria  e  dal- 
scherzevoli  e  gentili  rime,  ed  anche  di  la  Paflagonia,  dalle  quali  provincia  inol- 
Salire,  (o  Pasquinate ,  ne.\  quale  arti-  te  voci  e  desinenze  passarono  anche  nel- 
colo  parlai  del  famoso  simulacro  di  niar-  la  Grecia.  Quindi  sentono  il  greco  alcu- 
ino  del  Pascpiino  di  Roma  ,  che  in  Ve-  ne  auliche  denominazioni  di  luoghi  nel 
iiezia  è  il  Sior  Antonio  Riohn,  la  cui  fi-  Veneto,  ed  anche  parecchie  parole  poi 
f^ura  marmorea  è  infissa  nell'angolo  d'u-  sempre  conservate  nel  veneto  dialetto.  Il 
na  casa,  presso  il  ponle  de'Mori  nel  se-  carattere  particolare  del  quale  è  la  dol- 
•sliere  di  Cannarcgio,  così  detto  da  un  an-  cezza,  come  altresì  (specialmente  ne'pri- 
tico  palazzo  già  fondaco  degli  Arabi.  Ne-  mi  tempi  e  tuttavia  in  una  parte  del  pò- 
j^ii  articoli  Don  e  Ser  o  Sere,  con  Apo-  polo)  l'abbondanza  de'dittonghi  finali  a 
sUilo  Zeno  e  Cancellieri,  piulai  de' titoli  modo  ionico,  con  una  sorte  di  cantilena 
«ia'vcuezianidati  a'foraslieri,  a'palrizi,a-  e  allungamento  delle  vocali  rimasta  an- 
gli ecclesiastici  ed  a'dogi;  e  che  invece  di  cora  tra  gli  abitatori  di  liuranoedi  Chiog- 
Signore,  usano  i  vocaboli  Sere  e  Sior).  già  (come  rilevo  parlando  di  quell' iso- 
Questo  dialetto  è  grazioso,  dolce,  insi-  le).  Così,  benché  il  primitivo  linguaggio 
nuante,  rapido.  Abbiamo  del  Patriarchi,  (te' veneti  ricevesse  grande  alterazione  fin 
P'vrabolarioP e}ìezianoePadovano,{^a-  dalla  loro  venuta  in  Italia,  pel  mescola- 
dovai775e  1796;  e  di  Giuseppe  Boerio,  mento  colle  lingue  elrusea,  euganea,  uni- 


VEN 
Lra,  ec. ,  e  specialmente  con  quellii  de' 
gitili  cciioinaiii  loro  vicini  ed  allenii,  ben- 
elle  cedesse  poi  del  tulio  alla  lingua  la- 
tina divenuta  d'uso  generale  ,  couje  nel 
lestodel  grande  impero  romano;  tuttavia 
le  proprie  inflessioni  in  gran  parte  con- 
servò,  e  forse  anche  alcune  voci,  onde 
neppure  gli  eccellenti  scrittori  latini  della 
Venezia  poterono  spogliarsene  intera- 
mente, e  la  lingua  del  Lazio  dovette  nel 
Veneto  piegarsi  al  dialetto  nazionale,  e 
accettare  alcune  sue  forme".  La  lingua 
dunque  de' veneti,  allorché  vennero  nel- 
le lagune,  era  naturalmente  la'  Ialina,  ma 
con  poche  fornice  voci  particolari. Queste 
forme,  durante  la  loro  dimora  nell'isole, 
si  andarono  sempre  più  ullontanandodal- 
la  lingtta  piimìtiva,  nuove  se  ne  aggiun- 
sero, derivate  da'nuovi  bisogni  e  da'fre- 
(|ueutì  rapporti  col  resto  d' Italia  e  còl  • 
l'impero  di  Costantinopoli,  onde  venne  a 
formarsi  poco  a  poco  il  veneziano  dialet- 
to. La  pronunzia  conservò  sempre  la  na- 
turale sua  indole  di  dolcezza,  poche  pa- 
role terminando  in  consonanti  o  tronche, 
e  sostituendo  suoni  più  dolci  a  quelli  [)Ìli 
duri.  Di  più  il  prof.  Konianin  ne'docu- 
menti  pubblicò  alcuni  saggi  inediti  ilei 
dialetto  veneziano  de'secoli  Xlll  e  XIV. 
Questo  dialetto  dovette  cei  lo  assai  per 
tempo  prestarsi  alla  poesia,  che  la  giaci- 
tura particolare  della  citln,  ei  grandi  av- 
venimenti e  le  popolari  tradizioni  dove- 
vano facilmente  ispirare,  e  se  ne  ha  ri- 
cordo nelle  canzoni  e  cobole,  componi- 
menti lirici  ,  che  il  popolo  cantava  nel 
I  268  per  l'elezione  del  doge  Lorenzo  Tie- 
polo.  Queste  poesie  andarono  sciagura- 
tamente perdute  e  cederono  il  luogo  nel 
i3oo  alle  provenzali,  all'italiane  e  lati- 
ne. Nel  t.  2  (.\e\[' Effemeridi  htlerarìe  di 
Roma  deliST.  1  ,a  p. 58, si  legge:  DelDia- 
letto  Fenelo:  Lettera  d'  un  viaggiatore 
oltramontano.  Ne  farò  un  estratto.  Il  dia- 
letto veneziiinoè  quello  che  generahnen- 
te  si  parla  in  Venezia  e  in  tutte  le  citlà 
consideievoli  del  suo  stato,  tranne  alcu- 
ne poche,  come  Bcigauio  e  Crescia,  le 


V  E  N  38 1 

quali  ne  hanno  uno  particolare.  Per  ri- 
spello alle  quali  città  è  da  osservarsijches- 
se  non  erano  comprese  in  quel  tratto  di 
paese,  che  fu  abitato  dngli  antichi  vene- 
ti, ma  furono  fondate  da' galli  cisalpini. 
L'antica  lingua  di  questi  popoli  traspari- 
va nel  loro  Ialino,  com'è  agevole  di  rico- 
noscere dalle  iscrizioni  raccolte  dal  Maf- 
feij  ed  è  probabile,  che  gli  originari  dia- 
letti delle  diverse  nazioni,  diesi  stal>ili- 
rono  in  Italia,  sieno  una  rimuta  cagione 
della  varietà  de'linguaggi  che  vi  si  parla- 
no presentemente.  Tra  (piesli,  il  venezia- 
no è  senza  dubbio  il  migliore.  Egli, come 
docuineuta  il  Boerio  nel  suo  applaudito 
Dizionario  del  dia  letto  f''e/2e27««o,res[)i  - 
ra  tutta  la  greca  soavità;  edanzi  è  più 
dolce  e  più  insinuante  del  Toscano  (y.), 
quantunque  poi  gli  sia  di  gran  lunga  in- 
feriore in  dignità  e  forza.  Il  giudizio  pe- 
rò che  ne  può  fare  un  forestiere,  è  sem- 
pre di  poco  momento;  se  nun  che  miglio- 
ri prove  del  merito  di  quel  .dialetto  sono 
già  stale  recate  in  mezzo  da  Saverio  Bet- 
tinelli, e  da  una  lunga  schiera  d'altri  ita- 
liani scrittori,!  quali  si  deve  naturalmen- 
te siìpporre,  che  abbiano  avuto  un  tallo 
più  fino  per  distinguere  ogni  sua  perfe- 
zione. Nelle  poesie  di  siile  piacevole  e 
Scherzoso  dà  diletto;  e  la  poesia  Venezia» 
na,  per  cos'i  esprimersi,  paragonala  acjuel- 
la  dell'altre  nazioni,  è  per  n)olti  rispetti 
ciòch'è  la  scuola  veneta  di  pittura  a  quel- 
le del  rimanente  d'Europa.  E  verameii- 
le  Venezia  un  piccolo  mondo  in  se  sles- 
sa; le  sue  arti,  le  sue  maniere  e  i  costumi 
sono  tutti  propri  di  lei  e  particolari.  El- 
la mostra  originalità  quasi  in  tutte  lo  co- 
se, nella  lingua,  nella  pittura,  nella  poe- 
sia, uella  musica;  le  quali  però  deve  tlii- 
si  che  sono  qitales  dccet  esse  sorores.  Ma 
noi  presentemente  non  consideriamo  che 
la  sola  lingua.  Essa  è  principalmenlcd'u- 
rigine  Ialina,  tinta  di  greco,  di  schiavone, 
e  di  non  so  che  d'altro.  La  porzione  peiò 
che  vi  è  infusa  di  greco  forse  non  è  m;ig- 
giore  dì  quella  ch'è  sparsa  nella  lingua 
ilaliatia;  ed  io  sono  di  parere,  dice  l'auto- 


382  V  E  N 

re,  che  l'oiiglne  di  molti  termini,  che  or- 
dinai ianiente  sono  considerati  come  stra- 
nieri, si  possa  riiilracciare  nella  pura  la- 
tinità de'aiigliori  secoli,  o  nella  corrotta 
dt'H'età  posteriori;  giacché  l'inflessioni  e 
Je  diversioni,  a  cui  vanno  soggetti,  faiuio 
illusione;  ed  è  spesse  volle  tanto  arduo 
di  ravvisarli  sotto  le  nuove  loro  forme, 
quant'èil  riconoscere  la  radice  d'una  pian- 
ta nella  varietà  lussureggiante  de'  suoi 
rami.  L'autore  porta  opinione,  che  fatta 
una  certa  pratica  in  rintracciar  le  sillabe, 
le  quali  coli' andar  del  tempo  si  svisano 
adatto.si  troverebbe  nel  Du  Gange,  G/o^- 
sariitm  niecliae  et  infimae  laliiiitatis: 
Glossarium  mcdiae  eliiifiinae  graeciUt- 
tis,  la  parentela  di  molti  termini.  E  pe- 
rò cosa  certissima  che  vi  sono  inoltre  pa- 
recchi vocaboli,  che  non  sono  di  latina  o« 
rigine,  e  il  modo,  con  cui  si  sono  introdot- 
ti, può  essere'un  argomento  di  did>bi  e 
discussioni.  Vogliono  alcuni,  anzi  è  opi- 
nione comune,  che  l'introduzione  di  si- 
mili vocaboli  si  debba  attribuire  al  coni' 
tnercio  de'veneziani  co'barbari  e  co'gre- 
ci  di  Costantinopoli.  Ma  una  sola  consi- 
derazione, che  deve  farsi,  metterà  in  chia- 
ro la  falsa  supposizione.  Qui  cita  il  Fi- 
liasi,  Memorie  storiche  de'  Veneti  primi  e 
.vero/2/'iV.  Si  deve  osservare,  che  si  parla 
quasi  una  stessa  lingua  in  tutto  quel  trat- 
to di  paese  che  dicesi  Venezia  Marittima 
e  Terraferma,  cioè  in  tutta  quella  regio- 
ne che  fu  abitata  dagli  antichi  veneti, 
che  corrisponde  presso  a  poco  a'moder- 
ni  stati  veneti.  Ma  è  però  cosa  manife- 
stissima, che  il  dialetto  della  Venezia  Ma- 
rittima non  può  avere  ricevuta  ninna  ad- 
dizione di  vocaboli  da  quello  de'barbari, 
i  quali  non  penetrarono  mai  nelle  Lagu- 
ne; ed  è  poi  egualmente  chiaro, che  mol- 
ti luoghi  della  Terraferma  non  hanno  po- 
tuto probabilmente  adottare  termini  gre- 
ci da  Costantinopoli,  poiché  non  avevano 
alcuna  comunicazione  con  quella  città. 
Che  se  si  volesse  supporre  che  l'influen- 
za degli  stranieri  siasi  operata  nelle  duee- 
streniità,  l'uuae  l'altra  ne  sei  bei  ebbero 


V  EN 
alcun  vestigio;  ma  la  cosa  è  ben  lontana 
dal  vero,  giacché  la  lingua  che  si  parla  a 
Venezia  ,  é  la  stessa  che  si  parla  a  Ve- 
rona; e  la  piccola  dilFerenza,  che  per  que- 
sto rispetto  si  osserva  fra  quelle  due  cit- 
tà, e  cou»e  quella  che  passerebbe  fra  due 
Provincie  confinanti  d'Itighilterra.  Pia- 
gionando  dunque  l'autore  .sopra  una  ta- 
le uniformità  che  regna  nel  loro  dialet- 
to in  tutta  1'  estensione  del  paese  che  Io 
parla,  si  fa  a  domandare:  Non  si  potreb- 
be inferire,  che  gli  stranieri  suindicati  si 
sieno  pel  lunghissimo  tempo  naturalizza- 
ti nel  linguaggio?  Indi  spinge  più  oltre 
questa  teoria,  con  dire.  Tutti  gli  scrittori 
convengono  che  gli  antichi  veneti,  o  ve- 
neziani, erano  un  popolo  d'origine  diver- 
sa dalle  galliche  tribù,  le  quali  popolaro- 
no il  resto  della  Lombardia.  Lanzi,  ch'è 
quasi  il  solo  che  nel  Saggio  di  lingua 
Etnisca  abbia  co'principii  della  sana  cri- 
tica investigato  i  monumenti  nazionali,  e 
che  possa  avere  annoverato  fra'più  esat- 
ti e  ingegnosi  scrittori  ,  avendo  osserva- 
to, che  la  porzione  di  greco  da  lui  trova- 
ta nelle  loro  iscrizioni  è  più  pura  di  quel- 
la ch'egli  rintracciò  in  quello  che  rima- 
ne degli  etrusci,  sembra  che  supponga  es- 
ser stati  i  veneti  un  popolo  misto  di  gre- 
ci e  di  celti.  Il  che  vale  almeno  per  ri- 
spetto a  quella  parte  di  greco  che  la  lin- 
gua di  questo  popolo  conteneva  o  contie- 
ne ancora.  Ma  checché  sia  pure  degli  e- 
lemenli  della  lingua  loro,  è  cosa  notoria 
ch'essi  ne  avevano  una  a  se,  comunque 
fosse  composta;  la  quale  rimase  in  segui- 
to, come  l'altre  di  tutti  gl'italiani  abori- 
geni, assorta  nel  latino;  e  molte  prove  si 
potrebbero  addurre  per  dimostrare  che 
una  tale  lingua,  come  accadde  di  quella  \ 
de'galH  e  altri,  tinse  de'suoi  propri  colo- 
ri la  massa  colla  quale  si  confuse  :  e  le 
iscrizioni  lapidarie,  raccolte  dalMafFei  nel 
territorio  veneto, fanno  vedere  quella  sles- 
sa provincialità  antica,  benché  d'un  ge- 
nere diverso,  che  caratterizza  quelle  eo- 
lonie  galliche;  e  vi  si  riconosce  lo  stesso 
cambiamento  di  lettere,  eh'  è  frequeulis- 


VEN 

simo  nel  diiiltllo  veneto  die  ora  si  parla. 
Cicerone  nelle  sue  Lcltere  familiari  fa 
menzione  (li  certi  lermini,  tli'eranoin  vo- 
ga in  qtiesìe  provincie,  esconosciiilia  Ro- 
ma. Tito  Livio  fu  accusato  di  patavini- 
tà  o  pacluvanismo,  diecchè  si  debba  in- 
tendere sotto  (|ucsla  espressione:  fu  andie 
detto  di  Catullo,  d'aver  egli  introdotto 
certe  nuove  forme  di  dire  nella  lingua  Ia- 
lina, e  si  potrebbero  addurre  alcune  prò 
"Ve  di  questi  suoi  f^cronìsnii.  L'opinione 
dell'autore,  è  la  ricerca  per  dimostrare 
relativamente  agii  slati  veneti,  che  possa 
probabilmente  applicarsi  all'Italia  tutta. 
In  confeuDa  di  sua  opinione,  ricorda  die 
l'Algai  olii  cita  una  lettera  di  Varca  Vir- 
gilio, nella  quale  conuneiitando  un  cer- 
io epigramma,  critica  la  parola  pitlus,  as- 
severando non  essere  Ialina.  Dal  sin  qui 
ditto,  sia  o  non  sia  applicabile  tanto  al- 
l'Italia mei idionale  cerne  alla  settentrio- 
nale, crede  l'autore  d'almeno  aver  tro- 
iata la  certezza  per  rispetto  alla  veneta 
provincia.  Che  se,  come  intende  d'  aver 
dimostralo,  vi  sia  ragione  per  supporre 
die  vocaboli  stranieri,  siccome  sono  quel- 
li da  lui  prodotti  e  die  per  brevità  om- 
mello,  siano  stati  primitivamente  intro- 
dotti (e  v'è  lutla  la  ragione  per  asserire 
che  di  tali  n'esistevauo  nella  lingua  de' 
veneti,  i  quali  di  se  colorarono  la  latina 
quando  quesla  venne  da  quel  popolo  a- 
doltalìi);  gli  sembra  egualmente  ragione- 
vole di  soppone,  che  simili  anomalie  sie- 
ro trapassale  nd  dialetto,  che  successe  al 
Ialino  idioma.  Quaudoegli  nega  peluche 
i  vocaboli  greti,  ««tliiavoni  e  altri,  i  quali 
s'incontrano  nel  dialetto  veneziano  e  die 
danno  non  poco  imbarazzo,  sieno  d'ori- 
gine moderna  ;  non  intende  perciò  di- 
re che  gì' idiotismi  dello  schiavone  mo- 
derno non  siansi,  comparativamente  par- 
lando, a  poco  a  poco  introdotti  nel  par- 
lare comune  de'  lempi  posteriori.  Detto 
dell'origine  del  dialetto  veneziano,  l'ano- 
nimo procede  a  parlare  della  moderna 
storia  di\  medesimo.  Il  dialetto  venezia- 
uo ,  che  per  un  certo  tempo  fu  solo  in 


VEN 


383 


queste  pai  li  coltivalo,  vciinecome  lingua 
scritta  sulle  prime  trascuralo  dagl'italia- 
ni; né  i  letterali  tanto  veneti  che  del  re- 
sto d'  Italia  gli  dettero  mai  corso  ne'Ioro 
scrini  ;  giacché  gl'italiani  di  qualunque 
classe  sieno,  e  in  tutta  la  penisola,  quan- 
do scrivono,  usano  lutti  una  lingua,  che 
piùo  meno  è  l'italiana,  secondochè  ognu- 
no può  scrivacchiarla  alla  meglio.  I  dia- 
letti italiani  però  sono  dappertutto  rima- 
sti nelle  bocche  de' volghi;  ed  il  vernacolo 
di  Venezia,  linguaggio  o  dialetto  del  pae- 
se, come  pure  è  accaduto  d'alcuni  altri,  è 
quasi  egualmente  usato  daireducale  per- 
sone come  dalla  plebe,  la  quale,  non  è 
quasi  esagerazione  di  dire,  che  sa  tanto 
r  italiano  quanto  sa  1*  inglese  (sic).  Ala 
quantunque  il  veneziano  avesse  cessalo 
d'esistere  come  lingua  scritta  o  adopera- 
ta nella  sola  letteratura  o  ne'gravi  alla- 
ri;  pure  come  l'armeggiare  continuò  co- 
me divcriimenlo  fra' zerbini  dopò  che 
cessò  d'esser  vero  comballìmenlo;  nella 
slessa  guisa  qualche  ameno  ingegno  di- 
scese in  quesl'  arena  deserta  ,  e  vi  fece 
non  dispregevoli  prove  di  valore.  I  saggi 
che  a  questi  poeti  riuscirono  più  felice- 
mente, sono  quelle  che  chiamano  Bal- 
late Fenczianc  (nel  1807  la  tipografia  e- 
ditrice  Gattei  di  Venezia  impresse:  Le 
Ballate  ed  il  Gondoliere  l^eneziano,  dì 
Sah'atore  Trinche  se ),hyio\\  numero  del- 
le quali,  benché  spietatamente  sfigurate, 
s'  odono  in  Inghilterra;  come  la  musica 
fatta  a  quelle  canzoni  è  cognitissima  in 
Londra  (questi  e  altri  simili  ricordi,  che 
trovo  neirilIustieanonimo,mi  fannocon- 
getturare  sia  stato  un  dotto  inglese;  altri 
però  n'escludono  la  probabilità).  Ninno 
se  ne  può  formare  però  alcuna  idea  uden- 
dole cantare  in  qualsiasi  luogo  fuorché  a 
Venezia;  giacché  la  pronunzia  ,  benché 
possa  imitarsi,  non  è  però  la  genuina  se 
non  sulle  labbra  de' veneziani.  Non  v'  ha 
cosa  più  ridicola  all'  occhio  e  insieme  al- 
l' orecchio  che  sia  stalo  in  go/idoletta, 
quanto  udir  quell'allegre  e  uidaiicoiii- 
chc  canzoni  dulia  bocca  d'un  inglese,  che 


384 


V  EN 


con  (ina  faccia  come  di  sluccu  e.  pitti  ad 
una  stallia  (sic)  le  va  ripetendo  ira'snoi 
litoniato  ìd  Inghilterra.  Qui  il  canto  vie- 
ne accoinpognato  da  tulle  quelle  delicate 
inflessioni  di  voce,  dalla  giaziosilà  del  ge- 
sto, e  da  tulli  que'cambiatnenli  nella  fl- 
sonotnia  per  cui  le  donne  veneziane  sono 
lauto  singolari.  Ma  ora  però  v'  è  quasi 
alUellanta  dillicoltà  a  tiovaie  chi  sap- 
pia cantare  una  Ballata  Ventziana,  co- 
me chi  canli  l'ottave  del  Tasso,  secondo 
l'anouiino.  Questo  poeta  è  slato  tiadut- 
to  iu  tulli  o  quasi  lutti  i  dialetti  d'  Italia, 
ma  molto  meno  però  nel  dialetto  di  Ve- 
nezia; dove  il  Tasso  era  ne'  tempi  addie- 
tro il  consueto  canto  de'gondoliei  i  (come 
rilevai  nel  n.  2  di  questo  stesso  §).  »  Ma 
i  canli  de'lernpi  scorsi  sono  ora  muli,  lo 
ne  richiesi,  giorni  sono,  un  cerio  che  t»i 
fu  dello  essere  uno  degli  ultimi  cantori 
di  quelle  poesie;e  ben  tosto  m'avvidi  d'a- 
ver io  toccalo  un  tasto  lrop|)0  delicato, 
col  pregarlo  di  cantarmi  l'ottave  della  Ge- 
insaleinine.  Crollò  il  capo,  e  mi  rispose, 
che  -  in  tempi  come  questi,  non  aveva  vo- 
glia di  cantare.  -  La  musica  delle  gondole 
è  solamente  per  la  solitudine  e  il  silenzio 
della  notte.  Parrebbe  perciò  che  alcuni 
de' miei  paesani  ne  avessero  un'idea  as- 
sai diversa;  giacché  vidi,  non  è  inolio,  un 
inglese  alleggiato  di  gravità  insieme  colla 
moglie  e  i  figli,  sopra  una  gondola  nel  Ca- 
nal grande  di  mezzogiorno,  con  due  vio- 
lini e  un  lambuiello.  Eppure  essi  non  a- 
\evano  aria  d'esser  di  (jue'che  scorrereb- 
bero con  gran  parata  BoudStreel, quan- 
do è  più  piena  di  gente,  co'  violini  sopra 
un  biroccio.  Ma  io  a  poco  a  poco  sono 
passalo  dalla  poesia  de'veneziani  alla  lo- 
ro musica,  e  dalle  gondole  a'calessi.  Però 
dissi  almeno  lutto,  cred'io,  ch'aveva  a  di- 
re su  questi  argoinenli".  Resta  ora  alcuna 
cosa  a  riflettere  sopra  i  dialetti  d'ilulia  iu 
generale.  Li  dice  tutti  nuovamente,  come 
il  veneziano,  bastarda  progenie  della  Ia- 
lina lingua,  benciiè  amalgamali  con  più 
vili  metalli  e  strettamente  legali  coli' ita- 
liano moderno.  Ciò  non  osluule  ilmcsco- 


V  EN 
htmento  delie  parole  straniere  che  vi  so- 
no state  introdolte,  e  gli  scorciamenti  che 
a  (juelle  sono  stati  fatti  dalla  naturale  ra- 
dice, rendono  qne'dialelti  assai  dillicili  ad 
es.sere  inlesi.  Avendo  l'anlore  dichiaralo 
il  dialetto  veneto  pel  migliore  fra  tiitli^ 
passa  a  dire  quali  sono  que'  che  crede  i 
peggiori,  e  secondo  lui  sono  il  bolognese 
(meravigliandosi  come  potesse  meritar  le 
lodi  di  Dante;  o  cambiò  carattere  ,  o  più 
probabilmente  lo  fece  per  denigrare  Fi- 
renze, esaltando  un'altra  città  a  spese  del- 
la pro[)ria),  il  genovese  ed  il  milanese. 
Soggiunge  l'anonimo,  con  allusione  a'ri- 
cordati  3  dialelli:  ciò  non  ostante  uno  di 
questi,  quantunque  aspro  e  inelegante,  si 
distingue  per  (piello  spirito  poetico  eh'  è 
peculiare  all'  Italia.  Qui  nota  il  compila- 
tore dtW EJfciiieridi  di  Homa,  che  l'auto- 
re è  lro[)po  geneioso  verso  il  dialetto  di 
Milano,  e  Iroppo  ingiusto  verso  quello  di 
Roma,  come  si  vedrà  in  seguilo.  S'ingan- 
nano i  forestieri,  se  ci  edono  che  il  linguag- 
gio che  sentono  dal  servitore  di  piazza, 
sia  quello  del  luogo  ov'essi  si  trovano. 
L'autore  cadde  in  quest'errore  nel  suoi, 
viaggio  in  Italia.  Trovandosi  ne'dinlorni 
di  R.oina  a  vederne  l'antichità,  si  fermò  a 
guardare  un  fiore  selvatico,  ed  allora  il 
servo  gli  disse:  comanda  che  lo  Carpa? 
«  Se  mi  fosse  occorso  di  partir  di  Roma  il 
giorno  dopo,  avrei  probabilmente  falla 
l'osservazione  che  il  miscuglio  della  lati- 
nità è  tale  che  si  ravvisa  anche  ora  nel  par- 
lare vernacolo  di  quella  città.  Maini  Irai- 
tenni  abbastanza  per  avvedermi  che  non 
era  accaduto  a  quel  dialetto  uè  più  né  me- 
no di  quello  che  osservasi  per  rispetto  a 
parecchi  de'  dialetti  fratelli  suoi;  e  che  il 
mio  servitur  di  piazza  parlava  il  romano 
ralllnalo".  Qui  termina  la  Ltttera  dello 
studioso  de'dialetli  italiani,  colks  nota.»  11 
linguaggio  delle  persone  educate  in  Ro- 
ma,il  quale  è  infinitamente  diverso  dal  vol- 
gare vernacolo,  si  può  considerare  come 
italiano  di  sofisti,  il  concorso  delle  genti 
in  quella  cillà  da  tutte  le  parli  dell'Italia, 
vi  ha  resa  più  che  mai  necessaria  una 


VEN 

lìngua  (Utlicn;  e  questa  lingua  aulica  ha 
pre<io  iialuralmenle  una  forle  tintura  di 
latino,  eh'  è  la  lingua  della  Chiesa  e  delle 
cancellerie".  Ma  soggiunge  il  compilato- 
re ùfiW Effeineridi.  »  E  qui  pine  s'ingan- 
na il  nostro  autore,  a  parer  mio.  11  dia- 
letto romano  e  di  tutto  quel  tratto  di  [)ae- 
se  che  si  stende  tra  Roma  e  Napoli  abbon- 
do più  che  allro  italiano  dialetto  di  veri 
latinismi  particolarissimi,  mentre  quella 
lingua  aulica  intanfo  può  forse  aver  qual- 
che influenia  nella  favella  delli  così  detti 
primo  e  mezzo  ceto  della  capitale,  ma  uiu- 
na  o  quasi  ninna  in  quella  del' popolo  ,  e 
nessunissima  ne'parlaride'contadini  mas- 
sioie  i  più  lontani  da  Roma.  Eppure  que- 
gli scolpiti  latinismi  si  trovano  appunto 
nel  parlare  di  questi  ultimi,  e  così  stret- 
tamente tali,  che  dicono,  per  citarne  al- 
cuni fra'molti,  loco  ed  eco  (Ulne  e  Ime) 
per  qui  e  costì:  tricarc  (iricari)  per  star 
a  cìiiacihicrare.  Quel  carpa  poi  è  verbo 
comune  in  Italia,  e  viene  da  carpire  evin- 
cile carpare,  e  quindi  dal  Xaùnocarpere. 
Carpir  sul  fasto,  è  detto  elegante  tosca- 
no per  coglier  sul  fatto:  e  scarpare  è  un 
verbo  comunissimo  in  Lombardia.  Co- 
sicché la  domanda  di  cpiel  servitore  di  piaz- 
za, ((uantunque  non  fosse  parlala  alla  ro- 
manesca, e  certamente  neppiu-e  in  lingua 
aulica  di  Roma,  fu  pure  ciò  nonostante 
italianissimamente  detta,  e  tanto  italia- 
namente, che  in  alcune  città  è  espressio- 
ne conjunissima  e  regolare  affatto". 

y.  De'  nobili  e  de' patrizi  di  Venezia. 
Originaria,  antichissima  e  gloriosa  per 
innumerevoli  fasti  è  la  Nobiltà  e  l' illu- 
stre OYiWne >\e  Patrizi ù\  Venezia.  In  tem- 
po della  possente  repubblica  veneziana 
ambirono  di  essere  ascritti  nel  libro  tl'o- 
ro  del  patriziato  e  della  medesima  nobil- 
tà, di  versi  sovrani,  ed  un  grandissimo  nu- 
mero di  famiglie  principesche  e  signorili 
d'Italia  e  oltreroonte.  Quesio  articolo,  e 
quelli  in  cui  culla  storia  ne  riportai  le 
prove,  ne  sono  irrefragabili  testimoni.  Im- 
perocché da  loro  uscirono  que'Sommi 
Ponlefìci  e  Cardinali  di  s.  Chiesa,  che  più 
VOL.  xci. 


YEN  3ST 

innanzi  ricorderò;  i  dogi  di  Venezia,  un 
gran  numero  di  patriarchi,  vescovi  e  al- 
tri dignitari  ecclesiastici  ;  ammiragli,  ge- 
nerali, procuratori  di  s.  Marco,  primari 
magistrali,  ambasciatori,  e  infìnitiillustri 
e  benemeriti  della  patria  per  dottrina,  va- 
lorose iro[)rese,allosennoemolleplici  vir- 
ili.Non  pochi  rami  de'patrizi  veneti  si  tra- 
piantaronoin  diverse  parti  d'Italia  ed'Eu- 
ropa,  ove fiorironoe  fioriscono.  Dice  l'an- 
notatore del  Buller,  Fite  de  Padri,  de' 
Martiri  e  degli  altri  principali  Santi  (a- 
veudolo  ricavato  àd\\' Arte  di  verificar  le 
date.  Cronologia  storica  de'  Dogi  di  Ve- 
nezia, 1. 1  7,  par.  2,  p.  537,  la  quale  opera 
per  la  i.'  volta  pubblicata  in  italiano  a 
Venezia  dal  tipografo  Giuseppe  Gatlei, 
contiene  nel  t.  4j  P-  '3  i  della  Continua- 
zione, il  proseguimento  e  fine  della  Cro- 
nologia medesima,  e  tutta  terrò  presen- 
te nel  §  XIX,  n.  4  «  seg.),  nelle  due  edi- 
zioni venete  di  questi  stessi  tipi,  nella  vi- 
ta di  s.  Lorenzo  Giustiniani  (per  conti- 
nuare la  cui  famiglia,  come  dirò  nel  § 
XVIII,  u.  iSeallrove,  il  Papa  Alessan- 
dro 111,  con  raro  eseuìpio,  dispensò  da' 
voli  monastici  e  dal  sacerdozio  il  b.  Nico- 
lò Giustiniani,  per  sposare  Anna  figlia  del 
doge  Vitale  li  Michiel,e  dalla  discenden- 
za del  figlio  Bernardo  nacque  s.  Lorenzo), 
patrizio  veneto  e  i.°  patriarca  di  sua  ce- 
lebratissìma  patria.  »  La  nobiltà  di  Ve- 
nezia si  divide  in  4  classi.  La  i.'  è  com- 
posta dalle  famiglie  elettorali,  che  discen- 
dono da' XII  tribuni  da'quali  fu  eletto  il 
i."  doge  nel  709  (non  posso  convenire  a 
questa  data,  perchè  devesi  anticipare  al 
697,  couìe  dirò  nel  §  XIX  nel  riportare 
la  serie  e  le  biografìe  de'  CXX  dogi  di 
Venezia).  Questi  sono  i  Contarini,  i  Mo- 
rosiui,  i  Gradenighi,  i  Badoari  (ne'quali, 
come  superiormente  notai,  si  trasfusero 
gli  antichi  e  celebri  Partecipazio),  i  Tie- 
poli,  i  Michieli,  i  Simudi,  i  Memmi,  i  Fa- 
lieri,  i  Dandolo,  i  Bollani  o  Folani,  i  Ba- 
rozzi.  Ci  ha  4  all>"e  famiglie  che  sono  qua- 
si antiche  al  paro  di  queste,  e  che  soscris- 
scio  cuu  esse  la  fondazione  della   graa 

25 


386  V  E  N 

chiesa  di  s.  Giorgio  Maggiore  l'anno  800 
(o  più  iHitli  come  vuole  il  Cornei )  di  Ge- 
sù Cristo,  cioè  i  Giusliniaiii,  i  Comari,  i 
Bragadini,  i  lìenibi.  La  2."  classe  è  com- 
posla  di  fjuelli,  il  nome  de'qviaii  è  regi- 
stratosul  Libjod' Oro,one\  registro  della 
nobiltà  formalo  da  Pietro  Gradenigo  (fra' 
3  dogi  di  sua  famiglia  veramente  è  il  1 .°), 
che  stabilì  l'aristocrazia  nel  I2q6  (l'ulti- 
mo di  febbraio  nel  maggior  consiglio,  in 
cui  si  escluse  alliuio  il  popolo  da  ogni  in- 
fluenza negli  alfari.  Arditamente  e  intre- 
pido, il  doge  avendo  stabilito  d'escludere 
del  tulio  il  comune  dui  governo,  propo- 
se che  lutti  quelli  ,  ì  quali  in  quel  di 
nel  maggior  consiglio  trova vansi,  essi  e  i 
discendenti  loro  l'avrebbero  C(jmposlo  in 
perpetuo,  dando  così  alle  famiglie  loro 
un  diritto  esclusivo  ed  ereditario  d' ap- 
partenervi. La  proposta  fu  approvata. 
Gli  altri  nobili  in  quella  guisa  strana- 
mente esclusi  dal  maggior  consiglio,  die- 
lono  altissimo  segno  di  rammarico,  ed  i 
popolari  inconsolabili  si  querelarono  a- 
perlatuenle.  Uno  di  essi,  ardentissimo  re- 
pubblicano ,  feroce  di  sostenere  i  diritti 
del  popolo,  e  considerando  G  rodenigo  un 
tiranno  vero,  e  tiranni  lutti  i  componen- 
ti il  maggior  consiglio,  giurò  con  altri  di 
distruggere  gli  oppressori  della  libertà 
pubblica,  e  di  trucidare  tutto  il  maggior 
consiglio  e  il  doge,  senza  misericordia.  IMa 
egli  nel  dì  seguente  perde  la  vita  per 
mano  del  carnefice,  e  frodato  il  popolo 
restò  salva  1'  aristocrazia.  Così  la  repub- 
blica di  Venezia,  pel  coraggio  e  finezza  di 
Gradenigo,  a  un  tratto  da  democratica, 
divenne  aristocratica,  e  tale  si  conservò 
sino  al  suo  termine).  Melleansi  nella  3. 
classe  quelli  che  da  qualche  tempo  ave- 
vano comperato  il  titolo  di  nobiltà  col- 
lo sborso  di  1 00,000  ducali,  ed  erano  80 
famiglie.  Si  contano  nella  4-''q"'^ll'  che 
furono  aggregati  a!  senato  di  Venezia, 
come  i  Eenlivogli  ec."  Il  maggior  consi- 
glio era  nato  nell'anno  1  172,  come  me- 
glio dirò  alla  fine  del  dogado  38.°  nel  § 
XlXj  dopo  l'uccisione  del   doge   Vita- 


V  E  N 


I 


le  11  Michiel,  per  ampliare  e  maggior- 
nìenle  perfezionaie  l'aristocrazia,  e  sce- 
mare così  il  potere  del  popolo,  il  quale 
pel  diritto  di  suffragio  che  ila  va  nell'as- 
semblea, avca  parte  in  tutti  i  uiagistrati, 
ed  eguale  interamente  a'nobili,  e  di  que- 
sti era  più  numeroso,  per  cui  li  superava 
sempre  nel  numero  de'  voli.  Dal  mag- 
gior consiglio  aimualmcnle  traevansi  60 
mendjri  destinati  a  comporre  il  senato, 
ove  si  doveano  trattar  gli  affari  dello 
stato. S'istituirono  pure  alcimi  consiglieri^ 
senza  il  cui  consenso  non  poteva  il  doge 
far  cosa  alcuna;  ed  inoltre  furono  stabi- 
liti alcuni  elettori  destinati  a  scegliere  in- 
vece del  popolo  il  doge.  In  questa  guisa 
la  popolare  licenza  ,  e  il  dispotismo  de* 
dogi,  ch'era  sialo  fin  allora  poco  diverso 
da  quello  de'sovrani  assoluti,  si  freni)  ac- 
corlamenle.  Atteslano  alcuni  storici  e  cro- 
nisti veneziani,  che  nel  1172  fosse  creato 
un  consiglio  di  4oo  in  5oo  nobili,  a'qua- 
11  in  corpo  adunali  si  conferì  la  suprema 
distributiva  e  deliberativa  podestà.  Non 
lutti  gli  scrittori  sono  concordi  sopra  tal 
numero,  leggendosi  presso  alcuni  quello 
di  4'>o>  plesso  altri  di  470,  ovvero  480, 
ma  il  numero  era  aniuiaimente  vario, 
ora  maggiore  ed  ora  minore,  né  mai  tro- 
vasi invariabile;  ciocché  niente  toglie  al- 
l'essenza dell'istituito  consesso  aristocra- 
tico. A  rassodare  questa  istiluzione,  che 
dava  più  consistente  e  perfetta  forma  al 
governo,  valsero  molle  leggi,  elie  furono 
a  questo  consiglio  decreiate.  La  princi- 
pale fu  che  la  durazioue  de' nobili  eletti 
non  si  estendesse  oltre  il  corso  d'  un  an- 
no, ma  che  nel  giorno  precedente  all' ul- 
timo di  sellendire  dovesse  rinnovarsi  il 
consiglio.  Non  era  viel.ito  però,  che  mol- 
li nobili  d'un  anno  si  confermassero  nel 
seguente,  né  leggesi  che  fosse  prescritto 
intervallo  di  giacenza  Ira  la  scella  di  uno 
e  la  sua  rielezione,  ciò  clie  in  veneziana 
favella  chiamavasi  contununiadi ufficio^ 
A'  4  poi  di  dicenìbre  di  ciascun  anno,  il 
doge  in  persona,  o  in  assenza  il  decano 
de'  consiglieri ,  traeva  pubhlicaxucnie  a 


VEN 
«oiie  i  nomi  tli  3o  giovani  nobili,  in  el"i 
di  2  I  anno,  oflìncliè  polessei'o  prima  del- 
l'eia stabilita  dalle  leggi,  cb'era  quella  di 
25  anni  compiti,  concili  rc'ie  col  loro  vo- 
to nel  gran  consiglio  all'elezione  de'ma- 
gistrali  e  degl'impieghi  pnbblici.  Veniva 
(jueslo  eseguito  con  palle,  altre  irianche 
ed  altre  gialle,  cli'erano  cliiatnale /Jc/Z^t? 
d'oro.  Quei,  di  cui  uscivano  i  nomi  ad  un 
tempo  con  una  delle  palle  gialle,  si  dice- 
vano in  Venezia,  eleni  a  balla  d'oro.  Di 
tulio  il  discorso  meglio  è  vedeisi  il  §  XIX, 
e  parlicolarmenle  il  dogado  49°  Del- 
le Case  T'ecchie  o  famiglie  patrizie  de- 
rivanti da'  tempi  Tribunizii,  delle  Cme 
NuoK'e  o  famiglie  patrizie  che  ciò  non 
potevano  vantare,  comechè  annoverale 
ul  patriziato  dopo  rSoo,  discorro  nel  do- 
gado 74-";  mentre  nel  dogado  6o."  par- 
lo delle  3o  famiglie  ammesse  al  patri- 
ziato e  al  maggior  consiglio  dopo  la  fa- 
mosa guerra  di  Chioggia.  Nel  dogado  di 
Francesco  Erizzo  del  i  63  i ,  venne  mode- 
rato I'  uso  della  veste  senatoria  con  ma- 
niche larghe,  e  restò  prescritto  che  non 
potessero  indossarla  se  non  que'patrizi  i 
quali  trovavan^i  in  alto  ed  in  esercizio  di 
cariche  senatorie,  i  pi ocuratori  di  s.  Mar- 
co, i  fratelli  e  figli  del  doge  maggiori  di 
età,  ed  il  cancelliere  grande  della  repub- 
blica; mentre  i  patrizi  usciti  dalle  slesse 
cariche  dovevano  svestirla,  e  si  accorda- 
va a  quelli  decorati  col  titolo  di  cavalie- 
re l'orlo  d'oro  alla  stola,  dorali  gli  or- 
namenti della  cintura  ,  e  sotto  le  vesti 
l'abito  di  colore  rosso.  De!l'accade«nia  de' 
Nobili,  non  più  esistente,  parlai  nei  §  XV, 
n.  2.  Narrai  nella  biografia  del  veneto 
cardinal  Luigi  Priuli ,  morto  nel  1720, 
che  con  suo  benefico  teslamenlo  dispose 
di  sua  eredità  a  favore  della  nobile  "io- 

o 

venlù  veneziana,  da  mantenersi  agli  studi 
nel  collegioClementino  de'somaschi  diPio- 
ma;  e  per  quanto  ivi  dissi,  sono  superstiti 
due  soli  pcsli  gratuiti,  a'quali  si  nomina- 
no de'  nobili  decaduti  nelle  proprie  so- 
stanze.L'imperatore  Francesco  I  nel  1 8  1 5 
otdiuò  la  revisione  de'lUoli  di  nobiltà,  di 


V  E  N  387 

cui  andarono  insigniti  in  buon  numero 
gii  abitanti  delle  Provincie  venete, dichia- 
rando ili  voler  conservare  l'antica  e  la 
nuova  nobdlà,  cioè  quella  procedente  da 
prerogative  avite,  e  quella  derivante  da 
concessioni  dell'estinto  governo  Italico, 
associandQla  e  paragonandola  alla  nobil- 
tà sparsa  nella  vasta  monarchia  austria- 
ca. Allesovrane  conFertne  successivamen- 
te emanate  a  favore  delle  singole  fami- 
glie, precedette  il  riconoscimento  del  di- 
ritto goduto  da'cessali  consigli  delle  città 
di  Terraferma,  di  nobilitare  le  famiglie 
degl'individui  ammessi  a' consigli  mede- 
simi; e  tennero  dietro  le  discipline  pre- 
scritte contro  quelli  che  si  arrogano  pre- 
rogative nobilitatrici  o  titoli  de'quali  noa 
sono  in  possesso.  Alla  nobiltà  fu  conces- 
so d'impetrar  nuove  onorificenze,  e  rap- 
porto a'titoli  de'cpiali  già  trovaronsi  in- 
signite le  famiglie  nobili  e  non  nobili,  fu- 
rono dal  meilesimo  imperatore,  previo  e- 
same  fatto  dalle  autorità  con)petenti  de' 
documenti  di  concessione  e  delle  prove 
di  discendenza,  confermati  quelli  che  ri- 
sultarono conferiti  da' predecessori  del- 
l'iniperalore  medesimo;  attribuendo  la 
qualificazione  di  conti,  baroni  o  cavalie- 
ri dell'Impero  Austriaco  a  quelli  del  fu 
Sagro  Romano  Impero,  e  riconosciuti 
([uelli.che  procetlono  da  concessioni  di 
sovrani  esteri,  colla  dichiarazione:  Che 
abbiano  da  valere  quanto  valevano  sotto 
i  passati  governi;  e  che  da  tale  ricono- 
scimento non  derivi  agl'insigniti alcun  ti- 
tolo a  gradi  di  nobiltà  od  altre  preroga- 
tive alle  quali  altrimenti  non  avessero 
diritto.  Regolati  in  tal  modo  gli  oggetti 
araldici,  ed  avendo  oramai  quasi  tulle  le 
funiglie  ottenuto  dalla  grazia  sovrana 
r  implorata  conferma  o  riconoscimento, 
fu  pubblicalo  neli83o  in  Venezia  dalla 
tipografia  Alvisopoli  :  Repertorio  genea- 
logico delle  famiglie  confermale  nobili 
e  dt  titolati  nobili  esistenti  nelle provin- 
eie  venete,  contenente  anche  le  notizie  sto- 
riche sulla  loro  origine  e  sulla  dcrii'n- 
tione  de  titoli,  colla  indicazione  delle 


388  VEN 

dignitìì,  ordini  cavallereschi  e.  cariche  fli 
cui  sono  investili  gl'individui  delle  stes- 
se,  coni  pila  lo  da  Francesco  SchrlJder  se- 
gretario di  governo.  ì)t^\\  niiliclii  nobi- 
li e  paliizi  vendi   hallauo:  Frescot,  Li 
jjregidella  nobiltà  veneta,  Venezia  i  682 
per  Andrea  l'olelli.  Il  conventuale  p.  Ma- 
rio Vincenzo  Coronelli  cosmografo  ilella 
repubblica  pubblicò  un  libro  inlilolato: 
uérinie  Blasoni  de'  patrizi  veneti.  Si  ha 
una  raccolta  eli    Orazioni  di  veneziani 
patrizi,  Venezia  1  793.  Foscarini  oit  le 
Pa  tricien  deFenise,  Pa  ri  s  1 8  2  6.  Ne  1 1 8  4  J 
co'tipi  Cecchini  e  Naralovicli  fu  impresso 
in  Venezia  il  libro  intitolalo:  I  versi  lati- 
ni di  Giovanni  del  V  irgilio  e  di  Dante 
ylllighieri,  recati  in  versi  italiani  col  te- 
filo  a  fronte  e  con  note  da  Filippo  Scola- 
ri dottore  in  leg^e,  cavaliere  pontifìcio 
di  s.  Gregorio  Magno,  direttore  d'uffi- 
cio superiore  della  regia.  Dogana  prin- 
cipale di  s.  Giorgio  e  della  Salute  in  l^e 
iiezia ,  membro  di  molte  accademie  di 
scienze,  lettere  ed  arti  nazionali,  ed  este- 
re. Neil'  Appendice  trovasi  la  Disserta- 
zione dell'  evidente  e  certa  falsità  della 
lettera  3o  marzo  1  5  1 4  contro  l'origina- 
ria nobiltà  e  i  costumi  del  J^eneto  Pa- 
irizialo  in  (pianto  si  voglia  attribuire  es- 
sa lettera  a  Dante  Jlligliieri.  Ha  questa 
dedica:  Alle  sempre  fiorenti  -  ed  inimor- 
tali  glorie  -  del  Veneto  Patriziato  -  que- 
sta critica  esercitazione  -  dedica   devota- 
mente l'autore.  Comincia  col  dire:  Che 
la  lettera  pubblicata  d'Anton  Francesco 
Doni  nel  1547,  come  scritta  da  Dante  Al- 
Jighieri  a  Guido  Novello  da  Polenta  ,  sia 
■veramente  di  Dante,  fu  già  contraddetto 
per  assoluto  dal  Foscarini^  dall'Agostini, 
dal  Gozzi,  dal  Pelli,  dal  Biscioni,  dal  Fa- 
hroni,  dal  Tirabosclji  e  dal  Tentori;  e 
tuttavia    sulla  supposta  autenticità    ha 
sortito  un  nuovo  rispettabilissimo  e  dot- 
tissimo difensore  nel  eh.  consigliere  Giu- 
seppe Dernardoni  di  Milano,  il  quale  a- 
\rebbe  anche  tolto  ogni  dubbio,  se  una 
causa  non  vera  per  se  medesima  fosse  per 
poter  mai  cambiar  di  ualuru  la  mercè  di 


V  E  N 


I 


assai  ingegnosa,  elegiinle  e  dotta  difi-sa. 
Dichiara  quindi  il  cav.  Scolari,  dì  coglie- 
re pertanto  ben  volonlieri  una  rauuuiir- 
devole  opportunità  per  far  prova  di  per- 
suadere, che  la  polemica,  la  quale  giova 
del  tutto  agi'  interessi  del  vero  ,   può   e 
dev'essere  esercitata  onoratamente,  sen- 
za u)ancar  di  rispetto  a  veruno,  e  senza 
punto  compromettere  la  dignità  degli  stu- 
di. Così  procedono  i  veri  sapienti,  cui  so- 
no indivisibili  la  discrezione,  l'urbaiiilà  e 
la  civiltà.  Indetta  lettera  adunque.  Dan- 
te avrebbe  scritto  a'3o  marzo  i3i4  da 
Veneziaalcoiile  Guido  signore  di  Raven- 
na; Ch'egli  era  andato  per  lui  a  Venezia 
a  fine  di  rallegrarsi  della  nuova  elezione 
del  dogej  che,  mentre  egli  aveva  comin- 
ciato a  parlare  al  senato  colla  facondia 
romana  in  bocca,  gli  fu  invece  mand.ilo 
a  dire  ,  che  si  trovasse  un  intei prete  ,  o 
che  mutasse  favella;  che  i  nobili  venezia- 
ni lì  avea  conosciuti  per  uomini  distrut- 
tori delle  leggi  antiche,  autori  di  corrut- 
tele, oppressori  del  popolo,  ed  ignoranti; 
che  infine  erano  es>i  provenienti  od  Dal' 
mali  e  da'  Greci,  venuti  in  Italia  a   por- 
tarvi pessimi  e  vituperosissimi   costumi, 
col  fango  d'ogni  sfrenata  lascivia;  ond'e- 
gli  non  voleva  assolutamente  servirlo  più 
in  simili  incarichi  presso   siffatta   gente. 
Qui  comincia  il  cav.  Scolari  a  tessere  la 
sua  robusta  ed  eruditissima   dissertazio- 
ne, per  difendere  le  ragioni   apertissime 
della  critica,qUelle  del  suo  predileltoDan  - 
le,  che  già  da  3o  anni  aoiuiirava  con  quo- 
tidiani studi  e  illustrava  con    pubblica- 
zioni degne  di  quell'incomparabile  genio 
italiano,  e  l'onore  degli  antichi  veneti;  con 
riprodurre  il  testo  della  pretesa  lettera,  e 
con  ordinati  argomenti,  cheatiteriorineo- 
te  altri  usarono  per  «mentirla,  seguiti   da 
quelli  che  vi  aggiunse  per  non  lasciar  co- 
sa che  possa  più  [)ermettere  una  menzo- 
gna si   madornale  e  sì  sconcia  ;  rispetto 
all'  essere  la  sedicente  scrittura  di  Dante, 
inventata  ad  insulto  di  lui  e  della  nobiltà 
di  Venezia,  sua  amata  patria.  Se   lo  leggo 
trioufauledi  àovrabbouduQli  critici  e  vii- 


VE  N 

toiiosi  ar{»omenli,  nell'annienfare  la  fiii- 
faliica  e  nello  scuopriie  l'invenzione  del 
bizzarro  e  impiuleiite  Doni,  per  vemlicai*- 
sì  tli  Venezia,  ove  ivi  pure  i^li  anteceilen- 
li  (li  sua  vita  gl'iinpcilirono  assicurarsi 
quello  stato  a  cui  aspirava,  non  posso  ten- 
tare di  seguirlo  neppure  con  lievi  cenni 
die  sncrverel)liero  il  pregio  dell'  opera  e 
(li  COSI  magistrale  confutazione  di  tanta 
aperta  e  manifesta  calunnia  contro  la  no- 
biltà veneta  e  che  la  slessa  Venezia  vi- 
tu|)erii.  Ora  si  sta  aspettando  la  promes- 
sa pubblicazione  di  Benedetto  Vollo, 
Le  principali  famiglie  nohili  di  Vene- 
zia, ivi  iSSy,  tipografia  editrice  di  San- 
to Martinengo.  Venezia  aristocratica  per 
eccellenza,  non  è  del  tutto  estraneo  che 
io(|ui  ricordi  i  magnifici  articoli  della  Ci- 
viltà Catlolica  u\l\to\al\:  I due  Foscari, 
Memorie  sloriche  critiche  di  Francesco 
Bcrlan  i'eneziano,  Torino  i852,  rivista 
riportata  nella  serie  2.^,  t.  5,  p.  4^^» 
della  (juale  ragionerò  nel  commovente 
dogado  65.°  li  quelli  per  La  Nobiltà  re- 
divida,  pubblicali  nella  serie  3.",  t.  i  o, 
p.  538,  t.  1 1,  p.  27  I. 

8.  Illustri  Veneziani.  Si  può  dire,  che 
Venezia  non  vanti  un  gran  numero,  ma 
un  popolo  d' illustri  per  eroiche  azioni, 
per  valore,  ingegno,  dottrina  e  arte  cele- 
bratissiiui;  lungo  assai  sarebbe  il  solo  e- 
numerarli,  avendo  fiorito  per  santità  di 
vita,  dignità  ecclesiastiche,  guerresche  e 
coiif|uistatrici  imprese,  per  alto  senno  nel- 
le magistrature  nel  reggerei'  amj/io  do- 
minio e  nel  sostenere  la  dignità,  la  poten- 
za ,  il  decoro  della  gloriosa  repubblica  ; 
non  che  nelle  scienze,  nelle  lettere,  nel 
commercio  fioreulissimo  e  opulento,  e  nel- 
l'arti del  disegno,  massime  nell'archilet- 
tura  e  maggiormente  nella  pittura.  Di 
tali  generi  d'illustri,  almeno  de'principa- 
li,  già  finora  non  poco  ne  ho  ragionato, 
ed  altrettanto  vado  a  fare  nel  progresso 
dell'articolo,  anco  del  gentil  sesso,  in  che 
pure  non  mancò  il  vanto  a  Venezia, come 
più  sopra  accennai,  e  poi  dirò  di  altre  il- 
lustri; mentre  de'Santi  e  Beati,  de'l^api  e 


V  E^  38<) 

Cardinali  scrissi  speciali  biografie,  e  d'un 
numero  grandissimo  tenni  propositoa'lo- 
ro  luoghi.  Tuttavolta  (jui  nenomineròal- 
cuni,  nel  resto  e  per  tutti  suppliranno  gli 
scrittori  biografici  che  andrò  raininen- 
tfiiido.  Primecmiano  fra'servi  di  Dio  eie- 
vati  al  cullo  e  agli  onori  degli  altari,  s. 
Gerardo  Sagrcdo  vescovo  e  protomar- 
tire dell'Ungheria,  s.  Pietro  Orseolo  do- 
ge, s.  Lorenzo  Giustiniani  i.  patriarca 
di  Venezia,  b.  Pietro  Acotanto,  s.  Giro- 
lamo Emiliani  fondatore  de'  somaschi 
chierici  regolari.  Si  ponno  vedere:  Fla- 
minio Corner  ,  Ecclesiae  P'enetae  anti- 
f/in's  momiincntis:  Miscellanea  ad.  Eccle- 
sia s  Venetas  et  Torce  liana s:  Hagìolo- 
giani  Ttalicnm,  col  quale  aggiunse  piìi 
d'8oo  vite  al  Catalogus  Sanctorum  epa 
in  iMartyrologium  non  sunt,  del  servita 
fr.  Filippo  Ferrari.  L'  Hagiologiwn  era 
slato  preceduto  dalla  dissertazione:  Quo- 
modo  ordinanda  sintVeneliìs  officiaSan- 
cforunn'eleris  Testamenti.  L'anonimo, 
l'ite  e  memorie  de' Santi  spettanti  alle 
chiese  della  diocesi  di  Venezia, ì^\  1  7()  i , 
t.  '/.Quaranta  immagini  de' Santi  e  Bea- 
ti {'iniziani  più  noti,  pubblicate  da  Da- 
niele Contarmi,  ed  illustrale  dal  vini- 
zi  ano  sacerdote  Giammaria.  Dezan,  Ve- 
nezia! 832.  Magnanimi  sederono  in  V^a- 
ticano  i  So(nrai  Pontefici  Gregorio  XH 
Coi  vni'o, Eugenio  //^Condulmiero,  Pao- 
lo li  Barbo,  Alessandro  V f II  OHobo- 
ni,  Clemente  A/// Rezzonico  :  il  gran 
Pontefice  Gregorio  XV [  Cappellari  di 
Belluno  per  la  lunga  monastica  dimora 
fatta  nell'isola  di  s.  iVlichetedi  Murano, 
come  dirò  nel  §  XVllI,  n.19,  chiamava 
Venezia  seconda  sua  patria,  anche  con 
alti  pubblici  ,  e  se  ne  pregiava  afFeltuo- 
samente,  celebranilone  legloriecon  quel- 
l'eloquenza e  tenace  memoria  che  lo  di- 
stinsero. Come  per  ordine  cronologico  ri- 
cordai i  Papi  veneziani,  secondo  l'  epoc;» 
dell'esaltazione  registrerò  i  cardinali  che 
sì  conoscono  con  certezza,  mentre  alle  lo- 
ro biografie  riportai  le  notìzie  di  que've- 
neli  della  Venezia  terrestreelerati  al  car- 


Jgo 


V  E  N 


ilirialato,  anleiìori  a' seguenti  della  Ve- 
nezia marittima.  Lodovico  Donalo  del 
1879  e  fu  ili,°  Nel  secolo  XV  :  Angelo 
Coi  raro  poi  Gregorio  XII  i)eli4o6.  An- 
tonio Corraro.  Angelo  Bnrbadigo.  Ga- 
briele Conduliiiif.ro  poi  Eugenio  IV  nel 
i43i.  Pietro  Morosini.  Francesco  Lan- 
tlo.  Pietro  Barbo  poi  l*aolo  II  nel  1464. 
Francesco  Condulinieri.  Marco  Barbo. 
Kaltista  Zeno.  Giovanni  Micheli,  Pietro 
Foscari.  IMafi'eo  Gerardi.  Ernjolao  Bar- 
baro. Domenico  Griinani.  Marco  Cor- 
iiaro.  Nel  secolo  XVI:  FietroCVe/vj. Fran- 
cesco Argentino,  Francesco  Pisani.  Pie- 
tro Qidrini,  Marino  G rimani.  France- 
sco Cornaro  seniore.  Gaspare  Contari- 
ni  e  scrittore.  Pietro  Bembo  e  scrittore. 
Andrea  Cornaro  o  Corner.  Luigi  Cor- 
naro o  Corner.  Marc'Antonio  Amulio,  o 
da  Mida  come  dico  nel  ri  parlarne  nel  tloga- 
do  83."  Bernardo  Nai'agero.LiÙQÌ  Pisani. 
G.FìaucescoConimcndon€.ZiìCciiv\a  Del- 
fino. Agostino  Falerio  o  Faliere  scrit- 
tore. Federico  Cornaro  il  seniore.  Gio. 
Francesco  Morosini.  Lorenzo  Priuli. 
Francesco  Cornaro  giuniore.  Nel  secolo 
XVII:  Giovanni  Delfino  seniore.  Fran- 
cesco Vendraniino.  Matteo  Priuli.  Pie- 
tro Valerio  o  Falier.  Federico  Corna- 
ro giuniore.  Marc'Antonio  Bragadino. 
Cristoforo  Fid/nan.  Pietro  Otloboni  se- 
niore poi  Alessandro  Vili  nel  1689.  Dea- 
Io  Gregorio  Barbarigo.  Giovanni  Del- 
fino giuniore.  Pietro  Basadonna.  Mar- 
c'Antonio Francesco  Barbarigo.  Pietro 
0//o/;o«7' giuniore.  Gio.  Battista  Rubini. 
GioigioComrt/'O.  Vincenzo Grwi^u/.  Da- 
niele Maico  Delfino.  Nel  secolo  XVllI  : 
Gio.  Alberto  Badoario.  Pietro  Priuli. 
Luigi  Frinii.  Gio.  Francesco  Barbari- 
go. Angelo  Maria  (^f^/zm/e scrittore.  Car- 
lo Rezzonico  seniore  poi  Clemente  XIII 
nel  1758.  Daniele  Delfino.  Carlo  Rezzo 
nico  giuniore.  Antonio  Marino  Priuli. 
Sanie  Feronesc.  Gio.  Battista  Rezzoni- 
co. hoi}ov\co  Flangiiu.  Sono  in  tutti  65 
cardinali.  Oltre  a  questi  vi  sarebbero  gli 
ascritti  alla  nobiltà  veneziana,  ed  uno  de- 


VEN 

gli  ultimi  fu  Pier  Antonio  Zorzi.  Abbia-^ 
nio  del  cardinal  Angelo  ftL"Quirini,  Tia- 
ra et  Purpura  Veneta  ab  anno  i  879  ad 
annnnii'jSg,  Serenissiniae  Rcipiiblicae 
Venetae  a  civitate  Brixia  dicala,  Bri- 
xiae  excudebat  JoaniiesM  .''Uizzardi  1761. 
Gio.  Girolamo  Gradenigo  arcivescovo  di 
Udine,  Tiara  et  Purpura  Veneta,  Bri- 
xiae  1 76 1 .  Il  ca  v.  £Àco^n?i,lnscrizìoniT''e- 
neziane,  t.  5,  p.  672,  illustrando  1'  iscri- 
zione del  cardinal  Lodovico  Donato  ve- 
neziano, la  quale  dice,  Prirnus  Cardi- 
nali^ Fcnetns  assumptus  ex  hoc  con-- 
venia,  giustamente  osserva.  Queste  pa- 
role non  debbousi  già  interpretare  come 
se  il  Donato  o  Dona  fosse  stalo  il  i.°  car- 
dinale assunto  dall'ordine  Francescano 
(V.J,  giacché  ve  ne  furono  degli  anterio- 
ri; ma  bens'i,  perchè  è  comune  opinione 
fra  gli  scrittori,  che  Lodovico  Donato  sia 
stato  ili.°  Cardinale  Veneziano,  e  come 
tale  di  sopra  io  lo  registrai.  Avendo  sem- 
bralo ad  alcuni  che  troppo  tardi  si  fosse 
cominciato  a  dare  quest'onore  ad  indivi- 
dui d'una  repubblica  s\  benemerita  della 
s.  Sede,  s'ingegnarono  di  trovare  de' ve- 
neziani che  ben  prima  del  Donato  furo- 
no fatti  cardinali,  e  dissero  che  il  Donato 
fu  il  I ."  bensì,  ma  \\prinio  fallo  ad  istan- 
za della  repubblica.  Vari  in  efìetto  ne 
vengono  ricordati  come  anteriori  al  Do- 
nato, e  mg."^  Gaspare  Negri  vescovo  assai 
dotto  di  Parenzo,  nelle  sue  inedite  Me- 
morie de'  Cardinali  J'eneziani ,  scritte 
dopo  <|uanto  ne  scrissero  il  Quirini  ,  il 
Gradenigo,  il  Cornaro  nel  codice  presso 
lo  slesso  Cicogna,  ne  parla  diffusamente, 
concludendo  che  il  i.°  cardinale  venezia- 
no su  cui  non  cadde  dubbio  è  il  Donato, 
Inoltre  osserva  essere  curioso,  che  essen- 
dosi sino  dal  1878  proposto  in  senato  di 
ricercare  al  Papa  perchè  alcuno  de' pre- 
lati veneziani  fosse  all'evenienza  del  caso 
promosso  al  cardinalato,  fu  contraddetta, 
e  mandala  alla  votazione  nel  luglio  di  det- 
to anno  fu  deciso  di  00,  35  avendo  vola- 
to pel  sj,  46  pel  no,  non  sincere  12.  Ri- 
flette mg/  Negri,  che  ciò  avvenne  di  cer- 


YEN 

to,  noci  pcicliè  poca  slima  facesse  la  ve- 
jì(il)l>lica  d'un  grado  cosi  eminenle,  ma 
solo  perchè  non  credeva  essa  che  fosse 
cosa  vantaggiosa  allo  slato  l'aver  de'pre- 
lati,  che  riconoscer  dovessero  ogni  loro 
avanzamento  da  un  principe  forestiero 
qnantunque  ecclesiastico.  Vari  decreti  sul 
proposito  del  cardinalato  Irovansi  di  Bar- 
tolomeo Zaujberli  fra' codici  della  Mar- 
ciana. Già  notai  nel  n.  5  di  questo  §,  che 
la  repubblica  soltanto  agli  ambasciatori 
presso  la  s.  Seile  permetteva  di  ricevere 
dui  Papa  onoridcenze  equestri,  ma  per 
la  domanda  d'un  cardinale  a  Uibano  VI, 
che  poi  nel  seguente  sellembre  dello  stes- 
so anno,  a'  1 8  o  a'28  creò  cardinale  il  Do- 
nato, dirò  una  mia  opinione.  Crealo  Pa- 
pa Lrhaiio  ^/agli  8  aprile  1  SyS,  insorse 
a'20  settembre  l'antipapa  Clemente  Vl[ 
eletto  da'cardiiiali  ribelli,  i  (piali  sino  dal 
declinar  di  giugno  pel  precedente  malcon- 
tento eransi  ritirali  in  Anagni.  Forse  il 
sagacissimu  senato  previde  lo  scisma  che 
slava  per  isco[)piare,  e  cambiò  in  molli 
de'suoi  membri  il  divisamento  di  doman- 
dare un  cardinale,  onde  non  esporsi,  co- 
me per  tale  motivo  3  prelati  tedeschi  non 
accettarono  la  dignità  cardinalizia  n  cui 
nel  medesimo  concistoro  l'avea  elevali 
Urbano  VI ,  ed  allreltanto  fecero  alcuni 
altri  creati  ne!  concistoro  del  i38i  a  ca- 
gione de'torbidi  tempi.  Anzi  il  Cardella  e 
altri  storici  de'  cardinali,  col  Donato  an- 
noverano pure  nello  stesso  concistoro  un 
Giovanni  Amadco  veneziano  arcivescovo 
diCorfù  Però  nel  vol.L\XKVI,p.2q,per 
le  mie  ricerche^  potei  forse  slabilue,che  fu 
Giovanni  Crisolini  d'  .Amelia  e  non  vene- 
ziano. De'  tanti  benefici  legati  testamen- 
tari fatti  da' sunnominati  cardinali,  mi 
piace  ricoidarne  uno.  Il  Piazza  nell'/ì"»- 
sciologio  Romano,  tratta  nella  parte  2.", 
cap.  20:  Del  legato  F idinaii  per  l'ospi- 
zio ile  vescovi  poveri  dello  Stato  Fendo 
vicino  a  s.  Silvestro  aMonle  Cavallo.Cou 
nubile  «enlimenlo  di  generosa  provvi- 
denza pari  alla  grandezza  dell'animo  suo 
e  della suu  nobile  famiglia,  il  cardinal  Cri- 


V  E  iN  39 1 

stoforo  Vidniau  nel  1660  lasciò  i5,ooo 
scudi  perchè  si  provvedesse  d'ospizio  iu 
un  palazzo  con  comoda  abitazione,  prov- 
vista d'ogni  necessaria  suppellettile,  il  pre- 
lato di  sua  famiglia,  e  non  essendovi  si  con- 
cedesse pergraluita  dimora  a'vescovi  bi- 
sognosi dello  stalo  Veneto,  che  si  recas- 
sero in  Roma  atl  Linilna  Apostolorum^ 
ove  per  la  tenuità  delle  rendite  di  loro 
mensa,  non  vi  si  potessero  mantenere  col 
decoro  dovuloal  grado  loro;  dovendone 
aver  cura  un  canonico  della  collegiata  di 
s.  Marco  di  PLOina,  suo  titolo  cardinalizio, 
colla  provvisione  d'atuiui  scudi  4o  e  l'a- 
bitazione di  3  stanze.  La  disposizione  fu 
tosto  adempita,  coll'acquislo  d'un  palaz- 
zo sul  Quirinale  vicino  a  s.  Silvestro,  in 
luo^o  ameno  e  delizioso,  e  venne  nobil- 
niente  addobbalo.  Morto  il  cardinale  in 
detto  anno  a  s.  Martino  presso  Viterbo, 
il  corpo  fu  portato  in  Roma  e  deposto 
nella  memorala  chiesa  titolare,  con  epi- 
tallio  riferito  dal  Piazza.  Il  Bernardini 
che  nel  1744  puhhiicò  la  diligente  sua 
Descrizione  de'  Rioni  di  Roma,  a  p.  56 
dice:  Nel  rione  Trevi  e  presso  s.  Silvestro 
de'teatiui,  vi  è  il  palazzo  Vidman,os/;/z./'o 
de'vescovi  veneti.  Però  gli  eredi  Viihnau 
questionarono  a'canonici  di  s.  Marco  la 
custodia  del  palazzo  nel  1 692  e  nel  1  7  Sg, 
anzi  vi  fu  una  questione  giudiziale  ha 
tale  nobile  famiglia  e  il  capitolo  :  final- 
mente il  conte  Giovanni  Vidraan  sup- 
plicò Pio  VI  a  derogare  al  testamento 
del  cardinal  Ci  istoforo,  ed  a  concedergli 
liberamente  l'uso  del  palazzo,  ed  il  Pa- 
pa l'esaudì  con  alcune  riserve.  Amando 
conoscerle,  ho  potuto  avere  dall'archivio 
de!  Rm.°  Capitolo  di  s.  Marco  di  Roma, 
il  documento  che  qui  offro. «iN^el  Chiro- 
grafo emanato  nel  chi  ."giugno  dell'anno 
I  777  d.dla  sa.  me.  del  Pontefice  Pio  VI, 
a  favore  di  sua  Ecc."  il  sig."^  conte  Gio- 
vanni Widman,  per  l'esenzione  del  pa- 
lazzo Widman  posto  al  Monte  Quirina- 
le o  sia  Monte  Magnauapoli, si  trova  scrit- 
ta la  seguente  parlinola,  risguardante  la 
derogazione  fatta  dal  suddetto  Pontefice 


392  V  E  iX 

al  testamento  della  eh.  me.  del  cardinal 
Cristoforo  Widiiian  ,  ed  alcune  riserve 
dote  al  lodato  cotite  "Widrnan  su  ciò  clie 
spettala  suddetta  esenzione.  =  Di  nostra 
certa  scienza  e  similmente  colla  pienez- 
za della  nostra  suprema  potestà,  vi  or- 
diniamo che  in  nome  Nostro  in  primo 
luogo  assolviate,  come  Noi  assolviamo,  il 
predetto  conte  Giovanni  Widrnan  sup- 
plicante da  tultociò  che  da  esso  è  stalo 
fatto  ed  operato,  e  rispettivamente  om- 
messo  di  fare  ed  operare  finora  contro  la 
forma  del  citato  testamento  del  cardinal 
Cristoforo  Widrnan  intorno  al  palazzo 
comperato  qui  in  Roma  in  esecuzione  del 
medesimo  testamento  del  cardinal  Wid- 
rnan come  sopra  posto  al  Quirinale  ,  e 
precisamente  in  luogo  detto  Magunna- 
poli,  ed  inoltre  lo  liberiate,  come  Noi  lo 
liberiamo,  dall'obbligo  della  deputazione 
in  futuro  dell'amministrazione  o  sia  cu- 
stodia di  detto  palazzo  ordinala  nel  sud- 
detto testamento.  E  di  più  accorderete, 
come  Noi  concediamo  ed  accordiamo,  al 
medesimo  oratore,  edalli  di  lui  successoli, 
la  facoltà  di  poter  locaie  edaflìttare  ii  me- 
desimo palazzo  ,  non  ostante  la  proibi- 
zione espressa  dal  detto  cardinal  Wid- 
rnan testatore  ,  con  condizione  espressa 
però,  che  lo  stesso  oratore  e  i  di  lui  suc- 
cessori sieno  tenuti  ed  obbli"ati  di  dare 
o 

e  gratuitamente  prestare  una  comoda  a- 
bitaziune  in  ijunlche  casa  religiosa  a  que' 
Vescovi  dello  Slato  Veneto  che  vengono 
in  Roma  adLìniinaApostoloruiiijyw  cor- 
respctlività,  supplemento  o  compenso  di 
quel  peso,  cui  soggiaceva  il  riferito  palaz- 
zo a  tenore  del  detto  testamento  del  pre- 
detto cardinal  Widrnan,  e  come  il  mede- 
simo oratore  colla  sua  supplica  ce  ne  ha 
fatta  l'istanza.  E  cosi  vogliamo  e  coman- 
diamo non  ostante  il  precitato  testamen- 
to di  esso  cardinalCrisloforo  Widman,  e 
qualunque  altra  cosa  che  facesse,  o  po- 
tesse fare  contraria  e  non  altrimenti,  In 
esecuzione  pertanto  del  presente  nostro 
chirografo,  ne  pronuncierete  qualtmque 
decreto,  concederete  in  nome  Nostro  le 


V  E  iV 

opportune  facoltà,  e  farete  lutl'altro  che 
pili  totale  adempimento,  perpetua  fer- 
mezza e  sussistenza  di  questa  nostra  gra- 
zia stimerete  essere  in  qualsivoglia  mo- 
do espediente  e  necessario.  Essendo  ec. 
Dato  dal  Nostro  palazzo  apostolico  al; 
Vaticano  questo  dì  i.°  giugno i  777.  Pius 
PP.  P I.  =  Luigi  Zappelli  can. "archivi- 
sta del  R.m.°  Capitolo  di  s.  Marco. —  Si 
fa  noto  inoltre,  che  dalle  notizie  esistenti 
nel  nostro  archivio,  non  apparisce  ven- 
dita alcuna  di  detto  palazzo,  e  che  le  [)i- 
gioni  ritratte  dal  uiedesimo  do[)o  la  già.; 
zii»  ottenuta  dal  conte  Giovanni  Widuiau 
ascendenti  a  scudi  4oo,  0  5oo  ancora, sep 
virono  per  gli  acconcimi  e  per  l'estinzio- 
ne di  debiti  contratti  nella  occasione  del 
la  compra  del  suddetto  palazzo".  Innu- 
merabili  sono  i  patriarchi,  gli  arcivesco- 
vi, i  vescovi,  gli  abbati  e  altri  dignitari 
ecclesiastici  veneziani;  sempre  il  loro  cle- 
ro secolare  e  regolare  essendo  stalo  do- 
vizioso di  personaggi  che  alia  dotlriua  ac- 
coppiarono le  più  belle  viilù.  —  Quanto 
agli  illustri  veneziani,  senza  ricordare  i 
Santi,  i  Papi,  i  Cardinali  sullodali  ,  ecco 
quelli  che  registra  il  Dizionario  veneto, 
nell'articolo  l'enezia.  In  esso  si  legge. 
Molli  e  molti  illuslri  uomini  produsse 
Venezia  che  sarebbe  lungo  il  numerare; 
ma  non  voglionsi  per  questo  jjassare  sot- 
to silenzio  almeno  alcuni  de'  più  dislin. 
ti.  V'iutreccierò  alcune  qualifiche  ed  e- 
rudizioni  bibliografiche,  del  resto  fedeU 
mente  riportando  i  nomi  esposti  nel  Di- 
zionario geografico.  1  dogi  di  Venezia 
Pietro  II  OrseolojDouienico  Michieli, En- 
rico Dandolo  conquistatore  di  Costanti- 
nopoli, Andrea  Dandolo  storico  delle  pa- 
trie cose  ripulatissiivio  ,  Pietro  Gradeni- 
go  riformatore  dello  stato,  Sebastiano  Ve- 
nier  vincitore  a  Lepanto,  Andrea  Grilli 
e  guerriero,  Francesco  Morosini  guerrie- 
ro soprannominato  Peloponnesiaco,  Ag- 
giungerò d  doge  Marco  Foscarini  quale 
scrittore.  f*e'dogi  si  ponno  vedere:  Mar- 
cello, f^ile  de'  Principi  di  flnegitt  Iriu 
dolio  dal  Donienichi ,  Yinegia  per  F, 


V  E  N 

Maicolini  I  558.  F.  Saiisotino,  Orazioni 
r cella  te  a  Principi  di  Fcnezia  nella  lo- 
ro creazione^  da^li  amhascinloii  di  di- 
i'crse  ciltà  ,  Venezia  1 562.  Ducalis  Re- 
giae  Larariuni  si\>e  Screnissimae  liei- 
nuhlicae  l'enelae  Principimi  oinninni 
Icones  usque  ad  Seren.  J.  Pisaunim  qui 
mine  rcriun  fcliciler  poliUtr  Elogia  p.  d. 
Leonis  flJatinae  eie,  Fatavii  lypis  Hertz 
l65c).  Elogia  poetica  in  Sere/iissiinarn 
Re  ni  pubi  tea  ni  Eenetam,  composita  a 
p.  Francisco  Alacedo,  Palavii  1680. 
J.  Palazzi ,  Fasti  Ducales  f^enetoruni 
rum  eorum  Iconibns,  Ven'eliis  1696. 
Marino  Sanuto,  Vitae  Ducimi  Fcnvlo- 
rum  ah  origine  Urbis  sive  ab  anno  4^  ' 
ad  anniim  i493.  Presso  Muratori,  Re- 
rum Italicariun  Scriptores^  t.  22.  Fla- 
minio Corner,  Opuscula  quatuor  ,  qui- 
hus  illiislranturacta  beatiFrancisci  Fo' 
scari,  ducis  f'enetiarum,  Jndreae  Do- 
nati equilis  eie,  Veneliis  1754.  Seria 
de  Dogi  di  J  enezia  intagliati  in  rame 
da  Antonio  Nani,  giuntevi  alcune  noti- 
zie  lìiogr  a  fiche  estese  da  diversi,  Venezia 
dalla  (i[)ografia  di  Giainbatlista  Merlo 
1 840. Di  loro  monete  ed  oselle  parlai  nel  § 
Ili,  n.  2, dicendo  della  zecca  di  Venezia, 
ed  eziandio  riparlerò  nel  progresso  del  S 
X!X.  Da  ultimo  si  pubb'icarono  le  Bio- 
grafìe de'  Dogi  di  Fenezia,\v\  1 856,lipo- 
grafiaGrimaldo, unita  vi  l'interessante  nn- 
inismalica  veneta. —  Insigni  nell'armi, 
Carlo  Zeno,  Vittore  Pisani,  Marc*  Anto- 
nio Bragadino, Tommaso  Morosini,  Leo- 
nardo e  Lazzaro  Mocenigo,  Lorenzo  Mar- 
cello,Leonardo  Foscolo,  Angelo  Emo  viu- 
citorde'Barbareschi, ultimo  eroe  militare 
della  repubblica.  —  Gli  scienziati,  lette- 
rati, artisti  fumosi  furono,  Pietro  Beujbo, 
Agostino  Valier  e  Daniele  B.iibaro  cardi- 
naiii  Paolo  IManuziocome  il  padre  stam- 
patore e  scrittore,  Pietro  Badoaro,  Fran- 
cesco e  Ermolao  Barbaro,  Andrea  Mo- 
rosini, Baltiìita  Egnazio  scrittore,  Gio. 
Callista  llamusio,  fra  Paolo  Sarpi  scrit- 
tore come  il  precedente,  Paolo  ParuUi, 
Aposlolo  Zeno  aulifiuaiio,  poeta  e  Ielle» 


V  E  L\  3<)3 

rato,  Carlo  Goldoni  scrittore  comico,  Ga- 
spare Gozzi  scrittore  e  poeta,  il  letterato 
Francesco  Algarolti,  Giustina  Renier  Mi- 
chieli  autrice  e  letterata.  JN'e  trattarono: 
Jacopo  Alberici,  Catalogo  degli  scrillu- 
ri  Eentziani.  G'iovauiù  Agcjslini  de' mi- 
nori osservanti,  Notizie  istoricocritiche 
intorno  la  vita  e  le  opere  degli  scrittori 
Eeneziani,  Venezia  1  754- Maico  Fo^ca- 
rini.  Della  Letteratura  f'eneziana,  l'a- 
dova  ,  stamperia  del  Seminario  \'j5i. 
Giannantonio  Moscliini,  Della  Lettera- 
tura  Peneziana  dal  secolo  XF III  fino 
a" nostri  giorni,  Venezia  dalla  stamperia 
Palese  1  806.  Galleria  de' letterati  ed  ar- 
tisti illustri  delle  Provincie  Feneziana 
nel  secolo  XF  IH,  Venezia  tipografia  Al- 
visopoli  1824,  8  volumi  e  2  figurati.  Gli 
estensori  delle  notizie  furono  i  cliia  rissi  mi 
Angelo  Zendrini,  Francesco  Negri,  Bar- 
toUxneo  Gambi.  M'islmisce  la  Cronaca 
di  ìMilano  del  cav.  Ignazio  CanlLi  del 
i855  a  p.  IO  I  (,  che  ad  illustrare  i  granili 
uomini  che  sorsero  all'ombra  di  s.  Mar- 
co si  presenta  in  isplendide  forme  tipo- 
grafiche il  Panteon  Feneto,  Venezia  li- 
[)ografia  (ialtei  i855,  dove  la  parte  let- 
teraria è  dovuta  all'ai).  Giuseppe  Vero- 
nese, e  la  parte  artistica  all'incisore  Da- 
la.  Abbiamo  pure  il  recente  Sommario 
della  Storia  letteraria  d'Italia,  Veue- 
zia  1857,  tipografia  Lungo.  — Pittori  e 
architelti  :  Giovanni,  Lui"i  e  B<irlolomea 
Vivarini,  Giovanni  e  Geulile  Bellino,  il 
Bonifazio,  Giacomo  liobusti  detto  Tiu- 
loretto,  Palma  il  giovine,  Gregorio  Laz- 
zariui,  Antonio  da  Ponte,  Antonio  Scar- 
pagnino,  Giovamii  Fontana,  Alessan- 
dro Leopardi  e  fusore  in  bronzo,  Totn- 
maso  Temanza  e  scrittore.  —  I  celebri 
viaggiatori  Marco  Polo  e  scrittore, Giosa- 
latte  Barbaro,  Anibrogio  Conlarini,  Se» 
bastiano  Cabotto,  Caterino  Zeno,  Lui- 
gi da  Mosto  che  molto  contribuì  allo 
scoprimento  del  Nuovo  Mondo,  se  pri« 
mi  non  se  ne  vogliano  dire  scopritori,  pe- 
gli  indizi  che  all'  Europa  fornirono.  De* 
viaggiatori  veneti  e  di  chi  griUustrò,  giJ» 


li 


394  V  E  N  V  E  N 

dissi  al<iU!mle  parole  in  fine  del  n.  3  di  zia  co'lipi  delGondolierciBSH.  IlconleGi- 
«jnesfo  5,  e  nel  XIX  inolile,  altre  lifeiin)  toliiinoDandolo,/Lrt  cadiUadclla  Rcnnb' 
a  suo  luogo. —  Aj^giungerò  io  alili  illusili  biica  di  /\'nczia  odi  suoiuhi/>ìi  5o  anni, 
\enezioiii,  di  ioaggioie  rinoinaiiza,  fioriti  ci  Iji  dalo  pure  le  biografied'un  bel  ninne- 
alcuni  sino  a'iiostri  giorni.  Scrillori:  Ma-  10  ili  veneziani  edelle  provincie  veiiete,clie 
lino  Saiuido  giunioie  cronista,  Loilovico  fiorirono,  od  almeno  inconiinciarono  a 
Dolce,  Francesco  Sun»ovino  e  stampalo  fiorire,  nella  2."  inetà  del  XYIII  secolo. 
le,  ina  nato  in  Uorna,  Sebastiano  Erizzo  Biografo  universale  può  chiamarsi  il  cb. 
e  anli(|uario,  Celio  Magno  e  poeta,  Fla-  cav.  Eujniunuele  Cicogna  cittailiuo  ve- 
iniiiio  Corner  e  senatore,  Giovanni  Pa-  iieto,  coli'  emporio  di  notizie  contenute 
l^tzzi  e  storico,  Vincenzo  Coronelli  e  co-  nella  sua  gigantesca  opera.  Delle  Jnscrì- 
sniografo,  Gio.  Mario  Ortes  ed  economi-  zion!  Ftitezitiiie  rctccolu^.  ed  illiislralc, 
sia,  Jacopo  Morelli  e  bibliografo,  Jacopo  Venezia  i8?.j-58.  Nel  §  IV^,  n.  3,  nel  far- 
Filiasi  storico  e  matematico,  Angelo  Dal-  ne  onorevole  oienzirjne,  prouiisi  poi  dir- 
inislro  e  poeta,  Vincenzo  Dantlolo  chi-  ne  altre  parole,  e  qui  le  riservai  a[)punlo 
inico  ed  economista,  Angelo  Zendrini  e  cotnecliè  riguardanti  principabnenle  le 
inatemalico,  Francesco  Negri  e  grecista,  necrologie  d  innumerabili  veneziani  illu* 
Gio.  Anionio  Moschini  di  belle  arti,  A-  stri.  Quest'opera  che  commenta  i  nomi 
driano  Balbi  e  geografo,  Antonio  Bazza-  co' fatti  illustri  de'veneziani,  con  tenero 
rini  e  stampatore.  Medici:  Nicolò  Mussa  alfetlo  patrio  a  Venezia  fu  intilolala,  ed 
e  scrittore.  Vittore  Trincavello  e  scritto-  in  generale  agli  abitanti  concittadini  del 
re,  Benedetto  Plinio  e  scrittore.  Archilei-  laborioso  autore  :  ogni  chiesa  poi  a  cui 
ti:  Vittore  Fausto  navale  e  grecista.  Bai-  appartengono  le  iscrizioni  illustrale,  a 
dassare  Loiigliena,  Antonio  Selva  e  scrii-  parie  a  patte  individualmenle  è  inlilo- 
lore,  Anionio  Diedo  e  scrittore.  Pittori:  lata  a  coloro,  i  cpiali  lunga  serie  di  avi 
SebastiaiioLuciani detto delPiombo,Gio.  annoveiano  sepolti  ne'  vetusti  templi,  o 
Ballista  Tiepolo;  Gio.  Battista  Piazzetta,  che  vi  giacevano  se  demoliti,  ed  a  coloro 
Antonio  Canale  dello  il  Canaletto.  Tal-  pure  che  gli  furono  cortesi  del  loro  no- 
ho  Lombardo  scultore,  Gio.  Ballista  Pi-  me  comesoci,  oche  mano  aiutalrice  por- 
ranesi  incisore  in  rame  e  archilello,appa-  sero  a  cpiesto  suo  nuovo,  vasto  e  studio- 
risce  pure  sciillore  antiquario,  ma  allri  sissiino  lavoro.  Per  sommi  capi  dirò,  che 
supplirono  per  lui,  come  dichiarai  nella  l'opera  contiene  la  raccolta  delle  vene- 
mia  y«/^/Ù7/:;/o/j(MÌcurda  la  nel  voi.  LI  X,p.  ziane  iscrizioni,  le  quali  nella  città  e 
i6q. Compositori  e  maestri  di  musica:  Be-  nell'isole  circonvicine  dal  1000  circa  fino 
iiedelto  Marcello, BaldassareGaluppi  del-  a'uostri  giorni  furono  erette  stabilmente, 
to  il  Buranello,  Bonaventura  Furlanetlo  ad  onorare  la  memoria  non  solamente 
dello  Musili.  Donne:ollre  la  Fedele, Cor-  de' cittadini,  ma  auco  degli  esteri,  o  a 
Darò  Piscopia  laureata  in  filosofia,  ed  ol-  rammentarecon  dovizioso  corredo  di  cri- 
Ire  la  Carriera  pillrice  a  pastello,  già  cele-  lidie  erudizioni  (jualsiasi  fallo,  oltre  al- 
brale  in  allri  luosbi,  rammenterò  Vero-  tre  pregevoli  illuslrazioni.  Nella  dotta  pre- 
uica  Franco  poetessa  e  istilulrice  del  pio  fazione,  ragionando  l'autore  dell' ulililà 
luogo  il  Soccorso  conservatorio.  Modesta  dell'opera,  discorre  dell'  origine  delle  i- 
Dal  Pozzo  poetessa  e  autrice  d'opere,  scrizioni  e  della  loro  importanza.  Narra 
Lucrezia  Maritella  poetessa  e  autrice,  An-  come  gli  antichi  popoli  della  Venezia,  co- 
gela  Tarubotli  monaca  letterata  e  antri-  ine  i  veneti  moderni,  fino  da'  primi  se- 
ce,  Isabella  Teotocchi  Albrizzi  lellerata  coli  della  foiiilazione  della  città  e  dell'i- 
e  autrice.  Si  lia  del  cav.  Mulinelli,//  Ci-  stiluzioned(;lla  repubblica, di  monumen- 
milcrio  di /^cnezia  o  Necroloi^ie,\cati'  ti  e  iscrizioni  onorarono  i  cilladiui,  e, 


VEN 

massime  ne'  lempi  più  b  noi  vicini,  tol- 
lero che  i  fasti  cospicui  della  repubblica, 
col  mezzo  di  lapidi  e  di  memorie  fossero 
olla  posterità  raccomandati.  Venezia  es- 
sere ricclussima  di  sepolcrali  monumen- 
ti, e  con  essa  l'isole  circostanti,  dopoché 
fu  permessa  la  tumulazione  de'cadaveri, 
oltreché  ne'oimileri,  prima  ne' portici  o 
soltoportici,  e  poi  nelle  chiese.  Inoltre 
Venezia  di  siiìiitti  monumenti  e  iscrizio- 
ni ne  conta  pure  di  Santi,  di  Beati  e  di 
Venerabili  servi  di  Dio;  vi  sono  (juelle  e- 
ziandio  a[)parleneuli  a  consitgrazioni  di 
chiese,  cappelle  e  altari  ;  cpjélle  di  privi- 
legi aeconlati,  e  di  ()ie  lascite  e  voli.  So- 
novi  l'iscrizioni  onorarie  de'  dogi,  e  degli 
esteri  che  nella  città  terminarono  di  vi- 
vere; de'palriarchi,  vescovi  e  altri  cospi- 
cui ecclesiastici.  Vengono  poi  l' onorai  ie 
erette  a'  generali  di  mare  o  di  terra,  a' 
capitani  illustri,  a'iogati  chiari  per  le  so- 
stenute magistrature,  agli  eruilili  e  let- 
terati, agli  artefici  ec.  Altre  iscrizioni  de- 
scrivono molti  fatti  della  veneta  storia, 
altre  l'erezione  d'opere  pubbliche,  sagi e 
o  profane,  ovvero  d'opere  di  privati  ;  ed 
in  altre  registrale  sono  le  leggi,  i  decre- 
ti ec.  In  breve,  interessano  grandemen- 
te la  storia  della  celebratissima  repub- 
blica, e  degli  uomini  inniimerabili  che  vi 
fiorirono  in  pace  e  in  guerra,  non  meno 
che  la  storia  urbana  della  città.  Giovano 
singolarmente  alla  parte  geiiealogica,an- 
che  per  rettificare  le  discendenze  de'uo- 
biii  e  de'  cittadini.  Recano  copiosissime 
frutta  circa  la  storia  letteraria  e  biogra- 
fica degli  uomini  e  delle  donne,  illustri 
e  non  illustri  della  città.  Anche  del  clero 
venezianOjche  maisempre  negli  studi  eb- 
be fama,  e  che  alle  chiese  diede  uomini 
chiarissimi,  si  trovano  raccolte  memorie 
onorevoli'<siuje.  Con  juolteplice  erudizio- 
ne ci  dà  le  notizie  de'  raccoglitori  delle 
veneziane  iscrizioni  ed  epigrafi,  edite  ed 
inedite  d'ogni  genere,  delle  quali  mi  li- 
iniletò  solo  a  ricordare  i  titoli  di  tali  u- 
{>ere  che  ricavo  dall'autore,  senza  ricor- 
dare le  coDtenule  uegli  storici  veucli  • 


V  E  IV  39? 

le  già  ricordate  del  Galletti,  siccome  ine- 
renti agli  illustri  veneziani.  Fia  i  gene- 
rali raccoglitori  d'iscrizioni  il  1. "che si  co* 
nosca  è  il  tedesco  Gio.  Giorgio  Palfero 
l'alfero,  fiorito  nella  t."  metà  del  secola 
XVH,  che  lasciò  il  mss.  ora  esistente  nel- 
la Marciana  e  col  titolo  :  Meinorabilìci 
Kc  ne  ti  arni  II  inonnmenUi  anliqnis  re- 
ccnliorihnsq.  Inpidibus  itisculpta  cniae. 
centitin  et  sexagi'nla  perlicstratiir  tempia 
J.  G.  Palferns  exccrptis  Urbis  decori^ 
fideliuni  pietà  ti  studi otor.  deliciis  in» 
servìlurn.  Nella  stessa  Marciana  é  il  co- 
dice mss.  del  domenicano  p.  Rocco  Corti 
morto  circa  il  1770:  Inscrizioni  sijgre 
e  profane,  r/ie  rilrovansi  incise  in  lapi- 
di nelle  chiese,  monasteri,  sagre  adii' 
nanze,  strade,  piazze,  palazzi  pubblici 
e  privali  di  h'enezia^  a'qtiali  sono  ag- 
giunte le  anticlie  e  me/norabili  lascia- 
teci da  Giorgio  Palfcrio,  ed  altre  ri- 
trovale nelle  escavazioni  falle ,  indican- 
ti il  soggiorno  di  antichi  popoli  nelle 
Lagune  e  suoi  distretti  ec.  Questo  codi- 
ce, in  cpianto  alle  moderne  iscrizioni,  è 
pressoché  simile  a  quello  de'Oiadenigo; 
ed  in  quanto  all'antiche  hipidi,  tranne 
circa  3,  sono  le  slesse  pubblicate  dal  pa- 
trizio Bernardo  Trevisan  nel  Trattato 
della  Laguna  di  f^enezia,'w\hov\sa  1  7  i  y. 
Nella  Marciana  vi  è  inoltre  il  codice  mss. 
col  titolo  :  Liscrizioni  sepolcrali  f^e/ie- 
ziane.  Buon  numero  d'epigrafi  trovausi 
nella  Nuova  Cronaca  veneta,  ossia  de- 
scrizione di  tutte  le  pubbliche  architet- 
ture, sculture j pitture  della  città  di  P^e- 
nezia,  ed  isole  circonvicine  ec.  Opera 
del  p.  m.  F.  Tonwias'  Arcangelo  Zuc- 
chini  de'  predicatori,  veneto,  Venezia 
1780  presso  il  Valvasense.  Ve  ne  sono 
ancora  nelle  seguenti  opere,  senza  nomi- 
narne altre.  Gio.  Battista  Soravia,  Le 
Chiese  di  f'^enezia  descritte  ed  illustra- 
te, Venezia  dalla  tipografia  Andreola 
iS^a.  Collezione  de' più  pregevoli  ino- 
ntitnenli  sepolcrali  di  Fenezia  ed  isole 
circondane,  opeva  disegnata  e  diretta  da 
Aulouio  Mauro,  Pietro  Quareua,  Ange- 


396  V  K  N  V  E  \ 
lo  Soavi,  con  illustrazioni  del  nobile  An-  ca,  che  fassi  liillodì  di  emiosihi  vende, 
Ionio  J^iedo  segielario,  e  di  Luigi  Ziin-  e  di  lilni  e  di  opuscoli  a  noi  spetlanli,  e 
doineiieglii  prof,  di  sciillura  nell'accade-  nelle  opere,  che  escono  alla  luce  in  onoi' 
ntia  (L'Ile  belle  aiti,  e  incisi  in  rame  da  della  patria  nostra,  e  in  tallo  di  storia,  e 
vari  ii'mini  di  essa  accademia.  La  quale  di  letteratura,  e  di  belle  arti,  nelle  quali 
opera  non  essendo  allora  giunta  che  al-  opere  di  cose  anche  minute  si  fa  quel  con- 
ia pubblicazione  di  5  fascicoli,  otleinie  lo  e  quel  pregio,  che  ne'  tempi  anditi, 
poi  nel  1887  il  suo  perfezionamento,  per  essendo  noi  in  ogni  genere  ricchissimi, 
cura  del  prefalo  Diedo  e  dello  Znnotlo,  fatto  non  si  sarebbe".  Di  tali  sagge  pre- 
e  venne  pubblicala  in  Milano  pel  Velia-  venzioni  n'esistono  evidentissime  pro- 
dini.  Adesso  poi  con  nuove  aggiimle  si  ve  in  questo  mio  articolo,  in  cui  vado 
«la  pubblicando  in  Torino,  con  illustra-  ricordando  e  mi  giovo  d'un  bel  nurae- 
zioni  dello  slesso  Francesco  Zanollo,  per  ro  delle  molte  opere  e  sludi  palrii  e  illu- 
cura  di  Luciano  Basadomia.  Termino  strativi,  che  pubblicaronsi  dopo  ÌI1824» 
col  riportare  un  utile  e  veridico  brano  e  mentre  scrivo  diverse  e  pregiatissime 
col  cpiale  il  cav.  Cicogna  da  par  suo  fi-  sono  in  corso  di  stampa.  Ricavo  dalla  Cro- 
nisce  la  sua  prefazione.»  A  molli  inutili  naca  di  Milano  del  iSSy^  disp.  17,  che 
sembreranno  molle  delle  mie  illiislrazio-  per  olFrire  alla  gioveiilii  la  lettura  d'a- 
li', siccome  cose  notissime,  e  cose  talora  zioni  virtuose  con  cui  alcuni  veneziani 
di  lieve  momento.  I\la  io  qui  chiederò  al  ne'tempi  passati  si  segnalarono,  fu  pub- 
letlore,  s'egli  sia  nel  novero  di  que' che  blicato:  Specchio  di  veneta  pietàiiixr  ut 
san  tutto,  o  di  que'clie  san  poco,  o  di  que'  racconti  storici  ce,  Padova  i  SSy.  Nella 
che  san  nulla.  S'egli  è  de'  primi,  e'  si  disp,  21  vi  sono  ricordate  le  Menzioni 
piacerà  di  osservare  se  io  abbia  sempre  onorifiche  de'  defanli,  ossia  raccolta  di 
collo  nel  segno,  ed  emenderà  ove  errato  lapidi,  necrologie,  poesie,  annunzi  d'ai- 
avessi,  ripetendo  io  a  lui  ciò  che  disse  già  cimi  defunti  di  Fenezia  nell'anno  1  8^7, 
Quinto  Tullio  Cicerone  a  ^blrco  suo  fra-  per  cura  di  Contarini,  Venezia  1837  li- 
Icilo  nella  petizione  pel  consolato  :  cioè,  pografia  Ferini.  Altre  notizie  biografiche 
ch'io  intrapresi  quell'opera  non  ut  ali-  di  veneti  artisti  vado  a  riferirle  nel  se- 
cpdd  novi  adjicercni,sed  ni  ea  quae  in  guente  numero,  che  si  rannoda  e  cora- 
rc  dispersa atcjue  infinita  viderentiir  es-  penetra  con  questo,  insieme  ad  alcune 
sc,ralione  etdistrihutione  sub  uno  aspe-  nozioni  sulle  principali  arti  belle  che  fc- 
ctu  ponerentur.  Se  egli  sa  poco,  legga  ed  cero  e  tuttora  rendono  splendida  Vene* 
ap[)ienderà  qualche  cosa  d' avvantaggio,  zia,  ed  ovunque  celebrata. 
Ma  s'egli  sa  nulla,  me  ne  dee  render  gra-  q.  Dell'  architettura,  della  pittura  e 
zie,  posciachè  questo  libro  gli  sommini-  di  altre  arti  di  Venezia,  e  de'  loro  il- 
strerà  molta  materia  ad  imparare.  In  bre-  lustri  cultori.  Quanto  agli  illustri  archi- 
ve,  ho  compilata  l'opera  per  tutti,  e  non  tetti  e  pittori  che  in  grandissimo  numero 
solo  per  li  viventi,  ma  altresì  per  li  ftc-  fiorirono  in  Venezia,  massime  i  secondi, 
turi,  e  (fuando  pure  inutili  oggidì  molte  oltre  gli  scultori  ed  altri  artisti,  però  do- 
cose  sembrassero,  non  saranno  per  l'av-  vendo  indispensabilmente  ripetere  diver- 
«'e'»'/'e.  imperciocché ((uanto  più da'tein-  si  nominati,  dirò  alcune  particolari  pa- 
pi della  veneziana  repubblica  ci  dilnn-  role ,  poiché  in  diversi  de' precedenti  §§ 
gheremo,  tanto  piti  la  memoria  delle  co-  ne  descrissi  colle  principali  loro  opere,  il 
se  operale  se  ne  infievolirà,  e  tanto  più  valore  e  la  perizia,  e  mi  lusingo  con  pre- 
cre>cerà  il  dcsitlerio  di  averne  contezza,  cisione  per  averlo  desunto  da  eccellenti 
massime  ne' forestieri  e  ne'giovani;  e  la  patrii  scrittori,  che  doverosamente  citai 
prova  in  eHello  ne  veggiamo  nella  ricer-  secondo  mio  costume  ,  mentre  a  quelli 


YEN 

die  lidi  faiiiìo  si  possono  applicnre  1  ver- 
si d'Alfunso  Varano,  fisioni,  die  ricavo 
dal  di.  Zcinollo  nell'opera  che  più  avan- 
ti cdebierò.  E  non  sarìa  un  riiscc.l sccso 
dal  monte  -  Ingiusto  vantalor,  che  sue 
dilani  a  sst  -  Le  dolci,  li  ni  jàd'  acque,  e 
non  del  fonte?  A  questo  luI)oiio<io  e  infa- 
ticabile SCI  itlore  di  belle  arti  dobbiamo  le 
leceiili  lieopcreannunzialedalla  Crona- 
ca di  Milano  del  i  SSy,  nelle  disp.  i  o,  1 4  e 
1 8.  Dizionario  Pittoresco  di  Francesco 
Ztì'/iO//o,  Venezia  iSSy,  lipogiiifia  Anto- 
iielli.  Dizionario  ad  uso  degli  artisti  edo- 
perai,  Venezia  i  SSy.lipografiaAndieola. 
Diiraud,  Raccolta  e paralello  delle  fah- 
Uriche  classiche  di  tutti  i  tempi,  di  ogni 
popolo  e  di  ciascun  stile,  con  l'aggiunta 
della  storia  generale  dell'  archi  lettura  di 
J.G.Legrand,  traduzione  per  cura  di  F. 
Zanotto,  Venezia  i  SSy  ,  lipografìa  Anlu- 
nelli.  Dice  il  Moschini,  autore  dell'opu- 
scolo, Lf;^e//e  Arti  in  Venezia:  nata  que- 
sta a  rifugio  contro  le  scorrerie  de'popo- 
li  seltentiionali,  ebbe  nel  suo  principio, 
|)er  la  maggior  parte,  i  suoi  edifizi  in  le- 
gno, come  già  notai  in  più  luoghi;  si  per- 
chè era  uopo  die  al  crescente  [)opolo  pre- 
stosi  alzassero  i  luoghi  di  ricovero,  sì  per- 
chè la  natura  del  uiolle  e  fresco  terreno 
non  avrebbe  potuto  sostenere  peso  di 
iiibbiicali  in  pietra.  Per  altro  le  arti  del- 
l'edificate non  lardarono  lungo  tempo  a 
venire  in  <|ualche  pregio  ;  ad  onta  che 
partecipando  quest'isole  alle  disastrose 
vicende  che  allora  agitarono  l'Italia,  re- 
stassero anch'esse  lacerate  da  interni  tu- 
multi. Ma  non  cosi  facilmente  si  sapreb- 
be qui  additare  opere  travagliale  in  pie- 
Ira  innanzi  il  IX  secolo;  quantunque  le 
arti  non  vi  fossero,  come  alcuno  credet- 
te, vili  e  neglette.  Di  ciò  fanno  solenne  le- 
sliiQonìo  il  tempio  e  la  base  della  torre 
di  s.  Marco,  ed  il  tempietto  di  s.  Fosca 
in  Torcello;  le  quali  opere,  condotte  in 
tempo  non  distante  da  quell'epoca,  furo- 
no specialmente  nella  loro  pianta  imita- 
le  tla'niigiiori  architetti  de'  secoli  susse- 
guenti, e  celebrale  da  più  illustri  scrillo- 


V  E  N  397 

ri.  Siccome  gli  edilìzi  grecheggiano  ,  al- 
cuno opinò  che  gli  autori  ne  fosst-ro  gre- 
ci; ma  i  veneti  credono,  che  grecheggino, 
perchè  la  moda  indusse  i  loro  maggiori 
a  condurre  le  fabbriche  in  greca  manie- 
ra. Arroge  il  vedere  eziandio  ali  re  arti 
trilliate  in  Venezia  con  decoro  in  (pie! 
tempo,  letpiidi  giacché  romane,  ne  sono 
italiane  ,  come  i  pavimenti  di  smalto  e 
di  musaico,  e  altra  arie  ancora.  Se  non 
che  l'opuh-nza  progreiliente  e  grande  de' 
veneziani  richiese  nuove  fiibbriche  vaste 
e  magnifiche,  rispetto  a' tempi.  Di  tale 
carattere  vuoisi  che  fosse  il  palazzo  du- 
cale cominciato  ne'pricni  anni  ilei  secolo 
JX  dal  doge  Agnello  Parlecipazio,clie  ver- 
so il  fine  del  seguente  secolo  destò  le  tne- 
raviglie  all'imperatore  Ollonelll,  rice- 
vuto per  altro  come  semplice  privato  dal 
doge  Pietro  Orseolo  II.  Questi  munifico 
eresse  nel  prdazzo  splendidissima  cappel- 
la, al  riferire  del  cronista  Sagomino,  il 
quale  adduce  prove  del  valore  de'  veneti 
nell'arte  edificatoria,  come  la  muraglia, 
per  que'tempi  prodigiosa,  innalzala  dal 
doge  Pietro  Tribuno  ÌMemuìO  nel  906, 
che  dal  sito  del  rivo  di  Cnslello,  dove  al 
presente  verdeggiano  i  Giaidini  pubbli- 
ci, distendevasi  >ino  a  s.  Maria  Zobenì- 
go.  Imperocché  essendo  troppo  «-sposta 
r  isola  di  liiallo  alla  temuta  incursione 
de'  pirati,  non  solamente  fece  costruire 
tale  muraglia,  ma  volle  che  si  barricasse 
il  Canal  grande  con  grossa  catena  di  fer- 
ro, tesa  dal  capo  inferiore  della  muraglia 
slessa, fino  all'opposta  riva  di s.  Gregorio, 
e  durala  fino  al  1  1  7 3.  Di  sopra  ne  feci  già 
cenno,  e  nel  §  XIX,  nel  dogado  17.°, 
parlando  del  doge  Memmo,  dovrò  dirne 
altre  parole.  Se  tali  opere  sono  argomen- 
to dell'esistenza  d'artefici  valorosi,  in 
quella  che  Ira  le  belle  arti  è  la  principa- 
le ,  non  è  da  credere  che  mantenessero 
l'antica  eleganza.  Osserva  il  Moschini  pre- 
fato, che  siccome  l'arti  di  giorno  in  gior- 
no venivano  dechioando  in  Costanlino- 
poli,  così  scapitavano  ancora  presso  i  ve- 
weiì^m,  a'quali  priucipuimeule  quella  ciU 


SgS  YEN 

tà  era  tlivenula  modello  il'iiuilazione,  e 
ij'è  prova  la  basìlica  di  s.  Marco,  come 
alili  pure  hanno  avvertilo  (un  iDodeino 
chiamò  Venezia,  Costaniinopnlì  Crìslia- 
na).  La  i."  forma  di  qnel  tempio  è  de- 
gnissima d'esser  celebrata,  alla  (piale  non 
fecero  danno,  ma  aggiunsero  pregio  i 
marmi  preziosi,  onde  restò  a  così  dire  co- 
perla.  Ma  poiché  a  condurre  a  compi- 
mento la  sua  mole  ci  vollero  le  mani  di 
4  secoli  circa,  così  le  fu  d'uopo  riceverne 
Ja  trista  impronta  di  ciascuno,  chiamato 
perciò  redifizio  una  greca  in  Italia.  Sol- 
tanto i  pubblici  edilìzi,  oltre  che  magni- 
fici, venivano  alzali  in  pietra,  que'de'pri- 
vati  erano  quasi  tutti  di  legno.  La  quale 
cosa  ancora  rilardava  eimpeiliva  i  pro- 
gressi dell'arte  architettonica.  Ma  gl'in- 
cendi! che  ripetuti  afflissero  Venezia  nel 
secolo  XII,  e  ne  ridussero  pressoché  in 
cenere  ogni  fabbricato,  istruirono  i  citta- 
dini ad  ellicacemenle  pensare  di  edifica- 
re in  pielia  ,  e  vi  contribuì  il  cresciuto 
commercio  per  la  conquistata  Tiro.  Per- 
ciò la  città  a  quell'epoca  dovette  molle  e 
illustri  fabbriche,  le  quali  sin  d'  allora 
muovevano  i  lontani  a  visitarla  ,  e  del 
bel  numero  uno  ne  fu  l'imperatore  En- 
rico V,  che  poi  ne  partì  meravigliato.  E 
di  fatti  la  cillà  in  quel  tempo  si  veniva 
spargendo  di  palazzi  e  di  comode  abita- 
tazioni  nelCanal  grande  e  in  ogni  altra  sua 
interna  situazione.  Alcune  di  tali  fabbri- 
che grandiose  ancora  sussistono,  e  basti  il 
ricordare  il  fondaco  de'Tedeschi,  il  palaz- 
zo Loredan,  meglio Ca  d'oro, e  la  facciata 
esterna  di  s.  Donato  in  Murano.  In  cia- 
scuna si  vede  dominare  il  gusto  greco, 
non  però  puro,  ma  misto  a  quello  delle 
diverse  nazioni.  Indi  spuntato  il  secolo 
XIII  j  anche  in  Venezia  s'introdusse  il 
gusto,  che  a  torto  chiamasi  gotico,  l'au- 
tore dicendolo  tedesco,  e  recato  in  Ita- 
lia colle  genti  venute  con  Federico  IF, 
inutilmente  voglioso  d'assoggettarla.  Al- 
lora, invece  degli  archi  a  mezzo  cerchio, 
si  aprirono  quelli  a  sesto  acuto,  e  tutti 
soruioutali  da  pinacoli,  speciaimeale  ne' 


VE  xN 

gli  acrolerii;  tutto  lo  studio  ponendosi  al 
(ine  ,  che  apparisse  leggero  e  ardito  ciò 
che  in  elfello  avea  la  più  ferma  solidità. 
SilFallo  modo  d'edificare  s'introdusse  in 
Venezia  più  tardi  che  io  altri  luoghi  d'I* 
talia,  e  forse  pel  i ."  l'introdusse  Nicolò 
l'isano  edificatore  della  chiesa  de' Frari. 
11  qiial  nuovo  metodo  piaccpie  e  si  adot- 
tò, fiicendone  teslimoniauza  la  chiesa  de' 
ss.  Gio,  e  Paolo  e  parecchi  palazzi ,  che 
sorgono  tutti  da'  canali  e  da'  campi.  Di 
più  ne  fa  fede  1'  attuale  palazzo  ducale, 
eretto  e  ornalo  nel  seguente  secolo  XIV, 
dall'architetto  veneziano  Fdippo  Calen- 
dario (  dovea  dire  Pietro  liaseggio  ),  il 
quale  come  eziandio  scultore  non  eb- 
be rivali  nel  secolo  che  visse.  L'edifi- 
cio non  può  guardarsi  senza  meravi- 
glia, e  opera  sfìdatrice  dell'urlo  de'seco- 
li,  ad  onta  de'  tanti  suoi  trafori  ,  e  delle 
molte  sue  vicende  d'incendii  e  mutauien» 
ti.  A'due  frati  domenicani  fr.  Francesco 
Colonna  detto  il  PoliHlo,  e  Ir.  Giocondo 
veronese  anche  ingegnere  e  antiquario, 
si  deve  in  Venezia  il  principio  del  ritor- 
no dell'arti  al  buon  gusto,  e  l'elevato 
grado  cui  salirono  nel  XVI  secolo,  ripo- 
nendo essi  nel  diritto  sentiero  l'arte  del- 
l'edificare, emuli  de'fiorentini  Leon  Bat- 
tista A-lberti  e  Filippo  Brunellesco.  Fu 
co'Ioro  ragionamenti  sapienti,  l'uno  scri- 
vendo V Hipnerotoìiiacìiia  ossia  del  ro« 
manzo  artistico,  il  Sogno  di  PoUjils,  l'al- 
tro commentando  antichi  scritti  e  dise- 
gnando, che  si  operò  il  grande  cambia- 
mento, che  da  secoli  si  attendeva.  E  poi 
singolare  ,  che  ciò  si  operasse  da  archi» 
telli  nazionali,  anziché  da  artefici  nativi 
di  Venezia  o  sue  Lagune.  E  pure  noQ 
mancavano  valorosi  architetti  veneziani, 
ma  forse  mal  accetti  in  patria, Marino  Ce- 
drino innalzava  la  chiesa  di  Loreto,  e  Polo 
di  Jacobello  erigeva  alla  Mirandola  un 
gran  monumento  alla  memoria  del  prode 
Prendiparle.  Quali  scultori  e  archilelli  o- 
peravano  nello  stalo  pontificio  i  celebri 
fratelli  Jacobello  e  PielroPaolo  (dalle  Ma- 
segue).Dadiverseparti,  massime  da  Lom- 


VEN 

l»ai(1In,  recarono  in  Vcnc/.la  nnn  fulln  «H 
ai  telici,  i  <|nali  non  onore  e  piofìllo  si  oc- 
nipaiono  nell'arie  Pclificatoiia.pl  imo  del- 
l'onorata  schiera  fu  Pietro  Lombardo, 
nnin)irato  nello  chiesa  de'Miracolì,  egià 
!>iìi  ancora  nella  Certosa  prima  ciie  si 
piangesse  inulilmcnle  dislriilta;  e  di  sua 
stirpe  sembra  che  iiscis>ero  IMartino  Lom- 
bardo, autore  della  scuola  di  s.  Marco, 
e  Moro  Lombardo,  che  condusse  la  chie- 
sa di  s.  Gio.  Crisostomo:  certamente  fi- 
gli ili  Pietro  furono  Tullio  eAiitonioLom- 
bardo,  i  quali  si  direbbe  che  avessero,  spe- 
cialmente (piando  scolpivano,  cieca  la 
niente  e  la  mano.  Lssi  vis'^ero  molta  par- 
te del  secolo  XVI,  in  cui  1' archilettursi 
toccò  il  sommo  tiella  peife7Ìone.  A  rpie- 
Sl'epoca  ap[>ailengono  Dailolomeo  e  Gu- 
glielmo di  Bergamo  archilelli  e  scultori 
i!i  inerito,  il  veronese  Giammaria  Fidco- 
nelto,  cui  i  veneti  di  preferenza  occupa- 
rono nelle  forti  o|)ere  delle  città  di  Ter- 
raferma, e  Antonio  Scaij»agnino,  la  cui 
patria  è  incerta,  il  quale  inerilò  lode  per 
solidità  e  semplicità.  In  quello  secolo  si 
segnalò  Io  scultore  e  arcbiletlo  venezia- 
no, il  cui  nome  rimase  conosciuto,  poi- 
ché di  tanti  che  tali  furono  s'  ignora. 
Questo  è  Alessandro  Leopardo,  e  ad  on- 
ta che  non  avesse  fatto  altra  cosa  oltre  il 
piedistallo  della  statua  equestre  di  Colleo- 
ni-,  è  degnissimo  di  vivere  immortale  nel- 
la storia  degli  architetti.  Condotta  di  que- 
sto modo  l'arte  dell'architellare  a  buoni 
priiicipii ,  essa  poteva  nel  secolo  XVI  a- 
vanzare  così  da  non  temere  nuova  rovi- 
na. Allo  studio  che  facevasi  in  Roma  del- 
le simmetrie  e  delle  forme  degli  antichi 
edifizi,  a'disegni  che  se  re  traevano  de- 
I  gli  eleganti  ornali,  e  alla  contemplazione 
della  loro  maestà  e  magnificenza,  deb- 
bono i  veneziani,  che  non  solamente  nel- 
la capitale  e  nelle  soggette  città,  ma  eziaii- 
I  «ho  ne'Iuoghi  villerecci  di  quiete  e  ripo- 
'  so, posseduti  da'patrizijs'innalzassero  que' 
tanti  edifizi  che  mirabili  per  mole  ,  lo 
sono  [)iù  ancora  per  la  copi.i  de'pregi  in 
riguardo  dell'arte.  Michele  Sanmicheli, 


VEN 


399 


Andrea  Palladio  e  Vincenzo  Scutno/zi, 
questi  vicentini  e  quello  veronese,  il  fio- 
lentiuo  Jacopo  Tatti  detto  Sansovino  e 
il  carrarese  Danese  Cattaneo  IraToiestie- 
ri,  ottennero  siffatta  benemerenza.  San- 
micheli superò  nella  scienza  dell'  archi- 
tcllura  que'liitti  che  con  lui  .studiarono 
ili  pKuna,  e  fu  l'inventore  delle  moderne 
fortificazioni,  nella  qual  arte  educò  il  ni- 
pote Gio.  Girolamo,  che  vi  ottenne  mol- 
la rinomanza.  Andrea  Palladio  ebbe  a 
iiiaesdo  il  veneto  Gioviinni  Fontana,  di 
cui  è  opera  grandiosa  il  pubblico  palaz- 
zo d'Udine,  avendo  però  imparato  l'ot- 
timo in  lioma  ,  che  si  manifesta  nelle 
molle  sue  opere ,  e  vi  notò  quelle  leggi 
delle  quali  si  fece  sovrano  maestro  ne' 
suoi  preziosi  scritti  :  lo  ripeto,  fu  deno- 
minato il  Raffaele  degli  Archilelii.  Lo 
Scamozzi  suo  concittadino  ,  ne'  propri 
Si-ritti  sembra  sprezzarlo,  non  pertanto 
nell'opere  ne  ritenne  il  carattere.  In  es- 
se mantenne  seinplicità.correzionc  e  mae- 
stà; ma  i  suoi  arbitrii  aprirono  la  strada 
a  quelle  slrmiezze  a  cui  l'arte  ilei  dise- 
guo si  abbandonò  nel  XVII  secolo.  Mii 
sia  che  alle  titnle  fabbriche,  le  quali  si 
conducevano  in  Venezia  nel  secolo  XVI, 
non  bastassero  gli  architetti  suoi,  di  cui 
alcuno  venne  chiamato  ad  innalzar  edi- 
fizi  di  grande  rilievo  eziandio  fuori  d'I- 
talia; sia  che  si  amasse  d'  averne  de'  fo- 
restieri, o  per  veilerci  varietà  di  manie- 
re, o  per  accendervi  emulazione;  sia  an- 
cora che  piacesse  tentare  sua  sorte  in  una 
città,  dove  il  merito  era  premiato:  certa 
cosa  è  che  molti  artefici  stranieri  capi- 
tarono in  Venezia  a  stabilirvisi.  Primo 
tra  questi  vuoisi  nominare  il  ricordalo 
Sansovino,  il  quale  vi  alzò  copia  di  edi- 
fizi  insigni,  A  lui  è  dovuta  doppia  lode, 
poiché  riuscì  grande  in  due  arti,  nell'ar- 
chitettura e  nella  scultura.  A[irì  scuola 
in  Venezia,  che  glie  n'è  grata,  da  cui  i»- 
scii  ono  valorosi  discepoli,  i  quali  furono 
il  suddelio  Caltaueo,  Pietro  e  Domenico 
da  Salò,  Alessandro  Vittoria  di  Trento, 
oltre  altri.  Cattaneo  nìa<;ni(ìco  ueil'ar- 


4oo  V  !•:  N 

clulelfare,  fu  mediocre  scultore  ,  ed  in 
Venezia  non  lasciò  che  opere  in  lai  arte. 
Egli  vivea  in  Venezia  in  con^nnioiie  de- 
gli arcliilelti  Girolunio  e  Giovanni  Gra- 
piglia.  IN'eir opere  del  V'illoria,  [)iìi  che 
nell'estreme  dello  Scaniozzi,  l'arte  archi- 
tellonica  cominciò  ad  abbandonare  la 
maestosa  semplicità  ,  onde  venne  il  la- 
grimevole  decadimento,  da!  quale  con  sì 
grarule  stento,  dopo  sì  lunga  durata  di 
tempo,  potè  incominciare  a  rialzarsi.  Al- 
lora ebbero  principio  opere  pesanti,  sfi- 
gurate, scorrette,  piene  di  tritume,  e  ciò 
che  (il  più  male,  spesse  di  ninnerò;  giac- 
ché pur  troppo  il  secolo  XVII  fu  quel- 
lo, che  in  Venezia,  come  in  Roma,  si  al- 
zò gran  numero  di  chiese  e  di  [)alazzi. 
Che  se  in  Venezia  il  Vittoria  traviava 
dalle  massime  del  suo  maestro  Sansovi- 
no,  anche  il  veneto  Baldassare  Longhe- 
na si  scostava  da  quelle  del  suo  maestro 
Scainozzi.  Per  altro  Longhena  ,  nutrito 
di  buoni  principi) ,  e  ricco  di  bell'inge- 
gno, seppe  rendere  le  sue  opere  brillan- 
ti di  pregi  che  gli  ottengono  perdono  de' 
ditetti:  il  migliore  suo  monumento  è  la 
Salute.  Ebbero  i  difelli  di  Longhena,  e 
non  nell'arte  le  virtù,  Andrea  Treuii- 
guan, Giuseppe  Benoni, Lorenzo  Boschet- 
ti, Malteo  Carmero,  Andrea  Cominelli, 
Clemente  Moli,  fr. Giuseppe  Pozzo,  Giu- 
seppe Sardi,  di  ciascimo  de'tjuali  vi  ha 
in  Venezia  edifizi,noti  però  celebrati,  ad 
eccezione,  (pianto  al  Benoni,  della  Doga- 
na. A  variare  1'  architettura  nel  secolo 
XVII  pare  cooperasse  non  poco  ezian- 
dio l'essere  trattata  da  parecchi,  i  (juali 
praticavano  al  tempo  slesso  la  scultura; 
giacché  perciò  la  caricavano  d'ornamen- 
ti che  lichiedendo  mollo  lavoro  di  scar- 
pello frullavano  ad  essi  doppio  guada- 
gno; e  la  pietà  che  in  quel  secolo,  dopo 
le  tante  tollerale  sciagure  di  pesti  e  guer- 
re, era  sempre  inquieta  d'onorare  l'Al- 
tissimo, specialmente  coli' erezione  e  il 
decoro  de'maleriali  templi,  godendo  di 
renderli  ognor  più  adorni,  volontieri  ve- 
niva dagli  artefici  secondata.  Ma  iutoruo 


V  E  N 

al  cooiinciar  del  secolo  .^CVIII,  l'arte  par-j 
ve  ricondursi  nuovamente  alle  buone! 
massime  palladiane.  1  veneti  Giovaiuii^ 
Grapiglia  e  Francesco  Smeraldi,  1'  uno 
nell'interno,  l' altro  nel  pro-ipetto  della 
cattedrale  di  s.  Pietro  di  Castello,  ne  la- 
sciarono buon  argomento.  Cominciato 
poi  il  secolo  co' buoni  studi  della  filoso- 
fia e  delle  matematiche  introdotti  in  Ve- 
nezia dagli  abbati  Muazzo  e  Conli,  da' 
professori  Musalo  e  Puleni,  da  illustri  pa- 
trizi, fra'quali  dal  cav.  Nicolò  Duodo,  ne 
accadde,  che  gli  artefici  a  poco  a  poco  ri- 
tornassero a  ragionevoli  componimenti. 
Allora  comparve  il  veneto  Andrea  Tira- 
li, che  se  pesante  nelle  sue  fabbriche,  so- 
no pressoché  tulle  buone  e  ninna  di  gu- 
sto cattivo:  per  lodarlo  basta  la  loggia 
della  chiesa  de'Tolentini.  Contempora- 
neo eresse  in  Venezia  edifizi  Giovanni 
Scaltarollo  veneto,  del  cui  sapere  e  buon 
gusto  n'  è  garante  il  tempietto  de'ss.  Si- 
mone e  Giuda.  Egli  era  zio  materno  di 
Tommaso  Temanza  e  faceva  suoi  sludi 
insieme  con  Matteo  Lucchesi,  ambo  ve- 
neti: de'quali  il  i ."  se  è  lodatissiino  per  la 
fabbrica  della  chiesa  di  s.  Maddalena,  non 
è  meiio  degno  d'esser  l'altro  celebrato  pei" 
la  sua  chiesa  di  s.  Giovanni  Nuovo,  ch'e» 
gli  soleva  chiamare  il  Redentore  redeii- 
to,  mirando  alla  chiesa  palltuliana,  della 
quale  pretendeva  aver  schifato  qualche 
difetto;  certamente  facendo  un'opera  che 
lo  dimostra  dotto  e  giudizioso.  Nel  tem- 
po stesso  il  veneto  Giorgio  Massari  in- 
nalzava edifizi  di  considerazione,  riuscen- 
do però  pesanti  sulla  maniera  di  quelli 
del  Tirali.  A  mantenere  in  questo  seco- 
lo vigorose  le  buone  massime  dell'archi- 
tellura  concorsero  sommamente  alcuni 
de'[)alrizi,  i  quali  nutriti  dello  spirito  dei 
veneto  p.  Carlo  de'conti  Lodoli  minore 
osservante,  autore  degli^/6v«<'/z^i(/e//'rt/'- 
chì'letCura,  osservavano  con  fino  occhio 
di  critica  ogni  edifizio,  che  nuovo  venia- 
si  innalzando.  Talvolta  anch'essi  presero 
diletto  d'ergere  qualche  fabbrica  co'ioro 
disegni;  ma  allora  si  vedeva  ancora  una 


V  E  N 
Volta  essere  altra  cosa  il  dar  scnlen^.l, 
altra  l'operare  !  Di  sovente  :  Chi  non  sa 
dare  nulla  del  proprio  ,  si  contenta  del 
commentale  l'altrui! Soprattutto  fu  male 
che  talora  favoreggiassero  chi  meno  n'era 
degno,  per  cui  fra  gli  altri  il  Maccarucci 
eresse  fabbriche  non  degne  di  Venezia. 
Ma  se  le  sode  mossime  insegnate  e  pra- 
ticate dal  Tenianza  e  dal  Lucchesi,  le 
quali  si  erano  fìtte  nella  mente  di  parec- 
chi coltivatori  di  loro  arte,  prometteva- 
no che  si  avrebbero  avute  degne  ope- 
re ;  i  mutati  tempi  mieterono  in  erba  le 
grandi  speranze.  Soltanto  Giannantonio 
Selva  veneto  potè  dare  alcune  sue  ope- 
re, tra  le  quali  primeggiano  il  (eatro  del- 
la Fenice,  e  la  chiesetta  del  Nome  di  Ge- 
sù, che  stava  ergendo,  quando  morte  lo 
colpi  improvvisamente;  che  se  povero  di 
fantasia,  fu  ricco  di  dottrina  e  dì  ragione. 
Qiielli  chepresentemente  trattano  in  Ve- 
nezia la  sua  arte,  sono  allievi  di  lui;  al- 
lievi che  rammentano  il  maestro  con  a- 
more  e  con  lode,  mostrando  la  buona 
scuola  ricevuta,  il  proprio  ingegno  e  ze- 
lo di  «nantenere  Venezia  nella  riputazio- 
ne di  buon  gusto,  eziandio  nell^arte  di 
architettare.  Di  questo  è  splendido  sag- 
gio il  contenuto  nella  stupenda  opera, 
Lt  Fabbriche  e  i  Monumenti  cospicui  di 
Venezia,  che  ha  giustamente  meritato 
la  3."  edizione.  Scrisse  il  Teaianza  le  Pi- 
tc  de'  pili  celebri  arclntctù  e  scullori  ve- 
neziani che  fiorirono  nel  XVI  seco- 
lo, Venezia  i778.JN'el  voi.  LXXXV,  p. 
207  e  208,  tornai  a  parlare  della  Pro- 
tomoteca Capitolina  di  Pioma,  ove  nel 
Campidoglio  si  onorano  con  erme  mar- 
moree la  scienza  e  1'  arte  di  molti  illu- 
stri italiani  cultori,  per  sublime  concet- 
to d'  un  Canova,  il  quale  nobilissimo  e 
generoso  ammiratore  di  essi,  a  sue  spe- 
se vi  fece  scolpire  e  collocare  i  busti 
delle  seguenti  glorie  venete,  sia  di  \^e- 
iiezia,  sìa  di  sue  provincie,  oltre  quel- 
li di  Dante,  Michelangelo,  Petrarca, 
Tasso,  Colombo,  Vinci,  Lazzari,  INicolò 
da  Pisa  ec.  Essi  sono:  Tiziano,  Palladio, 
voi.  >Cf, 


V  È  fr  4o  r 

Tiral)Osclii,  Paolo  Caliari,  Michele  San- 
michelì,  Giovanni  Nanni  da  Udine,  Gio. 
Battista  Piranesi,  Carlo  Goldoni.  Altri  vi 
eressero  le  erme  di  Benedetto  Marcello, 
Aldo  Pio  Manuzio,  Sebastiano  frate  del 
piombo,  Antonio  Cesari,  Gio.  Giorgio 
Trissino.  Né  vi  mancano  del  regno  Lom- 
bardo e  sono:  Andrea  Mantegna,  Camil- 
lo liusconi,  Alessandro  Verri.  Benché 
già  vi  fosse  giustamente  collocato  il  bu- 
sto di  Canova,  a  suo  onore  Leone  XII 
fece  scolpire  dal  commendator  De  Fa- 
bris  la  statua  dì  Canova  con  monun»en- 
lo  di  gruppo  allusivo  che  descrissi  a 
suo  luogo.  —  Ora  si  presenta  più  ampio 
campo,  splendido  e  variatissimo,  la  pit- 
tura veneziana.  Non  è  argomento  da 
rannicchiarsi  in  alcune  pagine,  imperoc- 
ché due  celebri  competenti  giudici  ecco 
come  senleoziarono.il  Missirini,  Qua- 
dro delVArli  Toscane:  La  Veneta  é  la 
prima  scuola  del  naturale.  Essa  è  vera, 
vasta,  sorprendente  quanto  la  natura.  Il 
Bosini,  Storia  della  Pittura:  Se  la  scuo- 
la Veneta  rasrijiunto  avesse  nella  scienza 
la  Romana,  e  nel  disegno  la  Fiorentina, 
sarebbe  la  prima  scuola  del  mondo.  Scris- 
se M.  Boschi  ni.  Le  ricche  miniere  della 
Pittura  f  eneziana,  Venezia  1674-  In 
questa  città  nel  1792  fu  impresso  in 
due  volumi:  Della  Pittura  Veneziana  e 
de'  Veneziani viaestri.C\div\d\o  Ridolfi  ve 
ronese.  Le  meraviglie  dell' arte  ^  ovvero 
delle  Vite  degV  illustri  pittori  veneti  e 
dello  Stalo j  ove  sono  raccolte  le  opere 
insigni,  i  costumi,  i  ritratti  loroj  con  la 
narrazione  dell'istorie,  delle  favole  e 
delle  moralità  da  quelli  dipinte ,  Vene- 
zia 1648,  appresso  Gio.  Battista  Sga- 
va.  Edizione  2.*,  la  quale  dovea  essere 
corretta  ed  arricchita  d'  annotazioni  da 
Giuseppe  Vedova,  Padova  i835,  ma  in 
quella  vece  non  ebbe  né  una  cosa,  né 
l'altra,  ed  anzi  furono  om messi  gli  indi- 
ci utilissimi  e  copiosi  della  i.'  edizione. 
Antonio  Maria  Zanetti  il  giuniore, /'«- 
rie  pitture  a  fresco  diprincipali  maestri 
veneziani f  ora  la  prima  volta  con  le 


4o2  YEN 

stampe  pulhlicatc  ,  Venezia  i  760  con 
24  lavole:  Della  Pidara  T etuziana  e 
dell'opere  puhhliehe  dceeneziaiiì  mne- 
s(rì,  Venezia  177»  ,  nella  slamperia  di 
Giuseppe  Albrizzi.  Nell'opera  ìntilolala, 
Introduzione  allo  studio  delle  Arti  del 
disegno,  Rlilano  182  i,  a  p.  1  78,  si  com- 
pendia come  segue  la  storia  ed  i  pregi 
della  veneta  pittura.  La  scuola  della  pit- 
tura  veneziana  è  antica  ed  illustre;  co- 
mincia nel  secolo  XI 1 1,  qualora  non  sì  'vo- 
glia farla  risalire  al  secolo  XI,  allorcliè 
di  Grecia  fuiooo  chiamati  i  niusaicisli  nd 
ornare  il  tempio  di  s.  Marco  ,  0  a'  mu- 
saici di  Grado  e  di  Torcello,  lavorali  n<l 
secoloIXene'susseguenli.  Bensniel  XI  li 
può  dirsi  clie  la  pittura  fiorisse  in  Vene- 
zia, perchè  già  vi  esisteva  una  corpora- 
zione di  pittori,  ed  un'arca  di  legno  alla 
Giudecca  dicesi  dipinta  verso  il  1262. 
Kel  1  3o6  Giotto  trovavasi  a  Padova,  e 
quivi  ed  in  Verona  dipinse  nel  1  3  1 6.  Se- 
guono quindi  i  nomi  di  vari  artisti  vene- 
ti in  parte  giotteschi,  in  parte  no;  e  nel 
secolo  XV  Irovansi  molti  pittori  illustri 
dell'isola  di  Murano,  tra' quali  i  fecon- 
di Vivarini.  Da  questi  con  lunga  serie 
non  interrotta  di  artisti,  tanto  di  Ve- 
nezia, quanto  dello  stalo  suo,  si  giunge 
all'epoca  della  pittura  a  olio  introdotta 
in  Venezia,  e  quindi  a'  Bellini,  al  Car- 
paccio, al  Basaili,  ed  alla  scuola  Bellinia- 
na;a  Girolamo  Santacroce,  ed  a  Giambat- 
tista Cima  di  ConeglianOj  insigne  tra  gli 
ultimi  maestri  dell'antico  stile,  come  di 
gran  merito  fu  pure  tra  questi  Pellegrino 
di  s.  Daniele.  Compariscono  in  seguito 
Andrea  Manlegna,che  uscì  dalla  scuola 
dello  Squarcione,  sebbene  passasse  poi  a 
figulare  come  maestro  della  Lombardia, 
e  molli  ebbe  in  Padova,  in  Treviso  e  ne' 
vicini  paesi  scolari  e  imitalo)  i;  i  due  Mon- 
tagna, Pietro  Marescalco  detto  Spada, 
Liberale  da  Verona,  Girolamo  da'Libri, 
Antonio  Boselli  e  altri  bergamaschi  ,  e 
molli  lavoratori  in  tarsia.  La  2."  epoca 
«Iella  pittura  de'  veneziani  comprende 
Ciorgione,  Tiziano,  il  Tiulorello,  Jacopo 


I 

alle^ 


V  E  N 

da  Ba<;sano  e  Paolo  Veronese.  Il  caralle 
re  di  questa  scuola,  0  per  meglio  dire  di 
questa  epoca  ,  viene  costituito  in  gran» 
parie  dal  colorilo,  che  divenne  il  piìi 
vero,  il  più  vivace,  il  più  applaudito  dii 
tutte  le  scuole;  e  non  tanto  deve  altri-' 
buirsi  questo  alla  vivacità  de'colori,  quan- 
to al  metodo  d'  applicarli  a  ciascun  luo- 
go con  colpi  sicuri,  e  per  così  dire  di  toc- 
co, senza  mollo  impastarli,  lormenlarli, 
o  strofinarli.  Con  questi  colori  essi  dipin- 
sero non  solo  mirabilmente  le  carni,  mi 
anche  le  vesti,  contraffacendo  i  panni,  li 
stoffe,  i  veli  ec.  Del  resto  quegli  antichi 
pittori sludiaronoancora  una  certa  gian- 
dezza  delle  proporzioni,  ed  in  ogni  opera 
idearono  bene  tutto  l'insieme  con  passag 
gi,  e  colle  gradazioni  della  luce  più  oppor^ 
lune.  Alcuni  non  curarono  il  rigore  del 
disogno,  ma  gli  artisti  veneti  in  genera-; 
le,  e  molto  meno  i  grandi  artisti,  ponno' 
esserne  giudici  ignari.  Giorgione  e  Ti' 
ziano  cominciano  l'  epoca  più  bella  ;  il 
i."  Giorgio  Barbarelli  fu  detto  Gior- 
gione per  una  grandiosità  sortita  dalla 
natura  nell'animo  e  nella  persona,  che 
impresse  anco  alle  sue  opere;  staccossi 
dalla  minutezza  che  talvolta  osservavasi 
nell'opere  di  Bellini,  e  continuò  sempre 
a  ingrandire  il  suo  stile,  facendo  più  am- 
pi i  contorni,  più  nuovi  gli  scorti,  più  vi- 
vaci le  idee  eie' volti  e  le  mosse,  più  scel- 
lo il  panneggiamento,  più  naturale  e  più 
moi  bido  il  passaggio  da  una  ad  altra  tin- 
ta, più  forte  e  quindi  di  maggior  effetto  il 
chiaroscuro.  11  carattere  del  suo  pennel- 
lo è  risoluto,  è  forte  di  macchia,  ed  alto  a 
sorprendere  in  lontananza. Morì  assai  pre- 
sto, ma  molli  seguaci  egli  ebbe ,  che  si 
dicono  Giorgionesehi ,  e  Ira  questi  fra 
Sebastiano  del  Piombo,  Giovanni  da  U- 
dine,  e  forse  Lorenzo  Lotto,  che  mollo 
studiò  anche  in  Milano  l'opere  di  Leo- 
nardo da  Vinci.  Tra'giorgioneschi  si  di- 
stinsero Jacopo  Palma  ,  l^aris  Bordone, 
ed  il  Pordenone  (cioè  Gio.  Antonio  Re- 
gillo  o  Licinio,  secondo  alcuni  della  fa- 
miglia Saccbiease,  detto  da  altri  Curii- 


V  E  N 

cello,  sforpialma  de!  nome  paterno  di 
Coilicello,  nato  a  Pordenone  neh 484)» 
che  pure  el)be  numerosa  e  floritu  scuo- 
Ja.  Altre  scuole  si  accennano  in  quell'e- 
poca di  l^oojponio  Anialleo,  allievo  del 
Pordenone,  e  di  Pellegrino  da  Udine.  Ti- 
ziano Vecelli  fu  condiscepolo  per  qual- 
che Jempo  di  Giorgione,  indi  ne  divenne 
emulo;  ma  niiu.o  meglio  di  lui  vide  la 
natura  e  la  ritrasse  nel  suo  vero,  ed  in 
tuttociò  ch'egli  prese  a  trattale,  siano  fi- 
gure, o  paesi  ,  o  altri  oggetti,  in  lutto 
impresse  la  sua  naturalezza.  Gli  si  oppo- 
se da  alcuni  critici,  e  principalmente  da 
jMengs,  di  non  aver  sempre  disegnalo  cor- 
rettamente; pure  riuscì  perfetto  nel  dise- 
gnare donne  e  fanciulli,  e  ne'  ritraiti,  co- 
me dice  Reynolds,  fu  pittore  del  massimo 
carattere,  e  come  Zanetti  assicura,  gran- 
(ii,  flotte,  rnagi''{rali  sono  per  lo  più  ne* 
suoi  quadri  le  forme  degli   uomini.   Fu 
grande  nel  chiaioscuro,  e  grandissimo  nel 
coloiito;  e  nell'invenzioni,  nelle  composi- 
zioni, nell'espressione  nulla  operò  mai 
senza  consultare  la  natura.  Il  Ticozzi  nel 
volume,  Le  l'aite  de  T  ecelli,  e  quindi  il 
cav.  Rlayer,  nella  dotta  opera,  DelV  iini- 
tazione  pittai  ira,  dell'  eccellenza  dell'o- 
pere di  Tiziano  e  della  vita  di  Tiziano, 
Venezia  18  i  7,  tipografia  Alvisopoli,  con- 
futando il  Ticozzi  espose  la  storia  di  Tizia- 
no non  solo,  ma  quella  ancora  di  diversi  al- 
tri pittori  di  sua  famiglia  Vecelli.  Sui  Ve- 
celli ciolfri  preziosissime  notizie  l'ab.  Giu- 
seppe Cadorin,  DelV amore  dcTenezia- 
ìii  di  Tiziano  Fecellio,  delle  sue  case  in 
Cadore  e  in  f^eneziaedelle  Vite  de' suoi 
figli.  Notizie,  ec,  Venezia  presso  Carlo 
flopfner  I  833.  11  Lanzi,  Storia  pittorica 
dell'Italia,  seguendo  il  solito  suo  ordine, 
Ita  tessuto  un  lunghissimo  catalogo  di  Ti- 
zianeschi \n  Venezia,  di  allievi  o  imitato- 
ri oltramontani,  i  quali  spesso  emularono 
Tiziano  ne'ritralli;  e  de'tizianeschi  spar- 
si per  lo  sfato  veneto,  tra'quali  alcuni  la- 
sciarono opere  degne  di  memoria.  Tra 
questi  Alessandro  Duonvicino  detto  il  Mo- 
retto di  Brescia f  fu  capo  d'una  scuola,  e 


V  E  N  4o3 

molli  scolari  ebbe  pure  altro  pittore  che 
fioriva  in  Brescia  col  Moretto,  e  che  vitn 
denominato  comunemente  il  Roinanino . 
La  serie  numerosissima  de'tizianeschi  ci 
conduce  fino  a  Jacopo liobusli  detto  Tiii- 
tnreito,  scolare  egli  pure  di  Tiziano,  ma 
che  col  suo  ingegno  ardì  farsi  capod'  u- 
na  nuova  scuola  ,  nella   quale  voleva  e- 
mendare  tutti  i  difetti  della  Tizianesca. 
Ma  egli  non  ebbe  sempre  per  compagna 
la  diligenza  ;  mollo  dipinse  ,  e  terribil- 
mente dipinse,  e  forse  troppo;  produsse 
alcune  opere  meravigliose,  ed  altre  ne 
trascurò  per  tal  modo  ,  che  quelle   sue 
rappresentazioni  nou  conservano   né  di- 
gnità, né  nobiltà,  né  carattere.  Ebbe  tut- 
tavia un  numero  di  scolari  e  di  seguaci, 
che  non  accrebbero  la  di  lui  fuma.   Mi- 
glior scuola  formò  forse  Jacopo  da  Pon- 
te detto  Bassano,  che  due  vie  tenne  nel 
dipingere,  la  prima  di  ridurre  alle  loru 
forme  i  soggetti  con  bella  unione  di  tio- 
le,  e  caratlerizzare  quindi  le  figure  in  fine 
con  libere  pennellale;  la  seconda  di  for- 
mare le  figure  con  semplici  colpi  di  pen- 
nello, con  vaghe  e  lucide  tinte,  e  con  un 
certo  possesso  e  quasi  una  sprezzalura,che 
da  vicino  pare  un  confuso  impasto,  e  da 
lontano  forma  una  grata  magia  di  colo- 
rilo. Nell'una  e  nell'altra  maniera  spiegò 
egli   un'originalità,  e  questa  mostrò  an- 
che nel  gusto  delle  sue  composizioni.  Eb- 
be a  ripetersi  molle  volte,  il  che  alcuno  ha 
voluto  allribuiie  a  povertà  d'idee,  e  for- 
se più  ancora  dipendeva  dalle  circostan- 
ze nelle  quali  si  trovava.  Ebbe  4  ^^"s"» 
tulli  pittori,  due  de'quali  ottennero  gri- 
do, e  nìolli    altri  scolari,  che  vengono 
delti  Bassaneschi.  L'ultimo  dell'epo- 
ca in  discorso  è  Paolo  Caliari  veronese, 
che  pei'feziouò  quella  parte  della  pittura 
che  ancora  rimaneva  imperfetta,  ritraen- 
do in  campi  grandissimi  tutto  il  più  va- 
go dell*  arte,  architetture,  vesti,  orna- 
menti, apparato  di  servi,  e  lusso   degno 
di  regi.  Nel  notare  i  maestri  di  Paolo,  il 
Lanzi  aggiunse  i  nomi  di   molli  pittori 
veronesi  di  quel  tempo,  e  quindi  ha  le- 


4o4  V  E  N 

gistralo  1  di  lui  contemporanei,  Ira'  qua- 
li deve  particolarmente  distinguersi  Do- 
menico Piicci  detto  Bnisasorci  (con  que- 
sto soprannome  \aBìografia  degli  Artisti 
riconosce  il  veronese  Domenico/?i6C/o, co- 
sì dettodal  padre,  il  quale  avea  scoperto 
un  segreto  per  far  perire  i  sorci), ch'è  il 
Tiziano  di  quella  scuola,  ed  i  numerosi 
scolari  e  seguaci  di  Faolo,  fra'  quali  due 
pittori  trovansi  della  famiglia  medesima. 
Fiorirono  in  quell'  epoca  in  Venezia  al- 
cuni stranieri,  e  tra  di  «ssi  cita  il  Lanzi, 
Battista  Franco  e  il  Sansovino  (il  quale 
ultimo,  quantunque  non  pittore,  ebbe 
molta  influenza  fra  i  pittori,  e  massime 
nella  esecuzione  de'  musaici  della  chiesa 
di  s.  Marco.  Di  lui  parlai  di  sopra  fra  gli 
architetti-scultori;quanto  a  Battista  Fran- 
co, la  Biografia  universale  stampata  in 
Venezia,  lo  dice  ivi  nato  nel  1498,  detto 
Scinolci,  maestro  di  Baroccio:  la  Bio- 
grafia degli  Artisti,  pure  impressa  a 
Venezia,  egualmente  lo  dichiara  nato  in 
quella  città  in  detto  anno,  chiamando- 
lo Gio.  Battista,  e  che  a  Venezia  è  det- 
to Sermolei  o  Sen)olei,  e  così  pure  il 
Cicogna  a  p.  /\.i5,  voi.  5  delle  Inscrizio- 
ni Veneziane).  Tiziano,  die' egli,  ave- 
va aperto  la  strada  a'  paesisti  :  ì  Bassa- 
ni  si  distinsero  nel  dipingere  animali  ; 
ed  in  Venezia  da'  pittori  dello  stato  fu 
portato  il  gusto  de'  grotteschi,  mentre 
Palladio  e  Sansovino  quello  favoriva- 
no della  quadratura,  e  continuava  a  so- 
stenersi con  onore  la  scuoia  mediante 
l'opera  de*  piìi  ciliari  musaicisti.  Nel- 
la terza  epoca  de'  veneti,  secondo  Lan- 
zi, i  manieristi  dal  secolo  XVII  gua- 
starono la  pittura,  ed  appena  compa- 
riscono in  quel  periodo  non  del  tolto 
innocenti  il  Palma  Giovine,  ed  alcuni 
di  lui  seguaci.  In  quel  tempo  nacquero 
le  sette  de'  naturalisti  e  de'  tenebrosi  j 
i  primi  così  detti,  perchè  ammiratori 
del  Caravaggio  e  del  suo  stile  plebeo 
(«ic),  seguivano  solo  la  natura  ed  il  ve- 
ro, ma  non  ne  facevano  buona  scella  ;  i 
secondi  perchè   affeltavano  di  servirsi 


VEN 

d' imprimiture  scurissime  ed  oleose,  U 
quali  nuocevano  spesso  alla  durevolezza 
dell'  opere.  Il  Lanzi  ha  tessuto  una  se- 
rie de'  pittori  migliori  di  quell'epoca, 
ma  per  dir  vero  pochi  nomi  si  distiu" 
guono  in  quel  catalogo,  e  forse  solo  nie< 
rita  qualche  celebrità  Pietro  Vecchia  ali 
lievo  del  Padovanino,  ossia  Alessandro 
Varoltari  imitatore  di  Tiziano  e  di  Pao- 
lo, del  quale  fu  discepolo,  che  altri  mol- 
ti scolari  ebbe,  le  di  cui  opere  souc 
pressoché  dimenticate.  Tra'  pittori  delle 
stato  veneto  di  quel  tempo  si  registra, 
solo  per  esser  nato  in  Bergamo,  Ene< 
Salmeggia,  che  educalo  prima  in  Cre< 
mona  da'  Campi,  quindi  in  Milano  da' 
Procaccini,  passò  in  Pvoma  a  studiarei^ 
anni  Raffaele,  e  lo  imitò  finché  visse,  né 
mai  alcuna  cosa  ebbe  del  veneto.  Abbon 
dò  tuttavia  quell'età  di  pittori  di  paesi 
di  battaglie,  di  capricci,  di  fiori  e  di  fruii 
la,  di  prospettiva;  e  fuwi  persino  un  pre- 
te bergamasco,  Evaristo  Bascheuis  o  Ba- 
scheris,  che  inventò  un  nuovo  genere 
chiamato  inganni  di  pittura,  ritraendo 
istrumenti  di  suono,  carte  di  musica, 
carte  scritte,  calamai,  ed  altri  oggetti, 
disposti  in  disordine  sopra  tavole,  con 
verità  e  rilievo,  che  ingannano  l'occhio 
e  non  si  crederebbero  a  tutta  prima  di- 
pinti. Nella  4-"  epoca  non  si  ravvisano  in 
Venezia  che  stili  forestieri  e  nuovi,  e  tra 
questi  alcuni,  che  se  non  perfetti,  par- 
vero per  alcun  tempo  originali,  e  furono 
nel  loro  genere  pregiati.  Quindi  l'opere 
ricercate  de'Ricci,  del  Tiepolo  (il  quale 
fu  detto  V ultimo  de  veneti  che  si  faces- 
se gran  nome  in  Europa,  ma  il  d."^  An- 
tonio Certi  ,che  nel  i856  ne  lesse  l'elo- 
gio nell'accademia  delle  belle  arti  di  Ve- 
nezia, non  accettò  in  via  semplice  e  pu- 
ra tale  encomio,  pel  riportalo  dalla  Cro- 
naca di  Milano  del  1 857,  P-  ^9)>  *^'^'  ^^' 
naielto,  del  Rotari,  del  Guardi;  quindi 
le  scuole  dello  Zanchi,  del  Bambini,  del 
Lazzarini,  del  Piazzetta,  di  Sebastiano 
Ricci,  del  Balestra;  quindi  i  pastelli  di 
Rosalba  Carriera,  i  paesi  di  Marco  Rie- 


YEN  V  E  N  4o5 

ci,  cil  altri  simili  oggetti,  su'quali  non  si  prova  che  la  scultuia  fu  meglio  cui- 
giova  Imigamenle  arrestai  si.  lu  qtiell'e-  tivata  a  Venezia  che  altrove.  In  pari 
poca  si  apn  in  Venezia  uno  studio  pel  tempo  ivi  l'architettura  era  assai  colti- 
restaura  mento  dell'  antiche  pitture,  arte  vata;  descrivendo  il  carattere  delle  pitture 
che  si  è  sempre  di  poi  or  bene  or  male  d'allora,dedotleda*niusaici  edallescultu- 
praticata  in  ((uella  città.  Così  la  citata  re.  De'lavori  di  musaico  operati  in  Vene- 
opera  milanese.  —  Ad  onta  che  i  sunno-  zia,  Torcello  e  Murano.  Congetture  sul- 
minati  autori,  oltre  il  Vasari  ch'ebbe  se-  l'opere  di  pennello  condotte  in  questo  pe- 
guaci  nelle  sue  invettive,  scrissero  della  riodo  a  Venezia,  mentre  le  molte  disav- 
scnola  della  pittura  veneziana,  ninno  pe-  venture  a  cui  soggiacque,  non  rallenta- 
rò  portò  l'indagini  sullo  stato  della  pit-  rono  l'ardore  per  le  buone  arti.  Nella 
tura  ne'primi  secoli  in  cui  questa  mera-  2. "prendendo  le  mosse  dali25o,  cioè  al- 
vigliosa  città  incominciava,  come  per  in-  quanti  anni  prima  della  nascita  di  Giot- 
canlo,  ad  emergere  dalle  salse  onde;  ne  lo,  che  dal  Vasari  si  tiene  pel  creatore 
alcuno  eziandio,  con  filosofico  sguardo,  e  rinnovatore  dell'arte,  tolse  a  dimostra- 
ebbe  a  rintracciare  le  cagioni  per  le  qua-  re  come  in  Venezia,  senza  il  suo  aiuto, 
li  I'  arte  a  grado  a  grado  pervenne  a  dipingevansi  le  prime  opere  certe  in  di- 
quella gloria  che  la  condusse  Giorgione  verso  modo  da  quello  usato  da'  greci,  e 
ed  il  Vecellio,  e  coll'andar  de'tempi.se-  da  vasi  opera  a  migliorare  lo  stile;  e  dello 
guendo  suo  fato,  si  prostrò  e  s*  invilì  a  della  compagnia  de'  pittori  stabilita  iu 
segno  di  perdere  ogni  traccia  di  bello,  Venezia,  mano  mano  venne  a  illustrare 
finché  surta  miglior  stella,  diradassi  le  quell'  età  fino  al  tempo  della  scuola  de' 
tenebre  dell'ignoranza,  e  di  nuovo  splen-  Vivarini,  cioè  al  i45o.  Nella  3.'  fatto 
dorè  ammantandosi  si  fece  strada  luci-  capo  all'  onorata  famiglia  de'  Bellini  e 
dissima  in  cui  per  ventura  viviamo.  In  loro  scuola,  disse  come  per  essa  e  prin- 
lal  modo  si  esprime  il  eh.  veneto  Fran-  cipalmente  per  Giovanni,  sciolta  l'arte 
Cesco  Zanotto,  nel  dichiarare  d'aver  as-  da'  vecchi  modi,  si  crearono  quell'opere 
sunto  l'incarico  di  scrivere  la  Storia  castissime  in  cui  il  disegno  e  il  colore  di- 
dclla  Pittura  /^enez/ara^,  e  la  pubblicò  mostrano  qual  fosse  la  valentia  di  que' 
in  Venezia  nel  1834  verso  il  fine  del  t.  2  maestri  contemporanei  nell'anatomica 
della  sua  Pinacoteca  Veneta,  confor-  scienza,  e  come  le  tinte  preludessero  quel- 
lato  dagli  autorevoli  encomi,  che  ripro-  le  più  maschie  che  nel  susseguente  pe- 
dusse,  de'prof.  Missirini,  Fumagalli  e  al-  riodo  imporporarono  le  tavole  dell'ani- 
Iri,  meritamente  come  faro  di  luce  nel-  moso  Tiziano.  Il  quale  Tiziano,  col  Bar- 
le  belle  arti  di  Venezia  e  ne'  monu-  barella  ossia  Giorgione,  col  Tintoretto, 
menti  che  splendidamente  l'adornano,  con  Jacopo  da  Ponte,  detto  Bassano  dalla 
In  7  parti  divise  il  suo  importantissimo  sua  patria,  con  Kegillo  da  Pordenone, 
e  bellissimo,  critico  e  studioso  lavoro,  e  con  Paolo  Veronese,  formarono  nelle 
Nella  1.",  dic'egli,  esamina  qual  era  la  loro  scuole,  unitamente  a'  loro  alunni  e 
pittura  nel  tempo  in  cui  fondossi  Vene-  seguaci,  la  4-^  epoca,  la  più  gloriosa  della 
zia,  e  colla  storia  rapidamente  scorren-  scuola  veneziana.  E  qui  pe'  tempi  felici 
do  i  secoli  incolti,  confrontando  l'opere  della  repubblica,  che  uscita, quasi  per  mi- 
che produssero  gli  artisti  italiani,  per  ve-  racolo,  incolume  dalla  formidabile  lega 
dere  qual  posto  convenga  dare  a  coloro  di  Cambraj',  pose  in  chiaro  la  sentenza  : 
che  m  queste  dierono  mano  a  ditTondere  Essere  necessario  all'incremento  degli 
e  conservare  Tarli  gentili,  delle  quali  so-  ottimi  sludi,  e  in  principal  modo  dell'ar- 
sitene ohe  Venezia  fu  lai.' a  dilFonder-  li,  la  pace,  la  quale  ammorzando  l'ire, 
ne  l'amote  con  molteplici  opere.  Anzi  solleva  1' animo  a' candidi  piaceri  e  alla 


4o6  V  E  N 

coiilemplazione  del  bello.E  siccome,  con  - 
linua  il  cb.  outore,  al  dir  de'  Hlosoli, 
non  ponno  durar  lungamente  in  un  me- 
desimo stalo  le  cose  umane,  le  quali  do- 
po aver  toccato  la  più  alta  aieta   di   fe- 
licità, devesi  attendere  in  breve  il  deca- 
dimento; idea  rincbiiisa  dall'antica  sa- 
pienza nel  continuo  girarsi  dell'instabile 
ruota  di  Fortuna;  così  tramontati  que' 
luminari,e  venuto  il  giovineJacopoPalma 
nato  in  Venezia,dal  bergamasco  Jacopo  il 
vecchio,  che  pure  della  virtù  de'maggio- 
ri  era  ricco,  ma  non  da   poterne  soste- 
nere il  confronto,  a  poco  a  poco  degradò 
la  pittura  ;  poiché  obbliato  gli  artisti  lo 
studio  del  vero,  e  datisi  solo  a  operare 
di  pratica,  posero  in  campo  quella  fatai 
maniera  che  fu  poi  cagione  ancor  più 
si  perdesse  in  profonda  notte  i  magistra- 
li   precelti    lasciati   da'  primi   cacnpioui, 
Tuttavolta   dimostra   l'autore,  che   tale 
epoca  non  fu  del  tutto  povera  d'  inge 
gni,  mentre  oltre   il  Palma  laudato,  il 
Corona^  il  Vicentino,  l'  Aliense,  il   Piaz- 
za,  il   Coritariiii,  il    Vecchia,  il  Varot- 
tari,  il  Salmeggia,  conta  vari  altri  colo- 
ritori di  merito,  che  seppero  tenersi  di- 
scosti dalla  scuola  de'  tenebrosi,  ed  evi- 
tando il  comune  naufragio,  tennero  fer- 
mi nelle  buone  massime.  Tale  fu  il   5.° 
periodo  della    pittura    veneziana.   Con 
Andrea  Celesti  die'cominciamento  al  6." 
con    ispiegare  le  cause  per  le  quali   la 
veneta  pittura    degenerò  nel    gusto,  di- 
menticò quasi    del   tutto   i  sani    precetti 
degli  antichi,  perde  l'originale  cai  altere; 
e  pe'slili  stranieri  seguiti  allora  dagli  ar- 
tisti, precipuamente  digradò  nel  colore; 
<juella  scuola  cioè  che  sempre  avea  tenu- 
to il  primato  nel  colorito,  cominciò  ad 
alterarlo  e  per    renderlo    più    brillante 
io   fece  men  vero,    rimanendole  solo  il 
niacchinoso  della  composizione;  di  che 
se  ne  hanno  testimonianze  dalle  colossali 
opere  delio  Zanchi,  del  Molinari,  del  Fu- 
mìanì  edel  Piicci.  la  Gregorio  Lazzari- 
ui,  nel  Tiepolo  e  nel  Cignaroli  si  con- 
servarono i  germi  del  gusto  e  della  ve- 


1 


YEN 

neta  tavolozza,  i  quali    |)repararono  nel 
seno  delle   Lagune  il  risorgimento  del- 
l'arte, il  cui  decadimento  tulli  risentiva-j 
no  meno  i  vedutisti.  E'  vero  che  fin  dat 
I  72413  repubblica  disponeva,  e  nel  i  766 
idtiuìava   1' esecuzione  d' una  magnifica 
accademia    di  belle  arti,  a  simililutliue, 
come  il  decreto  ordinava,  delle  principa- 
li d'Italia  e  d'Europa,  e  con  il  medesi- 
mo  ne  parlai   nel  §  XIV,  n.  2;  ma  vi 
voleva  un  genio,  fche  richiamati  in  vigore 
i  prischi  esempi  e  lo  studio  indefesso  sul! 
le  greche  opere,  desse  quella  spinta  valeJ 
vole  a  fu-  risorgere  le  arti  avvilite.  Cano^ 
va  fu  questo  genio,  e  la  terra  che  il  pro- 
dusse fu  veneta,  onde  avesse  ella  il  van- 
to, come  ne'  secoli   scorsi,  di  diffondere 
prima  per  l'Ilalia  le  norme  del  bello  già 
pur  troppo  obbliate.  Neil'  ultima  e  7.''e- 
poca  dell'arte  pittorica  della  scuola  vene- 
ziana, in  cui  per  le  cure  prese  dal  pub- 
blico, per  r  aperte  accademie,  e   più   di 
tutto  pe'  genii  che  sorsero  ad   illustrare 
l'ai  ti  italiane,  quale  il  Mengs  coli'  opere, 
il  severo   Milizia  cogli  scritti    artistici , 
ed  il  genio  di  Canova  colla  scintilla  del 
fuoco  sagro  che  in  dono  avea  avuto  dal 
cielo,  l'autore  intesse  una  corona  a  que 
celebiati  che  sollevarono  nuovamente  la 
veneta  scuola  di  pittura  all'  italica  glor 
ria,  e  fecero  che  fra  le  straniere  nazioni 
sia  ancor  salutata  regina  e  maestra    in- 
fallibile del  colorilo.   Vi   furono   pittori 
della  vecchia  scuola,che  videro  il  risorgi- 
mento dell'arte  e  non  ne  profittarono, 
ad  onta  che  Canova  colle  sue  opere  moi 
strò  le  norme  del  bello.  Cadeva  la  repub- 
blica  veneziana  nel  ijq'j,  Dopo  sì  luii' 
go  e  saggio  e  forte  impero,  E  tal  che 
esser  parea  dovesse  eterno,  e  cadeva  pei' 
quella  ignota  forza  di   natura  che  solve 
e  trae  a  rovina  ogni  cosa  mortale  onde 
riprodurla  sotto  forme  novelle.  E  sicco- 
n)e  dall'eccidio  di  Troia   nacque  la  ro- 
mana potenza,  così  dalle  rovine  di  que- 
sta sorse  la  gloria  de'prirnitivi  veneti;  e 
quando!  francesi  l'ebbero  ^eclissata,  do- 
po rapide  e  vatie  vicende,  erede  dell'auli- 


VEN 

co  io)pero  l'Auslriaco  Cesare,  stese  colie 
villoiiose  aquile  sue  più  lato  il  liunìinio, 
e  licovrò  all'ombra  del  pacifico  olivo  Ve- 
nezia; che  divenuta  splendida  gemma  del- 
rimperial  corona,  tornò  a  hiillare  d'una 
luce  uioilesla  si  ma  non  meno  invidiala, 
giucche  ollenne  ella  l'amore  più  cddo 
deiritivillo  monarca.  Quindi  nùiò  a  ri- 
tornare nel  suo  seno  i  capi  d'arte  cli'e* 
ranle  stali  rapili  da'francesi;  vide  a  dar 
mano  al  ristaurode'  più  superbi  monu- 
nienli,  ne  vide  a  sorger  dc'nuovi,  e  l'ac- 
cademia delle  belle  arti  arricchita  splen- 
didamente d'ampie  sale,  di  classici  mo- 
delli d'opere  immortali.  Alcuni  malamen- 
te crederono  e  dilFusero,  che  il  risorgi- 
mento dell'arte,  avvenuta  nel  nostro  seco- 
lo, sia  slata  opera  di  Napoleone  I.  L'arte 
risorse  per  solo  impulso  di  Canova,  cui 
la  repubblica  di  Venezia  e  i  3  senatori 
veneti  llenier,  Fardelli  e  Faliero  aveano 
protetto  e  dato  mano  a  ciò  facesse  chiara 
mostra  di  se  all'italica  terra.  Il  Farsetti 
viaggiòa  Roma, ed  ivi  fatte  cavare  le  for- 
me delle  migliori  stalueantiche,ripalriato 
accolse  nel  proprio  palazzo  i  giovani  stu- 
diosijOnde  apprendessero  da  quegli  esem- 
plari le  norme  del  bello.  Pittori  della  vec- 
chia scuola  profittarono  de'nuovi  lumi,  e 
pel  i.° Teodoro  Malteini  pistoiese, che  do- 
po aver  imparato  a  Roma  la  pittura  sotto 
il  cav.  Pompeo  Daltoni,  dopo  aver  con- 
dotto opere  degne  del  bel  secolo,  in  quan- 
to al  diseguo  e  alla  composizione,  si  sta- 
bilì a  Venezia,  ove  nel  1802  fu  eletto  a 
socio  professore  del  collegio  di  pittura,  e 
nel  i8o4  ad  accademico,  indi  fu  scelto  a 
inae-itro  de'gìovani  nella  scuola  di  dise- 
gno: fu  suo  merito  che  i  modelli  di  ges- 
so del  F.irsetli  non  partissero  da  Vene- 
zia, raccolta  che  serv\  a  notabile  ptofillo 
degli  studiosi.  Al  Malteini  pertanto  va  la 
veneziana  pittura  debitrice  in  gran  par- 
te del  suo  risorgimento,  e  si  mostrò  sem- 
pre sino  al  i83i,  epoca  di  sua  morte, 
caldo  d'amor  per  l'arte,  zelò  pieno  d'ar- 
dore del  profitto  de'giovani,  cui  non  ces- 
sava predicare  esser  base  precipua  delia 


VEN  407 

pitliua  il  disegno.  Fu  egli  che  elello pro- 
fessore di  pittura  nel  1807,  scelse  il  lo- 
cale per  la  nuova  accademia  delle  belle 
aiti,  di  cui  nel  §  X,  n.  i  1  (ed  ove  cele- 
brai le  benemerenze  del  conte  Leopoldo 
Cicognara  suo  i.°  presidente,  che  tanto 
fece  prosperare  l'arti,  e  colia  voce,  cogli 
scritti,  col  pennello  che  maneggiava  ne* 
suoi  placidi  ozii,  animava,  dirigeva,  ad- 
ditava a'giovam,  amati  quali  figli,  la  me- 
ta a  cui  dovevano  aspirare.  Ebbe  ad  illu- 
stre compagno  il  nobile  Antonio  Diedo, 
benemerito  segretario  della  stessa  acca- 
demia, per  quanto  fu  operoso  e  benigno 
neir  educazione  degli  alunni,  massime 
per  le  sue  elucubrazioni  didascaliche  pie- 
ne d'artistica  sapienza,  che  resteranno 
documenti  preziosi  a'giovani,  che  voglio- 
no iniziarsi  nell'arti  sorelle,  polendosi  ri- 
guardare come  contorto  a'più  deboli,  co- 
me briglia  a'  più  fervidi,  couie  sprone 
a'più  tardi,  come  guida  a  tulli  sicura); 
fu  egli  che  die  all'arte  uu  Hayez,  un  De- 
inin,  un  Politi,  un  Lippariui,  uà  Grigo- 
lelti.  Rotte  le  tenebre,  e  mostrata  da 
Canova  la  strada  che  percorrere  dovea- 
si,  non  senza  opera  del  valoroso  Maltei- 
ni, finalmente  in  Venezia  si  conobbe  pei' 
infallibili  i  due  precetti  pittorici  dal  Tin* 
torello  sculli  sulla  parete  del  proprio 
studio:  //  disegno  di  HJiclielaiigclo,  e 
il  colorito  di  Tiziano.  Quindi  s' inco- 
minciarono a  studiare  1'  auliche  tavole, 
onde  apprendere  da  queste  il  magistero 
del  colorito,  obbliato  pur  troppo  dagli 
ultimi  maestri;  s'incorniciarono  a  dise- 
gnare i  modelli  della  Grecia,  e  da  cosif- 
fatto tirocinio,  alcuni  che  aveano  bevuto 
il  latte  delle  pittoriche  dottrine  da  impu- 
re sorgenti,  poterono  richiamarsi  dalia 
torta  via  da  prima  incontrata,  e  condur 
opere  degne  delle  loro  sollecitudini.  A. 
i'ielro  TaulÌDÌ  molto  deve  l'accademia. 
LiberaleCozzase[)pe  all'opere  sue  aggiun- 
gere (orza  di  colorilo.  Lattanzio  Quere- 
na, pittore  della  vecchia  scuola  come  i  pre- 
cedentij  profittò  degrinsegnamenti  delia 
nuova,  e  fu  riguurdutuaueilo  che  aunoda 


4o8  V  E  IV 

In  stoiia  pìlturìea  del  passato  col  secolo 
presente.  Si  formò  uno  stile  suo  proprio, 
die  partecipa  di  tutti  senz'essere  servile 
di  nessuno,  e  potè  col  macchinoso  com- 
poiie,   colla   lijrza   del   colorito  e  colla 
[ìronteyza  dell'operarefar  celebrato  il  suo 
nome.il  veneto  Gaetano  Aslolfoni  si  for- 
mò più  da  se  che  sotto  gli  altrui  inse- 
giiMUienti,  tanto  è  vero  che  l'ingegno  e 
lo    studio   indefesso    sono   i   nostri    veri 
maestri.  Egli  seppe  conoscere  il  tono  del- 
le venete  tinte,  pervenne  a  rinomanza,  si 
distinse  nell'elìlìgiare  l'umane  sembianze, 
come   nel  restaurare  maestrevolmente  i 
vecchi  (piadii,ridonaniloli  al  prisco  splen- 
dore. Anche  Natale  Schiavoni,   più  che 
al  di  lui  precettore,  deve  a  se  stesso  e  al 
proprio  genio  la  sua  pittorica  instiluzio- 
ne:  divenne  anche  eccellente  incisore. Ma 
nato  pel  pennello,  si  formò  uno  stile  tut- 
tooriginale,  cogliendo  binatura  nel  suo 
aspello  più  bello,  dote  che  palesa  il  mol- 
Irj  studio  fatto  sul  vero.  Anche  il  veneto 
Antonio  Pellegrini,  pittore  della  vecchia 
scuola,  profillò  della  nuova  con  maschio 
e  incantevole  colorilo,  per  non  dir  il'al- 
Iri.  I  pittori  di  storia  educati  alla  nuova 
accademia  del  1807, madre  d'una  genera- 
zione d'artisti,  che  a  Venezia  restituirono 
la  supremazia  dell'arti,  e  principalmen- 
te del  colorilo,  vanno  principalmente  lo- 
dati. Francesco  Ilayez  onor  della  patria 
e  vanto  di  Milano,  ove  pose  dimora.  O- 
dorico  Politi,  di  cui  la    patria  Udine  si 
compiace  veder  in  lui,  rinnovate  le  sue 
antiche  glorie  pittoriche.  Giovanni  De- 
min  di  Belluno,  che  mente  più  vasta  e 
creatrice  di  lui   additar  non  potrebbesi 
negli  affreschi.  Lodovico  Lipparini  bolo- 
gnese, la  cui  alta  perizia  e  indole  dolce  gli 
meritarono  la  mano  della  figlia  dell'il- 
lustre Matteini.  Sebastiano  Santi   pitto- 
re di  merito  grande,   e  di    grandissimo 
poi  se  si  considera  aver  avuto  più  dal 
suogcnio  cheda  altri  maestri  la  sua  edu- 
cazione:  da  gioielliere  passò  ad  esser  pit- 
toi  e,  dislingueudosi  in  tutti  i  generi.  Mi- 
ihclangelo  GrigolcUi  iViulauo,  si  disliu- 


V  E  ^^ 
gue  per  stile  maschio,  puro  disegno,  co* 
lore  robusto,   armonia,  e  segue   1'  orme 
de'grandi:  lo  celebrai  nel  voi.  LXXXIK, 
p.    254.    Il  veneto  Giovanni  Servi   riu- 
scì pittore  originale  d'una  grazia  non   a 
tutti  comune,  nel  produrre  opere  degne 
della  veneta  scuola.  Giovanni  Darif  bat- 
tè l'orme  del  suo  concittadino  Politi,  eoa 
modi    lutti    veneti     nel   colorito.   Felice 
Schiavoni  delia  scuola  del  sullodalo  ge^ 
nitore  Natale,  riuscì  degno  frutto  di  tal 
pianta,  formandosi  uno  stile  purissimo, 
pieno  di  grazie,  una  fusione  di  tinle,  un 
impasto  amrairabiie,diligenlequaolo  un 
miniatore.  Giovanni  Busato,   nato  nella 
gentile  Vicenza,  riuscì  artista   distinto, 
grande  in  tutte  parti  della  pittura,  ma- 
ritò con  bell'innesto  il  puro  di  Raffaele 
ed  il  robusto  di  Tiziano,  nella  dipintura 
d'uno  de'siparii  del  rinnovato  teatro  del- 
la Fenice,   in  cui   espresse  Enrico  Dan- 
dolo che  ricusa  1'  offerta  corona  impe- 
riale d'Oriente,  amando  meglio  vivere  e 
morire  cittadino  di  sua  repubblica.  Mol- 
te[)lice  è  la  sua  pittorica  gloria,  colla  qua- 
le raccolse  moltissinie  palme;  eccellente 
nel   ritrarre   1'  altrui  sembianze,  e  forse 
meglio  di  tutti  effigiò  il  PonteficeGregorio 
XV  [,  che  ne  stimò  il  singoiar  genio.  Pro- 
va ne  sia  :  Essendosi  degnati  gli  Emi.  Car- 
dinali pre[)OSli  all'erezione  in  Valicano 
del  monumento  di  tal  Papa,  di  richieder- 
mi un  veridico  suo  ritratto,  per  metterlo 
in  fronte  alla  Relazione  sul   medesimo 
monumento, procurai  loro  quello  disegna- 
to dal  valentissimo  Busato,  e  maestrevol- 
mente inciso  dall'ora  defunto  A.  Viviani. 
Fra  que'che  proposi  poi  agli  Emi.  Porpo- 
rati, nella  distribuzione  della  Relazione  a 
Venezia  ed  a  Belluno,  non  dimenticai  la 
biblioteca   Marciana,  e  quella  de'  mino- 
li  osservanti  riformali  di  s.  ftlichele  di 
Murano,  già  diletta  stanza  del  Pontefice 
nel  suo  virtuoso  ed  esemplare  monacato, 
ed  aozilutti  i  monaci   raechitaristi,    che 
con  edificante  affettuosa  divozione  verso 
r  encomiato  Papa,  prontamente  mi   fa- 
vorirono il  celebralo  ritrailo,  di  cut,  sona 


V  E  X 

possessori.  Quali  gioielli  delio  slesso  arti- 
sta, conseivo  alcuni  lilialti  di  mia  fami- 
glia, oltre  quello  di  Gregorio  XVI  esegui- 
lo nel  decliu'ir  del  potilificato.  Innume- 
rabili  sono  i  leggiadrissimi  disegni  da  lui 
operati.  Del  suo  ingegno,  valore  e  altre 
opere,  meglio  è  ammirarlo  nello  storico 
illustre  della  Pittura  T'encziana,  il  (|ua- 
le  nella  sua  delicatezza,  pe'  soavi  nodi 
che  a  lui  lo  stringono,  parlò  con  senten- 
za degli  altri  e  principalmente  de'profes- 
sori  dell'arte.  Fra  gli  altri  usciti  dagl'in- 
Sfgiiamenti  dell'accademica  scuola,  sol- 
tanto mi  limiterò  a  rammentare  i  seguen- 
ti, Cosroe  Dusi  di  talentò  originale,  di 
pronte  idee,  sollecito  nell'operare,  dotto 
nel  disegno  e  nel  colorito,  in  una  paro- 
la, nato  per  essere  artista.  Il  cav,  Pietro 
Haoletli  di  Belluno  produsse  opere  com- 
UK-nilevolissime  a  olio,  e  si  mostrò  di- 
stinto anoiie  nell'affresco.  Felice,  pronta 
e  feconda  ebbe  l'immaginazione;  rapi- 
damente eseguiva  le  sue  opere,  ma  nel 
più  bello  di  sua  vita,  scese  nel  sepolcro 
lasciando  gran  tlesiderio  ne'suoi  au)mi- 
ralori.  Uno  ne  fui  e  sono  io.  Posseggo 
di  lui,  e  me  ne  vanto,  oltre  pregevoli  di- 
segni a  penna,  in  cui  pur  era  valentissi- 
mo, Il  quadri  bellissimi  dipinti  a  olio 
d'ogni  grandezza,  5  de'  quali  avuli  per 
onorevole  legalo  del  laudato  Ponlelìce, 
che  protesse  l'  illustre  concittadino  e  lo 
creò  cavaliere.  Mollo  mi  resterebbe  di- 
re del  Paoletti  e  delle  sue  opere,  ma 
troppo  riguardandomi,  me  ne  astengo, 
sebbene  alcune  cose  pure  riguai-dino  le 
venete.  Se  a  Dio  piacerà  che  io  possa 
erigere  il  vagheggiato  imperituro  mo- 
nuuiento  a  Gregorio  XVI,  al  modo  det- 
to nel  voi.  LXX,  p.  log,  e  altrove,  ol- 
ile (|uanlu  in  questo  Dizionario  di  già 
alzai,  e  fecondò  non  pochi  ubertosi  frul- 
li alla  gloria  di  quel  dottissimo  e  santis- 
siuìo  supremo  Gerarca,  mi  si  aprirà  [)iìi 
opportuno  campo d'eseguplo.  Vlinanil 
Onore  «lei  bel  se^so  e  dell'arte  fu  Ma- 
rianna Pascoli,  provetta  e  consumata  nel 
uuigiiilero  della  tavolozza,  ricevendo  in» 


V  E  N  409 

segnamcnto  anche  dal  Fidia  italiano  Ca- 
nova, che  ritrasse.  A  suo  consiglio,  a  ca- 
gion  del  sesso,  lasciò  la  storica  pittura,  e 
si  applicò  unicamente  alle  copie  delie 
magne  produzioni  de' veneti  maestri,  con 
quella  preparazione  utilissima  da  lei  tro- 
vata, di  cui  parlai  nel  luogo  che  citai 
nel  S  X,n.  2  1.  Non  eravi  forestiere  co- 
spictio  che  venisse  a  visitare  le  Lagune,  il 
quale  non  ripatriasse  fattoricco  di  sue  ele- 
ganti e  diligentissime  copie.  Così  ella  ri- 
traendosi dalla  magna  pittura,  operò  che 
i  miracoli  dell'arte  veneta  da  lei  ripro- 
dolli  fossero  diffusi  per  lo  straniero,  e  co- 
si procurando  la  gloria  sempre  maggiore 
de' veneti  antichi  campioni,  intese,  senza 
por  mente,  a  formarsi  una  gloria  essa  stes- 
sa. Ora  da  alcuni  anni  morì,  lasciando 
desiderio  di  sé  presso  i  buoni.  All'epo- 
ca che  scriveva  il  Zanotto,  già  l'esimia 
pittrice  Maria  Tagliapietra  dava  saggi  del 
suo  valore,  facendo  concepire  liete  spe- 
ranze. Tra'prospettici  e  decoratori,  valo- 
rosi e  lodalissimi  erano  i  seguenti.  Prof. 
Giuseppe  Borsaio,  il  quale  tanto  operò 
da  stancar  la  mente  e  la  penna  di  chi 
volesse  tutti  descriverei  suoi  lavori.  Vin- 
cenzo Chilone,  prof.  Tranquillo  Orsi 
gran  maestro  di  prospettica.  Morti  ora 
questi,  rimangono  ancora:  Tommaso 
Viola,  Marco  Gomirato,  Pietro  Zanar- 
duii.  Tra'  paesisti  ed  altri  generi  di  pit- 
tura, come  di  scenografia  ,  Francesco 
Bagnara  veramente  Proteo  della  scena, 
Giuseppe  Berloia,  Antonio  Foruari  , 
Francesco  Milani,  Anna  Maria  Maltei- 
ni  (iglia  e  sposa  de'  due  chiarission  ar- 
tisti sullodali,  fece  anch'essa  vedere  che 
anco  in  questa  età:  Le  donne  son  venule 
in  eccellenza-  Di  ciascun  arte  ove  han- 
no posto  cura.  Lodato  pittore  di  costu- 
mi :  Eugenio  Busa.  Valenti  miniatori  di 
fiori  e  di  ricami:  Dall'Acqua,  Gaeta- 
no iNegrisolo,  Francesco  Campana,  Fa- 
bris ,  Bernardino  Btissoni  ,  gli  ultimi 
tre  ora  defunti.  I  fin  qui  encomiati, 
e  altri  non  pochi  lasciati  per  brevità, 
tolsero  l'arte  dal  fango  in  che  era  cadu- 


4io  VEN 

la,  ed  i  vlvenli   illustri   danno  lusinga, 
die  sì  il  ricordo  dell<i  gloria  passata  che 
della  presente,  ecciti  negli  allievi  l'emù- 
lazione  de'douieslici  esempi,  valevole  ad 
insegnar   loro  a  conoscei'e    se  medesimi 
in  presenza  di  quelle  nazioni  che  ne  di- 
spregiano, e  porga  loro  coraggio  a  soste- 
nere e  a  ravvivare  la  grandezza  del  ve- 
neto nome,  giacché  in   essi  riposano  le 
speranze  della  presentegonerazione.  Con 
«juesle  idenlifiche  parole,  calde  d'amor 
patrio  e  di  pienissima  intelligenza  arti- 
stica, il  eh.  e  facondo  Zanollo  lertnina  la 
sua  Storia  della  Pitttcra  Tu'neziana,  in 
cui  impiegò  i  i6  pagine  in  foglio  grantle 
a   due  colonne,  con  eruditissime  note, 
per  cui  appena  appena  ne  diedi  uno  sfug- 
gevole gtMierico  cenno.  —  Ardua  cosa  é 
il  parlare  de'  contemporanei,   poiché  si 
corre  grave  pericolo  di  ferire  la   mode- 
stia degli  uni,  o  il  giusto  amor  proprio 
degli  altri.  Tuttavia  per  sentimento  d'am- 
mirazione e  di  alleilo,  di  delicati  ri<:ruar- 
di,  all'occasione  me  lo  permisi  con  diver- 
si, anche  per   circostanze  particolari,  la 
fama  celebrando  pure  gl'innominati,  e 
perciò  non  bisognosi  de'  miei  deboli  ri- 
cordi.Col  mio  dir  breve  e  ristrette  dimen- 
sioni io  nell'angustied'un  arlicolo,sebbe- 
ne  ampio  e  multiforme,  non  poteva  ab- 
bracciare tulli.  11  condurre  questo  compli- 
catissimo articolo,  in  modo  corrisponden- 
te all' altezza  dell'argomento,   avrebbe 
•superato  ogni  mia  forza.  L'antiche  glo- 
rie venete  non  sono  estinte  e  vigorosamen- 
te verdeggiano.  La  gerarchia  ecclesiasti- 
ca ed  il  clero  secolare  e  regolare   vanta 
moltissimi  dotti,  virtuosi  e  zelanti    nel 
ministero  sacro.Tuttora  fra'veneziani  fio- 
riscono nobili  ingegni,  che  alle  classiche 
lettere  e  alle  scienze  congiungono  gli  slu- 
di severi  della  critica  e  dell'erudizione. 
Molti  sono  i  nomi  illustri  che  lo  piova- 
nole che  l'Italia  e  ollremonte  venera  co- 
me maestri  nelle  diverse  discipline,  con 
cui  hanno  arricchito  e  seguono  ad  ar- 
ricchire co'  loro  pregevoli  scritti  la  bel- 
la penisola.  Tuttora  fra'  veneziani  non 


VEN 
mancano  eletti  e  valorosi  ingegni  arti- 
siici,  che  nell'esercizio  delle  belle  arti  del 
disegno,  riscuotono  l'ammirazione  de'no- 
slri  e  degli   estranei.   Degli   uni  e  degli 
altri  finalmente  non  mancano  liete  spe- 
ranze, che  col   crescer  degli  armi   pro- 
mettono sostenere  il  decoro  patrio  nelle 
scienze,  nelle  lettere,  nelle  arti.  !Ne  sono 
prova  quanto  si  legge  ne'  periodici  lelle- 
rarii,da'quali  si  apprendeesislere  fra've- 
iieziiini  una  grande  attività   intellettuale 
e  artistica, confermala  da  frequenti  pub- 
blicazioni. Le  varie  opere  che  si  stampa- 
no in  Venezia   bastano  già  da  se  sole  a 
dimostrare  quanto  si  apprezzino  gli  stu- 
di in  quest'antica   dominatrice  de'mari, 
che  sempre  ricordevole  del  suo  passato 
lo   evoca  dal  silenzio  de'suoi  preziosi  ar- 
chivi, traendo  alla  luce  i  documenti  illu- 
strativi delle  sue  imprese,  della  sua  mari- 
na, del  suo  com  mercio,  delle  sue  ambasce- 
rie, delle  sue  spedizioni.  L' Eptacordo  di 
lloma,dQ'3o  giugno  1808,  parla  del  li- 
bro pubblicato  dal  eh.  prof.  Pietro  mar- 
chese Selvatico  Estense  segretario  del- 
l'accademia delle  belle  arti  in  Venezia, 
intorno  alle  condizioni  presenti  delle  arti 
del  disegno  e  all'infl  uenza  che  vi  esercita- 
no l'accademie  artistiche.  In  fine  del  n.  11 
del  §  X  accennai  l'analogo  suo  discorso, 
se  pure  non  è  lo  stesso.  La  Cronaca  di 
Milano  ricordala  nel  citato  numero,  di- 
ce nel  cenno  che  ne  fece.  La  necessità  di 
rendere  il  disegno  elemento  fondamen- 
tale di  educazione,  vale  di   sovente  piìi 
della  parola,  non  solo  a  muovere  gli  af- 
fetti, ma  eziandio  ad  aiutare  ogni  appli- 
cazione dello  scibile  umano,  a  manifesta- 
re le  idee  ripensale  dall'animo,  a  ricor- 
dare i  falli  veduti,  a  chiarirne  le  conse- 
guenze; quindi  non  è  soltanto  necessario 
al  pittore,  allo  statuario,  all'architetto, 
ma  ptu"  serve  a  proficuo  diletto  del  ricco, 
agevola  al  dotto  la  cognizionedelle  scien- 
ze, conduce  l'artiere  a  perfezionare  le  ma- 
nifatture. Se  i  giovani  agiati  sapessero  il 
disegno,  intenderebbero  le  bellezze  de' 
prodotti  insigni  delle  arti,  troverebbero 


VEN 

maggiore  islruzione  e  diletto  oe'viaggi, 
si  farebbero  essi  medesimi  ingegnosa  gui- 
da alle  decorazioni  e  alle  aicbitetture  de' 
loro  palazzi;  se  la  giovinetta  agiata  s'  i- 
struisse  nel  buon  disegno^  perchè  la  don- 
na è  portata  da  natura  a  sentire  finamen- 
te il  bello,  saprebbe  trasfonderne  il  sen- 
timento nello  sposo  e  ne'figli,  e  (juesli  sa- 
rebbero perciò  avviati  a  conoscere  le  arti, 
ad  amarle,  ad  incoraggiarle.  La  chimica, 
la  filosofia,  la  storia  naturale,  la  medici- 
na, l'anatomia,  la  botanica,  ponno  col 
disegno  rendere  più  edicace  la  parola, 
ond'essa  dimostra  meglio  if  vero.  Som- 
mamente poi  dal  disegno  viene  aiutata 
l'archeologia,  perchè  col  mezzo  di  esso 
le  è  dato  studiare  bene  e  far  bene  cono- 
scere i  resti  monumentali  del  passato  (an- 
zi col  disegno  qualunque  scrittore,  stori- 
co o  filologo,  tlescrive  con  più  precisio- 
ne e  chiarezza  qualunque  oggetto  d'arte  : 
delle  arti  del  disegno,  più  di  proposito 
parlai  negli  articoli  Temi-io,  Teatro,  Fit- 
•JUR A,  Scultura,  ec.  ec.).  Nel  ricordalo  n. 
I  I  del  §  X  feci  pure  parola  del  discorso 
del  eh.  Cesare  Foucsud  professore  di  pa- 
leografia, recitato  nella  suddetta  i.  r.  Ac- 
cademia, col  quale  lumeggiò  le  vicende 
della  veneta  miniatura,  e  dall'  estratto 
che  ne  die  l'encomiata  Cronaca  di  Mi- 
lano, siccome  altra  gloria  artistica  di  Ve- 
nezia, che  si  rannoda  a'  Diplomi  e  all'ar- 
te della  Scrillura  (f'^.),  ricavo  le  seguen- 
ti parole.  La  prima  sciiltura  d'ogni  popo- 
lo fu  la  pittura,  e  se  inventalo  l'alfabeto, 
l'arlìsta  cessò  di  far  le  parti  di  Scrillore, 
tanlo  r  uno  che  1'  altro  rimasero  Pittori 
del  pensiero,  l'artisla estrinsecando  dsuo 
concetto  sopra  una  data  superficie  col 
disegno  e  co'colori,  e  lo  scrittore  con  tal 
convenienza  e  verità  di  espressioni,  da 
non  obbligare  il  lettore  a  ricorrere  alle 
rappresentazioni  figurate  per  completa- 
re riulcUigenza  del  testo  ne'codici  mi- 
niali. L'artista  e  lo  scrittore  furono  in- 
sieme associati,  non  solo  per  decorare  di 
ornamento  il  manoscritto,  ma  per  im- 
primere maggior  evidenza  ed  effetto  nel- 


V  E  N  4i  I 

la  parola.  La  pittura  sui  maniiscritli  dal 
IV  sino  al  XVI  secolo  di  nostra  era,  fu 
esercitata  e  protetta  da  uomini  grandi 
per  autorità  e  per  ingegno.  Ma  1'  Italia 
non  ha  ancora  una  storia  di  questo  ramo 
prezioso  delle  arti  belle.  Venezia  per 
la  co[)ia  de'suoi  manoicritli,  odce  bell'ar- 
gomento a  comporre  un  snggio  storico 
delle  sue  mini;iture;  ed  il  prof  FoucarJ 
si  propone  di  tentar  questo  lavoro,  espo- 
nendo frattanto  nel  suo  discorso  i  risul- 
tati principali  de'suoi  studi.  I  codici  con- 
lenenti gli  statuti  del  doge  capo  dello 
Stalo,  de' corpi  legislativi  ed  esecutivi, 
delle  magistrature  minori,  de'rappresen- 
tanti  della  repubblica  ne'  luoghi  soggetti 
al  suo  vasto  domìnio,  delle  corporazioni 
religiose,  delle  consorterie  o  università 
arlisliche,  danno  la  maggior  quantità  di 
bei  dipinti  miniati  a  Venezia;  e  se  i  mano- 
sciitti  di  religione, di  lelleralura  e  di  scien- 
za devono  essere  collocati  dopo  cjuelli  per 
numero,  offrono  tiiUavia  prove  come  gli 
artisti  veneti  fossero  valenti  anco  in  que- 
stoiniportante  genere  dì  pittura.  La  nii- 
nialttra  non  coniinciò  a  Venezia  che  nel 
secolo  XI V  e  fila  nel  XVI,  La  i.'' minia- 
tura rimaslaci  trovasi  nella  3Iariegola 
(cioè  Matrìcola)  della  scuola  grande  di 
s,  Teodoro  conservata  nel  museo  Correr, 
imitazione  esatta  del  musaico  bizantino 
che  sta  Sidla  porta  dell'interna  facciata 
della  chiesa  di  s.  iMarco;  e  dopo  quel  i ." 
monumento,  molle  altre  miniature  mo- 
strano l'avviarsi  dell'arte  a  miglior  e- 
spressione  colla  purezza  del  disegno  e 
colla  verità  del  colorilo.  Il  prof.  Fou- 
card  menzionò  inoltre:  \a  Mariegola  de' 
mereiai,  che  racchiude  una  delle  pri-  / 
rae  n)iniature  deli'  epoca  del  rinasci- 
mento delle  arti,  e  si  allribuisce  ad  uà 
allievo  dello  Squarcione;  delle  miniatu- 
re eseguite  su  due  C(^/^z'to/an  de' Procu- 
ratori di  s.  Marco,  esistenti  uno  al  mu- 
seo Correr,  l'altro  proprietà  del  cav.  Ci- 
cogna, della  fine  del  secolo  XVI  ;  e  mol- 
ti altri  capi  d'opera  di  quel  tempo  in  quel 
genere  di  pittura.  Lasciò  alle  iniuiature, 


4i2  VEN 

Ifivorale  sulle  Conttuìssinni  ducali,  ai 
Relloii, dalla  fine  del  secolo  XVI  a  quel- 
la del  seguente,  il  vanto  di  provare  la 
valentia  de'  miniatori  veneziani,  e  nel- 
la Mariegola  de'  Calafati  ali'  Arsenale, 
compilila  dal  miniatore  Giorgio  Colon- 
na nel  1 579,  di  manifestare  una  delle 
ultime  e  belle  produzioni  arlisticlie,  com- 
messe da  quelle  consorterie  delle  arti 
a  Venezia,  che  le  custodivano  colla  ve- 
nerazione e  l'affetto  eh'  ebbe  sempre  il 
colto  veneziano  pe'  monumenti  storici 
di  sua  amata  patria.  11  professor  Fou- 
card  disse  i  nomi  di  più  miniatori  vene- 
li,  della  loro  allìgliazione  all'arte  de'pit- 
tori,  delle  notizie  che  si  rinvennero  sulle 
leggi  che  regolavano  e  proteggevano  la 
prosperità  della  nobii  arte,  a  lisarci- 
ineolo  dello  Statuto,  che  andò  perduto. 
Acueniiò  alla  lagrimala  distruzione  ed 
allo  sperpero  d'altre  miniature  venezia- 
ne, dopo  la  caduta  della  repubblica,  le 
quali  figurano  oggi  come  capi  d'  opera 
nella  biblioteca  imperiale  di  Parigi  e  nel 
musco  britannico  a  Londra  ;  e  concluse 
il  suo  discorso,  col  provare  quanto  aiu- 
to questi  piccoli  dipinti  possano  offrire 
all'artista  per  la  storia  del  costume  e 
dell'arie.  Dal  lodevole  proponimento  del 
prof.  Foucard,  io  ci  vedo  una  nuova 
miniera  di  bellezze  artìstiche  che  sta  per 
essere  interamente  discoperta  in  Venezia, 
seno  ferace  di  sempre  nuovi  pregi  arti- 
stici e  storici,  e  fo  voli  per  la  sollecita 
sua  manifestazione  ad  ulteriore  lustro 
dell'incomparabile  città.  Altri  ancora  ne 
faccio  pel  riferito  pure  nell'  encomiata 
Cronaca  di  Milano  de'  i  5  ottobre  1 858. 
Imperocché  in  essa  leggo:  Che  la  socie- 
tà del  Lloyd  di  Trieste,  ove  la  celebrai, 
fieoipre  lodevolmente  intesa  a  procurare 
alla  nostra  Italia  notabili  pubblicazioni 
»»  intanto  promette  quella  iniitolata:  // 
fiore  storico  pittorico  della  Scuola  Ve- 
ncziann  illustrata,  da  Francesco  Za- 
fìotfo,  con  molte  incisioni  in  acciaio,  che 
liprodurrano  le  opere  del  Bellini,  del 
Cima,  dc'Carpacci,  de'Tiziaui,  di  Paolo, 


YEN 

de'  Pordenoni,  del  Tintorelto,  illuslrale 
da  uomo  versato  in  tali  studi  come  è  il 
signor  Zanotto". 

§  XV II.  Dell'  industria, fabbriche j  con- 
lerie  e  av\>cnturina,  stamperie.  Com- 
mercio aulico  e  attuale  :  antica  fiera 
dell'  ascensione.  Porti  di  f^enezia, 
e  franchigia  del  Porto-franco.  Stra- 
de ferrate  e  Telegrafo.  Rimembran- 
ze storielle  antiche  e  recenti  j  condi- 
zione presente  e  futura  di  f^eneziaj 
a  schiarimento  del  riferito  e  da  rife- 
rirsi. Bibliografìa.  Cenno  sulle  prò- 
viucie  Lombardo- Fenete. 

I.  L*  industria  veneziana  si  esercita 
principalmente  nelle  fabbriche  e  mani- 
fatture d'oro  battuto  e  d'orificeria  (cele- 
bri sono  l'eleganti  e  minutissime  cate- 
nelle d'oro  di  Venezia),  dice  il  Diziona- 
rio veneto  con  quanto  qui  appresso  ri- 
porto, di  berrette,  di  cappelli,  di  ciocco- 
lata, di  carte  da  giuoco,  di  strumenti 
ottici,  di  cremor  di  tartaro,  di  candele 
di  sego,  di  confetture,  di  cipria  e  amido, 
di  corone  di  cocco  (anche  di  vetro  e  di 
smalto),  di  seta  preparata  ad  uso  de'di- 
versi  lavori  (dell'introduzione  della  seta 
in  Venezia,  e  del  suo  miglioramento,  dis- 
si alcune  parole  nel  §  X,  n.  32.  Negli  ul- 
timi anni  fu  animata  l'industria  eia  trat- 
tura della  seta  ne' paesi  veneti,  si  pian- 
tarono gelsi  a  migliaia,  ergendosi  ovun- 
que bigattiere,  e  chiari  ingegni  si  ado- 
prarono  nel  dare  nuove  istruzioni,  nel- 
r  eccitare  e  incoraggiare  la  produzione 
utilissima  de'bachi  da  i^ctó,  come  toccai 
in  tale  articolo),  di  frangie  e  galloni  d'o- 
ro, d'argento  e  falsi,  di  guanti,  di  spec- 
chi, di  maschere  (in  che  un  tempo  fu  ri- 
nomatissima la  fdjbricazione),  d'ottone- 
rie,  d'ombrelle,  di  pece,  di  tela  da  vele 
e  cordami,  di  tela  cerata,  di  tessuti  e  ma- 
glie di  lana,  di  tessuti,  maglie  e  stoffe  di 
seta  (negl*  inizi  del  secolo  XIV  le  maui- 
fallure  in  Venezia  erano  già  salitea  gran- 
dissima perfezione.  11    cambellolto  e  r 


YEN 

panni  d'oro  e  di  seta  tessevansi,  dando- 
si  a  qnesl'uUimi  colla  tintura, senza  che 
Doto  fosse  ancora  il  chermes,  un  colore 
di  porpora  vivacissimo.  Già  si  lavorava- 
no altri  panni  e  drappi  eccellentemente 
ad  uso  di  Damasco,  delti  perciò  dama- 
schi,  allri  a  foggia  di  tpie'd'Ormus,  delti 
quindi  orniesini,  zendadi,  velluti,  guar- 
nelii  e  lab'i.  Per  la  venuta  de'  peritissimi 
lucchesi  in  Venezia  in  quel  torno,  come 
giàrilevainel  citalo  §  X,en.  32,viemmag- 
giormente  si  perfezionò  nelle  tessiture 
e  nel  disegno  il  setifìcio  di  Venezia),  nel- 
le concie  di  pelli,  nella  costruzione  delle 
navi  e  delle  barche,  nella  preparazione 
de'  colori,  ne'  lavori  d'acciaio,  di  ferro, 
di  rame  e  di  piombo,  nelle  rallinerie  di 
zucchero,  nella  distillazione  dell'acqua- 
vite e  rosolii,  nella  fabbricazione  dell'a- 
ceto, nelle  tintorìe,  ne'  torchi  da  olio 
ec;  oggelli  di  minor  conto  essendo  i  ri- 
cami delle  slolFe,  i  lavori  di  bronzo,  i  cap- 
pelli di  paglia  e  di  trucciolo,  le  campa- 
ne, gli  strumenti  e  le  corde  armoniche, 
la  legatura  delle  gioie,  i  mattoni,  la  cal- 
ce, i  merletti  ec.  Scrisse  Girolauìo  Fran- 
cesco Zanetti,  Dell'  origine  di  alcune, 
arti  principali  appresso  i  l  enezìanr, 
Venezia  lySS.  Con  tale  opera  si  propo- 
se di  provare,  che  Venezia  è  una  delle 
prime  città  dell'  Italia  in  cui  siansi  col- 
tivate le  arti.  Ma  co«;lituiscono  rami  im- 
portanti le  manifatture  e  le  fabbriche 
di  cererie,  di  sapone,  di  teriaca,  le  con- 
terie  o  fabbriche  di  vetro  di  diversi  co- 
lori ad  uso  di  collane,  corone  e  simili  la- 
vori, e  canna  di  conlerie  chiamasi  quel- 
la canna  di  vetro,  con  che  si  fanno  tali 
niercanziuole;  delicati  lavori  di  7  etra, 
alcuni  de'quali  sono  qualificati  merletti 
vetrificati,  soffio  leggero  dell'  arte  di  cui 
Venezia  conserva  il  segreto;  come  della 
Venturina  artifìziale  bellisima,  e  tale  da 
eguagliare  la  naturale,  che  una  gemma 
con  macchiette  o  vene  d'oro  come  il  la- 
pislazzolo,  sopra  un  fondo  di  color  mu- 
schio o  caifè.  Più  generalmente  si  dà  il 
uuuie  di  veului'ina  ad  alcune  pietre  d'or- 


VEN  4' 3 

dinarlo  della  natura  del  quarzo  o  del 
feldispato,  le  quali  presentano  sur  un  fon- 
do colorato  e  semidiafano,  una  cpianlitù 
di  piccoli  punti  rilucenti  del  colore  dell'o- 
ro e  dell'argento,  dovuti  o  a  qualche  ca- 
vila della  pietra  piena  d'aria,  o  a  qual- 
che pagliuola  di  mica  o  d'altra  sostanza 
lamelosa,  di  cui  non  può  conoscersi  la 
natura  per  la  piccolezza  delle  particelle, 
come  ricavo  dal  milanese  Dizionario 
delle  Origini.  Questo  aggiunge,  che  se 
ne  trovano  in  Ispagna,  in  Siberia,  nel 
Piemonte,  in  Boemia;  e  che  il  Magalot- 
li  dice  essere  opinione,  che  la  venluriii;i 
si  generi  sotto  le  fornaci  de'vetri,  benché 
non  coA  singolarmente  che  si  vada  a  col- 
po sicuro  di  ritrovarla  ;  e  che  per  ragio- 
ne di  questa  irregolarità  si  chiami  Ventu- 
rina, onòe  fu  detto  che  se  ne  fa  pure 
artificiale.  Dirò  inoltre  col  veneto  Daz- 
zariiii,  Dizionario  enciclopedico:  La- 
sciando dell'  etimologia,  è  un  fallo  che 
a  Venezia  (e  forse  soltanto  a  Venezia)  si 
fa  della  bellissima  Venturina,  ricercala 
assai  e  di  notevole  pregio.  Inleressanle  è 
l'analogopubblicato  sulle  conlerie  vene- 
te e  l'avventurina  a'23  diceud^re  i853 
dal  Corrierellaliano  in  VeHezia,e  ripro- 
dotto dal  Giornale  di  Roma  a  p.  18. 
La  produzione  degli  smalli  e  delle  perle, 
delle  in  generale  conlerie,  costituisce  tut- 
logiorno  un  ramo  inleressanle  di  com- 
mercio indigeno  ed  esclusivo  di  Venezia, 
come  lo  era  un  tempo  tutta  l'arie  vetra- 
ria, donde  poi  ebbe  origine  e  modello  la 
maggior  parte  di  quelle  manifatture  di 
vetro  che  fioriscono  attualmente  in  Eu- 
ropa. Se  ognuna  ditali  produzioni  ecci- 
ta mai  sempre  la  meraviglia  e  la  sorpre- 
sa dell'osservatore  e  per  la  singolarità 
della  fabbricazione,  e  per  la  forma  mol- 
teplice delle  perle  e  delle  margherite,  e 
per  lo  svariato  colore  e  la  levigala  super- 
ficie del  vetro,  merita  però  senza  dubbio 
uno  sguardo  di  preferenza  il  capolavoro 
degli  smalti,  l'avventurina  artificiale. 
Questa  celebre  composizione  rappresen- 
ta un  fondo  giallo  oscuro  rifulgente  per 


4i4  YEN 

lo  spessa  brillare  di  piccole  stelle  clic  paio- 
no d'oro,  per  cui  fu  delta  anche  stellarla. 
Diessafoiniansi  varie  sorte  d'ornamenti, 
come  sono  le  spillc/i  l)raccia!elli,i  penden- 
ti,! tnanigli, le  cornici  di  piccoli  luusaici, ed 
altri  oi^getli  di  bijonlerie;  con  essa  vengo- 
no a  fantasia  e  vagamente  screziate  le  per- 
le,} vasellini  di  vetro  colorato,  e  si  frappo- 
ne non  di  rado  con  bella  sioituetria  agli 
altri  smalli,  allorcltè  si  preparano  descUi 
ammirati  eziandio  nell'ollinia  esposizio- 
ne del  veneto  Istituto.  Il  commercio  poi 
dell'avventurina  vien  fatto  colla  Germa- 
nia, colla  Francia,  coll'America,  in  ispe- 
cie  colla  Turchia.  Fino  dalla  scoperta, 
questa  produzione  fu  accolta  con  mas- 
simo favore,  in  modo  da  ridestare  l'in- 
vidia de'francesi  che  si  sforzarono  tosto 
di  riprodurla,  ma  invano;  perchè  dopo 
imiglie  millanterie  pubblicate  ne*  loro 
giornali,  l'avventurina  franrese  paran- 
co non  apparve.»  Il  Bussolin,  nella  sua 
celebre  Guida  alle  fabbriche  Cetrarie 
di  Murano,  asserisce:  Le  fabbriche  ve- 
trarie di  Venezia  e  Murano  si  distinguo- 
no pelali  smalli  in  pani  di  vari  colori,  ri- 
cercati in  tulle  parti  d'Europa,  e  sono 
adoprali  ne'Iavori  a  /)/K.sYZ/ro,  nelle  mo- 
stre d'orologi  e  in  altri  oggetti  di  bisu- 
teria.  Meritano  altresì  d'essere  ricordale 
le  pietre  preziose  artifiziali  d'ogni  sorta, 
e  sopra  lulto  la  celebre  avventurina  o 
stellarla,  composizione  ollremodo  sin- 
golare, nella  quale  brillano  tante  picco- 
le stelle  che  semì)iano  d'oro.  —  E  Tom- 
nvasoni  nella  più  recente  Guida  P^en:'- 
ta  pedoni:  Dell'  industria  di  J^enczia, 
soggiunge:  E*  oggi  mai  un  secolo  che 
l'arie  di  fare  l'avventurina  si  trovava  nei- 
l'ollìcine  vetrarie  di  Murano,  e  ben  pre- 
sto tal  prodotto  si  dilluse  ovunque  ricer- 
catissimo. I  lapidari  dicono  avventurina 
una  specie  di  quarzo  tendente  al  gial- 
lo-nero, il  quale  risplende  per  il  luciccare 
di  pagliette  che  sembrano  d'oro;  e  rin- 
viensi  in  vari  luoghi,  in  Francia,  in  In- 
ghilterra, in  Siberia.  L'avventurina  ar- 
tificiale modellasi  più  facilmente  che  la 


•I 


V  EN 
naturale  per  oUenere graziose  manifattu- 
re, e  Venezia  andò  sempre  superba  delle 
più  belle  qualità,  l'arte  qui  naia  conser- 
vandosi ancoia  in  modo  esclusivo.  La  fa- 
miglia Miotti  possedeva  il  segreto  della 
sua  coujposizione,  ma   da  mezzo  secolo 
ciedevasi  perduta,  ed   ogni   maniera  di 
commercio  era  cessata.  Presso  al  i85o 
all'es[)osizioni  d'industria  in  Venezia   e 
Milano,  Dahnistro,  Barbarla,  Moravia  e 
compagni,  e  Pietro  Bigaglia  produssero 
saggi  d'avventurina  artificiale,  che  face- 
va sperare  risorta   tal    fabbricazione.   Il 
Bigaglia  nelle  varie  esposizioni  che  sue-' 
cessero,  quasi  sempre  presentò  i  suoi  pro- 
dotti migliorati,  e  così  a  Venezia  fu  re- 
stituito il  vanto  di  prima,  e  fu  rinnovato 
il  commercio".  Abbenchè  poi   a  taluni 
de'nominati  fabbricatori  sia  talvolta  riu- 
scito di  ri[)rodurre   l'avventurina,   pure 
al  solo  Big;iglia  sino  ad  oggidì  era   rima- 
sto il  merito  non  contrastato,  e  la  sorte 
propizia  d'una  continuata  composizione  e 
d'un  esclusivo  commercio.  Non  cessaro- 
no però  altri  tect>ici  di  studiarne  il  difli- 
cile  processo,  e  fra  di  questi  non  ha  gua- 
ri riuscì  felicemente  nell'intento  Giusep- 
pe Zecchini  del  fu  Lorenzo, il  qualegiun- 
se  per  varie  riprese  a  produrre  l'avven- 
turina, ed  a  poter  migliorare  progressiva- 
mente il  colore  del  fondo  eia  dimensio- 
ne delle  stelle.  La  sua  fabbrica  sociale, 
situala  a  s.Marcuola,nel  precedente 1 85?, 
fu  onorata  dalla  presenza  dell'imperato- 
re Francesco  Giuseppe  I,  e  del  granduca 
Costantino  di  Bussia,  in  compagnia  d'al- 
tri principi.  Cresciuto  il  Zecchini  da  fan- 
ciullo nelle  fabbriche  vetrarie,  si  dedicò 
nella  propria  oflicina  a   perfezionare  al- 
cuni smalti,  ed  ottenne  realmente  il  pri- 
mato nella  composizione  del   cristallo  e 
dello  smalto  di  color  rubino,  tinta  assai 
pregiata  e  di  maggior  valore.  Si   affidò 
pure  fra  non  molto  di  poter  presentare 
al  pubblico  lo  smalto  di  color   porpora, 
di  cui   tuttora   difettavano  le   conterie. 
Divenuto  egli  in  seguito  membro  della 
socicUi  delie  fabbriche  uuile,  che  sur- 


VE  N 

%e  colossale  dalle  vicende  accadute  a 
qoeslo  commercio  nel  i  848,  fra  gli  alti'i 
esperimenti  non  tralasciò  d'  applicarsi  al 
processo  dell'avventurina,  di  cui  poi  si 
ripromise  tli  protlurreuna  quantità  pro- 
porzionata alle  ricerche  de'conimillenli, 
e  di  far  sempre  migliore  la  qualità  col  di- 
minuire le  scabrosità  che  rendono  talvol- 
ta men  bella  la  superficie.  In  tal  guisa  il 
Zecchini  ebbe  il  merito  di  venir  2/ al  Bi- 
gaglia  distinto  cultore  dell'arte  vetraria, 
ed  il  vantaggio  di  competere  con  lui 
solo  nella  vendila.  In  tal  modo  progre- 
dì un'  industria  che  torna  d'onore  e  di 
utile  a  Venezia,  d'onde  ebbe  culla,  e 
mantiene  costantemente  la  sede.  Le  fab- 
briche di  vetro,  e  specialmente  di  perle 
di  vetro,  formano  da  secoli  la  gloria  del- 
l'attività industriale  di  Venezia.  Nel  de- 
clinar del  passalo  «ecolo,  nell'isola  di  Mu- 
rano, di  cui  nel§XVIIl,  n.  19,  agiva- 
no 46  fid:)briche  vetrarie,  delle  quali:  8 
di  smalli  e  canna  fina  pe  'margaritari  e 
perlari,6  di  canna  ordinaria,  3  di  cristal- 
li, 4  di  soffiati  ordinari,  2  i  di  lastre  pic- 
cole, 4  di  lastre  da  specchi.  Di  quest'arte 
insigne  ha  trattato  distesamente  il  ricor- 
dato p.  Azevedo  nel  suo  poema  :  f^enc' 
tae  Urbis  descriptio,  nel  hbro  5,  e  però 
il  mio  amico  cav.  Scolari  in  occasione 
appunto  delle  nozze  di  una  figlia  del  lo- 
dalo cav.  Bigaglia,  ne  recò  il  brano  re- 
lativo in  versi  italiani,  e  se  n'ebbe  a  stam- 
pa il  poemetto:  L'yurte  vetraria  ec,  Ve- 
nezia tipografia  Perini  i858.  Altri  ri- 
levanti ran>i  di  manifatture  sono  in  Ve- 
nezia le  calcografie  e  le  stamperie,  es- 
sendovi di  queste  molli  stabilimenti  ed 
assai  importanti,  che  recano  decoro,  lu- 
cro e  rinomanza  alla  città  per  la  loro 
eccellenza.  I  pavimenti  o  hnltuli  vene- 
ziani sono  troppo  propagali  pel  mon- 
do, per  la  loro  utilità  e  pulitezza,  anche 
eleganza,  onde  ne  debba  e  con  lode  no- 
tabile farne  parola.  Racconta  il  cav.  Mu- 
linelli, Del  Costume  Veneziano.  Anti- 
camente nelle  stanze  primo  adornamen- 
menlo  era  il  terrazzo,  già  conosciuto 


VEN  4.5 

da'romanl,  ed  a  piti  grande  perfezione 
da'veneziani  condotto.  Formato  il  pavi- 
mento di  fitte  tavole  con  diligenza  coh- 
nesse,  vi  si  sparge  sopra  un  composto  di 
calce  e  di  minuzzoli  di  sassi,  a  cui  noa 
di  rado  frammischiasi  la  madreperla  e 
ben  anche  alcuna  pietra  preziosa.  Pigia- 
ta questa  materia  con  pestelli  di  ferro, 
variamente  colorala,  lisciata  colla  pomi- 
ce, resa  lucente  dall'  olio  di  lino,  riesce 
quel  terso,  lucido  e  screziato  paviroeti- 
lo,  che  giudicherebbesi  a  prima  visla  per 
marmo  peregrino, il  quale  a  Venezia  non 
manca  mai  tuttora  anche  nella  casa  di 
persona  poco  agiata.  L'introduzione  del- 
l'arte della  Stampa  in  Venezia  e  sue  pri- 
me produzioni,  la  narrai  in  quell'articolo, 
anche  col  cav.  Mulinelli,  cioè  nel  «4^9 
pel  tipografo  Giovanni  da  Spira,  riceven- 
do da  sì  colta  e  assai  ricca  città  ogni  pro- 
tezione e  incoraggiamento.  Il  privilegio 
a  lui  concesso  dalla  serenissima  Signoria 
di  Venezia  a' 18  setteuibre  14^9  s'  '^S" 
gè  nel  patrio  annalista,  a  mezzo  di  5 
consiglieri  della  medesima,  di  poter  abi- 
tare colla  famiglia  sua  nella  città,  e  li- 
beramente slanipare  ed  esercitar  l'arte  iu 
Venezia  e  suo  distretto  per  5  anni.  Quin- 
di nel  breve  corso  d'un  anno  pubblicò  cul- 
le venete  stampe  ben  due  edizioni  delle 
Lettere  famigliari  eli  Cicerone,  \a  Sto- 
ria naturale  di  Plinio,  e  la  Città  di 
Dio  dis.  /4gos'.ino,i^t\\a  i  ."edizione  di  Ci- 
cerone del  1 4^9  sono  in  fine  questi  versi  : 
Prinuis  in  Adriaca  formis  inipressil 
aenis  -  Urbe  libros  Spira  grnilus  de 
stirpe  Joannes:  -In  rcUquis  sii  quanta 
vides  spes,  lector,  habenda,-  Quom  Itti- 
bor  hic  primus  calami  superaverit  ar- 
tem.  In  fine  del  Plinio  stampalo  pure 
nel  1469  si  posero  questi  versi:  Quein 
modo  tam  ramni  cupiem  vix  leder  ha- 
beret.  -  Quigiie  eliani  fractus  pene  le- 
gcndus  crani.  -  Restituii  Fenetìs  me 
nu per  Spira  Joannes  -  Exscripsitque  li- 
bros aere  notante  nieos.  -  Fessa  ma- 
ivts  quondam  monco  calamusque  qiiie- 
scatj-  Nanique  labor  studio  ccaìlet 


4i6  VEN 

ìiigenio.  Nella  2.'  edizione  di  Cicero- 
ne del  14^9  parimenti  furono  impressi 
in  fine  i  versi  :  Hesperiac  quotidaiii 
Gernianus  quosque  libellos  -  Ahslidil  : 
en  pliira  ipse  daturus  adestj  -  Nani- 
quc  vir  ingenio  mìrandus  et  arte  Joan- 
nes  -  Exscribi  docnit  clariiis  aere  li- 
hros-  Spira  favet  Vtnelis  :  q icario  naia 
mense  peregil  -  Hoc  Irecenleniun  bis 
Ciceronis  opus.  Finalmente  ecco  i  ver- 
si posti  a  pie  del  s.  Agostino  comincia- 
lo a  stamparci  a  Venezia  da  Giovìinni 
da  Spira,  perchè  morto  improvvisamen- 
te poco  dopo  r  ottenuto  privilegio  (per 
cui  dal  notariato  che  l'avea  registralo, 
al  margine  fu  aggiunto  :  Nnllius  est  vi- 
goris,  quia  obiit  Magister  et  Auclor), 
fulvi  finito  da  Vindeliuo  dì  lui  fratello 
nel  1470-  Qui  docuit  p'enetos  exscribi 
posse  Joannes  -  Mense  fere  trino  cen- 
iena  volitmina  Pliui,  -  Et  tptideni  ma- 
gni Ciceronis  Spira  libellos^  -  Cocpe- 
rat  Aureli  j  subita  sed  morte  percn- 
tus,  -  Non  potuit  coeptuni  l^cnetis  fi- 
nire vo lumen.-  Eindelinus  adest  ejus- 
denifrater,  et  arte  -  Non  minor,  Ila- 
driacaque  morabitur  Urbe.  Il  eh.  Ca- 
soni nella  biografia  del  doge  Moro,  nar- 
rando che  sotto  di  lui  e  nel  1468  Nicolò 
Jenson  pel  i."  introdusse  in  Venezia  l'ar- 
te della  Stampa  (ed  in  tale  articolo  lo 
dissi  anch'io,  ijuando  cioè  non  avea  an- 
cor conosciuto  il  detto  dal  Casoni),  e 
che  Giovanni  Spira  nel  settembre  1469 
ottenne  privilegio  di  stampare  VEpislo- 
ledi  Tullio,  notifica  che  di  tale  i.  li- 
bro edito  in  Venezia,  un  rarissimo  esem- 
plare, ritornato  da  Londra, venne  donato 
alla  biblioteca  Marciana  a'24''P''''6  '  ^'^7 
dalla  munificenza  dell' ottimo  arciduca 
principe  Ranieri  viceré  del  regno  Lom- 
bardo-Veneto.  Nel  rammentato  articolo, 
oltre  la  celebre  tipografia  d'Aldo  Manu- 
zio, di  cui  riparlai  nel  §  XV,  n.  2,  feci 
onorata  menzione  d'altre  famose.  Sisto  V 
nel  ripristinare  in  Roma  la  Stamperia 
/Vaticana  (ora  riattivata  dal  Rm.°  p.  d. 
Agostino Theiuer  filippino,  piefello  del- 


V  E  N 
l'archivio  Vaticano),  onde  n'è  chiamata 
fondatore,  l'appaltò  al  Biadi,  però  adi- 
dandone  la  soprintendenza  con  titolo  di 
prefetto  a  Domenico  Basa  veneziano,  il 
(juale  già  fioriva  nell'arte  scilo  il  prede- 
cessore Gregorio  XIH;  e  poi  Clemente 
Vili  fece  soprintendente  della  medesi- 
ma Aldo  Manuzio  il  giovane.  11  prof 
Romanin  nel  celebrare  l'introduzione  e 
prosperamento  della  stampa  in  Venezia^ 
dice  che  mezzo  potente  alla  dilfusione 
del  sapere  era  allora  anche  l'incoraggia- 
mento che  veniva  dato  all'arte  tipogra- 
fica e  libraria,  e  i  notevoli  miglioramenti 
di  quella  »i  devono  all'opera  de'famosiAl- 
di,  dal  iSooin  poi.  Non  si  permetteva 
per  altro  che  degenerasse  in  licenza,  e 
fu,  secondo  le  idee  del  tempo,  istituita 
una  censura  preventiva.  Non  si  lasciò 
sotto  il  dominio  della  censura  ecclesia- 
stica se  non  per  le  opere  di  soggetto  re- 
ligioso; non  si  volle  ammettere  r/«f//(;e 
di  Roma,  ma  si  sottomisero  i  manoscrit- 
ti all'esame,  prima  del  consiglio  de'Die- 
ci,  poi  de'riformatori  dello  studio  di  Pa- 
dova (a'  16  gennaio  1 548-49  hii  pub- 
blicato un  catalogo  de'libri  proibiti  dal 
consiglio  de'Dieci  ),  lasciando  a  quello 
non  per  tanto  la  revisione  delle  storie 
veneziane,  specialmente  se  scritte  da'no- 
bili,  e  si  conservano  ancora  le  correzio- 
ni fatte  a  quelle  del  Bendjo  e  del  Moro- 
sini.  l'er  impedire  ogni  ulteriore  altera- 
zione nel  manoscritto  licenzialo,  nel  i  369 
fu  fatto  obbligo  di  presentare  due  copie 
ujanosci  itle  perfettamente  conformi,  l'u' 
na  da  licenziarsi,  l'altra  da  essere  depo- 
sitata presso  i  riformatori.  Del  resto  o* 
gni  favore  era  dato  al  commercio  libra- 
rio, e  nel  i548  gli  stampatori  si  costi- 
tuirono io  una  scuola  con  priore,  consi- 
gliere e  banca.  I  registri  del  senato  con- 
tengono copiosissimo  numero  di  privile- 
gi concessi  talora  all'  autore,  talora  al- 
l'editore, per  certo  corso  d'anni,  costi- 
tuendo una  specie  di  proprietà  lettera- 
ria (  su  di  questa  oltre  quanto  ne  dissi 
a  Stampa,  ìu  occasione  del  recentissimo 


VEN 
comitato  furmato  uel  Belgio  soUo  il  no- 
me (li  Coni  ite  ttorganisalion  du  Con- 
git-s  de  la  propricic  littcraire  et  arti- 
stiqnc,  il  quale  si  adunò  a'27  settembre 
i858  in  Brusselles  in  congresso  iuleina- 
zìonale  per  discutere  i  su[)remi  principii 
per  una  giusta  ed  equa  legislazione,  i  cui 
risultati  lessi  nel  Giornale  di  Roma  del 
1 858,  p.  9  I  I ,  e  n.  235;  la  Civiltà  Catto- 
lica, serie  3.%  1. 1  i ,  p.  53  1  e  690,  t.  i  2, 
p.  1 47?  ci  diede  un  dottissimo  trattato  e 
intitolato  :  Il  congresso  per  la  proprietà 
letteraria),  per  le  concessioni  del  i54B, 
I  59iei5q4,  d'onde  quell'infinito  nume- 
ro di  opere  stampate  a  Venezia  e  che  a- 
\evano  esito  per  tulio  il  mondo  L'acca- 
demia de'Pellegrini,  discorsa  uel  §  XV, 
n.2,  possedeva  ricca  biblioteca  e  due  stam- 
perie per  la  pubblicazione  delle  opere  de' 
soci  e  d'altri  scrittori  a'quali  offriva  gra- 
tuitamente i  propri  torchi  se  la  mancan- 
i,\  de'mezzi  pecuniarii  avesse  loro  impe- 
dito di  dare  alla  luce  qualche  pregevole 
lavoro.  Ucav.  Cicogna  conserva  iiellasua 
preziosissima  biblioteca,  manoscritla  ed 
inedita  r  originale  matricola  de' veneti 
stampatori  e  librai,  alla  quale  egli  fece 
inokissìme  giunte  di  nomi  e  cognomi  di 
stampatori  veneti,  o  forestieri,  ma  che 
operavano  in  Venezia,  cominciando  dal- 
l'anno 1469  e  progredendo  fino  al  1857. 
Vi  aggiunse,  a  stampa,  varie  leggi  e  de- 
creti relativi.  Quanto  floridamente  pro- 
sperò l'arte  tipografica  in  Venezia,  co- 
lue  si  mantiene  in  ì^plendore,  uiuno  l'i- 
gnora. Può  vantar  d'essere  a  nessun' al- 
tra città  seconda  pel  copiosissimo  du- 
mero  di  sue  tipografìe  e  per  quello  im- 
menso dell'  opere  d'  ogni  geuere  pub- 
blicale, almeno  in  Italia.  IMai  sempre  fu 
per  Venezia  la  stampa  un  ricco  ramo  di 
sua  industria.  Imperocché,  dopo  la  stu- 
penda invenzione  della  mirabile  arte, 
sembrò  ch'essa  fin  d'allora  ponesse  in  Ve- 
nezia il  suo  regno,  e  cessalo  quello  della 
re[>ubblica  restò  intatto  il  proprio.  Il  Di- 
zionario veneto  nel  1834  dichiarò.  Fra' 
Qiolti  stabilimeoli  tipografici  uienlauo 
VOL.  xci. 


VEN  417 

special  menzione  quelli  di  Francesco  A^n- 
<heola,  di  Paolo  Lampatu,  di  Girolaino 
Tasso,  e  particolarissimamenle  di  Giu- 
seppe Aotonelli  (nel  sestiere  di  Cauuare- 
gio,  presso  l'abbazia  di  s.  Maria  della  Mi* 
sericordia,  nel  palazzo  Lezze,  edificalo 
dall'architetto  B.  Longhena  pel  procura- 
tore Giovanni  da  Lezze  circa  alla  metà 
del  secolo  XVII,  in  3  ordini,  toscano, 
dorico  e  corintio,  il  cui  prospello  ester- 
no è  decorato  da  marmi  e  da  sculture. 
L'ampio  salone  già  destinato  alle  danze 
e  dipinto  a  fiesco,  ora  è  centro  a'molte- 
plici  lavori  tipografici  dell'operosissimo 
proprietario,  il  quale  ridusse  il  vasto  fab- 
bricato in  grandiosa  officina, ove  s'impri- 
mono grandi  e  numerose  opere  lettera- 
rie ed  artistiche),  ricco  di  36  macchine 
allive  ed  in  cui  lavorano  3oo  e  più  in- 
dividui; stabilimento  già  premiato  dall'I- 
stiluto  delle  scienze,  lettere  ed  arti  di  due 
medaglie,  d'argento  l'una,  e  l'altra  d'oro 
(  ricorderò  la  rinomata  tipografia  del 
Gondoliere,  che  se  ora  più  non  esiste, 
rimangono  le  sue  nitide  ed  eleganti  edi- 
zioni, i  tipi  del  Gondoliere  rinfresca- 
rono la  celebrità  de'  veneziani  Manuzi); 
e  le  litografie  di  Deyè  e  Gaspari  ambe 
premiate,  enell'  ultima  delle  q'iali,  più 
distinta  ed  operosa,  si  stavano  pubblican- 
do in  amplissima  forma  ^a  de'migliori 
quadri  della  veneziana  scuola,  illustrati 
dal  Cicognara  e  dal  Zanotto.  Ciò  prova 
che  anco  le  belle  arti  contribuiscono  al- 
l' industria  di  Venezia,  nel  riprodursi  i 
suoi  innùmerabili  monumenti.  Dell'an- 
tiche e  dell'odierne  tipografie  di  Venezia 
ne  fo  ricordi  in  quesl'  articolo  principaU 
mente  ;  e  già  dissi  che  la  tipografia  Na- 
ralovich  fu  premiata  di  medaglia  aurea 
ed  argentea.  Qui  particolarmente  ram- 
meulo  la  tipografia  poliglotta  de'monaci 
mechilarisli,  di  cui  nel  §  XVIII,  n.  9; 
e  la  tipografia  greca  Filippi,  che  neh  857 
pubblicò  in  greco  :  Prosehinilacio  del 
Monte  Santo.  Lo  stabilimento  tipogra- 
fo-calcogiafo-litografo,  librario,  fondi- 
tuie  del  cavaliei'  Giuseppe  AoioDelli  fu 


4i8  VEN 

«lichiaralo  nazionale  e  premialo  con  alhe 
medaglie  d'  oro  e  d'  argento,  e  lultoia 
giandecnente  fiorisce  a  decoro  non  me- 
no di  Venezia  che  d' Italia.  In  più  luo- 
ghi lo  celebrai,  come  nel   voi.   LXIXjp. 
202,e  ne'Iuoghi  ivi  ricordati.  Nel  §  VII), 
n.  67,  riportai  la  Lettera  di   Gregorio 
XV IP.  M.a  MgJ  Giambattista  Sartori- 
Canova,  Venezia  dalla  tipografia  di  Giu- 
seppe Antonelli  i834.  Essa  però  è  pre- 
ceduta da  altra  del  decoro  delle  lettere  e 
del  clero  veneto,  il  fu  mg/  G.  A.  Moschi- 
iii,  diretta  al  medesimo  cav,  Antonelli,  in 
calgli  dice. "Gli  obblighi  che  mi  leganoa 
voi  pe'tanfi  doni  di  cortesia,  i  quali  mi  ve- 
nite praticando  conti  nuamente,m'aggiun- 
gono  ognora  nuova   allegrezza,   quante 
volle,  e  queste  sono  fieqnentissime,io  tro- 
vo celebrato  il  vostro  tipografico  valore. 
Non  però  mai  fu  tanta  la  mia  esultazione, 
quanto  allorché  lessi  la  Lettera^  onde  la 
S.  di  N.  S.  Papa  Gregorio  XV I  onoi  ò  mg."^ 
Gio.  Battista  Sartori-Canova,  ricevuta 
ch'ebbe  \aEsposizione  di  Melchiorre  MiS' 
girini,  del  Tempio  eretto  in  Possagno 
da  Antonio  Canova;  esposizione  uscita 
recentemente  da'vostri  torchi  in  volume 
atlantico  con  tavole.  Splendidissimi  in 
quella  Lettera   vengono   chiamali  i  vo- 
stri TipiySffuisita  l'arte,  ammirabile  la 
diligenza  vostra  j  e  parnii  che  in  si  po- 
che parole  ci  sia  il  più  grande  elogio  a 
Voi,  a  Voi  che  spesso   ripetete  :  piacer- 
vi che  molto  si  dica  in  poche  parole. 
lo  vi   mando  copia    della  Lettera,  alla 
quale  sta  unito  il  volgarizzamento  che 
ne  fu  fatto.  Usatene  come  meglio  vi  pia* 
ce,  e  accettate  le  offèrte  della  estimazio- 
ne del  Vostro  Obmo.  G.  M.  "  L'opusco- 
lo che  contiene  le  due  Lecere,  dice  in  fi- 
ne che  fu  impresso  a'7  maggio  i834  nel 
nìomeolo  in  cui  onorarono  culla   loro 
presenza    lo  stabilunento   tipografico  e 
calcografico   il  cardinal  J.   Monico  pa- 
triarca di  Venezia,  ed  il  conte  Gio.  Bat- 
tista di  Spaur  governatore  delle  provin- 
eie  venete,  con  altri  ragguardevoli  fun- 
zionari e  soggetti,   li  cav.  Aultìuelli  può 


VEN 

vanlare,  che  un  Giegorio  XV'I,  che   ne 
amuiiravu  il  genio  operoso  e  intrapren- 
dente, accettò  da  lui  la  dedica  dell'ediziO' 
ne  magnifica  dell'  Opere  di  s.JgosliiìO,'A- 
meritaiidoloinogni  tomo  con  cenlo-icudi} 
dissi  vanto,  perchè  nou-pincendo  a  rpiil 
Papa  nella  sua  bella  virtù  deH'tunillà, l'ec- 
cessive Iodi,  siccome  santo  esapiente,  nou 
soleva  accettare  dediche  d'opere.  In  que- 
st'  articolo  di  Venezia,  parlando  di  sue 
eccellenti  tipografie,  ad  onta  del  mio  com- 
pendioso sistema,  non  è  possibile  che  ptu- 
affetto,  stima  e  grato  animo  non  torni  a 
lodare   la  perizia  e  nitidezza   tipogr^ificrt 
della   stam[)eria    Emiliana  (situata  nel 
sestiere  di  s.  Croce,  nella   parrocchia  di 
s.  Giacomo  dall'Orio,  di  cui  nel  §  Vili, 
n.  46,  vicino  al  fondaco  dei  Turchi,  the 
ivi  trafficavano,  discorso  nei  §  Xi  V,  n.  3), 
chi   la   presiede  con   tanta  uitelligenz,i, 
e  tutti  i  suoi  bravissimi  operai,  che  ga- 
reggiando in  impegno  e  zelo  egregiamen- 
te n)i  corrispondono,  anche  per  reci[)ro- 
ca  genialità.  Onorevolmente  sopranno- 
mai  Argo  chi  soprintende,  e  Giobbe  il 
proto;  perchè  al  1."  nulla  sfugge,  ed  il  2.° 
è  tipo  di  pazienza,  ne'  ricami  il'aggiunle 
che  scrivo  sugli  stamponi,  eseguiti  poi  con 
mirabile  diligenza.  Questo  mio  sincero 
omaggio,  derivatodalla  perfetta  esecuzio- 
ne della  ventenne  impresa,  io  già  lo  resi 
ne' voi.  LXVll,  p.  186,  LXIX,  p.  2  i  7, 
LXXXIII,  p.  io4)  e  qui  colla  massima 
effusione  d'animo  lo  rinnovo.  Anzi  vi  ag- 
giungo uno  speciale  ringraziamento,  pel 
cordiale  ed  elegante,  pure  incoraggiante, 
componimento  poetico  impresso  con  que- 
sti tipi,  con  cui  piace  a  quegli  anin)i  gen- 
tili (ma  già  sono  veneziani)  di  rendermi 
più  gradevole  il  ritorno  dell'  anniversa- 
rio mio  onomnslico,  e  la  festa  d'uti  San- 
to che  lasciò  a  Venezia  il  suo  nome  in 
sempiterna  benedizione.  Li  conservo  co- 
me altrettanti  gioielli  immortali  di  vera- 
ce soddisfazione.  Essi  tutti  s'abbiano  que- 
sto ulteriore  e  solenne  imperituro  atte- 
stalo di  giustizia  e  d'amore.  Parlando 
poi  delia  tipografia  Eujiiiaua,  uou  posso 


V  li  i\ 

iHceie,  come  notai  nel  i.°  de' citali  Itio- 
elti,  die  liessa  è  sollo  i  potenti  e  speri- 
mentati  auspicii  del  benefico  veneto  s. 
Girolamo  Emiliani,  e  ne  porta  il  bel 
nome.  iVIi  gode  l'animo  d'aver  potuto  di 
sopra  ancora  una  volta  celebrare  il  fon- 
datore (ìe'Somaschi,  le  sue  benemerenze 
colla  patria  e  l'umanità.  Fer  ultimo  ne 
raccolse  tutti  i  fasti^  ne  illustrò  le  glorio- 
se gesta,  e  forse  più  d'ogni  altro  facon- 
do, coir  elenco  eziandio  de'  principali 
sciittriri  della  Vita  e  degli  Atti  del  Santo, 
nllresì  per  aver  discoperto  documenti 
dapprima  ignorati,  il  di  lui  concittadino 
c!>.  cav.  Emcnanuele  Cicogna,  nella  sua 
miniera  d'ogni  erudizione  patria,  quale 
è  l'opera  delle  Inscrizioni  Veneziane, 
cioè  nel  voi.  5,  da  p,  362  a  887,  inclusi- 
ve. Il  tutto  sappia  la  Storia.  —  Della  ca- 
sa d'Industria  in  Venezia,  dissi  parole  nel 
§  X,  n.  4j  lf>  quale  è  mezzo  pronto  e  il 
pài  elììcace  per  provvedere  di  lavoro  i 
poveri  che  non  ne  hanno;  ed  il  numero 
maggiore  de'  lavoratori  giova  all'  indu- 
stria e  al  commercio.  Con  provvido  inten- 
dimento l'attuale  governo  imperiale,  vo- 
leiido  promuovere  oltre  l'arti  belle  anche 
le  necessarie  ;  e  perciò,  alline  di  conserva- 
re l'istituzioni  tendenti  ad  accrescere  l'in- 
dustria, incoraggiar  1'  agricoltura,  le  ar- 
ti e  i  mestieri,  volle  premiali  coloro  che 
avessero  fatto  ne'diversi  rami  utili  sco- 
perte, o  che  avessero  inventalo,  perfezio- 
nato e  trasportato  ne' veneti  paesi  nuove 
industrie,  nuove  sorgenti  di  prosperità. 
Questi  premi  da  distribuirsi  in  perpe- 
tuo, e  in  pubblica  seduta,  dovevano  con- 
sistere in  medaglie  d'oro  e  di  argento, 
sopra  le  quali  da  una  parte  fosse  impres- 
sa l'imperiale  immagine,  dall'altra  un'i- 
scrizione che  avesse  a  ricordare  l'oggetto 
giudicalo  degno  di  piemioed  il  nonte  del 
premiato,  cooie  si  legge  nella  notifica- 
zione governativa  de'29  agosloiH  r  5.  e- 
manata  d'ordine  tleli'imperatore  Fran- 
Cesco  I,  presso  la  Collezione  delle  leg- 
gi. In  seguito  di  ohe,  a'  i  2  febbraio  18:6, 
natalizio  deiraugusto,si  fece  a  Venezia  la 


V  li  iV  419 

T.'  distribuzione  de'premi  d'incoraggiu- 
nienlo.  Accresciuto  con  maggiori  orna- 
menti r  ordinano  splendore  della  sula 
del  palazzo  ducale  detta  de'  Squittinii,, 
per  quelli  che  ivi  facevansi  nella  repub- 
blica, maestrevolmente  intorno  ad  essa  e 
fou  bell'ordine  si  videro  disposti  gli  og- 
getti d'arte  e  d'industria  esibiti  alconcor- 
so,  e  molti  pure  spontaneamente  ollerti 
da'  veneziani  mercanti  e  manifattori.  Il 
cav.  Mulinelli  ne^W  A  nnaliUrh  ani  di  P'e- 
iiezin,  riporta  l'elenco  di  tutti  quelli  che 
furono  premiati  in  Venezia  e  sue  provili- 
cieperoggetlid'industriadali8  i6al  1  8'^» 
inclusive.  I  premi  vengono  distribuiti 
un  anno  a  Venezia  e  nn  anno  a  i\lilano. 
l*er  le  recenti  esposizioni  dell'  industria 
veneta  m'istruisce  la  Crocaca  di  Milano 
colla  i.^disp.  del  tSSy  de' pidiblicati  : 
Cenni  critici  sulla  esposizione  Industria- 
le fenda  del  i856  di  Michele  Treves,, 
tipografìa  della  Gazzetta  Ufficiale  di 
/'eneziaiii56.  La  medesima  nella  ilisp. 
i3.^  del  i858  ragiona  dell' Esposizione 
d'Industria  a  Venezia  del  i858,  e  della 
consueta  distribuzione  de'  premi  d'agri- 
coltura e  d'industria  eseguita  a'So  mag- 
gio, riportando  un  estratto  del  discorso 
detto  in  quest'occasione  nell'  i.  r.  Istitu- 
to dal  conte  Ferdinando  Cavalli,  ripro- 
dotto dagli  Atti  del  medesimo,  in  cui 
dimostra  quanta  parte  l'industria  eserci- 
ta sulla  civiltà;  e  di  quanto  disse  sul  ri- 
sultato dell'esposizione  il  d."^  M.  Treves, 
e  riferito  dalla  citala  Gazzetta  de'  2G 
giugno  1 858,  dichiarando  l'industria^  ve- 
neta procederea  pas-si  lenii  s"i,ma  non  in- 
terrotti, nella  via  del  progresso.  Del  di- 
scorso del  copte  Cavalli,  importantissi- 
mo è  questo  brano.  «  Ai  grami  giorni 
«Iella  fatale  invasione  dell'  orde  setten* 
ti  ionali,  alcuni  fuggiaschi  ricovrarono  in 
(jueste  Lagune  e  fermatavi  la  sede,  atte- 
sero per  necessità  di  luogo  al  traffico  ed 
a'ojercenumi  (sic),  ne'quali  ben  presto  ac- 
quistarono tal  nominanza  che  Carlo  Ma- 
gno vestiva  e  saio  e  tonaca  manifatture 
venete,  e  Liulprando  ammutì  col  vene- 


4^0  V  E  N 

lo  nome  la  jnttanza  dell'  arll  bizanline. 
—  Menile  le  navi  delia  gloriosa  repui)- 
hlira  veleggiavano  tulli  i  mari,  e  merca- 
lavano  in  ogni  lido,  facendo  del  loroconj- 
inercio  lieti  i  re  della  terra  e  sazie  le  na- 
zioni della  sua  opulenza,  i  veneziani  in 
questa  bellissima  delle  città  fabbricava- 
no organi,  gittavano  campane,  fondeva- 
no metalli, il  ferro  riducevano  utilmente 
in  molti  lavori,  e  l'oro  foggiavano  in  fer- 
niaglijcasloni^minuterie  e  maglielled'im- 
pareggiabile  piccolezza.  Abilissimi  nel  tes- 
sere il  cotone,  il  lino,  la  lana  e  la  seta, 
ne  formavano  trine,  pizzi,  merletti  fini- 
tissimi, ed  ogni  maniera  di  drappi  schiet- 
ti e  ad  opera,  velluti,  rasi,  broccati,  da- 
masi hi,  zendadi.  Purgavano  e  conduce- 
vano a  molta  bianchezza  lecere  e  lo  zuc- 
chero. Preparavano  e  doravano  con  som- 
ma rallìnntura  le  pelli  ed  i  cuoi.  —  E- 
sperti  nella  chimica,  facevano  tinture  va- 
ghissime, e  componevano  saponi,  farma- 
chi, colori,  avidamente  da  per lulto  cerca- 
li. —  Lavoravano  eccellentemente,qufln- 
to  mai  far  si  possa,  il  vetro,  e  ne  traeva- 
no specchi  tersissimi  e  meraviglie  di  mar- 
gherite, di  fiori,  di  friitta,  d'animali,  di 
piume,  d'arredi  e  perfino  caratteri  da 
stampa,  conlerie  tanto  pregiate  che  in 
alcuni  paesi  erano  moneta,  ed  i  manda- 
rini cinesi  e  lattari  amavano  adornarse- 
ne alle  maggiori  comparse.  —  Insom- 
ma, qui  era  la  scuola  d'arti  per  tutte  le 
nazioni,  il  teatro  più  luminoso  a'  trionfi 
dell'industria.  Ma  nel  tempo  medesimo 
il  mondo  attonito  già  ammirava  prov- 
vide leggi,  sapiente  governo,  soda  pietà, 
miti  costumi,  ed  ogni  guisa  di  belle,  ma- 
gnanime, illustri  virtù:  qui  sicuri  i  di- 
ritti, l'ordine  mantenuto,  la  tranquillità 
consertata  :  qui  pompe  anguste  di  reli- 
gione, frequenza  di  cerimonie,  celebrità 
di  supplicazioni:  qui  agi,  comodi  e  le 
moibidezze  del  vivere  e  conversale  di- 
lettoso; qui  feste,  sollazzi, spettacoli  di  va- 
ria esultante  giocondità;  qui  maestà  di 
basiliche,  magnificenza  di  piazze,  sontuo- 
sità di  palagi,  squisitezza  di  monumenti, 


YEN 
slupendità  di  pitture,  maraviglie  e  por- 
tenti d'ogni  futa; e  la  tua  storia,  o  famosa 
regina  dell'Adriatico, fu  per  lunghi  seco- 
li la  storia  della  civiltà  d'Eiuopa  e  del 
mondo  . .  .  O  Veneziani,  io  vi  richiamo 
all'industria.  Ella  formò  la  grandezza  de* 
vostri  avi,  e  può  ancora  essere  campo  u- 
bertoso  delle  vostre  glorie.  Valetevi  di 
lei  per  rinvigorire  la  patria  nobilissima, 
e  prepararla  a  fausti  eventi,  che  forse  non 
è  lontano  il  tempo  in  cui  pel  concorde 
volere  di  tutta  Europa  dovrà  aprirai 
quell'Istmo,  pel  quale  altra  volta  il  vo- 
stro senato  invano  desiderò  libero  passo 
al  commercio  d' Oriente.  Deh  !  possa 
questa  città,  che  parla  sì  alto  al  cuore 
di  quanti  la  conoI>bero,  deh  possa,  de- 
terso Io  squallore  degli  anni  avversi,  ri- 
comporre il  suo  manto,  e  ripigliare  ne' 
trallìci  lo  scettro  avito". 

2.  Il  commercio  veneziano,  dice  il  Di- 
zionario veneto,  oltre  agli  oggetti  nella 
città  fabbricati.ed  alle  operazioni  di  ban- 
co, forma  argomento  delle  sue  specula* 
zioni  principalmente  i  generi  coloniali, 
l'olio,  i  salumi,  i  formaggi,  i  grani,  il  le- 
gname, i  liquori,  il  vino,  la  cera,  le  lane, 
le  tele,  le  merci,  le  chincaglierie,  i  frutti 
secclii,  gli  agrumi,  gli  oggetti  d'  arte  an« 
tichi  e  moderni  ec.  ;  ed  ha  oltre  al  tri- 
bunale di  commercio,  esistente  nelle  Fab- 
briche Vecchie  di  Rialto,  una  cimerà  di 
commercio  ed  industria,  residente  nel 
palazzo  ducale ,  una  borsa  parimenti 
nel  palazzo  ducale,  e  parecchie  società 
di  assicvnazioni  marittime  e  altramen- 
te giovevoli  al  trMfìico,  all'arti  ed  a'  me- 
stieri. A' 2  1  maggio  i83g  co' tipi  del 
Gondoliere  fu  stampalo  in  Venezia  il  Pro- 
gramma e  gli  Statuti  della  Società  Fene^ 
ta  Commerciale  a^'ente  lo  scopo  preci- 
puo del  commercio  diretto  ci'  iinporld' 
zione  e  di  cporlazione,  con  im  capitale 
costituito  da  azioni  peri 5  milioni  di  lira 
auslrinche,  con  approvazione  del  gover- 
no. Trovo  opportuno  riportate  il  prò- 
gr;imiiia  dello  Stabilimento  Mercantile 
di  Venezia,  pubblicato  dalla  catnera  prò- 


V  n:  N 

vinciate  di  rninoicicio  eil  inJiislria  a*  4 
maggio  I  8  )-2,  ilal  suo  egregio  presiilcnle 
C.1V.  Giuseppe  Reali,  riferito  dal  n.  l  i5 
liei  Giornale  di  Roma,  e  ricavato  dalla 
Gazzetta  di  Fenezia  de*  1 3  maggio,  la 
quale  però  contiene  pure  gli  statuti  per 
i'atlivazìonedi  tale  società.  »  In  mezzo  al 
quasi  prodigioso  succedersi  dell'innova- 
le condizioni  commerciali  del  mondo  in- 
civilito, nessuno  v'ha  che  non  compren- 
da rendersi  indispensabile  lo  spiegare  la 
luassima  energia  ne'movimenli;  lo  spin- 
gere con  instancabile  attività  l'estensione 
de' rapporti  diretti  co'piìi  lontani  paesi; 
lo  slanciarsi  con  prudente  cnaggio  ia 
tulle  quelle  speculazioni  ,  che  ragione- 
volmente presentano  un  esito  vantaggio- 
so. A  raggi imgere  però  un  silTatto  svi- 
luppo, cui  Venezia,  questo  scalo  impor- 
tante mari  llimo  d'una  eletta  parte  della 
monarchia,  è  adesso  chiamata  da'mutati 
destini,  i  mezzi  attuali  del  solo  veneto 
commercio,  depauperati  dalle  profonde 
scosse  sofferte,  sarebbero  insudicienti;  e 
quel  bisogno,  che  la  camera  di  commer- 
cio anche  in  passato  riconosceva  sussiste- 
re, e  voluto  avrebbe  soddisfatto,  colla  dif- 
fusione dello  spirito  d'associazione,  unico 
possente  fattore  della  più  larga  prosperi- 
tà de'coramerci  e  dell'industrie,  si  in  ora 
tanto  più  altamente  sentire,  quanto  mag- 
giore è  In  necessità  e  l'interesse  comune, 
che  Venezia  venga  una  volta  ad  assume- 
re il  suo  vero  carattere  di  porto  centra- 
le delle  Provincie,  alle  (juali  è  legato  per 
posizione  geografica  ,  per  comoda  sicu- 
rezza e  per  intimila  di  rapporti.  Se  in 
passalo  taleconvinzioiiedella  veneta  com- 
merciale rappresentanza  dovette  restar 
circoscritta  allo  sconfortante  limited'uno 
sterile  desiderio,  perchè  le  in  allora  suf- 
ficienti foize  individue,  [lolendo  mante- 
nere i  rapporti  della  piazza  in  soddisfa- 
centi condizioni,  non  ne  presentavano  co- 
sì vivamente  l'urgenza;  oggidì  che  ognu- 
no sente  il  bisogno  di  seguire  un  nuovo 
online  di  cose;  adesso  che  il  porto  princi- 
pale di  Venezia  apre  giù  il  suo  seno  alle 


VKN  i?.i 

navi  delia  owggiore  immeriione,  mentre 
per  rassodare  il  felice  risidlato  della  pres- 
soché compiuta  Diga  di  Malamocco,  an- 
drassi  ad  erigere  per  sovrana  munificen- 
za la  Controdiga  ;  ora  che  la  moltiplicilà 
delle  strade  ferrate  dà  al  movimento 
commerciale  un  impulso  semprepiìi  cre- 
scente e  animalo  ,  e  che  coli'  istituzione 
de'telegralì  i  popoli  stringonsi  in  una  so- 
la famiglia;sarelibe  colpa  di  lasciarsi  tra- 
sportare serjz'azione  e  indolenti  su  d'una 
carrierache  diventerebbe  riprovevolmen- 
te hmga  ed  oscura  ;  sarebbe  colpa  di  noti 
dispiegare  la  più  ferma  volontà  tlel  bene 
generale,  a  mezzo  d'una  atlivilà  tempra- 
ta all'attualità  de'bisogui.  E  ben  la  sen- 
tivano questa  necessità  alcuni  benemeri- 
ti cittadini  ,  che  indotti  dopo  lunghi  e 
ponderali  studi  a  formulare  il  progetto 
d'una  società  anonima,  da  intitolarsi  StU' 
bili  mento  Mercantile  di  Fenezia,  aven- 
te il  triplice  scopo  di  ricevere  a  semplice 
deposito,  non  che  di  ricevere  a  deposito 
verso  sovvenzioni,  merci  a  preferenza  di- 
rettamente dall'estero  importate,  e  di  pre- 
starsi allo  sconto  di  ellelti  cambiari,  pa- 
gabili in  questa  piazza,  mostravano  come 
con  tal  mezzo  aprir  si  possa  opportuno 
l'adito  alla  combinazione  di  più  stretti  o 
novelli  rapporti  fra  questa  e  le  consorel- 
le città,  che  sararmo  al  caso  di  cogliere 
tutti  i  brillanti  vantaggi  il'una  cominii- 
cazione  facile  ed  immediata  con  questo 
centro  innritlimo;  come  si  offra  con  esso 
più  largo  il  mezzo  d'istituirvi  grandiosi 
depositi  a  sfogo  delle  produzioni  del  suo- 
lo e  della  industria,  tanto  nazionali  che 
estere,  facilitando  così  le  transazioni  co' 
luoghi  di  origine;  come  per  esso  possa  ac- 
crescersi ardimento  alle  grandi  specula- 
zioni e  prestare  soccorrevole  appoggio 
alle  mediocri;  come  si  possa,  in  una  pa- 
rola, con  tale  elemento  sforzare  il  tempo 
e  gli  eventi,  spandendo  fecondi  su  questa 
e  sulle  piazze,  che  stanno  con  essa  in  rap- 
porto, que'semi  di  prosperità  che  reste- 
rebbero isteriliti  senza  la  colleganza  di 
mezzi  poleulì.  La  camera  di  commercio, 


4'>.".  V  E  N 

persuasa  dal  risultalo  degli  studi,  portali 
tanto  suU'insìenie  qtianlo  sui  dettagli  dei 
progetlo,che  (|nesl'impresa  odra  una  con- 
veniente garanzia  e  sicurezza  pe'soscrit- 
lori,  e  che  soltanto  una  silFatla  istituzio- 
ne possa  corrispondere  in  modo  soddi- 
sfacente alla  desiderata  ampiiazione  di 
transazioni  più  tacili  e  [)iù  fortunate,  sia 
colle  consuddile ,  sia  coli' estere  piazze, 
congiuntamente  ad  un'onesta  «ililità  pe- 
gli  azionisti;  convinta  inlinìau^ente  che 
all'efrelluazione  di  rjuest'in)presa  non  pos- 
sa mancare  il  concorso  de'nazionali  e  de- 
gli esteri,  aventi  un  eguale  interesse,  a- 
vendo  deliberato  all'uuaniuiilà  di  farse- 
ne la  proinotrice,  ne  invocava  ed  ottene- 
va la  necessaria  preventiva  superiore  ap- 
provazione. Egli  è  pertanto  così  sorret* 
lo  dal  voto  della  commerciale  rappre- 
sentanza e  dalle  più  vive  sue  sollecitudi- 
ni e  caldi  voti,  che  il  progetto  di  cpie- 
st'irapresa  viene  presentato  al  pubblico 
negli  imiti  statuti,  allineile  ognuno  possa 
convincersi  che  lo  scopo  è  quale  fedelmen- 
te venne  espresso:  il  vantaggio,  cioè  re- 
ciproco delle  piazze,  che  stanno  o  sta- 
ranno con  Venezia  in  immediala  relazio- 
ne; il  rinascimento  della  più  estesa  ope- 
rosità in  questo  porlo, unico,  importante 
e  centrale  del  regno  LondjardoVeneto; 
e  l'utilità  e  garanzia  pegli  azionisti  che 
vi  prendono  parte.  Mentre  la  camera  è 
liela  di  aver  conseguita  la  facoltà  di  pro- 
cedere alle  primordiali  pratiche  per  la 
fondazione  di  questo  novello  istituto,  in 
relazione  al  riverito  luogotenenziale  di- 
spaccio 2  5  aprile  p.  p.,  n.  8626,  nella  fer- 
ma fede  di  non  essersi  lusingata  invano 
che  il  concorso  delle  prenotazioni  sia  per 
raggiungere  sollecito  l'estremo  occorren- 
te, onde  poter  dichiarare  fra  poco  la  so- 
cietà regolarmente  coslituila;  apre  da 
quest'oggi  presso  la  sua  residenza  e  pres- 
sp  le  sale  di  Borsa  il  prolocollo  per  le 
sottoscrizioni,  ritenuto  che  non  saranno 
obbligatorie  se  non  nel  caso  che  il  limi- 
te, dagli  statuti  stessi  determinalo,  ven- 
ga raggiunto.  Aggiungere  al  fin  qui  det- 


V  E  N 

lo  eccitamenti ,  sarebbe  far  Iorio  ali'in- 
lelligenza  de'commercianti,  sarebbe  dif- 
fidare di  quella  de' capitalisti.  La  came- 
ra, condotta  dalla  coscienza  dell'onestà  e 
dell'utile,  si  atlende  con  sicurezza  di  ve- 
der coronati  luminosamente  dal  fallo  i 
suoi  desiderii  e  i  suoi  sforzi".  Lo  Stabili- 
meuLo  Mercantile  di  Venezia  ebbe  ef- 
fetto. —  Si  legge  nel  n.  291  del  Giornale 
di  Roma  del  iSSy,  il  seguente  estratto 
dalla  Gazzella  di  Milano  sui  fianchi  e 
sulla  cassa  di  sconto  di  quella  città  e  di 
altre.  Di  Venezia  si  dice.  I  banchi  sono 
creazione  italiana  (ne  riparlai  nel  voi. 
LXXX.IV,  p.  72  e  seg.).  In  Italia  nac- 
que la  scienza  delle  ricchezze.  In  Italia, 
prima  che  altrove,  si  è  pralicamente  fon- 
data la  teoria  del  credito.  Il  Monte  Fec 
chic,  fu  sotto  il  doge  Vitale  II  Michieli 
istituito  in  Venezia  intorno  all'annoi  i56 
(o  nel  I  1 7  I  secondo  il  PiomaniUj  dicendo 
pure  che  il  i."  prestito  si  fece  nel  i  164),  vi 
si  aggiunse  il  Nho%'0  neli58o,  ed  il  Nao- 
vissìnio  nel  1610,  colle  reliquie  de'quali 
si  formò  nel  1 7  1 2  il  Banco  del  G//o.(sot- 
to  i  portici  vicini  al  ponte  di  Rialto,  a' 
tempi  della  repubblica  erano  gli  ulFui 
del  Banco  Giro,  poiché  fu  in  Venezia, 
pi  ima  che  altrove,  che  da'pri  vali  si  apri- 
ronoi  banchi  e  poi  dal  pubblico),  checon- 
linuò  sino  al  cader  della  repubblica.  Tra 
il  XII  e  il  Xlll  secolo  la  Toscana  coniava 
parecchi  banchi;  e  quell'insigne  di  s. 
Giorgio  di  Genova  sorse  nel  1409.  Nella 
fausta  occasione  del  ben  auspicato  con- 
nubio dell'arciduca  Ferdinando  Massimi- 
liano colla  principessa  Carlotta  del  Bel- 
gio, lui  intercedente,  l'imperatore  de- 
gnossi  approvare  in  massima  il  progetto 
dell'  /.  li.  Privilegiala  Cassa  di  Sconto 
pel  regno  Lo/nhardo- Vendo,  con  sede 
io  Milano;  ed  a' 20  novembre  sanzionò 
l'istituzione  d'una  società  per  azioni  col- 
la firma:  Cassa  di  Sconto  di  Milano  e 
per  le  Provincie  Lombarde.  Tale  benefi- 
cio fu  accollo  come  si  doveva,  con  pio- 
fonda  riconoscenza.  Infatti  col  fondo  di 
3o  milioni,  rappresenlalo  dar 00  nula  a- 


V  E  X 

ziuiiì,  l'I  ca>»a  ili  sconto,  limitata  alle  sole 
Provincie  lombarde,  poiché  le  venete  so- 
no già  doliiJe  dello    Slabiliinento   Mer- 
cantile  di  /  enezia^  può  «spaziare  in  una 
cei'ctiia  vasta  a bb<i «stanza  e  feconda.  Ri- 
ferisce li  veneto  Dizionario.  Quella  Ve- 
nezia, che  fino  dal  principio  del  VI   se- 
colo avea  impreso  il  suo  cointnercìo  sul 
mare,  che  serviva  di  sue  navi  il  greco  ca* 
pitano  Nai'sele,  che  mediante  il  suo  i.° 
doge  Paoluccio    Anafeslo  stringeva  con 
Luitprando  re  de'  longobardi    trattali  a 
sicurezza  del  trallico  che  pe'fiuini  faceva- 
no i  veneziani  nell'internu  dell'Italici;  Ve- 
nezia che  vendeva  forzatamente  a'  vicini 
ed  a'IoQtani  il  suo  sale  ,   proibendo  col* 
l'armi  o  ahrimenti  a'Iombardi,  a'roma- 
gnoli,  a'uapo.'elani,  a' dalmati,  e  fino  a' 
re  d'  Ungheria,  di  fabbricai  ne;  che  pur 
neirV'ill  secolo  frequentava  i  porti  d'xV- 
frica  e  vi  trasportava  gran  copia  di  schia- 
vi (come  narrai  nel  §  XVI,  n.  4);  che  a' 
cortigiani   di  Carlo  Magno  forniva  ab- 
bondantissima piovvisionedellefinee  pre- 
ziose merci  d'oriente;  che  già  nel  secolo 
XII  teneva  suoi  consoli  in  Egitto  ,  in  Si- 
ria,  a  Londra,  ed  in  più  altri   luoghi;  i 
ricchi  prodotti   deH'iiidDstria  dell'AMa  e 
dell'Africa  radunavaiisi  allora  a  Coslan- 
tinopuli,  al  Cairo,  a  Dainialu.  in  Alessan- 
dria e  porti  vicini,  e  colà  trasferivansi  i 
veneziani  ad  acquistarli,  spesso  cotninu- 
tandoli  con  altri  generi  che  dall'Italia  e 
da  molle  parli  dell' Ekiropa   in  Venezia 
colavano,  e  poi  di  colà  tornando,  li  di- 
stribuivano a  Marsiglia,  Barcellona  ,  Si- 
viglia, Lisbona,  Bruges,  Londra  ec,  per 
mare  e  anche  per  terra  ne  facevano  spe- 
dizioni verso  il  nord  per  la  via  di   Zuri- 
go e  d'Augusta;  Venezia  che  come  il  cam- 
bio ampliava  fra  l'occidente  e  1' Oliente, 
così  progrediva  nell'arti,   né   più   limi- 
Idiidosi  al  sale  e  a'veiri  de'primi  leuipi, 
eslt  iidevu  l'industria  sua  a  moltissimi  o-r- 
geni  di  bisogno,  di  comodo,  e  ancor  di 
lusso,  sì  che  i  suoi  dogi  presentavano  di 
opere  veneziane  gli  stessi  imperatori;  die 
scingeva  le  iciuziuui  culUUUU'Uuli  aiuo  ad 


V  EN  4^3 

aver  fondachi  alle  bocche  del  Tanai,  ed 
a  stipular  mercantili  convenzioni  col  tar- 
taro Gengis  Kan,  con  altri  sovrani  d'A- 
sia e  d'Africa,  e  particolarmente  cogli  .ir- 
ineni;  che  spediva  ogni  anno  4  gran  flot- 
te mercantili  sotto  la  scoria  delle  così  det- 
te galere  di  racrcalo,  montate  dalle  pub- 
bliche forze,  lai/  nel  Mar  Nero,  l'altra 
ai  porti  di  Siria,  toccando  ad    A  leppo  e 
Beyrul,  e  nel  ritorno  a  Cipro,  Candia  e 
Morea,  in    Egitto  la  3/,  e  finalmente  la 
4-",  che  chiamata  di  Fiandra,  girava   le 
dueSicilie,  passava  indi  per  Tripoli,  Tu- 
nisi, Algeri,  ed  uscendo  per  Io  stretto  di 
Gibilterra, percorreva  la  costa  di  Maroc- 
co, quindi  quelle  di  Portogallo,  Spagna 
e  Francia,  entrava  a  Bruges,  in  Anver- 
sa ,  poi  a   Londra  ,  donde  ripassato  lo 
stretto  e  costeggiato  sul  Mediterraneo  la 
Francia  e  l'Italia,  faceva  in  patria  ritor-  ' 
no;  Venezia  che  per  tal  modo  ascendevi! 
a  quell'apice  di  commerciale  prospeiità, 
per  cui  nel  XV  secolo  abbracciava  nella 
sua  mercatura  quasi  tutto  il  mondo  al- 
lora  conosciuto  ,  e  con  tanta    possa  che 
la  sola   Lombardia    nel    14^3  le  dava 
i,6i  2, ODO  ducati  d*  oro,  oltre  a   molti 
prodotti  dille  sue  fabbriche  ,  e   partico- 
larmente  panni   per  qoo,ooo   ducati   e 
telerie  per  altri  100,000;  delle  quali  mer- 
ci i  soli  diritti  doganali  importavano  me- 
glio di  200,000  ducati  al  pubblico  era- 
rio, ed  alla  Lombardia  slessa  vendeva  an- 
nualmente cotoni,  (Ilo,  lane  di  Spagna  e 
diFrancia,tlrappi  d'oroediseta,pepe,can- 
nella,zuccaro  espezierie  diverse,  sapone, 
colori,  schiavi,  ed  altri  articoli  minuti  per 
1,790,000  duca  li;  che  annualmente  allo- 
ra girava  10  milioni  di  ducati  d'oro,  sui 
quali  guailagnava  due   milioni   pel   tra- 
sporto delie  merci,  e  due  milioni  di   al- 
tre utilità,  e  così  ammassava   immense 
ricchezze,  continuando   per  lungiùssiaio 
tempo,  in  cui  contava  3, 000  bastimen- 
ti della  pollala  da  10  a  200  bolli,  mon- 
tali da  17,000  marinai,   3oo    navi   con 
8,000  mai  inai,  e  /\.5   grosse  galee  con 
11,000  uiariurti,  e  così  iu  tulio  3,3 jj 


4^4  VEN 

legni  (la  commercio  cl»'«-i  ano  in  corso  ed 
occupavano  3G,ooo  uomini  per  condur- 
li, ed  oltre  16,000  artieri  per  costi  uirli 
e  ripararli  ;  (|uella  Venezia  finalmente,  al 
cader  del  secolo  XV  ,  per  la  scoperta 
della  via  delIMndieOrienlali  pel  Capo  di 
iJuona  Speranza  [7' .).  e  nuovamente  lo 
deplorai  nel  voi.  LTiXXlV,  p.  22,  per 
quella  (.\e\\' america  (/  .),  per  le  guerre  e 
per  altre  cagioni  ancora  clie  fatalmente 
congiurarono  in  un  gruppo  a'suoi  dan- 
ni, decadde  sì  clie  ne  un'ombra  pure  ri- 
ruane  di  quella  somma  altezza.  Tuttavia 
la  bellissima  sua  situazione  in  mezzo  al- 
l'acqua ,  a  portata  del  mare,  a  portata 
de'fiumi  die  corrono  tutta  l'Italia  supe- 
riore, non  poteva  privarla  allatto  della 
commerciale  sua  importanza,  né  slreoios- 
si  tanto  la  sua  industria  da  negarle  un 
posto  ancora  ragguardevole  Ira  la  gen- 
ie industre  e  trafllcanle;  condizione  che 
porge  lusinga  di  migliorare  non  solamen- 
te per  le  facilitazioni  del  Torlo  franco, 
coD)e  dirò  ragionandone  nel  numero  se- 
guente, ma  per  quanto  altro  riferirò  nel 
1).  4-  Quanto  al  discoprimento  dell'  A- 
merica,  dice  il  Cancellieri  nelle  Disser- 
tazioni epistolari  bibìiogrn/ìche,  dover- 
si da  tulli  convenire  col  p.  Cliarlevoix, 
Ilistoire  generale  de  la  Noia'clle  Fran- 
te, all'anno  i5o8,  che  le  3  potenze  che 
si  divisero  quasi  tutta  l'America,  debbo- 
no certamente  i  suoi  pricni  discoprin)en- 
li  a  3  italiani;  cioè  i  casligliaui  al  geno- 
■ve»e  Colombo  o  inonferino  (come  nse- 
glio  dissi  nel  voi.  LXXXYIII,  p.  46), 
gl'inglesi  a'veneziani  Cabotta  (di  cui  nel 
fine  del  n.  3,  §  XVI),  i  francesi  al  fioren- 
tino Verazznni.  Quindi  osserva  coll'An- 
dres.  l*er  la  scoperta  America -si  vide  fio- 
rire un  nuovo  commercio  ed  una  nuova 
marina,  per  essersi  cau)biala  l'economia 
polìtica  di  tutto  il  mondo;  avendo  però 
la  nostra  Italia,  che  per  mezzo  de'  3  no- 
tninati  suoi  figli  ha  fallo  scuoprire  il  nuo- 
vo Emisfero,  che  forse  senza  di  essi  sa- 
rebbe rimasto  nascosto,  seguitato  a  go- 
derne, pi  1  gì  aii  fatali  là,  meno  di  luUi. 


YEN 

Quindi,  come  ben  riflelte  il  Delliuelli  ne! 
liiscri^iinenlo  (V Italia,  l.  2,  p.  28),  col 
giro  del  commercio,  che  solo  d'allora  io 
poi  formò  la  base  della  politica,  bau  va- 
riato gli  eraporii,  e  i  gran  fondachi  e 
magazzini  dell'  Europa.  Tosto  non  più 
da  Venezia,  e  per  lei  da  Alessandria,  ma 
dagli  spagnuoli  e  da'portoghesi  più  spe- 
ditamente, non  solo  1'  indiane  e  l'asiati- 
che merci,  ma  anche  l'americane  furo- 
no distribuite  per  nuove  scale  di  com-  «i 
mercio.  Conviene  avvertire  che  il  Can-l| 
cellieri  pubblicò  l'opera  nel  1809.  Il  Mu- 
ratori ,  Disseriazioni  sopra  le  aalieliilà 
Italiane,  dissert.  25.',  col  monaco  di  S. 
Gallo,  De  Heh.  hellic.  Caroli  Magni,  nar- 
ra che  a  queU'ejioca  i  mercanti  venezia- 
ni, siccome  dediti  alla  mercatura,  porta- 
vano di  tanto  in  tanto  a  Pavia  de  trans- 
marinis  parlibns  omnes  orienlalinni  di- 
vi li  as  j  parole  indicanti  non  meno  pan- 
ni, drappi  e  tappeti.  Nella  dissert.  26.* 
dichiara,  che  i  primi  ad  esser  polenti  in 
mare  in  Italia  furono  i  veneziani,  glo- 
ria, ch'egli  dice,  tullavia  ritenevano  a 
suo  tempo  fra  gl'italiani,  e  tutti  sanno  che 
il  grand'uomo  mori  nel  lySo.  lliporla, 
che  dell'inclita  loro  città  e  nazione,  nel 
1090  scrisse  nel  suo  poema  Guglielmo 
Pugliese;  e  soggiunge,  certo  è,  che  prima 
ancora  del  secolo  XI  e  fin  quando  regna- 
vano i  longobardi,  fu  rinomalo  il  valore 
per  mare  del  popolo  veneto.  Nella  dis- 
sert. 39.'  conferma  che  i  veneziani  anda- 
rono innanzi  agli  altri  italiani  nel  negoziò 
per  mare,  e  che  in  progresso  talmente  si 
addestrarono  alla  mercatura,  che  sopra- 
vanzarono gli  altri  nell'arte  di  navigare 
e  mercantare  ue'paesi  stranieri.  Dice  ch'e- 
rano animali  alla  navigazione  e  al  trafli- 
co  dalla  loro  situazione  marillima,  e  dal- 
le convenzioni  che  passavano  fra  essi  ei 
greci.  Però  ne'patli  che  di  mano  in  inanoi 
veneziani  andarono  facendo  co'reo gl'im- 
peratori padroni  dell'Italia,  vi  era  sem- 
pre questo.  Negntia  inler  parlesjlant, 
et  lieeal  darec/uaecunu/nt  inler eos  eon- 
yenerit  sine  nliqua  i'ioleiilia  auleonLra- 


V  EN 

ridate,  ila  ut  oeijua  condtlio  utrarum- 
nHcpiirtiuin  iiegotiatorìLus  conserve  tur. 
Ì)e|)loi'a  Muraioli  che  i  veneziani  coni- 
nieiciasseio  pure  di  schiavi.  Di  jjiìi  ch'essi 
fecero  proprio  il  commercio  degli  aromi 
edeilespeziet'ie,  che  disi libui vano  a  qua- 
si tutte  le  Provincie  d'occidente.  Ad  imi- 
tazione fecero  il  simile  gli  amalfitani ,  i 
pisani,  i  genovesi;  e  questa  gaia  non  tar- 
dò a  produrre  odii,  inimicizie  e  guerre, 
nelle  cjuali  in  fine  toccò  a'pisani  di  soc- 
combere, senza  più  risorgere  all'antica 
potenza.  Rileva  Cancellieri  nelle  Disser- 
(azioni  epistolari  bihlio^rajrche  jV  e- 
sercizio  della  Mercatura  essere  stato  sti- 
mato sommamente  onorevole  (ne  tenni 
proposilo  anche  nei  vol.LXXXlV,  p.i  55 
e  seg.),  uè  fare  verun  ostacolo  alla  No- 
billàj  dimodoché  Mercante  e  Patrizio 
fu  lo  stesso  in  Venezia,  che  per  gran  tem- 
po si  occupò  tutta  nel  trafllco,  così  tutte 
le  famiglie  più  illustri.  1  Conturini  furo- 
no mercanti  sino  dal  1200,  ed  i  più  illu- 
stri veneziani,  sin  presso  al  i5oo;  e  il  gran 
doge  Andrea  Grilli  si  dice  Mercator  in 
Constaniinopoliceleberrimus,  prima  di 
salire  sul  trono.  Agostino  Chigi  di  Sie- 
na (F\)  avea  credito  in  ogni  parte  del 
mondo,  fino  fra  gl'infedeli,  da' quali  era 
chiamalo  ilgran  Mercante  Cristiano. — 
A'9  dicembre! 856  l'imperatore  F'rance- 
sco  Giuseppe  I  pose  la  i ."  pietra  fonda- 
mentale nell'i,  i:  Arsenale  della  marina 
in  Pula,  per  la  forza  marittima  dell'im- 
pero e  di  sua  crescente  flotta  militare, 
sotto  la  direzione  dell'arciduca  Ferdi- 
nando INlussimiliano  comandante  supe- 
riore della  medesima.  Io  tal  modo  surse 
uno  splendido  baluardo  per  la  potenza 
navale  dell'Austria;  che  in  pari  tenipo  è 
un  germe  che  farà  rifiorire  la  città  e  il 
porlo  di  Pola  già  tanto  invidialo,  ambe- 
due avendo  avuto  una  bella  fase  d'  esi- 
stenza a' tempi  prosperi  di  Venezia,  co- 
me facente  parte  de'  suoi  dominii  d'  1- 
stria,  di  cui  era  la  città  più  importante. — 
Prima  di  lasciare  il  commercio,  col  cav. 
Mulinelli,  Aroiali  Vrhani^  farò  meuzlo- 
vci.  xct. 


VEN  4^5 

ne  dell'antica  e  famosa  fiera,  denomina- 
la Scusa  con  dialetto  veneziano.  Avendo 
Papa  Alessandro  UJ  concesso  indulgenza 
e  remissione  di  tutti  i  peccati  a  coloro  che 
dal  vespero  dell'Ascensione  fino  a  quello 
del  seguente  giorno  avessero  visitato  la 
chiesa  di  s.  Marco,  e  lasciatevi  abbon- 
danti limosine  ;  tosto  da  ogni  parte  ar- 
rivarono a  Venezia  divoti  per  lucrare  gli 
spirituali  tesori,  onde  la  città  ne  godè  in- 
finiti  de'lemporali.  I  veneziani  volendo 
profittare  di  tanto  concorso,  e  ben  cono- 
scendo come  negli  uomini  possa  il  fervo- 
re intiepidirsi  e  cessare,  non  però  mai 
l'amor  del  guadagno;  a  mantener  sem- 
pre viva  quella  frequenza  di  forestieri,  nel 
I  1 80  statuirono  di  renderli  esenti  da  qua- 
lunque balzello,  istituendo  perciò  una  fie- 
ra d*8  giorni,  la  quale  poi  si  prolungò  a 
i5,  e  fu  delta  anc\\e  fiera  dell' Ascensio- 
/K\La  ricchezza  della  fiera  Scusa  neh  364 
giunse  a  tal  punto,  da  doversi  far  girare 
nottetempo  pattuglie  per  serbar  l'ordine 
e  per  custodire  le  merci,  non  solamente 
nella  piazza  di  s.  IMarco,  ma  in  tutte  le 
contrade  eziandio  accatastate.  Nel  1775  il 
senato  per  accrescere  bellezza  alla  fiera, 
ordinò  un  recinto  nuovo  di  legno  da  in- 
nalzarsi nella  piazza  di  s.  Marco,  con  di- 
segno di  Bernardino  Maccarucci,  che  lo 
fece  di  forma  elitlica,  con  un  largo  por- 
ticato nelTinteroo,  sotto  cui  si  aprivano 
le  botteghe  delle  merci  le  più  pregiale, 
lasciandosi  che  le  altre  men  nobili  faces- 
sero di  se  mostra  nel  circuito  esteriore. 
Abbenchè  nella  ricchezza  e  nella  rarità 
de'Iavori  espostivi  fosse  inferiore  la  fiera 
a  quella  de'secoli  antecedenti,  soperchia- 
vala  però  essa  nello  studio  e  nell'elegan- 
za diligentemente  usata  da' bottegai  nel 
far  spiccare  il  pregio  delle  mercanzie,  sup- 
plendosi pure  al  difetto  deliri  copia  di 
quelle  coll'esporre  i  lavori  dell'  ingegno 
nell'arti  del  disegno,  laonde  i  pittori  ve- 
neziani consideravano  quella  fiera  sicco- 
me il  principio  della  loro  gloria.  Centro 
poi  quel  recinto  del  sollazzo  e  della  ci- 
vetterìa, vi  passeggiavano  la  mattina,  tra 
28 


426  V  E  N 

un  calpcsiare  citile  calcagna,  tra  urli  ne' 
fianclii,  un  andare  avanti  pian  piano,  un 
(lare  indietro  per  necessità,  e  un  aggirar- 
si alle  spinte,  vi  passeggiavano  la  mani- 
na le  femmine,  vestite  di  quell'abito  lo- 
ro nazionale,  appellato  zcMr/^/t'fto,  il  qua- 
le abbelliva  le  brulle  ,  e  dava  maggior 
grazia  alle  belle,  chi  acconciata  avendo 
la  testa  da  un  Isidoro ,  cbi  da  un  Giu- 
seppino  ,  chi  dalla  mano  del  Veronese, 
Del  modo  elegautemente  descritto  dalla 
\enela  Giustina  Renier  Michiel,  Origi- 
ne citile  Feste  Veneziane;  or  a  questo 
mercante  dimandando ,  ora  a  quello  il 
valsente  qua  di  una  cosa,  e  colà  di  un'al- 
tra, e  fatto  più  volle  battere  i  polsi  a  chi 
ne  andava  seco  loro  iu  compagnia.  Vi 
passeggiavano  poi  la  sera  con  un  man- 
tello nero  di  seta,  con  finissimi  veli  e  a 
fino  trapunto  lavorati,  con  un  cappelli- 
no calcato  in  capo,  e  con  una  faccia  fìn- 
ta, o  maschera,  che  riluceva  per  nitore 
e  bianchezza,  sotto  il  quale  travestimen- 
to, detto  Bauta,  uomini  e  donne  pren- 
devano una  medesima  (orma,  sotto  il  qua- 
le eia  piti  grande  nobillà  e  la  più  vile  ple- 
be eguahuente  perciò  trova  vasi.  Con  que- 
sto numero  si  conipenelrano  e  rannoda- 
no il  precedente  ed  i  due  seguenti,  con- 
tenenti nozioni  del  lutto  riguardanti  il 
commercio  e  l'industria  veneta,  poiché 
se  il  commercio  pel  corpo  economico  è 
sangue  ,  le  strade  sono  sue  vene  ,  ed  it 
telegrafo  lo  vivifica  e  illumina.  Né  meno 
si  collega  con  questo  numero  e  argo- 
mento,  per  la  sua  importanza  ,  il  n.  5. 
]Von  si  deve  disconoscere,  che  le  moli  ma- 
gnifiche, i  tenipli,  le  torri,  i  palazzi,  in 
Venezia  sursero  tutti  dal  fondo  della  La- 
guna per  opera  del  commercio ,  che  in 
questi  mari  fluiva  una  vena  non  inter- 
rotta di  vera  prosperità.  Tornando  que- 
sto comuìercio  ad  aver  centro  nella  do- 
niinante  dell'Adria,  a  nuovo  splendore  ri- 
sorgeranno le  arti  tutte  del  bello,  in  au- 
mento di  quella  grandezza,  che  sola  può 
sparger  1*  obblio  sulle  passate  sventure. 
Trovo  Leila  Cronaca  di  Milano  del  1 8  5/, 


V  E  N 
disp. T.*,  in  data  di  Venezia  17  felìbraio, 
che  al  municipio  fu  comunicalo  il  pro- 
getto d'erigere  un  edificio  per  uso  di  Mer- 
cato coperto,  in  una  delle  piazze  della  cit- 
tà. Sull'  antico  commercio  de*  veneziani 
scrissero  tra  gli  altri.  Filiasi,  Saggio  sul- 
r  antico  commercio,  sulle  arti  e  sulla 
marina  de' Veneziani ,Ì'-jS,\ì  nel  1 8o3  avea 
pubblicato  in  \enei\a,  Ricerche  storico- 
critiche  siili'  opportunità  delle  Lacune 
veneziane.  L'autore  erasi  proposto  di 
pubblicare  l' innportanza  del  conimercio 
di  Venezia  negli  antichi  tempi.eaveala  iu- 
lilolata:  Della  grandezza  del  commer- 
cio veneziano;  ma  il  governatore  auslria*  ì 
co  impose  un  cambiameulo  nel  lilolo,  co*  i 
me  asserisce  l'autore  della  sua  biografia, 
nel  supplimento  della  Biografia  univer- 
sale. G.  B.  Fanucci,  Storia  de  tre  celebri 
popoli  marittimi  dell'Italia,  Veneziani, 
Genovesi  e  Pisani ,  e  delle  loro  naviga- 
zioni e  commerci,  Pisa  1817.  Lodovico 
Alberti,  Quadro  del  sistema  di  commer- 
cio e  d'industria  vigente  nelle  provvide 
venete,  Venezia  per  Francesco  Andreola 
1823.  Nella  Memoria  intorno  a' Muraz- 
zi del  eh.  Defendente  Sacchi,  il  §  X  trat- 
ta: Cenni  intorno  alle  rivoluzioni  com- 
merciali dell'  Estuario.  Mulinelli,  Del 
Commercio  de'  Venezia  ni, \  enez\a  1 835. 
//  Consolato  ed  il  Portolano  del  Mare, 
Venezia  1612.  Coronelli ,  Specchio  del 
Mare  oPortolano  delMed{terraneo,Ye- 
neziai698.  lmparodalledispeuse2,  3,9, 
12  della  Cronaca  di  Milano  del  iSSy  la 
pubblicazione  de'seguenti  libri.  G.  L.  F. 
Tafel  e  G.  M.  Thomas,  Fontes  Rerum 
uiustriacarum  ,  in  cui  sono  anche  i  do- 
cumenti per  servire  all'antica  storia  com- 
merciale e  politica  di  Venezia.  Privilegi 
accordati  nel  secolo  XVI dalla  Repub- 
blica Veneta  per  l'introduzione  ne'  suoi 
sfati  di  zuccheri  e  d'altre  merci,  Venezia 
18 56,  tipografia  Naratovich.  Breveespo- 
sizione  del  f  origine,  de' progressi  e  deU 
le  varie  vicende  del  commercio  e  del- 
l'industria  de'  Veneziani,  di  Giulio  Al 
berti,  Veaezia  1807,  tipografia  di  Gae- 


i 


V  EN 

lano  Longo.  Tn  questa  e  nello  «lesso  an- 
no: Guida  Commtrciale  della  città  di 
yenczia  peìx'Ò'S'j,  cor?!  pi  lata  a  cura  dì 
alcuni  impiegati  della  Camera  eli  Com- 
mercio ed  Industria. 

3.  II  porto  di  Venezia,  spazioso,  corno- 
ilo  e  sicuro,  si  descrive  dal  Castellano  co- 
sì. Cinque  grandi  aperture  danno  acces- 
so all'acque  per  alimentare  i  canali,  ed 
alle  navi  per  approdare,  polendosi  dire, 
che  costiluiscono  cinque  porli  principali. 
II  più  boreale  si  chiama  Porto  del  Lido 
■Maggiore,  e  vi  si  scorge  il  munito  castel- 
lo di  s.Audrea,di  che  ragiono  nel  §  XV!  II, 
'n.i4  ei5,  con  altre  recentissiuìe  fortifi- 
cazioni, delle  quali  hanno  mollo  meno- 
mato l'importanza  i  bassi  fondi  delle  La- 
gune non  guadabili  in  quella  parte  da  na- 
vi veliere.  Seguono  i  due  di  minor  conto, 
che  diconsi  i  Tre  Porli  e  s.  Erasmo,  del 
quale  parlo  nel  n.  12  di  dello  §.  Trovo 
nel  Dizionario  veneto,  all'articolo   Tre 
Porti  :  Pollo  distante  2  leghe  all'est  di 
Venezia,  formalo  dall'Adriatico  alla  foce 
'del  Sile,e  da  alcuni  piccoli  canali  uniti.  E' 
■buono  per  le  barche  mercantili  e  pel  .Si- 
le,  e  pe'canali  interni  comunica  con  Mu- 
rano  e  Durano,   isole  delle  Lagune.   Di 
sua  chiesa  parrocchiale  parlo  nel  §  XVIII, 
'n.  23.  Procedendo  poi  sempre  più  al  sud, 
'si  trovano  i  passi  de'Due  Castelli;  e  di  Ma- 
lamocco,  di  cui  nel  §  XVlll,  n.  28,  pres- 
so di  cui  è  l'omonimo  porto  principale, che 
IsoHO  i  più  frequentati,  e  difesi  da  valide 
opere  e  da  greve  artiglieria  ;e  sono  pur 
:  dessi  i  meglio  vicini  a  Venezia  ,  che  da 
'questo  Iato  fa  di  se  magnifica  mostra.  A 
'maggior  chiarezza  aggiungerò,  essere  i  5 
'porli  di  Venezia:  Tre  Porti;  s.  Erasmo;  s. 
i^'icolòdi  Lido,  di  cui  nel  §  XVIII,  n.i3; 
!\I.i!aiuocco, e  quello  sussidiario  di  Chiog- 
jyuj  d'auìbcdue  parlandone  in  detto  §  ne' 
11.  28  e  32.  Il  |>orto  di  Lido  era  pritna  il 
'vero  porto  da  guerra  e  tli  commercio  di 
Venezia;  ma  alzatele  sabbie,  convenne 
trasportarlo  a  Malamocco.  In  seguilo  l'in- 
gi'esso  di  (|uesto  fu  reso  difficile  da 'banchi 
fili  sabbia,  a  rimuover  la  quale  non  ba- 


V  E  N  427 

stavano  le  molle  piccole  dighe,  chiamate 
pure  speroni  e  guardiani,  fatte  lungo  la 
sua  costa  e  quella  di  Pelestrina,  né  la  di* 
ga  curva  delle  Rocchetle  costruita  ne'pri- 
mi  anni  del  progrediente  secolo;  finché  a* 
i3  ottobre  I  838  l'imperatore  Ferdinan- 
do I  pose  lai."  pietra  alla  colossale  diga 
che  rese  il  porlo  uno  de'più  sicuri  e  mi- 
gliori. Meglio  è  vedere  il  n.  5  di  questo 
§,  in  cui  dico  quanto  vi  ha  operato  il  go- 
verno austriaco  e  quanto  1'  ha  reso  van- 
taggioso, e  del  gran  canale  di  navigazio- 
ne mercantile  e  militare,  la  cui  linea  cor- 
re da  Porta  Nuova  dell'Arsenale  fino  a 
Malamocco;  mentre  nel  citalo  numero  di 
Malamocco  parlo  della  contro-diga  de- 
cretata dall'imperatore  Francesco  Giu- 
seppe I.  Due  aditi  principali,  il  canale  di 
Malamocco  e  il  canale  del  Lido,  guidano 
al  porlo,  il  cui  difficile  ingresso,  prima  di 
detta  diga,  era  compensalo  dalla  sicurezza 
di  stazione.  Notai  già  nel  n.4,  §  XI V,  de- 
scrivendo il  magnifico  Arsenale  di  Vene- 
zia, che  ultimamente  si  regolarizzarono  le 
comunicazioni  del  porto  di  Malamocco 
coll'Arsenale.  I  lidi  attuali  sono  5,  cioè: 
il  Lido  Cavallino,  Ira  il  porto  di  Piave 
vecchio  e  quello  di  Tre  Porti;  il  Lido  di 
s.  Erasmo,  Ira  il  porlo  di  Tre  Porti  e  il 
porto  di  s.  Nicolò  o  di  Lio;  il  Lido  dello 
semplicementeLio,  edauchedi  Malamoc- 
co. compreso  tra  il  porto  di  Lio  e  il  por- 
to di  Malamocco  ;  il  Lido  di  Peleslrina, 
tra  il  porto  di  Malamocco  e  quello  di 
Chioggia;ilLidodiSotloMariuaodiCrou- 
dolo.  Ira  il  porlo  di  Chioggia  e  quello  di 
Brondolo.  Il  Filiasi  comincia  dal  Lido  di 
Piave  tra  il  porto  di  Cortellazzo  e  quello 
di  Piave  vecchio  o  Sile.  La  Laguna  pro- 
priamente della  di  Venezia,  dal  vecchio 
alveo  della  Piave,  in  cui  scorre  ora  il  Si- 
le, fino  a  Brondolo,  sua  estremità  meri- 
dionale, presenta  la  forma  di  una  lunu- 
la, di  cui  l'arco  convesso  segna  il  confine 
colla  terraferma  ed  il  concavo  quello  col 
mare.  La  sua  estensione,  contpulata  di 
circa  3o  miglia  di  lunghezza  da  est  ad 
ov<i«t,aadò  ualuraiuieate  soggetta  a  moi< 


42S  V  E  N 

ti  cuuibiamenti  per  1'  azione  del  mare  e 
clcTluiui;  i  Lidi  antichi  furono  altresì  .li- 
torali dalla  natura  e  dall'arte.  Nò  mino- 
re fu  la  variazione  dell'isole  nella  forma 
e  nel  numero,  soggette  alle  maree,  ed  al- 
le subbie  e  terre  che  vi  trasportavano  i 
ilumi;  onde  alcune  vennero  ampliate,  al- 
tre corrose  e  ingoiate  du'flultì.  — 11  porto 
franco  di  Venezia  (u  citcoscritlo  dal  go- 
verno del  regno  italico,  con  decreto  de' 
2.5  aprile  i8o6;  alla  sola  isola  di  s.  Gior- 
gio Maggiore,  descritta  nel  §  XVlll,  n. 
I.  Ma  l'imperatore  Francesco  i  a'22  di- 
cembre 1829  ordinò,  eh»  dali.°  febbraio 
i83o  fosse  estesa  a  tutta  la  città.  Il  cav. 
Mutinelli  negli  annali  delle  Province 
Venete,  esibisce  la  corrìspoudeule  noti- 
ficazione, colie  disposizioni  del  viceré  ar- 
ciduca Ranieri.  Da  essa  ricavo.  L'impe- 
ratore sempre  intento  al  bene  generale 
de'suoi  sudditi,  volendo  dare  al  coramer- 
tio  de'suoi  stali  coU'estero  un  nuovo  iu- 
creQjeiilo  combinabile  co' rimanenti  in- 
teressi della  monarchia  ,  e  nella  paterna 
intenzione  d'otfrue  alla  cillà*di  Venezia 
ì  mezzi  di  promuovere  e  di  migliorare  la 
propria  prosperità, fin  da'20  febbraioi829 
con  suo  grazioso  autografo  concesse  che 
il  privilegio  del  porlo  franco^  limitalo  si- 
no allora  alla  sola  isola  di  s.  Giorgio,  fos- 
se esleso  a  tutta  la  città  di  Venezia  com- 
presovi quel  circondario  che  si  fosse  ri- 
conosciuto conveniente.  Il  circondario 
al  quale  fu  esleso  il  favore  della  fran- 
chigia ,  venne  stabilito  dalla  linea  che 
principia  al  punto  delia  batterìa  della 
Garzina  respiciente  il  porto  di  s.  Erasmo 
allo  sbocco  del  canale  Bisato  in  Carboue- 
ra,  indi  allo  sbocco  del  Ghebo  deil'actjua 
Dura  al  canale  degli  Angeli,  poscia  alla 
distrutta  batteria  di  Campalto  dirimpel- 
to  allo  sbocco  del  Ghebo  Zenioli  nel  ca- 
nale della  Nave  o  Tortolo,  da  qui  in  li- 
nea diretta  al  di  sotto  di  s.  Secondo  per 
la  distrutta  batteria  all'inconlro  de'3  ca- 
nali Tresse,  Donena  e  Burchi,  pure  in  li- 
nea retta  al  di  sotto  di  s.  Giorgio  in  Al- 
ga, iudi  allo  bbocco  del  canale  Molìui  iu 


V  EN 
Malison,  poscia  allo  sbocco  del  canal  del- 
le Gorne  in  quello  di  Valgrande,  e  final- 
niente  in  linea  rtila  al  forte  di  s.  Pietro 
in  Volla  res|)icienle  il  porlo  di  Malamoc- 
co.  Il  privilegio  della  hanchigia  si  estese 
alla  libertà  del  traflìco  commerciale,  ed 
alla  piena  esenzione  del  dazio  doganale 
delle  merci  che  entreranno  e  sortiranno 
dal  ])orto  franco.  Nel  resto  e  sollo  gli  al- 
tri rapporti  il  circondario  del  porlo  fran- 
co si  soggettò  a  norma  delle  leggi  e  pre- 
scrizioni generali.  Si  conservò  il  trallico 
tra  Venezia  e  la  terraferma,  e  si  preser- 
varono le  fabbriche  nazionali  d'industria 
esistenti  entro  il  circondano  det  ptjrto 
franco  da'pregiudizi  che  ne  potevano  ad 
esse  derivare.  Per  facilitare  alla  popola- 
zione di  Venezia  i  mezzi  di  provvedere 
a'propri  bisogni,  si  permise  il  trasporlo 
dalla  terraferma,  esenti  dal  dazio  doga- 
nale, di  alcuni  [irodolli  nazionali,  che  ser- 
vono al  giornaliero  approvigionanienlo 
delia  città.  Fino  a  nuove  disposizioni,  si 
ordinò  di  esigere  i  dazi  di  consumo  nel 
circondario  della  franchigia  co'melodi  e  ' 
a  termine  delle  tarlile  e  de'  regolamenli  I 
in  vigore,  salvo  un  aumento  di  lire  10 
per  quintale  sui  vini  esteri.  A  maggior 
vantaggio  del  commercio  venne  loito  al- 
tresì il  diritto  che  si  percepiva  dalla  r.  fi-, 
nanza  sui  permessi  d' imbarco  e  sbarco 
venendo  esentati  d'ogni  tassa.  Giunto  1 
1."  febbraio  i83o,  fu  inaugurala  la  de 
siderata  beneficenza,  con  salularne  l'albi 
il  festivo  suono  di  tutte  le  campane  deli 
la  città  e  il  fragoroso  sparo  dell'arligUtó 
rie  mercantili  de'navigli  ancorati  nei  ca 
naie  di  s.  Marco  e  nel  porlo.  La  camera  di 
commercio  elargì  in  opere  di  pietà  44>ooo 
lire,  spontaneamente  nella  sera  s'illumi- 
narono le  case,  i  bottegai  della  contrada 
di  Castello  nella  via  amplissima  che  met 
le  a'Giardini  pubblici  banchetlaiono  20 
poveri  Ira  lieti  suoni;  piìi  manifeslameti 
le  poi  che  in  altro  luogo,  e  con  maggioi 
entusiasmo,  proruppe  la  piena  delgiubt 
lo  veneziano  nel  tealrodellaFenice,quim- 
do  vi  comparve  l'amalo  aiciduca  ilauifr 


VEN 

ri  viceiè.  T;»lte  queste  dimostrazioni    si 
1  fecero  nel  vedersi  aprire  n  Venezia  un'e- 
poca florida  al  commercio,   pe'  capitali 
mercantili  che  si  sarebbero  moltiplicali, 
.  per  l'erezione  (li  nuove  fabbriche  di  ma- 
nifatture, pe'vaotaggi  che  ne  avrebbe  ri- 
cevuto anche  l'agricoltura.  Per  tale  af- 
,  fliienza  di  denaro,  si  disse  Venezia  diven- 
terà un  vasto  mercato,  animatrice  d'o- 
gni industria,  ne  accrescerà  gli  abitanti, 
se  i  mercanti  avessero  imitato  gli  ono- 
revoli antichi  tralllci  veneziani,  e  non  a- 
busandone  col  monopolio  e  l'agiotaggio 
rovina  diqualunque  commercio-.  Conque- 
sti stessi  tipi,  a  vantaggio  della  pubblica 
:  beneflcenza  e  intitolata  all'encomiato  ar- 
ciduca viceré,  venne  impressa  V Omelia 
\  dì  Jacopo  Manico  patriarca  di  F'cnezia 
[per  l'aprirnento  del  Porlo  Franco,  letta 
'  nella  basilica  di  s.  Marco  il  dì  a  feb- 
braio r83o,  Venezia  per  Giuseppe  Bat- 
taggiai83o.  L'aureo  e  facondo  cardinal 
Monico  nella  dedicatoria  ,  modestamen- 
te e  tanto  bene  dice:  Chea  secondare  l'ec- 
citamento ricevuto  dalla   congregazione 
jrounicipale  della  regia  città  di  Venezia, 
nel  miglior  modo  possibile  avea   coope- 
ralo alla  celebrità  d'  un  avvenimento  e- 
jternamente   memorabile  per  la  medesi- 
ma, e  nella  speranza  di  far  cosa  gradevole 
!e  non  forse  inutile  al  popolo  veneziano, 
■  concesseall'omeliala  solennità  della  stam- 
;j)a.  Ma  avendola  scritta  al  solo  fine  d'af- 
fidarla h1  giudizio  dell'orecchie,  mal  vo- 
lentieri si  sarebbe  arrischiato  di  sottopor- 
li iiitolie  a  quello  degli  occhi ,  se  non  a- 
ve>se  avuto  la  sorte  di  trovarle  un  gran 
|ii  olcttore  nel  serenissimo  Ranieri,  onde 
ripromettersi  piìi  largo  eziandio  il  favo- 
re del  pubblico.  E  se  a  suo  mezzo  l' ira- 
|iei  ittore  avea  donato  la  libertà  del  com- 
iDcrcio,  aggiunga  pure  a  questo  scritto, 
olle  lo  riguarda,  quel  pregio  che  gli  man- 
ca. Il  viceré  nella  lettera  d'accettazione, 
dichiarò  l'omelia  da  lui  udita  nella  cat- 
.tedrale,  aver  destato  universale  edifica- 
zione e  insieme  corrisposto  alle  viste  del 
governo.  Coll'edizione  dell'apostolico  di- 


V  E  N  4^9 

scorso  raggiungersi  due  intenti  gradili*- 
sitni  al  governo  ,  quello  cioè  di  render 
partecipi  ile' salutari  divisamenti  in  èssa 
co(n presi  le  persone  che  non  l' intesero 
pronunciare,e  quello  di  ripromellersi,dal- 
la  diramazione,  novelle  beneficenze  a  fa- 
vore de'veneti  poveri.  L'omelia  ispirala 
da'princi|)ii  evangelici,  vestita  colle  formo 
della  più  commovente  eloquenza,  è  un 
ulteriore  monumento  dello  zelo,  della 
dottrina,deI  mirffbile  eloquio  di  quell'An- 
gelo della  s.  Chiesa  veneziana.  Scrisse  il 
eh.  Giuseppe  Sacchi  ,  Memoria  intorno 
all' istituzione  del  Porlo  Franco  di  Ve- 
nezia^ Mdanoi83o.  In  essa  ragiona.  Che 
cosa  sia  porlo  franco.  Opinioni  degli  op- 
positori a'porti  franchi.  Quando  sia  op- 
portuna l'istituzione de'porti  franchi. Op- 
portunità e  proficuità  del  porto  franco  di 
Venezia.  Limiti  delle  franchigie  accor- 
date al  porto  franco  di  Venezia.  Guaren- 
tigie accordate  all'industria  nazionale  ia 
relazione  al  porto  franco  di  Venezia.  Con- 
clusione. Dirò  solamente.  W  porto  franco 
è  quel  porto  di  mare  ove  si  pouno  in- 
trodurre ,  vendere  e  ritirare  le  merci  di 
tutte  le  nazioni  senza  pagare  dazi  né  di 
entrata,  né  di  deposito,  né  di  uscita.  Se 
un  porto  di  tali  franchigie  gode  solo  d'u- 
na parte,  dicesi  porto  franco  limitato  o 
condizionalo.  Il  veneto  commercio  toccò 
r  apice  del  suo  massimo  prosperametito 
ne'secoli  XIV  e  XV,  e  i  germi  della  sua 
successiva  caduta  cominciarono  a  svilup- 
parsi apertamente  e  perniciosamente  al 
cominciar  del  secolo  XVII.  Allora  i  ve- 
neti appena  si  avvidero  del  crollo  mer- 
cantile che  li  minacciava,  ricorsero  gra- 
duatamente al  sistema  delle  franchigie. 
Nel  secolo  XV  più  di  Sodo  vascelli  vene- 
ti erano  i  soli  a  cui  si  affidava  il  carico 
de' mercantili  trasporti;  dopo  il  secolo 
XVI  fu  permesso  invece  il  trasporto  di 
certe  merci,  anche  su  navi  estere,  e  l' in- 
troduzione delle  merci  slesse  sul  litorale 
veneto  previo  il  pagamento  de'dazi  che 
andarono  mano  mano  scemando,  sinché 
dalla  teDtte  tassa  del  6  per  loo,  sì  passò 


43o  VEN 

alla  teniiissìma  dell'uno  per  cento.  Con 
tnle  ribasso  di  gabelle,  clic  già  quasi  ac- 
costavasi  ad  nn'inlera  franchigia,  la  ve- 
neta repubblica  cessò  di  politicamente  e- 
sistere  nel  1797.  Aggregala  al  cominciar 
di  questo  secolo  al  cessato  regno  d'ila- 
Jia,  soltanto  l'isolella  di  s.  Giorgio  Mag- 
giore con  decreto  di  Na[)oIeone  1  fu  di- 
chiarala nel  1806  porlo  franco  di  depo- 
sito. Solo  alcune  merci  depositate  pote- 
vano introdursi  in  Venezia  previo  il  pa- 
gamento de'dazi,  e  quelle  di  proibita  in- 
troduzione vi  erano  assolutamente  esclu- 
se. Tale  concessione  non  recò  alcun  sol- 
lievo alla  città,  con  una  popolazione  mer- 
cantile e  marittima.  Il  numero  de'vascel- 
li  che  profittavano  delle  franchigie  di  de- 
posilo, ogni  anno  insensibilmente  dinii- 
nuendo,  nel  1 876  circa  le  navi  venete  che 
solcavano  l*  Adriatico,  non  trasporto  di 
merci ,si  ridusseroa  848.Finalmeiile  l'im- 
peratore Francesco  I,  a  fiire  risorgere  il 
commercio  in  Venezia  paralizzalo  e  ca- 
dente per  inazione,    le 'concesse  il   pri- 
vilegio  del  porlo  franco,  con  franchigie 
eslese  alla  libertà  del  tradìco  commercia- 
le, ed  alla  piena  esenzione  del  dazio  do- 
ganale delle  merci  che  entrassero  e  uscis- 
sero dal  circondario  assegnato  al  veneto 
porlo  franco.  Notò  il  Dizionario  veneto 
nel  1834,  che  al  porto  di  Venezia  appar- 
tenevano circa  120  legni  di  varia  portala 
pe'viaggi  di  lungo  corso,  ei5oo  dicabol- 
taggio,  e  con  estera  bandiera  4o  di  quelli 
e  1 5o  di  questi.  Per  la  rivoluzione  1  848- 
49  durala  17  mesi,  conica  giorni  di  re- 
pubblica, la  città  fu  privata  del  benefìzio 
del  porlo  franco,  e  ristretto  alla  sola  iso- 
la di  s.  Giorgio;  privazione  di  breve  du- 
rala per  la  clemenza  dell'imperaloreFran- 
cesco  Giuseppe  I.  Il  Giornale  di  Roma 
deli85o,  ap.  3o,  riprodusse  la  notifica- 
zione emanala  in  Venezia  a'3i  dicembre 
1849  ^^'  '>a'ooe  Puchner  i.  r. generale  di 
cavalleria,  governatore  militare  e  civile 
della  medesima  e  luogotenente  per  le  prò- 
•vincie  venete.  Come  in  essa  venne  dispo  - 
sto,«ol giorno  1  ."gennaio  \  85q  fu  attivato 


VEN 
il  porto  franco  nell*  isola  di  s.  Giorgio 
Maggiore.  Il  movimento  delle  merci  nel- 
r  interno  del  medesimo,  si  dichiarò  libe-, 
ro,  salve  le  cautele  riconosciute  necessa-i 
rie  riguardo  a'generi  di  privativa.  Pro»- 
visorianìente  si  conservarono  i  sussistenti 
niagazzini   fiduciarii,  e  l'i.  r.  intendenza 
provinciale  delle  finanze  in  Venezia  fui 
autorizzata  ad  accordarne  temporanea-ij 
mente  di  nuovi  ,  riconosciutone  il  biso- 
gno. Le  fu  permesso  pure,  se  lo  trovasse 
conveniente,  di  lasciar  che  le  merci  esi-i 
stenti  nel  circondario  della  cessata  fran- 
chigia rimanes-iero  presso  i  possessori  in 
colli  ammagliali  e  sigillati.  Si  dispose  in- 
oltre, fino  alla  pubblicazione  del  regola- 
mento pel  porlo  francoepe'magazzinifì. 
duciarii,  che  sarebbero  osservate  le  disci- 
pline dì  pratica,non  che  quelteche  l'inten- 
denza credesse  adottare,  onde  impedirai' 
le  merci  non  sottoposte  regolartueute  a 
procedura  daziaria  ogni  illegale"  scarico, 
d'arbitraria  esportazione  delle  medesime 
dal  luogo  della  franchigia.  S'invitarono 
tutti  i  negozianti  o  esercenti,  all'ingrosso 
o  a  minuto,  di  presentare  a'i5  gennaio, 
alla  suddetta  intendenza»  la  dichiarazio- 
ne della  qualità  e  quantità  d'ogni  merce 
esistente  ne'Ioro  fondachi  e  negozi,  distin- 
guendo le  «nerci  nazionali  dall'estere,  e 
queste  ultime  suddivise  nelle  categorie 
di  permesso  o  vietato  commercio;  ed  al- 
la i.  r.  dogana  di  s.  Giorgio,  o  quella  da 
Fondaco  de'Tedeschi,  giusta  le  dislinzio 
ni  e  forme  da  darsi  dall'  intendenza  ,  Il 
dichiarazione  delle  merci  estere  di  per 
messo  commercio,  onde  o  sottoporle  al  da 
zio  voluto  dalle  vigenti  tariffe,  o  profei 
sarle  ad  altra  regolare  destinazione;  p^ 
pagamento  del  dazio  potere  l'inlenden 
za  accordare  delle  congrue  dilazioni  0  rai 
teazioni,  ove  l'interesse  dell'  erario  non 
corresse  peiicolo.  Finalmente,  le  nier 
non  dichiarale,  sarebbero  considerale 
stere,  ed  escluse   da'  favori  della  notili 
cazioue.  Come  dissi,  la   restrizione  ces; 
preslo.La  promessa  del  monarca  fuadem» 
piata  a'ao  lu§lioi85i;  il  suo  dono  attua 


1 


à 


YEN 

to;  Venezia  da  quel  giorno  gode  la  ricon- 
ceduta franchigia  del  suo  porto  franco.  Il 
Giornale  di  Ixoiiin  del  1 85 1  ,a  p.  Q^i^  ri- 
produsse il  seguerile  riferito  della  Gazzet- 
ta di Fem'zia.  »  Il  fragore  dell*  artiglie- 
rie che  tuonarono  nelle  due  scorse  not- 
ti da' legni  da  guerra  ancorati  in  (|ueste 
Lagune,  dava  il  fausto  segnale  a  Venezia 
del  suo  porto  franco  ristiibdito.  La  città 
da  più  giorni  ribocca  di  foraslieri:  la  gioia 
del  presente  e  le  speranze  dell'  avvenire 
sono  dipinte  sul  volto  ile'cittadini.  La  più 
di  vota  riconoscenza  al  Sovrano  datore  del 
benefizio,  non  che  dall'aspeltOj-argoinen* 
lavasi  ieri  e  la  notte  del  giorno  innanzi 
dal  tranquillo  contegno  d'un  popolo  ini* 
meuso,  chealfullavasi  perle  vie,  che  trae- 
va su  inniimerabiU  gondole  o  sul  ponte 
volante  all'isola  della  Giudecca,  o  si  con- 
centrava occalcatidusi  sulla  piazza  di  s. 
Marco.  La  più  Venezia  celebrava  ier  l'al- 
tro a  qucU'  isola  la  vigilia  anniversaria 
d'un  religioso  suo  volo.  Non  è  punto  e- 
ipressione  iperbolica  il  dire,che  un4o,ooo 
individui  d'ogniordine  durante  la  notte  vi 
sì  avvicendavano.  Riuscivano  i  più  al  co- 
sì detto  giardino  del  Checchia  (alla  Giu- 
decca,co'iìchiaraatodal  nomedel  proprie- 
tario), dove  le  incantagioni,  attribuite  da' 
ooslri  grandi  epici  ad  Armida  ed  Alcina, 
ii  garbo  e  la  gentilezza  veneziana  ha  sa- 
puto condurle  a  realtà.  Rischiarato  il 
giardino  da  innumerevoli  globi  di  vario- 
pinti cristalli,  tra  le  cime  degli  alberi  e 
ii  folto  della  verzura,  operavano  eglino 
tali  contrasti  e  sbattimenti  fantastici,  tali 
scherzi  d'ombra  e  di  luce  da  viuceiueal 
paragone  i  più  pregiati  lavori  de'Rosa  e 
de' Claudi  di  Lorena.  Deliziosi  concenti 
d'una  banda  militare  echeggiavano  per 
quegli  spazi.  Migliaia  e  migliaia  di  ac- 
corsi passarono  senza  avvedersi  la  notte: 
e  in  !>i  iitraordinaria  afilueuza  di  gente  fe- 
stosa, non  v'ebbe  la  minima  alterazione 
che  ne  turbasse  ii  diletto.  Nella  chiesa  del 
Redentore  fu  la  vegnente  mattina  canta- 
to un  solenne  Te  Deurn,  ringraziando  al- 
l'Altissimo per  r  iuaugurazioue  giìi*falla 


VEiN  43i 

del  porlo  franco  di  Venezia.  L'eccellenza 
del  nostro  governatore  militare  (cav.  di 
Gorzkow»k.i),destinato  dal  feld-marescial- 
lo  RadeUky  (governatore  generale  civile 
e  militare  del  regno  Lombardo  Veneto) 
a  rappresentarlo,  ieri  invitava  a  solenne 
banchetto  le  autorità  e  i  cittadini  prima- 
ri. L'i.  r.  luogotenente  (cav.  di  Toggea- 
burg)  fece  viva  alla  salute  della  prefata 
eccellenza  del  governatore  nella  doppia 
sua  qualità  del  sostener  che  vi  fece  le  ve- 
ci del  maresciallo,  e  di  aver  sempre  e* 
nergica mente  difeso  e  promosso  le  ragio- 
ni dello  stato  e  del  trono.  Il  presidente 
della  camera  di  commercio  sig. 'cav.  Giu- 
seppe Reali,  e  il  vice  presidente  della  me- 
desima sig.'  Mondolfo,  per  festeggiare  co- 
sì bel  giorno,  convitarono  anch'essi  il  Mu- 
nicipio e  molte  persone  dell'ordine  mer- 
cantile a  una  mensa,  imbandita  all'alber- 
go reale  Danieli.  Poco  dopo  le  ore  6,  mi- 
gliaia di  gondole  solcavano  in  tutte  le  di- 
rezioni il  canale  della  Giudecca.  Spetta- 
coli simili  se  ne  vedranno  anche  in  altre 
città  marittime,  ma  il  conconle  interven- 
to di  tutte  le  classi  de'  cittadini ,  la  ben 
regolata  tranquillità  della  comune  esul- 
tanza è  itol  privdegio  di  Venezia.  Per  con- 
vincersi di  questo  vero,  bastava  trovarsi 
ieri  sera,  oltre  a\  fresco  sul  canale  della 
Giudecca,  sulla  piazza  di  s.  Marco,  alla 
tombola.  Tutte  le  condizioni  de'ciltadini 
erano  ivi  aggruppate  nel  numero  di  for- 
se 3o,ooo  persone.  Una  copia  infinita  di 
faci  a  gas  illuminava  la  piazza.  Sotto  le 
Procuratie,  alle  lampade  del  gas  si  ag- 
giungevano le  lumiere  che  sfavillavano 
innanzi  a  ([uu' magazzini  eleganti,  splen- 
didamente addobbali.  Poche  guardie  e 
soldati  e  la  presenza  d'  un  qualche  gen- 
darme, non  già  a  custodia  dell'oriline  in- 
sito all'animo  de'  veueziani,  si  vedeauo  a 
tener  vacuo  un  piccolo  spazio  di  mezzo 
per  serbar  libere  le  comunicazioni  fra' 
giuocatori  e  la  loggia  ,  dove  Turna  agi- 
tava le  sorti  della  grande  partila.  Dopo 
l'ultima  vincita  della  ton)bola,  ripetute 
salvtf  di  artiglieria  suggellarono  il  giubi- 


432  V  E  N 

Io  d'una  festa  cillaclina  che  mosse  dalla 
iiìagnanimilà  del  monarca,  dalla  grati- 
tudine de' veneziani  e  dalle  certe  speran- 
ze tiella  loro  iniziata  floridezza".  Indi  lo 
stesso  Giornale  di  Roma  co]  n.  (76  del 
i85i  ci  diede  lo  scritto  a'ai  luglio  stes- 
so a  Venezia  dal  Corriere  Italiano  alla 
Reidiszi'ilitng.  »  Venezia  spera  per  mez- 
zo del  porlo  franco  di  riaversi  da  quello 
stalo  di  miseria  ,  in  cui  1'  ha  gettata   il 
turbine  della   rivoluzione.  La   scelta  di 
nicrci  straniere  attirerà  a  Venezia  gli  a- 
bilanli  delle  ricche  provincie  dell'Alta  I- 
talia,  guadagnerà  il  negoziante  e  l'artie- 
re, il  basso  popolo  trarrà  immediatamen- 
te profitto  dal  movimento,  e  forse  che 
questo  modo,  attesa  la  perdita  dell'ener- 
gia neiresercitar  affari,  i  quali  richiedono 
coraggio  e  spirilo  d'  intrapresa,  era  1'  u- 
nico  che  potesse  rialzare  la  città.  Uomi- 
ni slimabili  sono  di  questo  parere,  e  noi, 
ora  che  la  cosa  è  compiuta,  non  voglia- 
mo più  oltre  seco  loro  disputare.  Specia- 
le attenzione  frattanto  ojerita  certamente 
l'intenzione  che  si  ebbe  riguardo  all'inte- 
resse commerciale  della  monarchia,  nel 
ripristinare  il  porto  franco.  Era  da  scio- 
gliersi la  questione,  atteso  l'attuali   cir- 
costanze, di  recare  pregiudizio  meno  che 
fosse  possibile  all'altre  provincie  dell'im- 
pero. Un  uomo  segnalato  nel  maneggio 
degli  affari,  il  sig.'  de  Czoernig,  capo-se- 
zione del  ministero  di  commercio,  ebbe 
specialmente  in   vista  questo  problema 
nelle  sue  proposte.  Due  aditi  principali, 
il  canale  di  Malamocco  e  il  canale  di  Li- 
do ,  guidano  nel  porto.  Il  territorio  del 
commercio  libero  è  stalo  ridotto  entro  a' 
confini  che  gli  venivano  assegnati   dalla 
patente  sovrana  dell'annai  829;  Durano, 
che  nel  1846  venneaggiuuloal  porlo  fran- 
co ,  ed  era  divenuto  la  sede  d'  un   con- 
trabbando considerevole  e  difficile  a  im- 
pedirsi, ora  astato  escluso  da  questo  pri- 
vilegio. Una  zona  naturale  richiude  co- 
me prima  il  porto  franco,  ma  de'  saggi 
provvedimenti  sono  stati   presi  riguardo 
al  caiytD^VQip  compresQ  eulvo  questa  zo- 


V  E  N 


1 


e 


na.  La  condotta  delle  merci  non  si  potrà 
fare  che  per  la  via  de'grandi  canali  so- 
pra menzionali,  ma  ne'canali  piccoli  sol- 
tanto di  facile  passaggio  al  commercio  dk 
contrabbando,  poiché  in  essi  si  sapevq 
scansare    facilmente    qualunque    sorve- 
glianza, qualunque  barca  con  carico  di 
merci  potrà  essere  confiscata  senza  ulte- 
riore visitazione,  come  mercanzia  di  fro« 
do.  Ma  anche  questa  misura  si  sarebbe 
dimostrata  fin  dal  principio  come  insuf. 
fjciente,  se  non  si  veniva  ad  aggiungerò 
ancor  un'altra.  Per  l'  esercizio  del  eoo 
trabbando  ne' piccoli  canali  serviva  una 
certa  qualità  di  barche  chiamate  vipere, 
che  sono  mollo  strette,  terminate  in  pun- 
ta e  così  leggere  e  snelle,  che  il  contrab- 
bandiere nell'acque  delle  Lagune  riusciva 
assai  faciln)ente  d'illudere  la  sorveglian- 
za de'gabellieri.  Queste  barche  pericolo- 
se verranno  adunque  del  tutto  estirpale, 
la  loro  destinazione  è  nota;  inoltre  qua- 
lunque altra  barca  vena  contraddistinta 
da  una  marca,  e  forse  che,  mercè  una  sa- 
via esecuzione  di  tale  misura,  si  riesca  fi- 
nalmente a  vincere  la  perniciosa  abilità 
del  gondoliere  veneziano.  Ancora  un  pun- 
to era  da  stabilirsi:  il  rapporto  de'fabbri- 
canti  della  città  col  restante  terrilorio do- 
ganale. Venezia  abbisogna  di  trasporta- 
re i  prodotti  delle  sue  fabbriche  nell'al- 
tre parli  dell'impero.  In  massima  parte 
questi  non   consistono  che  in   lavori   di 
pelli  e  di  cera,  poiché  gli  altri  grandi  ra- 
mi dell'industria,  è  già  lunga  pezza  che 
hanno  cessalo  d'essere  esercitali.  Quelle 
fabbriche,  le  quali  già  esistevano  innanzi 
lo  scoppiare  della  rivoluzione,  godono  il 
privilegio  della  libera  spedizione  nel  ter- 
ritorio doganale,  tutte  quelle  poi  che  ver- 
ranno erette  in  seguito  abbisognano  d'u- 
na licenza  del  ministero,  acciocché  sotto 
la  protezione  delle  fabbriche  non  sieno 
introdotte  di  frodo  merci  estere.  Convien 
concedere,  che  dal  modo  con  cui  queste 
condizioni  verranno  adempiute,  dipende- 
ranno sì  i  vantaggi  che  gli  svantaggi  del 
porlo  franco". —  U  porto  frapco  ristabilì.' 


VEN 

lo  fece  ilsorgere  ne'veneziani  la  speranza 
che  l'arilica  doniinatiice  de'  mari  ricon- 
segnir  posso,  se  non  tutta  la  primiera 
grandezza  ,  almeno  un  posto  onorato  e 
(lislinto  tra  le  piazze  marillime  d'Euro- 
pa. Clic  questa  speranza  era  fondata,  ce 
lo  dimostra  la  posizione  di  Venezia.  Una 
posizione,  geograficamente  favorevole,  e 
la  calma  d'un  attivo  commercio,  e  una 
piena  libertà  lo  rafforza  pili  che  altra  co- 
sa qualunque.  Non  è  possibile  creare  un 
commercio  fiorente  e  durevole,  ove  la  na- 
tura lo  ricusa,  0  guidarlo  per  canali,  che 
debbono  essere  artificialmente  scavali. 
Priuìa  che  si  scoprisse  il  Capo  di  Buona 
Speranza  e  la  via  dell'Indie  Orientali,  il 
commercio  di  Venezia  avea  raggiunto  l'a- 
pogeo della  sua  estensione;  Venezia  era 
allora  lai.*  città  commerciale  d'Europa, 
uè  già  perla  stia  possanza,  per  le  sue  flot- 
te, eh' erano  mezzi  e  non  cause,  ma  per 
la  sua  posizione  geografica,  che  le  per- 
metteva di  ritirare  le  più  preziose  merci 
dell'Asia,  e  le  offriva  un  vasto  e  sicuro 
mercato  ne'paesi  stendcnlisi  dietro  a  lei. 
Ella  divideva  allora  la  sua  padronanza 
solamente  co'genovesi,  perchè  essi  solo  e- 
rano  in  grado  di  mettersi,  e  si  metteva- 
no con  lei  in  concorrenza,  appunto  per- 
chè Genova  divideva  con  Venezia  l' op- 
portunità della  posizione  geografica.  Con 
ia  scoperta  del  cammino,  che  gira  il  Ca- 
po di  Buona  Speranza,  la  grandezza  di 
Venezia  e  il  suo  commercio  mondiale 
cominciarono  a  declinare.  Ne  riparlai 
altrove,  massime  nel  §  XIX  nel  dogado 
74-°  'o  e»'  avvenne  la  pregiudizievole 
scoperta.  E  pure  Venezia  era  a  quel- 
r  epoca  in  tutto  fiore  della  sua  forza,  e 
avrebbe  potuto  sorgere  in  campo  con- 
tro i  suoi  rivali  ;  ma  le  leggi  della  na- 
tura furono  più  forti  di  lei.  Il  commercio 
Ira  l'Asia  e  l'Europa  prese  per  la  più  par- 
te il  nuovo  cammino;  l'antico,  un  dì  si 
fiequentato,  si  fece  a  poco  a  poco  deser- 
to; e  nuove  città  commerciali  sorsero  fio- 
renti bnigo  il  I .°  La  scena  or  cambia.  Do- 
po 4oo  anni,  la  via  intorno  al  Gipo  di 


VEN  433 

Buona  Speranza  comincia  n  diventare  più 
silenziosa,  e  il  commercio  asiatico  ripren- 
de a  poco  a  poco  l'antico  cammino  a  fra- 
verso  ri>fmo  di  Suez  (dirò  io:  è  una  glo- 
ria veneziana  secolare,  l'impresa  chela 
repubblica  voleva  intraprendere  a  tutte 
sue  spese,  del  taglio  dell'Istmo  di  Suez, 
ma  non  le  fu  concesso),  il  mare  Medi- 
terraneo si  ravviva  ,  rifioriscono  5  porti 
delle  sue  coste ,  sorgono  nuove  piazze 
commerciali.  Vi  è  lutto  il  fondamento  a 
sperare,  che  se  avrà  effetto  il  contrastato 
taglio  dell'Istmo  di  Suez,eaUa  fin  fine  lo 
avrà  certamente,  anzi  ormai  sembra  defi- 
nitivamente stabilito  d'eflettuarsi,  Vene- 
zia riprenderà  l'antica  attività  commer- 
ciale, con  sicuro  rìanimamentodella  me- 
desima. Nel  ragionare  dell'Istmo  di  Suez, 
ne', voi.  LXXX,  p.  2  33e  seg.,LXXXI, 
p.  43o  e  seg.,  LXXXIV,  p.  22  e  seg., 
LXXX  VI  F,  p.  1 88  e  1 92,  non  poco  parlai 
della  sorte  che  attende  Venezia,anche  per 
la  memoria  del  d.'  Girolamo  Errerà  pub- 
blicità ùaWa Rivista f^enetaAn  tali  luoghi 
dissi  che  il Lloyd .austriaco  nel  difendere  la 
sicurezza  dell'Adriatico,  giacente  in  mez- 
zo al  Mediterraneo,  e  la  fiorente  naviga- 
zione austriaca, dichiarò  il  porto  di  Trie- 
ste il  più  frequentato  da'  navigli  d'  ogni 
nazione,  ed  occupare  il  2.°  grado  il  porto 
di  Venezia,  al  cui  arrenamento  si  cercò 
di  riparare  mediante  grandiosi  lavori;  che 
se  presenta  varie  diflicoltà  nell'  entrarvi, 
ha  perfetta  sicurezza  di  stazione.  Che  l'e- 
sperienza dimostrò,  che  se  nel  secolo  XV 
si  preferì  l'interminabile  via  del  Capo  di 
Buona  Speranza ,  alla  molto  più  breve 
strada  di  terra,  l'esperienza  provò  altre- 
sì essere  quasi  impossibile  stabilire  una 
linea  regolare  di  bastimenti  a  vapore  dal- 
l'Europa  a  Calcutta.  L'Adriatico  unisce 
l'Oriente  a  Trieste  scalo  della  Germania, 
ed  a  Venezia  scalo  dell'Italia:  questa  co- 
municazione è  la  più  sollecita  Ira  il  Le- 
vante e  l'Eiu'opa  centrale.  Venezia  e  Trie- 
ste pel  faglio  dell'  Istmo  di  iuez  ,  pel 
grandioso  canale  che  congiungerà  il  Me- 
diterraneo al  mar  Rosso,  giustameate  si 


434  VEN 

ripromettono  al  loro  commercio  grande 
jnciemenlo;  come  pure  *oiio  in  aspetta- 
tiva di  uiigliur  fortuna  l'allre  piazze  ma* 
1  iltime  mercantili  posle  suIl'AdrialicOjSul 
Medilerraiieo  e  sul  Tu  reno,  di  tirare  in 
^ran  parte  a  loro  il  commercio.   Che  il 
commercio  degli  Slati  Uuili  dell'Ameri- 
ca del  Nord,  co'porli  austriaci  dell'Adria- 
tico, massime  con  que'di  Venezia  e  Trie- 
sle,  se  l'Austria  conlinuerìi  progressiva- 
mente ad  aumentare  la  forza  del  vapore, 
ledue  piazze  mariltimedi  Venezia  eTrie- 
ble  porranno  l'America  in  diretta  comu- 
nicazione coll'Oriente.  Che  compita   la 
strada  dell'Istmo  di  Suez,  i  battelli  del 
Mediterraneo  faranno  il  viaggio  da  Ve- 
nezia e  da  Genova  a  Bombay  in  cinque 
u  sei  settimane,  invece  del  triplo  di  tem< 
pò  eh' è  necessario   oggidì   (imperocché 
dimostrò  poi  il  3Ioriiìiig-Clironicle,e  ri- 
petè il  Giornali-,  di  Roma  del   i858,  a 
p.  987  :  I  più  serii  interessi  dell'Inghil- 
terra non  ponno  che  guadagnare  molto 
in  una  impresa,  che  abbrevia  di  tremi- 
la leghe  il  tragilto  dall'  Europa  all'  e- 
sLrenio  Oriente).  Che  se  dopo  la  scoper- 
ta della   via  ù&W  Indie  Orientali  [F.) 
e  del  Nuovo  Mondo,  l'Inghilterra  si  fece 
regina  dell' Oceano,  mentre  Venezia   e 
Genova  restarono  languenti  e  obliate  m 
fondo  a'Ioro  golfi,  col  taglio  dell'Istmo  di 
Suez  il  Mediterraneo  divenendo  di  nuo- 
vo la  grande  arteria  del  circolar  delle 
licchezze  fra  l'Oliente  e  l'Occidente,  l'I- 
talia ne  sarà  la  fortunata  uiedìatrice  ,  e 
forse  riprenderà  il  luogo  che  già  teneva 
sui  destini  dell'incivilimento.  Né  lasciai 
di  far  tnenzione  del  discorso  pronunzia- 
to a  Vienna  l'8  gennaio)  858  dal  baro- 
ne di  Czoernig  sul  taglio  dell'  Istmo  di 
Suez,  che  riuscirebbe  di   massimo  van- 
taggio all'Austria,  specialmente  pe'porti 
dì  Venezia  e  Trieste,  situati  per  così  di- 
re alle  porte  dell'Oriente,  ed  anche  per  le 
città  germaniche  ritornerà  un'  epoca  di 
prosperità  come  lo  era  durante  la  flori- 
dezza di  Venezia.  Le  notizie  più  recenti 
sull'apertura  del  canale  di  Suez  le  trovo 


VEN 


I 


nel  n.  81  del  Giornale  di  Roma  del 
1818,  e  nella  Cronaca  di  Milano  de' 
i5  luglio  1 858.  Si  apprende  dal  1.",  che 
r  Inghilterra  considera  la  questione  del- 
l'apertura dell'Istmo  di  Suez,  quale  af- 
fare puramente  interno  della  Turchia, 
lasciando  il  sultano  arbitro  di  concedere 
o  di  rifiutare  a  P^erdinando  Lesseps  il 
chiesto  firmano.  La  Porta  si  mostra  or- 
mai favorevolissima  a  tale  impresa;  anzi 
il  divano  autorizzò  il  gran  visir  Ah  pascià 
a  discutere  e  determinare  con  Lesseps  le 
basi  della  concessione  definitiva.  Le  cose 
procedere  alacremente,  né  resta  più  a  du- 
bitarsi della  prossima  promulgazione  del- 
l'i riade  o  decreto  autografo  del  sultano, 
accordando  aLesseps  l'autorizzazione  for- 
male di  por  mano  all'  opera  internazio- 
nale di  Suez;  tale  carattere  nell'impresa 
vuole  conservatola  Porta,  per  guarenti- 
re r  eguaglianza  assoluta  di  diritti  e  di 
obblighi  alle  nazioni  che  colla  loro  coo- 
perazione d'associazione  agevoleranno  il 
successo  dell'  impresa.  Il  barone  di  Pro- 
kesch,  inlernunzio  d'  Austria  a  Costanti- 
nopoli, è  fra  tutti  i  rappresentanti  stra- 
nieri presso  la  Porla,  quello  che  più  a- 
perla  mente  seconda  gli  sforzi  di  Lesseps. 
Questo  poi  dichiarò,  essere  invenzione  de* 
giornali,  aver  la  Porla  messo  qual  condi- 
zione dell'implorata  autorizzazione  del- 
l'apertura dell'Istmo  di  Suez,  la  restitu- 
zione dell'isola  di  Perim,  occupata  da- 
gl'inglesi, di  che  pure  tenni  proposito  ne' 
citati  volumi.  Mai  non  mtese  il  governo 
turco  confondere  le  due  (juestioni  insie- 
me (di  recente  scrisse  la  Presse,  e  ripor- 
tò il  Giornale  di  Roma  del  i858  a  p. 
970.  «  Che  lord  Redcliffe  sia  o  no  riu- 
scito nella  missione  che  gli  si  attribuiva 
d'ottennere  dalla  Sublime  Porta  la  ces- 
sione di  Perim  per  99  anni,  l'Inghilter- 
ra non  abbandonerà  certo  la  posizione 
che  vi  ha  preso.  Con  Perim  essa  crede 
tenere  in  mano  le  chiavi  del  mar  Rosso, 
ed  assicurasi  da  buona  fonte,  dice  il  Gior- 
nale tedesco  di  Francforte,,  che  essa  ha 
l'intoozione  di  occupare  parecchi  altri 


V  E  Df 

punti  negli  stessi  paraggi,  e  di  stabilirvi 
delle  stazioni  navali  ben  foiliGcate.  Que- 
ste voci  ponno  essere  l'espressione  della 
verità  :  noi  crediamo  per  altro  die  ^rin- 
leiessi  generali  del  commercio  europeo 
non  debbano  spaventarsi  dalle  usurpa- 
zioni dell'inghillcrra  sulle  coste  dell'  A- 
rabia  e  deirAlrica.  Si  tagli  una  volta 
r Istmo  di  Suez,  ed  il  mar  dell'  Lidie, 
cilecche  si  possa  dire  o  fare  dall'altro 
lato  della  3/anica,  sarà  l'immenso  do- 
minio di  tutte  le  marine  del  mondo  civi' 
It").  Per  rilalia  non  v'ba  avveninieitlo 
die  nelle  sue  molteplici  e  feconde  conse- 
guenze possa  essere  assomiglialo  all'  a- 
pertura  dell'Istmo  di  Suez,  ormai  certa 
e  sicura.  Chiunipie  conosca  la  storia  del 
mondo,  sa  quanto  le  città  sulla  costa  o- 
rieiitale  d'Italia  fiorirono  Hncliè  il  cora- 
niercio  con   Costantinopoli   continuò  ad 
essere  sorgente  di  riccbezze.  Dice  la  Cro- 
naca, con  articolo  del  eli.  Francesco  Vi- 
gano, che  si  elTetluerù  anche  il  taglio  del- 
l'Istmo di  Panama  o  canale  interoceani- 
co ili  Nicaragua  e  Costa  Rica,  che  pure 
discorsi  ne' luoghi  ricordati,  e  die  il  eh. 
ingegnere  Negrelli  pubblicò  una   lettera 
in  confutazione  de'sofìsmi  dell'ingegnere 
inglese  Stephenson,   contro  il  taglio  del- 
rislmo  di  Suez.  Riferisce  pure,  che  de* 
negozianti  inglesi  comprarono  gran  par- 
te delle  terre  dell'IstoiO  di  Suez  dal  vi- 
ceré d'Egitto  per  5o  milioni  di  franchi, 
e  che  le  potenze  europee  co' loro  conso- 
h,  per  l'influenza  che  l'Inghilterra  gua- 
dagnerebbe su  quella  lista   di   terra  che 
dovrebbe  aprirsi   a  canale   pel  bene  del 
commercio  mondiale  e  della  civiltà,  fan- 
no le  loro  proteste.  A'27  agosloi8581a 
camera  di  commercio  e  d'industria  di  Ve- 
nezia, con  sentimenti  d'esultante  animo 
accolse  il  cav.  Ferdinando  Lesseps,in>tan- 
cabile  e  fervoroso  benemerito  promotore 
della  mondiale   iuipicsa  del   taglio  del- 
l'istmo diSuez. L'i  Ihislrazioni  dettagliate, 
da  esso  olferle  sulla  situazione  della  co- 
sa, riuscirono  di  soddisfazione  e  di  plauso 
per  parie  della  ragguardevole  adunanza; 


YEN  435 

la  quale  gli  espresse  il  suo  fermo  propo- 
sito di  cooperare,  dal  [iropt  io  canto,  eoa 
tutto  l'impegno  onde  favorire  e  sostene- 
re un  progetto  di  così  emineule  impor- 
tanza, e  verso  il  quale  gl'interessi  vitali 
della  piazza  di  Venezia  ,  ed  un  imman- 
cabile splendido  avvenire  attraggono  ir- 
resistibilmente la  pubblica  opinione.L'ac- 
clamato  cav.  Lesseps  fu  dalla  presidenza 
convitato  a  un  pranzo,  cui  si  compiacque 
intervenire  anche  il  podestà  di  Venezia 
nobile  Alessandro  Marcello.  Tanto  e  me- 
glio si  legge  nella  Gazzetta  di  P^ene- 
zia,  riprodotto  dal  n.  199  del  Giorna- 
le di  Roma  deh  858.  Questo  già  avea  a 
p.  647  pubblicato  r  articolo:  Progressi 
della  città  e  porto  di  Suez,  situati  in 
fondo  al  mare  Rosso.  Poi  a  p.  826  no- 
Tifico  la  riunione  che  in  novembre  do- 
vea  aver  luogo  in  Parigi,  per  stabilire 
una  compagnia  per  metter  iinalmente 
ad  esecuzione  il  canale  progettato  del- 
l'Istmo  di  Suez;  e  riportò  una  nota  di 
sottoscrizioni  di  diversi  slati  ,  compresi 
l'Austria  e  il  regno  Lombardo-Veneto 
per  800,000  l.  st.  per  la  formazione  del- 
roccorrente  capitale,  con  interessanti  no- 
tizie analoghe.  Meglio  si  legge  il  novero 
degli  stati  europei  the  hanno  sottoscritto 
quasi  tulle  le  somme  domandate  per  com- 
piere la  grande  impresa,  a  p.  94^  delio 
slesso  Giornale  di  Roma,  e  nuovamente 
r  Austria  e  il  regno  Lombardo-Veneto 
figurano  tra'soscrillori  per  I.  st.  800,000. 
Ivi  si  aggiunge,  il  canale  avrà  92  miglia 
di  lunghezza  e  26  piedi  di  profondità 
sopra  una  distanza  di  12  miglia  e  mezzo; 
la  sua  larghezza  sarà  di  piedi  829,  e  pel 
resto  della  distanza  268  piedi.  Queste 
cifre  non  hanno  nulla  di  spaventoso  ;  bea 
più  grandi  lavori  furono  eseguiti  in  la- 
ghilterra  e  in  America.  Inoltre  il  Gior- 
nale di  Roma  del  1  858  col  n.  245  ha 
pubblicato  la  Nola  scritta  in  Parigi  a*i5 
utlobre  i858  dal  cav,  Lesseps,  alla  stam- 
pa francese,  sulla  situazione  attuale  del- 
l' intrapresa  del  Canale  di  Suez,  acciò 
il  pubblico  sia  iufurnialo  al  uiomcuto  di 


43G  V  E  N 

realizznrsene  l'esecuzione.  E  finnlmenle 
SI  p.  I  ooy  del  più  volte  citalo  Giornale,v'\ 
è  l'articolo:  Compagnia  Universale  del 
Canale  marillinio  di  Suez  fondata  con 
ihereto  di  S.  A.  il  Viceré  d'Egitto.  \n 
esso  si  elice,  che  il  cav,  Lesseps,  conces- 
sionario del  Canale  di   Suez,  apre  una 
sottoscrizione  pubblica,  pel  canale  desti- 
nalo a  ristabilire  la  comunicazione  ac- 
corciala fra' due  mondi,  che  la  scoperta 
del  Capo  di  Buona  Speranza  avea  fatto 
abbandonare.  S'invitano  a  participarvi  i 
capitali  di  tutti  i  paesi  ;  si  descrivono  il  fi- 
ne dell'impressa,  ed  i  suoi  vantaggi  com- 
merciali e  finanziari.  In  questo  universale 
risorgimento  di  memorie  antiche  e  spe- 
ranze, in  questo  ritorno  a  nuova  ed  e- 
nergica  vita,  in  questa  certezza  di  profit- 
tevole e  incoraggiante  attività,  dopo  sV 
Jtnigo  intorpidamento  esì  penosa  inerzia, 
Venezia  senza  dubbio  riprenderà  l'anti- 
co posto.  E'  un  conforto  che  il  suo  com- 
mercio sia  oggi   sciolto  da  quasi   tutti   i 
Jegami,  e  stia  aperto  un  campo  illimita- 
to alla  sua  attività.  Condizioni  essenziali 
jkI  un  fiorente  commercio  d'importazio- 
ne sono  per  i.°al  di  dentro  un  paese  con- 
sumatore, ricco,  immedialo,  indi  al   di- 
nanzi un  paese,  che   produce  quello  di 
Mii  il  i.°  abbisogna.  Venezia  le  possiede 
«Mitrambe  queste  condizioni.  Subito  die- 
tro a  lei  è  l'Alta  Italia,  col  suo  ricco  ter- 
reno ,  fiorente  agricoltura  e  ognor   cre- 
scente prosperità,  immediatamente  dopo 
il  Tirolo,  la  Svizzera,  la  Baviera.  In  com- 
plesso, calcolati  i  i3ucati,  ed  una  parte  de- 
fili stati  ponlidcii,  quasi  i5  «nilioni  d'a- 
bitanti ,  i  quali  dedottone  circa   un   3.° 
per  Genova  e  Livorno,  si  riducono  aio 
tnilioni  d'abitanti,  parte  agricoltori  e  par- 
te industriosi,  i  quali  rilrar  debbono  e- 
sclnsivamenle   da    Venezia  tuttociò  che 
Joro  occorre  di  merci  dell'Italia  meridio- 
nale e  ilell'Asia,  sia  per  introduzione,  per 
commercio,  per  commercio  intermedio  o 
per  transito.  Dinanzi  a  Venezia  stanno 
l'Italia  meridionale,  la   Dalmazia,  1' E- 
gillo,  la  Turchia  e  l'Asia  Minore,  tutte 


VEN 

rlcclic  di  svariati  prodotti  ;  finalmente 
l'India,  resa  più  vicina  attraverso  l'Istmo 
di  Suez,  co'  suoi   molteplici  prodotti   de' 
tropici.  Come  per  l'introduzione,  così  per 
r  esportazione,  vi  sono  opporttniità  ec- 
cellenti, ma  in  senso  opposto;  e  questo  pu- 
re possiede  il  porto  di    Venezia   in   alto 
grado.  L'Italia  meridionale,  l'Egitto,  la 
Turchia,  e  in  parte  l'isole  del  Mediterra- 
neo, poste  a  oriente,  sono  ricche  di  pro- 
dotti agricoli;  ma  l'indmlria  si   dice   al- 
quanto fiacca.  L'Italia  superiore  ha  una 
industria  attiva, egranaglie,  sete  e  legna- 
me per  esportazione.  La  Svizzera  ha  fab- 
briche fiorenti,  e  i  suoi  prodotti  non  so- 
no ormai   più  stranieri  sui    mercati  di 
Levante.  L'  industria  bavarese,  sebbene 
non  sia  ancor  giunta  a  silFatto  grado  di 
sviluppo,  tutta  volta  può  offrire  all'espor- 
tazione parecchi  articoli.  Che  poi   tutte 
queste  merci  debbanonaturalmentepren- 
fler  la  via  del  porto  di  Venezia,  basta  a 
dimostrarlo  uno  sguardo  sulla  carta  geo- 
grafica. Il  Giornale  dì  Roma  fìeXi^'^i  n 
p.  546,  con  VEco  della  Borsa^  raccon- 
ta, il  porlo  di  Venezia  neli85t  ricevet- 
te dalla  Prussia  e  dallo  Zollverein   delle 
manifatture  del   valore  complessivo   di 
circa  un   milione  di  lire  austriache;  fra 
queste  figurano  inr.°  lineai  panni  delle 
fìibbriche della  Slesia  edelle  proviucie  re- 
nane, i  quali  vi  furono  accolli  favorevol- 
mente. Nell'ai  tre  proviucie  delLombardo- 
Veneto  il  valore  delle  merci   importato 
fu  quasi  di  due  milioni  di  lire,  ma  non 
potersene  far  caso ,  perchè  in  allora  era 
ancor  vigente  l'antica  tariffa  austriaca.  La 
Cronaca  diMilano  del  1 857,disp.  1 4'^j'"'' 
produsse  i  seguenti  quesiti  fatti  dall'i,  r. 
Istituto  di  Venezia,  perla  soluzione  fino 
ah85g  promettendoli  premiodi  1800  li- 
re austriache,  non  essendo  restalo  appa- 
gato nelle  risposte  a'  medesimi  quesiti 
già  da  lui  proposti.  »  Quali  conseguenze 
si  ponno  presagire  pel  commercio  in  ge- 
nerale, e  pel  commercio  in  particolare 
dall'apertura  d'un  canale  marittimo  at- 
traverso l'Istmo  di  Suez.  —  Quali  prov- 


VEN 
viclen/e,  in  ispecialilà  ne'  ligunriìi  tielle 
vie  di  cuiiiuuicnzione,  dovrebbero,  e  (len- 
irò il  nostro  tei'i'iloi'io  e  ne'teniloiii  fini- 
timi, venir  promosse  per  ottenere  le  più 
eslese  e  le  più  pronte  influenze  ile!  con- 
tinente europeo  nel  nostro  porlo  pe'n>a- 
ri  orientali  e  viceversa.  —  Quali  canoni 
di  diritto  internazionale  dovrebbero  alla 
navigazione  del  nuovo  canale  venire  ap- 
plicati. —  Premessa  una  descrizione  de' 
più  utili  meccanismi  impiegali  ad  innal- 
zare l'acqua,  paragonare  sulla  base  delle 
più  fondate  teorie,  e  delle  meglio  prova- 
te esperienze,  quelli  che  tornano  mag- 
giormente acconci  ad  innalzare  gran  co- 
pia d'acqua  a  mediocri  altezze,  e  quindi 
dedurne  i  principii  che  ne'  diversi  casi  di 
applicazione  agii  asciugamenti  ed  all'ir- 
rigazioni potino  determinar  la  scelta,  a- 
vulo  riguardo  anche  alla  natura  del  mo- 
tore". E'  pure  interessante  al  Porto  di 
Venezia  che  qui  aggiunga  il  narralo  dal 
Giornalcdi Roma  del  18^7  a  p.  982  e 
972.  La  potenza  maritlinia  dell'Austria 
SI  sviluppa  senza  rumore  ,  ma  con  rapi- 
dità. Si  lavora  costantemente  alla  co- 
struzione di  nuovi  basliuìenti  da  guerra, 
ultimandosi  parecchi  vascelli  di  linea.  I 
lavori  de'  porti  e  delle  fortificazioni  di 
Venezia,  di  Trieste  e  sopra llutlu  di  Po- 
la,  eccitano  l'ammirazione  di  tulli  gl'in- 
lélligenli,  e  questi  porti  saranno  ben  to- 
sto nel  numero  de'  primi  porli  mditari 
d'Europa.  Si  spiega  pure  la  maggior  at- 
tività pel  cou)pletamento  della  flottiglia 
del  Danubio,  in  guisa  che  la  libertà  del 
commercio  alemanno  su  quel  fiume  non 
larderà  ad  essere  perfettainente  garanti- 
ta, argomento  svolto  nell'articolo  Va- 
LACCHU.  A'20  ottobre  arrivò  alla  punta 
di  Spignon  una  squadra  composta  di 
beni  2  legni,  ha'quali  4  fregale,  coman- 
dale dall'arciduca  Ferdinando  Massimi- 
liano, governatore  generale  e  vice  ammi- 
raglio comandante  superiore  dell'i,  r.  ma- 
rina di  guerra.  Mai,  forse,  da  che  sorsero 
quest'isole,  navi  di  sì  grande  portala,  con 
cumplclo  armameulu  di  canuuni  e  di  e> 


VEN  437 

quipaggi,  approdarono  in  quest'acque. La 
scienza  e  1'  umana  industria  vinsero  le 
dilllcollà,  che  opponeva  la  natura,  e  do- 
ve prima  non  potevano  accostarsi  che  i 
minori  navigli,  trovano  ora  i  maggiori  a- 
gevole  e  sicuro  ancoraggio.  Un  tal  feli- 
ce mutamento  saia  fecondo  delle  più  uti- 
li e  vitali  conseguenze  nel  paese»  ora  che 
il  commercio  sta  per  aprirsi  nuove  vie,  e 
se  la  speranza  non  ci  falla ,  e  lo  voglia- 
mo ,  noi  ne  coglieremo  i  primi  frulli. 
Questi  ottimi  effelli  principalmente  si  de- 
vono alle  sagge  e  benefiche  disposizioni 
date  dal  magnanimo  principe  che  ci  go- 
verna, il  quale,  come  ogni  altra  cosa,  elio 
il  bene  della  nostra  città  riguarda  ,  prese 
in  singoiar  cura  il  miglioramento  del 
nostro  porlo.  Queste  disposizioni  sono 
tuttora  in  atto,  né  si  disconlinuaiio;  e  ta- 
le è  l'abbondante  successo  dell'opere  in- 
traprese, che  in  termine  non  lungo  i  le- 
gni di  più  alto  bordo  avranno  comodila 
d'afferrare  alla  punta  de'pubblici  Giar- 
dini", Nel  n.  5  di  questo  §  dirò  altre  no- 
tizie sul  numero  de'basliinenti,  e  le  mer- 
ci introdotte  o  esportate  dal  porto. 

4.  Neil' articolo  Strade  FERRATE,  Il- 
luminazione A  GAZ  E  Telegrafi,  cioè  a 
Strada,  parlai  di  loro  origine  e  progres- 
si sino  al  i854  in  che  si  pubblicò  il  voi. 
LXX,  che  lo  contiene.  Però  in  seguilo 
non  mancai  a'  luoghi  ove  dovetti  nuova- 
mente ragionarne  di  aggiungervi  parti- 
colari e  generali  nozioni,  come  a  Treviso 
celebrando  l' inaugurazione  solenne  del 
tronco  che  congiunge  quella  cospicua  cit- 
tà con  Venezia,  avvenuta  a'  i4  ottobre 
i85i,  inclusi vamente  al  tronco  di  ferro- 
via dello  stalo  pontificio,  in  costruzione, 
che  ci  dovrà  unire  a  Venezia;  edaltrel- 
tanto  feci  de'lelegrall,  di  cui  poi  parlerò, 
comprensivamente  all'unione  colla  tele- 
grafia dello  sialo  pontifìcio,  il  quale  cou 
Roma  è  perciò  in  comunicazione  con  Ve- 
nezia. Della  quale  relazione,  come  delio 
ferrovie,  per  ultimo  riparlai  ne'  voi. 
LXXXVI,  p.  8i  e  seg.,  LXXXlX,  p. 
48;  e  luoghi  iu  essi  citali.  Queste  Dozioui 


438  V  E  N  V  E  N 
aggiunte,  essendo  d' un  interesse  gene-  loie  di  s'i  grande  lifonua  nel  mondo,  non 
iole,  non  sono  collocale  del  lutto  fuori  sene  udiva  più  molto.  Verso  il  i84o 
di  luogo,  bensì  andranno  a  riunirsi  nel  Wilson,  trattenuto  un  3o  anni  (sic)  sul 
proprio  aW  fndìce.  Meglio  ciò  praticare,  continente  dalle  grandi  imprese  dov'egli 
che  omnietterle.  In  falli,  ollrecliè  delle  inve-ilì  il  suo  denaro,  tornò  in  Inghilter- 
ferrovie  venete  feci  cenno  nel  rammeu-  ra.  Informatosi  quivi  di  Gray,  anima  na- 
talo articolo,  poscia  nel  voi.  LXXVII,  p.  ta  non  sapeva  rispondergli  uè  intender 
ì 5cf  rilevai  che  in  Italia,  dopo  il  regno  punto  il  valore  di  queste  ricerche.  Le 
delle  due  Sicilie,  gli  slati  di  Lombardia  ferrovie  frnltavano  dividendi  copiosi  ;  si 
e  di  Venezia  furono  i  primi  paesi  ne'  propagava  il  trovato,  ignorandosi  pure  il 
quali  seriatnenle  si  trattò  d'aprire  ferro-  nome  dell'inventore.  Un  bel  giorno  che 
■vie,  mentre  nel  i838  si  cominciò  la  li-  Wilson  Irovavasi  nella  piccola  città  d'E- 
nea da  Milano  a  Monza  aperta  al  pub-  xeler,  vid'egli  passare  un  vetraio,  la  cui 
blico  nel  i84f.  Anzi  qui  mi  è  dato  ag-  fisonomia  lo  colpì:  avvicinandosi  egli  a 
giungere  chi  fu  l'inventore  delie  strade  quest'uomo, affranto  dalla  fitica  più  che 
ferrate,  secondo  il  riportato  dalla  Gaz-  dall'età,  riconobbe  nel  misero  lavorante 
zclt.iiiff/zialc  di  Milano  de\maizotS58,  l'inventore  della  meravigliosa  scoperta 
ripetuto  dal  n.  55  del  Giornale  di  Ro-  de'  nostri  tempi.  Il  povero  Gray  eserci- 
ma.  L'universale  de' fogli  inglesi  rac-  tava  ne'suoi  ultimi  giorni  il  mestiere  di 
conta  come  la  cittadella  di  Leeds,  in  In-  vetraio,  dopo  d'aver  dato  fondo  ad  ogni 
ghilterra,  si  propose  d'erigere  una  sta-  suo  bene  per  avviare  il  successo  dell'iai- 
tua  al  suo  coinpatriolla  Tommaso  Gray,  mortai  trovalo.  Le  prime  parole  che  gli 
infelice  inventore  che  sperperò  tulio  il  uscirou  di  bocca  nel  riconoscere  Wilson, 
suo  per  sostituire  le  strade  ferrate  alle  di-  furono  queste.  »  Or  sarete  convinto  ch'io 
ligenze.  Nel  1 8 18,  quando  nessuno  peu-  m'ebbi  ragione  di  spendere  tanti  anni, 
sava  alle  ferrovie,  egli  indirizzò  all'  in-  i  quali  poi  non  andarono  senza  profitto 
glese  Wilson,  e  all'economista  francese  per  altri;  tutte  le  mie  previsioni  si  effet- 
Ysabeau  vivente  ancora,  un  fattispecie  tuaronu,  avanzadone  fino  l'espettaliva. 
de'  propri  studi.  Disse  loro,  nel  conse-  Ciò  dico  a  voi  solo,  conoscendomi  voi  da 
gnnre  un  rotolo  di  disegni  e  di  carte  :  gran  pezza  :  della  mia  invenzione  qui  mai 
«  Eccovi,  qua  dentro  è  l'aurora  della  ci-  non  ne  parlo,  a  non  essere  avuto  in  con- 
■viltà  del  mondo;  non  v'ha  più  distanze;  to  di  pazzo".  Wilson  commosso  alle  la- 
si  formeranno  compagnie;capilaliingen-  grime, esibì  la  sua  borsaal  mendicogran- 
ti  troveranno  a  impiegarsi;  il  mio  siste-  d'uomo;  ma  Tommaso  Gray,  con  aite- 
ma  verrà  trasmesso  ad  altri  paesi  ;  la  mia  ro  rifiuto,  soggiunse:  che  il  proprio  lavo- 
scoperta  non  è  paragonabile  che  all'  in-  ro  bastavagli.  Consentì  nondimeno  più 
■venzione  della  Stampa".  Il  niss.  conse-  tardi  di  vegetare  ad  Exeler  fino  al  i852, 
guato  a  Wilson  ed  Ysabeau,  fu  per  vo-  quando  chi  seppe  moltiplicar  le  ricchez- 
leie  di  Giay  dato  ad  imprimere;  poi  ze  dell' universo  morì  povero  e  ignoralo. 
r  inventore  ne  mandò  copia  al  capo  del  Quali  conseguenze  poi  politiche,  religiose, 
ministero  inglese,  ma  il  ministrò,  di  lut-  morali  e  commerciali  produrranno  tanti 
t'altrooccupato,  né  manco  rispose.Nondi-  portentosi  trovati,  il  solo  tempo  le  farà 
meno  il  libro  di  Gray  ebbe  tale  un  succes-  conoscere  a'posteri  111  cav. Mulinelli, y^«- 
so,  che  in  pochi  anni  dalla  sua  pubblica-  nali  delle  Province  Fenete,  descrivala 
zione,  la  Gran  Bretagna  era  solcata  da  costruzione  della  ferrovia  da  Venezia  a 
ferrovie:  l'Americaeil  continente  euro-  Milano.  Egli  dice  :  Animati  dall'  utilità 
peo  seguirono  tosto  l'esempio  dell'lnghil-  immensa  delle  strade  di  ferro,  e  da'sor- 
lerra;  quanto  a  Tommaso  Gray,  inizia-  prendenti  successi  oUeuuti  ucU'lughillei- 


VEN 

ra,  tirigli  Siali  Uniti,  nella  Francia,  nelin 
Griniania,  nell'Austria,  nel  Belgio  e  nel- 
la Russia,  alcuni  mercanti  di  Venezia, 
con  fervore  pari  a  quello,  ma  ben  più 
generoso,  degli  appassionati  del  recente 
magnifico  teatro  ricostruito,  conveniva- 
no nel  iSSy  ad  istituire  una  società  per 
la  costruzione  d'una  strada  ferrata  da 
Venezia  a  Milano.  Oltenutane  dalla  be- 
nignità dell'imperatore  Ferdinando  I,a' 
25  febbraio  !''autorÌ77azioiie,  ilcav.  Giu- 
seppe Reali,  presiilente,  Francesco  Zuc- 
chelli,  Pietro  Digaglia,  Jacopo  Trevfs 
nobile  de'Bonfili  e  Spiridione  nobile  Pa- 
padopob,  erano  proclamali  direttori  del- 
la società  per  la  sezione  veneta.  Unita 
questa  bella  strada  a  Venezia  per  un 
gran  ponte  da  costruirsi  sopra  laLaguua, 
e  lunga  1 66  miglia  italiane,  ove  sia  por- 
tata al  suo  termine  (pubblicò  l'opera  nel 
1843),  non  può  certamente  conlare  in 
tutta  Europa  rivali;  e  perchè niun  osta- 
colo o  ditFicoltà  te  presenta  la  topogra- 
fìa del  terreno,  e  perchè  destinata  a  le- 
gare insieme  le  7  più  ricche  e  più  nobi- 
li città  del  regno  Lombardo-Veneto,  i 
cui  territorii  contengono  una  popolazio- 
ne (per  oltre  due  milioni  e  mezzo  d'abi- 
tanti) agiata,  intelligente  e  industriosa. 
Si  divise  la  linea  principale  in  1  i  sezioni  : 
quelle  del  lerritoi'io  veneto  erano  le  se- 
guenti. 1.  Da  Venezia  a  Mestre.  2. Da  Me- 
stre a  Padova.  3.  Da  Padova  a  Vicenza.4. 
Da  Vicenza  a  Lobia.  5.  Dalla  Lobia  alla 
Rovesgia  presso  Verona.  6.  Dalla  Roveg- 
gia  alla  sponda  sinistra  del  Mincio.  Pron- 
ti i  mezzi,  pronto  chi  per  cognizioni  pra- 
tiche e  scientifiche  assai  chiaro  doveva 
condurre  con  sicurezza  e  pienezza  di  suc- 
cesso la  grande  opera,  generale  l'inleres- 
«auienlo  del  pubblico,  sembrava  ormai 
che  lo  spirito  delle  grandi  associazioni 
pel  maggior  sviluppo  dell'  industria  e 
del  commercio  avesse  posto  anche  a  Ve- 
nezia profonde  radici,  e  Venezia  doves- 
se ottener  in  tal  modo  un  nuovo  ele- 
mento di  prosperità  e  di  nazionale  ric- 
chezza. Sventuratamente  però  in  ben  5 


VEN  439 

anni,  cioè  a  lutto  il  iH4',  folta  la  co- 
struzione del  tratto  di  strada  da  Mestre 
ti  Padova,  e  l'espcnzione  d'alcune  opere 
preparatorie  per  l'innalzamenlo  del  pon- 
te sopra  la  Laguna,  non  era  ancoia  Ve- 
nezia ammessa  a  partecipare  del  benefi- 
zio, di  cui  gran  parte  d'Europa  era  già 
in  pieno  gotlimento,e  specialmente  il  Bel- 
gio. Il  conte  Priuli  nel  Discordo  su<^li 
Asili,  impresso  nel  1840,  dice  a  p.  5^^ 
parlando  della  gigantesca  impreso,  che 
si  sperava  in  breve  la  sovrana  patente  di 
concessione;  e  che  i  primi  promotori 
del  progetto  della  ferrovia  da  Venezia  a 
Milano,  furono  Sebastiano  Wagner  e 
Francesco  Vaie.  Era  stato  pubblicato 
l'opuscolo:  Strada  fi'na la  da  Venezia 
a  liJiiano,  Vene/ia  co'tipi  del  Gondolie- 
re i83c).  Finalmente  pubblicò  In  Gaz- 
zetta privilegiala  di  l  enez'm  de*5  gen- 
naio 1 846  il  seguente  articolo,  riprodot- 
to dal  n.  1  delle  Notizie  del  Giorno  di 
Roma.  Corsa  di  prova  sul  ponte  della 
La  gioia  e  sulla  iS  ir  ad  a  da  Padova  a  Vi' 
cenza.  Venezia,  la  città  delle  meraviglie, 
ne  conta  una  di  più.  Il  gran  ponte  sul- 
la Lnguua,  quell'  opera  immensa,  che 
pochi  anni  sono  si  sarebbe  tenuta  vicin 
che  impossibile,  non  pur  sorge  intera  e 
compiuta  miracolosamente  dall'onde,  ma 
è  già  volta  al  fortunato  suo  ufficio.  I  pri- 
mi carri  tentarono  già  quelle  pietre,  cor- 
sero la  rapida  traccia;  e  per  la  f."  volta 
da  che  Venezia  al  sole  risplende,  senzji 
che  la  natura  mutasse  l'ordinarie  sue  leg- 
gi si  varcò  la  Laguna,  non  domandando 
a'remi  o  alle  vele  d  trogilto.  Quello  spa- 
zio che  lento,  io  podestà  de'venti  e  de' 
flutti,  passo  passo  si  misurava  in  una  lun- 
ga ora  colle  più  snelle  barchette,  si  la- 
sciò indietro  in  meno  che  8  miimti.  «.Ap- 
pena le  fuggenti  rote  toccarono  l'  una 
soglia  del  ponte;  appena  l'animo,  a.nimi- 
rato  del  soprendente  spettacolo,  ebbe  spa- 
zio a  renderne  a  se  stesso  ragione,  che 
elTeranogià  a  capo  dell'altra.  A  petto  di 
tali  trionfi  dello  spirito  umano,  il  cuor  si 
commuove  e  insuperbisce  la  mente  :  l'uo- 


44o  V  E  N 

ujo  è  a  faccia  a  faccia  col  vero,  e  la  gran- 
dezza e  straordinarietà  dell'  effetto  sì  ne 
vince  l'immaginazione,  che  quasi  ricusa 
di  porgergli  fede".  E  però  il  giorno  di 
domenica  4  gennaio  1846  sarà  per  sem- 
pre memorabile  nella  stoiia  dell'indu- 
stria e  prosperità  veneziana.  Operale  nel 
sabato  precedente  le  prime  sperienze  del 
gigantesco  edifizio,  si  compiè  la  prima 
j)rova  suir  intero  tratto  di  strada,  die 
da  Venezia  guida  a  Vicenea.  La  corsa 
fu  favorita  dalla  più  bella  e  serena  gior- 
nata, e  si  mutò  in  un  vero  e  ben  lieto 
diporto.  11  convoglio  si  mosse  dal  ponte 
pochi  minuti  innanzi  alle  10  antimeri- 
diane; una  gran  folla  di  popolo  si  accal- 
cava alla  temporanea  stazione;  una  folla 
ancora  maggior  spargevasi  in  legni  d'o- 
gni maniera  per  la  Laguna;  e  ognuno 
in  suo  cuoreapplaudivaalla  prova,airav- 
viamento  della  strada,  per  la  quale,  fini- 
ta, si  condurrà  la  fortuna  a  Venezia  ;  on- 
de ci  prendeva  parte,  non  come  si  suole 
a  sepiplice  curioso  spettacolo,  ma  come 
a  cittadino  avvenimento  felice.  In  egual 
modo,  per  tutto  il  non  breve  tragitto 
da  Padova  a  Vicenza,  per  tulli  i  3o,ooo 
metri,  per  quanti  appunto  si  dislende,per 
tutta  quella  ricca  ed  amena  campagna 
rallegrata  dal  più  vago  orizzonte,dalla  vi- 
sta ognor  varia  e  ogoor  pittoresca  degli 
Euganei,  de'Berici  colli  e  dell'Alpi  lonta- 
ne, per  tutto,  curiose  e  festanti  accorreva- 
no le  genti  a  salutare  il  passaggio  di  que' 
carri  veramente  trionfali. Rapi  do  fu  il  viag- 
gio, e  non  pertanto  si  poterono  ammirare 
l'opere  grandiose  e  grandiosamente  co- 
strutte per  la  fondazione  della  strada  :  i 
3  gran  ponti  a  3  luci  sulla  Brentella,  il 
Tesina  e  il  Bacchiglione,  e  l'altro  ad  una 
luce  sola  sopra  il  Retrone.  Presso  la  cit- 
tà di  Vicenza  la  strada  si  toglie  al  guar- 
do del  sole,  ed  entra  alle  falde  del  colle 
Berico  sotto  la  volta  d'  una  galleria  lun- 
ga 55  uìetri,  ed  appena  indi  uscita  s'av- 
volge in  una  2.'  di  ben  metri  90,  pas- 
sando di  sotto  al  giardino  Carcano  e 
alla  salila  della  Madonua  di  ÌVloutc  Ma 


V  EN 
come  l'immagine  fuggitiva,  che,  ap- 
pena li  presentano,  ti  tolgono  i  vetri 
dell'ottica  meccanica,  quelle  meravi- 
glie al  guardo  passavano;  e  il  convo- 
glio avea  già  tocca  la  meta,  compiendo 
il  tragitto  in  men  che  due  ore.  Aduncjae 
meu  che  due  ore  bastarono  a  congìun- 
gere  la  gran  piazza  di  s.  Marco  al  Cam- 
po Marzio;  il  magnifico  tempio  della 
Salute  al  religioso  santuario  della  Ver- 
gine a  Monte;  a  porre  in  riva  alla  La- 
guna le  colline  di  Berga,  ad  unire  la  cit- 
tà dei  Dogi,  regina,  colla  leggiadra  vas- 
salla,  la  città  del  Palladio.  Vicenza  si 
può  dire  tutta  quanta  era  ridotta  nel 
campo  di  Marte  a  far  festa  a'  nuovi  ar- 
rivati. Felice  e  trionfale  come  l'andata  fu 
il  ritorno:  e  chi  avea  lasciata  la  propria 
dimora  due  ore  sole  innanzi  al  meriggio, 
potè  ancora  dalle  proprie  pareli  saluta- 
re il  sole  al  tramonto,  dopo  di  aver  sì 
grandi  cose  veduto,  e  corso  ben  72  mi- 
glia geografiche.  Annunziò  inoltre  \aGaz- 
zella,  che  a  brevissimi  giorni  il  Ponte  e 
la  Strada  di  Vicenza  sarebbero  aperti  al- 
l' ordinario  passaggio.  L'  Alluni  di  Ro- 
ma de' 18  gennaio  del  precedente  i845, 
già  avea  pubblicato  il  disegno  del  son- 
tuoso Ponte  sulla  Laguna,  benché  allo- 
ra l'  opera  non  fosse  compiuta,  colla 
veduta  di  Venezia,  e  con  articolo  di  S.  ; 
Strada  Ferrala  da  Padova  a  Teìiczia. 
Comincia  con  dire  :  Non  è  egli  forse  uno 
strano  contrasto  quello  di  scendere  da 
un  vagone  in  una  gondola!  Via  ferra- 
ta e  Venezia,  non  sono  forse  due  nomi, 
due  idee  che  stupiscono  di  vedersi  insie- 
me congiunte!  Gli  artisti  ne  mormora- 
no, e  van  dicendo  chela  vetusta  regina  e 
sposa  dell'  Adriatico  perderà  molto  col 
riunirsi  al  continente,  perchè  la  distanza 
raddoppia  il  rispetto.  La  strada  ferrata 
comincia  a  Padova;  giunta  alle  Lagune, 
prosegue  sino  a  Venezia  sopra  un  im- 
menso ponte,  sostenuto  da  qualche  cen- 
tinaio di  archi,  costruito  di  belle  pietre 
riquadrate.  Chiama  il  ponte  ardito,  e 
magnifico  mouuiBenlo,  ilpiùgigaulesco 


V  E  N 

fid  lulli  'jiielli   sinora   eseguili  dall' in- 
i  (lustrin   moilerna.  Avere  nella  sua   lai- 
;  gbezza  due  linee  di   rotaie,   e  gli  ardii 
COSI  iaighi  da  potervi  passare  sotto  ognu- 
no 4  l'alleili  di   fronte.   La   ferrovia  di 
Padova  essere  il  termine  della  grande  li- 
nea di  Milano,  già  progelliita  da  un  pez- 
i  zo,  ma  assai  lentamente  eseguita,  sebbe- 
I  ne  il  suolo  lombardo  sia  inco(uparabil- 
inente  adattato  alle  vie  ferrate;  non  un 
(nonte  vi  s'incontra,  non  un  coll<"  ;  le  rare 
(lisngu.igliaMze  che  esistono  in  quel  ter- 
reno potersi  con  poca  fatica  e  spesa  ap- 
I  pianare;  non  esservi  né  gallerie  sotter- 
j  ranee  da  scavare,  né  ponti  da  ergere; 
i  tutta  r  It.dia  settentrionale  oifrire  all'iu- 
I  traprese  dell'industria  comodo  stesso.  La 
'  via  ferrala  da  Padova  sino  alla  Laguna, 
lunga  20  miglia  circa,  già  esser  in  piena 
attività, farsi  in  un'ora,  ed  il  servizio  ese- 
guito con  estrema  esattezza,  e  con  lode- 
vole metodo  tulli   gì'  impiegati  portare 
,  uniforme.  Le  locomotive  e>sere  di  co- 
struzione inglese,  ed  i    vagoni  rassomi- 
gliare a  quelli  di  Francia  e  Ingliillerra  ; 
;  e  sperare,  l'articolista,  clie  gli   specula- 
I  lori  italiani  non  avranno  l'inumanità  di 
I  crearequella  3. "classe  di  vetture,  chiama- 
te/o/«,'err7M  5,0  carrette,  che  s'impiegano 
sulle  ferrovie  degli  altri   paesi.  Alla  sta- 
zione di  s.  Lucia  si  ammira,  ed  egregia- 
menle  si  vede  il  gran  ponte  gettalo  sulla 
Laguna.  Dipoi  ooiòV Ossei  valore  Trie- 
stino, e  riferì  il  Giornale  di  Roma,  de' 
21  aprile  i852:  Sulla  strada  ferrata  da 
Venezia  a  Verona  si  aumentavano  gior- 
iiiilmeiite  i  trasporti,  in  modo  assai  ra- 
pido. Dal  novembre  1849  a   tutt' otto- 
bre i85o  viiiggiarono  161,260  quintali 
«li  merci,  e  dal  novembre  i85o  a  tutto 
ottobre  i85i  i  trasporti  salirono  alla  ci- 
fra di   333,2  1 3   quintali.   E  qualora  si 
consideri  che  nel  i.°  trimestre  camerale 
del  i852   SI  trasportarono  da  1 39,334 
quintali,  si   scorge  eh'  è  mantenuto  lo 
slesso  progresso.  Terminata  che  sia  la 
ferrovia  fino  a  Milano, poteva  intraveder- 
si come  doveva  salire  a  cifra  ancor  mag- 
VOL.  xci. 


VEN  44' 

gìore  il  risultato  de' movimenti,  perchè 
le  merci  dirette  in  Lombardia  non  ver- 
ranno più  caricale  sugli  ordinari  mezzi 
rotabili.  E  Venezia  che  avrà  allora  mi 
braccio  a  Milano  e  1' altro  a  Trieste  di- 
verrà un  gran  centro  di  movimento,  se 
anche  allora  che  la  ferrovia  era  interrot- 
ta a  Verona  si  potè  calcolare  tale,  men- 
tre due  terzi  delle  merci  che  viaggia- 
vano colla  ferrovia,  erano  provenienza 
di  mare.  Disse  due  terzi  in  luogo  di  tre 
quarti  come  nel  i85o  o  fino  all'agosto 
i85i  si  poteva  asserire,  perchè  nell'a- 
gosto essendosi  abbassata  la  tariffa  per 
multi  generi  di  terraferma,  non  figurava 
più  per  un  4."  ma  sibben  per  un  3.°  del 
movimento  totale.  Anche  1'  apertura  del 
tronco  da  Mestre  a  Treviso  contribuì 
n]oltissimo  ad  accrescerei  trasporti, spe- 
cialiiiente  perle  merci  che  vanno  o  ven« 
gono  da  Germania,  mentre  quello  avea 
fatto  che  si  serva  della  ferrovia  anche  il 
Tirolo  meridionale  per  le  sue  spedizioni 
a  Vienna,  avvegnaché  per  mezzo  di  essa 
pervengono  al  loro  destioo  due  giorni 
prima  che  col  mezzo  della  via  anticamen- 
te battuta.  A'  21  maggio  i852  avvenne 
un  disgraziato  accidente  nella  stazione 
di  s.  Martino  al  momento  io  cui  entra- 
va la  2.'"'  corsa  proveniente  da  Venezia, 
li  guarda  freno,  pochi  passi  prima  di 
giungere  alla  stazione,  spingendosi  smo- 
datamente con  tutto  il  corpo  fuori  della 
carrozza  per  osservare  l'andamento  del 
convoglio,  e  non  accortosi  del  cancello, 
battendovi  contro  la  testa,  riportò  tale 
ferita  che  ne  rimase  vittima  dopo  pochi 
momenti.  Nel  deplorare  una  tale  sinistra 
evenienza  è  forza  trarne  argomento  per 
raccomandare  quella  prudenza  che,  se 
in  tutto  è  necessaria,  lo  è  forse  più  d'o- 
gni altra  cosa  nel  viaggiare  sulle  ferro- 
vie, ove  la  velocità  è  tale  elemento  che 
non  di  rado  rende  gravi  le  conseguenze 
anche  de'  più  lievi  disordini,  delle  più 
comuni  inavvertenze.  Il  Giornale  di  Ro- 
ìua  di  maggio  del  medesimo  i852  a 
p.  458,  sulle  strade  Loodiardo- Venete, 
29 


4.'i2  V  E  N 

notificò,  che  i  lavori  de'  5  archi  princi- 
pali del  gran  ponte  siili'  Adige  in  Vero- 
na, i  cui  6  archi  laterali  erano  già  da 
gran  tempo  compiti,  si  spingevano  con 
tal  ardore  da  poter  esser  chiusi  in  agosto  ; 
e  quindi  derivarne  la  certezza  che  le  fer- 
rovie a  destra  e  sinistra  dell'  Adige  me- 
diante questo  ponte,  sarebbero  attivate 
dentro  il  vicino  autunno.  Parla  d'altri 
lavori  d'altri  luoghi  di  più  difticile  esecu- 
zione; ma  ohe  nell'anno  si  terminereb- 
bero que'di  terra  da  Brescia  a  Coccaglio. 
Che  si  pensava  rimuovere  la  stazione 
prima  nel  recinto  storico  del  Lazzaretto, 
onde  servirsene  a  pubblico  e  grandioso 
scopo.  Sarebbe  questo  fra  pochi  anni, 
quando  sarebbe  compita  la  testa  della 
strada  al  Piemonte,  la  congiunzione  con 
essa,  la  quale  avrà  luogo  passando  il  Ti- 
cino con  un  ponte  ad  Abbiategrasso  :  e 
così  si  partirà  da  una  grande  stazione 
centrale  per  recarsi  al  Mediterraneo,  al 
Varo,  al  lago  di  Costanza,  al  Reno,  al- 
l'Adriatico,  in  somma  per  entrare  in 
pieno  possesso  delle  comunicazioni  colla 
gran  rete  delle  strade  ferrate  europee. 
11  citalo  Osservatore  Triestino,  degli  8 
febbraio  i853,  presso  il  Giornale  di 
Roma,  p.  i66,  contiene  quanto  qui  tra- 
scrivo. Fino  ad  ora  si  mancava  di  una 
esatta  memoria  sulla  costruzione  del 
gran  ponte  della  strada  ferrata  sulla  La- 
guna, e  di  ciò  andava  difettosa  la  stessa 
Guida  di  f^enezia  pubblicata  a  cura  di 
Selvatico  e  di  Lazzari.  Correvano  quindi 
idee  false  e  congetture  contrarie  alla  ve- 
rità intorno  a  codesto  grande  monumen- 
to de'tempi  moderni,quandochè  in  questi 
giorni  usc\  un  opusculo  lavorato  sui  dati 
pòrti  dal  valente  ingegnere  Andrea  Noale, 
che  condusse  nel  disegnoe  nell'intera  sua 
costruzione  quella  meraviglia  dell'arte. 
Si  lia  da  questo  interessante  opuscolo 
il  parallelo  delle  proporzioni  architetto- 
niche de'  3  principali  progetti  prodotti 
alla  direzione  della  cessata  società,  a  cura 
della  qual  venne  costruito  il  ponte:  ed 
il  riassunto  del  quadro  di  finale  liqui- 


V  EN 
dazione  the  l' ingegnere  Noale  ha  rasse- 
gnato a  quella  direzione  nel  17  maggio 
i846.  Cinque  anni  interi  vennero  spesi 
nella  costruzione,  ed  un  capitale  di  au- 
striache lire  5,022, 1 83,  secondo  la  prati- 
cata liquidazione  del  lodato  ingegnere. 
Il  ponte  risulta  della  larghezza  di  metri 
3,601.43,  e  della  larghezza  di  metri 
9.00,  con  una  profondità  di  metri  2.20, 
sotto  la  comune  del  mare,  e  di  una  ele- 
vazione di  metri  4-35  sopra  la  comune 
del  parapetto.  Ha  una  piazza  maggiore 
a  pile  addossate  lunga  metri  136.27 
larga  metri  17.20/38.84»  e  4  piazze  mil 
nori  lunghe melri  100.00  eJarghei7.2oÌ 
L'arcate  sono  in  6  stadi  ed  a  222  saU 
il  numero  di  quelle.  L'adottato  progetto 
dell'  ingegnere  Noale,  osserva  1'  autore 
dell'  opuscolo,  e  pel  parapetto  di  coro- 
namento totalmente  nuovo,  e  per  lo  sti- 
le architettonico  in  un  carattere  ricco  e 
maestoso,  era  ben  degno  d'  esser  pre- 
scelto dal  governo  imperiale.  E  lo  era 
anche  dal  lato  economico,  mentre  la 
cifra  di  valore  unitario  superficiale  del 
Noale  è  per  metro  di  lire  127.04, 'neu- 
tre quella  del  progetto  Meduna  era  di 
lire  i55.3i,  equella  del  progetto  Milaiù 
era  di  lire  161,90.  Termina  l'opuscnlo 
coll'accennare,  che  si  adoperarono  nella 
fondazione  80,000  pilotti  di  larice,  sopra 
i  quali  furono  distesi  10,000  metri  su- 
perficiali di  grigliali; che  per  proteggere 
i  lavori  di  fondazione  furono  costruiti 
circa  8,000  metri  lineari  di  turre;  che  fu 
eseguito  un  movimento  di  terra  di  circa 
98,000  metri  cubi  per  escavi  e  terrapie- 
ni ;  che  le  fondazioni  subacquee  hanno 
un  nucleo  di  uiiuatura  di  sasso  d'Istria 
in  cemento  di  calce  e  pozzolana  del  com- 
plessivo volume  di  32,ooo  sterei;  che 
1 5,000  sterei  di  pietra  vennero  impie- 
gali per  rivestimenti,  fascie,  ec.  ;  che  oc- 
corsero i5o,ooo  funti  di  ferro  per  assi- 
curare e  sii  ingere  le  pai  li  del  poule  ; 
che  circa  16  milioni  di  mattoni  vennero 
iu)piegati  ne' muri  sopra  la  comune  del 
mare  e  nelle  volle;  che  ptr  5  anni  lavo- 


\'  EN 

ramno  sul  ponte  looo  uonìinl  al  giorno 
in  via  media,  senza  annoverare  la  genie 
impiegala  ne'  boscl)ì  per  la  f'ornilura  ili 
legname,  nelle  cave  ec.  ec.  Compita  que- 
st'opera colossale  e  mirabile,  l'archilelto 
passava  olla  direzione  de' più  importanti 
lavori  della  strada  ferrata  centrale  del- 
l'Ungheria,  e  quelli  pure  compiuti,   ri- 
tornava in  Venezia,  ove  si   sperava    ve- 
derlo in  breve  gettar  le  basi  d'  un  altro 
grande  monumento.  Ma  sul  principio  dei 
ponte  sulla  Laguna,  V  epoche  progressi- 
ve di  sua  costruzione,  le  misure,  la  quau- 
tith  del  materiale    impiegatovi,  1'  inau- 
gurazione, la  demolizione  del  1849,  per 
essersi  il  gran  piazzale  del  centro  conver- 
tito dagl'  insorti  in  fortezza,  il  ristabili- 
mento colla  direzione  dell'ingegnere  Ga- 
spare del  Mayno,  la  spesa,  l' imprendi- 
tore, lutto  riportai  nel  voi.  XC,  p.  208 
di  questo  articolo.  In  sostanza  la  prima 
idea  è  dell'ingegnere  veronese  Giovanni 
Milani,  poi  si    disegnò    dall'  ingegnere 
Tommaso  Meduna,  e  quindi  venne  mo- 
dificalo didl'ingegnere  Luigi  Duodo,  sor- 
vegliando l'esecuzione  l'ingegnere  An- 
drea Noale.  Tutto  il  ponte  attraversa  la 
Laguna  in  linea  parallela  a  mezzodì,  par- 
tendo dalla  stazione  di  s.  Lucìa,  ove  so- 
no pure  i  magazzini,  come  dissi  nel  § 
Vili,  n.  4ij  e  giunge  alla  barena  di   s. 
Giuliano,  solio  il  liro  degli  spalli  di  Mal- 
ghera.  Accennai  nel  §  X,  n.4o,che  a  ma- 
gazzini e  dogana  si  ridurranno  1'  antico 
iivonnslero  del  Corpus  Do/nini  e  l'area  di 
sua  chiesa.  La  Cronaca  di  Milano  de'i5 
novembre  18 55  contiene  l'articolo:  Bi- 
bliotcca  del   viaggiatore  delle  Strade 
ferrate,  nel  quale  Ira  le  altre  cose  si  dice. 
Una  socielà,oltenuta  dal  governo  austrìa- 
co la  concessione  della  linea  da  Milano  a 
Venezia,  le   rivalità  municipali,  le  gelo- 
sie di  provincia  a  provincia,  piaga  inve- 
terata e  cagione  primaria  delle  sventure 
I      italiane,  impedirono    per  più  anni  gli 
accordi  sul  disegno  da  seguire,  e  furono 
Sul  punto  di  sciogliersi  gli  azionisti  della 
couìpagni»  foimalavi.  Ma  poscia,  grazie 


V  EN 


443 


allo  spirito  più  intraprendente  degli  azio- 
nisti veneti,  l'attività,  l'  energia  succe- 
dettero all' esitazioni  ea'ritaidì.  Il  pon- 
te sulla  Laguna  fu  coui[)ìuto,  e  ben  to- 
sto il  voto  ardente  delle  popolazioni  sa- 
rà del  tutto  soddisfatto,  non  altro  man- 
cando allora,  che  la  non  lunga  traila  da 
Treviglio  a  Coccaglio  |)er  trovarsi  la  ca- 
pitale della   fertile  Lombardia  a  non  più 
che  poche  ore  di  distanza  dall'antica  re- 
gina dell'  Adriatico.  Quesl'  in)portanlis- 
sìma  lìnea,  la  quale  era   divenuta   pro- 
prietà del  governo  austriaco,si  decise  che 
toccando  Padova,  Vicenza,  Verona,  De- 
senzano  e  Crescia,  in  vece  che  dirigersi, 
come  era  stalo  lungo   teujpo  questione, 
sopra  Bergamo,  per  piolrarsi  da  di  là  a 
Milano,  seguito  il  i.°  traccialo  dell'  inge- 
gneie  Milani,  ossia  progredendo  da  Coc- 
caglio, dove  allora  giungeva  la  porzione 
già  in  esercizio  che  partiva  da  V'^enezia, 
continui  per  la  bassa  Lombardia  a  riu- 
nirsi alla  porzione  che  da  Milano  era  iii 
esercizio  fino  a  Treviglio.  11   tronco  di 
Cocca"lio  e  Treviglio  fu  decretato  che 
si  compia  neli85o,con  che  l'unportau- 
lissima  ferrovia  Lombardo-Veneta    sa- 
rebbe ultimata.  La  quale  linea  non  sareb- 
be però  completa  sinché  non  fusse  riunita 
alle  linee  sarde  ed  alla  capitale  Torino, 
ove  ne  ragionai,  per  formare  con  esse  la 
grande  arteria  della  valle  del  Po.  Ad  in- 
dennizzare Bergamo  di  tale  devia/ione,  sì 
stava  ultimando  una  ferrovia  che  da  (al 
città  ponesse  capo  alia  gran  linea  Lom- 
bardo-Veneta in   prossimità  di  Trevi- 
glio. Un'altra  linea  partendo  da  Milano 
doveva  andare  a   Gallerate,   per  a   suo 
tempo  congiungersì  al  Ticino  e  al  Lago 
Maggiore.  Un'  altra  strada  riunisce  la 
fortezza  di  Mantova  alla  ferrovia  Lom- 
bardo-Veneta al  punto  di  Verona.  Un'al- 
tra grandissima  linea  doveva  partire  dal- 
la stazione  di  Mestre  su  detta  ferrovia,  e 
passando  per  Tre  viso,Conegliano,Porde- 
Done,dirigersi  a  Udine  (come  notai  in  tale 
artìcolo),  e  da  di  là  progredendo  a  Go- 
rizia e  Lubiana,  uuirsi  alla  strada  fei' 


444  V  E  N 

rata  che  conduce  a  Vienna,  e  nella  qua- 
le melle  capo  tutta  la  rete  delle   ferro- 
vie austriache.  Questa   linea   nel    i855 
era  già  io  esercizio  sino  a  Pordenone  (il 
cui  tronco  neh'  ottobre  si  aprì  fino  a 
Casarsa)  e  si  proseguirono  i  lavori  verso 
Udine.  Un  biforcoaiento  della  medesima 
partendo  dalla  Piave  dovea  per  o  verso 
la  Molta  e  Palma  dirigersi  al  gran  porlo 
di  Trieste,  al  quale  dovea  tendere  un  al- 
tro biforca  mento ,   che    da  Udine  per 
JVlontefa Icone  si  dirigesse  pure  a  Trie- 
ste. Parte  di  queste  due  linee  era  già  in 
attualità  di  costruzione.  Eransì  fatti  gli 
studi  e  predisposto  quanto  occorre  per 
un'altra  strada,  che  dall'eminente  pun- 
to strategico  commerciale  e  manifaitu- 
riero  di  Verona  si  diriga  a  Trento  e  ad 
Innspruck,  e  da  di  là  avanzandosi  sulla 
strada  di  Salisburgo  si  riunisca  alla  rete 
ferrata  della  Germania  centrale.  Dice  il 
XJiornale  di  Roma  del   iSSy,  a  p.  933, 
in  data  di  Torino  io  ottobre.  Questa 
mattina  è  stalo  aperto  al  servi(6Ìo   pub- 
blico il  trailo  di  via  ferrata,  che  da  No- 
vara conduce   al   ponte  di  BufTalora  sul 
Ticino.  Le  gazzelle  di   Lombardia  an- 
nunziano che  lunedì  prossimo  sarà  pari- 
menti aperto  il  tratto  di  via  ferrata  fra 
Treviglio  e  Coccaglio,  e  che  quindi   vi 
sarà  comunicazione  diretta   tra  Milano 
e  Venezia.  In  tal  guisa,   tranne  l'inter- 
ruzione dal  ponte  di  Bulfalora  a  Milano, 
la  locomotiva  percorrerà  nello  spazio  di 
poche  ore  la  distanza  che  separa  Torino 
da  Venezia,  le  falde  delie  Alpi  dalle  rive 
dell'Adriatico.  Ora  questa  linea  è  quasi 
compiuta,  e  la  ferrovia  da  Milano  a'con- 
fini   Sardi  sarà  presto  attivata,  per  cui 
ini  5  ore  si  andrà  da  Venezia  a  Torino. 
Inoltre  si  è   intenti  all'  attuazione  del- 
la strada  ferrata  della   licca   provincia 
di   Polesine,  che  deve  congiungere  le 
ièrrovie  della  bassa  Italia  alla  Lombar- 
dia. La  società  delle  Strade  ferrate  Lom- 
bardo-Venete   dicesi    pronta    ad    assu- 
mere   la    linea    Venezia -Padova-Rovi- 
go, quando  venga  esonerala  dall'  obbii- 


V  E  N 

go   di   costruire  la  linea    nergamn.Lt'C- 
co.  Crcdesi   che   verrà  acceltala  In  pro- 
posta, poiché  il  commercio   di    Vent-zia 
colla  [lomagna  e  co'  Ducali  non  può  so- 
stenere la  concorrenza  de'  porli  di   Ge- 
nova, Livorno    e  Ancona,   quando   non 
sieno  costruite  le  linee   Roma- Ferrara, 
Bologna- Pistoia  e   Piacenza  -  Bologna. 
Le  feriovie  Lombardo- Venete  sono  im- 
pazienti di  dar    da    una  parte  la  mano 
all'altre  italiane,  e  dall'altra  perver- 
sarsi   nella   Germania.    Il   traforo  delle 
Alpi,  ossia  del  Monte  Cenisio  è  tale  una 
grande  e  colossale  impresa  che  congiun- 
gerà due  belle  terre,  la  Francia  e  1'  I- 
lalia,  come  il  canale  di  Suez  congiun- 
gerà il  Mediterraneo  col  grande  Oceano. 
Col  nuovo  sistema  adottato  pel  gigante- 
sco  traforo,    oltre    il  pcrforalore,   del 
coinpressore  idiaiilico  so/llanle  l'aria, 
eh' è  pure  forza  motrice  delle  macchine 
perforanti,   si   crede  che    il    traforo    si 
compierà  nel  termine  di  6  anni  in  luo- 
go di  36!  Tutto  concorda  pel  felice  suc- 
cesso d'  un  im(nenso  lavoro,  e  d'  un'  u- 
pera  che  sarà  la  prima  fra   le  più    sor- 
prendenti che  di  questo   secolo   si  sieno 
fatte  in  Europa  per  strade  ferrate,  e  ne 
sono    valorosi   esecutori    i    dislinti    in- 
gegneri   Grandis,   Grattoni  e  Someiiler. 
- — Nel  principio  di  questo  numero  di- 
chiarai che  anco  della  telegrafìa  elettrica 
aerea,   oltre   l'  articolo  citato  (ed   oltre 
quello  di  Torre,  in  cui  dissi  de' segna- 
li antichi,  de' (juali  feci  pure   cenno  nel 
voi.  LXXXIX,  p.  282.  E  qui  aggiungo, 
che  il  prof.  Romanin,  Storia  documen- 
tala di  Venezia,  t.  6,  p.  476, ragionando 
delle  varie  scritture  che   trattano  della 
milizia  marittima,  in  quella  importante 
del  famoso  Cristoforo  Canal  in  forma  di 
dialogo,  fra  le  altre  cose  si  narra  :  »  Che 
Cristoforo  Canal  per  sapere  se  Gian  Au- 
dreaDoria  fosse  riuscito  a  soccorrere  Co- 
rone, fece  dal  Zante  tenergli  dietro  una 
fregata,  mettendovi  sopra  4  bravi  greci, 
a'  quali  ordinò,  che  uno  si  appostasse  in 
uluuu  luogo  presso  a  Cotone  e  gli  allri  3 


V  K  ^' 

sopra  lino  scoglio o altra  eminenza  in  ili- 
st  iii/.n  tale  eli  e  mio  potesse  successi  vaineii- 
Ic  veliere  le  faville  baltiile  da  pietra  fo- 
caia Jair  altro  se  fosse  di  notte,  od  un 
fumo  se  di  giorno.  Se  il  Doria  mettesse 
il  soccorso  nella  città,  dove>ise  il  i. "bat- 
tere d  fuoco  una  volta  soltanto,  se  no 
il  b  «tiesse  due  volte,  e  i  medesirai  segni 
desse  col  fumo,  e  similmente  facessero 
gli  altri,  in  guisa  clie  ponendosi  poi  una 
vedetta  a  (|ue!la  parte  dell'isola  di  Zante 
che  più  si  stende  a  oriente,  egli  potesse 
riconoscere  i  segni  dell'ultiuio  e  a  lui  più 
vicino.  Per  questo  modo  il  Canal  venne 
a  sapere  il  soccorso  recato  a  Corone  a 
più  di  loo  miglia  di  distanza,  e  a  Ve- 
ne-zia se  n'ebbe  la  notizia  prima  dell'im- 
peratore 0  di  altro  principe  d'Italia,  cosa 
che  a  noi  abituali  a'  telegrafi  par  sem- 
plicissima e  forse  ridicola,  ma  che  allora 
fi,  come  si  vede,  di  novità  e  d'impor- 
tanza), ove  riparlai  di  quelle  Austriache 
e  Lombardo-Venete,  ne  tornai  a  ragio 
nare  all'opportunità,  indicando  i  luoghi 
ove  notai  essere  Venezia  anche  con  Pio- 
ma  in  corrispondenza  diretta,  ed  io  l'ho 
provato.  Presentandomisi  ora  questa, 
pure  qui  farò  un'  aggiunta  in  fine  di 
questo  periodo;  prima  dirò  dell'  intro- 
duzione del  telegrafo  in  Venezia.  Il  Gior- 
nale di  Roma  del  i85o  a  p.  looo  ri- 
porta il  pubblicato  dalla  Gazzella  di 
Alilano  de'  19  ottobre.  Dice  che  in  que- 
sto medesimo  giorno  andavano  in  atti- 
vità completamente  le  linee  telegrafiche 
del  regno  Lombardo-Veneto,  tanto  per 
servizio  dello  stalo,  quanto  per  uso  del 
pubblico,  fra  Milano,  Verona  e  Venezia, 
colla  direzione  poi  da  Verona  per  Inns- 
brucka  Vienna.  Il  suppliraento  straordi- 
nario unito  alla  slessa  Gazzetta  ufficiale, 
porta  a  pubblica  cognizione  le  dispo.si- 
zioni  dettagliate  per  1'  uso  della  corri- 
spondenza privata  degl'i,  r.  telegrafi  del- 
lo staio,  ed  eziandio  di  c(uelli  posti  nel 
territorio  dell'  unione  telegrafica  Tede- 
sco-Austriaca, colle  rispettive  tariffe  in 
coiiforfuità  delle  disianze  dei   luoghi   e 


VEN  4'p 

lunghezza  de'dispac'ci  perrinollramento 
di'lle  private  corrispondenze  telegrafiche. 
L'ufficio  del  telegrafo  in  Milano  fu  colloca- 
to uelpalazzodell'i.r.  Luogotenenza;  quel- 
lo (Il  Venezia  fu  stabilito  nel  palazzo  Rea- 
le. La  stessa  Gazzetta  di  Mila/io  de'2t 
giugno  18^2,  riferisce  il  notato  a  p.  582 
del  Giornale  di  Roma,  ed  a  p.  58o  del- 
l' Osservatore  Romano.  Col  giorno  io 
di  detto  mese  i  regi  uffici  telegrafioi 
belgi,  formanti  parte  della  lega  telegra- 
fica Austriaca,  si  sono  posti  in  comunica- 
zione col  nuovo  uffizio  telegrafico  fran- 
cese in  Bar-le-Duc.  La  tariffa  per  le 
competenze  di  trasmissione  de'  dispacci 
dal  confine  francese  alla  nominata  stazio- 
ni-, sono  ostensibili  in  tulli  gl'i.  r.  ulfioi 
tclegi  alici.  A'22  dello  stesso  giugno  ven- 
ne aperta  la  linea  telegrafica  aerea  di- 
rellameuleda  Milano  a  Venezia,  e  con- 
secutivamente coi  paesi  dell'unione  Au- 
stro-Germanica, oltre  il  Belgio,  la  Fran- 
cia e  l'Inghilterra.  Inoltre  il  Giornale  di 
Roma  del  i858,  a  p.  4o6,  dà  contezza 
della  riunione  seguila  in  Parigi  a*  28 
aprile  al  ministero  degli  affari  esteri,  per 
esauiiriXi'e  una  proposta  fatta  nell'  inte- 
resse del  (.\/  Morse  americano,  a  cui  si  de- 
ve^r apparecchio  della  comunicazione  te- 
legrafica che  ha  preso  il  suo  nome,  e  di 
cui  feci  menzione  nel  citato  corrispon- 
dente articolo.  La  scoperta  de'  principii 
su  cui  è  basato  questo  apparecchio  non 
ai'partiene  certo  al  d."^  Morse;  ma  egli 
ha  fatto  passare  questa  scoperta  dal  do- 
minio speculativo  a  quello  della  mate- 
riale applicazione.  Mediante  lavori  e  stu- 
di, che  incontrastabilmente  sono  suoi, 
la  elettrica  comunicazione,  che  prima  di 
lui  non  era  per  così  dire  che  una  sem- 
plice teoria  della  scienza,  è  divenuta  una 
realtà  ed  uno  de'  più  utili  acquisti  che 
abbia  fatto  l'età  nostra  e  che  deve  la- 
sciare a*  posteri.  L' importanza  del  ser- 
vizio, che  il  d.'  Morse  ha  recato  a  tutto 
il  mondo,  a'  governi  ed  a'  particolari,  è 
siala  riconosciuta  dall'iiuiversale  ammi- 
razione  che  ha  eccitato  1'  applicazione 


446  V  li  N 

»1i  questo  ritrovato,  e  dall'  uso  clie  su- 
bito se  n'  è  fililo  iiell'  uno  e  nell'  altro 
continente;  In  (juasi  tulli  gli  stali,  ov'  è 
adoperala  la  telegrafia  elettrica  vedesi 
agire  1'  apparecchio  del  d/  Morse.  Egli 
però  non  potendo  ottenere  in  Europa, 
come  agli  Stali  Uniti,  un  brevetto  per 
la  sua  invenzione,  si  è  trovato  perciò 
privato  de'beneficii,  che  avrebbe  dovuto 
ritrarre  dall'  opera  sua,  e  che  l'  avreb- 
bero assai  legillimatnente  ricompensato 
de'suoi  lavori  e  de'suoi  pecuniari  sagri 
fizi.  Sembrando  al  governo  francese  in- 
giustizia,chetuUi  i  paesi, i  quali  si  servono 
oggi  dell'  applicazione  del  suo  ritrovato, 
non  facessero  anche  conto  di  (piesta  si- 
tuazione accordando  direttamente  al  d. 
Morse  vin  premio  collettivo,  in  questo 
convincimento  egli  si  è  credulo  autoriz- 
zato di  fare  appello  alla  loro  equità.  Il 
governo  dell'imperatore  Napoleone  ili 
avendo  creduto  che  sifFulta  domanda  a- 
vesse  diritto  ad  una  simpatica  accoglien- 
za, non  ha  esitalo  di  appoggiarla  presso 
gii  altri  governi,  che  come  lui  usano  del 
ritrovalo  Morse.  Queste  pratiche  sono 
slate  accolte  con  eguale  sentimento  dove 
sono  state  falle.  In  Austria,  nel  Belgio, 
ne'Paesi  Bassi,  in  Piemonte,  nello  Stato 
Pontificio,  in  Isvezia,  in  Toscana  e  io 
Turchia,  questo  apparecchio  è  adopera- 
to come  in  Francia  :  per  cui  i  governi  di 
questi  differenti  paesi  hanno  aderito  al- 
la proposta  del  governo  francese,  di  esa- 
minare come  si  dovesse  contrassegnare 
la  loro  gratitudine  verso  il  d.'  Morse;  ed 
è  in  conseguenza  di  questa  generosa  di- 
mostrazione, che  i  loro  rappresentanti 
si  unirono  in  Parigi  al  detto  ministero. 
Questo  fa  credere;  che  facilmente  potran- 
no intendersi  sopra  una  risoluzione  di 
rimunerazione,  il  cui  onere  sarà  diviso 
fra  tulli  i  governi,  nella  cui  generosità 
il  d/  Morse  ha  posto  la  suafiduria.  Nel 
descrivere  la  guerra  sostenuta  dalla  Tur- 
chia co' suoi  alleati  contro  la  Russia, 
narrai  come  quelli  in  Crimea  formarono 
ferrovie  e  costruirono  telegrafi,  con  som- 


V  E  N 

mi  vantaggi.  Ora  gì'  inglesi  nella  disa- 
strosa guerra  dell'  india  fanno  ancor  di 
più  con  grandi  successi.  Il  Giornale  di 
/lOWJcz  degli  8  maggio  1 858,  ricavandolo 
dal  Tiììics  narra.  Il  telegrafo  elettrico, 
nel  campo  di  sir  Colin  Campbell,  non 
lia,dopo  la  sua  invenzione,  rappresenta- 
lo parte  più  importante  ed  ardita  come 
ora  neir  Indie  Orientali.  Ha  servilo  di 
supremo  capitano  meglio  che  il  braccio 
destro  di  questo.  Mediante  il  telegrafo, 
egli  può  dirigere  la  marcia  de'  suoi  bat- 
taglioni, i  movimenti  della  sua  cavalle- 
ria ed  arligIieria,vedereadogui  momen- 
to l'intera  posizione  del  suo  esercito  e  de* 
suo  ausi  liari,corris|)ondere  col  governato- 
re generale  eco'generali  inferiori,  distin- 
guerei! vero  dal  falso  nell  e  notizie  tiegl 'in- 
digeni, risparmiare  il  suo  stato  maggiore 
ed  i  suoi  corrieri,  ed  inviare  nullostante 
chiari  e  rapidi  i  suoi  messaggi.  Ciò  in 
quanto  all'importanza  del  telegrafo.  In 
quanto  all'arditezza,  col  quale  agisce,  il 
che  naturalmente  riguarda  quelli  che 
lo  fanno  agire,  basta  osservare,  che,  nel- 
la guerra  in  argomento,  per  la  i.'  volta 
fu  disteso  in  mezzo  al  comlialtimento 
un  filo  telegrafico,  facendolo  passare  pel 
paese  nemico.  Esso  avanzò  di  posto  in 
posto,  di  pari  passo  coli'  artigi  cria  in- 
glese, ed  appena  il  capitano  supremo  ha 
piantatoli  suo  quartiere  generale  in  qua- 
lunque sito,  nel  quale  pensi  di  rimane- 
re un  paio  di  giorni,  vi  esistono  ezian- 
dio i  pali  co'  fili  telegrafici.  Il  lelegiafo 
fu  posto  in  comunicazione  col  governa- 
tore generale  in  Allal)ai)ad,  coll'Outrain 
in  Allumbagh,  con  Calcutta,  Madras  e 
Bombay,  e  co'  distretti  più  lontani,  cui 
ne  giunge  la  rete.  Questi  vantaggi  sono 
principalmente  tiovuli  al  zelo  e  all'abi- 
lilà  di  un  giovane  ufficiale  del  corpo  de- 
gl'  ingegneri  del  Bengala,  il  tenente  Pa- 
triclc  Stewart.  Alcune  volte  la  cavalle- 
ria nemica  dà  la  caccia  alla  sua  gente  e 
l'insegue  per  leghe  e  leghe,  o  la  taglia  a 
pezzi  unitamente  a'fili,  ovvero  una  pal- 
la di  caDuone  distrugge  le  sue  batterie 


VEN 
elettriche  o  ne  stritola  i  carri.  Ma  quella 
gente  continua  a  lavorare.  Ella  guizza 
per  aride  pianure,  su'canali  e  su'  fiumi 
ec,  finché  uua  delle  semplici  stanghe  do- 
po l'altra,  innanzi  il  leggero  suo  peso,  ed 
il  rapido  ago  colla  mula  sua  lingua,  vi- 
bri in  mezzo  al  tonar  delle  artiglierie. 
Quando  sir  Colin  Campbell  Irovavasi  a 
Cawnpore,  sir  James  Oulrauì  potè  an- 
nunciargli r  esito  del  suo  attacco,  prima 
che  il  nemico  fosse  sparito  dal  campo 
di  battaglia.  Quando  avanzò  verso  Luck- 
now,  la  linea  telegrafica  lo  seguì  sem- 
pre. Fu  piantata  una  tenda  accanto  la 
sua:  fu  scavato  un  buco  nel  terreno,  fu 
riempito  d'acqua;  tosto  il  filo  cadde  dalla 
stanga  piantata  io  fretta  e  s'immerse  io 
acqua  come  una  lontra  ;  fu  disposta  la 
semplice  calamita,  e  la  batteria  comin- 
ciò il  proprio  giuoco  e  l'ago  a  lavorare. 
Grazie  alla  straordinaria  siccità  dell'ai* 
mosfera  ed  alla  forza  del  sole,  che  ridu* 
ce  nella  stagione  calda  la  terra  come  un 
mattone,  è  quasi  perfetto  l' isolamento 
della  corrente  elettrica.  11  filo  è  fitto,  e 
non  è  difeso  da  involucri  isolanti  di  ve- 
runa specie.  E  attortigliato  intorno  alla 
punta  di  una  stanga  rozza  ed  alta  da  i5 
in  i6  piedi,  e  nello  stato  ordinario  del- 
l' atmosfera  corrisponde  perfettamente 
al  suo  scopo.  Ora  si  è  pubblicata  la  sco- 
perta dell'  infaticabile  e  dotto  Wheat- 
«lone,  per  la  quale  ha  fatto  fare  un  passo 
immenso  alla  telegrafia  elettrica,  soìti- 
tuendo  alle  pile  complicate  e  tanto  co- 
stose un  piccolo  apparato,  della  grandez- 
za di  un  orologio  ordinario.  Alcune  aste 
calamitate  e  polarizzate  in  senso  contra- 
rio completano  1'  apparecchio,  che  fun- 
1  ziona  facile  e  regolare.  La  Civiltà  Cai- 
ì  tolica,  serie  3.',  t.  ii,  p.  GSg  riferisce. 
ì  «  La  comunicazione  elettrica  fra  l'Euro- 
j  pa  e  r  America  è  stata  finalmente  eflet- 
tuala  per  mezzo  d'  un  cordone  metal- 
lico della  lunghezza  di  2,o5o  miglia  geo- 
grafiche. 11  metodo  inventato  per  sten- 
.  dere  il  cordone  ossia  filo  elettrico,  è  as- 
'    sai  ingegnoso.  Giacché,  essendo  iropossi- 


VEN  447 

bile  r  imbarcare  l' intero  filo  io  una  so- 
la nave,  fu  diviso  in  due  pezzi  riposati  iu 
due  navi.  Queste  s'incontrarono  in  luogo 
centrale,  dove  furono  ritmiti  i  due  pezzi. 
Quindi  si  separarono  le  due  navi,  diri- 
gendosi l'una  verso  1'  Irlanda,  e  l'altra 
verso  Newfoundland  in  America.  Il  filo 
cadeva  di  mano  in  mano  dalle  due  navi 
nel  mare.  Questa  operazione  fu  princi- 
piata il  28  luglio  i858,  e  nella  mat- 
tina dell' 8  agosto  lui' estremità  del  fi- 
lo era  sbarcata  nella  Baia  della  Trinità 
in  America,  e  l'altra  a  Valentia  nell'Ir- 
landa :  e  così  quando  saranno  compiu- 
te le  macchine,  vi  sarà  una  comunica- 
zione perfetta  tra  Londra  e  Nuova  York. 
E"  dunque  dimostrato  che  né  la  distan- 
za enorme,  né  il  peso  dell'  Oceano  sul 
filo  elettrico  ponoo  impedir  la  trasmis- 
sione della  correnteeleltrica.il  filo  giace 
nelle  valli  e  sopra  i  monti  coperti  dal- 
l' Oceano,  circondato  da'  pesci,  dall'  al- 
glie  e  da  tutte  le  maraviglie  di  quell'  a- 
bisso.  Ma  lo  trascorrono  colla  rapidità  del 
latnpo  le  idee  dell'  uomo  comunicante 
dall'un  continente  all'altro.  Questo  è  ve- 
ramente il  trionfo  della  scienza  natura- 
le". Dissero  i  pubblici  giornali.  Fu  l'In- 
ghilterra che  concepì  l'idea  del  telegrafo 
Transatlantico,  e  l'  effettuò  a  sue  spese, 
e  co'suoi  ingegneri  e  navigli.  I  primi  espe- 
rimenti sulla  celerità  produssero  i  risul- 
tati che  un  dispaccio  da  Valentia  di  3i 
parole,  giunse  a  Terranuova  in  35  mi- 
nuti; altro  di  33  parole  io  22  minuti;  al- 
tro di  gg  parole  m  67  minuti  e  con  per- 
fetta precisione.  Quindi  l'eotasiasmo  sali 
al  colmo  nel  celebrare  la  felice  immersio- 
ne della  corda  elettrica  ogomeua  atlanti- 
ca fra  r  Inghilterra  e  T  America  setten- 
trionale. L'ingegno  umano  vinse  il  tempo 
e  lo  spazio.  Il  3  0  il  5  agosto  1 858  (come 
vogliono  diversi  giornali)  fu  completata 
la  comunicazione  fra  l'antico  e  il  nuovo 
mondo.  Fu  detta  la  corda  anello  nuziale 
Ira'due continenti.  Venne  sciolto  uncan- 
lieo  di  gloria  alle  scienze  fisiche  e  agli  ar- 
dimenti commerciali.  Per  questa  istan- 


44B  V  E  N 

tarma  confunicazione  tra' due  Emisferi, 
non  si  può  a  meno  d'aspettarsi  una  com 
pietà  rivoluzione  nel  sistema  degli  affa- 
re coH'America,  nelle  relazioni  del  com- 
mercio di  due  mondi,  L'  Europa  e  l'A- 
merica, dissero  altri,  sono  unite  dal  te- 
legrafo. Gloria  a  Pio  Onnipotente,  pa- 
ce sulla  terra,  benevolenza   tra  gK  uo- 
mini (Jbonae  voliintatis,  aggiunse  Gre- 
gorio  XVI  nel    1841   a  Civita  Castel- 
lana ).   Ma  una  parte  della   corda    tele- 
grafica atlantica,  circa  dopo  un  mese,  si 
guastò  a*  3i  seUeenbre,  per  essere  pene- 
trala r  acqua  ne*  fj|i  conduttori,  se  non 
in  pii^x  punti  almeno  in  uno  distante  da 
terra  220  miglia.  L' accidente  clie  inter- 
ruppe la  comunicazione  elettrica  fra'dne 
mondi  sulle  prime  seni!)rò  irrimediabile, 
ed  occorrere  ricominciarsi  1*  intrapresa. 
Indisicredettepoler  mettur  il  telegrafi  in 
istalo  di  servire,  facendo  uso  di  polenti 
macchineelettro-magneliche.E  un  cattivo 
esito  di  quelle  sperienze  cbe  necessaria- 
mente precedono  lo  svolgimento  d'ogni 
grande  problema   non   isciolto  ancora. 
E  un  rilardo  della  sua  soluzione,  e  con 
altro  tentativo  si  avrii  maggiore  sperieii- 
za.  Quantunque  la   presente  corda   sia 
finita, non  vi  è  motivo  da  scoraggiarsi, an- 
zi da  una  compagnia  si  vuole  estendere  il 
beneficio  da  per  tutto.  Si  può  vedere  nel 
Giornale  di  Roma  deli  858  gli  articoli  : 
a  p.  783,//  ti  l(  grafo  Transadanlico; 
ap.  863,  Tele^^mfo  Sub- A  (lamico.  Isel- 
la pag.  seg.  è  uno  specchio  del  progresso 
del  telegrafo  sottomarino  da'piimi  ten- 
tativi cominciati  nel  i85o  sino  e  inclu- 
sive al    i858  ne' diversi  stati.    Inoltre 

10  stesso  Giornale  contiene  due  altri  ar- 
ticoli :  il  i.°  a  p.  8qi  che  dà  contezza 
della  Relazione  siiW  interruzione  delle 
correnti  nel  cordone  Atlantico;  il  2.°  a 
p.  918  è  intitolalo:  Questioni  e  raggua-' 
gli/isicisul  Telegrafo  Atlantico,  h' En- 
ciclopedia contemporanea  di  Fano,  an. 
IV,  serie  2.",  t.  2,  p.  igS,  offre  l'arlicolo  : 

11  Telegrafo  Transatlantico, coWa  figu- 
ra delia  fune.  E  la  Civiltà  Cattolica,  se- 


V  E  N 
rie  3.',  l.  12,  p.  2  33  e  seg.,  discorre  Dfl 
Telegrafo  Atlantico,  e  riporta  la  Li- 
sta de'  vari  Telegrafi  sottomarini ,  col- 
le loro  lunghezze  e  l'epoche  in  cui  so- 
no  stati  posti  in  opera  dal  i8ìO  all'ul- 
timo discorso  nel  i858.  Intanto  sta  per 
compiersi  lo  stabilimento  d'un.)  linea 
telegrafica  sottomarina  da  Otranto  a 
Vallona,  per  congiungersi  a  Caltaro  col- 
le linee  esistenti  dell'  impero  austriaco 
e  dell'  impero  ottomano;  e  pare  che  su- 
bito dopo  verrà  dato  mano  al  filo  sotto- 
marino dell*  Adriatico.  In  tal  modo  il 
regno  delle  due  Sicilie  è  il  1.°  paese  in 
Europa,  dopo  1*  Inghilterra,  che  abbia 
pensato  di  costruire  i  fili  sottomarini  pe* 
propri  bisogni. 

5.  Venezia  nuova  Roma  del  Mare^ 
mentre  Napoleone  I  chiamava  Colonia 
(f^.)  la  sua  piccola  J'enezia  pel  com- 
plesso di  sua  sontuosità   e  per  essere  si- 
tuata a   semicircolo   sulla    riva  sinistra 
del   Reno,  che  si    attraversa    sopra    uà 
ponte  volante,   fu   canale  di   comunica- 
zione fra  r  Oriente  e  I'  Occidente  {f"^.), 
asilo  di  libertà,  poito  a  tulli  di  sicurezza 
e  di  pace.  Venezia  non  ebbe  Medio  Evo 
(A'.),  non  soggiacque  mai  alle   barbarie 
significate  da  quel  vocabolo,  poiché  i  ve- 
nezi.ini  riparati  illesi  nell'isole  della  La- 
guna e  in  quelle  congiunte   formanti  la 
città,  non  riceverono  il   sodio   de'  secoli 
barbari,  fiorirono  con  progressivo  incre- 
mento in  ninnerò  e    prosperità,  dal   V 
fino  al  declinare  del   XVI  secolo  princi- 
palmente. Città    dell'arti   e  de' monu- 
menti, tutta  la  città  è  un  n)useo,  una  pi- 
nacoteca.  Vorrei   aver  veduto   Venezia 
nel  1796!  Egual  ardente  desiderio  al- 
trove  esternai  per  la  mia  Roma  papale, 
insieme  ali*  altra  brama  d'averla  potu- 
ta ammirare  nel  i526;  ambedue  anni 
precedenti  a  due  epoche  deplorabilmen- 
te memorabili  !  Se  nulla  resta   del   ma- 
gnifico   suo  formale  quale    repubblica 
maestosa,  nobilissima  e  possente,  rimane 
in  grandissima   parte  il   suo  materiale. 
Prima  avea,  come  ho  narralo  di  sopra. 


V  E  N 
piincipalmenJe  ne'  §§  Vili  e  X,  an  nu- 
mero  as^ai  majjgiore  di  chiese,  di  lon- 
«enti  e  di  raouasteii  d'ambo  i  sessi,  di- 
strutti  co'  loro  doviziosi  ornamenti,  e 
preziosi  archivi  e  bibhoteche,  demohti  e 
dis[)ersi  ne'  primordi  del  corrente  secolo 
dal  genio  distruggitore.  Anche  per  que- 
sto riesce  di  somma  importanza  la  più 
volte  lodata  opera  del  cav.  Cicogna,  In- 
scrizioni Veneziane,  nella  quale  labo- 
riosamente e  con  patrio  amore  raccol- 
se un  tesoro  di  memorie  che  altrimen- 
ti andavano  per  sempre  perdute.  E  ve- 
ro però  che  molte  opere  artistiche,  e 
le  ss.  Reliquie  che  in  tanta  copia  arric- 
chivano gli  abbattuti  templi,  passarono, 
per  la  maggior  parte,  a  decorarne  al- 
tri, e  quanto  alle  prime  anche  le  pub- 
bliche raccolte  di  belle  arti;  non  per< 
tanto  notabile  numero  andò  disperso  e 
passò  all'estero,  come  ripetutamente  de- 
plorai. Dalle  brevi  descrizioni  artistiche 
che  feci  delle  numerose  esistenti  chie- 
se, si  rileva  che  nel  numero  maggiore 
sono  monumenti  architettonici  superbi, 
e  molti  vero  modello  d'arte,  ed  empori! 
di  bellezze  artistiche  in  pittura  e  scultu- 
ra. Dice  giustamente  il  eh.  Zanotlo  nel- 
le sue  giunte  all'  opera,  Le  Fahbricìie 
e  i  Monumenti  di  Venezia ,  da  questi 
tnolteptici  lavori  di  belle  arti,  esistenti 
in  molti  templi,  qual  più  qual  mei»o  de- 
gni di  considerazione,  ben  si  vede  come 
i  padri  nostri  curassero  1'  onore  e  il  de- 
coro del  santuario,  e  come  questa  virtù 
l'osse  di  sprone  ed  eccitamento  a  pro- 
muovere, oltreché  la  pietà  ne'  fedeli,  ed 
io  aggiungerò  l'edificazione  de' forestie- 
ri, r  incremento  delle  arti  sorelle,  per 
cui  salirono  esse  all'apogeo  di  quella 
gloria  che  valse  a  far  celebrare  la  bel- 
lissima Venezia  fra  te  nazioni,  m  Ed  il 
gentil  forestiero  che  visita  questeLagune, 
ad  ogni  passo  inarcando  le  ciglia,  muo- 
ve parole  di  lode,  e  una  lagrima  versa 
su  questa  città  altre  volte  regina  de'ma- 
ri,  e  sui  generosi,  che  in  secoli  più  fortu- 
nali la  iugemmaronodi  fubbriche,di  te- 


V  E  N  440 

le  e  di  marmi  cospicui,  per  cui  stiuà 
sempre,  se  non  inclita  regina,  almeno  ve- 
neranda matrona,  degna  di  appartenere 
al  più  giusto  e  paterno  de'  Monarchi. 
Che  se  r  invidia  straniera  coli' avvele- 
nalo suo  tosco  cercò  e  cerca  d'annebbia- 
re SI  bella  gemma  del  mondo,  gli  sforzi 
suoi  non  servono  ad  altro  che  a  farla 
emergere  più  lucida  e  tornar  più  cara 
agli  occhi  de'  buoni.  Così  il  sole  vince 
colla  forza  degl' infocati  suoi  raggi  l'in- 
vide  nubi,  e  più  fulgido  brilla  sul  pina- 
colo  de'  cieli,  anzi  signore  de'  cieli,  ad 
illuminare  il  sottoposto  universo  che  nel- 
l'ebbrezza della  sua  gioia  scioglie  un  can- 
tico di  lode,  chiamandolo  con  Dante  :  TjO 
lei  pianeta,  che  ad  amar  conforta".  A 
tratto  così  eloquente  d'  un  illustre  ve- 
neziano, segua  quello  pur  facondo  d'  un 
romano  intelligentissimo  di  belle  arti, 
Quirino  Leoni.  Scrisse  egli  nell'  Album 
di  Roma  de'  i5  luglio  i854  ,  t.  2r, 
p.  i6i  ,  all'egregio  pittore  vicentino 
Pietro  Roi.  '»  Spettacolo  nuovo  per  cer- 
to, e  più  ad  incanto  che  a  meraviglia 
rassomigliante,  è  quello  offerto  all'  ita- 
liano o  straniero  viaggiatore,  il  quale 
ponga  per  la  prima  volta  piede  in  Ve- 
nezia, in  (piesla  dominatrice  dell'acque, 
ridente  figlia  dell'  avventurata  Laguna. 
Dire  che  sorpassa  ogni  immaginazione,  è 
nuda  verità:  (>ossono  più  o  menoappios- 
siinativameute  '\m(ìM\s^\n?n%\ Londra, Pa- 
rigi,\\  Vaticano, \\  Colosseo [V.y,  Vene- 
zia sola  non  mai.  Dessa  è  un  mistero  che 
senza  vederlo  non  si  comprende,  e  tutta 
un  monumento  immenso,  che  mille  al- 
tri ne  racchiude:  niente  ha  di  comune 
colle  altre  città  ;  e  se  queste,  tranne  for- 
se Roma  (y .)  nelle  sue  principali  gran- 
dezze, portan  seco  l'impronta  della  ma- 
no dell'uomo,  Venezia  sola  sembra  luUa 
fattura  di  un  Dio.  Templi,  palagi,  colos- 
si, ponti,  giardini,  isolette  vaghissime, 
monumenti  severi,  canali  maestosi,  T  a- 
menila  della  calma,  il  furore  della  tein" 
pesta,  tutto  si  mescola  e  si  avvicenda  nel 
recinto  di  questa  città  senza  pari:  per  la 


4^0  V  E  N 

qiial  cosa  ogii  occhi  del  pellegrino,  die 
«lenirò  la  svelta  gondola  corre  per  quel- 
Je  ncque  ospitali,  sembra  svolgersi  con- 
tinuamente una  magica  tela  che  ad  ogni 
tratto  lor  manifesta  un  nuovo  portento. 
Allora  la  mentasi  ravviva  nelle  memorie 
del  passalo,  allora  il  cuore  balte  forte- 
Diente  neir  ammirare  quelle  basìliche 
erette  in  tempi  che  le  virtù  cittadine  si 
afforzavano  nel  culto  del  Signore;  nel 
contemplar  que'  palagi  come  de'  Dando- 
lo, de'  Pisani,  de'  Morosini  e  di  mille  aN 
tri  non  indegni  rampolli  d'  un  generoso 
patriziato  ;  nel  veder  que'castelli  che  fu- 
rono presidio  di  f irtissima  libertà;  nel 
percorrere  quell'arsenale  dal  cui  seno  u- 
scirono  tante  flotte  a  far  temuto  e  glorio- 
so ne'mari  d'oriente  il  Leone  di  s.  Mar- 
co. Forse  al  tumulto  che  si  desta  nel 
cuore,  allora  mai  si  frena  una  lagrima, 
llglia  di  un  affetto  che  non  si  può  espri- 
mere; e  già  verso  sera  li  dirigi  malinco- 
nicamente commosso  verso  la  gran  piaz- 
za, convegno  generale  d'ogni  ceto  di 
cittadini.  Ma  se  visitando  i  monumenti 
«li  Venezia  hai  sempre  al  fianco  il  pen- 
siero doloroso  della  sua  potenza  distrut- 
ta, qui  per  lo  contrario,  frammischiando- 
ti a'  suoi  cittadini,  hai  la  certezza,  che 
l'aulica  gentilezza  loro  non  cadde  con 
quella;  e  nelle  donne  singolarmente  tro- 
verai quella  alfabililàdi  modi,  quella  cor- 
tesia, che  le  rende  famose  per  tutta  Ita- 
lia, la  quale  addita  superbamente  in  esse 
un  modello,  in  cui  le  grazie  dello  spiri- 
lo s'accoppiano  bellamente  alle  doti  del- 
l' inneiino  e  alla  coltura  dell'  istruzione. 
Wè  credasi  mai,  che  queste  qualità  sian 
fruito  delle  tanto  vantate  idee  moderne; 
iiò;la  ci  vi  Ita  delle  donne  Venezia  ne  è  d'an- 
tichissima data,  sì,  che  forse  niun  paese 
ne  può  vantar  tante  per  utili  studi  en- 
comiate, non  meno  nell'amena  lettera- 
tura, che  nelle  scienze  più  gravi  ".  —  Il 
Giornale  di  Roma  del  i85o  nelle  p. 
II 58,  1174.  ''Si  riportò  un  grave  e 
importante  articolo  diviso  in  3  capi,  os- 
sia riprodusse  quello  pubblicato  daìi'/Iu- 


V  E  N 

alria  e  dalla  Gazzetta  dì  Venezia  de*4, 
5  e  7  dicembre  i85o,  che  stimo  inte- 
ramente riprodurre,  e  servirà  di  schiari- 
mento al  fin  qui  riferito,  e  qual  discorso 
proemiale  su  quanto  compendiosamen- 
te vado  a  svolgere,  dall'  origine  di  Ve- 
nezia sino  ad  oggidì,  ne'§§  XIX e  XX  ; 
nel  §  XXI  e  ultimo  ragionando  del  Ve- 
scovato e  del  Patriarcato,  così  restan- 
do dispensato  da  delicati  dettagli.  — 
»  I.  Già  da  mollo  tempo  noi  avevamo 
intenzione  di  assoggettare  a  serie  con- 
siderazioni la  posizione  e  le  condizioni 
di  Venezia,  su  cui  si  gettano  nel  pub- 
blico tanti  giudizi  veri  solo  per  metà  o 
adatto  sbagliali,  specialmente  in  Italia. 
Un  esteso  articolo  nel  Lombardo- Ve- 
neto (dal  2  al  5  novembre)  ce  ne  offre 
occasione  prossima.  Godiamo  di  vedervi 
confessato  apertamente  come  il  governo 
Austriaco  abbia  avuto  premura  di  pro- 
muovere il  vantaggio  della  famosa  Re- 
gina de'  mari,  e  che  la  rivoluzione  di- 
strusse in  pochi  mesi  quanto  in  anni  era 
stillo  a  fatica  edificalo.  Però  qui  non  vor- 
remo opporci  a  modi  parziali  di  consi- 
derare le  cose,  né  farci  apologisti  del- 
la politica  austriaca  in  Italia,  ma  piutto- 
sto esamineremo  e  apprezzeremo  da  un 
libero  punto  di  vista  il  vero  stalo  delle 
cose  per  dedurre  i  mezzi  di  soccorrere 
quella  città.  Chi  vuole  intendere  il  pre- 
sente deve  ritornare  sul  passato.  Si  do- 
manda come  ed  in  quanto  quelle  forze 
vitali  e  quelle  relazioni,  che  produssero 
l'antico  fiore  di  Venezia  e  la  sua  succes- 
siva decadenza,  sussistano  ancora  e  con- 
tinuino ad  esercitare  la  loro  azione.  Da 
ciò  risulterà  che  cosa  sia  in  generale  da 
evitarsi,  che  da  promuoversi  e  da  farsi, 
per  assicurare  radicalmente  una  miglior 
condizione  per  l'avvenire.  In  una  città 
commerciale  e  marittima,  qual  era  Ve- 
nezia, si  devono  innanzi  tutto  pondera- 
re esattamente  tre  riguardi,  cioè:  l'ele- 
mento coidineiitale  o  i  suoi  rapporti  na- 
turali colla  terraferma  ;  l'elemento  ma- 
ritliruo  (oceanico)  o  le  sue  relazioni  uà- 


V  E  N  VE  N  4?i 
l4ira!i  dalla  parie  del  tiinre;  finalmente  precipitò.  L'immense  conseguenze  della 
rel«Mi)enlo^o////to,  le  relazioni  politiche  scoperta  d'  America  e  della  via  delle  In- 
neir  interno  dello  stalo,  lo  spinto  eia  die  Orientali  pel  Capo  di  Buona  Speran- 
forma  ili  questo,  la  borghesia  in  sé  e  per  za,  non  furono  riconosciute  abbastanza 
sé. Al  tempo  del  fiorir  di  Venezia,  questa  a  tempo  da'veneìiiani,  dominali  dal  sen- 
cillà  era  senza  dubbio  assai  privilegiata,  timento  della  propria  sicurezza,  ed  essi 
e  posta  in  conilizioni  molto  favorevoli  trascurarono  d'appropriarsene  i  vantag- 
solto  tutti  li  e  questi  aspetti.  Proietta  gi;  lo  sviluppo  oceanico  del  commercio 
per  la  sua  posizione  marittima  dagl'ui-  del  mondo,  ne  trasportò  tutto  il  centro 
fuiili  sconvolgimenti  continentali  del  me-  di  gravità  all'Occidente,  Tenendosi  nel 
dio  evo,  trovò  trancpjillilà  e  campo,  Dou  loro  accecamento  attaccali  soltanto  al- 
solo  per  rinvigorirsi  nel  suo  interno,  tna  le  consuete  vie  commerciali  del  Medi- 
nltresì  per  inviluppare  il  suo  commercio  e  terraneo,  credettero  garantire  i  loro  vau- 
la  sua  navigazione  al  di  fuori'.  In  Vene-  laggi  con  fiuovi  trattati  co'  sovrani  d' Li- 
zia  si  formò  una  borghesia  hbera,  poteu-  gilto.  Mentre  si  perdevano  io  pratiche, 
te,  eduna  nobiltà  patriottica,  amante  prive  di  successo  ,  per  ottenere  il  taglio 
di  gloriosi  falli;  l'attività  di  tulle  e  due  dell'Istmo  di  Suez,  che  volevano  esegui- 
al  di  fuori,  fu  inoltre  accresciuta  e  favori-  rea  loro  spese,  i  portoghesi  si  giovare- 
ta  da  tutta  la  direzione  del  commercio  no  assiduamente  della  via  pel  Capo  di 
del  mondo,  sorto  colle  crociale  a  novella  Buona  Speranza  ,  fondarono  il  commer- 
\ila,  e  di  cui  Venezia  divenne  l' orga-  ciò  diretto  fra  l'Europa  e  l'India  ,  e  ri- 
no  principale.  Dalla  parie  della  lerrafer-  sparmiando  i  frequenti  carichi  escari- 
D)a,eirera  in  prossima  congiunzione  con  chi,  i  molli  contratti  intermedi,  e  le  gra- 
una  lunga  catena  di  città  fiorenti,  che  ìiose  spese  del  trasporto  per  terra  ,  furo- 
dall'ltalia  giungeva  al  di  là  dell' Alpi  sino  no  in  caso  di  gettare  sul  mercato  euro- 
ai  Danubio  ed  al  Reno,  e  stendeva  i  suoi  peo  i  prodotti  del  lontano  Oriente,  a  inol- 
anelli  in  tutta  l'Europa  di  mezzo  ;  essa  lo  più  buon  mercato  di  quello  che  po- 
serviva  di  mezzo  ad  una  parte  essenzia-  lessero  fare  i  negozianti  veneziani.  Altri 
le  del  commercio  d' olire  mare  di  que-  avvenimenti  cooperarono  ad  aumeiilare 
ste  città,  ed  alle  quali  Venezia  scambia-  gli  sfavorevoli  elFelti  di  questo  slato  di  co- 
va con  prodotti  levantini,  delle  Indie  O-  se.  Le  diiticoltà,  le  quali  vennero  oppo- 
rìentali  e  propri,  il  loro  superfluo  in  ste  da'sultani  d'Egitto  al  commercio  ve- 
diverse  produzioni  dell'arie.  Così  Vene-  neziauo,  le  scorrei  iede'lurchi  in  Macedo- 
zia  favorita  sotto  molti  aspetti,  tendeva  nia,  la  caduta  dell'impero  greco,  amico 
al  dominio  de'  mari,  ed  ancora  piìi  ra-  al  commercio  veneziano,  la  [lerdita  di 
pidamenle  dell'  antica  Roma  anelava  in-  Negroponte,  di  molte  piazze  importanti 
contro  ad  una  rara  grandezza  europea.  nell'Albania  e  nell'Arcipelago  greco,  e  fi- 
Come  que'tre  elementi  erano  stati  in  naimenle  quella  di  Morea,  e  dell'isole  di 
principio  elementi  essenziali  della  gran-  Cipro  e  di  Candia,  situate  si  favoiolmen. 
dezzadi  Venezia,  cos'i  nel  progredire  de'  te  pel  commercio  orientale,  e  le  lunghe 
tempi  avvenne  in  essi  un  totale  rivolgi-  e  molteplici  guerre,  in  cui  la  repubblica 
mento,  che  parte  ne  produsse,  parie  ne  fu  involta  pe'suoi  possedimenti  nella  ter- 
affrettò  la  mina.  L'elemento  politico,  la  raferma;  tuttocìò  contribuì  a  rovinar  del 
degenerazione  interna  della  repubblica,  lutto  il  commercio  di  Venezia.  Altri  po- 
sembra  però  esser  preponderante  ;  ed  in  poli  intanto  si  dividevano  il  commercio 
ogni  caso  la  Regina  de'  mari  d'una  volta  del  mondo;  a'portoghesi  espaguuoli  leu- 
dee  in  gran  parte  attribuire  a  se  mede»  nero  dietro  gli  olande!>i,  ed  a  questi  gl'in- 
sima  la  decadeuza  in  cui  a  poco  a  poco  glesi,  quale  supretna  nazione  uuuimercia- 


4^2  VEN 

l<:  oceanica,  T  grandi  capitali,  prima  im- 
piegiiti  nel  commercio  mai'ìltitno  vene 
yiaiio,  gli  furono  ritolti  allorché  e*  cessò 
dal  dare  un  guadagno  sudlcieiile,  e  fu- 
lono  rivolli  invece  a  comperare  possi- 
denze sulla  terrafernia.  L'inclinazione  ai 
dolce  far  niente  andò  crescendo;  i  ricchi 
andarono  consumando  i  guadagni  de' pa- 
dri loro;  i  meno  benestanti  caddero  a  po- 
co a  poco  in  miseria.  Il  governo  vene- 
7MÌIÌ0  si  fece  animo  ancora  una  volta  per 
salvale  un  piccolo  avanzo  del  commercio 
marittimo;  ma  non  ricorse  al  vero  mez- 
zo. Fedele  all'antico  sistema,  credette  di 
rianimare  il  commercio  di  Venezia  con 
proibizioni  e  con  misure  coattive.  Nel 
1  728  il  senato,  avuto  riguardo  all'  anti- 
che osservanze,  in  forza  delle  quali  i  sud- 
diti della  terraferma  doveano  soltanto  ri- 
tuare dalla  capitale  tutte  le  merci  prove- 
nienti dalla  parte  del  mare,  che  serviva- 
no al  loro  consumo,  ordinò  che  tutte  le 
merci  da  consumarsi  nel  territorio  delle 
Provincie ,  anche  se  avessero  pagalo  il 
ciazio  consumo,  dovessero  essere  riguar- 
date come  contrabbando,  qualora  la  bol- 
letta di  dazio  non  provasse  ch'esse  fossero 
stote  ritirate  dalla  capitale.  Ad  onta  di 
queste  misure,  il  commercio  andò  sem- 
pre peggiorando,  fino  alla  caduta  della 
repubblica,  da  tanto  tempo  preparata,  ed 
avvenuta  senza  rumorealla  fine  del  secolo 
precedente.  Le  nozze  sicnbotichedel  doge 
coIl'Adriatico  eran  già  da  lungo  tempo 
divenule  una  semplice  formalità  ,  nella 
quale  ogni  veneziano  non  faceva  che  ram- 
memorarsi con  tristezza  l'aulico  fiore 
della  sua  patria.  Nel  1797  Napoleone  I 
troncò  la  vita  di  questo  slato,  incapace  di 
resistere,  e  la  pace  di  Campoformio  del 
1  798  trasse  Venezia  sotto  il  dominio  Au- 
striaco. A  questo  ultimo  periodo  noi  vo- 
gliamo dedicare  alcune  considerazioni, — 
11.  Allorché  Venezia  per  la  pace  di  Cam- 
pofurmio  passò  sotto  il  dominio  Austria- 
co, il  nuovo  governo  si  affrettò  di  accor- 
dare vari  favori  all'antica  città  de'dogi. 
Però  questo  stato  durò  troppo  poco  per 


VEN 


1 


migliorare  essenzialmente  la  condizione 
dell'  immiserita  città  :  infitti  ormai  nel 
i8o5  questa  città,  nella  pace  di  Presbur- 
bo,  fu  ceduta  al  regno  d*  Italia,  e  fino  al 
18 14  dovette  sopportare  le  conseguenze 
del  sistema  continentale  ordinalo  ila  Na- 
poleone I  contro  l'Inghilterra,  ed  i  danni 
d'un  rigoroso  blocco  del  suo  porto.  In 
seguito  alla  pace  generale,  Venezia  fu  in- 
corporata col  suo  territorio  all'impero 
Austriaco.  Il  nuovo  governo  cercò  di 
ravvivare  il  commercio  veneziano  e  di 
piomuovere  il  benessere  della  popolazio- 
ne. Che  i  suoi  sforzi  non  siano  rimasti  pri- 
vi di  successo,  se  ne  poteva  persuadere 
chiunque  vide  prima  Venezia,  e  la  visitò 
negli  ultimi  ainii  precorsi  allo  scoppiare 
della  rivoluzione.  Il  conte  veneziano  A- 
gostino  Sagredo  scriveva  nel  1 843::=Ve- 
nezia  cadde  dopo  secoli  di  gloria,  dopo  di 
avere  raggiunto  il  cidmìne  della  potenza, 
ed  aver  posseduto  immensi  tesori,  in  tal 
gì  ado  di  miseria,  da  potersi  ben  dubita- 
re della  prossima  sua  (Ine;  ora  essa  ritor- 
na a  novella  vita,  e  il  suo  benessere,  che 
ogni  giorno  s'accresce,  è  arra  per  l'Italia 
che  questa  sua  cara  figlia  non  perirà, 
ma  continuerà  ad  essicre  auche  per  l'av- 
venire suo  gioiello  e  sua  prediletta,  r^  Il 
governo  Austriaco  poteva  scorgere  con 
soddisfazione  come  col  progredire  del 
tempo  le  strade  deserte  della  città  della 
Laguna  si  rianimassero  a  poco  a  poco, 
p;dazzi  caduti  risorgessero  dalle  loro  ro- 
vine, le  arti  fiorissero,  si  erigessero  gran- 
di stabilimenti  industriali,  ed  il  porto  si 
riempisse  di  bastimenti  (il  sig."^  Looatel- 
li,  direttore  della  Gazzetta  di  F'c/iezìa, 
dipingeva  colle  seguenti  parole  lo  slato 
di  Venezia  nel  1 843.  ^=:::  Quando  la  cit- 
tà, ogni  di  più,  si  rifa  e  si  rabbella,  in  o- 
giii  angolo  s'alzano  nuovi  edifizi,  in  Mer- 
ceria si  riaprono  le  chiuse  botteghe  ,  si 
accrescono  i  magazzini  e  le  istituzioni  di 
lusso;  quando  in  meno  che  nn  anno  si 
Sf'hiudono  3  nuovi  alberghi,  ed  uno  fra 
questi  grandioso,  magnidco,  senza  pompa 
di  preconi  e  di  annunzi,  senz'aiuto  di  a- 


V  E  V 

eioiii,  senza  sluizu  eli  cuinniessì  vitigg'uin- 
ti,  sorto  ilu'fundaiiienli,  ed  essi  già  riboc- 
cano eli  genie;  quando  i  prezzi  delle  pigio* 
ni  sono  plesso  die  tadiloppiali,  e  il  nio* 
lo  e  la  vita  nelle  conliade  niaggioie,  pie- 
ni e  folli  sovente  ben  5  teatri  ec.  ec.  = 
Nota  dell'^i/i7//V7^.  Seoipie  più  numero- 
si accunevanu  i  fuie>tieri  alla   città  de' 
dogi,  che  avea  deposto  lesile  gramaglie 
per  ri^^avillare  qual  lieto   gioiello  della 
estesa  Laguna;  negli  ullioii  anni  si  con- 
tarono circa  120,000  forestieri  che  visi- 
tarono Venezia.  Un  sicuro  documento  del- 
l'accrescimento del  benesseie  generale  ce 
]o  ofTre  la  rendita  dei  dazio  consumo;  nel 
1824  questo  dava  lire  890,374:30;  nel 
1843  invece  ormai  lue  1,075,308:71 .  11 
commercio  marittimo   di    Venezia  s'ac- 
crebbe ragguardevoliiienle  negli  ultimi 
tempi.  Il  numero  e  la  portata  de'basli- 
menti,  entrali   ne' porti  di  Malamocco  e 
di  Chioggia  (Chioggia  non  costituisce  una 
parte  separala  ,  ma  è  un  porlo  sussidia- 
rio di  Venezia.  iVota  deli'  Austria^,  im- 
portava (qui  è  un  prospetto  di  bastimen- 
ti di  lungo  corso,  grande  cabotaggio,  pìc- 
colo cabotaggio,  col  numero  de'bastimen- 
ti  e  loro  toiiuellule  dal  1839  al  184? '"elu- 
sive: riporterò  il  massimo  della  cifra.  Ba- 
stimenti da  lungo  corso   5i6,  di  tonnel- 
late 99, io5.  Grande  cabotaggio:  basti* 
inenli373o,  di  tonnellate  247,070. Pic- 
colo cabotaggio:  bastimenti  1  978,  di  lou» 
nellale  79,132).  Da  ciò  risulta  un  accre- 
scimeulo  sorprendentemente  consolante 
della  navigazione  di  Venezia  in   tutte  e 
3  le  categorie.  L'accrescimento  niaggio- 
le  si  ebbe  nella  navigazione  di  lungo  cor- 
so, ed  io  quella   di  piccolo   cabotaggio, 
specialmente  pel  commercio  con  Trieste. 
Importantissimo  e  pur  crescente  fu  .sino 
al  1847  il  commercio  di  transito  di  Ve- 
nezia, porlo  di  mare  naturale  delle  pio- 
vincie  Italiane,  di  Modena  e  Parma,  del 
Tirolu  e  di   una    parte  della  Germania 
meridionale.   Per  Venezia   furono  dalla 
pai  te  di  mare  dal  1842  al  1847  inclusive 
iui  portate  io  Austria  e  altri  slali,esporlale 


YEN  41:3 

in  Austria  callri  st'^ti(sen^a  però  l'Unglie* 
ria,  la  Transilvania,  In  Dalmazia  e  i  terri- 
lorii  extra-doganali)  merci  pel  valore  di 
fiorini  ch'è  nel  prospetto  che  segue(dirò  le 
cifre  maggiori.  Importazione  in  Austria 
del  valoie  di  fiorini  16,606,078,  e  ia 
allri  slati  del  valore  di  fiorini  7,894,96 1 . 
Esportazione    in    Austria  del    valore  di 
fiorini  5,489,472,  e  in  altri  stali  del  va- 
lore di  fiorini   14,876,039).  Non  abbia- 
mo dati  statistici  autentici  sulla  quanti- 
tà   di   merci  introdotte  a    Venezia    pei* 
mare,  per  consumo  o  per  essere  spedite 
all'estero,  né  sulle  merci  ivi  prodotte  ed 
esportate  all'  estero.  Perfino  i  prospelli 
rilasciati  da  (|uel   capitanato   del   porlo 
sulle  merci  introdotte  ed  esportale  per 
mare,  non  possono  offrire  alcun   punto 
d'appoggio,  perchè  essi  indicano  per  tut- 
to il  commercio  un  valere  molto  minore 
di  quello  che  risulta  dalle  tabelle  doga- 
nali pel  solo  transito.  Non  molto  impor- 
tante, ma  pur  sempre  crescente  è  la  quan- 
tità delle  merci  prodotte  in  Venezia  ed 
introdottene!  territorio  doganale  austria- 
co, che  consistono  principalmente  in  ve- 
tro, perlette  e  granate  di  vetro,  manifat- 
ture, candele  di  cera,  pellami   ec  Esse 
importò  (segue  un  prospetto  dall'  anno 
i83i  al  1847  inclusive:  la  maggior  ci- 
fra  è  di    fioiini    1,449)7 '3,  ntir  anno 
1845).  Questi  bei  risultati  dovette  Ve- 
nezia   essenzialmente  agli   sforzi  eiretli- 
vi  del   governo  Austiiaco   per    rialzare 
dalla  sua  decadenza   la    già  Regina   de"* 
mari.   Non    accenneremo    le    fabbriche 
grandiose  Dell' interno  della  città,  che 
furono  eseguile  per  ordine  del  governo 
ed  a  spese  dello  stato  ,  ma   toccheremo 
soltanto  quelle  opere  ch'erano  prossima- 
mente destinale  ad  ispirar  nuova  vita  at- 
tiva alla  città  de'dogi  ed  attirarvi  novelle 
forze.  Perfino  la  natura  s'era  falla  neiiii- 
ca  a  Venezia.  Fino  dal  principio  del  XV 
secolo,  il  porto  del  Lido  era  il  vero  porto 
di  guerra  e  di    commercio  di  Venezia,  i 
bastimenti  più  grandi  potevano  entrarvi 
senza  Uillìcoilà:  ma  a  poco  a  poco  uU'  iu- 


454  V  E  N 

gl'esso  sì  alzarono  le  sabbie  e  convenne 
Irasfeiire  il  porto  a  Malajnocco.  Qtianilo 
anche  là  l'ingresso  fu  reso  sempre  più 
difUcile  cla'banchi  di  sabbia,  si  passò  ad  e- 
rigere  quelle  piccole  dighe  (j^iiardiani  o 
speroni)  che  si  trovano  anche  attualmen- 
te in  gian  numero  Innijo  la  costa  di  Ma- 
lamocco  e  di  Fellestrina.  Ma  anche  que- 
sti si  addimostrarono  insulhcienti.  per  cui 
scilo  il  dominio  fiance-iC  s'incominciò  la 
costruzione  della  diga  curva  della  Roc- 
chetta per  ottenere  una  coirenle  più  for- 
te che  impeilisse  il  deponicnento  di  ban- 
chi di  sabbia.  Le  condizioni  guerresche 
resero  impossibile  di  terminare  allora  la 
costrnzione.il  governo  Austriaco  riconob- 
be l'opportunità  di  quell'opera,  e  la  fe- 
ce ripigliare;  in  pari  tempo  ordinò  la  co- 
struzione di  una  diga  di  macigni  spor- 
gente per  2,700  metri  nel  mare  alla  pun- 
ta meridionale  del  lido  di  Malamocco 
(Defendente  Sacohi  nella  Memoria  intor- 
no a  Murazzi,  ragiona  nel  cap.  8:  Del- 
le nuoi'e  difese  e  niigliorat/ienli  fatti  ai 
Litorali  dopo  il  1825).  Questa  opera  co- 
lossale, di  cui  l'imperatore  Ferdinando  l 
pose  la  1.'^  pietra  neli843  (a' i  3  ottobre 
i838,  come  ho  detto  nel  n.  3  di  questo 
Stesso  §,  e  dovrò  ripetere  nel  §  XVIII,  n. 
28),  è  già  progredita  di  tanto  die  non  so- 
no da  terminarsi  che  la  parte  che  si  trova 
al  livello  del  mare  ed  il  piccolo  faro.  Pa- 
rimeriti  della  diga  curva  della  Rocchetta 
non  manca  che  la  corona.  La  costruzione 
della  conlrodiga  di  3o8  metri,  progettata 
alla  punta  settentrionale  del  lido  di  Fel- 
lestrina dovea  essere  incominciata  nel 
1848;  ma  gli  avvenimenti  di  quell'  anno 
e  del  successivo  noi  permisero  (nel  cita- 
to ultimo  §  enumero  dirò  averla  decre- 
tala l'imperatore  che  regna).  Coll'erigere 
quella  grande  diga  si  ottenne  una  sì  forte 
corrente  d'acqua  all'ingresso  del  porto  di 
Malamocco,  che  il  banco  di  sabbia  che  ne 
ingombrava  la  foce  fu  rotto, esi  formò  uà 
tmovo  canale  che  a  poco  a  poco  si  allargò 
fino  a  3oo  metri.  Dagli  scandagli  eseguiti 
uel  marzo  di  quest'anno  risultò  una  pru* 


V  EN 

fondita  di  metri  5.4  > -7-9  *>,e  negli  ultimr 
tempi,  come  osserva  giustamente  il  Lom- 
bardo J'^cìicto,  passarono  pel  canale  con 
pienocarico  diversi  grandi  bastimenti,  tra 
cui  il  bark  americano  a  3  alberi,  1'  ApoU 
^o(Cap.  P.  A.  Ingliamjcheavea  rimmer< 
sione  di  metri  i  5. 1  i,  in  condizione  di  ac- 
qua di  0.38  al  di  sotto  della  comune  ma- 
rea; prova  questa  che  la  profondità  va 
sempre  crescendo,  e  che  eseguita  che  sìa 
la  controdiga,  essa  giungerà  almeno  a  me- 
tri 7.95.  Un  vantaggio  essenziale  che  of- 
fre la  gran  diga  consiste  in  ciò  che  i  ba- 
stimenti, sofììando  il  sirocco,  non  sono 
pimto  impediti  nell'entrare,  ma  anzi  per 
via  di  esso  passano  più  rapidamente  il  ca- 
nale. Il  governo  non  si  accontentò  di  a- 
ver  miglioralo  l'ingresso  del  porto  tli  Ma- 
lamocco e  di  averlo  reso  servibile  aiichea 
grandi  bastimenti;  ma  procedette  anche 
a  regolare  la  comunicazione  di  (pieslo 
porlo  coll'arsenale.  Il  canale  che  fornisce 
questa  comunicazione,  ed  ha  il  nome  di 
gran  canale  di  navigazione  militare  e 
mercantile,  aveva  in  diversi  puntile  spe- 
cialmente presso  s.  Spirito,  Madoanetla, 
Poveglia  e  Rocchetta,  forti  curve,  che 
impedivano  di  molto  la  navigazione:  es- 
se furono  regolate  per  ordine  del  gover- 
no, ed  il  canale  fu  approfondato  in  tutta 
la  sua  estensione.  Si  pose  mano  altresì  a 
togliere  la  curva  presso  s.  Clemenle.  Com- 
piuto questo  lavoro,  il  gran  canale  di  na- 
vigazione correrà  in  linea  quasi  retta 
dalla  Porta  Nuova  dell'  arsenale  fino  a 
Malamocco.  La  larghezza  di  esso  non  è 
meno  dii4  metri,  la  profondità  6  1/2,7; 
solo  sulla  linea  da  s.  Spirilo  a  Poveglia 
laprofonditàèminore,cioè5  metri  5  1/2, 
quindi  vengono  impiegali  due  cavafan- 
ghi per  ristabilire  anche  ivi  la  profon- 
dità normale,  colla  quale,  fregale  di  44 
cannoni  ponno  passare  il  canale  com- 
pletamente armate.  Oltre  le  spese  im- 
mense, che  esigettero  queste  opere,  il  go- 
verno imperiale  impiegò  più  di  2  mi- 
lioni di  lire  pel  mantenimento  dei  Mu- 
razzi al  lido  di  Malauiocco  e  di  Pelle- 


VEN  VEN  '4  "55 
strina,  e  dali83o  ali84'2  pi"  fli  4  "''*  ti*  avvenire  si  aprirà  al  commercio  vene" 
lioni  (li  lire  in  lavori  eli  forlilicazioui  per  ziano  quando  la  slratla  ferrata  Lombar" 
difendere  Venezia  contro  allaccili  del  do-Veneta  sarà  pel  Friuli  congiunta  ai- 
nemico  dalia  parte  del  mare. Ma  il  gover*  le  linee  nuslriache,  e  pel  Tirolo  con  quel* 
no  non  rivolse  i  suoi  sguardi  soltanto  alla  le  della  Germania  meridionalò  si  concen- 
comunicazione  di  Venezia  col  mare.  Ve-  Irerà  in  Venezia,  ed  il  Fondaco  de'Tede- 
nezia,  la  sposa  del  mare  dovea  porgere  sdii  ritornerà  quello  ch'egli  era  anlica- 
l'altra  mano  al  continente,  in  vincolo  più  mente. — III.  TJ  Avvenire.  Per  primo  ar- 
prossimo  d'  amicizia;  e  sulla  estesa  La-  ticolo  noi  abbiamo  notale  le  cause  gene- 
guna  si  schierarono  eleganti  archi  d'  un  rali  ed  istoriche  del  fiorire  e  del  decadere 
ponte  gigantesco,  sul  quale  ora  fischia  la  della  città  delle  Lagune,  ed  abbiamo  ve- 
locomotiva  per  abbreviare  lo  spazio  che  duto  come  la  decadenza  slesse  in  imme- 
separa  T  antica  città  de' dogi  dalle  sue  diala  connessione  colla  mutala  direzione 
sorelle  della  terraferma.  Soltanto  coll'in-  oceanica  delle  vie  commerciali  per  l'In- 
tinta  unione  di  questi  due  elementi,  il  die  Orientali, coH'invasione  dell'occiden- 
marittìnio  ed  il  continentale,  dell'aitivi-  le  dell'Asia  e  dell'orienle  d'Europa  per 
là  coDjmerciale  marillima  di  Ventzia,  parte  degli  ottomani ,  e  colla  barbarie, 
che  risorgerà  ,  colla  vita  industriale  del  che  si  stabili  frammezzo  all'  auliche  co- 
continente,  si  può  aspettare  una  nuova  municazioni  e  ne  ruppe  le  fila  dal  Me- 
vita  rigogliosa  ,  grandi  risultati  di  svi-  diterraneo  in  là;  e  finalmente  colle  gran- 
lu|ipo.  La  costruzione  della  strada  fer-  di  guerre  continentali  dell'Occidente,  spe- 
rata Lombardo-Veneta  sulla  Laguna  fu  cialmente  in  Italia,  che  scossero  ripelula- 
cominciata  in  giusta  considerazione  del-  mente  la  repubblica:  ma  che  essa  fu  da 
la  condizione  cadente  di  Venezia,  ivi  più  ultimo  propriamente  occasionala  dallo 
che  in  altro  luogo  occorre  vivo  moto  com-  snervamento  interno  di  questo  stato,  che 
nierciale.E  questo  si  ebbe  ancor  prima  che  impropriantcnte  si  chiamava  libero,  e  in- 
tuita l'opera  fosse  terminala;  la  congiun-  damo  col  rinfoizaie  il  sistema  del  mo- 
zione colla  ricca  e  famosa  Padova  ,  con  iiopolio cercava  di  salvarsi  nella  lotta  ci» 
Vicenza  e  colla  commerciale  Verona,  non  grandi  stati  nazionali  frattanto  cresciuti 
potè  rimanere  senza  ellèlto  sojira  Vene-  a  potenza.  In  sostanza  Venezia  divise  la 
zia.  Qualora  la  strada  abbia  raggiunto  sorte  colle  città  tedesche,  che  parimenti 
l'attiva  ed  industriosa  Brescisi,  e  sia  sta-  furono  escluse  dalla  nuova  direzione  o- 
bilila  la  congiunzione  immediata  colla  ceanica  del  commercio  del  mondo.  Sol- 
ricca  metropoli  lombarda  e  col  Lario  tanto  la  sua  caduta  fu  tanto  più  profon- 
(  noleiò  io  che  questo  nome  si  dà  talvolta  da  e  di  tanto  maggior  eiretto,  in  quanto 
fll  lago  di  Como,  derivante  dal  nome  di  che  il  suo  dominio  e  la  potenza  erano 
Larius,  che  i  romani  davano  a  quella  slati  ancora  più  grandi  di  quello  delle 
ma«sa  d'acque.  Fu  applicato  pure  al  di-  città  tedesche.  Speriamo  che  anco  ades- 
partimenlo del  regno  Italico, che  formava  so  nel  risorgimento  un'egual  sorte  aiii- 
quasi  l'attuale  provincia  di  Como),  Ve-  da  a  Venezia,  come  a  quelle  città  tedesche, 
nezia  riavrà  di  nuovo,  e  speriamo  du-  In  realtà,  le  antiche  coTidizioni  vitali  del 
raturo,  splendore;  i  lombardi  daranno  la  benessere  sembratjo  voler  rinnovarsi  e- 
preferenza  alla  città  sorella  piuttosto  che  gualmenle  per  le  città  italiane  come  per 
a  Genova  ,  e  peifìr.o  la  parte  orientale  quelle  della  Germania  meridionale.  Ail 
della  Svizzera  potrà  ritirare  e  spedire  le  onta  della  diversità  delle  condizioni  di 
sue  Olerei  nel  modo  più  celere  e  più  a  ambedue  i  paesi  nell'anlichilà,  col  medio 
buon  mercato,  specialmente  per  via  di  evo  si  manifesta  sotto  vari  aspetti  impor- 
Yeoezia.  Uuo  sviluppo  oncora  più  ricco  lanti  l'analogìa  tra  di  essi  e  riotime  reia- 


4 'fi 


VES 


V  E  i\ 


I 


zìuiiì  Ira  l'Italia  e  la  Geiiuaitia  :  certa- 
ineule  su  ciò  infliiiiono  esseiizìalinente 
le  relazioni  gtogiaficlie,  che  lichiacnava- 
no  ad  unirsi  il  lilorale  italiano  ed  il  con- 
tinente tedesco.  Queste  relazioni  natura- 
li continuano  ancora,  anzi  per  tutto  il 
sisleuia  politico  e  pel  vincolo  politico 
coIl'Auslria  operano  in  molto  maggior 
grado  di  prin)a,  sicché  rivela  assai  poco 
intelletto  politico  il  voler  combattere,  tan- 
to da  ima  parte  che  dall'altra,  queste 
fisse  iniJuenze  scambievoli,  fondate  dalla 
natura  tra  l'Italia  e  la  Germania.  Quan- 
do dagli  ottomani  furono  interrotti  nel 
Levante  e  nell'Egitto  i  grandi  rapporti 
di  scauibio,  quando  furono  arrestate  le 
vene  di  commercio  che  dalle  città  del- 
l'Europa centrale  sì  copiosamente  si  di- 
ramavano pel  Mediterraneo  e  pel  Danu- 
bio, e  quando  1'  Italia  cessò  d'essere  il 
centro  mercantile ,  da  cui  la  rimanente 
Europa  traeva  in  gran  parte  i  suoi  pro- 
dotti, ineomìnciarono  a  farsi  deserte  an- 
che le  strade  commerciali  tedesche  da  Co- 
lonia sul  Reno;  (ino  alla  doppia  città  del 
Danubio.  Come  una  volta  i  fenicii  ed  i 
greci  avevano  trapiantata  dall'oriente  sui 
loro  navigli  la  culiura  ed  il  benessere  al- 
l'occidente, in  Italia,  Sicilia,  Sardegna, 
Francia  n)eridionale  e  Spagna,  nella  gui- 
sa medesima  nel  medio  evo  Venezia  e 
Genova,  allora  regina  del  Mediterraneo, 
e  parimenti  le  città  anseatiche  tedesche 
iie'mari  del  settentrione,  aveano  spedite 
di  nuovo  nell'oriente  le  loro  colonie  e  le 
loro  fattorie.  1  turchi,  che  sempre  piìi  ir- 
ruppero,lacerarono  nell'oriente  tutti  que- 
sti (ili  di  comunicazione,  e  nel  settentrio- 
ne la  forujazione  dell'impero  de'Czari  fu 
poco  più  favorevole  alle  città  anseatiche; 
la  nuova  via  marittima  scoperta  portò  i 
tesori  dell  Indie  in  altri  porti,  e  tuttociò 
fece  languire  la  catena  di  città  italiane 
e  tedesche.  Senza  questi  avvenimenti  fa- 
tali, e  se  in  Jlalia  le  città  rivali  si  fossero 
avvicinate,  se  specialmente  in  Germania 
la  lega  anseatica  avesse  posto  la  mano  al- 
le sorelle  città  della  Svevia,  foise  già  da 


lungo  teoipo  sarebbe  stabilita  l'unità  po' 
litica  di  ambedue  i  paesi.  Così  invece  ri* 
niasero  divisi,  vennero  meno  col  contenr 
poraneo  indebolirsi  de'loro  rapporti  reci- 
proci, e  mentre  le  superbe  città  it;diane' 
immiserivano,  anche  le  città  anseatiche 
disunite  soggiacevano  alle  guerre'interne 
ed  al  rigoglioso  progresso  di  forza  degli 
siali  marittimi  occidentali,  destato  dalla 
scoperta  dell  'America.  Intanto  però,  par- 
tendo dalla  Germania,  erano,  per  la  per- 
severante natura  di  questi  popoli,  matu- 
rati nuovi  germi  di  stati  ;  sulle  antiche 
rovine  era  cresciuta  una  fresca  semente, 
e  s'era  preparato  un  nuovo  rivolgiuienlo 
nel  commercio  del  mondo.  Equi  si  mo- 
stra di  nuovo  che  anco  per  l'avvenire,  la 
Germania  e  l'Italia  devono  rimanere  eco- 
nou)icamente  e  politicamente  unite:  a  ta- 
le elfelto,  qual  potente  membro  centrale 
d'unione,  abbiamo  1'  impeio  d'Austria, 
pienaniente  conscio  della  sua  vocazione. 
Il  modo  giusto  ed  energico,  con  cui  l'Au- 
stria ha  assunta  tale  impresa,  ci  è  ga- 
ranzia ch'essa,  ad  onta  di  questo  rumore 
di  guerra  del  momento,  sarà  felicemente 
condotta  ad  effetto  pel  vantaggio  tanto 
della  Germania,  quanto  dell' Italia.  Ci  si 
domanda  in  qual  modo  si  renda  real- 
mente manifesto  quel  rivolgimento?  Il 
Mediterraneo  è  risorto  a  nuova  vita, tina- 
ie non  avea  da  secoli;  l'impero  Ottoma- 
no, questa  parte  che  separa  l'Europa  dal- 
l'Asia, va  come  tale  sempre  più  caden- 
do. L'orlo  settentrionale  dell'Africa  viea 
tratto  sempre  più  nella  civilizzazione  eu- 
ropea. Neil'  Egitto  non  dominano  più 
sultani,  che  cerchino  di  trasportare  al  di 
fuori  dei  confini  del  loro  regno  le  vie 
più  brevi  del  commercio  tra  l'Europa  e 
ritalia;  le  comunicazioni  dell'Europa  si 
spingono  sen)pre  più  addentio  su  pel  Ni- 
lo (nel  Sudan)  e  schiudono  le  coste  orien- 
tali, al  pari  delle  più  ricche  contrade  in- 
terne dell'Afi  ica.  Le  antiche  vie  del  coui- 
mercio  orientale,  la  colchica,  la  pontica, 
la  siriaca,  e  più  di  tutte  1'  egiziana  atlra- 
\ci30  r  Istmo  di  Suez,  rilornano  ad  as- 


V  EN 

sumere  riinportanza  di  una  rolta.L'Islmo 
Ira  l'Asia  e  l'Africa,  altraverso  al  quale 
é  la  via  più  breve  non  solo  per  l'Iiidie 
inglesi,  ma  altresì  per  1'  Indie  olandesi 
e  per  le  parti  del  mondo  di  ullima  sco- 
perta, diventerà  in  forza  della  naviga- 
zione a  vapore  il  deposito  principale  del- 
le merci  indiane,  col  quale  per  poco  an- 
cora gareggeranno  le  vie  per  l'America 
settentrionale  e  per  Panama. La  direzione 
occidentale  atlantica  del  commercio  non 
perirà  per  questo;  di  ciò  ne  guarentisco- 
no gl'intraprendenti  americani  che  sono 
in  procinto  di  aprirci  una  str(ida  più  li- 
bera attraverso  al  loro  continente.  Ma 
non  sarà  più  quella  che  prepondererà;  nel- 
la direzione  orientale  si  formerà  tuia  se- 
conda corrente  principale  di  commetcio 
di  egual  valore,  ed  il  Mediterraneo,  ma 
specialmente  il  golfo  Adriatico,  che  pro- 
fondamente penetrando  nel  cuore  del- 
TEuropa  divide  e  congiunge  la  penisola 
degli. Apennini  con  quella  ora  risorgea- 
ledei  Balkan,sarà  il  punto  maritlinioim- 
portanle,  ove  ambedue  le  correnti  s'in- 
contreranno e  spingeranno  a  maggior  svi- 
luppo di  cultura:  e  l'Europa  centrale  sa- 
rà il  terreno,  ove  esse  agiranno  più  im- 
mediatamente e  più  operose.  Anche  Ve- 
nezia deve  ora  prendere  la  sua  posizione 
futura  in  questo  nuovo  grande  movimen- 
to ,  e  da  esso  partire  nel  fissare  i  suoi 
sguardi  sulla  politica  commerciale.  I  due 
elemenli.serapre  ta  nto  importanti  perVe- 
iiezia,  della  posizione  marittima  e  conti- 
nentale,ritornanoora  adivenire  del  mas- 
simo peso,  come  forse  non  furon  giam- 
mai; e  si  tratterà  soltanto  di  vedere,  se 
anche  il  terzo  elemento  interno  corri- 
sponda al  nuovo  slato  di  cose,  e  se  Ve- 
nezia saprà  giovarsi  energicamente  degli 
elementi  olTerti  al  suo  sviluppo.  Qui  sta 
il  vero  nodo  della  questione  sull'avvenire 
di  Venezia.  Prima  di  tutto  si  presenta  il 
fatto  che,  in  paragone  de'suoi  floridi  tem- 
pi nel  medio  evo, tulle  le  altre  relazionisi 
sono  essenzialmente  mutate;  in  questa 
DJutazionedi  circoslauze  havvi  la  rogio- 
VOL.  xcr. 


YEN  4^7 

ne,  per  cui  Venezia,  dal  nuovo  favore  che 
le  olFre  la  sua  posizione  non  può  trarre 
un  più  bell'avvenire,  clie  con  una  stabile 
unione  con  uno  stato  importante  cou)e 
l'Austria.  La  ricchezza  d'  una  volta  del 
mezzodì,  delle  città  italiane  e  tedesche, 
fu  raggiunta  senza  direzione  unitaria  di 
politica  commerciale,  solo  sopra  basi  na- 
turali e  geografiche.  Ei  risultò  da  un 
saggio  uso  di  condizioni  naturali  favo- 
revoli,e  dalla  posizione  vantaggiosa  quan- 
to alle  vie  commerciali  d'allora,  e  da  una 
instancabile  operosità  ne'lrafiìci  del  com- 
meicioedell'industria.  Oggi  le  stesse  con- 
dizioni naturali^  favorevoli  all'operosità 
de' singoli  individui,  quantunque  per  se 
slesse  valgano  immensamente,  come  ci 
moslranoTrieste,  Amburgo  e  Brema,  non 
basterebbero  più  da  se  sole  ad  otteneie  si- 
mili risultati.  D'allora  in  poi  la  politica  è 
divenuta  una  scienza  polente;  la  politica 
pratica  si  èfalla  un'alta  arte  ed  una  gran- 
de arma  ,  che  non  rimane  inelTlcace  se 
non  in  deboli  mani.  Non  solo  città  isola- 
te, ma  grandi  regni  nazionali  e  federa- 
zioni di  stati  sono  entrati  gli  uni  contro 
gli  altri  nella  gara,  e  l'individuo  sparisce 
nell'isolamento.  Anche  materialmente  og- 
gidì solo  una  potenza  come  l'Austria  può 
assicurare  a  Venezia  l'appoggio,  la  pro- 
lezione, il  campo,  adìnchè,  fondandosi  di 
nuovo  sul  favore  della  sua  posizione  geo- 
grafica,possa  trarre  realmente  grandi  van- 
taggi dalie  attuali  correnti  del  commer- 
cio del  mondo,  e  risorgere  e  mettersi  o- 
perosa  in  prima  linea.  Chi  ne  dubitasse, 
guardia  quantorealmente avviene. Men- 
tre l'Ausilia  migliora  ed  estende  il  suo 
sistema  consolare,  rialza  la  sua  marina 
di  guerra,  assicura  protezione  da  vicino 
e  da  lunge  a' suoi  interessi  commerciali, 
e  con  grandiose  opere  arricchisce  quasi 
Venezia  d'un  nuovo  porto,  le  costruisce 
in  pari  tem[)o  dalla  parte  di  terra  i  ponti 
più  giganteschi,  la  congiunge,  colle  stra- 
de ferrale,  colle  piazze  principali  d'Italia  : 
pel  Friuli  colle  reti  di  strade  ferrate  au- 
striache; pelTirolo  colla  Germania  e  col- 
3o 


458  V  E  iV 

la  Svizzera,  e  In  pone  sempre  più  in  in- 
tima relazione  reciproca  con  tutta  l'Eu- 
ropa centrale.  Se  Venezia  deve  diveni- 
re quanto  prima  porto  principale  della 
lega  doganale  italiana,  e  frane  vantaggi 
sempre  crescenti  dalla  facilitazione  del- 
la navigazione  del  Po,  anche  l'unione 
doganale  austro-germanica,  die  apre  a 
Venezia  un  territorio  immenso,  influirà 
in  modo  benefico  pel  conìmeicio  sulla 
liberazione  della  Germania  da'  dazii  di 
transito  e  dalle  pesanti  gabelle  fluviali; 
e  con  Trieste  anche  Venezia  diverrà  uno 
de'  porti  di  maie  principale  al  mezzo- 
giorno della  lega  commerciale  delTEuro- 
pa  centrale.  In  breve,  solo  l'unione  col- 
l'Austria  può  attualmente  olTrire  a  Ve- 
nezia vantaggi,  che,  isolala,  non  avrebbe 
mai  potuto  raggiungere.  Di  una  posposi- 
zione di  Venezia  a  confronto  d'un  alito 
porto  non  si  può  parlare  sul  serio.  Non 
sarà  mai  primo  se  non  ch\  saprà  gio- 
varsi nel  modo  più  attivo  e  diligente  de- 
gli elementi  esistenti  e  delle  relazioni  fa- 
vorevoli. Molto  meno  poi  si  può  credere 
che  il  governo  renda  ancora  omaggio  a 
que'pregiudizi,  che  si  raffigurano  contra- 
ri gli  uni  agli  altri  gl'interessi  delle  città 
marittime  d'un  regno, e  perciò  pensano  di 
non  poter  aiutare  e  favori  re  l'u  nache  a  spe- 
se dell'altra  (INon  abbiamo  espressamen- 
te toccalo  la  rpteslione  del  porto-franco, 
la  cui  decisione  fu  or  di  nuovo  promos- 
sa dalle  proposte,  tanto  della  così  della 
Commissione  del  contrabbando  in  Trie- 
ste, quanto  della  Commissione  costituita 
in  Venezia  pel  vantaggio  di  quella  cillà, 
perchè,  secondo  il  punto  di  vista,  secondo 
cui  abbiamo  qui  considerate  le  cose,  essa 
si  presentava  come  questione  di  secondo 
ordine.  Nota  deW'Jiistria).  Questi  pre- 
giudizi sono  di  egual  genere  di  quelli  del 
mercantilismo;  secondo  il  quale  si  am- 
metteva che  col  commercio  esterno  una 
nazione  si  potesse  arricchire  solo  a  spese 
dell'altre,  ed  il  vantaggio  d'una  parie 
fosse  il  danno  dell'altra;  mentre  invece 
nel  commercio  soglioDO  guadagnate  ara- 


V  E  i\ 

bedue  le  parti,  ed  il  commercio  con  pae" 
si,  che  progrediscono    nel   benessere,  ò 
per  solito  molto  più  grande  e  più  van- 
taggioso di  quello  che  co'paesi  che  vanno 
indietreggiando.  Oggidì  che  grandi  re- 
gni, anzi  federazioni  intiere  di  stali,  con- 
corrono a  gara  sul  campo  del   lavoro  e 
del  commercio,  appunto  più  parli  d'un 
regno    ponno  porgersi   la   mano  per  la 
felice  riuscita  di   questa   lotta   comune, 
e  promuoverla  essenzialmente.  Ciò  vale 
specialmente  per  Venezia  e  Trieste,  i  cui 
interessi  corrono  quasi  sempre  paralelli, 
ed  assai  di  rados'  incrociano.  O  si  crede 
forse  sul  serio  che  il  rapido  fiorire  di  Trie- 
ste; che,  per  esempio,  la  circostanza  che  i 
35  vapori  del  Lloyd  attraggono  sempre 
più  a  sé  e  all'Adriatico  le  comunicazioni 
col  mare  Mediterraneo  orientale,  abbiu 
un  effello  svantaggioso  per  Venezia?  No, 
certamente:  l'operosità  di  Trieste  ride- 
sterà piuttosto  anche  quella  di  Venezia; 
il  vero  vantaggio  ed  il  maggior  benesse- 
re d'un  porto  riuscirà  alla  fine  a  vantag- 
gio dell'altro,  perchè  il  commercio  e  l'in- 
dustria non  ponno  crescere  inalciuia  par- 
te della   monarchia  ,  senza  che  altre  ne 
sentano  la  benefica  influenza,  come  al- 
l'opposto i  patimenti  e  l'immiserire  d'ut! 
membro  si  comunicano  più  o  meno  agli 
altri.  La  numerosa  concorrenza  delle  vie 
commerciali  e  di  esportazione  per  mare 
riescono  a  vantaggio  del  tutto,  e  col  van- 
taggio del  tutto  guadagnano  le  singole 
parli.  Si  guardi  alla  Francia   e  all'  In- 
ghilterra: quanto  numerosi  non  sono  i 
loro  porli  di  mare,  e  come  non  prospe- 
rano tutti   insieme  !  La  Spagna  ha   un 
numero  considerevole  di  porti  in  tre  ma- 
ri ;  tuttavia  la  sua  unione  doganale  col 
l'ortogallo,  ad  onta  dell'aumento  de'por- 
ti,  non  farebbe  che  giovare  alle  totalità 
d'ambedue  i  paesi  ed  anche  de'Ioro  por- 
li. Guardiamo  ora  all'esteso  impero,  co' 
suoi  38  milioni  d'  abitanti,  e  con  stati  vi- 
cini, che  non  hanno  cnare  che  li  tocchi; 
esso  non  ha  che  sopra  un  mare  tre  por- 
ti centiici  del  suo  commercio  maiìllimOj 


YEN 
Venezia  da  una  parte,  Fiume  tliiirallra, 
e  Trieste  nel  mezzo;  la  costa   ilahnalina 
dà  eccellenti  marinai,  ina  non  ha  alcuno 
sbocco  cotnmerciale  dietro  di  se.  In  tali 
circostanze,  sarebbe  veramente  un'insen- 
satezza, se  il  governo  voles>e  sistemalica- 
luente  favorire  uno  più  dell'altro  questi 
poclii  porli,  e  non  li  appoggiasse  invece 
tulli  energicamente,  nel  giovarsi  della  lo- 
ro posizione  e  de'  loro  elementi  di  benes- 
sere. La  loro  concorrenza,  cioè  quella  del- 
le proprie  vie  commercicdi  al   di  fuori, 
non  può  loro  recar  danno;  anzi  venendo 
essa  a  giovare  alla  totalità,  sarà  alla  fine 
de'conli  vantaggiosa  anche  per  essi.  Pro- 
muovere e  proteggere  questa  loro  forza 
di  concorrenza  dev'essere  sola  cura   del 
governo.  Ma,  olire  a  ciò,  sono  manifesti 
i  molivi  economici^  finanziari  e  perfino 
poliiici,  die  devono  fare  specialmente  de- 
siderare al  governo  il  sollecito  rifiorire  di 
Venezia.  In  fatti,  col  nuovo  slancio,  e  col 
maggior  benessere  ,  r  Austria   non  solo 
autucnla  le  proprie  rendile,  ma  migliora, 
rischiara  lo  spirito  pubblico,  rinforza  tut- 
ta la  [iropria  posizione  in  Ilalia,   e   pro- 
muove mediatamente  i  piani  importanti, 
cui  tende  instancabilmente  per  via  delle 
riforme,  per  soddisfare  i  veri  bisogni  del- 
la nazione  italiana.  S' intende  solo  che 
l'Austria  in  ciò  deve  considerare  gli  aiFa- 
ri  mariltinii,  come  gli  altri,  sotto  il  punto 
di  vista  austriaco,  per  cui  p.  e.  il  magnifi- 
co arsenale  di  Venezia,  che  rimarrà  sem- 
pre importante,  e  di  cui  sempre  si   use- 
rà, non  potrà  più,  contro  i  risultati  del- 
l'esperienza, esser  1'  unico  adoperalo  per 
la  marina  da  guerra  austriaca.  Perciò  il 
governo  non  tralascerà   nulla  di  quanto 
può  servire  a  migliorare  il  porto  di  Ve- 
nezia, a  proleggere  la  sua  navigazione  e 
il  suo  commercio  al  di  fuori,  a  congiuu- 
gerla  celereniente  colle  città  del  conti- 
nente, ail  estendere  il  suo  campo  com- 
merciale tanto  in  Italia  quanto  in   Au- 
stria ,  Germania  e  nella  Svizzera  ,  am- 
pliando le  leghe  doganali  e  postali,  libe- 
raudo  la  navigazione  fluviale  da  pesanti 


V  E  N 


4% 


gabelle,  togliendo  i  dazi  di  transito,  e  cou 
altre  misure.  Il  vero  uso  poi  de' vantag- 
gi, per  tal  modo  offerti,  il  governo  lo  de- 
ve naturalmente  lasciar  in   mano  dello 
spiiito  d'iulra|)rendenza,  della  capacità  e 
dell'attività  de'  cittadini  delle  sue  piaz- 
ze maiittìme.  Ma  perchè,  quando  si  agi- 
sce operosamente,  non  dovrebbero  ritor- 
nare il  benessere  e  la   ricchezza  d'  una 
volta,  quando  veramente  incominciano, 
e  dalla  parte  del  mare  e  da  quella  del 
conliiiente,a  diminuire  gli  ostacoli  esterni, 
frappostisi  da  secoli,  che  ne  arrestarono  il 
corso,  e  si  offrono  mezzi  di  commercio  in- 
finilaniente  piùeiTicaci?  Veramente  an- 
che a   Venezia  si  appresta  un   più  bel- 
l'avvenire, ma  però  sempre  quando  sia 
intimamente  unita   all'  Austria.  Questa 
condizione  non  dev'  essere  mai  dimenti- 
cata; e  solo  perchè  la  si  dimenticò,  so- 
pravvennero le  tristi  condizioni,  che  al- 
lualmente  opprimono  la  magnifica  città 
della  Laguna.  Austria", — Nell'anno  se- 
guente, reintegrala  Venezia  dalla  muni- 
ficenza dell'imperatore   Francesco   Giu- 
seppe I,  della  già  discorsa  franchigia  del 
poi  to  franco,  la  Gazzella  di  Vetit-zia  de' 
IO  luglio  1 85 1,  cui  fece  eco  il  Giornale 
ili  Roma  a  p.  674,  con  veneziana  elo- 
quenza si  espresse  ne'seguenti  modi  che 
comprende  il  passato,  il  presente,  l'  av- 
venire. Venezia  e  l'Impero  hanno  oggidì 
alili  elementi  di   prosperità  e  di  grau- 
dezza  che  non  ebbero  prima.  A  preser- 
vare dall'imminente  dissoluzione   Vene- 
zia, a  custodir  1'  incanto  de'  suoi  palazzi 
dall'avidità  mercaulile  che   li  demoliva 
per  francarne  la  spesa  con  una  sola  par- 
te de'loro  pregevoli  materiali,  cavando- 
ne centuplo  guadagno  dal  resto,  abbiso- 
gnava Venezia  d'energica   mano  che  la 
rialzasse  dal  suo  abbattimento;  abbiso- 
gnava di  valido  impulso  che  ravvigorisse 
r  estenuale  fibre   della  già  si  gagliarda 
sua  vita.  L'anima  di  Venezia  fu  il  suo 
commercio  marittimo.  Le  navi  sue  le 
recarono  eli  stili  e  le  forme  nrchiteltoni- 
che  di  tulli  i  climi:  la  cupola  di  Cisau* 


46o  V  E  N 

zio,  il  ininarelo  del  Bosforo,  il  geroglifico 
Longobardo,  il  sesto  acuto  Geimaiiico,  i 
iQodelli  d'Alene  e  di  Roma,  la  cisterna 
del  deserto.  Smesse  le  vie  de'fìorenti  suoi 
treflichi,  e  neglette  le  nuove,  nell'  ira- 
provvido  suo  divorzio  coi  mare,  si  sposò 
al  continente.  Il  foi  tiinoso  vivere  della 
navigazione, congenito  all'indole  di  que- 
sta città,  Tavea  addestrata  ad  ogni  virtù 
piùcivile.ea  tanta  opulenza  condotta,  da 
esseie  il  Banco,  ch'ella  creava,  degli  sta- 
ti primari  d'Europa.  11  tranquillo  posses- 
so de'.beni  territoriali  a  poco  a  poco  la 
rese  neghittosa,  e  quasi  immemore  fin  di 
se  stessa.  11  temporaneo  dominio  france- 
se, per  richiamare  Venezia  dalla  sua  pro- 
strazione e  ringiovanirla,  fece  molti  ma 
inutili  sforzi,  di  che  parlano  ancora  con 
iDuta  eloquenza  gli  splendidi  monumen- 
ti cli'es>o  lasciavale.  L'Inghilterra  cor- 
seggiando a' danni  di  Francia  sui  mari, 
avea  tolto  a  Venezia  la  possibilità  di  ria- 
versi. Venezia,  surla  e  cresciuta  dall' on- 
de, non  poteva,  nelle  condizioni  d'allora, 
vivere  e  prosperar  che  sull'onde.  Abban- 
donatasi a'placidi  ozi  di  terraferma, eran- 
lemauomano  venule  mancando  le  ragio» 
ni  vitali  dell'esser  suo.  Il  dominio  francese 
volendo  risorgerla ,  né  potendo  trasfon- 
tlerle  il  solo  principio  capace  di  riani- 
marla, la  scosse  ben»!  dal  letargo,  ma 
coll'impressione  fuggevole  d'una  vita  gal- 
vanica. L'imperatore  Francesco  I  veden- 
do la  sua  Venezia  ogni  di  più  spopolar- 
si, il  ridente  zaffiro  delle  sue  acque  offu- 
scarsi, la  pompa  de'suoi  palazzi  scemare, 
inaridire  le  fonti  delle  sue  arti  e  de'suoi 
traffichi,  precipitare  il  miracolo  di  tanta 
bellezza  a  inevitabil  rovina,  accorso  a  re- 
dimerla, la  tornò  alle  sviate  sue  origini, 
rimaritandola  al  mare,  e  decretandone 
libero  il  porlo.  Venezia  rifiorì  in  un  i- 
stante:  legni  a  vela  e  a  vapore  in  gran  nu- 
mero si  specchiarono  di  bel  nuovo  nel 
limpido  azzurro  della  sua  marina  ;  di 
cento  diversi  idiomi  nuovamente  s'inte- 
sero risuonar  le  sue  vie,  le  sue  piazze,  gli 
alberghi^  i  templi,  i  teatri  come  ia  aalico; 


V  EN 


1 


le  manifatture  delle  nazioni  più  industri 
concorsero  a  gara  sul  nuovo  mercato;  il 
valor  delle  case  vi  crebbe  oltre  il  dop- 
pio; i  patrii  artisti  infiammandosi  a'vari  i 
soggetti,  che  Mecenati  magnanimi  loro 
allogavano,  mantennero  intatta  o  rinno- 
varono la  gloria  della  veneta  scuola.  La 
città,  che  ammaestrava  le  consorelle  del 
mondo  con  ordinato  sistema  d'illumina- 
zione a  rompere  le  notturne  tenebre,  fu 
allora  anche  lai.'  in  Italia  ad  usare  la 
vampa  del  gas.  Nel  rapido  incremento 
dell'agiatezza  e  opulenza  privata  e  pub- 
blica, pigliarono  allora  nuovo  slancio,  al- 
l' arli  del  bello  accoppiale,  anche  quelle 
dell'utile.  Surse  nel  volger  di  pochi  mesi 
dalle  sue  ceneri  più  elegante  e  più  armo- 
nica la  Fenice;  si  moltiplicarono  le  tipo- 
grafie ,  altre  grandiose  ,  altre  modello, 
rinnovando  le  memorie  degli  Aldi  e  de' 
Giolito.  Ma  r  opera  gignntesca,  che  in 
quel  brillante  periodo  segnò  il  momento 
più  splendido  della  sua  storia  urbana 
moderna,  è  il  ponte  maeslosamente  get- 
talo sulle  Lagune.  Venezia  non  fu  allora 
più  isola  né  la  città  dell'isole:  essa  mutò 
condizione,  tempra,  natura;  a  tulle  le  be- 
nedizioni del  commercio  marittimo  con- 
giunti si  videro  i  vantaggi  altresì  del  terre- 
stre, il  suolo  e  l'acque  dell'  Italia  supe- 
riore e  centrale  cospirarono  ad  arricchir- 
la de'loro  prodotti.  In  tutta  l'imperiale 
maestà  comparve  il  giovane  e  cavallere- 
sco Sire,  e  le  riconcesse  munifico  la  fran- 
chigia del  porlo.  Venezia,  riconoscente  al 
dono,  e  al  generoso  tenore  del  conferirlo, 
proruppe  in  elfusiooe  di  alletti  entusia- 
stici. Venezia,  colla  grazia  del  porto  fran- 
co, preparasi  un  avvenire  sempre  più 
grande.  Questa  penisola  è  per  eccellenza 
sortita  a  giovarsi  debeuaugurati  desti- 
ni dell'impero.  Neil'  ampiezza  di  quasi 
200,000  miglia  quadrale  nostrali  geo- 
grafiche, 38  milioni  d'amministrati,  co- 
gl'interessi  politici  ed  economici,  guaien* 
liti  e  promossi  per  tutta  la  raonaichidj 
coli' incremento  del  commercio,  delle 
scieuze,  delle  arti,  Veuezia,  scuola  e  pale- 


VEN 

stin  di  civiltà  alle  nazioni   ne' tempi  di 
mezzo,  va  ad  essere  I' iu«idiabile  arena, 
la  scala  e  l'emporio  del  commercio  ter- 
restre  e  marittimo  di  tutta  la  monarchia. 
Le  due   massime  arterie  che  la  solcano, 
il  Po  ed  il  Danubio,  tra  per  le  vie  ferra- 
le, il  corso  naturale  di  que' fiumi  regali 
e  la  comunicazione  loro  con  altri,  con- 
giungeranno  entro  terra  assai  tosto  quin- 
ci l'Adriatico  al  Mediterraneo,  quindi  al 
mar  Nero  e  al  mar  Baltico  ,  e  un   pre- 
zioso deposito  all'industria  ed  al  tragico 
di  tante  e  sì   diverse  nazioni   apriranno 
in  Venezia.  Le  vie  ferrate,  che  iu  soli  5 
anni  è  prescritto  di  compiere,  varcando 
il  Tirolo  e  ramificandosi  alla   Baviera, 
alla  Svizzera  ed  a  tutti  i  paesi  privilegia- 
ti a  formar  le  delizie  del  cielo  germanico, 
faranno  anche  il   Reno  dispensator  de* 
suoi  doni  a  Venezia,  e  per  suo  mezzo  i 
due  mari,  l'Adriatico  e  quello  deLNord, 
gareggeranno  a  vuotarle  nel  seno  il  cor- 
nucopia de'loro  benefizi.  Un  solo  terri- 
torio doganale,  oggidì  proclamato  su  tut- 
ta la  vastità  della  monarchia,  e  la  nuo- 
va tariffa  ch'entrerà  quanto  prima  in  vi- 
gore (rammento che  si  parlava  nel  i85i), 
mutando  le  ragioni  economiche  in  ogni 
ramo  dell'industria  e  del  traffico,  schiu- 
dono un'era  novella  a'uiateriali  interessi 
dti'popoli  austriaci.  Aggiungasi  a  questo 
l'avvantaggiarsi  meraviglioso  che  va  fa- 
cendo nell'Austria  il  commercio  naviga- 
torio. L'estensione  già  data  dal  ministe- 
ro all'ordinamento   consolare,    la    rior- 
ganizzazione   del  governo   marittimo,    i 
savi  istituti   e  le  norme  introdottevi,  la 
raddoppiata  solerzia  degli  arsenali,  i  re- 
centi  trattati  di  commercio  o  conclusi  o 
in   via  d' esserlo  con  potenze  primarie  di 
là  dell*  Atlantico  ;  tutto  accenna  ad   un 
avvenire  in  cui  la  bandiera  austriaca  a- 
vrà  un'importanza  sui  mari,  che  mai  non 
ebbe  la  simile,  e  della  quale  principal- 
mente Venezia  è  chiamata  a  godere  gli 
effetti.  Dichiarò  poi  di  recente  d  serenis- 
simo arciduca  governatore  geuerale,  nel- 
la mirabile  circolare  agli  utlìoi  amtuini- 


V  E  N  461 

sfrativi,  pubblicata  nella  G  azze  Ita  di  f^ e - 
nezia  de'  1  7  agosto  1 858, e  riprodotta  dal 
n.  igo  del  Giornale  ili  Roma.  Venezia, 
bella  di  arti  e  monumenti  ,  come  città 
commerciale  e  marittima,  ha  ripigliato 
il  moto  d'  un  crescente  progredimento. 
Opere  grandiose  si  dovranno  intrapren- 
dere, fra  le  quali:  l'asciugamento  delle 
vaste  paludi  lungo  le  coste  dell'  Adriati- 
co; il  compimento  della  rete  delle  strade 
ferrate;  la  copia  d'acqua  potabile  nella 
città  delle  Lagune;  i  molteplici  adatta- 
menti a  formare  di  questo  antico  empo- 
rio de'tradlci  una  piazza  di  commercio  ri- 
spontlente  all'uopo  de'teinpi  odierni. 

6.  All'ampiezza  e  complesso  gigante- 
sco, all'altezza  eminente  dell'imponente 
argomento,  f^e/iezia,  non  potendo  cor- 
rispondere convenientemente  la  mia  po- 
chezza e  lo  spazio  angusto,  quantunque 
ampliato  per  genialità  e  omaggio  di  osse- 
quio, suppliranno  le  seguenti  opere,  quel- 
le ricordate  Cm  qui,  l'altre  che  in  bel  nu- 
mero alla  loro  volta  rammenterò.  Ma  an- 
che in  questo  mi  riconosco  insudiciente, 
principalmente  nel  rammentare  la  già  lo- 
dala Bibliografia  storica  dì  Fenezìa  del 
cav.  Cicogna,  la  quale  sola  sarebbe  degna 
e  proporzionata,  siccome  emporio  di  ogni 
genere  di  veneziane  nozioni.  Bernardo 
Giustiniani,  De  origine  Urbis  f^enetia- 
ru/n  rehwrque  ab  ipsa  gestìshistoria,  Ve- 
netiis  B.  Benalioi492.  b'rancesco  Sanso- 
vino,  f^enelia  città  nobilissima  et  singo- 
lare descritta  in  Xflf  libri,  Veoetiu 
I  58i  ,  appresso  Jacopo  Sansovino.  Fu 
continuata  dal  can.  Giovanni  Stringa, 
Venetia  città  nobilissima  ec. ,  Venetia 
1  6o4j  presso  Altobello  Salicato,  e  poscia 
nuovamente  dal  prete  Giustiniano  Mar- 
tinioni,  Venetia,  appresso  StetFano  Cur- 
tii663.  Nicolò  Crasso,  Elogia  Patritio' 
rum  vene tor uni,  belli,  pacisque^  artibus 
illustrinm,  Veoetiis  161  2.  Pier  Angelo 
Zeno,  Memoria  degli  scrittori  Veneti 
patrizi,  ecclesiastici  e  secolari,  Venezia 
1 662,6  poscia  più  ampliata,  i  vi  i  744^-  f^i- 
s Loria  della  città  e  repnbblicadircnetia 


462  V  E  N 

(li  Paolo  Morosini  senatore  vcnetìano, 
Veiieliai637,pressoPaololjagIionl.  Vin- 
cenzo M/  Coronelli,  Guida  dc'forastìe- 
rì  sacro-profana  per  la  città  di  l'ene- 
z/rt,  ivi  I  ^oOjCon  pianta.  Domenico  Mar- 
tinelli, Jl  Ritratto  owero  le  cose  più  no- 
tabili di  Venezia, ec.,W\  iyo5,  presso  Lo- 
renzo Baseggio.  Anton  M.'  Zanetti,  An- 
tiche statue  greche  e  romane  che  neW  an- 
tisala della  libreria  di  s.  Marco,  ed  in 
altri  luoghi  pubblici  di  Venezia  si  tro- 
vano,  Venezia  1740:  Diversoruni  Ico- 
num,  etc,  Venetiisi  743.  Marco  Boschi- 
ni,  Le  Miniere  della  pittura,  compen- 
diosa informazione  non  solamente  delle 
pitture  pubhliclie  di  Venezia,  ma  delle 
isole  circom'icine  ,  Venezia   1664.   1  os- 
seo, Vcnelae  Urbis  descriplio,  Venetiis 
1780.  Leopoldo  Cicognara,  Le  Fabbri- 
che più,  cospicue  di  Venezia,  misurate, 
illustrale  ed  intagliate  da'membri della 
veneta  Accademia  delle  belle  rtr//,  Vene- 
zia 181  5;  edizione  liprodoUa  altre  due 
volte  con  notabili  aggiunte  nel  1840    e 
1 858.  Giustina  Renier   Michiel,   Feste 
Veneziane, Venezia 1 827. Federico,  7b- 
pografla  della  città  di  Venezia,  Pado- 
•va  i83i.  //  Fiore  di   Venezia  ossia  i 
quadri,  i  monumenti,  le  vedute  ed  i  co- 
stumi veneziani  rappresentati  in  inci- 
sioni eseguite  da  abili  artisti,  ed  illu- 
strati da  Ermolao  Paolelti ,  Venezia 
1842.  Cerimoniali  e  feste  in  occasione 
d'avvenimenti  e  passaggi  nel  li  stati  del- 
la Repubblica  Veneta  di  Duelli,  Arci- 
duchi ed  Imperatori  dell'augustissima 
casa  d'Austria  dall'anno  1  36 1  ali 797, 
raccolti,  corredati  di  documenti  ed  an- 
notati da   Teodoro    Toderini,  Venezia 
I  857,  tipografia  Martinengo.  L'Indica- 
tore, foglio  e  avvisi  commerciali,  ammi- 
nistrativi, industriali  ed  artistici ,  del 
Bureau  generale  d'affari  in  Venezia, \\\ 
tipografia  del  Commercio  1857.    Guida 
per  tutte  le  sacre  funzioni  che  si  prati- 
cano nelle  chiese  di  Veneziajndnlgenze 
plenarie,orazioni,ec.,Yenez\a  1  857,lipo- 
.grafìa  Marliuengo.  Cardinal  Pietro  Beui- 


V  EN 
hn, Dell' Istor  in  Viniziana,V\ne^\n\55'ì.    \ 
Marc'AnlonioSabellico,  DeVcnetaeUr'    \ 
bis  sita,  Venetiisi493,  per  Albertino  de 
Lisona  vercellense:  Dell'Istoria  Vinizia-j^ 
?ia,  Croniche  che  trattano  dell'origine  din 
J'enezia  e  del  principio  della  città ,  e 
di  tutte  le  guerre  del  mare  e  terra,  tra- 
dotte in  lins^ua  volgare  da  M.  Visconti, 
Venezia  1 554,  '  668.  Dell'origine  di  Ve- 
nezia et  anCupàssinie  memorie  de'  Barba^' 
ri  che  distrussero  per  tutto  il  mondo  l'ini-— 
pero  di  Roma,  ond'ebbe  principio  la  cit-m 
tà  di  Venezia,  W\  1 557. Pietro  Giustinia- 
ni, Historia  rerum  Venetarum,   Vene- 
tiis 1 566.  Donato  Giannotti,  La  Repub- 
blica di  Vinegìa,  Lione  1 570  :  De  Rcpii- 
hlica   Venetoruni,hugd\nn  Bat,  i63i. 
Girolamo  Diedo,  Lettera  in  eia  si  descri- 
ve la  battaglia  navale  seguita  V  anno 
1 57  I ,  Venezia  i  588.  Marco  Guazzo,  Hi- 
storia delle  guerre  di  Maometto  II  im- 
peratore de  turchi  con  la  Signoria  diVe-i 
nelia,  ivi  i  545.  Conlarini, /.^/o/'/fl  dclld 
guerra  di  Se  lini  II  mossa  a'  Veneziani, 
Venezia  1  572:  De  Republica  Venelorum^ 
Lngduni  Bat.  1626,  Elzevir.  Fr.  Stefa- 
no Lusignano,  Chorografta  et  breve  hi' 
storia  universale  dell'  isola  di  Cipro, 
Bologna  1573.  Faroldo,  Annali  Vene- 
ti, Venezia  appresso  Variscoi  577.  P.  E- 
migliani,  Guerre  d'Italia  tra  la  repub- 
blica di  Venetia  e  casa  d'  Austria,  et  il 
re  di  Spagna,  e  duca  di  Savoja  l'  anno 
161  5.   Andrea  Morosini,  Le  imprese  e 
spedizioni  di   Terra-Santa,  e  V acqui- 
sto fatto  dell' imperio  di  Costantinopoli 
dalla  repubblica  di  Venezia,  W\  1627, 
Paolo  Parata,.  Historia  Vinctiana,  Vi- 
netiai645,  presso  Giunti  e  Babà  :  StO' 
ria  della  guerra  di  Cipro,S\eiìa  1 827.  A, 
Vernino,  Historia  della  guerra  di  Dal> 
matia  sotto  il  generalato  di  L.  Foscolo, 
Venetia   1648.  Battista  Nani,   Historia 
della  Repubblica  Veneta,  Venetia  1  676, 
1686:   Legum   Venetarum  compilata^ 
rum  metlìodus,  Venetia    1678.   Istoria 
dell'ultima  guerra  tra'veneziani  e  i  tur 
chi,  nella  quale  si  contengono  i  successi 


VEN 

della  passale  guerre  ne  regni  dì  Candia 
e  Dalmazia  dall'anno  (  64 1  «/ 1 67  i  ,Do  - 
legnai 67G.  Girolamo  Briisoni,  [Ustoria 
dell'  ultima  guerra  Ira  veneziani  e  tur- 
chi dall'  anno  1644  ^^  'Gyij  Bologna 
iGj^.XmìveeiWahevo, Istoria  della  guer- 
ra di  Candia, Yeneiia  iSjCf. Hisloria  /Ve- 
neta di  Alessandro  HI."  f'ianoli,  Vene- 
ria  per  Gio.  Giacomo  Hertz  1680.  iMiclie- 
le  F'oscaiini,  Istoria  della  lìepubhliea 
Veneta,  Venelia  16G6,  presso  Combi  e 
Lanon;  i66q:  colK»  Raccolta  degli  sto- 
rici di  Fenezia,\vi  1  722.  Localelli,/i/o- 
ria  della  veneta  guerra  in  Levante  coti' 
tro  l'  iuìjyero  Ottomano,  Colonia  i  70 5. 
PieUo  Garzoni,  Istoria  della  Repubbli- 
ca di  Venezia  in  tempo  della  sagra  Le- 
ga,  Venezia  1705,  1720.  Degl'  Istorici 
delle  cose  Veneziane,!  quali  hanno  scrit- 
to per  pubblico  decreto,  che  comprende 
le  Istorie  Veneziane  latinamente  scrit- 
te da  31.  A.  Coccio  Sabellico,  A.  Alo- 
rosini,  P.  Parata,  B.  Nani,  M.  Fosca- 
vini ,  P.  Card.  Bembo ,  Venezia  1718. 
Ferrari,  Notizie  storiche  della  lega  tra 
Carlo  V  e  la  Repubblica  di  Venezia, 
ivi  1728.  Giacomo  Diedo,  Storia  della 
liepubblicadi  Venezia  dalla  sua  fonda- 
zione sino  all' annoi  j^jjVenez'vA  1751. 
Marc'Anlonio  Lau"ier,  Storia  della  Re- 
pubblica  di  Venezia  dalla  sua  fonda- 
zione sino  al  presente ,\ eimz'ìa  1759-68. 
Cronaca  Veneta  sacra  e  profona,  Ve- 
nezia presso  i^illeri  1777.  Anton  Giovan- 
DÌ  Bonicelli,  Memoria  storica  intorno  la 
repubblica  di  Venezìa,\vi  1 796.Giacomo 
¥ì\iiìs\,IìJemorie  storiche  de'  Veneti  pruni 
e  secondi,  Venezia  1796;  Padova  18  12. 
Memoria  che  può  servire  alla  storia  po- 
litica degli  ultimi  otto  anni  della  Re- 
pubblica di  Venezia,  Londra  1 798.  Rac- 
■colta  cronologica  ragionata  de'  docu- 
menti importanti  inedili  die  formano  la 
storia  diplomatica  della  rivoluzione  e 
caduta  della  Repubblica  di  Venezia,  Au- 
gusta 1 799;  Firenze  1 800.  Histoire  de  la 
Revolution  de  Venise^et  de  la  diate  de 
la  Republique.  jVliIau  1807.  Labaume, 


VEN  463 

Histoire  abrcgée  de  la  Repnblicjne  de 
Venise,  Paris  181 1.  Pietro  Dan»  mini- 
stro segretario  di  stato  di  Napoleone  I, 
Histoire  de  laRepuì)li(]uc  de  Venise,  Pa- 
ri«  I  8  1 9,  r  822.Traduzioiie  italiana  1 827. 
Altra  fu  impressa  a  Capolago.Sebbene  ge- 
neralmente lodata, alcuni  errori  commes- 
si da  questo  scrittore  furono  rilevali  nel 
1829  dal  conte  Domenico  Tiepolo,  ne' 
suoi  Discorsi  sopra  la  storia  di  Vene- 
zia;  e  da'patrii  storici,  niassime  Cappel- 
letti e  Romanin,  i  qiudi  fecero  altrettan- 
to di  quelli  scritti  da  Laugier.  Luigi 
Carrer,  Anello  di  sette  gemme  o  Vene- 
zia e  la  sua  storia,  Venezia  i838.  Ab- 
bate Giuseppe  Cappelletti,  Storia  della 
Piepubblica  di  Venezia,  ivi  1848,  tipo- 
grafia Antonelli.  Nuovissima  Guida  di 
Venezia  e  delle  isole  della  sua  Lagu- 
na, estera  da  Francesco  Zanotlo,  ec, 
Venezia  presso  Gio.  Brizeghel  tip.  lil.  e- 
ditorei  856.  Del  medesimo,  I Monumen- 
ti sepolcrali  di  Venezia,  Milano  iSSg- 
1847  in  gran  foglio.  Samuele  Bomanin, 
Storia  documentata  di  Venezia,  ivi 
i853,  tipografia  Naratovicli,  in  corso  di 
stampa.  Del  vaedaiMno,  CI' Inquisitori  di 
Stalo  di  Vcnezia,W\  1 858. Antonio  Qua- 
di  i,  Prospetto  statistico  delle  Provincie 
Venete,\enez\a  1  826.Tommaso  Tcinan- 
za  scrisse  %i\\\'  A  nuca  pianta  di  Venezia. 
Quella  del  i5oo  falsamente  fu  attribui- 
ta ad  Alberto  Durerò.  In  6  tavole  tro- 
vasi intagliata  nella  Raccolta  Correr.  Fu 
Antonio  Kolb  di  Noriu^berga  che  h  fece 
eseguile  da  un  tedesco  nel  i497>  ^  "^^ 
i5oo  ottenne  dal  senato  il  privilegio  di 
poterne  introdurre  la  slampa  esente  da 
dazio.  Piante  delle  città  capiluoghi 
delle  Provincie  del  regno  Lombardo 
Veneto,  die  mostrano  la  situazione  Je' 
principali  stabilimenti  civili  e  militari 
in  esse  esistenti,  Milano  1 838,  presso  An- 
tonio Bettalii.  La  Cronaca  di  Milano 
colla  dispensa  de'  29  febbraio  i856  dà 
notizia  de'documcnti  cavati  dall'archivio 
de'  Frari  in  Venezia  da  Enrico  Cornet 
sulle  Guerre  de  Veneti  neU\lsiu,\  ^10, 


46i  V  E  N 

i474>  pubblicali  dui  Teiuller  a  Vienna; 
e  delle  Occhiate  storiche  a  P'enczia^pov- 
late  in  pubblico  da  Gianjacopo  Fontana. 
Colla  dispensa  de' 3o  giugno  di  dello 
anno,  la  Storia  Prenda  espressa  ini5o 
taw)le  inventale  e  disegnale  da  Giusep- 
pe Galteri,  che  lodai  nel  §  IX,  n.  3.  E 
colla  dispensa  de'3o  aprile  fSSy  annun- 
zia, e  con  quella  de'3o  giugno  i858  dà 
contezza  della  Grande  illustrazione  del 
Lomhardo  f'''eneto,  ossia  storia  delle  cit- 
tà, de'horghi,  comuni  e  castelli  sino  a 
tempi  moderni  per  cura  di  letterati  ita- 
liani, compilata  da  L.  Gualtieri  conte 
di  Brenna  e  diretta  da  Cesare  Cantìt, 
Milano  1857.  Già  a'3o  luglio  1 855  avea 
dato  ragguaglio  dell'  opera  :  /  Comuni 
della  Lombardia  e  del  f^eneto  illustra- 
ti sotto  il  rapporto  geografico,  storico, 
statistico  ^coniniercialc,ecclesiastico, ani- 
ìninistrativo  da  M.  Fabi,  Milano,  tipo- 
grafia di  Domenico  Salvi  i855.  Inoltre 
la  Cronaca  di  Milano  nella  disp.  17.'  del 
i858  a  p.  809,  ne  istruisce  cheandava- 
si  a  pubblicare  in  Milano  i  Monumenti 
artistici  e  storici  delle  Provincie  Vene- 
te. Mi  vado  giovando  degli  Annali  delle 
Province  Fenete  dall'  anno  1 80  t  al 
i84o  di  Fabio  Mulinelli,  Venezia  dalla 
tipografia  di  G.  B,  Merlo  i843.  Storia 
eie' SetteComuni  e  contrade  annesse,dal- 
la  loro  origlile  sino  alla  caduta  della 
Repubblica  Feneta',scritta  dall' ah.  Mo- 
desto lionato,  Padova 1 858.  Il  Giorna- 
le di  Roma  sulle  provincie  Lombardo- 
Venete  riporta  le  seguenti  notizie.  A.  p. 
ili  del  i85i  :  V  Ordinanza  Imperiale 
de  3i  dicembre  i85o,  con  cui  vengono 
stabiliti  i prìncipii fondamentali  sull'or- 
ganizzazione definitiva  dell'  autorità 
politico-amministrative  nel  regno  Lom- 
bardo-Fcneto.  Si  ricava  da  questo  do- 
cumento, che  il  regno  quanto  all'ammi- 
nistrazione politica,  rimane  diviso  come 
piiina  in  territorio  Lombardo,  e  in  ter- 
ritorio Veneto.  Alla  lesta  dell'ammini- 
strazione del  lenitorio  Lombardo  e  del 
Veneto  stanno  i  luogolenenli,  i  quali  deb- 


VEN 

l)ono  risiedere  rispellivamenle  in  Mlla-I 
no  e  in  Venezia.  1  luogotenenti  sono  im- 
mediatamente  soggetti  al  ministero.  In 
Milano  e  in  Venezia,  per  provvedere  al 
servigio  di  pubblica  sicurezza  in  queste 
città  e  ne'loro  prossimi  dintorni,  vengo- 
no istituite  prefetture  di  polizia  (prefet- 
ture dell'ordine  pubblico),  le  quali  sono 
immediatamente  soggette  al  luogotenen- 
te. Il  territorio  amministrativo  Lom- 
bardo e  Veneto  è  diviso  in  provincie,  le 
quali  avranno  il  nome  dal  loro  capoluo- 
go. 11  territorio  Lombardo  si  divide  nel- 
le provincie  di  Milano,  Bergamo,  Bre- 
scia, Como,  Cremona,  Lodi,  Mantova^ 
Pavia  e  Sondrio:  ed  il  territorio  Vene- 
to in  quelle  di  T^enezia,  Belluno,  Pado- 
va, Rovigo,  Treviso  ,  Udine,  Verona  e 
Vicenza.  L'  acnministrazione  delle  pro- 
vincie è  diretta  e  condotta  dal  delegato  : 
egli  ha  1(1  sede  d'  ullicio  nel  capoluogo 
della  provincia,  ed  è  soggetto  immedia- 
tamente al  luogotenente.  Le  provincie 
sono  divise  in  distretti,  corrispondenti  al- 
le preture  o  distretti  giudiziari.  In  essi 
trattano  gli  affari  amministrativi  i  com< 
missari,  i  quali  dipendono  direttamente 
daMelegati.  I  preposti  all'autorità  ammi- 
nistra vo-politiche  sono  responsabili  di 
tutto  l'andamento  degli  alfari.  Ne' casi 
d'impedimento,  e  in  quanto  l'autorità  su- 
periore non  disponga  altrimenti,  le  veci 
del  luogotenete  si  fanno  dal  i."  consigliere 
della  luogotenenza  ,  quelle  del  delegato 
dal  vice-delegato,  e  quelle  del  coramis- 
sariodistreltuale  dall'aggiunto.  L'ammi- 
nistrazione politica  appartiene  in  autori- 
tà suprema  al  ministero  dell'interno. 
Quale  argomento  d'onore  per  Venezia, 
per  le  provincie  Lombardo-Venete,  e  per- 
ciò per  r  Italia,  la  Gazzetta  di  Venezia, 
tolse  dal  Corriere  Italiano,  ed  il  Gior- 
nale di  Roma  del  i853  pubblicò  a  p. 
i54,  i  seguenti  passi  del  discorso  pro- 
nunziato dal  barone  di  Czoernig  nell'at- 
to che  cominciavano  in  Vienna  le  discus< 
sionì  della  commissione  centrale  per  la 
conservazione  de'mouuiueuti  archilellu- 


VEN 

nici  dell'Austria.»  Nella  pianura  del  Po, 
iifll'Italia  superiore,  sviluppossi  per  tem- 
pissimo la  vita  politica  de' tempi  moder- 
ni ,  menti  e  il  genio  [)er  le  arti  e  l'attivi- 
tà artistica  colà  giammai  s'estinsero  del 
tutto.  I  molti  principi,  arrivali  colà  al  pò- 
teie,  piacevansi  nel  superarsi  I'lim  l'altro 
in  sontuosità,  e  impiegavano  molti  artisti 
al  loro  servizio.  Del  pari  gareggiavano 
tra  loro  gli  opulenti  patrizi  delle  susse- 
guile repubbliche  cittadine.  iVe  sono  pro- 
va i  palazzi  Visconti  di  Mdano,  Scalige- 
ri di  Verona,  Carrara  di  Padova,  come 
non  meno  gì'  inntimerabili  palagi  delle 
stirpi  nobili  e  de'  municipi  delle  città 
dell'alta  Italia,  segnatamente  i  magnifi- 
ci edilìzi  di  Palladio.  Il  più  superbo  mo- 
numento architettonico  di  tutti  i  tempi 
e  di  tutto  l'orbe  terracrpieo  rifulge  nel- 
la Laguna  ,  dove,  su  fondamenti  artifi- 
ciali, superba  d'incomparabile  bellezza, 
soige  dalle  acque  Venezia,  la  città  com- 
posta tutta  di  templi  e  palagi.  In  questo 
santuario  d''architettura  s'olFreallosguar- 
do  stupefatto  la  piazza  di  s.  Marco,  i  cui 
contorni  radìgurano  la  storia  e  lo  stile 
arcbilellonico  di  un  millennio,  median- 
te ingegnosi  monumenti,  i  quali  vanno 
forniti  di  quasi  luttociò  che  il  genio 
creatore  dell''uorao  seppe  produrre  sotto 
le  pili  nobili  forme,  dalle  materie  più  ra- 
re d'Oriente  e  d'Occidente,  e  col  dispen- 
dio continualo  per  vari  secoli  di  milioni 
e  milioni.  La  torre  di  s.  Marco,  costrui- 
ta ()  secoli  or  sono,  s'erge  tuttodì  snella 
uellospazio;  e  oggi  ancora  rifulge  di  pro- 
pria bellezza,  (piale  monumento  ottima- 
mente  conservato,  il  palazzo  ducale  che 
comprende  in  se  una  parte  considerabile 
delia  storia,  e  ricorda  l'arte  maurica.  Se 
le  semplici  e  modeste  basiliche  ,  che  da- 
tano da' primissimi  tempi  dell'introdu- 
zione del  cristianesioio,  tracciano  nell'Au- 
stria e  nell'  Ungheria  la  strada  battuta 
d^Uo  stile  bisanlino,  unitamente  alle  dot- 
trine dell  Evangelio,  la  basilica  di  s.  Mar- 
co a  V  enezia,  specchiando  altre  condi- 
zioni, rifulge  di  magico  splendore ,  e  la 


VEN 


465 


sua  architettura  mauro-bisantina  ,  gra- 
zie al  commercio  fiorente  de' veneziani  e 
alla  loro  potenza  politica  nell'oriente,  fu 
completata  collepiìi  rare  colonne  di  mar- 
mo, colle  più  preziose  statue  e  col  [)iù 
ricco  addobbo  d'oro.  In  nessun  altro  sito 
forse,  sopra  uno  spazio  egualmente  ri- 
stretto, trovasi  egual  numero  di  chiese 
d'ogni  stile,  d'ogni  gusto  e  di  svariata 
bellezza  come  nella  Lombardia  e  nel  Ve- 
neto. Dalle  chiese  longobarde  di  s.  Mi- 
chele e  s.  Teodoro  di  Pavia,  scevere  d'o- 
gni arte  ,  dalla  veneranda  metropoli  di 
s.  Ambrogio  a  Milano,  che  data  dal  IS 
secolo,  e  dal  duomo  di  Monza,  la  cui 
fondazione  risale  a  Teodolinda,  i.*  regi- 
na cattolica  de'Iongobardi,  e  dalla  vetu- 
sta chiesa  di  s.  Zenone  a  Verona,  quale 
un'immensa  quantità  di  edifizi  sagri  noa 
s'offre  allo  sguardo  in  quel  paese,  sino 
alla  cattedrale  di  Cremona  colla  sua  tri- 
plice facciata  e  colla  più  alta  torre  di 
tulta  Italia,  sino  a'capolavori  di  Palla- 
dio, le  chiese  del  Redentore  e  di  s.  Gior- 
gio a  Venezia,  sino  alla  chiesa  di  s.  Giu- 
stina a  Padova,  che  colla  sua  semplicità 
e  maestosa  grandezza  supera  tutte  le  al- 
tre, sino  all'antico  leuìpio  divino,  il  più 
sontuoso  e  fornito  d'opere  d'arte,  la  Cer- 
tosa [)resso  Pavia,  costruita  egualmente 
in  isti  le  alemanno  come  il  duomo  di  Mi- 
lano (dice  l'ottimo  giornale  di  Mdano  la 
Bilancia  de"  io  agosto  i858:  il  nostro 
duonvo  è  un  magnifico  quadro  senza  cor- 
nice; ora  per  benefica  disposizione  so- 
vrana, la  cornice  sarà  fatta  anch'essa  ... 
mediante  lotteria  produttrice  d'otto  mi- 
lioni di  lire.  Si  dovranno  acquistare  e 
atlerrarediversi  edifi/.i  ...La  nuova  piaz- 
za dovrebb'essere  combinata  in  modo  che 
possano  senza  inconvenienti  pel  transito 
edificarsi  lateralmente  alla  facciala  del 
duomo  le  due  torri,  che  ilovrebbero  ser- 
vire di  campanili  e  d'orologio,  e  compie- 
re degnamente  e  grandiosamente  la  fron- 
te di  quell' ammirabile  monucnento.  In 
breve  teuìpo  Milano  vedrà  attuarsi  im- 
mensi lavori  di  edifizi)  e  la  cattedrale  di 


466  YEN 

Como!  "Lo  Stalo  personale  del  Clero 
{iella  città  e  diocesi  di  J'enezia,  regi- 
slra  puri  i  vescovati  del  regno  Loaibar- 
tlo- Vendo  nel  seguente  modo.  Tacerò  i 
nomi  de'rispeltivi  pastori  e  vicari  capi- 
tolari o  generali.  Mclropoll patriarcale  e 
priinaziale  di  fenezia:  Adria,  Belluno 
e  Feltre  unite,  Ceneda,  Chioggia,  Con- 
cordia, Padova,  Treviso^  Verona,  Vi- 
cenza. Metropoli  di  MUano:  Bergamo, 
Brescia,  Conio,  Crema,  Cremona,  Lo- 
di, Mantova,  Pavia.  Arcivescovato  d' U- 
dine.  U  imperatore  d'  Austria  s'intitola 
redi  Lombardia  e  di  Venezia.  Congiun- 
te le  Provincie  Venete  alle  Lombarde,  e 
formanti  il  regno  Lombardo- F eneto  , 
dell'une  e  dell'altre  più  voile  dovetti  par- 
larne, cosi  di  loro  statistica,  strade  ferra- 
te e  telegrafi;  e  per  quanto  altro  dovrò 
dire  nel  §  XX,  mi  permisi  in  questo  pe- 
riodo alquante  parole.  Ne'numerii  i  del 
§  X  e  2  del  §  XV,  ho  riportato  la  sovrana 
disposizione  stdia  conversione  doU'acca- 
demie  di  Venezia  e  di  Milano  in  sezioni 
degli  Istituii  delle  scienze,  lettere  ed  arti 
esistenti  nelle  medesime  cillà.Nel§  XVI, 
n.i,  parlai  della  statistica  della  popola- 
zione. Anzi  per  la  stretta  relazione  che 
liaimo  con  quesl'  articolo,  oltre  i  ricor- 
dati e  altri  cenni  fin  qui  sparsi,  altri  più 
iuleressanti  e  storici  riferirò  né'  §§  XIX 
e  XX  sulle  Provincie  Lombardo- Vene- 
te. Queste  sono  state  qualificate  di  recen- 
te dall'  arciduca  Ferdinando  Massimilia- 
no. »  In  questi  paesi  la  rapida  intelli- 
genza e  la  squisitezza  del  tallo  morale 
non  sono  un  privilegio  di  pochi,  ma  si 
una  dote  quasi  comune  ". 

§  XVIII.  Isole  della  Laguna,  provin- 
cia e  distretto  di  Venezia,  descrizio- 
ne di  33  di  esse.  Notizie  di  29  isole 
della,  medesima  rovinate  o  distrutte, 
colle  principali  loro  memorie. 

Coronano  Venezia,  quale  regiaa  delle 
propiieacque,oltrea  25  isolelte  (neenu- 
iiìererò  anche  deiraltre),  dice  il  Diziona- 


VEN 

rio  geografico  veneto.anlichee  celebrale, 
ed  abbelliscono  in  modo  romantica  la  La- 
guna. E"  un  incanto  il  veder  sorgere  de- 
gli edifiii  in  mezzo  all'acque,  senza  lem- 
bo di  terra  che  apparisca  sostenerli.  Le  ■ 
sorelle  isolette  che  circondano  Venezia, 
quasi  ancelle  la  regina  loro,  concorde- 
mente offrono  asilo  di  pace,  d'amena  so- 
litudine, di  silenzio  e  di  pia  e  morale 
meditazione.  L'ordinario  silenzio  delle 
varie  isolelte  della  Laguna,  un  tempo 
veniva  interrotto  da  as»ai  maggior  nu- 
mero di  pietosi  cantici  de'  religiosi  d'ara-  1 
bo  i  sessi  che  le  abitavano,  unendoli  al 
mugghio  terribile  delle  tetnpeste,  e  con- 
tempi indole  con  quella  stessa  impertur- 
babilità con  cui  già  mirata  a  veano  quella 
del  loro  cuore.  Il  forastiero  chegiunga  da 
qualsiasi  lato  a  questa  meravigliosa  cit- 
tà, resta  preso  da  insolito  stupore  e  di- 
letto, all'aspetto  anche  dell'isole  nel  se- 
no dell'azzurra  Laguna  ,  e  come  fossero 
ivi  collocate  per  isceinare  la  noia  del  lun- 
go cammino  dell'acqua.  Le  descrissero 
diversi,  come  il  p.  Coronelli  nel  suo  Iso- 
larlo, stampalo  in  Venezia  nel  1 6q6,  e  le 
più  ragguardevoli  l'opuscolo  ànSiti  pit- 
lorescìii  e  prospettivi  delle  Lagune  Ve- 
nete. Una  bella  pianta  della  Laguna,  eoa 
quella  di  Venezia  divisa  da'canali  e  cir- 
condala da  tulle  l'isole  coi  rispettivi  no- 
mi ,  e  un'indicazione  della  forma  de* 
principali  edifizi,  oltre  una  breve  descri- 
zione, trovasi  a  p.  65  deW Isole  pili  fa- 
mose del  mondo  ,  descritte  da  IVioma^ 
so  Porcaccìii  da  Castiglione  aretino,  e 
intagliate  da  Girolamo  Porro  pado- 
vano. In  Venelia  appresso  Simon  Gali- 
guani  1 576.  Siila  pure  di  Bernardino 
Zendrini  celebre  idraulico  bresciano  e 
matematico  della  repubblica  di  Venezia, 
Memorie  storielle  dello  stato  antico  e 
moderno  delle  Lagune  di  Venezia  e  di 
que' fiumi  die  restarono  divertiti  per  la 
conservazione  delle  medesime,  Padova 
«ella  stamperia  del  Seminario  181 1.  A- 
vea  concepito  il  divisamento  di  segnare 
in  un  silo  conveniente  delia  Gìudecca 


V  E  N  YEN  4G7 
iiiirt  grande  meridiiina  a  somiglianza  di  denominala  Claudia  Angusta  giiingeva- 
qiiella  di  Bologna  ,  ma  egli  moiì  nel  no;  i  (juali  viandanti  senza  peicorrere  la 
i  1747  pi'i'Uii  d'aver  polnlo  tdelluare  la-  Itiiigliissima  Emilia  Allinate  e  quindi  la 
!  Jedi.segno.  Le  Lagune  fmono  considerale  l'ianiinia, più  sollecitamente  potevano  ve- 
le moia  della  cillà  di  Venezia, e  [)erciò  le-  tieie  Roma  e  l'altre  parli  mei  idionidi  d'I- 
nule inviolabili,  onde  sene  avea  gelosissi"  lalia.  Da  Inllociò  agevolmenle  si  può  de- 
ma  cura,  come  può  vedersi  in  Ronipiasio,  durre  di  qnal  importanza  pel  commercio 
Jh'todo  del  Collegio  e  Magistrato  del-  e  per  le  comunicazioni  fra  Roma  e  i  set- 
/'y^f(y»e,  Venezia  1733.  Dissi  già  altrove:  lenlrionalisnoi  possedimenti  fosse  Aitino, 
La  benigna  nalura,accioccliè  Venezia  non  posta  a  cavaliere  tli  due  delle  principali 
fosse  dal  mare,  quando  es-,o  infiuia,  in-  strade  dell' inipero,  e  intanla  vicinanza 
gliiotlita  oaluienoe  non  infrequenlemen-  del  mare.  Inoltre  Aitino  stava  in  mezzo 
te  rovinata,  ne  alzò  a  valido  riparo  e  op-  di  campagne  uberlosissime,  ederiicircon- 
portuno  presìdioalcuneisulett'C',che  lefàn-  data  d'amenissime  ville.  Ora  se  lauto  vh- 
no  come  scudo  e  la  fronteggiano  da'suoi  cino  all'isolelte, su  cui  presentemente  s'cr- 
furori,  quasi  senlinelle  avanzate.  Le  isole  gè  Venezia,  ritornavano  al  Campidoglio 
poi  su  cui  è  fondala  Venezia  erano  abitate  per  l'Emilia  Allinate  le  legioni  italiane 
a'iempi  romani  ;  diverse  si  congiunsero,  vincitrici  degl'istrii,  de'liburnii,  dc'giapi- 
jillrc  restarono  separate  da'canali  interni,  di,  degl'illirii,  de'dalmali  e  de' popoli  nor- 
il  che  die  origine  alle  contrade  ed  a'  se-  dici;  se  numerose  le  orierariaee  ìeciirsO' 
stieri.  A  meglio  dislinguere  tali  isole  da  riae  cariche  di  merci  e  di  viaggiatori  lor 
quelle  di  cui  in  questo  §  intendo  ragiona-  si  appressavano  onde  progredire  a  Ra- 
re, credo  opportuno  col  cav.  Mulinelli,  venna; se  feraci  campi  e  deliziosissime  vil- 
Di'l  Costume  f'eneziaiio,  aggiungere  al-  le  poco  ad  esse  erano  distanti;  non  pote- 
<:une  altre  nozioni.  Da  R.on)a  capitale  vano  queste  isolette  esser  ignote,  spopo- 
tleilimpero  romano  dipartivasi  la  famo-  Iole  e  deserte.  L'abitavano  pescatori,  sa- 
sa  Strada  Flaminia,  la  quale  a  Riniini  linarnoli,  coltivatori  d'orli  e  cacciatori,  e 
j)rendeva  il  nome  d'Emilia,  e  passando  a  fors'anco  persone  di  più  elevala  condizio- 
Bologna,  a  Modena  e  a  Sermide,  ividivcr-  ne:  allietlanto  dicasi  dell'isole  ciicostan- 
lendosi  pel  vico  Variano  e  per  Anejano,  ti  a  Venezia  ,  per  quanto  in  esse  si  rin- 
e  ciò  per  le  molte  paludi  che  allora  da  venne  negli  scavi,  e  pel  riferito  dal  Fi- 
Sermide  sino  al  mare  si  protendevano,  \\i\i\.  Saggio  sull'antico  commercio,  sul- 
arrivava  poi  ad  Este  a' piedi  de' monti  l'ar  li  e  sulla  marina  de\>eneT.{ani.Qoan' 
Euganei,  castello  illustre  per  aver  dato  il  do  dunque  i  popoli  d'Italia  fuggenti  dal- 
liome  agli  antichi  duchi  di  Ferrara  e  al-  le  spade  de'goli  e  degli  unni  si  ripararo- 
la  regnante casaEslense  di  J/of/tv;*?.  Ginn-  no  per  sicurezza  in  quest'isolette,  non  le 
ta  coM  la  via  nelle  Venezie,  oltre  il  non»e  trovarono  certamenle  spopolale  e  deser- 
d'Emilia  assumeva  pur  quello  d'  Altina-  le,  altrimenti  non  avrebbero  potuto  man- 
ze, poiché  per  Abano,  Padova,  Slrù,  O-  tenervisi  a  lungo.  Giunti  pertanto  sulla 
l'iago,  Mestre,  Cavernago  e Can>pallo, cor-  breve  terra  delle  Lagune,  loro  rucca  ine- 
rendo sempre  kmghesso  la  Laguna,  uìel-  spugnabile,  perchè  li  pose  al  sicuro  d'  o- 
teva  capo  ad  Allino[>ev  [)roseguire  poi  ad  gni  oltraggio  de'barbari,  i  quali  privi  di 
Acjuileia  ove  terminava.  In  Aitino  erano  navilio  e  di  cognizioni  per^upplirvi  non 
sempre  pronte  barche  leggere  da'romani  poterono  inseguirli  ;  ivi  stabilitisi,  respi^ 
dette  c«/\yo/-;tìre  e  o/2e/v//iV/e,  le  quali  Ira-  rarono  i  profoghi  aere  assai  più  mite 
versando  la  Laguna  Irasporlavano  a  Ra-  della  terraferma,  perchè  di  mollo  eiel- 
veiiua  tulli  coloro  che  dalla  Germania  e  Iricismo  cooìpostoa  cagione  dell'alia  in- 
allri  paesi  seltenlriouali  ivi  per  l'altra  via  fìammabile  che  in  copia  si  sprigiona  dal 


468 


V  E  N 


fonilo  dell'acque.  In  alcune  isolelte  v\n- 
\enneio  un  suolo  solido,  solforato  ,  cal- 
careo, sparso  di  tritume  di  crostacei  e  di 
Aegetal)ili  disciolli;  in  altre  uu  molle  e 
limaccioso  suolo,  perchè  operato  da  se- 
tlirnenli  fluviali  e  marini.  Le  prime,  co- 
me più  elevate  ,  si  cliiamaroiio  loinhcy 
dalla  voce  greca  tyniboa,  significante  tu- 
mulo o  muccliio  di  terra;  le  seconde  più 
basse  per  la  melma  (belletta  o  terra  ch'è 
nel  fondo  delle  paludi,  de'fossi  e  de'Hu- 
mi)  ond' erano  conjposte,  si  dissero  im- 
propriamente veline.  Anche  al  presente 
Si  uìanifesta  la  diversa  natura  e  livello 
del  suolo,  quando  per  lo  scirocco  il  ma- 
re gonfiandosi  talvolta  allaga  la  città,  ri- 
manendo allora  alcuni  siti  del  tutto  inon- 
dali, e  altri  interamente  asciutti.  Un  fiu- 
me pa>sava  presso  queste  isolette,  detto 
d'  ideimi  liialto,  derivante  da'colli  Euga- 
nei, ma  realmente  era  il  Brenta,  la  cui  ac- 
qua ridondante  era  vi  spinta  dal  flusso  ma- 
rittimo, ed  avea  per  alveo,  siccome  veni- 
va dalla  terraferma  per  Fusina  ,  quello 
stesso  canale  che  or  dicesi  delia  Giudec- 
ct,  per  cui  si  avviava  al  porto  rapido  e 
torbido  nelle  basse  maree  lungo  altre  iso- 
lette, presso  s.  Marta,  s.  Nicolò  de'  Me»- 
dicoli  e  s.  Raif.ieie,  in  maniera  di  uimac- 
ciarle  di  corrodimento;  laonde  a  preser- 
varle dal  suo  empito,  fu  d'uopo  d'innal- 
zare colà  un  argine,  ancora  detto  Argine 
(li  s.  Nicolo  e  di  s.  Marta.  Essendo  l'iso- 
Jette  denominate  tombe  più  elevate  del- 
le i'f?//«f,  saranno  state  esse  le  sole  da 
prima  abitale;  ma  colla  venuta  de'fuggi- 
livi  accresciutasi  la  popolazione,  fu  ne- 
cessario render  utili  e  abitabili  anche  le 
velnit.  A  tal  fine  si  die  tosto  mano  ad  a- 
sciiigarle,  innalzarleeconsolidarle,  mercè 
del  loto  e  della  sabbia  scavata  da'  canali, 
la  quale  circondata  di  siepi  dava  pur  es- 
sa UM  terreno  meravigliosamente  atto  al- 
la coltura  delie  viti,  alla  seminagione  del 
fruiMento,  ed  a  qualunque  altra  coltiva- 
zione, che  avea  la  più  felice  riuscita  per 
l'uria  marina,  ottima  a  sollecitare  la  ve- 
yetuzione  delle  piaQte.  Tutte  queste  isolet- 


VEN 

te  avranno  STuto  nomi  propri,  tultavol- 
ta  con  un  solo  generale  troransi  chia-, 
mate  alquante  di  esse,  ancorché  fra  loro! 
molto  distanti.  Tali  sono  le  isole  sulle  quali! 
surse  Venezia,  diverse  d.i  quelle  da  lei' 
alquanto  separale  e  distanti:  dell'une  e 
dell'altre  duo  poi  alquante  altre  parole 
nel  §  XIX,  n.  i  e  2.  Di  lutto  non  a- 
vea  abbastanza  parlato  di  sopra  nel  §  I, 
n.  3,  e  nel  §  XVI f,  n.  3.  Quanto  all'iso-i 
le  circostanti,  vado  a  ragionare,  secondo 
r  orduie  tenuto  dal  ricordato  Diziona- 
rio, sino  e  inclusive  al  n.  27.  Della  La- 
guna Veneziana,  in  antico  chiamita  E' 
stnario  Aitino,  e  dello  stato  artificiale 
della  Laguna,  tenne  proposito  nella  Me- 
moria D.  Sacchi.  Eccomi  dunque  a  fare 
una  passeggiata  in  gondola  per  la  La- 
guna, all'isole  di  Venezia,  per  visitarle  e 
descriverle,  cominciando  dalla  seguente, 
ch'è  la  più  cospicua  e  la  più  vicina  alla 
città  per  essere  ia  faccia  alla  Piazzetta 
di  s.  Marco. 

I. S.Giorgio  Maggio re,vo\^!ìvaìenle s. 
J^orz/.Ne'tempi  remoti  quest'isola.che  me- 
glio meritava  partecipar  della  città  che  la 
men  prossima  Giudecca,era  una  semplice 
salina;  e  nel  cominciar  delsecolo  IXolfriva 
una  vigna,  e  un  boschetto  di  cipressi  da' 
quali  pigliava  nome,ed  un  molino  in  servi- 
zio del  palazzo  ducale,  al  riferire  del  eh. 
Giovanni  Bernardini  descrittore  dell'iso- 
la, neìUbvo  de'Siti  pilloresclii  delle  La- 
gune; e  del  Dizionario  geografico  uni- 
versale. E'  l'isola  la  più  vicina  a  Venezia 
e  la  più  cospicua  delle  Lagune  :  in  essa 
tutto  spira  grandezza  e  nobiltà.  Ivi  la  fa- 
mìglia Badoara  fondò  nel  secolo  IX  una 
chiesa  sotto  I*  invocazione  di  s.  Giorgio 
martire,  o  come  vuole  il  Bernardini  nel 
978  e  da  Vitale  Candido,  non  tacendo 
il  riferito  dal  Corner;  e  sino  dalla  sua  o- 
ngine,  la  dichiarò  proprietà  della  basi- 
lica di  s.  Marco.  Continuò  in  tal  sogge- 
zione finché  tornato  in  Venezia  d  d  mo- 
nastero di  Gussano,  Giovanni  Morosi - 
ni,  ove  col  di  lui  suocero  s.  Pietro  Orseo- 
lo  già  doge,  avea  professata  la  regala  di 


V  EN 

s.  lìenedelto  (di  che  mci-lio  ripailo  nel 
n.  19  tli  (|uesto  §,  e  nel  §  XIX,  dogailo 
23.°),  e  desideroso  d' islituire  uell;»  sua 
pallia  un  inonailero  di  queirausteia  os- 
servanza appresa  in  Cussano  ,  nel  c)02 
jmpelrò  e  otlenne  all'uopo  dal  doge  Tri- 
buno Menimo  l'isola  e  la  piccola  chiesa 
di  s.  Giorgio  coll'acque  e  paludi  circonvi- 
cine, e  dalla  pubblica  lìberaiilà  alcune 
possessioni  per  alimento  de'nionaci  e  de- 
gl'inservienti. Il  doge  dichiarò  la  chiesa  e 
il  nnonastero  esenti  da  qualunque  giuris- 
dizione, e  di  assoluto  dominio  de'u)onaci 
abitatori.  Divenuto  il  iMorosinl  i ,°  abba- 
te, vi  fabbricò  un  assai  capace  nionaste- 
ro,  e  tosto  vi  professarono  la  regola  di  s. 
benedetto  moltissimi  giovani  delle  pili 
illustri  famiglie,  fra'quali, secondo  alcuni^ 
nel  991  lo  slesso  doge  Meinmo  fondato- 
re dell'abbazia,  anzi  lo  dicono  colla  sua 
famiglia  proprietario  dell'isola  di  s.  Gior- 
gio, e  perciò  prima  era  chiamala  ìMtm- 
mia,  ed  anche  Isola  dc'Cipiessi.  Secon- 
do il  Dandolo  e  altri  accreditali  cronisti, 
non  in  s.  Giorgio,  ma  fra' religiosi  di  s. 
Zaccaria  fu  costretto  dalla  sedizione  po- 
polare a  vestirsi  monaco  e  ivi  restò  se- 
jK)lto.  E'  però  indubitalo  che  1'  abbate 
Morosini  ha  il  maggior  vanto  d'aver  con- 
ferito l'abito  monastico  a  s.  Gerardo  Sa- 
gredo  poi  3."  e  santo  abbate  di  s.  Giorgio, 
vescovo  e  martire,  come  già  ho  riferito  al 
suo  luogo.  Morì  l'abbate  Giovanni  Moro- 
sini nel  {  o  I  2  con  tal  riputazione  di  santità 
ch'è  (pialifìcato  beato.  Il  monastero  suc- 
cessivamente divenne  possessore  di  pin- 
gui rendite,  e  l'imperatore  Etnico  V  a 
istanza  dell'abbate  Tribuno  Memmo  gli 
concesse  molti  e  ampli  privilegi.  A  que- 
ste temporali  esenzioni,  aggiunsero  gran- 
di prerogative  spirituali  alcuni  Papi,  poi- 
ché Calisto  li  nel  i  i23  esentò  l'abbate  e 
tutta  la  comunità  da  qualunque  giurisdi- 
zione di  vescovi,  e  soltometleudo  il  mo- 
nastero immediatamente  alla  s.  Sede,  im- 
pose a  favore  del  palazzo  Laleranense 
l'aimno  censo  di  due  monete  tl'oro.  Indi 
Innocenzo  il  Lullo  coufermò,  con  uuuvi 


V  E  N  469 

privilegi.  La  reputazione  dell'esemplaii- 
là  cui  risplendevano  i  monaci  ,  gitmta  a 
notizia  di  Michiel  arcivescovo  t;reco  di 
Lemno,  l'eccitò  nel  ii36  a  donare*// 
g  raii  monastero  del  gran  martire  s.  Gior' 
già  di  Fenezia,  uu  oratorio  dedicato  a 
s.  Biagio  con  piccola  abitazione  contigua, 
onde  fabbricarvi  ima  chiesa  ad  onore  di 
s.  Giorgio,  coU'annuo  censo  all'arcive- 
scovo di  Lemno  di  due  misure  d'olio,  ^el 
1  145  il  doge  Polani,  coil'assenso  de'giu- 
dici  e  popolo  di  "Venezia  concesse  al  mo- 
nastero la  chiesa  di  s.  Giorgio  e  alcune 
rendile  pos^edute  dalla  nazione  vene- 
ziana, in  Ptodosto  città  di  Francia.  Nel 
1  149  acquistò  in  Costantinopoli  la  chie- 
sa di  s.  Marco  d'Emboli  e  alcuni  pode- 
ri; e  quella  di  s.  Maria  de'  Monti  presso 
Capo  d'Istria.  Inoltre  in  Rodosto  dall'ab- 
bate di  s.  IMai  ia  d'Adiianopoli  fu  d(;uato 
al  monastero  la  chiesa  di  s.  Maria  nel 
I  1  Sy.  Pervenuti  in  Venezia  nel  i  177  Pa- 
pa Alessandro  ili  e  l'  imperatore  Federi- 
co 1  .  a  istanza  del  doge  confermarono 
tutte  le  donazioni  e  privilegi  goduti  <lal 
monastero  di  s.  Giorgio.  Il  doge  Seba- 
stiano Ziani  sentendosi  vicino  a  morire, 
si  fece  portare  nel  monastero,  di  cui  era 
benefattore,  e  vi  rese  l'  anima  a  Dio  a 
i3  aprile  1178,6  fu  onorevolmente  se- 
pollo:  è  opinione  d'alcuni,  che  prima  di 
morire  volle  vestirsi  delle  lane  di  s.  Be- 
nedetto e  professarne  la  regola.  La  repub- 
blica gli  donò  il  monastero  di  Panlepo|)ti 
di  Costantinopoli.  Onorio  III  nel  1224 
nuovamente  esentò  il  monastero  di  s. 
Gioigio  Maggiore  da  qualunqvie  giuris- 
dizione del  patriarca  di  Grado  e  del  ve- 
scovo di  Castello,  confermandone  e  au- 
Dientandone  i  privilegi. Morendo  nel  1229 
il  doge  Pietro  Ziani,  reslauratoredel  mo- 
nastero rovinato  dal  terremoto,  vogliono 
alcuni,  che  prima  vestisse  l'abito  Itene- 
dettino,  e  fu  deposto  nel  monastero.  L'im- 
j)eiatore  Federico  II  si  recò  nell'isola,  cou- 
feriuò  il  diploma  dell'avo  Federico  I,  e 
ne  accrebbe  1'  esenzioni.  Quindi  i  Papi 
Gregorio  IX,  lunoceuzo  iV,  Clemeule 


470  V  E  N 

IV,  Gregorio  X,  Martino  IV,  Nicolò  IV, 
Clemente  V  e  Giovanni  XXII  couferDia- 
lono  tulle  le  pieiogalive  ed  esenzioni. 
La  pietà  (lell'abbale  Marco  Dollani  l'ni- 
clusse  a  foiiclaie  nell'isola,  non  lungi  dal 
nionaslero,  un  o<[)izio  di  carila  pei  acco» 
gliervi  i  pellegrini,  che  si  recavano  a  ve- 
nerare il  copioso  tesoro  delle  ss.  Reliquie 
die  possiede  la  chiesa,  ond'è  unode'piì^i 
celebri  santuari  della  città;  nel  luogo  cioè 
ove  poi  si  formò  il  monaslero  serafico 
delle  vergini  di  s.  !\Iaria  della  Grazia. 
Frattanto  per  la  continunzione  di  cose 
tanto  prospere  al  monastero,  e  per  1'  as- 
senza degli  abbati,  di  fi  equente  adoperati 
da'  Pa[)i  con  apostoliche  commissioni  e 
in  cariche  ecclesiastiche,  l'osservanza  re- 
golare andò  molto  decadendo;  per  cui 
l'abbate  Giovanni  IMichieli,  giovane  as- 
sai virtuoso,  pose  ogni  studio  per  farvi  ri- 
finì ire  l'antica  disciplina,  e  fu  aiutato  da 
Alessandro  V;  e  si  astenne  poi  di  recaisi 
al  concilio  di  Costanza,  per  non  abban- 
donare l'intrapresa  riforma  e  le  nuove 
costituzioni,  facendoci  rappresentare  dal 
■vescovo  Ton)m  iso  Tonuisini  di  Cillano- 
va  nell'Istria.  Questo  prelato  nel  giugno 
i4'9  consagrò  la  chiesa  soUo  il  titolo 
de' ss.  Stefano  protomartire  e  Giorgio 
martire.  Avendo  il  pio  abbate  Michieli 
ridotto  i  monaci  a  perfetta  osservanza, 
per  consolidarla  si  voleva  unire  alla  ce- 
lebre rifoima  operala  in  s.  Giustina  di 
P<7<'/oiY?dairabbaleLodovico  Barbo,  isti- 
tutore della  congregazione  osservante 
Casslnese,  ma  per  allora  a  lui  non  riu- 
scì. Rinnovò  eau)pliò  il  monaslero,  e  gli 
donò  un  Crocefisso  di  grandezza  nalu- 
lale,  eccellente  opera  scolpita  in  legno 
non  da  Filippo  Brunellesco,  ma  for^e 
da  Michelozzo  IMichelozzi,  e  spirante  di- 
vozione e  compassione.  Morto  l'abita- 
le nell'anno  i43o,  il  monaslero  di  s. 
Giorgio  Maggiore  da  Martino  V  fu  dato 
in  commenda  al  cardinal  Condulmiero, 
colla  speranza  che  lo  riducesse  al  primiero 
splendore,  come  avea  latto  con  quelli  di 
s.  Paolo  di  Roma,  e  coli'  abbate  Barbo 


V  EiN 


1 


j 


in  S.Giustina  di  Padova.  A  questi  appun-- 
lo  il  cardinale  aflidò  la  riforma  del  mo- • 
naslero  veneto,  e  gl'ingiunse  di  condurvi 
alcuni  suoi  monaci; e  divenuto  il  ConduI- j| 
miero  Papa  Eugenio  IV,  volle  ritenere 
l'abl.ìazia  in  commenda,  finché  la  veiles- 
se  stabilita  perfeltamenle  ,  intanto  pre- 
ponendo alla  direzione  del  monaslero  un 
priore.  Colle  sue  industrie  col  senato,  ot- 
tenne il  Barbo  l'unione  di  s.  Giorgio  Mag- 
giore alla  sua  congregazione,  malgrado 
l'opposizione  d'alcuni  monaci,  e  poi  per 
venne  a  sottomellei  li  colla  persuasione, 
l'i  t  febbraio  ì^Zn.  Seguita  l'unione,  il 
Papa  continuò  a  ritenere  il  titolo  di  com- 
mendatario, lasciando  l'amministrazione 
al  priore;  finché  conoscendo  ristabilita 
pienamente  la  regolare  osservanza  ,  nel 
1441  rinunziò  l'aljbazia  a  favore  e  di- 
sposizione della  congregazione  di  s.  Giu- 
stina, da  cui  il  priore  Gregorio  da  Ge- 
nova fu  eletto  i."  abbate  triennale.  In 
tempo  dell'abbate  Teofilo,  rifugiatosi  iti 
Venezia  Cosimo  de'  Medici  di  Firenze, 
questo  fotidò  nel  moiiiistero  una  libreria 
assai  copiosa  di  codici  eiibri.  Peròsi  vuo- 
le da'critici,  che  la  biblioteca  preesisles- 
se,  e  che  il  Medici  l'ampliò  e  1'  abbellì, 
onde  ne  fu  consideralo  quasi  fondatore. 
Sisto  IV  nel  1479  alla  congregazione  di  s. 
Giustina  unì  la  badia  di  s.  Maria  di  Pe- 
ro, detta  Monestier,  nel  distretto  di  Tre- 
viso, il  di  cui  capitolo  generale  nel  «49^ 
ne  stabilì  goveinatore  e  amministratore 
l'abbate  di  s.  Giorgio  Maggiore  di  Ve- 
nezia. Il  Corner  colle  notizie  degli  abba- 
ti ,  riporta  quelle  interessantissime  della 
storia  e  provenienza  de'Corpi  santi  e  al- 
tre insigni  P>.eliquie  collocate  successiva- 
mente in  questa  chiesa,  divenula  perciò 
celebre  santuario,  l'identità  loro  essendo 
stata  autenticata  da'  prodigi  operati  da 
Dio  nelle  traslazioni,  e  dopo  la  deposi- 
zione in  questo  luogo.  Io  devo  conten- 
tarmi accennarle.  iNel  io58  nella  chie- 
sa di  8.  Giorgio  Maggiore  fu  condotto 
da  Candia  il  corpo  di  s.  Cosma  eremita, 
e  collocalo  nell'ullare  di  s.  Bcnedelto.  So- 


VEN 

pra  liilti  inesliiuablle  fu  1' acquÌNlo  del 
corpo  ili   s.   Stefano   piolomai tire,  tra- 
doUovi  nell'  anno  j  i  i  o  dalla  chiesa  Co- 
stantiniana   di    Coslanlinopoli,   ivi    già 
traslato  dal  suo  oratorio  di  Gertisal<Mii- 
me,  ricevuto   in  Venezia  solennemente 
dal  paliiarca  gradese  e  dal  doge  a'  2  5 
maggio.  D'allora  in  poi  il  monastero  co- 
minciò   a   chiamarsi    col    doppio   titolo 
de' 5,v.  Stefano  e.  Giorgio,  e  la  pubbli- 
ca pietà  decretò  che  ogni  anno  nella  fe- 
sta del  Protomartire  dovesse  assistere  a' 
primi  vesperi  e  alia  messa  il  iloge  col  se- 
nato con  maestosa  pompa.  Insieme  a  tan- 
to tesoro,  la  chiesa  acquietò  una  particel- 
la della  ss.  Croce;  porzione  del  corpo  di 
s.  Giacomo  Maggiore  apostolo,  riposta 
nell'altare  della  Natività  del  Signore;  ed 
un  osso  di  s.  Platone  n)aitire,  collocato 
nell'altare  di  s.  Andrea,  e  credulo  per  e- 
quivoco   reliquia   tli  s.    Panlaleone.   Nel 
I  iò4si  accrebbe  il  decoro  della  chiesa  con 
notabili  parti  de'corpi  de'ss.  Cosma  e  Da- 
mianofratelli  martiri,  porzione  dellequa- 
H  fu  poi  donata  alla  chiesa  di  s.  Giovan- 
ni in  Oleo.  Nel  i2o4  da  Costantinopoli, 
ov'era  slato  trasportato  da  Siracusa  ,  vi 
mandò  il  doge   Dandolo   il  corpo  di   s. 
Lucia   vergine  e  martire  (il  Butler  dice 
porzione,  l'altra  venerarsi  a  Metz  per  do- 
no d'Ottone  I);  ma  poi  per  visitarlo  nella 
sua  festa,  accadendo  gravi  naufragi  ,  nel 
1280  fu   Irasfeiito  nella    chiesa  parroc- 
chiale di  s.  Lucia  nel   sestiere  di  Canal- 
regio,  come  dissi  nel  §  Vili,  n.  ^i.  Già 
ivi  narrai,  »he  dolenti  e  lagriu)ando  per 
tanta  perdita  i  monaci  e  l'abbate  Bolla- 
iiì ,  a  questi   la   santa  in  sul    partire  gli 
stese  la  mano  destra,  staccandosi  dal  cor- 
po, accolta  con  sagro  orroie  e  allegrezza; 
del  quale  braccio  più  lardi  il  senato  per 
soddisfare  le  pie  brame  di  CenedeltoXllI, 
gli  mandò  piccola  porzione.  Dal  suddetto 
monastero   di   Panlepopli  nel    1222    il 
podestà  veneto  di  Costantinopoli  Storia- 
to, che  in  s.  Giorgio  avea  la  tomba  de' 
suoi  maggiori,  vi  mandò»!  corpo  incorrot- 
to di  s.  Paolo  martire  degl'  iconoclasti. 


V  E  N  47  I 

Nel  1246  il  corpo  di  s.  Fntichio  pafriar- 
ca  di  Coslanlinopoli,  da  (juesta  città  fu 
invialo  e  riposto   nell'altare   del   Croce- 
fisso. Verso  la  fine  del   secolo    XIII   uà 
veneto  tolse  «lai  monastero   Florcnse  ia 
Calabria,  della  congregazione  del  sum- 
mentovato  b.    Gioacchino    abbate,  un 
braccio  del  glorioso  s.  Giorgio,  e  solen- 
nemente fu  condotto  nella  piopria  chie- 
sa che  mancava  di  sue  relicpiie,  a'25  a- 
gesto   1296.  Qui    aggiungerò  l'acquisto 
fallo  a'i3  dicembre  1462  da  Egina, iso- 
la dell'Arcipelago,  di  porzione  del  cranio 
superiore  del  medesimo  s.  Titolare,  con 
somma  consolazione  lie'monaci.  L  impe- 
ratore Carlo  IV  donò  il  capo  di  s.    Fe- 
lice confessore  nel  i36i.   Si  ebbero  poi 
nel  1488  dalla    vedova  Canal   porzione 
della  ss.  Croce,e  nel  i5i8  da  Cipro  un 
braccio  di  s.  Ilarione  donalo   da   Nicolò 
Michieli.  Resa    frattanto  la  chiesa  di   s. 
Gioigio  Maggiore  pel    raccoglimento  di 
tanti  Corpi  sanli  e  di  cosi  ragguardevoli 
Reliquie  uno  de'piìi  venerabili  santuari 
della  città,  si  pensò  a  rifabbricarla  in  più 
ampia  e  sontuosa  struttura, e  ne  furono 
gettati  i  fondamenti    nel  i564(lo  Stato 
personale  dichiara  che  i  monaci  rifabbri- 
carono la  chiesa  nel  i  ^^Q,  e  la  compirono 
nel  1610),  sotto  l'abbate  Andrea  Pam- 
puro  d'Asolo,  con  disegno  del  celebratis- 
simo  vicentino    Palladio.   Il    Deruardini 
però  dice  che  neh  556  s'imprese  a  riab- 
bellire  il    monastero  e  a    riedificare   la 
chiesa.   Mentre  si  con  duceva  il    letnpio 
alla  sua  perfezione,  a'i5  agosto  i5br  vi 
fu  solenneu)ente  restituito  il  corpo  di  s. 
Stefano  protomartire,  e  per  memoria  fu 
coniatala  medaglia  prodotta  dal  Corner, 
con  due  iscrizioni  celebranti  la  traslazio- 
ne, il  patriarca  Trevisau  che  l'eseguì  e 
il  doge  da    Ponte   intervenutovi  col  se- 
nato. Gli  altri  ss.  Corpi  12  anni  dopo  a' 
6  aprile  furono  disposti  negli  altri  altari. 
Tra  gli  abbati  che  curarono  l'erezione 
del  magnifico  edifizio,  si  distinse  IMiche- 
le   Alabardo,  il  quale  nella  carestia   del 
i5qi    dispensò  a' poveri  il  fiuraenlo  e 


47»  V  E  N 

sovvenne  i  cappuccini;  e  a  fronte  delle 
ristrettezze  di  que'tempi  potè  costiuiie 
di  pianta  il  nol)ilissimo  coro,  ornare  la 
chiesa  di  statue  di  marmo  e  di  bronzo, 
fondare  il  pavimento  di  scelti  marmi ,  e 
altri  disporre  per  la  facciata.  Da'fonda- 
nienli  fabbricò  la  cappella  di  s.  Paolo 
martire,  e  neir  altare  vi  depose  il  suo 
corpo,  destinandola  a  uso  di  coro  not- 
turno; e  disposta  la  nobile  sagrestia  ,  la 
forni  abbondantemente  d'arredi  e  uten- 
sili sagri.  Ridotta  finalmente  la  maesto- 
sa chiesa  alla  piena  perfezione  (colla  fron- 
te verso  la  città  ,  mentre  l'antica  era  ri- 
volta a  s.  Giovanni  della  Giudecca,  cioè 
all'oriente,  giusta  l'antico  rito  misterio- 
so), ricevè  il  decoro  dell'ecclesiastica  con- 
sagiazione  dal  patriarca  Vendramino 
nella  4'"  domenica  di  gennaio  i6i  o.  Ac- 
quistò dopo  le  reliquie  de'  ss.  monaci 
IMacido  e  Compagni  martiri,  del  s.  Pre- 
cursore, de' ss.  Innocenti,  e  una  ss.  Spi- 
na. Essendo  stato  rimosso  nella  rifab- 
brica della  chiesa  il  sepolcro  dell'illu- 
stre doge  Domenico  Michieli,  i  monaci 
poscia  in  onorevole  forma  ne  rinnovaro- 
no la  memoria  con  decoroso  deposito. 
Nel  declinar  del  i  ygg  nel  monastero,  uno 
de'  più  grandiosi  e  de'  più  belli  edili- 
zi di  questo  genere,  vi  si  formò  il  Con- 
clave (T'.),  in  cui  fu  eletto  Papa  a'  i4 
marzo  1800  il  cassinese  Pio  VII  (f^.): 
ne  riparlerò  a  tale  anno  nella  continua- 
zione delle  indicazioni  storiche  della  cit- 
tà, nel  §  XX.  Napoleone  1  nel  1806  co- 
minciò a  decretare  1'  abolizione  de'  mo- 
nasteri, onde  la  famiglia  cassiuese  mona- 
stica abbandonò  la  geniale  solitudine,  re- 
standovi un  solo  ex  monaco  alla  custodia, 
al  riferire  del  Bernardini.  Il  monastero  fu 
manomesso,  come  tanti  altri,  da  un'ir- 
ruente orda  vandalica, edispersi  e  venduti 
i  preziosi  tesori  di  codici  e  di  altri  rarissimi 
volumi,  donati  dalla  munificenza  del  gran 
Cosimo  de  Medici;  ed  i  magnifici  scaffali 
furono  poi  acquistati  dal  celebre  mg."^ 
Traversi  pel  suo  Liceo  Convitto  onde  110- 
bìlilarue  la  libreria,  come  dissi  nel  n.  9 


V  EN 

del  §  X,  pel  prezzo  di  38 1 7  ducati,  som- 
jua  uigente  a  quell'epoca.  Nel  1808  fu 
dichiarata  l'isola  luogo  di  franchigia,  im- 
punendovisi  la  formazione  del  bacino,  che  1. 
si  scorge  oggidì  terminato  da  due  torri- ^ 
celle  o  vedette;  cioè  fu  data  alla  camera 
di  commercio,  la  quale  vi  avea  i  suoi 
magazzini ,  divenne  l'emporio  delle  na- 
zionali mercanzie,  vi  fu  eretto  lo  stabili' 
mento  che  racchiuse  il  porto  franco  della 
città,  a  cui  fu  esteso  nel  1829,  e  vi  fu 
costruito  un  solido  artificiale  bacino  di- 
feso da  una  diga  di  pietra  viva  ,  e  nel 
monastero  si  foi  maronu  molli  comodi  ed 
estesi  magazzini.  Al  presente  serve  l'isola 
e  parte  del  monastero  a'roilitari.  Pubbli- 
cò il  n.  i56  del  Giornale  di  Roma  de' 
12  luglio 1 852. "L'isola  dis.  GiorgioMag- 
giore  viene  tramutata  in  un  forte  impo- 
nente, la  dogana  principale  viene  unita  a 
quella  della  Madonna  della  Salute,  ed  il 
luogo  d'approdo  pe'navigli  con  merci  da- 
ziabili  viene  traslocato  presso  la  dogana 
nuova.  La  bella  chiesa  In  marmi  che  tro- 
vasi in  quell'isola  rimarrà  intatta".  Dice 
\o  Stato  personale,  la  chiesa  di  s.  Giorgio 
Maggiore  dopo  il  1  8 1  o  fu  chiusa  per  al- 
cun tempo  ,  indi  riaperta  ed  uflìziata  a 
merito  della  camera  di  commercio,  prima 
da  un  cappellano  secolare,  poi  da'monaci 
benedettini  cassinesi,  che  per  aulico  de- 
creto de'  16  dicembre  I  846  esecutivo  del- 
la sovrana  risoluzione  de'g  dello  stesso 
mese,  ottennero  di  aprirvi  vicino  un  ospi- 
zio, il  che  ebbe  luogo  il  5  settembre  i  84 1 
(sic:  dovea  diie  1847)-  L'  abbate  di  go- 
verno è  quello  di  Fraglia:  vie  un  ret- 
tore e  un  converso.  Rilevo  da  altre  noti- 
zie: Questo  nobilissimo  tempio, dopo  l'ac- 
cennata soppressione  del  monastero,  di- 
smesso ogni  divino  uflizio,  era  vicino  a 
convertirsi  in  fondaco  mercantile,  quan- 
do a'  1 3  marzo  1808  venne  riaperto  e 
restituito  al  culto  de' fedeli. Dipoi  nel  1846 
la  chiesa  e  uua  piccola  porzione  del  mo- 
nastero furono  concesse  in  custodia  a'be- 
nedettini  cassinesi  del  monastero  di  s. 
Maria  di  Prnglia  presso  Padova.  Questo 


VEN 

10  Cofìdo  Miilliaverso  de'Mallraversi  tle' 
colili  ili  Monlebello  nel  loBoa'benedelli- 
ni,  sulle  rovine  dell'antico  castello  di  Be- 
rengario,airiocoininciar  d'una  vallata  de' 
colli  Euganei,  cinta  ad  austro  dal  poggio 
di  Trainonte,  ad  occidente  da  quello  del- 
le Are,  cui  dinanzi  l'iinanevano  e^stesissimi 
prati,  donde  derivò  al  monastero  il  no- 
me di  Pralelta,  e  volgarmente  di  Pra- 
glia.  Dotalo  da'fondatori  di  rendite  am- 
plissime e  di  ville,  l'imperatore  Federico 

11  gli  concesse  i  diritti  feudali,  investen- 
do l'abbate  delle  contee  di  Tramonte,  di 
s.  Eusebio,  di  Villa  del  Bosco,  e  di  Teu- 
carola.  Indi  crebbe  il  monastero  di  secolo 
iu  secolo  in  decoro  nobilissimo,  fama  e 
agiatezza,  e  tal  si  mantenne  fino  al  de- 
creto de' 23  aprile  1810  soppressivo  di 
tutti  i  monasteri  e  conventi.  Dopo  quella 
lagiimevole  epoca  si  conservarono  le  fab- 
briche e  le  suppellettili  di  sì  celebre  ce- 
nobio egregiamente,  per  merito  di  que* 
della  Camera,  e  del  padovano  Giuseppe 
M.'  Pi  vetta  ingegnere  che  era  vi  stato  e- 
ducato,  il  quale  stampò  nel  i83i  in  Pa- 
dova: Notizie  del  Dlonastero  de'padri 
Benedettini  di  s.  Mariadi  Fraglia,  rac- 
colte, ec.  Dopo  24  anni  dacché  il  mona- 
stero era  chiuso,  dalla  pietà  e  munifi- 
cenza dell'imperatore  Francesco  I,  con 
decreto  de'24  febbraioi834,  se  ne  ordi- 
nò la  riapertura,  e  tosto  i  cassioesi  vi  fe- 
cero rifiorire  la  monastica  osservanza. 
Tanto  e  meglio  riporta  il  cav.  Mulinelli, 
Annali  delle  Province  /'enete,  p.  429. 
La  chiesa  di  S.Giorgio  Maggiore  fu  archi- 
Iettata  da  Palladio,  e  alla  sua  morte  pre- 
siedè all'  erezione  del  frontespizio,  come 
si  dice  comunemente,  il  degno  concitta- 
dino Scamozzi  (ma  ciò  è  falso,  essendo 
stato  provato  che  lo  Scamozzi  non  vi  pò- 

>  se  mano ,  bensì  Antonio  Marcò  detto 
1  Palliari,  siccome  risulta  dalle  aggiun- 
te nuovissime  fatte  dal  ch<  Zunotto  alla 
lerza  edizione  delle  Fabbriche  ec,  di  Ve- 
nezia, i858)  ;  esso  è  adorno  di  statue 
scolpite  da  G.  dal  Moro.  Undici  sono 
gli  al  lari  e  tulli  di  singolare  bellezza.  xS^ei 
VOL.  xci. 


VEN  473 

I.*  la  Nascita   del  Signore,  è  diligente 
dipinto  di  Jacopo  Bussano.  Nel  2."  è  il 
Crocefisso  attribuito  con  ragione  a  Mi- 
chelozzo  Michelozzi.  Nel  3.°  il  Martirio 
de'  ss.  Cosma  e  Damiano,  lo  dipinse  J. 
Tintoretto  ;  di  cui  è  pure  nell'altro  altare 
Maria  Vergine  incoronata,  con  Santi   e 
ritratti.  Nell'ultimoallnre  a  questa  parte, 
è  bell'opera  del  Rizzi  Maria  Vergine  a* 
dorata  da  Santi.  Le  statue  de'  ss.  Pietro 
e  Paolo  ne'uicclii  fra  gl'intercolunni  a' 
lati  della  cappella  maggiore,  sono  del  Pa- 
rodi. Il  ricco  maggiore  altare  fu  disegna- 
to dall'  Aliense  e  scolpilo  da  M.  Barto- 
lomeo q.   Domenico,  e  del  Campagna 
sono  i  4  Evangelisti  sorreggeali  uu  glo- 
bo sovrastato  da  colomba,  e  dalla  sta- 
tua di  Dio  Padre  in  bronzo.  I  due  An- 
geli  a'  lati  àono  fusi  dal   Boselli.  Jaco- 
po Tintoretto  qui  fece  i  due  quadri  col- 
la Manna^  e  colla  Cena  del  Signore  ; 
nella  quale  2.'  opera  è  bella  invenzione 
il  rischiarare  la  scena  col   lume  che  uè 
manda  la  lampada.  I  principali  falli  del- 
la vita  di  s.  Benedetto  in  legno  ne'sedili 
del  coro,  s'intagliarono  dal  paziente  fiam- 
mingo A.  de  Brulé  di  25  anni.  Il  vicino 
deposito  del  doge  Michieli,  il  cui  busto  è 
opera  del  Pagliari,  si  disegnò  dal  Longhe- 
na (oltre  i  sunnominati  e  altri  personag- 
gi tumulati ,  non  devesi  lacere  il   ricco 
deposito  del  doge  Donato).  All'altra  par- 
te della  chiesa,  le  due  tavole  de' primi 
altari,  con  Cristo  risorto  e  il  Martirio  di 
s.  Stefano  protomartire,  sono  di  Tinto- 
retto.  Nel  3."  il  s.  Giorgio  che  uccide  il 
serpente  è  del  Ponzone  dalmalioo;  nel 
4°  la  B.  Vergine  è  bellissima  scultura 
del  Campagna,  una  delle  sue  cose  miglio- 
ri; nel  5°  è  beli'  opera  di  L.  Bassano  la 
s.  Lucia  genuflessa  resa  immobile  per  mi- 
racolo, quantunque  strascinata  da  bovi 
invano  stimolati  a  camminare.  Il  ritratto 
di  Pio  VII,  qui  esaltato  al  pontificato,  è 
del  Malleìui.  La  porla  ornalissima  e  bel- 
lissima, ha  laterali  4  statue  mirabili  del 
Vittoria.  Il  campanile  grandioso  fu  ar- 
chilcllalo  dal  p.  Buialli  sumasco.  11  i." 
3i 


474  ^'  E  N 

i.hioslro  e  altre  parti  interne  tìel  vicino 
eilifjzio  dell'  antico  monastero,  sono  ope- 
re grandiose  e  magnifiche  del  Palladio. 
La  scala  veramente  reale,  fu  disegnata 
dal  Longhena,  edipinla  nel  sofTillodal  Le 
Fevre,  piccolo  pittore  nell'opere  in  gran- 
de, grande  nell'  opere  di  piccole  figure. 
]|  contiguo  Porto  Franco  fu  condotto 
dal  Mezzani  nel  tempo  del  regno  Italico. 
Così  il  Moschini  ed  altri  desci  isseio  il  più 
rimarchevole.  1  suoi  chiostri,  adorni  di  co- 
lonnati, presentano  [)rospellive  deliziose 
e  il  genio  di  Palladio.  Anche  il  monaste- 
ro era  adorno  di  cpjadri  bellissimi;  vi  si 
distingueva  fra  gli  altri  quello  celebre  di 
PaoloVeronese  rappresentante  leNozzedi 
Cana  in  Galilea,  che  trasportato  a  Parigi 
vi  rimane  tuttora.  Spaziosi  e  ad  im  tem- 
po ben  coltivali  erano  gli  orli  che  lo  cir- 
condano. L'aeree  intelligente  Milizia  lo- 
dò tulio,  cominciando  dal  refettorio  de' 
monaci,  pure  di  Palladio,  per  la  sua  gra- 
2Ìa  e  iiìaestà  singolare;  oltre  il  bell'atrio 
con  due  acquai  di  pietra  a'Iali,  messi  in 
mezzo  a  colonne  corintie;  ed  il  peristi- 
lio presso  la  porla  del  monastero,  il  cui 
ì."  ordine  rispondente  al  portico  è  ri- 
partilo ad  archi  con  colonne  ioniche  ac- 
coiipiate,  il  2. "avente  belle  finestre.  Dice, 
la  pianta  della  chiesa  a  croce  latina  a  3 
navi,  elevala  dal  piano  7  scalini.  Una  vol- 
ta di  mezzo  cerchio  copre  la  navata  a  cro- 
ce, nel  di  cui  centro  ergesi  sopra  i  4  archi 
una  maestosa  cupola  di  malloni  ,  l'este- 
riore della  quale  è  di  legname  coperto 
di  piombo.  Pilastri  corinti  colle  loro  cor- 
nici reggono  gli  archi  delle  navi  lalertdi, 
e  girano  per  tutto  l'interno  con  intreccio 
di  nicchie.  La  facciata  è  adorna  d'  un 
composito  con  piedistallo  che  ricorre  tut- 
to intorno,  ed  è  lerminato  da  un  propor- 
zionato frontespizio,  sotto  cui  vengono 
come  a  ficcarsi  due  altri  frontespizi  in- 
dicanti le  navi  minori.  Nell'opera  regna 
l'unità  e  la  semplicità  degli  ornali,  e  spic- 
ca perciò  il  maestoso.  I  marmi  sono  scel- 
li sì  felicemente  riguardo  a'colori  che  ne 
risulta  un'armonia  perfetla.  Tale  è  il  giù- 


V  1:  N 
dizio  d'  un  Milizia.  Noiidimeno  è  rimar- 
chevole quello  pure  artistico  e  ragionato 
dell'encomiato  Bernardini,  che  preferisce 
il  tempio  del  Redentore,  avvertendo  che 
Palladio  fece  forse  tutto  il  tlisegno,  non 
l'intera   esecuzione  ,  alterala  quando  fu 
rapilo  da  morte  nel   i58o,  coi  successe 
lo   Scamozzi  (dovea  dire,  come  notai,   il 
Palliari).   Quindi   egli    ci  vide  spuntare 
i  germi  dei  seicento,  cioè  decadimento  di 
stile,  che  vieppiù  degenerato  giunse  alle 
stravaganze  del  Borroraino.  Dopo  il  fin 
qui  accennato  ,  si   può  vedere  Le   Fnh- 
hriclie  di  ì^enezia  ,  colle  tavole,  l'illu- 
strazione del  Diedo,  e  l'aggiunta  del  Za- 
notto,  religioso  quanto  perito.  Il  cav.  Cico- 
gna nel  1.4 delle  Inscrizioni  P^eneziane, 
colla  velluta  dell'isola  di  s.  Giorgio  Mag- 
giore, tratta  dalla  /''e ;K'z/(r2 attribuita  fal- 
samente ad  Alberto  Duro  del  I  5oOj  come 
notai  parlandoneneln.  6del§  XVII,  pub- 
blicò la  Storia  del  monastero  di  s.  Gior- 
gio  Maggiore  scritta  da  Giovanni  dJ 
Rossi  veneziano,  in  42  pagine,  eia  cor- 
redò di  343  note,   l'ultima  delle  quali 
contiene:  Del  Porto  Franco  di  Venezia^ 
Cenni  di  Giovanni  Casoni.    Compreso 
l'indice  delle  materie  principali,  tali  nu- 
le occupano  120  pagine;  quindi  ne  im- 
piegò altre  221  per  l'illustrazione  del- 
l'iscrizioni, oltre  le  copiose  correzioni  e 
giunte.  Quest'imponente  indicazione,  ba- 
stantetnente  mi  scusa  di  non  profittarne, 
dopo  tulio  il  narralo,  per  cui  ormai  facen- 
do violenza  a   me  slesso  debbo  finire  e 
tacere   sul    discorso  ampio  argomento. 
Presso  questa  a  breve  distanza  dal  lato 
d'occidente  è  l'isola  della: 

2.  Giudecca.  F.  §  Vili,  n.  70,  §  X, 
n.  22,  29,  34>  -^5,  57,  60,  §  XI,  n.  2  I, 
§  Xll,  n.  8.  E"  quest'isola  la  maggiore 
d' ogni  altra,  e  fece  mai  sempre  parte 
della  città,  da  cui  rimane  divisa  dal  ca- 
nale che  dirò,  detto  dal  suo  nome  delia 
Giudecca,  la  di  cui  ampiezza  fu  cagione 
che  non  venne  unita  mediante  un  ponte, 
quantunque  progettato  più  volte.  Di 
quello  di  barche  precario  che  ogni  anno 


1 


V  E  N 

si  fa  per  la  festa  del  tempio  del  Reden- 
tore, parlai  nel  citato  §  X,  ii.  60.  Fu  ap- 
pellata a  principio  Spinalonga  dalla  sua 
conformazione  o  per  esser  slata  in  anti- 
co coperta  di  spinosi  cespugli.  Formala 
da  8  isoletle  congiunte  da  ponti,  alcune 
delle  quali  un  tempo  disgiunte,  la  per- 
corre dal  Iato  della  città  una  riviera  sel- 
ciata, la  quale  offre  facile  e  ridente  pas- 
seggio per  tutta  la  sua  lunghezza,  eli' è 
di  metri  circa  35o.  JMutava  poi  1'  an- 
tico nome  in  quello  attuale  della  Giti- 
(lecca  per  incerta  causa,  volendo  alcuni 
che  provenisse  dalla  voce  Giudicato{^tn. 
Zur/fg^rtj, quasi  terreno  aggiudicato  a  fa- 
miglie di  torbidi  cittadini  banditi,  e  qui 
messe  a  confine  nel  secolo  IX;  altri  in- 
vece, e  forse  con  più  ragione,  fanno  de- 
rivare tal  nome  dagli  Ebrei,  su  di  che 
è  a  vedersi  il  n.  5  del  §  XIV.  Era  un  tem- 
po abitata  da  molti  nobili  e  ricchi  citta- 
dini, i  quali  qui  eressero  palazzi  cospi- 
cui ;  ma  sommersosi  neh'  onde  per  im- 
provvisa burrasca,  nel  passar  il  canale 
a'27  agosto!  702,  Agostino  Nani  procu- 
ratore di  s.  Marco,  a  poco  a  pocotrapian- 
taronsi  le  case  patrizie  iu  città,  per  cui 
rimase  notabilmente  diminuita  la  popo- 
lazione di  quest'isola,  allora  ascendente 
B  8000  abitanti,  e  vieppiù  andò  sceman- 
do dopo  la  soppressione  de'claustrali,  per 
cui  è  ora  ridotta  a  circa  3ooo  abitatori, 
essendosi  molti  fabbricati  convertiti  iu 
magazzini  di  cereali.  Si  legge  nella  Gaz- 
zetta  dif^enezia  de'g  agosto  1 858,  e  nel  n. 
1 83  del(j/or/zrt/e^//?o«;<7. "Sappiamo  da 
fonte  sicura,  cheS.  M.I.  R.  A., degnandosi 
di  secondare  i  voti  manifestali  dalla  città 
e  dal  commercio  di  Venezia,  benigna- 
mente appoggiati  da  S.  A.  R.  il  serenis- 
simo arciduca  Ferdinando  Massimiliano, 
governatore  generale,  ordinò  che  sia  sca- 
vato il  canale  della  Giudecca.  I  lavori  sa- 
ranno subito  incominciati  e  dovranno 
esser  compiti  entro  l'anno  1860".  Per 
c|Uesta  provvida  disposizione  potranno  i 
bastimenti  transilare  più  agevolmente 
pel  canale,  ed  eziandio  appiedare  alla 


VEN  475 

riviera  per  scaricare  le  merci.  Fra  que- 
st'  isola  e  quella  di  s.  Giorgio  Maggio- 
re s'  apre  un  canale  navigabile  anche 
pe'  bastimenti  di  grossa  portata,  nel  cor- 
so del  quale  s'  incontrano  altre  isolet- 
le fino  a  che  si  giunge  a  Chioggia  (/  .), 
città  vescovile  distante  5  leghe  e  mez- 
za sud  da  Venezia,  nella  parte  meri- 
dionale dell'  Estuario,  presso  l'  Adriati- 
co, e  un  poco  al  nord  dell'imboccatura 
del  Drenta.  In  tal  città  vi  fu  trasportata 
l'aulica  sede  vescovile  i\\Malainocco( t^'".). 
Quindi  lai."  isola  che  si  offre  allo  sguar- 
do è  la  seguente. 

3.S. Maria  delle  Grazie,  volgarmente 
la  Grazia,  è  una  piccola  isola  nell'Estua- 
rio di  Venezia,  e  che  si  avanza  nella  La- 
guna al  di  là  della  Giudecca.  Era  anti- 
camente una  semplice  terra  paludosa  com- 
presa nella  donazione  falla  dal  doge-Tri- 
buno Memmo  circa  il  982  al  monaco  be- 
nedettino Giovanni  Morosini  pel  mona- 
stero di  s.  Giorgio  Maggiore  ,  e  vicino 
all'acque  del  suo  circuito.  Verso  la  metà 
del  secolo  XIII  cominciò  ad  innalzarsi  la 
terra  paludosa  con  vasta  circonferenza,  e 
in  breve  tempo  divenne  un'isola,  ricono- 
sciuta capace  di  ricevere  e  sostenere  di- 
latale fabbriche.  Si  servì  di  tale  occasione 
la  pietà  di  Marco  Collaui  abbate  di  s. 
Giorgio  Maggiore,  cou  destinare  il  luo- 
go per  erigervi  un  caritatevole  ospizio 
ad  accoglimento  de'pellegrini ,  che  por- 
tavansi  alla  viitila  de'santi  Luoghi  di  Pa- 
lestina. Pertanto  nel  1264  la  consegnò  a 
fr.  Lorenzo  priore  dell'  ospedale  di  Ve- 
nezia chiamato  Casa  di  Dio,  e  in  dialet- 
to veneziano  la  Cà  di  Dio ,  pei-chè  ivi 
fondasse  un  ricovero  a'viandanti,  un  luo- 
go coperto  dello  con  tal  dialetto  Cavana, 
colla  sola  condizione  di  riconoscere  il  mo- 
nastero di  s.  Giorgio  INLiggiore  padrone 
del  luogo  coll'annuo  censo  d'una  libbra 
d'olio.  Non  si  ha  notizia  che  in  questo  si- 
to denominalo  allora  la  Cavana  vi  fosse 
cominciata  fabbrica  alcuna,  e  solo  si  co- 
nosce che  nel  1289  si  ritirò  nell'isola  Ge- 
jiarUo  eieruila  camaldolese  per  ivi  fonda- 


476  V  E  N 

je  un  eremo  del  suo  istituto;  ma  lesislen- 
<l<)vi  l'iibbate  e  la  comiinilà  tli  s.  Giorgio 
JVlaggioje,  convenne  al  buon  eremita  ab- 
Landuuat'  l'ideala  impresa.  S'introdusse 
poi  a  coltivar  l'isola  solitaria  certo  fr. 
l5enedetto  ferrarese,  ma  ammogliato  e 
padre  di  figli ,  co'quali  l'abitò  sino  al 
iSay  in  cui  morì.  Non  avendone  avuto 
permesso  da  alcuno,  quando  la  vedova 
Margherita  voleva  continuare  nel  posses- 
so del  luogo,  i  giudici  delti  del  Proprio 
con  sentenza  la  costrinsero  a  sloggiar 
dall'isola.  Chi  poi  l'abitò  non  si  cono- 
sce. Da  una  lettera  d'  Eugenio  IV  del 
1439  e  diretta  al  vescovo  di  Castello  s. 
Lorenzo  Giustiniani  si  ricava,  che  in  quel 
tempo  presso  la  chiesa  di  s.  Maria  della 
Cavana,  delle  Grazie  comunementechia- 
niala,  e  dipendente  dal  monastero  di  s. 
Gioigio  Maggiore,  abitassero  alcuni  po- 
veri eremiti.  L'  ultimo  di  questi  ,  Gu- 
glielmo ,  viene  con  lode  memorato  qual 
fondatore  della  chiesa  e  monastero  delle 
Grazie  nel  decreto  di  detto  vescovo  com* 
tuissario  delegato  d'  Eugenio  IV  ,  giac- 
ché per  di  lui  opera  era  slata  insie- 
me culle  fabbriche  annesse  rinnovala  la 
chiesa  sotto  il  titolo  di  s.  Maria  delle 
Grazie.  ]\è  fu  conlento  il  pio  eremila 
d'avei'  sotto  gii  auspicii  della  Madre  di 
Dio  rinnovata  la  chiesa ,  ma  perchè  in 
essa  r  uilìziatura  divina  con  maggior  di- 
vozione vi  fosse  esercitata  ,  chiamò  a  se 
compagni  nella  vita  solitaria  alcuni  de- 
gli eremiti  della  congregazione de'Gùo- 
lamiiii  di  Fiesole^  fondata  di  recente  dal 
b.  Carlo  de'  conti  Guidi  di  Monte  Gra- 
nello. Quello  stesso  si  portò  a  Venezia 
per  consolidare  la  nuova  casa  e  visitare  i 
suoi  figli,  come  per  trovar  nella  cillà  op- 
portuno incontro  di  nave  per  passare  alla 
visita  di  Terra  Santa;  ma  avendolo  Dio 
ijesijnalo  ad  un  più  pronto  viaggio  pel 
Cielo,  dispose  che  poco  dopo  il  suo  arri- 
vo rendesse  l'anima  a  lui  a'5  settembre 
1  4  I  7,  e  il  bealo  suo  corpo  dopo  solenni  e- 
sequie,  celebrale  con  mirabde  concorso 
di  popolo,  fu  solleTrutu  uella  chiesa  di 


YEN 
s.  Miiria  delle  Grazie.  Essendo  slata  nel 
i4ii  la  congregazione  a[)provala  anco 
da  Eugenio  IV,  cominciò  il  fondatore  ad 
esser  venerato  col  cullo  di  bealo.  Passalo 
poi  qualche  tempo,  gli  eremiti girolamini 
di  Fiesole  implorarono  che  nella  loro 
chiesa  fosse  da  quella  dell'isola  trasportata 
alcuna  porzione  insigne  del  suo  corpo. Fu 
loro  concessa  la  testa  e  un  osso  de!  brac- 
cio; ed  estinta  poi  nel  1668  la  congrega- 
zione da  Clemente  IX,  le  reliquie  del  b. 
Carlo  passarono  alla  confraternita  di  Fi- 
renze, detta  la  buca  di  s.  Girolamo,  dal 
servo  di  Dio  istituita  nel  i4'0.  Quivi 
dunque  nell'isola  servivano  con  tran({ud- 
litù  a  Dio  gli  ottimi  girolamini,  e  bra- 
mando l'abbate  di  s.  Giorgio  Maggiore 
che  vi  continuassero  con  approvazione 
della  s.  Sede,  l'invocò  e  ottenne  nel  sud- 
detto 1439  da  Eugenio  IV,  coli'  annuo 
censo  al  monastero  di  s.  Giorgio  d'  una 
libbra  d'incenso.  Così  i  girolamini  di  Fie- 
sole restarono  investiti  dell'  isola  ,  della 
chiesa  e  convento.  Mentre  gli  esemplari 
ereajiti  ivi  promuovevano  il  culto  divi- 
no, volle  Dio  consolar  la  loro  pietà  coti 
singoiar  favore.  Giunta  a  Venezia  una 
nave  proveniente  da  Costantinopoli,  con 
una  divota  immagine  di  M  u  la  Vergine, 
supposta  dipinta  da  s.  Luca  e  tolta  di  là 
furtivamente;  fermatosi  il  vascello  nel 
canale  Orfano  pe'soliti  riguardi  sanitari, 
videro  i  marinari  per  più  notti  in  mezzo 
all'isola,  allora  denominata  anche ^.  Ma- 
ria della  Cavana,  uno  splendore  straor- 
dinario che  vibrava  con  retta  linea  lumi- 
nosi  raggi  versola  loro  nave;  onde  ammi- 
rati dì  tal  prodigio  esposero  la  ss.  Imma- 
gine vicino  all'albero  maggiore  della  na- 
ve, umilmente  pregandola  di  dare  <|ual- 
che  indizio  del  lume  miracoloso.  Allora 
con  istupore  videro  la  tavola  della  ss.  Im- 
magine riverberala  dal  prodigioso  splen- 
dore, ed  il  vascello  tutto  circondalo  di  lu- 
ce, e  poi  seppero  che  il  lume  apparso  sul- 
la chiesa  avea  la  forma  di  cometa  pen- 
dente; compresero  perciò  tosto,  esser  di- 
viua  disposiziuue  che  la  ss.  Immagine  fos- 


V  lì  i\ 

$0  collocala  nella  chie<a  dell'isola  dedica- 
ta nilu  Madre  di  Dio.  lìrano  la  maggior 
parte  della  gente  iudjaicata  sopra  la  na- 
ve, miserabili  schiavi  fuggiti  per  divina 
misericordia  dalie  mani  cle^  turchi  ,  per 
cui  domandaronoa'religiosi  di  poter  fab- 
bricare nella  loro  chiesa  una  cappella  a 
onore  di  Maria  Vergine,  perchè  con  de- 
coro ivi  si  venerasse  la  ss.  Immagine.  Ot- 
tenuto il  permesso  e  disposta  la  cappella, 
a'i5  agosto  vi  fu  collocata,  e  subito  co- 
minciò a  rendersi  benefica  a' suoi  divoli 
con  una  prodigiosa  quantità  di  miracoli. 
In  tale  occasione  si  vuole  da  alcuni  mu- 
talo l'anlico  nome  di  .9.  Maria  della  Ca- 
vana  in  quello  di  s.  Maria  delle  Gra- 
zie, e  dato  alla  chiesa  e  all'isola.  Ma  ri- 
sulla da  documenti  che  tale  titolo  già  da 
molli  anni  lo  portavano,  quasi  presagio 
dell'avvenuto  dopo.  I  girolamini  eremiti 
restarono  nell'isola  per  circa  138  anni, 
linchè  Clemente  IX,  per  essersi  la  congre- 
gazione diminuita  e  introdotti  in  essa  va- 
ri abusi,  la  soppresse  a'6  dicembre  1668, 
assegnando  i  suoi  beni  alla  repubblica 
veneta  in  sussidio  e  sostenimento  del  re- 
gno di  Candia  assalito  da'turchi.  In  que- 
sto tempo  viveva  tra  le  cappuccine  di  s. 
INIaria Madre  del  Redentore  deltedi  S.Gi- 
rolamo,di  cui  ragionai  nel  n.  66  del  §  X, 
una  virtuosa  e  privilegiata  da  Dio  con 
alibnntlanza  di  graziala  badessa  suor  Ma- 
ria Felice  Spinelli  veneziana,  che,  come  il 
Corner  racconta  in  modo  edificante,  ec- 
citata da  Dio  all'erezione  d'un  nuovo  mo- 
nastero in  cui  la  regola  francescana  si  os- 
servasse con  tutto  il  rigore,  apri  il  suo 
cuore  al  patriarca  Morosini,  eda  diversi 
nobili  divoli  del  suo  chiostro.  A  questi 
essendo  nota  la  sua  eminente  santità,  po- 
sero ogni  studio  per  consolarla  ,  onde 
raccolte  copiose  limosine,  accjuistarono  in 
no(ue  delle  cappuccine  di  s.  Maria  Madre 
del  Redentore  a' 6  febbraio  1669,  pel 
prezzo  d'i  i.ooo  scudi,  il  vacuo  luogo  di 
s.  Maria  delle  Grazie.  Ridotto  il  conven- 
to de'girolamini  a  monastero  di  cappuc- 
cine, nel  marzo  1671  vi  furono  inlrudot- 


V  E  N  .Ì77 

te  IO  vergini,  con  ficoltà  del  nunzio  <li 
Venezia  Trotti, in  conseguenza  del  pon- 
tificio decreto  di  Clemente  X.  Nella  festa 
di  s.  Giuseppe  con  solenne  processione  vi 
si  recò  per  badessa  suor  M.'  Felice  e  por 
vicaria  suor  M.'  Orsola,  portando  inal- 
beralo il  Crocefisso.  Visitata  prima  la 
chiesa  di  s.  Maria  delle  Grazie,  passaro- 
no poi  nell'angusta  chiesa  erelta  allora 
secondo  la  serafica  povertà,  ov'erano  at- 
tese dalle  suddette  religiose  vestite  di 
ruvide  lane  e  cinte  di  fune  ,  ed  ivi  dal 
nunzio  apostolico  riceverono  tutte  la  ss. 
Eucaristia,  con  sembianze  angeliche.  Il 
prelato  consegnò  loro  il  monastero  e  sta- 
bilì la  clausura.  Fatta  in  appresso  la 
professione  religiosa  e  corn[)ilate  austere 
costituzioni,  le  approvò  i!  patriarcaSagre- 
do  e  il  successore  Badoaro.  Ben  presto  vi 
fiori  un  singolare  fervore  di  spirito  e  hi 
pili  mirabile  osservanza,  animata  dall'e- 
sempio e  dall'istruzione  della  veneranda 
fondatrice,  la  quale  dopoi  i  anni  di  loda- 
lissimo  governo,  consumata  dall'  austeri- 
tà, morì  santamente  nel  1 682.  Nella  sop- 
pressione del  18 IO  quest'esemplari  reli- 
giose doverono  abbandonare  il  loro  di- 
letto clauslro ,  recando  seco  la  prodi- 
giosa immagine  di  Muia,  e  collocan- 
dola poi  nella  chiesa  di  s.  Maria  Ma- 
dre del  Pietlentore,  ove  tuttavia  si  vene- 
ra. Il  monastero  e  le  chiese  non  più  esi- 
stono. Quella  maggioie  conteneva  me- 
morie di  molti  uomini  illustri,  fra' qua- 
li del  cardinal  Luigi  l*isani,  d'  Annibale 
da  Capua  legato  apostolico,  de'  due  car- 
<liuali  Pietro  e  Agostino  Valerio  o  Va- 
lter, co'Ioro  busti  scolpiti  »u  marmo  dal 
cav.  Bernino.  Vi  si  vedevano  anche  ec- 
cellenti pitture  del  Palma  e  del  Tinto- 
I  etto.  Ora  quesl'  isola  non  è  abitata  che 
da  poche  persone,  le  quali  attendono  al- 
la coltivazione  dell'ortaglie  a  cui  essa  fu 
ridotta,  dopoché  nel  181  i  si  demolirono 
i  sagri  edilizi.  Segue  poco  distante  l'iso- 
la di: 

4.  S.  Clemente,  volgarmente  di  Rtia, 
giade'  Canonici  Regolari.  Quest'isola  ù 


478  V  E  N 

situata  nella  Lnguna  di  Venezia  in  quella 
narte  così  delta  Canal  Orfano,  ed  è  la 
3."  che  trovasi  nioveiido  dalla  piazza  di 
s.  Marco  verso  il  poito  di  Malamocco.  Ad 
alloggio  di  (jue'fedeli,  che  nel  secolo  XII 
conh'equenza  intraprendevano  i  pellegi'i- 
iiaggi  a'sanli  Luoghi  della  Palestina,  ed 
anche  ad  alcuni   de'  crocesignati,    Pie- 
tro Gatileso  pio  e  ricco  mercante, inqiie- 
sl'elevata  palude  eresse  circa  il  i  i  3 1,  se- 
condo alcuni,  o  meglio  nel  i  i4i    come 
scrisse  Dandolo,  un  capace  ospedale  per 
benefico  ricovero  e  albergo,  sotto  l'invo- 
cazione di  s.  Clemente  I  Papa  e  martire, 
e  tosto  fu  arricchito  del  venerabile  cor- 
po di  s.  Aniano    discepolo  e  successore 
di  s.  Marco  ne!  patriarcato  d'Alessandria, 
dipoi  nel  i432  trasportato  in  s.   Maria 
della  Carila,  come  dissi  al  n.  i  i  del  §  X. 
Il  fondatore  soggettò  l'ospedale  al   pa- 
triarcato di  Grado,  e  quantunque  il  ve- 
scovo di  Castello  Polani  lo   vantasse  di 
sua  giurisdizione,  perchè  edificato  nella 
sua  diocesi,  dopo  qualche  litigio  gli  con- 
venne nel  11 56  rinunziare  alle  sue  pre- 
tese, confessandolo  d'immediata   dipen- 
denza   dal    patriarca   gradese  Dandolo. 
O  chiamati  alla  direzione  dell'ospedale 
sino  dal  principio,  o  introdotti  in  seguito 
qualche  tempo  dopo,  abitavano  nel  mo- 
nastero Canonici  reg^oZ^^r/, forse  essendo 
slato  loro  consegnato  perchè  abbandona- 
to al  terminar  dellecrociate  e  de'passag- 
gi  in  oriente.  I  priori  nell'  elezione  erano 
confermali  da'patriarchi  di  Grado,  e  ad 
ogni  nuovo  patriarca  era  tenuto  il  prio- 
rato di  s.  Clemente  consegnare  in  pre- 
stito un  letto  nuovo;  contribuzione  che 
«eli 337  fu  dal  patriarca  Dotto  ristretta 
in  4  ducati  d'oro  e  confermata  da'succes- 
sori.  Avendo  Clemente  VI,  a'i5  febbraio 
i344  «"Servata  a  suo  arbitrio  per  3  anni 
la  collazione  di  tutti  i  benefizi  che  vacas- 
sero nel  patriarcato  gradese,  ed  anche  in 
seguilo  per  replicali  bienni  prorogala  ta- 
le riserva, essendo  morto  nel  i35i  Cam- 
bio priore  del  monastero  di  s.  Clemente, 
in  di  lui  luogo  per  elezione  di  Clemente 


V  EN 

VI  fu  dichiaralopriore  Franchino  da  Bt 
logna,  canonico  professo  dello  stesso  m< 
nastero,  indi  confermato  da  Innocenj 
VI.  Seguirono  i  Papi  a  nominare  i  prio- 
ri, dall'unegolare  governo  de'quali  risen- 
tì il  monastero  così  gravi  discapili, che  di- 
minuitosi a  poco  a  poco  il  numero  de'ca- 
iionici,  nel  luogo  non  vi  rimase  che  il 
priore.  A.  togliere  tal  grave  disordine  e 
per  la  rinnovazione  del  culto  divino  nella 
chiesa^  Eugenio  IV  nel  r432  unì  il  mo- 
nastero di  s.  Clemente,  per  l'incuria  e 
negligenza  de'suoi  prelati  reso  estrema - 
menle  pregiudicato,  all'altro  sunnomina- 
to di  s.  Maria  della  Carità  di  Venezia  ;  il 
cui  priore  Paolo  Malici  veronese  ne  pre- 
se possesso,  e  vi  costituì  i."  priore  Anto- 
nio di  Lussiano  canonico  regolare.  Restò 
per  oltre  due  secoli  il  monastero  di  s. 
Clemente  in  dominio  de'canonici  della 
Carità,  abbandonalo  però  e  privo  d'  a- 
bi  la  tori  per  la  scarsezza  di  sue  rendite. 
Intanto  avendo  il  veneziano  b,  l'aolo 
Giustiniani  monaco  camaldolese  fonda- 
ta nel  primiero  rigore  della  regola  di 
s.  Benedetto  e  della  riforma  di  s.  Ro- 
mualdo, la  congregazione  de'  Camal- 
dolesi Eremiti,  con  generale  applauso,  il 

manistrato  veneto  delle  Rason   veccliie 
o 

gli  olFrìnel  i523  la  chiesa  di  s.  Vilale  di 
Poveglia,  isola  della  diocesi  di  Chioggia, 
perchè  vi  venisse  ad  abitare  co'  suoi  ere- 
miti. Non  ebbe  luogo  l'offerta,  essendo 
il  b.  Giustiniani  occupato  d'  ordine  di 
Clemente  VII  nella  fondazione  dell'eie- 
mo  di  Monte  Sorattej  e  non  molto  dopo 
fu  chiamato  da  Dio  agli  eterni  riposi. Frat- 
tanto nella  chiesa  del  desolato  monaste- 
ro di  s.  Clemente,  con  permesso  de'cano- 
nici della  Carità,  avea  Francesco  Lazza- 
roni pievano  di  s.  Angelo  di  Venezia  in- 
trodolta  l'Immagine  e  la  divozione  di  s. 
Maria  di  Loreto,  con  fabbricare  decoro- 
samente nella  chiesa  una  divota  s.  Casa 
similissima  nella  forma  a  quella  che  vene- 
rasi nel  celebre  santuario  di  Loreto  e  ivi 
portata  dagli  Angeli.  Mentre  si  avanzava 
il  sagro  edilìzio,  giunse  a  Venezia  Andrea 


h 


V  E  N 

Mocenìgo  piissimu  eremita  camaldolese, 
coiririteniliuieiilocii  pianturnella  suapa* 
(ria  un  luogo  di  solitudine  pe'^uoi  eremi- 
ti. Il  deUu  pievano  uveiido  un  fratello 
eremita  concorse  perchè  gli  fosse  ceduto 
quello  di  s.  Clemente,  contento  di  conse- 
gnar loro  la  s.  Casa  e  l'Immagine,  perchè 
meglio  fosse  venerata.  Acquistatasi  dal 
Mocenigo  l'isola  dis.  Clemente,  per  ven- 
dila fattagli  da'canonici  della  Carità  nel 
1641,  pievio  il  debito  permesso  del  se- 
nato ne  prese  possesso.  Il  libro,  Sialo 
personale  del  Clero,  dice  che  gli  eremiti 
l'ottennero  dopo  il  i  DaB,  ma  le  date  che 
io  riporto  le  ricavo  dal  Corner.  Fu  subi- 
to fabbricato  l'eremo  di  12  celle,  per  or- 
dine del  procuratore  Renier  Zeno,  il  di 
cui  fralelloTito,  eseinplarissimo  eremita 
catnaldolese,  dopo  aver  costantemente 
ricusate  le  dignità  di  sua  congregazione, 
tollerò  d'essere  istituito  i."  priore  del- 
l'eremo veneto,  e  poi  morì  santamente 
a*  5  giugno  164^-  ^'^  del  seguente  set- 
tembre, terminala  la  fabbrica  della  s. 
Casa,  vi  fu  trasportato  il  simulacro  della 
D.  Vergine  di  Loreto,  con  pompa  eccle- 
siastica e  accompagno  del  patriarca  Mo- 
rosini.  Dipoi  per  opera  de'  camaldolesi 
eremili,  dilatata  a  comodo  de'fedeli  la 
chiesa,  ed  eretta  dal  senatore  Bernardo 
Morosini  l'eslerior  facciata  di  marmo,  il 
patriarca  Foscari  la  cousagrò  a'i5  mag- 
gio lySo,  assegnando  per  anniversario 
della  dedicazione  il  22  ottobre.  Negli 
altari  vi  furono  riposti  i  corpi  de'ss.  Gia- 
cinto e  Ilario  martiri  tratti  dalle  roma- 
ne catacombe.  Nell'eremo  fiorirono  re- 
ligiosi di  santa  vita,fra'quah  il  p.  Prosdo- 
cimo  da  Murano  e  il  p.  Andrea  da  Tre- 
viso, e  vi  restarono  sino  al  1810,  epoca 
della  generale  soppressione.  Nel  1818 
l'isola  e  l'eiemo  si  destinò  a  ritiro  de'sa- 
cerdoti  e  altri  ecclesiastici  meritevoli  di 
correzione  e  appartenenti  alle  provincìe 
venete.  Però  tale  istituzione  venne  tem- 
porariauiente  soppressa  nel  i855,  do- 
vendo quest'  isola  servire  per  manicomio 
femminile,  al  quale  «co^io  si  sta  altuul- 


V  E  N  479 

mente  (an.i  858)  rislaurando.  Dell'anti- 
chissimo edifìcio  del  Galileso  nulla  più 
rimane,  fuorché  ima  finestra  d'architet- 
tura settentrionale  nella  muraglia  del- 
l'orlo ;  di  quello  de'canonici  regolari  po- 
co, se  si  eccettui  il  nobilissimo  ten»pio 
dulie  loro  cure  fondato,  indi  accresciuto 
e  abbellito  dagli  eremiti.  E  di  questi  so- 
no ancora  quasi  tulle  le  casette  o  celle 
ilove  traevano  solinga  e  silenziosa  la  vi- 
ta, schiudendo  il  labbro  solo  per  benedir 
l'Eterno  o  memorare  la  morte.  Il  silenzio 
chequi  regnavaera  volontario,  di  uomini 
che  vestili  di  bianchi  mantelli  e  colla 
barba  intonsa,  in  Dio  cercavano  rifugio 
contro  a'  tanti  mali  che  accompagnano 
la  vita  in  questa  valle  di  lagrime,  nostro 
soggiorno  temporaneo  d'incerta  durata. 
vSingolar  contrasto  fa  coli'  eremo  quella 
fabbrica  a  guisa  di  piramide  che  sorge  in 
un  lato  dell'isola,  ed  è  una  conserva  di  pol- 
vere per  l'armi  da  fuoco,  il  eh.  conte  Ago- 
slino  Sagredo,  nella  descrizione  dell'iso- 
la di  s.  Clemente,  con  disegno  pubblica- 
to ne  Siti p'ntoreschi,  osserva  che  su  mol- 
te isolelle  della  Laguna  avviene  che  si 
vedano  simili  conserve  di  polvere.  La 
provvidenza  del  veneto  senato,  dopoché 
terribili  incendi  distrussero  l'isola  di  s. 
Angelo  della  Polvere,  di  cui  nel  n.  27,  e  il 
castello  di  Crescia,  i  due  principali  de- 
positi di  polvere  nello  slato,  anziché  ia 
due  soli,  ordinò  che  in  molti  e  separali 
recinti  venisse  collocata,  per  evitare  nuo- 
vo pericolo  di  cos'i  forti  danni.  Ed  innal- 
zava la  maggior  parte  degli  adatti  edifi- 
zi  presso  a'ceuobi  della  Laguna,  quali 
luoghi  più  appartali  e  sicuri.  La  chiesa 
di  s.  Clemente  è  magnifica  ed  elegante; 
ma  troppo  carica  d'ornamenti  e  di  mar- 
mi, segna  il  decadimento  dell'arte.  Uen- 
che  si  voglia  che  la  facciata  fosse  mura- 
ta a  spese  del  Morosini  ricordalo,  nel  se- 
colo X.  VII,  di  questo  nulla  vi  trasparisce. 
Anzi  per  quella  schiettezza  e  per  essere 
l'unica  edificata  in  3  ordini  da  semplici 
comici  divisi  e  scompartiti  da  ante,seca- 
Ura  opera  de'vuleuli  Lombardi.  Giova 


48o 


V  E  N 


cietlereclie  il  Morosini  la  riedificasse >ul- 
l'aiilico  modello  e  vi  uggiungesse  alcuni 
ornamenti  che  non  bene  si  uniscono  col- 
lo stile  dell'architeltura,  e  le  statue  del- 
la B.  Vergine,  de'ss,  Benedetto  e  Romual- 
do, e  i  busti  e  le  lapidi  in  onore  del  pa- 
die  suo  Francesco  che  morì  a  Corfù  nel 
l6i8,e  del  fratello  Tommaso  morto  nel 
1647  combattendo  nella  guerra  di  Can- 
dia,  con  ìscullure  celebranti  le  gesta  na- 
vali del  I ,°  e  quelle  del  1°  Asserzione  che 
viene  convalidata  dal  vedersi  in  un  di- 
pinto esistente  nell'interno  della  chiesa, 
esprimente  una  gran  processione,  certa- 
mente anteriore  al  restauro  del  Morosi- 
ni, la  facciata  della  chiesa  nello  stato  pre- 
sente, senza  gli  ornamenti  in  discorso  e 
senza  le  statue.  Kell'interno  il  tempio  è 
ornato  di  molte  sculture  e  di  magnifi- 
ci altari  di  marmo,  de'quali  mediocri  so- 
no le  pitture  della  scuola  del  Bassano,  del 
radoaninoedelLazzarini.Nel  mezzo  sorge 
Toj-natissima  cappella  isolata,  tutta  este- 
riormente coperta  di  finissimi  e  preziosi 
inarmi  africani  e  di  sculture;  ed  interna- 
mente foggiata  sul  modello  del  santua- 
rio di  Loreto.  Dietro  ad  essa  vi  è  il  gran 
getto  di  bronzo,  stupendo  bassorilievo, 
colla  Nascita  di  N.  S.  e  l'Adorazione  de' 
Pastori,  opera  del  bolognese  G.  M.  Mas- 
Ss  e  del  padovano  G.  F.  Alberghetti,  scol- 
pita da  F.  M.  L.  I  due  mausolei  marmo- 
rei di  Girolamo  Gradenigo  patriarca 
d'Aquileia,  e  di  Pietro  e  Giorgio  Moro- 
sini, a'  lati  del  coro,  sono  del  Le  Curt. 
Dice  il  Sagredo:  Quegli  che  a  quest'iso- 
letfa approda,  pitiche  a  mirare  il  lem- 
pio,  il  cenobio  e  il  fiorente  e  ubertoso 
giardino  di  vigneti,  di  lauri  e  d'ulivi  ri- 
pieno, ad  una  tomba  si  arresta  ed  onora 
la  gloriosa  memoria  dell'eroe  Tommaso 
Morosini  che  qui  giace,  capitano  o  am- 
miraglio delle  venete  navi,  erettagli  dal 
fratello  Bernardo  suo  successore  nel  gra- 
do, vicino  al  comune  padre,  anch'  egli 
nobilissimo  e  valoroso  guerriero.  Il  qual 
monumento  solennemente  ricordava  <V 
paviganli  e  a' gnerrieii,che  da  Venezia 


V  E  N 

uscivano  sulle  navi  di  s.  Mirco,  il  debM 
lo  loro,  e  come  a  nulla  vaglia  la  vita  se 
sagra  non  sia  alla  patria.  Appresso  a  que- 
sta sorge  l'altra  di: 

5.  SantoSinrìto.So\'afiUK\^.'' Ai  miglio 
dopo  quella  di  s.  Clemente,  ha  yoo  passi 
di  suo  giro,  bella  e  per  opere  d'arte  già 
preziosissima,  descritta  dal  eh.  Giovanni 
Veludo,  colla  vei\[ìiii,ne' Siti  pittoreschi. 
Con  esso  e  col  Corner  procederò  in  par- 
larne. Circa  il  ii4o  eravi  l'ospedale,  la 
chiesa  e  il  monastero  posseduto  da'cano- 
nici  regolari  di  s.  Agostino.  Pel  grande 
scisma  d'occidente,  ne  risentì  anche  que- 
sto chiostro  i  perniciosi  elFetli,  allonta- 
nandone e  disperdendone  i  tranquilli  a- 
bitatori;  onde  l'isola  nel  i  38o  fu  unita  al- 
la badia  di  s.  Michele  di  Brondolo  in 
Chioggia,  e  affidata  al  solo  priore,  sotto 
il  suo  trascurato  governo  a  poco  a  poco 
periva  manifestamente.  Laonde  il  senato 
mai  soffrendo  che  d'un  luogo,  per  molti 
rispelli  venerabile,  se  ne  vedessero  le  ro- 
vine, a'24  iiiarzoi4o9  lo  concesse  a'mo- 
naci  cistcrciensi  del  monastero  della  ss. 
Trinità  di  Brondolo,  quasi  distrutto  da' 
genovesi  nelia  guerra  di  Chioggia, alla  cui 
diocesi  apparteneva,  acciò  per  le  zelanti 
loro  cure  si  conservasse  e  vi  rifiorisse  il 
culto  divino  del  tutto  intermesso.  Indi 
a'q  giugno  lutto confercnò  Gregorio  X IT, 
unendo  in  perpetuo  i  due  monasteri.  Di- 
poi preparandosi  la  repubblica  veneta  ad 
insegnare  con  isplendido  esempio  alle 
nazioni  d'Europa  il  come  si  debba  dal- 
la Pestilenza  preservare  l'umanità,  me- 
diante un'  isola  delle  più  remote  per  ri- 
covero degli  appestati,  stabilì  nel  14^3 
che  il  monastero  di  s.  Maria  di  Naza- 
reth situato  neir  isola  omonima,  come  il 
più  opportuno  per  la  sua  lontananza 
dall'abitato,  disposto  fosse  per  raccoglie- 
re e  curare  i  colpiti  dal  contagio,  onde 
questo  non  si  dilfondesse.  Abitavano  al- 
lora in  quel  solitario  luogo,  come  dovrò  ri- 
peleie  ragionandone  nel  n.  7,fr.  Gabrie- 
le G.uofali  spoleliuo,  insigne  per  pietà  e 
priore  dcH'oidine  eremitano  di  s.  Agar 


VEN  VEN  ^^t 
slino,  ed  i  nolilli  j^iovani  vendi  Andrea  confermando  ogni  cosa  Eugenio  IV  nel 
]5ondoniieio,  Michele  Morosini,  l-'ilippo  i43i,  colla  dichiarazione  iillres"i,  che  la 
r.unta  e  Francesco  Conlarini  ,  che  al-  congregazione  potesse  ne!  monaslero  di 
lettali  dalla  quiete  del  vivere  solitario  e  s.  Spirito,  da  cui  prendeva  il  nome,  sup- 
dalla  riputazione  di  sue  virtù, eransi  co-  plire  a  quanto  era  tenuta  d'operare  nel- 
l.ì  ridotti  e  scelto  a  maestro  spirituale,  ve-  l'antico  monastero  della  ss.  Trinità  di 
stendo  pure  l'abito  agostiniano.  Dovendo  Brondolo.  Avendo  Andrea  Boiiilomiero 
dunque  questi  per  l'importanti  prowi-  rinunziato  la  dignità  di  priore,  meritò 
denze  sanitarie  abbandonare  il  loro  do-  d'essere  rieletto.  Il  Garofali  divenne  ve- 
micilio,  e  formare  una  comunità  regola-  scovo  di  Nocera,  e  il  Paruta  arcivescovo 
re  dall'altra  distinta,  ottennero  a  loro  ri-  di  Candia.  Quantunque  Dondomierofos- 
covero  l'antica  abbazia  di  s,  Daniele  in  se  riconosciuto  come  padre  e i."  fondato- 
Monte,  diocesi  di  Padova,  ove  il  vescovo  re  della  congregazione,  e  col  suo  esempio 
Pietro  Marcello,  deputato  a  ciòda  Mar-  ed  istruzioni  l'avesse  falla  fiorire,  con  ia- 
lino V,  nel  dì  dell'Assunta  vestì  i  giovani  cremento  pure  di  canonici,  non  mancaro- 
d'un  nuovo  abito  religioso  e  ne  ricevè  la  no  uomini  perversi  in  tentare  di  far  pe- 
professione  religiosa,  dopo  aver  soppres-  rire  ne'  suoi  priucipii  1' esemplarissiino 
$0  l'abbazia  e  costituita  in  priorato.  IVel  istituto.  Ne  prese  le  difese  il  pio  senatore 
14^4  il  Papa  pei'  fàie  risplendere  alla  Francesco  Barbaro,  neli4'ì3  in  vocando 
pietà  de'  veneziani  l'esemplare  vita  de*  l'aulorità  del  cardinal  Condulmiero  ni- 
nuovi  religiosi,  assegnò  alla  loro  congre-  potè  d'Eugenio  i  V,  onde  la  visita  ch'era 
gazione  il  monastero  cisterciense  della  stata  commessa  al  vescovo  di  Curzola, 
ss.  Trinità  di  Brondolo  colle  case  religio-  fu  demandala  al  patriarca  s.  Lorenzo 
se  dipendenti,  fra  le  quali  reputavansi  le  Oiusliniani,  e  così  fu  salva  da  eccidio  la 
principali  s.  Spirito  nell'isola  omonima  e  congregazione.  Nel  1 460  la  virili  del  Boii- 
i  s.  Benedetto  parrocchia  in  Venezia,  co-  domiero  fu  premiata  col  patrio  patriar* 
ine  già  toccai  a  suo  luogo.  L'abbate  di  calo,  e  dopo  la  sua  morte  la  congregazio- 
Brondolo  die  il  suo  assenso,  ed  a  secon-  ne  ottenne  la  chiesa  parrocchiale  di  s. 
da  del  disposto  nella  pontificia  bolla  il  Michele  di  Padova  col  comodo  mona- 
monasterodi  Brondolo  divennecapo  del-  stero.  Intanto  perchè  gli  edifizi  dell'iso- 
la congregazione  de'canouici  regolari  co-  la,  per  la  moltiludine  degli  anni,andava- 
niunemente  poi  detti  di  s.  Spirito,  e  luo-  no  in  molle  parli  diroccando,  si  accorse*» 
goprincipale  dell'unione,  come  pur  si  ha  riediQcareda'fondamenti  la  chiesa.  L  e- 
jtlagli  statuti  pubblicali  nel  i6o3  colle  seguì  con  magnifica  slrutlura  il Sansovi- 
;  slampe  del  monastero  di  s.  Spirilo.  Ad  no,  chiudendola  con  ricchi  cancelli  di  ier- 
i  onta  di  tale  riconoscimento,  per  essere  il  rò,  e  ne  adornò  il  pavimento  con  finissi- 
i  monastero  di  Brondolo  quasi  tutto  rovi-  n>i  marmi.  Bonifacio  vi  dipinse  la  pala 
nato  ,  i  nuovi  religiosi  si  rilirarono  nel  esprimente  la  B.  Vergine;  il  vecchio  Pai- 
monastero  di  s.  Spirito  di  Venezia  in  iso-  ma  le  figure  di  Sansone  e  di  Giuda  sui 
la,  ove  a' I  5  dicembre  d'ordine  ponlifi-  portelli  dell' organo.  Tiziano  nel  vigor 
I-io  doveano  deporre  lo  scapolare  largo  e  degli  anni  e  dell'ingegno  vi  conduceva  il 
bianco,  e  vestire  l'abiloeoappa  di  color  soliiito  in  3  parli  diviso,  nell'una  dello 
gì  ave  col  rocchetto  di  lino,  com'era  l'uso  quali  Abramo  sagrificante  ;  nell  altra 
de' canonici  regolari,  sotto  il  governo  Caino  che  uccide  il  fratello;  David  nella 
I  d'un  priore.  La  vestizione  però  ritardò  3."  in  allo  d'abbattere  il  giganle  Golia; 
sino  a'i 3  gennaio i43o,  l'Ifetluandola  il  non  senza  lacere  la  pala  colla  discesa 
vescovo  di  TraLi  Tommasini,  con  riniio-  dello  Spirilo  Santo  e  altre  pitture  il'at- 
J  \aie  i  canonici  la  solenne  profeasioue;  tiludiui  vivissime  e  panni  e  colorili  mi- 


48-. 


V  E  N 


labili  11  lisgiiiiicliire.  Vedevasi  sopra  un 
pilu  la  statua  di  iVIosè  delia  ^raudczzu  di 
lueglio  elle  un  piede,  scolpita  da  Giainrna- 
ria  padovano.  Nicolò  dell'Arcaschiavone 
vi  lavorò  il  Presepio  di  terra  colla  ,  di 
mezzo  rilievo,  a  colori;  e  col  Cenacolo 
degli  Apostoli  impreziosiva  Giuseppe  Sai- 
viali  il  sodino  del  refetlorio.  Cos'i  l'isola 
di  s.  Spirilo,  già  luogo  di  divoto  racco- 
gliaiento,  era  allora  divenuta  la  scuola, 
tlove  r  arte  e  r  ingegno  valorosamente 
gareggiavano.  Sembra  però  che  molto 
len)|)o  ci  volesse  per  compiere  il  tempio, 
poiché  i  due  altari  della  ss.  Croce  e  della 
15.  Vergine  furono  consagrali  nel  i  5o5  da 
Bernardo  Venier  vescovo  di  Chioggia;  poi 
Marco  Modici,  pure  vescovo  di  Chioggia, 
consagrò  gli  altri  4  altari  nel  t  58  i.  Nel 
mezzo  della  chiesa  i  canonici  fabbricaro- 
no la  se[)ollura  al  patriarca  ijondouiiero, 
uell' anno  slesso  delia  di  lui  morte,  scol- 
pendovi il  titolo  di  fondatore  del  monaste- 
ro. Dice  il  Novaes  nella  Storiad'Altssaii' 
tiro  nf,cìui  i  canonici  regolari  di  s.  Spi- 
rito, avendo  tralignato  dal  primitivo  lo- 
ro istituto,  non  essendovi  speranza  di  cor- 
rezione, il  Papa  colla  bulla  Cuiii.sit  coni- 
perltim,  de'28  aprile  i  656,  Bull.  Roni., 
l.  6,  par.  4>  p-ioi,  li  soppresse  e  ne  ap- 
plicò i  beni  alla  repubblica  in  sussidio 
della  guerra  di  Caudia.  Esistendo  la  con- 
gregazione nel  solo  stato  veneto,  vi  pos- 
sedeva sopra  400,000  scudi  di  beni.  Al- 
lora il  senato  ordinò,  che  tutte  le  pillu- 
re,  i  sagri  arredi  e  gli  altri  preziosi  orna- 
menti si  trasportassero  nel  tempio  di  s. 
Maria  della  Salute,  massime  i  classici  di- 
pinli  del  Ti.'.iano  ,  di  Tinlorello  e  del 
Salviali,  in  numero  di  oltre  24  pezzi.  E 
l'isola  per  tal  modo  abbandonata  e  spo- 
gliala, fu  consegnata  nel  1657  alla  cu- 
slodia  di  Candido  Benzi  già  canonico  re- 
golare del  monastero,  che  la  tenne  per 
aU|uanti  anni,  nel  corso  de'quali  era  el- 
la destinala  ad  accogliere  i  lorcsliei  t.  Po- 
iicia  i  turchi  essendosi  impadroniti  di  Can- 
dia,  i  frati  minori  osservanti  il'  uno  ile' 
SUOI  conventi,  miserabile  avanzo  de'mol- 


V  E  N 

lì  che  conteneva  la  regione  ,  temendo 
con  ragione  che  la  fanatica  crudeltà  ol- 
lomana  potesse  in  seguito  iiiferocire  con- 
tro di  essi,  e  dare  alle  fiamme  il  chiostro, 
gli  utensili  sagri  e  le  ss.  Reliquie,  ricorse- 
ro alia  pietà  veneta  perchè  loro  conce- 
desse un  ricovero.  Il  senato  gli  ai^oordò 
l'isola  di  s.  Spirito,  a  condizione  che  do- 
vesse servire  di  semplice  ospizio  nel  qua- 
le abitassero  non  più  di  i5  frali,  nume- 
ro che  in  progresso  per  tacita  tolleraiizn 
di  mollo  si  accrebbe.  Fuggirono  i  frali 
dalla  misera  Candia  nel  1672,  recando 
seco  loro  alcune  ss.  Pieliquie  e  altri  doni 
falli  al  convento  dal  correligioso  candio- 
lo  Alessandro  V,  fra' quali  una  bellissi- 
ma e  prodigiosa  immagine  della  13.  Ver- 
gine, a  cui  ricorre vaiKi  ne'loro  maggiori 
bisogni  i  cittadini  di  Candia  e  uè  restava- 
no esauditi.  Le  principali  reliquie  che 
possedeva  questa  chiesa  erano  ,  un'  insi- 
gne porzione  della  ss.  Croce,  un  osso  di  s, 
Simone  Apostolo,  il  cranio  di  s.  StefaiK 
non  però  il  protomartire,  4  '<i^^(^  *^6'l 
Compagne  nel  martirio  di  s.  Orsola, 
un  osso  di  ».  Stefano  I  Papa  e  martire.! 
minori  osservanti  rimasero  nell'antico 
monastero,  finché  a  mano  a  mano  sce- 
maiido,  si  ritirarono  in  quello  di  s.  Giub- 
be, non  rimanendo  in  s.  Spirito  che  un 
solo  custode  per  celebrarvi  la  messa.  Nel 
1806  abolite  le  corporazioni  ecclesiasti- 
che, eguale  destino  toccò  a'minori  osser- 
vanti; e  r  isola,  co' suoi  edilizi,  fu  conse- 
gnata alle  truppe  di  marina,  e  convertiti 
alla  conservazione  della  polvere  per  l'ar- 
mi da  fuoco,  cui  servono  pur  tuttavia.  Gli 
avanzi  del  monastero,  della  chiesa,  ed  al- 
tro edilizio  già  ad  uso  di  ortolani,  sono 
coronali  da  ampio  giardino,oggid'i  abban- 
donato, in  un  canto  del  quale  sorge  pic- 
cola torricella,  ove  sta  serbata  la  polve- 
re. Una  lapide  ricorda  Filippo  Parola;  e 
il  procuratore  Tron  e  Antonio  Valier 
hanno  pace  in  sontuosi  sepolcri,  il  resto 
dell'isola  è  occupala  da  ortaglie.»  Isola 
piena  in  vero  di  melanconiche  rimem- 
brauze^e  avente,  quasi  direi,  la seaibiuuza 


YEN  YEN  483 
cl'iin.i  povera  madre  che  piange  i  peiilu-  ti  agostiniani,  i  qiiali  nel  i  ^49  vi  f.ibbii- 
lì  figli  !  "  Segue  r  altra  di  :  caronu  una  chiesa  dedicala  a  s.  Maria  «li 
6.  Povcglia.  Isolelta  della  Lagiina,co-  N.izarelh,  cumiticiandula  nel  m.iggio  di 
mune  di  McTlamocco.  Anticamente  appel-  tale  anno,  riferendo  il  Corner  che  vi  pose 
lavasi  Popilia,  o  per  averla  abitata  uno  la  i .'  pietra  il  vescovo  Pino  di  Castello. 
di  tal  famiglia,  o  per  le  sue  molle  pian-  Yuolsi  che  alla  chiesa  sia  stalo  dato  il  del- 
le di  pioppi.    Certamente  fu   una  delle  lo  titolo,  forse  perchè  i  frali  accoglieva- 
prime  abitate  da'  piofughi  di  Padova  e  no  ed  assistevano  i  pellegrini  infermi  ,  i 
Monselice  circa  il  4^  '>  e  vi  restarono  si-  quali  in  quell'epoca,  come  ripelutanien- 
•  HO  all' 809,  quando  per  1'  invasione  del  le  ho  notato,  partendo  per  Terra  Santa 
re  d'Italia  Pipino   ripararono  a  ilialto.  odi  là  ritornaiulo,  concorrevano  a  Ve- 
i  Restata  deserta  l'isola,  l'ebbero  i  servi  e  nezia,  come  a  silo  opporlunissimo  per  la 
gli  schiavi  del  trucidato  doge  Pietro  Tra-  copia  delle  navi  e  per  la  sicurezza.  In  se- 
I  donico,  con  annuo  censo,  poi  permutato  guito  i  frati  diminuirono,   per  gravi  di- 
in  semplice  giuramento  di  fedellà  nella  sordini,  onde  il  convento  restato  vuoto  e 
i  2.' festa  di  Pasqua.  Nella  guerra  di  Chiog-  abbandonato,  neli423  non  vi  era  che  il 
■già  si  fabbricò  il  forte  Oltagooo  ancora  priore  fr.  Gabriele  Garofoli  da  Spoleto, 
esistente.  IMa  dopo  quel  tempo  il  depe-  uomo  di  singoiar  virili,  dalla  cui  ripu- 
.  limento  dell' ìsola  fu  progressivo,  onde  lazioiie  tratti  4  giovani  rag^uanlevoli  per 
nel  1777  fu  destinala  alla  contumacia  la  nobiltà  e  per  la  loro  pietà,  si  recarono 
I  delle  navi  provenienti  dal  Levante.  Sup-  nell'isola  e  si  posero  sollo  la  di  lui  dire- 
■  pressa  ne!  1809  la  sua  chiesa,  vi  fu  isti-  zione.  Furono  questi   i  già  descritti  nel 
I  tulio  un  Lazzaretto,  acciocché  le  navi  precedente    n.    5,  cioè  Andrea    lìoiidu- 
I  coiiipiano  la  contumacia  sanitaria.   Più  miero,  Michele    Morosioi,  Filippo   Pa- 
,  a  levante  s' incontrano  le  due  segueuti  rula  e  Francesco  Contarini,  1  quali  noti 
I  isole.  coutenti  d'  aver  già  assumo  1'  abito  ec-> 
rj.  Lazzaretto  Fecchio,^\l\  dalla  s.3Ia-  clesiaslico  amarono  qui  ritirarsi  aspiran- 
ì  ria  in  Nazareth,  per  quanto  riportai  nel  do  a  maggiore  perfezione.  Mentre  a  ciò 
.  ^X.n.Gg.Pocodislantedas.LazzarOjgia-  con   fervore  alleudevano,    Venezia   nel 
ce  in  uno  de'maggiori  canali  che  dal  porto  1422  (meglio  pili  tardi  e  nel  dogado  di 
'  di  S.Nicolò  conduce  a  quello  di  Malamoc-  Fuscari)  fu  attaccata  da  una  feroce  pesti- 
l  co.  A  mezzogiorno  deda  città,  e  lontana  lenza  ,  per  cui  ogni  giorno  periva  gran 
i  da  essa  circa  due  miglia,  e  non  più  che  quantità  di  citladini.  Considerando  la  si- 
I  «n  trarre  di  pietra  dal  Lido.  A  levante  gnoiia  che  nel  secolo  XI 11  la  città  era  sta- 
I  lia  vicina  la  della  isola  di  s.  Lazzaro,  a  la  più  di  1 6  volte orrendaineule  conlami- 
I  ponente  quella  di    Poveglia  ,  che  le  sa-  naia  e  deserta  dalla  peste,  comunicata 
[  lebbe  discosta  un  miglio  e  mezzo,  se  la  dalle  merci  provenienti  su  navigli  dall' o- 
j  tortuosità  del  canale  non   duplicasse  la  rieote,  con   saggio  consiglio,  a  suggeri- 
r  \ia.  La  figura  sua  è  un  quadrilungo  di  mento  di  s.  Bernardino  da  Siena  ,  volle 
!  circa  200  passi  ne'  maggiori   lati  e  100  stabilire  nell'isola  di  s.  Maria  di    Naza- 
I  iie'minuri.  Un  ponte  la  congiunge  ad  al-  leth   un  luogo  per  accogliervi   le  perso- 
tra  più  piccola  isolelta  seminata  d'ortag-  ne  e  le  merci  che  venivano  da  paesi  ma- 
,  gi,  nella  quale  sorge  una  conserva  di  poi-  iitliini,  onde  colà  restassero  lincile  tosse- 
i  "vere  rivestila  di  pietre  di  taglio,  con  pres-  io  giudicale  non  iofelte  di  contagio;  non 
[  so  un  alloggio  pe'soldali  posti  a  custodia,  meno  che  gli  appestali  per  esservi  cura- 
l  Sotto  il  ponle  scorre  un  canale  da  cui  .si  li.  Fu  trovala  opportuna  quest'isola,  pel 
scende  nell'isola.  Dal  senato  veneto  fu  u-  suo  ampio  circuito,  situazione  reu^ola  ,  e 
\  riginariameute  concessa  ad  alcuni  eremi-  insieme  non  motto  loutauu  du  Venezia. 


49-1  V  E  x\  ( 

L<ioik]6  il  senato  con  tlecrefo  1'  assegnò 
per  os[)e(lale  a'sospelli  (li  conlagio  ,  o  in- 
fermi di  peste  (leggo  nell'  Hisloria  del 
Morosini  ,  parlando  deirisliliizione  del 
Lazzaretto,  per  esser  la  città  di  nuovo 
havagliala  dalla  peste  ,  colla  perdita  di 
più  die  I  5,000  persone,  fu  stimato  gio- 
vevole pej-  estinguerla  di  portar  gl'infer- 
mi in  luogo  se[)arato  da  Venezia,  e  per- 
ciò fu  scelta  1'  isola  di  s.  Maria  di  Naza- 
reth, goduta  allora  da' cauonici  regolari 
della  Carità,  a'quali  invece  fu  data  l'isola 
di  s.  Clemente.  Non  ho  voluto  tacerlo,  ma 
mi  sembra  abbaglio,  come  può  vedersi 
nel  precedente  numero  4  ti'  f|ueslo  §). 
(guatilo  al  priore  fr.  Gabriele,  ed  a'suoi  4 
nobili  novizi, che  non  aveano  per  anco  prò» 
f'essato  veruna  regola,  il  senato  gli  accor- 
dò il  moiiasterodi  s.Daniele  in  ]Monte,diO' 
Cesidi  Padova,  ove  avendo  professata  la 
regola  de'canoiiici  regolari  di  s,  Agosli- 
no,(lipoi  passarono  nella  sunnominata  iso- 
la di  Santo  Spirito,  ed  ivi  vestitone  1'  abi- 
to, istituirono  la  congregazione  di  Santo 
Spirito  di  Venezia,  come  narrai  nel  detto 
hiogo.  Se  non  che  il  priore  Gabriele,  di- 
poi tornato  fi  a'suoi  agostiniani,  indi  di- 
venne vescovo  di  Nocera.  Sloggiata  l'isola 
di  s.  Maria  di  Nazareth  da'5  suoi  religiosi 
abitatori,  la  repubblica  riserbandosene  il 
padronato,  vi  formò  un  ospedale  a  cui  as- 
segnò la  chiesa,  gli  ediflzi,  gli  orti,  le  pos- 
sessioni, i  proventi  e  i  diritti  del  soppres- 
so convento,  stabilendovi  opportune  re- 
gole per  la  buona  direzione  del  pio  luogo. 
Ivi  ili  due  parti  divisi  si  ammisero  i  pove- 
ri d'  ambo  i  sessi  travagliati  dalla  peste, 
e  fu  prescritto  che  l'ufficio  del  sale  pagas- 
se ad  essi  vitto  e  medicine.  Si  destinarono 
4  serventi  pegli  uouiini,  altrettanti  per  le 
donne,  un  cap[)ellano,  e  un  priore  per 
amministrare  il  temporale  e  lo  spiritua- 
le, e  coll'obbligo  di  visitare  gl'infermi  al- 
meno ogni  giorno.  Di  più  si  fdbbricarono 
magazzini  pel  disinfetto  delle  merci.  In- 
vece della  denominazione  di  Nazareth, 
in  sostituita  quella  di  s.  Maria  Stel- 
la del  Ciclo,  antico  titolo  già  portalo 


V  E  N 


I 


dal  luogo  come  si  Ita  documeJilì,  onde  il 
priore  e  i  dipendenti  suoi  portarono  sul 
petto  un  segno  bianco  in  forma  <li  stella. 
Tutti  questi  ordinamenti  furono  conferii 
mati  da  Eugenio  IV  con  diploma  del  i.|| 
giugno  1436,  ripristinando  nella  chiesa  la 
festa  delia  ss.  Annunziata,  come  in  anti- 
co. Non  pertanto  il  precedente  titolo  pre- 
valse, per  cui  r  isola  è  chiamata  Nazare- 
tiim,  ne'deci*eti  del  i4i8  e  del  1456  (an- 
che del  1478,  e  lo  leggo  nel  Mutinellijdi 


:i 


cendo  il  decreto  del  maggior  consigli 
che  il  magistrato  del  S<il,  il  quale  avea  la 
cura  del  Nuzareto,  procurasse  in  Imani, 
isola  poi  sommersa,   o  altro  luogo  slra- 
man,  che  i  poveri  sieno  collocati  e  man- 
tenuti). Non  solo  in   questa   descrizione 
procedo  col  Corner  e  col  Dizionario  ve- 
neto, ma  ancora  con  quella  egregiamen- 
te scritta  dal  eh.  Andrea  Mustoxidi,e  fu  la 
I.'  memoria  da  Ini  composta  dopo  la  sua 
venuta  in  Italia,  e  riportata  ne'ricordali 
Siti  pittoreschi,  olTrendone  la  veduta  di 
segnata  da  Vincenzo  Sgualdi  e  intaglia 
ta  da  Rocco  Annibale.  Egli  dice,  che  da 
vocabolo  Nazaretiiin,  per  corruzi  one  \ 
ilisse  Lazzaretto;  ma  l'etimologia  è  tati 
lo  chiara  e  tanto  storica,  che  imitile  tor 
na  il  derivarla   dal   nome  dell'  ospeJaI 
Kl  hazar  presso  la  moschea  de'flori  am 
mirata  nel  Cairo,  come  pretende  Voluey, 
ovvero    da    s.  Lazzaro,    secondo  Mura- 
lori,  ancorché  sotto  la  protezione  di  lui 
si  ponessero  in    Palestina   e  altrove  gli 
spedali,  e  (juelli  specialmente  de'lebbro- 
81,  forse  perchè  i  buoni   fedeli  confusero 
il  mendico  della  parabola  pieno  d'  ulce- 
ri,  col  fratello  delle  ss.   Marta  e   Maria 
Maddalena    risuscitato  dal    Redentore, 
l^ertanto  non  aderisce  a  tal  opinione,  seb- 
bene il  caso   la  colorisce  di  certa  verisi- 
miglianza.  Egli  reputa,   che  il   nome  di 
Lazzaretto  derivi  da  un  Jacopo  de' Lan- 
zeroti,  perchè  costui  con  pie,  prudenti  e 
gratuite  opere  ben  meritando  dell' ospe- 
dale, ne  fu  vita  sua  durante   preposto  al 
governo  dal  doge Poscari  edalPapaLuge- 
niol  V,pei  I  ."a  priore  nel  1 436,i  quali  assai 


YEN 
il  celebrano  come  persona  idonea  e  uli- 
le  secondo  il  cuor  loro.  In  ijuesto  modo 
'  si  sovvenne  allora  a'poveri  e  agl'infermi 
'  sì  per  la  guarigione,  sì  per  ogni  alUa  ne- 
cessiiù.  iNècjui  si   limitarono  le  provvide 
cautele,im perocché  dubitandosi  cheque!- 
li  chedalLazzarello  usci  vano  come  libera- 
li o  non  tocchi  dal  malore,  lo  spargessero 
poi  in)provvisamente,  s'interdisse  loto  nel 
i4'56  il  conversare  tosto  cogli  altri,  e  de- 
'  cretossi  che  in  uno  u  due  luoghi  fuori  di 
I  Venezia  abitassero  alquanto  tempo.   Al 
'  qual  fine  si  eresse  all'opposilo  dell'altra 
parte  della  città  presso  il  lido  s.  Erasmo, 
Dell'isola  erroneamente  dal  dotto  Filiasi 
chiamala  s.  Maria  Stella  del  Ciclo,  un 
[  nuovo  Lazzaretto,  e  così  ili.°  si  chiamò 
Lazzaretto  f  ecchio,  il  2."  venne  appel- 
lato Lazzaretto  Nuovo,  nomi  che  prese- 
ro ciascuna  delledue  isole  e  tuttora  riten- 
gono; ed  osserva  il  Moschini,  che  sono  ri- 
niarcabili  e  da  vedersi  nella  loro  disposi- 
zione ad  impedite  ogni  pericolo  di  dilfu- 
sione  di  contagio.  Anche  il  Corner  parla 
:  delle  due  isole  e  loro  Lazzaretti.  All'isola 
'  dì  Nazareth  o  s.  Maria  Stella,  fu  aggiun- 
to il  ùlvAo  à\  Lazzaretto  Vecchio,  (\uaa- 
do  per  maggior  comodo  della  conluma- 
'  eia,  onde  assicurare  la  città  da'pericoli  di 
,  peste,  per  l'espurgo  delle  merci,  e  per  ri- 
i  coverò  e  stazione  delle  milizie  soggette  al- 
le [ìrescriziuoi  sanitarie,  fabbricossi  d'or- 
dine pubblico  in  altra   remota  isola,   la 
<{uale  era  di  ragione  del  monastero  di  s. 
Giorgio  Maggiore,  nel  1467  01468  altro 
Lazzaretto,  che  per  diiitinguersi  da  quel- 
lo di  più  antica  istituzione  fu  chiamato 
Lazzaretto  Nuovo,  nome  che  prese  e  ri- 
tiene l'isola.  Aggiunge  il  Z)/zio«a/v'o  ve- 
neto, e  ciò  perchè  non  mancasse  mai  al- 
bergo a  chi  veniva  dal  mare  con  sospetto 
di  muiatli.i  contagiosa. Narra  pure  il  Mu- 
sloxidi,  siccome  fin  dali34B  annnuava- 
si  dal  maggior  consiglio  3  nobili  col  ti- 
tolo di  Savii  aò  ogni  comparsa  di  peste, 
fu  iinece  neh  485  creata  una  magistra- 
tura perpetua,  con  grandissima  autorità, 
per  stabilire  le  leggi  opportune  e  farle os- 


YEN  48  > 

servare  (meglio  il  Romanin  riporta  l'i- 
slituzione  del  i.°  magistrato  di  Sanità  al 
i45q, bensì  le  sue  leggi  dalanodali48Ti). 
A  questa  medesima  magistratura  si  coni- 
nuse  la  direzione  del  Lazzaretto,  e  rego- 
le particolari,  minute,  piene  di  finissima 
previdenza  furono  poste  pel  ricovero  de- 
gl'infetti che  si  scoprivano  nella  città,  e 
de' viandanti  o  mercanti  che  d'altrove 
giungevano,  tenendoli  ivi  separali  colle 
merci  loro  lauto  tempo  quanto  maggio- 
re o  minore  era  il  timore  che  ispiravano 
le  terre  dond'erano  parlili,  e  per  le  qua- 
li erano  passali.  Guardiani ,  facchini  e 
fanti  e  servi  si  stabilirono  a  tanto  uopo, 
e  a  tulli  fu  preposto  un  priore,  incarico 
anche  questo  di  non  piccolo  momento,  e 
quindi  dotato  di  molli  privilegi,  e  conce- 
duto ad  uomo  della  classe  intertnedia  de' 
cittadini,  e  tale,  che  integro  essendo,  cir- 
cospetto e  diligente,  con  ogni  studio  vie- 
lasse  che  leggi  poste  a  salvezza  di  mille 
e  mille  vite,  fossero  infrante  insidiosa- 
mente per  cupidigia  od  incuria.  Adun- 
que il  vocabolo  Lazzaretto,  colla  imi- 
tazione di  que'  presidii  passò  alle  altre 
italiane  e  straniere  genti.  E  queste  pur 
dovrebbero  perenni  grazie  rendere  alla 
veneta  provvidenza,  che  prima  olFren- 
do  all'Europa  l'esempio  di  simili  istituti 
di  medica  polizia,  preservoUe,  ed  insegnò 
loro  a  preservarsi,  dal  più  micidiale  d(i' 
morbi ,  come  tnercè  di  lunghe  ed  aspre 
guerre  vietò  ch'elleno  non  piegassero  al 
giogo  degl'infedeli.  Così  il  Mustoxiili.  Par- 
lando io  delle  Pestilenze,  dissi  col  Ma- 
nini  e  loScalabrini,  che  Ferrara  si  van- 
ta d'aver  per  la  i ."  eretto  nel  i  1  77  un  o- 
spedale  per  gli  appestati  lebbrosi  sotto 
r  invocazione  di  s.  Lazzaro  in  un  borgo 
suburbano,  e  perciò  dato  origine  a' /^i'7S- 
zaretti.  Il  eh.  Rambelli,  Lettere  intorno 
invenzioni  e  scoperte  italiane,  leti.  3i, 
Lazzaretti,  narra  coll'Howard,  DexPnr- 
tes  et  des  Lazzarets  d'Europe,  ed  altri 
scrittori  in  uno  al  Vianoli, /v^or/rt  Tenda, 
che  verso  la  metà  del  secolo  XV  in  molte 
parti  d'ltalia,come  uGeuova,  Venezia, N.i- 


4.SG  YEN 

poli  ed  in  Sicilia  furono  fabbricali  lazza- 
retti aHlne  di  racchiudervi  gli  appella- 
li e  i  sospelli  in  qualunque  contagiosa  in- 
feruiilà.  Alla  fondazione  di  tali  lazzaretti 
fu  concordemente  stabilito  dagl'  italiani 
doversi  dare  alle  fiamme  le  cose  infette, 
doversi  sciorinare  e  purificare  le  sospette, 
doversi  gelosamente  ripulire  e  profuma- 
re con  sostanze  aronialiche,  doversi  fi- 
nalmente lungi  dall' abitato  de'sani  sep- 
pellire i  morti.  Ferrara  fu  lai, 'città  che 
istituisse  lazzaretti  nel  i  177  nel  borgo  di 
Quacchio.  Di  più  racconta  che  nel  prin- 
cipio del  secolo  XV  il  monastero  addetto 
alla  chiesa  di  s.  Matteo  di  Mizzana  fu 
fatto  lazzaretto  pegl'  infetti  della  peste, 
e  nel  i436,  non  bastando  ne  fu  dato 
un  altro  detto  di  s.  Lazzaro,  ch'era  a 
levante  di  Ferrara,  e  finalmente  il  gran 
Lazzaretto  fu  cominciato  nel  i486  dirim- 
petto la  villa  di  Cassana  circondato  dal- 
l'acqua  del  Po.  A  provare  che  altre  na- 
zioni non  conobbero  l'uso  de'  lazzaretti 
che  assai  dopo  gì*  italiani,  ne  riporta  le 
prove,  ed  in  Francia  solo  furono  intro- 
dotti nel  1700.  Aggiunge,  che  Genova 
r  ebbe  sin  dal  1579,  e  Venezia  che  già 
nel  1348  avea  provveditori  per  la  sa- 
lute, nel  i4o3  fondò  un  ospedale  nel- 
l'isola di  s.  INIaria  di  Nazareth,  onde 
giusta  I'  opinione  di  taluno  venne  il  no- 
me di  LazzarelLo^  citando  il  Reperto- 
rio tnedico-chiriirgico  pel  Piemonte,  a- 
gosto  1 836,  nell'articolo  sui  Lazzaretti  e 
sulle  Qiuirentcne.  Riferisce  Corner,  che 
nel  i565  si  rinnovarono  le  fabbriche  già 
rese  rovinose  del  Lazzaretto  Vecchio,  e 
nel  17  16  da'divoti  fu  eretto  nella  chiesa, 
incoi  eravi  un  solo  altare  di  legno  inta- 
gliato nel  1449»  all'o  nobile  altare  mag- 
giore di  marmo  dedicato  a  Nostra  Si- 
gnora delle  Salute,  a  imitazionedi  quello 
dell'  omonimo  tempio,  colla  statua  della 
Vergine  avente  a'  lati  le  due  figure  di 
Venezia  orante  e  della  Peste  fuggentej  e 
pochi  anni  dopo  vi  furono  aggiunti  altri 
due  altari  minori  sotto  l'invocazione  de' 
due  protelloii  contro  la  peste  i  ss.  Se- 


YEN 


I 


e- 

I 


basliano  e  Rocco,  nel  quale  incontro  or- 
dinò il  senato  clie  uell'  altare  di  s.    Se-j 
bastiano  vi  fosse  pur  collocata  rimma-l 
gine  di  s.  bernardino  da  Siena,  in  grata 
memoria  degli  eccitamenti  dati  da    esso 
per  io  stabilimento  salutare  del  luogo, 
per  provvedere  alla   miseria  degl'infer- 
mi e  alla   salvezza   degli  altri.   Siccome 
quest'ultimo  santo  fu  propagatore  del  cu 
lo  al  ss.  Nome  di  Gesù  (/^.),  se   ne  ve- 
dono le  sigle  nella  facciata  esterna  dell 
chiesa  e  in  diverse  parti  dell'isola.  Il  ca 
Mutinelli  negli  Annali  Urbani,  all'anni 
1576,  rende  ragione  quando  e  per  qua 
causa  furonoistituiti  il  LazzaretloVecchio 
ed  ilLazzarettoNuovo.Dice  che  il  i  ."eretto 
nel  secolo  precedente  servì  per  quelli  pro- 
venienti dall'oriente, ove  si  portarono  gli 
appestati  di  tal  anno  e  quelli  pure  nelle 
cui  case  era  morto  alcuno  di  peste,  do- 
vendo  farvi  22   giorni   di  contumacia 
Quanto  al  nuovo,  in  conseguenza   del 
r  immenso  conunercio  e  delle  frequent 
fazioni  co'  turchi   non   bastando  il  vetf 
chio  al   purgo  delle   mercanzie,  e  al  ri 
coverò  delle  milizie  soggette  a  conlumai 
eia,  si  fabbricò  l'altro  pochi  anni  appres 
so,  in  un'altra  remola  isola  vicina  al  Li- 
do di  s.  Erasmo,  e  per  distinguerlo    fi 
detto  iV^f/ot^o.  Nella  peste  del  1.576  dive- 
nendo ben  presto  anch'esso  incapace  di 
contenere  l'infinito  numero  di  gente,  si 
fabbricarono    celeremente    nell'  isola  e 
sulla  spiaggia  vicina  non  poche  e  ampie 
abitazioni  di   legno.  Riuscendo  poi  an- 
che insudicienti  queste,  giacché  può  dir- 
si che  ivi  a  mano  a  mano  passasse  tut- 
ta la  popolazione  di  Venezia  e  delle  cir- 
costanti   isolelte,  si    venne  al  partito  di 
trasportare   presso  al  Lazzaretto  molle 
vecchie  galee  e  molti  grossi  vascelli,  so- 
pra quelle  e  sopra  questi  costruendosi  al- 
tre case  di  legno.  Siffatta  flotta  di  straor- 
dinaria forma,  in  uno   all'isola  ed  alla 
spiaggia  erano  da  forte  armata  accerchia- 
le, e  quasi  fossero  una  spiaggia  assediala, 
erano  da  essa  attentamente  osservate,  hi 
questa  guisa  snrse  qui  d'improvviso  una 


V  E  IV  V  E  ^f                    4«7 

citlà  novella,  parte  in  terrò  e  parte  in  ac-  già  l'antico cliioslro.  I  due  Inti  si  foitìiaDo 

,  qua  fondata,  e  popolalii  (li  ben  !o,ooo  n-  dalle   abitazioni  un   tempo  riservate  n' 

bitntori,  provveduta  di  tulio  interanien-  baili  di   Costantinopoli,  a'  provveditori 

te.  ivi  di  continuo,  per  dissipare  la  con-  generali,  ed  a' rettori   che   ripatriavano 

laminata  aria,  ardevo  in  altissime  pire  dal  Levante.  Il  3."   lato  si   forma  della 

l'odoroso  ginepro.  L'erario  suppliva  al-  cbiesefta,  in  cui  tante  meste  preghiere  e 

•  jasmisnralissiniii  spesa.  Un  sacerdote  ce-  nccebi  alfelli  si  sono  innalzali  a  Dio,  iilfi- 
jebrava  il  s.  sagrilizio  sulla  spiaggia  al-  ciala  ne'dì  festivi  da  un  monaco  armeno 

1  le  turbe  genuflesse  e  preganti,  e  nuova-  di  s.  Lazzaro,  perchè  dirò  nel  n.gdi  qXie- 

•  niente  al  tramonto  del  sole  si   rinnova-  sto  §,  the  que'monnci  mechitarisli  hanno 
vano  le  preghiere  invocando  Colei  che  la  direzione  spirituale  del  Lazzaretto  ma- 

,  salute  degli  infermi,  rilngio  de'peccalo-  rillimn.  La  chiesetta  è  piuttosto  umile 
,  ri,  è  pure  consolatrice  degli  alflilti.  1  col-  che  semplice,  non  adornandola  pittura 
I  piti  dal  morbosi  portavano  nell'isola  del  di  pregio.  E  circondata  da  chiusi  sedi- 
Lazzaretto  Vecchio,  ed  i  morii  si  seppel-  li  ad  uso  de' serventi,  e  la  divide  un'al- 
f  Jivano  ne'suoi  prati  in  profondissime  fos-  Ira  serie  di  recinti,  ne'  quali  sono  se- 
\  se.  Vieppiù  coronmvenle  e  straziante  è  parali  i  passeggeri  provenienti  da  pae- 
I  il  resto  del  racconto  che  io  debbo  Irala-  si  diversi.  Olio  iscrizioni  necrologiche, 
il  sciare;  solo  rileverò  che  1'  acqua  mari-  non  più  antiche  deliya  i,  né  più  recen- 
)  na  fu  trovata  eccellente  in  disinfettare  e  li  del  1792,  eh' è  quanto  dire  poste  fra 
purgare  le  robe.  Morirono  ilal  i.°  ago-  l'epoca  incoi  si  rifece  il  pavMnento,equel- 
.  sto  iSyS  a  lutto  febbraio  iSyS  nella  la  incoi  non  piùsi  periniseil  seppellireen- 
ì  citlà  uomini  1682,  donne  i6q9;ne'Laz-  tro  le  chiese,  pregano  pacca  donne  e  uo- 
I    zaretti  uomini  1 43,  donne    172.  Morti  nuni  veneti  o  italiani,  che  procedendo 

•  nel  i  076, nellacitlà  uomini  t  1,9,40. don-  da  Soria,  da  Costantinopoli,  da   Corfìi 

•  nei  2, c)25;  ne'Lazzarelli  uomini  io,2i3,  morirono  in  viaggio  o  nella  contumacia, 

•  donne  8647.  De' morti   dal    i.°  marzo  ma  senza  sospetto  di  contagio.  Dietro  l'al- 
1577   fino  al   giorno  della   liberazione  tar  maggiore  è  incastralo  un   bassori- 

(    della  peste  s'ignorano,  nia  si  crede  un  lieve,  esprimente  la  B.  Vergine  in  trono, 
I    4ooo,  ed  in  tutti  50,721.   La   mirabi-  adorala  da  un  doge  genuflesso,  da  sena- 
■    le  chiesa   del   Kedenlore   innalzala   per  lori  e  da  altre  persone,  forse  scolpito  nel- 
i    volo  riconta  questa  desolatrice  pestilen-  la  metà  del  secolo  XV  e  coli' elligie  del 
I    za.  Ecco  poi  come  il  Mnstoxidi, descrive  doge  Foscari,  sotto  il  cui  dogado,  lo  ri- 
i    r  isola.  S'incontra  prima  una   piazzetta  pelo,   fu  istituito  il  Lazzarelto,  dogado 
in  cui  sono  le  abitazioni  del  priore  e  del  che  propriamente  cominciò  a'  i5  aprile 
i     suo  assistente,!  magazzini  degli  attrezzi  i423.  Ma  pari  sorte  non  ebbe  la  statua 
con  iscrizione  de'restauri  falli  nel  1754,  {  nieglio  alto  rilievo,  la  cui  testa  si  con- 
ed  il  serbatoio  d'acqua  per  espurgarvi  serva  nella  camera  degli  stucchi  del  pa- 
le cere  e  le  spugne.  Si  apre  ivi  l'ingresso  lazzo  ducale)  del  Foscari  medesimo,  che 
^    alle  due  più  antiche  gallerie,  nelle  quali  vedevasi  sulla  stupenda  porta  della  Carta, 
gli  uomini    sos|)etti  di  peste  esaurivano  eretta  sotto  il  di  lui  «lucalo,  Ira  la  basilica 
!     la  quarantena,  e  sulla  porta  è  un  basso-  Marcianaeil  palazzoducale.»  Nonleglo- 
!    rilievo  marmoreoche  rappresenta  s.  Mar-  riose  sue  gesta, e  l'ampliato  dominio  per 
co,  e  i  ss.  Sebastiano  e  Hocco.  Sovrasta  lena  e  per  mare,  e  gli   edifìzi  co'  quali 
il  leone  alalo,  e  vi  hanno  sotto   1'  armi  magnificamente  orrjò  la  città,  non  la  tli- 
de'  procuratori   de  Citra  con  iscrizione  messa  e  pregante  allitudine  nella  quale 
del  I  565,  che  ricorda  loperatom  tale  an-  era  radiguralo,  non  il  lavoro  egregio  di 
no.  Dalla  piaztella  si  passa  io  un  cortile^  Dailoloiueo  Bono,  valsero  a  ratleuerele 


48;-J  V  E  N 

sacrileghe  i»ani  di  iioiuiui  che  pur  clì- 
cevnnsi  veneziani.  Fu  ella  nel  1797  al- 
(errata  e  s[)e7zalii,e  i  simulncri  delle  Vir- 
ili ivi  rimasti,  sembrano  desiderare  il 
compagno  del  quale  furono  indegnamen- 
te vedovali  ".  Oltre  il  detto  chiostro, 
trovasi  un  7.,°  coitile,  intorno  al  quale 
si  edificarono  gli  appartamenti  pe'  pas- 
seggeri. E  ponno  senza  disagio  e  senza  ti- 
more di  contatto  abitarvi  sino  a  100,  ma 
inermi  e  chiusi  dal  tramonto  al  levar  del 
sole  in  camerette  del  lutto  simili,  le  qua- 
li mettono  sopra  una  loggia  di  molte- 
plici accessi, e  con  parecchie  divisioni,  per 
impedire  agevolmente  le  reciproche  co- 
municazioni. Oh, quanti  qui  accusano  co- 
me lento  ad  apparire  il  giorno,  nel  qua- 
le la  legge  restituir  gli  deve  all'  uMiaiio 
consorzio!  Pervenuti  al  termine  del  lo- 
ro viaggio,  e  quasi  arrestati  da  importu- 
na calma,  si  vedono  ancora  in  mezzo  al- 
l'onde; e  questi,  nuovo  e  peregrino,  nel 
contemplarle  moli  di  Venezia  sente  pun- 
gersi più  vivamente  dal  desiderio  d'am- 
mirarla d'appresso;  quegli,  cittadino,  ri- 
■vede  il  fumo  del  domestico  tetto,  né  gli  è 
lecito  correre  agl'impazienti  amplessi  de' 
congiunti  edegli  amici. Al  2.''cortilesegue 
una  via  die  attraversa  tutta  la  lunghezza 
«lell'isola  e  fa  capo  a  7  praticelli,  lungo  i 
quali  si  stendono  ampie  tettoie,  sbarrate 
da  cancelli  di  legno,  e  divise  e  distinte  se- 
condo le  varie  contumacie.  In  queste  si 
d  ifendono  le  merci  dall'i  ligi  mie  del  le  piog- 
gie  e  dall'  ardore  del  sole,  e  si  espurgano 
mentre  l'aria  vi  penetra  libera.  In  quelli 
si  rimuovono,  si  sbattono,  si  asciugano 
le  stesse  merci,  ed  altre,  giusta  i  prescrit- 
ti regolamenti.  Arbusto  od  albero  non 
vi  si  lascia  crescere,  animale  domestico 
non  può  vagarvi,  la  spontanea  erba  spes- 
so si  falcia,  aKinchè  non  si  rapprendine 
o  non  si  occultino  fiocchi  di  lana  o  co- 
tone, peli  o  piume,  o  tal  altra  materia 
che  in  se  chiuda  pestifero  germe.  Alle 
estremità  stanno  le  abitazioni  del  guar- 
diano e  de' facchini,  a'  quali  non  è  leci- 
to uscire,  finché  compilo  non  sia  il  ler- 


V  E  N 
mine  prescritto  all'  espurgo  degli  ogget- 
ti ad  essi   aHidali.    Una    muraglia   cinge 
certo  spazio  di  que'praticelli,  e  nel  mezzo 
elevasi  una  piramide.  Fu  forse  destinala 
anch' ella  a  conservar  la  polvere;  ma  il 
IMusloxidi  r  appella  monumento  fune- 
bre. L' immaginazione  conceda  almeno 
un  qualche  onore  a'miseri,che  lungi  dalle 
paterne  case,  illagrimati,  e  con  orrore 
furono  anzi  strascinati  ed  arsi  che  sepoU 
ti  nel  circostante  terreno.  »  Genti  di  looj 
tane  parli,   d'  abili,  di  lingua  e  di   reli 
gione  diversi,  si  succedevano  a  popolai^ 
q  Mesto  lazzaretto.  Ma  Venezia  prostrai 
dal  tempo  che  tutto  doma,  non  è  più  I4 
dominatrice  di  non  ignobile  parte  del- 
l'oriente, né  r  arbitra  del  commercio  ". 
IVotai  nel    voi.  LXXX,   p.   287:   finché 
Trieste  fu  unico  porlo  dell'Austria,   il 
suo   Lazzaretto  non  era  soltanto  di  os- 
servazione; ma  dacché  Trieste  e  Venezie 
allo  stesso  sovrano  ubbidiscono,  il   trai 
lamento  della  peste  é  devoluto  a'Lazza 
retti  veneti;  quelli  di  Trieste  sono  disolt 
contumacia,  per  cui  i  bastimenti  infelt 
non  vengono  accettati.  Dice  lo  Sialo  per 
sonale  del  i858.  U  Lazzaretto   Vecchio 
in  s.  Maria  di  Nazareth  è  nobile  edificio 
fabbricato  nel  142 3  per  cagione  della  pe- 
ste; era  prima  d'allora  convento  d'  ere- 
mitani agostiniani,  a  cui  era  slato  con- 
cesso innanzi  al  X  secolo.  Ora  serve  ad 
usi  militari,  ed  é  vacante  il  cappellano. 

8.  LazzareAto  Nuovo.  V.  il  numero 
precedente.  Dopo  l' isolette  del  Lazza- 
retto Vecchio  e  del  Lazzaretto  Nuovo 
s'incontra  la  seguente. 

9.  S.  Lazzaro A^ monviZ\  Mechitarisli 
armeni.  Isoletla  nelle  Lagune,  verso  mez- 
zodì, ed  in  faccia  a  Venezia.  Allorché  nel 
secolo  XII  frequentissimo ei  a  0[)er  cagio- 
ne di  divozione  o  di  commercio  l'appro- 
dare de'venelilegnialle  scale  della  Soria, 
e  il  passar  de'veneziani  alla  venerazione 
de'  sagri  Luoghi  della  Palestina,  incon- 
travano spesso  que'  religiosi  passeggeri 
la  disgrazia  di  restar  infetti  dalla  ieb- 
bra;  male  allora  assai  comune  in  quelle 


V  E  N 

Provincie,  e  ritornali  poscia  in  pniria  Io 
comunicavano  anche  ad  alcuni  de'  loro 
concilladini.  Al  ricovero  di  que'  mise- 
rabili, che  oppressi  da  tale  schifosa  in- 
fermila non  avevano  il  modo  di  curarsi 
nelle  loro  case,  fu  destinata  una  casa  nel- 
la parrocchia  de'ss.  Gervasio  e  Piotasio, 
il  cui  luogo  prese  il  nome  di  Corte  di  s. 
Lazzaro^  così  denominala  e  perchè  in 
dialetto  veneziano  soleva  dirsi  la  lebbra 
mal  di  s.  Lazzaro,  e  perchè  nell'antiche 
pitture,  che  rappresentano  il  santo  men- 
dico Lazzaro  della  parabola  evangelica, 
e  fors'  anche  storia,  egli  si  ^ede  lutto 
coperto  di  piaghe  e  di  lebbra;  owero 
esprimono  quel  povero  lebbroso  dal  Sal- 
vatore guarito.  Riuscendo  angusta  una 
sola  casa  al  ricovero  di  molti  infermi, 
Leone  Paolini,  distinto  per  pietà,  in  un'i- 
sola delle  venete  Lagune,  ricevuta  in  do- 
no da  Uberto  abbate  di  s.  Ilario,  fondò 
un  ospedale  e  una  chiesa  sotto  l'invoca- 
zione di  s.  Leone  Papa,  che  offrì  poi  nel 
I  182  in  libero  dono  alla  cattedrale  di 
Castello,  acciocché  restasse  per  sempre 
nella  sua  giurisdizione  e  podestà.  Desti- 
nò anche  un  priore  per  la  custodia  e  di- 
rezione del  pio  luogo  ,  i  di  cui  successo- 
ri furono  poi  ne'  tempi  successivi  diver- 
samente eletti.  Nel  1 264  i  conversi  0  ser- 
venti gì'  infermi  e  l'inferme  dell'ospe- 
dale, vacando  la  carica  di  priore,  chia- 
marono ad  essa  fr.  Vitlilino  dell'ospedale 
dis.  Maria  de'Crociferi;  ma  opponendosi 
a  tale  elezione,  come  lesiva  di  sua  autori 
là, il  vescovo  di  CaslelloTommaso Fran- 
co, rinunziarono  i  poveri  a  qualunque 
loro  prerogativa,  e  Vitlilino  all'ottenuta 
carica;  onde  rimasta  libera  al  vescovo  la 
destinazionedel  priore, scelseegli  col  con- 
sìglio de'  suoi  canonici  a'5  luglio  il  me- 
desimo fr.  VìttilinOj  e  formalmente  lo 
costituì  priore  del  priorato  di  s.  Lazzaro, 
nel  di  cui  nome  erasi  cambiato  il  i.°  ti- 
tolo di  s.  Leone.  Essendo  poi  succeduto 
a  Vitlilino  neir  uffìzio  Pancrazio,  perla 
traslazione  di  questo  ad  altra  carica^  a' 
49  gennaio  1269  il  capitolo  0  conven- 

VOL.    XCf. 


VEN 


489 


fn  de'  frali  e  suore  dell'  ospedale  di  s. 
Lazzaro,  ossia  i  poveri  e  le  povere  de!  me- 
desimo, elessero  concordemente  priore 
il  loro  confratello  Bonalbergo  sacerdo- 
te, e  fu  confermalo  dal  vicarioe  capitolo 
della  chiesa  Castellana  vacante.  In  se- 
guito i  soli  vescovi  continuarono  a  nomi- 
nare i  priori,  come  fecero  Bartolomeo 
Quirininel  1281  eleggendo  Antonio  pre- 
te, e  nel  1829  Angelo  Delfino  che  no- 
minò Romano  prete.  Dipoi  la  facoltà 
d'  eleggere  i  priori  passò  ne'governatori 
dell'ospedale,  i  quali  nel  i  479  costitui- 
rono priore  del  pio  luogo  Giacomo  Ri- 
naldi, che  rinunziando  nel  1482  gli  so- 
stituirono Filippo  Corner,  coll'obbligo  di 
render  loro  conto  dell'  amministrazione. 
Forse  mancò  al  suo  dovere,poichè  i  gover- 
natori neli490  lo  riniosseroe  gli  surro- 
garonoGirolamodeTommasi.  Ma  il  pa- 
IriarcaMaffeoGerardo, sollecito  di  ricupe- 
rar l'antiche  prerogative,  dichiarò  nulla 
l'elezione,  e  nominò  priore  fr.  Secondo 
Contarini,  agostiniano.  Nondimeno  il 
Tommasi  continuò  nella  carica,  e  nel 
1496  i  governatori  gli  aumentarono  Io 
stipendio,  e  in  gratificazione  di  sue  bene- 
merenze Io  confermarono  poi  priore  a  vi- 
ta.RestòilContarini  prioredi  nome, titolo 
che  alla  sua  morte  il  patriarca  Girolamo 
Quirini  conferì  aMarcoBaldignro canoni- 
co di  Castello.  Frattanto,  quasi  cessando 
la  lebbra  ad  affliggere  1'  umanità,  dimi- 
nuirono tanto  i  lebbrosi,  che  ormai  nel- 
l'ospedale vi  abitavano  appena  unoo  due 
infermieri,  onde  i  governatori  neabban- 
donarono  la  direzione.  Allora  il  magi- 
strato presidente  degli  spedali,  credè  van* 
taggioso  alla  città  trasformare  l' istituto 
nel  ricovero  de'molti  poveri  che  col  gior- 
naliero mendicare  erano  d'aggravio  a 
cilladioi  e  di  disturbo  alle  chiese.  Per- 
tanto il  senato  decretò  nt'li594jche  ri- 
servato prima  1'  occorrente  al  manteni- 
mento de'  lebbrosi,  il  resto  delle  rendite 
si  erogasse  al  sostentamento  de'  poveri 
mendicanti,  pel  ricovero  de'qnali  si  do- 
vesse risarcire  le  danneggiale  fabbricb* 

32 


490  V  E  N 

dell'  ospedale.  Ma  considernndo  1  gover- 
untori  quanto  incomoda  fosse  per  la  cura 
de'iiiendichi  la  situazione  remota  dell'iso- 
la, a  cui  era  bene  spesso  malagevole  l'ap- 
prodare nel  rigore  dell'  inverno  e  nel- 
l'improvvise procelle  dell'estate, onde  re- 
stavano gl'infermi  abbandonali  dal  me- 
dico, e  privi  de'  sussidii  opportuni,  im- 
petrarono nel  iScjS  dal  maggior  con- 
siglio di  poter  trasferire  1'  ospedale  in 
qualche  luogo  della  città  più  idoneo  e 
confacente  al  benefico  istituto;  e  così 
ebbe  origine  presso  ss.  Gio.  e  Paolo,  l'o- 
spedale di  s.  Lazzaro  de*  Mendicanti,  di 
cui  trattai  nel  §  XII, n. 1 3.  Da  ciò  avven- 
ne che  quesl'  isola  restò  totalmente  ab- 
bandonata, diroccarono  a  poco  a  poco  le 
fabbriche,  e  quasi  quasi  non  più  scorge- 
vasi  che  una  semplice  ortaglia  in  mezzo 
all'acque.  Secondo  il  Dizionario  geogrU' 
fico  impresso  in  Venezia,  nell'  articolo 
x.  Lazzaro,  l'isola  fu  per  un  tempo  abi- 
tala da'  pp.  domenicani  fuggiti  da  Can- 
dia.  Altrettanto  allarma  lo  Statoperso- 
naie  delCtero.CÌVx  mai  presagito  avrebbe 
allora,cheun  giorno  questo  piccolo  punto 
nelle  vaste  Lagune  che  circuivano  la  se- 
de della  decantata  nobilissima  e  possente 
repubblica  veneziana,  dovesse  a  lei  so- 
pravvivere e  diventar  celebre  per  tutto 
il  mondo  quand'essa  più  non  esistesse? 
Chi  mai  presagito  avrebbe  allora,  che  l'i- 
stituto religioso  e  straniero  che  vi  do- 
vea  aver  sede,  fosse  quasi  il  solo  rispet- 
tato e  lasciato  sussistere,  in  confronto 
de'  precedenti  nazionali  di  remota  e  an- 
teriore origine,  dal  diluvio  distruttore 
degl'  illustri  e  benemeriti  ordini  regola- 
ri d'ambo  i  sessi  (tranne  i  ben-frateili 
quali  ospedalieri,  le  monache  greche,  e 
le  salesiane  educatrici),  e  di  tante  ve- 
nerande case  di  Dio  doviziose  eziandio 
di  memorie  artistiche  de'più  felici  inge- 
gni? Unicamente  fu  preservalo  dalla  ge- 
nerale soppressione,  per  aver  esso  con- 
servato la  sudditanza  ottomana,  e  perciò 
considerato  stabilimento  estero  e  ospite, 
riguardi  che  altrove  non  si  usarono  in 


I 


V  EN 

quasi  somiglianti  casi!  E  che  un  suo 
monaco  lesse  un  giorno  proclamalo  pre- 
fello e  capo  civile  di  sua  nazione  caltoUi 
ca  in  Costantinopoli  riconosciuto  dall^ 
sublime  Porla;  e  cheqnesla  inoltre  dece 
rasse  delle  sue  insegne  equestri  l'odierno' 
su[iremo  capodella  monastica  congrega- 
zione, sebbene  insignito  della  dignità  ar- 
civescovile, che  fregia  il  suo  petto  col  sa- 
lutare e  glorioso  seguo  della  Croce,  lan« 
lo  avversato  dalla  maomettana  mezza^. 
luna?  Intendo  parlare  della  monaslicÉ 
congregazione  armeno-mechilarislica  ' 
appunto  di  s.  Lazzaro  di  Venezia,  orna- 
mento e  decoro  delle  sue  Lagune,  quan- 
to dotta  altrettanto  virtuosa  ed  esempla- 
re, tipo-modello  d'incivilimento  e  di  soa- 
vità di  maniere;  i  cui  rispettabili  indivi- 
dui a  cagion  d'  onore  meritarono  d'  es- 
ser celebrati  col  nome  antonomaslir.o 
di  Gesuiti  dell'  Oriente l  Non  si  poteva 
fare  più  giusto  e  più  splendido  eingir 
Questa  è  Storia,  e  non  entusiasmo 
quell'antica  e  affettuosa  venerazione, cV 
mi  glorio  e  vanto  professarle,  perciò  di 
chiarata  anche  altrove.  Lo  scopo  prim^ 
rio  di  questa  congregazione  egli  è  di  edii 
care  alla  virtù  ed  alle  scienze  i  suoi  alun- 
ni, acciocché  nell'  orientali  regioni  pos- 
sano spargere  tra'  loro  connazionali  la 
luce  della  verità  cattolica,  la  purezza  di 
sua  dottrina,  e  l' incivilimento  nelle  let- 
tere e  negli  sludi.  Scopo  importantis'^i- 
mo  a  cui  corrispondono  colla  più  felice 
riuscita.  Ad  evitare  inutili  ripetizioni  an- 
zitutto qui  ricordo,  che  nell'articolo  Mr- 
CHiTABisTi,  Congregazione  monastira 
di  Benedettini  Antom'anì  Armeni,  nar- 
rai, che  ne  fu  fondatore  il  nobile  Mechi- 
tar  di  Sebaste  dell'Armenia  minore,  da 
tutta  la  sua  nazione  chiamalo  per  anto- 
nomasia V Abbate.  Egli  era  uno  di  que- 
gli esseri  benefìci,  a  cui  1'  amore  dell'u- 
manità ispira  r  eroico  coraggio  di  lutto 
intraprendere  senza  lasciarsi  vincere  né 
atterrire  da  alcun  ostacolo.  Acceso  di  pa- 
tria carità  per  istruire  la  sua  nazione  e 
ctmdurla  rapidamente  all' esercizio  delle 


VE  N 

vlilh  cnlfoliche  ed  nll' acquisto  «ItH' oli- 
li scieii/e,  corcando  la  via  più  diivtla  e 
sicura  a  tanl'iinpo,  in  A  leppo  trovati  al- 
cuni missionari  gesuiti  l'eoe  a  loro  In  prò 
fessione  di  sua  fede  cattolica,  e  fu  inco- 
raggiato da  essi  nel  suMiine  proponi- 
mento di  promuoverla  fra'  suoi  conna- 
f.ionali  eterodossi.  Acceso  vieppiù  d'ar- 
deiilissiuio  zelo  d'  iliuminare  nel  calto- 
licisuio  e  nelle  scienze  la  sua  celebre  na- 
7Ìone,  ammaestrò  alcuni  ferventi  catto 
liei  per  averli  a  utili  cooperatori.  Dive- 
rtito vnrtnliied  ossia  dottore,  e  perciò  iii- 
Teslito  della  podestà  di  predicare  e  di 
comunicare  od  nitri  la  medesima  digni- 
tà, predicò  in  vari  luoghi  la  fede  catto- 
lica con  molto  frullo,  e  in  altri  inviò  i 
suoi  compagni,  restando  illuminati  molti 
scismatici  armeni  de^  loro  errori  che  li 
separavano  dalla  Cliiesa  cattolica.  Supe- 
rate le  persecuzioni  degli  ostinali,  e  volen- 
do stabilire  un  ospizio  per  dimorarvi  co- 
me in  monastero  co*  suoi  compagni,  ri- 
solvette portarsi  con  essi  nel  Peloponne- 
so o  Morea,  sapendo  che  ivi  a  molti  al- 
tri vantaggi  quello  pure  si  aggiungeva 
di  vivere  sotto  il  felice,  religioso  e  mite 
governo  de' veneziani. Giuntovi  nel  1702, 
la  repubblica  veneta  benignamente  l'ac- 
colse, e  gli  assegnò  per  dimora  la  città 
di  lìlodone  o  Metonn,  ove  il  p.  Mechi- 
lar  co'  pubblici  e  privali  soccorsi  potè 
iimnlznrvi  vasto  monastero  e  bella  chie- 
sa sotto  l'invocazione  di  s.  Antonio  ab- 
bate, col  beeieplacito  di  Papa  Clemente 
XI.  Ivi  slabib  sotto  il  patrocinio  di  detto 
santo  0  la  regola  di  s.  Benedetto  la  sua 
tuonasi ìcn  congregazione,  di  cui  fu  in- 
sieme fondatore  e  i ."  abbate,  approvali- 
«Ione  le  costituzioni  nel  171  1  la  Congre- 
gnz'onc  cardinalizia  di  Propaganda 
Jìde.  Nella  professione  religiosa  aggiunse 
Co'  suoi  monaci  il  4-"  'oto  di  predicar 
la  fede  cattolica  tra  gli  armeni, il  che  ese- 
guirono tosto  propugnandone  ì  dogmi, 
con  quel  successo  che  raccontai  nel  ri- 
cordato articolo.  l\la  divenuta  la  Morea 
tcali'odi  sanguinosi  combattìmeuti, per  la 


VEN  49' 

falalissima  guerra  dichiarala  a  Venezia  nel 
1714  da'turchi  pel  suo  riacquisto;  guerra 
durata  ben4  anni,  ne'qùali  scorsea  rivo- 
li il  sangue  de'  prodi  veneziani  e  di  loro 
milizie,  che  nel  disputarne  il  possesso 
palmo  a  palmo,  vittime  innumerevoli 
furono  sagrificalealla  crudeltà  e  a*  tra- 
dì nienti  del  furioso  nemico  del  nome  cri- 
stiano, e  tante  famose  città  rimasero  per 
la  valorosa  opposizione  miseramente  di- 
strulle. Intanto  il  p.  Mechilar  si  trovò 
nella  dura  necessità  d'  abbandonar  la 
chiesa,  il  monastero  e  le  loro  rendile,  e 
co'suoi  monaci  cercare  rifugio  in  Vene- 
zia. Muniti  di  lettere  raccouiandalizie 
degli  ambasciatori  di  Costantinopoli,  de' 
veneti  governatori  del  Peloponneso  e  de' 
comandanti  di  mare,  in  uno  alle  tesli- 
raonianze  di  molti  nobili  veneti  ripatria- 
ti,  supplicarono  la  repubblica  a  conceder 
loro  un  monastero  slabile;  mentre  la 
congregazione  di  propaganda  ^z^e  li  rac 
comandò  al  patriarca  Barbarigo.  Vinte 
alcune  dirticoltà  di  massima,  il  p.  Mechi- 
lar ottenne  dal  senato  l'B  settembre  17  17 
in  proprietà  per  la  sua  congregazione 
l'uitera  isola  di  s.  Lazzaro  ridotta  alla 
semplice  condizione  di  ortaglia.  Ne  fecero 
la  consegna  i  governatori  dell'ospedale  di 
s.  Lazzaro  de'mendicanti,  mediante  pic- 
colo annuo  tributo.  Assistito  il  p.  Mechi- 
lar dal  favore  del  governo  e  del  patriar- 
ca, colle  generose  sovvenzioni  degli  ar- 
meni connazionali,  in  breve  fece  spari- 
re lo  squallore  e  le  rovine  dall'isola  ;  rie- 
dificò l'antica  chiesa  in  più  nobile  e  orna- 
ta forma  con  altari  di  marmo;  costruii 
sugli  avanzi  cadenti  del  precedente  chio- 
stro e  ospedale  un  ben  ideato  monaste- 
ro; né  trascurò  la  coltura  del  restante 
terreno,  sia  nel  giardino  e  sia  negli  orti, 
per  sollievo  e  salubre  esercizio,  come  pe' 
bisogni  della  comunità  monastica.  La  ce- 
lebre Stamperia  poliglotta,  ebbe  princi- 
pio vivente  lo  stesso  p.  ab.  Mechilar.  Tut- 
to questo  che  vado  rammentando,  con 
più  dilfusione  lo  descrissi  nel  suo  artico- 
lo, ove  rilevai  che  presto  l' isola  di  s. 


492  V  E  N 

Lazzaro  cJi  Venezia  pe'  benemerlli  me- 
cliilaristi  divenne  riiiomaln  da  per  lutto, 
non  solawente  pel  florido  slato  cui  la 
ridussero,  ma  eziandio  pe!  zelo  religioso 
che  vi  fecero  fiorire,  per  la  loro  doltriiin 
che  diffondono  co'Ioro  nitidi  e  moltepli- 
ci tipi,  per  r  opere  voluminose  e  utilis- 
sime che  vi  pubblicarono,  che  in  buona 
parie  ivi  e  altrove  nominai.  Le  quali  o- 
pere  hanno  uno  smercio  considerabile 
massime  per  tutta  1'  Asia.  Pubblicazio- 
ni che  hanno  altres'i  duplice  nobilissi- 
mo scopo,  religioso  e  letterario,  forman- 
do un  meraviglioso  nodo  che  il  sapere 
dell'oriente  unisce  a  quello  dell'occi- 
dente. Con  descrivere  la  chiesa,  dissi  de' 
maestosi  riti  nazionali  che  vi  celebrano, 
i  quali  pure  esercitano  in  città  nella 
chiesa  di  s.  Croce,  di  cui  farò  poi  paro- 
la. Anche  il  Moschini  fd  leslimonìanza 
onorevole  de'  monaci  armeni  mechi ta- 
risi!, quali  indefessi  coltivatori  dello  stu- 
dio, autori  e  editori  d'  opere  pregiale  e 
vantaggiose  a'dotti.  Descrissi  il  pulitis- 
simo e  decoroso  monastero  ,  residenza 
dell'abbate  generale  insignito  del  titolo 
arcivescovile  di  Siunia  {!''.),  tuttora  es- 
sendolo il  saggio  e  virtuoso  prelato  mg.' 
Giorgio  Hurmuz,  che  degnasi  riguar- 
darmi con  singoiar  amorevolezza,  il  che 
tengo  in  segnalalo  pregio.  Dissi  pure  nei 
medesimo  articolo,  del  gabinetto  di  fi- 
sica e  di  storia  naturale,  non  che  della 
preziosa  ed  elegante  biblioteca,  ricca  di 
codici  antichi  e  di  mss.  di  valore,  e  di 
scelte  e  rare  opere.  Leggo  nel  Diziona- 
rio Ideografico.  »  La  libreria  è  un  vero 
gioiello  perla  copia  de'codici  di  oriente, 
pregevolissimi  e  di  merito  non  conosciuto 
se  non  da'veri  amatori  delle  scienze  e  delle 
lettere  classiche,  dappoiché  non  vi  è  luo- 
go non  solo  in  tutta  l'Armenia,  ma  nep- 
pure nel  vasto  terreno  dEuropa,  in  cui 
si  conservi  maggior  quantità  di  mano- 
scritti, ed  anche  autografi,  de'santi  loro 
dottori,  molti  eziandio  fregiati  di  elegan- 
tissime miniature;  altri  mostranti  le  ag- 
giunte, le  mutilazioni,  le  corruzioni  dcl- 


V  EN 

l'opere  già  pubblicate  dagli  scismatici  } 
altri  acquistati  ad  allo  prezzo,  o  dati  in 
dono  da  ragguardevoli  pcrsonai^gi,  clid 
trattano  diffusameiile  dell'origine  de' 
Maomettani,  delle  vicenile  de'  Tartari^ 
delle  spedizioni  de'Crociali,  della  vita  e 
deli'  imprese  d'  Alessandro  Magno,  e  fi- 
nalmente della  gesta  de'Martiri;  mano- 
scritti che  da  que*  monaci  dottissimi  sì 
vanno  pubblicando  tratto  tratto  median- 
te la  tipografia  amplissiuia  eretta  da  lo« 
ro  nello  stesso  monastero,  che  a  buon 
diritto  dall'intera  nazione  armena  viene 
riputata  la  prima  tra  quante  mai  ne  vide 
fondale;  e  dalla  quale  finora  si  diedero^ 
fuori  moltissime  edizioni  magnifiche^ 
nitide  e  pregiate.  Non  è  fuor  di  propo-' 
sito  il  ricordare  come  da  quegli  studiosi 
cenobiti  si  stiano  di  presente  lavorando 
molte  opere  colossali  da  infonder  tema  a 
qualunque,  sia  per  la  copia  de'lumi  che 
richiedono,  sia  per  l'ampia  lor  mole.  Ta-, 
li  sono  il  gran  Vocabolario  armeno  uni- 
versale; la  versione  armena  della  Storia 
antica  di  Rollin;  la  Biografia  degli  uomi« 
ni  illustri  di  lor  nazione;  le  Vite  di  Plu- 
tarco io  armeno;  un  trattalo  dell'  Arte 
poetica,  il  i.°  che  siasi  veduto  compari- 
re in  armeno";  un'Introduzione  alla  Sto- 
ria geografica  dell'  Armenia  antica  ;  la 
Bibliotheca  Patrum  Armenioruìn,  e 
molte  altre  ancora  che  si  tacciono  per 
brevità  ".  Narrai  che  nella  biblioteca  è 
il  monumento  marmoreo  esprimente 
Gregorio  XVI  sedente  nella  sedia  gesta- 
toria e  da  lui  stesso  donato  alla  congre- 
gazione, quale  imperitura  testimonian- 
za d'antico  affetto  e  ammirazione  parti- 
colare; e  che  ne  fece  la  solenne  inaugu- 
razione nel  1846  l'angelo  della  chiesa 
veneta  il  cardinal  Monico  con  eloquen- 
lissimo  Discorso,  seguito  da  una  canta- 
la in  onore  del  Papa,  offerta  a'monaci 
dal  console  pontificio  commend.  Andrea 
Battaggia,  e  già  fatta  comporre  e  mette- 
re in  musica  dal  suo  degno  predecessore 
e  padre  cav.  Giuseppe;  terminando  la 
lieta  funzione  colia  dispensa  della  descri- 


YEN 
7,ione  ilei  Monumento  ,  impressa  nella 
slessa  tipografia  di  s.  Lazzaro.  In  essa 
fu  poi  anche  stampalo  il  Discorso,  nel 
quale  il  ciottissimo  cardinal  Menico, l'icor- 
d;uulo  i  fusli  del  ponliQcato  di  Gregorio 
XVI,  nella  nota  4  «'  degnò  a  mia  con- 
fusione e  autorevole  conforto  aggiun- 
gere. »  1  falli  chequi  si  toccano  alla  sfug- 
gita ed  alla  rinfusa,  si  omtneltono  nelle 
Note,  potendo  ognuno  o  conoscerli  da 
se,  o  facilmente  riscontrarli  negli  annali 
pontificii,  e  specialmente  nel  copioso  Di- 
zionario di  erudizione  slorico-eccle- 
siaslica  del  sigJ  cav.  Gaetano  Moro- 
ni,  della  cui  perizia,  accuratezza  e  sin- 
cerità fa  non  dubbia  testimonianza  il  si- 
lenzio della  critica  contemporanea".  Ma 
questo  io  l'attribuisco  unicamente  a  Dio 
solo  autore  di  tutto,  che  colla  sua  onni- 
potenza eziandio  mi  rese  generosamente 
benigni  e  indulgenti  gli  onorevoli  letto- 
ri. In  un  articolo  tutto  quanto  consagra- 
to alla  celeberrima  Venezia ,  in  cui  la 
memoria  veneranda  e  amata  d'un  car- 
dinal Monico  giammai  s' illanguidirà,  e 
sopra  argomento  che  la  riguarda;  spero, 
non  s'  imputerà  a  vanagloria  il  riferito, 
poiché  sempre  aliarne  nle  apprezzai  gl'in- 
coraggiamenti pubblici  e  spontanei  de' 
sapienti,  di  preferenza  anche  ad  altre  o- 
norificenze  le  più  lusinghiere.  Finalmen- 
te notai  nell'articolo,  che  i  niechitarisli 
hanno  la  direzione  spirituale  del  Lazza- 
retto marittimo;  che  per  la  cognizione 
di  luolleplici  lingue  ascollano  le  confes- 
610IU  degli  stranieri,  e  operarono  pili  con- 
versioni alla  vera  Chiesa;  accennai  i  luo- 
ghi delle  loro  missioni  e  de'  loro  scien- 
tifici collegi,  ne'  quali  ne  riparlai;  ed  in 
questo  di  s.  Lazzaro  si  educano  e  istrui- 
scono giovanetti  provenienti  da  Costan- 
tinopoli, e  fino  dalie  più  rimote  par- 
ti dell'  Armenia.  Neil'  articolo  poi  Vx- 
TRURCATo  ARMENO,  precisamente  nel  voi. 
LI,  p.  Si!  e  32C),  aggiunsi  altre  nozio- 
ni, nel  descrivere  eziandio  il  paterno  a- 
more  di  Gregorio  XVI  per  la  nobilissima 
e  eulta  nazione  armena  ;  ullu  quale  cou- 


V  E  N  493 

cesse  in  Roma  ospizio  e  chiesa  naziona- 
lej  con  quel  breve  riprodotto  anche  dal 
Bull.  Roni.  conC.j  t.  ig,  p.  loi.  Degna- 
mente scrisse  di  quest'  isola  e  de'  suoi 
illustri  abitatori  la  eh.  Giustina  Reuier 
Michiel,  ne'  Siti  pittoreschi,  col  disegno 
di  essa,  terminando  relegante  descri- 
zione e  il  magnifico  elogio  de'mechita- 
risti  con  queste  parole.  >»  Uomo  !  di  qual 
paese  tu  sia ,  tu  potrai  parlar  ad  essi 
nella  tua  propria  favella,  narrar  le  tue 
usanze,  comunicare  i  tuoi  lumi  riceven- 
done altri  in  concambio,  infine  troverai 
quivi  vera  ospitalità  e  fratellanza.  Al  tuo 
partire  sarai  dolente  d'  allontanarti  da 
questo  tempio  della  virtù,  come  lo  siamo 
noi  di  non  poterne  parlare  più  a  lungo. 
Forestiere  !  allorché  li  ricondurrai  alla 
tua  patria,  e  narrerai  quanto  hai  vedu- 
to, non  dimenticare  d'  aver  trovalo  uu 
monastero  d'  Asiatici,  ed  una  tipografìa 
orientale  in  una  delle  piccole  isole  di 
questa  sì  famosa  città".  Si  apprende  dal- 
lo Stato  personale  del  Clero,  che  nel 
monastero,  oltre  l'abbate  generale  e  il  vi- 
cario generale,  vi  dimorano  28  sacerdo- 
ti, 7  professi,  2  novizi,  at  studenti,  i3 
laici.  Possedono  ancora  i  mechitaristi  un 
collegio  per  l'educazione  della  gioventù 
armena  in  Venezia  nella  parrocchia  di 
s.  Maria  del  Carmelo,  di  cui  nel  n.  69 
del  §  X.  —  Della  chiesa  di  v.  Croce  de- 
gli Armeni,  nel  sestiere  di  s.  Marco,  ap- 
prendo dal  Corner,  che  fra' legati  pii, 
co'quali  dimostrò  anche  morendo  la  ca- 
rità dell'animo  suo  Marco  Ziani ,  figlio 
del  doge  Pietro,  vi  fu  una  casa  situata 
nella  parrocchia  di  s.  Giuliano,  eh'  egli 
con  testamento  del  i253  lasciò  a  favo- 
re de'naziouali  armeni,  prescrivendo  a' 
procuratori  della  chiesa  di  s.  Marco  suoi 
commissari,  che  colle  rendite  de'suoi  be- 
ni dovessero  opportunamente  accomo- 
darla. Passati  molti  anni  dacché  abita- 
vano in  questa  casa  gli  armeni,  deside- 
rosi d'aver  una  chiesa,  ove  secondo  il  ri- 
to di  lor  nazione  si  celebrassero  i  divini 
ullizi,  uè  ottennero  da  Leone  X  la  fucul- 


494  V  E  N 

là;  ma  avendo  tiretto  uua  troppo  ristret- 
ta cappella,  nel  i6G5  chiesero  a'pcocu- 
ratuii  di  poterla  iiigraudire.  Quantun- 
que essi  annuirono,  per  allora  nulla  s'in- 
traprese, finché  nel  1675  impetrarono 
nuova  licenza,  a  condizione  però  che  fos- 
se uflìziala  con  rito  cattolico,  ed  i  sacer- 
doti che  amministrar  dovevano  a'  soli 
nazionali  i  sagranienli,  fossero  soggetti 
agli  esami  e  alla  giurisdizione  del  patriar- 
ca. Trovo  poi  nello  Slato  perdonale  del 
C/e/o, che  questa  chiesa  fu  eretta  nel  se- 
colo XIII,  e  venne  rifabbricala  nel  1691 
da  Gregorio  Ghiroch  Mirman  aruìeno 
persiano;  ora  essendovi  per  cappellano 
uu  monaco  mechitarisla.  Finché  esiste- 
rono i  procuratori,  per  conservare  l'anti- 
co loro  diritto,  visitavano  la  chiesa  nella 
festa  dell'Invenzione  della  ss.Croce,titola- 
le della  medesima,  la  cui  reliquia  si  espo- 
neva all'adorazione  de'  fedeli.  Angusta 
di  spazio,  nobile  e  assai  adorna  n'  è  la 
struttura,  riuscendo  lodevoli  la  gravi- 
tà e  modestia  colle  quali  ì  monaci  ar- 
meni divotamente  vi  celebrano  nel  rito 
loro  i  divini  misteri.  E  rimarca  il  Mo- 
schini,  che  quivi  volentieri  si  vedono  ce- 
lebrare le  sagre  funzioni  col  rito  armeno. 
!Non  lungi  da  quest'isola  sorge  l'ultra  di  : 
IO.  S.  Servolo  o  s.  Servi  Ho.  In  remo- 
tissimi tempi,  e  molto  prima  che  da  Ma- 
lamocco  fosse  trasferita  la  sede  ducale  in 
jBialto^  fu  fondato  ad  uso  de  monaci  di  s. 
Benedetto,  e  sotto  l'invocazione  di  s.  Ser- 
volo martire  di  Trieste  un  monastero  in 
quest'isola,  che  dal  sauto  suo  titolare 
prese  la  denominazione.  Questo  fu  il  i.° 
e  più  antico  stabilimento  religioso  fon- 
dato nella  diocesi.  Vivevano  i  buoni  reli- 
giosi fra  le  paludi  in  somma  ristrettezza 
di  rendile,  penurinndo  il  necessario  so- 
stentamento. Bicercati  i  dogi  Angelo  e 
Giustiniano  Partecipazio, dall'abbate  Gio- 
vanni di  qualche  soccorso,  nell'8 19  con- 
cessero a'  monaci  la  chiesa  di  s.  Ilario 
posta  ue'confìni  delle  Lagune  venete  ver- 
so il  territorio  Padovano,  perchè  ivi  si 
tiasferisse  la  maggior  parie  di  loro,  la-^ 


V  EN 

sciando  nel!'  isola  di  s.  Servolo  uu  nu* 
mero  di  religiosi  pel  servizio  della  chie* 
sa,  e  questi  doversi  manleueie  dall'abba- 
te di  s.  Ilario.  Pertanto  coutinuarunu  al  •il 
cuui  benedettini  ad  abitarla,  ed  ospilaro«|| 
no  nel  998  l'iniperatoie  Ollone  111,  al- 
lorché SI  recò  quasi  incognito  a  Venezia, 
a  rallegrarsi  con  Pietro  II  Orseolo  delle 
vittorie  riportate  in  Dalmazia,  quivi  te-- 
nendosi  tra  loro  segreto  colloquio;  finche 
al  principio  del  secolo  XII,  col  permessa 
dell'abbile  di  s.  Ilario  ceJerono  neli  10(J 
l'intera  isola  alle  monache  Bciieilclline. 
di  s.  Basso  vescovo  e  martire  e  di  s.  Leo* 
ne  vescovo  di  Sanio  ,  fuggile  da  Mala* 
mocco  minacciante  rovina,  portando  se-< 
co  il  prodigioso  corpo  di  s.  Leone,  che  al- 
cuni veneziani  aveano  rapito  in  Samo,e 
per  divina  disposizione  erasi  dovuto  col- 
locare nella  chiesa  delle  leligiose.  La  fa- 
miglia Calbana  o  Galbaia,  ed  anche  la 
Del  Fianco,  rinnovò  da' fondamenti  le 
fabbriche  e  le  ridusse  ad  uso  delle  mo- 
nache, le  quali  ad  onta  delle  pretensioni 
dell'antico  loro  ordinario  il  vescovo  di 
Chioggia,divennero  giurisdizione  di  quel- 
lo di  Cuslello.  In  seguito  decadute  dal- 
l'osservanza e  per  la  rovinala  economia 
ridotte  neh  34  t  a  quattro, S.Lorenzo  Giu- 
stiniani per  fare  rifiorire  il  monastero  vi 
collocò  tre  esemplari  religiose  del  mona- 
stero di  s.  Croce  dellaGiudecca,  e  ne  ot' 
tenne  l'intento  in  modo  die  presto  con- 
tò 80  monache.  A'aS  novembrei470  'l 
vescovo  di  Sebenico  Vignati  ne  consagrò 
la  chiesa;  e  Papa  Alessandro  VI  ridusse 
l'abbadessn  da  perpetua  a  triennale.  Pe- 
ricolando la  fabbrica  del  monastero  e  pei* 
Tinsalubrilà  del  luogo,  ottennero  le  mo^ 
nache  la  chiesa  e  casa  unita  di  s.  Maria 
dell'Umiltà,  posseduta  già  da'gesuiti,  e 
lasciata  al  tempo  dell'interdetto  di  Pao- 
lo V,  come  dissi  nel  §  Vili,  n.  72  della 
parrocchie,  parlando  della  chiesa  di  s. 
Maria  Assunta  ora  posseduta  da'  gesuiti 
Uìedesimi ,  dove  avendo  promesso  di  qui 
dire  della  loro  introduzione  in  Venezia, 
vado  ad  adempirlo.  Dallanlico  mouaslei 


V  EN 
IO  ilella  ss.  Trinità  de'  cavalieri  teutooict 
furono  per  relìgìosn  liberalità  il' Andrea 
Li()poiuano,alloi'cliène  possedeva  il  prio- 
rato, smeiiibrale  in  diversi  tempi  le  due 
chiese  di  s.  Maria  Maddalena  di  Pado- 
va, e  di  s.  Maria  dell'  Umiltà  di  Vene- 
zia, per  fondarvi  due  collegi  dell'  illustre 
compagnia  di  Gesù  recentemente  istitui- 
ta da  s.  Ignazio  Lojula.  Questo  santo  pur- 
tossi  a  Venezia  con  s.  Francesco  Saverio 
nel  i536,  per  (piindi  recarsi  in  Terra 
Santa  a  predicarvi  il  Vangelo,  ed  a  tale 
ell'etto  fu  raggiunto  nella  città  da  altri 
compagni.  Si  occuparono  principalmen- 
te in  opere  di  misericordia  e  umilia.  JNe- 
gli  ospedali  degl'Incurabili  e  de'Derelitti 
servivano  i  malati,  assistevano  a'  mori- 
bondi, e  seppellivano  i  morti;  istruendo 
gl'ignoranti,  e  guadagnando  non  poche 
anime  a  Dio.  E  questui,  dice  il  Corner, 
fu  lai.'' vigna  evangelica  coltivata  dalla 
compagnia  di  Gesù.  Ciò  dispiacendo  a' 
libertini,  calunniarono  s.  Ignazio  per  e- 
retico ,  e  cos'i  i  di  lui  compagni.  Ma  il 
nunzio  Girolamo  Verallo,  poi  cardinale, 
nel  suo  tribunale  con  formale  sentenza 
giuridica  li  dichiarò  pienamente  inno- 
centi ;  ed  altrettanto  fece  il  vescovo  di 
Chieti  Gio.  Pietro  Carafa  dimurando 
presso  i  suoi  teatini.  Divenuto  poi  Paolo 
IV  ne  scrisse  la  Storia  il  teatino  p.  Car- 
rara, il  quale  anch'esso  racconta  le  ca- 
lunnie, e  l'amicìzia  contratta  dal  Carafii 
con  s.  Ignazio;  però  i  di  lui  sospetti,  scri- 
ve che  si  dileguarono  in  Roma,  dopo  a- 
ver  trattato  lungamente  col  santo.  Nel- 
l'encomiare  i  gesuiti,  il  p.  Carrara  rileva 
che  se  le  loro  case  erano  ricche,  essi  vi- 
vevano nella  stretta  povertà  de'  privati, 
tra  le  contìnue  persecuzioni  della  male- 
volenza, e  la  stima  gloriosa  di  tutto  il 
inondo.  Che  s.  Ignazio  e  i  suoi  compa- 
gni furono  in  Venezia  riconosciuti  inao- 
centissimì,  n'è  irrefragabde  prova  1'  ave- 
re ivi  il  vescovo  d'Albe  Negusauti  a'  24 
giugno  iSSy  conferito  gli  ordini  sagri  e 
il  sacerdozio  a'  ss.  Ignazio  e  Francesco 
Saverio,  ed  a'ioro  compagni,  con  indul- 


.YEN  495 

to  di  Paolo  III.  Tutto  già  narrai  ne' voi. 
XXX,  p.i  i4,  LXXXVI,  p.i63.  Lostes. 
su  Papa  approvò  l'assegnazione  a'gesuiti 
della  chiesa  di  Padova;  e  quella  di  s. 
M.iria  dell'Umiltà  culle  fabbriche  annes- 
se la  confermò  Pio  IV  per  l'erezione  di 
un  collegio,  che  fu  poi  cou  pontifìcio  be- 
neplacito mutato  in  casa  professa  della 
medesima  compagnia.  S'ignora  quando 
ebbe  origine  la  chiesa  dell'  Umiltà;  ma 
essendo  assai  verosimile  che  questa  fosse 
la  (.'casa  abitata  dalla  religione  de'  ca- 
valieri templari  prima  d'ottenere  il  mo- 
nastero della  ss.  Trinità,  sembra  poter- 
si stabilire  avanti  il  i253.  Adunque  nel 
i55o  il  Lìpporaano,  avendo  fatto  gli  e- 
sercizi  spirituali  sotto  la  direzione  del  p. 
Laynez  gesuila.conosceodo  di  quanto  van- 
taggio alla  Chiesa  dovesse  essere  il  nuovo 
ordine  fondato  dal  Lojola,chegià  perbeu 
3  volle  avea  in  Venezia  dato  chiari  at- 
testati dell'apostolica  sua  carità,  appro- 
vata da  Dio  con  evidenti  miracoli,  con- 
segnò a'di  lui  figli  la  chiesa  ed  i  conti- 
gui edifìzi  di  s.  Maria  dell'  Umiltà.  Era- 
no questi  dalla  vecchiezza  quasi  cadenti, 
onde  convenne  a'  gesuiti  ridurli  a  uso 
d'un  collegio,  accorrendo  alle  spese  an- 
che la  pubblica  munificenza  ,  la  quale 
non  solamente  permise  l'ampliazione  del- 
le fabbriche,  ma  avendo  il  consiglio  de' 
Dieci  mandati  in  dono  per  le  di  lui  be- 
nemerenze al  celebre  p.  Antonio  Posse- 
vino  5oo  zecchini,  ed  avendoli  egli  reli- 
giosamente ricusati,  furono  poscia  dal 
consiglio  assegnati  per  le  fabbriche.  Mu- 
tò poi  il  collegio  nel  1 378  l'accennata  con- 
dizione, ridotto  essendo  per  anteriore  in- 
dulto di  Pio  IV  ,  all'essere  di  casa  pro- 
fessa per  la  provincia  veneziana.  Rinno- 
vala pure  la  chiesa,  a'  6  luglio  i58g  la 
consagrò  T  eletto  patriarca  d'  Aquileia 
Barbaro,  sotto  il  titolo  delta  P'isilazionc 
di  Maria  tergine.  Insorte  poi  le  famo- 
se controversie  fra  Paolo  V  e  la  repub- 
blica, i  gesuiti  per  ubbidienza  al  Papa, 
nel  1606  uscirono  dalla  città  'e  dal  do- 
uiiuio  veaelo.  Restala  vuota  ed  abban- 


49^3  V  E  N       . 

doiiatu  la  casa,  colla  chiesa  il  senato  con 
tiecreto  de'ay  giu<^no  i6i5  le  concesse 
alle  benedelline  de'ss.  Basso  e  Leor»e,  le 
quali  partite  dall'isola  dì  s.  Servolo,  in 
numero  di  70  vi  si  trasferirono  nel  gior- 
no seguente,  oppure  a'  4  8'"8"'^  secon- 
do lo  Stato  personale.  Portarono  con  lo- 
ro il  corpo  di  S.Leone,  un  osso  di  s.  Bas- 
so, ed  una  gamba  di  s.  Servolo  ,  olire  la 
lesta  di  s.  Anna  madre  della  B.  Vergine, 
sagro  tesoro  di  cui  non  si  conosce  la  pro- 
venienza: porzione  delle  ss.  Canna  eSpon- 
ga,  ed  altre  ss.  Reliquie.  D'allora  in  poi 
le  monache  dal  titolo  della  chiesa  si 
chiamarono  Benecletline  della  Fisitazio- 
Ne  di  Maria  Vergine.  Queste  religiose 
prima  nel  1806 concentrate  nel  monaste- 
ro di  s.  Lorenzo,  restarono  soppresse  nel 
1810.  Rimasta  vuota  l'isola  di  s.  Servolo, 
io  quel  monastero  nel  1646  o  neli648  o 
più  tardi  vi  trovarono  ricovero  oltre  aaoo 
monache  scampate  dall'eccidio  del  regno 
di  Candia  ,  caduto  in  potere  de'  turchi, 
degl'istituti  de'ss.  Benedetto,  Agostifio, 
Domenico  e  Francesco.  La  repubblica 
l'iparò  l'edifizioj  e  somministrò  gli  ali- 
menti, contrii^uendovi  la  privata  carità, 
finché  la  morte  successivamente  lasciò 
deserto  il  sagro  recinto;  poiché  dopo  ca- 
duta l'isola  di  Candia  in  assoluto  potere 
de'lurchi,  perduta  la  speranza  di  ricu- 
perarla, non  eransi  piìi  permesse  nuove 
vestizioni.  Nel  libro  de'  Sili  piltoreschi 
delle -Lagnue,  dice  ì\  eh.  Paolo  Zannini, 
che  4  monache  erano  superstiti,  quando 
vi  pervennero  i  frati  ospedalieri  di  s.  Gio. 
di  Dio  delti  Fate  bene  fratelli  e  volgar- 
mente Benfratelli,  tuttora  esisten'i  e  be- 
merili.  Avendo  il  senato  risoluto  di  isti- 
tuire un  pubblico  spedale  militare,  per 
curarvi  i  soldati  infermi  e  piagali,  asse- 
gnò r  amministrazione  e  la  custodia  a' 
frati  benfratelli  di  quello  di  s.  Antonia 
di  Castello ,  ove  si  raccolsero  i  militari 
Ululati.  1  religiosi  vi  entrarono  a*  7  giu- 
gno 1715,  ma  nel  seguente  anno  furono 
traslocali  co'Ioro  infermi  nell'isola  di  s. 
Seij  volo  j,  e  ^ osti  oel  uagj;uist<;i;o  Cu  alla-. 


V  E  i\ 
ra  abitalo  da  poche  religiose.  I  benfran 
lelli,  come  quelli  che  furono  isliluili  ac 
assistere  i  poveri  infermi,  e  medicarli  coJ 
si  delle  piaghe  del  corpo,  comedi  qttelU 
deil'auima,  colla  carità  diretta  e  illumi« 
nata  dal  sapere,  servendo  anche  in  Ve- 
nezia indefessamente  con  perita  assiste n« 
za  gl'informi,  meritarono  che  il  senato, 
grato  a'servigi  prestali  da  essi  ,  con  de- 
creto de'27  giugno  1733  donasse  loro  in 
perpetuo  l'isola,  il  monastero  e  l'ospeda- 
le annesso,  perchè  ivi  con  un  pieno  nu-* 
mero  di  11  religiosi  avessero  a  slabilii( 
il  convento.  Dispose  inoltre,  che  tanlol 
(|uesto,  quanto  la  chiesa  e  1'  ospedale  si 
fabbricassero  di  nuovo;  lavori  che  co- 
minciati nel  1734»  furono  compiti  nel 
1759,  e  la  chiesa  consagrata  due  anni 
dopo.  Ma  Uovo  nello  Sialo  personale^ 
che  la  chiesa  dell'ospedale  fu  rifabbrica- 
la nel  I  747,  e  consagrata  non  si  sa  quan- 
do, ma  certo  nel  primo  ventennio  di  que- 
sto secolo  da  Giovanni  Baccolo  vescovq 
di  Famagosta.  Si  vuole  ne  sia  stalo  l'ar» 
chitelto  Giovanni  Scalfarotto,  zio  maleri 
no  del  Temanza,  e  uomo  di  merito  noti 
comune;  ma  fosse  consiglio  proprio  o  co» 
mando  alimi,  trista  condizione  cui  di 
fre(jueutesoggiaccionoi  più  valenti  artisti, 
l'opera  sua,  benché  savia  e  conducente 
all'uso  cui  era  dedicata,  non  riuscì  tale  da 
meritare  alcuna  lode  particolare,  come 
opera  d'  arte.  Ila  qualche  buona  pilltui]| 
di  G.  Cignaroli  e  del  Maggiollo.  Già  al- 
cuni anni  prima  e  nel  1725,  il  consiglio 
de'Dieci  avea  invitato  i  benfratelli  ad  ac- 
cogliere  nel  loro  ospizio  que'Ptì(zzi(/^'.), 
che  attenenti  a  famiglie  patrizie  fossero 
dalle  stesse  affidali  alla  loro  zelante  vigi- 
lanza, il  che  eseguendosi  da'religiosi  Io-, 
devolnjente,  perciò  si  guadagnarono  la 
protezione  efficace  della  repubblica,  e  pec 
essa  le  dette  riedificazioni.  Allora  dunque 
ebbe  principio  l'ammissione  de'pazzi  nel- 
lo stabilimento  di  s.  Servolo  (nel  n.  5^ 
del  §  X  dissi  de'pazzi  che  custodivano  iq 
s.  Angelo  della  Giudecca  i  carmelitani 
os&cr vanti).  Ma  il  benefizio  rimase  Uii^s 


V  E  N 

p|.iii)cnte  circosctìllo  a' soli  dementi  di 
nobile  comlizioiie  ,  o  di  agiate  famiglie 
ciipaci  di  coiupensare  il  dispendio  del 
loro  enanlenitnenlo;  i  pazzi  plebei  e  po- 
veri, se  innocui,  erravano  per  le  vie,  lu- 
dibrio del  volgo  e  trastullo  e  scherno  de' 
lrivii;se  violenti  e  pericolosi, veni  vano  rin- 
chiusi nelle  pubbliche  carceri.  Durò  l' i- 
II umana  consuetudine  per  oltre  72  anni} 
finché  nel  1797  apparve  manifesto  ciò 
che  per  rinnanzi  non  era  appena  avver- 
tito; essere  biasimevole  l'cibbandonare  a' 
vituperi!  delle  piazze  o  all'obbrobrio  delle 
carceri  gli  sventurati  che  a  veano  smarrita 
la  ragione,  perciò  solo  che  non  erano  né 
nubili,  né  ricchi.  Indi  la  sovrana  auto- 
rità d' allora  ordinò,  che  anco  questi  ve- 
nissero raccolti  presso  i  religiosi  ospeda- 
lieri, e  ivi  assistiti  e  alimentali  a  spese 
dello  slato;  giusta,  provvida  e  pietosa 
ordinazione  mantenuta  costantemente 
da'  governi  posteriori.  Anzi  trovo  nel- 
r  Allocuzione  dei  eh.  Malvezzi  ,  che  nel 
l8o5  il  governo  die  cessava,  assegnò  l'in- 
tero legalo  del  benefico  ultimo  doge  Ma- 
nin all'  ospedale  di  s.  Servolo.  E  così  eb- 
be principio  in  Venezia  la  vera  fonda- 
zione d'un  salutare  ospizio  per  gli  aliena- 
ti, aperto  e  sostenuto  dalla  pubblica  pie- 
tà a  benefizio  generale  di  esseri  tanto 
iuftlici  e  degni  di  compassione.  Dall'ospi- 
zio partirono  poi  nel  1808  gli  ammalati 
militari,  sostituiti  nel  seguente  anno  da 
allrettanli  infermi  di  malattie  chirurgi- 
che, d'ambo  i  sessi.  Ma  le  doune  furono 
escluse  da  questi  neliSag,  e  da'meulec- 
cuti  nel  i834;  e  d'allora  in  poi  il  pio  e 
benefico  istituto  rimase,  com'è  al  presen- 
te, un  ospedale  per  la  cura  mentale  di  ol« 
tre  a  200  alienati,  e  per  la  chirurgica  di 
circa  80  infermi;  sì  gli  uni  che  gli  altri 
del  solo  sesso  maschile.  Notai  però  nel 
D.  4  di  questo  §,  che  ora  il  manicomio 
femminile  si  va  a  formare  nell'  isola  di 
s.  Clemente.  Scrisse  l' encomialo  elo- 
quente descrittore  dell'  isola  di  s.  Ser- 
volo, nel  citato  bbro  de'  Siti  pittorc- 
^i.iti.  »  Chi  muove  dal  margine  estreaao 


VEN  497 

de'pubblici  giardini  e  volge  la  prora  a 
mezzodì,  s'incontra  poco  stante  in  un'iso- 
la ,  che  né  per  estensione  di  su[)erfìcie, 
neper  mole  e  dignità  di  fabbriche  nulla 
ha  in  se  di  niaraviglioso,  nulla  che  la  fa- 
cesse discernere  dalle  compagne  sue,  che 
abbelliscono  questa  partedelle  nostre  La- 
gune; se  non  fosse  la  naturale  amenità  del 
sito,  e  quell'incanto  del  sorgere  improvvi- 
so degli  edifizi  «l'in  mezzo  all'acque  sen- 
za lend)o  di  terra  che  apparisca  soste- 
nerli, e  la  perfetta  conservazione  loro,  e 
una  cert'aria  di  nobile  e  agiata  pulitezza 
che  vi  regna  d'intorno,  e  la  fede  del  sen- 
no e  delle  sollecitudini  di  chi  là  dentro 
presiede.  Ma  non  appena  si  sappia  esse- 
re quella  l'isola  di  s.  Servolo,  ogni  esterna 
considerazione  vien  meno;  gli  occhi  ces- 
sano, a  dir  così,  rottiaio  loro;  e  il  cuore  e 
la  mente  oltrepassano  d'un  subito  i  con- 
fini del  chiuso  recioto.  Perchè  il  nome  di 
s.  Servolo  ricorda  le  vittime  della  più 
granile  fra  l'umane  sventure;  onde  av- 
viene che  mano  mano  che  uno  si  accosti 
a  quest'isola,  quanto  più  ha  la  mente  lon- 
tana dalla  miseranda  condizione  in  cui  è 
quella  degl' infelici  che  1' abitano,  tanto 
maggiore  sente  nell'animo  un  fremito  di 
raccapriccio,  un  moto  di  compassione,  uà 
desiderio  di  soccorrere  a' bisogni  altrui. 
Qui  Tuomo,  perduta  la  sublime  delle  sue 
qualità,  si  fa  spettacolo  d'  abbiezione  a' 
suoi  simili;  la  luce  della  ragione  é  spenta 
in  lui,  e  questo  solo  fatto,  perché  oscura 
nelle  sue  cause  e  misterioso  ne'suoì  modi, 
da  ninna  prudenza  n)ai  soprebbe  evitar- 
si, né  intendersi  mai  per  forza  alcuna  d'ui- 
telletto.  Indi  la  vista  di  que'sciaguratide» 
sta  ad  un  punto  profonda  pietà  e  terro- 
re inesprimibile.  Seimonchè  il  peso  di 
tanti  mali,  che  aggravano  il  demente,  il 
pazzo,  il  maniaco,  sembrano  alleviarsi 
d'assai  allorché  si  contemplano  lo  studio 
indefesso,  l'industria  operosa  e  la  pazien- 
te assiduità,  con  le  quali  i  padri  ospita- 
lieri di  s.  Giovanni  di  Dio,  e  il  medico 
valente  che  aggiunge  le  proprie  alle  loro 
iuiichc,  si  adoprano  iu  aiuto  di  que'mise- 


498  V  E  N 

l'i.  Alto  ministero  e  pio,  al  quale  è  coufoi'- 
tol'uiuatiitù,  sostegno  e  compenso  la  l'eli- 
gione^ilegnoclilodi  tanto  maggiori  quan- 
to sembra  piùcerto,  che  il  metodo  sicuro 
di  guarire  gli  alienati  è  una  colai  meta 
lontana  e  diiricìle,  in  cui  vuoisi  di  continuo 
tenere  conversi  gli  occhi,  e  verso  la  qua- 
le è  d'uopo  agognare  di  progredir  sem- 
pre, senza  lusinga  di  raggiungerla  mai. 
£  progrediscono  in  fatto  verso  quella  me- 
ta i  padri  Fate -bene  fratelli,  e  chi  li  as- 
siste nell'arduo  iuiprendimento;  a'quali 
è  utile  scuola  il  prò  che  recano  a'Ioro  in- 
fermi e  i  mezzi  che  lo  procurano.  De' 
quali  mezzi  è  lungo  il  novero  e  varia  la 
natura  e  le  intenzioni,  a  seconda  non  so- 
lumeule  delle  specie  diverse  delle  ulieiia- 
zioui,  ma  sì  ancora  delle  condizioni  varie 
degli  alienati,  dcll'uidole  loro,  della  loro 
età,  abitudini  e  via  dìceudo;  non  dico  del 
se>so,  perchè  le  donne  non  sono  ammesse 
in  que^t'opizio  (io  sono  nell'  altro  inuni- 
comio  che  i  beufratelli  hanno  in  Ancona, 
di  cui  riparlai  nel  voi.  LKXXIll,  p.  4^ 
e  73).  E'  rado  che  si  adoperi  la  repres- 
sione, se  si  eccettuino  i  casi  ne'  quali  la 
ferocia  della  malattia  la  rende  neces- 
saria ;  e  allora  è  mite,  umana  e  circo- 
scritta  al  solo  impedimento,  che  il  uia- 
iiiacu  non  rechi  danno  a  sé  0  ad  altrui. 
]\]a  l'occupazione  degli  alienati  in  que- 
sti o  que'lavori,  e  la  loro  distrazione  da 
ciò  che  più  alimenti  gli  errori  del  loro 
intelletto,  sono  i  mezzi  principali  de'(jua- 
lisi  valgunu  que' buoni  padri  nella  san- 
ta opera  a  cui  intendono  iuces^anlemen- 
te.  E  la  prestano  ogni  dì  ad  oltre  200 
individui  ,  che  abitano  questo  luogo  di 
rigenerazione;  de'quali  è  bello  vedere  co- 
me alcuni  lavorano  il  terreno,  nientre 
altri  attendono  alle  faccende  domesti- 
che; chi  monda  le  stanze,  chi  reca  l' ac- 
qua ole  legna,  chi  lava  le  biancherie;  qui 
alcuni  stanno  intenti  alla  lettura  d'  un 
libro,  là  altri  alla  copia  d'una  scrittura; 
vedi  pure  chi  suona  uno  strumento,  e  chi 
danza  a  quel  suono. Diresti,  che  una  meu- 
le  regolatrice  muove  tante  e  taalo  varie 


VEN 

a/ioni,  e  così  è  nel  fatto;  ma  non  è  la 
mente  degli  sciagurati,  a  cui  difetta;  ben- 
sì è  lo  spirito  de'padri  che  s'insinua  per 
entro  a  quelle  vuote  intelligenze,  é  si  me- 
scola e  si  dillonde  per  esse,  e  le  alimenta 
di  nuove  idee,  e  così  le  riconduce  mano 
mano  al  racquisto  dell'  antiche".  Si  pou- 
no  vedere  le  Tavole  statisliche  degli  a- 
lienad  che  ebbero  cura  nel  manicomio      | 
centrale  maschile  in  s.  Servolo  di  Fé-      \ 
nczia  nel  novennio  i^\'j  a  i855  inclu- 
sive, Venezia  i856  tipografia   Armena 
di  s.  Lazzaro.  1  virtuosi  beniratelli  sono 
sparsi  per  tutto  il  mondo,  ed  è  celebre 
\  Ospedale  di  s.  Giovanni  di  Dio  (l^.)t   || 
culla  casa  generalizia,  che  hanno  in  [lo*    >• 
ma  nell'isola  del  Tevere  (F.).  All'oriente 
di  quest'isola  è  la  seguente. 

I  I .  iS",  Francesco  del  Deserto.  Isola 
nelle  L.igune  all'intorno  di  Venezia,  da 
cui  è  circa  5  miglia  distante,  lungo  il  ca- 
nale di  Treportì,  che  prende  il  nome  da 
quello  del  porto  posto  all'est  di  Venezia, 
formato  dall'Adriatico,  alla  foce  delSile, 
buono  per  le  barche  mercantili,  e  che  pel 
Sileepe'canali  interni  comunica  con  Mu- 
rano e  Burano  nelle  Lagune.  Toccai  nel  § 
X,n.2  i,cheneli2  2o  il  gran  S.Francesco 
d'Asisi,  tornando  dalla  Siria  e  dall'Egit- 
to per  ripatriare,  approdò  in  Venezia  e 
perl'aidenle  amore  alla  solitudine,  si 
ritirò  ili  una  rimota  isuletla  situata  non 
lungi  da  Burano  e  dal  mare,  tuttora  co- 
ronata di  cipressi  e  d'altri  alberi;  ed  ivi 
con  giunchi  e  legni  formò  un  piccolo  ora- 
torio con  ricovero  per  due  religiosi,  cioè 
per  lui  e  per  fV.  Illuminato,  passeggian- 
do col  quale  copiosa  multitudine  d'uccelli 
cantavano  fra' virgulti.  11  santo  disse  al 
compagno: Questi  lodano  Dio,  accompa- 
gnamoii  noi  pure  recitando  l'ore  canoni- 
che. Entrati  fra'  virgulti  dell'isoletta,  gli 
uccelli  uè  si  mossero  e  né  cessarono  di 
garrire.  Ma  il  continuo  strepito  del  loro 
canto  non  permettendo  ad  essi  di  salmeg- 
giare e  udirsi:  rivoltosi  il  santo  a  quella 
moltitudine  d'  innocenti  musici,  coman- 
dò loro  di  quietarsi  finché  avessero  termi- 


VEW 
nalo  lu  recita  dell'unìzio  divino.  Prodi- 
giu:  gli  uccelli  lutti  si  posero  in  silenzio, 
esulo  ripigliiiruuo  le  loro  canore  melo- 
die, quando  il  «anto  Unito  cU'  ebbe  l'o- 
razioni glielo  permise.  Tornato  in  Asisi, 
dopo  il  suo  beato  transito,  alcuni  suui 
Ijgli  passarono  in  Venezia  per  introdur- 
vi l'ordine  de'iuniori,  ed  istruiti  del  nar- 
rato portento  con  divozione  frequenta- 
rono la  fortunata  isoietta.  Dopo  che  Gre- 
gorio IX  nel  1228  annoverò  Francesco 
tra' santi,  fu  a  suo  onore  dal  proprietà- 
liu  dell'isola  Giacomo  JNIichieli  fondata 
una  chiesa,  che  poco  dopo  nei  1233  con 
(ntiR  l'isola  donò  all'ordine  ininoiitico, 
somministrando  l'occoirente  per  la  fab- 
l>rìc<t  del  convento.  Dio  lo  compensò  cou 
fargli  vedere  in  visione  lu  gloria  che  s. 
Francesco  godeva  in  cielo,  e  questo  l'ec- 
citò nel  I  244  ^  professarne  l'istituto,  e  al 
suo  esen)piu  la  moglie  fece  il  simile  in 
s.  Chiara  di  Venezia.  Dal  sito  dunque 
remoto  e  solitario,  in  cui  si  eresse  il  con- 
vento, ac(|uistò  il  nome  di  s.  Franct- 
ico  del  Deserto  e  lo  comunicò  all'isolet- 
ta,  ovvero  al  nome  che  avea  l'isola  di 
Deserto,  per  le  sue  condizioni,  fu  ag- 
giunto quello  di  s.  Francesco.  Però  in 
qualche  documento  del  secolo  XIV,  il 
convento  è  chiamato  s.  Francesco  della 
f'igna  nella,  diocesi  di  Torcello,  o  s. 
Francesco  della  Contrada.  Più  tardi 
Paolo  li  nel  1466  lo  nobilitò  col  nome  di 
s.  Francesco  delle  Stii/imate,  com  une  al- 
la chiesa,  cou  perpetue  indulgenze  a  chi 
lu  visitasse  nella  solenne  commemorazio- 
ne delle  ss.  Stiuimate.  Nella  chiesa  vi  fu 
compreso  l'oratorio  eretto  colle  proprie 
mani  da  s.  Francesco  e  da  fr.  lliumuia- 
to  ;  e  poscia  in  un  aitai  e  fu  collocato  un 
divoto  dipinto  ss.  Crocefìsso  portato  da 
Candia,  ov'era  celebre  pe'prodigi  opera- 
ti. 1  francescani  conventuali  per  lungo 
tempo  abitarono  il  luogo  e  uiliziarono  il 
santuario,  ma  annoiati  dallo  si|uallore 
della  solitudine  e  dall'iuteinperie  dell'u- 
ria, ritiratisi  in  s.  Maria  Gloriosa  de'Fra- 
lì,  e  portando  seco  quanto  era  vi  di  mi* 


YEN  499 

gliore,  lasciarono  il  luogo  veramente  uà 
ileserto.  iVon  permise  Dio  che  sito  tanto 
venerabile  per  le  celestiali  contempla- 
zioni di  S.Francesco,  restasse  lungamen- 
te negletto,  poiché  i  francescani,  che  per 
l'esatta  ubbidienza  della  regola  de' fra- 
ti minori   (da  ultimo  egregiamente  e- 
sposta  dal  cav.  Girolamo  Nottola  vene- 
to, che  a  cagion  d'onore  ricord. li  nel  voi. 
XXVI,  p.   146),  avenno  assunto  il  no- 
me di  Minori  Osservanti^  dopoché  1'  a- 
bilò  s.  Dcrnardino  da  Siena,  l'ottennero 
da  Nicolò  V  a  mezzo  del  protettore  car- 
dinal Domenico  Capianìca;  il  senato  nel 
1453   permettendo  loro  di   raccogliere 
limosiiie  nel  dominio  veneto  per  toglie- 
re dalie  rovine  il  cospicuo  santuario,  e 
confermandone  il  possesso  nel  i46o  Pio 
Il   H   istanza  degli   ambasciatori    veneti. 
Dipoi  Clemente  Vili   uel  i594  l'usse- 
gnò  a'  Riformali  Minori  Osservanti  e 
alla  loro  provìncia  di  s.  Antonio,  la  quale 
vi  destinò  16  religioni  che  esemplarinen- 
le  rulliziavano,  malgrado   i'  insalubrità 
dell'alia  che  di  frequente  li  rendeva   in- 
fermi. Ma  i  superiori  della  provincia  con- 
siderando quanto   nuoceva  il  soggiorna 
alla  salute  de' frati,  massime  negli  ardo- 
ri estivi,  per  cui  non  inlVequentemenle 
vi  soccuutbevano,  si  deternunò  di  pro- 
curare nelle  vicine  isole  qualche  ospizio 
per  comodo  de'  religiosi  e  per  ricovero 
degl'inferini.  Che  perciò  olFerta  loio  dal 
patriurcaZaneuna  porzione  della  badia  di 
s.  Cipriano  di  Murano,   ivi  si  proposero 
formarvi  l'ospizio.  La  loro  povertà   noo 
permettendolo,  dopo  un  anno  cercarono 
in  Venezia  sito  più  opportuno,  invocan- 
dolo dai  senato,   il  (juale   benignamente 
decretò  a'2  i  dicembre  1602,  che  potesr 
sero  i  riformati  di  s.   Francesco  fabbri- 
carsi una  piccola  chiesa  e  convento,  nel 
terreno  dato  loro  per  carità  in  luogo  re-? 
moto  vicino  a  ».  Nicolò,  ove  si  potessero 
ritirare  ne' mesi  piìt  pericolosi  deil'anno. 
Ivi  eressero  una  chiesetta    in  onore  di  s, 
Bonavenlma,  con  contiguo  conventino, 
e   cou    disagio  l' abitarono  un  numero 


5oo                   YEN  YEN 
jle'frali  per  18  anni,  gli  alili   ufTizianJo  ptcm  Fiiiea.S.Erasmoe\eV\^no\e  sono 
h  chiesa  di  s,  Francesco  nell'isola  del  due  comuni  dell'isola  diMuiano. Essendo 
Deserto.  Volendosi  dilatare  e  non  l'iu-  si  collo  scorreie  de'lempi  accresciuto  no- 
lucendogli,  negando  il  proprietai-io  di  ce-  tabilmenfe  il   numero  de'  vignaiuoli  e 
dei-  loro  la  vicina  casa,  data  l'oppoitunità  degli  ortolani  in  quella  parte  del  veneto 
d'avere  un  ispazioso  orto  nel  sestiere  di  Lido,  la  quale  era  anticamente  soggetta 
Cannaregio,  adiacente  al  luogo  del  Ber-  alla  chiesa  matrice  di  Murano,  credette- 
saglio  dove  si  esercitavano  i  bombardieri  ro  il  pievano  ed  i  capitolari  della  mede- 
nel  maneggio  dell'artiglierie,  con  permes-  sima  essere  opportuno  alla  coltura   di 
so  del  senato  del  i.°  dicembre  1620  ri-  quelle  anime  il  fondarvi   una  separala 
solvettero  abbandonare  il  convento,  che  parrocchia,  ergendo  una  chiesa   sotto  il 
poi  si  cambiò  nel  monastero  esemplare  titolo  di  s.  Erasnìo  vescovo  e  martire,  e 
dell'agostiniane  eremile.    Pertanto   nel  destinandovi  per  parroco  un   sacerdote, 
nuovo  luogo,  e  con  facoltà  del  patriarca  del  quale  si   riservarono  la   libera  eie- 
Tiepolo  de' 26  febbraio  167,1,  eressero  zioue.  Sebbene  s'ignori  il  tempo  preciso 
il  convento  e  la  chiesa,  dallo  stesso  pre-  di  tale  fondazione,   nondimeno  sembra 
jalo  consagrata  a' 23   ottobre  iGaS,  la  che  precedette  il  XII  secolo.  Imperocché 
pieià  de'feileli  avendo  accelerato  il  com-  Aurioduno  pievano  della  chiesa  di  s.  Ma- 
pimento  de'sagri  edilìzi.  Non  per  que-  ria  matrice  di  Murano  circa  ili  120  rin- 
filo da' religiosi  si   tralasciò  d'abitare  il  novo  la  chiesa  di  s.  Erasmo  del  Lido,  sta- 
convenlo  di  S.Francesco  del  Deserto,  e  bilendo  o  piuttosto  confermando,  ch'el- 
mollo  più  d'uflìziare  la  chiesa;  in  quel-  la  dovesse  essere  perpetuamente  sogget- 
Iodi  s.  Bonaventura  passando  gì' infcr-  la  al  pievano  e  al  capitolo  della  matrice. 
it)i,  i  cagionevoli  di  salute,  i  questuanti,  Ciò  non  ostante  verso  il  principio  del  se- 
e  (pialche  altro  neir  estate,  in  cui  l'aria  colo   XVi    pretesero  gli    abitanti  della 
ileli'isola  diveniva  più  micidiale.Nel  1806  parrocchia,  appartenere  a  loro  il  diritto 
in  soppresso  il  convento  di  s.  Francesco,  di  eleggersi  il  pievano,  perchè  era  man- 
i;  colla  chiesa  fu  dato  all'i,  r.  corpo  dei  tenuto  colle  loro  limosine,  uè  la  chiesa 
Genio;  i  religiosi  concentrandosi  nell'ai-  sostenevasi  con  altre  renili  le  fuorché  col- 
tro  di  s.  Bonaventura,  che  non   tardò  a  le  pie  olFerle  de'  poveri    vignaiuoli.  Da 
soggiacere  alla  stessa  sorte  nella  generale  quel  tempo  dunque  cominciarono  i  par» 
jil)olizione  de' regolari  del  18 io,  e  fu  con-  rocchiani  ad  eleggere  il  sacerdote  desti- 
■vertito  colla  chiesa  ad  altri  usi.  Quanto  nato  alla  cura  ilelle  loro  anime,  né  restò 
poias.  Francesco  del  Deserto  fu  da  circa  a'capitolari  della  chiesa  matrice  di  Mu- 
un  anno  conceduto  a  convento  e  ritiro  raoo  altra  giurisdizione,  fuorché  di  no- 
tiei  minori  riformati  di  s.  Michele  in  iso-  minare  l'economo,  allorché  alla  morte  oj 
Ja,  di  cui  nel  n.  18  di  questo  §;  ed  attuai-  partenza  del  pievano  venisse  a   restarei 
niente  è  presso  al  termine  del  grandioso  vacante  la  cura  delle  anime.  L' isola  dil 
ristauro,dicuiavevabisogno,ed  alquale  s. Secondo,  della  quale  ragiono  nel  n.  26^ 
concorsero  le  largizioni  de'cittadini  e  le  di  questo  §,  un  lenipo  si  chiamò  de'  ss. 
yclanti  cure  del   beniìmerilo  provinciale  Secondo  ed  Erasmo,  [)er  quanto  ivi  ri-, 
p.  Bernardino  da  Portogruaro.  Vicina  a  ferisco.    Del  resto  1'  isola   di    s.  Erasmo 
s.  Francesco  del  Deserto  é  l'isola  seguente,  nulla  ha  che  fare  coU'isola  di  s.  Secondo, 
17..  S,  Erasmo  e  le  T^ignoli\Y)i\ti  hov-  perché  questa  è  situata  verso  la    terra- 
jjate  che  si  estendono  a  sinistra  del  porlo  ferma,  e  quella  giace  a  sinistra  del  porto 
del  Lido,  la  I.' così  detta  dal  suo  chiostro  del  Lido.  La  chiesa  di  s.   Maria  Assun^ 
ecliiesaantichi  e  ora  distrutti,  la  2. "dalla  ta  delle  Vignole  è  un  oratorio  non  sa- 
quuulilù  de' suoi  vigoeli,  Diaiola  0  Se-  grameulale  soggetto  alla  parrocchia  di 


VE  ?! 

5.  Pietro  «Il  Castello  ed  udly/iala  il, I  fr.'in-' 
cescaiii  rifonnati,  come  notai  parlai] • 
(lo  Ji  quella  chiesa.  Quindi  s'  incontra 
il  Lido,  che  divide  l'Adriatico  dalle  La- 
gune di  Venezia,  alla  cui  estreiriilà  si 
f'orrua  la  seguente  rislrella  isola  del  li- 
torale. 

ì3.S.  Nicolò  del  Lido,  volgarmente 
s.  Nicolctio.  Chìainansi  Lidi  7  isole  del- 
l'Adriatico  e  descrivono  una  curva  da- 
vanti le  Lagune  di  Venezia,  dall'imboc- 
catura della  Brenta  sino  a  quella  del  Fia- 
le. Non  sono  che  banchi  d'mterramenli, 
o  piuttosto  materie  depositate;  che  i  fiu- 
mi e  il  mare  hanno  quivi  strascinale  e 
che  si  fissarono  nel  luogo  da  cui  l'acque 
non  ebbero  più  la  forza  di  svellerle.  Som- 
miiiislrano  (lori  e  frulla  saporite-La  mag- 
giore è  quella  di  s.  Nicolh  del  Lido,  no- 
me che  prese  dalla  chiesa  e  dalla  badia, 
di  cui  vado  a  parlare, ed  è  più-  chiamata 
comunemente  Lido.  L'  isola  è  ristretta, 
lungi  3  quarti  di  lega  da  Venezia  e  in 
faccia  ad  essa. E  propriamente  una  spiag- 
gia o  vasta  lingua  di  terra  che  divide  l'A- 
driatico dalle  Lagune  venete, specialmen- 
te dal  forte  appunto  detto  del  Lido  sino 
a  Malanjocco.  Vi  sono  comodi  quartieri, 
e  (pialche  buon  fabbricato.  Quando  per 
la  guerra  di  Candia,  ùrio  de'duci  Erne- 
sto duca  di  Brunswick  si  recò  a  Vene- 
zia con  i4oo  soldati,  nel  i685  gli  fu 
dato  temporario  quartiere  a  Lido.  Vo-' 
lendo  egli  olfrire  a'  veneziani  un  saggio 
dell'  esperienza  militare  de'  suoi  soldati, 
prima  che  salissero  sopra  1'  onerarie,  e 
perchè  le  dame  e  i  gentiluomini  potesse- 
ro osservare  quegli  esercizi  senza  disagio, 
fece  ergere  sopra  il  Lido  slesso  una  spe- 
cie di  palazzo  con  sala,  stanze  e  allre  co- 
modità, ma  con  rusticano  e  romantico 
apparecchio  riferito  dal  cav.  Mulinelli, 
insieme  al  libro  pubblicalo  in  Venezia 
nel  i686daGio.  Matteo  Alberti:  GiiiO' 
chi  ft siivi  e  militari f  danze,  serenate, 
macchine,  boscareccia  artificiosa,  rega- 
ta solenne,  et  altri  sontuosi  appresta- 
menti di  allegrezza  esjjosti  alla  soddi* 


VEI^  5ot 

sftizìone  universale  dalla  generosità, 
dell'  Altezza  Ser.di  Ernesto  ec.  Del- 
l'entrata violenta  nel  porlo  di  Lido  del- 
l'armatore  francese  Laugier,  trucidato 
con  I  3  de' suoi  da'  soldati  schiavoni,  fa- 
rò parola  nel  n.  18  di  questo  §.  Il  luog<j 
è  popolato  assai  poco,  e  quanto  lo  può 
permettere  la  vicinanza  del  mare,  che  da 
ogni  canto  lo  bagna.  Non  molto  lungi 
evvi  il  cimiterio  degli  ebrei,  con  vana 
iscrizioni  scolpile  in  marmo.  Percomu-» 
ne  pietà  si  unirono  a  fondare  in  quest'i- 
sola il  monastero  di  s.  Nicolò  3  illustri 
personaggi  dello  stesso  nome,  Docnenico 
Contarini  doge  di  Venezia  nel  i  o43,  Do- 
menico Marengo  patriarca  di  Grado,  e 
Domenico  Contarini  vescovo  d'  Olivolo, 
i  quali  uniformi  nell'intendimento,  do- 
po averlo  eretto,  lo  destinarono  per  abi- 
tazione de'monaci  benedettini,  olfreudo- 
lo  circa  ilio53  a  Sergio  monaco  di  s.  Be- 
nedetto, istituito  i.°  abbate  del  nuovo 
monastero,  fondato  sotto  1'  invocazione 
del  vescovo  di  Mira  s.  Nicolo  per  terra 
e  per  mare  glorioso,  così  allora  chiama- 
lo per  gl'innumerabili  miracoli,  co'qua* 
li  neir  uno  e  nel!'  altro  elemento  s' er» 
reso  tanto  benefico.  Le  possessioni  asse- 
gnate da'fondatori  pel  mantenimento  de* 
monaci  si  aumenlaronoanche  colla  chie- 
sa di  s.  Apollinare  nel  Triestino,  sotto 
Zenone  1°  abbate,  il  cui  successore  Vi- 
tale ebbe  la  consolazione  d'ottenere  da 
Mira  il  venerabile corpo.ossia  la  maggior 
parte  del  corpo, come  si  esprime  Corner 
(giacché  Bari  si  gloria  possederlo,  onde 
è  denominato  s'.  Nicolò  di  Bari.  Scrive 
l'annotatore  del  Buller,  nella  i.' edizio- 
ne delle  File  de'  Santi  a'  6  dicembre, 
pubblicata  per  questi  stessi  tipi.  »  Non 
si  può  ammettere  il  parere  de' veneziani 
moderni,  i  quali  pretendono  che  le  reli- 
quie di  s.  Nicolò sieno  state  portale  a  Ve- 
nezia. Questa  traslazione  si  fece  di  certn 
a  Bari,  come  ci  fanno  sapere  Giovanni  e 
Niceforo,  i  quali  erano  contemporanei  e 
sopra  luogo.  I  veneziani  portarono  solo 
fra  essi,  1' aono  1097,  ciò  che  lasciarono 


5o2  V  E  N 

loro  i  cilfadini  di  Dari;  cioè  a  direi  cor- 
pi  degli  altri  due  vescovi,  uno  chiamalo 
Teodoro,  e  l'altro  Nicolò,  ma  diverso  dal 
nostro  santo,  con  un  poco  d'olio  sagro 
che  si  era  trovalo  nella  tomba  di  s.  Ni- 
colò di  Mira".  Tale  olio  dicesi  la  Man- 
na di  .1.  Nicola,  e  tuttora  in  Bari  le  ss. 
Ossa  ne  trasudano  in  abbondanza.  Ne 
posseggo  una  piccola  cassetta  in  garafìne, 
donata  dall'arcivescovo  odierno  di  Bari 
a  Gregorio  XVI),  del  s.  Titolare,  nel  ri- 
ferire la  storia  della  traslazione  di  si  sa- 
gro tesoro,  compendiala  da  diverse  de- 
scrizioni di  essa.  Mi  limiterò  a  dire,  che 
i  veneziani  eccitati  dal  fervore  apostolico 
d'Urbano  II  nel  piomnigare  nel  ioc)6 
la  I.'  Crociata  ^ev  la  conquista  di  Ter- 
ra Santa  dalla  tirannide  maomettana, 
per  cui  ne  riparlai  a  Turchia,  raduna- 
rono numerosa  armata  navale,  destinan- 
done nella  basilica  di  s.  Marco  rettore  e 
maestro  Enrico  Cnniarini  vescovodi  Ca- 
slellOj  figlio  del  defunto  doge  simnori)i- 
iiato,  e  supremo  capitano  Michele  (iglio 
di  Vitale  I  Michieli,  che  allora  sedeva  sul 
trono  ducale.  Nella  chiesa  del  monastero 
di  s.  Nicola  il  patriarca  di  Grado  Badoa- 
ro  fece  pastorali  esortazioni  a'  crocesi- 
gnatie  li  benedisse.  Allora  il  vescovo  En- 
rico avanzò  una  profetica  preghiera  al  s. 
Titolare,  perchè  prosperando  l'impresa, 
lo  rendesse  degno  ti'  arricchir  Venezia 
col  tra«porlo  del  suo  s.  Corpo.  Giunta 
la  flotta  presso  Mira  nella  Licia,  il  ve- 
scovo Enrico  la  fece  fermare,  e  a'3o  mag- 
gio mandò  esploratori  nella  città  per  far- 
ne ricerca.  I  custodi  della  chiesa  dissero 
solo  esistere  un'  arca  di  marmo  rotta, 
dalla  quale  que' di  Bari  trasportarono 
parie  del  corpo  di  s.  Nicolò  il  Grande,  e 
il  resto  lo  trasse  l'imperatore  Basilio  per 
portarlo  a  Costantinopoli,  e  ignorare  ove 
lo  ripose.  Insistendo  i  veneziani,  e  reca- 
tosi nella  chiesa  anco  il  vescovo,  dopoa- 
ver  ottenuto  i  corpi  de'ss.  Teodoro  mar- 
tire e  Nicolò  ambo  predecessori  nel  ve- 
scovato di  s.  Nicolò  il  Grande,  e  il  i." 
pure  suo  zio,  gli  riuscì  di  scuoprire  il  luo- 


i 

!  corJ 


1 


V  EN 
go  ove  avea  nascosto  l'imperatore  i! 
pò  del  medesimo  s.  Nicolò  il  Grande, 
non  avendolo  potuto  trasportare  nella 
sua  capitale;  egiubilandod'inesprimibi 
gioia  lo  portarono  alle  navi, e  si  condus 
sero  a  (ierusalemine,  già  conquistata  dal 
le  GnlFredo.  Indi  combatterono  contro  t 
saraceni,  e  conquistate  varie  città  di  Pa- 
lestina, si  i^stituironoa  Venezia  nel  gior- 
no sagro  al  santo.  Il  doge,  il  p.itriarca  gra- 
dese,  la  nobiltà  e  il  popolo  con  divozione  ( 
entusiasmo  festeggiarono  l'arrivo  de' s* 
Corpi.e  tutti  3  furono  collocati  nella  chic 
sa  di  s.  Nicolò,  in  nobile  e  diviso  sepol 
ero  di  marmo.  Il  Corner  narra  ancora 
le  diverse  invenzioni  de'ss.  Corpi  accom< 
pagnateda  prodigi, da  loro  uscendo  mira 
coloso  liquore  e  soavissimo  odore.  Dive 
nuta  perciò  celebre  questa  chiesa,  il  ve 
scovo  di  Parenzo  Bertoldo  le  donò  nel, 
iii4  la  chiesa  di  s.  Anastasio  e  altre 
chiese  e  possessioni  ad  essa  spettanti  nel 
territorio  di  Parenzo;  e  nel  r  i33  Pel- 
legrino patriarca  d'  Aquileia  donò  l'ab 
hazia  di  s.  Pietro  di  Carso.  Queste  e  al. 
tre  donazioni,  con  privilegi,  confermò  ^ 
concesse  al  monastero  l'imperatore  Cor 
rado  III  nel  I  1 5  r  ,e  più  tardi  da  Federicc 
11,  e  prima  di  lui  da  Papa  Urbano  III  fu 
rono  confermati.  Intanto  i  mouaci  ricu 
sandosi  di  rendere  al  vescovo  di  Ca- 
stello le  solite  onorificenze  nel  giorno  fei 
stivo  dell'  Ascensione,  vi  furono  obbli- 
gati dalla  pontificia  autorità.  A  quesl 
tempi  deve  ascriversi  la  celebre  Dispai 
za  (/'*.)  data  da  Alessandro  III,  ad  islan 
za  del  doge  Vitale  il  Michieli,  per  cui  m 
riparlo  nella  sua  biografia  nel§XlX 
dogado  38.°,  al  veneto  b.  Nicolò  Giù 
stinìani  monaco  sacerdote  professo  d 
questo  monastero,  di  lasciare  l' abit 
monastico  e  continuare  col  matriinonic 
la  successione  dell'illustre  sua  casa,  d 
cui  era  il  solo  superstite,  per  essere  mor 
li  gli  altri  di  veleno  per  perfidia  dell'ini 
peratore  greco  Emmanuele  Comneno 
secondo  Corner.  Ottenuta  numerosa  fi-* 
gliuolanza,  si  divise  dalla  moglie,  la  qua 


YEN 
lesi  racchiuse  nel  monastero  eli  s.  Atliia- 
no  ila  lui  fundalo  in  Anxìiiano,  e  torna- 
lo Ira*  suoi  monaci,  volle  convivere  con 
essi  appartalo,  e  nell'  utnile stato  di  con- 
verso condurle  vita  austera  e  penitente^ 
finché  volò  al  cielo.  Per  una  quiilclie  a- 
nalogia  mi  si  conceda  qui  una   licenza 
d'erudizione.  Giovanni  della  celebre  fa- 
inigiia  IMaj'tinengo  da  Brescia  e  patrizia 
veneta,  della  (juale  dovrò  riparlare,  gè» 
neralissinio  della  repubblica  veneta  e  so- 
printendente di  tulle  le  forrdìcazioni  del- 
lo stato  veneto, sulle  quali  lasciò  le  sue  re- 
Iasioni  al  senato  veneto,  le  cui  minute  in 
36  fascicoli  si  conservano  dall'illustre  di- 
scendente conte  Yenceslao  Martinengo 
nel  pregevole  archivio  domestico,  per  la 
peste  del  i63i  si  fece  cappuccino.  Dipoi, 
per  occorrenza  di  guerra,  il  p.  Martinen- 
go fu  col  beneplacito    pontincio  dal  se- 
nato levalo  dal  chiostro  perchè  avea  bi- 
.sn^no  de' suoi  iiiililari  talenti.  Termina- 
ta la  guerra,  il  vii  tuoso  Martinengo  vol- 
le tornare  tra' suoi  amati  cappuccini,  la- 
sciando molti  legati  pii  ad  Urago  d'O- 
glio,  comune  del  Bresciano,che  tuttora  si 
soddi>l(ino,  morendo  eseinpiarmenle  nel 
convento.  Dando  la  chiesa  e  il  monaste- 
ro di  s.  Kicolò  segni  di  rovina,   il   pub- 
blico erario  nel  i  3i  6  ne  ordinò  le  ripara- 
zioni. Per  la  famosa  guerra  con  Genova^ 
BS'^egnato  il  monastero  in  gran  parie  ad 
usi  militari,  ne  partirono i   monaci  e  per 
qualche  tempo  vi  abitarono  con  disagio 
il   fondatore  della  congregazione  di  s. 
Giorgio  d'  Alga  co'suoi  compagni.  Ter- 
minala la  guerra,  i  benedettini  «i  resti- 
tuirono nel  Oionaslero,  e  poi  nel  i45i 
si  unirono  alla  riformala  congregazione 
cassinese  di  s.  Giustina  di  Padova,  dopo 
diche  il  governo  degli  abbati  fu  trienna- 
le.Uno  di  questi,  PiaH'aele  da  Verona,  per 
impedire  la  caduta  della  chiesa,  nel  1626 
ne  cominciò  la  rifabbrica,  ponendo  ne' 
fondamenti  quella  medaglia  che  vedesi 
nel  Corner  colt'eiligie  di  s.  Nicola,  ed  epi- 
grafe :  Templiim  D.  Nicolai  in  Litorevc. 
L'  1 1  maggio  1 628  dalla  vecchia  chiesa  fu- 


V  E  N  .'JoS 

rono  frn^ferlli  i«s.  Corpi  dentro  il  mona- 
stero, e  poi  nella  festa  dell'Ascensione  del 
1634  solennemente  portati  nella  nuova 
magnifica  chiesa,  nella  cappella  maggiore 
in  sontuoso  sepf)lcro  di  marmo.  Nella  fac- 
ciata del  tempio  fu  collocato  il  deposito  del 
principale  fondatole  del  monastero  il  do- 
ge Contarini,  già  sepolto  nella  distrutta 
chiesa.  I  cassinesi  qui  rimasero  sino  agli 
ultimi  anni  della  repubblica, concentrati 
nel  I  7yo  con  quelli  di  s.GiorgioMnggiore. 
Nella  generale  soppressione  vi  fu  compre- 
so il  monastero,  oggi  appartenendo  a'mi- 
litari.  La  chiesa  divenne  ed  è  succursale 
della  parrocchia  di  s.  Maria   Elisabetta 
del  Lido.  Serviva  1'  isola  anche  pegli  e- 
sercizi  de'soldali  delh  guarnigione  di  Ve- 
nezia, prima  che  in  essa   fosse  costruito 
il  bei  campo  di  Mnrte  in  un  angolo  del- 
la cillà,  ove  ora  .si  fanno.  La  chiesa  è  bel- 
la, con  ricche  pitture  e  nobili  ornamenti. 
Nel   i.°  altare  la  tavola  del  s.  Benedetto 
è  di  D.  Maggiollo;  quella  del  1°  con  s. 
Marco,  si  cominciò  dai  Domini  e  la  com- 
pi M.  Vecellio  ;  nel  3."  il  Crocifisso  è  di 
Angelo  Marinali,  scultore  dell'altre  sta- 
tue di  questa  chiesa.  Il  maggiore  altare 
si  disegnò  da  Cosimo  Fanzago,    e  scolpi 
da'  napoletani  Lazzari  e  Galli.  All'altra 
parte  la  tavola  con  s.  Paolo  convertito  è 
dello  Scaramuccia  :  1'  ultima  coll'Ascen- 
sione  del  Signore  è  buon  lavoro  del  Vec- 
chia, bopra  la  porla  è  di  Girol.mio  Pel- 
legrini la  pittura  a   fresco  con    Venezia 
piostrata  avanti  a  s.  Nicolò. —  Qui  era  ac- 
rollo pomposamente  il  doge  allorché  nel- 
la  festa   dell'  Ascensione  recavasi   colla 
signoria  nel  bucintoro  alla  benedizione 
o  sposalizio  del  mare.  11  doge  era  accom- 
pagnato da  tutta  la  pompa  e  dalla  ma- 
gnificenza del  veneto  governo,   in  quel 
superbo  naviglio  clorato,  adorno  e  fre- 
giatodi  statue,  intagli  eornaraenli,  detto 
perciò  il  ^Mcmtoro,  Bucenitauro,  vera- 
mente magnifica  natante  reggia.  Con  es- 
so portavasi  il  doge  in  detto  giorno  a 
fare  l'annua  singolarissima  funzione  del 
suo  sposalizio  col  mare  Adriatico,  fuori 


5o4 


V  E  N 


«lei  vicino  porto,  colla  scorta  (ìclltì  gale- 
re, (le'piccoli  bastimenti  ila  guerra,  e  se- 
guilo da  un  indescrivibile  numero  di  bar- 
che o  gondole,  tutte  a  festa  addobb.ile. 
Ciò  fatto  sbarcava  alia  chiesa  di  s.  Ni- 
colò, vi  assisteva  alla  messa  cantata,  e 
colio  stesso  splendido  corteggio  termina- 
la il  solenne  trionfo  sbarcando  alla  Piaz- 
zetta di  s.  Marco.  Per  I'  origine  di  que- 
sta solenne  ceremonia,  e  nozioni  relati- 
ve, compendierò  l' eruditamente  narra- 
to dal  eh.  ab.  Cappelletti  e  dal  eh.  cav. 
Mntinelli  negli  Annali  di  Fcnczia.W  ve- 
scovo d' Olivolo  Domenico  V  Ora  leni- 
go,  nella  sua  cattedrale  con  magnifica 
pompa  nel  998  benedì  la  bandiera  della 
repubblica,  e  la  consegnò  al  doge  Pietro 
JI  Orseolo  nell'alto  che  questi  slava  per 
intrapendere  la  spedizione  rinomatissi- 
ma contro  gii  slavi,  narentani  e  altri  po- 
poli dalmatini,  infesti  al  nome  e  al  com- 
mercio de'  veneziani;  donde  ritornò  poi 
vincitore  e  glorioso  d'  aver  ingrandito  il 
nazionale  domìnio  del  possesso  altresì 
della  Dalmazia  e  della  Croazia:  vittoria 
che  procacciò  a' dogi  veneti  il  titolo  ono- 
revole di  Dogi  di  Fenezia,  della  Dal- 
mazia e  della  Croazia.  Tale  solenni- 
tà cominciata  nel  di  dell'  Ascensione  , 
questo  perciò  appunto  diventò  solennis- 
simo  in  Venezia  ;  e  piti  ancora  lo  diven- 
ne per  la  vittoria  neli  177  riportata  dal 
doge  Sebastiano  Ziani  contro  la  flotta 
dell'  imperatore  Federico  f,  per  la  qua- 
Jeavendo  il  Papa  Alessandro  inconces- 
so al  doge  que' doni  e  prerogative  che 
dirò  a  suo  luogo,  compreso  l'anello  d'o- 
ro per  sposare  l'Adriatico  nel  giorno  del- 
l' Ascensione,  in  segno  del  dominio  che 
avea  acquistato  sopra  quei  mare,  non 
pochi  errarono  con  attribuire  l'origine 
e  r  introduzione  della  sagra  politica  ce- 
remonia ad  Alessandro  III  e  per  sua  con- 
cessione, come  nel  racconto  di  quella 
battaglia  e  di  quella  vittoria;  argomen- 
to che  svolgo  nel  §  XIX,  dogado  39.° 
Vanno  pei  biasiniatì  col  Filiasi  preci- 
puamente quegli  scrittori  forastieri,  co* 


V  E  N 
me  il  francese  Goudar,  e  il  famoso  ha- 
[)oletano  Giannone,  che  trovarono  nella 
maestosa  funzione  argomento  di  bizzar* 
re  e  stolte  censure.  Se  tali  e  altri  ujeglio 
avessero  consultato  le  storie,  non  avreb- 
bero bassamente  deriso  e  scherzalo  su 
d'  una  ceremonia,  come  tante  altre  deri- 
vate per  eternare  la  memoria  di  glandi 
avvenimenti.  Imperocché  il  vescovo  3  vol- 
te cantava  :  Ut  hoc  mare  nobis  et  onini- 
husin  eo  navigantibus  tranquilluni  et 
quietimi  concedere  di gneris,  te  roganms 
nudi  nos.  Oltre  altre  preci  a  Dio,  che  san- 
tificavano l'azione  d'un  popolo  religioso. 
L' autore  della  cronaca  Sagornina,  con- 
temporaneo al  suddetto  doge  Pietro  II,  e 
perciò  di  quasi  due  secoli  anteriore  all'in- 
dicata pretesa  vittoria  de' veneziani  sulla 
flotta  imperiale,ne  dà  esplicita  notizia  con 
espressioni  non  dubbie.  Inoltre  è  attestata 
l'antichità  di  tale  pompa  cittadinesca,  dal 
fatto  certissimo  della  lite  insorta  tra  Vitale 
Il  vescovo  di  Castello  e  Domenico  Con- 
tarini  abbate  di  s.  Nicolò  del  Lido,  poiché 
questo  voleva  introdurre  novità  circa  l'o- 
norificenze solite  prestarsi  nel  tempo  ad- 
dietro dall'abbate  e  da'monaci  al  vesco*i 
vo  d' Olivolo,  ossia  a' suoi  predecessori^ 
allorché  nel  giorno  dell'  Ascensione  reca» 
vasi  alla  chiesa  di  s.  Nicolò,  per  accoglie-^ 
re  il  doge  e  complimentarlo  nel  suo  re- 
carvisi per  lo  sposalizio  del  mare.  La  qua- 
le lite,  dopo  di  avere  durato  lungamente^ 
fu  dal  vescovo,  sostenitore  de'propri  di- 
rilli,  portata  al  tribunale  d' Alessandra 
111,  clieaUidandone  l'esame  e  la  decisio" 
ne  a'vescovid'Equilioedi  Torcello,  pro< 
nunziarono  sentenza  definitiva  in  favore 
del  vescovo,  confermala  dallo  stesso  Pa- 
pa con  bolla  data  a  Kivoalto  a'22  marzo 
1177.  Poco  dopo  i  monaci  cercarono  di 
far  rivivere  la  controversia  sotto  altro 
aspello;  ed  il  vescovo  Nicolai  ricorso  a 
Clemente  III,  questi  nel  1188  rinnovò 
la  decisione  e  la  conferma  d'Alessandro 
III.  Ora  se  tale  Papa  fosse  stato  l'istitu- 
tore  della  ceremonia,  non  poteva  averla 
stabilita    avanti  il  i  177,  perchè  a  qne-« 


V  E  X 

si'  nnno  è  nssegnatn    I.ì    pretesa  sconfìt- 
In    «lata   da'  veneziani    alla  floMa  ioipe- 
riale;  mentre  nel    medesimo  anno  col- 
la sentenza  da  Ini  confermata,  assicurò 
ni  vescovo  di  Castello  il  dirilto  derivato- 
gli dall'antica  consuetudine,  d'pssere   ìii 
quell'  occasione  ricevuto  oiiorevolmenle 
dall'abate  e  da'  monaci  di  s.  Nicolò  del 
Lido.  Si  devono  distinguere  due  dilleren- 
li  epoche  nella  celebrazione  del  rito:  una 
cioè  al  tempo  del  doge  Pietro  H,  quan- 
do ebbe  la  òua  primitiva  origine;  l'altra 
ni  tempo  del  doge  Ziani  e  d'Alessandro 
Ili,  quando  all'antica  cerem'onia  fu  ag- 
giunta la  particolarità   dell'anello,  che 
gcltavasi  in  mare  e  die  motivo  al  titolo 
di  Sposalizio  del  mare.  La  i."  di  queste 
due  epoche  dev'essere  segnala  nel  998, 
la  2.'  nel  i  i  77  :  il  rito  di  quella  potevasi 
piuttosto  dire  Benedizione  del  mare;  al 
rito  di  questa  soltanto  poteva  convenire 
in  qualche  modo  il  noD)e  di  Sposalizio. 
Perciò  anche  doppio  ceremouiale  se  ne 
conserva  negli  archivi,  che  l'ab.  Cappel- 
letti pubblicò  nel  riprodurre  gli  estralli 
da  quelli  dal  Cornaro.  Il  rito  comincia- 
to dalla  benedizione  del  militare  vessillo 
consegnato  dal  vescovo  al  doge  Pietro  li, 
continuò  per  piìi  anni    nella    cattedrale 
d'Oli  volo,  finché  edificala  in  Lido  la  chie- 
sa di  s.  Nicolò  col  propinquo   monaste- 
ro, fa  srelta  questa  come  più  opportuna 
e  più  vicina  al  luogo  ove  la  solenne  pom- 
pa eseguivasi.  Né  ciò  avvenne  prima  del 
1043,  poiché  in  quell'anno  soltanto  eb- 
be [trincipio  la  fabbrica  del  tempio. Laon- 
de per  più  di  ^0  anni  se  n'era  rinnova» 
ta  annualmente  la  memoria  nella  catte- 
drale ;  certameule  con  assai  uìeno  cere- 
iiionie  che  non  in  seguito  allorché  si  co- 
minciò a  celebrare  in  s.  Nicolò.  Così  pu- 
re il  Iraltamento,  che  s'imbandiva  al  pa- 
triarca da'monacì  Olivetani  di  s.    Elena 
(  sia  perchè  l'isola  era  d'antica  giurisdi- 
tione  de'  vescovi  di  Castello,  sia  perchè 
uno  di  essi  fondò  l'ospedale  e  il  mona- 
stero a'  loro  predecessori  i    canonici  re- 
golari), consistente   in  castagne  moude 
voi.  xci. 


YEN  .'ìoT 

e  vino  rosso,  negli  ultimi  anni  fu  più  per 
le  persone  del  suo  cortejigio,  di   quello 
che  per  lui;  il  quale  ordinariamente  ave;» 
da  pontificare  in  s.  Nicnln;  e  il  compli- 
Oiento  delle  rose  damaschine,  cui  il  pa- 
triarca mandava  a  presentare  ni  doge  su 
di  una  coppa  d'argento,  per  mezzo  d'uà 
suo  familiare  o  d'un  chierico;  ed  il  rin- 
fresco di  pane,  vino,  fave  fresche  e  casta- 
gne monde,  cui  il  prelato  dovea  imban- 
dire a'reraiganli,  che  lo  aveano  servilo 
nella  sua   penta,  non  che  il  regalo  di 
dt>e  ducali  al  gastaldo  de*  remiganti ,  il 
quale  ne  avea  diretto  le  mosse,  pare  ch« 
fossero   aggiunti    di   mano  in   mano  in 
tempi  posteriori,  non  trovandosene  men- 
zione alcuna  nel  ceremouiale  più  antico 
accennato.  Bensì  la  refezione,  ossia  pran- 
zo, era  d'antica  data  quanto  l'istituzione 
della  festa  in  quella  chiesa  abbaziale;  del 
che  ne  assicurano  le  ricordate  decisioni 
de' vescovi  d'  Equilio  e  di  Torcello,  e  le 
successive  conferme  de' Papi  Alessandro 
III  eClementelll.  Anche  la  ceremonia  che 
il  doge  gettasse  in  mare  un  anello  d'oro, 
fu  introdotta  più  tardi,  precisamente  nel 
i  I  77,  dopo  che  Alessandro  Ili  andato  al 
Lido  ad  incontrare  il  doge  Ziani, che  come 
fu  detto  ritornava  viltoriosodal  combat- 
timento navale, gli  presentò  un  anello  d'o- 
ro come  pegno  sulla  sovranità  del  mare. 
Per  cui  nella  sua  benedizione  e  ceremonie 
si  cantava  anche  il  Te  Z^rnm  dal  patriar- 
ca e  suo  clero.  Ma   siccome  all'  avvici- 
narsi del  doge  all'isolella  di  s.  Elena,  gli 
si  faceva  incontro  il  patriarca  in  un  pea- 
tone,  e,  attaccandosi  al  bucintoro,  veni- 
va rimorchiato  da  esso,  ciò  il  cav.  Mu- 
linelli qualificò  forse  indecenza.  Benedi- 
ceva intanto  il  prelato,  fra  il  canto  delle 
litanie,  una  tinozza  d' acqua  e  un  anello 
che  doveva  essere  dal  doge  gettalo  nel- 
l'onde. Uscito  finalmente  il  bucintoro  dal 
porlo  del  Lido,  versavasi  l'acqua   bene- 
detta nel  mare,  e  tosto  appresso  il  doge 
vi  lasciava  cader  l'anello,  simbolo  di  quel- 
lo già  dato  da  Alessandro  MI:  In  signum 
veri  perpeluiquc  dominii.  Cantando  in- 
33 


^ 

itoroi 


II 


5o6  YEN  V  t  i\ 
tanto  i  oiiisici  della  cappella  di  s.  Marco  la  il  Mulinelli,  che  1'  tiltitno  bucintoro; 
un  mndrigale,  almeno  dal  lySG  in  poi,  fu  coslruiloitel  1779,  perla  funzione  del 
che  ripui  la,  citando  il  Ctrcvìoiiialc  Ma-  l'Ascensione  del  Signore,e  ^ennedescril- 
l^ititiiiysis'i'  raccolta  iinh'crsale (il  tulle  le.  lo  col  lihro  del  licoidalo  Luchini,  e  inj 
cerci/ìOìiie  spettanti  alta  Ducale  Regia  tale  anno  impresso  in  Venezia  dal  13uo»} 
cappella  di s. Marco jY Adclilioiiea\San-  nanigo.  Egli  lo  compendia;  a  me  non  è] 
&o\\'x\o  ilov\co;e  La  mtOi>a  Regia  sull'ac-  dato  neppure  di  fare  altietlanto  di  tale 
qiie  nel  Bucintoro ,  del  veneto  Antonio  eslialto.  Non  più  esistendo,  ne  dirò  po- 
M.*  Luchini  (autore  pure  della  pregevo-  che  parole.  Questa  macchina  grandiosa, 
le  traduzione,  con  prenozioni  e  note,  de-  lunga  100  piedi  e  2  1  larga  nella  hoc 
gli  Atti  sinceri  ile'  Martiri  (li  Ruinart,  ca,  sì  nell'inlerno  che  nell' eslerno  tutta 
da  lui  dedicala  a  Pio  VI).  Volta  indi  il  con  oro  finissimo  diligenteraenle  dorata: 
hucintoro  la  prora  verso  la  chiesa  di  s.  dal  venelo  Alianti,  sculpila  e  infagliata 
Nicolò  del  Lido,  assisteva  colà  il  doge  a  da  Antonio  Coiaduii,  veneto  valenlissi- 
solenne  messa,  terminata  la  quale  rido-  n)o,  distinguevasi  in  due  piani  :  nel  i.°aH 
revnsi  al  suo  palazzo  pel  pnliblico  han-  di  sotto  erano  168  scelli  remiganti,  di-" 
chetlo,  convitando  in  quel  giorno  anche  sposti  4  ['er  remo,  con  altri  4^  circa  tna* 
i  3  amn)iragli  e  i  100  capi  maestri  del-  rinari  di  riserva  ;  indi  un  2.°  al  di  sopra 
l'arsenale,  the  si  erano  trovali  sopra  d  l)u-  sul  quale  maestosa  sorgeva  In  reggia.  Vi 
cinterò,  disposti  in  10  tavole.  Pubblicò  il  aveano  luogo,  nelle  parli  laterali,  i  fdibri, 
Mutinelli  le  particolarità  lulle  di  questo  fidegnami  e  i  calafitti  dell'arsenale,  lira 
convito,  che  descritto  da  un  Gelfi  mae-  coperta  da  un  liemo  o  tetto  ,  lungo  ()5 
stro  quasi  nonagenario  dell'arsenale,  ne  piedi,  diviso  nel  niezzo,  sovrastante  due 
raccolse  la  memoria  quell'amatore  di-  lunghe  sale;  aveà  38  finestre  e  innume» 
stinto  e  intelligente  delle  cose  patrie,  che  levoli  ornamenti.  Verso  la  poppa  eleva- 
fu  il  valente  ingegnere  delle  fabbriche  del  vasi  la  regal  sede  del  doge,  il  cui  gabinct- 
medesimo  e  mejnbro  dell'  Istituto  vene  tocopriva  più  alto  liemo,  lungo  piedi  24 
lo,  raftettuosamente  sullodalo  Giovanni  e  mezzo,  sostenuto  da  due  gran  Termini  e 
Casoni.  Nolo  pure  il  cav.  Mulinelli, che  il  circondato  da  giardini  o  pergolati;  due 
banchetto  somministralo  per  l'Ascensio-  de'quali,  con  Ninfe,  Wereidi  e  Satiri  ma- 
ne a' 100  graduati  ministri  dell'arsenale,  lini,  erano  pure  laterali  alla  piazza  della 
ed  a'  3  ammiragli,  avea  luogo  ancorché  prora,  e  fuori  di  essa  sporgevano  due  ro- 
iion  fosse  falla  la  funzione  in  quel  giorno,  stri  o  speroni  ornalissimi,  esprimenti  l'u- 
|a  quale  soltanto  celebra  vasi  quando  fosse  no  il  Mare,  l'altro  la  Terra,  con  Zefiìro  nel 
calma  eciel  sereno,  poiché  in  caso  diverso  mezzo,  co' principali  fiumi  personificali 
non  avea  eflelto  la  gita  al  Lido.  Di  più  il  dello  stato  venelo  il  Po  e  1'  Adige.  Sotto 
Mulinelli,  giusto  vagheggiatoredelle me-  l'arcodel  gabinetto  .sedeva  Pallade  cor- 
morie  d'una  patria  così  celeberrima,  <le-  teggiata  da  piccole  figure;  il  gabinetto  a- 
scrive  i  rili  celebrati  nella  basilica  di  s.  vea  io  finestre  ,  sosleuutc  da  bellissime 
Marco  nel  1."  vespero  dell'Ascensione,  ri-  figure,  simboleggianli  t!  Mondo  e  Pane, 
inarcando  persino  1'  incensatura  con  3  riccamente  addobbato  da  velluto  cremi- 
liri  al  doge,  e  indi  con  2  al  nunzio  apo-  si;  alzandosi  poiid  di  sopra  il  glorioso  ves- 
stolico  e  ogni  ambasciatore;  quelli  cele-  siilo  del  generoso  Leone  alato,  insegna 
brali  nel  mattino  seguente,  avvertendo  allusiva  al  gran  protetlores. Marco. Quan- 
che  in  caso  di  pioggia  non  si  andava  al  to  al  rimanente  dell'ornato,  in  elegantis- 
Lido,  ma  si  cantava  nella  Marciana  la  simi  intagli  erano  figurali  Sirene  alale, 
messa  da  un  canonico,  conforajeall'allre  festoni  di  fiori  e  frulla  vagamente  intrec- 
^olte  che  calava  il  doge.  M'istruisce  anco-  ciati  con  raedagliuui.    Lna   sovrastante 


V  EN 
col'nice  in  bassorilievo  effigiavo  feslo^a 
odiinanza  o  trionfo  di  Deità  marine:  ve- 
niva sostenuta  iV  ambo  le  parli  da  Mo- 
stro marino  colla  cornamusa.  Nella  som- 
mità della  prora  si  aliavano  le  grandi 
figure  della  Giustizia  e  della  P.ice,  cor- 
teggiate da  pulii,  e  aventi  a'  piedi  vasta 
cont'biglia.  Due  gran  Leoni  alati  erano 
nel  gonfio  della  poppa.  Ira  marini  Sati- 
ri e  Ninfe  in  delizioso  giardino  e  altri  or* 
nati.  Qui  la  gran  cornice  terminava  con 
due  Giganti  marini.  Quasi  custodi  dell'in- 
gresso della  prora  slavano  doeSfingi.sim- 
bolodella  sapieiiy.ade'padri.  Né  mancava 
lo  stemma  e  l'iscrizione  del  doge  Alvise  III 
MocenigOjin  tempo  del  cpirde  fu  costruito 
nel  1727  questo  splendidissimo  biìcin- 
toro.  Eranvi  altre  statue,  conle  di  Marte, 
della  Prudenza  e  della  Forza  nella  regal 
sede  del  doge,  il  cui  stemma  sovrastava 
il  corno  ducale.  Lo  schenale  di  detta  sede 
si  abbelliva  da  una  vittoria  navale  con 
trofici.  Figuravano  ancora  gli  stemmi  de' 
IO  provveditori  dell'arsenale,  che  pre- 
siederono a  [questo  vasto  e  meraviglioso 
lavoro,  gì'  intramezzavano  più  decora- 
lioni,  le  figure  delle  Muse  e  nel  mezzo 
quella  d^Apollo.  In  faccia  alla  ducal  se- 
de, sosteneva  il  rimanente  del  tetto,  dal 
cui  arco  pendeva  un  drappo  d'oio,  la  gran 
figura  del  Tempo  presente.  I  musici  del- 
la ducale  cappella  cantavano  alcune  lodi. 
Tra  gli  altri  ornati  erano  simboleggiale 
con  figure  la  Musica,  la  Caccia,  la  Dan- 
ia, le  Virtù,  l'Arti  liberali,  i  Mesi  del- 
l'anno, l'Ore  del  giorno  e  della  notte. 
Noterò,  che  nel  bucintoro  per  l'ordina- 
rio si  ricevevano  i  sovrani  che  si  recava- 
no a  Venezia,  e  col  bucintoro  si  andava 
a  prendere  la  dogaressa  al  suo  palazzo 
nella  sua  coronazione.  Quando  poi  per 
decreto  del  senato,  de'5  dicembre  1  770, 
i  monaci  cassinesi  di  s.  Nicolò  partiro- 
no dalla  discorsa  abbazia,  si  rese  ne- 
cessario sosliluiie  un  regolare  sistema  a 
tutte  le  parti  della  solennissima  funzio- 
ne che  nel  giorno  dell^  Ascensione  per 
io  innanzi  erauo  adempite  da' monaci 


V  E  N  .?o7 

slessi  e  dal  Ioi-o  abbate,  con  quella  mag- 
gior decorazione  e  splendore  che  ben 
conveniva  alla  maestà  della  serenissima 
repubblica  ,  e  alla  dignità  di  mg.'  pa- 
triarca di  Venezia,  Pertanto  fu  compo* 
sto  il  CerrHio///V? /e, pubblicato  in  Firen- 
ze nel  1775  nella  Collezione  di  scritta' 
re  (li  regia  giurisdizione.  Feceio  il  simi- 
le l'ab.  Cappelletti  e  il  cav.  Mulinelli,  da* 
quali  ricavo  il  seguente  sunto.  Restò  in- 
teramente nell'antica  sua  costumanza  1» 
funzione  del  patriarca  fino  al  suo  arrivo 
col  pubblico  peatone  al  Lido,  fornito  a 
gala  colle  migliori  coperte  e  co'barcaiuoli 
vestiti  delle  regie  ducali  ilivise,  come  si 
usava  prima  del  1700,  in  cui  era  coperto 
il  peatone  con  felze  (copertina  dello  spa- 
zio ove  devono  stare  le  persone  sedute) 
di  paoni  d'oro.  Pel  di  lui  ricevimento,  in 
luogo de'monaci,  fu  ingiunto  recarsi  ogni 
anno  al  Lido  una  delle  IX  congregazioni 
del  clero  veneto  per  turno,  i  cui  sacerdoti 
indossavano  cotta  e  stola  solenne  della  ri- 
spettiva congregazione,  a  riserva  dell'ar- 
ciprete, dovendo  intevvenire  in  cotta  e  pi- 
viale corrispondente  al  giorno  della  fun- 
zione. Colle  loro  insegne  doveano  incon- 
trare il  patriarca  al  suo  arrivo  al  pontile, 
e  così  pure  accompagnarlo  nel  suo  regres- 
so al  peatone,  collo  stesso  modo  obesi  pra- 
ticava da'monacij  dovendo  però  la  con- 
gregazione cedere  al  capitolo  de'canoni- 
ci  della  cattedrale  il  posto  di  precedenza, 
che  loro  competeva.  1  medesimi  sacerdoti 
doveano  unirsi  al  vescovo  sulfraganeo,  da 
destinarsi  da!  patriarca,  per  fare  l'incon- 
tro al  serenissimo  doge  al  suo  arrivo  in 
chiesa  (nella  stessa  maniera  che  pratica - 
vasi  nella  funzione  di  s. Lorenzo  Giustinia- 
ni); venendo  tolto  il  grave  e  indecoroso 
disordine,  di  fermarsi  il  prelato  fuori  di 
chiesa  sotto  una  tenda,  tra  i  clamori  del 
popolo,  della  milizia  e  delle  maschere;  e 
allora  l'arciprete  deposto  il  piviale  assu- 
meva la  stola,  a  cagione  della  presenza  del 
vescovo.  Gli  stessi  sacerdoti  doveano  cele- 
brare in  detto  giorno  la  messa  nella  me- 
desima chiesa  di  s.  Nicolò  colla  liuiosina 


5o8  V  E  N 

tl'iin  (lucalo (l'nrgeiilo e  due  all'aicipiele, 
per  In  mollilndine  accononte.  I  oliierici 
sciiìinarisli  di   s.  Cipriano  di  Murano  si 
destinarono  all'  assistenza  del  pontificale 
del  patriarca,  al  modo  come  praticava  nel- 
la cattedrale  di  Castello  per  la  festa  di  s. 
Lorenzo  Giustiniani,  coli'  intervento  dei 
suoi  canonici,  e  quello  del  doge  nel  recar- 
si a  venerareil  s.  Corpo.  I^rima  cantava  la 
messa  l'abbate  di  s.  Micolò,  coH'assislenza 
del  patriarca.  Per  impotenza  del  patriar- 
ca, egli  doveva  destinare  un  vescovo  siif- 
fraganeo  a  cantare  la  messa.   Pontifican- 
do l'uno  oKaltro,  sull'altare  doveva  esser- 
vi il   7.°  candelliere,  giusta  il  pontificale 
de'vescovi.  il  patriarca  doveva  aver  la  se- 
dia e  i  gradini,  come  nella  iletla  funzio- 
ne di  s.  Lorenzo.  Pontificando  un  vesco- 
\o  non  poteva  usare  il  baldacchino,  ma 
il  solo  sclienale  (noi  lo  diciamo  dossello)  e 
la  sedia  del  patriarca.  Non  potendosi  a- 
vereche  un  solo  vescovo,  spelta  vagli  l'in- 
rontro  del  doge  e  il  canto  della    messa. 
Quando  questo  vescovo    era    assistente 
nlla  messa  pontificata   dal  patriarca  ,  a- 
veva    la   sedia    un   poco    alzala   col  suo 
.«sgabello  in  cornu  Evarigcliì,  dovendo  es- 
sergli al  fianco  due  sacerdoti    delli   con- 
gregazione, per  le  necessarie  funzioni  di 
porsi  e  levarsi  la  mitra,  stando  in  questa 
funzione  i  canonici  di  Castello  impegnati 
id  servizio  di  mg."^  patriarca.  Trovando- 
si nel  dì  dell'Ascensione  vacante  la  sede 
patriarcale,  il  vicario  capitolare  doveva 
invitare  i  due  vescovi.  11  magistrato  delle 
Hason  vecchie.  Ki  incaricalo,  oltre  del  Ira- 
.sporto  in  barche  della  congregazione,  de' 
.seminaristi  e  di  12  figli  del  pio  luogo  del- 
la Pietà  inservienti  alle  messe,  di  dare  al 
patriarca  e  a' vescovi  invitati  nelle  due  ca- 
mere loro  assegnate  per  riposo,  un    pic- 
colo rinfresco,  in  luogo  di  quello  che  al 
patriarca  davatio  i  monaci,  il  medesimo 
magistrato  doveva  somministrare  lirei  i8 
a'soiiti,  t>on  che  provvedere  tutto  l'occor- 
rente alla  funzione  a  mezzo  del  ceremo- 
riieredi  s. Marco  con  1  60  ducati  d'argento. 
Inoltre  narra  l'  ab.  Cappelletti,  chesiuii- 


nel  di 


V  Ei\ 
le  oeremonia  per  benedire  il  mare  nel 
dell'Ascensione,  è   tradizione  che    l'isti-" 
luisse  in  Cervia  (posta  sulla  spiaggia  del- 
l'Adriatico con  piccolo  Po/-/oei9^///?<»,dei«| 
lo  stato  pontificio  e  nella  legazione  di  Hnh 
velina),  il  vescovo  Pietro  Harbo  veneto, 
provveduto  di  quella  sede  neli44'',che 
rinunziò  nel  i44^  ^  poi   divenne   Paolo 
1 1.  Ciò  descrive  nel  t.  2,  p.  567  delle  stes- 
se sue  Chiese  (l'Italia.  Questa  lienedizio» 
ne  e  sposalizio  del  mare,  tuttora  è  solilj 
fiirsi  dal   vescovo  di  Cervia    annualmeu'^ 
te  nella  festa  dell'  Ascensione,  ad  imita* 
zione  della  solennissima  celebrata  iu  Ve4 
nezia  finché  sussisteva  la  repubblica,   i'j' 
da  notarsi    però  ,  che  (juesta   cercmonia 
istiltiita  in  Cervia  ,  non  ha  nulla  di  po- 
litico o  di  civile,  come  quella  di  Venezia, 
la  quale  denotava  la  suprema  padrona  n« 
za  della  repubblica  sul  mare.  Si  dice  che 
il  vescovo  Balbo,  navigando  dalla  sua  pa- 
tria Venezia  a  Cervia,  fosse  sorpreso  da, 
furiosa  burrasca,  e  vedendosi  prossimo  a 
naufiagare,  si  obbligò  con  volo  ad  isti- 
tuire e  celebrare  annualmente  nella  sua 
diocesi  un  rito  di  benedizione  sul  mare,' 
e  di  gettarvi  un  anello  d'oro  a  sue  spese;  ' 
che  intanto,  a  pegno  della  promessa,  vi 
gettasse  il  suo,  che  avea  in  dito,  e  il  ma- 
re a  poco  a  poco  si  tranquUIasse.  CerVo  è 
che  ogni  anno  il  vescovo  di  Cervia  cele- 
bra con  gran  pompa  questa  benedizione 
e  vi  getta  un  anello  d'oro  a  proprie  spe- 
se: ha  quest'anello  un  pezzo  di  legno  an- 
naso vi,  a<;ciò  con  più  forza  possa  lanciar- 
si da  lungi  nel  mare,  ed  lia  inoltre  attac- 
cato un  nastro  di  seta  lungo  20  braccia; 
e  così  rimane  a  galla  l'anello  sull'acque, 
ed  agili  nuotatori   si   partono  iinmanti- 
nenli  dal  lido  per  andar>elo  a  ricupera- 
re. Assicura  l'ab.  Ca[»pelletti,  che  riporta 
pure  l'orazioni  bellissime  e  il   rito,   che 
(piesta  e  altre  notizie  del    vescovato   di 
Cervia,  gliele  favorì  il  suo  vescovo  mg."^ 
Tamburini.  Nolo  Novaes  nella  Storia  di 
AlesiUndro  llf,  che  Giulio  li  contrastò 
alla  repubblica  di  Venezia  il  privilegio  di 
sposare    l'Adriatico  (probabiltneale    in 


V  EN 

tempo  tìella  gueria  per  la  lega  ili  Cam- 
Lmv),  di  cui  diceva  non  esservi  docuiueii- 
tunlcutio.  E  siccome  cita  il  p.  Miiftei,  y^«- 
ìiali  di  Gregorio  XIII,  Uovo  in  esso  nel 
l.i,  p.  5'Ò,  la  dilìcienza  insorta  tra  quel 
Papa  e  i  veneziani  per  la  navigazione 
dell'Adriatico  e  Irafnclii  levantini.  Rife- 
risce l'ej'regio  storico,  die  pretendevano  i 
veiieziani,per  aver  essi  giàcoll'ariui  ecou 
molte  spese  purgalo  il  mare  da'corsari, 
ed  a'cristiani  assicurata  la  navigazioDe,clie 
Alessandro  111  trovandosi  in  Venezia  con- 
cedesse loro  come  in  premio,  la  superio- 
rità e  la  custodia  del  seno  Adriatico;  ed 
in  confermazione  di  (|uesto  usavano  di 
andare  ogn'unnocul  bucintoro  alla  boc- 
ca del  mare,  coli'  intervento  di  tulli  gli 
anibaseialori  de'principi,  a  sposarlo,  con 
un  anello  e  con  queste  formali  parole:  In 
sig/iu/n  veri  doininii.  Ma  Giulio  11,  che 
per  questo  e  per  altro  ebbe  con  essi  gravi 
e  acerbe  contese,  negava  apparire  di  tal 
concessione  prova  alcuna,  eccetto  il  sem- 
plice testimonio  loro,  il  quale  lestimonio 
in  causa  propria  e  di  lauto  rilievo  meri- 
tamenle  si  poteva  e  doveva  tenere  in  so- 
spello.  E  quando  pure  ne  apparisse  qual- 
che allo,  doversi  attribuire  a  timore  (i- 
gnorava  la  vera  origine  della  ceremunia), 
trovandosi  allora  ilPapa  in  Venezia. Sic- 
ché ventilata  la  cosa  uu  pezzo  vennero 
ad  espressa  capitolazione. Si  conveune,che 
tulli  i  sudditi  della  Chiesa  romana,  e  le- 
gni loro  di  (jualunque  sorta,  avessero  li- 
bera ed  espedila  la  navigazione  del  seno 
Adriatico,  in  modo  che  né  anco  le  robe 
di  altre  nazioni  portale  sui  loro  vascelli 
fossero  soggette  ad  alcuna  gabella.  Ora 
passalo  quel  tempo,  e  succeduta  la  con- 
federazione ,  per  la  guerra  contro  i  tur- 
chi, per  la  quale  si  erano  interrotte  le 
solite  pratiche  di  Venezia  con  le  nazio- 
ni orieutali,  i  sopracomili  o  principali 
ii/ììziali  subordinati  al  comandante  delle 
galere  veneziane,  ed  alcuni  capitani  del 
golfo  restringendo  la  suddetta  capitola- 
zione in  quelli  solamente  che  navigasse- 
rocou  vascelli  uou  presi  a  uulo,  ma  propri, 


V  E  i\  009 

e  che  non  fossero  sospetti  di  portare  u 
turchi  merci  vietate,  od  essere  in  questa 
guerra  spie  del  comune  nemico,  non  la- 
sciavano d'impedire,  o  molestare  i  legni 
de'iiifrcanti  dello  slato  ecclesiastico,  mas- 
sime anconitani,  sotto  colore  di  proibire 
il  passaggio  a'  turchi  e  ad  ebrei  loro  a- 
deienli.  Ma  la  verità  era  che  a  ciò  li  spin- 
geva il  timore  che  durante  la  lega  ,  e  la 
sospensione  del  trattalo  co'levantini,  ve- 
nisse quel  commercio  pian  piano  a  tra- 
sferirsi per  ogni  tempo  in  Ancona  con 
grave  danno  de'guadagui  pubblici  e  pri- 
vati della  città  di  Venezia.  Di  tal  contro- 
versia avendo  il  nunzio  apostolico  Fac- 
chinelti  (poi  cardinale  e  Innocenzo  IX), 
fitto  a  nome  di  Gregorio  XIII  grave  ri- 
sentimento col  doge,  dopo  molle  risposte 
e  repliche,  finalmente  il  senato,  dando 
luogo  alla  ragione,  determinò  nel  1072 
d'osservare  i  capitoli,  nella  maniera  che 
ricercava  il  Papa;  ed  al  Tcevisano  sopra- 
Gomito,  che  avea  nuovamente  ritenuto 
e  spogliato  un  naviglio  raguseo,  noleggia- 
to e  carico  per  Ancona,  scrisse  inconta- 
iienle  con  aspre  riprensioni,  e  con  ordi- 
ne espresso  di  resliluire  le  robe  tolte,  cer- 
lidcaudo  al  nunzio  rincrescere  grande- 
mente alla  signoria,  che  gli  uomini  suoi 
ficessero  cosa,  che  ginslamenle  potesse 
olfendere  il  Pontefice,  al  quale  in  tul- 
le le  cose  di  momento  mostrerebbero 
sempre  la  fede  e  l'osservanza  diesi  con- 
viene.—  Questa  isola  è  abbondante  dì 
vigne  e  orli,  i  cui  frutti  servono  a  como- 
do della  citlà.  Ed  appunto  per  esser- 
vi molte  ortaglie,  è  questo  un  luogo  di 
convegno  geniale  e  di  piacere  popolare 
pe'  veneziani,  che  vi  si  portano  in  folla 
nell'autunnale  stagione,  uno  (ìt  Siti  pi  t- 
torescìd  e  prospctdvi  delle  Lagune  ve- 
nate,  disegnati,  intagliali  e  descritti,  e 
pubblicati  in  Venezia  co'uilidì  tipi  del 
Gondoliere  uel  i838.  Perciò  in  questo 
interessante  libro  il  eh.  d.'  Tommaso 
Locatelli  (che  fin  dal  i832  è  proprieta- 
rio della  Gazzella  tif/ìzialc  di  lentiiii, 
e  die  non  solo  è  il  Nesluie  de'  giornali  ali 


5io  VEN 

italiani,  non  solo  l'aslro  loio  in  fallo  di 
&a|ier  iàie  e  di  soper  alimentare  un  fo- 
glio  politico,   conuneiciale,    scientifico, 
ieltetario  e  di  utile  e  grata  lettura,  che 
possa  presentare  lo  slato  giornaliero  del- 
le cose  (nondìali,  col  più  di  sobrietà  ed 
iissennatezza   possibile  ;   ma   insieme  in 
quegli  scritti  ed  appendici  die  sono  di  lui, 
tipparisce  il  più  dolio,  spiritoso  e  degno 
emulatore  nientemeno  che  di  un  Gaspare 
(iozziec.)  scrisse:  Un  lunedì  di  setlcinbrt: 
(dLidoyCvu  leggiadra  naturalezza  descri- 
vendo ii  festevole  costume  veneziano  di 
queste  pubbliche  ricietizioni;  espie>seal 
vero  dal  riputalo  disegnatore  e  intaglia- 
lore  Marco  Comiralo.  Cello  sarebbe  ri- 
produrne l'eleganle  e  piacevole  contenu- 
to, aia  conviene  che  io  soltanto  ne  dia 
uu'idea  generica,  e  servirà  in  parie  d'ag- 
giunta alle  poche  parole  che  dissi  sul  costu- 
n)e  veneziano.  E  peiò  essenziale  che  io 
prima  ripeta  col  lodato  scrittore.  «  Fu 
dello  già  di  V-enezia  ch'ella  è  un'illuslre 
prigione,  per  ciòch'è  tutta  circondata  dal- 
l'acque, ed  uno  non  può  uscirne  senza 
chiederne  prima  licenza  al  vento  ed  al 
mare  (non  essendovi  allora  introdotta  la 
ferrovia).  Altri,  per  ciò  che  abitiacuo  in 
mezzo  alle  lagune,  s'imouiginano  che  ci 
viviamoa  modo  de'pesci  sempre  sul  salso 
elemento  ;  che  la  natura  campestre  sìa 
qui  moria,  uè  ci  si  vegga  mai  un  graaio 
filo  di  erba;  tutte  supposizioni  più  o  me> 
no  false.  Venezia  è  anzi  una  città  caoi- 
pagnuola  quant' altre  mai:  noi  abbiamo 
nostre  ville  e  nostri  campi;  gli  abbiamo 
anzi  in  casa  e  ce  li  godiamo  anche  assai. 
Or  vengano  questi  detrattori  della  no- 
slra  Venezia}  la  mirino  in  un  lunedì  di 
«ellembre,  poi  dicano  se  siamo  in  prigio- 
ne. Se  questa  è  prigione,  cerio  è  assai 
larga  ed  allegro.  Tali  giorni,  dico  i  lune- 
dì di  settembre ,  hanno  non  so  qual  a- 
«pelto  particolare,  che  li  dislingue  da  lut- 
ti gli  altri.  Non  sono  feste,  pure  non  si 
coulano  fra'dì  di  lavoio.  Le  botteghe  bea 
«i  tengono  aperte,  ma  non  ci  si  compera, 
uè  ci  &t  \cnUe}  e  i  douzclli  vi  6lauuO|  «ti 


V  E  JN' 


I 


pur  vi  stanno,  a  guardarsi  1*  un  l'altro. 
Deserte  egualmente  sono  le  olTlcine;  non 
si  balte  un  martello,  non  si  muove  una 
sega,  e  se  avete  d'uopo  del  fabbro  o  del 
falegname,  peggio  per  voi;  non  si  cerca- 
no il   i."  dì  della  creazione  in  sellendire  : 
il  lunedì  non  è  nella  loro  seltimana  od  è 
solo  per  essere  computato  al  sabato  nel- 
la ujercede.  Queste  buone  genti  voi  le 
incontrerete  piuttosto  a  frolle  perle  con- 
trade :  a  frolle  v'incontrate  le  donne  col 
bel  cappolliri  delle  feste  e  il  nuovo  grem-  ; 
biute,  iti  un  bell'estro  di  gioia  e  con   in 
mano  ior  provvigioni.  Or  dove  corrono 
quesl'allegie  brigale?  Corrono  alla  cam- 
pagna, sull'amene  sponde  del  Lido:  im- 
perciocché il  Lido  è  appunto  la   nostra 
campagna,  il  podere  comune,  sul  (|uale 
Venezia  in  massa  villeggia.  Sparta  avea 
iu  comune  i  banchetti ,  noi  facciamo  in 
comune  le  nostre  villeggiature:  villeggia- 
ture d'un  dì  che  comincian  col  sole  e  col 
sole  si  terminano;  che  non  costringono 
a  mutar  né  dimora  né  letto; che  non  in- 
terrompono i  domestici  affari,  e  che  però, 
senza  averne  le  incomodità  ed  i  fastidii, 
han  lutti  gli  agi  e  i  diletti  dell'  altre  vil- 
leggiature: l'aurea  libertà  de'campi  e  Ip 
soavi  impressioni  della  bella  naiura.  Né 
ci  fa  niente  la  corta  durala;  d'otto  dì  in 
olio  dì  ne  avete  ben  per  due  mesi.  Il  solo 
viaggio  è  una  festa;  è  un    viaggio  senza 
polvere,  senza  fragore  di  ruote;  i  cavalli 
non  ombrano;  il  legno  non  versa  ,  o  se 
versa  non  vi  ammacca  né  storpia,  vi  get- 
ta anzi  in  molle  ,  e  ne  campale  solo  eoa 
un  po' di  bagno.  Questo  cammino,  in  cui 
mai  non  assalgono  i  masnadieri,  si  fa  di 
conserva,  ili  processione,  a  convogli,  fra' 
canti,  ed  è  più  la  spesa  del  fiato  che  de* 
denari".  Qui  comincia  l'autore,  con  gra- 
zia e  lepidezza  tutta   veneziana,  a  descri- 
vere i  particolari,  le  circostanze,  i  grazio- 
si episodii,  l'imbarco,  su  gondole  e  mol- 
le adorne  di  tende  e  di  fronde,   segnala 
d'  allegria;  caro  spettacolo  che  la  genia 
gode  dalle  rive,  con  plausi  e  talora  cu' 
(ìschi,  accompagnaudu  le  fragorose  tiìbù 


YEN 

direlle  da  un  capo,  anzi  una  capessa  o 
capitana  che  raccolse  le  setlimnnali  quo- 
te io  un  anno,  pei' poi  al  Lido  sciuparle  in- 
«ienie  in  un'unica  gozzoviglia  e  popola- 
re baccano.  La  benigna  natura,  acciocché 
Venezia  non  fosse  dal  mare,  quand'egli 
infuria  ,  inghiollita  ,  ne  alzò  a  riparo  e 
presiilio  alcune  isoletle,  che  le  fanno  co- 
me scudo  e  la  fronteggiano  incontro  a' 
suoi  furori,  quasi  scolle  avanzate  che  im- 
pediscono e  fan  sicura  la  porta  di  que- 
st'antica donna  deirac(|ue.  Una  di  quelle 
nppiuilo  è  il  Lido.  L'industre  mano  del- 
l' uomo  fecondò  lo  sterile  terreno,  e  qui 
sul  labbro  dell'Adriatico  fioriscono  orli, 
terreni  piantali  d'alberi  fruttiferi  e  vigne; 
la  natura  campestre  fa  guerra  e  usurpa 
il  luogo  alla  marina.  Per  queste  vigne  e 
questi  bruoli  si  spargono  le  liete  brigate, 
e  vi  arrivano  in  tanto  e  si  spesso  numero 
che  scarso  ali'  arrivo  è  i'  interno  canale' 
per  cui  ivi  sì  approda,  non  senza  perico- 
li. Il  verde  smallo  de'prali  sparisce  sotto 
il  candido  ammanto  delle  tovaglie;  ben- 
ché è  da  farsi  ai  popolo  questa  giustizia, 
che  non  tulli  offendono  a  questo  modo 
la  bella  natura,  e  si  contentano  del  sem- 
plice manto  d'erbe  e  di  fiori  ch'ella  in- 
lesse  svariato  per  tulli.  Ciascuno  si  ada- 
gia alla  meglio  sull'erba  ,  sotto  la  sferza 
del  sole;  anche  persone  facoltose,  lettera- 
ti, artisti,  non  credono  discapitare  la  lo- 
ro dignità  e  condizione.  Mentre  gli  uni 
mangiano  e  bevono  lietamente,  que'  che 
Iian  terminato,  mutando  in  sala  di  festi- 
no l'area  servita  di  mensa,  saltano  e  bal- 
lano con  ardore,  senza  distinzione  di  ses- 
so. Altrove  dato  fondo  a'fiaschi  e  a'  bic- 
chieri, con  gioia  fragorosa  si  canta  a  co- 
ro, non  con  molta  armonia;  alternano  il 
gran  baccano i  suoni  d'ogni  specie  di  stru- 
menti, di  que*  facili  professori  delle  pub- 
bliche vie,  contenti  dell'  onorario  d'  un 
soldo.  Qui  poi  è  il  gran  fabbricatore  del- 
le gustose  fiiltelle,  quel  gran  credenziere 
del  popolo.  Cosa  ilegna  di  nota,  in  questo 
ghiotto  bazzarro  e  fiera  d'ogni  cosa,  do- 
ve si  versa  e  logora  tanto  vino  ,  sono  iu 


VEN  5ii 

qran  numero  coloro  che  attinaono  le  lo- 
ro  ricchezze  dal  fondo  de'puzzi,  e  si  fauno 
liranni  dell'acqua  ;  l'acqua  che  qui  non 
è  solo  un  naturale  elemento,  ma  sì  un'o- 
nesta cagione  di  lucro;  però  chi  ha  sete 
deve  pagare.  Qua  e  là  sono  venditori  di 
frulli,  ciambelle,  ostriche  ec.  Ora  s'  im- 
magini qual  vario  e  grandioso  spettacolo 
di  molo  e  di  vila  presenti  quest'afifollala 
pianura,  anzi  questo  vìvo  mare  di  tante 
genti,  d'abilo, d'età  e  dicondizionediver- 
se  ,  nel  piLi  libero  abbandono  dell'alle- 
grezza mossa  dalle  vivande,  dal  vino,dal- 
la  compagnia  e  dal  diporto,  e  sene  tro- 
verà forse  dilfìcilmente  l' eguale.  Ma  il 
sole  in  mezzo  a  questi  trìpudìi  più  ratto 
già  scende:  Venezia  imporporata  dall'id- 
linio  suo  raggio  lo  nasconde  a  quelli  del 
Lido.  Succede  la  gran  battaglia  dell'im- 
barco al  ritorno,  giacche  è  da  combatte- 
re assai  prima  di  raggiimgere  il  legno, 
e  più  conjbaltono  di  parole  i  loquaci  bar- 
caiuoli. Ora  lo  spettacolo  muta  scena  e 
si  volge  tutto  sull'acque  per  chi  dalla  ri- 
va e  dal  molo  contempla  quella  mobii 
città  di  batlelli  e  di  barche  che  riedono 
e  fanno  di  se  lunghe  file  per  tutto  il  ca- 
nale. E'  questa  l'ora  degli  ultimi  canti, 
un  po'iuvero  piùrauchi,  col  iVioiV/o del- 
le villolte,accompaguato  col  cembalo,  av- 
vivando la  gioia  il  fuoco  del  vino.  A  tali 
cauli  popolari,  quasi  l'eco  da  lungi  rispon- 
dono i  canti  di  chi  con  minore  solennità, 
ma  ben  maggior  sicurezza, festeggiò  il  suo 
lunedi  di  settembre  modestauienle  a' 
giardini. 

i4-  S.  Andrea  o  Castello  di  s.  Ah- 
drca.\c<\\  il  numero  seguente.  A  ponen- 
te di  esso  castello  a  breve  distanza  s'in- 
contra r  isola  seguente  omonima,  alla 
quale  propriamente  appartiene  il  forte. 

I  5.  S.  Andrea,  ov'era  la  celebre  Cer- 
tosa, e  perciò  detta  con  tal  nome  ezian- 
dio e  per  antonomasia  appellata  Vlsohi 
Regina.  Di  due  isolette  separale  da  pic- 
colo canale,  formasi  quest'  isola  detta 
anche  .v.  Bruno,  dal  nome  di  s.  Bruno- 
ne  Iòndatore  dell'  ordine  certosino,  si- 


5ia  V  E  i\ 

tuiita  quasi  in  egual  distanza  fra  s.  Ni- 
colò di  Lido  e  1'  aulica  callediale  di  Ca 
.stello,  a  cui  era  per  vetusta  giurisdizione 
fcoi^f^ella.  Una  è<juelia  di  s.  Andrea  del, 
Castello,  l'allia  a  ponente  a  breve  distan- 
za, di  s.  Auditai!ni\\i\  Certosa  e  anclie 
fcuiaaieute  Certosa.  Per  la  comunanza 
del  nume  e  la  vicinanza,  qui  d'auibedne 
lagioncrò,  essendo  loro  prossima  1'  isola 
ili  s.  Klena.  Col  eh.  Emilio  di  Tipaldo, 
f  Uaeiidola  da'  Siti  pitlorcschij  parlerò 
prima  dell'  isola  propinqua  che  contiene 
j|  gran  Castello  di  s.  Aniirea  al  Lido,  poi 
della  Certosa.  Fra  1'  isolelle  che  circon- 
dano Venezia,  la  prima  che  si  offre  allo 
bguardodel  navigante  ch'entra  dalla  par- 
te del  Lido  è  s.  Andrea,  in  cui  fu  eretto 
un  forlifìcalo  castello,  denominato  Ca- 
stel Nuovo,  per  distinguerlo  dal  l'ec- 
vliio  o  di  s.  JVicolh,  i  quali  formando  la 
bocca  del  poito  servono  da  quel  lato  a 
difesa  delle  Lagune.  Si  disse  ancora  Ca- 
Aiello  di s.  Andrea, dalia  chiesa  della  vi- 
cina ìsola,  il  cui  nome  lo  trasse  egualmen- 
te dal  tempio.  E'  distante  due  miglia  dal- 
Ja  Piazzetta  di  s.  Marco, avendo  circa  3oo 
passi  nella  sua  maggior  larghezza,  e  qua- 
si un  miglio  di  hmghezza  da  libeccio  a 
greco.  La  i."  gloriosa  memoria  riferita 
dalla  storia  risale  al  i353,  in  cui  nella 
guerra  co' genovesi,  la  loro  armata  na- 
vale minacciando  le  veneteLagune,  s'im- 
pedì loro  r  ingresso  con  grossa  catena  di 
(erro  sprangata  tra'due  nominati  castel- 
li. Indi  col  volger  de'secoli  la  prudenza  e 
accortezza  del  veneto  senato,  provvide  a 
ben  più  forti  difese.  Ponendosi  in  guar- 
dia da  Solimano  li  sultano  de'  turchi, 
di  dubbia  fede  e  d'insaziabile  avidità  di 
vaste  conquiste,  ad  assicurare  in  miglior 
guisa  la  cillà  dominarne,  fece  murare  nel- 
l' isoletta  di  s.  Andrea  una  fortezza  non 
*olo  alta  ad  offendere,  ma  altresì  ad  ar- 
restare un'  armata  che  avesse  osato  d'ol- 
trepassare il  porto  del  Lido.  Fu  affidala 
la  direzione  di  sì  malagevole  e  importan- 
tissimo incarico  a  iVlichele  Saumicheli, 
la  cui  speriuieutata  sointua  perizia  gli  u- 


V  E  N 

vcii  actjuislato  fama  d'  inveuloie  d'  un 
nuovo  metodo  di  forlillcazione.  "  Ideò 
pertanto  la  fronte  di  questo  castello  con 
5c'o/yj/,  essendo  quello  di  mezzo  qdiisi  un 
b  istione  rolondo,con  cortine  laterali,  che 
sugli  estremi  ripiegano  all'  indentro  for- 
mando le  due  testate.  Nel  centro  del  ha* 
slione  fece  risaltare  la  porta  di  3  archi 
con  colonne,  ed  ornato  alla  dorica  di  as- 
sai  elegante  esoda  struttura,  rimanendo 
aperto  il  solo  arco  di  mezzo,  e  gli  altri 
due  chiusi  ad  uso  di  cannoniere.  Olio  di 
qiie>le  cannoniere  collocò  nel  baslioiie,  7 
per  ciascuna  cortina, 5  per  ognuna  testala, 
ed  essendo  ogni  cannoniera  un  arco, e  tro- 
vandosi la  soglia  di  quello  a  Qor  d'acqua, 
di  necessità  dovea  1'  artiglieria  giuocare 
sempre  orizzonlahnenle,  battentlo  cpiella 
della  destra  il  canale  interno, quella  del- 
la manca  l'ingresso,  in  guisa  tale  che  le 
navi  esser  doveano  colpite  sempre  di  fron- 
te. A  tutto  questo  aggiunse  Saumicheli, 
senza  dire  degli  spalti,  de'lerrapiem,  del- 
le piazze  e  de' quai  tieri  di  meravigliosa 
ampiezza,  una  casamatta  a  vòlto  rtiale, 
e  con  ispiracoli,  a  riparo  sicuro  delle 
iinlizie,  e  per  allestire  e  per  maneggia- 
re ivi  più  coinodumente  le  artiglierie,  la- 
sciando in  fine  nel  uìezzo  del  castello  a 
cavaliere  uno  degli  antichi  torrioni  an- 
zidetti, onde  scoprire  e  dominar  si  po- 
tesse da  colà  lutto  inlorno  1'  orizzon- 
te del  mare  e  della  Laguna.  Compiuta  m 
meravigliosa  opera,  narra  Vasari  seguilo 
da  altri,  non  mancò  genie  maligna,  che 
andava  vociferando  essere  bellissima,  e 
fatta  dietro  ogni  buona  regola,  nolladi- 
meno  rimanere  motivo  a  temere,  che  a- 
douerando  in  un  medesimo  tempo  tanto 
artiglierie  non  avesse  la  fortezza  a  rovi- 
nare. Volle  la  signoria  far  tornare  a  vuo- 
to siffatte  dicerie;  per  lo  che  comandò, 
<,he  allontanale  di  Venezia  in  un  prefìsso 
giorno  le  dame  incinte  paurose,  si  recas- 
sero al  nuovo  castello  in  quantità  l'arti- 
glierie del  più  grosso  cahbro,  e  che  mon- 
tale eziandio  oltre  il  consueto,  in  un  me^ 
desimo  istante  si  dovesse  scaricare,  Fatto 


VEN  YEN  5i3 
riiiiIitiÀsiuio  «perimento,  riinnse  illesa  la  secoli  ila  clie  r«iilore  Siigaci^^imo  la  co- 
f'urtezza  in  mezzo  al  Iremendo  scoppio,  ininciava,  lerminandosi  nel  1071  ,  slitta 
che  (MJi-ve  si  scuotesse  da'.carclini  il  mori-  esso  impavido  le  minacciose  onde  che 
do.  il  senato  congratulavasi  coli'  archi-  spmitano  Tire  ai  toccar  de'macigiii  suoi, 
letto  veronese,  e  questi  rallegravasi  con  Sei  vendo  ora  a  sopravvegliare  l'mgresso 
se  stesso  dell'aver  saputo  costruire  a  Ve-  de'navigli  leggeri,  è  bene  il  narrare  col- 
iiezia  un  tanto  formidabile  antemurale",  l'encomiato  Tipaldo  come  negli  ultimi 
Infatti,  chiunque  abbia  veduto  questo  tempi  valse  a  rintuzzare  l'audacia  slra- 
propugnacolo,  non  può  che  considerar-  niera.  l'i>ccisi  ordini  del  veneto  governo 
lo  una  delle  più  mirabili  produzioni  dei-  vietavano  l'ingresso  ad  un  bastinrjcntoar- 
r  umano  ingegno,  come  quella  in  cui  mato  di  qualimque  nazione.  Il  capitano 
I' architetto  seppe  con  grande  maestria  Laugier,  armatore  francese,  che  entialo 
accoppiare  la  militare  difesa  alla  decoro-  violentemente  nel  porto  di  Lido  vi  gitlò 
sa  magnificenza  dell'archiletlura  civile;  l'ancora  del  maggiore  di  3  buslimenti, 
mentre  può  dirsi,  essere  in  questo  eddi-  detto  il  Liberatore  d'Ila liciy  iumi\\o  d'ii 
zio,  solidità,  convenienza,  bellezza;  pre-  cannoni  (porzione d'una  piccola  flottiglia 
gi  lutti  jApr  degnamente  ammirarlo.  Che  dii3  legni  che  da  alcuni  giorni  seuz'  iu- 
se  j;er  naturali  caus.e,  nel  decorrere  degli  naizar  bandiera  alcuna  si  teneva  sidie 
unni  il  rieujpiinento  del  fondo  dell'acque  volte  nel  golfo  Adriatico),  nulla  curando 
lo  rese  opera  quasi  infruttuosa,  ciò  non  rmtimazione  faltcìgli  dal  Pizzauiauo,  co- 
iscema  la  giuria  di  chi  ordinò  e  di  chi  ese-  mandante  del  Lido,  rispose  coli  arrogan- 
guì  l'erezione  di  mole  così  stupenda,  alla  ?a  di  chi  vuole  farsi  proprio  l'altrui,  niuu 
sua  epoca.  1  veneziani  ne'moderni  tempi  porto  essergli  mai  slato  chiuso,  e  s  iu- 
la  custodivano  a  pompa,  e  da'  suoi  ba-  noltrò  minaccievole  e  furioso.  Dal  forte 
luardi  salutavasi  co'  cannoni  il  passag-  s.  Andrea  e  da  una  galera  di  guardia  gli 
gio  del  famoso  loro  bucintoro  per  lo  spo-  vennero  scaricate  addosso  alcune  canno- 
salizio  del  mare,  che  descrissi  nel  u.  1  3  di  nate  che  gli  spezzarono  l'albero  di  triti- 
questo  §.  Le  Fabbriche  di  f^enczia  ci  chetto,  e  Iriiforarono  a  pelo  d'acqua  il 
uQ'roao  le  tavole  della  porta  del  Castello  vascello.  Egli,  quantunque  lasciato  solo 
e  sua  pianta  ,  le  parti  ornaoienlali  ,  la  dagli  altri  due  legni  che  s'erano  ritirati, 
pianta  generale  del  medesimo,  coU'arti-  con  pazza  temerità  fece  scaricare  l'arti- 
stica illustrazione  del  Diedo,  già  traccia-  glierie  contro  i  veneti  bastimenti;  ma  la 
la  dal  non  meno  abilissimo  Selva  elogi-  ciurma  il'una  galeotta  vicina,  composta 
sta  di  Sanmicheli,  che  dal  celebre  Te-  di  soldati  schiavoni,  accesasi  di  rabbia, 
manza.  Il  Diedo  scrisse:  Tulio  l'insieme  (juaulunque  men  numerosa  (.le'nemici,ab- 
spira  fierezza  e  guerresco  ardire;  ed  uà  bordatoli  vascello,  dopo  averne  colle  sci- 
luime  ispirò  la  mente  e  animò  la  mano  inìtarre  uccisi  e  feriti  alcuni  (o  1  3  soKla- 
dcU'esimio  inventore,  sovrano  maestro  e  ti),  costrinse  il  resto  ad  uriendersi.  Al  ca- 
signore  di  lutti  gli  stati.  Ed  il  Teman-  pitano  audace  fu  tronca  la  te»la,  nell'al- 
za  dichiaiò:  Che  alla  sua  epoca  ancora,  lo  che  disperatamente  colla  miccia  in  ma- 
non  potevasi  fare  una  difesa  cosi  adatta  no  correva  a  dar  fuoco  alla  polveriera.  £ 
al  silo  e  alle  circostanze  del  mare  e  de'ca-  vgneti  mannari,  non  contenti  della  vit to- 
nali che  lo  ricìngouo.  Tolti  concordano  na,  fecero  preda  di  quanto  trovarono  sul 
uell'encomìare  questa  salda  difesa  della  vascello,  ch'era  principalmente  carico  di 
veneziana  potenza  e  la  sua  costruzione  munizioni  da  guerra.  Questo  fitto  po.seiu 
mirabilissima,  avuto  riflesso  al  fondo  pa-  iscompiglio  quiisi  l'  intera  Ven«zia,  e  co- 
ludoso  e  incerto  in  cui  è  piantato  il  ca-  me  fosse  vicino  un  assalto,  alFoilossi  il  po- 
klcUu;  e  scbbeue  àieoo  trascorsi  più  di  3  polo  ue'siti  più  opportuni  alla  difesa;  ma 


5.4  V  E  N 

reso  poi  islriiilo  cleU'avvenulOjecle'pi-ov- 
veiliineiiti  energici  cui  il  governosi  appa- 
recchiava, tosto  si  calmò.  »  Dell'occaclulo 
tennesi  consiglio  nel  senato,  dove  sciama- 
rono alcuni  non  esser  piìi  tempo  ili  avei' 
alcun  ^i^pt■llo  a'fiancesi,  che  climosliava- 
no  ormai  apertamente  i  loro  pravi  dise- 
gni; doversi  il  senato  ricordare  una  vol- 
ta degli  esempli  d'  intrepida  vir'.ù  che  i 
suoi  maggiori  gli  aveano  lasciati.  Sanlis- 
sMiii  detti!  Se  non  che  coloro  ch'erano 
bramosi  <li  cose  nuove,  e  che  sognavano 
poter  sussistere  libertà  conceduta  dallo 
straniero,  magnificaudo  la  possanza  de' 
francesi,  inliusidirono  di  sidalto  modo  gli 
jinimi,  che  venne  decjetalo,  doversi  in- 
contanente restituire  quanto  era  slato 
preso  sul  bastimento  e  dare  al  generale 
Doiiaparle  accurata  notizia  dell'accadu- 
to, odeiendogli  i  risarcimenti  che  diman- 
dasse. A  lutti  è  noto  (p)anto  poscia  av- 
venne, e  basta  qui  ricordare  che  a'  i6 
maggio  I  797,  il  Castello  s.  Andrea,  e  tut- 
ti gli  altri,  vennero  occupali  dalle  solda- 
lesihe  francesi  capitanate  dal  generale 
Baraguay  d'Hilliers  (Luigi,  poi  morto  a 
Berlino  nel  1H12,  forse  il  padre  o  il  zio 
tlell'odieriio  maresciallo  di  Francia, di  cui 
parlai  altrove);  occupazione  per  cui  ri- 
riìase  estinto  un  governo  che  si  tenue  in 
piedi  per  XIV  non  interrotti  secoli,  sefiza 
mai  ubbidire  ad  armi  straniere,  né  ricet- 
tarle nella  sua  capitale  (perciò  chiamata 
Venezia:  la  f^crgìiic,  \' Inviolala);  esem- 
pio unico  negli  annali  d'  Europa".  Nel 
Castello  di  s.  Andrea,  magnifico  edilizio 
tutto  inciostalo  di  marmi  d'  Istria,  ov'  è 
pure  il  telegrafo,  ue'di  l'estivi  s'innalza  la 
bandiera  dell'augusta  casa  lY  Ausilia 
che  regge  ora  i  destini  di  Venezia.  Vi 
sono  camere  servile  un  tempo  di  prigio- 
ni, vòlti  maestosi  presso  a'  quali  sono  a 
pelo  d'acqua  le  cannoniere.  In  una  spia- 
nata, cui  si  ascende  per  magnifica  scala, 
fatta  per  accogliere  i  difensori  de'sili  sot- 
toposlij  vi  è  lo  stemma  del  veneto  Leone 
alato,  ed  iscrizione  che  ricorda  gesta  e  vit- 
torie navali  de' veneziani.  Vi  era  nel  ca» 


V  EN 

stello  una  chiesetta,  ma  fu  alteifala  dal 
fulmine,  il  magnìfico  portone  lo  rifecero 
gl'ioiperanli  austriaci,  che  degli  ediflzi 
pubblici  di  Venezia  non  cessano  d'avere 
amorosa  cura. Quando  l'imperatoreFran- 
cesco  \  onorò  di  sua  presenza  il  Castello 
s.  Andrea,  si  rivolse  agli  uflìziali  del  ge- 
nio e  disse  loro:  Abbiate  a  cuore  e  con- 
servale questo  bel  monumento;  opere  si- 
mili non  si  fanno  più! —  L'altra  isola  di 
.5-.  Andrea  o  la  Certosa,  è  forse  la  piìi 
grande,  e  come  più  spaziosa  e  luogo  ma- 
gnifico ed  ameno  può  dirsi  Visoleita  re- 
gina:  trovasi  tra  il  discorso  castello  e  il 
porlo  di  8.  Nicolò  di  Litio,  e  anticainenle 
chiamavasi  l'isola  ili  s,  Andrea  del  Udo. 
Il  vescovo  di  Castello  .Marco  Nicola,  de- 
sideroso di  estendervi  il  cullo  divino  nel 
I  199  la  donò  a  Domenico  Franco  pio 
sacerdote  della  parrocchia  di  s.  Sofia,  ac- 
ciocché in  essa  erigesse  ad  onore  di  s.  An- 
drea Apostolo  una  chiesa  e  un  monastero 
di  religiosi,  giada  lui  fondati  nell'isola  di 
s.  Andrea  d'Ammianoora  distrulla  pres- 
so una  chiesa  pure  dedicala  al  s.  Aposto- 
lo. Non  per  anco  compito  un  anno,  per* 
mise  il  zt;laiite  vescovo  al  nuovo  istituito 
priore  di  s,  Andrea  del  Lido,  che  potesse 
nell'istessa  isola  edificare  un'altra  chiesa 
sotto  l'invocazione  delle  ss.  Eufemia,  Do- 
rolea,  Tecla  ed  Erasma  vergini  e  marti- 
ri aquileiesi,  aggiungendovi  quelle  fab- 
briche per  uso  ed  utilità  de'frali  o  suore, 
che  il  fondatore  Franco  volesse  stabilirvi. 
Ciò  eseguito  il  buon  prete,  che  già  in 
altri  luoghi  avea  fondali  diversi  aiona- 
sleri,  morì  nel  1204  in  quest'isola  e  vi 
fu  pietosamente  sepolto.  R.idolla  a  [ìerfe- 
zioue  la  chiesa  di  s.  Andrea,  dal  medesi- 
mo vescovo  Marco  fu  consagrata  a'  19 
febbraio!  219.  Variano  gli  scrittori  nel 
nominare  l' istituto  religioso  de'  primi  a- 
bitatori  di  quest'isola,  poiché  il  Dandolo 
scrisse  i  canonici  regolari,  ma  la  maggior 
parte  li  chiamano  semplicemente  frali  e- 
remitani  di  s.  Agostino,  come  nel  docu- 
mento della  i.'  concessione  dell'isola,  hi 
fondatore  Franco  successe  Ildebrandino 


YEN  YEN                   5i5 

nel  prioialo,  che  anmenin  le  rendile  con  loie  de'cei  losini,  quelle  tlelle  suddclle  ss. 
\arie  oblazioni.  Tultavolla  il  nioiiaslero  Acpiileiesi,  la  cui  aulica  e  raediocrc  ctiie- 
ridxicendosi  con  pochi  religiosi,  neh  382  sa  fu  con»piesa  nel  piccolo  chiostro.   In 
fu    concesso  a' monaci  certosini,  ma   gli  questa  certosa,  oltre  il  suoi  ."priore  Ma- 
si wngadori  per  allora  non  acconsentendo,  riano  da  Volterra  ,  fioi irono   il  b.   Gio- 
il  die  non  aweilì  Jo  storico  Morosini,  vi  vanni  Corner  veneto,  altri  servi  di  Dio, 
continuarono  i  frali  di  fi.  Agostino.  Il  prio-  e  il  patriarca  Soriano.  I  certosini  come 
redi  questi  nel  1 4  '  f)  pi'cn'ise  al  vescovo  di  gli  allri  furono  soppressi  nel  18  10,  e  fudi- 
(JaslelloiMarco  Liiiulo  un  Ietto  inleranien^  sfatta  la  chiesa,  servendo  le  fabbriche  sfi- 
le fornito,  secondo  l'obbligo  che  avea  il  guraledeUnonaslero  a'mililari.  Vicina  a 
inonaslerocon  ogni  nuovo  vescovo,  iinpo-  questa  è  l'isola  di: 
sto  nella  fondazione.  Minacciando  rovi-  16.  S.  £'/e/irt.  Situata  a  levante  di  Ve- 
na le  fabbriche,  ne  fu  or«Iuiato  al  priore  nezia,  nelle  Lagune  e  poco  distante  didla 
il  ristabilinienlo.  Venuto  poi  in  Venezia  città  e  dalla  punta  del  sestiere  di  Castello. 
8.  Bernardino  da  Siena,  nel  1422  suggerì  Credellero  alcuni  scrillori  essere  l'aiili- 
ol  governo  d'introdurvi  gli  edificanli  cer-  ca  Olivolo,  ma  senza  nessun  fondan^en- 
losini,  assegnando  loro  il  restauralo  me-  lo.  Esistono  nella  medesima  alcuni  forni 
nastero  di  s.  Andrea    vuoto  di    religiosi,  per  cuocervi  il  biscotto,  ad  uso  delle  trup- 
benché  con  rendite  sulìicienli.  Fu  e>au-  pe  e  della  marina;  forni  eretti  nell'  isola 
dito,  e  venne  statuito  che  il   priore  lice-  fin  da'lempi  della  repubblica,  per  le  sue 
\esse  l'inveslitura  dal  doge:  tulio  oppio-  milizie  e  altre  genti  di  pubblico  servizio, 
vò  nel  14^4  M^'l'""  V,  ricevendo  la  di'  Sulla  porla    principale  che  dà  ingresso 
Biissione  del  [iriore  Andrea  e  sopprimen-  allo  stabilimento  de'forui,  al  presente  ri- 
do nel  monastero  l'ordine  tli  s.  Agostino,  dotti  a  2g,  vi  è  un  Leone  che  ha  fra  lezam» 
Siccome  i  certosini  godevano  molte  esen-  pe  lo  stemma  del   doge  Francesco  Loie* 
zioni,  il  vescovo  s.  Lorenzo   Giustiniani  dano,  e  l'annoi  ySB,  epoca  in  cui  furono 
rinunziò  al  suddello  censo,  i  cui  parenti  restaurali.  Essendo  l'isola  d'antica  giuris- 
poi  stabilirono  la  propria  sepoltura  nel-  dizione  del  vescovo  tli  Castello  ,    Vila- 
ia  loro  chiesa.  1  certosini,  secondo  il  lo-  le  11  Michieli,  uno  di  essi,  circa  ili  170  o 
ro  istituto,  ridussero  il  monastero  ad  am-  il  1  1  yS  a  ptoprie  spese  fondono  ospedale 
pia  e  comoda  certosa  chiusa  ;  e  nel  suo  sotto  l'invocazione  di  s.  Elena  imperalri» 
interno  dipoi  innalzarono  una  magnifica  ce  e  madre  di  Costantino  l,  per  alloggio 
e  bellissima  cliiesa  con  iscelti  mai  mi,  per  de'pellegrini,  riservando  a  se  e  successo- 
la loro  ufìiziaturaj  con  disegno  di  valeti-  ri  l'elezione  del  priore,  a  cui  con  pubbli- 
tissimo  architetto  e  pare  Pietro  Lombar-  co  alto  si  obbligarono  d'  ubbidire  i  con» 
do,  che  ridotta  a  perfezione  con  nuovi  ri-  fratelli  in  detto  anno,  abitanti  nell'ospe* 
slauri  e  ampliazioni  de'chicslri,  fu   con-  dale.  Il  Corner  crede  che  sin  dal  princi- 
«Dgrala  in  onore  di  s.  Andrea  Apostolo  a'  pio  il  priore  e  gli  amministratori  fossero 
3  agosto  1721   dal  patriarca   Caibarigo.  canonici  regolari,  i>litulo  assai  disteso  in 
Vi  si  ammiravano  opere  classiche  di  pit-  Venezia,  poiché  nel  1  2  1  i  Aicardo  Vene- 
tura  e  scultura.  E  Luigi   Giimani  arci-  to  canonico  regolare  del  monastero  di  s. 
vescovo  di  Candia  le  donò  diverse  reli-  Elena  di  Venezia,  trasportò  il  corpo  di 
qiiie,  fra  le  quali  della  ss.  Croce,  una  ss.  s.  Elena  da  quello  a  lei  dedicalo  in  Co- 
Spina,  de'capelli  e  veste  della  B.  Vergi-  stantinopoli,  e  lo  collocò  in  esso,  e  non 
ne  ,  porzione  della  croce  del  s.  Titolare  come  allri  pretendono  nelle  chiese  de* 
ec,  Allie  olFerte  dopo,  furono  il  corpo  di  carmelitani  o  de' servili  ,  i  conventi  de' 
k.  Clemente  inartii  e  tratto  da'solteiranei  quali  ancora  non  esistevano.  L'ospedale 
iuuiaoi,  le  reliquie  di  s,  Brunoue  food»*  dunque,  ch'era  lealmenle  uu  monaslero 


5 1 6  YEN 

tuli  ospizio  unito  per  ricovero  ile'poveri 
«;  iiriissiiiie  tle'pellt'grini,  secondo  I*  uso 
ili  qne'secolì,  tnulò  anclie  il  nume  nel 
17.33;  avendo  M;irco  II  ftlichieli  vescovo 
tii  Castello  ,col  coiisenso  del  suo  capitolo, 
concesso  in  pieno  e  libero  dominio  l'ospe- 
dale e  tutta  r  isola  u  Demetrio  allora 
priore,  con  facoltà  d'adnnarvi  i  frali,  ri- 
bervandosi  la  conferuia  del  priore  e  Tan- 
nuo  censo  di  àue  an>[>olle  di  vino  da 
presentarsi  a'  vescovi  8  giorni  avanti  la 
lesta  lìeila  s.  Titolare.  Riuscì  vantcìggio- 
su  il  [irioralo  di  Deinetrìu  al  uionasleru, 
a  cui  iurono  donate  possessioni  pel  man- 
tenimento de'canonici. Conobbe  il  Corner 
t;lie  r  iomani  si  gloriano  possedere  il  cor- 
po di  s.  Elena,  ed  i  francesi  vantarsi  a- 
verlo  rapito  e  da  Iloma  condotto  in  Fran- 
cia; aia  in  Coslanlino[)oli  doversi  ricono- 
scere il  sepolcro  della  santa,  ove  la  fece 
trasportare  Costantino  i,  comeavea  fat- 
to col  corpo  del  padre  Costanzo  tlall'In- 
gliilterra  ov'eia  morto  pagano.  Però  an- 
che il  Piazza  ueW Emerologio  di  Roma, 
a'j8  agosto  festa  della  santa,  narra  che 
Costantino  1  fece  ei  igere  alla  madre  il 
mausoleo,  ora  nel  Musco  1  alleano,  pres- 
so la  Cliiesa  (fc'.ss,  lìJarcelli.'ìO  e  Pietro 
(f  ')*ì  il  Ci/nilcrio  di  Roma  {f^-)  intcr 
dtios  Lauros  (la  della  chiesa  innalzata 
dalla  pie>.à  e  munificenza  di  Costantino  I 
al  3.°  miglio  della  via  Labicaua  sul  se- 
polcro de'noudnati  santi  e  sull'insigne ci- 
iiiiterio  annesso,  basdica  nella  (piale  ebbe 
sepoltura  la  sua  madre  s.  Eiena,  fu  dal- 
l'imperatore donata,  cogli  adiacenti  leni* 
luenti.alia  sua  arcibasilica  Lateranense, 
la  quale  lino  al  presente  mantenendone  il 
possesso,  ebbe  cura  del  tempio, che  venu- 
lo  in  decadimento  fu  dal  capitolo  Late- 
laiiense  ora  restaurato  e  riaperto  alla  ve- 
nerazione de' fedeli.  Tanto  pubblicò  il 
Cioruale  di  Roma,  de'2  giugno  1 858), 
ove  la  fece  tumulare,  e  da  dove  il  s.  Cor- 
po fu  trasportato  nella  Chiesa  di  s.  Ma- 
lia  d'araceli  (P\).  i\el  mausoleo  di  por- 
fido bellissimo,  tra'bussorilievi  vi  sono  i 
litraltì  di  s.  Elciia  e  di  Costantino  I.  Il 


:or-  I 


YEN 
/diario  Romano,  dice  a'  1 8  agosto:  il  cor 
pò  di  s.  Elena  liposa  iii  Aracoeli.  Si  |)oii- 
no  vedere:  il  p.  Casimiro  da  Roma,  Me- 
morie istoriche  della  ehiesa  di  s.  Maria  ^ 
in  Araceli,  §  (  5,  Della  cappella  di  s.  E-  \ 
lena  ,  della  \>olgarmenle  la  Cappella 
Santa.  Il  Besozzi,  La  .storia  della  basi- 
lica di  s.  Croce  in  Gerusalemme.  Non- 
dimeno afferma  lo  slesso  Corner,  che  al- 
le divole  richieste  di  Filippo  II  redi  Spa- 
gna, il  senato  gli  concessa  un  osso  del 
corpo  della  s.  Imperatrice,  e  quindi  lo 
fece  chiudere  in  forti>si(na  cassa.  Unite 
ad  esso  si  custodivano  le  altre  reliquie 
[lortale  d'Aicardo  da  Costantinopoli,  cioè 
porzione  ragguardevole  della  ss.  Croce, 
che  dicesi  riservatasi  da  s.  Elena  quan- 
do la  trovò  intera;  una  ss.  Spina;  e  quel- 
le de'ss.  Giacomo  Minore  Apostolo,  Ste- 
fano protomartire,  e  Spiridione  vescovo 
(li  Tremitunto.  Decaduto  il  monastero 
nella  disciplina  regolare,  cadenti  gli  edili- 
zi, decretò  Gregorio  XII  a'  2  i  selleuibre 
j  407  la  éonsegtia  della  chiesa  e  mona- 
stero a'monaci  Olivetani  esemplarissìmi, 
i  quali  vi  entrarono  a'23  ottobre,  con  que- 
sto però,  che  il  doge  ne  fosse  patrono,  ed 
egli  dasse  l'investitura  al  priore.  1  mona- 
ci trovando  la  chiesa  e  il  monastero  pri- 
vi di  lutto, volevano  ritirarsi,  quando  per 
l'applicazione  del  pingue  legalo  di  Tom- 
maso Talenti  a  tulio  poterono  sopperi- 
re, ed  anco  sua  moglie  ne  fu  benefattrice. 
11  corpo  del  marito  qui  trasportato,  vi  fu 
se[)olto  onorevolmente.  Maggiore  fu  poi 
la  liberalità  di  Alessandro  Borromeo  (ìo- 
renliuo,  che  eresse  la  ca[)pella  di  s.  Ele- 
na per  custodirne  il  corpo,  ove  poi  gli  fu 
ereiio  un  magnifico  deposito  anche  per 
avere  risarcito  gli  edilìzi  e  aumentale  le 
rendite.  La  chiesa  che  già  era  stala  re- 
staurata e  ingrandita  verso  il  1  2  1  a  o  me- 
glio nel  1233  (nella  forma  tedesca  assai 
larga  e  ampia  che  tuttora  si  vede,  benché 
convertita  ad  altro  uso;  cioè  la  parte  su- 
periore in  ampio  granaio,  la  inferiore  iu 
mulini  permacinar  la  farina),  venne  quin- 
di consagrala  a'  18  aprile   i5i5  dal   ve- 


V  li  N 
scovo  (li  Cissaino  DoiHcnico  Alrppo.    In 
seguito  diniitmìle  le  lendile,  nel  i  49^  A- 
lessanclio  V  I  die  a'  monaci  la  chiesa  par- 
roccltìaie  «le'ss.  Vito  cMoileslodi  Spinea, 
diocesi  di  Treviso;  e  Pio  IV  nel  i  56 1  nm 
le  loro  cl^ie^e  p;iiioccliiali  dis.  Michele  di 
Viraga  e  di  s.  Maria  d'Oiglano,  nel  ter- 
l'ìtoi  io  vicenlino.  Colla  soppressione  de- 
gli ordini  regolari  nel  i  806,  lo  fu  pure  il 
nignaslero,  dovendo  gli  Olivetani  concen- 
trarsi in  quelli  di  s.I3enedeUodi  Padova. 
Non  più  sussiste  nemmeno  la  chiesa  co* 
me  sagro  tempio,  giacché  ridotta  nel  ri- 
ferito D)odo,  mentre  leggo  nel  Dizioiin' 
rio  geogt  tìfico  :  Aveva  l'isola  una   hel* 
la  chiesa  con  ricchissimo  taljernacolo,  e 
pregiale   sculture  e  pitture,  fra  le  qua- 
li   la  preziosissima   di  Palma  vecchio  e- 
spriuìente  i  Re  Magi,   trasferita  in   Mi- 
lano  nella  pinacoteca  di  Brera.  £d  in  al- 
Irò  luogo,  dicendo  del   medesimo   nto- 
nostero  e  di  quello  de' certosini,   di   cui 
parlai  nel  numero  precedente, leggo:  Ora 
non  servono  che  all'  uso  militare,  e  per 
conservatorii  di  polveri  da  guerra,  e  per 
la  fabhricazione  del  pane.  Che  la  chiesa 
fu  distrutta  me  ne  assicura  eziandio  l'o- 
pera Le  Fabbriche  di  /'e/iexw,  ripor- 
tando le  tavole  illustrate  dal  Dicdo  del- 
la porta  d'ingresso,  sfuggita  alla  devasta- 
zione militare,  come  altri  monunienli,  a 
merito  dell'attuale  governo.  La  descrive 
rìcchis^ima,  decorata  da  due  colonne  con 
capitelli  e    fusti   scanalati;  cornice  fina- 
mente  intagl  iata  ,  che  prende  la   forma 
di  frontespizio  semicircolare.  Nel  suo  tim- 
pano è  un  vaghissimo  gruppo  esprimen- 
te s.  Eleua,  che  consegna  la  spada  ,  mi- 
nistra di  grand'imprese,  a  Vittore  Cap- 
pello genuflesso,  e  in  distanza  l'elegante 
urna  che  racchiuse   le  ceneri  di  quell'il- 
lustre guerrieio.  E'  una  delle  poche  ope- 
re in  Venezia  superstiti  d'Antonio  Den- 
tooe.  preg-'vole  per  $em[>licità  di   parti- 
to, naturalezza  d'espressione  e  maesliia 
di  lavoro.  Questo  gruppo  levato  dal  suo 
campo,  fu  trasferito   nella  chiesa   de*  is. 
Gio.  e  Paolo,  a  far  parte  di  quel  sontuo- 


V  L  lN  5i7 

Mssimn  museo  d'opere  distinte,  e  la  por- 
la fu  ora  trasportata  a  decorare  quella 
della  riaperta  chiesa  di  s.  Apollinare. Altre 
copiose  ed  erudite  notizie  si  ponno  vedere 
nel  cav.  Cicogna.  Seguendo  il  giro  a  po- 
nente non  mollo  lungi  da  Venezia  è  l'i- 
sola di  : 

I  7.  1.9.  Cristoforo  della  Pace,  e  pub- 
blico cimilerio.  Non  n)olto  lungi  da  Ve- 
nezia, nella  Laguna  settentrionale,  per  cui 
si  passa  a  quella  di  Murano,  e  denomina- 
ta della  Pace  per  tpianto  dirò,  vocabo- 
lo adatto  all'uso  che  ora  serve,  per  go- 
dervi pace  sempiterna  idef'unti  cpial  pub- 
blico e  comunale  cimiterio  di  Venezia. 
Per  decreto  del  maggior  consiglio  otten- 
ne Bartolomeo  Verde  in  libero  dono  a* 
14  luglio  1 332  un  lungo  tratto  di  rileva- 
ta palude  ,  situala  tra  Venezia  e  l' isola 
di  s.  Michele  di  Murano  ,  per  dover  in 
essa  stabilire  un  mulino  a  vento,  che  se- 
condo l'uso  di  que'tempi  servisse  all'oc- 
correnze della  città.  Adempii  il  buon  ve- 
neto il  proprio  inìpegno,  ma  rovinatoli 
fabbricalo  mulino,  deliberò  di  far  servi- 
re  l'elevato  terreno  ad  uso  di  spirituale 
soccorso.  Implorò  dunque  e  ottenne  a'20 
giugno i3'^3,  dalla  suprema  autoiilù  del 
benefico  autore  del  luogo,  la  facoltà  di 
poter  nel  sito,  ove  esisteva  il  diroccalo 
mulino,  ergere  un  pietoso  ospizio  o  con- 
servatorio sotto  l'invocazione  de'ss.  Cri- 
stoforo e  Onofrio  ,  a  ricovero  di  quelle 
misere  fenimine,cheaHacciatedalla  schia- 
vitù del  peccalo  cenavano  d'esser  ac- 
colte, convertite  a  Dio  dalla  sua  miseri- 
cordia, in  luogo  sicuro  di  penitenza.  Noi- 
l'esaudirsi,  fu  imposta  la  condizione,  che 
dopo  la  moi  te  del  fondatore  dovesse  l'i- 
solelta  restar  soggetta  a'dogi  di  Venezia 
in  perpetuo  padronato.  Essendo  poi  pas- 
salo' il  Verde  a  j  icevere  il  premio  eterno 
di  sua  mirabile  pietà,  dogando  MarcoCor» 
ner,  questo  principe  ricevè  il  luogo  sot- 
to la  propria  giurisdizione  e  de'suoi  suc- 
cessori ,  eleggendovi  un  priore  alla  cu- 
stodia e  cura  de'  poveri  ivi  ricovrali; il 
che  proseguirono  a  fare  i  dogi  successivi^ 


5iS  VEN 

finché  (liuiiiuipudosi  lo  zelo  cle'ilireftoii 
eleliinosine  de'lerleli,  si  vide  in  pochi  an- 
ni il  pio  ospizio  privo  d'abitatori,  cessa- 
to il  santo  e  inorale  scopo,  e  le  sue  fab- 
briche vicine  a  rovinare.  Commosso  pe- 
rò il  doge  Francesco  Fo?cari,  che  in  un 
luogo  consagiato  da  fine  si  nobile  di 
cristiana  pietà  venisse,  a  mancar  total- 
mente il  divin  culto,  fu  sollecito  di  pro- 
fittar l'occasione  che  gli  presentò  la  di- 
vina provvidenza.  Il  fiorentino  Giovanni 
Brunacci  monaco  dell'ordine  del  ss.  Sal- 
vatore di  s.  Brigida f  e  priore  del  mona- 
stero di  s.  Cecilia  di  Roma,  cercava  per 
se  e  pel  suo  ordine  un  luogo  solitario  per 
servir  a  Dio  in  Venezia.  Ad  esso  pertanto 
con  ducal  diploma  de'a  i  maggio  i4'24> 
liberamente  concesse  l'intera  isola  de' ss. 
Cristoforo  e  Onofrio,  perchè  restar  do- 
vesse in  perpetuo  nell'ordine  Brigidiano, 
riservato  però  sempre  a'dogi  il  padrona- 
Io.  Ma  breve  fu  la  dimora  de*  monaci 
brigidiani  nell'isola,  poiché  avendo  il  Pa- 
pa ordinato  la  riforma  dell'ordine,  essi 
ne  partirono:  di  loro  riparlai  nel  §  Vili, 
n.  IO.  Allora  il  doge  Foscari,  conoscendo 
l'integrità  della  vita  e  l'odore  dell'otti- 
ma fama  di  fr.  Simone  da  Camerino, 
lettore  de' frati  eremiti  agostiniani  del- 
l'osservanza di  s.  Maria  di  Monl'Ortone, 
alla  congregazione  di  recente  dal  sant'uo- 
mo istituita  unì  e  donò  l'isolelta  colle 
sue  fabbriche,  acciò  i  di  lui  fiali  vi  aves- 
sero perpetuo  domicilio,  finché  vivessero 
neir  osservanza  della  regola  di  s.  Ago- 
stino. 11  diploma  ducale  fu  segnato  a'aS 
novembre  1436.  Da  ciò,  osserva  il  Cor- 
ner, si  rileva  la  falsità  della  tradizione, 
che  asserisce  avere  il  b.  Simone  ottenuta 
la  concessione  dell'isola,  in  ricompensa 
della  pace  stabilita  tra  la  repubblica  e 
il  duca  di  Milano  Francesco  1  Slòiza, 
poiché  tal  pace  non  fu  conclusa  se  non 
»ieli45i4)  cioéiSaiini  dopo  la  donazione 
dell'isola.  Il  merito  di  questa  pace  ,  feli- 
cemente maneggiala  e  convenuta,  viene 
bensì  concordemente  attribuito  alla  sa- 
viezza e  credito  del  b.  Simone  di  Came- 


VEN 
rino,  da  molti  storici  accreditati  sì  veneli 
e  sì  stranieri,  e  fra  questi  da  Enea   Sii* 
vio  contemporaneo  e  poi  Pio  II,  nell'  /• 
storia  d'Europa.  Egli  narra,  che  eletta 
Nicolò  V  da'principi  per  arbitro  e  conci- 
liator  della  pace  d'Italia,  Sinionetto  fra- 
te agostiniano  conciliò  i    veneti  col  duca 
Francesco  I,  e  parve  a  lutti  miracolosa  la 
riuscita  in  un  umile  e  sconosciuto  religio- 
so. Certamente  che  da  sì  cospicua  bene- 
merenza di  fr.  Simonederivaronoalla  sua 
Congregazione   segnalati   vantaggi  ;  dap- 
poiché il  senato  nello  stesso  1 454  conces- 
se grandiosi  privilegi  d'  esenzioni  a' con- 
venti tutti    della  congregazione,  ed  asse- 
gnò rilevante  somma  di  denaro  al  ristau- 
ro  delle  cadenti  Oibbriche  di  s.  Cristofo- 
ro, che  da  quel  tempo  in  poi  per  pubblico 
atto  cominciò  a  denominarsi  s.  Ciistofo' 
ro  della  Pace,  e  ne'  nuovi  muri  del  cir- 
condario furono  incise  l'insegne  della  re- 
pubblica veneziana  e  del  duca  di  Milano 
in  marmo,  ed  unite  con  forti  legature  di 
ferro  in  testimonianza  della  conclusa  per- 
petua pace.  Co'detti  soccorsi  potè  fr.  Si- 
mone rinnovare  il  monastero,  e  rifabbri- 
care in  più  nobile  forma  la  chiesa,  che 
poi  nel  16  19  fu  arricchita  di  copiose  re- 
liquie di  santi  donate  da  Luca  Stella  ar- 
civescovo di  «Zara.  Il  maggior  ornamento 
della  chiesa  lo  formò  il  corpo  incorrotto 
dell'angelico  b.  Grazia  diCattaro,  conver- 
so dei  monastero  e  discepolo  del  b.  Simo- 
ne, collocato  nell'altare  a  lui  dedicato,  le 
cui  notizie  racconta  Corner,  qual  prodi- 
gio di  penitenza  e  d'orazione,  e  delle  più 
belle  virtù,  glorificato  da  Dio  in  vita  e 
in  morte  con  istupendi  miracoli.  Fu  il 
suo  amico  Antonio  Tron  procuratore  di 
8.  Marco,  che  gli  fece  alzare  un  sepolcro 
di  marmo  sopra  4  colonne,  e  scolpirne 
l'immagine  in  atto  di  dormire.  Gli  agosti- 
niani restarono  oen'isoletta  sino  alla  ge- 
nerale soppressione  nel  1806.  La  chiesa 
ornala  di  pitture  del  Bassano  e  dì  Gio- 
vanni Bellino,  nel  1807  fu  demolila  col 
convento,  con  danno  massimo  dell'arti;' 
poiché  vi  sì  ammiravano  molte  bell'ope- 


V  EN 

re  di  peniiello  e  sctupello  della  pntria 
scuola,  r  arcliilctluin  essemlo  tli  Pii-lio 
Lombardo  lodata  dai  Temair/a.  Si  con- 
velli  l'arca  in  cifuileriocomiiii(de,  tua  non 
potè  baslai-  neanche  a'  bisogni  della  cit- 
tà; laonde  convenne  disporre  a  simil  uso 
la  vicina  isola  di  s.  Micliele  di  Murano. 
La  chiesa  nel  1812  creila  nell'isola  di  s. 
Crisloloro  della  Pace,  e  !)encdeUa  a'  28 
giugno  181  3  da  Stefano  IJonsignore  ve- 
scovo di  Faenza,  non  è  che  un  piccolo  0- 
rnlorio  sui  to  sulle  rovine  della  chiesa  e 
convento  degli  agosliniani  di  I\!ont'Oi  Io- 
ne; ed  è  uiliciala  da  un'arciconfraleniila, 
essendovi  un  cappellano  minore  rifornia- 
te per  le  funzioni  che  si  fanno  nell'isola, 
etl  un  cappellano  secolaie  [)er  quelle  che 
si  fa  uno  in  città  nell'associazione  e  acconi- 
pagnanientode'cadaveri. Colpa  peiòle  vi- 
cende de'lenipi,  non  solo  non  fu  eseguito 
il  disegno  del  Selva  indicalo  dal  Moschini 
nella  Giiùf/nSì /^-i  5,  tna  c\nla  l'isola  di 
san  Cristoforo  di  semplici  mure  con  una 
chiesetta,  presenta  un  canìposanto  de- 
gito  propriainenle  di  un  villaggio.  Vi 
Mipplisce  in  parie  il  chiostro  dell'isola  di 
s.  Michele,  ma  è  assai  poca  cosa  a'  biso- 
gni e  al  decoro  della  città;  oltre  che  il  sa- 
lino deturpa  i  più  bei  monumenti  chepur 
vi  si  sono  eretti.  Molti  progetti  vannosi  fa- 
cendo, ma  il  niunicipio,  d'allionde  bene- 
merito, è  da  troppe  altre  spese  aggrava- 
lo, siccome  vien  detto  da  persone  in- 
forn)ate.  Se  ne  vedrà  nondimeno,  né  for- 
se remola,  una  ricostruzione  non  discor- 
dante dalle  grandezze  di  questa  metro- 
poli, al  che  sono  inlese  le  più  solerti  cu- 
re del  nobile  podestà  ca V.Alessandro  Mar- 
cello, e  già  si  stanno  fbi mando  i  progelli. 
Ad  es>ia  è  vicina  la  segueute  isola. 

I  8.  S.  Michele  ili  Murano.  E  una  dtl- 
l'isolette  circonvicine  a  Venezia,  al  nord 
di  questa  città,  e  di  contro  e  pochissimo 
distante  dalla  grande  isola  di  Murano 
culla  della  pittura  veneta,  restauratrice 
dell'arte  vetraria,  e  madre  di  tanti  uo- 
mini illustri.  Fra  questa  e  Venezia  spuli- 
la doli'  acque  la  vaga  isolelta  di  s.  Mi- 


V  !•  N  5 1  (^ 

chete  Arcangelo  di  .Murano,  a  fire  il  [)iù 
l)i;llo  oinainento  di  qyesla  non  ultima 
porzione  dell'Estuario.  iVarra  il  Corner, 
essere  opinione  mollo  lien  fondata  d'insi- 
gni scrittori  Camaldolesi (r.),c\\Q\\\o' 
IO  santo  padre  e  fondatore  fìoiniialdo 
ravennale  abbia  per  qualche  tempo  cou- 
dotla  vita  eremitica  in  quesl'  isola  delle 
venete  Lagune,  e  chiamasi  ili  s.  Michele 
Arcangelo  dalla  chiesa  fabbricata  circa  ii 
secolo  X  dalle  famiglie  Driosa  e  Brusto- 
lana.  Narra  pure  la  storia,  che  nelle  vici- 
nanze di  Venezia  viveva  l'eremita  Mari- 
no a  menarvi  santa  ed  eseoìplare  vita, 
dal  quale  si  portò  s.  Iloniuaidodal  mona- 
stero di  Classe,  ove  avea  assunto  la  cocol- 
la monastica,  per  evitare  lo  sdegno  d'al- 
cuni che  andava  esortando  a  rendersi  più 
perfetti  nel  servire  Dio,  con  licenza  del 
proprio  abbate  ritirandosene.  Comunque 
sia  e  dell'asserta  venula  di  s.  Piomualilo,e 
dell'epoca  in  cui  fu  fondala  la  chiesa,  cer- 
to è  che  nel  1212  i  due  vescovi  Marco 
IVicoladi  Castello,  e  Buono  Balbi  di  Tor- 
cello  con  uniforme  volontà  e  coli' assen- 
so de'  loro  capitoli  concessero  l'isola  e  la 
chiesa  di  s.  Michele  di  iMurano  alla  con- 
gregazione camaldolese  tlell' ordine  di  s. 
Benedetto  (scrisse  di  questa  congregazio- 
ne, ch'è  lai."  e  più  antica  di  detto  ordi- 
ne, il  p.  Helyol  nella  bellissima  Storia 
degli  Ordini  Dlonasiici,  t.  5,  cap.  21, 
Dell'  origine  dt  Camaldolesi  con  la  i'ifa 
di  s.  Eomunldo fondatore  di  quesC ordi- 
ne: »  Fra  tutte  le  congregazioni  che  sono 
stale  1'  ornanìenlo  della  vita  uionastica, 
e  l'oggetto  deli*  ammirazione  del  mondo 
cattolico  per  Taustero,  non  meno  che  san- 
to tenore  di  vita,  di  cui  fàuno  professio- 
ne, cjuella  de'  Camaldolesi  vuoisi  fra  le 
prime  annoverare,  avvegnaché  i  religiosi 
che  la  compongono,  avendo  unilo  quan- 
to di  più  aspro  e  di  austero  ha  in  se  la  vi- 
ta cenobitica  e  solitaria,  della  sola  peni- 
tenza di  questi  suoi  stali  si  sono  fatti  se- 
guaci, separandoli  da  lutto  ciò  che  il  ri- 
gore dell'uno  e  l'altro  mitigare  soleva, 
seguendo  l'esempio  di  s.  Homualdo  lo- 


5-20  V  E  N 

IO  fonclafore,  che  d'ambedue  fu  pei  fello 
osservatore,  alla  \'\[iì  de  Cenohiti  hanno 
congiunte  le  praliche  de*iS"o//Vrtr?  più  fa- 
mosi". Dirò  io,  intimo  conoscitore  e  am- 
niiralore  delle  due  congregazioni  de' .I/o- 
Jian'  e  degli  Ei'cinili  Caiunìdolesi,  che 
nmbedne  tali  si  conservano  e  tali  fiori- 
scono; anzi  posso  aggiungere,  benché  le 
tliie  congregazioni,  sotto  però  il  regime 
del  monaco  abbate  geneiale,  diffonden- 
dosi in  molte  regioni,  in  propagazione  e 
numero  non  possano  slare  a  confronto  di 
altre,  pure  poche  congregazioni  monasti- 
che, il)  proporzione  del  nuineio  de' mo- 
naci e  degli  eremiti  camaldolesi,  ponno 
stare  al  loro  confronto  quanto  agli  uomi- 
ni illustri,  santi,  dotti  e  virtuosi),  e  nell'i- 
slesso  anno  il  pievano  della  chiesa  di  s. 
Maria  e  il  pievano  di  S.Stefano, che  pote- 
vano aver  giurisdizione  parrocchiale  nel- 
l'isola, la  dichiararono  esente  da  qua- 
lunque giurisdizione  fuorché  dall'annuo 
censo,  che  doveva  il  superiore  del  luogo 
offrire  alla  chiesa  matrice  di  s.  Maria, 
consistente  in  due  vasi  di  vino  e  in  mez- 
za hbbra  d'incenso,  al  che  con  alto  obbli- 
gatorio acconsentì  nel  medesiojo  anno  a 
nome  di  sua  congregazione  Guido  prio- 
re del  sagro  eremo  di  Camaldoli  di  To- 
senno  (l^ .),  culla  della  congregazione.  Fu 
poi  dichiaralo  i.°  priore  del  nuovo  mo- 
nastero il  monaco  Alberto,  che  avea  ri- 
cevuto da'  vescovi  eda'pievani  la  dona- 
zione del  luogo;  e  di  nuovo  con  solenne 
istromcnto  promise  1'  annuo  olferlo  cen- 
so, che  poi  Uy  ridotto  a  due  misuie  di  vi- 
no  e  a  3  libbre  di  soldo.  Scrive  Fortunio 
storico  camaldolese,  che  Innocenzo  III 
conCei  ino  la  concessione  dell'isola  e  della 
chiesa,  e  lo  stabilimento  del  monastero, 
dopoché  ad  istanza  de'sunuomiuati  due 
vescovi  furono  mandali  nell'  isola  di  s. 
AWchele  dal  s.  eremo  di  Camaldoli  (ap- 
pellalo Cainpus  y^inahì'lis  ne'dipiomi  di 
Papa  Alessandro  Ile  dell'imperatore Eu • 
lieo  11,  il  priore  del  qual  monastero  era 
generale  (lell'ordiiie.  Il  camaldolese  [>.  d. 
Guido  Grandi   nelle  sue  Dixscrlazioni 


V  E  i\ 
sull'antichità  di  quest'ordine,  impresse 
nel  I  707,  non  segue  il  comune  seuliiueii- 
lo  che  s.  Piomualdo  lo  fondasse  a  Carnai- 
doli  di  Firenze,  ma  pretende  fissare  la  di 
lui  origine  al  978,  nel  qual  tem[)o  s.  Ilo- 
munldo  prendendo  sotto  la  sua  condotta 
il  già  doge  di  Venezia  s.  Pietro  Orseolo 
I,  in  sua  compagnia  e  d'alcuni  altri  passò 
a  s.  Michele  di  Cusano  in  Catalogna,  ove 
radunò  de'discepoli.  Il  p.  Helyot  sostie- 
ne: che  s.  Romualdo  fu  riformatore  e  pro- 
pagatore dell'  ordine  benedettino  prima 
che  nel  1012  fondasse  un  nuovo  ordine, 
che  dal  di  lui  nome  era  meglio  chiamare 
liomìialdìnOyG  non  Camaldolese  da  Ca- 
maldoli ove  ne  gettò  le  fondamenta. 
Quanto  a  s.  PielroOrseolol,egli  propria- 
niente  fu  eletto  doge  a*  1  2  agosto  976  e 
abdicò  nel  978,  morendo  a'  10  gennaio 
997,  la  cui  biografia  l'ho  scritta  nel  doga- 
dò  i3.°,§  XIX.  iNarra  il  Butler,ches.  Pie- 
tro Orseolo  I  si  consigliò  con  Guerino,  ab- 
bate di  s.  Michele  di  Cusano  in  (juella  par- 
te della  Catalogna  soggetta  alla  Francia 
e  detta  Guascogna,  che  liovavasi  in  quel 
tempo  in  Venezia,  intorno  a'  mezzi  per 
assicurare  l'eterna  salute;  ed  altresì  do- 
mandò del  loro  avviso  i  ss.  Marino  e  Ro- 
mualdo, i  quali  lutti  insinuandogli  la  vi- 
ta religiosa,  partì  per  la  Catalogna  segre- 
taniente  con  essi,  insieme  a  Giovanni  Gra- 
denigo  e  Giovanni  Morosini  suo  genero, 
e  con  quesl'  ultimo  vestì  l'abito  regolare 
nel  monastero  di  Cusano.  I  ss.  Marino  e 
Roujualdo  ritiraronsi  in  un  vicino  deser- 
to quali  eremili.  Al  buon  odore  di  loro 
virtù,  assai  persone  si  posero  sotto  il  lo» 
ro  governo,  della  quale  comunità  s.  Ro- 
mualdo fu  eletto  superiore,  e  s.  Pietro  Or- 
seolo si  pose  nel  numero  de'suoi  discepoli, 
in  uno  al  Morosini,  Dipois.  Romualdo 
tornò  a  Classe,  e  s.  Pietro  Orseolo  al  mo- 
nastero di  Cusano  ove  morì),  Lorenzo  e- 
remila  di  sperimentata  bontà,  e  due  altri, 
sotto  la  direzione  de'quali  molti  venezia- 
ni tratti  dall'esemplarità  di  loro  virtù  ab- 
bracciarono l'istituto  camaldolese;  oiule 
si  formò  ben  presto  un  perfello  monusle- 


V  EN 

l-o,  quantunque  i  religiosi  per  mollo  letti- 
no a  niulivo  iltiir  auhleio  e  solilario  toro 
vivere  fossero  chiamali  ereatili.  Atnplia- 
ta  poscia  l'angusta  chiesa,  fu  a'2  i    giù- 
gnoi32i  cousagrata  dal  nipote  di  dello 
l'apa,  il  cardinal  Ugolino  Conti  legalo  a- 
postolico,  e  poi  Gregorio  IX,  essendo  in 
tervenuli  a  decoro  della  8olennilù,  oltre  il 
patriarca  di  Grado  Angelo  Earozzi  e  9 
altri  vescovi, anche  il  dogedi  Venezia  IMe- 
tro  Ziani  con  una  copiosa  tuoltitudine  di 
nobili  e  di  frequentissimo  popolo.  Si  re- 
se benemerito  del  monastero  il  priore  Lo- 
renzo non  solo  per  V  ampliazione  della 
chiesa,  ma  anche  per  alcune   vigne  da 
lui   acquistate  nel  distretto  di   Capodi- 
stria,  le  quali  poi  dal  vescovo  della  slessa 
città  furono  esentate  dal  pagamento  del* 
le  decime.  Succedettero  indi  a  Lorenzo 
ili  versi  priori,  fra'quali  neh  238  Giovan- 
ni, che  da  Guglielmo  eremita,  destinalo 
dall'abbate  generale  a  riformare  il  mo- 
nastero di  s.  Michele  ,  fu  deposto  dalla 
sua  dignità  neii244>  *^^  essendosi  poi  il 
monastero  soggettato  alle  leggi  della  ri> 
forma  stabilite  dall'abbate  visitatore  ge- 
nerale, iu  egli  nel  1249  restituito  al  pos- 
sesso del  suo  priorato.  L'ultimo  de'prio- 
ri  fu  un  Romualdo,  per  la  di  cui  atten- 
zione venne  il  moDastero  accresciuto  di 
fabbriche,  e  ridotto  a  più  decorosa  strut- 
tura, ed  avendo  poi  il  senato  ottenuto  dal- 
ia s.  Sede  verso  il  1 3oo  che  il  monastero 
fosse  decorato  del  titolo  d'abbazia,  il 
priore  Romualdo  nell'anno  stesso  ne  fu 
dichiarato  i .°  abbate,  dignità  che  poco  go- 
dette perchè  mori  nello  stesso  1 3oo.  Dopo 
la  serie  di   i  3  abbati  assunse  il  governo 
del  monastero  il  p.  d.  Paolo  Veuier,  che 
avendo  fin  dalla  1.*  sua  gioventù  profes- 
sato l'isti  luto  camaldolese  fu  dichiaralo 
abbate  di  s.  Michele  nel  1392.   Allento 
a'vaulaggi  di  sua  monastica  famiglia  an- 
gustiala allora  per  la   ristrettezza  delle 
vendite,  ricuperò  l'abbazia  di  s.  Michele 
di  Lemo  nell'Istria,  occupala  già  nell'oc- 
casione di  guerre  da  ingiusti  usurpatori. 
Ammiiò  il  sanalo  veuelo  uella  zelaule 

VUL.  ICi, 


YEN  52  i 

cundotta  dell'  abbate  andar  del  pari   la 
])rudenza  e  il  fervore.  Peiciò  desidt<roso 
che  pure  negli  altri  monasteri  del  do- 
gado  veneto  s'  introducesse  la  regolare 
osservanza,  ottenne  da  Gregorio  Xil  nel 
i4o8,che  l'abbate  Paolo  con  due  nobi- 
li della  repubblica  dovessero  attendere 
con  serio  studio  al  restauro  e  riforma  di 
detti  monasteri  con  piena   podestà.   Ac- 
ciescevasi  in  tanto   pel  virtuoso  abbate 
il  numero  de'monaci  in  s.  Michele,  e  per 
assicurare  la  quiete  del  monastero,  nel 
1407  domandò  e  conseguì  da  Gregorio 
Xll,  che  l'elezione  dell'abbate,  che  pri- 
ma era  io  arbitrio  del  priore  di  Carnai- 
doli,  dipendesse  da'tiberi  voti  de'monaci, 
e  che  il  priore  del  s.  eremo  fosse  tenuto 
a  confermarla.  Ne  di  ciò  contento  il  Pa- 
pa, per  facilitare  l'accoglimento  in  s.  Mi- 
chele a' molli  che  lo  ricercavano,  staccò 
dal  priorato  di  s.  Maria  delle  Carceri,  ijl- 
lora  posseduto  dal  cardinal  Sommarivni 
già  camaldolese  del  monastero  di  s.  Mi- 
chele di  Murano,  il  beneficio  di  s.  Maria 
della  Mandria  diocesi  di  Padova,  e  l'unì 
al  monastero  di  s.  Michele.  Dipoi  l'abba- 
te Paolo  portatosi  a  Filmini  a  venerare 
Gregorio  Xll,  da  questo  gli  fu  dato  l'in- 
carico d'  indurre  Lodovico  Barbo  ad  ac- 
cettar la  badia  di  s.  Giustina  di  Padova, 
la  qual  commissione  felicemente  eseguì, 
anzi  die  al  Carbo  due  virtuosi  camaldo- 
lesi per  aiuto  alla  riforma  de'  monasteri 
dell'ordine  benedettino,  che  il  Barbo  eoa 
ardore   volle    intraprendere.   Ritornato 
Paolo  alla  sua  abbazia,  risarcì  le  vecchie 
fabbriche  e  ne  costruì  delle  nuove  con 
tutto  il  necessario  alla  vita  monastica, 
zelando  la  conservazione  dell'osservanza 
da  lui  fatta  rifiorire.  Per  cui,  recatosi  al- 
la visita  del  monastero  il  bealo  Ambrogio 
Traversar!  generale  della  congregazione, 
cumulò  di  lodi  il  benemerito  abbate,  e  nei 
1433  esentò  il  monastero  da  qualunque 
giurisdizione  del    vicario,  soggettandolo 
alla  sola  autorità  del  generale.  JNè  mino- 
re  fu  la  diligenza   colla  quale  non  solo 
uel  suo  uiouasleio,  ma  in  altri  ancora 
34 


522  YEN 

cKill'ordine  l'abbate  Paolo  Venier  o  sta- 
bili o  ristabilì  la  «Jisciplina  monaslicit  ; 
per  cui  la  particolare  congregazione  del- 
la de'iVbi-e  luoghi,  fondata  poi  nel  i446 
sotloEugfenio  IV,  nel  breve  tempo  ch'sl- 
la  durò  lo  riconobbe  per  padre  e  fonda- 
tore. Ma  ora  in  vece  coll'Helyot  di  com- 
mentare il  Corner,  con  questo  commen- 
terò quello.  Tratta  il  p.  Helyot  nel  cap. 
22  :  De'  monaci  camaldolesi  di  s.  Mi- 
chele di  Murano,  e  delle  religiose  ca- 
maldolesi. L'ordine  camaldolese  si  com- 
pone di  cenohiti  o  monaci,  e  di  eremili, 
approvali  nel  1072  da  Alessandro  11,  e 
la  congregazione  di  s.  Micbeledi  Mura* 
BO  d'origine  fu  eremitica.  Questo  mona- 
stero, che  die  il  nome  alla  congregazione 
camaldolese  omonima,  ebbe  religiosi  che 
in  principio  vivevano  in  un  estremo  ri- 
tiro, ma  il  frequente  concorso  de'secola- 
li  per  la  vicinanza  di  Venezia,  avendo  lo- 
ro fatto  perdere  lo  spirito  della  solitudi- 
ne, abbracciarojio  la  vita  cenobitica  ver- 
so il  i3oo,  come  fecero  molti  monasteri 
di  quest'ordine  fcibbricati  nelle  città  o 
ne'  contorni  di  esse,  che  furono  in  pro- 
gresso eretti  in  abbazie,  uno  de'quali  fu 
s.  Michele  di  Murano,  che  ne'  principi! 
di  sua  fondazione  appellavasi  s.  Michele 
in  Palude.  Il  monastero  di  s.  Mattia  nel- 
l'isola di  Murano,  ch'era  uno  de'princi- 
pali  de'camaldolesi  cenobili,  fu  parimen- 
ti fondato  per  gli  eremili  ;  imperocché  il 
generale  Martino  111^  vedendo  che  il  con- 
corso di  secolari  impediva  l'esalla  osser- 
vanza delle  costituzioni  dell'eremo  di  Ca- 
tualdoli,  ne  prescrisse  loro  alcune  altre, 
falle  particolarmente  pel  detto  mona- 
siero.  Ma  dopoché  i  monasteri,  che  ab- 
bracciarono la  vita  cenobitica,  ebbero 
rinunzialo  alla  rigorosa  solitudine,  ed 
alle  austerità  dell'  ordine  prescritte  dal- 
le costituzioni,  non  si  separarono  per 
questo  dagli  eremili,  ma  stettero  con  es- 
si sempre  uniti,  ed  i  generali  furono  al- 
ternali vamente  eremiti  e  cenobili.  Era- 
no essi  ancora  priori  di  Camaldoli  quan- 
tunque fossero  nel  uumeio  de'  cenobili, 


I 


YEN 

imperocché  rufTizio  de' priori  di  questo  i 
monastero  capo  d'ordine,  era  annesso  a  1 
quello  di  generale.  Sembra  però  che  il; 
numero  de'roonaci  cenobili,  essendo  di-  \ 
venuto  maggiore  di  quello  degli  eremi-  ; 
ti,  abbiano  per  qualche  tempo  ritenuto 
per  loro  il  generalato  senza  farne  parte 
agli  eremiti.  L'ordine  era  ridotto  in  de< 
cadenza  ,  fors'anche  pel  lungo  scisma,  e 
la  regolare  disciplina  erasi  del  tutto  ral- 
lentata, quando  nel  i43i  d'ordine  d'Eu- 
genio IV  adunatosi  il  capitolo  generale 
nel  monastero  di  s.  Maria  d'Urano  pres- 
so Bertinoro,  fu  stabilita  la  riforma.  Fel 
I  .''la  sperimentò  il  generale  d.  Benedetto 
da  Forlì,  con  esser  costretto  alla  rinun- 
zia. Ultimate  le  visite  de'  monasteri,  fu 
trovato  da  per  tulio  esistere  disordini,  a 
riserva  di  pochi,  di  che  ne  istruisce  1'/- 
iinerario  del  dotto  d.  Ambrogio  Traver- 
saridi  Portico  detto  il  Camaldolese,  che 
fu  eletto  generale  in  dello  capitolo.  Nel- 
la visita  eh'  egli  fece  de'  monasteri,  ne 
trovò  molli  di  donne  senza  clausura,  ne' 
quali  gli  uomini  entravano  a  piacere,  ed 
altri  donde  le  religiose  uscivano  libera- 
mente. A  tulli  d.  Ambrogio  fece  osser- 
vare la  vita  comune,  ed  a  sì  grand'uo- 
mo  l'oi'dine  fu  debitore  di  sua  salutare 
riforma,  con  rislabilir  ne'monasleri  un'e- 
satta disciplina,  finché  morì  nel  14^9» 
prima  che  la  riforma  si  fosse  ben  radi- 
cala. Eugenio  IV  l'avea  mandato  al  con- 
cilio di  Basilea,  in  cui  animosamente  so- 
stenne i  diritti  della  s.  Sede,  e  quiudi[di- 
venuto  conciliabolo,  intervenne  a'conci- 
lii  ecumenici  di  Ferrara  e  di  Firenze,  in 
cui  si  fece  ammirare  perla  somma  chia- 
rezza e  facilità  con  cui  si  esprimeva  in 
greco  e  in  latino,  onde  fu  incaricato  di 
stendere  il  formulario  d'  unione  tra  la 
chiesa  greca  e  la  latina.  Tradusse  il  li- 
bro della  Gerarchia  celeste  e  molte  al- 
tre opere  greche.  Si  ha  pure  di  lui  una 
Cronaca  di  Monte  Cassino,  una  Storia 
del  suo  generalato.  Orazioni,  Lettere, 
un  Itinerario,  un  Trattato  delV Euca- 
ristia ec,  secondo  i)  p.  Helyot.  Presso  ài 


V  EN 

lui  si  ponno  leggere  gli  altri  illustri  cn- 
inaklolesi  della  congregazione  di  s.  Mi- 
cliele.  Fu  nel  raemoralo  i446  e  nel  ca- 
pitolo generale  tenuto  nel  monastero  di 
s.  Savino  di  Pisa  che  i  snperiori  di  g  mo- 
nasteri si  unirono  per  formare  la  Con- 
gregazioìie  de  nuovi  luoghi  rammert- 
tata  da!  Corner,  e  fu  stabilito  che  i  su- 
periori de'medesimi  non  fossero  d'indi  in 
poi  perpetui, ma  triennali,  i  quali  si  ado- 
perarono perchè  fosse  osservata  1'  esat- 
ta disciplina.  Essi  medesimi  rinunziaro- 
no  al  governo  per  invitar  gli  altri  a  fare 
il  medesimo  sul  loro  esempio, e  furono:  il 
priore  degli  AììgeliA\  Firenze,  quello  di 
s.  Benedetto,  V  abbate  di  s.  Michele  di 
Miirano,\\  prioredi  s.  Mattia  di  Murano, 
quello  di  s.  Maria  delle  Prigioni^  l'abba- 
te di  .V.  Savino  di  Pisa,\\  piiore  della  Ro- 
sa di  Siena,  quello  degli  Angeli  di  Bo- 
logna, e  quello  di  s.  Gio.  Battista  della 
Giudecca,  di  cui  nel  §  X,  n.  35.  Appena 
morto  nel  i447  Eugenio  IV,  venne  me- 
no lo  zelo  di  questi  superiori,  la  mag- 
gior parte  de*  quali  non  vollero,  spirato 
il  triennio,  spogliarsi  dell'autorità,  ot- 
tenendo dal  nuovo  Papa  Nicolò  V  licen- 
za (.li  continuare  nel  governo.  Intanto 
d.  Paolo  Venier  abbate  di  s.  Michele 
di  Murano,  dopo  il  governo  di  56  an- 
ni, ottuagenario  nel  i448  passò  a  rice- 
vere il  premio  di  sue  fatiche  in  cielo.  Gli 
successe  nel!'  abbazia  il  discepolo  Maf- 
feo Gerardi.  Trattandosi  allora  in  Ro- 
ma di  ridurre  il  monastero  iu  commen- 
da, deliberò  il  senato  a  pieni  voti  di 
conservare  questa  comunità  esemplare 
nell'infero  suo  decoro.  Per  cui  a'20  apri- 
le scrisse  efficacissime  lettere  a  Nicolò  V 
ed  a'cardinali  per  la  conferma  dell'abba- 
te Gerai  414  con  isplendido  elogio  di  lui  e 
de'monaci.  Fu  dunque  confermato,  e  nel 
suo  lodatissimo  governo  in  questo  chio- 
stro morì  santamente  il  beato  Pietro  di 
Sardegna,  di  cui  il  Corner  riporta  la  vir- 
tuosa vita,  perfetto  esemplare  d'osservan- 
la  monaslica.Ne  manifestò  Dio,  lui  viven- 
te, la  santità,  poiché  mentre  orava  in  chic- 


V  E  N  523 

sa,  più  volle  apparvero  globi  e  fiamme 
di  fuoco  sul  tetto,  dal  che  atterriti  i  pas- 
seggeri, che  trapassavano  la  Laguna,  te- 
mendo d'incendio  nelle  fabbriche  discen- 
devano ad  avvisarne  i  monaci.  I  vene- 
ziani ricorrevano  a  lui  ne'bisogni,  eDio 
a  sua  intercessione  operò  non  pochi  mi- 
racoli, tuttavia  vivente.  Nel  i466  l'ab- 
bate Gerardi  fu  elevato  a  patriarca  di 
"Venezia,  e  poi  creato  cardinale.  Fu  elet- 
to abbate  di  s.  Michele  di  Murano  Pie- 
tro Donato,  fratello  di  Tomuìaso  poi 
patriarca  di  Venezia,  e  di  Lodovico  dot- 
to camaldolese.  Nel  1 469  ottenne  da  Pao- 
lo H,  per  se  e  pe*  suoi  successori,  l'uso 
della  mitra  e  del  bastone  pastorale.  L'ot- 
timo abbate'Donato  poscia  prima  sua  at- 
tenzione nel  rifabbricarla  chiesa,  e  per  di 
lui  opera  fu  ampliata  e  resa  magnifica; 
nello  stesso  tempo  che  Pietro  Boldù ab- 
bate delle  Carceri,  fece  a  proprie  spese 
innalzare  una  nobile  sagrestia.  Né  con 
minor  diligenza  adoprossi  per  ciò  che 
riguardava  il  decoro  di  sua  congregazio- 
ne e  la  buona  disciplina  de'  monasteri. 
Dappoiché  non  risparmiò  fatiche,  né  di- 
spendi per  ottenere,  che  si  restituisse  al- 
l'ordine il  monastero  di  Classe;  e  consi- 
derando che  la  Congregazione  de'  nove 
/wog/i/,  fondata  dall'abbate  Venier,  erasi 
sciolta  per  l'ambizione  d'  alcuni  prelati 
perpetui,  ottenne  nel  1 474  pc»'  interces- 
sione del  senato  veneto  da  Sisto  IV,  che  i 
due  abbati  di  s.  Maria  delle  Carceri  e  di  s. 
Michele  di  Murano,  ed  il  priore  di  s. 
Mattia  di  Murano,  dovessero  in  avveni- 
re essere  di  governo  triennale.  Questi  fu- 
rono i  principii  della  Congregazione  ca- 
maldolese di  s.  Michele  di  Murano,  che 
fondata  sotto  Sisto  IV,  fu  poi  accresciu- 
ta e  dotata  di  privilegi  da  Innocenzo  Vili. 
L'egregio  abbate  Donato  riposò  in  pace 
nel  i479>  Pietro  Delfino  nobile  veneto, 
uomo  per  pietà,  per  eloquenza  e  per  dot- 
trina chiarissimo,  dichiarato  abbate  da' 
monaci  nell'età  di  34  anni,  fu  tosto  nel 
j48o  assunto  alla  suprema  carica  del 
suo  ordine,  da  lui  santamente  esercitata 


5^4  ^'  E  N 

per  ^5  Dnni.  Egli  si  dedicò  quindi  sopra 
tiiHo  a  mantenere  il  rigore  e  lo  spirilo 
dei  primo  istituto,  non  risparmiando  riè 
pene,  né  fatiche  per  riformare  i  mona- 
steri che  1)6  aveano  bisogno,  e  per  ricu- 
perare i  beni  tolti  all'ordine.  Verso  il 
i488  dovendo  la  repubblica  proporre  a 
Innocenzo  Vili  pel  cardinalato  un  prò* 
prio  suddito,  tutti  i  voti  furono  pei  Del- 
fino ,  tua  egli  virtuosamente  rifiutò  di 
prestarsi  a  qualunque  pratica  relativa. 
Nondimeno  alcun  tempo  dopo  andò  a 
Roma  pressato  da  Lorenzo  de'  Medici, 
per  accompagnare  il  giovane  suo  figlio 
Giovanni  decoralo  della  porpora  e  poi 
Leone  X  ;  ma  egli  si  annoiò  presto  della 
corte,  e  appena  il  potè  tornò  a  godere  di 
sua  cara  solitudine.  Si  hanno  di  lui  una 
raccolta  di  lettere  latine  divida  ini  2  libri, 
Itpislolarum  in  lucem  editi  curis  et  ope- 
ra Jac.  Brixiani,  \€De\\'is  B.  Benalius 
1  524.  E'  assai  rara.  Contiene  lettere  di- 
retle  a'religiosi  con  avvisi  morali,  ed  a 
personaggi. Sono  importanti  per  la  storia 
dell'ordine  e  per  quella  contemporanea, 
per  la  franchezza  e  veracità  dell'autore 
facondo  nel  narrare  gli  avvenimenti.  Me- 
ritarono la  familiare  lettura  del  suo  suc- 
cessore Gregorio  XVI,  che  vi  ammira- 
va non  poche  bellezze  ed  esortazioni.  Il 
p.Mabillon  videa  Camaldoli  4  volumi 
di  lettere  mss.  del  Delfino  e  forse  piìi  di 
4ooo;  raccolta  probabilmente  fotta  viven- 
te l'autore.  Altra  ne  formarono  i  benedet- 
tini Martene  e  Durando,  cioè  l'ommesse 
nell'edizione  veneta,  in  numero  di  24 '> 
e  l'inserirono  nel  t.  5  dell'opera:  P^ete- 
rum  scriptorwn  et  monumenloruni  etc, 
amplissima  collectio.  Si  hanno  pur  di 
lui  un  Discorso  a  Leone  A,  alcuni  Dia- 
logìii  sopra  Girolamo  Savonarola  ,  e 
degli  Apoftegmi  de'ss.  Padri,  che  non 
si  credono  stampati.  NeW  ^amplissima 
Collectio  vi  è  pure  l'Orazione  funebre 
recitata  nel  1 525  a  Delfino  dal  suo  disce- 
polo e  concittadino  d.  Eusebio  Friuli  ab- 
bate camaldolese,  quando  mori  a'  i  6  gen- 
naio in  s.  Michele  di  Murano  ov'erasi  riti- 


V  EN 
rato,  dopo  essere  intervenuto  al  concilia 
generale  di  Laterano  V.Dopo  la  promo- 
zione del  Delfino  al  generalato,  si  accreb- 
bero le  rendite  del  njonastero  di  s.  Mi- 
chele, a  cui  fu  unito  U  priorato  di  s.  Mar- 
tino d'Oderzo,  enei  i4i^4'""ocenzo  Vili 
gli  assegnò  i  due  priorati  del  Monte  del- 
le Croci  e  di  s.  Maria  di  Forcilia  nella  dio- 
cesi di  Padova.  Co' vantaggi  temporali  si 
aumentò  pure  il  decoro  del  monastero 
per  la  santa  vita  del  suo  monaco  nubile 
spagnuolo  Eusebio  Osorno,  già  uel  1 479 
ambasciatore  di  Ferdinando  V  alla  re- 
pubblica, eminente  rappresentanza  che 
abbandonò  nel  i485  per  assumere  ip 
s.  Michele  la  cocolla  monastica.  Il  Cor- 
ner ne  celebra  le  singolari  edificanti  vir- 
tù, le  penitenze,  finché  apparso  un  glo- 
bo di  fuoco  sul  monastero,  rese  placi- 
damente r  anima  a  Dio  a'  io  febbraio 
i5o2.  Fu  sepolto  a  parte  nel  pavimento 
del  tempio,  finché  avendolo  Dio  illustra- 
to con  miracoli,  un  cavaliere  spagnuolo 
di  lui  amico  lo  fece  collocare  in  un  no- 
bile sepolcro  di  marmo  affisso  al  muro 
della  chiesa  in  luogo  cospicuo.  Fu  poi 
stabilito  nel  capitolo  generale  della  con- 
gregazione del  i5i3,  che  di  tutti  i  mo- 
nasteri tanto  del  s.  eremo  di  Camaldoli, 
che  di  s.  Michele  di  Murano  si  formasse 
nuovametìte  un  solo  corpo  di  congrega- 
zione chiamata  col  doppio  titolo  d'am- 
bedue i  monasteri,  con  autorità  di  Leo- 
ne X,  cioè  Congregazione  del  s.  Ere- 
mo  e  di  s.  Michele  di  Murano,  onde  fu- 
rono compilate  le  costituzioni  comuni  a' 
monaci  ed  agli  eremiti.  Tra  questi  alcu- 
ni si  chiamavano  dell'  osservanza,  ed  al- 
tri conventuali  :  quelli  dell'osservanza  e- 
rano  i  monaci  di  s.  Michele  di  Murano. 
Essi  soltanto  e  gli  eremiti  poi  ^^ino  esser 
priori  dell'eremo  di  Camaldoli,  ed  il  prio- 
re di  questo  luogo  doveva  aver  la  prece- 
denza sopra  tutti  gli  altri  abbati  dell'or- 
dine, ed  assidersi  immediatamente  dopo 
il  generale,  al  quale  nello  stesso  tempo 
non  era  lecito  esser  priore  dell'eremo,  e 
doveva  traisi  dagli  osservanti  o  dagli  ere- 


ilH 


YEN 
miti.  Il  suo  ufiìzio  non  poteva  essere  per- 
petuo come  \o  «ra  stato  per  i' addietro, 
ma  in  capo  a  due  anni  doveva  finire. 
Pietro  Delfino,  che  aveva  procurato  que- 
sta unione,  fu  l'ultimo  generale  perpe- 
tuo: rinunziò  neh  5 1 5,  riservandosi  una 
pensione  di  3oo  scudi  e  il  titolo  di  gene- 
rale a  vita.  Verso  il  i5i8  fu  eletto  ab- 
bate di  s.  Michele  £usebio  Friuli  sum- 
meiitovato,  poi  vescovo  di  Veglia,  ove 
mentre  con  zelo  procurava  riformare  i 
costumi  del  suo  clero  fu  tolto  dal  mondo 
con  bevanda  avvelenata,  e  così  fu  mar- 
lire  dalla  disciplina  ecclesiastica.  Mentre 
ià  illustre  prelato  governava  il  monaste* 
ro,  avendo  nel  declinar  del  secolo  prece- 
dente Margherita  Vittori  nobile  vedova 
di  Giovanni  Miani  o  Emiliani  lasciato  in 
testan)ento,  che  a  spese  di  sua  eredità, 
o  presso  il  convento  di  s.  Francesco  del- 
la Vigna,  o  in  vicinanza  di  s.  Michele 
di  Murano,  fosse  da'  procuratori  di  s. 
Marco  da  lui  destinati  commissari,  eret- 
ta una  sontuosa  cappella  in  onore  del- 
Li  ss.  Annunziata,  ciò  venne  eseguito, 
ina  fu  compita  più  tardi,  come  dirò  in  fi- 
ne, e  venne  chiamata  Emiliana  dal  co- 
gnome del  marito,  da  altri  denomina- 
to Miani.  Non  essendovi  luogo  oppor- 
tuno contiguo  al  convento  di  s.  Fran- 
cesco, fu  colla  più  nobile  magnificenza 
edificata  accanto  alla  chiesa  di  $:.  Miche- 
le, e  ornata  con  abbondanza  di  fini  mar* 
mi  orientali,  e  tale  quale  poi  la  descrive- 
rò. La  chiesa,  rifabbricata  dall'  abbate 
Donato,  venne  consagrata  a'  y  novem- 
bre dell'anno  1 535 da  Vincenzo  Massari 
I  vescovo  di  Mellipotamo,  che  nell'  altare 
maggiore  da  lui  dedicato  insieme  colla 
I  chiesa  sotto  il  titolo  di  s.  Michele  Arcan- 
i  gelo  incluse  le  reliquie  de'ss.  Matteo  apo- 
i  slolo,  Girolamo  dottore  e  Gentile  con- 
I  fessore.  Successivamente  nella  chiesa  vi 
'  furono  collocati  due  corpi  santi,  uno  di 
I  S.  Claudio  tratto  dal  cimitdi'io  di  s.  Cali- 
I  stu  di  Uoma,e  nel  1609  donato  all'ab- 
bate del  monastero  Vitale  Zoccoli  pado- 
vano, e  collocato  io  urua  di  leguo  nel- 


VEN  525 

l'altare  del  Salvatore  Risorto;  l'altro  di 
s.  Bassa  vergine  e  martire,  di  cui  i  ca- 
maldolesi celebravano  l'unicio  l'ii  ago- 
sto. Unita  a  questi  si  conservava  la  lesta 
d'uno  de'ss.  Innocenti,  per  l'intercessione 
de'(|Udli  restò  nel  1576  preservato  il  mo- 
nastero dalla  peste  che  distruggeva  Vene- 
zia e  altri  luoghi  convicini.  Per  durevole 
riconoscenza,  ordinò  l'  abbate  Cipriano 
d'Este,  secondo  il  voto  fatto,  che  la  festa 
de'ss.  Innocenti  fosse  celebrata  da'mona- 
ci  solennemente.  Altre  reliquie  io  decorosi 
reliquiari  si  veneravano,  ed  erano  il  cal- 
cagno di  s.  Romualdo  abbate,  una  costa 
di  s.  Parisio  monaco,  porzione  dell'ossa 
di  s.  Pietro  Orseolo,  e  di  alcuni  Beati 
camaldolesi.  Però  la  più  insigne  e  vene- 
rabile era  una  porzione  della  ss.  Croce 
di  tal  grandezza,  che  tranne  la  basilica 
di  s.  Marco,  ninna  fra  le  chiese  venete 
possedeva  l'eguale.  Narra  Corner  la  sua 
provenienza,  con  dire  che  nell'  ottobre 
1 362  quattro  nobili  dalle  parli  di  Ro- 
mania si  portarono  a  questo  monastero 
e  raccontarono  all'abbate  come  tale  te- 
soro era  ivi  pervenuto.  Il  s.  Legno  in 
forma  di  croce  doppia  posta  in  quadro 
d'  argento  dorato,  ed  ornato  di  figure  e 
di  simboli,  le  principali  essendo  quelle  di 
Costantino  1  e  dis.  Elena,  come  si  vede 
nell'incisione  che  offre  Corner,  si  venera- 
va in  Costantinopoli,  ove  nella  decaden- 
za dell'impero  greco  alcuni  divoti  la  ra- 
pirono per  arricchirne  la  patria,  e  giu- 
bilanti montarono  in  nave.  Sorpresi  in 
mare  da  furiosa  tempesta,  veduto  immi- 
nente il  naufragio,  promisero  a  Dio  che 
se  potessero  salvarsi  depositerebbero  il 
quadro  nel  mare,  e  poi  seguendolo  l'of- 
frirebbero alla  chiesa  più  vicina.  Appena 
fatto  il  voto,  ritornò  la  calma,  onde  at- 
toniti del  prodigio,  posero  il  quadro  nel 
mare,  che  avviossi  tosto  verso  Venezia, 
fermandosi  alla  spiaggia  di  questo  mona- 
stero. Ivi  discesi  e  levato  il  quadro  dal- 
l'acqua lo  misero  suH'  altare  della  chiesa 
alla  pre$et>zu  dell'abbate  e  du'  monaci. 
Comunque  sia  la  verità  di  si  prodigiose 


5^6  YEN 

circostanze  narrate  da'pellegrini  greci,  e 
descrìtte  dall'abbate  Francesco,  cbe  go- 
vernava negli  anni  i36oe  i38o,  questi 
|)el  decoroso  culto  al  s.  Legno  gl'innalzò 
apjjosilo  altare,  a  cui  solevano  i  navigan- 
ti veneziani  licoirere  prima  d'inlrapien- 
deie  i  viaggi,  benedicendo  il  Signore  la 
loro  fede  e  divozione  con  molli  miraco- 
li fatti  all'invocazione  di  questa  ss.  Croce. 
Fu  poi  nella  metà  del  secolo  XV  dal  pro- 
curatore Pietro  Friuli,  ad  onore  e  custo- 
dia della  medesima  fatta  erìgere  una  no- 
bile cappella  adorna  di  sceltissimi  mar- 
mi, il  di  cui  altare  dipinto  per  mano  del 
celebre  Gio.  Bellini,  es>endosi  logorato 
dal  tempo,  nei  1722  fu  rìunovalodi  fini 
inai  mi  dalla  pietà  de*  monaci.  Descri- 
"vendo  1'  insigne  monastero  camaldolese 
tli  s.  Croce  di  Fonte  Avellana,  ora  nella 
diocesi  di Pe/go/a, dissi  in  quell'articolo, 
che  la  celebrata  ss.  Fieliquìa,  nella  sop- 
pressione fu  portata  via  da  s.  Michele  dal 
p.  ab.  Zurla,  il  quale  divenuto  cardina- 
le e  abbate  generale  di  sua  congregazio- 
ne, la  donò  alla  chiesa  Avelianense,  e  ne 
riparlai  ne!  voi.  LXXVII,  p.  1  24,  e  del 
monastero  nel  voi.  LXXXVI,  p.  1^6.  II 
monastero  dell'  Avellana  era  stato  uni- 
to alla  congregazione  dì  s.  Michele  di 
Murano,  da  s.  Fio  V  nel  1569.  I  gene- 
rali camaldolesi  successori  dei  Delfino 
furono  triennali,  e  vennero  alternativa- 
mente scelti  fra  gli  eremiti  e  fra'monaci,e 
ciò  durò  fino  al  16 16, in  cui  la  congrega- 
zione de'nionaci  di  s.  Michele  di  Mura- 
no fu  interamente  separata  dagli  ere- 
miti. 1  monaci  ogni  5  anni  eleggevano  il 
generale,  che  risiedeva  nel  monastero 
de'ss.  Lorenzo  e  Ippolito  di  Faenza  nella 
Romagna.  I  principali  monasteri  della 
congregazione  di  s.  Michele  di  Murano 
erano  quelli  di  Classe  presso  Ravenna,  di 
s.  Michele  e  dì  s.  Mattia  di  Murano,  de- 
gli Angeli  di  Firenze,' dell'Avellana,  di 
s,  Biagio  di  Fabriano,  di  s.  Giusto  e  di 
s.  Clemente  di  Volterra, di  s.  Maria  d'U- 
rano di  Bertinoro,  de'ss.  Andrea  e  Gre- 
gorio di  Roma,  e  molli  alili  in  uuiuero 


eca-l 


YEN 
di  35,  con  8  monasteri  di  monache  1 
nialdolesi  sotto  la  giurisdizione  della  me- 
desima congregazione.  Olire  gli  8  mo- 
nasteri delle  religiose  camaldolesi  sog-ij 
getle  a'superiori  della  congregazione  dq] 
s.  Michele, altri  erano  sottoposti  agli  or< 
dinari de'luughi  ov'erano  situali.  Furono 
queste  monache  istituite  dal  b.  Piodolfo 
4.°  generale  dell' oidine.  Visitando  uà, 
giorno  il  sani'  uomo  alcune  terre  donata] 
a'monasteri  dell'ordine,  entrò  nella  chie- 
sa dì  s.  Fietro  di  Luco  in  Mugello  peri 
farvi  orazione.  S'ignora  se  proprianiente 
ivi  ebbe  qualche  visione  o  rivelazione,  eit 
è  solamente  certo  che  partendo  da  quella 
chiesa  meditò  la  fondazione  d'  un  mo- 
nastero di  religiose  Camaldolesi,  e  co- 
me riportai  in  quell' articolo,  nello  stes- 
so luogo  fondò  loro  un  monastero  nel 
1086.  Altri  successivamente  si  eressero 
in  diversi  paesi  sino  al  numero  di  28, 
de'quali  20  soggetti  a'proprì  vescovi,  ed 
8  alla  congregazione  di  cui  ragiono.  E- 
lano  poi  immediatamente  soggette  aK 
l'abbate  di  s.  Michele  di  Murano  le  mo- 
nache di  s.  Farisio  di  Treviso.  — B'io- 
rendo  in  tante  guise  il  monastero  di  s. 
Michele  di  Murano,  capo  della  congre- 
gazione del  suo  nome,  vi  si  formò  una 
sontuosa  e  scelta  bibrioleca,della  quale  si 
ha  :  Bihliotlieca  Codicum  rnannscriplo- 
rtini  Monasterii  s.  Mlchaelis  l^cnelia' 
rum  prope  Murianum  una  cum  appen- 
dici'libroriim  impressornm  saecnli XV, 
Opus postuninniJohannis  BenedicliMit- 
tarelli  venetis  abhaiis  exgeneralis  bene- 
dictino-canialdulensis,  Veoetiis  1 779-  H 
celebre  p.  ab.  Millarelli  dopo  essersi  re- 
so benemerito  della  repubblica  lettera* 
ria  con  molle  opere  di  sagra  e  profana 
erudizione,  ed  all'ordine  canialdolese  iu 
cui  dalla  più  tenera  età  era  slato  educa- 
to, co'preziosi  Annales  Canialdulenses, 
insieme  al  non  men  celebre  confratello 
d.  Anselmo  Cosladoni,  volle  consagrare 
gli  ultimi  suoi  anni  ad  illustrare  i  mo- 
numenti letterari  della  biblioteca  di  que- 
sl'  insigne  monastero,  in  cui  avea  preso 


YEN 

r  libilo  religioso,  e  di  cui  olleniie  dopo 
il  «uo  generalato  la  prefettura.  Già  da 
gran  tempo  si  trovava  raccolta  nella  bi- 
blioteca una  ricca  suppellettile  di  prege> 
voli  mss.  lavorati  per  la  maggior  parte 
da'  monaci  stessi,  secondo  il  lodevole  e 
utile  costume  cU'  essi  anticamente  ebbe- 
ro di  moltiplicare  e  di  perpetuare  con  tal 
\  mezzo  i  libri  più  meritevoli  prima  del- 
l' invenzione  della  slampa.  Diveime  però 
mollo  più  rispettabile  questo  bibliofila- 
cio  di  s.  Micbele  per  la  zelante  cura  cbe 
^  si  prese  d'accrescerlo  e  d'arricchirlo  il  p. 
I  Mitlarelli.  Egli  non  risparmiò  in  tutto  il 
1  tempo  di  sua  monastica  vita  né  fatica, 
,  né  spesa  per  renderlo  uno  de'più  copio- 
!  si  e  più  rari.  Egli  si  portava  sollecito  do- 
ve sapeva  che  vi  fossero  libri  da  vende- 
re, anzi  teneva  in  diverse  parti  a  questo 
medesitno  (ine  attentissimi  esploratori, e 
a  poco  a  poco  questa  sua  virtuosa  pas- 
sione divenne  sì  notoria,  che  non  avea 
già  quasi  più  bisogno  di  prendersi  ve- 
runa pena  per  soddisfarla,  poiché  chiun- 
que aveva  simile  merce  da  esitare,  lo 
cercava,  sicuro  di  trovare  in  lui  un  one- 
sto compratore.  Fra'  preziosi  acquisti 
ch'egli  fece  per  questo  mezzo,  meritano 
parlicolar  menzione  i  numerosi  codici, 
che  furono  già  di  proprietà  della  nobile 
casa  Barbaro  così  feconda  d'illustri  let- 
terati. Ve  n'erano  del  celebre  senatore 
Francesco  Barbaro,  del  di  lui  nipote  Er- 
molao Barbaro  patriarca  d'  Àquìleia,  di 
Daniele  Barbaro  altro  patriarca  d'Aqui» 
leia,  e  di  Francesco  che  alla  fine  del  se- 
colo XVI  tennepureil  medesimo  patriar- 
cato. Le  biblioteche  eh'  erano  state  del 
celebre cardinalBembo, del  cardinal  Pie- 
tro Foscarì,  di  Domenico  de  Dominicis 
vescovo  dì  Brescia  e  di  altri,  somministra- 
rono parimenti  un'  ampia  messe  al  p. 
Miltarelli.  Se  a  questi  ap<^[uisti  dispendio- 
si si  aggiungano  i  doni,  benché  meno  fra* 
queati,  eh'  egli  ricevette  da  molti  illustri 
personaggi,  si  concepirà  facilmente  che 
la  biblioteca  di  s.  Michele  di  Murano 
uierilò  per  la  copia  e  pel  pregio  de'suoi 


YEN  527 

codici  di  andar  del  pari  colle  più  insigni 
biblioteche.  Non  contento  il  p.  Miltarelli 
d'  avere  con  tanta  spesa  e  fatica  raccolto 
insieme  tante  ricchezze  letterarie,  volle 
con  detta  opera  renderne  pubblico  l'uso 
e  immortale.  Egli  presenta  in  essa  per 
ordine  alfabetico  gli  estratti  ragionati, 
qiiantuii(|ue  compendiosi, di  tutti  gl'in- 
signi codici  della  medesima,  accennando 
nel  medesitno  teuipo  il  numero  con  cui 
erano  contrassegnati  ed  il  secolo  in  cui 
furono  scritti.  Le  notizii!  interessanti  in- 
torno a'  loro  autori,  i  saggi  ottimameu- 
te  scelti,  che  si  presentano  dulie  loro  o- 
pere,  tutte  le  volte  che  la  materia  lo 
comporta,  la  varìetàdegli  argomenti  in- 
torno a'quali  questi  saggi  si  aggirano,  la 
sana  critica  dell' autore,  la  nitidezza  e 
gravità  del  suo  stile,  sono  i  iingolari  pre- 
gi dell'opera.  Alla  biblioteca  de'codici 
mss.  aggiunse  il  p.  Mittnrelli  quella  de' 
libri  stampati  nel  secolo  XV,che  si  trova- 
vano raccolti  in  grandissimo  numero  nel- 
la medesima  libreria,  e  che  da'  bibliofili 
si  tengono  nel  medesimo  pregio  de'co- 
dici mss.  Difatti  tali  libri,  oltre  il  presen- 
tarci dinanzi  agli  occhi  una  storia  parlaa* 
te  degli  incunaboli  e  de'  primi  passi  del- 
l' arte  tipografica,  e'  istruiscono  ancora 
di  molte  particolarità  che  non  si  trova- 
no ne'libri  posteriormente  stampali, tran- 
ne alcune  eccezioni.  iVotò  il  eh.  Antonio 
Diedo  descrittore  dell'isola  di  s.  Michele 
di  Murano  nel  libro  de'  Siti  piltoreschi^ 
la  cui  elegante  veduta  è  dell'  egregio 
artista  Marco  Corairato,  che  sì  sontuosa 
biblioteca,  fra  le  altre  preziosità,  contava 
la  t.' Bibbia  stampata  a  Magonza  nel 
1472,  molti  codici  greci,  latini  e  italia- 
ni, l'originale  di  Daniele  Barbaro  sul- 
l'Architettura di  Vitruvio;  ed  il  celebra 
Mappamondo  di  fr.  Mauro,  monaco  del 
monastero  stesso,  di  cui  riparlai  nel  § 
XVI,  n.  3.  Contemporaneamente  vive- 
vano nel  monastero  di  s.  Michele  d.  For- 
tunato Mandelli  dotto  archeologo,  e  d. 
Angelo  Calogerà,  benemerito  filologo  che 
ci  diede  la  preziosa  Rcivcolta  cVopusco- 


528  V  E  N 

H  scientifici  e  filologici ,  e  la  Niio\'n  Tlac- 
colla, ec.  stnmpafe  in  Venezia  prima  da 
Cristoforo  Zani,  poi  da  Simone  Occhi. 
Ne  fu  continuatore  il  Mandelli. — Mentre 
si  avvicinava  il  tnibine  distrujjQitore  de- 
gli  ordini  religiosi  nel!'  Italia  e  in  buo- 
na parted'Europa,  fioritissimo  era  il  mo- 
nastero di  s.  Michele  di  Murano  di  gran- 
di uomini,  terminando  gloriosamente  la 
sua  esistenza.  Già  però  la  repubblica  di 
Venezia  ne  avea  dato  fatale  esempio  nel 
suo  dominio,  ed  a  voler  parlare  qui  solo 
de'  monasteri  camaldolesi  della  congre- 
gazione di  s.  Michele  di  Murano,  per  de- 
creto de'7  settenibre  i  77  i  vi  erano  stati 
compresi  i  monasteri  di  s.  Maria  della 
Follina,  di  Verona,  di  Vicenza,  e  di  s. 
Giovanni  della  Giudecca,  restando  alla 
congregazione  i  soli  di  s.  Michele  e  di  s. 
Mattia  di  Murano,  e  quello  della  Badia 
io  Polesine:  da  quello  della  Follina  di- 
pendeva il  monastero  delle  monache  di 
s.  Gervasio  di  Belluno,  onde  fu  questo 
soggettato  al  governo  del  p.  ab.  di  s.  Mi- 
chele di  Murano.  Abbiamo  :  Memorie 
intorno  la  vita  e  gli  studi  del  p.  d.  Lo- 
dovico Nachi  abbate  camaldolese  scrìt- 
te dal  p.  ab.  d.  Placido  Znrla  dello 
.stesso  ordine,  in  Venezia  co'  tipi  Eini- 
liani  1838,  opera  de!  cardinal  Zurla(che 
l'avea  pubblicata  in  Venezia  nel  1810 
pel  Zerletti),  nuovamente  impressa  con 
questi  tipi  con  frontespizio  di  caratteri 
rossi  e  neri.  Venne  scritta  mentre  era  ab- 
bate del  monastero  di  «.Michele  di  Mura- 
no il  p.  d.  Mauro  Cappellari  della  città  di 
Belluno,dalZurla  qualificato»illustre  per 
talenti  e  per  istiidi,che  nel  1 786  (di  circa 
3  I  armi  di  età)  dopo  tre  lustri  d'  inter- 
messe solenni  conclusioni  ravvivò  quelle 
della  filosofia  quale  egregio  uditore  di  fi- 
losofia del  p.  Nachi"  che  l'amava  tenera- 
mente, e  pianse  di  consolazione  in  ara- 
niirarlo  disputare.  Foco  dopo  il  p.  Na- 
chi fu  fatto  abbate  di  s.  Michele  circa 
nel  I  7C)0  ed  in  suo  onore  fu  stampata 
in  Venezia  quella  Canzone,  un  esempla- 
Ve  ^ella  quale  il  suo  autore  rispettabile 


V  EN 

filippino  p.  Giambattista  niasiulti  da 
Vene7Ìn  a' 7  febbraio  1 83  i  l'inviò  a  Uo 
ma  perchè  dal  conte  Gaetano  Maltei  a 
mezzo  di  mg.''  Mario  Mattei  tesoriere  gè 
nerale,  ora  cardinal  sotto-decano  del  sa- 
gio  collegio,  fnsse  umiliata  al  Cappellari 
a'2  divenuto  Gregorio  XVI;  che  da  lui 
composta  4o  anni  innanzi  invitava  a  chia- 
mare la  pontificia  sua  attenzione  sulla 
6.''  strofa,  che  gli  sembrava  un  presagio 
dell' avvenuta  esaltazione,  e  in  quella 
pure  del  cardinal  Zurla,  già  altro  mo 
naco  muranese.  Ho  sotto  gli  occhi  la  let 
tera  del  p.  Biasiutti  e  la  stampa,  in  cui 
leggo  nella  detta  strofa,  con  allusione  al 
r  eroica  rinunzia  al  vescovato  di  Capo 
d'  Istria  (nel  1776,  proponendo  in  sua 
vece  il  camaldolese  p.  ab.  d.  Bonifìizio 
da  Ponte,  che  fu  fatto  )  ed  a'  suoi  allievi 
nel  noviziato  di  s.  Michele  eziandio;  poi- 
ché da  questo  monastero  furono  scelti 
sempre  ottimi  vescovi,  ed  allora  era  vivo 
oltre  il  Da  Ponte,  Antonio  Maria  Car- 
dini vescovo  di  Crema.  Dice  la  strofa  : 
D'un  popolo  il  governo  -  Poco  e  per  te. 
Governerai  l'eletta- Porzion  cV  Jddio^ 
per  cui  provisto- Spesso  il  Gregge  di  Cri- 
sto -  Fu  de'  migliori  condottieri  e  duci  -, 
»  Nuovi  pastor  da  te  la  Chiesa  aspetta  - 
Pieni  delle  virtìi  di  cui  riluci  ".  Il  p.  ab, 
Nachi  mentre  si  trovava  in  Faenza,  a'2 
febbraio  1797  occupata  la  città  da  Na. 
poleone,  a  questi  si  presentò  ben  accollo;  e 
nello  stesso  anno  anche  aTreviso,e  nel  l'au- 
ttmnoa  Passeriano,ovefu  pure  alla  di  lui 
mensa  invita to.Con  questi  cenni  intesi  di- 
chiarare come  nel  declinar  del  secolo  pas- 
sato fioriva  il  monastero  di  s.Michelecon 
un  p.  NachijUnp.  Zurla, un  p.  Cappellari, 
il  quale  indusse  a  ricevervi  la  cocolla  mo- 
nastica, oltre  altri,  l'illustre  concittadino 
bellunese  attuale  abbate  generale  della 
congregazione  camaldolese,  il  dotto  p.  d. 
Giuseppe Zuppani  (il  qualealla  morte  del 
Nachi,  essendo  lettore,  recitò  applaudita 
orazione  in  sua  lode).  Questi  ripatriando» 
allo  scioglimento  degli  ordini  regolari, 
^^tveuue  canonico  della  patria  qatted^fvlq 


1 


VE  N 

e  (li  poi  insignito  della  prelatura  tlonoe- 
slica   ila  Gregorio  XVI  ;  però  appena 
morto  lo  zio  vescovo  ili  Belluno  e  Fel- 
Ire,  riprese  l'abito  camaldolese,  ed  è  l'or- 
tininenlo  di   sua   congregazione.   Il  mio 
njfeltooso  nmico  che  fu,  cav.  Giuseppe 
Ballaggia,   proponendosi  di   pubblicare 
le    Tavole.   Cronologiche  della  Storia 
iitiii'ersaley  continuale  sino  a'nostri  gior- 
ni, per  quanto  riguardava  Gregorio  XVI 
a  me  si  rivolse  nel  i836,  inculcandomi 
rigoroso  laconismo  e  chiarezza.  Corrispo- 
si all' mvito  con  de' cenni,  non  mai  im- 
maginando che  avendo  incontrato  il  suo 
piacere  assolutamente  vollesse  stamparli 
a  patte,  lo  condiscesi  a  patto  che  si  ser- 
visse   delle  sole  iniziali  del   mio  nome 
o  cognome,  bens^  col  mio  nome  arcadi- 
co. Questa  fu  la  prima   volta   che  i  ti[)i 
Eutilìani  impressero  le  mie  produzioni: 
Cenni  cronologici  sul   Soninio  Pontefi- 
ce Gregorio  XFI,  eli  G.  Hl.fra  gli  arca- 
di lUioJilo  Eleo ,\ ene7\a  dalla  tipografìa 
Emiliana  1887.  Vi  è  il  ritratto  del  Pa- 
pa elegiintemente  disegnato  da  Busato  e 
incìso  da  Zuliani  chiarissimi  artisti.  L'o- 
puscolo venne  dedicato  dal  cav.  Ballag- 
gia al  degno  nipote  del    Papa   fr.    Gio. 
Aiilonio  nobile  Cappel'ari  della  Colom- 
ba, patrizio  romano,  ec  ,  che  lodai   nel 
§  IX,  n.  3.  Dell'opuscolo  fecero  menzione 
alcuni  periodici  letterari,   come  gli  An- 
nali delle  scienze  religiose,  nel   t.  5,  p. 
lò'j.  lo  conservo   un  foglietto  di  corre- 
zioni per  le  parole  inlrodot^evi  erronea- 
mente. Questo  spesso  accade  quando  si 
vogliono  prendere  degli  arbitrii,  sebbene 
colle  migliori  intenzioni.   Ora  da  questi 
miei  Cenni,  dal  mio  Commento  mss.  alla 
bellissima    Notizia    storica:    Gregorio 
XFI  e  la  sua  patria,  Belluno  1 835,  del 
cav.  Scolari,  e  da  alcune  mie  particolari 
memorie  ricaverò  alcuni  fugaci  tratti  sul- 
la vita  monastica  in  s.Michele  di  Murano 
di  Gregorio  Xf"^!,]]  di  pili  potendosi  leg- 
gere nel  suo  articolo  e  in  tutto  questo  mio 
Dizionario,  da  lui  tanto  munìncamente 
protetto  ^aliri  dettagli  U  l'ìservo  pel  monu- 


V  E  N  539 

menfoaltrove  accennato). Bartolomeo  A I- 
b'.irtoCappellarinacqueda  nobile  famiglia 
nel  I  765  in  Belluno,  di  1 6  anni  manifestò 
la  sua  vocazione  monastica  per  s.  Michele 
di  Murano,  col  preclaro  esempio  della  su* 
rcllasuor  M."  Teresa  che  egualmente  pro- 
fessava l'ordine  di  s.  Benedetto  in  s.  Ger- 
vasio  di  Belluno,  di  cui  divenuta  priora 
morì  in  odore  di  costante  santità;  ad  on- 
ta che  i  virtuosi  genitori,  e  lo  zio  esem- 
plarissimod.  Antonio  canonico  della  cat- 
tedrale e  confessore  di  detto  patrio  mo- 
nastero, che  assaissimo  1'  amavano,  l'a- 
vrebbero meglio  voluto  sacerdote  in  pa- 
tria; molto  ripromettendosi  dalla  viva- 
cità di  sua  fantasia,  e  dalla  penetrazione 
dell'  ingegno  accompagnato  da  soda  pie- 
tà. Nella  vocazione  fu  incuorato  dal  suo 
maestro  mg."^  Giovanni  can.Carrera  dot- 
tore in  teologia  :  di  questi  mi  pregio  pos- 
sedere quali  care  memorie  donatemi  dal 
Papa  il  ritratto  e  la  lettera  autografa  re- 
sponsiva a  quella  scrittagli  dal  Papa,  rin- 
graziandolo della  tenerissima  cura  avuta 
di  lui,  scritta  con  mano  tremula  sicco- 
me oltreché  ottuagenario.  Ottenuto  il  so- 
spirato consenso  da'genitori  e  da  loro  ac- 
compagnato a  Venezia,  entrò  nel  mona- 
stero di  s.  Michele  ad  indossare  l'abito 
monastico  nel  1783  di  18  anni.  A' ^3 
agosto  1786  fece  la  cessione  de' propri 
beni  alla  sua  famiglia,  e  quindi  la  profes- 
sione religiosa,assumendo  ilnoraediMau- 
ro, e  poi  celebrando  la  ■.''messa  nel  1787. 
Già  nel  precedente  anno  senza  assistente 
avea  sostenuto  la  conclusione  alla  pre- 
senza del  patriarca  Giovanelli.  Incontrò 
vivo  l'attacco  del  Ch.  R.S.  P.  R.  e  fu  sulla 
tesi  deW  Infallibilità  Ponti  fida, benché 
fra  le  100  proposte  fosse  già  stata  trat- 
tata prima.  Questa  circostanza  e  l' insi- 
stenza dell'  opposizione,  non  piacquero 
generalmente;  e  quando  nel  calor  della 
disputa  mg.'^patriarca  vide  inoltrarsi  trop- 
po la  sera,  impose  la  fine.  Fu  alJora  che 
tra  gli  applausi  universali,  d.  Mauro  pie- 
no d'imperturbabile  coraggio,  invitò  l'o- 
norevole suo  avversario  a  voler  accetta- 


53o  V  E  N 

re  in  privato  la  successive  soluzioni;  ma 
la  cosa  non  procetlelte  più  olire.  Fero 
f(i  orìgine  e  impulso  all'  opera  che  poi 
anche  qui  celebrerò.  Imperocché  tornato 
alla  propria  cella  pieno  d' energico  zelo, 
non  avendolo  del  tutto  potuto  sfogare  col 
dissenziente,  si  pose  a  scrivere  ciocché  vo- 
leva ulteriormente  comb;i Itera  e  confu- 
tare, e  riuscì  appunto,  setiza  quasi  avve- 
dersene, a  eonjporre  la  grave  e  profon- 
damente dotta  opera.  Le  segnalate  prove 
di  mirabde  profìtto  negli  studi  date  dal 
p.  d.  Mauro  Cappellari  gli  meritarono 
i\'  5  agosto  1  790  il  grado  di  lettore  nel- 
l'ordine, essendolo  già  fin  dal  1786  per 
le  scienze  fllosoiìche,  anco  per  la  teolo- 
gia. Insegnava  con  tanto  calore  ed  impe- 
gno, che  si  conservano  ancora  alcune  del- 
le sue  tesi  dettate  così  all'improvviso  in 
lingua  latina,  piene  di  singolare  forza 
d'  argomenti  e  di  fuoco,  e  queste  soprat- 
tutto nelle  malerieintornoallequali  ver- 
savano gli  errori  del  giorno.  Fra  le  di- 
sputazionì  in  teologia  ricorderò  quella 
ch'è  uella  biblioteca  di  s. Gregorio  in  Ro- 
ma, Misceli,  n.  i63:  Propositiones  se- 
lectac  e  ikeologiae  tractatibas  de  locis 
theologicis,  de  Deo  el  divìnis  a  Uri  bali s, 
de  Deo  Trino,  de  Ine  ama  do  ae  ci  Ora- 
tia,quas publica  dispiitalione  data  cui- 
libet  post  lerliuin  aigiieadi  facilitate 
defeiidet  nullo  adsislcnle  p.  d.  Matirus 
Cappellaris  Bellunensis  nion.  ordinis 
s.  Benedicti  congregatioais  Canialdu- 
Icnsis,  et  in  Lycaeo  s,  iMicliaelis  de  Mu- 
rano philosopkiae  professor  et  sacrae 
i/ieologiae  auditor  die  20  julii  (790. 
Sono  I  I  3  proposizioni,  dedicate  a  mg."^ 
Federico  Giovanelli  patriarca  di  Vene- 
zia. Le  riscontrai  nel  1846,  quimlo  d'or- 
dine del  Papa  dovetti  correggere  Vépreu- 
\<e  della  biografia  mandata  da  Parigi  al 
cardinal  Lanibruschiui  segretario  di  sta- 
to prima  di  pubblicarsi  dall'  Extrait 
de  C Aiinuaire  historique  et  biograp'ii- 
gue.  Don  des  Archives  historiijues, lyp. 
de  Wiltersheim.  La  fama  sparse  in  tut- 
to l'ordine,  e  fuori  pure  di  esso,  il  me- 


VE  N 
rito  e  il  candore  de'  costumi  del  p.  Cap- 
pellari, a  segno  che  divenuto  in  Vene- 
zia revisore  de' libri  pels.  OiHzio,  i  su- 
periori a' 5  luglio  1795  lo  trovarono  de* 
gno  d'esser  mandato  a  Roma  compa- 
gno al  procuratore  generale  dell'ordine. 
Verso  il  5  agosto  giunse  nell'alma  città, 
dove  36  anni  dopo  avrebbe  dovutole- 
der  Pontefice  venerato,  Sovrano  maesto- 
so, temuto  ed  amato,  esemplare  d*  ogni 
bella  virtù,  benemerentissimo  della  Re- 
ligione e  del  Trono,  e  lasciar  di  se  la  me- 
moria di  gran  Papa  e  di  dotto,  anzi  il 
pili  dotto  de'  suoi  predecessori  dopo  Be- 
nedetto XIV,  come  scrissi  in  questa  Roc 
ma  a  tale  articolo.  Ed  il  tempo  scuopri- 
tor  d'ogni  vero,  sempre  piLi  lo  farà  ri- 
splendere e  vieppiù  glorificherà.  Nella 
privata  condizione,  ad  onta  di  sua  mo- 
desta ritiratezza,  potè  di  Roma  osservare 
le  condizioni  (  incedeva  raramente  per 
.Roma,  secondo  gli  affari,  grave  e  di- 
sinvolto, cogli  occhi  bassi  e  mani  incro- 
ciate, con  tale  un  portamento  che  avea 
del  grande  e  muoveva  tutti  a  veoerazio» 
ne);  mentre  ben  presto  si  legò  in  ami- 
cizia co' dotti  e  con  persone  di  gran  pie- 
tà, e  procacciossi  l'estimazione  d'un  car- 
dinal Antonelli  (  poi  decano  del  sagro 
collegio  e  vescovo  d'  Ostia  e  Velletri  ), 
d'un  cardinal  Borgia  d'i  f^elletri,  d'  uu 
cardinal  Braschi  nipote  di  Pio  VI  allo- 
ra legn  Ulte,  e  di  altri  porporati.  Scrisse 
allora  di  lui  a  Venezia  Pietro  Pesaro 
ambasciator  veneto,  al  cav.  Jacopo  Na- 
ni. >i  Le  qualità  personali  e  1  tilenli  dei 
p. Cappellari  gli  conciliano  meritamente 
la  stima  di  chi  lo  conosce;  e  se  al  p.  ab. 
di  Murano  ne  rincresce  la  perdita,  egual- 
mente grato  qui  riesce  l'averne  fatto 
l'acquisto".  Nell'anno  precedente  avea 
Pio  VI  colla  bolla  Aucloreni  Fidei,  con- 
dannato il  pseuilo  sinodo  di  Pistoia, c\\q 
avea  tentato  sovvertire  e  sconvolgere  la 
disciplina  della  romana  Chiesa  cattolica, 
e  d'  impugnare  1'  infillibilità  pontificia, 
che  d.  Mauro  avea  altamentedifeso  nel 
1786.  Incalzando  i  deplorabili-pubblìci 


VEN 
avvenimenti,  Roma  e  lo  «tato  occupali  e 
(lemocratìzzati  da'fraocesi  repubblicani, 
f!»si  avendo  dispersi  e  imprigionati  pie- 
Jati,  cardinali  e  Papa,  questi  a'  20  feb- 
braio 1798  strapparono  dal  Valicano  e 
condusseroa  Faltnza.  Intanto  il  p.Cap- 
pellari,  oltre  la  trattazione  de'negozi  del- 
l' istituto,  nel   1797  avea  assunto  il  ca- 
rico di  supplire  per  tre  anni  all'  ulTizio 
(lì  cancelliere,  non  senza  attendere  alle 
scienze,  e  prova  ne  sia,  che  mentre  co' 
buoni  piangeva  la  desolazione  del  sau- 
luariu,  la  prigionia  di  Pio  VI,  l'irreligio- 
ne e  la  faiìsa  filosofia,  strettamente  con- 
giunte minacciare  l'ullinìo  sognalo  e  pre- 
teso crollo  alia  santissima  auloril^i   pa- 
pale, egli  con  animo  impavido  usciva  in 
C'impo  fortissimo  sostenitore  dell'insov- 
\ertibililà  dellaSede  Apostolica  e  dell'in- 
fallibilità  Pontificia, nella  niemorata  ope- 
ra sviluppando  un  portento  di  dottrina 
e  di  fede,  di  spirilo  d'ordine,  e  perciò  tale 
da  destar  poi  l'ammirazione  d'un  Nicolò  1 
iin[)erator  di  Russia  (F.).  L'opera  ela- 
borata nelle  celle  di  s.  Michele  di  Murano 
e  (li  s.  Gregorio  di  Roma,  pubblicò  nel 
1799  in  Roma   dedicala  al  perseguitato 
Pio  vi  (del  quale  scrisse  nella  prefazione  : 
Non  cessa,  benché  semivivo, dal  letto  do- 
ve  lo  trasse  e  lo  guarda  la  tirannia  de' 
tuoi  fieri  nemici,  e Jra  le  catene  di  sua 
sciti  aiilii,  di  erger  cattedra  di  verità,  e 
ili  animare  alla  costanza  tutti  gli  altri 
pastori),  co'tipi  del  Pagliariai,  col  notis- 
simo titolo:  //  Trionfo  della  s.  Sede  e 
della  Chiesa  contro  gli  assalti  de' Nova- 
tori, respintie  combattuti  colle  stesse  lo- 
ro armi.  Cos'i  il  monaco  Cappellari,  let- 
tore in  teologia  e  in  filosofia,  compagno 
del  procuratore  genera  le  in  Ruma,  con  op- 
portuno divisamenlo  combattendo  le  dot- 
trine giansenìstiche  in  generale,  e  quelle 
delTamburini  in  particolare,  difese  triun- 
faiujente  V Immutabilità  del  governo  ec- 
clesiastico e  {'Infallibilità  Pontificia,  e 
meritamente  sì  acquistò  onorato  nome  tra 
gli  apologisti  del  cristianesimo  (e  lo  con- 
fermò poi  nella  stessa  Roma  nella  mia 


VEN  53i 

accademia  di  Religione  callolica,  di  cui 
fu  nnode'primi  e  de' più  attivi  e  zelanti 
in  promuoverne  i  vantaggi  qual  censore, 
con  6  dissertazioni  in  essa  da  lui  lette,  il 
cui  elenco  si  legge  nell'opuscolo,  Pio  FI  II 
e  Gregorio  XFI,  di   mg/  Baraldi,  Mo- 
dena i83  I,  già  inserito  in  quelle  Memo- 
rie di  Religione  nel  1. 1  6,  poscia  riprodot- 
to con  questi  medesimi  tipi.  Un  stinto  si 
riporta  d'ognuna  uè  Diari  di  Roma,  che 
registrai  nel  mio  mss.  a  p.  36o  e  seg.,  e 
ìnlitolalo:  Estratti  de' Diari,  e  Notizie  o 
Almanacchi  annuali  di  Roma,dal\  7  16 
«/i835,  Roma  i835,  G.  M.).  In  breve, 
ripeterò  col  dottissimo   mg/  Baraldi.  Il 
Cappellari  difese  gli  enunciati  argomenti 
contro  Tamburini,  le  Gros  e  I'  Opstraet, 
Citporioni  de'giansenisti,  e  contro  tutti  i 
loro  aderenti.  Convincenti  ne  sono  le  pro- 
ve, chiaie  e  ordinate  le  riflessioni,  e  tut- 
to poi  scritto  con  precisione  e  nitidezza, 
e  con  quella  savia  polemica  che  convin- 
ce senza  offendere,  e  risparmia  gli  erran- 
ti combattendo  gli  errori.  Una  tale  ope- 
ra venne  stimata  dagl' inlelligenlì,  e  fece 
conoscere  di  quanto  sapere  e  di  qual  dot- 
trina fosse  ricco  il  monaco  bellunese,  che 
poco  oltre  a  6  lustri  d'età  entrava  nell'a- 
rena in  principem  et  ducem  ad  bella n- 
dum  bellum  nostrum.  Osservò  l'ab.  Del- 
loiuo,  Continuazione  dellaSioria  delCri- 
stianesimo,  che  I'  opera  fu  ottimo  prelu- 
dio per  chi  divenuto  poi  Gregorio  XVI, 
dovea  non  più  cogli  scritti,  ma   render 
compiuto  colio  splendore  de'fatti  questo 
medesimo  trionfo.  E  qui  mi  sìa  permesso 
ricordare  a  onore  de^  tipi  Emiliani,  che 
per  le  ferventi  istanze  del  cav.  Giuseppe 
Batlaggia,  e  mie  vivissime,  insistenti  e  re- 
plicate preghiere   ne  permise   Gregorio 
XVI  la  ristampa  nel  1 832,  con  dì  lui  pro- 
prie giunte  e  varianti, il  che  mi  costò  fali- 
che,  cure  e  indefesso  carteggio,  tutto  com- 
pensato dalla  giuria  che  ne  proveniva  al 
magnanimo  Pontefice,  costante  e  mìo  su- 
premo pensiero  e  subbiello  di  venerazio- 
ne.Pei  ciò  il  ca  v.Battaggia  ci  diede  3  edizio- 
ni. La  tuagniliceutiasiaiu  da  lui  dedicala 


532  V  E  i\ 

al  Papi» (di  cui  posseggo  il  62." esemplare 
con  onorevole  inlilolazione  a  me  di  pu- 
gno del  cavaliere  editore);  in  foglio  e  de- 
dicata al  cardinal  Zurla  ;  in  8.°  e  dedica- 
ta al  piitrìarca   Menico.  Quindi   anclie 
una  4-'  edizione.  Tutte  coll'elligiedel  Pa- 
pa di  veneti  egregi  artisti.  Delle  tante  edi- 
zioni e  traduzioni  in  più  lingue,  de'com- 
tnentì  sull'importanza  dell'opera  rispet- 
to alla  sodezza  e  profondità  della  dottri- 
na teologica,  ed  agli  attuali  e  posteriori 
successi  della  storia  civile ,   ne  ragionai 
jdtrove.  Qui  aggiungo  solo,  che,  come  nel 
2  febbraio  i832  fu  onorata  la   munifi- 
cenza dell'immortale  Pontefice  verso  la 
patria  colla  medaglia  incisa  dal  celebre 
Patinati,  per  pensiero  e  cura  del  mio  a- 
inico  cav.  Scolari,  a  memoria  dei  nuovi 
altari  ivi  eretti  nella  chiesa  di  s^  Pietro, 
de'  quali  feci  cenno  nel  voi.  IV,  p.  3oo  ; 
COSI  anche  per  l'opera  stupenda  di   cui 
parliamo,  fu  procurata  e  fatta  coniare 
dallo  stesso  mio  amico  ,  nel  2  febbraio 
1834,  una  seconda  n)edaglia,  incisa  dal 
Putinati  medesimo,  che  rappresenta  Ro- 
ma sedente  che  s'allisa  nel   Trionfo  del- 
la s.  Sede,   nella  persona  medesima  del 
grande  Autore,  che  lo  scriveva  nel  1  799, 
cornee  meglio  dissi  nel  voi.  LXXXVill, 
p.  2  18.  Intorno  a  quest'opera  ed  a  tanto 
Autore  sono  pura  vedersi  i  ricordati  al- 
trove, Cenni  storici  intorno  all'  opera 
ec,  Verona  tipografia  Disesli  i832.  Nel- 
l'anno 1837   la  Biblioteca  ecclesiasti- 
ca di  Torino,  inserì  nel  t.  12  :  //  Trion- 
fo della  santa  Sede  e  della  Chiesa  con- 
irò  gli  assalti  de'  Novatori,  combattu- 
ti e  respinti  colle    slesse    loro  armi  j 
opera  di  d.  Mauro  Cappellari  monaco 
camaldolese,  poi  Gregorio  XFl  Som- 
mo Pontefice,  tipografia  di  Luigi  Fer- 
rando. Frattanto  in  Valenza  si  compiva 
r  eroico  sagrifizio  di  Pio  VI,  ed  in  Ve- 
nezia si  elegs'eva  il  successore  Pio   VII 
nel  1800.  In  questo  il  p.  Cappellari  in  R.o- 
ina  venne  nominalo  vicario  abbaziale  del 
lìtunasterodi  s.  Gregorio;  indi  a'9  marzo 
1 8o5  fu  dichiaralo  abbale  mitralo,  il  che 


YEN 

rilevo  dal  diploma  originala  in  pergame- 
na col  sigillo  delKordine,  esistente  presso 
di  me,  dell'  abbate  generale  p.  d.  Am- 
brogio Soldani,  che  co'visitatori  Naclii  e 
Bonalti  dice  in  esso  :  Considerantes  in 
pastoralis  noslrae  curae  parteni ,  eos 
tantum  vocaados,  quos  vitae  integritas^ 
regularis  observanliae,  zelus,  lillerarum 
scicntia,  et  prudentia  virlus  commenda- 
hiles  reddunt,  matura  deliberatione,  et 
scrutinio  per  occulta  suffragia  praeha- 
bitis ...  memoratis  qualitalibus  insigni- 
tnm,  per  obilum  d.  Francisci  Sandri,  in 
udbbateni  canonice  elegimus  eie.  Amante 
di  quiete,  bramò  ritornare  al  suo  diletto 
s.  Michele  di  Murano,  e  alla  sua  amala 
Venezia  ,  ormai  da  lui  riguardata  qual 
seconda  patria.  Ma  due  anni  dopo  ,  nel 
1807,  si  rimandò  in  Roma  per  vice-pro- 
curatore generale  dell'ordine  (pare  che 
divenisse  procuratore  generale  fin  d'al- 
lora, per  quanto  leggo  nel  Zurla,  l\tcmo- 
rie  del p.  ab.  Nachi).  Rinnovandosi  gli 
attacchi  contro  i  regolari ,  nel  declinar 
del  1807,  Napoleone  I  esigette  die  da 
Roma  uscissero  quelli  non  appartenen- 
ti a' dominii  pontificii,  onde  il  p.  ab. 
Cappellari  fu  ben  lieto  di  tornare  a  s. 
Michele  di  Murano  ne' primi  del  1808. 
Quindi  tenutosi  nel  monastero  il  ca- 
pitolo provinciale  a'  21  giugno  1808, 
cambiate  le  cariche,  fu  sostituito  al  suo 
dotto  maestro  p.  Nachi,  in  abbate  di  go- 
verno del  medesimo,  il  p.  Cappellari. 
Nuovamente  occupato  lo  stato  papale,  e 
Roma  da'francesi,  a'6  luglio  1809  fu  im- 
prigionalo Pio  VII,  e  trasportato  a  Fon- 
lainebleau  e  poi  a  Savona.  Percosso  il  pa- 
store, furono  sbandale  e  disperse  le  pe- 
core. Il  p.  Cappellari  sempre  umile  e  mo- 
desto, abborrente  le  dignità  (di  quella 
del  pontificiito  ho  gli  originali  documen- 
ti; ed  appena  rogato  l'atto  d'accettazio- 
ne, in  cui  fui  presente,  unico  laico  e  qual 
suo  conclavista  per  la  2.*  volta,  esclamai: 
Exaltai'il httmiles,  ripetutamente;  e  pro- 
babilmente i  sagri  elettori  che  gli  faceva- 
Qu  corona,  l'avraano  inteso,  iu  un  mo- 


V  E;\ 
mento  (l'enluslasnio,  che  la  verità  si  pre- 
senta spontanea  dui  cuuié  in  sulle  lab» 
bla  e  senza  riguardi  le!^idà  libero  sfogo. 
Accettò  il  papato  per  ubbidienza  privala • 
mente  impostagli  la  sera  innanzi  dalcar* 

:  dinal  Zurla,  come  abbate  generalede'ca- 
roaldolesi),  ben  presto  volle  sottrarsi  dal 
governo  di  s.  Michele  al  Unire  del  1809, 
pregando  i  monaci  a  sortVirlo  suddito  au- 

;  zichè  superiore.  Poco  dopo  e  nel  seguen- 
te 1 8 1  o,  colla  generale  soppressione  degli 
ordini  religiosi,  vi  fu  compreso  il  monaste- 
ro di  s.  Michele  di  Murano.Tutlavia  riuscì 
al  p.ob.Cappellari  di  conservare  il  mona- 

I  stero  e  la  famiglia  religiosa,  con  abito  di 
preti  secolari,  aprendovi  un  collegio,  ad 
sromaestranientode'giovani  delle  prima- 
rie famiglie  d'Italia  che  in  copia  vi  concor- 
sero per  la  rinon)anza  de'professori  ;  me- 
diante il  favore  e  l'  amicizia  all'ettuosa  di 
mg/  Anton  M.'  Ti 0 versi  i.° provveditore 
del  Liceo  convitto  di  Venezia,  che  cele- 
brai nel  §X,  n.  9;  amicizia  antica esince- 
rn,  che  datava  dall'essersi  ordinati  suddia- 
coni insieme.  Nari'a  il  dottissimo  mg/  Ba- 
raldi,  che  del  Traversi  che  doveasi  recare 
a  Modena  nel  1800  (questa  data  è  sba- 
gliata, forse  dovrà  dire  1810),  gli  avea 
scritto  il  p.  Cappellari.  »  Conoscerà  un 
uomo  non  grande  di  statura,  magrandis* 
simo  di  scienza  e  di  merito  in  tulli  i  rap- 
porti. A  lui  dobbiamo  in  gran  parte,  al- 
la sua  amicizia,  a'suoi  buoni  udìci  la  no- 
stra permanenza  e  quiete  i»)  quest'isola, 
avendo  €gli  sempre  protetto  come  cosa 
sua  questo  collegio  di  s.  Michele",  Ma  la- 
sciamo parlare  il  eh.  e  degno  ab.  Cellomo, 
tanto  ìntimo  e  meritamente  amato  dal 
Traversi.  Narrando  lo  storico  continuato- 
re del  Oercastel,  la  proscrizionedì  tutti  gli 
ordini  regolari  in  Italia,  dice  come  per  a- 
mor  della  religione  in  alcuni,  amor  delle 
.scienze  in  altri,  operò  sì  che  alcuni  mo- 
nasteri nella  comune  rovina  fossero  con- 
servati. Tali  furono  in  Toscana  Carnai- 
doli  e  il  santuàrio  francescano  d'Alver- 
nia.  Un  altro  Camaldoli,  cui  fa  specchio 
l'ondoso  pianodella  veneta  Laguna^  eco- 


V  E  N  533 

rona  intorno  la  magnifica  Vinegia  da  un 
lato,  la  famosa  Murano  dall'altro,  sus*ii- 
sleva  nell'isola  di  s.  Michele,  qual  monu- 
mento che  queste  marittime  spiaggie  an- 
ch'esse un  tempo  erano  stale  onorate 
<lalla  presenza  del  santo  fondatore.  Co- 
là sorge  un  marmoreo  tempio  per  l'ar- 
chitettura pregiato,  ed  un  monastero  an- 
cor più  pregialo  per  una  non  interrotta 
successione  di  pietà  e  di  dottrina  ,  che 
quasi  retaggio  que'cenobiti  gli  uni  agli 
altri  aveansi  trasmessa.  Basti  ricordare 
pe'  medii  un  fr.  Mauro  camaldolese,  il 
cui  fumoso  planisfero  servì  di  guida  alle 
più  grandi  scoperte,  ec.  Ed  a'giorni  no- 
stri il  p.  ab.  d.  Placido  Zurla  poi  cardi- 
nale, e  illustratore  del  planisfero  e  <le' 
viaggi  de'più  celebri  veneziani,  per  1'  o- 
pere  encomiale  nel  rammentalo  §  XVI, 
n.  3j  oltre  il  p.  ab.  d.  Mauro  Cappellari, 
che  in  questo  monastero  stesso  avea  suc- 
chiato il  latte  della  scienza  e  d'ogni  reli- 
giosa virtù,  di  che  una  prova  luminosa 
era  stata  l'opera  sua,  //  Trionfo  della  s. 
Sede.  Egli  da  Roma,  quando  scoppiò  il 
turbine  fatale  che  distruggeva  tutti  gli 
ordini  regolari,  si  ritirò  nell'antico  suo 
monastero  di  s.  Michele.  Ma  del  pari 
si  addensava  sopra  questo  il  nembo,  se 
a  preservarlo  non  fosse  accorso  lo  ve- 
lo di  mg."  Traversi,  prelato  benemerito 
delle  scienze  e  della  religione  insieme,  il 
quale  allora  reggente  del  Liceo  convillo 
coll'incarico  di  sopravvegliare  agl'istitu- 
ti di  educazione,  fece  sì,  che  il  monaste- 
ro rimanesse  salvo  sollo  la  forma  di  col- 
legio ,  ed  i  monaci  conservati  nel  loro 
dolce  asilo,  siccome  utili  istruttori  di  te- 
neri giovanetti.  Di  questo  collegio  il  p. 
ab.  Zurla  venne  dichiaralo  rettore,  ed  il 
p.  Cappellari  lettore  di  filosofia  (con  bella 
modestia  insegnando  nuovamente  logica, 
metafisica  e  filosofia  morale:  ebbe  pure  a 
dolce  consolazione  d'aver  compagno  nelle 
scuole  l'altro  suo  inlimo  amico  e  confratel- 
lo p.  Zuppani).  Desso  era  che  deplorava 
nel  181  I  la  perdita  della  biblioteca  prezio- 
sa singolarmeate  per  rari  codici  mss.,che 


534  V  E  N 

avevano  costato  tanti  dispendi  a'  mona- 
ci, e  tanti  studi  per  illustrarli.  Dopo  il 
sacclieggio  democratico,  e  dopo  3  spogli 
consecutivi,  ancora  rimanevano  18,000 
\olomi  ,  eli' esser  dovevano  venduti  al 
pubblico  incanto.  Per  le  di  lui  cure,  sic- 
come amantissimo  di  libri  oltre  ogni  cre- 
dere, e  degli  altri  colleghi,  acquistando 
del  proprio  molti  de' 18,000  volumi  ed 
aggiungendovi  le  loro  private  librerie, 
una  nuova  biblioteca  fu  formata  pel  mo- 
nastero, ed  occupò  il  luogo  della  prece- 
dente, la  quale  rappresentar  non  poteva 
che  una  sparuta  immagine  della  prima; 
e  perciò  qui  viflerant  pristinani  doniuin 
venerantad  hiijus  aedificationcni  cani 
clamore,  et  pianeta  magno.  Dice  mg.' 
Ijaraldi,  che  il  p.  Cappellari  si  rammari- 
cò assai  nel  1 8  [  I  per  la  rovina  che  invano 
cercò  d'  impedire  colle  sue  cure  e  impe- 
gni ,  o  almeno  minorare  la  dispersione 
della  celebre  biblioteca  tli  s.  Michele  (tut' 
tavella  trovò  il  suo  bel  cuore  conforto  io 
salvare  destramente  la  vita  ad  amici  che 
alni,  da  tutli  ben  veduto  e  stimato,  nel 
periglio  ricorsero),  scrivendogli  dolente 
8*12  gennaio  18  I  2.  »  Dopo  il  saccheggio 
democratico,  e  dopo  altri  3  spogli  fattivi 
ukiuianiente  per  fornire  la  biblioteca  di 
s.  Marco  (inclusivamente  al  flimoso  e 
meraviglioso  Mappamondo  del  veneto 
fr.  Mauro  camaldolese,  ov'è  custodito  ge- 
losamente), (juella  dell'accademia  di  bel- 
le arti  e  quella  del  liceo,  è  rimasta  come 
può  ben  figurarsi,  un  sacco  d'ossa,  un 
monte  di  paglia:  tuttavia  per  non  veder 
nude  le  muraglia  si  era  dal  rettore  d.Pla- 
cìdo  Zurla  avanzata  istanza  acciò  ne  ve- 
nisse rilasciato  il  residuo  per  una  somma 
che  si  credeva  conveniente  non  al  nume- 
ro, ma  al  valore  intrinseco  de'volumi.  La 
petizione  non  fu  ammessa  dal  direttore 
del  Monte,  il  quale  giudicandodal  nume- 
ro ascendente  a  1 8,000  volumi,  nop  dal- 
l'intrinseco dell'opere,  ha  ordinato  che  si 
metta  alia  pubblica  asta,  previo  però  un 
altro  spoglio  de'  libri  ecclesiastici  e  sciit- 
turali  da  £irsi  per  li  semiuari,  lo  che  non 


V  E  N 

fu  ancora  eseguilo  ...  Ecco  la  dolente  «Io- 
ria  di  questa  libreria:  ecco  ciij'us  siinC^ 
quae  patres  nostri  pnraverunl".   Indif 
tornò  a  scrivergli  da  s.  Michele  a' io  giu- 
gnoi8i2.»»  Ebbe  luogo  l'incanto,  e   fui 
verificato  l'asporto  di  questa  libreria,  nel 
eravi  rimasto  tm  libro.  /Mlineperòdi  noni 
avere  sotl'  occhio  un  oggetto  di  continua 
tristezza  in  vederla  ridotta  una  spelonca, 
io  cogli  altri  miei  colleghi  abbiamo  ac- 
quistato molti  libri  dal  Demanio  primai 
dell'  incanto  e  dal  compratore  demania- 
le, ed  uniti  alle  nostre  private  piccole  li- 
brerie, abbiamo  portato  tutto  in  biblio« 
teca,  e  ci  è  riuscito  di  riempirla  nuova- 
mente. L'apparenza  è  la  stessa,  ma  non^ 
la  sostanza,  e  vi  sono  moltissimi  duplica» 
ti  e  anche  triplicali,  poiché  ciascuno  ave- 
va i  suoi".  Dirò  io.  Allo  scioglimento  del 
collegio  di  s.  Michele,  gli  ex- monaci  si  ri- 
presero i  propri  libri,  così  fecero  il  p.  Cap- 
pellari e  il  p.  Zurla.  Il  p.  Cappellari  donò 
la  bella  collezione  de'suoi  libri  alla  biblio* 
teca  di  s.  Gregorio  di  Roma,  per  soppe- 
rire al  totale  spoglio  da  essa  pure  patito^ 
e  divenuto  Papa  ed  erede  del  cardinal 
Ziu'la,  l'  arricchì  con  altri  a  questo  spet- 
tanti. In  tal  modo  la  libreria  di  s.  Grego- 
rio possiede  parte  de' libri  dell' antica  e 
celebre  biblioteca  di  s.  Michele  di  Mura- 
no. Intanto  le  potenze  alleate  guerreg- 
giando Napoleone  I,  1'  Italia  fu  difesa  dal 
viceré  principe  Eugenio,  combattuto  dal- 
l'Austria, la  quale  pose  il  blocco  a  Vene- 
zia, e  lo  compì  a'2  I  novembre! 81 3.  Pii- 
jiia  che  fosse  del  tutto  impedita  1'  uscita, 
il  privato  collegio  di  s.  Michele  di  Mura- 
no si  trasferì  a    Padova  nel  già  conven- 
to d'Ognissanti,  da  dove  il  p.  Cappellari 
a'  1 6  aprile  1 8 1 4>  ^  poi  l' i  i  ghigno  slesso 
da  s.  Michele  di    Murano,  scrisse  a  mg.' 
Baraldi,  a  due  cose  principalmente  mi- 
rando le  sue  ricerche   impazienti:  lai. 
d' aver  nuove  del  ritorno  di  Pio  VII,  il 
quale  essendogli  stati  restituiti! suoi  domi- 
nii  e  caduta  la  potenza  di  Napoleone  I, 
era  già  passato  da  Modena  a'29  marzo, 
su  di  che  esprinievasi.  »  Egli  è  un  trion- 


VEN 

fo  iltlla  religione,  un  complesso  ili  avve- 
nimenti sì  prodigiosi  che  sono  allrellaiili 
inoli»i  di  credibilità".  La  2.*  di  »»  sentire 
le  suprema  intenzioni  dei  Santo  Padre 
circa  i  regolari,  che  non  dovrebbero  tar- 
dare di  molto  ad  uscire,  almeno  pe' re- 
ligiosi  de!  suo  dominio,  de'quali  per  que- 
sta parte  invidio  la  sorte".  Intanto  il  ce- 
lebre barnabita  p.  Fontana  (V.),  poi  nel 
1816  aniplissimo  cardinale,  da  Uoma  nel 
18  i4  scrisse  al  dilettissimo  suo  amico  il 
p.  Cappeltari  a  Venezia,  poiché  in  tale 
anno  erasi  restituito  mi  s.   Michele,  cori 
lettera  autogiafa  che  conservo;  lo  pregò 
e  invitò  a  ritornare  prontamente  in  Ro- 
ma "  in  tanta  penuria  cV uomini  d' un 
compito  merito,  alla  quale  Roma  era 
ridotta  "  anche  per  giovare  all'ordine  ca- 
maldolese  nella    risoluta   ripristinazione 
del  monastero  di  s.  Gregorio.  A  sì  affet- 
tuoso invito  corrispose  il  Cappeliari,e  leg- 
go nel  passaporto  di  Enrico  XV  de'prin- 
cipi  di  Reiiss  Plauen  governatore  genera- 
le in  Italia  per  l'imperatore  d'Austria,  col- 
la data  di   Venezia  16  agosto  i8i4,  che 
dopo  la  soppressione  degli  ordini  religio- 
si avea  ripreso   il   nome  battesimale  di 
Bartolomeo.  Nel  medesimo  vi  è  il  visto 
della  polizia  di  Macerata  per  proseguire 
il  viaggio  per  Roma  datato  24  agosto 
i8i4-Ma  dimorando  nell'alma  città,  or- 
ma i  annoiato  perchè  la  congregazione  isti- 
tuita alla  ripristìuazione  de' regolari  e  re- 
stituzione dì  lorocase,andavadìlazionan- 
do  la  reintegrazione  del  monastero  di  s. 
Gregorio  ,  riisulvette  ritornare  alla   sua 
rara  Venezia  e  all'amato  s.  Michele  di 
Murano;  per  cui  leggo  nel  passaporto  il 
visto  per  tornare  a  Venezia  de'22  marzo 
181  5  del  ministro  imperiale  Lebzeltein. 
Ciò  saputosi  dal  p.   Fontana  ,  divenuto 
segretario  della  congregazione  degli  affa- 
ri ecclesiastici  straordinari,  per  riordinar 
quelli  di  tutto  il  mondo  cattolico,  tosto 
i»e  impedì  la  partenza  con  provocare  da 
pio  \li  il  biglietto  di  nomina  ai  p.  Cap- 
pelKiri  di  consultore  della  medesima.  Do- 
vendosi perciò  fermare  in  Roma,  riebbe  il 


VEN  537 

monnslero,  ne  fu  fatto  abbate  di  governo 
e  procuratore  generale  dell'ordine,  il  Pa- 
pa cumulando  in  lui  le  primarie  consul- 
lorie.  Pertanto  affollato  da'  piìi  gravi  af- 
fari della  Cliiesa,  ma  più  per  modestia^ 
comechè  robusto  e  infaticabile,  nel  (822 
rinunziò  l'abbaziale  governo  e  la  procura 
generale.  Però  l'ordine  lo  supplicò  e  scon- 
giurò a  continuare,  e  nel  settembre  1823 
divenne  vicario  generale  del  medesimo, 
dopo  aver  veduto  con  sincero  piacere  il 
suo  antico  amico  e  correligioso  Zurla 
elevato  a4  cavi\\ua\ii\.o,per  qitanto  scris- 
si  altrove!  —  Il  collegio  di  «.Michele  era 
restato  sciolto  dopo  le  riferite  vicende. 
INarra  il  cav.  Mutinelli  negli  /annali  del- 
le Province  f"  enele,  che  per  le  commo- 
zioni della  Setta  de'  Carbonari,  si  fece 
inquisizioneanclie  in  Venezia  su  que'lra- 
viati  da  un'apposita  commissione, stabilita 
nella  solitaria  isolella  di  s.  Michele  di  Mu- 
rano, la  cui  sentenza  (u  eutanata  a'24d>' 
cembrei82  1  .Raccontai  nel  precedente  n. 
1  7  di  questo  §,  che  l'isola  di  s.  Cristoforo 
nel  1 8 1 3  fu  destinata  a  cimiterio  pubblico 
della  città,  e  che  trovandosi  insufficiente, 
si  unì  allo  stesso  scopo  la  vicina  isola  di  s. 
Michele  di  Murano,  decorando  il  mmu- 
cipio  il  funereo  luogo  con  portici  e  cel- 
le mortuarie.  Egualmente  le  sue  vigne 
e  ortaglie  furono  convertite  ad  uso  di 
pubblico  cimiterio ,  dopo  i  convenien- 
ti ristauri.  Nel  1 828  a  cura  del  governo  e 
del  cav.  Cicogna  si  volle  preservare  dall'o- 
scurità e  irriverenza  le  ceneri  del  famoso 
fr.  Paolo  Sarpi,  del  quale  non  poco  ragio- 
nerò nel  §  XlX,dogado  90.°,^  cui  tomba 
era  nella  superstite  cappella  dell'Addolo- 
rata della  demolita  magniOca  chiesa  de' 
Servi  di  Maria, come  dissi  nel§X,n.  34;  la 
quale  pure  dovendosi  atterrare,  a'i5  no- 
vembre furono  tulle  e  trasferite  dentro 
cassone  di  pietra  d'Istria  nel  vestibolo  del- 
la chiesa  di  s.  Michele  di  Murano,  edepo- 
sfe  col  seguente  epitaffio  scolpito  in  mar- 
mo e  composto  dall'cncomiato  letterato. 
Ossa  Pauli  Sarpi  -  Theol.  Beip.  Fene- 
tae  •  Ex  Acde  Servorum-  Huc  Trans- 


t>Z^  V  E  N 

lata-  À.  MDcccxxviii  -  Decreto  Pw 
hlìco.  Fu  slanìpata  \a.  Memoria  del  tra- 
sporto delle  ossa  di  fra  Paolo  Sarpi 
dalla  demolila  chiesa  di  s.  Maria  de' 
Servi  a  quella  di  s.  Michele  di  Mura- 
no, Venezia  presso  Gio.  Ficotti  1828.  Il 
eh.  Cicogna  con  molta  erudizione  ragionò 
del  Sarpi  nell'/^scm/ont  Fcneziaiie  da 
lui  dottamente  illustrale,  come  nel  t.  i, 
p.  91  e  357,  t.  2,  p.  438,  t.  3,p.  5o6,  t. 
4>  p-  674  e  7o3,  t.  5,  p.  60B  e  7  I  I .  In 
quesl'  ultimo  racconta,  che  a'  2  novem- 
bre 1846  fu  conosciuto  non  più  esistere 
l'epitafllo,  e  per  le  disposizioni  del  pode- 
stà si  scuoprì  che  nella  notte  del  25-26  del 
precedente  settembre,  alcuni  per  far  cosa 
grata  ad  altri,  avevano  chetamente  leva- 
ta la  pietra  scolpila,  e  rimessi  i  matto- 
ni come  prima,  laonde  non  rimaneva 
traccia  ov'erano  stale  collocate  le  ossa  del 
Sarpi,  senza  però  toccare  il  cassone  che 
le  racchiude.  L' iscrizione  essendo  stata 
nascosta  in  un  angolo  del  campanile,  si 
rimise  sul  punto  stesso  con  nuovo  fre- 
gio; rinnovandosi  per  l'avvenuto  la  sua 
ujemoria  io  quella  de*  concittadini  suoi 
ammiratori.  Prima  di  tale  anno,  ripristi- 
nati in  Venezia  i  minori  osservanti  ri- 
formati, con  sovrana  risoluzione  de'  1 2  a- 
gosto  1829,  il  comune  della  città  aflidò 
loro  la  custodia  delle  due  isolette  di  s. 
Cristoforo  e  di  s.  Michele  di  Murano,  e 
con  essa  quella  delle  ceneri  de'suoi  mor- 
ti, r8  novembre,  con  molta  festa  nel  ri- 
storato cenobio  di  s.  Michele.  Osserva 
il  cav.  Mulinelli.  »  Richiamando  quel- 
ratto  a  gravi  riflessioni  la  mente,  era 
certo  per  miserabile  giuoco  di  fortuna  il 
Vedersi  allora  sostituita  in  que'chiostri  al- 
la lautezza  delle  benedettine  instituzioni, 
già  alla  religione  e  alla  società  di  grande 
giovamento,  la  povertà  francescana;  cer- 
to era  doloroso  il  non  vedersi,  oppur  ben 
pochi,  nell'amplitudine  di  quel  misterio- 
so soggiorno  i  monumenti,,  o  i  cenotafi 
innalzali  alla  memoria,  se  non  di  tutti  i 
meritevoli  cittadini,  almen  de' sommi", 
E  qui  deplora  i  bcueoierili  di  Venezia 


i 


V  E  N 

inonorali  nel  cimiterio  comunale.  Dipoi' 
nel  1837  fu  unita  quest'isola  a  quella  di 
s.  Cristoforo,  mediante  l'interramento 
del  canale  che  fra  esse  correva  :  così  di 
due  isole  si  ridusse  una  sola  isola,  colla 
chiusura  del  tratto  della  Laguna  che  pri- 
ma le  divideva  l'una  dall'altra.  I  minori 
riformali  non  solamente  riiuiuvarouo  lo 
splendore  del  decoronella  chiesa  pel  cul- 
to divino,  ma  formarono  una  libieria  nel 
contiguo  claustro,  aumentata  da  benigni 
lasciti,  (ra'(|uali  mg.'  Moschini,  che  sono 
andato  celebrando  e  dovrò  riparlarne, 
nel  1840  gli  legò  una  preziosa  collezione  1 
delle  edizioni  dall'aureo  libro.  Imitazio- 
ne di  Ci-isto,  pubblicate  in  parecchi  idio- 
mi dal  secolo  XV  a  detta  epoca,  ed  ia- 
oltre  i  di  lui  interessantissimi  mss.,  in  par- 
te inediti ,  compresa  la  sua  importante 
e  copiosa  corrispondenza  epistolare  (del 
medesimo  Mulinelli  abbiamo,  //  Cimi- 
terio di  Fenezia,  Necrologie,  Venezia 
co'  tipi  del  Gondoliere  i838).  ■ — -  Frat- 
tanto il  gran  Leone  Xlf  avea  reso  so- 
lennemente giustizia  [sì,  giustizia  ;  onde 
Roma  pubblicamente  disse:  Errala  cor- 
rige! )  al  compilo  melilo  ,  creando  car- 
dinale a'21  raarzoi825  il  p.  ab.  d.  Mau- 
ro Cappellari,  e  pid^blicandolo  a'  i  3  mar- 
zo 1826  con  isplendido  elogio:  Imioceii' 
tia  et  gravitate  morum  appriiiie  specla- 
bilis  oinni  doelrina  praesert'wi  sacra 
excullus,  tot  ac  tam  dUilurnis  prò  apo- 
stolica Sede  laboribus  perfunctus  est,  ut 
indefessam ,  slrenuam,  prohatissimanij 
quam  eidem  apostolica  Sede  aavavit ... 
Firmiier  enim  proposilum  nohis  est  ec- 
clesiasticis  dignitatibus  iioiinisi  eos  insi- 
gnire,quipielaiis  etdoctrina  laude  prae- 
fulgeanl,atquehoc  non aliudqualecuin- 
(ine  iter  ad  illas  assequendas  sibi  muni- 
verini.  Nel  conclave  per  morte  di  Leone 
XII,  a'25  marzo 1 829, dovea  essere  elet- 
to Papa,  co'  voti  stabiliti  di  trentacin- 
que cardinali,  ed  io  era  presente  in  con- 
clave; invece  Dio  avendo  disposto  per 
allora  che  lo  fosse  Pio  Vili,  col  brevei 
pentii  ficaio  di  20  mesi,  aprì  la  via    alla 


m 


VEIV 

Rfllledra  tli  s.  Pietro  al  cardinal  Cappel- 
iari,  die  ai  febbraio  i83r  prese  il  no- 
me tli  Gregorio  XFI.  Scrisse  l'annalista 
conteoiporanen  e  veneto  Molinelli.  «  A 
Venezia  intmtlo  n)olti  e  molti  di  coloro 
che  sputano  farfalloni  andavano  pavo- 
neggiandosi non  solamente  di  conoscere 
di  persona  il  nuovo  Pontefice, ma  di  aver 
nvuto  seco  lui  dimestichezza  quasi  da  es- 
serne aftratellati;  non  molti  però  potea- 
no  andar  veramente  gloriosi  di  tanto  o- 
nore,  che  fuggile  sempre  da  Cappellari 
insiti  le  onorate  adunanze,  costantemente 
vissuto  ecli  nella  solitudine  della  sua  iso- 
la  e  nella  solitudine  fatta  maggiore  la  ri- 
tiratezza da  non  uscir  presso  che  mai 
delle  stanze,  affinchè  meno  non  venisse 
l'assiduità  agli  sludi  e  alla  preghiera  (al- 
trettale conlegno  tenne  in  Roma  anche 
nel  cardinalato:  il  suo  appartamento  er^ 
clausura^  non  vi  potevano  entrar  donne 
di  qualunque  condizione.  Scrivo  in  Ro- 
ma e  nel  secolo  XIX  I  Ma  non  è  questo 
il  campo  in  cui  dovrò  assai  a  lungo,  p^r 
coscienza,  anche  sul  letto  di  morte,  esal- 
tare le  rare  virtù  e  la  santissima  vita  del 
secolare,  del  monaco,  dell'abbate,  del 
cardinale,  del  Pontefice  Cappellani ), 
era  stato  noto  e  fìmigliare  soltanto  a 
coloro  i  quali  convivevano  sotto  il  me- 
desimo lettOj  meglio  noto  a  que'  pochi 
co'quali,per  efletto  dell'ammaestramen- 
to (egregiamente  e  veracemente  allude 
agli  avventurosi  discepoli  del  collegio  di 
cui  fu  egli  uno,  anzi  uno  di  quelli  solleciti 
e  divoli  che  gli  serviva  nelle  prime  ore 
'  mattutine  l'eseniphrissiraa,  l'edificantis- 
sima, la  commovenlissima  s.  Messa;  uflì- 
zio  ch'ebbi  la  sorte,  lo  dico  qui  ancora, 
di  aver  esercitato  anch'io  solo  e  costante- 
mente, ne'2  1  anni  del  cardinalato  e  del 
pontificato,  sempre  nelle  stesse  ore.  Il 
Papa,  diversi  di  sì  degni  discepoli,  ben- 
ché tult'  altro  che  prodigo  di  decora- 
zioni cavalleresche,  volle  onorare  del  ca- 
valierato dell'  ordine  da  lui  istituito  di 
s.  Gregorio  I  Magno  ;  cioè  e  per  quan- 
to rai  ricordi,  noraìneiò  a  cagione  d'o- 
voi  xci. 


V  E  X  5^7 

nere,  il  conte  Venceslao  Marlinengo,  lo 
stesso  Fabio  Mulinelli,  Francesco  Con- 
cini di  Conegliano,  il  diplomatico  Giti- 
vanni  Allegri),quolidiaiiii«nenteeper  più 
ore  doveva  conversare  dalla  cattedra,  al- 
la mensa  e  nell'onesto   sollazzo.  Or  di 
que'pochi  alcuni,  i  quali  allora  vedevano 
nel  siiccessor  di   s.  Pietro  l'antico  Mae- 
stro, intesero  celebrare  nell'isola  dis.  Mi- 
chele di  Murano,  giustamente  per  esse- 
re stato  prediletto  nido  di  Cappellari,  più 
di   qualsivoglia  altro  luogo  all'oggetto 
convenienlissimo,  il  fausto  avvenimento 
con  un'ecclesiastica  festa,  alla  quale  in- 
tervenivano il   patriarca  e  il   municipio 
di  Venezia  a'ry  aprile.  Sulla  porta  del- 
la chiesa  leggevasi,  impressa  con  elegan- 
ti caratteri,  l'iscrizione  seguente  dettala 
dal  patriarca  di  Venezia  Jacopo  Monico. 
D.  O.  M.  -  Quod  -  Gregorius  Xfl  P. 
M.  -  Heic  Cacnobilicani  Pliant  Agens  - 
Ad  Tantam  Dignitateni  -  Se  Omni  Fir- 
unum  Genere  Comparaveril-GratesPer- 
s  oluiae  -  XVI  Kal.Mai  Au.mdcccxxxi". 
Rilevai  già  ripetutamente,  che  Gregorio 
XVI  tenneVenezia  per  seconda  amala  pa- 
tria, il  che  dichiarò  in  più  brevi  pposlo- 
liei,  e  con  occhio  di  predilezione  distinse 
Venezia,  e  con   propensione  d'  alleilo  i 
veneziani,  con  imperituri  modi  che  regi- 
strò la  storia.  Col  breve  apostolico  Dcce.l 
Romanos  Pontiflces,  de  i3  luglioi832, 
Bull.  Ronì>  coni.  t.  19,  p.  122:  Conces- 
sia  Indiilgentiarum  assequendarum  ah 
iis  ,  qui  visitaverint  Ecctesiarn  s.  Mi' 
cimeli s  Archangeli  insulae  Mariani  prò- 
pe  Fenetiarum  Urbeni  ...  tum  ob  itisi- 
gnia,  qiiibus  ornatur  monumenta  sacrO' 
rum,  tum  ob  memoriam  Pontifìcatus  ha- 
militati  Nostrae  delali ,  qui  in  leclissi- 
mam  Romualdi patris  fnmiliam  coopta- 
li ,  laeti  ibidem  reddidinius  Altissimo 
vola  Nostra  ,  suavesque  recordationcs 
habemus  annoruni ,  quos  in  continen- 
ti coenobio,  cui  deinceps  abba  fiali  gra- 
du  praefuimus  velati  in  virtutum  pacis^ 
disciplinae  ,  studiorumque  optimorun 
domicilio  graudafììur  a  Nobis  exaclas. 
35 


.-tSS  V  E  N 

Peiifinto  concesse  a 'fedeli  d'ambi  i  sessi, 
che  in  qualunque  giorno  d'  ogni  unno  ,  a 
loro  scelta,  visitassero  la  chiesa  di  s.  Mi- 
chele di  Murano,  confessali  e  comunicati, 
pregando  per  la  concordia  de'  principi 
cristiani,  l'estirpazione  dell'eresie  e  l'e- 
saltazione di  s.  Chiesa,  l' indulgenza  ple- 
naria con  remissione  de'peccali.  Prae- 
urea  iisdem  ulriusqnc  scxus  christifide- 
libus  vere  poeintcntibus  et  confessisi  qui 
seplem  Altaria ,  qualenus  sita  sint  in 
ecclesia  praedicta  s.  Michaelis  ordina- 
rti arbitrio  dcsignanda  dtiodccint  vici- 
bus  quolibet  anno  pie  visitaverint  y  ibi- 
demqiie^  lU  prnefertur,  oraverint,  uteas- 
deni  omnes  et  singiilasindtdgentias, pec- 
catorntn  remissiones,  ac poenitentiaruni 
relaxaliones  conscquantur,  quas  conse- 
querenlur  si  septem  filaria  in  basilica 
Prìncipis  J  postoloruin  de  Alma  UrhelSo- 
stra,  ad  id  expresse  designata  persona- 
liter,  et  devote  visitarent,  apostolica  au- 
clon'late  in  Domino  paritcr  ìndtdgcnius. 
Jlem  de  ej'usdein  apostolicae  potcstatis 
plenitudine  omnibus  et  singulis  christi- 
/ìdelibus  snpradìctis  vere  quoque  poe- 
nilenùbus  et  confessisi  sacraque  comtnu- 
mone  refectis,  qui  eanideni  niemoratani 
ccclesiam  s.  Michaelis  Archangeli  in 
tribus  continnis  anni  diebiis  per  venera- 
hilem  fratreni  Patriarchatn  Vtnetiarum 
prò  tempore  exislentem^designandis)  sin- 
gulis quoque  annis^  ut  praemittitur  visi'- 
taverint,  ibidemque  prò  S.  R.  E.  exal- 
tatione,  principuni  clirislianorum  unio- 
ne,  iiifideliuni  conversione,  hacresuni- 
que  extirpalione,  prout  uniculque  sug- 
geret  devotio,  pias  ad  Deuni  preccs  cf- 
fuderint,  plenariani  spalio  praefati  tri- 
dui per  uniimquenique  eonimdem  se- 
mel tantum  quolannis  ad  sui  libitum  si- 
niililer  eligendo  lucrifaciendam  omnium 
delictoruui  suoruni  veniani  indulgen- 
tiamque  impertimur.  Ut  autem  iideut 
Chris li/ìdcles  coelestium  munerum  hnj'us- 
modi  facilius  valeant  esse  parlicipes, 
presbyleris  cufusvis  ordinis,  sive  institu- 
lìs  regularibus  ecclesiae.  praefatae  /e- 


VE» 

gimen  prò  tempore  habentibus,  ac  in 
coenobio  ej'usdem  loci  commorantibus, 
ad  excipiendas  ipsorum  sacramenlales 
confessiones  alias  approhalis,  eosdeni 
chrislifideles  ab  excornmunicationis,su- 
spensionis,  et  aliis  ecclesiaslicis  senleu- 
tiis ,  et  censuris  a  jure  vel  al)  honiine 
qunvis  occasione,  vel  causa  lalis  ,  seu 
injlictis,  pr  aeier  infra  exceptas,  nec  non 
ab  omnibus  peccatis,  excessibus,  criini- 
niblis  et  deliclis,  quanlunivis  gravihus, 
et  enormibus  Nobis  et  apostolicae  Sedi 
speciali  licei  forma  reservatis  ,  et  quo- 
rum  absolulio  alias  in  concessione  quan- 
tumvis  ampia  non  inlelligerelur  conces- 
sa, in  foro  conscientiae  tantum  ahsol' 
vendi,  el  liberandi,  ac  insù  per  vota  quae- 
cumque  ctiani  furata,  et  apostolicae  Se- 
di praefatae  reservala  (caslitatis ,  reli- 
gionis,  et  obligationis,  quae  a  teriio  ac- 
ceptata  fuerint,  et  in  quibus  ogalur  de 
praejudicio  terlii  seni  per  exccplis,  nec 
noti  poenalibus ,  quae  praeservaliva  a 
peccato  nuncupanlur  ,  nisi  commulalio 
futura  judicelur  hiij'usmodi,  ut  non  i/ii- 
nus  a  peccato  commitiendo  refraenel, 
quain  prior  voti  materia)  in  alia  pia  et 
salularia  opera,  injuncfis  tamen  eis  ,et 
eorum  cuilihet  in  supradictis  omnibus 
poenitentia  salutari,  aliisque  eorumdein 
confessariorum  arbitrio  in/ungendis  , 
cotiimutandi facultalem  auctoritate  apo- 
stolica praedicta  tenore  praeseiitium  tri- 
buiinus  alque  e/rtrg/wi«r.  Nondimeno  di- 
chiarò, non  mtenderediderogaiealla  bol- 
la di  BeneL\elloX\\,Sacrainenl!imPoeiii- 
tentiae.  Nel  seguentei833,  con  applauso 
universale  ,  aggregò  al  s.-igro  collegio  il 
patriarca  di  Venezia  Jacopo  Monico^  ed 
a  testimoniare  la  sua  benevolenza  verso 
Tinclita  città  di  Venezia,  per  tanti  e  si 
grandi  titoli  insigne,  donò  alla  basilica  di 
s.  Marco  la  Fxosa  d'oro  benedetta, ai  modo 
già  riferito  in  tale  articolo,  nel  §  V,  n.  7  di 
questo,  e  altrove.  Sono  notissimi  gli  al- 
tri atti  d'amorevolezza  usali  da  Grego- 
rio XVI  con  Venezia,  i  veneziani,  e  va- 
ri luoghi  e  persone  delle  provincie  ve- 


Itele,  itìassime  con  Belluno  t  cou  Fetlre 
ly.)-  Veùezia  e  i  veneziani  (ìiialmenle  e 
tiobiiniente  con'isposero  a  quello  che  ve- 
neravano qnal  padie affeUuosOje  riguar- 
davano qual   amoroso    concittadino.    Il 
coounendaloi  e  Antonio  nobile  Rlolin  fu 
ce  scolpire  e  fondere  egiegianiente    in 
bronzo,  nella  romana  olliciua  Borgogno- 
ni, il  busto  esprin)ente  Gregorio  XVI,  ed 
a'?,  febbraio  i843,anniversario  11.°  di  sua 
e:«altazione  alla    cattedra    apostolica,  fu 
Collocato  nel  coro  della  basilica  di  s.  Mar- 
co ,  dove  tuttora  esiste  ,  sopra  la  porta 
cioè  che  mette  in  sagrestia;  ed  il  cardi- 
nal Monico  patriarca  ne  accompagnò  la 
inaugurazione  con  eloquentissima  ome- 
lia, ed  encomio  dell'  immortale  PonteH- 
ce;  quindi  con  lettera  di  tal  giorno  ne  die 
pai  tecipaziune  al  Papa  medesimo,  il  qua- 
le rispose  con  gratitudine,  non  senza  di- 
chiararsi nella  costante  sua    virtuosa   u- 
uiiltà,  del  lutto  immeritevole  di   silfatti 
onori,  con  breve  dell'B  marzo,   li  bene- 
merentissinio   podestà   di  Venezia  conte 
Giovanni  Correr  (cui  mg.   Dalla  Vecchia 
nel  Discorso  pel  busto  di  uig."^  Traver- 
si, lodò  per  opere  insigni,  onde  a  caratte- 
ri d'oro  è  scritto  il  suo  nome  ne'fasti  di 
qiiesla  città  imm«jrlale.  Egli  è  degno  di- 
scendente di  quell'eroico  Sommo  Ponte- 
fice Gregorio  Xlf,  che  per  amore  alla 
storica  verità  genialmente  ho  propugna- 
to in  tutta  quanta  questa  mia  opera,e  nuo- 
%amenle  lo  farò  all'  epoca  in  cui  (ìori,nel 
^  XIX  ue'dogadi  63."  e 64.°), nello  slesso 
i;iorno  e  annoi  643  fece  collocare  a  pro- 
prie spese  in  s.  Michele  di  Ilklurano  so- 
pra la  porta  dell'  aulica  stanza  del  capi- 
tolo de'  camaldolesi  che  mette  al  coro, 
al  dire  del  cav.  Mutinelli,  una  bella  la- 
|jide  marmorea  coiriscrizioue  latina  che 
riporta,  in  oietnoria   di  Gregorio   XVI, 
per  la  lunga  dimora  ivi  falla  nel  suo  aio- 
nacato,riprodotla  eleguntemenlecon  ma- 
gnifica  cornice  dalla   litografìa  Kier  di 
Venezia.  Inoltre  nel  giorno  ed  anno  me- 
desimo 1 843  dalla  ti|>ografìa  della  Gdz- 
t€Ua privilegiala  eh  Venciia  furoau  sluia- 


V  E  N  5^9 

pale  le  Memorie  storiche  delle  onorifi- 
cenze tributale  in  f'enezia  nelife.bhraio 
1843  alla  Santità  di  Gregorio  S.FI. 
Contengono,  olire  un'analoga  lettera  al 
compilatore  di  quel  periodico  ,  il  testo 
Ialino  del  breve  ricordato,  colla  tradu- 
zione in  italiano;  e  r  iscrizione  collocata 
in  marmo  nella  slama  ove  abildi^a  Gre- 
gorio XVI,  già  monaco  in  s.  Michele  di 
iMurano, dettala  dal  cav.  Emmanuele  Ci- 
cogna, colla  traduzione  in  lingua  italia- 
na, la  <|uale  qui  riporto.  Qnal  che  Hi 
sia  -  Cittadino  forastiero  -  Queste  di 
Michele  Arcangelo  -  Sedi  placidissime - 
Contempla  -  Cui  -  D.  ììlauro  Cappella- 
ri  -  Abate  camaldolese  -  Per  dottrina  e 
pietà  chiarissimo  -  TJn  tempo  abitò  -  Ed 
ora-  Pontefice  OllimoMassimo-  Di  nome 
G  REO  ORIO  Xfl  Con  paterno  affetto- 
Ricorda. =:  GiovannlCorrerConte  e  Ca- 
valiere-Podestà difenezia-A  cagione  di 
os^eqitio  -  Che  questo  monumento  stesse- 
Ha  voluto  NelV anno  diN.S.MDCccxLuti 
Il  valente  Francesco  Zanollo  nella  GaZ' 
zelta  di  Venezia  dell'aprile  i84^  inse- 
rì questo  bellissimo, eloquente  e  alfetluo- 
so  suo  articolo.  »  Mosso  da  sentimenti 
di  divozione,  di  gratitudine  e  di  amore 
verso  il  Sommo  Pontefice  Gregario  XVI, 
il  tipografo  Giuseppe  Anlonelli,  decora- 
to delta  medaglia  d'oro  del  merito  civi- 
le, cavaliere  dell'ordine  del  Salvatore  di 
Grecia,  ordinava,  nel  suo  passaggio  per 
la  eterna  Città,  al  famigeratissiimu  scul- 
tore Rinaldo  Rinaldi  il  busto  in  eletto 
marmo,  di  Lui,  che  le  veci  sostiene  in  ter- 
ra di  Cristo,  onde  siccome  avea  sempre  le 
venerate  sembiauze  presenti  alla  menle^ 
averlo  agli  occhi  ancora  in  questo  simu- 
lacro, sendochè  il  Rinaldi,  informalo  al- 
la scuola  del  vero  e  del  bello,  è  per  av- 
ventura uno  de'  più  distinti  che  l'onore 
in  Ruma  sostiene  della  nostra  scuola  , 
dopo  la  perdita  dell' ioarrivabii  Canova 
(net suo  stesso  studio).  Edi  vero  compie- 
va il  Rinaldi  il  buste  ordinato,con  grande 
intelligenza  ed  amore,  plasmando  quel 
inaruiu  siccome  molle  cera,  e  leudendulu 


54o  V  E  N 

pollante  così,  da  inoslriire  vìvo  e  vero 
il  veneiabile  Gregorio,  e  quale  il  vetlre- 
sle  se  ancora  in  queste  placide  Lagune, 
cÌiìhso  nel  cliioslro,  intento  fosse  ad  eru- 
dii si  la  mente  di  quella  sapienza  che  do- 
vea  poi  diffuudeie  con  inessiccabile  vena 
dal  soglio  di  Pietro.  E  di  fatti  vedete  in 
esso  sculla  la  soavità  di  quell'animo  eccel- 
so con  la  quale,  secondo  i  dettami  di  Cri- 
sto, raccoglie  qual  pastore  sollecito  le  pe- 
coielle  smarrite.  Vedete  la  mansuetudi- 
ne di  quel  cuore  amoroso,  per  la  di  cui 
forza  seppe  e  sa  resistere  alle  persecuzio- 
ni d'abisso,  e  la  pazienza  con  cui  le  sop- 
porta. Vedete  final  meo  te  ivi  adunata  quel- 
la fortezza  invincibile,  mercè  la  quale  stel- 
lerò ferme  contro  l'eretica  rabbia  le  in- 
temerate verità  delle  fede.  In  una  parola, 
vedete  scolpite  tutte  quelle  virtù  che  a  lui 
valsero,  per  conseguir  tanto  onore,  pei* 
meritar  lauto  nome,  e  quel  ch'è  più  per 
ottenere  tanto  amore  dai  popoli  univer- 
si. Ma  non  appena  venuto  da  Roma  il 
busto  laudato,  sorse  iu  mente  al  sig.*^ 
Antonelli  il  pensier  nobilissimo  di  trova- 
re ad  esso  luogo  condegno,  e  che  per 
lunga  età  ricordasse  ai  veneziani  la  im- 
luaginedi  Colui  che  qui  a  lungo  visse  e 
crebbe  alla  virtù  ed  alla  sapienza.  Perciò 
deliberava  olFrirto  ai  padri  minori  fran- 
cescani riformati,  succeduti  a'  camaldo- 
lesi nella  custodia  di  s.  Michele,  paren- 
dogli quello  il  luogo  più  proprio  per  col- 
locare l'immagine  dell'Augusto  Gerarca, 
scudo  stato  appunto  egli  in  quel  cenobio, 
per  lunghi  anni,  seguace  della  regola  dì 
Romualdo.  Accettarono  quegli  ottimi 
padri  il  libero  dono  del  sig.*^  Antonelli  ; 
e  per  rendere  solenne  la  collocazione  del 
simulacro  statuivano,  con  lodato  consì- 
glio, inaugurarlo  nella  biblioteca  con  a- 
naloga  orazione  di  lode,  ecoll'inlervenlo 
de'personaggi  cospicui  della  nostra  città. 
E  il  3  aprile  i845  ebbe  luogo  la  cere- 
raonia  solenne,  alla  quale  intervennero 
•>.  E.  il  Cardinal  Patriarca,  S.  K.  l'i.  r. 
Delegato  provinciale,  altri  magistrati, 
molli  sacerdoti  «  personaggi  distìnti.  II 


V  EiN 
provinciale  p.  Sigismondo  da  Venezi», 
uomo  di  specchiala  pietà  e  di  profon- 
da dottrina,  compieva  l'oflìzio  d'amure, 
recitando  una  sua  orazione,  nella  quale 
tracciate  da  prima  le  gesta  di  Gregorio 
come  monaco, lo  mostrava  dottissimo  e  ri- 
vale a'Miltarelli,  a'Cosladoni,agliZurla; 
e  poi  veniva  additandolo  siccome  Princi- 
pe, che  i  popoli  suoi  sa  con  sagge  leggi  e  i 
governamenti  provvidissimi  reggere  eso- 
stenere; mostrandolo  in  fine  quale  Ponte- 
fice santissimo,  vindice  dei  dirilli  invio»  | 
lati  dell'Apostolica  Sede,  ferma  colotuia  i 
della  Chiesa  di  Dio,  e  infallibil  nocchie-  i 
ro  della  navicella  di  Pietro.  Chiudeva  cui 
porgere  azioni  di  grazie  al  gentil  Cava- 
liere, che  volle  far  depositario  quel  luo- 
go di  s"i  eletto  dono;  il  quale  ricorderà 
sempre  ai  posteri  il  nome  di  Gregorio 
Pontefice,  e  l'atto  magnnnimo  del  dona- 
tore. Compiuta  l'orazione, gli  astanti  lo- 
darono l'opera  del  Rinaldi  ;  sì  questa  che 
quella  degne  l'una  dell'altra.  Se  coloro 
che  sono  morti  nel  bacio  di  Dio ,  e  in 
questa  isola  riposano,  aspettando  l'appel- 
lo dell'angelica  luba,  potessero  per  po- 
co tornare  a'vi venti  e  vedere  in  questa 
sede  del  silenzio  e  della  morte,  la  im» 
magine  del  Vicario  di  Cristo  in  terra, 
certi  siamo  che  più  giocondi  tornerebbe- 
ro donde  veuirono;  pensando  che  la  pace 
che  spira  da  quel  venerando  simulacro 
farà  più  lieve  la  terra  che  ricopre  le  stan- 
che ossa  loro;  più  benigna  l'aura  che  vo- 
la intorno  alle  croci  funeree;  più  sante  le 
preci  chei  loro  cari  porgeranno  sulle  lo- 
ro tombe".  Continua  la  Gazzetta.  »  la 
questa  occasione  fu  stampato  il  seguen- 
te ^yoMe^/o.Mo  vea  n  così  le  brune  gondo- 
lette,-  Isolelta  gentile  a   te  quel  giorno 

-  In  cui,  nove  già  lustri,  alzava  intorno 

-  Mauro  fama  di  Sé  con  prove  elette;  =z 
Come  quest'oggi,  in  cui  scolta  si  melle  - 
Quivi  rimmagin  Sua,  per  Lui,  che  adoi*« 
no  -  Va  dì  tal  cor,  che  all'umile  soggior- 
no -  Pensando  di  quel  Grande  oguor  ri- 
stette, zzrE  volle  ei  sol  della  sua  patria 
ai  voli  -  Formar  corona,  equi  additar  la 


V  E  N 

cella,-  Che  fuspemee»!  onor (.ranni  remo- 
li. rr=  CiitMjipe!  la  lujj  luce  oh  come  è 
beli:»  !  ..."  Se  in  Gregorio  lu  serbi  i 
sensi  immoli,  -  L'  amor  dell'  nniverso  è 
Iti  sua  stella.  In  argomento  di  esulta- 
zione Filippo  d.'  Scolari  cav.  dell' ord. 
ponlif.  dis.  Gregorio  Magno".  Il  vir- 
•  uoso  cav.  Antonelli,  per  modestia  non 
volle  iiiteiveuire  alla  Silicone  iuaugura- 
zioiiedel  busto. con  nobile  e  generoso  divi- 
santento  donato,  come  con  ammirazione 
a'6  aprile  mi  scrisse  il  cav.  Andrea  Battag- 
già  console  pontifìcio. Bensì  ilcav. Antonel- 
li mi  diresse  la  seguente  letleifi,  che  meri- 
tando la  stampa,  ad  essa  qui  la  consegno, 
a  suo  onore,  ed  a  giuria  dell'umile  mona- 
co di  s.  Michele,  che  Dio  sublimò  al 
maggiore  de'trojii  in  f^atica/io  e  coron^» 
lo  del  Triregno.  E  come  il  cav.  Anto- 
uelli  pose  al  uiio  venerando  Signore  un 
monumento  in  s.  Michele,  io  qui  ne  eri- 
go a  lui  un  altro  imperiluio  di  gratitu- 
dine e  d' ammirazione,  ed  ambedue  re- 
steranno eterni  in  queste  pagine.  »  lllm." 
Sig.'  Cavaliere.  Allorquando  fui  l'ulti- 
ma volta  di  passaggio  per  Roma  mi  cad- 
de in  pensiero  di  ordinare  al  nostro  scul- 
tore Rinaldi  il  busto  del  Santo  Padre, 
onde  riporlo  nel  mio  studio,  per  aver 
sempre  agli  occhi  la  ifnmagìiie  di  Quello 
a  cui  mi  lega  dovere  di  religione  e  di  gra- 
titudine, amore  di  patria,  sentimento  di 
litima  e  di  reverenza,  alfelto  in  fine  per 
quanto  Ei  fece  a  prò  della  religione  e 
delle  lettere.  —  Ma  giuuto  il  busto  so- 
migliantissimo a  Venezia,  ed  in  procinto 
di  collocarlo  dove  avea  divisato;  un  dì, 
in  cui  mi  portava  all'isola  di  s.  Michele 
percompiere  gli  ufHzi  di  pietà  verso  un 
confratello  del  convegno  de'trapassali  cui 
appartengo,  e  che  ivi  à  sede  ;  sentii  alcuni 
cospicui  forastieri  che  visitavano  quell'i- 
sola ricca  di  oggetti  d'aite,  e  .soccorritri- 
ce d'illustri  memorie  storiche,  domanda- 
re, quale  era  la  cella  in  cui  il  Santo  Pa- 
dre passava  una  volta  le  ore  fra  lo  stu- 
dio e  la  orazione,  e  quale  tosse  la  memo- 
ria che  ili  visitatori  ed  ai  posteri  lo  rieur- 


VEN  54t 

dasse  ;  ed  udii  rispondere  da  que'  buoni 
frali  di  s.Franc(?sco,uul|a  esservi  ricordan- 
za di  Lui,  tranne  uu-a  breve  lapide,  cIkì 
allora  additarono  a  que'foraslieri. — •  Un 
lampo  dì  luce  mi  brillò  allora  alla  mente, 
e  feci  subito  proposito  di  donare  a  que' 
frati  il  busto  preziosa,  acciocché  lo  collo- 
cassero nella  loro  biblioteca,  onde  tolta 
fosse  una  volta  la  taccia  a  noi  veneziani, 
di  trascurare  un  luogo  divenuto  più  ce- 
lebre pel  soggiorno  del  vivente  e  S-antissi- 
mo  Padre.  —  Non  appena  svelai  il  mio 
desiderio  a  que'padri,  che  mostraronsi 
giocondi;  e  tosto  recai  loro  quel  busto  (nel 
gennaio  1 845),  contento  che  l'opera  egre- 
gia ris[)lendesse  in  un  luogo  più  condegno 
del  mio  osctiro  studio,  e  servisse  un  lem- 
podi  solenne  ricordo a'posteri  e  del  Som- 
mo Pontefìce  Gregorio  XVI  e  della  mia 
devozione  per  esso  Santissimo  Padre. — 
Que'  religiosi  però  vollero  a  maggior  di- 
mostrazione d'onore  inuugiuare  solenne  - 
mente  la  immagine  adorata,  e  perciò  in- 
vitati i  più  cospicui  personaggi  della  cit- 
tà, e  primo  S.E.il  Pati-iarca,  quel  p.  pr(j- 
vinciale  intessè  una  orazione  in  lode  <lel 
Sommo  Gerarca,  e  come  fu  narr^ito  nel- 
l'articolo del  pubblico  foglio  che  ho  l'o- 
nore di  qui  iuchiiidere,  esteso  da  quel  Za- 
nolto  che  in  Venezia  sostiene  l'onore  del- 
le Arti  Belle  come  scrittore  distinto. — 
Quest'atto  ch'io  venni  compiendo  persolo 
sfugo  del  cuore,  non  credea  mai  fosse  si  in 
alto  e  sì  solennemente  laudato,  e  perciò 
io  credei  del  mio  dovere  e  della  mia  di- 
vozione portarlo  a  conoscenza  della  S. 
V.  lllm.'',  come  quello  che  tanto  sente 
per  l'onore  della  Chiesa  e  per  lo  esalta- 
mento del  Santo  Padre,  né  volea  che  al- 
tri prima  di  me  a  Pioma  recasse  la  nuo- 
va. —  Volli  poi  anche  rendere  di  ciò  no- 
ta  V.  S.  Illm.^  perchè  sapendo  quanta 
bontà  Ella  sente  per  me,  volesse  dare 
pel  suo  organo  notizia  dell'avvenimento 
al  Padre  Santo;  onde  e  conoscesse  quaii,- 
toa  cuore  tenga  vivo  l'amore  e  la  gratitu- 
dine che  a  Lui  mi  legano,  e  volesse  nella 
sua  santità  e  mausueluduie  confortar- 


Hi 


VE  N 


mi  tli  nuovo  colla  sua  paterna   lienedl- 
zione,  solo  compenso,  solo  conforto,  sola 
speranza,  sola  gloria  a  cui  aspiro,  la  qua- 
le benedizione  farà  prosperare  il  mio  sta- 
bilimento, farà  giocondo  il  mio  vivere, 
farà  santo  il  mio  fine,  solo  in  Dio  e  nel 
Santo  Padre  acquetando  ogni  mio  desi- 
derio.—  Chiudo  protestando  alla  S.  V. 
lllm."  e  per  questo  e  pei  favori  a  me  sem- 
pre imparliti  la  mia  più  sentita  gratitu- 
dine, il  mio  rispetto,  la  mia  stima,  ed  in 
una  parola  la  servitù  più  larga  di  lutto 
uiestesso. — Venezia  y  nprilei  845". —  In 
pari  tempo  od  scrisse  il  cav.  Scolari  lau- 
dando il  donatore,  meritevole  di  corona 
d'alloro,eil  bxi^lo/'lie  dice  tutto  a  chi  ere 
de.  Di  più  mi  favorì  A  Sonetto  icnpre*- 
so  anche  dalla  tipografìa   Gaspari,  con 
analoga   intitolazione.   Ecco  dunque  Ire 
illustri  veneziani  gareggiare  in  onorare  il 
Pontefice  nella  cull.t  df-lle  sue  glorie  per 
sempre, — S.  Michele  di  Murano  conserva 
tuttavia  il  suo  monastero,  ora  convento 
«  residenza  del  ministro  provinciale  de' 
francescani  riformati,  del  proprio  guar- 
diano, del  suo  vicario  e  maestro  de'uovi- 
zi,   di  12  sacerdoti  professi,  d*  un  chie- 
rico, di  i5  novizi  chierici,  di  i  i  laici,  ol- 
tre un  novizio,  e  di  un  terziario:  in  tut- 
ti 4ii'el>g>o$<- Il  principal  prospetto  del- 
l'isola di  s.  Michele  di  Murano,  risulla 
dalla  chiesa  omonima,  e  dalla  contigua 
cappella  Emiliana. La  sua  bella  chiesa  con 
eslerior  facciata  di  bellissimi  marmi,  è  a- 
doma  anche  nell'intei  nodi  preziosi  mar- 
mi prnamentali,  bassirilievi,  intagli  ele- 
gantissimi anche  dì  porfido  e  serpentino 
di  vari  scultori  eccellenti,  de'  quali  non 
è  rimasto  che  il  nome,  dice  il  Meschi- 
ni.  Egli  crede  il  cospicuo  tempio  dise- 
gno del  taglìapietra  Moreto,  che  il  Di- 
zionario veneto  chiama  Morello,  credu- 
to il  Moro  Lombardo  figlio  di  Martino, 
edificalo  peli466,  onel  1469  come  dis- 
si col  Corner  (però  il  eh.  Zanolto,  nella 
nuova  sua  Gnidn,  provò  essere  l'archi- 
tetto e  scultore  Moreto  Loienzo  da  Ye- 
pe^ia).  Nel  roagoificQ  deposilo  del  cardi- 


V  EÌV 

nid  Delfino, intorno  e  stdia  porla  maggiof 
re,  ebbe  pur  mano  il  Bernini;  di  cui  sona 
le  statue  della  p'ede  e  della  Prudenza,  Io- 
date da  Diedo.  Ha  4  cappelle:  la  mag- 
giore, le  laterali,  e  quella  della  ss.  Croce. 
De'due  quadri  laterali  alla  porla  che  met- 
te nel  corpo  della  chiesa,  GregorioLazza- 
rini  fece  quello  col  camaldolese  s.Bonifa*    j 
ciò  apostolo  de'russi  (per  cui  ilp.Cappel- 
Ifiri  doveva  andare  in  Russia  per  istruir- 
la nelle  verità  cattoliche,  in  uno  all'im- 
peratore  Alessandro  I,   secondo  il   pre- 
zioso documento  che  pubblicai  nel  voi, 
LIX,  p.3i5),  innanzi  a  un  monarca  mo- 
scovita; Ambrogio  Bono  fece  l'altro  col 
b.  Michele  Pini,  istitutore  della  camaldo- 
lese Corona  del  Signore  (^^.).  La  prin- 
cipale cappella  è  tutta  di   marmi  sculli 
colla  maggior  diligenza  epurila  di  stile, 
Nel  coro  vi  sono  due  grandiosi  dipinti; 
r  Adorazione  del  Vitello  d'  oro  è  delle 
più  copiose  e  studiale  opere  dello  stesso 
Lazzarini  ;  il  Serpente  innalzato  da  Mo- 
sè  è   di  Antonio  Zanchi.    All'altra  par- 
te l'epigrafe  all'illustre  monaco  Kusebio, 
dettala   da    Aldo   Manuzio,  è  ornata  di 
tale  intaglio,  che  per  la   sua  eleganza  si 
rende  continuo  soggetto  di  studio  e  d'i- 
mitazione. I  portelli  dell'organo  sono  vjr 
gorosi  dipìnti   del  Campagnola,  ora  pe-« 
rò  rimossi  e  collocali  nell'atrio.    Il  corr» 
superiore  ha   diligenti   lavori   di   tarsiii 
d'Alessandro  Bigno.  Inoltre  il  Dizionti" 
rio  celebra  le  molle  belle  sculture,  rno-? 
numenti  sepolcrali,  e  parecchie  altre  lo- 
dale pitture  del  Novelli,  del    Guaranà, 
del  Piazzetta,  del  Bambini,  qualilicanda 
il  nominato  Lazzarini  ultimo  raggio  del- 
la  scuola  veneziana  nel  passato  secolo  ^ 
facendo  vedere  principairnente  nella  del* 
la  tela  del  Vitello  d'oro  quanto  valesse 
nel  disegno,  nella  couìposizione,  nell'e- 
spressione e  nel  colorito  anche  in  quel- 
l'epoca in  cui  la  pittura   era  caduta  nel  I 
manierismo. —  Alla  destra  del  tempio  fa  1 
gentil  mostra  di  se  la  fabbrichetta  pro- 
pincjua,  di  diverso  carattere,  della  cappeU 
la  Emiliana,  della  cui  fondazione  e  d^r  ■ 


VEN 
nominazione  parl.ii  di  sopra,  a  segno  che 
il   «lotto  Diedo,  malgrado  qualche  lieve 
iHfetlo  da   perdonarsi   in   un  secolo  in 
cui  l'arte  non  era  per  anche  salita   al 
pieno  meriggio,  dichiarò  poter  sostenere 
il  confronto  de'tempietti  di  Vesta  e  del- 
la Sibilla,  quel  di  Bramante  a  s.  Pietro 
Monlorio  (non  Cilorio),  il  Palladiano  a 
Maser,  e  i    molti  che  la   prodigiosa   fe- 
condità del  Quareiighi   >parse  nella  ca- 
pitale e  nelle  campagne  di  Russia.  iVe  fu 
architetto  il  celebre   Guglielmo   Dergi- 
masco  nel  i  53o,  uno  de'  precursori  del- 
l'età più  florida  di  sua  arte,  eia  formò 
rotonda  a  guisa  di  Pantheon,  d*  ordine 
corintio   Dell'esterno  e  composito  nel- 
l'interno. La  cappella  Emiliana,  cui  per 
Tampiezza  di  circa  20  piedi  di  diame- 
tro,più  converrebbe  il  titolo  di  tempietto 
esagono,  ha  nell'uiterno  3  piccoli  altari  e 
3  porte  alternamente  scompartiti  ;  han- 
no gli  altari  bassirilievi  rappresentanti  la 
titolare  ss.  Annunziata,  la  Nascita  di  Ge- 
sii,  l'Adorazione  de'  Re  Magi.  Ad  ogni 
angulo   esterno,  prodotto  dal  concorso 
de'  due   vicini  lati,    si   eleva  su    piedi- 
stallo una  colonna  striala  d'ordine  co- 
rintio, sporgente    oltre  la  metà  del  suo 
diametro  dalla  linea  dell'  alette  che  la 
fiancheggiano,  e  dando  luogo   ad  una 
giusta  risalita,  giovano  non  poco  a  cor- 
reggere l'eccessiva  larghezza  dell'inter- 
colunnio di  mezzo.    Proporzionata  cor- 
nice cammina  all'  intorno,  e  sopra  a  pic- 
colo attico  posto  a  isvellire  la  mole,  e  a 
farsi  che  per  l'aggetto  della  cornice  non 
resti  parte  della  copertura  occultata,  sor- 
ge  la  cupola  perfettauiente  emisferica, 
che  chiude  e  corona  il  sagro  edilìzio,  per 
ricca  porla,  nicchie,  rabeschi  e  intursi 
di  marmi  senza  alTollamenlo  ed  ingom- 
bro, ma  con  bella  varietà  di  forme  e  gen- 
tilezza di  modani,  ornatissimo  e  singola- 
re. i\on  può  fuggire  senza  osservazione 
il  piccolo  atrio  o  vestibolctto  pentagono 
che  mette  alla  cappella  Emiliana,  sui  la- 
to aderente  alla  chiesa  per  una  delle 
porte  laterali,  con  Scolouae  ioniche,  il 


V  E  N  543 

cui  sopraornnto  regge  il  cupolino  roton- 
do che  gli  fdcielo.Coinunque  non  sia  im- 
mune da  menda,  in  ispecie  per  la  molta 
disparità,  a  petto  agli  altri,  di  uno  de' 
suoi  inlercolunnii;  non  per  tanto  annun- 
zia l'ingegno  dell' architetto.  Produce  il 
Diedo  la   veridica  e  aurea    sentenza  :  E 
facile  aggiungere  agli  alimi  troi'ali  e 
mondarli  di  qnalcìie  macchiai  Certe  co- 
se manchevoli,  avvertite  da  chi  sa  vede- 
re e  profittare  degli  altrui  errori,  diven- 
gono il  germe  di  una  più  bella  cosa,  se 
non  anche  perfetta.  Forse  questo  pen- 
tagono preso  attentamente  in  esame  dal 
dotto  e  studioso  Temaoza,  gli  avrà  sug- 
gerito l'idea  di  quello  tanto  da  Ini  bene 
combinato,  presso  la  sagrestia  della  chie- 
sa di  s.  Maria   Maddalena,  di   cui  nel  § 
Vlir,  n.    32.   Del  medesimo   Dietlo  so- 
no le  illustrazioni  delle  4  tavole  che  of- 
frono della  cappella  Emiliana,  Le  Fab- 
hriche  di  Venezia^  cioè  il  prospello,  lo 
spaccato,  le  parti    degli  ordini   interno 
ed  esterno,  la  pianta,  oltre  le  parti  e  spac- 
calo d'una  cappelletta  aderente.  Tali  il- 
lostrazioiii^oiio  alquanto  più  diffuse  del- 
le riferite  ne'  Sui pittoreachi.  Ivi  si  dice 
la  parte  interna  essere  di  colto  o  lavoro 
di  pietra  cotta,  l'esterna  di  pietra  d'I- 
Siria,  della  quale  è  pure  tutta  la  massa 
dell'opera;  e  che  monumenti  di  questa 
fatta  sono  un  gioiello:  qual  gloria   per 
Venezia  l'averne  molti  I  Aggiungo  al  mio 
dire  sulla   di  preferenza  amorosamente 
vagheggiata  isola  di  s.  Michele  di  Mura- 
no, anche  le  autorevoli  parole  del  Diedo, 
"  Fra  tutte  le  isole  che  fan  vago  cerchio 
alla  regiua  del  mare,  questa  più  delle 
altre  preseula  incantevoi  pittura,  che  po- 
sta a  breve  distanza  dalla  città,  e  corteg- 
giata da  altre  magne  isole  e  fabbriche, 
torreggia  sulla  tranquilla  Laguna,  di  mi- 
stica ombra  si  ammanta  in  quell'ora  che 
s'ode  da  lunge  la  squilla  a  piangere  il  di 
che  si  muore.  Al  religioso  suo  as[)etto  si 
svegliano  in  cuore  sensi  i  più  teneri,  e 
all'egra  mente  ricorre  il  pensiero  de'tra- 
passati  congiunti,  l'occhio  versa  aaa  la- 


544  V  E  N 

grima,  e  auoda  la  lingua  una  ^jregliier* 
eli  pace  alle  stanche  lor  ossa.  Si,  la  quielv 
d»  se^jolcii  qui  domina  sovranumeule, 
qui  più  che  altrove  è  sacra  la  requie  de' 
uiorli,  e  il  mare  tranquillo,  la  lena  le- 
ve, il  lioipido  cielo  leDdono  salve  le  re- 
liquie de' frali,  Dall'  insultar  de  nem- 
bi e  dal  profano  -  Piede  del  vulgo  ". .  . 
Addio,  o  beala  cella,  testimone  di  tante 
virtù  e  di  tanto  sapere.  Ne  baciai  le  pa- 
reti nel  i833  Ira  indicibili  e  soavi  emo- 
zioni di  tenerezza  e  di  divozione.  Se  pia- 
cerà a  Dio  tornerò  ancora  a  celebrarti  in 
assai  più  vasto  e  più  libero  argomento, 
pcresclusivamentenìagnificarechitirese 
linomata  e  veneranda.  Intanto  vi  lascio 
quanto  di  recente  scrisse  storicamente  di 
OrtgorioXVI,  il  dotto  ed  eloquente  mi- 
nore conventuale  p.  rn.  fr.  Filippo  Ma- 
ria fiossi  umbro  in  Roma,  dal  suo  con-, 
vento  de' ss.  XII  Apostoli  a' 22  maggio 
1855  nella  sua:  Lettera  dì  graie  rela- 
zioni òlorichc  tra  s.  Benedetto,  il  di  lui 
ordine  e  il  monastero  di  s.  Antonio  ab- 
bate in  Roma,  delle  monache  Camaldo- 
lesi, con  s.  Francesco  d'Jsisi  e  l'ordi- 
ne suo.  Questa  lettera  precede  la  No- 
vena in  onore  del  gran  patriarca  s.  Be- 
nedetto per  la  di  lui  festa  nella  chiesa 
di  y.  Antonio  abbate  delle  monache 
Camaldolesi  in  Roma,  Rojna  stabiii- 
menlo  tipografico  di  G.  A.  Berlinelli' 
J  o55.Dopo  a  ver  celebrato  il  glorioso  pon- 
tificato dell'immortale  Gregorio  XVI  ; 
dopo  aver  dichiaralo  che  »  in  questa  pri- 
ma metà  del  secolo  XIX,  nel  riordina- 
mento della  sconvolta  società,  per  quat- 
tro quinti  volle  Dio  che  due  figli  di  s. 
Benedetto,  Pio  VII  e  Gregorio  XVI  go- 
vernassero e  reggessero  la  sua  Chiesa 
con  virtù  e  sapienza  pari  alla  grand'epo- 
co  unica  ed  eccezionale  negli  annali  di 
tutti  i  popoli  "j  dopo  aver  celebrato  con 
di  voto  entusiasmo  s.  Benedetto  e  s.  Fran- 
cesco, come  i  due  sanli  patriarchi  d'Oc- 
cidente più  grandi,  e  l'intime  relazioni 
tra'  due  ordini  loro,  e  persino  cu'  Som- 
lai  Poul«fict  useili  dii'  chiodivi  beucdcU 


V  li  i\ 

lini  inclusivamente  a  Pio  VII  e  Grego- 
rio XVI,  siccome  la  Lettera  è  indiiizzata 
alla  R.  M.  d.  Maria  Lifiisa  Malici  di  ». 
Pietro  abbadessa,  e  alle  monache  bene- 
dettine camaldolesi  di  s.  Antonio  abba- 
te in  Roma,  V  autore  soggiunge.  »  Due 
nuovi  Papi  successero  in  brevissicnu  tem- 
po a  Pio  VII  5  e  dopo  trascorsi  appena 
selle  anni,  ascese  di  nuovo  sulla  calle- 
dia  iudefeltibile  di  s.  Pietro  un  altro  fi- 
glio immortale  del  Vostro  gran  patriar- 
ca s.  Benedetto,  un  Vostro  confratello 
di  sempre  sanla  e  gloriosa  ricordanza.  A 
questo  passo  forse  a  molle  di  Voi  scor- 
reranno sulle  gote  l.igrime  di  acerbo  do- 
lore,  lagrime  di  troppo  dolce  riineiu- 
branza,  lagrime  di  memori»  le  più  gra- 
te insieme  e  le  più  affliggenti.  Mauro 
Cappellari  e  Placido  Zurla  ,  Gregorio 
XVI  e  il  Cardinale  di  s.  Croce,  sono  i 
due  ultimi  figli  di  s.  Benedetto  e  s.  Ro- 
mualdo, sono  i  due  ultimi  più  grandi 
fratelli  Vostri,  sono  i  due  supremi  Vo- 
stii  benefattori,  che  eterni  rimarranno 
ne'  Vostri  cuori  e  nelle  menti  Vostre 
e  di  quante  vi  succederanno  entro  co- 
leste sagre  mura.  Mauro  e  Placido  fu- 
rono i  due  discepoli  più  cari  al  cuore 
di  s.  Benedetto  ;  e  Mauro  e  Placido  , 
questi  due  nomi  dolcissimi  e  figli  novelli 
dello  stesso  s.  Benedetto,  il  Sommo  [Pon- 
tefice e  il  di  lui  Vicario,  il  Sovrano  e  il 
Principe  insiemedi  s.  Chiesa  tneritamei'i- 
te  attirarono  ogni  Vostro  alleilo  di  sti- 
ma, di  rispetto,  di  gratitudine  :  e  quc* 
due  volti  venerandi,  quelle  due  anime 
calde  di  santa  carità  altamente  impresse 
mai  sempre  rimarranno  nell'  animo  di 
ogni  Monaca  Benedettina-Camaldolest} 
in  cotesto  esemplai  issimo  inonaslero. — 
Il  dolio  Cardinal  Placido  Zuila,  dopo 
avere  pieslatoimmensi  servigi  alle  scien- 
ze, alle  lettere,  alle  arti,  alla  Religione 
e  alla  Chiesa,  andò  a  morire  precoce- 
mente su  quelle  spiaggie  slesse  (Sicilia 
i834)jOve  tredici  secoli  e  mezzo  prima, 
colla  palma  del  martirio,  trionfò  de'  li- 
lauui  il  piioio  giovauissimu  abbate  i. 


V  EN 

Placiilo  ;  e  \oi  a  rn^ione  su  lapiJe  mar- 
tiiureii  conservate  i  inìeinbraitza  ìiideis- 
)>ile  ilellu  inuiiìfica  a>$ì$tenzu  da  lui  pre- 
stata a  Voi  tutte,  al  Vostro  luoiiaslet'o  e 
alla  Cliiesa  Vostra  (la  ri|joi-ta  a  [>.  i  i3). 
—  Il  Fotilefice  Gregorio  XVI,  non  nie- 
llo de^li  altri  sei  Wapi  (I,  II,  III,  IV, 
VII  e  Vili:  i  primi  cinque  Santi)  di 
<]ueslo  nome,  figli  tutti  di  s.  Benedetto, 
|)as>ei'à  iiutnortale  a  tutti  i  secoli  avveni- 
re. Le  lotte  da  lui  so^ttenute  con  tanta 
dottrina  e  saviezza  iu  difesa  della  fede 
Cattolica  e  della  disciplina  e  libertà  delia 
Chiesa  contro  le  potenze  della  terra,  le 
Latluglie  vinte,  i  trionfi  ottenuti  non 
iiiorranno;  e  la  storia  della  Chiesa  di 
Gesù  Cristo  ricorderà  con  gloria  a  lut- 
ti i  secoli  e  a  lutti  ì  popoli  futuri  la  fer- 
uiezza  eroica  e  1'  apostolica  franchezza, 
che  mostrò  coraggiosatueutc  d'innanzi  a 
cjuell'  uomo  cotanto  potente,  quel  prin- 
cipe grande  della  terra,  che  facea  tre- 
male l'Oriente  e  l'Occidente  (di  (|uesti 
ripailai  nel  voi.  LXXXl,  da  p.  877  a 
p.  438  inclusive  ).  Fer  le  premure  in- 
ìitancabili  di  Gregorio  XF!  (V.)  la 
Chiesa  dilatò  i  suoi  confini,  isole  iaimeu- 
se  e  interi  popoli  vennero  alla  fede,  e 
più  milioni  di  nuovi  credenti  accrebbe- 
ro il  gregge  del  Romano  Gerarca.  Pre- 
parò egli  rimpianto  della  Gerarchia  ec- 
clesiastica in  Iii^liiltcrra  (couìe  dirò  pu- 
re a  Westminster,  mentre  ad  Utrecht 
dissi  dell'operato  da  lui  per  la  ripristiua- 
zione  della  Gerarchia  ecclesia^tica  d'O- 
liMida),  mollo  dispose  all'  ultimo  trionfo 
di  Maria  nella  di  lei  Concezione  Imma- 
colata (lo  narrai  nel  voi.  LXXIII,  p. 
42  e  seg.):  e  così  anco  in  questo  s'incon- 
tra s.  Benedetto  io  Gregorio  XVI,  che 
pongono  in  mano  as.  Pietro,  nel  regnan- 
te Pontefice  Pio  IX,  quest'altra  corona 
di  sommo  onore  da  posarsi  sulla  testa 
della  Vergine  Madre  eli  Gesù  Cristo,  ol- 
tre Ceda  ed  Ansehno,  Bonaventura  e 
Scolo,  che  indicano  la  vìa,  assodano  il 
terreno,  spianano  la  strada,  e  dimostra- 
UQ  la  venta  della  doUiioa  e  del  douitua 


V  E  N  54? 

(celebrato  dnl  eh.  itulore  con  l'opera 
che  a  cagione  d*  onore  ricordai  nel  voi. 
LXXXMll.p.  2  35).  Fu  Gregorio  XVI 
uno  ili  que'  grandi  Pontefici  che  coll'in* 
gegno,  colla  dottrina,  colla  virtù  illu- 
sirarono  e  resero  più  glorioso  e  ri*pet- 
lato  il  trono  ili  s.  Pietro.  11  carattere  fer- 
mo ed  aperto,  l'unità  di  veduta,  il  sen- 
no pratico,  il  braccio  forte  di  Gregorio 
XVI  tenne  umiliate,  incatenate  a' suoi 
piedi  le  luride  crudeli  flerissime  Setta 
(f' •)  d'Europa, uè  mai  s'attentarono  voi» 
ger  lo  sguardo  ammaliatore  sul  di  lui 
volto  terribile  a'  tristi  (  si  può  vedere 
quanto  dissi  sulla  di  lui  eiiigie  nel  voi. 
LXXXIll,  p.  67),  amabile  a'  buoni,  ve- 
nerabile a  tutti.  Fu  principe  aaumlis- 
simo  de'propri  suiiditi,  a'quali  procurò 
ogni  benessere  possibile,  e  formò  sua  de- 
lizia vederli  e  sentirli  conienti  nell'ab- 
bondanza d'ogni  fatta  maniera  di  ceuea- 
li  e  numerario  (il  che  rilevai  eziandio  a 
Tesoriere  generale), chea  gran  copia  fé* 
rigurgitar  nello  Stato.  Eppure  il  nome 
di  un  Uomo  sì  distinto,  di  un  Princi- 
pe  cotanto  degno  di  setlere  iu  Vatica- 
no, d'un  Padre  sì  benefico  a' suoi  figli. 
Voi  stesse  da  coleste  sagre  mura  lo  sen- 
tiste vilipeso,  oltraggialo,  maledetto  . .  . 
ma  da  chi  ?  . .  .  da'perfidi  felloni  ribelli 
4i  Dio  e  al  Sovrano,  ad  ogni  legge  divi- 
iM  ed  umana  ;  da' figli  delle  selle  e  di 
satana  ;  da  que'  che  iu  un  momento  pre- 
valente rovesciarono  tiono  ed  aliare,  a 
minacciai ono  di  sterminare  colla  Reli- 
gione ogni  ordine  sociale,  la  società  inte- 
ra, lo  stesso  Dioj  da  que'disgraziali  che 
posero  sulla  fronte  d'Italia  e  di  Roma 
una  marchia  disonorante  d'eterna  infa- 
mia agli  occhi  di  tulli  i  popoli  della  ter- 
ra e  di  lutti  i  secoli  futuri.  Ecco  chi  be- 
slemmiò  dopo  morto  Gregorio  XVI,  cui 
tanto  avean  paventalo  e  temuto  viven- 
te. Ma,  Voi  dite,  tutti  si  lac<piero  a  lau- 
ta empia  scelleraggine  gli  stessi  heuefica- 
li  ad  esuberanza  da  quel  Sommo  Pon- 
tefice piissimo,  ed  anco  iUcuni  poveri  il- 
lusi forse  appUudiroao.  E  vero,  quaa- 


546  V  i:  N 

tiinqiie  non  lulli  si  rimanessero  silen- 
ziu.>i;  lun  è  anche  vero  che  un'iliade  in- 
Hnita  ili  mali  venne  ad  inondar  la  terra, 
e  Dio  si  servi  de'suoi  nemici  stessi  a  pa- 
nile i  sacrileghi  oltraggiatori  del  nome 
augusto  del  suo  Vicaiio  in  terra;  e  i 
conniventi  a  tanta  bruttura,  che  vergo- 
gnosamente per  panico  timore  si  tacque- 
ro, e  que'  che  forse  fecer  plauso,  tutti  a 
iagi  ime  di  sangue  pagarono  il  (lo  di  lo» 
IO  dissimulazione  e  colpevole  condiscen- 
denza ;  e  le  lagrime  abbondevoli  di  tanti 
innocenti,  le  calde  suppliche  innalzale  al 
Irono  di  Dio  dallo  slesso  virtuoso  Gre- 
gorio XVI,  la  Vergine  Immacolata  Ma- 
ria abbreviarono  i  giorni  delle  divine 
vendette  per  gli  oltraggi  falli  all'unto  del 
Signore,  al  Padre  di  tutti  i  credenti.  Vi 
rallegrale  adunque,  che  lo  slesso  Iddio 
ha  fiUlo  esemplare  giustizia  al  merito  so- 
vragraiide  del  Sommo  l'onlefice  Grego- 
rio XVI,  Passarono  que' giorni  d'ingan- 
no, di  lutto,  di  peccalo,  da  non  contar- 
si nella  storia  di  Roma  e  d'Italia;  tutti 
gli  slessi  piìx  avversi  e  infelloniti  ricono- 
scono oi2n;i  e  confessano  i  meriti  esiuiii  di 
JPrincipe  savissimo  e  di  gran  Pontefice 
in  Gregorio  XVI  :  e  quanto  più  verran 
n)eno  le  ire  di  parte,  le  illusioni  dell'e- 
poca, le  ambizioni  del  momento,  le  adu- 
lazioni degli  scaltriti  nemici  di  ogni  be- 
ne,si  scorgerà  la  vera  grandezza,  la  gran- 
de superiorità  ed  elevatezza  di  mente, 
l'ingegno  governativo  di  Gregorio  XVI  ;  e 
innanzi  a  lutti  i  posteri  apparirà, qual  fu, 
una  di  quelle  ligure  grandiose,imponenli, 
immense  e  cotanto  rare,  che  colla  realtà 
de'  fatti  benefìci  a  salutari  impongono  a' 
secoli  e  l'improntano  di  loro  grandezza. 
Voi  a  quell'epoca  d' intellettuale  delirio. 
Ira  tante  altre  cause  d'amarezza  e  di 
duolo,  trepidaste  pure  sul  bellissimo  me- 
tallico busto  che  vi  donò  l'adorabile  So- 
Viano, e  che  ad  eterna  ricordanza  di  sé  e 
dell'affetto  suo  per  cotesto  sagro  luogo 
•volle  sempre  rimanesse  in  mezzo  a  Voi: 
doveste  allora  occultarlo  agli  occhi  bef- 
fardi d'ogni  possibile  profauo  od  illuso, 


VEN 

anco  entro  le  mura  del  sagro  cliiostro. 
Come  lampo  distruggitore,  passarono 
que'giorni  funesti:  e  Voi  all'istante  con 
vero  tiipudio  de' Vostri  cuori  devoti,  di- 
scovriste  quella  cara  effigie  e  le  belle  i- 
scrizioni  (le  riporta  a  p.  i  1 4  e  1 1  5,  una 
delle  quali  celebra  con  riconoscenza  i| 
lascilo  di  scudi  tremila  fallo  dal  Papa 
alle  monache,  col  testamento  pubblica- 
lo dalla  Gazzella  privilegiala  di  Fé- 
iiezia  de'26  agosto  1846)  d'attorno  che 
ridicono  la  giusta  gratitudine  Vostra  a* 
beneficii  ricevuti  dal  Principe  amantissi- 
mo e  Vostro  conhalello  anìalissimo.  Ri- 
mirate pure  quel  volto  amabile  del  Pon- 
tefice grande,  in  cui  tutta  si  rivela  la 
■  nenie  di  lui  da(tissitua,  ed  ove  tutto  si 
manifesta  il  suo  bel  cuore  fatto  solo  per 
amare  e  beneficare  secondo  Dio  e  la  ra- 
gione. —  Gregorio  XVI,  (juesl'  ultimo 
Pa()a  figlio  di  s.  Benedetto,  come  ad 
ogni  altro  fu  proteggitore  munifico,  lo 
fu  ancora  dell'  ordine  mio,  cui  restituì 
il  magiiifico  tempio  di  Bologna  dedica- 
lo al  patriarca  Serafico,  ove  col  secon- 
do Pontefice  francescano  Alessandro  V, 
riposarono  le  ceneri  di  tanti  figli  di  s. 
Fiancescoche  onorano  l'Italia  e  la  Chie- 
sa; e  cos\  ridonò  al  cullo  di  Dio  e  de' 
Santi  una  delle  chiese  più  belle  e  più 
glandi  di  quella  città  civilissima,  la  (|ua- 
le  per  tanii  anni  con  sommo  suo  cordj- 
glio  e  con  ammirazione  universale  avea 
visto  profanarsi  quella  casa  di  Dio  in 
modo  indegno  per  un  paese  cattolico". 
Pio  e  devoto  ch'era  Gregorio  XVI  d'u- 
na pietà  marcatissima  e  d'una  divozione 
ferventissima,  nel  suo  pontificato  volle 
visitare  i  Santuari  del  s.  Speco  di  s.  Be- 
nedetto a  Subiaco,  la  s.  Casa  di  Loreto, 
di  s.  Romualdo  di  Fabriano,  quelli  del- 
l'ordine Francescano  di  s.  Francesco  d'A- 
sisi  da  lui  restaurato  per  abbellire  sem- 
pre più  quella  triplice  chiesa,  di  Rivotor- 
lo  e  della  Porziuncula  (f'.)da  lui  riedi- 
ficata (a  p.  116  riporta  l'iscrizioni  erette 
a  Gregorio  XVI  nella  piazza  e  convento 
di  s,  Francesco  in  Asisi  e  a  Rivotorto). 


V  EN 

I —  Per  ullimo,  a  degno  suggello  di  tanfo 
aiigiislo  nome,  sulle  bozze  di  slanjpa,  mi 
yode  l'animo  di  poter  aggiungere,    l'a- 
recclii  periodici  con  giusti  elogi  celelira- 
roiio  reminenle,  felice  e  dotta  penna  che 
tli  recente  scrisse;  Rimembranze  degli  ul- 
timi quattro  Papi  e  di  Roma  a' tempi  lo- 
rn  del  Cardinale  JViseman.Prima  ver- 
sione dall'inglese.  Milano  i8tì8,  presso 
il  libraio  editore  Serafino  Mijocchi,  tipo- 
grafia di  A.  Valentini,  Ciò  fecero  pure  il 
eh.  d.  Domenico  Zanelli  nel   n.   88  del 
Giornale  di  Roma  del  i  858,  di  cui  è  di- 
rettore, e  la    Cii'illà   Cattolica  annun- 
ziando il  hbro  a  p.   102,  del  l.  i  i  della 
3.*  «erie,  si  riservò  di  riparlarne.  L'eccel- 
lente scrittore  volle  pubblicare  ciò  che 
di  Fio  VII,  Leone  XII,  Fio  Vili  e  Gre- 
gorio XVI,  nella  sua  dimora  in  Roma 
di  22  anni,  cioè  dal  18  18  al  1840  inclu- 
sive, vide  egli  stesso,  ud)  e  cotiobbe  (con 
quel  fino  giudizio  iudagutore  che  suole 
distinguere  i  dotti  stranieri  che  accura- 
tamente studiano  tutto  quanto  è  in  Ilo- 
ma,  dìlFondendosi   pai  ticolurmente  sul- 
l'ultimo Papa).  Dice  il  iodato  can. Zanet- 
ti. »  A  tutti  sono  noti  gli  avvenimenti  del 
pontificato  di   Gregorio  XVI;  e  il  Wi- 
seman  ommettendo  quelli  che  sono  nel 
dominio  della  storia  generale  della  Chie- 
sa, ci  fa  conoscere  questo  Pontefice  nella 
solitudine  del  chiostro,  fra'  porporati  e 
nel  momento  di  sua  esaltazione  alla  cat- 
tedra di  s.  Pietro,  e  nelle  cine  del  gover- 
no de'popoli  pontificii,  e  nella  suprema 
direzione  del  mondo  cattolico  ...  Dopo  di 
avere  enunierate  le  grondi  opere,  che  di- 
mostrano  la    munificenza  di    Gregorio 
XVI,  il  cardinale  VVisemau  presenta  di 
questo  Pontefice  il  vero  e  impareggiabi- 
le carattere,  e  «lescrive  la  visita  che  gli 
venne  fatta  dall'imperatore  delle  Russie. 
Le  particolarità,  con  che  il  più  potente 
nionarca  del  mondo  viene  descritto  alla 
presenza  di  un  vecchio  e  inerme  Ponte- 
fice sono  della  massima   importanza  ,  e 
l'illustre  autore  di  questi  Ricordi  le  ha 
Uiagistralmente  esposte.  Quesla  brevissi- 


V  E  IV  547 

mn  analisi, che  abbiamo  data,  ben  dimo- 
stra la  importanza  della  nuova  opera  dui 
VViseman,  come  quella  che  non  poca  lu- 
ce getta  sulla  vita  privala  e  sugli  alti  de- 
gli ultimi  quattro  Pontefici,  e  può  essere 
di  grande  sussidio  a  coloro  che  avessero 
a  scriverne  una  storia   coujpleta  ".   Ora 
anch'io  ho  potuto  ammirare,  con  tenera 
coinntozione  e  diletto,  la  parte  fieli' au- 
reo libro  che  riguarda  Gregorio  XVI,  in 
cui  splende  la  slorica  verità,  e  dove  a  mia 
confusione  e  onore  sono  nominato  e  indir 
cato.  Dio  rimuneri  tanto  alletto  d'un  am- 
plissimo Principe  delia  Chiesa  e  orna- 
mento del  sagro  Collegio,  verso  un  tan- 
to degnissimo  suo  Vicario.  Le  sue  auto- 
revoli asserzioni,  scritte  e  pubblicate   iti 
una  Londra,  qnal  testimonio  intelligen- 
te e  grave,  coutribuiranno  ad  annichilire 
ed  a  svergognare  (pielle  molle  false  inven- 
tate sfrontalamenle  dalla  maligna  igno- 
r.'inzao  travisate  dalle  riprovevoli  passio- 
ni degli  e(npii,e  furineranno  più  floridi  al- 
lori all'immortale  corona  che  la  storia  in- 
lesse a  gloria  sempiterna  di  GregorioXVI 
e  del   monaco  di  s.  Michele  di  Murano, 
L'  angusto  spazio  non  mi  permette  dar- 
ne saggio.  Non  è  argomento  da  spigoleg- 
giarsi,  conviene  tulio  leggerlo.  Solo  per 
questo  riporterò  genericamente  quanto 
con  rapide  e  libere  occhiale  vi  ricavo,  fra 
parentesi  notando  alcune  cose,  per  altre 
e  per  una  maggiore  esattezza  di  esposi- 
zione potendo  supplire  i  loro  articoli,  co- 
s'i di  quanto  il  Cardinale   non    ricorda. 
L'eccelso  scrittore  provò   per  fatto  suo 
proprio, e  ripetutamente,  che  l'esaltazio- 
ne del  monaco  muranese  e  del  cardinal 
d.  Mauro  Cappellari,  non  alterò  [ler  nul- 
la (piell'amabililà  e  semplicità  di  caratte- 
re che  avea  sperimentalo  tante  volte;  co- 
me non  cauibiò  mai   colore  nell'  abito 
bianco  di  monaco  camaldolese,  di  cardi- 
nale e  di  Papa,colore  simbolico  di  sue  vir- 
tù, degi'  illibati,  innocenti  ed  esemplari 
suoi  costumi  (ed  io  posso  sostenerlo  in 
faccia  a  lutto  il  mondo,  quale  più  intiuìu 
e  indivisib(ile  testimonio  del  uiì^  recondi- 


518 


V  EW 


lo  suo  vivere  per  sei  lustri);  e  (ale  lo  pt'o< 
L'Iainò  un  Leone  !^II  iit  coDcistoro,  con 
flogio  pronunzialo  rare  volle,  cli'è  il  ri- 
pulitilo più  sopra.  Vivendo  in  Rotna  nel 
cenobio  i  ilir.ito,  disinipegiiiiva  i  più  gra- 
vi ailari  della  Gljiesa  qual  consigliere  e 
l<;ologo  ne'più  ardui  negozi  delia  s.  Se. 
<le,  anche  civili,  ne'  quali  con  diurne  e 
noUurne  laboriose  fatiche  manifestò  il 
tuullifonne  e  dottissimo  suo  talento,  con- 
suuiata  prudenza,  iuallerabile  rettitudi- 
ne. Iiifidse  la  sua  modestia  quando  pos- 
posto al  cardinalato  al  suo  amico  p.  Zur- 
la,  non  ancora  con)e  lui  benemei  ito  del- 
la s.  Sede  ,  senza  ontbra  di  rancore  gli 
restò  aileltuoso  amico  e  poi  l'ebbe  a  suo 
vicario  di  Roma.  Appena  elevatoal  pon- 
tificato, scoppiata  la  premeditata  rivolu- 
zione a  Bologna,  cioè  prima  che  fosse  no- 
ta la  sua  eiezione,  dessa  non  ebbe  un  mo- 
tivo personale,  né  alcuna  nimistà  contro 
di  luì.  Scoppiò  contro  il  governo  e  non 
contro  d  governante  :  contro  il  trono  6 
non  contro  I' attuale  possessore  dì  esso. 
Mirava  al  rovescio  finale  del  potere  re- 
gnante, non  già  a  modificare  il  governo, 
l'relendeva  di  cercare,  non  già  riforme, 
ma  bensì  la  sostituzione  della  repubbli- 
ca al  governo  alluaiee  riconosciulo.Ora, 
discuta  ognuno  imparzialmente  fra  sé 
ciò  che  avrebbe  fatto  in  simile  circostan- 
za ,  e  gli  tornerà  didìcile  il  condannare 
la  condona  tenuta  da  Gregorio  XVI. 
iVon  si  trattava  di  concessione,  ma  sol- 
tanto di  cessione!  1  suoi  governanti  e  rap- 
presentanti erano  stali  cacciati  vìa,  ed 
un'armata  di  ribelli  incaoiaiinavasi  a  for- 
za verso  la  sua  capitale  ,  non  a  far  con- 
dizioni, ma  sì  ad  espellerlo.  Era  forse  do- 
vere del  Papa  il  riconoscere  ad  un  trailo 
le  pretese  degl'insorti  ?  E,  se  si  mostra- 
vano incapaci  di  cacciarlo  da  Roma,  do- 
veva egli  divider  seco  loro  i  suoi  stati,  e 
cedere,  al  comando  d'una  fazione  al  più, 
le  ricche  provi ncie  cui  era  stato  in  quel 
uiomentu  chiamato  a  reggere?  O  dove- 
va egli  arrendersi  a  questa  violenza,  per- 
chè nella  fiducia  d'un  governo  paterno, 


VE  N 
il  Papato  non  uvea  mantenuto  un  eser- 
cito permanente  sproporzionalo  duran- 
te la  pace?  Non  v' «ra  altra  alternativa 
fuor  quella  adottata  da  Gregorio  XVI, 
il  chiamare  in  suo  aiuto  una  potenza  al- 
leata. Se  l'aiuto  straniero  è  sempre  un 
male,  massime  quando  viene  prolungato, 
niunolo  compianse  più  di  Gregorio  XVI. 
Ma  non  vi  era  altro  che  una  scella  dì  ma- 
li; e  questo  era  certo  minor*  dell*  anar- 
chia e  di  tutte  le  miserie  che  ne  sono  con* 
Sequenza.  Il  Papa  spiegò  una  calma,  una 
fortezza  e  una  prudenza  veramente  so- 
vrana (a  ozi  sovra  umana). Qualunque  sia- 
no sla<ti  i  sentimenti  delle  provìncie,  sicu- 
ramente Roma  non  dette  prova  di  sim- 
patia per  la  rivoluzione  ,  ma  dimostrò 
invece  una  divozione  entusiastica  al  suo 
nuovo  sovrano  e  padre;  e  l'ampliata  guar- 
tlia  Cinica  ,  in  cui  si  arrolarono  perso- 
ne del  più  ulto  ceto,  con  edificante  ar- 
dore prese  sopra  di  se  la  difesa  della  sa- 
gra persona  del  Papa.  La  lealtà  delle  clas- 
si bisognose  nel  loro  attacoamentoa  Gre< 
g'jrio  XV^I  fu  tale,  che  con  clamore  e  ca- 
lore si  olFiì  pronta  a  combattere  i  ribel- 
li, l  promotori  della  rivoluzione  appro- 
priandosi le  casse  provinciali  ,  intercet- 
tando i  sussidu  destinati  a  Roma,  le  nuo- 
ve spese  cagionate  dall'insurrezione,  im- 
barazzarono a  lungo  le  finanze  pubbli- 
che e  il  Tesoriere  (^^.)  ;  bisognò  con- 
trarre un  debito  esterno,  vendere  i  be- 
ni pubblici  in  modo  rovinoso  (alienazio- 
ni che  deplorò  per  tutto  il  resto  della 
vi  la);  ma  stabilì  una  cassa  d'  ammortiz- 
zazione per  l'estinzione  progressiva  del 
prestito.  Non  ostante,  egli  non  solo  con 
quiete  e  confidente,  ma  benanco  attivissi- 
mo si  mostrò;  e  ninno  che  legga  gli  atti 
|)ubblici  del  i .°  anno  del  suo  pontificato,  si 
figurerà  che  sm  stato  un  anno  dì  guerre 
intestine,  di  confusione  e  di  miserie.  Ep- 
pure subilo  a  salvezza  di  Ti\>oti  decretò 
i  cunicoli  per  l'Auìene,  diminuì  daziì  e 
modificò  altre  gravezze;  creò  camere  di 
eommercio,  emanò  ottime  leggi  pel  go- 
verno municipale  e  riorganizzò  quello  di 


YEN  - 

pflieccliie pi ovinciejintroduise quindi  mi* 
glioianienti  ft)iicliini«nlfili  ne'  Trihnnoli 
di  Roma  e  del  resto  dello  stato  pel  co- 
dice giudiziario  civile,  per  quello  crimi- 
\\n\e  e  dell*;  pene.  Nello  slesso  r ."  anno  di 
violenze  e  di  ribellione,  pubblicò  il  mira- 
bile «  sorprendente  alto,  con  senlimenli 
già  propugnati  da  caidinnle,  contro  La- 
brador invialo  a  Roma  da  Ferdinando 
VII,  riconosciuto  da  tutti  e  massime  dal 
corpo  diplomatico  per  uno  de' più  inge- 
gnoM  e  de'più  abili  uomini  di  slato  d'Iilu- 
ropa,  sulla  concessione  de'vescovi  alle  se- 
di vacanti  delle  repubbliche  d'Ameiica, 
contro  le  pretensioni  di  Spagna:  C\\\ì\a 
s.  Sei\e  riconosce  i  governi  stabiliti  de 
Jacto,  sema  entrare  perciò  nella  questio- 
ne di  diritti  astratti  (ciò  pose  al  copeilo 
la  s.  Sede,  eziandio  per  la  sua  condoita 
con  Francia  e  PorlogalloJ.  Per  quanto 
possa  parere  guerresca  1'  altitudine  che 
Gregorijo  XVI  fu  costretto  di  prendere 
in  sui  cominciar«  del  suo  regno,  le  arti 
che  improntarono  questo  del  loro  caratte- 
re, furono  le  arti  della  pace.  Avvi  appe- 
na un  altro  pontificato  sul  quale  esse  ab- 
biano stampalo  orme  più  profonde  e 
più  eslese.  Non  contento  di  proseguire  o 
ampliare  1'  iticominciato  da' predecesso- 
ri,  egli  creò  e  conip'i  quello  di  cui  fino 
al  tempo  suo  lolalm,enle  mancava.  Né 
si  limitò  già  ad  un  solo  ramo  d'  arte,  ma 
le  sue  cure  furono  comprensive  e  gene- 
rose, non  guidale  dal  capriccio  ,  ma  go- 
vernate da  un  gusto  perspicace.  Queste 
prove  più  elevale  d'ingegno  sono,  l'ave- 
re Gregorio  XVI  ampliato  i  confìni  del- 
le raccolte  artistiche  di  Roma  ,  e  posto 
in  più  strette  connessioni  i  monumenti 
delle  scuole  primitive.  Perciò  aggiunse  al 
Palazzo  apostolico  Faticano, olire  i  di- 
versi suoi  abbellin)enli,  il  Museo  Etru- 
sco, ed  il  Museo  Egizio,  che  pure  inau- 
gurò (fu  il  duettureeil  sor  vegliatore  <pio- 
tidiauo  de'Iavori,  il  che  praticò  con  altri 
pubblici  monumenti).  Nello  stesso  P'a- 
licano  con  miglior  collocazione  stabili 
le  gallerie  de'quadri  e  degli  arazzi ,  am* 


V  E  N  ^\0 

p1iò  la  Biblioteca  Vaticana  e  l'arricchì 
di  doni,  fra'quali  una  collezione  di  pillii- 
re  anche  bizantine; e  nelle  pontificie  stan- 
ze collocò  la  raccolta  di  quadri  e'sprinjen 
li  animali  del  celebre  Peter  (col  quale 
acquisto  impedì  che  uscissero  da  Roma, 
come  cosa  rara  nel  suo  genere).  Cornin- 
ciò  a  restaurare  le  loggie  del  Faticano, 
conducendone  a  perfezione  quel  braccio, 
a  preservazione  altresì  delle  solloposte 
dipinte  da  Raffaello.  Indi  restauralo  il 
Palazzo  apostolico  Lateranense,  vi  for- 
n)ò  il  Museo  Lateranense.  Di  cerio  nes- 
sun monarca  si  adoperò  mai  con  mag- 
gior coscienza,  e  corpo  ed  anima,  nel  far 
felici  coloro  che  gli  erano  allidati,  e  nel 
disimpegno  de'suoi  pubblici  doveri,  che 
non  facesse  il  virtuoso  Gregorio  XVI. 
Riorganizzò  la  Segreteria  di  Stato,  di- 
videndola in  (ine  dicasteri,  l'uno  per  gli 
affari  dell'interno,  l'altro  per  quelli  del- 
l' estero  (oltre  la  sistemazione  di  altri). 
l'er  lai/  volta  pure  creò  in  Roma  una 
banca  nazionale  ,  e  pubblicò  un  codice 
per  tutte  l'amministrazioni  pubbliche. 
Ridusse  la  Moneta,  co»  sistema  decimale. 
Ristorò  il  Foro  Romano,  il  monastero 
tiella  C/i/cyade'ss.Andrea  e  Gregorio  col- 
le vie  circostanti.  Grandissimi  lavori  in- 
traprese per  tulio  lo  sialo,  e  suoi  Porti, 
come  a  Civitavecchia.  Aprì  il  Ciniiterio 
di  Roma  pubblico  per  la  Sepoltura.  Sin- 
bili  le  Scuole  di  Roma  notturne.  Ap- 
provò le  compagnie  d'assicurazioni  e  le 
casse  di  risparmio.  Nel  Tevere  introdus- 
se le  barche  a  vapore,  e  permise  a'  par- 
ticolari l'illuminazione  a  gas.  Quantun- 
que nella  vecchia  età  non  volessesobbar- 
carsi  nell'impresa  delle  Strade  ferrale, 
la  quale  progrediva  lentainenle,  Grego- 
rio XVI  diceva  seu»pre:  che  il  suo  suc- 
cessore dovrebbe  forzatamenle  ingolfar- 
si nella  loro  più  rapida  estensione  (seb- 
bene il  riferito  dal  Cardinale  non  è  iute- 
rumente  lutto,  nondimeno  se  il  da  lui 
esposto  non  è  progresso  nel  bene  ,  qual 
sarà  mai?  E  un'ingiustizia  dire  Gre- 
gorio XVI  retrogrado!).  Nella  Pesiilew 


5  io  V  E  N 

%tr  del  cliolern  non  iiilfalasciò  proV- 
\e(linieiitì  stiriitarii  ,  heiiencì  e  politici, 
quindi  isliliizioni  di  Conscnuitorii  per 
gli  orfani  delle  villime.  A  Porta  Iffag- 
g/orf  sciiopn  col  iuomm>enlo  dell'Acqua 
Claiidiii,  allro  antico  e  pregiatissimo.  Ac 
c-ulse  due  anihasciatori  di  Turchia^  cioè 
il  cognato  del  sultano,  e  il  ramoso  Re- 
schid  pascià  co'suoi  figli.  Contribu'i  po- 
tentemente aH'alJolizione  del  barbato 
commercio  degli  Schiai'i.  Celebrò  la  Ca- 
non izznzio  ne  di  5  Santi.  Col  i  84o  l'auto- 
re chiude  ogni  rimembranza  personale 
(leli'ottiuio  Pontefice,  per  essere  parlilo 
con  dolore  da  Roma  e  vescovo  Mcllipo- 
taino  (nel  quale  articolo  registrai  le  dul- 
ie sue  opere  fino  allora  pubblicate).  Al- 
cuni uomini  notabili  fiorili  nel  pontifica- 
to di  Gregorio  XVI,  sono  pure  celebrati 
dall'illustre  scrittore, dotti  ed  artisti, mas- 
sime igli  elevati  al  cardinalato,  il  virtuo- 
so Aclon  già  Uditore  della  Camera,  il 
dottissimo  Mai ,  il  poliglotta  Mezzofanti 
(di  questi  miei  amorevolissimi  defunti 
non  potei  scrivere  le  biografie,  per  esse» 
re  state  stampale  le  relative  lettere:  sup- 
plirò nell'y^^^W/s/o/j/^.  Di  ciascuno, e  prin- 
cipalmente del  cardinal  Mai,  ci  diede  edi- 
fif.auti,  scientifiche  e  preziose  notizie.  Sul 
caiallere  di  Gregorio  XVI,  dichiara,  a 
migliaia  esser  quelli  che  lo  ricordano  d'o- 
gni nazione  e  conservano  iutpressiuni  di- 
stinte del  suo  aspetto,  delle  sue  iDauìere 
e  della  sua  conversazione.  Le  osservazio- 
ni di  quelli  che  lo  guardavano  esterna- 
mente erano,  che  a  prima  giunta  le  sue 
fattezze  non  parevano  formale  in  nobi- 
le stampa;  erano  ampie  e  ritondate  ,  e 
mancavano  di  que'tocchi  piìi  delicati  che 
suggeriscono  idee  di  genio  elevato  o  di 
squisito  gusto  (ma  matstà  sovrana  e  pa- 
pale, eh'  è  il  più  intrinseco,  certamente 
l'avea;  l'ampia  fronte  accennava  la  va- 
stità d^iriutellello).  Ma  questa  opinione 
si  dileguava  ,  come  tosto  uno  veniva  a 
più  intimo  contatto  e  conversazione  con 
lui.  Egli  non  voleva  parlare  che  in  ita- 
liano e  iu  latino  (perchè  diceva:  Piiaci- 


V  E  ly 

pe  italiano,  con  tale  idioma  io  parloS  X^é- 
pa,  mi  esprimo  e  rispondo  col  linguag- 
gio della  Chiesa).  Perciò,  coloro  che  du- 
veano  conferir  seco  per  via  d'  interpreto 
(spesso  imiìerito)  formavano  un'opinione 
molto  ìntperiella  della  sua  facoltà  di  con- 
versare. Quelli  poi  che  parlavano  spe- 
dilamenteitaliano  elatino  (anche  il  fran- 
cese, che  conosceva  perfeltamenle  a  se- 
gno da  esser  più  volle  deputato  a  revi- 
sore d'  opere  impresse  o  da  imprimersi 
in  quell'i^lioma;  didìdando  sulla  pronun- 
zia, udiva  e  poi  rispomleva  nelle  dette 
lingue;  del  resto  sapeva  il  greco  e  lo  spa- 
gnuolo),  e  gli  si  accostavano  unicamente 
per  riceverne  la  bencdizionej  lo  vedeva- 
no lanciarsi  ben  presto  in  un  colloquio 
familiare,  che  quasi  li  costringeva  a  di- 
menticare la  doppia  sua  dignità.  Allora 
la  sua  faccia  — e  vieppiù  quando  ra^^iona- 
•va  di  grave  materia — s'illuminava  (di  bel 
colorito),  e  vestiva  un'espiessionebrillan- 
lissima;  i  suoi  occhi  splendevano  e  si  ani- 
mavano, e  la  sua  intelligenza  ed  il  suo 
sapere  si  manifestavano  attiaverso  iJ  suo 
scorrevole  egrazioso  linguaggio  (disse  Ni- 
colò li  Da  niuno  ho  inleso  parlar  così  be- 
ne l'italiano,  Come  daGregorioXVI).  Un 
letterato  inglese  che  ali'  Udienza  cadde 
sul  tema  della  poesia,  restò  colpito  dalle 
osservazioni  giudiziose  del  Papa  ,  come 
pure  sorpreso  della  cognizione  estesa  e 
familiare  che  avea  d'  esso  tema  (e  ciò  ad 
onta  che  non  coltivò  le  Muse,  più  gravi 
studi  preoccupandolo  seinpre.  Ammet- 
tendo a  dozzine  nell'  ore  pomeridiane  i 
forastieri  d'ogni  nazione,  sovente  u  mol- 
ti faceva,  un  dopo  l'altro,  dotte  digres- 
sioni improvvise  sull'arte  e  scienza  che 
professavano,  in  pubblico,  con  tale  fran- 
chezza e  possesso  di  cognizioni  ,  da  sba- 
lordire i  più  dotti).  La  sua  salute  era  ro- 
busta, e  grandissima  la  sua  facoltà  di  e* 
sercizio  fisico  e  intellettuale.  Poteva  stan- 
care quasi  tutti  i  suoi  famigliari  nelle  sue 
passeggiate  quotidiane.  Peròall'assunzio- 
ne  al  pontificato  non  volle  nominare  né  il 
medico,  né  il  chirurgo  per  la  sua  persona, 


ordinnndo  che  gli  slipeiuli  tli  quegli  uflì- 
zi,  eque-lli  pure  d'altri  clie  lasciò  vacan- 
ti (cioè  il  ci'edei)7Ìere),  fossero  inveitili 
per  formare  un  fondo  (perpetuo,  perciò 
sen^a  peso  all'erario  e  al  piilazzo  aposto- 
lico) di  giubilozione  a  favore  de'fainiglia- 
ri  personali  di  tutti  i  Papi  (giacché  a  que- 
sta giusta  beneficenza  niuno  de'  prede- 
cessori avea  mai  pensato,  onde  a  lui  toc- 
cò a  sovvenire  i  famigliari  di  Leone  XII 
e  di  Pio  Vili).  Que^ta  forza  di  struttura 
e  questa  vigoria  d'organi  ahililavono  il 
Papa  per  lutto  il  suo  regno  ad  attende- 
re a'negozi  temporali  ed  ecclesiastici  (an- 
corché di  ninna  imporlanz.i)  con  assidui- 
tà indefessa  e  invariabile  giocondità  (era 
sempre  veneziano).  Le  più  severe  abitu- 
dini della  sua  vita  claustrale  di  s.  ]N]iche- 
le  di  Murano  e  di  s.  Gregoiio  tli  Roma, 
l'avevano  assuefatto  alla  regola  ed  anche 
alla  monotonia  della  papide,  alle  ore  mat- 
tutine (dormiva  circa  5  ore,  ed  io  meno 
di  lui,  e  per  necessità  degli  studi  conti- 
nuo il  sistema),  alla  privazione  de'pìace- 
ri  sociali,  a'pasli  silenziosi  (frugali  e  par- 
chissimi, ripeloyr'j/g«// e  parchissimi  : 
questa  è  Storia),  alle  molte  oie  «li  soli- 
tudine ed  all'impiego  incessante  di  que- 
ste. Cominciava  la  sua  mattina  talmente 
per  tentpo  che  dispensava  il  cappellano 
(cioè  i  cappellani  segreti ,  ed  uno  de' 
chierici  segreti,  a'quali  incombe  assiste- 
re alla  messa  privata  del  Papa)  dall'assi- 
Mere  alla  sua  propria  messa,  dicendo  ch'e- 
ra cosa 'indisci  età  l'esigere  che  altri  si  a- 
dattassero  alle  sue  ore  intempestive.  La 
serviva  soltanto  il  suo  domestico  (io /»ye^, 
come  già  dissi  e  ripeto,  ogni  giorno  e  we 
ne  glorio,  costantemente  per  ventun  an- 
ni, il  che  ancora  mi  pioduceva  invidia. 
Con  altra  testimonianza  autografa  del 
cardinal  Wiseman,  che  mi  riguarda,  ne 
ingemmai  la  pag.  i8  del  voi.  LXllI).  Da 
cardinale  faceva  da  se  quello  che  altri 
fanno  eseguire  dal  servo  (anche  da  Pa- 
pa, facendosi  riguardo  d'intei  rompere  i 
miei  studi).  Mentre  piovvedeva  magnifì- 
cuuieule  allo  splendore  del  culto  divino, 


V  E  iV  5^t 

e  liprislinava  nella  Sagrestia pontijicia 
gli  ornamenti  saccheggiali,  egli  non  vo- 
leva portare  nulla  di  dispendioso,  come 
Scarpe  magnificamente  ricamate  (e  ben- 
ché donate).  Pareva  che  l'intelletto  suo 
vigoroso  non  si  arrestasse  davanti  a  nes- 
suna applicazione  o  faccenda  d'ogni  na- 
tura. Non  era  cosa  rara  in  Gregorio  XVf 
slare  in  forse  prima  di  dare  il  suoconseu- 
«o  alle  elaborate  risoluzioni  e  giudizi  del- 
le i.  congregazioni  cardinalìzie,  e  \\  Ao' 
nmndare  fossero  recati  a  lui  stesso  gli  at- 
ti ilella  causa, eda  ultimo  il  veniread  una 
sentenza  diversa  da  quella  della  congre- 
gazione, atterrandola  con  ragioni  cano- 
niche trascurate  o  non  ben  ponderale 
dalle  molte  e  dotte  persone  e  cardina- 
li che  gli  aveano  discussi  precedentemen- 
te (e  coir  aiuto  delle  norme  speciali  e 
particolari  di  ciascuna  congregazione j 
tome  fece  Pio  Vili  per  l' emancipazio- 
ne degli  ArtriCni,  annullando  la  risolu- 
zione decretala  dalla  s.  congrt  giizione  di 
propaganda  fide,  e  ordinando  invece  che 
si  eseguisse  il  volo  opposto  del  suo  prefet- 
to il  cardinal  Cappellari).  E  questa  per- 
cezione istintiva  occorreva  pure  in  casi 
concernenti  |)aesi  rimoti  ;  nuove  informa- 
zioni giustificando  appieno  re8altez/.a  del 
pontificio  giudizio.  Scriveva  ila  per  se  le 
lettere  negli  esercizi  più  delicati  dell'  au- 
torità pontificia,  con  mirabili  successi.  Gli 
editti  pubblicati  in  tempi  lui  bolenli,  pie- 
ni di  commoventi  esortazioni  e  di  senti- 
menti generosi,  sì  stimavano  produzioni 
di  sua  penna  (certamente  l'orditura  e  il 
locco  su  lutto,  precipuamente  nelle  me- 
ravigliose encicliche  ed  allocuzioni^  mol- 
te delle  quali  interamente  composte  da 
lui  — per  la  sur»  dottrina,  felice  sperienza, 
ed  eminente  tallo  diplomatico  ecclesia- 
stico, in  che  fbbe  pochi  pari).  Prin)a  in 
casi  di  vita  e  morte,  nel  riferirsi  al  Papa 
la  sentenza,  il  suo  silenzio  equivaleva  a 
ratifica.  Ma  Giegorio  XVI  non  volle  se- 
guire tale  sistema  ;  ordinò  che  tulli  i  ri- 
slrelli  de'processi  per  sentenze  capitali  si 
recassero  a  lui,  esc  uou  faceva  osserva- 


r,i7.  VEX 

zioiii  si  soltinlendeva  che  «[ijìiovavn  Hi 
le^^geva  ed  esaminava  sciupolosaiuenle, 
poi  mi  oidiiiavi  ili  limelteili  al  suo  par- 
ticolare uditore  in  questo,  peiilissimogiu- 
iccotisuito  eliminale,  per  discutere  con 
esso  sopia  alcun  piunto)  li  piìi  delie  vol- 
te incliinava  a  misericordia  (mi  diceva,  fo 
<li  tulio  per  liherarli,  bado  minutamen- 
te peisino  alle  forme  giudiziarie  se  fidia- 
te; mi  attacco  a  tulli  i  rampini,  e  profit- 
to se  alcun  punto  non  apparisce  piena- 
mente chiaro  e  provato,  benché  in  fon- 
ilo conosca  la  reità.  Niimo  deve  moriie 
sotto  di  me,  se  non  sono  convinto  del  giu- 
dizio emanalo  dal  tribunale.  E  pure  sog- 
giungevamii  Oh  Dio,  meglio  è  morire  cri- 
sliaiiamcnle  sul  palco,  che  per  tutta  la 
vita  restar  prigione;  la  disperazione  esse- 
re un  continuo  tormento,  quindi  per  piìi 
ragioni  esser  dilhcile  la  salvezza  dell'ani- 
ma !  );  e  le  esecuzioni  erano  rare,  e  sol- 
tanto per  delitti  atroci.  »  Non  so  che  sia- 
vi slata  una  sola  esecuzione  politica  du- 
rante il  suo  pontificato  (dirò  io:  setiten- 
ze  vi  furono,  ma  ninna  ne  fece  eseguire; 
così  del  Gallelli,  che  nella  sua  probità  lo 
dichiarò  in  faccia  all'esaltato  circolo  po- 
polare di  Roma!  Per  cui  fu  applaudito. 
Questi  /lunque  è  quel  Papa,  che  da'  tri- 
sti fu  dello  Tiranno!!  )".  Neil' adempi- 
mento de'suoi  doveri  egli  non  avea  ri- 
spetto alla  persona,  e  nulla  curavasi  del- 
l'orgoglio di  coloro  che  doveva  affrontare 
(egli  voleva  giustizia  per  tulli:  quindi  de- 
posizioni di  magistrali,  di  prelati  e  di  mi- 
nistri eminenli,  scioglimentodi  tribunali 
di  appello;  dire  a' polenti  Re,  non  posso 
concederlo  in  coscienza,  e  la  coscienza 
d  un  Papa  non  teme  i  cannoni).  Qui  l'au- 
tore colia  sua  robusta  Aicbndia  narra  le 
vittorie  ripoi  tate  nelle  vertenze  gravi  per 
gli  affari  ecclesiastici  con  Prussia  e  con 
Jltissia.  L'abboccamento  con  Nicolò  I. 
Con  pena  non  posso  darne  un  cenno,  per 
non  allungarmi,  avendone  ragionato  al- 
quanto nell'indicato  articolo  ed  altrove, 
come  nel  voi.  LXXXIi,  p.  48.  Il  cardi- 
nal Wiseiuaii,  circa  il  colhotjuio  conNico- 


V  !•  N 
lo  I,  pone  in  bocca  del  Papa  queste  paro- 
le: Gli  dissi  quanto  mi  venne  ileltnfocldl- 
lo  Spirilo  Santo.  Le  parole  del  Papa  fu- 
rono parole  di  dottrina  e  di  verità;  sane 
in  principio  e  vere  in  fitto:  convinsero  e 
persuasero.  Certo  che  falli  ,  corroborali 
dalle  loro  prove,  si  erano  apparecchiati 
accuratamente,  e  non  si  potevano  con- 
traddire. La  forte  emozione  cui  Gregorio 
XVI  agevolmente  rivelava  in  altre  occa- 
sioni, non  potè  in  questa  venir  raffrenata. 
Ogni  spettatore  che  lo  ha  veduto  spesso 
in  orazione,  gli  ha  pur  veduto  grondar  le 
lagrime  S(d  volto  infiammato;  spesso  co- 
loro che  lo  trattenevano  con  un  l'acconto 
di  sciagura,©  gli  slavano  vicino  allorché 
veniva  comunicata  la  notizia  d'  un  qual- 
che delitto,  hanno  veduto  fremere  le  sue 
fattezze,  e  l'occhio  suo  appannarsi  al  dop- 
pio dolore  dell'Apostolo,  la  lagrima  del 
debole  in  faccia  al  debole,  e  la  stilla  bol- 
lente dell' indegnazione  in  faccia  al  pes- 
calo. Questa  sensibilità  non  polè  ve- 
nir scemala  nemmeno  dalla  freddezza 
d'un  discorso  interpretalo.  Ira  Gregorio 
XVI  e  Nicolò  I,  dal  cardinal  Aclon  per 
ambedue,  ma  dovè  accompagnare  quel 
fiume  di  eloquenti  parole  cui  Gregorio 
XVI  dava  corso  ogniqualvolta  fosse  ani- 
mato. Da  quell'abboccamento  in  poi  i 
cattolici  di  Russia  (compresa  la  Polonia) 
ponilo  segnare  un  trallamento  più  mite, 
e  forse  un  più  giusto  governo.  Si  polreb- 
bono  produrre  altri  esempi  della  fermez- 
78  di  Gregorio  XVI  nel  IraltareatfMiche 
richiedevano  questa  virlù,  quanto  la  pru- 
denza. Quell'ab.  LaMennais,  che  altri  for- 
se voleva  crear  cardinale,  Gregorio  XV[ 
condannò,  e  lacerò  la  maschera  sul  volto 
di  lui,  che  in  breve  dimostrò  nel  veroa- 
speltoa  migliaiadi  persone  attonite  e  pian- 
genti di  sua  scuola.  Trattò  similmente 
quella  degli  JS'rmci/tìtM?  j  l'errore  latente 
fu  schiacciato  in  sul  nascere  (quando 
Gioberti  pubblicò  il  Primato  dell'Ita- 
liani,e  tulli  n'  erano  entusiasmati,  dice- 
va il  Papa  :  oh  tu  non  mi  seduci  ;  sotto  vi 
è  veleno  nascosto!  L'evento  "iuslificò  le 


YEN 
savie  e  accorte  apprensioni).  La  cortesia 
e  la  circospezione  segnavano  le  azioni 
liitle  (Jet  Papa.  La  sua  carila  era  piena- 
luenle  coiiformealle  tradizioni  e  agl'istin- 
ti della  sua  Sede.  L'  autore  rispettabile 
qui  nana  le  beneficenze  coli' 0,yyj/s70<7^o- 
s  lo  fico  di  s.  Michele,  e  coW  Ospizio  di  s. 
Maria  degli  Angeli.  Il  regno  prolungato 
dal  i83j  al  1846  offrì  bastanti  occasioni 
d'esercitare  quella  carità  che  la  tuanlt  de- 
stra non  può  celare  alla  sinistra,  come  pel 
Terre/nolo  e  altri  infortunii.  Le  sue  ca- 
rità più  private  si  sa  ch'erano  eccessive. 
Gregorio  XVI  dimostrò  sempre  più  as- 
sai che  cortesia  a  coloi'o  che  rappresen- 
tavano r  Jnglùlterra  in  Roma,  nel  qual 
regno  accrebbe  i  vicariati  apostolici  onde 
preparare  il  ristabilimento  delia  gerar- 
chia ecclesiastica,  di  cui  è  meritamente 
0  capo  il  cardinal  Wiseman  quale  arcive- 
scovo di  /'7^'c^/w/Vi5/e/-.Molto  deve  al  Pa- 
pa il  Collegio  Iilandese,  e  si  mosti  ò  a- 
niorevolissimo  del  Collegio  Inglese  visi- 
tato due  volte,e  nella  i  .^ricevuto  dal  car- 
dinale che  allora  n'era  benemerito  retto- 
re. Questi  leimiua  le  sue  Rimembranze, 
con  raccontare  aver  egli  conosciuto  il  car- 
dinal  Cappellari  prefetto  di  propaganda, 
quando  ninno  si  figurava  che  doveva  es- 
ser Papa.  Lo  vedeva  spesso,  e  sempre  oc- 
cupato, semplicissimo  nelle  sue  abitudi- 
ni e  cortese  nel  trattare.  La  chiarezza 
delle  sue  idee,  e  la  prontezza  della  sua 
percezione,  facevano  agevole  e  piacevole 
ad  un  tempo  il  trattar  negozi  con  luì. 
In  principio  avea  riferito,  che  in  talee- 
poca  entrato  per  la  2."  volta  in  conclave, 
sino  alla  vigilia  di  sua  esaltazione,  erasi 
interessato  a  rivedere  le  bozze  di  stam- 
pa d'  una  sua  operetta,  che  s'  imprime- 
va nella  tipografia  di  propaganda;  ed  ap- 
pe  na  il  vide  da  Pupa  gli  disse:  Adesso 
bisogne» à  (he  le  rivediate  da  voi,  poiché 
ho  paura  quind'innanzi  di  non  aver  più 
tempo  da  correggerle.  L'  udienza  da  l'a- 
pa  era  ottenuta  iacilmente  ne'  giorni  or- 
dinari, anzi  in  ogni  tempo.  L'accoglien- 
za era  sempre  cordiale  e  pateiDa  al  soui- 
voL.  xcr. 


V  E  N  553 

mo.  Cbnduceva  il  Rcv.  Wiseman  ne'inez- 
zaiiini  di  sue  stanze  ove  teneva  la  sua  li- 
breria poliglotta, e  vi  avea  raccolto  og- 
getti d'arte  e  dipinti,  intrattenendolo  a 
fianco  in  familiare  colloquio.  Ed  oh  quan- 
te »  parole  allora  proferite  dal  Papa  sor- 
gono in  mente  ne' tempi  d'agitazione, 
come  tante  stelle  non  solo  brillanti  in  se, 
nia  più  brillanti  ancora  per  l'oscurità  del- 
lo specchio  che  le  riflette.  Furono  parole 
di  comando  e  di  magia  sopra  eventi  po- 
steriori,proutesse  e  presagi  the  non  venne- 
ro meno,  affermazioni  e  appoggi  che  non 
riuscirono  mai  vani".  Finisce  con  ricor- 
dare teneramente  i  favori  e  atti  graziosi 
ricevuti  per  condiscendente  cortesia  di 
questo  Pontefice  più  padre  che  sovrano, 
r  incoraggiamento  illimitato  e  affettuoso 
dato  a' suoi  studi  letterari  ed  ecclesiasti- 
ci, dall'amabilità  e  semplicità  di  caratte- 
re,che  dalla  cella  di  s.  Michele  di  Murano 
portò  sul  maggiore  de''troni.  Non  avendo 
egli  mai  dimenticatola  cella  di  s.  Michele, 
quanto  qui  con  di  voto  e  filiale  affetto  ho 
riunito  a  sua  gloria,  serva  ad  essa  di  pe- 
renne ricordo  di  lui  che  tanto  la  illustrò. 
—  La  posizione  pittoresca  da  cui  si  mo- 
stra r  isola  di  s.  Michele,  e  il  corredo 
delle  altre  magne  isole  e  fabbriche  che 
la  fiancheggiano,  offrono  al  guardo  dello 
spettatore  posato  sulla  queta  via  che  cin- 
ge Venezia  da  quel  lato,  una  scena  incan- 
tevole, e  che  la  moda  chiamerebbe  ro- 
mantica, atta  a  destare  nel  cuore  i  sen- 
lin>enti  più  teneri,  e  principalmente  ir» 
queir  ora  che  il  sole  verge  all'  occaso,  e 
in  cui  il  dolore  de'trapassati  congiunti  si 
desta  allo  squillare  del  pio  bronzo  che 
prega  pace  alle  stanche  ossa.  Le  isole 
considerevoli  di  Murano,  Mazzorbo,  Cu- 
rano e  Torcello  seguono  quasi  in  retta 
linea  fino  alla  terraferma:  alla  1  .'mi  reco, 
poi  alle  altre,  dopo  alqviante  parole  sopra 
quella  di  s.  Jacopo  di  Palude. 

19.  Murano,  Amoriaminif  Amitria^ 
na,  Murianum.  Isola  e  città  principale 
di  quante  fanno  corona  a   Venezia,  for- 
mante uà  comunedeldistrettoedellapre- 
36 


554  V  E  N 

viiiciatli  Vpnc7Ìa,iu)i!amcnte  a  «.Erasmo 
e  le  Vigiiole,  tli  cui  ii(  1  n.  1 2.  La  rendono 
Ifilc  la  legolore  sua  ampiezza,  li  nomerò 
de' suoi  abitanti,  l'importanza  delle  sue 
ollicine,  i  snoi  monumenti. e  le  storiche 
sue  memorie.  Posta  al  setfentiione  di  Ve- 
nezia, non  è  più  lontana  da  essa  die  un 
mezzo  miglio,  il  suo  circuito  è  di  circa  due, 
secondo  il  eh.  Luigi  Carrer  ivella  bella  de- 
scrizione che  ne  fa  nt  Siti  pittoreschi,  con 
graziosa  veduta  incisa  da  Marco Comira- 
to,  colla  bella  facciata  della  chiesa  dì  s. 
Gio.  Battista  ora  distrutta.  Invece  il  Di- 
zionario veneto  le  dà  un  circuito  di  circa 
3  miglia;  a  cui  più  si  approssima,  essendo 
di  oltre  2  1/2.  Un  gran  canale  rinomato 
per  la  pesca  dell'ostriche  e  di  vari  pesci  la 
divide  per  mezzo,  ed  è  attraversalo  da  un 
ponte  di  legno;  mentre  altri  4  canali  mi- 
nori la  suddividono  in  sei  isoletle  unite 
fra  di  loro  da  9  ponti  di  pietra  e  di  legno. 
Contò  ne'tempi  della  maggior  sua  flori- 
dezza, cioè  nel  secolo  XVI,  fino  a  3o,ooo 
abitanti,  ora  ne  conta  meno  della  6.' 
parte,  compreso  s.  Erasmo  e  le  Vignole. 
Nel  1828  il  Moschiiii  disse  l'isola  abita- 
ta da  5ooo  anime  o  circa,  e  celebi  e  pe* 
suoi  lavori  di  cristalli,  specchi,  vetri,  con- 
leiie.  Vuole  il  Corner  che  eguali  alle 
altre  isole  fossero  i  principii  di  Murano 
e  sua  città,  così  nominata  dagli  allinati 
e  dagli  opilergini  in  essa  rifugiatisi  prima 
per  r  irruzione  d'Attila  re  degli  unni  nel 
45 1,  e  poi  pel  furore  de*  longobardi  gui- 
dati da  Rotari  loro  re  nel  635,  riceven- 
do il  nome  da  una  porta  d'Aitino,  cele- 
bre città  dell'antica  provincia  della  Ve- 
nezia terrestre,  situata  tra  Padova  e  Con- 
cordia, le  cui  rovine  si  scorgono  sul  fiu- 
me Sile.  Non  noanca  chi  la  -vuole  più 
antica  di  Rialto,  e  i.°  ricovero  degli  alli- 
nati da  dette  incursioni  barbariche;  ov- 
■vero  contemporanea  alla  fondazione  di 
Venezia,  anzi  si  dice  che  formasse  antica- 
mente una  delle  sei  così  dette  contrade 
della  città.  Certo  è  che  nella  i."  emigra- 
zione degli  allinati  nelle  contigue  lagune 
in  sei  principali  isole  fermarono  la  loro 


V  r:  N 

abitazione,  chiamandole  co'  nomi  delle 
polle  di  loro  patria,  cioè  Torcello,  flJa- 
zorl'O,  Barano,  Murano,  Ainmiano  e 
Coytanziaro.  Quest'ultime  due  non  più 
esistono.  Si  osserva  che  il  dialetto  uìura- 
nese  diversifica  da  quello  usato  dagli  a- 
bilalori  delle  altre  isole,  prolungando  le 
vocali. Sembra  chedaprincipioMuranosi 
governasse  da'lribuni,  specie  di  magistra- 
ti comuni  pressoché  a  lutt'i  piccoli  slati 
della  Laguna,  o  ad  essa  circonvicini,  non 
che da'gastaldi  ducali,  egualmente  propri 
di  altre  isole.  Nel  secolo  X  ebbe  i  giudici 
propri; due  secoli  dopo,  Vitale  Michielill 
doge  del  I  1 56  l'incorporò  nel  sestiere  di  s. 
Croce,  e  nel  secolo  successivo  o  nel  1 275 
per  la  r.'  volta  fu  inviale  a  reggerla  un 
patrizio  con  titolo  di  podestà,  e  fu  Nicola 
Coritaiini.  Fino  al  termine  della  repub- 
blica alcuni  muranesi  godevano  il  privi- 
legio della  veneta  cittadinanza,  conservò 
il  proprio  consiglio,  e  il  singolare  diritto 
di  battere  nella   veneta  zecca  in   oro  e 
in  argento  quella  guisa  di  monete  in  uso 
tra' veneziani  chiamate o.«;/e,^coirepigia- 
fe  :  Munus  Conimrinitali.'ì  Mariani.  lu 
esse  oltre  gli  stemmi  del  doge,  del  pode- 
stà e  del  camerlengo  da  un  Iato,  dall'ai- 
Irò  vi  avea  quelli  de'quallro  deputali  sa- 
nitari, e  quello  della  città,  rappresentan- 
te un  gcdlo  fra  una  volpe  ed  un  serpen- 
te. Determinalo  però  era  il  numero  di 
lali  oselle,  e  si  dispensavano  al  consiglio 
de' 25  ed   alle  primarie  cariche.  Per  la 
salubrità  della  sua  aria  quivi  da  ultimo 
risiedeva  il  vescovo  di  T'o/re/Zo,  alla  cui 
diocesi  apparteneva, ed  era  luogo  di  deli- 
zia della  veneta  nobiltà.  Il  cav.  Mulinelli 
dice  che  faceva  battere  ogni  anno  loi 
moneta  d'  argento.  Altro  privilegio  era 
l'f  lezione  del  cancelliere.  Prima  che  l'a- 
more de'patrizi  veneti  si  volgesse  alla  ter- 
ra ferma,edificando  lungo  laBren  tao  nelle 
pianure  del  Tri  vigiano  con  tanta  frequen- 
za le  loro  magnifiche  villeggiature,  fu  Mu- 
rano la  sede  e  il  riposo  campestre  pei' 
molli  cospicui  magistrali,  e  uomini  d  al- 
to aflare  e-Ielterati.  Pouno  lullavia  ve- 


VEN 
tlersi  avanzi  tli  quei  palazzi  ne'quali  si  ri- 
tlucevano  i  Punii,  i  Navageio,  i  Soranzo 
ed  altrettali  iie'iiiesi  destinati  al  divaga- 
menlo  dello  spirito  dalle  cittadine  fac- 
cende. Altri  nella  quiete  vi  si  recavano  a 
studiare  ;  e  siccome  suole  aversi  la  cani- 
|)ogna  a  conciliatrice  degli  sludi, l'isola  che 
teneva  pe' veneziani  luogo  di  quella,  eb- 
be adunanze  di  lellerali,  a  cui  non  man- 
cava che  il  nome  per  essere  in  tutto  con- 
formi a  ciò  che  indi  fu  delta  accademia. 
Di  tali  adunanze  la  più  celebre  fu  quella 
degli  Studiosi\noineche  non  aveano  im- 
posto a  se  stessi  i  dotti  che  la  componeva- 
no, ma  la  pubblica  voce.  Trifone  Gabriel- 
lo, il  Socrate  veneziano  per  la  santità  dei 
costumi,  e  uno  degli  oracoli  della  lettera- 
tura italiana  per  la  molteplice  erudizione, 
n'era  fra' principali  ornamenti  neli5oo. 
Vamero  poi  con  noud  appositamente 
assunti  i  Vigilanti,  gli  Angustiali,  gli 
Occulti,  gli  Interessati  ec.  ;  poiché  ces- 
sanilo  il  bisogno  andò  pivi  sempre  disten- 
dendosi il  lusso  de'  letterari  convegni 
per  tutta  Italia,  come  si  esprime  il  loda- 
to Carrer.  Diminuita  cogli  autii  la  fre- 
quenza degli  abitatori,  sviato  l'aiìjor  de' 
patrizi  tlalle  delizie  dell'isola,  disparvero 
le  accademie,  con  l'amore  agli  studi,  di 
cui  qualche  illustre  seguace  vanta  Mura- 
no anche  a'  d'i  nostri,  e  si  può  rannoda- 
re la  derivazione  non  interrotta  con  (juelli 
del  miglior  tempo  ricordalo.  Più  ancora 
dalle  lettere  trasse  quest'isola  riuouianza 
dalla  pittura,  il  che  già  ricordai.  Andrea  e 
Quirico,  che  ne'primordii  del  secolo  XV 
trassero  l'arte  dall'antica  durezza,  e  a  cui 
tennero  dietro  i  rinomatissimi  Vivarini, 
usciti  dalla  scuola  di  A ndrea,ponno  aversi 
come  avi  di  Tiziano.  E"  concesso  all'am- 
mirazione, arrestandosi  a'quadri  di  que- 
st'ultimo, e  di  (pjelli  che  con  lui  gareggia- 
rono, dimeulicare  l'opere  de'rozzi  mae- 
stri; ma  sarebbe  ingiustizia  il  far  lacere 
la  graliludiae.  Né  si  vuol  credere  che, 
dati  i  primi  vagiti,  si  spegnesse  indi  per 
scìtipre  in  Giurano  l'amore  dell'arte  :  sco- 
lare Qoti  indegno  di  Tiziano  è  un  Nata- 


V  E  N  555 

lino;  del  Tintoretto,  Leonardo  Corona  ; 
coltre  al  parlare  di  Giovanni  Segala  per 
via  generale,  lodano  in  lui  gli  scrittori 
intelligenti  specialmente  le  forti  ombre. 
Ma  ciò  che  precipuamente  contribuì  al- 
la fama  ed  alla  floridezza  di  Murano  fu- 
rono le  ofìiciae  vetrarie,  come  dissi  nel 
§  XVn,n.  I,  celebrando  le  conterie,  an- 
co presenti,  e  la  bellissima  avventurina 
artidciale.  Non  è  qui  luogo  a  cercare 
quanto  gli  antichi  conoscessero  1' arte  di 
fare  i  /'^efr/(7'^.),  e  quanta  credenza  sia  da 
prestare  al  racconto  di  Plinio,  che  la  fa- 
rebbe derivare  dal  caso,  favorevole  a' 
navigatori  fenicii  alle  foci  del  Belo;  ciò 
che  qui  importa  si  è,  che  certamente  fu 
da'veneziani  trasferita  dall'Oriente  nel- 
le proprie  contrade,  e  che  in  quest'isola 
ricevette  quell'avanzamento  e  quel  lu- 
stro a  cui  si  vide  condotta.  Se  molte  delle 
finezze  alle  quali  fu  quivi  portata  sono  ora 
a  desiderarsi,  non  manca  chi  studiasi  con 
ogni  ingegno  di  farla  prosperare, e  ricon- 
durre possibilmente  sulle  tracce  del' 
l'antico  splendore.  In  un  codice  del  secolo 
XI  si  parla  del  modo  di  ridurre  il  vetro 
a  bianchezza  cristallina,  e  del  dorare  e 
variamente  colorire  bicchieri;  citasi  inol- 
tre, come  stante  nella  chiesa  di  Treviso, 
un  Crocefisso  dipinto  sul  vetro,  colla  da- 
ta del  1 1  77.  Da  ciò  è  tolta  all'altre  nazio- 
ni la  possibiltàdi  contendere  co' venezia- 
ni intorno  la  priorità  della  scoperta.  Non 
si  rimase  ad  un  sol  ramo  l'industria  vene- 
ta, o  muranesese  vuoisi  meglio.  Cristofo- 
ro Briani,a  vendo  udito  daMarco  Polo  che 
sulle  cosle  della  Guinea  facevasi  incetta 
d'agate,  di  calcedonie  e  simili  pietre, 
imprese  a  tentarne  l'imitazione,  e  giova- 
to, fra  gli  altri,  da  Domenico  Miotti,  ci 
riuscii  per  UTododa  poter  spedirne  a  Bas- 
sora  un  assai  grosso  carico,  e  arricchire. 
Il  Miotti  poi  ridusse  l' imitazione  delle 
gemme  ad  arte  distinta  dalla  composizio- 
ne del  vetro. Di  qui  nacque  l'arte  iì^'mar'' 
garilem,  nella  quale  Andrea  Vidaore,  i ." 
a  maneggiar  la  margarita  alla  fiamma 
volante  della  lucerna,  e  ridurla  più  tersa  e 


506  V  E  N 

screziala,  non  che  intloraila,  levò  mollo 
ibrido,  ed  ollenne  nel  i  5-28  ima  matricola 
pailicolare.  La  fabbricazione  degli  spec- 
rhi  d'ogni  dimensione,  fu  un'altra  guisa  di 
lavori,  che  contribuì  a  mantenere  a  Mu- 
rano la  supremazia  del  commercio,  quan- 
do anche  1'  altre  nazioni  cominciarono 
ad  erudirsi  nell'arte  stessa.  Per  essi  furo- 
no dimenticale  le  lamine  d'acciaio,  fino 
allora  tenute  in  gran  pregio,  e  il  lusso 
di  tutta  Europa  durò  per  oltre  a  due 
secoli  ad  esser  tributario  dell'  isola  di 
Murano.  Non  è  dopo  ciò  a  meravigliare 
de'  privilegi  accordali  a'  suoi  fabbricato- 
ri, fra'quali  il  potersi  le  figlie  de'capi  del- 
l'arti vetrarie  maritare  con  un  patrizio, 
e  quello  di  due  fiere  annue  che  vi  si  te- 
nevano, della  religione  con  cui  tramau- 
davasi  di  padre  in  figlio  l'esercizio  del- 
l'arte, e  per  ultimo  della  fama  che  cor- 
reva per  ogni  dove  di  questa  breve  ma 
ingegnosa  contrada.  E  neppure  deve  re- 
car meraviglia  l'affetto  con  cui  riguarda- 
rono sempre  quest'isola  i  suoi  abitatori, 
in  un  modo  speciale.  Non  pochi  patrizi 
di  chiaro  nome  vollero  aver  quivi  la 
stanza  perpetua  del  sepolcro;  tanto  era 
stata  dolce  quella  temporaria  d'alcuni 
mesi  in  ciascun  anno.  Basti  il  ricordare 
BernardoGiustiniani  nel  secolo  XVI,  che 
espressamente  ordinò  che  le  sue  ossa  si 
sotterrassero  al  lato  del  proprio  palazzo  a 
pie  del  ponte  Longo;  e  nel  secolo  stesso  il 
letteralissimoAndreaJNavagerOjCondotto 
dal  carico  afTìdatogli  d'ambasciatore  in  I- 
spagna  e  in  Francia,  tornava  di  là  sovente 
coll'immaginazione  nell'isola,  a  spaziarvi 
pel  suo  giardino  botanico,  uno  de'più  an- 
tichi, se  non  forse  il  piìi  antico  d'Europa, 
come  crede  il  Carrer  (ma  conviene  ram- 
mentarsi ì  più  antichi  del  Palazzo  apo- 
stolico Vaticano^  massime  di  Nicolò  V, 
sebbene  Pisa  pretenda  il  vanto  d'essere 
stala  la  i.'ad  a  vereun  orto  botanicodaCo- 
simo  I  nel  i  543  o  nel  1 549  •  Montpellier 
se  ne  pregia  dal  1 593).  E  oJtre  a  ciò  vole- 
va esser  sepolto  nella  chiesa  di  s.  Martino 
delle  monache,  nella  contrada  di  sua  casa 


V  E  N 
a  Murano.  Oltre  i  già  lodati,Murano  vao' 
ta  i  seguenti  illustri.  Nelle  lettere  e  nelle 
scienze  Vincenzo  Miotti, Bartolomeo  Che- 
rubini, i  fratelli  fr.  Tommaso  Licini  e  Ga- 
spare, Domenico  Gi sberti,  Domenico  da 
Monte  Alto,Daniele  Marchioni,  Vincen- 
zo Licini  e  Silvestro  Zodlo  islorico  pa- 
trio. Nella  poesia,  Licinio,  Caterino  Maz- 
zolàj  Domenico  Marchioni,  Angelo  Dal- 
mistro.  Insigni  nell'arte  vetraria,  Marino 
e  Angelo  Berlinerio,  Jacopo  e  Alvise  Lu- 
na. Federico  architetto.  Giuliano  Zulia- 
ni  cantore  eccellente  ,  Cristoforo  Duro 
celebre  musico  e  meraviglioso  suonatore 
d'una  tromba  di  vetro.  Già  |)iii  volte  ce- 
lebrai i  muranesi  "Vivarini,  pe'quali  Mu- 
rano fu  la  culla  della  pittura  veneziana, 
la  cui  scuola  fu  da  loro  a  seggio  onora- 
to di  gloria  elevata.  Ma  e  del  testé  loda- 
to Navagero,  e  di  molti  illustri  murane- 
si parlava  lautamente  il  cav.  Cicogna  ne' 
fascicoli  XXII  e  XXIII  delle  Inscrizioni 
Veneziane, \-tc?in(\o\  ritratti  del  Navage- 
ro e  del  Gisberli  intagliati  in  rame,  e  ul- 
timamente ne  disse  nel  libretto  Illustri 
iWif/'««e,9/,pubblicato  per  le  nozzeBertoli- 
ni-Bigaglia.llMoschini  lodali  palazzoTie- 
visan  per  le  belle  forme  architettoniche,  e 
per  contenere  qualche  avanzo  de'  dipinti 
di  Paolo, dello  Zelotti,  e  de'Iavori  in  pla- 
stica del  Viltoria,ora  però  distrutti.  Dice  il 
Dizionario  veneto  conservarsi  ancora  pa- 
recchie fornaci,  che  danno  pregiati  lavo- 
ri di  vetro,  cristalli,  specchi  e  conterie. 
Meritare  particolare  menzione  le  f<d>bri- 
che  di  specchi  e  lavori  in  vetro  e  cristal- 
lo della  ditta  Lorenzo  Zecchini;  quella  de' 
cristalli  del  Marietti  di  Milano;  e  la  fab- 
brica di  conterie  di  Pietro  Bigaglia,  e  del- 
la ditta  Dalmistro,  Moravia  e  compagni. 
Nel  t.io  àeW Album  di  Roma  a  p.  25, 
si  legge  un  articolo  breve  ed  elegante  in- 
titolato: L'isola  di  Murano  a  Venezia, 
con  amena  vedutina.  »  Chi  si  reca  nella 
regina  dell'Adriatico,  nella  città,  che,co- 
me  incantevole  sirena^  arresta  con  mera- 
viglia lo  sguardo  e  il  pensiero  di  chiun- 
que sa  apprezzare  la  grandezza  del  bei- 


V  E  N 

10  e  conosce  le  vicende  e  le  glorie  del  pas- 
sato; chi  move  a  Venezia,  non  deve  ooi- 
ineltere  di  visitare  l'isola  di  Murano,  do- 
ve lo  straniero  quasi  stanco  di  continua- 
niente  vedere  templi  e  palagi  di  una 
ìtiestìiuabde  arcliiteìtura  ,  e  adorni  di 
meravigliosi  marmi,  statue  e  bassorilievi 
e  quadri  lavorati  da'più  grandi  artisti, 
volge  la  propria  attenzione  e  curiosità 
sull'industria,  clie  ne'passali  tempi  veni- 
va esercitata  solamente  Delia  città  de'do- 
gi.  Quivi  si  veggono  ancora  grandi  avan- 
zi delle  moli  issiate  oHìciue,  in  cui  si  la- 
voravano i  sì  decantati  specchi,  che  ave- 
vano rinomanza  in  tutta  l'Europa;  anco- 
ra si  veggono  le  oflicine  operose,  in  che 
si  lavorano  le  margherite  di  cristallo,  le 
quali  furono  una  volta  manifattura  ser- 
bata alla  sola  Venezia.  Questa  industria 
dì  subito  richiama  al  pensiero  i  tem- 
pi, in  cui  l'alalo  Leone  viaggiava  per  lut- 
ti i  mari  e  col  suo  ruggito  faceva  tremare 
molte  nazioni  ;  richiama  al  pensiero  il 
grande  commercio  della  veneta  repubbli- 
ca. E  con  dolce  soddisfazione  ancor  si  os- 
servano allegri  e  gentili  artigiani  occu- 
pati nel  lavorio  delle  perle  di  vetro,  que- 
sti a  tirare  il  (ilo  (lunghissimo  e  lo  vidi), 
questi  a  romperlo  a  minute  parli  (con 
rapida  facilità)  ,  quelli  ad  agitare  entro 
un  sacco  colla  sabbia  le  particelle  ,  per- 
chè siano  rotondale.  Egli  è  il  lavorio  il 
più  variato,  operoso  e  dilettevole;  e  mai 
sempre  in  que'giovani  troverete  quel  gen- 
tile che  si  alFrelta  a  farvi  vedere  quanto 
va  operando,  onde  della  fabbricazione  di 
q'iesle  perle  possiate  precisamente  cono- 
scere I  origine  e  il  compimento.  Onde  qui 
\i)  straniero  prova,  quantunque  sottodi- 
vciso  aspetto,  quella  soddisfazione,  che  si 

11  I  ammirando  i  grandiosi  monumenti, 
die  fumo  al  mondo  meravigliosa  la  re- 
i;iua  dell'Adriatico  (dappoiché  mirabi- 
li sullo  le  gradazioni  de'colori  ne' vetri, 
iiej^li  smalli  e  nelle  couterie,  la  venturi- 
iiLi  ,  i  grandi  specchi  e  lampadari  ,  ani- 
mali, collane,  siuanìgli,  Qori  e  più  altri 
delicati  urnamcuti  elega nlissioiì,  olire    i 


YEN  5j7 

bel  vetri  a  filagrana  ed  i  vetri  merlati, 
avidamente  essendo  cercali  gli  antichi). — 
E  uscendo  dairoflicine  si  move  a  visita- 
re la  chiesa  di  s.  Pietro  Martire,  dove  si 
ammirano  dipinti  di  valenti  artisti,  tra' 
quali  un  Palma,  un  Paolo  Veronese,  un 
Bassano  e  un  Tintoretto,  Né  si  devono 
lasciare  inosservate  le  altre  due  chiese 
degli  Angioli  e  di  s.  Donato;  imperocché 
elleno  pure  olirono  lavori  pregevoli  e 
del  Tintoretto  e  del  Pordenone  e  del  Se- 
bastiani. E  come  può  essere  altrimenti, 
quando  Venezia  in  ogni  casa  ,  in  ogni 
piazza,  in  ogni  tempio  e  grande  e  piccolo 
presenta  un  monumento  di  arte,  addita 
la  dovizia  della  sua  repubblica,  fa  cono- 
scere la  munificenza  e  la  religione  de' 
suoi  cittadini.  Indi  si  rimonta  sull'ele- 
gante gondola,  e  invitando  il  buon  gon- 
doliere a  cantare  nella  placida  Laguna 
qualche  nazionale  canzone,  od  una  stan- 
za «Iella  Gerusalemme  .  si  ritorna  alla 
citlà  propriamente  detta,  onde  sulla  me- 
ravigliosa piazza  di  s.  Marco  esclamare: — • 
O  Venezia,  quanto  sei  grande,  quanto  io 
t'  amo  !  "  In  Murano  vi  sono  due  scuole 
pubbliche,  una  casa  di  ricovero,  di  cui 
poi  parlerò,  eretta  dalla  beneficenza  del- 
la famiglia  Driali,  perchè  ottenne  il  di- 
ritto di  trasportare  da  Murano  la  sua 
fabbrica  vetraria  nella  città  di  Venezia  ; 
parecchi  belli  edifizi,  e  ben  coltivati  e  a- 
meni  giardini. —  Altra  volta  conteneva 
l'isola  4  parrocchie,  molli  e  ricchi  mo- 
nasteri d'ambo  i  sessi,  il  priorato  di  s. 
Cipriano,  di  cui  èabbatecommendatario 
perpetuo  il  patriarca  di  Venezia,  già  eoa 
seminario  patriarcale  in  cura  de'  soma- 
scili, discorso  nel  §  VI,n.i.Dirò  prima  col- 
lo Staio  personale  del  clero  della  citlà 
e  diocesi  di  P^enezìa,  a  cui  ora  appartie- 
ne Murano,  del  corrente! 858, quello  ec- 
clesiastico dell'isola;  e  poi  delle  chiese  e 
monasteri  soppressi.  Di  s.  Michele  di  Mu- 
rano parlai  nel  numero  precedente.  Fi- 
cariato  foraneo  di  Murano ,  composto 
di  due  parrocchie.  Procederò  ancora  e 
iu  breve  priucipalnieale  col  Corner,  iVb- 


558  V  E  N 

lizic  ilorichc  delle  chiese  e  monasteri  di 
Torcello,  e  col  Moscliini,  Guida  per  Ve- 
nezia, non  possedcui'.o  la  sua  Guida  per 
i'  isola  di  Mura/io  accresciuta  di  anno- 
tazioni, e  di  un  Discorso  intorno  all'iso- 
la di  s.  Giorgio  Maggiore,  ristampata  ìu 
"Venezia  nel  1808  dal  Palese.  Chiesa  dis. 
fllaria  Assunta  e  di  s.  Donalo  vescovo  e 
tonfessore,  parrocchia  e  vicariato  patriar- 
cale, padronato  de' capì  di  famiglia,  con 
pievano  e  vicaiio  foraneo,  ed  altri  4  sa- 
cerdoti, K  una  pftrte  del  comune  di  Mu- 
rano, con  anime  1  148.  E"  ragionevole  il 
credere  che  il  vescovo  d'Aitino  Paolo  I, 
o  il  successore  Maurizioo  Mauro,  che  per 
l'irruzione  longobarda  del  635  slabili- 
vono  il  loro  vescovato  in  Torcello  (V.), 
e  ila.  per  divina  rivelazione  sotto  l'invo- 
cazione di  diversi  santi  eresse  molte  chie- 
se ne' luoghi  della  sua  diocesi,  oltre  la 
cattedrale  di  Torcello  designala  dal  pre- 
ilecessore,  non  avrà  voluto  lasciare  senza 
chiesa  e  senza  sacerdoti  un'  isola  di  sì 
ampio  circuito,  qual  è  Murano,  nella  qua- 
le eransi  ricovrati  tanti  altinati;  anzi  sic- 
come in  Torcello  avea  dedicata  la  sua 
cattediale  alla  Madre  di  Dio  sotto  il  ti- 
tolo della  di  lei  Assunzione,  così  avrà  vo- 
luto che  in  Minano,  la  maggiore  di  tul- 
le l'altre  isole  del  suo  vescovato,  si  erges- 
.se  alla  stessa  gran  Madre  di  Dio  una 
chiesa  parrocchiale  pel  popolo  sotto  l'in- 
vocazione dello  stesso  mistero.  Il  Corner 
che  tanto  riferisce,  rigetta  apertamente 
l'opinione  che  la  chiesa  matrice  di  Mu- 
rano si  attribuisca  ad  Ottone  I  il  Gran- 
de, che  regnò  dal  962  al  973,  come  im- 
peratore d'occidente,  il  quale  navigando 
per  1'  Adriatico,  sorpreso  da  pericolosa 
burrasca,  votò  l'erezione  d'una  chiesa 
alia  ss.  Vergine  nel  luogo  ch'ella  dise- 
gnasse; e  qualifica  pure  favoloso  il  rac- 
conto della  seguila  visione  ,  in  cui  la  B. 
Vergine  gl'ingiunse  fabbricarla  in  que- 
sl'isola  nel  sito  coperto  di  gigli  rossi,  on- 
de fabbricata  la  chiesa  non  corrispon- 
dentealla  maestà  imperiale,  tuttavia  v  in- 
vilo a  cousagiarla  Papa  Giovanni  XII 


YEN 
(se  fosse  vero,  1'  epoca  sarebbe  dal  feb- 
braio 962  all'ollobre  698  al  più,  se  vo- 
gliamo considerare  Ottone  1  quale  im- 
peratore), che  inìpedilo  dal  governo  del- 
la Chiesa  universale  vi  destinò  il  patriar- 
ca di  Grado,  che  l'eseguì  a'  1 5  agosto  957. 
Essendo  ignoto  l'anno  preciso  in  cui  il  ve- 
scovo Mauro  la  fondò,  così  non  si  cono- 
sce quanto  in  essa  seguisse  fino  al  999, 
nel  quale  Michele  Monetario  eletto  pie- 
vano della  basilica  di  s.  Maria  Plcha- 
nia  di  Murano  giuro  ubbidienza  a  Va- 
lerio vescovo  della  chiesa  Jldnate,  ob- 
bligandosi d'accompagnarlo  secondo  l'an- 
lica  consuetudine,  allorché  annualmente 
portavasi  a  Grado,  per  la  festa  di  s.  Er« 
magora  e  pel  concilio  piovinciale  che  pu- 
re oniiualmente  tenevasi.  Si  dichiarò  ab 
Iresì  tenuto  a  decorosan)ente  riceverlo  e 
trattarlo  di  pranzo  nella  domenica  in 
Jlìiis,  nella  quale  soleva  recarsi  a  cele- 
brale e  conferir  la  cresima  nella  matrice 
di  Murano,  ove  pure  interveniva  in  uno 
de' giorni  delle  Rogazioni.  Da  tuttociò 
rilevasi  di  quanta  considerazione  fosse  sin 
da'teuìpi  remoti  nella  diocesi  di  Torcello 
la  chiesa  matrice  di  Murano,  che  per  sin- 
goiar pierogativa  possedeva  il  fonte  bat- 
tesimale in  una  cappella  rimpetlo  alla 
chiesa,  cosa  inusitata  in  que'  secoli  fuori 
delle  cattedrali.  Però  quanto  all'erezione 
della  chiesa,  lo  Slato  personale  dice  cre- 
dersi fabbricala  nel  980  dall'imperalora 
Ollone  III  (allora  viveva  Olloiie  11  figlio 
del  sunnominato,  a  cui  successe  nel  993 
il  proprio  figlio  Ottone  III  creato  inipe» 
ratore  nel  996),  per  voto  fatto  in  una 
burrasca  da  lui  sofferta  al  tornarsene  dal- 
l'assedio di  Bari.  E  si  soggiunge,  pare  per 
altro  che  esistesse  sino  dal  secolo  VI,  e  si 
sa  che  Buono  Blancanico  patriarca  diGra-. 
do  la  consagrò  a'i5  agosto  937  per  de* 
legazione  del  Papa  Giovanni  Xll.  Fu- 
rono poi  pievani  Michele  Osliario,  in- 
di Marino  Stitadei,  al  quale  con  giura- 
mento promisero  nel  io63  il  vicario  e» 
parrocchiani  di  s.  Stefano  (le  altre  P'^'-wl 
rocchie  di  Murano,  come  dirò,    erano 


V  EN 
s.  Mailino  e  s.  Salvatore),  dì  osservare  e 
adempire  alla  chiesa  di  s.  Ilaria  quel- 
l'onore e  giustizia,  che  se  te  dovevano 
sin  da'  tempi  piic  antichi.  In  egual  mo- 
do stabiPi  Doineuico  palriaica  giadese  co- 
gli alili  vescovi  di  sua  provincia  uel  1 068, 
che  dovesse  la  chiesa  di  s.  Salvatore  re- 
centemente eretta  riconosceie  la  premi- 
nenza delia  basilica  matrice  di  tutta  l'i- 
sola. Un  tale  giuramento  di  non  alterar 
gli  ossequi  ed  onorificenze  dovute  alla 
matrice,  fu  nuovamente  nel  1089 confer- 
malo dal  vicario  e  popolo  di  s.  Stefano 
ad  Aurio  pievano  di  ».  Maria;  il  cui  suc- 
cessore Auriodono  Giorgio  Gambasirica 
costrinse  nel  (  120  il  priore  e  monaci  del 
monastero  di  s.  Cipriano,  fondato  in  Mu- 
rano da  12  anni,  a  quella  soggezione  a 
cui  verso  la  matrice  erano  tenute  tulle  le 
chiese  dell'isola.  Questo  buon  pievano, 
fabbricò  poi  o  njeglio  rinnovò  la  chiesa 
di  s.  Erasmo  posta  sul  Lido  a  comoda 
de'convicini  abitanti,  stabilendo  però  che 
fosse  perpetuamente  soggetta  alla  sua 
chiesa  matrice.  Versò  questo  tempo  il 
doge  DomenicoMichieli  avendo  colie  fòr- 
ze venete  espugnala  Tiro  e  altre  città  del- 
l'impero orientale,  occupò  anche  l'isola 
di  Cefdionia  e  ne  trasse  il  corpo  di  s.  Do- 
nato illustre  vescovo  d'Evroea  in  Epiro, 
di  cui  poscia  ueli  ii5  ripotriato  arricchì 
la  chiesa  di  s.  Maria  di  Murajìo  diocesi 
di  Torcello,  che  d'indi  in  poi  cominciò  a 
chiamarsi  con  raddoppiato  titolo:  Ciiic- 
sa  dis.  Maria  e  dis.  Donato  di  Murano, 
oltre  l'es^icre  collegiata.  Il  Corner  ripor- 
ta le  glorie  del  santo,  il  cui  venerabde 
corpo  anche  in  questa  chiesa  Dio  illti- 
silo  con  molti  miracoli,  celebrandone  il 
clero  la  2."  traslazione  nella  chiesa  di  s. 
Maria  di  Murano  a'7  agosto,  cioè  quan- 
do il  prezioso  deposito  dall'arca  di  mar- 
mo alla  destra  della  cappella  maggiore 
ov'era  stato  collocato,  la  pietà  del  vesco- 
vo di  Torcello  Maro'Autonio  Martineu- 
go  solenneinenle  a'7  agosto  16  36  lo  tra- 
bfeiì  sult'  altare  delia  cappella  u  destra 
del  maggior  altare,  nella  quale  veuerasti 


YEN  559 

una  prodigiosa  immagine  della  B,  Ver- 
gine. Il  vicario  e  chierici  di  s.  Stefano, 
diinonlichide'giuramenti  fatti, licusaodo 
alla  matrice  i  dovuti  ossequi,  neh  iSi  ti 
ridusse  al  dovere  il  patriarca  gradese 
Dandolo,  dichiarando  a  un  tempo  ad  es- 
sa seggette  r  altre  chiese  tutte  dell'isola, 
e  decretando  l'interdizione  a'disubbidieu- 
li.  Non  mancarono  di  quando  in  quando 
nuovi  tentativi  d'insubordinazione,  che 
riferisce  Corner,  nel  ragionare  de'pieva- 
ni  di  s.  Maria,  a'tjuali  però  fu  resa  sem- 
pre giustizia,  e  diversi  di  essi  furono  ele- 
vati all'episcopato.  iSel  i4oo  si  rinnovò 
la  scrittura  dell'annuo  censo  dovuto  al- 
la chiesa  matrice ,  dal  monastero  di  s. 
JMichele  di  Murano;  e  la' comunità  del- 
l'isola proclamò  suo  primario  prolettore 
s.  Donato.  Nel  medesimo  anoo  e  a'  2 3 
febbraio  questa  chiesa  fece  il  prezioso 
acquisto  del  venerabile  corpo  di  s.  Ge- 
rardo Sagredo  nobile  veneto,  vescovo  di 
Csanad  o  Chonad  e  martire,  la  di  cui 
esemplare  vita  desicwve  Corner.  Colloca- 
to allora  il  suo  sagro  corpo  sotto  la  meu- 
.sa  d'  un  altare,  nel  1701  fu  traslato  ia 
quello  della  B.  Vergine  del  Carmine,  in 
urna  marmorea  e  decente,  ma  inferiore 
al  merito  d'un  santo  tanto  glorioso,  che 
vanta  3  corone,  d'apostolo  degli  angari, 
di  martire  e  di  vergine.  Altre  ss.  Reli- 
quie di  cui  fu  impreziosita  questa  chiesa 
sono:  Porzione  della  ss.  Croce  lunga  e 
larga  un  dito,  donala  nel  i527  clji  Gio- 
vanni Trevisan  podestà  di  Murano.  Il 
dito  indice  della  destra  dis.  Lorenzo  Giu- 
stiniani prolopatriarca  di  Venezia,  dono 
del  vescovo  di  Torcello  Marco  Giustinia- 
ni, che  a  suo  onore  ivi  eresse  un  magni- 
fico altare  e  istittù  una  nobile  confrater- 
nita di  sacerdoti.  Questo  pastore  inoltre 
ottenne  dalla  s.  Sede  nel  1694  che  il  san- 
to fosse  dichiarato  prolettore  della  città 
e  diocesi  di  Torcello  con  festa  di  precet- 
to (fabbricò  in  Murano  un  sontuoso  epi- 
scopio per  la  residenza  vescovile,  poiché 
da  più  anni  i  suoi  predecessori  non  po- 
ttivuuo  più  dimuruic  iu  Turcello,  a  cu* 


56o  V  E  N 

gione  (lell'insalubrilà  dell'aria  e  ilei  gua- 
sto dell'abitazione  episcopale,  laonde  per 
lo  più  soggiornavano  fuori  della  diocesi 
in  casa  di  particolari  famiglie  di  Venezia. 
Di  più  restaurò  la  chiesa  matrice,  ed  in 
quest'isola  fondò  il  seminario  affidandolo 
agli  scolopi.  Il  seminario  era  già  stato 
istituitOje  pare  che  non  potesse  sussistere 
adonta  che  Marco  Zeno  vescovo  nel  i  626 
gli  avesse  unito  il  priorato  di  s.  Cataldo 
di  Burano,  perchè  privo  di  sunicienti 
rendite,  laonde  tale  benefìcio  fu  poi  as- 
segnato per  stipendio  di  4  «naeslri  per 
istruire  i  chierici  nella  lìngua  latina  e  nel 
cauto  Giegoriano,  due  in  Burano  e  due 
in  Murano.  Morì  Marco  Giustiniani  nel 
1  735  in  Murano,  e  fu  sepolto  nella  chie- 
sa matrice  dì  s.  Maria  e  di  s.  Donato, 
ov'trasi  preparata  la  tomba.  11  successo- 
re fr.  Vincenzo  M."  Diedo,  morì  simil- 
mente nella  sua  lesidenza  dì  Murano  nel 
1753  e  fu  deposto  nel  sepolcro  da  lui 
fabbricato  nella  chiesa  delle  correligiose 
carmelitane  scalze,  da  lui  introdotte  in 
Murano.  Egli  è  pel  narrato  che  questa 
chiesa  viene  chiamata  cattedrale).  Dei- 
sangue  di  s.  Stefano  protomartire,  e  del- 
le viscere  di  s.  Era>mo  vescovo  e  marti- 
re. Un  osso  di  s.  Maria  Maddalena,  altro 
di  s.  Giacomo  o[)ostolo,  e  porzione  di 
altro  di  s.  Gio,  Ballista.  E'  pur  memo- 
rabile un  antico  vaso  ligneo  detto  il  hot- 
tazza  di  s.  Albano,  neh  543  fatto  affig- 
gere da  Carlo  Querini  podestà  di  Mara- 
no in  uno  de'piùalti  sili  della  chiesa  in- 
teriore,e  ben  assicurato  con  ispranghe  di 
ferio,  per  togliere,  siccome  è  tradizione, 
le  questioni  di  proprietà  insorte  tra  i  bu- 
ranelli  (de' quali  è  protettore  sant'Alba- 
no vescovo  e  martire),  e  i  muranesi,  che 
avevano  scoperto  questo  orciuolo  pia- 
menle  credulo  del  santo  vescovo.  L'an- 
no che  vi  si  legge  non  èi453  come  Fla- 
minio Cornaro  ed  altri  che  il  cojiiarono 
hanno  detto,  ma  benM  i543,  che  vi  sta 
tuttora  nitidissimo.  Tale  notizia  mi  fu 
somministrata  dalcavalìere  Cicogna.  Nel 
I  i^o  il  t«?ajpì«  (u  perfezionato  nella  fov- 


VE  N 
ma  che  luUora  si  vede,  ed  è  sfato  sena- 
pre  parrocchiale  e  matrice.  Il  Moschini 
lo  dice  d'architettura  greco-barbara -ara- 
bica. La  mezzaluna  sulla  porta  laterale, 
con  Maria  Vergine,  il  Battista  e  un  di- 
voto, è  bell'opera  di  Lazzaro  Sebastiani, 
condotta  nel  1 484-  Dietro  il  maggiore  al- 
iare vi  è  il  più  antico  dipinto  certo  della 
scuola  veneta  coll'epoca  certa  del  i3io. 
Nel  mezzo  vi  ha  in  bassorilievo  di  legno 
il  Santo  titolare  in  campo  d'  oro,  e  al 
basso  due  figurine,  di  uomo  e  di  donna, 
dì  Donato  Memmo  che  allora  vi  era  po- 
destà, e  di  sua  moglie.  Lo  sovrasta  il  bas- 
sorilievo marmoreo  dell'Assunta. La  chie- 
sa è  a  3  navi  formate  da  colonne  di  mar- 
mo greco  con  istupendi  capitelli.  Il  ta- 
bernacolo ornalo  da  cristallo  di  monte 
appartenne  alla  demolita  chiesa  di  s.  Mar- 
tino, restauralo  e  qui  portato  nel  i854. 
L'urna  battesimale  è  assai  pregevole,  ed 
il  pavimento  fallo  a  musaico  fin  da  del' 
loi  i4o,inegual  modo  a  quello  della  Mar- 
ciana basilica,  èdcsno  d'osservazione.  La 
Fabbriche  di  F^enezia  riportano  il  pro- 
spello esterno  del  coro,  ossia  dell'apside 
della  chiesa  cattedrale  nell'isola  di  Mu-  j 
rano,  colle  dichiarazioni  del  conte  Cico-< 
guarà.  Dice  offrire  materia  di  molla  me^ 
dilazione  agli  artisti  ed  agli  archeologi, 
ritrovandosi  un  misto  di  vera  eleganza  e 
d'imbarazzo  nella  soluzione  di  alcune  dit- 
fìcollà  non  superale  dall' archiletlo  co- 
struttore della  fabbrica  singolarissima,  e 
specialmente  visibile  nelle  due  ale  ove 
l'arcate  decrescenti  in  altezza  si  presen-f 
tano  in  isghembo.  Aggiunge,  che  l'edi- 
fizio  non  potrà  giudicarsi  mai  originato" 
sulle  maniere  normanne  ,  gotiche  o  te- 
desche che  si  voglia  chiamarle,  come  noi» 
potrà  giammai  giudicarsi  greco  oroma- 
no; ma  tanto  nella  forma  del  totale^  co« 
ma  in  quella  delle  singole  parti,  delle  co- 
lonne, de'capitelli,  degli  archi,  degli  or- 
namenti vi  si  scorgerà  quantità  di  punti 
di  contatto  coli'  araba  architettura  piì| 
che  con  qualunque  altra,  di  cui  riman-i 
goiio  avanzi.  Non  potendosi  ascriverlo. aU 


I 


VE  ?^ 
l'epoca  dell'edifizio  di  s.  Fosca  di  Tor- 
cello,  è  forza  convenire,  ch'esso  pure  ap- 
partenga all'età,  in  cui  sorgevano  in  Ve- 
nezia casCj  palazzi  e  templi  di  gusto  sa- 
raceno e  misto.  L'aggìnnta  del  Zanotto 
erudisce  sul  pavimento,  e  sulla  tavola 
più  antica  ivi  esistente  tanto  importante 
per  la  storia  dell'arte,  e  da  lui  illustrata 
nella  Storia  della  Pittura  l^eneziana. 
Questo  laborioso  scrittore  ovuiuiue  fa 
mostra  di  scelta  erudizione  e  di  profon- 
da conoscenza  delle  cose  patrie,  dando 
prova  altres'i  di  critica  sagace  e  di  quel 
fino  giudizio  '•ingolarmente  richiesto  da- 
gli argomenti.  Questo  pregevolissimo  tem- 
pio minacciante  lovina,  viene  per  le  cure 
del  governo  tutto  ristaiirato  in  quest'an- 
no i85S,  essendosi  trasportata  l'uftlzia-  • 
tura  nella  vicina  chiesa  monacale  di  san 
Giuseppe.  —  La  Chieda  di  s.  Maria  del 
Rosario  e  s.  Erasmo  vescoi'O  e  inarti- 
/v,  volgarmente  Sarasnw,  ora  non  è  che 
un  oratorio,  udlziato  dal  clero  della  par- 
rocchia. Fu  chiesa  parrocchiale,  che  ca- 
dente per  vetustà,  venne  rifabbricata  nel 
I  120,  e  distrutta  poi  afTallo  nell'ultime 
guerre  Ira  la  Francia  e  le  potenze  coaliz- 
zate. —  S.  Matteo  apostolo^  volgarmen- 
te s.  Maffloy  oratorio  presso  il  cimiterio 
comunale,  eretto  nel  1846. — -iS'.  Mattia 
(1  postolo  ,  oratorio  non  sagramentale. 
L'anteriore  chiesa  fondata  neh  220,  era 
prima  di  monache,  ma  nel  1 243  fu  data 
dal  vescovo  di  Toicello  Stefano  Natali 
n'monaci  camaldolesi  di  Camaldoli, a  con- 
dizione che  dovessero  continuare  gli  os- 
sequi soliti  verso  la  chiesa  matrice  di  s. 
Maria.  Il  Corner,  che  riporta  copiose  no- 
tizie sul  monastero,  dice  che  il  generale 
b.  Martino  volle  che  si  chiamasse  ere- 
mo, essendo  state  fd)l)ricate  negli  ango- 
li dell'orto  due  [)iccole  celle,  ove  gli  ere- 
miti potessero  attendere  alle  celesti  nne- 
ditazioni,  non  senza  santitlcare  i  prossi- 
mi accorrenti  alla  chiesa.  Nel  1249  In- 
nocenzo IV  prese  il  monastero  sotto  la 
protezione  della  s.  Sede;  ed  il  successore 
Alessandro  IV  uel  i26u  accordò  induU 


YEN  56i 

genze  alla  cliiesa.  Per  l' esemplarità  de' 
monaci,  nel  1 822  furono  chiamati  da'cit- 
ladini  di  Chioggia  a  fondare  una  colonia 
del  loro  istituto.    A  questi  eremiti  di  s. 
Mattia,  neh  329  Simone  Pianelli  eremi- 
ta faentino  soggettò  il  suo  romitaggio  di 
Faenza,  a  condizione  che  vi   si  .fondasse 
un  monastero  camaldolese  sotto  il  titolo 
di  Maria  Vergine  e  di  s.  Gio.  Datlisla,  il 
quale  eretto  colle  limosine    de'  faenti- 
ni restò  soggetto  al  monastero  di  s.  Mat- 
tia, finché  fu   separalo  e  unito  alla  cele- 
bre  Congregazione  camaldolese  di  s. 
Michele  di  Murano,  come  dissi  a  suo 
luogo.  Fr.  Leonardo  converso  di  s.  Mat- 
tia, soggetto  a   quest'abbazia,  fondò  in 
Bagnacavallo  un  monastero  camaldole- 
se che  fiori  nell'  osservanza.  Due  mona- 
ci nel  i335  istituirono  d  celebre  eremo 
Padovano  di  s.  Maria  di  Ilua  ,   ridotto 
poi  a  monastero  da'monaci  di  s.  Mattia. 
Giovanni  Sapirolo  eresse  un   monastero 
camaldolese  nella  diocesi  di  Pesaro,  sog- 
gettandolo alla  badia  di  s.  Mattia.   Per- 
tanto per  questi   monasteri  e  per  altri 
che  in  seguitosi  unirono  ad  essa,  si  formò 
la  Congregazione  dc^  camaldolesi  di  v. 
Mattia  di  Murano,  per  esserne  questo 
monastero  il  capo  e  principale.  Tale  repu- 
tazione continuò  a  godere  a  segno, che  Ur- 
bano V  neh  363  tra'deputali  apostolici 
per  la  riforma  de'monasteri  del  dogado 
veneto,  vi  comprese  Leonardo  priore  di 
s.  Mattia,  al  cui  monastero  il    Papa  nel 
1870  confermò  la  giurisdizione  sugli  al- 
tri a  lui  soggetti,  ordinando  a  questi  che 
da  lui  dovessero  dipendere  come  mem- 
bra dal  loro  capo,  ed  i  loro  priorati  fosse- 
rodi  libera  disposizione  de'priori  che  pre- 
siedessero il  priiicipal   monastero  di  s. 
Mattia,  e  concesse  altri  privilegi  al  prio- 
re Mercuriale.  Questi  fu  benemerito,  per 
avere  indottoli  bolognese  Gio.  Francesco 
de  Armis  a  fondare,  nel  1870  presso  Bo- 
logna un  monastero  soggetto  al  priore  ili 
s.  Mattia,  ma  che  poi  fu  ridotto  misera- 
mente in  commenda.  Essendo  frattanto, 
circa  questi  tempi,  ristorata  l'antica  chie- 


sn,  fu  poi  solennemente cons.igrata  a'  1 8a- 
qosloi387  claGilbeilo  vescovo  di  Paren- 
zo.  Cinque  anni  dopo  venne  in  questo  mo- 
naslero  il  b.  Daniele  de'  signori  d'Ungii- 
s|tach  castello  di  Caiinlia,  ove  condusse 
vita  viituosissin)a  in  abito  secolare,  ma 
alcuni  ladri  scellerati  per  derubarlo  bar- 
bfuaivienle  lo  strozzarono  nella  sua  ca- 
niera.  Di[>oi  il  suo  corpo  fu  trovalo  in- 
corrotto e  di  tinta  vivace,  esalante  soa- 
vissimo odore,  Dio  glorificando  il  suo  ser- 
vo con  miracoli.  Trasportato  il  cadavere 
sotto  un  aitale  iu  modo  visibile,  continuò 
l'incorruzione  ra'uabile.  Nel  14^1  il  ge- 
nerale de'  camaldolesi  concesse  al  uiona- 
slero  il  priorato  di  s.  Martino  di  Frata 
IO  vinaio  dalle  guerre.  Nel  1462  il  prio- 
re Nicolò  de'Too)raasi  riparò  a'  pregiu- 
dìzi recati  da  alcuni  suoi  predecessori,  in 
seguito  la  chiesa  fu  rifabbricata  in,  più 
ampia  e  maestosa  forma,  eridottaacoin 
pimento  venne  riconsagrala  a'20  giugno 
1 55o  da  Giovanni  Delfino  vescovo  di 
Torcello.ed  ebbe  insigni  ss.  Reliquie. Nel 
1810  cessali  d'esistere  i  camaldolesi  per 
1.1  generale  soppressione,  abbandonata  la 
chiesa  e  diveduta  diruta,  i  marmi  che  ne 
furoiavano  la  maggior  cappella  e  l'altare, 
in  uno  a'sedili  marmorei,  furono  traspor- 
tati a  nobilmente  decorare  l'abbaziale  di 
s.  Rlaria  della  Misericordia  di  Venezia, 
il  che  narrai  nel  §  IX,  n.  i.  Ridotta  la 
chiesa  ad  oratorio,  questo  fu  Benedetto 
a'26  febbraio  i852,  ed  aperto  51  culto 
divino.  —  S.  Maria  Concetta  e  s.  Luigi 
Gonzaga,  oratorio  eretto  nel  1 843,  ed  in 
cui  si  raccoglie  la  gioventù  ne'  d\  festivi, 
sotto  la  protezione  di  s.  Fdippo  Neri.  — 
S.  Pietro  il/d!r//>c,  chiesa  soggetta  al  vi- 
cariato, parrocchia  padronato  de'capi  di 
famìglia,  parte  del  comune  di  Murano, 
con  anime  2C)o5.  Ha  il  pievano,  il  sa- 
gnsla,  ed  altri  4  sacerdoti.  Ad  oggeito  di 
giovare  a  se  stesso  e  di  suffragare  l'ani- 
me de'suoi  defunti.  Marco  Michieli  pa- 
trizio veneto  ordinò  con  testamento  del 
I  348,  che  co'suoi  beni  si  erigessero  in 
Mui'auo  una  chiesa  eoa  convento  sotto 


i 


VE  N 
l'ìnvoGazione  di  s.  Giovanni  apostolo  e 
evangelista,  ad  uso  di  la  frali,  domenica- 
ni. L'  adempimento  di  sua   volontà  co- 
nìinciò  ad  elFeltuarsi  nel  1 363  e  si  com- 
pì neli4«7-  1  procuratori  di  s.  Marco     1 
detti  dì  dira,  commissari  deputati,  in-      ■ 
caricarono  il  priore  de'  ss.  Gio.  e  Paolo 
di  Venezia  d'uitrodurre  nel  nuovo  con- 
vento 12  de'suoi  frali  secondo  la  pia  in- 
tenzione del  testatore,  tutto  confermando 
poi  Martino  V.  Quantunque  il  benefico 
foudatore  avesse  stabilito  il  dello  s.  Ti- 
tolare, nondimeno  mentre  si  andava  di- 
lazionando i  principiì  della  fabbrica,  aU    \ 
cciui  di  voti  avendo  ivi  eretta  una  cappel- 
la in  onore  di  s.  Pietro  martire  ,   il   no- 
me passò  alla  chiesa,  e  con  ambedue  la 
ichiamò  Eugenio  IV  nella  bolla  del  i4^4> 
colla  quale  concesse  indulgenza  a  quelli 
che  in  alcuni  giorni  stabditi   visitassero 
la  chiesa  de'ss.  Gio.  Evangelista   e   Pie- 
tro martire  posta  nell'isola  di  Murano. 
Per  improvviso  incendio  divampò  tutta 
la  chiesa  nel  i474>  ^  ^'^  tosto  riedificata 
colle  caritatevoli  olferte  de'fedelì,  anima- 
ti dalla  plenaria   indidgenza   perciò  ac- 
cordala da  Sisto  IV,  il  quale  oude  potes- 
se ridursi  a  maggior  ampiezza,  permi.se 
nel  (477.  che  a  dilatarne  il  recinto  si  at- 
terrasse una  casa,  delta  l'ospedale  di  s. 
StefJuiOjOvesi  ricovravano  4  povere  fem- 
mine, a  condizione  però  che  iu  altro  luo- 
go dovesse  il  convento  a   proprie  spese 
alzare  un  ospizio  eguale    al    diroccato. 
Ter«ninata  a  perfezione  la  nuova  chiesa 
neh  509,  fu  consagrata  a' IO  agostoiSi  i . 
Appartenne  sempre  a'doraenicani  sino  al 
1806,  in  cui  vennero  concentrali  co'lo- 
ro  confratelli  de'  ss.  Gio.  e  Paolo  ,  e   ne 
fu  chiusa  la  chiesa.  Riapertasi  per  altro 
nel  18  10,  fu  destinata  parrocchia  in  luo- 
go della  soppressa   di  s.  Stefano  proto- 
martire, e  deve  assai  al  parroco  Stefano 
can.  Tosi.  E'  delle  più   pregevoli  per  la 
copia  e  bellezza  de'  dipinti.  Ne'  4  angoli 
vi  ha  altrettauti  Angeli  con   istrumenti, 
di  stile  leggiadro,  attribuiti  a  Bartolo- 
meo Vivaiini.  Nel  t.°  altare  è  gaia  epe- 


V  EN 

ra  del  Pniino  giovine  iMaria  Vergine  e 
3  Sonli,  qui  iei:ala  dalla  chiesa  soppres- 
sa di  s.  Ciiigio  olla  Giudecca.  il  quaiho 
con  s.  Agostino  che  caipesla  l'eresie,  è  del 
Liizzarini,  del  suo  stile  vigproso.  Nel  i.° 
altare  è  di  Francesco  di  Sonia  Croce,  ili- 
Rcepolo  di  Gio.  Bellino  ,  IMaria  Vergine 
fra'ss.  Girolamo  e  Geremia,  con  a'  piedi 
un  Angelello.  lì,"  di  bel  colorilo  e  dipinta 
con  amore  ,  condotta  sullo  siile  antico, 
ina  con  qnalclie  principio  del  moderno. 
Quadro  condotto  daGio.  Bellino  nel  i4^8 
ton  Maria  Vergine,  Ira'sS,  Agostino  e 
Marco,  il  quale  le  presenta  ri  doge  Ago- 
«lino  Bai  barigo.  Il  coo>ponimenlo  è  mae- 
stoso in  sua  semplicità;  ed  ogni  figu- 
ra è  variala  secondo  il  suo  carattere. 
Forse  che  la  natura  vi  è  tioppo  servil- 
mente imitata;  però  il  colorilo  n'è  vigo- 
roso. Il  quadro  con  s.  Girolamo  nel  de- 
serto è  di  Paolo  Veronese.  Nel  presbite- 
rio i  due  gran  quadri,  con  le  Nozze  di 
Caua  e  il  Miracolo  de'pani  e  pesci  sono 
due  accurate  e  immaginose  opere  di  Bar- 
tolomeo Letterini.  La  tavola  dell'altare 
con  Cristo  deposto  dalla  Croce  ,  ov'  è 
oggiunlo  il  Santo  titolare,  s.  Pietro  mar- 
lire,  è  delle  migliori  opere  di  G.  del  Sai- 
viali  ,  di  buon  efl'ello  e  naturale.  Nella 
seguente  cappella  la  tavola  qon  Maria 
Vergine  Ira  4  Santi  ed  un  Angelelto,  è 
di  Bartolomeo  Vivarini,  qui  recala  dal- 
la dislrulta  cliiesa  di  s.  Cristoforo  in  i- 
sola.  Il  s.  Ignazio  abbracciato  dal  l\e- 
dentore  è  del  Lazzariui.  La  s.  A  gala  vi- 
sitala da  s.  Pietro  nella  prigione  si  at- 
tribuisce e  a  Paulo  Veronese  e  a  Benedet- 
to, di  lui  fratello,  del  quale  però  la  re- 
putano i  più  accorti  intelligenti.  Le  teste 
ne  sono  toccate  con  ogni  grazia  e  con  dot- 
trina di  pennello.  Sopra  la  porta  della  sa- 
grestia è  buon  lavoro  di  Leandro  Bassa  no 
il  Martirio  di  s.  Stefano,  ora  venne  sosti- 
tuito dall'Annunziazione  del  Pordenone, 
die  era  nella  chiesa  degli  Angeli.  Nella 
sagrestia  quegl'intagli  in  legno,  bizzarri 
di  fdutasia,  ma  con  valore  condolti  ,  so- 
no opere  di  Pietro  Morando,    i'resso  il 


V  E  N  5G3 

i."  altare  la  tavola  con  Maria  Vergine 
Assunta  al  piano  si  crede  piuttosto  tlei 
Basaiti,  quantunque  vi  abbia  ciii  la  re- 
puta di  Gio.  Bellino.  Le  figure  vi  sono 
bene  atteggiate,  mirabili  le  leste, ogni  co- 
sa condotta  con  diligenza.  Dove  nianca 
è  nella  prospettiva  aerea.  Nel  i .°  altare  la 
tavola  con  Maria  Vergine  Ira'ss.  Loren- 
zo e  Agostino,  e  "inoccbioni  il  senatore 
Lorenzo  Pasqualigo,e  con  un  Angelelto, 
è  dipinto  che  il  Moschini  volle  attribui- 
re, nell'incertezza  del  suo  autore,  al  vec- 
chio Palma,  col  conforto  di  vedere  ac- 
colto il  suo  sentimento,  com'egli  slesso  di- 
chiara, nel  suo  dire  franco  e  sentenzioso, 
al  mollo  che  vado  riproducendolo.  Do- 
po l'altro  altare  è  brillante  e  grazioso  la- 
voro di  J.  Tititorelto  il  Battesimo  di  N. 
S.  I  quadri  laterali  all'organo  con  l'An- 
nunziata e  i  ss.  Lorenzo  e  Agostino,  so- 
no del  Diana.  Sopra  l'organo  la  Nascita 
di  Gesù  è  del  Bafeslra. —  Chiesa  di  s. 
Riaria  degli  Angeli,  era  sussidiaria  alla 
descritta  parrocchia,  con  suo  vicario,  ora 
chiusa  perchè  minacciante  rovina.  Desi- 
derosa d'aumentare  il  divin  culto  |a  no- 
bile matrona  Ginevra,  unica  figlia  ed  e- 
rede  di  Marino  Gradenigo,  offrì  in  libe- 
ro dono  neh  187  un  vasto  tratto  di  ele- 
vala palude,  situata  nell'estremo  angolo 
dell'isola  di  Murano  cite  riguarda  Vene- 
zia, a  Giacoiniiia  Boncio,  perchè  in  essa 
ilovesse  fabbricare  una  chiesa  col  suo 
monastero  sotto  1'  invocazione  della  B. 
Vergine  e  di  tutti  gli  Angeli,  e  dell'apo- 
stolo s.  Giacomo,  ed  ivi  per[)etnarvi  la 
sua  dimora  con  altre  religiose  compa- 
gne in  abito  regolare.  Accolta  la  pia  of- 
ferta coii  esultanza,  la  sanzionò a'20  mar- 
zo» 188  Leonardo  Donato  vescovo  di  Tor- 
cello.  Giacomina  dunque  tutto  elfelluò,  e 
stabilì  alle  monache,  a  norma  del  vivere, 
la  regola  dì  s.  Agostino,  e  ne  assunse  poi 
il  governo,  l^reslo  vi  regnarono  il  fervo- 
re  e  l'esatta  osservanza,  per  cui  nel  se- 
guente secolo  uscirono  da  (jueslo  chio- 
stro le  illustri  vergini  Gaudenzia,  islitu- 
trice  di  mouciclie  agostiniane  dell'antico 


564 


V  E  N 


iiiorinstero  di  s.  Giacotiio  di  Murano,  e 
Lucia  Tiepolo,  fondalrice  in  Venezia  del 
lospicuo  monastero  del  Corpo  del  Signo- 
re, Anche  Bernarda  Dotto  e  Girolama 
Loro,  dalle  quali  riconoscono  l'origine  i 
monasteri  di  s.  Girolamo,  l'uno  contiguo 
a  Treviso,  l'altro  in  Venezia,  riceverono 
in  questo  monastero  nel  secolo  XIV  i  pri- 
mi rudimenti  della  perfezione  religiosa. 
L'alta  riputazione  di  straordinaria  pietà 
che  fioriva  tra  (pieste  agostiniane,  venne 
in  cognizione  d'Eugenio  IV,  che  nel  i43  i 
vietò  il  distuibariie  lo  spirilo  di  solitu- 
dine, e  nel  1432  gli  fece  dare  discrete  co- 
stituzioni; nel  1438  gli  uni  le  rendite,  ed 
assegnò  le  suppellettili  ed  i  marmi  del 
rovinoso  monastero  di  s.  Lorenzo  d'Am- 
Diiano,  in  uno  alle  ss.  Ueliquie,  fra  le 
quali  una  ss.  Spina.  Sotto  Nicolò  V  fu 
unito  al  monastero  l'ahbandonalo  prio- 
rato di  s.  Giustina  di  Venezia,  già  de'oa- 
iionici  regolari  del  ss.  Salvatore  e  di  s. 
lìrigida,  ove  poi  alcune  monache  passa- 
rono a  formarvi  un  florido  chiostro.  In- 
lanto  pregiudicato  il  monastero  dalla  lun- 
ghezza del  tempo,  si  dispose  nel  i46i  l'in- 
tera riparazione  con  privilegi  di  l^io  II, 
che  nel  1,4^^3  lo  dichiarò  esente  eimine- 
cliatatnente  soggetto  'dia  s.  Sede,  l'aolo 
Jl  neli4*^9  ""'  "'  "fionastero  di  s.  Ma- 
ria degli  Angoli  hi  chiesa  parrocchiale 
di  s.  Salvatore  di  Murano.  Dovendo  il 
P.ipa  approvare  l'eletta  piiora,  nel  i473 
il  cardinal  lliario  legato  ne  dispensò  le 
monache,  privilegio  confermato  con  au- 
torità di  Paolo  III  nel  i544j  '"f>  limi- 
tandosi a  3  anni  la  diU'ata  delie  priore.  Il 
monastero  riboccando  di  religiose,  per 
pi  ocurarne  l'ampliazione  Innocenzo  VI  11 
gli  ottenne  stissidii  dal  senato,  e  nel  (  490 
unì  a  (juello  di  s.  Maria  dagli  Angeli  il 
monastero  cistcrciense  ahi)andonalo  di 
8.  ìMaiia  deirOspeilale  di  Piavedi  Lova- 
dina,  originato  sin  da'tempi  di  Sergio  IV 
l'npa  per  ricovero  de'pellegrini  di  Terra 
SiMita,  restando  affidata  la  cura  dell'ani? 
me  ad  un  cistcrciense  o  altro  sacerdote. 
Alessandro  VI  uel  149^ dichiarò  spellare 


YEN 

nd  esse  monache  i  benefizi  ecclesiastici  di  ' 
Lovaduia.  Graie  le  medesime  a  Dio  per 
tante  larghe  beneficenze,  rifabbricarono 
con  magtnficenza  la  loro  chiesa,  ed  a' 16 
maggio  ioag  la  consagrò  solennemenle 
Daniele  de  Kossi  vescovo  di  Caorle.  Nel 
recinto  esterno  del  monastero,  formante 
piazza  alla  chiesa,  per  divozione  il  prete 
Francesco  Alberi  nel  1 566  eresse  una  de- 
cenle  cappella  in  onore  del  dottore  s.  Gi- 
rolamo, che  a'5  febbraio! 567  consagrò 
Giovanni  Delfino  vescovo  di  Torcello. 
Nella  chiesa  di  s.  Maria  degli  Angeli  eb- 
be tomba  il  celebre  Sebastiano  Venier 
vincitore  a  Lepanto  e  poi  doge.  Le  mo- 
nache agostiniane  vi  restarono  sino  al 
1810,  epoca  della  sempre  deploranda 
soppressione,  per  la  quale  fu  demolito  il 
monastero.  Vasto  è  il  tempio  e  di  bella 
forma.  Il  copioso  e  ricco  solHtto  è  vago 
dipinto  del  Pennacchi.  I  5  grandi  qua- 
dri co' falli  della  vita  di  s.  Marco  sono 
di  Domenico  Tintorelto;  però  in  quello 
con  rA[)parizione  dcd  Santo  può  sospet- 
tarsi i\'n\\  qualche  colpo  del  pennello  pa- 
terno. Alla  parte  opposta  la  s.  Apollo- 
nia minacciata  del  martirio  è  del  Peran- 
da;  il  martirio  di  s.  Cristoforo  è  dell'  A- 
liense,  e  quello  della  ricordata  saula  è  del 
Dal  Friso,  Sono  sullo  stile  del  Palma 
giovine  le  tavole  de'  due  primi  altari.  ( 
quadri  de'  due  altari  laterali,  con  Cri- 
sto che  appare  alla  Maddalena,  e  un  De- 
posto di  Croce,  sono  di  G,  del  Salviali  o 
della  scuola  sua,  L'Auncmziata  al  mag- 
gior aliare  è  graziosissima  opera  del  Por- 
tleuone.  Il  gran  quadro  con  l'Ingresso  di 
Cristo  in  Gerusalemme  è  del  Diziani,  La 
chiesa  di  s,  M  u-ia  degli  Angeli,  biso- 
gnosa di  grande  restauro,  non  è  da  al- 
cun tempo  più  officiala,  e  vari  quadri 
ed  altri  oggetti  sagri  furono  collocati  nel- 
l'attuale chiesa  parrocchiale  di  s.  Pietro 
martire.  — •  S.  Giuseppe  oratorio  non  sa- 
gramentale,  con  ospizio  a  ricovero  di  po- 
vere vedove  eretto  nel  1754,  secondo  Io 
Stalo  personale.  Ma  il  cav.  Cicogna  tral- 
laudo  nelle  preziose  Inscrizioni  Feaczia- 


1 


V  EW 

he  di  qtiesl'oialorio  Biinfi,c\\e  tìic»  ele- 
fante, ne  slahilisce  l'erezione  nel  lyji- 
53   per  la   generosa  pietà   di   Giuseppe 
Briati,  avendolo  acquistato  dalla  conda- 
lernila  di  s.  Gio.  Battista  de'Batliuli,  al- 
la quale  era  stalo  donato  dal  senato  nel 
1668.  L'istituto  in  origine  fu  di  ricove- 
rare 12  povere  vedove  dell'età  di  Scan- 
ni, cittadine  e  abitanti  in  Murano,  e  rac- 
conta come  fu  oialmeiiata  la  pia   istitu- 
zione, cosa  deplorabilmente  non  rara.  A 
questo  umiliante  passalo,  consola  e  edi- 
fica in  leggere  nel  medesimo  solerte  rac- 
coglitore e  illustratore  ,  clie  la  virtù  del 
cav.  Pietro  Bigaglia  snllodato,  secondai^ 
do  gl'impulsi  di  quella  pietà  clie  forma 
la  principal  dote  del  suo  cuore,  ha  asse- 
gnato in  (piesl'anuoi858  un  capitale  di 
circa  fiorini  I  8, 5oo,  rendenti  l'annuo  in- 
teresse di  circa  fiorini  900,  a  favore  del- 
ie povere  donne  che  raccolgonsi   nell'o- 
spizio Briati  a  Murano  sua  patria.  —  S. 
Stefano  Prolontartire,  oratorio  non  sa- 
gramentale.  Bastò  all'isola  di  Murano,ne' 
primi  tempi  che  cominciò  ad  abitarsi,  la 
sola  parrocchiale  di  s.  Maria,  giacché   il 
vasto  tratto  del  suo  circuito  era  in  gran 
parte  occupalo  da  saline  e  da  niolini;  ma 
quando  divenne  più  copioso   il   numero 
degli  abitanti,  per  l'assistenza  dell'anime 
e  la   pronta  amministrazione  de'  sagra- 
menti  ,  si  eressero  in  opportuni  siti   del- 
l'isola alcune  cappelle  o  chiese,  nelle  qua- 
li da'sacerdoli  dipendenti  dal  capitolo  di 
s.  Maria  si   esercitasse  la   cura   d'  anime 
col  nome  di  vicari,  onde  distinguerli  dal 
pievano  di  s.  Maria,  che  di  tulle  ne  di- 
venne la  matrice.  Una  di  queste  chiese 
fu  quella  fabbricata  in  onore  del  proto- 
martire s.  Stefano  circa  il  principio  del 
secolo  XI,  e  consagrala  poi  dal   vescovo 
di  Cea  Priiici valle, essendo  vacante  la  se- 
de di  Toicello,  il  i."  maggio  i^'j^,  an- 
no memorabile  per  questa  chiesa  per  la 
scoperta  d'un  prodigioso  numero  di  cor- 
pi santi  di  martiri,  cìo«  200  e  più.  Que- 
sti essendo  di  statura  e  forma  infantile, 
la  tradizione  riporta  essere  appartenuti 


V  E  N  5G5 

a'ss. Innocenti  martiri  in  Betlemme  (il  Ci- 
cogna nedubita,e  piuttosto  li  credeallicl- 
tanli  bambini  neonati  muranesi,  poiché 
sin  da'primi  tempi  erano  ordiuiiriamen- 
te  separate  le  tombe  de'fanciulli  da  quel- 
le degli  adulti).  Indi  facendo  a  gaia  illu- 
stri personaggi  per  ottenerne  alcuno,  es- 
sendosene scemalo  il  numero,  il  senato 
decretò  nel  14^3  proibizione  di  conceder- 
ne. Già  la  chiesa  possedeva  neli374po'- 
zione  del  cranio  e  dell'ossa  del  s.  Titola- 
re, un  osso  di  s.  Luca  evangelista,  un  di- 
to di  s.  Menna  martire,  una  mano  di  s. 
Teodora  vergine  e  martire,  un  osso  di  s. 
Panlaleoiie  martire,  le  reliquie  de'ss.  Co- 
sma e  Damiano  e  altre  tradotte  dall'O- 
riente. Eretta  la  chiesa  ne'suoi  principi! 
come  parrocchiale,  divenne  poi  collegia- 
ta. Nel  I  8  I  o'chiusa  la  chiesa  e  soppressa 
la  parrocchia,  dopo  alcuni  anni  fu  demo- 
lita, tranne  la  cappella  del  ss.  Sagiamen- 
to  collo  stesso  antico  pavimento  lavora- 
lo a  tarsia  di  vari  colori.  Vi  si  aggiunse 
l'atrio  e  la  parte  deretana  per  chiuderla 
e  farla  servire  a  pubblico  oratorio,  il  cui 
quadro  del  moderno  muranese  Melchio- 
re  Fontana,  rappresenta  l'Addolorata,  s. 
Stefano  protomartire  e  S.Giovanna  Fran- 
cesca. —  Chiesa  di  s.  Giuseppe, con  mo- 
nastero   dell'  agostiniane.   I  carmelitani 
scalzi  ottennero  dal  senato  dì  fondare  in 
Belluno  un  monastero  di  suore  del  loro 
ordine;  ma  nwn  potendolo  effettuare,  cer- 
carono di  poterlo  eseguire  nell'  isola  di 
Murano,  e  l'ottennero  con  decreto  del 
1736.  Colla  pronta  carità  de' fedeli  co- 
minciarono a  fabbricar  la  chiesa  e  il  mo- 
nastero, e  nel  lySy  la  s.  Seiìe  commise 
al  vescovo  di  Torcello  Vincenzo  M.''  Die- 
do,  che  poi  vi  fu  sepolto  ,  di  ridurre  la 
fabbrica  a  canonica  forma  di  monastero, 
sotto  le  regole  e  giurisdizione  de' carme- 
litani scalzi.  Questi  del  con  vento  di  s.  Ma- 
ria in  Nazareth  di  Venezia,  trassero  dal 
monastero  proprio  di  Couegliano  la  prio- 
ra M.'  ìMaddalena  Giuslini/iui  dello  Spi- 
rilo Santo,  fondatrice  di  esso,  con  3  altre 
religiose,  le  quali  entrarono  nel  chiostro 


566  \  li  ^ 

ii)iji'ane»e  4ì' I  2  dicembre.  La  chiesa  fu 
intitolitla  à'ss.  Giuseppe  e  Teresa,  Nel 
marzo  1808  ItiUavia  vi  abitavano  le  car- 
inelilaiie  scalze  di  s.  Giuseppe,  ma  poi 
soggiaC(j(ie  alla  comune  soppressione  nel 
1810.  Dipoi  verso  il  1828  si  trailo  di 
ridurre  la  chiesa  e  il  monastero  ad  abi- 
tazioned'alciine  donne  agostiniane  e  d'al- 
tri ordini  fpja  e  là  disperse  dal  lui  bine 
distruggitore.  Antonio  Dalmistro  bene- 
merito i.°  deputalo  della  cotnunilà  di 
Minano,  si  olhì  di  restaurare  il  locale,  ed 
a'3  settembre  fu  benedetta  la  nuova  chie- 
sa solto  il  titolo  di  s.  Giuseppe  e  di  s.  A- 
gostino.  In  conseguenza  delta  sovrana  ri- 
soluzione de'23  novembre  1829,  enlra- 
rono  le  pie  donne  sotto  il  nome  di  mo- 
nache agostiniane  a'4  maggio  i83o.  Ora 
ha  il  confessore,  il  cappellano,  la  priora, 
la  vicaria,  i4  coriste,  2  novizie  coriste, 
9  converse  oltre  2  novizie,  e  5  proban- 
de.In  tal  modo  Minano, che  conlav;i  tan- 
ti monasteri  d'  ambo  i  sessi,  di  presente 
non  vanta  che  (piesto.  -^  La  chiesa  di ,?. 
Teresa^  ha  il  contiguo  conservatorio  p'.r 
l'educazione  tlelle  fanciulle.  Queste  8(jno 
lechieseegli  oralorii  ora  esistenti  in  Mu- 
rano: le  seguenti  tion  più  esistono.  —  S. 
Martino,  parrocchia  con  monache  di  s. 
Girolamo.  La  chiesa  la  fabbricò  in  ono- 
re di  s.  Martino  vescovo  di  Tours  la  ve- 
neta nobile  famiglia  IMarcello,  e  Pietro 
di  essa  nel  1  187  la  donò  al  suo  pievano 
e  parrocchiani  colle  adiacenti  fabbriche. 
Fra'pievani  nel  1  3o6  lo  fuCardinale  Mo- 
rosini,  il  quale  avea  nome  Cardinale,  co- 
me avverte  il  cav.  Cicogna,  non  la  di- 
gnilà  che  gli  attribuì  Corner.  Tutti  er- 
riamo, lutti.  L'ultimo  pievano  France- 
sco de  Rossi  vedendo  che  la  chiesa  per  la 
sua  antichità  minacciava  rovina,  la  cede 
collecircon  vicine  fabbriche  a  Maria  Mer- 
jìni  monaca  di  s.  Caterina  di  Venezia 
per  piantarvi  l'islituto  di  s.  Girolamo  se- 
condo i  suoi  desiderii.  La  cessione  ebbe 
luogo  neli5oi,  e  tosto  s'intraprese  il  ri- 
stauro  della  chiesa  e  l'erezione  del  nio- 
naslero  con  autorità  d'Alessandro  Vi,  e 


V  E  l\ 

Giulio  TI  uiù  la  [)arrocchia  al  monasl0«   ' 
ro,  concedendo  alla  badessa  la  presenta- 
zione del  vicario  perpetuo,  dichiarato  poi  ' 
amovibile  da  Giulio  HI  nel  i55o.   ludi 
le  monache  rinnovarono  da'foudamenlt 
la  chiesa,  angusta   ma  ben  adorna,  ve- 
nerandovisi  il  corpo  di  s.  Valentino  mar-* 
lire,  e  molle  ss.  Reliquie  d'altri  martiri, 
eslralle  da'solterranei  di  Iloma;  e  la  fac- 
ciala si  rinnovò  nel   1698.  Durarono   lo 
monache  fino  al  1806,  in  cui  soppresse,., 
furono  concentrate  con  quelle  di  s.  Ma-. 
ria  degli  Angeli;  poscia  dopo  il  1810  de- 
molita la  chiesa  ,  sulle  sue   rovine  e  dei- 
monastero  sur.;e  neh 8i6  il  locale  [)er  le- 
fabbriche  di  conterie  della  dilla  Dalmi- 
stro. — •  S.  Salvatore,  parrocchia.  Dedi-: 
cala  alla  Trasfigurazione  del  Salvatore,, 
la  sua  fondazione  dicesi  risahre  al  V  seco- 
lo, o  al  4^'2>  P^'"  opera  de'fuggitivi  alli- 
nati,  e  perciò  si  crede  essere  slata  la   più. 
antica  della  ciltà,  allorché  si  rifugiarono 
nelle  venete  isole  ove  fjcevasi  il   sale,  in 
hcoSalinariir/i.  Nel  988  ebbe  un  accre-| 
sciuiento  dalle  famiglie  Alberegno, e  Ga-* 
lalazi.  Però  il  Corner  non  dà  grau  peso 
quanto   alle  origini   di   questa  chiesa^  e 
d'essere  stata  lai.'  di  iMurano,  come  pre- 
tendono la  popolare  tradizione  e  le  cro- 
nache antiche.   Nel  1068    fu  riedidcuU 
da  Domenico  MorOj  il  cui  pronipote  Ste- 
fano r  arricchì  di  rendile  e  d'  un   fondo 
di  saline  contiguo  neh  i43,  altro  terreno 
tlonandogli  neh  i  70.  Paolo  li   ueh46c> 
l'unì  e  soggettò  al  monastero  di  s.  Maria 
degli  Angeli,  alla  cui  priora  fu  devoluta 
l'elezione  de'pievani.  Resa  rovinosa,  verso 
la  metà  del  secolo  passato  la  ridusse   in 
piìx  ornata  forma   il  pievano  Girolamo 
Calura,  decorandola  di  ss.    Reliquie  e 
indulgenze  j  e  facendola  consagrare  a' 9 
maggio  1743   dal   vescovo  di   Torcello 
Vincenzo  M."  Diedo.  Soppressa  la  par- 
rocchia, la  chiesa  era  in  piedi  nel  18  i8, 
indi  fu  demolila  nel  1884?  e  per  memo- 
ria Giuseppe  JMaio,  ch'eravi  slato  bat- 
tezzato, in  suo  luogo  eresse  neh84o  "»a 
cappellina  o  oratorio  ai  ss.  Salvatore,  li 


V  EN 

clie  ricavo  diil  rav.  Cicognn. —  S.  Cipria- 
no, abbazia.  In  vicinanzii  dell'antica  città 
di  Malainocco,  posla  già  presso  il  porto, 
che  da  lei  ebbe  il  nome,  e  poscia  soni- 
niersa  nel  mare, il  doge  Giovanni  li  i'ar- 
tecipazio  circa  l'SSS  l'ondò  h^  chiesa  de- 
dicata a'ss.  Cornelio  e  Cipriano  martiri, 
e  l'assoggettò  alla  ba)«ilica  di  s.  Marco.  Il 
doge  Vitale  I  Michìeli  tleli  oq6,  meotre 
abitavano  alcuni  religioni  il  monastero 
detto  di  s.  Cipriano  di  Malainocco,  per 
la  prossimità  a  tal  città,  la  donò  all'abbai' 
te  di  s.  Henedtitto  di  Poltrone  di  3Itiri- 
toi'cr,  per  fondarvi  un  monastero  dell'or- 
dine di  s.  Benedetto,  dotandolo  di  rendi- 
te e  pel  compimento  degli  edilizi  epelso- 
slentatnento  de'monaci.  Indi  non  pochi 
benemeriti  ne  aumentarono  le  rendite, 
fra  le  quali  la  villa  Conche  nella  diocesi 
di  Padova,  possessioni  nel  Trevisano  e  ca- 
se in  Venezia.  Poco  dopo  per  le  frequenti 
escrescenze  del  nisu  e  cominciate  a  rovinar 
le  fabbriche  di  (juesta  troppo  e*po^ta  cit- 
tà, e  ^uinacciando  ahres'i  egual  disgrazia 
non  meno  al  rimanente  di  essa,  che  al  vici- 
no monastero  di  s.  Cipriano,  il  doge  Or- 
delal<>  Falier  con  diploma  del  i  io8  per- 
mise al  priore-e  monaci  di  potersi  trasfe- 
rire altrove  in  qualuixpie  luogo  del  Do- 
gado,  ed  ivi  fabbricarvi  un  sicuro  mona- 
stero. Eguale  permesso accordòGio vanni 
Gratlenigo  patriarca  di  Grado,  con  diplo- 
ma fermato  con  sigillo  di  piombo,  la  cui 
incisione  offre  Corner.  Nel  i  109  Pietro 
Gradenigo  tionò  a'monaci  di  Malainocco 
un  suo  terreno  vacuo ,  con  una  vigna  e 
cavana  (luogo  nell'acqua  ove  si  tiene  la 
barca  al  copei  to)  poste  nell'isola  di  Mu- 
rano, acj;iocchè  vi  fabbricassero  a  loroco- 
niodo  chiesa  e  monastero,  il  quale  deno- 
minarono s.  Cipriano  allorché  li  compiro- 
no neh  III.  L'anno  seguente  .Sinibaldo 
vescovo  di  Padova  permise  d' innalzar  a 
Conche  una  chiesa  colbattìsterìo  e  giuris- 
dizione parrocchiale,  esentando  i  beni 
dalie  decime. Diversi  signori  othironocon- 
ligui  terreni,  e  possessioni  nel  Vicentino; 
)  quali  aumenti  furoDO  cagione  di  litigi 


V  E  N  5Gy 

con  Fnlcone  marchese  d'  F.^'le,  decisi  nel 
1  146  a  thvorede'monaci.  A  tali  litigi  SBc- 
cessero  que'del  clero  di  Piovigo, sulla  giu- 
risdizione spirituale  del  monastero ,  per 
la  chiesa  parrocchiale  tli  s.  Gio.  Battista 
fabbricata  neh  iGacoli'esenzione  di  par- 
te delle  decime,  per  concessione  di  Vita- 
le vescovo  tl'Adria,  e  approva/ioiie  d'A- 
lessandrolll;  ma  Lucio  IH  die  ragione  a' 
monaci,  i  quali  da  altri  benefattori  rice- 
verono diverse  altre  donazioni.  Nel  1  1  20 
il  patriarca  gradcse  esentò  i  monaci  di  s. 
Cipriano  da'personali  ossequi  alla  matri- 
cedis.  Maria  di  Murano,  solo  obbligati 
riconoscerla  col  censo  di  due  misure  di  vi- 
no; censo  che  continuò  a  sodilisfarsi  an- 
che dopo  r  unione  della  badia  ai  patriar- 
cato di  Venezia.  Per  l'esemplarità  de'mo- 
naci continuarono  le  beneficenze  de' fedeli, 
anche  del  vescovo  di  Trieste  e  del  patriar- 
ca d'Aquileia  ;  e  Adalpero  di  Capodisti  ia 
gli  soggettò  la  chiesa  di  s.  Maria  in  riva  al 
fiume  Risano  colle  rendite.  Anche4<^hie- 
sedi  Veglia  in  diversi  tempi  furono  unite 
al  monastero.  Fornito  questo  di  cos'i  rag- 
guardevoli rendite  e  giurisdizioni,  Papa 
Onorio  III  ad  istanza  del  doge  Ziani  lo 
dichiarò  abbazia,  ed  Ugo  di  Campeteìlo 
fu  eletto i.°  abbate,  da  ([uelloe  da'uioiia- 
ci  di  Polirone,  e  continuò  nell'abbate  di 
questo  la  hicollà  d'eleggere  l'altro  di  s. 
Cipriano  amovibile,  finché  l'abbate  Mo- 
raiidino  protestò  d'essere  perpetuo,  anzi 
nel  I  307  ottenne  dal  cardinal  Napoleone 
Orsini  legato  apostolico,  la  prerogativa 
all'abbate  di  s.  Cipriano  d'essere  perpetuo 
e  inamovibile.  Mentre  fu  riconosciuto  nel 
i383  il  padronato  de'Gradenighi del  mo- 
nastero, morto  r  ultimo  abbate  conven- 
tuale Giovanni  Gallina,  fu  ridotto  in  com- 
menda. L'ebbe  per  i.° Francesco Malipie* 
ro  arcivescovo  di  Spalalro,  e  nel  14^8 
Martino  V  conferì  l'abbazia  di  s.  Cipria- 
no al  cardinal  Antonio  Cori'aro.  Avendo- 
la poi  r'munziata,  lo  stesso  Papa  ne'primi 
deh  43 1  elesse  abbate  Agostino  di  Vene- 
zia monaco  del  monastero,  dotto  e  pio. 
Per  la  condizione  di  commenda,  per  le 


568  V  E  N 

vicende  dello  scisma,  scemato  il  numero 
de'muiiaci,  per  le  funzioni  del  divin  cullo 
fu  d'uopo  chiamare  altri  regolari  nel  mo- 
nastero, e  per  oltre  un  secolo  vidiinoraro- 
uo  i  servi  di  Maria.  Morto  l'abbate  Ago- 
stino, e  avendo  rinunziato  il  successore 
Gio.Zorzi  monaco  di  s.  Giorgio,eIelto  nel 
1456,  Calisto  Ili  nel  1 458  surrogò  Vit- 
tore Tre  visau  vallotubrosano,  il  quale  ve- 
dendo il  monastero  di  s.  Cipriano  senza 
monaci,  volle  rinunziare  perchè  vi  fosse- 
ro introdotte  le  monache  benedettine  di 
s.  Servolo,  e  poi  non  si  fece  altro.  Nel 
i5oi  Alessandro  VI  gli  die  a  successore 
Giovanni  Trevisan,  contro  di  cui  insorte 
le  prelese  de'Gradenighi,  rinnovate  giù 
sotto  il  predecessore,  nel  1 5o3  con  senten- 
za fu  dichiarato  il  padronato  non  aver 
fondamento. Giovanni  nel  1 524,con  bene- 
placito di  Clemente  VII,  rinunziò  al  nipo- 
te Giovanni,  il  quale  nel  1 56o  assunto  al 
patriarcato  di  Venezia  ottenne  da  l'io 
IV  la  ritenzione  della  commenda.  Op- 
presso poi  dagli  anni,  volle  rinunziare  a 
Sisto  V  l'abbazia  de'ss.  Cornelio  e  Cipria- 
no di  Murano,  per  provvederne  il  pro- 
prio nipote  Pietro  Emo;  ma  essendosi 
opposti  i  Gradenighi,  l'avveduto  Pon- 
tefice, anche  per  quanto  dirò  nel  §  XIX, 
nel  dogado  88.°,  esaminate  maturamen- 
te le  loro  pretensioni,  decise  non  ap- 
partenergli aifutto  il  padronato,  ed  uni 
perpetuamente  alla  mensa  del  patriar- 
cato di  Venezia,  colla  bolla  Ilodie  a  No- 
hìsy  de*  i5  alaggio  1587,  BiilL  Ro/n. 
t.  4)  pai'.  4)  P-  4oo>  I  abbazia  di  s. Cipria- 
no. Perchè  poi  i  meriti  de'Gradenighi, per 
la  fondazione  e  dotazione  del  monastero, 
non  restassero  senza  premio,  coH'assenso 
del  patriarca  commendatario,  smembrò 
dalla  badia  il  beneficio  di  s.  Margherita 
diPadova,ed  erettolo  in  priorato  l'assegnò 
in  perpetuo  a'Gradenighi.  D'allora  in  poi 
il  patriarca  di  Venezia  s'intitola,  ^Z'Z><:z/e 
commendatario  perpetuo  di  s.  Cipria- 
no di  Giurano.  Stabilita  l'unione  perpe- 
tua alla  mensa  patriarcale  di  Venezia  del 
monastero  di  s.  Cipriano,  vi  fu  poi  dal 


VEN 

patriarca  Federico  Cornaro  trasferito  il 
seminario  patriarcale.   Nel  i6t>o  il   pa- 
triarca Morosini,  con  nuova  e   miglior 
fabbrica  ristorò  la  chiesa,  ove  riposava 
il  doge  Pietro  Gradenigo.  A'noslri  gior- 
ni la  chiesa  fu  soppressa,  anzi  all.itlo  di- 
strutta, e  l'antichiiisimo  musaico  l'acqui- 
stò il  regnante  Federico  Guglielmo  1 V  re 
di  Prussia.  Possedeva  buoni  dipinti,  fra' 
quali  di  Cristoforo  da  Parma  e  del  Por- 
denone, il  i.°  trasportato  nella  sagrestia 
della  Salute.  Un'elegante  e  breve  descri- 
zione di  s.  Cipriano  si  ha  da'Sili  pittore'- 
scili,  del  eh.  Bartolomeo  Gundia,  con  ve- 
dutina  egregiamente  disegnata  da  Pietro 
Chevalier   e  intagliata    da  Uocco  Anni- 
bale, in  cui  precipuamente  si  vede  la  por- 
ta arcuala  d'ingresso  all'edifizio,  cherice* 
ve  nobile  ornamento  da  due  alberi  lussu- 
reggianti, piante  fronzute  di  loti  bagolari 
che  la  spalleggiano,  tanto  più  venerandi 
in  quanto  che  altri  alberi  egualmente 
maesto.si  diffìcilmente  trovansi  in  tutto  il 
suolo  che  fronteggia  le  veneziane  Lagu- 
ne; alberi  eccelsi  che  valsero  a   resistere 
all'ingiurie  del  tempo,  alberi  più  fortu- 
nati delle  muraglie   che  adombrano  or-, 
mai  diroccanti.  »  Ma  non  le  sole  mura- 
glie di  s.  Cipriano,  ma   la  terra  tutta  di 
Murano  va   mutandosi  in  luogo   di  soIq 
rimembranze!  Dove  sono  oggidì  i  palagi 
e  i  verzieri  di  Bernardo  Giustiniani,  di  An 
drea  Navagero,  di  Caterina  regina  di  Ci- 
pro? dove  le  magnifiche  logge  nelle  qua- 
li teneano  dotte  raunate  il  vecchio  Aldo, 
il  Bembo,  il  Trissìno,  il  Casa?  Non  più 
orme,  non  più  vestigie;  e  se  pur  s'innal- 
zarono poi  le  belle  case  di  Camillo  Tri- 
vigiano,  del  vescovo  di  Torcello,  e  di  al- 
tri, sono  ora  miserabili  e  squallidi  i  loro 
avanzi:  meno  d'  ogni  altra  venne  in  ira 
al  tempo  la  casa  Trivigiano,  mentre  ser 
ba  tuttavia  frammenti  preziosi  di  pitture 
a  fresco  di  mano  di  Paolo  ediZelotti,  non 
che  qualche  resto  di  pavimento  di  venustà 
singolare"  (ho  già   avvertito,  essere  ora 
quasi  affatto  distrutta).  La  porta  di  s.  Ci 
priano  murala  fiu  dal  secolo  XV,  t  di  fur 


1 


VEN 

b)à  assai  svelta,  con  arcu  susteuitote  d'un 
coperto  che  con  venieiileiuente  serve  d'or- 
nanientoe  di  comodo.  »  1  nostri  buo- 
ni vecchi  ,  se  non  uichilettoniche  vol- 
te, volevano  che  qualche  tettoia  almeno 
fosse  sempre  sovrapposta  alla  porta  delle 
loro  abitazioni  ;  uso  sbandito  dalle  mo- 
derne usanze  che  sdegnano  di  allagliarsi 
alle  antiche;  e  intanto  tu  che  sei  talvulta 
costretto  d'  attendere  in  sulla  strada  dal- 
l'altrui  indiscrezione  che  s'alzi  ilsalisceu- 
do  dell'  uscio,  o  resti  percosso  dal  sole,  o 
bagnato  da  lai  nembo  di  pioggia  che  met- 
te a  ripentaglio  la  tua  salute".  11  tempio 
ebbe  capriccioso  rifacimento  nel  i65o, 
ed  il  Muschini  con  molla  diligenza  descriij- 
se  tutluciò  che  in  tavole,  io  lapidi,  in  mo- 
numenti passò  da  s.  Cipriano  a  ricettarsi 
nella  Suntuosa  residenza  attuale  alla  Sa- 
Iute  in  Venezia,  insieme  col  trasferimen- 
to del  seminario  patriarcale.  Fervidi  fu- 
rono i  primi  tempi,  ma  presto  poi  a  tan- 
to torpore  passarono,  che  quantunque  ol- 
tre seimila  sacerdoti  si  noverassero  nel 
veneto  clero  nel  XVII  secolo,  tuttavia 
20  soli  alunni  contavausi  in  s.  Cipriano 
ni  principio  del  seguente.  Opera  bene- 
merila  de'somaschi  fu  il  rimettere  in  vi- 
gore una  pianta  inselvatichita,  in  cui  sep- 
pe innestare  sorgoocelli  s'i  nutritivi  che 
uon  tardarono  a  dare  frutta  eccellenti. 
»  Due  osservabili  oggetti  tuttavia  richia- 
mavano al  derelitto  tempio  il  passeg- 
gere istruito:  le  mute  ceneri  d'un  uomo 
illustre,  e  le  reliquie  d'un  musaico  di 
osservabilissima  struttura.  £  quanto  alle 
ceneri,  erano  quelle  del  fermo  repubbli- 
cano a  cui  andò  debitrice  Venezia  del- 
l' ammiiabile  tranquillità  ed  impertur- 
babilità del  suo  governo  per  olire  cin- 
que secoli  uoD  interrotti.  11  doge  Pietro 
Gradeoigo  ,  che  spense  la  tumultuosa 
democrazia  e  sostituì  al  reggimento  del- 
la patria  il  governo  degli  ottimati  (come 
narrai  nel  u.  7  del  §  XVI,  e  dirò  pure  nel 
§  XIX,  nel  dogado  49-°)>  venuto  a  mor- 
te l'aunoiSi  I,  volle  qua  il  suo  sepolcro, 
£  qua  egli  giace  benché  uon  sia  o^^idi 
voi.  xci. 


VISN 


5% 


conosciuta  la  pietra  che  le  sue  ossa  rico- 
pre. Una  pia  femmina  veneziana,  il  cui 
nome  era  Frosina  Marcella,  ebbe  il  di- 
voto pensiero  di  far  costruire  nel  XIV 
secolo  un  grandioso  musaico  che  ornava 
la  volta  della  maggior  cappella  del  tem- 
pio. Slaccalo  di  questi  dì  dalle  pareti  (nel 
iSSy)  per  pattuita  mercede  sta  trasmi- 
grando per  andare  a  posarsi  in  altre  re- 
gioni. Se  il  commettere  il  disegno  ,  se 
la  esecuzione  indicavano  arte  iufanlile^ 
non  era  per  questo  l'opera  di  tenue  im- 
portanza siccome  monuniento  indicante 
fasi  nelle  bell'arti  molto  notabili".  —  S. 
Matteo  apostolo  ed  evangelista,  volgar- 
mente s.  Mafflo  delle  monache  benedet- 
tine. La  chiesa  era  antica  quando  le  ma- 
trone venete  Marina  Malipiero,  Marche- 
sina  Soranzo  e  Donada  Vittori,  essendo 
vedove,  determinate  a  chiudersi  in  uii 
monastero,  l'acquistarono  col  terreno  per 
erigerlo,  dalla  chiesa  matrice,  con  ap- 
provazione del  1 280  di  Egidio  vescovo 
di  Torcello,  coU'ingiunzione  di  riconosce- 
re a  superiori  i  vescovi  Torcellani  con 
annuo  censo  di  due  ampolle  di  vino,  ol- 
tre gli  ossequi  alla  matrice.  Ridotte  in 
breve  tempo  le  fabbriche  e  rinnovata  eoa 
maggior  decoro  la  chiesa,  le  3  vedove  en- 
trarono nel  monastero  accompagnate  da 
un  nobii  coro  di  vergini,  e  tosto  vi  fiorì 
la  regolare  osservanza.  La  badessa  Ma- 
ria Celsi  da  questo  monastero,  già  deca- 
duto, net  148  <  passò  a  fondar  quello  de' 
ss.  Cosma  e  Damiano  in  Venezia;  e  Ma- 
ria Arlati  fondò  il  monastero  de'  ss.  Mar- 
co e  Andrea  in  quest'isola.  Si  venerava- 
no in  questa  chiesa  i  corpi  de'ss.  Gauden- 
zio e  Teodoro  martiri,  e  molte  altre  in- 
signi reli(|uie  ,  non  che  il  simulacro  di 
Gesii  deposto  dalla  Croce,  qui  trasporta- 
to da  Candia.  Colla  soppressione  de'mo- 
nasleri,  uè'  primordii  del  nostro  secolo^ 
sparirono  chiesa  e  monastero.  —  S.  Ja- 
copo Maggiore  apostolo  delle  monache 
agostiniane.  S' ignora  quando  e  da  chi 
fosse  fabbricala  la  chiesa  e  il  monastero, 
bcDsì  esislevauo  Qeli324-  Situali  oell'e* 
37 


570  V  E  N 

stremo  angolo  di  Murano,  che  l'igiiarda 
Venezia,  il  inonaslero  fu  prima  prioralo 
abitato  dagli  agostiniani,  che  vi  diraora- 
lono  «ino  a'priini  anni  del  secolo  XIV. 
Abbandonato  nel  i33o,  por  rinunzia  di 
Domenico  ultimo  priore ,  il  vescovo  di 
Torcello  Barlolon)eo  Pascali  o  Pasquali 
vi  tradusse  Gaudenzia  virtuosa  ntonaca 
«"osliniana  del  monastero  muranese  di 
8.  Maria  degli  Angeli,  e  la  costi liu  prio- 
ra per  raccoglier»;  giovani  donzelle  a  pro- 
fessar la  regola  di  s.  Agostino,  ed  in  bre- 
ve fu  riempito  di  fervorose  vergini.  Rin- 
Dovale  le  fabbriche  cadenti  ,  acf|uislate 
rendile,  per  oltre  un  secolo  restò  in  vigo- 
re la  regolar  disciplina,  ma  intiepiditosi 
il  primiero  S[)irilo  e  ridotte  le  monaihe 
a  8,  Domenico  de  Domenici  vescov»)  di 
Torcello  a  rimediarvi,  destinò  Maria  o 
Maiina  En)o  professa  di  s.  Caterina  di 
Venezia,  che  lo  ridusse  all'anlico  splen- 
dore, onde  nel  «47^  per  la  già  abbrac- 
©iata  riforuìa,  potè  accogliervi  i8  nuove 
religiose,  e  la  riformatrice  fu  dichiariita 
dal  Papa  priora  perpetua.  Questa  aiu- 
tata dal  senato  e  dalle  pontificie  indul- 
genze, ridusse  meglio  il  monastero,  e  re- 
staurò la  chiesa  nel  i494> '"  *^"'  *'  """C^ 
ravano  un  osso  del  s.  Titolare,  altro  di 
s.  Panlaleone,  il  capo  di  s.  Teodora  mar- 
tire ed  alti  e  sagre  reliquie.  Narra  il  cav. 
Cicogna,  che  ridotte  nuovanvente  le  mo- 
nache a  iearso  numero,  poco  prima  del- 
la caduta  della  repuJjblica,  lasciato  qtie- 
si»,  passarono  nel  monastero  di  s.  Ma- 
ria degli  Angeli,  e  poco  dopo  chiesa  e 
monastero  furono  atterrati ,  disperden- 
dosi i  dipinti  di  Paolo  Veronese.  —  S, 
Chiara  delle  monache  francescane.  Per 
un'eminente  torre  fabbricala  nel  mezzo 
del  monastero,  anticamente  detto  di  s. 
Kicolò,  in  principio  si  disse  s.  Nicolo  del- 
la Torre.  Fondato  in  epoca  ignota  ,  fu 
abitato  da  agostiniani,  come  nel  i3i  i. 
Kellostesso  secolo  partili  essi,  fu  concesse, 
alle  monache  benedettine  ,  le  quali  pe' 
loro  corrotti  costumi,  Eugenio  IV  nel 
1439  le  rimosse  e  collocò  la  vari  mona- 


VEN 

steri,  sostituendovi  in  questo  l'esempla- 
rissinie  religiose  francescane  di  s.  Chia- 
ra della  Cella  di  Treviso  nel  i44o,  pei* 
cui  il  monastero  rifiorì  e  venne  chiama- 
lo di  s.  Chiara.  Ne  fu  la  1 ,'  badessa  suor 
Felice  da  Verona,  pel  di  cui  esempio  mi- 
rabili ne  furono  i  progressi,  privilegiale 
le  monache  nel  1  453  della  scella  del  con- 
fessore. Da  esse  riconobbero  in  Venezia 
l'origine  i  monasteri  di  s.  Croce,  de' Mi- 
racoli  e  di  s.  Maria    Maggiore.  Ridotto 
il  monastero  a  quella  struttura  richiesta 
dalla  serafica  povertà  ,  fu   anche  rinno- 
vata la  chiesa,  a' 19  maggio  1 5 19  consa- 
grata dal  patriarca  d'Aquileia  Grimani. 
Si  veneravano  in  essa,  il  simulacro   del 
Crocefisso,  arrivato  prodigiosamente  nel 
monastero  a'20  marzo 1 455,  come  rife- 
risce la  tradizione;  ed  un'immagine  della 
B.  Vergine,  due  da  un  en.pio  giuocalorc 
percossa   stillò  sangue  e  destò  compun» 
zione  nel  sacrilego.  Nella  chiesa  fu  sepol- 
to il  doge  Nicolò  Donato,  ed  avea  prege- 
voli tavole  dipinte.  Ma  soppresse  le  mo- 
nache, non  più  esistono  chiesa  e  mona- 
stero ridotti  a  fabbrica  vetraria.  —  SS, 
Marco  e  Jiulrea  delle  monache  benedel 
line.  La  chiesa   sagra  a  s.   Andrea   apo 
stolo  esisteva  nel  1  248,  e  nella  domenici 
delle  Palme  vi  faceva  la  loro  benedizio 
ne  il  pievano  della  matrice.  Dipoi  a'  i( 
giugno  i35i  la  pia  Margherita  donò  \ 
sue  tenui  sostanze  per  voler  servirà  Dii 
reclusa  nell'  adiacente  romitaggio,  sotti 
r  ubbidienza  del  capitolo  della   matrice 
esempio  seguilo  indi  da  altre.  Nel  1496 
la  sunnominata    Maria  Arlati  piissimo 
priora  di  s.  Matteo  dell'  istessa  isola,  f( 
da  Dio  ispirata  a  convertire  il  romita^ 
gio  in  monastero  di  benedettine,  otleneo 
dolo  a'28  agosto  dal  capitolo  colla  chie 
sa  e  pertinenze.  Presto  ridusse  il  n)ona 
stero  a  perfezione,  e  più  tardi  mina( 
ciando  lovina  la  chiesa,  fu  da'fondaraetì 
ti  rifabbricata  nel  161 1 ,  in  onore  di  1 
Andrea  e  di  s.  Marco  evangelista,  conian^i 
dosi  per  memoria  medaglia.  Antonio  Gri-i 
mani  vescovo  di  Torcello  la  cousagrò  a'j 


V  E  N 
^  marzo  1617,6  si  veneravano  il  corpo 
(li  s.  M.iiisiielo  luai-lire,  ed  il  capo  di   s. 
Eiuìliaiiu  matlite,  eslialli  dalle  romane 
catacombe,  non  che  un  piede  d'uno  de' 
ss.  Iniiucenli.  Dice  il  cuv.  Cicogna,  che  le 
monache  erano  ammiiate   pel  canto  ,  e 
che  la  chiesa  era  ornata  di  belle  pitture, 
ina  per  la  soppressione  delle  corporazio- 
ni religiose,  chiuso  il  monastero,  nel  1806 
le  monache  si  con<-entrarouo  in  c]ue'>Io 
memorato  di  s.  Matteo,  e  la  chiesa  nel 
i8o8  non  era  più  visibile.  Ridotta  l'area 
ad  ortaglia,   per  ricordanza  vi  fu  eretta 
una   cappellina.  —  S.  Bernardo  delle 
monache  aguslit/iane.  Divota  a   quel  s. 
Dottore  la  nubil  oialrona  Filippa  vedova 
da  Lezze,  colle  sue  sostanze,  in  suo  ono- 
re fabbiicò  chiesa  e  monastero,  annuen- 
te la  mali  ice  a't)  novemI)rei  362  e  il  ve 
scovo  di  Torcello  Giovanni.  Questo  con- 
venne che  le   monache   professassero  la 
regola  di  s.  Agostino,  vestite  di  color  gri- 
gio, simile  a  quello  delle  monache  di  s. 
Maria  degli  Angeli  e  di  s.  Giacon)o  pur 
di  Murano;  loro  concesse  l'uso  hbero  del- 
■    la  sepoltura,  obbligandole  a  riconoscere 
l'autorità  episcopale  col  censo  aiuiuo  di 
4  libbre  di    vino  ,  e  le  ragioni  del  capi- 
:   tolo  delia  matrice  con  due  candele  di  ce- 
^   ra  ,  dovendo  scegliere  il  cappellano  tra' 
f   capitolari,  e  invitar  il  capitolo  stesso  a 
^   celebrar  le  soleimità.  A'7  dicembre  i  362 
!   Chiara  e  Lucia  monache  di  dello  s.  Già- 
f   corno,  di  sperimentata  virtù  ,  entrarono 
I   uel  monastero  per  norma  e  direzionedeb 
le  vergini  che  si  doveano  introdurvi.  Di- 
chiarata Chiara  superiora,  lauta  fu  la 
sua  prudenza  ed  esemplarità,  che  presto 
il  monastero  acquistò  gran  credito  d'  os- 
servanza, con  aumento  di  religiose,  do- 
poché si  volle,  colla  ritenzione  della  re- 
I   gola  agostiniana,  assumere  l'abito  e  la  co- 
colla de'cisterciensì,  in  onore  del  loro  s. 
Titolare.  Nel  1 58 1  si  cominciò  ad  amplia- 
\  re  la  chiesa^  in  occasione  della   venera- 
i   zione  ad  un  simulacro  della  B.  Vergine 
i   di  terra  colta,  già  collocato  sulla  porta 
maggiore  della  facciala  esterna  e  poscia 


YEN  57 1 

trasferito  in  chiesa  ul  suo  altare,  pe'pro  • 
digi  operati.  Il  i ."  segui  a'  ^4  aprile  di 
detto  anno,  narrato  da  Corner,  per  cui 
il  vescovo  di  Torcello  Carlo  Pesaro  uè 
permise  il  particolare  cullo,  per  l'iucre- 
niento  del  quale  il  consiglio  de'Dieci  con* 
cesse  uel  i  584)  che  s'istituisse  al  suo  alta- 
re una  confraternita  sotto  il  titolo  di  Ma- 
ria Vergine  e  di  s.  Bernardo  abbate,  e  lo 
consagrò  nel  1617  l'ordinario  Antonio 
Grimani.  All' altare  del  Crocefisso  si  ve* 
nerava  im  ss.  Chiodo,  e  vi  è  chi  scrisse  es- 
ser quello  gitlalo  da  s.  Elena  nell'Adriati- 
co, il  quale  mirabilmente  capitò  io  que- 
sto chiostro  in  una  cassetta,  con  una  ss. 
Spina,  ed  altre  ss.  Reliquie,  secondo  la  pia 
credenza.  Ad   altro  altare  riposavano  il 
corpo  di  s.  Alessandro  e  il  capo  di  s.  U- 
bcito  martiri  provenienti  da'romani  ci- 
nùteri,  oltre  un  osso  del  s.  Titolare.  Le 
monache  osservarono  l'interdetto  di  Pao- 
lo V,  e  restarono  uel  monastero  sino  al 
1806,  per  essere  con  decreto  28  luglio 
concentrate  in  quello  di  s.  Maria  degli  An- 
geli. Pel  successivo  decreto  28noveuibrej 
il  locale  fu  consegnato  alle  truppe  di  ma- 
rina; rimasto  poi  sgombrato  da'  tnililari, 
furono  da  non  molti  anni  demoliti  chiesa  e 
monastero,  e  ridottosi  il  recinto  a  grande 
ortaglia  con  casella,  come  apprendo  dal 
cav.  Cicogna.  - —  S.  Maria  della  Con- 
cezione delle  Dimesse.  Per  quelle  divo- 
te donne,  che  senza  legame  di   voti  bra- 
mavano servire  al  Signore,  istituì  il  veti, 
fr.  Antonio  Pagani  veneziano,  minore  os- 
servante, una  particolare  congregazione, 
acciocché   unite  quasi   in  religiosa   casa 
potessero  con  esercizi  di  divozione  otTrire 
quotidianamente  un  nuovo  sagriflzio  di 
se  stease,e  presero  il  aoiue  d'i Di/nessc(f.j. 
La  1.''  di  tali  unioni  da  Dejanira  Valma- 
rana  fu  fondala  in  V^icenza  nel  i583,  se- 
condo Corner,  alla  quale  io  anni  dopo  si 
aggregò  Angela  Paladini  di  fresco  vedo- 
va. Perfezionala  nelle  virtù,  volle  intro- 
durre in  Venezia  sua  patria  l'istituto,  e 
la  fondatrice  glielo  permise,  dandole  a 
compagne  per  superiora  M/  Calerioa 


5^2  V  E  N 

Fiorini,  e  perconsullrice  M."  Diann  Cri- 
Telli.  Furono  accolte  da  M."  Cristina  Od- 
doni  suocera  d'Angela  ainorevohiiente,  e 
romprata  colia  propria  dote  una  casa  op- 
portuna in  Murano,  ivi  si  tradussero  pir 
effettuar  la  nuova  fondazione.  Resasi  no- 
ta a  Venezia  l'eseniplarilà  di  vita  delle 
divole  donne,  chiesero  molte  d'aggregar- 
si a  loro,  divenendo  superiora  della  casa 
o  monastero  la  fondatrice  Paladini.  Con- 
tiguo fu  eretto  in  onore  dell'  Immacola- 
ta Concezione,  piccolo  e  ben  ornato  ora- 
torio,con  permesso  de'  i  g  agosto  1 600  del 
vescovo  di  Torcello  Antonio  Griroani,  e 
di  potersi  celebrar  la  messa,  e  da  un  ca- 
pitolare della  matrice  ricevervi  i  sagra- 
menti,  ma  quelli  pasquali  nella  matrice 
stessa,  che  dovevano  riconoscere  per  par- 
rocchia coli'  annuo  censo  di  due  candele 
di  cera.  Piicevè  l'oratorio  lo  spirituale  de- 
coro del  capo  di  s.  Chiara  aiartire,  e  di 
molte  insigni  relìquie,  provenienti  dalle 
catacombe  di  Roma.  L'  oratorio  e  la  casa 
soppressi  nella  generale  distruzione  de' 
pii  istituti,  passarono  altrove  i  suoi  nobili 
dipinti. — S.Gw.BaUisla.Covio\\tìoi\eg\i 
Ubbriachi  mercante  fiorentino  abitante 
io  Venezia,  con  testamento  deliSSy  di- 
spose la  fondazione  d'un  ospizio  e  ospeda- 
le in  Murano,  per  ricevervi  e  alimentarvi 
i  poveri,  facoltizzandogli  eredi  ad  elegger- 
ne il  priore.  In  breve  fu  eretto  il  pio  luogo 
sotto  l'invocazione  di  s.  Gio.  Battista,  ed 
il  priore  fu  confermato  dal  vescovo  diTor- 
cello  Jacopo  Morosini,  che  consideran- 
dolo rettore  di  casa  religiosa,  gli  assegnò 
luogo  proprio  per  1'  intervento  ne' sinodi 
diocesani.  Nello  stesso  i.^anno  dell'isti- 
tuzione 01  341,  il  priore  Massimo  si  re- 
cò dal  vescovo  di  Torcello,  in  presenza 
de' pievani  della  matrice  e  della  parroc- 
chia di  s.  Stefano,  nel  cui  confine  era  il 
pio  luogo,  ed  ottenne  di  far  celebrare  per 
se  e  pe'  poveri  ricoverati  la  messa  quo- 
tidiana, nell'altare  di  s.  Demetrio  mar- 
tire, eretto  nell'ospedale,  a  condizione 
di  contribuire  alla  matrice  due  misure 
di  vino  odia  festa  dell'Assuuzìone,  tìto- 


V  EN 

lare  di  essa,  e  il  cappellano  dovesse  ren- 
dere al  pievano  gli  ossequi  d'uso.  Di  piti 
ottenne  di  costruire  nel  recinto  sepolcri 
per  se  e  successori,  e  pe'  poveri  del  pio 
luogo.  Intanto  nel  i  348  alcuni  di  voti  uo- 
mini per  unire  in  un  medesimo  luogo 
gli  esercizi  di  misericordia  e  di  religione, 
formala  precedentemente  sotto  il  titolo 
di  s.  Gio.  Battista  una  congregazione,  e- 
ressero  contiguo  all'  ospedale  un  orato- 
rio, ove  oltre  l'assistere  i  poveri  dell'o- 
spedale, potessero  orare  e  flagellarsi  ;  e 
perchè  dalla  loro  pietà  ne  provenissero 
suffragio  a'defuoti,  stabilirono  nell'alta- 
re  di  s.  Vittore  martire  dell'oratorio  una 
messa  quotidiana.  Tale  fu  poi  il  credito 
che  colla  loro  esemplarità  si  acquistaro- 
no i  confrati,  che  nel  1437  mancato  l'ul- 
timo de' patroni  dell'ospedale,  il  vescovo 
di  Torcello  Filippo  Paruta  ne  concesse 
ad  essi  il  padronato,  col  diritto  d'elegge- 
re il  priore,  e  d'allora  in  poi  si  disse  il 
pio  luogo ,  s.  Gio.  Battista  de'  Battuti. 
Per  le  vicende  de'tempi  minorate  le  ren« 
dite  dell'  ospedale  ,  né  più  essendo  suQi- 
cienti  al  mantenimento  degl'  infermi  e 
de'poveri,  fu  statuito  che  il  luogo  fosse 
assegnato  per  accoglimento  de' pellegrini 
onde  ospitarli  due  giorni.  La  confrater- 
nita, già  fin  dal  146G  amujessa  dal  con- 
siglio de'Dieci  al  godimento  delle  prero» 
gati  ve  delle  scuole  grandi  di  Venezia  e  ad 
esse  unita ,  con  peroiesso  della  s.  Sede 
rifabbricò  ne'  principii  del  secolo  XVI 
l'ospizio  reso  cadente  e  l'oratorio  ridotta 
a  chiesa  ampia,  innalzando  gli  altaii  dì 
scelti  marmi,  e  di  questi  pur  anco  incro- 
stò la  magnifica  facciata  esterna,  coll'al- 
tre  compita  neli56g,  in  forme  sansovi- 
nesche  in  parie,  che  superstite  mostra 
l'elegante  semplicità  de'  Lombardi  ,  ed 
arresta  piacevolmente  lo  sguardo  del  fo- 
rastiere,  al  dire  del  Carrer  suUodato.  Ma 
il  cav.  Cicogna  riferendo  gli  artisti  che  vi 
lavorarono,  prova  quanta  accennai  con 
lui  e  secondo  il  dichiaralo  dal  Muschini; 
vale  a  dire  che  forse  i  Lombardi  l' iuco- 
miuciarouo,  e  poi  con  aicbileltura  alla 


V  E  N 

Siirnovina  si  comiù  tale  prospello. La  cliie- 
$<t  uvea  3  altari,  <](ieliu  maggiore  col  Dat- 
lesinao  di  Cristo  di  J.  Tinlorello,  ora  nel- 
la suddescrilta  chiesa  di  s.  Pietro  inarlire, 
con  organo  maestoso  e  distinto.  La  scuo- 
la di  vide  vasi  in  due  maestose,  ricche  e  va- 
glie  sale,  oltre  i  luoghi  adiacenti.  Aliai." 
SI  ascendeva  per  due  superbe  scale  di 
marino,  coperta  la  sala  nelle  pareti  di 
grandiosi  quadri  colle  gesta  del  s.  Pre- 
cursore, con  azioni  particolari  del  so- 
d  ili/io,  e  co' ritratti  de' più  benemeriti 
confrati,  il  tulio  di  buoni  pennelli.  Nel- 
l'altare di  nobili  marmi  si  venerava  un 
miracoloso  Crocefisso,  che  si  conduceva 
agl'infermi.  L'allra  sala,  detta  l'albergo, 
ove  ì  confrati  si  adunavano,  era  tutta 
circondala  dal  mezzo  in  giù  da  un  inla- 
glio  raro  e  di  sommo  pregio,  formato  nel- 
la semplice  noce,  in  cui  era  espressa  al 
vivo,  in  lavoro  di  rilievo,  tutta  la  vita  del 
liiUista,  oltre  i  più  rinomati  personaggi 
dell'  antichità  greca  e  romana  ,  e  altre 
simboliche  figtu'e,  opera  stupenda  chede- 
st.iva  la  generale  ammirazione  ,  e  perciò 
ripetutamente  disegnata.  Dal  mezzo  in  su 
era  coperta  di  vari  e  buoni  quadri  d'eccel- 
lenti pittori,  esprimenti  fatti  di  storia  si 
ecclesiastica  e  sì  profana,  il  che  pur  vedo- 
vasi disegnato  nel  sonhto.  Il  pianterreno 
di  (letta  sala  comprendeva  l'ospedale,  poi 
ospizio  per  alloggio  de*  poveri  pellegrini; 
ed  un  oratorio  che  serviva  per  T  ospizio, 
e  [ler  que'fedeli  aggregati  negli  oralorii 
festivi  di  s.  Filippo  Neri  di  Venezia  e  di 
lloma  ,  con  altare  ad  onore  di  s.  Gio. 
B.itlista  e  d'altri  santi,  e  quadri  di  sto- 
ria sagra.  Nella  soppressione  de' luoghi 
pii,  vi  fu  compreso  ancor  questo,  e  ti- 
no dal  iSSy  era  st;ibilita  la  demolizione 
eli  tulio  il  locale,  e  fu  eseguila  pochi  an- 
ni dopo  con  danno  delle  belle  arti;  laon- 
de oggi  non  se  ne  vede  più  traccia.  Tra' 
molti  che  ne  scrissero,  e  t'iportati  dal 
cav.  Cicogna  ,  mi  piace  ricordare  Mat- 
teo Fanello  ,  Saggio  storico-crilico  di 
Murano,  Venezia  i8i6. 

20.  S.  Jacopo  di  Palude.  Sorge  que- 


V  E  N  573 

si'  isola  nelle  Lagune  tra  Murano  e  Ma- 
zorbo.  Nel  16.°  anno  del  principato  del 
doge  Pietro  Polaiii,  ossia  nel  i  146,  or- 
so Gadoaro  della  parrocchia  di  s.  Leo- 
ne concesse  a  Giovanni  Trono  di  Mazor- 
bo  un  ampio  spazio  di  palude,  fra  Mu- 
rano e  Mazoi  bo,  perchè  ivi  ad  onore  di 
s.  Gia.Touio  Maggiore  apostolo  ergesse  un 
ospedale  per  ricetto  de'  pellegrini.  Con 
tanto  plauso  fu  ricevuta  la  fondazione 
del  pio  luogo,  che  foralo  parte  dell'elo- 
gio posto  sotto  l'immagine  del  doge  nella 
sala  del  maggior  consiglio.  Osserva  ilcav. 
Cicogna,  che  siccome  in  una  bolla  del 
1 1 86  d'  Urbano  I  II,  e  da  Bernardo  Tre- 
visano nella  Laguna  di  f'^enezia,  l'ospi- 
zio viene  denominato:  ffospitale  s.  Ja- 
cobi  jiixta  /lumen  Palude;  quindi  il 
Trevisano  congettura  che  vi  passasse  vi- 
cino un  fiume  o  uo  canale  detto  Palu- 
de j  il  perché,  non  ààWa.  palude  donata 
dal  Badoaro,  ma  dal  canale  prendereb- 
be il  nome  l' isola.  Però  fu  breve  la  du- 
rala dell'ospedale,  poiché  non  ancor  com- 
pilo un  secolo  dalla  sua  fondazione,  vi 
furono  introdotte  ad  abitarlo  monache 
cistcrciensi  ;  per  le  quali  essendo  troppo 
ristretto  il  luogo,  Pasquale  Ardizoni  pie- 
vano della  chiesa  matrice  di  Murano,  do- 
nò nel  giugno  i238  a  Donata  badessa  e 
alle  mon.iche  di  s.  Giacomo  di  Palude, 
un  tratto  di  palude  di  ragione  della  sua 
chiesa, acciocché  potessero  dilatar  le  loro 
abitazioni,  ivi  dunque  per  mollo  tempo 
vissero  ritiratele  monache,  finché  rallen- 
tata nel  chiostro  la  primiera  osservanza, 
ed  introdottosi  lo  scorretto  modo  di  vi- 
vere, si  diminuì  talmente  il  numero,  che 
rimjste  due  sole  nel  cadente  monastero, 
si  ritirarono  verso  il  i44o  oel  monaste- 
ro di  .s.  Margherita  di  Torcello,  in  cui 
pure  si  professava  l'istituto  cistcrciense. 
Le  monache  di  s.  Margherita  trovandosi 
gravate  colle  due  nuove  ospiti,  implora- 
rono nel  i44'  ^^^  ''  rovinoso  e  abban- 
donato monastero  di  s.  Giacomo  di  Pa- 
ludo  fosse  unito  e  incorporalo  al  proprio, 
siccome  angustiale  dalla  povertà.  Il  Pa- 


574  V  E  N 

[la  r  esaudì,  ordinamlo  che  i  due  mona- 
steri fossero  unicarnenle  soggelti  alla  ba- 
dessa di  8.  Margherita,  ma  però  che  anco 
in  quello  di  ».  Giacomo  continuassero 
le  monache  e  ì  n)inistii,  acciò  non  fosse 
interrotto  il  cullo  divino.  Pochi  anni  do- 
po, il  senato  nel   i4^5  ordinò  al  pode- 
stà di  Murano  che  fòsse  consegnalo  il  luo- 
go di  8,  Jacopo  a'  frali  minori  Francesco 
Boldh  e  Pietro  di  Candia,  i  quali  si  of- 
frirono restaurarlo  dalle  rovine,  abitarlo 
0  ripristinarvi  il  cullo  divino.  Questo  lo 
ricavo  dal  cav.  Cicogna,  non  pai  landone 
il  Corner.  Frattanto  afìlilla  Venezia  da 
gravissima  pestilenza,  flagello  de'flngelli, 
stabif]  il  senato  a*  17  luglio  1 456  che  l'i- 
sola di  s.  Lazzaro,  già  destinata  al  ricove- 
ro de'Iebbrosi,  fosse  assegnala  a'riguardi 
di  sanila  per  ri  [torvi  i  risanati  dal  morbo 
pestilenziale,  che  uscivano  dal  Lazzaret- 
to; e  che  i  lebbrosifosserocondolli  al  luo- 
go di  ».  Giacomo  di  Paludo  (anche  nel 
ì5j6  f\ì  assegnata  1'  isola  per  gli  usi  sa- 
nitari), dovendosi  celeremenle  riedifica- 
re co'materiali  de!  monaslero  d'Ammia- 
»io  demolito,  e  tutto  ciò  con  beneplacito 
della  s.  Sede.  La  stabilità  dell'  unione 
non  ebbe  effetto,  neppure  dopo  parlili   i 
lebbrosi,  poiché  le  monache  di  s.  Marghe- 
rita desolale  dal  bisogno,  e  dall'imminen- 
te rovina  anche  del  loro  monaslero  situa- 
to in  luogo  paludoso  e  insalubre,  ol  ten- 
nero da  Calisto   111  e  dal  successore  Pio 
11  nel  1 459  d'  essere  trasferite  a  Venezia 
in  luogo  più  opporlimo,  presso  i  ss.  Ger- 
vasio  e  Protasio,  riservando  però  il  mo- 
naslero di  S.Giacomo  dì  Paludo  a  soltie- 
TO  di  loro  indigenze.  Dispiacente  il  se- 
nato che  un  luogo  sagro  e  già  tanto  ce- 
lebre andasse  a   rovinare,   voile  prega- 
re Pio  11   a  concedere  l'antico  chiostro 
di  s,  Giacomo  di  Paludo  a  fr.  Francesco 
da  liimini  de'rainori,  dotto  e  riputato  al- 
lora di  vila  esemplare.  Il  Papa  l'esaudì 
nell'  armo  slesso  a  mezzo  de'  suoi  dele- 
gati, che  sciolta  1*  unione  de'  monasteri, 
e  soppi'essa  nel  monastero  di  s.  Giacomo 
]a  dignità  di  badessa  e  la  cotnunità  ci- 


V  E  N 

slerclense,  non  ostante  gli  sforzi  deirafilit- 
te  monache  per  impedirlo,  I'  accordò  a 
fr.  Francesco.  Questi  a'aS  feblnaio  i  460 
fu  costituito  piioie  del  luogo;  ma  per  es- 
sere le  monache  appellate  alla  s.   Sede, 
il  Papa  nel  1462  attribuì  porzione  delle 
rendite  a  vantaggio  delle  monache,  e  l'al- 
tre a  favore  di  fr.  Francesco  sinché  vi- 
vesse. Sì  beneficalo   leligioso  corrispose 
con   ingi'alitudiue,  dappoiché  radunala 
ragguurdevole  somma  di  denaro  per  \n  : 
restaurazione  del  sagro  luogo,  non  solo 
lo  lasciò  nel    rovinoso  suo  sialo,  ma  af- 
filiale le  rendile  ad  un  piele  scoslumatOj 
ritornò  a  Uiminì  seco  conducendo  i  mo- 
bili e  gli  ornamenti  della  chiesa.  Avuta- 
ne notizia  Paolo  li,  nel  i4^9  ordinò  al 
patriarca  di  Venezia  Geiardi,  che  levalo 
il  priorato  dal  possesso  dell'  indegno  re- 
ligioso, v'istituisse  un  convento  regolare 
di  frati  minori,  assegnandolo  a  quello  di 
s.  Maria    Gloriosa  de'  Frari  di  Venezia, 
e  così    pervenne   a'  minori   conver.luali. 
Questi  vi  stabilirono  de*  religiosi,  il  cui 
numero  andò  diminuendo  progressiva-' 
mente,  per  cui  negli  ultimi  tempi  vi  abi- 
tava un  solo  religioso  per  la  ceU;brazÌQ- 
ne  della  messa  nelle  feste,  e  per   racco- 
gliere i  passeggieri  in  caso  di   procella, 
avendo  seco  tm  frale  laico  e  un  servo  se^ 
colare.  Soppresso  il  convento   de'  Frari 
nel  1810.  il  simile  avvenne  a  questo  di 
s,  Jacopo  di  Paludo,  il  quale  fu  poi  col- 
la chiesa  demolito,  nulla    restandovi  ia 
mezzo  all'ortaglie  in  cui  fu  ridotto  il  luo 
go,  tranne  un'ancona  o  tabernacolo  eoa 
quadro  di  tavola  colla  salutazione:  Ai'e 
Ularia  Mater  Gradar,  Più  altre  notizia 
si  ponno  leggere  neW Inscrizioni  Fencs 
ziane  Cit\  cav.  Cicogna. 

21.  Mazorbo  o  Mazzorho,  Maj'ur-i 
biitm.  Una  delle  principali  isole  della  La 
guna  di  Venezia,  a  2  leghe  nordest  dai 
essa,  presso  e  all'  ovest  di  Durano,  alla 
quale  è  congiunta  per  un  lurìgo  e  an- 
gusto ponte  di  legno.  Si  con>pone,  dic« 
il  Dizionario  veneto,  di  3  uìinori  iso 
lette  unite  da  ponti  di  legno.  Uii  lempd 


V  E  N 

florida  e  tra  le  più  popolose  della  La- 
guna supciiore,  colle  chiese  e  raoiiasleri 
che  dirò  col  Corner,  ora  è  uiolto  deca- 
dtUa,  contando  una  scarsa  popolazione 
di  pochi  pescatori  e  vignaiuoli,  che  colti- 
vano il  SHO  terreno  abbondante  di  frutti 
e  di  erbaggi:  fu  per  questo  uno  de'pri- 
lui  luoghi  popolati  nelle  Lagune,  ed  era 
una  delle  villeggiature  de'veneziani.  La 
sua  decadenza  maggiore  data  dal  1806 
é  dal  1 8 1  o,  disgraziate  epoche  delia  sop- 
pressione delle  corporazioni  religiose  che 
ne  iorinavano  l'ornaoieuto.  Ora  non  vi 
è  nulla  da  osservare,  dice  il.  Moschini. 
Trovo  nello  Stalo  personale,  che  la  par- 
rocchia *\e  ss.  Pietro  e  Caterina,  del  vi- 
cariato foraneo  di  Torcello,  padronato 
de'capi  di  famiglia  possidenti  del  distret- 
lo  parrocchiale, è  una  frazione  del  comu- 
ne di  Curano,  con  economo  spirituale  e 
84  anime.  Oltre  questa  chiesa,  vi  ha  pu- 
re l'oratorio  non  sagrameatale  di  s.  Bar- 
tolomeo apostolo.  L'origine  di  /llazorho 
l'apprendo  da  Corner.Non  molto  distante 
da  Torcello,  fu  così  chiamata  dagli  alti- 
nati,  che  primi  cominciarono  ad  abitarla, 
in  memoria  di  quella  porta  della  loro  pa- 
tria, che  conduceiido  al  maggior  Borgo, 
dice  vasi  Maj'urhio,  e  poscia  corrottamen- 
te Mazorbo.  Dividesi  propriamente  in 
due  parti,  mercè  un  largo  canale  che  le 
scorre  per  mezzo,  e  separa  l'isola  in  oc- 
cidentale e  orientale,  e  posta  nel  mezzo 
delle  altre  isole,  fu  ne'  tempi  remuti  il 
luogo  più  ameno  al  respiro  de'nobili,  al- 
lorquando erano  dediti  al  fruttuoso  com- 
mercio marittimo,  nelle  stagioni  estiva  e 
autunnale.  Era  governata  iije'  tempi  più 
felici,  la  parte  orientale  dell'  isola  da  due 
chiese  parrocchiali,  delle  quali  sussisteva 
ai  tempi  di  Corner,  e  non  adesso,  quel- 
la intitolata  a  s.  Pietro^  povera  e  disa- 
dorna, tuttavia  conservando  allora  qual- 
che vestigio  di  sua  primiera  ricchezza  la 
alcune  nobili  colonne  di  marmo  greco, 
e  in  una  palla  d'argento  dorata  di  maui> 
fattura  greca.  Coll'andar  del  tempo,  ab- 
bandonato il  lu«go  dagli  abitauti,  si  ri- 


VEN  57^ 

du^seroa  pochi  ortolani,  fu  soppressa  ne* 
primi  del  secolo  XVI  l'altra  parrocchia 
di  s.  Bartolomeo,  e  la  chiesa  cadente  fa 
ridotta  a  picoolo  oratorio,  che  probabil- 
mente sarà  il  suindicato,  restando  alla 
sola  chiesa  di  s.  Pietro  soggetta  tutta  1a 
piirte  orientale  dell'  isola.  Terminando 
di  sussistere  anche  questa,  per  memoria 
fu  unito  il  suo  titolo  alla  ricordata  esi- 
stente chiesa  di  s.  Caterina^  di  cui  ragio- 
iierò  poi.  La  parte  occidentale  di  Mazor- 
bo, perchè  alquanto  uiaggiore  dell'altra, 
ora  anticamente  divisa  in  3  parrocchie, 
delle  quali  a  tempo  del  Corner  rimane- 
va solo  quella  dedicata  a  s.  Michele  Ar- 
cangelo, volgarmente  di  s.  Angelo.  L'al- 
tre due  sotto  r  invocazione  di  s.  Stefa- 
no  protomartire  V  una,  e  de'^.y.  Cosma 
e  Damiano  V  altra,  furono  verso  il  fine 
del  secolo  XIV  ridotte  a  una  con  dop- 
pio titolo,  ricavandosi  da'docuraenti  che 
la  chiesa  nbbattuta  fosse  quella  di  s.  Ste- 
fano, giacché  nel  «44?  *'  '^SS^'  Andrea 
rettore  della  sola  chiesa  de'  ss.  Cosma 
e  Damiano  di  Mazorbo.  Parò  non  mol- 
li anni  dopo,  anche  la  chiesa  de*  ss.  Co- 
sma e  Damiano  soggiacque  alla  stessa 
sciagura,  perchè  non  potendo  i  pochi  e 
miserabili  abitanti  supplire  al  dispendio 
della  chiesa  che  rovinava,  e  del  mante- 
nimento del  parroco,  si  unirono  lAtti 
sotto  la  cura  di  s.  Michele,  dilla  (|uale  al- 
cuni di  voti  veneziani  di  poi  nel  i  747  adu- 
natisi in  confraternita,  ne  impedirono  la 
caduta  con  risarcirla  e  abbellirla,  for- 
nendola pure  di  decenti  suppellettili  per 
la  conveniente  ulìlziatuia.  Della  sola  chie- 
sa dunque  superstite  e  parrocchiale,  ol- 
tre il  discorso  oratorio  di  s.  Bartolomeo, 
eccone  le  notizie.  —  S.  Caterina.  Nel- 
r  erudito  trattato,  che  della  Laguna,  di 
Venezia  compose  il  patrizio  veneto  Ber- 
nardo Trevisan,  si  asserisce  essere  stato 
il  monastero  delle  benedettine  di  s.  Ca- 
terina di  Mazorbo  fabbricato  nel  783 
(  nel  785  dice  lo  Stato  personale,  ed 
aggiunge,  che  secondo  alcuni,  certo  esi- 
steva nel  1398).  Se  qua«ta  e  la  vera  e- 


576 


V  E  N 


poca  di  sua  fondazione,  osserva  Corner, 
ci  resta  per  circa  6 secoli  ignoto  ogni  suc- 
cesso di  questo  luogo,  la  di  cni  più  an- 
tica menzione  si  trova  negli  alti  del  sino- 
do diocesano  convocato  nel  1874  da  Fi- 
lippoBalardo  vescovo  di Torcello,ne'qna- 
li  si  legge  sottoscritto  Giacomo  Mazenaa- 
no  prete,  per  nome  del  monastero  di  s, 
Caterina  di  Mazorbo.  Il  più  antico  do- 
cumento poi,  che  si  conservava  nell'ar- 
chivio delle  monache,è  un  giuramento  di 
fedeltà  fatto  nel  i  898  dalla  badessa  di 
s.  Caterina  di  Mazorbo  al  detto  vescovo 
di  Torcello.  Ma  forse  la  chiesa  preesisleva 
pir  introduzione  delle  monache,  perchè 
sulla  porta  e  colla  data  del  1 368,  è  un  bas- 
sorilievo esprimente  loSposalizio  di  S.Ca- 
terina col  Signore.  Ne'principii  del  secolo 
XV  il  monastero  era  ridotto  in  gravi  stret- 
tezze, onde  a  sollevarne  in  qualche  par- 
te l'  angustie,  Filippo  Parola  vescovo  di 
Torcello,  nel  i432  gli  uni  i  beni  del  sop- 
presso monastero  di  s.  Nicolò  della  Ca- 
i'ana.'Eva  già  stato  fondato  questo  mona- 
stero nel  1  3o3  con  approvazione  di  Fran- 
cesco Dandolo  vescovo  di  Torcello,in  una 
isolelta  non  molto  distante  da  Torcello, 
perchè  vi  abitassero  monache  benedet- 
tine. Siccome  povero,  non  polendone  ali- 
mentar che  4i  COSI  a  sussidio  di  loro  in- 
digenza nel  i3i4con  pietà  religiosa  as- 
segnò il  capitolo  della  matrice  di  Mura- 
no una  sua  contigua  palude,  acciocché 
le  fabbriche  o  erette  oda  erigersi  in  essa, 
tutte  in  perpetuo  fossero  a  favore  del 
monastero  di  s.  Nicolò.  Non  pertanto,  es- 
sendo mollo  inferiore  l'aiuto  al  maggior 
bisogno  delle  religiose,  andarono  queste 
tanto  diminuendosi,  che  nel  i43o  man- 
cate tutte  di  vita,  non  vi  restava  spe- 
ranza che  vergine  alcuna  volesse  abi- 
tar luogo  s)  povero,  sì  desolalo  e  sì  ro- 
vinoso. Avuto  dunque  il  consenso  de'suoi 
canonici,  il  vescovo  Parula  a'  i5  luglio 
i4-^2,con  decreto,  uni  il  monastero  be- 
nedettino di  s.  Nicolò  della  Cavana^ 
dichiarandolo  soppresso,  all' altro  di  s. 
Qaterina  di  R.lazorbo  del  medesimo  isH- 


I 


VEN 

tufo,  soUoponendo  i  due  luoghi  e  ìov^ 
possessioni  ad  una  sola  badessa.  Abban- 
donati quindi  la  chiesa  e  il  chiostro  di 
s.  Nicolò,  a  poco  a  poco  rovinarono,  e  l'i- 
sola omonima  si  ridusse  all'antico  suoi 
stato  di  palude.  Passati  poi  oltre  200  an-»' 
ni  ottennero  il  deserto  luogo  di  s.  Nicolò 
della  Cavana,  nel  1648,  due  che  si  van- 
tavano cremiti  di  s.  Paolo  1  ."eremita;  tna 
in  poco  tempo  attediati  dalla  solitudine 
e  dalla  povertà,  se  ne  partirono;  sotten. 
trarono  in  loro  vece,  per  concessione  deU 
le  motiache  di  s.  Caterina,  due  veneziani 
seguaci  dello  stesso  ordine  de*  primi,  e 
indi  imitatori  della  loro  instabilità.  L'iso« 
la  di  v.  Nicolò  della  Cavana  fu  dettaf 
pure  Monle  del  Rosario,  dalla  chiesa  che 
sotto  tale  invocazione  si  edificò,  cioè  in 
onore  di  s.  Maria  del  Rosario,  anch'essa 
poi  distrutta.  L'  avea  edificata  colle  li- 
mosine  de'fedeli,  sulle  rovine  dell'antica,^ 
il  pio  veneziano  Pietro  Tabacco,  con  as- 
senso delle  monache,  con  alcune  contigue' 
e  comode  case,  istituendovi  una  divota 
confraternita,  che  a  tempo  del  Corner  de- 
centemente ruffiziava,e  un  sacerdote  suf- 
fragava i  confrati  defunticon  messa  qtio- 
tidinna. Tornando  al  vescovo  Paruta,non 
contento  d'aver  colla  descritta  unione 
dato  qualche  sollievo  al  monastero  di  s. 
Caterina,  onde  provvederlo  di  più  co- 
pioso aiulo,  nello  stesso  giorno  gli  con-- 
giunse,  coll'assenso  del  capitolo  Torcel- 
lano,  il  monastero  di  s.  Maria  Madda- 
lena della  Gaiada,  situato  in  una  piccola 
isoiella  di  lai  nome  poco  lungi  da  Tor- 
cello, il  quale  già  abitalo  da'canonici  re- 
golari, era  stalo  da  essi  per  intollerabile 
povertà  totalmente  abbandonato.  Nella 
chiesa  di  s.  Caterina  in  due  urne  di  mar- 
mo si  collocarono  i  corpi  de'  ss.  Adriano 
e  Maiio  martiri,  trovati  nelle  catacombe 
di  Pvoma  ;  venerandosi  pure  alcune  reli- 
quie de'  ss.  Innocenti.  La  chiesa  fu  re- 
staurata in  diversi  tempi,  e  nel  principio 
del  secolo  XVI  fu  innalzalo  il  campa- 
nile. Le  benedettine  vi  restarono  sino 
al  1 8  (  o,  in  che  furouo  soppresse,  e  pu\ 


VE  N 

In  cMesa  divenne  pmrocclila,  ed  è  l'uoi- 
ca  dell'isola,  col  dello  doppio  litolode* 
ss.  Pietro  e  Cate*'ina.  —  iS'.  Matteo  delle 
monache  benedetline  cislerciensi.  Verso 
il  I2q8  vi  si  trasportarono  quelle  dell'i- 
sola di  Costanziaco,  a'  it  gennaio  fa- 
cendo porre  la  i.*  pietra  ne'  fonda  menti 
della  chiesa,  in  onore  dell'apostolo  ed 
evangelista  8.  Matteo  titolare  di  quella 
che  aveano  abbandonata.  Dopo  avere  le 
monache  sostenuto  litigi,  ed  essere  state 
soggette  agli  abbati  dell'ordine,  Paolo  II 
nel  I  ^Gq  le  sottopose  a'palriarchi  di  Ve- 
nezia, ordinandone  la  liforma  dalla  de- 
caduta disciplina.  Leone  X  nel  i5ii  vi 
unì  il  monastero  cislerciense  di  s.  Mar- 
gherita di  Torcello  già  celebre.  Indi  fu 
ristorata  e  ornata  la  chiesa  di  s.  Matteo, 
la  quale  possedeva  il  corpo  di  s.  Emi- 
liano martire  tolto  da'  cimiteri  romani, 
ed  altre  ss.  Ueliqnie.  — -  SS.  Kttfcinia  e 
Compagne  mar  tiri  aquilciexi  rielle  mo- 
nache benedelllne  cistcrciensi.  Fondato 
sotto  l'invocazione  di  tali  sante,  da  Mar- 
gherita nobile  pailovana,  che  nel  900 
sottrattasi  dalla  patria  pe'tumultidi  guer- 
ra, ritirossi  con  3  nobili  vergini  nell'isola 
di  Mazorbo,  gli  donò  se  stessa  e  i  suoi 
beni  ;  e  visse  in  tanta  santità  di  vita  e 
splendore  di  virtù,  che  meritossi  esser  il- 
lustrata da  Dìo  con  grandi  miracoli,  on- 
de dopo  morte  i  popoli  l'onorarono  col 
titolo  di  Beata.  A  questo  monastero  Eu- 
genio IV  nel  1438  congiunse  l'altro  be- 
nedettino dell'  isola  d'  Ammiano  ridotto 
a  3  monache.  —  <.9.  Maria  di  Falverde 
delle  monache  benedelline.  Pe' tumulti 
e  pericoli  dulie  guerre,  partite  dal  mona- 
stero di  s.  Caterina  di  Chioggia  verso  la 
fine  del  XI  li  secolo,Margherila  superiora 
con  due  altre  monache,  si  ricovrarono 
in  Mazorbo  dalle  cistcrciensi  di  s.  Eufe- 
njiii;  ma  assuefalle  a  più  rigorosa  vita, 
impetrarono  da  Egidio  vescovo  di  Tor- 
cello facoltà  d' istituire  nella  parrocchia 
de' ss.  Cosma  e  Damiano  un  nuovo  mo- 
nastero sotto  l'invocazione  di  Maria  Ver- 
ginee di  s.  Leon^irdu  confessore,  per  pra- 


VEN  577 

fessarvi  con  altre  vergini  l'anstero  istitu- 
to cislerciense.  Il  vescovo  con  decreto  del 
1281  l'esaudì,  permettendo  pure  di  rice- 
vere all'abito  monastico  monache,  mona- 
ci, converse  e  conversi,  secondo  l'uso  di 
que'lempi,ne'quali  come  già  di>si  abitava- 
no presso  i  chiostri  delle  monache,  rego- 
lari del  medesimo  istituto  sì  sacerdoti,  che 
conversi,  quelli  per  l'amministrazione  de* 
sagramenli  e  questi  pe'temporali  servizi 
del  monastero  .  Pare  che  negl'  iuìzi  del 
secolo  XIV  le  monache  adottassero  la 
pura  regola  di  s.  Benedetto,  ignorandosi 
perché  si  dissero  della  f^alverdc.  L'an- 
gusta e  disadorna  chiesa  era  ricca  di  ss. 
Rj^liquie,  fra  le  quali  del  Legno  della  ss. 
Croce  grosso  quanto  un  dito,  oltre  porzio- 
ne d'osso  del  s.  Contitolare  della  chiesa, 
riposto  nel  suo  altare  quando  lo  consagrò 
nel  iSSg  Cornelio  Pesaro  arcivescovo  di 
Zara.  —  S.  Maria  delle  Grazie  delle 
monache  cappuccine.  Dalla  città  di  Ve- 
nezia, ove  nel  i63o  orribilmente  infie- 
riva, dilatossi  la  peste  anco  nelle  vicine 
isole  della  Laguna  con  tanto  maggiori 
stragi,  quanto  era  più  grande  la  miseria 
degli  abitanti.  Sotto  il  peso  del  grave 
flagello  si  rivolsero  i  popoli  a  implorar 
la  divina  misericordia,  ed  invocando  il 
patrocinio  di  Maria,  decretò  il  senato 
una  magnifica  chiesa  a  di  lei  onore,  e  per 
tale  esempio  altra  ne  promise  la  comu- 
nità di  Mazorbo  corrispondente  al  tenue 
suo  potere.  A  questa  piccola  chiesa  fu  poi 
imposto  il  nome  di  S.  Maria  di  Mazor- 
bo, in  memoria  forse  d'altra  più  antica 
sollo  lo  slesso  titolo  già  eretta  nell'isola, 
e  poi  dal  tempo  distrutta.  Nel  1657  ^" 
data  in  custodia  ad  un  eremita  napoleta- 
no, e  poco  dopo  al  sacerdote  trentino 
Giovanni,  che  vi  morì  nel  1671.  La  co- 
munità quindi  la  concesse  a  Carlo  Polini 
veneziano,  morto  il  quale,  nel  1689  fu 
consegnata  alle  bresciane  e  virtuose  so- 
relle Elisabetta  e  Francesca  Coi,  che  ri- 
dotta la  chiesa  a  più  decente  struttura, 
vi  fondarono  accanlo  wn  atigiisto  mona- 
stero per  vergini  donzelle  sotto  la  regola 


578  V  E  IN 

<Vi  «,  Francesco.Toslo  fiorì  sino  al  autneio 
tli  3o  e  denotiiinale  Ercniitc  Cappiiccì- 
nedi l\Iazorho.  Iti  memoria  del  ^jadio- 
iialo  e  della  liberazione  dalla  peste,  la 
coiuunilà  di  Mazoibo  ogni  anno  si  reca- 
va in  processione  per  la  festa  di  s. Rocco 
nella  chiesa  a  ringraziar  Dio. 

T.'ì. Barano,  Bur'anunio  Boreamun, 
Isola  e  città,  formante  nn  comune  ap- 
partenente al  distietto  della  provincia  di 
Venezia,  da  cui  è  distante  circa  5  miglia, 
e  una  da  Torcetto,  posta  sulle  Lagune. 
Sebbene  non  molto  estesa,  è  però  popo- 
Idlissima  di  circa  8,oco  abitanti,  secondo 
il  Moschini,  o  di  7,000  al  dire  del  Di- 
zionario veneto.  Meglio  è  ritenere  la  le- 
gale cifra  dello  Slato  personale  che  nella 
sua  pflrrocclua  novera  anime  5,ooi.  Vi- 
vono la  maggior  parte  con  applicarsi  alla 
marineria,  alla  pesca,  alla  caccia  del  sel- 
vaggiume  acquatico,  alla  coltivazione  de- 
gli orti  e  ad  altre  industrie.  Il  terreno  è 
fertilissimo  e  molto  coltivalo,  sommiin- 
^lrando  in  abbondanza  frutti  etl  erbaggi. 
Le  donne  lavorano  merletti  a  piialo  in 
aria  assai  celebri,  ed  un  tempo  di  (nag- 
giori  lucri,  anzi  dal  Dizionario  veneto 
sono  detti  preziosi,  (ìnissitni  e  d'  ottimo 
gusto,  paragonati  a  que'  di  Fiandra,  e 
die  si  lavorano  anche  in  Mazoibo.  Al- 
tre donne  di  Borano  incedano  per  Ve- 
nezia vendendo  o  acquistando  vecchie 
veslimenta  e  cenci.  Il  dialeto  o  accento 
de'  burauelli  è  alquanto  particolare  da 
quello  degli  altri  isolani  e  de' veneziani, 
pronunziando  le  vocali  doppie  e  allunga- 
te. Un  lempoavea  (juelle  chiese  e  que'mo- 
nasteri  soppressi,  che  riferirò  col  Corner. 
Ora  appartiene  Durano  nello  spirituale 
alla  vicaria  foranea  di  Torcellu,  ha  per 
parrocchia  s.  Martino,  padronato  de'ca- 
pi  di  famiglia,  con  parroco,  due  coopera- 
tori e  sagiista  ;  s.  Maria  dalle.  Grazie, 
chiesa  sagramentale;  es.  Filippo  Neri ,0- 
ralorio  nonsagramentale.Fra  le  altre  iso- 
le, nelle  quali  i  cittadini  d'  Allino  si  ri- 
coverarouo,  una  fu  quella  di  Barano  o 
Boreano,  coù  chiamala  dagli    allinali 


V  EN 
stessi  in  memoria  d'una  porfa  di  loro 
cillù  che  riguardava  verso  settentrione. 
]\Li  come  quesl'  isola,  sj.uata  presso  al 
Porto  di  Tre  Porti,  troppo  esposta  al- 
l'escrescenza del  mare,  poco  dopo   co- 
rainciòad  esser  corrosa  ne'suoi  fondamen- 
ti dall'  impetuoso  corso  dell*  acque,  cosi 
i  numerosi  abitanti  prevenendo  il   peri- 
colo di  sommergersi,  si  rifugiarono  nel 
959  ad  un'altra  eminente  e  dilatata  pa- 
lude fra  Mazorbo  e  Torcello,  e  stabilito 
cogli  abitanti  di  Mazorbo,  nel  dominio 
de'  quali  era  la  palude  stessa,  un   annuo 
censi",  ivi  fissarono  il  loro  domicilio,  de- 
ninnintiudo  il  luogo  medesimo  col  nome 
d«ir abbandonata  isola  Barano   nuovo, 
eh"  è  l'esistente  di  cui  ragiono.  Quivi  per 
l'assistenza  spirituaie  di  loro  anime  fon- 
darono la  detta  chiesa  sotto  l'invocazione 
di  s.  Martino  vescovo  di   l'ours   (lo  1?^^- 
to  personale  la  dice  eretta  nel  99^1),  fu 
inseguito  rifabbricata,  e  neli63u  oonsa- 
grata  da  Marc' Antonio  .Martinengo  ve- 
scovo di  Torcello  (fu  fatto   vescovo   nel 
1643,  e  ben  a  ragione  dichiara  lo  Stato 
personale,  che  la  consagrazione  l'esegui 
nella  4-"  domenica  d'ottobre  16 45).  Ri- 
posano in  essa  i  corpi  de'  ss.  martiri  Al- 
bano vescovodiparticolar  divozione  qual 
])rotettore  principale  dell' l'iota,  Orso   e 
Domenico,  de' quali  è  popolare  tradizio- 
ne, non  appoggiata  a  documenti,  che  rin- 
chiusi in  una  grand'arca  di  marmo  gal- 
leggiando sopra  1'  acque  approdassero  a 
([uest' isola;  e  non  essendo  valevole   la 
forza  di  tutto  il  popolo  per  trarre  a  terra 
il  grave  deposilo,  questo  poi  con  somma 
facilità  fosse  eseguito  da  teneri  e    inno- 
centi fanciulli.  Aperta    poi   la  cassa,    vi 
trovarono  i  3  Corpi   santi,  con  quesl*  i- 
scrizioue  iucisa  in  marmo,  che  tradotta 
dal  latino  suona  :  Albano  vescoi^o  e  Do- 
menico eremita  ambedue  ad  una  stessa 
ora  furono  uccisi  per  Cristo.  Per   eter- 
nar poi  la  memoria  di  tanto  prodigio,  fa 
la  stessa  arca  di  marmo  riposta  sotto  la 
mensa  dell'  altare,  sul  quale  furono  de- 
posti i  ss.  Corpi,  e  da  quell'ora  si  accesa 


I 


YEN  YEN  57CJ 
nel  cuore  degli  abitnnti  tale  fei'vorofsn  di-  loia  vi  passarono  due  sacerdoti  ad  nbi- 
vozione  verso  s.  Albano,  che  lo  venerano  tflre  l'ospizio,  ma  non  potendo  souiioini» 
come  il  maggior  patrono  presso  Dio.  Fa  slrar  loto  l'alimento  la  popolazione,  uno 
menzione  di  s.  Albano  vescovo  e  di   s.  ne  partì  e  l'altro  stentatamente  visse  ai- 
Orso  chierico  resi  martiri   dagli    eretici  quanto  coli'  insegn:ue  i  primi  rudimenti 
ariani,  il  Maurolico  nel  M-irtirologio;  e  a' fanciulli,  finché  fu  costretto  tornar  a 
rammemora  anche  il  S.'conìpagno  s.  Do-  Yenezia.  Per  la  conservazione  d'un  luo- 
menicoereniitae  martire,  il  ve-covod'E-  go  consagrato  a  Dio,  il  priore  generala 
quilio  o  Jesolo  Pietro  Natali,  che  ne  re-  dell'ordine,  col  consenso  de'  padri  della 
gistra  la  passione  e  la  traslazione  di  loro  provincia  Trivigiuna,  stabiPi  di   cederlo 
reliquie  a  Yenezia.  Ad  altro  altare  si  con-  a  qualche  istituto  regolare.  Intanto  tre 
servano  alcune  ossa  de'ss.  Innocenti,  del-  pie  Jiobili  Serafina  Griti,  Maria  Fosca- 
Ic  (piali  è  fama  che  vi  fossero  tradotte  dal-  ri  e  IlalFétela  Quirini,  sentendosi  ispirate 
r  antico  monastero  di  s.  Adtiauo  di  Co-  a  fondare  un  monastero  in  luogo  remoto, 
slanziaco  Dopo  la  soppressione  della  chie-  nel  i  548  ottennero  il  luogodisabitalo  vei' 
sa  e  monastero  di  s.  Gio.  Ballista  di  Tor-  so  l'annuo  censodi  5  ducali, e  in  caso  d'e- 
cello,  da  (|uella  fu  trasportato  in  questa  stinzione  delle  monache  dovesse  tornare 
di  s.  Martino  il  celebre  corpo  di  s,  Bar^  all'ordine.   Ridotto   l' o>pizio  a   piccolo 
bara  vergine  e  martire.  Da  un  documen-  monastero,  vi  entrarono  le  3  fondatrici, 
lo  del    1289  rilevasi,  che  questa  chiesa  ma  vedendo  che  poche  ivi  si  ritiravano, 
possedeva  allora  alcune  rendile  nelle  La-  conobbero  che  lafondazioue  non  [)Oleva 
gune;  a' tempi  del  Corner  sussisteva  col-  sussistere.  Tultavolta   due  di  quelle  che 
le  limosinede'  fedeli.  La  chiesa  è  a  3  na-  vi  aveano  vestito  l'abito  religioso,  arri- 
vi, e  dice  il  Moschini,  che  vi  ha  3  buoni  vate  a  gran  vecchiezza  sino  al  iGig.eb- 
quadretli,  co'fatli  di  INbirin  Vergine,  sul-  bero  la  consolazione  di  veder  il  luogo 
lo  stile  del  Bellini.  Oltre  a  (piesli  vi   è  iibilalo  da  numeroso  coro  d'esemplaris- 
la  pala  con  la  visita  de' Magi  di  Antonio  siaie  vergini.  Imperocché  la  ven.  Maria 
Z^anchi,  e  nella  sagrestia    si  conserva    la  Benedetta  de  Rossi,  di  cui  il  Corner  de- 
preziosa tavola  di  Girolamo  Santacroce,  scrive  la  vii,»  e  ne  olire  1' eHìgie,  vide  in 
esprimente  s.  Marco  in  trono,  fra  i  san-  visione  s.  Francesco  d'Asisi, il  quale  le  io- 
ti Nicolò,  Benedetto,  Lorenzo  e  Yito,  ivi  giutise  di  vestir  abito  color  grigio  aldi 
trasportata  dalla  demolita  chiesa  di  s.  Yi-  sotto,  a  suo  onore,  con  sopravveste  nera 
to.  Il  campanile  è  disegno  del  Tirali.  Del-  in  memoria  de'Setle  Dolori  chesofFrì  Ma- 
r  antiche  chiese,  lo  rq^eto,    non  esisto-  ria  Vergine,  massime  a  pie  della  Croce, 
no  che  s.  Martino,  e  quella  di  s.  Maria  Quindi  si  ritirò  tra  le  suore  del  terz'or- 
delle  Grazie,  di  cui    vado  a  parlare,  ri-  i\\ne  iW Servi  di  Maria  iieile  Mante lla- 
dolla  a  chiesa  sagramenlale,  oltre  l'oi  a-  (e  o  PizzoccherCy  ove  per  1'  austerità  e  le 
torio  di  s.   Filippo.  — r  S.  Maria  delle  assidue  orazioni,  cadde  in  mortale  iufer- 
Gr(7z/edelle  monache  servite.  Pel  rispet-  mila,  da  cui  guarì  nel  ricevere  dal  gene- 
toso  alletto,  che  professava  al  benemerito  rale  dell'ordine  l'abilo  de'serviti  col  no» 
ordine  de'servi  di  Maria,  Vincenzo  tìglio  me  d'  Andriana.  Avanzandosi  nella  per- 
dei doge  Antonio  Grinjani  othì  ad  esso  nel  fezione,  il  buon  odore  di  sue  virtì^straor- 
I  533  in  perpetuo  dono  una  suacasa  assai  dinarie  giimse  al   patriarca  di    Venezia 
capace  in  quest'isola,  ed  accanto  vi  fecce-  Yendramino,  che  le  olIiì  la  scelta  d'  un 
rigere  una  cap|>€lla  o chiesa  solto  il  titolo  monastero  per  vivere  solitaria.  Ubbidì,  e 
di  s.  Maria  delleGrazie;  voleva  dotarla  si  rinchiusene!  monastero  d  i  s.  Girola- 
per  la  sussistenza  d'alcuni  religiosi  ser-  «no  eoa  intera  dipendenza  dalla  badessa, 
fili,  ma  ne  fu  impedito  dalla  morte.  Al-      ritenendo  la  nera  veste  de'serviti,  Uud^ 


58o  V  E  N 

«loppiafo  li  fervore  e  le  severltìi,  melilo 
«l'es-ier  favorita  spesso  da  celesti  visioni, 
in  un<i  delle  quali  sent'i  imprimersi  le  ci- 
citrici  delle  5  piaghe  del  suo  Sposo  Cro- 
cefis'^o,  benché  poi  iinpetiòcon  incessanti 
jireghiere,  che  continuando  l'interno  do- 
lore, si  togliesse  alFatfo  dalle  sue  carni 
l'esleiioie  apparenza.  Frattanto  si  senti 
eccitala  in  ispirilo  alla  fondazione  d'  un 
monastero  di  suore  servile,  ma  non  tro- 
vando in    Venezia  luogo  opportuno,  le 
ili  offerto  l'ospizio  delle  religiose  di  Bu- 
liino.  L'accettò,  ed  a'23  febbraio  i6ig 
Hceompagnata  da  7  vergini,  entrò  in  es- 
so e  vi  stabilì  l' istituto  de'  servi  di  Ma- 
ria ,  con  facoltà  di  Zaccaria   vescovo  di 
Torcello.   Tollerarono   le  sagre   vergini 
con  ilarità  le  ristrettezze  e  povertà   del 
luogo,  (inchè  coll'ajjbondaiili  limosine 
«le*  fi?deli  poterono  fabbricare  un   sudì- 
cienle  monastero,  ed  erigere  contigua  no- 
))ile  chiesa,  collocandovi  l'immagine  del- 
l' Addolorata,   che  tosto  promosse  gran 
tlivozionene'fedeli.  Nel  1 69,5Urbano  Vili 
vi  stabilì  la  clausura,  con  licenza  di  rice- 
vile altre  monache.  Suor  Andriana  fece 
eoll'altre  la  professione,  ed  assunse  il  no- 
me di  Maria  Benedetta.  Subilo  vi  fece  fio- 
rire l'esemplarità  e  il  primitivo  spirito  de' 
servi  di  Maria  del  Monte  Seuario.  La  ser- 
va di  Dio,  dopo  aver  condotto  le  sue  fì- 
ttile .'ili'ac(|iHS(o  della  perfezione,  mentre 
il  senato  l'avea  incaricata  di  fondare  in 
Venezia  un  altro  monasteio  sotto  l'invo- 
cazione di  Maria  Addolorata,  Dio  la  ri- 
chiamò a  se  a'  1 3  gennaio  1 64B,  dopo  a  ve- 
»»•  predetta  l'ora  della  sua  morte.  I  fune 
l'idi  fiu'ono  onorati  dalle  acclamazioni  del 
popolo  ,  facendo  plauso  alle  sue  virtù;  e 
ie  religiose   la  deposero  in  luogo  appar- 
talo con  lapide.  Una   di   esse,  suor   M." 
Aroangela  Biondini,  favorita  da  Dio  di 
f.ivon  soprannaturali,  la  fama  di  sua  san- 
tità giunta  all'imperatore  Leopoldo  I, per 
la  sua  tenerezza  verso  i  Dolori  della  B. 
Vergine,  le  commise  la  fondazione  del 
iiionnsterodi  servite  in  Arco  Castello  r)el 
Tirolo.  Tanto  le  moDache  di  s.  Maria 


V  EN 

delle  Grazie,  quanto  i  seguenti  altri  chio- 
stri, furono  compresi   nella  soppressio- 
ne. —  SS.   Filo  e  Compagni  inarliri, 
delle  monache  benedettine.  La  chiesa  ne' 
tempi  remoti  era  parrocchia,  e  neli4B8 
le  concesse  indulgenza,  per  riparazione 
della  fabbrica,  Nicolò  Franco  vescovo  di 
Treviso  e  nunzio  apostolico  in  Venezia. 
Pare  che  perdesse  il  grado  parrocchiale 
ne'principii  del  secolo  XVI,  fimestissioii 
per  la  repubblica  veneziana,  a'cui  danni 
avevano  congiurato  i  principali  potenta- 
ti d'Europa,  Mentre  dunque  per  le  terre 
de'  veneziani  scorrevano  ferocemente  gli 
eserciti  nemici,  riempiendo  di  stragi  e  ro- 
vine ogni  luogo,  le  afflitte  monache  di  s. 
Mfiria  flella  Misericordia  di    Noale  ,  ca- 
stello del  Trevisano,  dell'ordine  di  s.  Be- 
nedetto e  osservantissime,  a  preservarsi 
dalla  licenza  militare,  si  rifugiarono  in 
Venezia  e  ripartirono  ne'rnonasteri  del- 
le benedettine.   Riuscendo  poi   a   questi 
grave  il  loro  mantenimento  in  que'tem- 
pi  d'angustie,  né  ve<lendo  raggio  di  spe- 
ranza di  fare  risorgere  <lalle  rovine  il  de- 
solato monastero  di  Noale,  accettaron(^ 
l'offerta  chiesa  di  s.  Vito,  con  adiacente 
terreno  per  fabbricarvi  comodo   monai 
stero.  Pertanto  il  comune  di  Borano,  mos. 
so  daimpulsodicarità,  a'i  5  giugno i5i6i 
sagro  a'ss.  Titolari,  concesse  alle  mona' 
che  con  ampia  donazione  la  chiesa  e  luo' 
go  ricercalo,  con  approvazione  del  1 5 18 
del  vescovo  di  Torcello  Girolamo  Porzia, 
senza  pregiudizio  della   parrocchia  di  sJ 
Martino.  Ad  aiuto  delle  monache  fu  daJj 
to  il  priorato  regolare  de'  ss.  Cornelio  e|| 
Cipriano  di  Murano,  divenuto  da  tempo  " 
iotuiemorabile  commenda,  e  da  Giovan- 
ni Zusto  vescovo  d'Ossero  e  commenda- 
tario dato  in  locazione  neh  49 T'  '^'le  'no- 
nache  di  s.  Adriano  di  Costanziaoo.  Si  1 
fabbricò  in  comoda  e  decente  forma   il  I 
monastero,  e  la  chiesa  restaurata  fu  poi  i 
consagrala  nel  £.564  da  Giovanni  Delfino 
vescovo  di  Torcello,  venerandovisi  le  re- 
liquie de'ss.  Cornelio  e  Cipriano  martiri, 
e  de'  ss.  lanoceuti.  —  S.  iVIauro  rnarih 


V  E  N 

tt  (Ielle  benedettine.  D'cinlicliìssinia  fon- 
dazione ,  fu  addetto  alla  sua  uniziatiiia 
Domenico  Vilinico,  poi  nel  gog  vescovo 
d'Olivoio;  e  si  vuole  fabbricata  dal  pio 
Termidio  Ingenerio  circa  l'anno  in  cui 
gli  nnglieri,  dopo  aver  distrutta  la  Lom- 
bardia e  bruciate  molte  città  de'  veneti 
litorali,  mentre  tentavano  di  penetrare 
Id  Rialto  e  in  iVlalan)OCco  furono  posti 
in  fuga  dal  doge  Tribuno  nel  geo  circa. 
Nel  I2i4  Buono  vescovo  di  Torcelio  la 
donò  a  Calandrino  e  Maria  di  vote  vene- 
ziane, coll'annuo  censo  a've:;Covi  di  i5 
monete  d'  argento  e  altre  piccole  regalie, 
con  libera  facoltà  d'aaiuiettervi  regolari 
o  munacbe.  Istituito  quindi  un  contiguo 
monastero  di  monache  benedetiine,  fu 
da  esse  esem|iliirnjenle  ulllziata  la  chie- 
sa, che  a'  3  inaggioi533  consagiò  Vin- 
cenzo Massari  vescovo  di  Rlellipotamo, 
vicario  generale  di  Girolan)o  Fosciui 
vescovo  di  Torcelio.  Vi  si  veneravano 
una  ss.  Spina,  una  costa  di  s.  Gio.  Bat- 
tista e  altre  ss.  Reliquie,  ed  era  decora- 
la di  una  tavola  di  l^iolo  Veronese,  che 
di  questi  giorni  acquistò  il  duca  di  Bor- 
tleaux,  per  decoro  della  sua  Pinacoteca. 
Il  Corner  tra  le  chiese  di  Binano  tratta 
ancora  di  quella  di  s.  Francesco  del  De- 
serto, situala  neir  isolelta  non  lungi  da 
Eurano  ;  ma  io  la  descrissi  nella  stessa 
propria  isoletla  di  questo  §,  n    i  i. 

23.  Torcelio.  La  più  celebre  fra  tutte 
l'isole  della  Laguna  supeiiore,  divenne 
città  vescovile, con  residenza  del  vescovo, 
quando  vi  fu  trasferita  la  sede  d'Aitino, 
onde  diventò  più  popolata  e  abbellita  di 
fabbriche,  di  chiese  e  di  monasteri, in  di- 
versi de'quali  edilizi  s'impiegarono  i  ma- 
teriali di  quelli  dell'abbandonata  Aitino. 
L'ampio  suo  commercio,  industria  e  opu- 
lenza-^ la  fecero  chiamare  Nuova  belli- 
no. Si  conservò  Hoiida  finché  pel  varia- 
to corso  dell'acque  del  Sile,  resasi  l'aria 
malsana,  diminuì  la  popolazione  e  il  lu- 
stro della  città,  sicché  il  vescovo  fu  co- 
stretto di  stabilir  la  sua  residenza  nell'i- 
sola di  Muraìio ,  come  ho  uarialo  uel 


V  E  N  5^1 

n.  1 9  dì  questo  slesso  §.  La  soppressione 
delle  chiese  e  de'  monasteri,  la  loro  de- 
molizione o  conversione  in  altri  usi,  tei- 
minarono  la  rovina  e  l'abbiezione  di  Tor- 
celio; laonde  si  è  ridotta  ad  una  piccola 
borgata,  ed  il  resto  del  suolo  a  ortaglia, 
di  cui  i  pochi  abitanti  sono  i  lavoratori. 
Tutto  narrai   nell'  articolo  Torcello,  e 
con  l'Ughelli,  Corner,  mediante  le  Noli- 
zìe  storiche  delle  chiese  e  ìuonasleri  di 
Torctlloy  Costadoni  ed  altri,  ne  descris- 
si l'isola,  le  principali  sue  notizie,  chiesa 
e  monasteri,  la  serie  de' vescovi,  l'unioiui 
del  vescovato  neli8i8  col  patriarcato  di 
Venezia,  la  diocesi  di   Torcello  forman- 
dosi dell'isole  di  Torcello,  Murano,  Ma- 
zorho,  Biirano,  Anuniaiio  e  Coslauzia- 
co.  Le  prime  quattro  isole  sono  descritte 
in  questo  §  a'Ioro  numeri,  e  nel  n.  34  di- 
rò dell'ultime  due  sommerse,  in  uno  al 
trasferimento  del  corpo  di  s.  Cristina  nel- 
la chiesa  di  s.  Antonio  abbate.  L'esisten- 
te cattedrale  o  duomo,  egualmente  la  de- 
scrissi; feci  cenno  del  celebre  tempietto  di 
(òrma  ottangolare,  dedicato  a  s.   Fosca 
vergine  e  martire,  già  esistente  nel  seco- 
lo X  e  certamente  nelioi  i,  ch'é  l'aUi-i 
chiesa  sussistente,   riserbandomi  qui  di 
parlare  di  sue  bellezze  artistiche;  e  col 
Corner  inoltre  compendiai  le  notizie  del- 
la chiesa  di  s.  Tommaso  de' ci>leiciensi  ; 
di  s.  Antonio  abbate  delle  monache  be- 
nedettine soppresse,  edistrutta  la  chiesa  e 
il  monastero  iìeli8o6;  di  s.  Giovanni  E- 
vaiigelista  delle  monache,  e  fu  ili."  mo- 
nastero di  donne  fondato  nelle  Lagune 
dell'Adriatico,  soppresso  nel  1 8o6  e  pari- 
utenti   atterrato  in    uno  alia  chiesa,  e 
quanto  al  corpo  di  s.  Barbara  verginee 
martire  di  Nicomedia,  che  prima  si  ve- 
nerava in  questa  chiesa,  pel  notato  nel  § 
XIX,  n.  6,  ed  ora  in  s.  Martino  di  Ba- 
rano, il  eh.  ab.  Cappelletti,  Z^e  Chiese d'f- 
talia,  t.  g,  p.  53o  e  seg.,  ne  difende  con 
documenti,  erudizione  e  critica  l' identi- 
tà contro  gli  scrittori  di  Rieli{come  dis- 
si anche  nel  voi.  LX,  p.  ^i),  illustre  cit- 
tà che  si  vaula  possederlo,  precipuaiueu- 


5S'i                   V  E  N  YEN 
te  cioè  contro  mg/  Marini,  Memorie  di  per  bassinlieviprofani,  per  musaici,  mar- 
s.  Barbara  ixrgi/iee  martire  di  Scan-  mi,  opere  ci' intaglio,  ed  eziandio  poioliè 
driglia  detta  di  Nicomedia,  e  conUu  il  conserva  in  alcuna  sua  [)arle  la  memoria 
cav.  Ricci  ,  Nuova  leggenda  di  s.  Bar-  del  uiodo  che  allora  lenevasi  uell'eserci- 
bnra.  Oi^erva  inoltre  il  Cappellelli  che  zio  ilegli  ufllzi  ecclesiastici.  Specialmente 
senza  la  qualificazione  di  Nicomediese  si  rimarca  essere  di  grande  rilievo  il  musai- 
Teoerano  altri  corpi  di  s.  Barbara,  come  co  grandioso  e  ben  conservato  sulla  porta 
quelli  delle  sante  esistenti  in  Plinti,  nella  maggiore,  operato  nel  XIV  secolo.  1  No- 
chie>a  de'gesdili  di  Venezia,  delle  reliquie  vissimi,  rappresentati  con  mistura  di  pie 
in  Piacenza,  la  testa  in  s.  Maria  Formo-  favole  e  di  strane  opinioni  greche  e  lati- 
ta di  Venezia  portatavi  da  Candia,  ove  si  ne.  Assai  osservabile  dice  il  vicino  teui- 
venerava  nella  cailcdrale  di  s.  Tito.  Leg-  pietto  di  s.  Fosca,  sollevato   neila  deca- 
go nel  Novaes,  Storia  di  Benedetto  A/A',  denza  dell'archilellura  greco  romana,  né 
che  con  breve  de' 16  dii:en)bre  1747,  a-  sapersi  se  più  ammirarne  l'eleganza  o  la 
vea  promesso  alle  monache  di  s.  Giovan-  solidità,  illustralo  da  diversi  scrillori.  La 
ni  di  Torcello,  che  avrebbe  loro  conces-  tavola  dell'unico  altare,  eretto  neh 608, 
so  le  lezioni  proprie  perrulììzio  di  s.  Bar-  djclla  santa  Titolare,  essere  di  Giuliu  dal 
bara    vergine  e   martire,    coli' aggiunta  Moro,  di  cui   restarono  molte  sculture  e 
della  traslazione  di  questa  santa  da  Co-  pochissimi  dipinti.  In  esso  si  venera,  co- 
stnntinopoli  alla  loro  chiesa.  Adempì  egli  me  nell'antico,  i  corpi  delle  ss.  Fosca  e 
la  sua  promessa   col   breve    Supplicuin,  Maura,  ivi  riposti   nel   1247  da  Stefano 
de'  7    novembre  1748,  presso  il  Corna-  Natali  vescovo  di  Torcello,  che  li  ritrovò] 
ro,  De  Ecclesia  Torcclli,  pars  i,nel  qua-  nascosti  sotto  la  mensa  dell'anteriore.  iSe'i 
le  concesse  alle  stesse  monache  di  poter  Sili  pittoreschi  ne  fece  dotte  osservaiio- 
celebrar  la  festa   di  s.  Barbara   a' 4   d'^  ni  il  conte  Cicognara  ,  con    inleressanlej 
cembre  col  rito  doppio  di  I.' classe  e  ora-  incisione  del  suo  interno,  disegnala  da| 
fione  propria    solita    recitarsi   in  alcuni  Vincenzo  Sgualdi  e  infagliata  da  Marco 
luoghi,  e  colle  lezioni  che  il  Papa  scelse  Comirato.  Nel  1829  dunque  scriveva  il 
dui  capitolo  Lateranense,  già  du  multi  Cicognara,  che  dare  alcuna  notizia  del 
suini  approvate  dalla  congregazione  de  tempietto  elegantissimo  di  s.  Fosca,  che 
riti,  nelle  quali  si  fa  memoria  della  di-  forma  uno  tle'più  belli  ornamenti  dell'i- 
scoisa  traslazione, ma  bensì  nella  4•^  [J^r  sola  di  Tot  cello,  dopo  ciò  che  ne  dissero 
accomodarsi  al  monastico  loro  istituto,  altri,  e  segnatamente  d' Agincourt,  ed  i 
Di  più  aulica  distruzionesonc  le  seguenti  collaboratori  dell'illustrazioni  delle  Fab- 
chiese  e  monasteri.  11  priorato  di  s.  Pie-  brtche  di  T'eiifzia  (1.'  edizione),  non  sa- 
tro, de' canonici  regolari  di  s.  Agostino,  rebbe  che  ridondanza  o  ripetizione  di  no- 
li monastero  delle  n)onache  di  s.   Mar-  tizie  rese  ormai  comuni;  tuttavia  nell'i- 
gherita;  quello  di  s.  Michele.  Le  chiese,  iiesauribiìe  sua  erudizione  artistica   tro- 
di  s.  Marco  eretta  da  quel  Rustico,  più  va  non  poco  a  dire,  sulla  potenza  e  com- 
\'oUe  superiormente  rammentato,  citta-  mercio  de' veneziani,  che  sia  dal  secolo  X 
dino  e  tribuno  di  Torcello,  il  quale  por-  vieppiù  si  resero  temuti  e  rispettali,  mo- 
lò a  Venezia  il  corpo  del  s.  Evangelista,  delli  ed  emuli  de'pisani,  che  seco  loro  si 
con  Buono  di  Malamocco;  e  di  s.  Andrea  accinsero  a  nobilissima  gara  nel  perfeziu- 
edillcata  per  memoria  dell'oratorio  di  s.  uamento  dell'arti,  le  quali  però  può  sein- 
Eliodoro  d'Aitino.  Qiianto  al  duomo  di  pre  dirsi  ebbero  culla  sull'Adriatico.  Più 
s.  Maria  Assunta  di  Torcello,  anche  il  vicini  alla  Grecia,  e  con  essa  in  contatto 
Moscliini  io  dice  deguod'esser  visitalo  da  immediato,  tornavano  ogni  giorno  i  ve- 
ogoi  auiulore  di  belle  arti  e  dell'autichilà  ueziaui  dall'Arcipelago  carichi  di  model- 


YEN 

li,  (li  malli)!,  ili  fianimenli  preziosi;  e 
(juellti  luceche  andavasi  ecclissaodo  in  O- 
rieiile,  veniva  sempre  più  splendida  a 
brillare  sul  venelo  oiirzoiile;  sempre  es- 
sendo innanzi  agli  occhi  de'inagìsliali  ve- 
neti la  magnificenza  orientale  di  s.  Soda 
di  Costantinopoli,  il  quale  conoscevano 
quanto  una  delle  più  vicine  isolelle.  Da' 
nobili  sentimenti  di  emulazione  generosa 
ne  derivarono  felici  conseguenze  per  l'ar- 
ti, e  queiriiiipaàto  di  stile,  che  tratfoi  niò 
la  gì  eca  tielTilaliana  n>agnif]cenza;  e  sic- 
come le  cose  minori  non  potevano  a  me- 
no d'avere  una  gran  rassomiglianza  olle 
maggiori,  e  poiché  l'isola  di  Torcello  per 
la  sede  sua  episcopale,  e  pel  suo  governo 
era  già  in  auge  di  splendcjre  prima  del- 
l'altre isoletle  dell' Estuario;  cosi  non  è 
meraviglia  che  per  le  produzioni  che  vi 
sì  ammirano,  e  particolarmente  pel  bei 
tempietto  di  s.  Fosca,  si  trovasse  un  cer- 
to accordo  colle  foiine  e  collo  stile  adot- 
tato nella  basilica  Marciana,  ^^corgesi  di 
fatto  in  questo  edilìzio  tulio  lo  stile  d'i- 
mitazione delle  chiese  greche  del  medio 
evo,  caratterizzato  sempre  dalla  lor  for- 
ma di  croce  greca,  e  dall'uso  ilelle  cupo- 
le: che  se  in  questo  tempio  per  povertà 
di  mezzi  o  altra  combinazione  non  ven- 
ne voltata  la  cupola,  l'esistenza  del  tam- 
buro e  la  solidità  de'  piloni  fanno  fede 
abbastanza  dell'intenzione  dell'architet- 
to. Nella  2.'  tàmoue  (.\ei\e  Fabbriche  di 
lenezia  antmiro  il  prospetto  del  tem- 
pietto di  s.  Fosca  e  la  sua  pianta  ,  con 
r  illustrazione  dello  slesso  Cicogrtara,  il 
cui  tipo  dice  derivare  da  s.  Sofia  di  Co- 
stantinopoli,  la  più  bella  chieda  dell'O- 
riente, non  da  quella  innalzata  da  Co- 
stantino I,  né  la  fabbricata  da'suoi  figli, 
distrutta  da'successorì,  ma  bensì  il  tem- 
pio edificato  da  Giustiniano  I  coll'opera 
d'Anteuiìo  di  Traile  e  d'Isidoro  di  Mi- 
lete  ,  architetti  i  più  rinomati  allora  in 
tutta  la  Grecia,  coll'intendimento  di  far- 
ne il  più  bello  edifizio  dell'uni  verso.  Que- 
sto tipo  si  lipelé  nelle  successive  coslru- 
zioui,  come  nel  letupiello  di  s.  Calerma 


V  E  IV  583 

nell'lsnleffa  omonima,  presso  il  porto  di 
Pola.  Fabbriche  tutte,  che  appartenendo 
al  principio  del  medio  evo  e  al  finire  de* 
bassi  tempi,  lasciano  scorgere  un  barlume 
di  arti  rinascenti;  a.Ll  onta  che  il  d'Agiii- 
court  non  fu  dell'opinione  che  gii  edifizi 
di  s.  Sofia,  di  s.  Marco  e  di  Torcello  non 
contribuirono  punto  a  ricondurre  l'arte 
alla  purità  de'  suoi  migliori  principii,  e 
che  soltanto  tre  o  quattro  secoli  dopo  il 
gffnio  mise  n  profitto  gì'  insegnamenti 
che  da  quello  potevano  ritrarsi.  Nell'iso- 
la di  Torcello  la  cattedrale  sfoggiò  mol- 
ta ricchezza  relativa  a  que'  tempi,  se  si 
oss«rvano  il  suo  battisterìo ,  le  colonne, 
i  bassirilievi,  i  musaici  ,  il  pavimento  e 
le  finestre  sopratlullo  che  appartengono 
a'coslumiorienlali.  Ma  sebbene  tutte  ([ue- 
«le  decorazioni  di  tale  cattedrale  potesse- 
ro meritare  studio  e  illustrazione,  dice  il 
Cicognara  ,  il  piccolo  non  discosto  tem- 
pio di  s.  Fosca  riesce  assai  più  interes- 
sante per  la  sua  forma,  la  sua  distribuzio- 
ne, il  suo  portico  e  le  sue  proporzioni,  a 
malgrado  di  tulli  i  difetti  d'esecuzione 
che  con  pochissimo  verrebbero  tolti;  tal- 
ché a  comprovare  la  poca  distanza  in  cui 
si  trovavano  fino  da  quel  momento  l'ar- 
ti da'principii  migliori,  basti  di  tradurre, 
per  così  dire,  quel  progetto  di  edifizio  in 
miglior  linguaggio,  depurandolo  dalla 
rozzezza  dello  siile,  e  ne  deriverà  uu  e- 
legantissimo  tempietto.  Dalle  piante  di 
s.  Giovanni  Elemosinarlo,  e  della  di- 
strutta chiesa  di  s.  Gcminiano,  si  ricono- 
sce che  i  loro  architetti  Scarpaguino  e 
Sausovino,  non  altro  furono  che  i  tra- 
duttori eleganti  dell'antico  tempio  di  s. 
Fosca.  Nell'aggiunta,  il  Zanotto,  ripro- 
ducendo un  brano  del  riferito  dal  Cico- 
gnara, ne'  Sili  pittoreschi  e  prospettÌK'i 
delle  Lagune  Venete,  termina  co!  dite. 
»  Demolita  ora  la  cupola  di  questo  tem- 
pio vetusto,  per  timor  di  caduta  ,  non 
rimane  a  noi  che  un  fervido  voto;  quel- 
lo che  dalla  sempre  solerte  sovrana  prov- 
videnza sia  riprisliuata,qualesoigeva  dap- 
prima". E  di  fatto  venne  restaurata  per 


584 


V  EN 


cura  (lei  goveino.Toicelloè  uDodc'3  vica- 
riali foranei  del  patriarcato  di  Veuezia, 
N'è  parrocchia  s.  Maria  Assunta,  che 
cessòd'esser  cattedrale  il  i  ."maggio 1 8 1 8; 
frazione  del  comune  di  Durano,  con  248 
anime.  Ha  l'arciprele  e  vicario  foraneo, 
ed  un  cooperatore.  Sua  succursale  è  il 
tempietto  di  s.  Fosca.  Soiiooratorii  pub- 
blici esistenti  nella  parrocchia:  S.  AnlO' 
nio  in  Lio  Maggiore ,  Maj'us  Lilus  o 
Liliis  Bovense.  S.  Maria  ad  Nives  in 
Lio  Piccolo,  Parvuni  Lilus  o  Lilus  E- 
(juilinum,  che  fu  in  antico  celebre  ba- 
silica. S.  Maria  del  Carmelo  alle  Mez- 
zale, Mensula.  S.  Ariano,  antico  Cam- 
posanto, ed  attuale  deposilo  del  Cimite- 
ro comunale  di  Venezia  (il  cav.  Muli- 
nelli negli  Annali  delle  Province  Vene- 
te, narra  con)e  sul  fine  dell'autunno  1 889 
le  stemperatissime  pioggie  furono  cagio- 
ne che  l'acque  rovinarono  la  sfortunata 
isola  d'  Ariano  la  notte  del  5  al  6  di- 
cembre, la  quale  fu  il  maggior  bersaglio 
degl'irati  elementi,  e  dell'onde  terribili 
del  mare  e  del  Po:coramovente  è  il  gran- 
demente patito  da'desolati  arianesi  colli 
air  impensata).  S.  Maria  Assunta  e  s. 
Felice  martire,  nuovo  oratorio  non  sa- 
gramenlale,  alle  Saline,  eretto  neh85i, 
con  cappellano,  di  cui  poi  ripailerò  nel 
n.  34  di  questo §.  Per  non  interrompere 
quanto  ricavo  dallo  Slato  personale,  in 
fine  di  questo  numero  dirò  altre  parole 
sulle  saline.  —  Chiese  soggette  al  vica- 
riato di  Torcello.  S.  Michele  del  Quar- 
to, Quarlum ,  parrocchia  e  comune  del 
distretto  di  s.  Dona  con  anime  1 347,  ed 
il  suo  parroco.  Non  si  sa  l'epoca  della 
fondazione  di  questa  chiesa,  ched'altron- 
de  nulla  ha  d'osservabile.  Al  presente  si 
sia  attendendo  a  fabbricarne  una  nuova 
a  merito  del  parroco  attuale,  eh' è  d. 
Giannantonio  Venerandi.  Vi  è  1'  orato- 
rio pubblico  della  ss.  Trinità.  —  S.  Mar- 
tino di  Burano:  ne  parlai  al  n.  22.  —  S. 
Gio.  Battista  di  Cava-Zuccarina,  Jesu- 
luin  od  Ecjuilium.  E  un  avanzo  dell'an- 
tichissima citlà  di  E(jidlio  0  /c'io/o,  che 


V  EN 
fu  altra  volta  kede  vescovile  e  dovrò  ri-» 
parlarne  infine  del§  XXI.  La  parrocchia 
è  padronato  de'parrocchiani,  comune  del 
distretto  di  s.  Dona  ,  con  anime  iSyS. 
Ha  il  parroco,  il  cappellano,  altro  sucer- 
dote  e  il  mansionario.  Sono  oraloni  pub- 
blici esistenti  nella  parrocchia:  SS.  Cro' 
ce/isso  de' Salsi.  S.  Maria  Addolorata 
di  Piave  Pecchia.  S.  Maria  Assunta  di 
Passarella.  —  S.  Maria  Concelta  del- 
la Grisolera,  Cìirysolera  apnd  Era- 
cleani.  iXaoque  dalle  rovine  dell'  antica 
città  vescovile  di  Eraclea,  che  dovea  e- 
sislere  nelle  vicinanze  di  questo  villaggio. 
Restaurala  la  chieda  in  (|ueslo  secolo,  fu 
consagrata  l'i  1  settembre! 836  dal  car- 
dinal patriarca  Monico.  E'  parrocchia  di 
libera  collazione,  per  la  rinunzia  fatta  al 
padronato  dalla  famiglia  Emo  Caodeli- 
sta.  Comune  del  distretto  di  s.  Dona,  con 
anime  I  38 1.  Ha  il  parroco  e  il  cappella- 
no. —  SS.  Pietro  e  Caterina  di  Mazor- 
bo:  ne  parlai  al  u.  21.  —  S.  Magno  del- 
le  tre  Pallade,  d'epoca  incerta.  Parroc- 
chia di  padronato  d'Antonio  Ziliotlo, det- 
to Pateruoslrou  di  Borso.  E*  una  frazio- 
ne del  comune  di  s.  Michele  del  Quarto, 
distretto  di  s.DonàjCon  anime  182.  Ha  l'e- 
conomo spirituale. — SS.  Trinilàde'  Ire 
Porti,  Tres  Portus  in  Ultore  s.  Erasmi. 
Parrocchia  di  padronato  di  Giamballi- 
sta  Grasselli  e  de'capi  di  famiglia.  E'  una 
frazione  del  comune  di  Durano,  con  ani- 
me 491,  ed  il  suo  parroco.  Ha  per  ora- 
torio pubblico  5.  Maria  del  Carmelo  di 
Saccagnana.  Pietro  de  Stefani,  proprie- 
tario di  molli  fondi  in  quest'isola  de'Tre 
Porli,  con  testamento  de'2  1  ottobre  1  5 1 2 
dispose  l'erezione  della  chiesa  della  ss. 
Trinità,  la  cui  fabbrica  fu  poi  accordata 
dal  vescovo  di  Torcello  Girolamo  Torre 
con  diploma  de'26  settembre  I  5  18,  isti- 
tuendone il  padronato  negli  eredi  De  Ste- 
fani e  negli  altri  capì  di  famiglia.  Nella 
domenica  18  giugno  1681  venne  cousa- 
grala  dal  vescovo  di  Torcello  Giacomo 
Vianelli,  e  nel  1763  ampliala  e  ridotta 
all'attuale  sua  forma  dui  parroco  Gian- 


V  EN 
fV.incest;o  Cellìni.  —  S.  Maria  Elisahelta 
(ii'l  Cavai  li  no  yExqiii  lianum  .\s,nova%\  in 
qtial  teiDpo  sìa  stata  eciincata  la  chiesa. 
E'  parrocchia  di  hbera  collazione  patriar- 
cale, frazione  del  comune  di  Bnranocon 
anime  3o7,  ed  il  parroco.  —  Dissi  che  Te- 
ratoiio  di  s.  INlaria  Assunta  e  s.  Felice  è 
alle  Saline.  lui  eccomi  a  parlare  tlelle  sa- 
line, prima  però  trovo  opportuno  riferi- 
re quanto  leggo  uel  prof  Romanin.  Tra' 
vari  rami  del  commercio  de'  veneziani, 
merita  special  menzione  quello  del  sale, 
fonte  ricchissima  di  rendila.  Neh  1 83  già 
esisteva  un  obbligo  de'chioggiótti  di  non 
vendere  il  loro  sale  se  non  agl'incaricati 
del  doge,  ed  ogni  carico  doveva  portar- 
ne il  suggello,  di  che  riparlo  nel  §  XIX, 
nel  dogado  Si."  Assai  per  tempo  furono 
quindi  istituiti  i  Salinarii  a  questa  bi- 
sogni. E  due  erano  le  provenienze  del 
sale:  quello  di  Venezia,  detto  Salis  Chi- 
g'ae,  e  quello  che  veniva  introdotto,  e 
che  trasportandosi  per  mare,  si  chiama- 
va Salis  yi/^/vV,  Veni  va  questo  dall'Istria, 
da  Cervia,  dalla  Dalmazia,  dalla  Sicifia, 
e  fino  dal  mar  Maggiore  e  dalla  Darbe- 
ria  ,  e  per  trattati ,  per  compere  e  per 
guerre  procuravano  i  veneziani  di  assi- 
curarsene il  monopolio,  studiando  di  gua- 
rentirsi da  ogni  contraffazione  o  defrau- 
do. Nella  Laguna  ,  non  molto  lontano 
dall'  isole  di  s.  Francesco  del  Deserto  e 
del  Lazzaretto  nuovo,  nel  luogo  detto  s. 
Felice,  si  formò  un'ampia  salina,  per  sot- 
trarre possibilmente  le  provincie  Venete 
e  le  Lond>arde  dal  bisogno  di  procurar- 
si il  sale  dalla  Sicilia,  mediante  il  privi- 
legio concesso  agl'intraprendenti  barone 
di  Rolhschild  e  cav.  Carlo  Astruc  per 
5o  anni,  e  progressivo  n'è  il  notabile  in- 
cremento, con  grande  utile  di  Venezia. 
La  Gazzella  di  questa  a'  i  o  giugno  1 852 
pubblicò,  e  il  Giornale  di  Roma  ripro- 
dusse a  p.  546.  Nel  1845  il  barone  di 
Eolschild  e  i!  cav.  Carlo  Aslruc, fondaro- 
no nella  Palu^le  Maggioie  presso  Vene- 
zia la  più  grande  salina  che  qui  mai  si 
vedesse  ,  destinata  a  fornire  di  sale  la 
VOL.  xci. 


V  E  N  585 

Lombardia.  Poco  tempo  dopo  il  cardi- 
nal patriarca  Monico,  sollecito  del  bene 
spirituale  del  suo  giegge,  espresse  il  desi- 
derio di  vedere  stabilito  colà  un  orato- 
rio, aflìnchè  i  numerosi  operai,  impiega- 
li a'  lavori  ,  potessero  ne'  dì  festivi  aver 
comodo  d'ascoltar  la  s.  messa.  Nella  pa- 
lude stessa  esisteva  un  monticello,  chia- 
n>alo  da'pescatori  Monte  s.  Felice,  uni- 
co punto  di  quella  parte  della  Laguna, 
che  si  levasse  al  di  sopra  della  più  alfa 
marea.  I  lavori  di  livellamento  eseguili 
sopra  esso  punto,  fecero  riconoscere  quel 
monticello  non  essere  altro  che  i  ruderi 
dell'antico  convento  di  s.  Felice,  fra'qua- 
li  si  scopersero  i  fondamenti  d'una  cap- 
pella; fondamenti  che  furono  religiosa* 
mente  rispettati,  e  colle  pietre  diseppel- 
litevi se  ne  eresse  una  nuova  da  dedi- 
carsi alla  Vergine  e  all'antico  s.  Titola- 
re del  monastero.  Domenica  infatti  6 
giugnoi852,  giusta  l'ordine  del  patriar- 
ca mg."^  Mutli,  quest'oratorio  fu  bene- 
detto da  mg,'  canonico  d.  Luigi  Gina- 
diedi,  il  quale,  dopo  un  eloquente  discor- 
so, ispirato  dalla  circostanza,  celebrò  la 
i."  messa.  Alla  pia  ceremonia  assisteva 
la  direzione  delle  saline,  i  numerosi  ope- 
rai addetti  allo  stabilimento,  alcuni  de- 
gli abitanti  dell'isole  circonvicine,  come 
anche  persone  del  più  alto  grado,  invi- 
tatevi dalla  loro  pietà. — Procedendo  sem- 
pre a  ponente  nella  Laguna  e  più  vicino 
alla  città  sorge  la  seguente  isola. 

24.  -S.  Chiara.  Ne  ho  parlato  nel  §  X,  n. 
28  ,  siccome  unita  alla  città  di  Venezia 
per  un  ponte  ligneo.  Più  lontano  e  sul 
canale  che  guida  alla  prossima  terrafer- 
ma, s'incontrano  le  due  seguenti  isole: 

25.  S.  Giorgio  in  Alga.  E  situata 
a  ponente  di  Venezia,  in  quella  par- 
te della  Laguna  che  conduce  a  Fusi- 
na,  canale  air  ingresso  delle  Lagune,  e 
alla  metà  appunto  che  stendesi  fra  la 
città  e  la  terraferma.  Fu  così  nomina- 
ta dalla  quantità  d'alga  marina  (o  ali- 
ga, genere  di  piante  così  chiamale  per- 
ché ciescono  ne' luoghi  ac(pjalicj  e  spe- 

38 


586 


V  EN 


cìalmente  nelle  maree  o  vicino  al  ma- 
re), clic  in  questo  sito  era  portala  dal- 
la corrente.  L'alghe  tnarine  non  sola- 
mente si  fermano  all'  inlorno  nelle  pa- 
ludi di  quesl'  isoletta,  ma  anche  ncll'iil- 
tre  e  altrove  nelle  basse  maree  della 
Laguna,  ossia  abbassamento  del  mare. 
In  quest'  isola  dunque  della  veneta  La- 
guna la  famiglia  Gattnra  fondò  una  chie- 
sa in  onore  di  s.  Giorgio  martire,  la  di 
cui  divozione  era  mollo  invalsa  tra've- 
neziani.  Fu  consagrata  a'  29  agosto  del 
1228  da  Marco  Michieli  vescovo  di  Ca- 
stello. Si  ha  per  tradizione,  che  i  pri- 
mi abitatori  dell'isola  e  in  proprio  mo- 
nastero furono  i  monaci  benedettini.  Par- 
tili poi  essi  dall'  isola,  vi  s'  introdtissero 
gli  eremitani  ogostiniaiii,  del  di  cui  an- 
tico istituto  si  contavano  molti  conven- 
ti sparsi  nella  Laguna.  E'  opinione  d'al- 
cuni scrittori  che  fi.  Lorenzo  eremita  spa- 
gnuolo  venuto  in  Italia  neh  35o,  fabbri- 
casse un  con  vento  sotto  la  regola  di  s.  Ago- 
sliiioìn  quest'isola, ove  visse  3  anni  e  adu- 
nò sotto  la  sua  disciplina  molli  discepoli  ; 
donde  ebbe  origine  la  congregazione  del 
Beato  Lorenzo  in  Alga  di  T'enezia,  che 
fu  poi  unita  nel  1079  f>*g'iolauiini  della 
congregazione  degli  eremiti  di  s.  Girola- 
n»o,  fondata  dal  b.  Pietro  da  Pisa.  Desi- 
deroso però  U\  Lorenzo  di  maggior  soli- 
tudine, si  ritirò  nella  liviera  occidentale 
di  Genova,  detta  Seslri  dì  Ponente,  ed 
ivi  nel  i353  fabbricate  alcune  cellette 
per  se  e  suoi  discepoli,  stabiTi  la  sua  cou- 
gregazione,  detta  in  Alga  di  /  enezia. 
Bimase  il  convento  dell'  isola  veneta  in 
potere  degli  eremiti  agostiniani,  finché  al 
declinar  del  secolo  XIV  slesso,  mancati 
a  poco  a  poco  i  religiosi  e  1'  osservanza, 
essendo  rimasto  col  solo  priore  fr.  Bel- 
tramo, fu  da  Bonifacio  IX  ridotto  in 
commenda,  e  con  tale  titolo  concesso  al 
patrizio  veneto  Lodovico  Barbo,  quanto 
giovane  d'anni,  altrettanto  maturo  per 
pietà  e  dottrina,  e  dal  quale  ivi  si  fondò 
la  celebre  congregazione  de'  canonici  se- 
colari di  .y.  Giorgio  in  Alga.  Nel  j4oo  i 


1 


V  E  N 
giovani  nol)ili  veneti  Antonio  Correr  o 
Corraro  e  Gabriele  Condulniiero,  nipoti 
d'  Angelo  Correr  patriarca  di  Costanti- 
nopoli  e  poi  GregorioXll,  deliberarono 
d'abbracciare  lo  stalo  ecclesiastico;  indi 
Antonio  fu  eletto  decano  della  chiesa  di 
Corone,  e  il  Condulaiiero  ottenne  un  ca- 
nonicato nella  cattedrale  di  Verona.  In 
questa  città  i  due  cugini  dimorarono  in- 
sieme un  atino  religiosamente,  e  richia-» 
mali  dd'parentia  Venezia,  nelle  loro  case 
vissero  con  tali  esempli  di  virtù,  che  mol- 
ti giovani  nobili  si  fecero  loro  discepoli. 
Adunatisi  poi  tulli  nella  casa  d'Anto-:, 
nio  Correr  nella  parrocchia  di  s.  Biagio, 
ivi  concordemente  servirono  con  cseiu-* 
plarilà  il  Signore,  finché  lo  zio  patriar-' 
ca  Angelo  tornalo  a  Venezia  li  chiamò 
a  stare  nella  sua  più  comoda  abitazione, 
da  dove  e  col  suo  consenso  per  più  <piie- 
to  ritiro  passarono  nel  monastero  di  s. 
Nicolò  del  Lido  restato  vuoto  di  monaci 
per  le  guerre  co'  genovesi.  Intanto  furo- 
no dal  priore  di  s.  Giorgio  in  Alga  Lo- J 
dovico  Barbo  invitati  a  recarsi  nel  suo  1 
monastero  a  servir  Dio,  onde  con  essi  v| 
si  portarono  altri  6  virtuosi  in  uno  a  Ma- 
rino Qiiiriui,  per  la  cui  santità  fece  al- 
trettanto il  nipote  s.  LorenzoGiustiiiiani. 
In  tal  modo  e  con  alili  7  nobili  indivi- 
dui, successivamente  si  accrebbe  la  na- 
scente congregazione,  ed  a  tulli  ad  istan- 
za dal  Balbo  die  il  titolo  di  canonici  se- 
colari Bonifacio  IX.  Cosi  il  Barbo  nel  suo 
monastero  e  priorato  di  s.  Giorgio  in 
Alga  stabiTi  la  congregazione,  alla  quale, 
per  commissione  pontificia,  il  vescovo  di 
Cissamo  Angelo  Barbarigo,  poi  cardinale, 
die  le  coslìluzioiii,  e  nel  i4o4  dichiarò 
tutti  gt'  individui  canonici  della  chiesa 
collegiata  di  s.  Giorgio,  col  consenso  del 
priore  Barl)o,  assegnando  loro  due  ter- 
ze parli  delle  rendite  del  monastero  pel 
sostentamento,  l'altra  lasciando  al  Batbo 
col  titolo  di  priore.  Eletto  Gregorio  X 11 
nel  i4o6,  tosto  chiamò  a^Roma  i  nipoti 
Correr  e  Condulmiero,  a  istanza  de'qua- 
li  a' 27  gennaio  14^7  confermò  la  con- 


VEN 

gregazione,  con  bolla  tlirella  al  BaiI)o, 
e  poi  concesse  a'  canonici  I'  uso  dell'abi- 
to paonazzo.  Fiorirono  lalniente  in  vir- 
tù, che  Padova  e  alhe  cillà  del  veneto 
gì'  invitarono  a  fondar  monasteri,  rice- 
vendo in  detta  città  quello  di  s.  Gio.  De- 
collato. Nel  i4o8  Gregorio  XII  creò  car- 
dinali i  nipoti  Correre  Condulmiero,  il 
qtiale  avea  già  rinunziato  alla  sua  con- 
gregazione il  priorato  di  s.  Antonino  di 
Vicenza,  dichiarandone  priore  s,  Lo- 
rcìizo  Giustiniani.  Intanto  Gregorio  XII 
dichiaiò  Lodovico  l3aibo  abbate  com- 
mendatario di  s.  Giustina  di  Padova,  ove 
con  tal  fervore  intraprese  la  riforma  del 
monaslero,che  Io  vide  divenire  capo  del- 
l'illustre  congregazione  de*  benedettini 
di  s.  Giustina  di  Padova,  poi  unita  alla 
tY7.9.f///e.9p.Vacata,per  lapai  tenzadelBar- 
bo  da  s.  Giorgio,  la  carica  di  priore,  i  ca- 
nonici elessero  a*  q  settembre  1409  s. 
Lorenzo  Giustiniani.  Sotto  la  sua  dire- 
zione dilatatasi  la  congregazione  anche 
in  Bologna  e  Verona,  nel  14^4  fo  elet- 
to a  I ."  rettore  generale  con  residenza  in 
s.  Giorgio,  confermato  8  volte.  Divenuto 
neh43i  il  cai dinal  Condulmiero  Euge- 
nio i  V,  approvò  e  ampliò  i  privilegi  del- 
la sua  congregazione,  e  le  unì  il  priorato 
di  s.  Margherita  di  PoUerara  e  di  s.  Ma- 
ria d'  Ispida.  Di  più  contribuì  alla  rifab- 
bi  ica  del  monastero  e  di-lla  chiesa  di  s. 
Giorgio  in  Alga,  terminandosi  la  chiesa 
nel  14^8,  grande  bensì,  ma  senza  abbel- 
lunenti  ;  i  pregi  spirituali  consistendo  nel- 
le reliquie  della  ss.  Croce,  una  ss.  Spina, 
della  Tonaca  inconsulìle  del  Signore,  e 
d'  un  piede  del  titolare  s.  Giorgio.  Nuo- 
vi accrescimenti  ricevè  la  congregazione 
nel  1437  col  monastero  di  s.  Pietro  di 
Brescia,  nel  1462  col  monastero  già  di- 
scorso di  s.  Cristoforo  ossia  della  Madon- 
na dell' Orto,  nel  1468  col  monastero 
di  s.  Salvatore  in  Lauro  di  Roma,  ove 
poi  fu  tiasferito  il  coipo  d'Eugenio  IV, 
e  nel  i486  con  quello  ili  s.  Rocco  di  Vi- 
cenza. Morendo  il  cardinal  Correr  in  s. 
Gio.  Decollato  di  Padova,  ordinò  che  il 


V  E  N  587 

.«tuo  corpo  si  seppellisse  in  5.  Giorgio,  e 
nel  suo  deposito  fu  incìso  il  titolo  di  fon- 
datore della  congregazione.  Per  confon- 
datori sono  riconosciuti  il  cugino  Euge- 
nio IV,  e  s.  Lorenzo  Giustiniani  che  di- 
venne patriarca  di  Venezia.  Con  tali  per- 
dite s' intiepidì  il  fervore  de' canonici, 
onde  Paolo  li  Barbo,  nipote  d'Eugenio 
IV  e  di  Lodovico  Barbo,  nel  1470  "c 
curò  la  riforma  e  lo  splendore.  Ripristi- 
nata r  osservanza,  nel  1496  ebbe  il  mo- 
nastero di  s.  Giovanni  di  Rimini;  indi 
nel  1456  Maffio  Cootarini,  e  nel  i5o8 
Alvise  Conlarini,  canonici  di  s.  Giorgio, 
furono  innalzati  al  patriarcato  di  Vene- 
zia. I  canonici  secolari  progredendo  sen- 
za legame  di  voti  0  servir  Dio  e  la  Chiesa, 
glieli  prescrisse s.  Pio  V  nel  i568  colla  di- 
sciplina regolare  co'vincolidi  Canonicire- 
go/^r/.Essi  poi  furono  imposti  daClemeu- 
te  Vili,  che  chian)ò  la  congregazione //z- 
zurrina  oCelesiina.percììc  come  dissi  al 
loro  articolo  cogli  scrittori  de'  medesimi, 
vestivano  una  tonaca  di  color  celeste  o  az- 
zurra. Secondo  il  corso  delle  cose  umane, 
rafheddaronsi  1'  antiche  virtù,  1'  amore 
alla  solitudine  callo  studio,  1'  osservanza 
del  le  regole.  Perciò,  comedi  sopra  narrai, 
ed  in  alti  i  luoghi.  Clemente  IX  nel  1668 
soppresse  la  congregazione  di  s.  Giorgio 
in  Alga, applicandone  i  beni  alla  repub- 
blica contro  il  perpetuo  nemico  coni lilie 
della  cristianità,  il  turco.  La  difesa  di  <^. 
Sah'atore  in  Lauro  di  Roma,  col  mona- 
stero, fu  data  alla  nazione  del  Piceno  o 
Marca  (  mancando  di  facciata  la  vasta  e 
maestosa  chiesa,e  restando  perciò  rustico 
il  suo  prospetto  esterno,  con  gian  piacere 
vedo  che  si  è  cominciato  a  incrostarlo  di 
belli  travertini;  e  d\ce\' Eptacordo  Ro- 
mano (ìd  18573  p.  106,  e  del  i858  a 
p.  9-,  che  riuscirà  delineato  in  ragionate 
proporzioni  econ  carattere  corrisponden- 
te alla  grandezza  del  tempio,  per  la  bra- 
vura dell'architetto  romano  Guglielmet- 
ti.  Così  viene  finalmente  riparato  all'in- 
decorosa trascuranza  di  secoli).  Perchè 
poi  il  monastero  e  la  chiesa  di  s.  Giorgio 


588 


YEN 


V  EN 


I 


in  Alga,  per  mancanza  d'  abitatori  non 
andassero  in  presta  rovina,  furono  conse- 
gnali all'  ordine  de'  minimi  o  paololti  di 
s.  Francesco  di  Paola,  i  quali  per  la  pro- 
fessala povertà,  e  per  la  mancanza  d'e- 
sterni sussidi! ,  furono  non  mollo  dopo 
forzali  ad  abbandonarli.  Nel  1690,  dice 
il  Corner,  o  nel  1699  vuole  il  Dizinna- 
7'io geografico, soyieaUarono  in  loro  luo- 
go i  carmelitani  scalzi  di  s.  Teresa,  i  qua- 
li ridussero  ben  presto  la  deformità  in  cui 
era  caduto  il  monastero  a  modesta  e  reli 
giosa  vaghezza  ed  amenità.  Convenne 
però,  che  la  ragguardevole  spesa  fatta  pel 
restauro  eziandio  della  chiesa  e  dell'altre 
fabbriche,  si  replicasse  per  un  funesto  in- 
cendio che  l'i  I  loglio  r  7  16  consumò  la 
chiesa  e  una  gran  parie  del  monastero,  ri- 
«lucendo  con  deplorabile  disgrazia  in  ce- 
nere la  famosa  libreria  ricca  di  codici,  fon- 
dala dal  cardinale  Correr,  accresciuta  co' 
doni  d'Eugenio  IV,  e  con  quella  del  car- 
dinal Aleandro  dollissinio  vieppiù  am- 
j)liala,  e  la  quale  da  lui  lasciata  al  mo- 
nastero della  Madonna  dell'Orto,  in  que- 
sto Paolo  III  r  avea  fatta  trasferire.  Le 
fiamme  soltanto  rispettarono  la  parte  a- 
bitata  da  s.  Lorenzo  Giustiniani  quando 
n'era  canonico;  onde  nel  nobile  rinno- 
vamento del  monastero,  fu  espressa  in 
marmo  la  memoria  di  lai  prodigio.  Colla 
soppressione  delle  case  religiose  ne  usci- 
rono i  carmelitani  scalzi.  Wel  refettorio 
esisteva  una  bellissiuia  pittura  di  Donato 
veneziano,  rappresentante  la  Crocefìs- 
sione  del  Redentore,  ora  nell'  accade- 
mia di  belle  arti.  Sotto  il  governo  del  re- 
gno Italico  quivi  era  in  attività  un  tele- 
grafo piautatosul  campanile  della  chiesa. 
Rimaneva  superstite  ancora  il  campanile 
e  parte  de'fabbricati,  quando  insorta  la 
guerra  nel  18 48,  tutto  soggiacque  a  ro- 
vina. Ora  t'isola  é  abbandonata,  le  fabbri- 
che del  tempio  e  del  monastero,  in  gran 
parie  rovinate,  servono  ora  a  deposili 
militari,  e  quasi  a  piccola  fortezza  per 
guardare  Venezia  da  quel  punto  e  il  pon- 
te sulla  Laguna. —  Soi'geva  ne'tempi  più 


remoli  non  molto  lontana  da  quest'isola, 
quella  detta  di  Concordia  o  Contorta,  i 
cui  avanzi  sono  nell'isola  di  s.  Angelo 
della  Polvere,  in  cui  eravi  un  monaste- 
ro di  monache  benedettine  sotto  l'mvo- 
cazione  dell'  Arcangelo  s.  Michele  o  s. 
Angelo  della  Giudecca  poi  de' carmeli- 
tani calzati,  de'  quali  parlerò  al  n.  27. 
Altra  isola  era  verso  i  confini  del  terri- 
torio Padovano,  colle  chiese  di  s.  Maria 
fondata  nel  960,  di  s.  Leonardo  ove  si  ■ 
portarono  i  cadaveri  allorché  nel  1  347  ] 
la  peste  desolò  Venezia,  e  di  s.  Marco 
Evangelista  priorato  de'canonici  regolari 
di  s.  Agostino,  le  cui  rendile  Eugenio  IV 
nel  i44'  ""'  ^^  seminario  istituito  pe' 
chierici  tli  Castello. 

Ih.  S.  Secondo.  Isola  nella  Laguna  di 
Marghera  territorio  di  Mestre,  cioè  pres- 
so la  grossa  terra  omonima,  il  cui  ca- 
nale si  congiunge  alle  Lagune.  Circa  un 
miglio  distante  da  Venezia,  sopra  tma 
palude  che  alquanto  s'innalzava  fuor 
dell'  acqua,  fu  da'  pescatori  esposta  so- 
pra un  palo  l' immagine  di  s.  Erasmo 
vescovo  e  martire  di  Foi'mia,  che  vol- 
garmente denominato  s.  Elmo  0  Ermo, 
da'  marinari  particolarmente  del  Medi- 
terraneo s' invoca  nelle  tempeste  e  altri 
pericoli  di  mare,  appunto  per  essere  pro- 
tetti da  tali  infortunii.  Da  ciò  mossa  la 
divozione  della  famiglia  Bassa,  nel  io34 
circa  vi  fece  ^oslruire  una  piccola  chiesa, 
ed  un  rislretlo  monastero  di  monache  be- 
nedettine, l'una  e  l'altro  costruiti  dall'au- 
lica patrizia  famiglia  Balfo  nel  i  o34.  Avea 
con  l'isola  il  nomede'ss.  Secondo  ed  Era- 
smo quando  nel  1 089  il  doge  Falier  donò 
alcune  rendite,  e  perciò  divenne  abbazia, 
di  cui  pubblicò  la  storia  fr.  Domenico  Go- 
dagli domenicano  :  Historia  dell'isola  e 
del  monastero  di  s.  Secondo  di  ycnelia, 
ivi  1 609.  L'isola  comunemente  si  chiama 
8.Secondo,essendo  sfato  abbandonato  l'al- 
tro nome  di  s.  Erasmo,  di  cui  nel  n.  12 
di  questo  §.  Dopo  il  1237  fu  portalo  nel- 
r  isola  e  deposto  nella  chiesa  il  corpo  in- 
corrotto di  s.  Secondo  martire  d'  Asti, 


YEN 
<|iianclo  il  figlio  del  doge  Tiepolo  espu- 
gnò quella  cillà,  espugnazione  però  non 
provata,  anzi  gli  aslesi  sostengono  di  pos- 
sederlo essi  nella  cattedrale  qual  prin- 
cipale prolettore,  ed  un'insigne  collegia- 
ta parrocchiale  ne  porta  il  titolo,  come 
trovo  nelle  proposizioni  concistoriali. L'U- 
ghelli  volle  conciliare  la  questione,  con 
assegnare  ad  Asti  il  corpo  di  s.  Secondo 
martire,  e  il  trasferito  a  Venezia  essere 
quello  ili  s.  Secondo  vescovo  d'Asti  e  con- 
fessore, ed  in  fatti  questo  ha  unito  il  ca- 
po, come  dice  Corner,  mentre  manca  al- 
l'altro  perchè  nel  martirio  gli  fu  tron- 
cato. Alessandro  111  prese  sotto  la  pro- 
tezione dis.  Pietro  il  monastero  con  bol- 
la data  in  Piialto;  ir.a  dopo  aver  goduto 
florido  slato,  divenne  povero,  e  nelle  mo- 
nache s'uilrodussero  gravi  disordini,  spe- 
cialmente nel  secolo  XV  e  nel  principio 
nel  XVI;  laonde  indusse  il  senato  seria- 
mente a  riformarlo;  il  che  volendo  nel 
i5i9  effettuare  il  patriarca  Contarini, 
gli  riuscì  soltanto  con  una  porzione  delle 
monache,  l'altre  passando  nel  monastero 
di  s.  Maria  delle  Vergini.  Tuttavolla  le 
altre  monache  doverono  unirsi  a  ((uelle 
de' ss.  Cosma  e  Damiano;  nel  i52q  o 
nel  1 53 1  fu  soppresso  il  monastero,  e 
consegnato  nel  i534  coU'isoletta  a'frali 
domenicani,  i  quali  tosto  doverono  rie- 
dificiulocou  parte  della  chiesa  per  Tin- 
cemiio  procuralo  nel  iSSg  dal  cappella- 
no delle  monache.  Dalla  provincia  Pro- 
mana, nel  i54i  passò  nella  Lombarda, 
indi  rovinò  la  chiesa,  restando  illeso, co- 
me già  dalle  flamuìe,  il  corpo  di  s.  Se- 
condo ;  poscia  sopraggiunta  la  peste  del 
ì5j6  si  determinarono  di  partire  i  reli- 
giosi col  s.  Corpo,  e  di  collocarlo  in  s. 
Domenico  di  Venezia,  ed  essi  unirsi  alla 
famiglia  del  contiguo  convento.  Si  oppose 
il  senato,  ed  i  religiosi  restarono  nell'i- 
sola, ristorando  nel  miglior  modo  la  chie- 
sa nel  I  563  ;  e  nel  iDyG  per  essere  l'iso- 
la servila  alla  cura  degli  appestati,  quan- 
do i  religiosi  vi  tornarono,  riattarono  il 
convento  re«o  squallido  e  deformato,  e 


V  E  N  58() 

riedificarono  la  chiesa,  che  fecero  consa- 
grare nel  1608  dal  vescovo  di  Catlaro 
fr.  Angelo  Baronie  domenicano.  Di  poi 
nel  i66o  il  piissimo  fr.  Leonoro  Rizzar- 
do  provinciale  introducendo  la  più  stret- 
ta osservanza  in  alcuni  conventi,  la  pian- 
tò anche  in  questo,  opportunissimo  per 
la  solitudine;  e  così  ebbe  principio  la 
congregazione  osservante  sotto  il  titolo  e 
la  protezione  del  b.  Giacomo  Salomone 
veneto.  Prosperando  questo  convento, 
nel  1686  fu  eretto  in  collegio  e  studio 
generale,  ma  dopo  3  anni  fu  trasferito 
in  Venezia.  I  domenicani  rinnovarono 
nel  1692  la  cappella  dis. Secondo,  e  tran- 
ne alcuni  mesi  del  1797  che  sloggiaro- 
no per  r  occupazione  francese,  vi  rima- 
sero sino  alla  concentrazione  del  1806, 
in  che  si  riunirono  a  quelli  di  s.  Maria 
del  Rosario  o  Gesuati  sulle  Zattere.  A* 
28  novembre  fu  consegnata  l'isola  alle 
truppe  di  marina,  ed  il  governo  Italico 
convertì  il  luogo  in  fortezza  militare. 
Demoliti  poi  la  chiesa  e  il  convento,  l'i- 
sola, quasi  del  tutto  diroccata,  serve  tut- 
tavia di  forte,  o  meglio  per  la  conser- 
vazione delle  polveri  da  guerra.  Più  ad 
o>lro  sorge  l'ultima  isoletta  che  segue. 

27.  1$.  Angelo  della  Polvere  già  di 
Concordia  e  di  Contorta.  Qui  conviene 
prima  parlare,  come  proinisi  di  sopra, 
anche  della  piccola  isola  di  s.  Michele 
Arcangelo,  ossia  di  s.  Angelo  di  Contor- 
ta o  Concordia,  ora  s.  Angelo  della  Pol- 
vere, co' benemerentissimi  della  patria 
storia.  Corner  e  Cicogna,  il  quale  col- 
r  immensa  sua  erudizione  rettificò  date 
e  chiarì  punti  oscuri.  L'isoletta  sorge  nel- 
la Laguna  poco  lontana  da  Venezia,  mez- 
zo miglio  da  quella  di  s.  Giorgio  in  Alga, 
|)ure  è  la  più  distante  da  tutte  l'altre  del- 
la Laguna  medesima.  Per  l'accidentale 
incendio  che  dirò,  fu  quasi  del  tutto  di- 
strutta. Era  dedicata  a  s.  Michele  Ar- 
cangelo, detto  cocnuuemente  s.  Angelo, 
ed  avea  chiesa  e  monastero  fondati  dal 
doge  Domenico  Contarini  seniore,  che 
ri'gnò  dal  io43  al  1070,  e  vi  pose  mo- 


590  V  E  N 

naci  benedeltinl,  levati  tla  iiu  luonaslero 
denominato  s.Zenobìo.  Come  poi  equau- 
<1o  a'  monaci  si  sostituirono  le  monache 
Benedeltine.  non  si  conosce.  Bensì  si  han- 
no i  nomi   (Ielle  badesse  Fiorclelise  Ba- 
lestriera del  iSgS,  Costantinadel  i4'8> 
Costanza  Balestriera  del  1^1^,  intorno 
al  cui  tempo  illanguidito  il  primiero  fer- 
vore e  subentrata  la  corrnllela  de'coslu- 
iTii,  ne' funesti  tempi  dei  grande  scisma, 
era  divenuto  il  monastero  uno  de'più  li- 
beriedi  roaleesempiod'allora.  A  rimedia- 
re tanto  male  e  ristorarvi  l'antica  discipli- 
na, il  vescovo  di  Castello  s.  Lorenzo  Giu- 
stiniani,versoli  1437  vi  maiidòalciuie  del- 
le più  virtuose  monache  benedettine  del 
tiioDaslero  di  s.Croce della  Giudecca.Pk.iu- 
sci  vano  ogni  sfòrzo  con  quelle  traviate, 
rigettando  audacemente  ogni  progetto  di 
riforma.  Il  perchè  s.  Lorenzo  disperando 
di  lor  correzione,  tutto  rappresentò  ad 
Eugenio  IV,  che  commosso  dalla  gravità 
de'  disordini,  con  decreto  de'  29  agosto 
144^  soppresse  nel  monastero  di  s.  An- 
gelo di  Contorta  la  carica  di  badessa,  e 
iogiunseallo  stesso  vescovo  di  trasferire 
in  altri  chiostri  benedettini  le  monache. 
Queste  però  arditamente  ricorsero  al  se- 
nato, il  quale  cedendo  alle  maliziose  que- 
rele nel  i44'  oi'dinò  che  restassero  in 
s.  Angelo,  con  autorità  al  vescovo  di  pu- 
nir quelle  che  turbassero  1'  onestà  e  il 
decovo  del  luogo.  Non  ostante,  le  mona- 
che continuarono  nel  libero  loro  modo 
di  vivere;  per  cui  il  senato  nausealo  di  lo- 
ro incorreggibilità,  con  decreto  del  1 449 
animò  il  zelo  del  vescovo  con  ampia  au- 
torità di  procedere  liberamente  colle  mo- 
nache e  monastero  di  s.  Angelo  di  Con- 
torta pel  meglio  dell'onore  divino  e  del 
decoro iinche  della  repubblica. Quantun- 
que si  fossero  unite  1'  ecclesiastica  e  la 
laica   podestà   nella  slabilita   rimozione 
delle  monache,  conluttociò  si  procrasti- 
nò la  cosa  fino  a  Sisto  IV,  il  quale  nel 
1474  comandò  la  piena  esecuzione  del 
prestabilito  da  Eugenio  IV,  ordinando 
ul  patriarca  di  Venezia  Gerardi  di  ie- 


V  EN 


I 


var  le  monache  da  s.  Angelo  di  Contor- 
ta e  trasferirle  ad  altri  monasteri  del  lo- 
ro ordine  benedettino,  e  di  unire  il  loro 
monastero  e  le  rendile  a  quello  delle  be- 
nedetline  di  s.  Croce  della  Giudecca.  Il 
discreto  patriarca  eseguì  il  pontificio  or- 
dine, con  limitarsi  ad  assegnare  alle  po- 
che superstiti  monache  di  s.  Angelo  un'e- 
qua porzione  di  rendile  per  loro  alimen- 
to finché  vivessero, e  del  rimanente  pose 
in  possesso  1'  esemplare  monastero  di  s. 
Croce.  Non  contente  1'  irrequiete  reli- 
giose ricorsero  poi  a  Innocenzo  Vili,  il 
quale  però  nel  \^'^i  confermò  il  deter- 
minalo da  Eugenio  IV  e  Sisto  IV.  AJ 
onta  di  tutto  questo  1'  ardite  monache 
di  s.  Angelo  tornarono  a  reclamare,  e 
nel  i5o8  un  nuovo  giudizio  ratificò  l'o- 
perato, finché  la  loro  morte  a  poco  a  po- 
co fece  cessar  le  conlese,  e  il  monastero 
di  s.  Croce  restò  pacifico  possessore  di 
quello  diConlorta. Quest'isola  rimase  po- 
chi anni  vuota  d'abitatori,  poiché  i  Car- 
ììielitani  riformati  calzati  dell'  antica  m 
osser^'anza,  della  congregazione  di  Man* 
lova,  braukosi  d'aver  sede  in  Venezia, ot- 
tennero facilmente  nel  1 5i8,  dice  il  Cor- 
ner, o  nel  1548  come  vuole  il  Cicogna 
(ma  è  fallo  tipografico,  come  rilevasi  dal- 
le memorie  sincrone  che  riporta),  dalle 
monache  di  s.  Croce  il  possesso  del  luo- 
go e'del  monastero,  col  censo  d'offrire  o- 
gni  anno  nelle  feste  dell'Invenzione  e  del- 
l'Esaltazione della  ss.  Croce,  una  candela 
di  cera  bianca  di  libbre  due,conrermando 
poi  la  concessione  Clemente  VII  con  di- 
ploma de'  i4  dicembre  I  526.  Coulmua- 
rono  i  carmelitani  ad  abitare  per  circa 
36  anni  il  luogo  cosi  squallido  e  remoto, 
finché  nel  i  555  col  permesso  del  senato 
abbandonarono  l' isola,  e  ripararono  in 
Venezia  nella  chiesa  e  convento  di  s.  An- 
gelo nell'isola  della  Giudecca,  di  cui  par- 
lerò qui  sotto. Intanto  resa  l'isola  di  s.  An- 
gelo di  Contorta  e  ì  suoi  edifizi  incapaci 
d'  abitazione  per  una  comunità  religiosa, 
fu  nel  1569  stabilito  che  in  quell'  isola, 
come  luogo  sicuro  per  la  sua  molta  di- 


I 


V  E  N 

««.int.i  diilla  clltìi,  dovesse  fubbncarsl  la 
polvere  ad  uso  dell'ai  liglieria,  die  piim.i 
si  fabbricava  nell' arsenale,  lolto  l' opifi- 
cio per  r  orribile  incendio  della  notlede* 
14  settembre  di  detto  anno.  Servì  a  tale 
oggetto  fino  al  1689,  in  cui  a'^t)  agosto 
avendo  un  fulmine  incendiato  il   luogo 
delle  polveri,  restò  con  tutti  i  suoi  edifizi 
atterrato  e  distrutto,  non  rimanendo  che 
pochi  ruderi  del  vecciiio  monastero  iu 
mezzo  alle  paludi.   L'avanzo  dell'isola 
cbiauiasi  s.  Angelo  della  Po h'e re,  no  ine 
che  fu  aggiunto  dal  i  369  in  poi, dopo  l'e- 
rezione della  fabbrica  delle  polveri.  Il  mo- 
tivo della  partenza  ila  tale  isola  de'  car- 
melitani, sembra  certamente  derivatodal 
timore  che  la  peste,  la  quale  nel  [  555  tra- 
vagliaval'aJova, potesse  estendersi  anche 
i  nVenezia,comeavvenneneli  556, poiché 
fece  risolvere  il  senato  a  rimuovere  dall'i- 
sola di  Contorta  i carmelitani,  per  adat- 
tarla ad  accogliere  all'  evenienza  del  caso 
gli  ammalali.  In  fatti  il  magistrato  di  sa- 
nità la  destinò  per  quest'oggetto,  ed  anzi 
alcuni  carmelitani  rimastivi  essendosi  ca- 
ritatevolmente prestali  al  soccorso  di  (jue* 
miseri  vi  morirono.  —  Neil'  isola  della 
Giudecca  fu  da'primi  cappuccini  pianta- 
tisi in  Venezia,  coll'aiuto  de'  fedeli,  fab- 
bricato nel  1546  un  piccolo  convento  di 
tavole.  Il  situerà  assai  abbietto,  detto  il 
Monte  de'  Corni,  perchè  ivi  si  raccoglie- 
vano le  corna  de'bovi  e  d'altri  animali  che 
sì  uccidevano  in  Venezia.  Aveudo  poi  i 
cappuccini  il  miglior  luogo  del  ss.  Reden- 
tore, abbandonarono  1'  antico,  e  subeu- 
trarono  in  questo  neh  555  i  carmelitani, 
comprando  dalla  confraternita  de'poveri 
vergognosi  la  chiesetta  e  il  convento,  che 
a  veano  occupati  dopo  la  partenza  de'cap- 
puccini,  edierono  al  luogo  il  nome  di  s. 
Aiì'^elo  in  memoria  di  quello  lasciato  di 
Contorta.  Indi  Paolo  IV  nel    i557  eoa* 
cesse  a' carmelitani  tutti  i   privilegi  ac- 
cordati all' ordine  da' suoi  predecessori. 
Nel  I  57  I  ampliarono  il  convento  e  re- 
staurarono la  chiesa,  la  quale  fu  cousa* 
grata  a'  20  novembre  1600  da  Rallaele 


VEN  591 

rnviziato  vescovo  dì  Zante, sotto  il  tìtolo 
del  ss.  Salvatore.  Tuttavolta  si  chiamò 
volgarmente  s.  Angelo,  anco  per  un'anti- 
ca immagine  d'  un  Angelo  scolpita  iu 
mezzo  rilievo  di  marmo  nella  facciata  e- 
steriia,  o  meglio  pel  giù  detto.  Dalle  me- 
morie riferite  dal  cav.  Cicogna  si  trae, 
che  un  tempo  nel  convento  i  carmelitani 
aprirono  un  ospizio  pe'pazzi,  che  custo- 
divano e  governavano  con  molta  carità. 
Vi  erano  nel  «619;  ma  i  religiosi  per- 
suasi poi  da' superiori  ad  abbandonare 
il  noioso  incarico,  verso  il  i&:|i.  non 
più  gli  accolsero.  Questa  comunità  fa 
soppressa  nel  1768,  e  la  chiesa  si  conti- 
nuò ad  uffi/iare  da  qvialche  sacerdote  re- 
golare, al  dire  del  cav.  Cicogna.  Però 
neir  opuscolo.  Stato  personale  del  ClC' 
ro,  dichi.irasi  che  fino  al  1810  appar- 
tenne a'  carmelitani  osservanti.  Fu  poi 
la  chies.i  soppressa  e  chiusa  nel  medesi- 
mo tSio.  La  pietà  di  Alvise  Cogo  l'ac- 
quistò, e  nel  i84i  li  ridonò  al  culto  di- 
vino, dopoché  il  1."  maggio  la  beoedì  il 
patriarca  cardinal  iMonicu,  intitolandola 
il  s.  Maria  del  Carmine.  Ha  3  altari  co- 
uie  prima,  e  nel  maggiore  già  sagro  al 
ss.  Salvatore,  levata  l'antica  tavola,  ve 
ne  fu  collocata  una  del  moderno  Sasso, 
esprimente  la  Madonna  del  Carmelo. 
Ora  è  oratorio  non  sagramentale  di  pro- 
prietà della  famiglia  Cogo,  col  titolo  di  s. 
Maria  del  Carmelo  e  s.  Angelo  di  Con- 
cordia, nella  parrocchia  di  s.  Eufemìa. 

i^.MalainoccOy'Melhainaucunio  yie.' 
doucus  Portas.  Isola  e  borgo  della  pro- 
vincia e  distretto  di  Venezia  al  sud  e  da 
essa  circa  due  leghe  distante,  sulla  pua-» 
ta  d'una  lunga  e  stretta  lingua  di  terra 
rinchiusa  fra  l'Adriatico  e  le  Lagune,  e 
tutta  coperta  di  fertili  ortaglie.  Narrai  nel- 
l'articuio  Malamocco,  e  in  più  luoghi  di 
sopra,  che  quest'isola  contiene  Malamoc- 
co yuovo,  diverso  dall'antica  e  conside- 
revole città  vescovile  di  Malamocco,  la 
più  ragguardevole  e  illustre  sopra  tutte 
l'altre  isole  delle  venete  Lagune;  già  pri- 
ma sede  de'dogi,  che  l'iavasiuae  di  Pipi- 


^92  V  E  N 

iiu  re  d'Italia  co»liin$e  a  trasportare  in 
Bialto.  Era  situata  presso  il  porto,  del 
quale  è  da   vedersi  il  u.  3  del  §   XVii, 
che  da  lei  aveva   ricevuto  il  uome  ,  sul 
Lido  cioè  che  divide  il  mare  Adriatico 
dalle  Lagune  di  Venezia.  L'antico  Ma- 
luinocco  era  un  vescovato  istituito  circa 
li  64o,  a  cui  erano  soggette  tutte  l'isole 
del  lato  meridionale  delia  Laguna  di  Ve- 
nezia ,  e  proseguendo  al  di  là  delle  due 
Chioggie,  maggiore  e  minore,  e  di  Bron- 
dolo  e  di  Cavarzere,  perciò  comprende- 
va l'isole  di  Riaito  e  di  Olivoio,  sino  al- 
l'istituzione del  vescovato  d'Olivolo  nel 
775,  la  cui  giurisdizione  ristretta  allora 
alle  sole  isole  Realline,  preparava  nella 
città  di  Venezia  gli  clementi  ad  assai  più 
ampia  giurisdizione.  Malamocco  fu  sede 
dei  proprio  vescovo  sino  al  1060,  in  cui 
fu  trasferita  a   Cldoggia^  di  cui  prese  il 
nome,  vescovato  tuttora  esistente;  e  ciò 
a  motivo  d'essere  l'isola  in  parte  distrut- 
ta da  replicati  incendii,  e  minacciala  d'e- 
strema rovina  dall'inondazioni  del  mare, 
che  finì  in  un  terremoto  di  subissarla  e 
inghiottirla  del  tutto  nel  i  1 06  circa,  o  al 
più  lardi  nel  1  1 1 1;  ma  il  preciso  sito  ove 
surse  s' ignora.  Malamocco  nuovo,  isola 
più  lontana  dell'altra  dal  porto,  mentre 
1  maiamucchìui  erano  in  pericolo  di  som- 
Djergere,  siccome  quasi  contigua,  più  so- 
lida e  più  elevata  dell'altra  loro  patria, 
a  poco  a  poco  avevano  principiato  ad  a- 
bitarla,  piantandovi  case  e  formando  una 
piccola  città ,  cui  cominciarono  prima 
dell'estremo  eccidio  dell'altra  a  nomina- 
re Malamocco  nuovo j  e  per  la  cura  del- 
l'anime ivi  avevano  pure  fabbricalo  una 
chiesa  sotto  l'invocazione  di  s.  Maria,  e 
\i  si  era  trasportato  il  clero  della  catte- 
drale antica.  E'  per  questo  che  nell'am- 
pia chiesa  dell'  odierno  Malamocco,  di 
non  cattiva  architettura  e  con   miraco- 
loso ss.  Crocefisso,  trasportalo  dalla  vi- 
t:ina  isola  di  Poveglia,  risiede  l'arcidiaco- 
no I.'  dignità  della  cattedrale  di  Chiog- 
giu,  e  uè  amministra  la  cura  parrocchie! - 
le,  Iri  quale  compteudc  il  vicluu  Lidu,  j^Ii 


YEN 

Alberoni  o  Alboroni  e  la  detta  isola  di  Po- 
veglia.  Vi  sono  ancora  due  altre  chiese.  Il 
porlo  di  Malamocco, come  superiormen- 
te dissi,  è  il  principale  de'porti  di  Vene- 
zia, per  le  navi  di  maggior  mole  e  [lor- 
tata»  ed  è  il  più  frequentalo.  Precisamen- 
te il  canale  al  sud  dell'isola,  all'eslreuii- 
tà  meridionale  del  Lido,  prende  il  noiiie 
di  porto  di  Malamocco,  uno  de'5  porti  che 
danno  ingresso  nelle  Lagune  di  Venezia. 
La  sua  entrala  è  difesa  da  due  forti,  cioè 
dal  lato  settentrionale  da  quello  degli  Al- 
boroni, sul  lido  del  mare,  e  dal  meridio- 
nale dal  castello  di  s.  l^ietro,  che  sorge 
sulla  punta  litorale  di  Pelestrina.   Nelle 
solennità  sparano  ordinariamente  l'arti- 
glierie de'forti  di  Malamocco,  di  Alboro- 
ni e  del  Lido,  oltre  quelle  della  naveguar- 
deporlo.  I  veneziani,  a  preservare  da  in- 
terrimenti le  foci  de'porti,  costruirono 
quelle  dighe  denominale  speroni  e  guar- 
diani, composte  di  palafitta  e  scogliera. 
Tutlavolla  il  pollo  di  Malamocco   tro- 
vandosi in  cattiva  e  pericolosa  condizio- 
ne al  cominciar  del  secolo  corrente,  per 
bassi  fondi  e  per  scanni,  il  governo  ila- 
lieo  nel  1806  si  propose  provvedervi  per 
rimuoverne  gì'  interrimenti  e  impedirne 
la  rinnovazione.  Si  progi'llò  di  costruire 
una  gran  diga  di   macigni  ,  che  comin- 
ciando dalla  meridionale  estremità  del- 
l' ìsola  di  Malamocco  ,  si   avanzasse   più 
d'un  miglio  dentro  il  mare  attraversan- 
do Tanlico  banco  di  rena;  a  vantaggio  de' 
regi  e  mercantili  navigli,  onde  renderne 
sicuro  e  convenevolmente  prcfoudo  l'in- 
gresso e  regresso  del  porlo  stesso.  Le  dot- 
te investigazioni,  gli  studi  diligeiili  falli 
da  abili  idraulici  sono  riferiti  dal  cav. 
Mulinelli   negli   Annali  delle  Province 
f  enete.  Ma  travaglialo   il  regno  italico 
da  continue  guerre,  non  si  esegoirono  i 
lavori  determinali  del  miglioramento  e 
profoiidamento  de'canali  interiori,  e  del- 
r  edificazione  d' una  assai   grande  diga 
inariiiorea.    Terminala   la   dominazione 
JNapoleonicae  reintegrala  l'Austriaca,  re^ 
sto  nondimeno  sospesa  l'esecuzione  d'o 


I 


VEN 
ppra  così  necessnria,  edera  riservato  al- 
l'imperatore Ferdinando  I,  nel  [)rincipio 
del  suo  impero,  a  decrelni  la  e  darle  pu- 
re incomincinmenlo,  al  modo  detto  net 
ricordato  articolo,  secondo  il  nuovo  pia- 
no approvato  nei  i835.  Pertanto,  con 
risoluzione  de' 23  giugno  i838  decretò 
1' erezione  della  diga  luarinorea  al  por- 
to di  Alalamocco  per  rendere  più  age- 
vole e  sicuro  l'  ingresso*  de' navigli.  Co- 
s'i la  sovrana  munificenza,  superando  gli 
ostacoli  più  violenti  della  natura,  assicurò 
a  Venezia  la  prosperità  del  commercio 
marittimo  con  un'opera  diromntio  ar- 
dimento, e  alla  marina  militare  agevole 
accesso.  Si  ordinò  dunque,  che  1'  impo- 
nente molo  si  staccasse  dalla  spiaggia  de- 
gli Alboroni,  limitandosi  al  nord  la  boc- 
ca del  porto;  che  si  spingesse  in  mai"e  per 
2  122  metri  ovvero  tm  miglio  ed  un  y." 
di  miglia  geografiche.  L'imperatore  a'i3 
ottobre  dello  stesso  i838,  come  pure 
dissi  nel  citalo  suo  articolo,  formalmen- 
te itiaugurò  il  lavoro  e  gittò  la  i."  pie- 
tra di  questa  gigantesca  impresa  ,  bene- 
detta dal  vescovo  di  Chioggia  mg."^  Sa- 
vorin,  assistito  da  due  canonici  e  dall'ar- 
cidiacono di  IMalamocco.  La  lunghezza 
della  diga  si  contrassegnò  da  21  navicel- 
li ancorati.  A  perpetuarne  la  memoria 
fu  coniata  una  medaglia,  in  cui  da  una 
parte  sta  incisa  la  Diga  con  una  torre 
sull'ullima  estremità,  e  al  di  là  dtlla  Di- 
ga veggonsi  vari  bastimenti  in  mare,  e 
superiormente  il  molto:  Nnnlaruin  Se- 
curitnti.  Dalla  parte  opposta  è  1' epigra- 
fe: niac exPortuMatìieinaiicìin  Adria- 
ticiim  perdite lae  primiis  lapis  jnctus  A. 
tfDCCcxxxriii  Inip.  Ferdinando  I  P. 
F.  A.  La  bella  incisione  l'  eseguì  Luisi 
Ferrari.  Il  molto  e  l'epigrafe  sono  del 
latinista  cav.  Cicogna.  Animati  i  veneti 
negozianti  dalla  sovrana  generosità,  vol- 
lero a  proprie  spese  dare  compimento  ad 
opera  così  importante,  e  stabilirono  l'e- 
rezione d'un  Faro  da  elevarsi  iu  punta 
alla  f(jce  di  Piave  vecchia  con  soscrizio- 
ni,  la  cui  spesa  venne  calcolata  i4o,ooo 
VOL.  xci. 


VEN  593 

lire  anstrìaclie.  L'inaugurazione  della  di- 
ga seguì  all'  imboccatura  del  porto  nel 
sito  chiamalo  guardiano  o  sperone  nu- 
mero sessantasei,  alla  cui  estremila  dove- 
va appunto  cominciare  il  lavoro,  che  si 
principiò  due  anni  dopo.  Leggo  nel  Gior- 
nale di  Roma  del  1853  a  p.  278,  trailo 
dal  Foglio  diferona  de'  1 3  mar/o.  L'im- 
peratore Francesco  Giuseppe  I  con  so- 
vrana risoluzione  de'i5  dicembre  18 52 
si  compiacque  nella  sua  munificenza  di 
approvare  il  progetto  d'  esecuzione  di 
una  nuova  diga  o  contro-diga  al  sud 
del  porlo  di  !\Ia!amocco.  La  sua  lun- 
ghezza è  di  metri  865,  e  dovrà  esser 
compita  entro  due  anni  dal  giorno  «Iel- 
la consegna  del  lavoro.  L'elFelto  che  se 
ne  attendeva  era  quello,  che  restando  ri- 
stretta fra  essa  e  la  diga,  già  costruita 
al  nord  del  porto  ,  1'  acqua  che  scorre 
per  esso,  si  formeià  ivi  una  corrente  più 
rapida,  che  avrà  forza  di  viemmaggior- 
mente  scavare  il  canale;  cosicché  vi  sa- 
rebbe più  fondo  pe'baslimenti.  Avere  l'i. 
r.  direzione  superiore  delle  pubbliche  co- 
struzioni stipulato  in  qite'giorui  il  con- 
tralto d'appalto  coll'impresa  sociale  Brai- 
da  e  Tallacchini,  ed  avere  ordinato  che 
si  operasse  tosto  la  consegna.  Per  tal  mo- 
do si  riteneva,  che  prima  della  metà  del 
l855  sarebbe  compiuto  a  benefizio  del 
commercio  veneto  anche  questo  gran- 
dioso lavoro,  la  cui  spesa  fu  calcolala  iu 
lire  2,200,000,  non  compresa  l'opera 
murata  sopra  comune  ,  di  cui  fosse  per 
•palesarsi  in  seguilo  il  bisogno.  Tuttora 
si  continuano  i  lavori  con  successo  e  som- 
mo vantaggio,  per  essersi  approfondato 
il  fondo  in  modo  da  ricevervi  i  basti- 
menti della  maggior  portala,  ontle  com- 
piersi un'  opera  d'immensa  importanza 
alla  sicurezza  del  porto  e  della  città  di 
Venezia. 

29.  Peles Irina  o  Pellesirina.  Isola  e 
borgo  sulle  Lagune  di  Venezia  per  un 
lato,  e  sull'Adriatico  per  l'altro,  distante 
4  leghe  al  sud  di  Venezia,  ed  una  e  Squar- 
ti ai  nord  di  Chioggia,  con  bellissime  or- 
38* 


5^4  VEN 

taglie.  £'  una  lingua  di  terra,  8  miglia 
lunga  e  meno  che  loo  passi  nella  sua 
maggior  larghezza ,  sballala  ad  oriente 
dall'Adriatico, all'occidente  lambita  dalla 
Laguna,  con  a  sinistra,  guinclaiido  il  ma- 
re, il  porlo  di  Malamocco  e  a  destra  quel- 
lo di  Chioggia,  del  cui  dislretto  è  uno  de' 
comuni,  in  breve,  è  la  continuazione  di 
quel  Lido  o  lingua  di  tetra  che  dal  ma- 
re divide  le  Lagune,  e  su  di  essa  si  trova- 
no per  la  maggior  parte  i  famosi  Muraz- 
zi, di  cui  nel  §  l,  n.  3,  e  dovrò  riparlar- 
ne in  appresso  e  meglio  nel  n.  33  di  que- 
sto §  come  loro  termine.  L' isola  è  de- 
scritta con  eleganza  da  Giovanni  Velu- 
do,  segnato  N.  ne'  Sili  pittoreschi,  ed  io 
me  ne  gioverò.  Ivi  si  otTre  la  veduta 
della  chiesa  di  s.  Vito  egregiamente  di- 
segnala da  Vincenzo  Sgualdi  e  intagliata 
da  Marco  Comiralo.  Movendo  da  Vene- 
zia a  visitare  quest'isola,  primo  incontra- 
si un  campanile,  che  si  alza  tutto  solo  in 
mezzo  all'acqua.  E'  il  campanile  dell'an- 
tica chiesa  di  s.  Pietro  in  Volta,  eretta 
da' Marcipagani  nel  sito  stesso  ove  sor- 
geva un  tempo  la  distrutta  Albiola,  il  cui 
porto  s'interrò  nel  i446>  *^  conceduta  a' 
romiti  perchè  l'ufficiassero.  Paie  che  co- 
là il  Lido  fosse  già  alquanto  piti  largo, 
mentre  rimane  memoria  d'un  bosco  ivi 
esistente  nel  i  170^  e  chiamalo  bosco  di 
Pelestrina,  il  cui  litorale  dicevasi  territo- 
rio, vi  si  attendeva  alla  coltivazione  de' 
■vini,  e  per  un  documento  si  conosce  chi 
vi  possedeva  un  allodio.  Ma  da  molti  an- 
ni quel  campanile  non  invita  più  alle 
preci  i  buoni  religiosi.  Poco  discosto  da 
esso,  altra  voce  di  bronzi  sembra  invece 
pronta  ad  uscir  dall'alto  e  forte  torrione 
di  s.  Pietro  in  Volta  e  da'  5  bastioni  e- 
retli  a  difesa  del  porlo  di  Malamocco. 
Però  la  chiesa,  trasportata  un  miglio  più 
avanti  nella  borgata,  sotto  l'invocazione 
del  patrono  s.  PielroA  postolo,  fu  riedifica- 
ta in  miglior  forma  neh646a  spese  de- 
gl'isolani, i  quali  l'ampliarono  inoltre  a' 
nostri  giorni  e  l'ammattonarono.  Le  si 
(Ut  comunemeute  il  nome  di  s.  Pietro 


VEN 

(Ielle  Sardelle,  poiché  dalla  pesca  di  tali 
pesciolini,  abbondanti  in  queiracqtie,pro- 
viene  a'poveri  abitanti  il  maggior  lucro, 
e  quindi  l'unico  mezzo  a'miiuili  risparmi 
co'qtiali  fu  alzato  e  decorato  il  sagio  e- 
difìzio.  Narra  la  tradizione  volgare,  che 
cessate  l'oblazioni  al  santo  protettore  ,  i 
fedeli  furono  castigati  con  isterilì  pesche, 
quindi  gli  offrirono  una  sardella  d'oro. 
Un  altro  dono  più  creddjile  è  quello  che 
viene  offerto  ogni  anno  dagli  abitanti  di 
Pelestrina  ad  un'  altra  delle  loro  chiese, 
quella  di  s.  Antonio  di  Padova.  Sorge 
essa  vicina  a  non  breve  tratto  dell'isola 
scompartito  in  ortaglie  feracissime  di  po- 
poni, cocomeri,  zucche  ed  erbaggi  d'ogni 
specie.  Nella  festa  del  santo,  il  più  bello 
e  meglio  cresciuto  de'poponi  di  quell'or- 
taglie, spiccasi  dalla  pianta  benché  acer- 
bo, e  fascialo  di  fettucce  si  appende  al  suo 
aliare.  Quivi  resta  richiamo  alle  preci 
de'divoli  e  quasi  caparra  di  benedizione; 
né  dissecca  del  tutto,  ch'è  giunta  la  sta- 
gione de'copiosi  raccolti,  e  cominciano  a 
vedersi  barche  di  più  misure,  cariche  di 
poponi  e  cocomeri  e  canestri  di  frutta, 
tragittare  a  Venezia.  Non  è  raro  che  la 
donna,  già  partecipe  alle  fatiche  agrico- 
le del  juarito,  preso  il  remo,  aiuti  al- 
la celerità  della  barca  non  meno  forse 
di  quanto  potrebbero  braccia  maschili. 
Questa  fovia  e  destrezza  singolari  ,  che 
ora  non  hanno  per  testimonio  neppure 
il  sole,  domandandosi  a  que'lragilti,  co- 
me più  fresca,  l'ora  notturna,  fecero  un 
tempo  mostra  di  se  ne'  veneti  canali  a 
una  grande  popolazione.  Le  pelestrinot- 
te,  vestite  di  corta  gomia  all'ortolana,  col- 
la casacchioa  breve  e  aperta  sul  davanti, 
le  pianellette  di  drappo  ,  e  il  cappello 
largo  e  schiacciato  per  modo  di  quasi 
ralligurare  i  nazionali  canestri  ,  corsero 
anch'esse,  sopra  agili  barchette,  la  gara 
della  regata,  e  sene  dispularono  il  pre- 
mio fra  le  acclamazioni  e  le  meraviglie  de-i 
gl'innumerabili  spettatori.  A  Pelestrina 
propriamente  detta  sono  invece  quasi  la- 
voro unico  delle  donne  ì  merletti  di  refe, 


VEN 
meno  pregevoli  però  de'buranesi.  Dice  il 
Veluilo:  Sedute  sulla  porta  della  misera 
Ciisa,  con  fra'  giiioccl»i  cer'.i  loro  scanni 
su  cui    posano    tomboli    enormi  ,    ma- 
neggiano con  incredibile  velocitile  appa- 
rente ilislrazicne  un  numero  di  piombini 
tanto  itiaggioie  (juanlo  più  acconci  han- 
no gli  anni  e  la  vista  più  fotte;  di  che  ne 
\iene  che  l'età  più  lontane  si  ravvicinino, 
e  la  fanciulletta ,  a  cui  occorre  starsene 
in  piedi  pei'  arrivare  allo  scanno,  s'abbia 
lavoro  pari  alla  vecchia  decrepita,  che, 
curva  sul  tombolo,  le  siede  a  lato.  In  que- 
sta parte  dell'isola,  lungo  la  via  sul  lito- 
rale della  Correggio,  dopo  la  sunnomi- 
nata chiesa  di  s.   Antonio,  fondata  nel 
principio  del  secolo  passato  a  vantaggio 
de'vecchi  e  de'cagionevoli  di  salute,  sic- 
come lontana  questa  situazione  dall'al- 
tre, e  già  cenobio  e  spedale,  sta  la  chiesa 
de'  ss.  Vito  e  Modesto,  nella  quale  si  ve- 
nera una  miracolosa  immagine  della  C 
Vergine,   forse  la  stessa  un  tempo  vene- 
rata in  s.  Mciria  della  Cava,  isoletta  a  un 
4.°  di  miglia  dalla  ripa  occidentale  di  Pe- 
lestrina,  ora  coperta  dal  mare.  vSi  raccon- 
ta che  la  B.  Vergine,  in  aspetto  di  donna 
matura,  comparve  al  giovane  Nadalino 
SJcarpa,  e  gli  presagì  la  liberazione  di  Cor- 
fù  dall'assedio  de'lurchi.  Una  stampa  del 
«7g5  descrive  distesauìente  l'apparizio- 
ne, meglio    narrala  dall'  infaticabile  sul- 
lodato  ab.  Cappelletti  nel  libro:  L' Àppa^ 
rizìonedi  Maria  ss.  sul  Lido  di  Pelcslri' 
na,  Veneziai853.  A  questa  immagine  e- 
resse  il  senato  il  tempietto  io  discorso  coti 
disegno  del  Tirali,  e  contiguo  vi  fu  pian- 
tato un  convento  a' trinitari,  cui  successe- 
ro i  domenicani  rimossi  nella  generale 
soppressione,   restando  la  chiesuola  di- 
pendente dal  pievano  diPelestrina.  I  par- 
rocchiani   ripetono  dal  patrocinio  delia 
ss.  Immagine  la   liberazione  dal  cholera. 
L'aria  nell'isola  di  Peleslrina  è  salubre,  e 
gli  abitanti,  per  essa  e  per  la  vita  attiva 
che  menano,  sono  robustissimi,  e  presso- 
ché tutti  dediti  alla  pesca,  essendo  eccel- 
lenti nuotatoli  per  l'esercizio  che  comio- 


V  E  N  595 

ciano  dalli  fanciullezza,  gli  altri  occupan- 
dosi nell'agricoltura.  Neil'  ultima  parte 
dell'isola  la  chiesa  parrocchiale  d'Ognis- 
santi è  poco  meno  che  addossata  a'Muraz- 
zi.  Riferisce  pure  il  Vehido,che  uu  tempo 
fitte  palizzate,empite  del  fango  che  que'del 
paese,  a  ciò  spesali  dal  governo,  cavavano 
da'canali  di  Venezia  e  delle  Lagone,  era- 
no troppo  debole  e  quindi  assai  dispendio- 
so  ritegno  alla  furia  del  mare;  al  che  pen- 
sando il  senato  ordinò  che  1'  argine  fosse 
io  marmo  costrutto,  e  uè  sursero  quelle 
dighe,  lunghe  parecchie  miglia,  che  per 
la  loro  grossezza  e  la  mole  delle  pietre, 
connesse  e  cementate  con  ammirabile  so- 
lidità ,  furono  dette  opera  d'  ardimento 
romano.  «  11  forestiere,  scorrendo  la  La- 
guna lungo  il  litorale  fin  qui  descritto, 
dopo  aver  veduto  schierate  in  vaga  mo- 
stra le  case  di  Peleslrina,  a  nascondere  la 
cui  miseria  è  bastevole  la  bieve  distanza, 
e  gli  orti  che  le  partono,  e  le  reti  che  a 
luogo  a  luogo  ne  tappezzano  le  muraglie, 
e  le  barche  pescherecce  che  vi  approdano 
e  se  ne  stacca«o;  quivi  arrestasi  ammira- 
to, e  ne  fa  ricordo  sul  portafoglio  o  sul- 
l'album; ma  il  veneziano  commuovesi  a 
più  vivi  alFetti,  vedendo  quelle  dighe  e 
quel  silo.  Ad  occhio  nudo  ravvisa  egli  di 
là  i  luoghi  dove  prima  adunavonsi  in  so- 
cietà i  padri  suoi,  vede  il  mare  già  testi- 
monio delle  prime  veneziane  vittorie,  le 
cui  acque  sostennero  dappoi  flotte  nunie- 
rosissime,  animose  alla  partenza,  vitto- 
riose al  ritorno.  Finalmente  in  que'mar- 
mi,  ultimo  monumento  della  veneziana 
grandezza ,  trova  ancora  argomento  di 
giusto  orgoglio,  pensando  che  le  moli  stu- 
pende dureranno  tuttavìa  immote  anni 
ed  anni,  e  i  flutti  frangendovisi  debellati 
continueranno,  direi  quasi,  a,  sentire  il 
dominio  dell'aulica  regina".  —  L'  anti- 
chità di  questa  terra  diPelestrina  die  luo- 
go a  molte  opinioni,  circa  alla  vera  deri- 
vazione del  suo  uotiie.  Chi  vuole  trovarlo 
nt\\Q  Fossioìics  o  Fossae  Philisùiiac  ù\ 
Plinio,  sboccanti  in  mare  non  lungi  da 
questo  Lido;  chi  rammeulu  un'  emigra- 


596  V  E  N 

zione  di  popoli  Umbri  ch\amù[\  PAesli- 
ìlio  Pistilli,  de'quali  parte,  passali  nel 
Piceno,  vi  fondarono  Praeneste {ina  que- 
sta è  nel  Lazio  antico,  ed  i  suoi  storici  la 
dicono  fal)bricata  dagli  antichi  latini  o 
pela5gioaI)origeni,  e  che  forse  vi  fu  intro- 
dotta una  colonia  greca),  oggi  ancora 
chiamata  \?e\^?,U-\na  (Paleslriiia),^  par- 
ie ridottisi  in  questo  Lido,  fra  Chioggia 
e  Malamocco  ,  diedero  principio  e  nome 
all'  antica  Pastelle  o  Pclestrina  o  Pi' 
stinnj  finalmente  il  nome  di  Ferentina, 
con  cui  pare  accennarsi  talvolta  dagli  an- 
tichi a  questa  spiaggia,  fece  supporre  che 
i  ferenliiiali,  scesi  dal  Lazio,  vi  abitassero 
primi.  Que'poi  che  non  vogliono  dar  fede 
sdle  fin  qui  murate  ingegnose  deduzioni, 
ilicono  che  vacue  e  deserte  erano  quest'i- 
sole, allorché  i  popoli  dEste  o  IMonseli- 
ce,  fuggendo  l'invasione  ile'  bai  bari,  nel 
4?.  J  scesero  ad  abitarle.  Checché  ne  sia, 
il  nome  di  Peleslrina  davasi  allora  a 
quella  sola  parte  dell'  isola  che  guarda 
Chioggia,  ed  era  dall'altra,  detta  Alino- 
la, separata  da  un  porto,  cliiamalo  por- 
lo di  l'astene.  L'impelo  con  cui  da  (pie- 
sto  punto  entrava  il  mare,  spintovi  da' 
venti  di  scirocco,  obbligò  ad  interrarlo, 
e  non  solo  ne  pativano  fortemente  le  due 
isole,  ma  era  da  esso  reso  periglioso  ol- 
Iremodoquel  tratto  della  Laguna.  La  par- 
te interrata  venne  indi  chiamata  Porto 
Secco y  e  da  Porto  Secco  la  borgata  ivi 
presso,  ond'è  che  il  nome  antico  di  Pa- 
stelle è  nome  ignoto  0  quegl'isolani.  Al- 
hiola  è  famosa  ne'primi  annali  della  ve- 
neta storia,  perchè  due  volle  vicino  ad 
essa  furono  vinti  e  fugati  formidabili  ne- 
mici. NeirSoy,  allorché  Pipino  re  d'Ita- 
lia, giù  itnpossessatosi  di  molte  terre  nel- 
la Venezia  e  di  Peleslrina  stessa,  veleg- 
giava lunghesso  la  spiaggia  esterna,  non 
vi  fu  modo  che  attraversare  potesse,  per 
la  forte  marea,  il  porto  d' Albiola;  onde 
i  veneziani,  profiltaudo  di  quell'imba- 
razzo, gli  furono  sopra  e  il  costrinsero  al- 
la fuga.  Feleslrina  ed  Albiola,  dove  Pi- 
pino avea  posto  gli  alloggiamenti,  furono 


V  EN 

arse  e  distrutte.  Ilislaurate  tosto,  e  riahi^ 
tale,  neir  899  o  piìi  tardi  comparvero 
nella  Venezia  gli  angari  ,  che  bruciate 
Eraclea,  Ecpìilio  e  parte  di  Chioggia,  mi- 
ravano a  penetrare  nell'interno  della  La- 
guna; ma  respinti  ellicacemente  dagl'i- 
solani  presso  ad  Albiola,  ebbero  a  fug- 
girne così  spaventati  ,  che  continuando 
essi  per  multi  anni  per  l'Italia  le  loro  in- 
cursioni, non  più  osarono  oiFendere  i  ve- 
neti lidi.  Il  nome  di  Albiola,  come  quel- 
lo dèi  suo  porto,  è  ora  aff.itto  perduto. 
DairSoy  al  1328  oiSSq  Peleslrina,  co- 
me altre  isole,  fu  retta  da  gastaldi  du- 
cali, ovvero  giudici  piopri,  e  dopo  que- 
sto tempo,  associata  a  Malamocco  e  Po- 
veglia,  ebbesi  un  podestà;  finché  distrut- 
ta di  nuovo  nel  1879,  quando  i  genovesi 
giunsero  coli'  armi  (ino  a  quest*  ultimo 
hdo ,  fu  dopo  la  gloriosa  ricuperazione 
di  Chioggia  rifabbricata  da'suoi  abitan- 
ti, e  dal  senato  messa  a  dipendere  dal 
podestà  e  vescovo  di  Chioggia.  Del  che 
molto  si  dolsero  i  malamocchini,  e  col- 
l'armi  prima,  e  poi  con  ripetute  istanze 
al  senato  veneto, tentarono  riunirsela;  ma 
fu  invano,  che  anzi  la  giurisdizione  tem- 
porale e  spirituale  di  Chioggia  sopra  que- 
st'isola rimase  pe'ripetuti  decreti  meglio 
confermata,  e  durò  fino  al  cessar  del  ve- 
neto governo,  e  tuttora  prosiegue.  Nel- 
l' isola  di  Peleslrina  ,  oltre  il  borgo  del 
suo  nome  ,  poslo  circa  nel  suo  mezzo, 
si  vedono  pure  i  villaggi  di  s.  Pietro  in 
Volta,  di  s.  Stefano  di  Porto  Secco  ,  s. 
Antonio,  la  Madonna  ed  il  Duomo,  com- 
presi gli  abitatori  de'  quali  conta  circa 
8000  ani(iie. 

3o.  Porto  Secco.  Parte  dell'  isola  di 
Peleslrina  e  comune  di  essa,  pel  riferito 
nel  precedente  numero,  fu  così  chiama- 
to dal  porto  d' Albiola  interratosi  natu- 
ralmente nel  i446>  '^  *^"'  borgata  anti- 
camente dicevasi  Pnstene.  La  sua  chie- 
sa ne'primi  tempi  sagra  alla  B.  Vergine, 
nel  1616  fu  ingrandita  sotto  1' invoca- 
«ione  di  s.  vStefano  protomartire. 

3i.  S.  Pietro  in  rolla,  l'arte  deU'ijl 


V  EN 

sol.n  ili  Pcleslrina  e  comune  della  mede- 
6inia,  oiule  già  ne  parlai  al  n.  29,  ed  an- 
che nel  n.  28  dicendo  del  periodi  Ma- 
lainocco,  poicliè  oltre  questo  si  estende 
una  lingua  di  terra  e  un  lido,  che  divi- 
de le  Lagune  dal  mare,  già  anticamente 
formalo  di  due  parti  dal  porlo  della  di- 
scorsa Alhiola.  Lai."  di  esse  dicevasi  al- 
lora Lido  ci'  Albiola  e  di  Pastene,  e  su 
questa  sorge  la  borgata  di  s.  Pietro  in 
Volta  col  ricordato  suo  forte.  E'  fertile 
d'ortaglie,  con  sua  chiesa  parrocchiale. 
Sa.  Chioggia,  Clodia  Fossa.Cìlla  con 
residenza  vescovile,  dagli  antichi  chiama- 
ta Claiuliopolis,  della  provincia  di  Ve- 
nezia e  da  essa  distante  5  leghe  e  mez- 
zo, nella  parte  meridionale  dell'  Estua» 
rio,  presso  e  quasi  cinta  dall'Adriatico  e 
un  poco  al  nord  dell'  imboccatura  del 
Brenta;  capoluogo  d'un  distretto  di  4  co- 
muni, che  compresi  i  suoi  contengono 
circa  33,000  abitanti,  con  pretura  dii.* 
classe,  congregazione  municipale,  vice- 
capitaniato  del  porto  e  dogana.  La  sua 
foima  somiglia  ad  una  spuia  di  pesce, 
l'aria  n'è  salubre,  e  la  sua  situazione  la 
jende  assai  comoda  è  favorevole  al  com- 
mercio. Le  principali  occupazioni  del  (ni- 
oore  commercio  de'suoi  abitanti  sono  la 
marineria,  la  pesca,  la  caccia,  la  coltiva- 
zione degli  orti  e  campi  che  forniscono 
erbaggi  sc|uisiti;  ed  in  fine  nella  costru- 
zione di  barche  grandi  e  piccole,  per  cui 
è  circondata  da  canlieri,  pel  trailico  della 
navigazione.  11  portico  inferiore  del  suo 
aulico  granaio  serve  ora  ad  uso  d'erbe- 
ria  e  di  pescheria.  Di  Chioggia  ne  trat- 
tai al  suo  articolo,  e  qui  ripeterò  alcu- 
ne intrinseche  parole,  ed  altre  ne  aggiun- 
gerò. Dislinguevasi  in  due,  poiché  il  suo 
nome  era  comune  a  due  isole,  l'una  mag- 
giore e  l'altra  minore,  denominate  Chiog' 
già  maggiore  e  Chioggia  minore:  la  mi- 
nore ,  si  disse  anco  Chioggia  marina, 
siccome  immediatamente  bagnata  dal- 
Ja  ujarina,  a  dilFerenza  dell'altra  che  le 
sta  dietro,  cioè  l'odierno  sobborgo  chia- 
mato Sotto-marina  oltre  il  poute,  di  cui 


V  E  N  .'97 

nel  seguente  numero;  denominiizioneche 
cominciò  ad  usarsi  quando  Chioggia  mag- 
giore rimase  distrulla  dalla  repubblica 
di  Genova  ('^.J,  emula  della  veneziana, 
nella  clamorosa  guerra  del  1379  80,  che 
descrivo  uel  §  XI X,  nel  dogado  60.°,  e  più 
ristretta  quindi  le  successe  l'attuale.  Ila  3 
canali,  navigabile  uno  e  chiamato  Lom- 
bardo per  servire  alia  navigazione  della 
Lombardia;  interno  l'altro  e  perciò  ap- 
pellato della  Vena, che  come  la  larga  via 
di  mezzo  ad  oriente  la  divide  in  due  ,  e 
sul  quale  sono  9  ponti,  ili. "essendo  as- 
sai bello  e  marmoreo  d'uu  solo  arco  sul- 
l'ingresso della  ciltìi  verso  Venezia  e  da 
cui  godesi  il  pia  bel  punto  di  vista  sul- 
la Laguna.  Dal  lato  circa  di  nord-ovest 
trovasi  il  suo  anipio  porto,  formalo  dal- 
l'acque dell'Estuario  e  da  un  ramo  del 
Brenta  che  in  esso  sbocca  pel  soilegno 
di  Brondolo,e difeso  da  un  forleche<juau- 
lunqne  posto  nel  mezzo  dell'acque  salse, 
pure  contiene  un  serbatoio  d'olliina  ac- 
qua dolce.  Delle  sue  molle  saline  anti- 
che, n'è  restata  quella  sola  quasi  rimpet- 
to  al  porto.  De'suoi  satinarli  e  de'ioro  si- 
gilli che  si  spezzavano  in  morte  del  do- 
ge, parlo  nel  XIX,  nel  dogado  Si.",  ol- 
tre il  già  detto  sul  sale  nel  n.  aS  di  que- 
sto stesso  §.  Chioggia  sarebbe  perfetta- 
mente isolata  se  non  fosse  congì unta  col 
lido  di  Broudolo,  mediante  un  ponte  di 
pietra,  ed  altro  di  legno  as>ai  lungo.  E' 
Brondolo  un  villaggio  col  porto  omoni- 
mo poco  distante,  dove  vanno  a  sbocca» 
re  quasi  tulli  i  fiumi  del  Padovano  e  del 
Vicentino,  formando  un  largo  recipiente 
di  poco  fondo,  denominato  la  Conca  di 
Brondolo.  Le  sue  acque  sono  sostenute 
da  porte.  Brondolo  è  difeso  da  poche  for- 
tificazioni, ed  è  luogo  antichissimo  della 
Venezia  marittima.  Fu  bruciato  neir8o8, 
iodi  rifabbricato;  ma  nel  1379  '^olaluieu- 
te  distrutto  da'genovesi,  acquistò  rino- 
manza per  la  clatnorosa  guerra  di  Clnng. 
eia.  Eravi  un  famoso  monastero  d:  be- 
nedettini, poi  cisterciensi,  ma  al  presen- 
te solamente  esiste  la  chiesa  di  s.  IMiche- 


€98  "VEiV 

le  (li  Bcondolo.  In  vìciaanza  del  porto  a- 
vea  la  repubblica  veneta  ne' passali  tem- 
pi fatto  costruire  un  foi'te,  che  fu  poi 
distrutto,  e  dalle  alluvioni  de' fiumi  co* 
perlo  d'aiena.  I  costumi  de'chiozzolti  o 
chioggiolli  in  tutto  sono  singolari,  parte- 
cipano dell'antico  e  precipuamente  nel 
vestire.  Anche  il  dialetto  e  la  pronunzia 
sono  originali  ,  e  diversificano  ambedue 
«hil  veneziano.  Trovo  nella  Cronaca  di 
Jllilano  del  cav.  Ignaiio  Canlìi,  de'  i5 
luglio  1 858,  che  nell'i,  r.  Istituto  Veneto 
tli  scienze,  lettere  ed  arti,  il  (].'  Nardo  co 
tnnnicò  la  proposta  d'  un  Vocabolario 
comparato  de' dialetti  rustici  e  ci\'ili  del- 
ie  Province  f^cnete,  e  Saggio  sul  dialet- 
to di  Chioggia  raffrontalo  gra/nmali- 
calniente  e  radicalmente  al  dialetto  ve- 
neziano ed  al  rustico  padovano.  Dice  il 
eh.  Romanin,  Chiuggia  era  antioaiuente 
una  piccola  Venezia,  trovandovisi  le  stes- 
se magistrature,  le  slesse  forme  e  somi- 
{^lianti  statuti.  A'molti  uomini  illustri  fio- 
riti in  Chioggia,  aggiungerò  col  Diziona- 
rio veneto,  il  general  Girolamo  Vianelli, 
l'ingegnere  Cristoforo  Sabbadino,  Giu- 
seppe Zerlino,  dal  Mulinelli  chiamato 
rislauralore  della -musica  moderna  (P^a- 
vagnan  ne  scrisse  l'  Elogio,  e  Calli  la 
Narrazione  della  vita  e  delle  opere), 
la  celebre  pittrice  Piosalba  Carriera  ,  il 
ti.'  Giuseppe  Viamelli  patrizio  istorico, 
Tab.  Giuseppe  Olivi  rinomato  naturali- 
sta, il  filippino  Nicola  Fid)ris,  l'ab.  Stefa- 
no Chiereghini,  molti  vescovi,  ed  altri  il- 
lustri. Nel  n.  28  parlamlo  di  Malanioc- 
co  e  di  sua  sede  vescovile,  nuovamente 
dissi  del  trasfei  intento  di  essa  a  Chioggia 
nel  1060,  ed  iu  seguito  meglio  stabilita, 
e  nel  suo  articolo  riportai  un  bel  nume- 
ro di  vescovi,  sino  e  inclusive  all'odierno. 
Quanto  al  capitolo  della  cattedrale,  le  in- 
segne corali  delle  dignità  e  canonici  srono 
il  rocchetto  e  la  mozzetta  paonazza,  loro 
concessa  da  Gregorio  XVI  colla  bolla 
Splendida  honorum  insignia,  de'  1 4  a- 
gostoi838;  ed  il  regnante  Pio  IX  colla 
Lolla  Ecclesiaruin  in  primis  Cathedra- 


YEN 

tium  decori,  de'9  febbraio!  855,  li  deco- 
rò  della  croce  pettorale  d'oro,  che  por- 
tano sulla  n»ozzetta.  Neh  857  fu  pubbli- 
calo in  Venezia  dalla  stamperia  Merlo  : 
Directoriuin  s.  Ecclesiae  Clodiensis  ar. 
divina  Romano  llitu  pérsolvenda  iussa 
III.  et  liev.  D.  D.  Jacobi  Nobilis  Foret- 
ti ecclesiae  ejusdem  Episcopi ,  praelati 
domestici  pontificio  Solio  assistentis  et 
comitis  romani  ordlnatum  et  edilum  etc. 
33.  Sottomarina.  Isola  della  provin- 
cia di  Venezia,  la  più  meridionale  di(|uel- 
l'isole  lunghe  e  strette  che  separano  le  La- 
gune Venete  dal  mare  Adriatico.  E'  lun- 
ga una  lega  e  3  quarti  dal  nord  al  sud,  con 
mezza  lega  di  larghezza.  Al  uoril  sorge  la 
città  di  Chioggia,  ed  il  borgo  è  posto  ove 
stava  Chioggia  minore  o  marina,  per- 
chè immediatamente  bagnata  dalla  ma- 
rina; il  nome  di  Sottomarina  lo  prese  do- 
poché Chioggia  minore  rimase  distrutta 
da'genovesi  nella  guerra  di  Chioggia  nel 
i38o,  ed  ha  la  chiesa  parrocchiale  di  s. 
Martino  vescovo  di  Tours.  l  suoi  abitan- 
ti s'applicano  alla  pesca  ,  alla  marineria, 
e  più  alla  coltivazione  dell'ortaglie.  Sul 
cosi  dello  Lido  di  SoUomarina  vedova- 
si la  chiesa  della  B.  Vergine  della  Navi- 
cella,  bella  fabbrica  ornala  d'eccellenti 
pitture,  eretta  nel  secolo  XVI,  ora  de- 
molita e  ridotta  a  fortificazione,  ed  ivi 
si  vedono  i  famosi  nuovi  argini  del  mare 
chiamati  Murazzi  ,  i  quali  proseguono 
lungo  l'isola  di  Sottomarina,  che  la  co- 
sta proteggono  dall'impeto  delle  tempe- 
ste del  mare  Adriatico;  opera  insigne  e 
che  mostra  a<l  un  tempo  l'  opulenza  e 
l'industria  della  repubblica  di  Venezia 
che  valse  ad  innalzare  sì  validi  propu- 
gnacoli contro  il  furore  dell'  onde.  Qui 
lerminando  i  Murazzi  o  dighe  artificiali, 
riepilogherò  il  detto  in  breve  nel  §  I,  n.  1  ,e 
in  diversi  numeri  di  questo  stesso  §,  egre- 
giamente avendone  Iratlalo  il  già  lauda- 
to Defendente  Sacchi,  neli83o,coJla  Me- 
moria intorno  alle  Dighe  marmoree  o 
Murazzi,  edalla  Laguna  di  Venezia, 
con  tavola  e  sua  spiegazione.  Danneggia 


V  E  N  V  E  iV  599 
Ice  di  coulìiiiio  in'uiacciate  dall' irroin-  nenli  come  un  addentellalo  «he  »pors;eiu 
|ieiUi  ac(|ue  del  maierisole  eleLagmie, a  fuori.  Hanno  d'ordinario  i  Murazzi  1  3  ut 
ripararne  e  impedirne  i  danni,  trovarono  1 4  metri  di  spessore  alla  base,  poco  pia 
necessaria  gli  antichi  e  sagaci  veneziani  d' un  metro  nella  parte  superiore,  e  sor- 
l'erezione  di  dighe  artificiali  ratl'orzando  gono  per  metri  4)  5  circa  sulla  comune 
i  deboli  bunclii  d'arena,  c<ui  molte  pala-  alto  (uarea.  Sono  costruiti  di  grossi  mas- 
fitte  a  vari  ordini,  ripiene  di  strati  com-  si  di  pietra  d'islria  uiiili  con  cemento  di 
palli  di  sabbie  e  ciottoli,  onde  formarono  pozzolana,  ed  estendonsi  per  metri  4^27 
de'rialzi  inclinali  verso  il  mare.  Tuttavia  nel  litorale  di  Pelestrina,e  per  metri  i  200 
riuscirono  deboli  ripari  contro  s^  potente  in  (|ucllo  di  Soltomarina  ,  in  cui  hanno 
elemento,  precipuamente  da  Peleslrina  termine.  Si  calcola  la  spesa  di  costruzio- 
fmo  al  porlo  di  Chioggia.  Dopo  i3  se-  ne  della  repubblica,  e  quella  del  gover- 
coli  d'nicessanle  lolla  delle  forze  dell*  in-  no  austriaco  nelle  molle  riparazioni  dal 
gegno  umano  contro  quelle  della  natura,  i836al  i845ja  franchi  12,159,276. 
decretarono  i  veneziani  di  apporre  al  lua-  34»  Isolt  rovinate  o  elis trulle.  Le  La- 
re degli  argini  per  sempre  domarne  il  fu-  gune  di  Venezia,  die  si  distendono  da 
rore.  JNcl  1716  dp.  Vincenzo  Coronelli  setienlrione  dell'Estuario  di  Grado  Cmo 
ne  propose  la  forma,  indi  ne  die  il  dise-  dal  latu  di  mezzogiorno  a  quello  di  Co- 
gno,  che  fu  eseguito  da  Bernardino  Zen-  macchio,  erano  aulicamente  popolale  di 
drini,  e  la  I .'  pietra  fu  posla  dalla  parte  di  un  assai  maggior  numero  d'  isoletle,  es- 
Pelestrina  a'24  aprile i  744- ^•^P**  7  ^""  sendone  molle  rovinale  o  del  tulio  peri- 
ni  d' assiduo  lavoro,  colla  seguente  iscri*  te  in  processo  di  tempo  o  per  alluvioni 
zione  furono  consagrali  i  Murazzi  quali  o  per  altre  vicissitudini  ,  onde  il' alcune 
validi  propugnacoli  di  Venezia,  e  dell'  i-  appena  se  ne  conosce  il  nome  ,  come  si 
sole  e  delle  Lag\uie  veneziane.  ì  l  Sacra  vedrà  dal  seguente  novero  alfabetico  iu 
Acstvaria-  frhis  Et  Libcrtalis  Sedes  -  numero  di  29,  di  altre  avendone  fatta 
Perpelvvin  Conserventvr  -  Colosseas  parola  in  più  luoghtdi  questo  articolo. — 
Jìloles  -  Ex  Solido  Marmare  -  Con-  Jnimiana  o  Amniiano,  e  con  vocabolo 
tra  Mare  Posvere  -  Cvralores  Aqva-  corrotto  Iinani  e  de  Mani,  fu  una  del- 
rvm-  Aim.Sal.MDCCLi-Ab  Trhe  Con.  le  6  isole  rese  abitabili  da' ciltailini  fug- 
MCCCXXX.  Altre  37  iscrizioni  ricordano  gillivi  d'Aitino,  così  denominala  da  una 
il  progressivamenlecostruitoerannodel-  delle  porte  della  loro  patria.  Molleerano 
l'opera,  compila  nel  1 782.  Questi  Muraz-  le  chiese  in  essa  fabbricate,  in  alcuna  dei- 
zi,  dal  lato  che  guardano  la  Laguna,  sor-  le  quali  furono  sepolti  i  primi  dogi.  Fra 
gono  dall'  acqua  in  linea  verticale  come  di  esse  la  piìi  ragguardevole  fu  quella 
il  bastione  d'  una  fortezza;  dal  lato  del  parrocchiale  di  s.  Lorenzo,  eretta  in  una 
mare  invece  si  dividono  a  piani  die  pre-  piccola  isola  contigua  alfalto  ad  Ammia- 
sentauo  faccie,  allre  verticali  ed  altre  0-  no,  la  quale  isola  fu  chiamata  anlicamen- 
rizzontali.  Il  i."  piano,  eh*  è  aldi  sotto  te  Castrazio  o  Castrazia  o  Caslrasia, 
del  livello  del  mare,  e  pesca  quasi  seni-  ed  iu  cui  fluì  santamente  i  suoi  giorni  s. 
pre  nell'acqua,  è  sconiparlilo  perlopiù  Liberale,  ivi  ritiratosi  a  vivere  solitario, 
iu  3  scaglioni  eguali;  seguono  indi  due  con  alcuni  religiosi  che  uflìziavanolachie- 
grandi  piani,  le  cui  huee  orizzontali  de-  sa  di  s.  Lorenzo.  E'  assai  dinicile  l' iuda- 
clinano  alquanto  verso  il  mare:  fioaluien-  gare  di  quale  istituto  fossero  questi  reli- 
te l'ultimo  e  più  eminente,  stretto  come  giosi,  che  precedettero  di  mollo  tempo  la 
ciglione  o  cresta,  torreggia  e  vi  fa  intorno  nascila  di  s.  Benedetto  patriarca  de*  mo- 
corona,  quasi  continuato  merlo  d'  una  uaci  d'occidente,  e  solo  si  conosce  dalla 
fortezza,  e  forma  con  certi  massi  proiui-  cronaca  del  Sagoi  uiuo,  che  la  chiesa  di 


6oo  V  li  N 

ti.  Lorenzo  fu  innalzata  a  spese  di  3  fa- 
jniglie,  Fraiirluna,  che  poi  fu  della  Fa- 
Jiera  ,  Villarense  e  Maslallica.  Fra  que- 
ste i   Fraudimi   avendo    eiello  3   altre 
chiese,  cioè  s.  Marco  d'  Ammiano,  i  ss. 
Scigioe  Bacco  di  Coslanziaco,  ed  i  ss.  Mas- 
simo e  Maicelliano  pur  di  Costanziaco,  le 
soggeltarotio  alla  chiesa  di  s.  Lorenzo,  a 
condizione  però  che  se  alcuno  di  lor  fa- 
miglia fosse  sacerdote  idoneo  alla  cura 
dell'anime,  dovesse  essere  investito  pie- 
vano di  s.  Lorenzo;  altrimenli  fosse  ne' 
parrocchiani  la  facoltà  dell'elezione.  Fu 
poscia  appresso  la  chiesa  di  s.    Lorenzo 
fabbricato  un  monastero    per  monache 
benedettine,  alcune  delle  quali  uscite  di 
e-iso  ne  fondarono  un  altro  contiguo  alla 
chiesa  di  s.  Marco  d'Ammiano,  il  quale 
continuò  a  riconoscere  come  suo  capo  e 
superiore  con  annuo  censo  la  badessa  di 
s.  Lorenzo.  La  chiesa  di  s.  Marco  fu  pur 
chiamaladis.  Cristina,  per  esservi  slato 
deposto  il   suo  sagro  corpo,  come  dirò 
parlando  dell'isoletta  cui  die  il  suo  nome. 
Oltre  però  le  3  chiese  fondate  da*  Frau- 
duni,  altre  3  nell'isola  d'Amraianoerano 
alla  chiesa  di  s.  Lorenzo  soggette,  cioè 
quella  de'ss.  Apostoli  Fdippoe  Giacomo, 
l'altra  di  s.  Angelo,  e  la  3."  di  s.  Andrea 
Apostolo,   nelle  due  prime  delle   quali 
furono   istituiti  monasteri  di   monache, 
ed  appresso  la   3."  Domenico  Franco, 
prete  di  s.  Sofia  di  Venezia,  fondò  un 
monastero  di  canonici   regolari,  per  be- 
neficenza di  Marco  Greco  pievano  di  s. 
Lorenzo,  il  quale  nel  i  179,  coli'  assenso 
di  Leonardo  Donalo  vescovo  di  Torcel- 
Jo,  donò  la  chiesa  di  s.   Andrea  e  di  s. 
Giacomo,  cappella  di  s.  Lorenzo,  al  Fran- 
co e  suoi  confrali  coH'annuo  censo  d'una 
libbra  d'  olio  alla  medesima  chiesa  di  s. 
Lorenzo. Sopra  lutti  però  nell'isola  d' A  m- 
niiano  fu  celebre  il  monastero  de'ss.  Fe- 
lice e  Fortunato,  abitato  per  molti  seco- 
li da'benodeltini,  che  riconosceva  la  sua 
origine  ila   altro   monastero   della   città 
tl'Altino  dedicato  a  s.  Stefano  protomar- 
tire, idi  cui  religion  rif.iggitisi  per  l'in- 


V  ì:  n 

vasioni  de'barbari  nelle  venete  Lagune, 
ivi  fabbricarono  il  ntonastero  di  s.  Feti- 
ce.  In  questo  chiostro  nel 982  vestì  l'abi- 
to  e  professò  la  regola  di  s.  Benedetto  i\ 
piissimo  doge  Orso  Badoaro  ossia  Orso 
Parlecipazio  II,  il  quale  dopo  una  vita 
religiosa  ed  esemplare,  terminala  eoa 
una  felice  morte,  fu  ivi  sepolto,  e  il  di 
lui  nome  per  lo  splendore  di  sue  virtù 
viene  dagli  scrittori  decorato  col  titolo  di 
Beato.  Questo  monastero  nel  i  199  l'ac- 
colse sotto  la  protezione  della  s.  Sede  In- 
nocenzo III, con  amplissime  lettere  diret< 
tea  Leonardo  abbate,  poi  arcivescovo  di 
Zara.  Ma  nel  secolo  XIV  resasi  in  que- 
st'isola intollerabile  l'aria,  e  per  la  fre- 
quente escrescenza  dell'acque  minaccian- 
dosi l'estremo  eccidio  del  monastero,  co- 
minciando esso  a  rovinare,  determina- 
rono i  monaci  di  ritirarsi  a  Venezia  nel 
monastero  de'ss.  Filippo  e  Giacomo  da 
loro  rondato,nelquale,ed  in  quello  d'Ara- 
miano,  poco  a  poco  scemandosi  il  nume- 
ro de'monaci,  d'ambedue  restò  padrone 
il  solo  abbate,  per  la  cui  negligenza  ro- 
vinò affitto  il  monasterod'Ammiano.  Di- 
poi l'abbazia  colle  sue  rendite  fu  unita  al- 
la basilica  di  s.  Marco,  ed  il  monastero 
de'ss.  Filippo  e  Giacomo  assegnato  a'  pri- 
miceri della  medesima,  come  narrai  nel 
n.  2  del  §  VI.  Assai  noto  per  le  cronache 
è  altresì  il  ricordato  monastero  di  s.  An- 
drea d'Ammiano  per  le  sue  rigide  costi- 
tuzioni, fra  le  quali  eravi  il  divieto  d'ac- 
quistare reodile  fuori  della  diocesi  diTor- 
cello;  però  essendo  cresciuto  a  6t  il  nu- 
mero de' canonici  regolari,  e  divenuto 
frequente  1  accesso  de'poveri  e  de'pelle- 
gt  ini,  a'(piali  erano  teuuli  somministra- 
re limosine,  impetrarono  i  canonici  nel 
i23o  da   Papa   Gregorio  IX  l'indulto 
d'  acquistar  possessioni  e  stabili  in  qua- 
lunque luogo  se  ne  presentasse  l'occasio- 
ne. Lo  stalo  florido  de'canonici  regolari 
per  l'umane  vicende  declinando,  giunse 
a  segnu  che  nel  principio  del  secolo  XV 
rimasto  il  luogo  senza  abitatori,  fu  nel 
1436  da  s.  Lorenzo  Giustiniani  vescovo 


•       V  E  i\ 

(li  Castello,  per  online  d'Eugenio  IV,  n« 
nilo  col  le  tenui  sue  rendile  ai  n)onastero 
delle  inonnclie  di  s.  Girolamo  poc'anzi 
fondalo  in  Venezia,  secondo   il   lifcrilo 
nel  §  X,  n.   Sg.  Gli  altri  summeiitovali 
luoghi  sagli    d'Aniiniooo  fiiiono  alliesi 
uniti  ad  altri  nìona'sierije  quello  di  s.  An- 
gelo de  Mani  a  f|oello  di  s.  Eufemia  di 
Mazorbo.  Lucìa  Tiepolo  l«idessa  de' ss. 
Apostoli  d'A nimiano  fondò  [)0Ì  Tdlu-slre 
monastero  del  Corpo  di  Cristo  in  Vene- 
zia. Inoltre  in  Aniìiiiano  vi  fu  una  chiesa 
dedicala  a  s.  Giovanni,  di  cui  ignorasi  la 
fondazione  e  la  rovina.  —  Isola  d' Ani' 
Vìionella.    Era   coiigiunla  per  un  ponte 
con  quella  d'Anim inno,  e  com'essa  leslò 
nhbandonata  per  gi'iuipeli  della  marea 
che  di  continuo  ambedue  danneggiavano. 
Delle  due  isole   nondimeno  restano  due 
dorsi  coperti  di  verzu  ree  di  macerie, tliia- 
mati  l'uno  Mofile  de  Conigli,  pe'molti  co- 
nigli silveslri  che  ivi  si  trovano,  e  l'allro 
Monte  di  s.  Lorenzo   in  memoria  della 
suddetta  chiesa  parrocchiale  tl'Ammiano. 
—  Isola  di  s.    Antonio  ora  deserta.  — 
Isola  Barbania.  Rinomala  per  una  cliie- 
sa  dedicata  alla  B.  Vergine,  con  adiacen- 
te   monastero,  periti  ambedue  per  alla- 
gamento, e  nelle  basse  maree  se  ne  vedo» 
no  le  vestigia.  Il  Dizionario  veneto  par- 
la della  piccolissima  isola  Barbana,  posta 
nelle  Lagune  di    Venezia,  distante  una 
lega  d'  Aquileia,  e    3    quarti  di  lega  da 
Grado.  Essa  apparteneva  per  lo  spiritua* 
le  all'abbazia  di  Sesto,  nelFriuli.   Un  san- 
tuario di  gran  venerazione  vi  attira  mol- 
li di  voli.  Nel  mezzo  dell'isola    trovasi  una 
sorgente  inesausta  d'acqua   dolce  perfet- 
ta. —  Isola  Basilia  o  Baseggìo.Da  essa 
trassero  il  nome  i  Basilii  o  Baseggi,  anti- 
ca e   nobile  famiglia  di   Malamocco  vec- 
chio, la    quale  trasferitasi  a  Venezia,  ivi 
in  onore  di  s.  Basilio  INIagno  gli  edifica- 
roHo  una  chiesa   nel  sestiere  di  Dorsodu- 
l'O.  —  Isola  Belforte.  Nella  i.'  metà  del 
secoloXlll  fu  formata  artificialmente  on- 
de piantarvi  un  forte,  da  cui  prese  il  no- 
n?e,  io  occasione  cioè  delle  guerie  tra'pa- 


V  E  N  601 

triarclii  aquileiesi,  i  conti  di  Gorizia, i  te- 
deschi, 1  friulani,  i  veneziani;  e  venne  di- 
strutta quando  la  repubblica  di  Venezia 
divenne  assoluta dou^inatrice  del  Friuli 
e  dell'Istria.— /.yo/(7  Borgognoni.  Fu 
celebre  per  una  ricca  badia  cistcrciense  di 
monaci  della  Borgogna,  da'quali  ricevè 
il  nome.  Ebbe  i  suoi  principi!  |)resso  la 
chiesa  di  s.  Tommaso,  allora  parroc- 
chia della  diocesi  dì  Torcello,  il  di  cui 
pievano  Rodolfo  desideroso  che  in  essa 
si  aumentasse  il  cullo  divino,  destinò  di 
consegnarla  a  qualche  regolare  istituto. 
Secondò  le  di  lui  pie  intenzioni  Marco 
Trevisan  detto  Grande,  patrizio  veneto, 
il  quale  avenilo  fabbricato  e  dotalo  di 
renditeli  propinquo  monastero,  lasciò  a' 
suoi  eredi  in  padronato  l'elezione  dell'ab- 
bate, e  volleesser  sepolto  nella  chiesa  con 
iscrizione  che  lo  qualificava  edificatore  e 
fondatore  del  monastero.  I  primi  ad  oc- 
cuparlo nel  I  igo  furono  i  canonici  rego- 
lari di  s.  Agostino,  i  quali  per  cagione 
ignota  dopo  pochi  anni  avendolo  abban- 
donalo, furono  dalla  Borgogna  chiama- 
ti ad  abitarlo  e  ad  uillziar  la  chiesa  i  ci- 
sterciensi  nel  1200.  Però  il  loro  capitolo 
generale  neh  2o5  gli  ricusò  il  titolo  d'ab- 
bazia, se  prima  le  sue  rendile  non  fossero 
aumentale  al  manteni  mento  di  24  Clona- 
ci; tutta  volta  l'accordò  nel  1206,  decoran- 
do del  grado  d'abbate  il  priore  Lorenzo, 
e  nel  1 209  Ottaviano  Quirini  podestà  in 
Romania  donò  al  monastero  una  posses- 
sione suburbana  a  Costantinopoli. Bernar- 
do abbate  nel  1212  ricevè  dal  doge  Pie- 
tro Ziani  un  lungo  tratto  di  terra  posto 
in  Costantinopoli,  e  poi  anche  il  mona- 
stero di  Gerari  nell'isola  di  Candia,  cui  si 
aggiunsero  molli  altri  donativi  di  private 
persone,  come  di  Uretemaro  vescovo  di 
Capodistria,  per  l'esemplarità  de*  mona- 
ci; laonde  il  monastero  fu  privilegialo 
da'Papi  e  gli  abbati  incaricati  di  rag- 
guardevoli legazioni,  come  accennai  nel 
voi.  LXXVll,  p.  127,  e  diffusaraenle 
narra  il  Corner.  L'aria  insalubre  cagio- 
nando a'  alenaci  frequenti  malaltie,  a- 


6o2  V  E  IV 

■vendo  nel  1668  la  congregazione  cisler- 
ciense  tli  Lombardia  fiilto  ac(|uislo  del 
iDonasterodì  S.Cristoforo,  volgarmente 
la  Madonna  dell'Orto, di  Venezia,  in  esso 
si  trasferirono  i  cistcrciensi,  senza  del  lut- 
to abbandonare  il  monastero  di  s.  Tom- 
maso, tranne  ne'  6  mesi  dell'  inverno  e 
altre  rigide  stagioni,  finché  fu  soppres- 
so, non  restando  che  pochi  ruderi  in 
un'ortaglia.  —  Isola  B  re  n  so  le, dì  cai  non 
è  nolo  che  il  nome.  —  Isola  Castrasia  o 
Castrazin,  della  quale  feci  parola  dicen- 
do di  quella  d'Ammìana.  —  Isola  di  s. 
Caloldo  o  Cataldo,  ove  fu  stabilito  il 
seminario  di  Torcello,  nome  che  le  de- 
rivò dall'unione  del  priorato  di  s.  Catal- 
do di  Burauo  al  seminario.  Ridotta  l'i- 
sola ad  un  semplice  dorso  appellato 
Monte  dell'  Oro,  il  credulo  volgo  sup- 
pone che  vi  sia  slato  nascosto  il  trono 
d'oro  e  nitri  tesori  del  feroce  Attila  re 
degli  unni.  —  Isola  Centenaria.  Nelle 
lagunedi  Grado,  fu  con  violenza  occupata 
da  Sereno  patriarca  d'  Aquileia  con  l'a- 
iuto de'Ioiigobardi. — -Isola  Centranica. 
Le<leiivò  il  nome  dalla  nobile  famiglia 
Centranica,  di  cui  superiormente  parlai 
più  volte,  anch'  essa  al  presente  deserta. 
—  Isola  s.  Cosmo,  di  cui  è  noto  \\  solo 
nome.  —  Isola  Coatanziaca  o  Costan- 
ziaco.  l^opolata  dagli  altinati,  fu  cos\ 
denominala  per  memoria  d'una  porta 
della  loro  abbandonata  città,  o  come 
])relendono  altri  da  Costante  1  o  Costan- 
zo imperatori  e  figli  di  Costantino  1.  In 
questa  pure  furono  ne'primi  tempi  eret- 
te chiese  e  fabbricati  monasteri,  fra'qua- 
li  il  più  celebre  fu  quello  di  s.  Adriano 
martire,  volgarmente  s.  Arian,  che  rico- 
nobbe per  madre  e  fondatrice  la  b.  An- 
na figlia  del  doge  Vitale  li  Michieli,  e 
già  moglie  del  b.  Nicolò  Giustiniani,  pel 
narrato  nel  §  X 1 K  nel  dogado  38. "del  del- 
lo padre  suo,  e  nel  n.  1 3  di  questo  §,  col 
qualeavendo  procreato  diversi  figli,  e  rav- 
vivata la  famiglia  Giustiniani,  che  altri- 
menti con  lui  si  estingueva,  ambi  d'  u- 
naniiue  consenso  rillraronsi  a  professar 


V  E  N 

vita  monastica,  il  beato   nel  suo  antico 
monastero  di  s.  Nicolò  del  Lido  ov"  era 
stato  sacerdote  e  monaco,  e  la   beata 
nel  monastero  benedellino  di  8.   A<lria- 
no  a  proprie  spese  fatto  costruire  in  Co- 
stanziaco  poco  lungi  da  Ammiano,  on- 
de in  qualche  documento  viene  chiama- 
to anco  s.  Adriano  de  Mani.  Col  corre- 
re degli  anni  talmente  si  rese  grave  l'a- 
ria e  corrotta  la  palude  presso  il  mona- 
stero, che  cominciò  in  esso  e  specialmen- 
te nell'estate  «>n'  intollerabile  infestazio- 
ne di  serpenti.  Per  cui  le  monache  furo- 
no obbligate  a   portarsi    nella   stagione 
cald'i  ad  abitare  case  privale  nell'isola  di 
Murano,  con  grave  loro  incomodo  cou- 
tinualo  per  molti  anni,  finché  la  patema 
provvidenza  d'Eugenio  !  V  nel  i  439  con- 
cesse loro  il  monastero  di  s.  Angelo  det- 
to di  Zacnpenigo   nell'isola  di   Torcello. 
Non  pertanto  essendosi  colle  rendite  mi- 
norato il  numero  delle  monache,  il  mo- 
nastero di  s.  Adriano  e  quello  pure  di  s. 
Angelo  fiM'ono  uniti  con  autorità  aposto- 
lica al  veneto  monastero  delle  moiiache 
di  s.  Girolamo.  La  chiesa  dedicata  a'ss. 
Sergio  e  Bacco  inarlin,  e  l'altra  pure  de' 
ss.  Massimo  e  Marcelliano,  furono  fon- 
date, la  prima  dalle  famiglie  Frauduna 
e  Calciamiri,  che  avendo  ottenuto  del- 
le reliquie  de'  ss.  Sergio  e  Bacco  eresse- 
ro in  Coslanziaco  una   chiesa;  e  la  se- 
conda da'  soli  Frauduni,  i  quali  innal- 
zarono ad  onore  de' ss.  Massimo  e  Mar- 
celliano   una   chiesa    per   riporvi   alcu- 
ne reliquie  di  detti  santi  da  loro  acqui- 
state. Ambedue  le  chiese  divenute  par- 
rocchiali furono da'Ioro  fondatori  dichia- 
rale soggette  alla  chiesa  di    s.   Lorenzo 
d'Ammiano.  E'  probabile  che    questo  s. 
Marcelliano,  le  di  cui  reliquie  acquista- 
te furono  da'  Frauduni,  sia  il  santo  ere- 
mita Marcelliano,  in   di  cui  compagnia 
ritirossi  in  un'  isola  del  mare  a  condtu* 
vita  solitaria  il  santo    vescovo  d'  Aitino 
Eliodoro,  di  cui  fu  pia  cura  di  dar  sepol- 
tura al  defunto  s.  Marcelliano  nell'isola 
stessa,  che  poi  dal  di  lui  nome  fu  delta 


V  E  ?f  V  E  IV                  6o3 

^//7ny7/(V7«^,erirorclfi<)  n  suolimi;».  Ma  In  cliiesa  di  s.  Giovanni  di  Patliomio, 
ove  fosse  situala  quest'isola  s'  iynoin  del  donde  occullanieule  Irai  lo,  fu  poi  con- 
tutto. Il  iDunastero  nliicM  di  ninnaclie  dodo  alla  chiesa  di  s.  Marco  d'Aminia- 
beiiedcHine  sollo  il  titolo  de' ss.  Gio.  e  no,  iiell'isoletta  cioè  che  prese  il  nome 
Paolo  fioiì  per  alquaiilo  tempo  in  Co-  tlella  santa.  Circa  la  metà  del  secoloXIV, 
slanziaco,  e  ridotto  poi  in  uii>era  conili-  per  le  crescenti  inleoiperie  dell'aria,  le 
zione,  e  vuoto  fl'ahitjilorijfu  iinilo  al  MIO-  nionaclie  abitatrici  del  monastero  a  lu- 
nastero  di  s.  AntoniodiTorcello.  Fu  inol-  tela  di  loro  .salute  determinarono  <U 
Ire  unito  a  s.  Caterina  di  Mazorbo  il  luogo  trasferire  nell'isola  di  Murano  il  loro 
dis.  M;iria  Maddalena,  dello  della  Ga-  soggiorno,  e  nel  i  34o  condussero  seco 
jada,  fondalogiàin  una  piccola  isola  del-  il  coi  pò  di  s.  Cristina.  Il  .'iettalo  di^pia- 
lo  stesso  nome  contigua  a  Costonziaco,  cente  dell'abilrario  operato,  a'i  7  mag- 
clie  regi.slierò  alla  sua  volta.  Qutsto  mo-  gio  oidinò  che  il  s.  Corpo  nel  termine 
nasleio,  abitalo  già  da  cannonili  regolari,  d'8  giorni  dovesse  restituirsi  alla  chie- 
andò  in  processo  di  teuipo  lalntenle  de-  sa  d'Ammiano  coll'onorevole  accompa- 
clinando,  che  nel  i4  1^  essendo  prossimo  gnamenlo  della  signoria,  e  dinumeroso 
a  rovinare,  né  trovandosi  alcuno  elicne  clero  e  lumi,  a  spese  dell'erario,  «lo  vendo 
volesse  accettare  il  governo,  resiò  sop-  anche  le  monache  ricondursi  al  mooar 
presso  e  nnilo  al  dellp  monasleiodi  Ma-  stero.Perciòle  nionachecontinuaronoad 
'/orbo. L'isola  diCoslanziaco  abbandonala  abitare  in  Ammiano,  (ìndie  peggiorando 
per  le  frequenti  procelle  e  per  l'impalu-  l'insalubrità  dell'aria  e  crescendo  la  loro 
dauìento  della  circostante  Lagnila,  di  poveilà,  riducendosi  il  monastero  con 
essa  non  resta  che  una  cinta  di  mura,  o-  una  sola  religiosa,  fu  unito  al  monasle- 
ve  depoiigonsi  l'umane  ossa  tratte  dalle  ro  di  s.  Antonio  abbate  delle  benedetti- 
sepolture  e  dal  pubblico  (iiniteiio,  co-  ne  di  Torcello,  a  cui  fu  portato  eziandio 
me  dissi  nel  n.  23,  parlando  della  sud-  l'insigne  corpo  della  santa,  nella  mag- 
detta  chiesa  di  s.  Adriano  ora  detto  s.  gior  parte  incorrotto  e  co'suoi  belli  ca- 
Ariano,  ed  un  Iratto  superstite  di  essa  pelli  pendenti  dal  capo,  permettendone 
serve  ad  ortaglia.  Anche  la  distrutta  iso-  la  traslazione  Eugenio  IV  neli435.  Le 
Iella  chiamala  Cura,  faceva  patte  di  religiose  le  eressero  un  nobile  avello  di 
Coslanziaco.  • —  Isola  s.  Crislina.  Pre-  marmo,  di  contro  all'aliare  fabbricalo  in 
se  il  nome  dal  venerabile  corpo  della  suo  onore.  Dipoi  la  chiesa  e  il  rnonasle- 
saula,  che  un  tempo  riposò  quivi  nella  ro  di  s.  Cristina  dell'isola  del  suo  nome, 
chiesa  a  lei  dedicata,  con  adiacente  mo-  restarono  distrutti  circa  il  i452,  l'iso- 
nastero.  Narra  il  Corner,  che  nel  mo-  letta  essendo  coltivala  ad  ortaglia.  — ■ 
nastero  di  s.  Marco  d'Ammiano,  fonda-  hola  Falionarìao  Falconerà.  vSitua- 
lo  in  onore  del  s.  Evangelista  circa  la  ta  nella  Laguna  superiore  verso  il  Lido 
metà  del  secolo  VII  dalla  famiglia  Fa-  maggiore,  o  Lio  grande,  coll'isola  prò- 
lier,  ed  assegnalo  alle  monache  benedet-  pinquadi  Saccagnana,  erano  famose  ani- 
line, che  in  numetodi  i4  ^i  abitavano  bedue  anlicamenle  [ler  le  cacce  de'falco- 
nel  1235,  e  fu  poi  appellalo  nel  1^52  ni,  <la  cui  ebbe  il  nome,  siccome  notai 
di  s.  Marco  e  di  s.  Crislina,  pel  prezio-  nel  §  XVI,  n.  3.  — Isola  Gaja  o  Ga- 
so  acquisto  th'  egli  fere  in  ()ueirauno  del  jada.  Ne  parlai  nel  n.  2  i  di  questo  §  , 
sagro  corpo  di  s.  Ciislina  vergine  mar-  ed  eziandio  in  questo  stesso  numero  de- 
lirizzala  in  Tiro,  di  cvu  registrano  la  fé-  scrivendo  quella  di  Coslanziaco.  —  Isola 
sta  a' 14  luglio  il  martirologio  romauo  s.  Giuliano  del  Biionalbergo.  Fu  cosi 
0  il  nienoiogio  gì  eco.  Dalla  Fenicia  tra-  denominala  dall'antico  monastero  che 
^['01  lato  a  Coslaulinopoli, e  collocato  nel-  ivi  sorgeva  presso  una  torre,  l'uno  e  l'ai- 


286080 


6o4  V  E  N 

lv:ì  ahbnnduiiali  e  indi  distrutti.  Servi 
l'isola  per  uso  doganale  fino  al  1848, 
in  cui  per  l'assedio  sostenuto  dalla  città, 
fu  abbattuta.  Nell'antico  luogo  si  eresse 
in  vece  una  ricevitoria  doganale.  —  /• 
sola  Gòrgo.  Non  ci  restò  che  il  nome, 
—  Isola  Marcelliana.  Ne  parlai  nella 
descrizione  dell'isola  Coslanziaca.  —  I- 
sola  s.  Maria  Boccalloìna.  Dal  X  se- 
colo ebbe  3  chiese,  due  delle  quali  nel- 
la pestilenza  del  ì^^'j  furono  destinale 
alla  tuniulazione  delle  vittime  del  mor- 
bo. Ora  è  deserta  ed  appena  osserva- 
bile.—  Isola  s,  Blarlìno.  Prese  il  no- 
me dalla  chiesa  di  tal  santo,  ivi  esisten- 
te un  tempo,  ed  il  superstite  suo  dor- 
so chiamasi  Monte  s.  Martino.  —  Isola 
Mcnsula  o  Mcsoln.  E"  del  tutto  de 
serta.  —  Isola  s.  Michele.  Prese  il  no- 
tiie  dalla  chiesa  e  monastero  distrullì,  di 


V  E  N 

cui  rimane  un  dorso  che  ne  conserva  la 
memoria.  —  Isola  Mussone  o  Mosso- 
ne.  Nelle  Lagune  di  Grado  esisteva  nel 
secolo  VII  un'  alta  torre,  abbattuta  dal 
patriarca  aquileiese  Sereno,  quando  l'oc- 
cupò di  forza,  co'soccorsi  di  Luitprando 
re  longobardo,  nel  dogado  di  Marcello 
Tegalliano.  —  Isola  s.  Nicolo  della 
Cavana  o  Monte  del  Rosario,  Ne  dissi 
alquante  parole  nel  n.  21  di  questo  §. 
Ora  è  interamente  distrutta.  —  Isola 
Olivaria.  Soltanto  nota  pel  nome.  — 
Isola  s.  Pietro  di  Orio.  Probabilmente 
prese  il  nome  dalla  chiesa  sagra  al  Prin- 
cipe degli  Apostoli,  con  monastero  di  re- 
ligiose. Fu  inghiottita  dall'onde  in  una 
alluvione.  —  Isola  Verni.  Si  conosce  il 
solo  nome. 

(Continua  V  articolo  nel  volume  se- 
guente). 


FINE  DEL  VOLUME  NOVANTESIMOPRIMO. 


DA     0*H      .1  IO/       iO*tU 

SMCR 

Moroni ,  Gaetano, 

1802-1883. 
Dizionario  di  erudizione 

storico-ecclesiastica 
AFK-9455  (awsk)